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MIR

DAMAI

terza parte

FRIEDE

IRINI

VREDE

SALÀAMPAZ SHÀNTI HEIWA PAX SHALOM

Tressette Tressette aa perdere perdere

KAPAYAPÀAN

i n a v gio

INSERTO MENSILE DI INFORMAZIONE E COMUNICAZIONE DEL MONDO GIOVANILE A “LUCE & VITA” N.13 DEL 27 MARZO 2011 PIAZZA GIOVENE 4 - 70056 MOLFETTA SITO: www.lucevitagiovani.it POSTA: lev.giovani@gmail.com cuoreimmacolatomaria@gmail.com

S

avir non amava i mezzi termini, tanto nel gioco quanto in una conversazione, e così ruppe il suo silenzio in maniera quasi violenta e improvvisa: "La libertà religiosa di cui parlate va intesa non solo come immunità dalla coercizione, ma anzitutto come capacità di ordinare le proprie scelte secondo la verità". Abbassando poi il tono, continuò: "Da un punto di vista filosofico, un'analisi di che cos'è la persona viene prima delle soluzioni giuridiche. La persona è ordinata alla verità ed è dotata di libertà per la verità. Il libero arbitrio consente certamente il cattivo uso della libertà, contro la verità e addirittura contro Dio. Ma in questo caso, la libertà erode il suo stesso fondamento". Khalil, che conosceva bene i trascorsi del suo amico, si ricordò di aver già udito queste parole in una delle manifestazioni a cui aveva partecipato con Savir, quindi spinto da un autentico slancio empatico: "Una libertà nemica o indifferente verso Dio - disse-

finisce col negare se stessa e non garantisce il pieno rispetto dell'altro. Una volontà che si crede radicalmente incapace di ricercare la verità e il bene non ha ragioni oggettive né motivi per agire, se non quelli imposti dai suoi interessi momentanei e contingenti, non ha una "identità" da custodire e costruire attraverso scelte veramente libere e consapevoli. Non può dunque reclamare il rispetto da parte di altre "volontà", anch'esse sganciate dal proprio essere più profondo, che quindi possono far valere altre ragioni o addirittura nessuna ragione". La partita andava avanti allo stesso ritmo con cui i pensieri di ognuno di loro venivano condivisi; la loro coscienza fluiva liberamente in perfetta adesione con la loro profonda amicizia. Si andava pian piano definendo l'idea che, l'illusione di trovare nel relativismo morale la chiave per una pacifica convivenza, è in realtà l'origine della divisione e della negazione della dignità degli esseri umani. Tutti erano

L’inserto è curato da: VINCENZO DI PALO - Responsabile, Silvia Ayroldi, Vincenzo Bini, Mauro Capurso, Mariella Cuocci, Gian Paolo de Pinto, Valeria Lauciello, Giuseppe Mancini, Maria Isa Pia Marinelli, Vincenzo Marinelli, Annarita Marrano, Fedele Marrano, Maria Teresa Mirante, Antonio Tamborra, Giusy Tatulli, Alessandra Tedone, Fabio Tedone, Carmela Zaza. Grafica: Valentina de Leonardis, Lucrezia Annese. Collaboratori allestimento: Donato Magarelli, Milena Soriano.


continua dalla prima pagina

sempre più convinti che, la dimensione pubblica della religione deve essere sempre riconosciuta e le leggi e le istituzioni di una società non possono essere configurate ignorando la dimensione religiosa dei cittadini o in modo da prescinderne del tutto. Non essendo questa dimensione religiosa della persona una creazione dello Stato, non può esserne manipolata, dovendo piuttosto riceverne riconoscimento e rispetto. Tutto questo è riassunto in un'espressione molto forte di Habib: "Anche la società, dunque, poiché è espressione della persona e dell'insieme delle sue dimensioni costitutive, deve vivere ed organizzarsi in modo da favorirne l'apertura alla trascendenza; i principi della morale naturale - continuò valgono per tutti, credenti e non credenti". L'ultimo conteggio dei punti dichiarò ai quattro amici, i vincitori; il rumore della saracinesca, che aveva aperto i giochi, adesso ne sanciva la fine. Guardandosi sorridenti prima del saluto, i quattro ospitavano ora nella loro mente un'idea tanto semplice quanto coraggiosa: il mondo ha bisogno di Dio. Ha bisogno di valori etici e spirituali, universali e condivisi, per la costruzione di un ordine sociale giusto e pacifico. "La pace" è un dono di Dio, non è semplice assenza di guerra, non è mero frutto del predominio militare o economico. Occorre innanzi tutto dare alla Pace altre armi, che non quelle destinate ad uccidere e a sterminare l'umanità. Occorrono soprattutto le armi morali. La libertà religiosa è un'autentica arma della pace, con una missione storica e profetica, quella di cambiare e rendere migliore il mondo.

giuseppe mancini

Tu sei Via, Verità e Vita

“ “

Gesù Cristo Re, facci comprendere fino in fondo questa verità così grande che i nostri balbettamenti non sanno oggi percepire in tutta la sua interezza. Facci capire che davvero tu solo sei il Santo, tu solo sei il Signore, tu solo l'Altissimo. Facci capire che tutta la storia converge verso di te, tutto questo tumulto delle nazioni, tutto questo sospiro di poveri converge verso di te. Facci capire fino in fondo che queste alluvionalità delle spinte della storia convergono verso quest'unico letto del fiume che sei tu, Signore Gesù. E allora forse sarà più facile, anche per noi, polarizzare tutta la nostra vita attorno a te” (don Tonino Bello)

S

e non fossi in dovere di scrivere qualcosa, mi s e m b r e r e b b e assolutamente superfluo e inutile aggiungere altro alla straordinaria profondità e bellezza delle parole di don Tonino Bello. Parole che oggi pesano come un macigno: “tutta la storia converge verso di te, tutto questo tumulto delle nazioni, tutto questo sospiro di poveri converge verso di te”. Probabilmente se non fossimo veri cristiani, faremmo fatica a riconoscere la mano invisibile di Cristo nella storia. Faremmo fatica a credere che la direzione del nostro tempo sia sempre e solo una: tu Signore che sei la Via, la Verità e la Vita. Quella Via che spesso smarriamo, altre volte facciamo fatica a percorrere, in alcuni casi confondiamo con altre viuzze che ci portano da nessuna parte. Mi rendo conto che soprattutto per noi giovani, spesso disillusi e scoraggiati dalle “cose” di questo mondo, sia difficile mantenere viva la speranza e la fiducia che nulla sia mai perduto, che anche quando il

mondo, la società sembrino regredire di secoli, c'è e ci s a r à sempre per tutti un'ancora di salvezza, quel salvagente che nella tempesta ci aiuta a non affogare e a non desistere: Tu! Se don Tonino potesse parlare ora, alla luce di quanto sta accadendo nel mondo, sono sicura che direbbe incessantemente e a gran voce di continuare a pregare e a sperare, di convertire le nostre vite tenendo gli occhi rivolti in alto e i piedi ben saldi a terra. Sono sicura che le sue parole sarebbero per tutti gli uomini, in qualsiasi luogo e tempo, parole di speranza, pace e amore, quell'amore verso noi stessi e il prossimo che mai dovrebbe mancare nelle nostre esistenze perché solo l'Amore salva, solo l'Amore è la guida e il cammino.

mariella cuocci


Che mondo sarebbe senza...

latino!

Diciassette febbraio, giovedì, primo pomeriggio. Appena tornata da scuola. Mi chiedo spesso se ai giorni nostri valga o no la pena di insegnare la letteratura e, nel mio caso, il latino. Per me come docente, in quanto precaria e in quanto docente di lettere, la risposta è no. Alla luce della mia esperienza personale posso dire che il latino, la letteratura e la filosofia non servono a nulla.” Con queste parole, Repubblica.it ha raccolto lo sfogo di Olga Ravelli, un'insegnante precaria 40enne in un liceo dell'hinterland milanese. Sono parole dure, che colpiscono…Sono parole di difficile interpretazione, ma soprattutto, difficili da accettare e da condividere. Cosa può aver spinto questa insegnante (la cui lettera vi consiglio di leggere per intero) a considerare fallimentari le sue scelte di vita e ad esprimere un giudizio così poco gratificante verso se stessa e verso la “Cultura” che tutto il mondo ci invidia? Il

suo appello risuona quasi sacrilego alle mie orecchie…C'è da capire se questo sfogo sia dettato solo da un risentimento personale dell'insegnante verso il sistema scuola (che non riesce ad assicurarle un posto fisso ed una altrettanto fissa remunerazione) o se parte da considerazioni un po' più profonde. Gli anni passati a studiare il pensiero di grandi uomini, le loro gesta, la loro politica, e quelli dedicati all'insegnamento possono essere davvero considerati tempo perso? Con tutto il rispetto nei confronti di chi si trova, come la prof.ssa Ravelli, a dover combattere ogni giorno per stabilizzare la propria condizione lavorativa, mi permetto di fare una considerazione in risposta a quanto sostenuto nella lettera. Qualunque sia la motivazione alla base dello sfogo, è comunque triste leggere che, un “esperto” arrivi a queste considerazioni. Questo perché è fuori dubbio che il latino e la filosofia siano utili

alla formazione degli individui, non perché lo dica io, che ho avuto la fortuna di approfondirne la conoscenza, ma perché rappresentano l'essenza stessa della cultura. L'amarezza verso una condizione soggettiva, però, non può permettersi di influenzare così tanto la lucidità del nostro pensiero. E' vero, la nostra società non ci permette di essere liberi di pensare senza condizionamenti, come in questo caso può essere la condizione di precarietà, ma ciò non toglie che non debba essere la pancia a parlare, ma la testa…Questa però non è neanche la società degli eroi, del sacrificio solo dalla parte dei lavoratori e degli insegnanti che hanno anch'essi diritto alla stabilità. Se tutti ragionassimo come la prof.ssa Ravelli, e, d'altro lato, se il mondo della scuola continuasse ancora per molto a subire questa situazione di mera sopravvivenza…che fine faremmo?

mauro capurso

LA LETTERA: http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/02/18/news/io_prof_precaria_e_delusa_vi_dico_che_insegnare_il_latino_non_serve-12589672/


INCONSAPEVOLMENTE

DEGNA “

Eluana Englaro (Lecco, 25 novembre 1970 Udine, 9 febbraio 2009) è stata una donna italiana che, a seguito di un incidente stradale, ha vissuto in stato vegetativo per 17 anni, fino alla morte naturale sopraggiunta a seguito dell'interruzione della nutrizione artificiale”. Questa è la definizione che Wikipedia, l'enciclopedia libera, consultata da tutti gli studenti, dà di Eluana, un nome che probabilmente ricorderemo sempre, come difficilmente dimenticheremo il suo ritratto, con cui è entrata nelle nostre case e ha girato tutto il mondo: il suo cappello bizzarro ed uno splendido sorriso sulle labbra. Mentre scorro la pagina di Wikipedia, rispolvero la sua storia, la lotta giudiziaria di suo padre, il signor Englaro, l'articolo 32 della costituzione italiana e la corsa del governo per approntare una legge sull'alimentazione artificiale e sul testamento biologico, mentre Eluana moriva nella sua stanza ad Udine. Mentre leggo le sentenze della Corte di Cassazione, le polemiche sollevate da oppositori e sostenitori, mi interrogo sulla dignità della vita. Quando un uomo e/o una donna sono degni di vivere? Che significa avere una vita e, soprattutto, che cosa la rende degna? Nel silenzio della mia stanza sento i battiti del mio

cuore e il mio respiro. Basta questo per definirmi viva? Se apro la finestra, ascolto i clacson degli automobilisti arrabbiati e le urla del fruttivendolo sotto casa. Osservo i passanti. Due fidanzati camminano abbracciati: lei gli parla velocemente e lui la ascolta sorridendo. Una mamma indaffarata afferra il braccio di sua figlia, mentre cerca di attraversare distratta. La rimprovera, ricordandole che deve sempre guardare a destra e a sinistra prima di attraversare. Un anziano signore, con il giornale sotto il braccio, entra svogliato nel panificio. La vita è questo? Potersi innamorare e perdere la ragione; lasciarsi trasportare dai sentimenti, senza pensare se sia giusto o meno? È mettere al mondo un figlio: crescerlo, curarlo, preoccuparsi per lui? È avere una lite furibonda con tua madre, sbattere la porta, ritornare dopo qualche ora e parlare come se non fosse mai successo? È fermarsi a ricordare il tuo compagno di infanzia e ridere da soli dei guai combinati insieme? Il ricordo è vita? Se ci fosse una scala graduata ad indicare quanto io sia viva, quanto la mia vita sia degna, sarebbe tutto più semplice. Mi metterei accanto al muro e chiederei a mia madre di segnare con un pennarello dove

si è fermato l'indice. Probabilmente, anche Eluana qualche volta si sarà fermata a pensare a ciò che dà ad una vita dignità, senza minimamente immaginare cosa sarebbe successo per la sua vita. Non avrà mai pensato che la sua storia sarebbe diventata una canzone, che avrebbe animato i talk show domenicali, che sarebbe diventata argomento di discussione durante le cene del venerdì. Non avrà sicuramente programmato quell'incidente e i suoi ultimi 17 anni. È diventata un'icona della vita, senza saperlo. Quel sorriso smagliante, energico, è passato alla storia. Oppositori e sostenitori del testamento biologico, laici e cattolici lo difendono. Pareri diversi e un unico sorriso. Ha smosso le coscienze di molti, soprattutto nei palazzi alti di Roma, dove un argomento di così rilevanza spesso è soppiantato da gossip da soap opera. Molti dei nostri interrogativi sulla vita restano irrisolti. Tutto è avvolto in un velo di incertezza. Forse è proprio questo velo a rendere la vita affascinante, misteriosa, complicata ed adrenalinica. Forse è proprio questo a renderla degna di essere vissuta appieno.

annarita marrano


COMUNICARE SENZA PARLARE PARLARE SENZA COMUNICARE

L

a prima cosa che l'uomo ha imparato a fare non appena si è accorto di non essere solo è comunicare. Prima con semplici gesti, poi con suoni disarticolati, fino ad arrivare a frasi di senso compiuto e maestosi comizi. Si direbbe che di strada ne abbiamo fatta o così sembrerebbe guardando gli enormi dizionari in casa o i sempre più discutibili discorsi pubblici. In fin dei conti, abbiamo davvero imparato a comunicare? Ultimamente, alcune riunioni parrocchiali mi hanno spinto a pensare fortemente a questa domanda. Ciò che ho notato è la grande difficoltà che abbiamo quando si tratta di ascoltare chi non la pensa esattamente come noi; e poco importa se siamo al bar, in mezzo alla strada, in un dibattito o in chiesa. Sembra quasi una malattia: il morbo della non comunicazione. I sintomi sono relativamente semplici da identificare e sono molto vari: ipocrisia e menzogna per i più freddi; grida, accuse, critiche e parole ingiuriose per i meno razionali. Le conseguenze sono estremamente gravi. Innanzitutto stress, tra l'altro molto contagioso, seguito da una brusca interruzione della

comunicazione (anche lì dove magari si sta dicendo la stessa cosa, ma con parole diverse) e, nei casi peggiori, rottura del rapporto tra le persone. Da notare inoltre la possibile presenza nel tempo di rancori. E pensare che la cura non è così sconosciuta: più amore verso l'altro e maggior umiltà. Se mi fermassi qui non avrei detto niente che voi già non sappiate: la solita frase da tipico parrocchiano, ottima in teoria ed estremamente poco pratica. Così mi dilungo un po' e vi esprimo il mio pensiero personale circa questa famosa e fastidiosa frase. Mi capitò tra le mani un passo delle fonti francescane in cui si parla di un regalo fatto a S. Francesco: una pecora, che lui ammonisce affinchè non disturbi gli altri frati. Ciò che succede in seguito ha del miracoloso. La pecora segue la vita francescana senza creare disagi, cantando con gli altri frati ed inginocchiandosi dinanzi all'Eucarestia. Eccolo un esempio di comunicazione riuscita. San Francesco, penso, non guardò la pecora come animale, bensì come creatura di Dio, dono del Signore al mondo. Avete capito? È a questo che si riferisce Gesù quando parla di amare gli altri. Amarli certo,

ma quanto? Tanto da capirne l'importanza, tanto da vedere il loro essere dono per noi e noi per loro. Proprio come fanno due innamorati consapevoli di essere necessari l'uno all'altra e viceversa, al punto da comunicare col cuore più che con le parole. Sembra ancora così difficile quella frase? Non penso. Se Dio ha concesso agli animali di capire le parole di San Francesco intrise di amore, tanto più permetterà a noi di comunicare davvero se solo impostiamo lo scopo della comunicazione sul donarci all'altro piuttosto che ricevere e basta. Volendo riassumere si può prendere esempio da Sant'Agostino:” Se taci, taci per amore. Se parli, parla per amore. Se correggi, correggi per amore. Se perdoni, perdona per amore. Metti in fondo al cuore la radice dell'amore. Da questa radice non può che maturare il bene.” Quindi la prossima volta che parlando con qualcuno penseremo a cosa dire per avere ragione, o quali ragionamenti fare per essere applauditi o come usare la voce e i gesti per essere ascoltati o quali errori nel discorso dell'altro evidenziare o peggio ancora cosa criticare per screditarlo, pensiamo ad amarlo: il resto ce lo darà Dio.

fabio tedone


Chiamami ancora Amore

Chiudete gli occhi, liberate la vostra mentre da tutti gli altri pensieri e rilassatevi un momento per l'ascolto di questa canzone: “E per la barca che è volata in cielo che i bimbi ancora stavano a giocare che gli avrei regalato il mare intero pur di vedermeli arrivare Per il poeta che non può cantare, per l'operaio che non ha più il suo lavoro per chi ha vent'anni e se ne sta a morire in un deserto come in un porcile e per tutti i ragazzi e le ragazze che difendono un libro, un libro vero così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendo il pensiero per il bastardo che sta sempre al sole, per il vigliacco che nasconde il cuore per la nostra memoria gettata al vento da questi signori del dolore Chiamami ancora amore, chiamami sempre amore Che questa maledetta notte dovrà pur finire perché la riempiremo noi da qui di musica e di parole Chiamami ancora amore, chiamami sempre amore In questo disperato sogno tra il silenzio e il tuono difendi questa umanità anche restasse un solo uomo Chiamami ancora amore, chiamami ancora amore, chiamami sempre amore Perché le idee sono come farfalle che non puoi togliergli le ali perché le idee sono come le stelle che non le spengono i temporali perché le idee sono voci di madre che credevano di avere perso e sono come il sorriso di Dio in questo sputo di universo Chiamami ancora amore, chiamami sempre amore Che questa maledetta notte dovrà pur finire perché la riempiremo noi da qui di musica e parole Chiamami ancora amore, chiamami sempre amore Continua a scrivere la vita tra il silenzio e il tuono difendi questa umanità che è così vera in ogni uomo Chiamami ancora amore, chiamami ancora amore Chiamami sempre amore, chiamami ancora amore Chiamami sempre amore Che questa maledetta notte dovrà pur finire perché la riempiremo noi da qui di musica e parole Chiamami ancora amore, chiamami sempre amore In questo disperato sogno tra il silenzio e il tuono difendi questa umanità anche restasse un solo uomo Chiamami ancora amore, chiamami ancora amore, chiamami sempre amore Perché noi siamo amore”

N

on servono tante p a r o l e p e r commentare ciò che le nostre orecchie hanno udito. Sono le parole di un uomo del nostro tempo che osserva ciò che sta accadendo intorno a noi, a chilometri di distanza come a due metri da casa. C'è chi perde il lavoro, chi scappa dal proprio paese per ritrovare una speranza di libertà, chi rimane invece nelle prigioni del deserto, chi non può coltivare un sogno, chi non sa nemmeno cosa significhi la libertà, chi muore da bambino durante un viaggio in mare e non sa nemmeno perché. Sono le parole di uomo che contro il male e l'egoismo propone il coraggio delle idee o la forza dei sogni, deboli strumenti derisi da chi ha nelle mani il potere, ma che in passato si sono rivelati tanto forti da cambiare il mondo.

Sono le parole di un uomo che crede nell'amore e propone i sentimenti e la natura dell'uomo stesso come antidoto alla decadenza e alla povertà dei tempi moderni. Sono le parole di un artista che crede ancora che una poesia o una canzone possono scuotere le coscienze. Sono le parole di un professore che dice ai suoi ragazzi di credere nella cultura per una vita migliore. Sono poche parole che ci fanno pensare. Aprite gli occhi adesso e guardatevi intorno. Non sarà cambiato niente. Ma ora c'è una canzone in più e ci sono delle parole che possono cambiare chi le ascolta a cuore aperto, che possono smuovere gli animi e rompere quell' indifferenza che è uno dei peggiori mali del nostro tempo.

carmela zaza


L’ultima riga

Sottovuoto

fatti pensati senza conservanti

delle favole

I

n una sera come tante in c u i To m à s pensava che la vita non avesse più nulla da dirgli inizia inconsapevole il suo viaggio simbolico in un luogo mistico e incantato, una sorta di universo parallelo in cui, attraversando le onde del mare e senza nemmeno accorgersene, finiscono quegli uomini che dietro una patina di ostentato cinismo, incapaci di amare sé stessi prima ancora che gli altri, non conoscono la propria anima, il proprio talento nè il proprio sogno, ma sono lì perché, anche se ancora non lo sanno, desiderano s c o p r i r l i . A l l e Te r m e dell'Anima è ambientata questa favola moderna in cui Tomàs, in un percorso impervio pieno di tappe e prove ardue, affronterà quel dolore che affonda le radici nell'infanzia, ma si riattualizza ogni giorno nella sua incapacità di amare e fidarsi completamente dell'altro senza difese. Alle Te r m e i n c o n t r e r à l'Allenatrice che gli insegnerà a lanciare il proprio sogno, il Cantastorie con le sue ballate che evocano le storie lontane del poeta De Andrè, il Medico delle Acque, la Massaggiatrice d'Anime che riavvolgerà il nastro della sua vita per dare un senso a ciò che si è voluto dimenticare, la

Vestale Nera, il Direttore. Ognuno di loro aiuterà Tomàs a ricomporre il puzzle della sua vita, a dargli finalmente un senso, a perdonare sua madre per essere morta così presto, suo padre per non essere sopravvissuto al dolore della perdita e sé stesso, per essersi addormentato quando, in quella stessa notte in cui sarebbe morta, sua madre gli stava leggendo una favola, ma lui si addormentò proprio prima dell'ultima riga senza avere mai poi il coraggio di sapere come andava a finire. Conoscere la propria anima renderà Tomàs pronto ad aprirsi agli altri senza paura di essere abbandonato come sempre gli era successo con tutte le persone che aveva amato nella sua vita, libero di tirare quella stecca senza senso che ti permette di sentirti vivo senza pensare troppo alle conseguenze del tuo lasciarti andare. Massimo Gramellini racconta il viaggio iniziatico alla ricerca di “un senso a questa vita” compiuto da un uomo che non sapeva amare, ricordandomi i percorsi mistici di Paulo Coelho e il suo indimenticabile Alchimista che, in una realtà dove conta solo il dato concreto, è a ricordarci quanto più di ogni altra cosa, concreti siano i sogni e la voglia che abbiamo di realizzarli.

maria teresa mirante

di gian paolo de pinto

lunedì 21 febbraio 2011

Discussione e democrazia

C

ondividendo l'affermazione di Buchanan che considera la democrazia "governo solo attraverso la discussione", non è azzardato affermare che un Governo che piega la sua attività politica ai voleri e agli interessi di uno o di una minoranza e non al bene comune, è un governo antidemocratico. Decreti e riforme a colpi di maggioranza sottraggono i temi della politica alla discussione pubblica compromettendo la salute della nostra democrazia.

venerdì 25 febbraio 2011

C'è la rivoluzione. Si, ma fate con calma

D

ilaga la rivolta in Libia, decine di migliaia massacrati. Onu, USA e UE scoprono che Gheddafi è un dittatore colpevole di crimini contro l'umanità e, dopo aver preso tempo, meditano eventuali sanzioni. Con calma, "Senza disturbare". Lunedi, assonnati dopo il week end, scopriranno che il regime è crollato, e bisognerà affrontare il "Problema immigrati" respingendo i sopravvissuti che intanto avranno abbatuto il regime. Da SOLI

martedì 1 marzo 2011

Galeotta fu la tesi plagiata

D

opo le dimissioni di Guttenberg a più di qualcuno sarà venuto in mente di spulciare negli archivi della "Statale di Milano" per sfogliare la tesi di laurea di Berlusconi. Chissà che dove non hanno potuto prescrizioni, accuse di ogni sorta (dalla corruzione allo sfruttamento della prostituzione), possa una tesi copiata. Tempo perso se pensate che Silvio arriverebbe ad affermare che Dante gli ha copiato la Divina Commedia e Manzoni i Promessi Sposi.

lunedì 7 marzo 2011

Lo sbarco dei Mille

A

ncora clandestini, ancora profughi, ancora respingimenti? No, centocinquant'anni dopo...tornano! Sono ancora Mille, sbarcano ancora una volta sulle coste siciliane e la mia preghiera è esaudita. Da tempo invocavo l'arrivo dello straniero liberatore e forse è arrivato il momento. Non chiudeteli nei CPT, lasciatemeli liberi di camminare sul nostro territorio e facciamoci conquistare dal coraggio di chi alza la testa e chiede libertà.


variabili del “sistema relazionale”. Quanto di me, veramente viene colto dagli altri? Posso essere silenzioso e percepito come scontroso, una battuta malriuscita potrebbe qualificarmi come poco brillante, una parola “difficile” potrebbe presentarmi come dotto, un'espressione dialettale forse come volgare. Tutto questo a cosa porta? Di sicuro quando si parla di percezione, ci si riferisce più propriamente alle impressioni che possiamo dare nei nostri “primi incontri”. Andando più a fondo però, credo non sia scandaloso dire che esistono relazioni, anche di lunga durata e, se vogliamo, consuetudinarie, che si basano su un ruolo ricoperto nella relazione. Spesso tali rapporti sussistono proprio nel rispetto dei ruoli. Cosa significa essere se stessi? Lasciare che una relazione ci lasci uguali a prima? Ho l'impressione, partendo proprio da me, che spesso si abbia paura di porre una dialettica sui nostri atteggiamenti, sulle nostre convinzioni, sulla nostra stessa storia. L'essere se stessi in realtà maschera la poca voglia di mettersi a disposizione di un dialogo che non ci lascia indifferenti, ma che

permette di arricchirci, anche perdendo qualcosa. Mi piace pensare che io abbia dentro di me molto delle persone che ho incontrate e che continuo a vivere, così come non mi fa specie parlare del mio essere diffuso negli altri, mischiato alle loro vite. Credo sia più propriamente umano sentirsi “responsabile” di ciò che della vita altrui è in me. L'essere se stessi, in maniera quasi irrevocabile, mi suggerisce l'idea di un uomo solo, chiuso nella circonferenza tracciata dal suo naso. Un addendo che nell'operazione rimane sempre uguale e riconoscibile. Sentire l'altro non significa perdere la propria individualità, tutt'altro, potrebbe essere un'esaltazione del nostro essere originale. “L'uomo è un animale sociale”, ci ripetevano i docenti a scuola. L'uomo è se stesso nella misura in cui fonde il suo essere con gli altri. Azzardo addirittura che si comprende solo entrando nella vita degli altri. L'uomo che si conosce sa dire: “sono te stesso”.

fedele marrano

Sono te stesso

M

i scuserete se ancora una volta mi concedo un “vaneggiamento” a ruota libera. Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di riflettere su un'espressione che devo riconoscere come ricorrente in taluni autoritratti, presentazioni o semplici descrizioni di sé. La frase in questione è: “sono sempre me stesso”, con le varianti alleggerite “cerco di esserlo” o le aspirazioni presunte tipo: “mi piace perché è sempre se stesso”. Mi sono chiesto cosa significhi “essere se stessi”, per lo meno se si possa veramente avere una concezione di sé così precisa ed immutabile. Di primo acchito credo che non sarebbe azzardato dire che di sicuro ciascuno di noi ha dei caratteri che lo delineano, specie negli atteggiamenti. Ci sono le passioni, i modi di porsi che sicuramente ci permettono di “riconoscerci”, di dare alla nostra concezione una certa forma coerente e giustificabile. Tutto questo basta? C'è di sicuro una connotazione situazionale che contestualizza il nostro essere nelle varie circostanze della vita. Già le coordinate spazio-temporali suggeriscono un'idea non poi così assoluta o riconoscibile. Ci sono situazioni in cui orientiamo i nostri atteggiamenti in un certo modo e magari in altre possiamo percorrere vie diametralmente opposte. Ci sono tempi in cui ci riscopriamo a vivere stati d'animo e comportamenti mai immaginati o vissuti in precedenza. Andando oltre la contestualizzazione che potrebbe anche essere una notazione banale, rimane da affrontare il punto centrale del nostro discorso: la percezione altrui. Vale a dire, ciò che comunico con il mio modo di essere, atteggiamenti, espressioni e quant'altro, come viene compreso e accolto dagli altri? Si può essere se stessi nella relazione? Credo che spesso si confonda la propria “autodefinizione” con la sincerità nell'esprimere le proprie esigenze, i propri bisogni. Quante volte è capitato di ascoltare parole come: “son fatto così”, un po' come per dire: “prendere o lasciare!”. Sembra quasi che il nostre essere, per essere vero debba essere immutabile, una sorta di vincolo attorno al quale far ruotare le altre


Luce & Vita Giovani n.78