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S T Y L I S T

FEDERICA BRUNO GIANFRANCO FERRE’

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PA S Q UA L E B O N F I L I O


Indice


FEDERICA BRUNO P.11

IL NOSTRO STILE CI RENDE UNICI P.24

YVES SAINT LAURENT E LA SUA RIVOLUZIONE DI STILE P.27 GIANFRANCO FERRE’ P.32

LA RIVOLUZIONE DI COCO CHANEL P.41

LO STILE DEL NOSTRO MAKEUP CI DICE CHI SIAMO E DA DOVE VENIAMO. P.42

LA RIVOLUZIONE D’ARGAN! P.46

PASQUALE BONFILIO P.49


www.harim.it


B R U N O F E D E R I C A

FEDERICA BRUNO COUTURE By Angelica Grittani

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Quando hai deciso di diventare stilista? È un sogno che avevo fin da bambina, a parte un breve periodo nel quale volevo diventare un’archeologa, non penso di aver mai desiderato altro. Ho ereditato l’inclinazione per il disegno da mia madre e la passione per gli abiti è sempre stata “nel mio sangue”. Qual è stato il primo abito che hai realizzato? Mia madre è stata la prima cliente: ho realizzato per lei abiti da sera che ha indossato in occasione di alcuni matrimoni in famiglia. Per la passerella la mia prima creazione importante è stata proprio un abito da sposa, una creazione diversa dall’ordinario: un Long Robe in crêpe di lana con un collo a frange ad effetto “pelliccia” realizzato cucendo a mano uno per uno centinaia di cordoncini di passamaneria di seta. Che studi hai fatto? Ho frequentato dapprima un istituto professionale di moda nel mio paese di origine nel Sud Italia, era importante per me cominciare fin da subito ad acquisire conoscenza delle tecniche necessarie al mestiere, poi a Firenze ho conseguito il diploma in Fashion Design presso il prestigioso Istituto Polimoda. Questo mi ha permesso di allargare i miei orizzonti con studenti e insegnanti provenienti da tutto il mondo e mi ha permesso di affacciarmi fin da subito al mondo del lavoro all’interno del settore moda in Toscana. Perché hai scelto Londra come base per la tua attività? In realtà avrei voluto rimanere in Italia, ma purtroppo ad un certo punto mi ci son trovata un po’ stretta. Così, dopo un breve periodo sabbatico, viaggiando in Europa, mi sono trovata a Londra. Qui vi è il perfetto bilancio tra tradizione e innovazione e mi sono innamorata dei suoi ambienti così diversi ed eclettici. In questo lavoro quanto conta la tecnica e quanto l’esperienza? La tecnica è fondamentale. È quello che ti permette di distinguere qualitativamente un abito da un’ altro. Un capo costruito nel giusto modo e con le migliori finiture è sicuramente riconoscibile. L’esperienza è ugualmente importante. Io ho avuto la fortuna di lavorare in settori e livelli diversi nel campo della moda e questo mi ha permesso di avere una conoscenza molto vasta e di saper incorporare gli elementi del mio lavoro nel servizio che offro alle mie clienti.


Un lavoro artigianale dove si usa ancora la tela per realizzare il modello, cosa ti ha spinto a prendere questa strada? Ho sempre ritenuto estremamente importante sapere come realizzare qualcosa piuttosto che accontentarmi di essere capace di fare un bel disegno su carta. Dopo qualche anno di lavoro come stilista ho capito che qualcosa mancava e volevo avere un contatto più diretto con materiali e persone. Per me ogni abito è un opera d’arte a sé e la creazione di un abito con metodo artigianale ti permette di avere lo stesso approccio che un pittore ha con una tela da dipingere. Così ogni abito che realizzo è unico e differente; non mi annoio mai e la mia eccitazione e l’amore per questo mestiere si rinnovano ogni volta. Come riesci a rielaborare gli abiti vintage che le tue clienti ti portano? Utilizzo le stesse tecniche e lo stesso approccio che ho per il  Su Misura, cerco di combinare gli spunti che provengono dalle mie clienti con le mie idee  e tecniche  di alta sartoria.  Spesso si tratta di modificare la vestibilità dell’abito per renderlo adatto a taglie o forme del corpo diverse da quelle per il quale il capo era originariamente destinato oppure aggiungere o rimuovere elementi.  Nel caso  specifico di abiti  vintage spesso i materiali hanno molta influenza ed è molto divertente combinare il materiale antico con tessuti o ricami più moderni, preservandone il fascino ma rendendo l’abito più attuale e ovviamente personalizzato.   Qual è il momento più importante quando devi realizzare un abito da sposa? Le consultazioni iniziali con la sposa e la costruzione dell’abito su tela sono sicuramente le fasi più critiche. La consultazione perché mi permette di stabilire una connessione un po’ speciale con la mia cliente, senza la quale sarebbe impossibile capire cosa vuole davvero, carpire la sua personalità e i suoi gusti. La prova su tela perché è un po’ come il “momento della verità”, uno step fondamentale per avere una perfetta vestibilità dell’abito e anche per capire quali sono tutte le eventuali modifiche da apportare al modello, quando la tela è perfetta è molto più facile lavorare sul capo finale.

L’abito da sposa ideale, quello che le donne sognano: cosa non dovrebbe mancare? Domanda difficile! Promuovendo con il mio lavoro abiti che sono estremamente individuali per me sarebbe contraddittorio avere il concetto di un singolo abito perfetto. La cosa più importante è scegliere un abito che ti rappresenta, qualsiasi esso sia, senza seguire tendenze o gusti altrui. Solo in questo modo l’abito risulterà naturale da indossare e la sposa si sentirà di conseguenza più bella e sicura di sé. Come riesci a trasferire i desideri delle tue clienti nei vestiti che disegni? È molto importante stabilire quella connessione di cui parlavo prima, ecco perché mi piace avere diversi incontri con le mie spose prima di finalizzare le mie proposte di stile. Cerco di capire le personalità delle mie clienti, i loro gusti nella vita quotidiana, il rapporto che loro hanno con la forma del proprio corpo, gli interessi o il lavoro. Amo ascoltare le storie che hanno da raccontare, quindi non mi fermo solo alle idee che loro possono o meno avere per il loro abito ed il loro matrimonio, c’è sempre molto di più scoprire! È un processo non immediato ma che dà risultati efficaci.


Da cosa puoi capire che una sposa è soddisfatta del tuo lavoro? Durante il processo della realizzazione di un abito è importante avere un rapporto designer-cliente molto aperto e dinamico. Cerco di affrontare ogni passaggio per gradi, assicurandomi di finalizzare ogni scelta con molta attenzione, per fare ciò è importante essere chiari e provare ogni cosa più e più volte. In questo modo anche la cliente che magari non ha conoscenze tecniche è in grado di prendere decisioni e riesce a “visualizzare” l’abito durante la sua evoluzione ed è soddisfatta dei progressi che facciamo insieme. La soddisfazione finale poi si vede da azioni molto spontanee, spesso ricevo foto con note di ringraziamento o piccoli pensieri dalle mie clienti, ma la soddisfazione più grande per me è il “passa-parola”, poter realizzare abiti anche per le amiche delle amiche di spose che magari ho avuto un anno prima! Oltre alla realizzazione di abiti da sposa, ti occupi dello styling e degli accessori. Come riesci a gestire tutte queste attività?  Accessori e styling sono un complemento quasi obbligatorio dell’abito. Una persona creativa è generalmente capace di avere una “visione” completa. Io dico sempre che si può anche indossare l’abito più fantastico al mondo ma se non ha i giusti accessori e non è indossato nel contesto adatto, tutta la sua bellezza andrebbe persa. Quindi realizzo accessori fatti a mano per un particolare vestito e posso aiutare una cliente con idee, decorazioni, etc. È un’ evoluzione naturale del mio lavoro. Gestire tutto non è facile,  richiede molto tempo e un’accurata pianificazione,  ma a me piace una vita sempre in movimento! Quali sono le tue fonti di ispirazione? Le mie principali fonti di inspirazione sono le mie clienti: tutto parte da loro. Per quanto riguarda le creazioni che fanno parte delle mie collezioni, l’ispirazione proviene da quello che ho studiato o da quello che mi circonda: costumi d’epoca, quadri di pittori che amo, magari un film o dalla natura. A volte proviene dalle cose più insolite e spontanee, come qualcosa che ho visto per caso per strada o da particolari materiali che trovo facendo ricerca. Mi piace guardare anche al lavoro di grandi maestri del passato come Dior o Balenciaga, Poiret e Chanel. Sulla scena contemporanea trovo molto interessanti gli stilisti libanesi, che sembrano capaci produrre capi che siano belli piuttosto che necessariamente ed esclusivamente di tendenza; la bellezza in fondo è un concetto senza tempo ed io mi rispecchio meglio con questo tipo di interpretazione della moda.


IL NOSTRO STILE CI RENDE UNICI By Cristina Giannini

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al 5 aprile al 27 luglio a Londra, presso il Victoria&Albert Museum di Londra, si terrà una mostra in onore dello stile italiano : “The Glamour of Italian Fashion”. Vi sono centinaia di creazioni, tra abiti e accessori, che hanno segnato la moda italiana dalla Seconda Guerra Mondiale fino ai giorni nostri. Una mostra che vuole descrivere il glamour italiano, la sua rappresentazione e raffigurazione, individuando i cambiamenti attraverso i quali la moda italiana è diventata punto di riferimento di stile di tutto il mondo. Un evento che vuole ricostruire quasi settant’anni di storia (1954/2014), attraverso disegni, capi, gioielli, borse, ecc accuratamente selezionati tra gli archivi storici delle varie maison, il tutto accompagnato da fotografie di grandi star che hanno scelto per anni di vestirsi con abiti Made in Italy, preferendoli per qualità, unicità e stile. Rivivere gli anni d’oro, le grandi creazioni delle Sorelle Fontana, fino a Gucci, Armani, Ferré...arrivando nel nuovo millennio, dove video ed interviste a noti personaggi del settore raccontano questa formidabile favola e i progetti per il futuro. Un glamour che negli anni ha cambiato significato, grazie anche alla nascita del prêt-à-porter, stravolgendo il senso di stile e di ideazione, abbandonando la moda di classe e preferendo uno stile che si adatta alla vita quotidiana. La moda si racconta, ma non mostrando la sua trasformazione, bensì raccontando la storia del gusto italiano, attraverso strategie sartoriale che non solo esaltano la femminilità, ma elevano il Made in italy grazie a prodotti di qualità, creando un vero e proprio Italian Style. Elevano la grande capacità dei talenti italiani, che con scelte di materiali giusti e grande fantasia, hanno vestito tutto il mondo, per tutte le occasioni, dal tempo libero, alle serate di gala.

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YVES SAINT LAURENT E LA SUA RIVOLUZIONE DI STILE By Rossella Scalzo

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a moda è il riflesso dello stile poichè lo stile si riflette nella moda. Gli stilisti, attraverso il loro stile, possono dettare delle mode destinate a durare per lungo tempo; portano nel mondo della moda i cambiamenti

della società e della cultura dell’epoca in cui vivono, assecondano uno stile, traendo spunto da altri, lasciandosi ispirare da questo o stravolgendolo totalmente. La storia della moda non è esente da storie di nascita e cambiamenti di stile che si ribellano alla società in cui sono avvenuti, visti come stravolgenti, vere e proprie rivoluzioni che al giorno d’oggi sembrano quasi necessarie. La vita di Yves Saint Laurent e lo stile che lui ha portato nel mondo della moda ne è una chiara dimostrazione. Il film biografico da poco uscito nelle sale, sebbene si sia mostrato più teso a rivelare quanti più particolari della vita privata dello stilista a scapito della moda, rende una chiara visione degli anni in cui lo stilista ha esordito, mostrando come il suo stile ha apportato una rivoluzione alla moda di quei tempi. Yves Saint Laurent negli anni ‘60 fu il primo a far sì che l’alta moda traesse ispirazione dalla strada, eliminando così quell’ autoreferenzialità che da sempre l’ aveva contraddistinta, intesa come un mondo a parte con proprie regole. Lui sovverte questa convinzione realizzando uno stile più vicino alla realtà, più vicino a come le donne volevano sentirsi. Proprio su questo aspetto lo stilista francese compie la sua vera rivoluzione contribuendo a ridisegnare l’immagine della donna. Per primo, infatti, ha intuito quello che di lì a poco avrebbe caratterizzato lo stile delle donne del ventesimo secolo. Yves inizia a creare un nuovo stile per una donna che voleva dimostrare di essere autonoma e sensuale in ogni occasione, una donna che voleva vestirsi bene sempre e non solo durante gli incontri formali nei salotti.

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Così lo stilista francese ha trasferito alcuni capi del guardaroba maschile in quello femminile, come il blazer, il trench, il giubbino di pelle, il tailleur con pantalone e persino il kaban. La sfida per lui fu quella di trasformare questi abiti per renderli indossabili dalle donne. Ci è riuscito e allo stesso modo ha ridefinito il concetto di eleganza. Ispirandosi a Marlene Dietrich, Yves Saint Laurent nel 1966 ha realizzato il suo capo icona, lo smoking da donna, che sancisce definitivamente il potere delle donne. Gli stravolgimenti che il suo stile unico ed inconfondibile ha portato sono molti, tanto che lui stesso era consapevole che le sue creazioni avrebbero cambiato il mondo della moda. Forse non molti sanno che lo stilista francese è stato il primo ad introdurre nella moda il tessuto animalier, così come a far sfilare per la prima volta modelle di colore. Bisogna ricordare anche che è stato il primo stilista a trarre ispirazione dal mondo dell’arte. Yves Saint Laurent, infatti, amava l’arte in maniera esagerata, tanto da reinterpretarla attraverso le sue creazioni con omaggi a Picasso, Matisse e molti altri. Le sue collezioni ispirate al mondo dell’arte sono coloratissime e spesso con colori opposti tra loro, come il blu e il nero, tutto teso a rivoluzionare i tradizionali toni dell’alta moda dell’epoca. Ogni capo era una vera e propria opera d’arte. Nel 1965, nella collezione Mondrian, lo stilista francese riprende le linee essenziali dell’omonimo artista realizzando dei capi iconici ed è impossibile dimenticare la Pop Art collection del 1966, in cui interpreta la moda secondo lo stile di Andy Warhol. Yves Saint Laurent e le sue creazioni hanno scritto la storia della moda e dettato uno stile come forse pochi hanno fatto. Lui ha saputo osare, sovvertire il concetto di donna e di eleganza, andare controcorrente, ed è solo così che è riuscito a dettare una moda e uno stile che rimarrà immortale.


F E R R E ’

G I A N F R A N C O

LA CAMICIA BIANCA SECONDO ME. Gianfranco Ferre’

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By Jean-Claude Poderini


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perta al pubblico fino al 15 maggio “La camicia bianca secondo me. Gianfranco Ferré”, la mostra, organizzata dalla Fondazione Museo del Tessuto di Prato e dalla Fondazione Gianfranco Ferré e curata da Daniela Degl’Innocenti, è dedicata al talento di una delle figure più significative della moda internazionale. Concepita con l’intento di mettere in luce la poetica sartoriale e creativa dello stilista, la mostra conduce il visitatore attraverso diverse tipologie di lettura, alla scoperta della camicia bianca, vero e proprio paradigma dello stile Ferré, evidenziandone gli elementi progettuali più innovativi e le infinite, affascinanti interpretazioni. Presenza costante che corre come un fil rouge lungo tutta la sua carriera, la camicia bianca è stata definita dallo stesso stilista “segno del mio stile” oppure “lessico contemporaneo dell’eleganza”. Pensato per dare forza ai diversi linguaggi figurativi con cui l’universo camicia è stato letto, scomposto e rimodellato, il percorso espositivo gioca con la suggestione e la valorizzazione di elementi diversi, a corollario dei capi indossati su manichino: disegni, dettagli tecnici, bozzetti, fotografie, immagini pubblicitarie e redazionali, video e istallazioni. manifestano nella continua innovazione dei materiali e nei volumi, che miscelano sapientemente artigianato e arte. Ma siamo convinti che le camicie bianche di Ferré siano capi d’abbigliamento o vere e proprie opere d’arte? Il colore stilistico di Gianfranco Ferré è argomento di discussioni di antropologi, critici e teorici della moda. Stiamo parlando di un artista, di un esteta con la curiosità della ricerca che ha contribuito a creare le fondamenta dello stilismo italiano che ha fatto scuola nel mondo intero. Ereditiamo un nuovo Rinascimento, quello di un uomo che ha vissuto in pieno il suo tempo e ha saputo ascoltarne gli stimoli creativi dirigendoli verso una sartorialità capace, con un semplice capo d’abbigliamento, di valorizzare e trasmettere un messaggio artistico di immensa cultura. Il pensiero di una grande persona è davanti a noi, tramutato in poesia, da raccogliere con grande prestigio e rispetto.


L’incipit della mostra è affidato ad un sistema sospeso di teli su cui scorrono macro immagini dei disegni autografi di Ferré, lampi perfetti che delineano la sua visione creativa e che rappresentano la chiave per accedere all’universo insito a ciascun progetto. Il cuore della mostra vive nel centro della grande sala successiva, dove le ventisette camicie bianche, piccolo esercito di capolavori sartoriali, testimoniano silenziosamente vent’anni di genialità creativa e progettuale. Esposte rispettando la cronologia della loro nascita, le camicie sono sculture bagnate da una luce pensata per consentire al bianco di accendersi in diverse tonalità e alle ombre di fare da contrappunto, per ottenere un suggestivo effetto plastico. Taffetas, crêpe de chine, organza, raso, tulle, stoffe di seta o di cotone, merletti e ricami meccanici, impunture eseguite a mano, macro e micro elementi si susseguono in un crescendo di maestria ed equilibrio. Particolare interesse suscitano i disegni originali che illustrano la incredibile capacità di dare vita ad ogni creazione, sintetizzando tutti gli elementi necessari alla realizzazione del modello: silhouettes, volumi, dettagli, leggerezza o corposità della materia, sono già descritti nel tratto più o meno marcato, elegante e velocissimo. Le camicie in esposizione prendono vita nel gesto studiato e nel movimento elegante delle modelle che restituiscono la sensibilità, il gusto e la raffinatezza proprie dell’universo poetico dello stilista Gianfranco Ferré. È una ritrovata emozione quella che assale i visitatori inondati da una interpretazione della visione creativa e della grande capacità progettuale del geniale architettostilista. Con una felice soddisfazione si avverte nell’aria l’eco degli applausi che si levavano in sala ogni volta che sulla passerella comparivano le sue immacolate e incredibili camicie di un bianco candido. La testimonianza del genio creativo e della immensa cultura progettuale si avverte nell’aria l’eco degli applausi che si levavano in sala ogni volta che sulla passerella comparivano le sue immacolate e incredibili camicie di un bianco candido.


La testimonianza del genio creativo e della immensa cultura progettuale si manifestano nella continua innovazione dei materiali e nei volumi, che miscelano sapientemente artigianato e arte. Ma siamo convinti che le camicie bianche di Ferré siano capi d’abbigliamento o vere e proprie opere d’arte? Il colore stilistico di Gianfranco Ferré è argomento di discussioni di antropologi, critici e teorici della moda. Stiamo parlando di un artista, di un esteta con la curiosità della ricerca che ha contribuito a creare le fondamenta dello stilismo italiano che ha fatto scuola nel mondo intero. Ereditiamo un nuovo Rinascimento, quello di un uomo che ha vissuto in pieno il suo tempo e ha saputo ascoltarne gli stimoli creativi dirigendoli verso una sartorialità capace, con un semplice capo d’abbigliamento, di valorizzare e trasmettere un messaggio artistico di immensa cultura. Il pensiero di una grande persona è davanti a noi, tramutato in poesia, da raccogliere con grande prestigio e rispetto.


C H A N E

C O C O

LA RIVOLUZIONE DI COCO CHANEL By Gaia Bregalanti

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el momento in cui si parla di Coco Chanel, il termine “classe” è di certo la parola chiave. Questa stilista è stata una vera e propria rivoluzionaria. Gabrielle Bonheur Chanel nasce nel 1883 e dopo la morte della madre viene cresciuta in un orfanotrofio, dove impara l’arte del cucire. Nel 1913 apre il suo primo negozio di cappelli. Il suo stile era diverso da quello della Belle Epoque. Tutto ciò che Coco Chanel proponeva, lo sperimentava prima su se stessa. Le cose che cercava in un vestito erano la praticità e la comodità. Iniziò ad indossare pantaloni, giacche maschili sportive, pullover e tessuti prettamente maschili. La stilista ribelle venne definita come un genio: riusciva sempre a trarre il meglio da ciò che le piaceva. Fu la prima a lanciare la moda dei pantaloni larghi bianchi, durante un suo soggiorno al mare. Nel suo guardaroba non mancavano però abiti da sera, rigorosamente o bianchi o neri. Chanel venne rinominata la regina del genre pauvre, una “povertà di lusso” molto moderna. La stilista liberò le donne da corsetti e impalcature per cappelli, donando loro abiti comodi e semplici nelle linee, per intraprendere una vita quotidiana dinamica. Nel 1971, Coco Chanel muore, lasciando così il compito di direttore creativo all’icona di moda Karl Lagerfeld, che porta avanti il pensiero principale della casa di moda Chanel: eleganza e praticità.

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CHI SIAMO & DA DO LO STILE DEL NOSTRO MAKEUP CI DICE CHI SIAMO E DA DOVE VENIAMO. By Serena Secco

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l trucco di una donna non è un semplice insieme di linee e colori. Esso è frutto dell’unione di tradizioni e caratteristiche che piacciono, di prodotti classici e piccole scelte personali che caratterizzano. Lo stile del makeup personale aiuta a definire chi si è e a trasmettere la propria personalità agli altri. Spesso anche solo guardando il trucco degli occhi si riesce a capire molto delle origini di una donna.

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OVE VENIAMO Il tratto nero e ben marcato, per esempio, è tipico delle donne del Medio Oriente. Esso viene realizzato tramite il  “kohl”, così è chiamato nel mondo islamico, uno dei cosmetici più antichi al mondo. Possiamo trovare le prime tracce della sua applicazione fin dall’antico Egitto, dove veniva utilizzato per dare risalto agli occhi delle mogli dei faraoni, e da allora questo prodotto è entrato a far parte della cultura medioorientale. Oggi “kohl” resta la denominazione del tipo in polvere, che si acquista facilmente nei mercati nordafricani, i famosi souk, mentre “kajal” e’ la versione indiana che indica lo stesso prodotto ma in pasta, come ad esempio quello utilizzato nei famosissimi matitoni kajal. Un altro popolo che ha puntato molto sul trucco occhi è proprio quello indiano. Abiti sfarzosi e coloratissimi e gioielli di splendida fattura sono un’immancabile caratteristica indiana, ma rischiano di far passare in secondo piano la vera bellezza femminile. Proprio per questo nelle cerimonie importanti sono essenziali trucchi sfarzosi tanto quanto gli abiti, molto brillanti e colorati, con eyeliner nero per sottolineare la profondità dello sguardo e ciglia finte per esaltarlo ancora di più. Non è un caso che le dive di Bollywood siano famose proprio per gli splendidi e coloratissimi smokey eyes che indossano! Naturalmente al giorno d’oggi ognuno può trovare una matitona kajal nel supermercato sotto casa, e il rapporto tra makeup e cultura si è un po’ perso ,ma il mondo del makeup è in continua evoluzione e non potrebbe essere altrimenti! Ci sono nuove forme da proporre, nuovi prodotti da imparare ad applicare e nuove tendenze da sperimentare!


LA RIVOLUZIONE D’ARGAN! Non piú Olio ma Crema per la salute dei tuoi capelli. By Valentina Sorrenti

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volte la nostra cute è soggetta a irritazioni, pruriti e cuoio capelluto infiammato. La perdita dell’equilibrio cutaneo è spesso dovuta alla propria situazione fisiologica e quando il nostro stile di vita è minacciato da stress e tensione, la cute ne risente. Proprio come accade per la pelle anche il cuoio capelluto è ricoperto da uno strato protettivo che costituisce le cellule della cute. Queste sono tenute unite dai lipidi, ovvero il sebo. Lo stress può condurre ad una perdita di lipidi indebolendo fortemente la barriera protettiva naturale. A questo punto si verifica un’anormale perdita di idratazione e viene a mancare la protezione superficiale, ciò permette agli agenti nocivi di penetrare nella cute. Questo processo irrita il cuoio capelluto e può sfociare in pruriti, rossore, infiammazioni e forfora. Per casi come questi, i laboratori di ricerca e sviluppo Green Light, attraverso un’esclusiva tecnologia, hanno creato una rivoluzionaria crema vellutante senza risciacquo, che consente un assorbimento più efficace delle sostanze trattanti nella struttura del capello. Quest’azione permette di donare luminosità, nutrimento e idratazione senza appesantire. L’Olio di Argan si trasforma per la prima volta in CREMA DI ARGAN e questa trasformazione garantisce prestazioni superiori rispetto all’olio, in quanto: i principi attivi penetrano in maggiore profondità in virtù del loro inferiore peso molecolare; l’applicazione avviene con più controllo e precisione; è ideale per tutti i tipi di capelli, anche per le strutture più sottili; è più facile da usare, consente maggiori possibilità di utilizzo; non unge e non lascia residui. La linea è composta da: Velvety Hair Cream (crema vellutante senza risciacquo), Velvety Hair Shampoo (shampoo vellutante), Velvety Hair Mask (maschera vellutante con risciacquo), Velvety Body Cream (crema vellutante per il corpo). Per maggiori informazioni: www.arganvelvet.com


B O N F I L I O PA S Q U A L E

PASQUALE BONFILIO By Angelica Grittani

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asquale Bonfilio è un talento italiano che utilizza la materia per creare capolavori artistici, che vanno dai suoi quadri che dipinge dall’età di 5 anni, alle sculture, fino ai cappelli e alla borse. L’esperienza in Belgio presso diversi atelier gli ha dato modo d’innamorarsi dell’accessorio meno tradizionale di tutti, il cappello, un elemento che può contraddistinguerci. Il suo lavoro è stato citato anche nel blog della famosa designer e giornalista Diane Pernet che sostiene i giovani talenti della moda.


Quale esperienza artistica ti ha formato? Da bambino ho iniziato a dipingere, dipingevo a tempera e riuscivo a esprimere la mia voglia di comunicare attraverso la pittura. I miei dipinti non devono piacere per forza, lo faccio più per me, infatti il desiderio di dipingere parte dalla voglia di esprimere il bello, traendo ispirazione dal surrealismo, dal “realismo magico” e dalla tecnica rinascimentale. Ho frequentato un corso professionale di restauro di dipinti e affreschi, restaurando dipinti per i clienti che me lo chiedevano e si fidavano di me; ho frequentato un corso di make-up professionale e ho fatto anche il cake designer. Secondo me non c’è una grande differenza tra il lavoro che fa il pittore sulla tela con quello di un truccatore che si esprime attraverso il make-up e il corpo. Ho vissuto per 8 anni e mezzo a Bruxelles dove ho lavorato per Materialise, un’azienda leader europeo della stampa 3D. Ci ho lavorato per 4 anni facendo master finishing, vale a dire finiture artistiche sui prodotti stampati. Nella stampa 3D si utilizzano diversi materiali plastici innovativi come il nylon e le resine epossidiche per creare oggetti attraverso un raggio laser. In quest’occasione ebbi l’idea di realizzare la prima borsa stampata in 3D, in materiale flessibile: la TPU-21, una pochette flessibile e unica nel suo genere che è stata esposta alla Biennale di Moda ad Arnhem in Olanda. Che cosa ti ha spinto a creare cappelli? Quando avevo 8 anni osservavo le mie sorelle più grandi che cucivano, e rubavo ago e filo per provare a cucire. Realizzai una parrucca con il fil di ferro e cotone che ricordava quelle in voga nel Settecento per un costume di Carnevale. Già da allora il destino era scritto, dipingevo ed esprimermi attraverso l’arte per me era importante. Quando mi trovai a Bruxelles iniziai a collaborare con diversi atelier, tra cui quello di Elvis Pompilio, rinomato modista, dove ho imparato il mestiere di modista. In questo periodo ho lavorato ai miei primi cappelli, e nel frattempo dipingevo e realizzavo sculture. Da lì capii che volevo tornare in Italia per poter aprire un mio atelier dove creare i miei cappelli, originali e unici, senza seguire regole o mode particolari, se non il mio istinto e la mia passione. Sei un artista poliedrico, hai mai pensato di creare vestiti oltre ai cappelli? Ci ho pensato e potrebbe essere che in futuro lo farò. Per ora mi dedico agli accessori, ho iniziato a fare anche borse cucite a mano, con il punto selleria, proprio come la maison Hermes. Disegno bozzetti di vestiti e ho in progetto di fare una sfilata con un giovane stilista, Daniele Amato, con il quale ho già lavorato per una sfilata a Gennaio, in cui ho preparato i cappelli per tutta la collezione.


PH GAUTHIER GALLET


Quanto ci vuole per realizzare un pezzo unico? Ci possono volere due o tre ore come minimo oppure anche due o tre giorni di lavoro, dipende. Ci sono delle forme di legno che servono come base per il cappello; per lavorare il feltro lo si mette sulla forma, lo si scalda con il vapore caldo e poi si inizia a modellare il tessuto fino a quando non si è soddisfatti, tirandolo e torcendolo all’occorrenza. Questo è quello che si fa per metterlo in forma, poi si scolpisce a mano con il vapore per dare la forma che si vuole ottenere. Inoltre la maggior parte delle cuciture le faccio a mano, per cui se voglio fare una finitura particolare devo fare più cuciture e questo richiede del tempo. Voglio che sia tutto perfetto, senza usare colle o altro. Trovo che questo sia anche un lavoro di testa, ragionando sia sul risultato sia su quello che si vuole ottenere per avere un lavoro pulito. Poiché ogni cappello è unico, con materiali scelti e ricercati appositamente, prendo ordinazioni con qualche giorno di anticipo. Per i cappelli che faccio su prenotazione per certe occasioni, come matrimoni, eventi mondani e altro, anche mesi prima. Non riproduco in serie i miei cappelli, ognuno ha una sua storia e un suo disegno: le mie clienti mi lasciano molto spesso carta bianca (sorride ndr) e io adoro avere la possibilità di lasciare libera la fantasia, senza avere troppi vincoli. In genere mi danno indicazioni sul colore o sulla forma, poi per il resto decido io cosa fare. Mi ritengo fortunato, si fidano di me e questo mi piace molto, perché se i clienti sono soddisfatti vuol dire che ho fatto un buon lavoro. Da dove prendi l’ispirazione per realizzare i tuoi cappelli? Le epoche a cui mi ispiro in generale anche per il mio stile sono gli anni Cinquanta, che rivisitavano anche le forme e i tessuti dei cappelli del ‘700, periodo che mi piace molto e da cui prendo ispirazione, soprattutto per i cappelli a tesa larga con le piume e i collari elisabettiani. Ho realizzato io stesso un collare di batista di cotone, lungo 13 metri, tutto cucito a mano ed è stata un’impresa veramente eccezionale. Quando ricevo nel mio atelier solitamente faccio una piccola presentazione dei miei lavori ai clienti, mostrando loro i miei cappelli in modo da scegliere insieme alla persona il modello che preferisce. Faccio provare i cappelli, ma mi piace che sia io a fare vedere loro come s’indossano, per cui li aiuto nell’indossare il cappello, in modo conforme ai lineamenti del loro viso. Una donna con un cappello indossato nella maniera sbagliata perde, può non donare come dovrebbe. Nei miei cappelli sul bordo c’è spesso un’anima di fil di ferro o ottone, in modo da potergli cambiare forma e usarlo con la piega da un lato o dall’altro senza deformarlo.


Quali occasioni richiedono un cappello al giorno d’oggi? In teoria il cappello non si potrebbe portare in casa, ma tutti gli eventi e le occasioni mondane che richiedono un cappello possono essere il momento giusto per indossarlo. Io personalmente lo uso sempre, ce l’ho quasi tatuato addosso e se qualcuno mi chiede di provarlo e me lo toglie mi arrabbio (ride ndr). L’importante è come si porta il cappello, non bisogna esserci nati. Se portati con disinvoltura, anche una tuba o un cilindro non sembrano eccentrici, ma nel contesto, se indossati con l’abbigliamento adeguato, risultano quasi naturali. Secondo me si può mettere ogni sorta di cappello in qualunque occasione, facendo attenzione alle regole del bon ton: mentre le signore possono sempre indossarlo, anche nei locali, gli uomini se lo devono togliere. La moda d’indossare il cappello sta prendendo piede tra i giovani? Oggi è molto più facile rispetto al passato vedere ragazzi ma anche ragazze indossare cappelli, non solo berretti. Per esempio il cappello a falda larga nero per le donne lo vedo un accessorio molto di tendenza, perfetto anche con un abbigliamento casual, con sneakers e jeans. A volte può sembrare un po’ strano e stravagante indossare il cappello ma è un accessorio che ha tutta una storia da raccontare e un notevole fascino, che non solo si adatta alla persona che lo indossa ma anche al suo carattere. Per cui mi aspetto che il cappello ritorni a essere un accessorio di normale utilizzo, com’era una volta, dove per il cappello esistevano persino le cappelliere per poterlo appoggiare ed era un accessorio importante. Cosa sta dietro alla realizzazione del cappello? Solitamente non vado a prendere spunto dai cataloghi quando ho in mente un cappello, ma prima penso a come lo voglio realizzare, gli do la forma e dopo trovo una collocazione che può essere di diversa natura stilistica. Ogni cappello è unico, non produco in serie perché credo nell’unicità di ciò che realizzo ma soprattutto nella persona che lo indossa. Non si può replicare un accessorio così personale. Inoltre utilizzo materiali e oggetti che colleziono nel tempo, che mi piacciono e che penso che mi potranno servire, anche per questo sarebbe difficile riprodurli. Per esempio un cappello che ho chiamato Paloma, è un piccolo modello anni ’20, a cui ho aggiunto una serratura sul davanti. Anche il cappello con l’orologio che ho chiamato “Bonfilio in Wonderland”, che potrebbe sembrare ispirato a Alice in Wonderland, è nato solamente dalla mia fantasia e non prendendo spunto dal celebre romanzo, come si potrebbe pensare: aggiungendo un orologio e delle piume a una tuba di juta (che è lo stesso materiale sul quale dipingo abitualmente), mi sono accorto della coincidenza che poteva scaturire, ma non ci faccio caso prima di mettermi a creare.


Quali sono le fasi creative? Per creare un cappello si parte da una forma in legno che è l’equivalente del manichino per gli stilisti, su questa forma inizio ad appuntare il tessuto con gli spilli, lo taglio e lo lavoro con il vapore a mano. La parte che richiede più tempo è sicuramente quella delle rifiniture, tutte cucite a mano con doppio punto, perché sono una persona molto precisa nel mio lavoro. La maggior parte dei materiali che utilizzo per i miei cappelli proviene dall’Italia e dall’Europa, alcune paglie molto belle invece vengono dall’Ecuador, dove sono specializzati nella lavorazione di questo materiale. Preferisco materiali che provengono dal nostro Paese, anche se questo comporta una spesa maggiore, ma trovo che la qualità sia altamente superiore. Prediligo inoltre utilizzare materiali di cui conosco la provenienza, che scelgo personalmente e che sono più in linea con la mia idea di artigianato. Il cappello per te è soltanto un accessorio o ha un significato diverso? È un accessorio come un altro che caratterizza la persona, non deve scioccare e se lo si porta con naturalezza non risulta eccessivo. Sicuramente è un accessorio che ben si sposa con il proprio carattere, perché il cappello può essere la somma delle caratteristiche di una persona, che non lo indossa solo per mettersi in mostra ma perché sta bene con se stesso. Quanta soddisfazione si prova a vedere un proprio cappello indossato? Di solito faccio avvicinare le mie clienti allo specchio, anche per vedere la loro espressione quando poso il cappello sulla loro testa. Molto spesso è un’espressione di stupore, me ne accorgo immediatamente se i modelli piacciono. Sono il primo spettatore e quando vedo il sorriso che mi vuole dire che sono felici e soddisfatte, questo per me è il momento più bello. Altrimenti mi chiedono di cambiarlo o modificarlo e io sono sempre disponibile a fare delle modifiche. Quali sono i tuoi progetti futuri? Per il mese di Settembre sto lavorando a una sfilata con Daniele Amato, le sue scarpe e borse e i miei cappelli. Per ora si tratta ancora di un progetto a sorpresa ma posso anticiparvi che avrà un tema fiabesco, per cui largo all’immaginazione e alla creatività!


LO STILE NELLA MODA E LO STILE DI VITA. CONCETTO DI AMPIA APPLICAZIONE CON UN SIGNIFICATO SPECIFICO, CAPACE DI DEFINIRE VALORI SOCIALI. FENOMENO CHE SEGUE CAMBIAMENTI STORICI E GEOGRAFICI E SI MESCOLA APRENDO NUOVE PROSPETTIVE. LO STILE DIVENTA SEGNO DI APPARTENENZA E GUSTO, FORMA L’ESPRESSIONE DI UN PENSIERO. “La moda passa, lo stile resta.” Coco Chanel

In queste sei parole di Coco Chanel è rinchiusa l’essenza stessa dello stile: esso è immutabile. Lo stile può avere diversi significati, sottintendere diverse cose e riguardare ambiti diversi, come l’arte, il design, l’architettura; le sue variabili si modificano in base all’ambito di riferimento. Nell’ambito della moda, esso è legato allo stilista, che ne fa riflesso delle tendenze sociali e culturali in cui vive, a volte assecondandole, a volte ponendosi in totale contrapposizione. In una stessa epoca possono coesistere stili diversi, ognuno con una propria identità e delle proprie caratteristiche e spesso questi si mescolano creandone di nuovi e nuove prospettive.


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Vain Stylist issue no.3°- ITA