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il tuo compagno di viaggio

TRIMESTRALE GRATUITO DI turismo | cultura | societĂ  - ANNO 3 - NUMERO 3 - autunno 2010

your travel companion

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tour nella Roma di

Angeli e Demoni Tour of angels and demons in Rome un autunno in

bianco & nero

Viaggi, volti e luoghi d’Italia in chiaroscuro

Autumn in black and white: faces, places and journies in the light and dark of Italy www.utilitymagazine.it

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editoriale di Junio Tumbarello

Photo © Guy72125

Photo © djsosumi

chiaroscuri d'Italia Light and dark of Italy

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g ur autumn is a black and white one. Viag It is precisely on this balance betwere e nasce en light and darkness that we would ogni e ad like to lead you into a fascinating morir journey to the confines between thento mome se two colours-sensations: places, objects and faces ugo) or H t c that can only be described through these two shai (V des, in an eternal play on contrasts. Mixtures, overlays and combinations which we shall try to tell you about. Colours have always assumed a symbolic importance in the various cultures and have been associated to all the human emotional states. During the course of the journey, the traveller too responds to colours in many ways drawing the origin from his or her own cultural heritage, eliciting from the collective subconscious to achieve more complex mental courses. Thus we have wanted to provide you with some travel tips amongst the chiaroscuro of some Italian cities. Places in which black and white have assumed the role of protagonists of fashion, of cinema, of gastronomy, of art, of architecture or of the economy of the territory. At the dawn of civilisation human life was regulated by two cyclical experiences: day and night, light and darkness. And lustrous light and obscure darkness was associated to these two

I via ggi

I

l nostro è un autunno in bianco e nero. Ed è proprio su questo equilibrio tra luci e ombre che abbiamo voluto condurvi in un viaggio appassionante al confine tra questi due colori-sensazioni: luoghi, oggetti e volti che possono essere descritti solo attraverso queste due tonalità, in un eterno gioco di contrasti. Incroci, sovrapposizioni e combinazioni che tenteremo di raccontarvi. Da sempre i colori hanno assunto valenze simboliche nelle varie culture e sono stati associati a tutti gli stati emozionali umani. Anche il viaggiatore, nel corso del tragitto, risponde ai colori in molti modi, traendo origine dal proprio retaggio culturale e attingendo al subconscio per realizzare i percorsi mentali più complessi. Abbiamo voluto, quindi, fornirvi alcuni spunti di viaggio tra i chiaroscuri di alcune città italiane. Luoghi in cui il bianco e il nero hanno assunto il ruolo di protagonisti nella moda, nella cinematografia, nella gastronomia, nell’arte, nell’architettura o nell’economia del territorio. Agli albori della civiltà, la vita umana era regolata da due esperienze cicliche: il giorno e la notte, la luce e l’oscurità. E proprio a questi due fenomeni erano associati il bianco lucente e la tenebra oscu-


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n man walk dow a st u m s d a ro How many ylan) an? (Bob D m a im h ll ca Before you

Photo © Lambert Wolterbeek

ra. L’uno indicava il periodo dell’energia, la vitalità, l’altro il periodo della quiete e del riposo. Il bianco, a scapito dell’apparente aspetto “decolorato”, dal punto di vista fisico riflette la radiazione luminosa e nel contempo è la somma di tutti i colori dello spettro del visibile. Il nero al contrario è l’assorbimento totale della luce ed è percepito come tenebra, come negazione del colore. Il nero nella tradizione occidentale è il venerdì fra i giorni della settimana, la terra fra gli elementi, il melanconico fra i temperamenti, l'uno fra i numeri e il ferro fra i metalli. È il colore della notte, spesso associato al male. Ma è anche il colore dell’eleganza e della classe (approfondite l’argomento leggendo il nostro pezzo sulla moda a pag. 106). Personifica l’idea di potere, la sensualità, stile, sofisticazione, la formalità, il mistero, la profondità, ma nel contempo anche la paura, l’infelicità, la tristezza, il rimorso e la rabbia e lutto. Bianco è il colore dell'assoluto e di tutto quanto viene considerato indice di miglioramento, pulizia, trasparenza e chiarezza. Bianca è la pagina iniziale che lo scrittore ha davanti nell’accingersi a narrare un racconto, dove il possibile può divenire reale. Come pure bianco e il telo del cinema dove l’immaginario prende corpo nel racconto di un sogno (trovate i consigli per allestire un cineforum di classici d’oltre Oceano a pag. 74) Il bianco rappresenta la speranza fra le virtù, la luna fra i pianeti, il lunedì fra i giorni della settimana, l'acqua fra gli elementi, il flemmatico fra i temperamenti, il due fra i numeri e l’argento fra i metalli. Esso è contenitore occulto di tutti gli altri colori, unificatore della totalità; nella vita e nell'esperienza umana è usato per sostenere e segnalare diversi passaggi. Simbolo di purezza e verginità, indica l'idea di perfezione. Quella che, passo dopo passo, foglio dopo foglio, nero su bianco, vorremmo avere l’ardire di raggiungere.

phenomena. One indicated the period of energy, vitality, the other the period of quiet and rest. From the physical point of view white, to the detriment of its apparent “discoloured” aspect, reflects the radiation of light and at the same time is the sum of all the colours of the visible spectrum. Black, on the other hand, is the total absorption of light and is perceived as obscurity, as a negation of colour. In the western tradition black is the Friday amongst the days of the week, the earth amongst the elements, the melancholic amongst the temperaments, the one amongst the numbers and the iron amongst metals. It is the colour of the night, often associated to evil. But it is also the colour of elegance and class (this matter can be elaborated on by reading our article on fashion on page 106). It personifies the idea of power, sensuality, style, sophistication, formality, mystery, profundity, but at the same time also fear, unhappiness, sadness, remorse and anger and mourning. White is the colour of the absolute and of everything considered to be an index of improvement, cleanliness, transparency and clarity. White is the first page that the writer has before him or herself when they begin to write a story, where the possible can become real. lti White is also the cinema screen where the imaginary o mo i son C takes shape in telling a dream (you will find tips on e, rivar di ar setting up a cinema forum on the American classimodi cs on page 74). White represents hope amongst the e glior il mi virtues, the moon amongst the planets, the Monday e artir amongst the days of the week, water amongst the non p è di o) elements, phlegmatic amongst the temperaments, laian nio F n two amongst the numbers and silver amongst the E ( metals. It is the hidden container of all the other colours, the unifier of totality; in life and in human experience, it is used to support and to indicate various passages. The symbol of purity and virginity, it indicates the need for perfection. What we would like to dare to achieve step after step, sheet after sheet, put down in black and white.


cambio della guardia

Un saluto ai lettori di Pietro Scaglione

D

opo tre anni si è conclusa la mia esperienza di direttore responsabile del periodico Utility. In questi tre intensi anni, la rivista ha ricevuto l’apprezzamento di molti lettori di diversa provenienza: italiani e stranieri, siciliani e piemontesi, meridionali e settentrionali, romani e milanesi. “La nascita di un giornale è sempre un segnale di incoraggiamento per il pluralismo dell’informazione e per la libertà di stampa”, scrivevo nel mio primo editoriale, pubblicato nel 2007. Ho sempre considerato, infatti, il giornalismo come “cane da guardia” e come servizio per i lettori, ma anche come strumento per favorire il dialogo tra popoli, culture, civiltà e religioni differenti (a partire dallo storico “melting pot” offerto dalla Sicilia). Sotto la mia direzione, Utility ha ospitato importanti contributi di giornalisti, professori, studenti, storici, magistrati, medici e avvocati, tutti animati dalla passione civile e dalla volontà di valorizzare gli aspetti migliori della nostra terra. Ampio spazio è stato dedicato alla cultura, alla musica, alla letteratura, alla storia, all’arte, allo sport, all’ambiente e alla moda, nell’ambito di un equilibrata alternanza tra impegno e divertimento, tra attualità e tempo libero. Non sono mancati, inoltre, gli approfondimenti sulle tematiche sociali e su importanti associazioni come Libera di Don Luigi Ciotti, Emergency di Gino Strada, il Ciss di Sergio Cipolla e la Cittadella del Povero e della Speranza di Biagio Conte. Nei miei editoriali ho richiamato fondamentali principi quali la solidarietà, la tolleranza, la pace, l’uguaglianza, i diritti, l’antirazzismo e l’antimafia. In qualità di direttore responsabile, poi, ho sempre rispettato la Costituzione repubblicana, la deontologia professionale, le convenzioni internazionali e la legislazione sulla stampa. Infine, ho sempre difeso l’autonomia della testata da qualunque tipo di interferenza. Pertanto, come sempre “a testa alta”, mando un caro saluto ai lettori.


your travel companion

SOMMARIO

anno 3 - numero 3 autunno 2010

6 Editoriale chiaroscuri d'italia chiaroscuro of italy di Junio Tumbarello 9

16

Cambio della guardia

i saluti del vecchio direttore di Pietro Scaglione

Youtility informazione in pillole

22 speciale VIAGGIO nel segno del bianco&nero travel into black&white 26 IL TOUR DI ANGELI E DEMONI ANGELS AND DEMONS TOUR

10

di Junio Tumbarello

40

MILANO, ELEGANTE SIGNORA MILAN, ELEGANT LADY di Paola Mordiglia

44

torino, la porta magica turin, the magic gate di Erica La Venuta

50

palermo, notte e giorno dei mercati di palermo night and day the market of palermo

di Filomena Salerno

il tuo compagno di viaggio


56

porcino nero di gambarie e tartufo bianco d'alba black boletus mushroom of gambarie and the white truffle of alba di Filomena Salerno

62

calce e lava: ostuni e randazzo whitewash and lava: ostuni and randazzo di Erica La Venuta

68 Reportage

Dublino In & Out di Cristoforo Spinella 74

Home Video

79

Custodi di buone maniere

83

Trip Book

STASERA MI BUTTO... SU UN CLASSICO di Andrea Vinci CARI MAGGIORDOMI LA SCUOLA è SERVITA di Donatella Spadaro

84

un autunno da sFogliare di Ellemme

Word Games Parole e soltanto parole crociate di Vincenzo Leone

88

Checkmate

92

Il Principe della risata

c'era una volta un re: viaggio negli scacchi di Donatella Spadaro totò le due facCE di un talento di Giovanni Caraccio

100 U-dvertising Carosello: quando la pubblicità era reclame di Vincenzo Leone 104

Social Utility

106

Moda

113

albini: il colore della superstizione di Federica Messina

bianco e nero: i primi della "classe" di Cristiana Rizzo

Arte del bere

black and white russian di Toti Librizzi

13


114 Food & co. un siciliano

116

alla corte del noma

di Junio Tumbarello

A "DIETA DI COLORI"

CIBI E RICETTE IN BIANCO E NERO di Manuela Laiacona

120 musica black and white

music & album

di Natalia Distefano

106

Sport All whites,

128

l'altra faccia della nuova zelanda di Giuseppe Leone

ALL BLACKS,

L'ANIMA NERA DEL RUGBY di Domenico Musso

Direttore Responsabile Junio Tumbarello coordinatrice editoriale Federica Messina www.utilitymagazine.it in redazione Elisabetta Cannone anno III - numero III autunno 2010 progetto grafico Giulio Bordonaro Grafica e impaginazione In copertina: Giulio Bordonaro e Salvo Tuccio una veduta di piazza STAGE UFFICIO GRAFICO Navona a Roma Leo Cutrano (Photo © Antonio photoeditor Androsiglio) Salvo Tuccio Web Editing Giuseppe Scopelliti DISTRIBUZIONE GRATUITA Registrazione Tribunale di Palermo n.6 del 2008 Da Londra Manfredi Calabrò Da Los Angeles Simone Borruso Società editrice Publipoint s.r.l. Testi Via Flaminia, 362 - Roma Salvo Buffa, Elisabetta Cannone, Giovanni Caraccio, Natalia Distefano, Ellemme, Erica La Redazione Venuta, Manuela Laiacona, Giuseppe Leone, Via E. Restivo, 166 - 90144 - Palermo Vincenzo Leone, Toti Librizzi, Federica Messina, Tel. 091.515701 - info@utilitymagazine.it Paola Mordiglia, Domenico Musso, Cristiana Rizzo, Filomena Salerno, Giorgia Scaduto, Traduzioni Donatella Spadaro, Cristoforo Spinella, Promo-Est Centro Traduzioni e Congressi srl, Junio Tumbarello, Andrea Vinci. via C.Barabino, 21/11 – Genova.

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Fotografie Atzu, Rosi Amato, Antonio Androsiglio, Massimo Avidano, Andrew Buckie, Salvo Buffa, Paolo Ceruti, Carmelo D’Agostino, Silvia Crucitti, Edwin Dalorzo, Djsosumi, Feije Riemersma, Alessandra Elle, Nuccia Faccenda, Giorgia Genco, Lotte Grønkjær, Emmezeta Immagine, Ian Hayhurst, Kelly Jonhnson, Max Judica Cordiglia, David J. Laporte, Annarita Migliaccio, Eijerie Mersma, Maurizio Montanaro, Alastair Moore, Beatrice Murch, Jenny Kristina Nilsson, Stijn Nieuwendijk, Oscar, Pixo, Cinzia A. Rizzo, Flavio Ronco/pixotropic, Gianluca Ruggiero, Daniele Sartori, Marco Schaller, Junio Tumbarello, Kate Webster, Lambert Wolterbeek. Concessionaria pubblicitaria Publipoint s.r.l. - Tel. 091.515701 info@utilitymagazine.it Agenzia: Medi@comm s.a.s. Mob. 329.5352533 Stampa Officine Grafiche riunite Cosentino e Pezzino via Prospero Favier, 10 - Palermo Pubblicità inferiore al 40% - Tiratura: 12.500 copie Il prossimo numero sarà in distribuzione dall’inverno 2010. Si ringrazia il sito Miniposter.it per la gentile concessione di alcune foto inserite nel servizio su Totò. Per le altre immagini pubblicate, escludendo quelle regolate da Creative Commons License, si resta a disposizione degli aventi diritto che non si siano potuti reperire.


green

report di Junio Tumbarello

NIGHT FLOWER

Ci sono piante che danno il meglio di sé di notte. I loro fiori sono generalmente bianchi o gialli e anche molto profumati per attirare gli impollinatori notturni. Eccone alcune:

Illustrazioni © Salvo Tuccio

informazione in pillole

Il panda è il simbolo del WWF. Da sempre considerato un animale raro, a rischio d'estinzione a causa della progressiva distruzione del suo habitat e del bracconaggio. A complicare le cose, le sue abitudini: vive un'esistenza solitaria, incontrando i suoi simili solo occasionalmente. La stagione degli accoppiamenti dura circa 6 settimane, ma ciascuna femmina va in calore per soli 2 o 3 giorni.

Ailuropoda melanoleuca

Free Willy di Simon Wincer o l'Orca assassina di Arthur Herzog? Fino a 10000 Kg per 9 metri raggiungendo la velocità di 50 km/h. In realtà non è una minaccia per gli esseri umani: gli unici attacchi registrati sono avvenuti in cattività e in condizioni di stress particolari. L'orca è un mammifero sociale: vive in una famiglia di tipo matrilineare chiamata anche Pod, composta dalla femmina, i suoi piccoli, femmine più anziane e sterili e un maschio adulto.

orcinus orca

ANIMALI IN ABITO DI GALA

C'è chi porta la cravatta e chi il doppio petto. E tutto questo nonostante le temperature proibitive del deserto o le condizioni climatiche estreme dei rispettivi habitat. Sono gli animali a cui la natura e l'adattamento della specie hanno conferito un vestito bianco e nero. Spesso eleganti, distinti e al centro dell'attenzione dei documentari del National Geographic, sono loro i protagonisti di queste pagine. Se vi chiedeste dove è andata a finire la zebra, beh.... A lei, "la più trendy della savana" abbiamo voluto dedicare uno spazio a parte. (di F. Salerno).

Historypin c'era una volta... una vecchia città Adesso con un clic potrete viaggiare non solo nello spazio (Web) ma anche nel tempo. Come? Grazie a Historypin.com, un sito web che, con la tecnologia di Google Street View e all'aiuto di migliaia di cybernauti, permette di vedere le città come erano nel passato. Il sito consente, infatti, di sovrapporre alle immagini di Street View vecchie foto - magari in b/n - di quegli stessi luoghi. Il risultato? Lo dice il pay-off dell'originale iniziativa: "Pin your history to the world: from we are what we do". Curioso. (F.M.)

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Scelto come logo ufficiale di Linux, gli venne dato il nome di TUX come abbreviazione di Torvalds UniX. Altri sostengono si tratti dell'abbreviazione di TUXedo che in inglese sarebbe il nostro "giacca e cravatta", a causa della colorazione del corpo. È un uccello: inadatto al volo, goffo e lento sulla terraferma, ma eccellente nuotatore. Genitori apprensivi, per proteggere i piccoli nidificano assieme ad altri animali o pescano a turno.

Aptenodytes

Big ideas are small,

design barcode

Da simbolo per antonomasia della civiltà consumistica a forma espressiva di codifica creativa delle informazioni: dall'intuizione dello studio D-Barcode, è nata una galleria di codici a barre contemporanei made in Japan. Per chi non lo sapesse i codici a barre sono un insieme di elementi grafici disposti in modo da poter essere letti da un sensore a scansione. L'idea “in bianco e nero” fu sviluppata da Woodland e Silver, all'epoca studenti d’ingegneria a Drexel. L'idea nacque nel ’48, dall’esigenza di automatizzare le operazioni di cassa di un'azienda alimentare. Per chi conosce il giapponese: www.d-barcode.com. (J.T.)


Mirabilis jalapa

Solanum jasminoides

Nota a tutti come “Bella di Notte”: i suoi fiori si schiudono la sera. Per propagarla basta interrare i tanti semini neri.

ll gelsomino di notte ha mazzetti di fiori bianco-azzurro o biancorosa. Con l'umidità della notte sprigiona un profumo delicato.

Tradizione vuole che la cicogna porti i neonati. Questo perché era solita fare il nido sui tetti, preferendo i comignoli da dove saliva il calore del riscaldamento, che, essendo costoso, era acceso in rare occasioni, fra le quali la nascita di un neonato. L'osservazione che la cicogna sceglieva case dove era nato un bimbo da poco, ha fatto in modo che il suo arrivo si associasse alla nascita di un bambino e che fosse l'uccello a farsi carico della consegna.

La sua storia legata a quella dei popoli slavi e degli zingari. Un'ipotesi sull'origine del nome: il manto maculato ricordava il leopardo, simbolo del multietnico Regno di Dalmazia. La sua popolarità è aumentata a causa del film d'animazione "La Carica dei 101". Nella versione italiana, Pongo, il protagonista, è doppiato da Peppino Rinaldi, colui che ha dato la voce al cinema a Frank Sinatra, Paul Newman, Marlon Brando e Glenn Ford.

ciconia ciconia

Dalmatinac The Club HoteL per una notte in bianco...e nero The Club Hotel b/n a Singapore è un elegante albergo-boutique progettato dal "Ministry of Design": tutte le 22 camere e gli ambienti, come il Tapas-bar a piano terra e lo Sky-Bar all'aperto sul tetto sono stati realizzati, lo dice il nome stesso, in bianco e nero. Le stanze, tutte piccole opere d’arte, combinano perfettamente stile coloniale, eleganti dettagli e comfort ultramoderni. Per info visitate: www.theclub.com.sg.

guernica, icona in bianco e nero

Picasso scelse e dipinse una Colomba bianca da contrapporre agli aerei neri, portatori di morte, in Guernica. “Sono per la vita contro la morte, per la pace contro la guerra” dichiarò il pittore ; la sua colomba decorò il manifesto del congresso per la Pace (Parigi, 1949) e divenne per sempre il simbolo moderno della rappresentazione tradizionale della pace, e tutto questo - naturalmente - in bianco e nero. (E.C.)

Pachycereus Pringlei

Uno dei cactus più grossi che esistono sulla faccia del pianeta. I fiori sbocciano solo di notte: vere e proprie opere d'arte della natura.

La fama di ladre è dovuta al fatto che per natura depredano i nidi degli altri uccelli e sono attratte dagli oggetti luccicanti. Dipinte dal famoso pittore cinese della Dinastia Song Cui Bai, raccontate nella celeberrima opera di Gioacchino Rossini. Nella mitologia germanica la gazza era la messaggera degli dei e anche l'uccello della dea della morte Hel; rappresentava il patibolo e si credeva l'uccello delle streghe: per tale ragione venne creduta uccello del malaugurio.

PICA PICA

wimbledon dove il bianco è tradizione L'Inghilterra è culla delle ultime mode e traino di nuovi modelli culturali. Nonostante questo, la gente di Albione non ha mai perso lo spirito tradizionalista e usi e costumi sono rimasti intatti. Il torneo di tennis di Wimbledon, ne è un chiaro esempio. Le divise dei tennisti negli anni sono diventate sempre più colorate, ma sull’erba londinese tutto ciò non è permesso: nel rispetto del “White Dress Rule” il colore d’obbligo è il bianco, sia per gli uomini che per le donne e nessuna deroga è permessa. Lo sa bene Andrè Agassi, famoso nel passato per le sue divise sgargianti: nei primi anni della carriera si rifiutò persino di giocare il torneo per non indossare maglia e pantaloncini a suo dire troppo anonimi. Nel 1991 l’ex numero uno del mondo minacciò addirittura di non scendere in campo, ma la direzione fu irremovibile, “costringendo” l’ex numero uno ad una tenuta bianco candido. (Domenico Musso).

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YouTility

matt harding the dancer Capita a tutti, almeno una volta nella vita, di improvvisare qualche improbabile performance ballerina, magari in situazioni di particolare goliardia. E perché no, anche di ritrovarsi vittima di amici sempre armati di videocamera. Quello che invece non succede spesso, nonostante Internet lo consenta, è che un video nato per gioco scali, in tempi davvero brevi, la classifica dei “più visti di sempre”, suscitando la curiosità dei grandi, come Visa, fino a diventare fenomeno mondiale. Questa è la storia di Matt Harding, ex-designer di videogames americano, i cui video "Where the hell is Matt" continuano a fare il giro del mondo. Come lui del resto. Dopo il primo filmato amatoriale girato in Vietnam, che divenne uno dei viral più scaricati, l’intuizione di Harding fu quella che -dancing badly- ballare un po’ come ti viene, è molto più divertente se fatto assieme ad altra gente. Così oggi, con il suo sito www.wherethehellismatt.com, raccoglie adesioni di milioni di persone disposte a ballare con lui, creando in questo modo una sorta di compagnia di danza planetaria e itinerante. Sarà il caso di buttarsi nella mischia.

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Una classifica degli oggetti “più senza senso” (anche se non ci credereste) realmente in commercio. D'ora in poi stileremo ogni tre mesi la “top-five” delle InUtility più clamorose. (J.T.)

L'ANIMALE più trendy della Savana

Il colore del suo mantello ha ispirato designers e architetti. Potrebbe essere simpaticamente definita un "cavallo sessantottino", ma la zebra è di diritto l’animale “più alla moda” della Savana. Se il vostro dubbio esistenziale è sapere perché questi quadrupedi – mammiferi appartenenti alla famiglia degli Equidi – hanno il manto a strisce bianche e nere, ecco le risposte giuste. Alcuni zoologi pensano che le strisce siano un mimetismo per ingannare gli occhi degli assalitori e "trasformare" un branco di zebre che fugge in una massa dai contorni indefiniti. La teoria più innovativa è stata formulata dall’entomologo inglese Jeffry Waage, il quale sostiene che le strisce sarebbero una forma di difesa dalle mosche tse-tse. Questi insetti sono, infatti, muniti di orgabi visivi poco adatti a percepire forme e immagini in prospettiva: ai loro occhi, le strisce del manto della zebra non rappresentano nulla. La teoria di Waage è confermata dal fatto che mentre gli altri ruminanti della savana hanno sviluppato una sorta d’immunità fisiologica, questa è invece assente nelle zebre. Queste ultime sono però la specie meno affetta dalla malattia del sonno trasmessa dalla temibile mosca. Il simpatico equino stimolò anche la fantasia di Lelio Luttazzi che scrisse “Una zebra a pois”, con un testo “nonsense” splendidamente interpretato da Mina nel 1960. (J.T.)

Il giro del mondo

1° Uroclub

Illustrazioni © Salvo Tuccio

di Giorgia Scaduto

Inutility

Se vi scappa la pipì sul campo da golf vi aiuta la mazza “vespasiana”. Se c'è qualcuno che la vende, cè anche chi la compra...

2°porta-banana

Se tenete così tanto alla vostra banana... allora non perdete l'occasione di acquistare questo “utile” oggetto. Da conservare con cura.

3° lecca-cono

Se la prigrizia è la vostra migliore qualità, questa meraviglia della tecnologia diverrà per voi indispensabile.

il colore? questione di punti di vista

in otto mesi

Otto mesi, trentasettemila miglia di navigazione, tocca tutti i continenti e gli oceani del mondo, doppiando capo di Buona Speranza e capo Horn, toccando l'India e la Cina, attraversando due volte l'equatore e sfidando le forti correnti dei mari nord europei: la Volvo Ocean Race non è solo una regata d'altura, ma una vera e propria sfida all'umano essere e il nostro Giovanni Soldini - con Italia70 e un equipaggio tutto italiano - l'ha accolta. La sua ultima edizione, disputata tra il 2005 e il 2006, è stata seguita in 192 Paesi. L'appuntamento per quest'anno è ad Alicante nell'autunno 2011 con arrivo in Europa nel Giugno 2012. (Filomena Salerno)

4° bradryer

Nutrite un perverso rispetto nei confronti del vostro reggiseno? Allora non potrete rinunciare all'asciugatore di reggipetto.

“Lo sapevate che il mare è grigio, i capelli blu e il miele verde?” Non è uno scherzo, ma quanto accadeva nell'Antica Grecia. I colori cambiano nel tempo e nello spazio, essendo un impulso elettrico del cervello a un'onda luminosa. L'occhio distingue circa 250 tinte diverse, ma usa solo tre recettori: verde, blu e giallo, ovvero i colori fondamentali. In tv i colori si ottengono per addizione, nella stampa per sottrazione. (E.C.)

5° keyblonde

Non è la tastiera di Barbie, ma se pensate di avere molto in comune con Paris Hilton, allora acquistatela immediatamente.

mutande "old history"

di Ellemme

Definite dalla Pompadour “scrigno delle chiappe” e da Anita Garibaldi “sipario dell'amore”, la loro storia inizia nel 3.300 a. C., data a cui risale un elegante slip formato da un triangolo di tessuto trovato nel guardaroba del faraone Toutankhamon. Indumenti intimi del genere erano usati dai greci, mentre presso i romani nel periodo repubblicano matrone e senatori non indossavano nulla sotto la tunica. Questo non vuol dire però che presso di loro che la biancheria fosse assente: fino al I sec. ginnaste e bambine indossavano per evidenti motivi di praticità il "sublingaculum", un triangolo di stoffa legato intorno ai fianchi che si passava poi fra le gambe come un pareo. Il boom si ebbe in America nel '35, quando un modello, naturalmente in bianco e nero e a triangolo, venne esposto in una vetrina di Chicago. Inutile dire che fu un successo senza precedenti.


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YouTility

L'Angelo custode

Per i nuovi professionisti del turismo

arriva in scooter

Un’opportunità per chi aspira a lavorare nel mondo del turismo. Al via il corso di alta formazione nei servizi di ricevimento alberghiero: previste due edizioni, la prima a ottobre e la seconda a marzo 2011. Sarà sperimentato il modulo “Chess - Competitive Hospitality Educational Simulation Series", un'innovativa simulazione virtuale della gestione alberghiera. Le lezioni si terranno all’Hotel Cristal Palace di Palermo. "La domanda di figure ad alta professionalità e specializzate nel turismo - sottolinea Giuseppe Riticella, presidente del Corso Studi Turistici e Manageriali, la società che organizza i corsi - è in costante crescita, soprattutto nel segmento lusso, che da anni svolge un ruolo trainante per l’industria alberghiera". Per info: www.cstm.it.

Scuola Nazionale di Cinema compie 75 anni:

è sua “Bianco&nero”, la più antica rivista del settore

L'idea nasce in Gran Bretagna e ha contagiato Spagna, Stati Uniti, Australia finanche Torino. Hanno nomi diversi (scooter man, city driver o angels pilot) e sono i migliori amici di chi è troppo stanco o troppo sbronzo per guidare fino a casa. Basta una chiamata al numero verde ed eccoli a bordo di piccoli scooter elettrici che saranno poi piegati e depositati dentro il bagagliaio della vostra auto. Voi dovrete solo sedervi lato passeggero e ringraziare perché patente e salute saranno salve. Info: www.sccoterman.co.uk (F.M.)

cosmic latte?

di Giuseppe Scopelliti

È il colore dell’universo… e dei link sponsorizzati di Google Un laboratorio di talenti del grande schermo e della cultura: è la Scuola Nazionale di Cinema, una delle più antiche istituzioni cinematografiche al mondo, che da poco ha festeggiato i suoi 75 anni alla presenza delle più alte cariche dello Stato e delle personalità più note dello spettacolo. L’evento è stato aperto in concomitanza all’inaugurazione della mostra fotografica “Donne: Dive del cinema italiano”. Proprio alla Scuola di Cinema appartiene “Bianco&Nero”, la rivista bimestrale di settore più antica del mondo. Il Centro Sperimentale di Cinematografia sorse nel 1935, e da allora, ha formato oltre tremila allievi e ha dato al cinema italiano e mondiale centinaia di talenti. Per saperne di più: www.fondazionecsc.tv e www.fondazionecsc.it. (J.T.)

Breve storia del pallone da calcio Di Domenico Musso

Se siete dei sognatori che ogni tanto sollevano gli occhi al cielo e siete convinti che il colore dell’universo è il nero, intervallato dal bianco luccichio di milioni di stelle e dal candore della via lattea… vi sbagliate. Il colore dell’universo è il beige (tendente al giallino per intenderci) e non un beige qualsiasi. Si chiama “Cosmic latte” ed è stato scoperto da due astronomi della Johns

Marrone e pesante. Con capelli di donna dentro. No, non stiamo parlando di qualche feticcio ancestrale, ma di una delle prime versioni dell’oggetto ludico per eccellenza: il pallone. Dalla fine degli anni ‘60 in poi, abbandonato il marrone, la sfera di gioco fu concepita con il classico schema a pentagoni bianchi e neri. Per decenni quindi il pallone ha mantenuto questa peculiarità, al massimo con qualche modifica al disegno originale, creando nell’immaginario collettivo l’idea del pallone come oggetto bicromatico. La tecnologia e la moda però non hanno risparmiato nemmeno il migliore amico di miliardi di ragazzi e dall’avvento dei primi palloni da calcio colorati (nel '98 il primo pallone “mondiale” non in bianco e nero) si è arrivati sino a disegni complessi, colori sgargianti e persino alla sparizione dei mitici pentagoni. All’ultimo Mondiale un pizzico di bianco e nero sul contestato Jabulani si è visto, ma ai nostalgici della sfera a “scacchi” consigliamo un giro per i campetti di periferia: il livello calcistico forse non sarà eccelso, ma volete mettere il piacere di vedere rotolare un pallone bianco e nero come quando eravamo bambini?

tre figli bianchi

da padre e madre neri

Primato curioso quello di Dickson Unoaruhmi e della moglie Cynthia: i due che vivono a Londra, di origine africana, hanno messo al mondo tre bimbi bianchi. "È difficile spiegare la nascita di un figlio bianco da una coppia di neri" ha detto al 'Sunday Telegraph' l'esperto di genetica Peter Little. "Può trattarsi di una recessione genetica se nell'albero genealogico di uno dei genitori c'è qualcuno di pelle bianca. Molte persone hanno antenati di colore diverso, e non lo sanno." (F.M.)

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Hopkins University: i ricercatori Ivan Baldry e Karl Glazebrook, dopo aver fatto la media dei colori di duecentomila galassie, hanno dimostrato che, se la luce di tutte le stelle venisse diffusa in maniera omogenea tra le galassie, si otterrebbe questo biancogialliccio. L'impasto cromatico è stato in seguito mostrato a tutti con un’ immagine della Nasa diffusa su Internet. Certo se il colore medio dell'universo fosse il turchese, come gli stessi astronomi avevano annunciato nelni fa, mazione di nuove stelle. In un lontano futuro l'universo diventerà rossastro. Non ditelo ai programmatori di Google, che con il Cosmic latte hanno colorato i link sponsorizzati.

mille culture per un solo evento

Al via il Salone Svizzero delle Vacanze L'ottava edizione del Salone Svizzero delle Vacanze, dal 30 ottobre all’1 novembre, si terrà nella consueta location del Centro Esposizioni di Lugano. Il pubblico premia il Salone, alla cui organizzazione PromAx Communication, società attiva da oltre 15 anni nel campo fieristico, sono pervenute molte richieste di partecipazione. Un’occasione di confronto tra turisti, giornali e associazioni con unico protagonista il viaggio. La fiera è una realtà consolidata per chi, ogni anno, visita la kermesse alla ricerca d'idee per le vacanze o trasferte d’affari. Per info: www.iviaggiatori.org.


volevo un GATTO NERO STORIA DI UNA credenza MILLENARIA

A

l suo passaggio alcuni contraggono il viso in espressioni sbigottite, altri aspettano l'arrivo di un'altra auto che per prima oltrepassi il confine tracciato dalle quattro zampette nere. Poi ci sono quelli che fanno finta di non darci peso, ma che per almeno 10 minuti restano in silenzio logorati dall'atroce dubbio “e se avessero ragione?”. Inutile negarlo, che si ci creda o no, le superstizioni intessono da millenni le loro reti in cui tutti, almeno una volta, siamo caduti. E quella del gatto nero è sicuramente una delle più suggestive. Questo esemplare gode, infatti, di una lunga tradizione costellata da credenze giunte fino a noi come una eco lontano. In Egitto era un animale sacro legato al culto di Bastet e di Iside, dea della notte che vegliava sul mondo attraverso gli occhi vigili di questo misterioso felino: signore della tenerbre, invisibile nell'oscurità, si svelava solo a chi riusciva a catturarne lo sguardo. Per molto tempo la sua presenza fu considerata di buon auspicio. E se in Inghilterra continua a godere di questa reputazione, ebbe sorte diversa in Europa quando l'affermarsi del Cristianesimo portò alla demonizzazione dei culti pagani. I primi a farne le spese furono i gatti, accusati di essere l'incarnazione del demonio e “dame di compagnia” delle streghe. La loro natura diffidente contribuiva a tracciarne un profilo mali-

di Federica Messina

gno al pari dei loro occhi, considerati depositari di occulti malefici. Se poi indossavano un manto nero era inevitabile associarli al lato oscuro delle cose e all'eresia. Nel 1233 papa Gregorio IX emanò la bolla Vox in Roma, primo documento ecclesiastico ufficiale che condannava il gatto nero e sosteneva la Chiesa di Roma nel loro sterminio e nella persecuzione di chi li possedeva. Tale requisito bastava, infatti, per essere considerati servitori di satana ed essere dunque condannati al rogo. Le cose peggiorarono con la Santa Inquisizione, istituita dalla Chiesa per punire gli eretici e ricordata da molti come il periodo della “caccia alle streghe”: donne e gatti furono per molto tempo condannati alle fiamme dell'inferno. Solo l'Illuminismo riuscì a spegnere il fuoco della suggestione. Nel corso del 1800 la loro figura venne fortemente rivalutata: introdotti nel salotti dell'aristocrazia, divennero protagonisti della cultura del tempo. Ad essi la bohém francese dedicò perfino il suo tempio: nel 1881 Rodolphe Salis inaugurò Le Chat Noir, celebre locale di cabaret, ma soprattutto centro nevralgico della creatività artistica della Belle Epòque. Finalmente spogliato di ogni sortilegio e maleficio, il gatto nero diventò esclusivo simbolo di vivace intelletto. Ed è lecito pensare che oggi, sotto quei lunghi baffi, se la rida nel vedere l'uomo arretrare al suo passaggio.

CURIOSITà L' origine della superstizione secondo cui un gatto nero che attraversa la strada si fa portatore di atroci sventure sembra avere radici razionali che hanno assunto nel corso del tempo diverse declinazioni:

La storia dei pirati

Leggenda vuole che i pirati turchi ospitavano a bordo delle loro navi numerosi gatti neri per cacciare i topi dalle stive. Giunti nelle città da saccheggiare i felini ne approfittavano per scendere sulla terra ferma diventando presagio di terribili eventi.

il terrore dei cavalli

Quando ancora circolavano carrozze e cocchieri, i gatti neri diventavano invisibili al calar della sera, mimetizzandosi. Attraversando le strade cittadine come piccoli fantasmi terrorizzavano i cavalli provocando numerosi incidenti.

Leggere: Si chiama Pluto e rappresenta la vendetta di tutti i gatti neri maltrattati nella storia: è il protagonista di "Gatto nero", tratto dai racconti di Edgar Allan Poe. ascoltare: "Volevo un gatto nero"del 1969 allo Zecchino D'Oro. Ricordate la timida bambina (Vincenza Pastorelli) in calzamaglia, accompagnata dal mago Zurlì? vedere: Imperdibili le pellicole di due pezzi da novanta del cinema Horror: "Il gatto nero" di Lucio Fulci (1981) e "Il gatto nero" di Dario Argento (1990). cliccare : "Mi è semblato di vedele un gatto!" Digitate la mitica espressione su Youtube e andate a rivedere le indimenticabili avventure di Titty e Silvestro.

quelli delle streghe

Alcuni studiosi sostengono che, in epoca medievale, donne e gatti erano accusati di stregoneria per via della loro propensione alla pulizia, considerata disdicevole a quel tempo perchè associabile ai riti islamici.

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speciale BIANCO&NERO

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viaggio travel NEL SEGNO travel

del bianco&nero

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iù nell’oscurità ovattata dei locali alla moda, in alto su tetti e terrazze, pervasi dalla luce accecante del sole autunnale. Nella notte, in giro per sobborghi peccaminosi, di giorno tra i quartieri dei colletti bianchi. Il nostro è un viaggio “bianco e nero” lungo i confini di un’originale tragitto tracciato indagando nell’animo e nei meandri di diverse città italiane, tra i chiaroscuri della loro storia e dei loro luoghi, mettendone in luce aspetti contrastanti e caratteristiche salienti. Un reportage che mette a confronto “città bianche” e “città nere”, laddove per bianco e nero intendiamo aspetti fisici o metafisici, culturali, economici o gastronomici, creando raffronti particolari, ma mai arditi, nell’immaginario del viaggiatore. Città che, sulla carta (geografica) non hanno nulla in comune, ma che abbiamo legato in unico e originale itinerario “in bianco e nero”, intessendo una ragnatela di racconti ed emozioni. Così, se Milano fosse una città in bianco e nero, e non la metropoli grigia che tutti si immaginano, a creare luci e ombre sarebbero soprattutto i colletti bianchi dei manager che si affaccendano giorno e notte per le sue strade, i volti scuri dallo stress e dal buio della metropolitana, i visi pallidi delle modelle che si nascondono dietro occhiali neri. Chiaroscuri che ne tracciano il profilo come a un’elegante signora che gioca con i bianchi e neri della città, come passeggiasse su una scacchiera. In Piemonte, abbiamo indagato tra i misteri di Torino, che fra i suoi vicoli e sotto le sue piazze custodisce segreti millenari. Su questi e su altre leggende abbiamo tentato di far luce tracciando un originale itinerario magico. E poi Roma. Lungo una vera e propria caccia al tesoro dentro il suo centro storico sulle orme di Dan Brown: un cine-itinerario noir nella città bianca per eccellenza. E ancora, protagonisti saranno il bianco del taturfo d’Alba nel Cuneese e il nero del Porcino di Gambarie in Calabria. Ma anche le case di Ostuni e le strade di Randazzo in provincia di Catania. A Palermo, abbiamo immortalato, in un gioco di contrasti tra la notte e il giorno, la vita dei mercati storici, che vivono di luce propria a prescindere dai volti che li animano prima o dopo il crepuscolo. Il nostro intento era quello di realizzare a parole, un effetto narrativo che raccontasse l’anima delle città, tramite la descrizione di luci ed ombre, sovrapponendo, appunto, tonalità chiare e scure. Speriamo di esserci riusciti.

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black&white

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own in the muffled darkness of the fashionable clubs high above the roofs and terraces, pervaded by the blinding light of the autumn sun. At night, around the sinful suburbs, during the day amongst the middle class districts. Our journey is a “black and white” one along the confines of an original path created by investigating into the soul and into the meanders of various Italian cities, amongst the chiaroscuro of their history and of their sights, highlighting contrasting aspects and salient characteristics. Coverage which compares “white cities” and “black cities”, where black and white mean physical or metaphysical, cultural, economic or gastronomic aspects, creating particular but never bold comparisons in the imagination of the traveller. Cities that, on paper (maps) have nothing in common, but which we have connected in a unique and original itinerary “in black and white”, weaving a web of tales and emotions. Thus, if Milan were a black and white city and not the grey metropolis that we all imagine it to be, the light and dark would be created above all by the white collar workers who busy themselves day and night in its streets, their faces darkened by the stress and by the darkness of the underground, the pale faces of the models hiding behind dark sunglasses. Chiaroscuro which outline the profile like that of an elegant woman who plays with the black and whites of the city as if she were walking on a chessboard. In Piedmont we have investigated the mysteries of Turin: the elegant Lady who safeguards Millenary secrets amongst her lanes and under her squares. We have attempted to shed light on these and on other legends by outlining an original magical itinerary. And then Rome. Following a real treasure hunt through the old city centre in the footsteps of Dan Brown: a film noir cine-itinerary in the white city par excellence. And then, the protagonists will be the white of the Alba truffle in province of Cuneo and the black of the boletus porcini mushrooms from Gambarie in Calabria. Then the houses of Ostuni and the roads of Randazzo in the province of Catania. In Palermo, we have immortalised a play on light between night and day, the life of the historical markets, which live on their own light regardless of the faces enlivening them before or after twilight. Our intent was that of creating in words a narrative effect which tells the story of the soul of the cities, by defining light and darkness, overlying light and dark chiaroscuro tones.

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black & white itineraries

Angeli e Demoni

Sulle orme di Dan Brown: itinerario noir nella Città Bianca di Junio Tumbarello - Photos Š Antonio Androsiglio

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La location è l’ultima tendenza del product placement: il cineturismo diviene spot per città e paesi

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C’è chi va a New York per sedersi ai tavoli del bar frequentato dalle protagoniste di “Sex & the city”, o chi entra al Boathouse Cafe’, in cui Meg Ryan simula un orgasmo in “Harry ti presento Sally”, ma venendo a strade più vicine a noi, c’è chi viene a Roma per seguire le orme del professor Robert Langdon. Se siete fra i pochi a non sapere chi è, seguite il nostro itinerario

onumenti, chiese e scorci suggestivi che narrano storie di fantomatici misteri. Tutti luoghi che non fanno solo da sfondo, ma che sono i veri protagonisti dell’itinerario che vi accingete a leggere e, naturalmente, della trama di “Angeli e Demoni”, il romanzo di Dan Brown pubblicato in Italia nel 2004. Proprio sulle orme dello scrittore americano, Utility vi propone un tragitto che, tra la Basilica di San Pietro e altre chiese capitoline, si sviluppa tra indizi, enigmi e simboli: un tour affascinante alla caccia dei misteri secolari nella città papalina, per conoscere chi erano gli Illuminati. Prima di intraprendere il nostro giro lungo la mappa tracciata dal best-seller, una premessa è necessaria: l’ordine degli Illuminati di Dan Brown, di cui - nella finzione letteraria - farebbero parte Galileo e Bernini, non è corrispondente con quello storico, perché nel romanzo è rappresentato come una setta il cui unico fine è la distruzione totale della Chiesa cattolica. Gli Illuminati realmente esistiti, invece, facevano parte di una società segreta, nata nel 1776 nello studio di Adam Weishaupt, un professore di giurisprudenza all’università di Ingolstad in Baviera, e non avevano nulla a che fare con Galileo e Bernini, già morti da oltre un secolo. L’intento dichiarato dagli Illuminati e dal suo fondatore era il miglioramento morale dei membri, basato sulle dottrine del fi-

Set location is the latest trend of product placement: Cine-tourism becomes an advert for cities and countries

Angels and Demons Film noir itinerary in the White City, in the footsteps of Dan Brown

There are those who go to New York to sit at the tables of the bars where the characters of “Sex & the city” go, or those who go to the Boathouse Cafe’, where Meg Ryan simulated an orgasm in “when Harry met Sally”, but coming to streets closer to home, there are those who come to Rome to follow in the footsteps of professor Robert Langdon. If you are one of the few who do not know who he is, follow our itinerary

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onuments, churches and charming views which narrate stories of inexplicable mysteries. All places which are not only a backdrop, but are the true protagonists of the itinerary that you are going to read about and of course of the storyline of “Angels and Demons”, the Dan Brown novel published in Italy in 2004. In the footsteps of the American writer, Utility proposes a journey which winds its way around St. Peter’s Basilica and other churches in Rome and

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Gli ambigrammi del romanzo L'ambigramma è una forma grafica nella quale si riconoscono delle lettere e/o dei numeri e che può essere letto in almeno due diverse maniere attraverso rotazioni, o inversioni a specchio della forma grafica stessa.

A parte lo stesso nome degli Illuminati, nel libro di Dan Brown, ricorrono i quattro simboli degli altari della scienza. Ognuno di questi ambigramma è impresso sul corpo di un cardinale rapito: acqua, terra, acqua e fuoco. Eccoli di seguito:

Il romanzo di Dan Brown è una vera caccia al tesoro nel cuore della Città Eterna che unisce in un originale e fantasioso itinerario noir, in cui simbologia pagana e sacralità si fondono insieme, diversi monumenti sparsi per il centro storico di Roma losofo Immanuel Kant, anche se in realtà lo scopo era la diffusione delle idee illuministe francesi in contrasto con i dogmi della Chiesa cattolica. L’organizzazione dell’Ordine era simile a quella

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massonica, aveva struttura piramidale e diversi gradi d’iniziazione a cui corrispondeva una consapevolezza progressiva dei segreti della setta e un maggiore potere al suo interno. Gli Illuminati, quindi, sono davvero esistiti e, negli Stati Uniti, in Francia e in Svizzera (dove un piccolo numero di discepoli, guidati da Annemarie Aeschbach, ha continuato a riunirsi a Stein, nel Cantone svizzero dell’Appenzello Esterno, fino a 2008) esistono ancora: in Italia avevano davvero una propria “Chiesa dell’Illuminazione”, ma a Milano, non a Roma, al numero 10 di corso Venezia. Gli adepti della setta, infatti, si riunivano a Palazzo Fontana Silvestri, nel salotto della contessa Paola Casti-


The romance of Dan Brown is a real treasure hunt in the heart of the eternal city, which unites in a original noir imaginative itinerary in which both paganism and sacredness are simbolized, many monuments are scattered in the city center of Rome develops amongst clues, enigmas and symbols: a fascinating tour, hunting for centuries-old mysteries in the papal city, to learn who the Illuminati (or Enlightened ones) were. Before beginning our

journey along the map drawn up in the best-seller, it is worthwhile making a preliminary statement: Dan Brown’s order of Illuminati, of which Galileo and Bernini were members, according to the literary fiction, does not correspond to the historical one, because in the novel it is represented as a sect whose sole aim is to completely destroy the Catholic Church. The Illuminati who really existed, on the other hand, belonged to a secret society, established in 1776 in the offices of Adam Weishaupt, a jurisprudence professor at the University of Ingolstad in Bavaria, and had nothing to do with Galileo and Bernini, who had already been dead for over a century. The declared intent of the Illuminati and of their

founder was the moral improvement of its members, based on the doctrines of the philosopher Immanuel Kant, although in reality their purpose was to spread the French illuminist’s ideas in contrast with the Catholic Church dogma. The organisation of the Order was similar to that of the Masons, it had a pyramidal structure and various degrees of initiation which corresponded to a progressive awareness of the secrets of the sect and greater internal power. Therefore, the Illuminati really existed and in the United States, in France and in Switzerland (where a small number of disciples, lead by Annemarie Aeschbach, continued to meet in Stein, in the Swiss Canton of Appenzell Ausserrhoden, until

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Dentro Santa Maria del Popolo, una scultura del Bernini nella Cappella Chigi, dove viene trovato il corpo del cardinale Ebner, indica la successiva tappa dell’itinerario: San Pietro glioni. La casa era appartenuta ai Fontana fino ai primi del Cinquecento, quindi passò ai Pirovano che la tennero fino alla metà del Seicento, poi agli Stampa e ai Castiglioni, e infine dal 1868 ai Silvestri. Per inciso, il Palazzo di corso Venezia - di forma asimmetrica - visto dall’alto, ha pianta triangolare e spicca, col suo tetto azzurro, al vertice di un grande triangolo formato da un insieme di palazzi (ai più scettici basta verificarlo con Google Maps, n.d.a.): probabilmente una scelta precisa, considerata la passione degli Illuminati per i triangoli. Tracciate le linee di confine tra verità storica e finzione letteraria, torniamo al nostro percorso romano. Il romanzo di Dan Brown è una vera caccia al tesoro nel cuore della Città Eterna che unisce in un originale e fantasioso itinerario noir, in cui simbologia pagana e sacralità si fondono insieme, diversi monumenti sparsi per il centro storico di Roma, visitando la Chiesa di Santa Maria del Popolo, Piazza del popolo, Piazza San Pietro, la Chiesa di Santa Maria Della Vittoria, il Pantheon, Piazza della Minerva, Piazza Navona, e Castel Sant’Angelo e il “Passetto”. Seguiteci lungo il tragitto. Per chi non avesse letto il libro o non avesse ancora visto il film, la storia in breve è questa: la setta degli Illuminati sferra un attacco mortale al Vaticano. Quattro cardinali, i più probabili aspiranti al seggio pontificio, vengono rapiti e stanno per essere uccisi in quattro chiese del centro storico capitolino. Inoltre, i quattro cardinali prima di morire sono marchiati a fuoco con degli ambigramma (una forma grafica nella quale si riconoscono lettere o numeri che può essere letta in almeno due diverse maniere attraverso rotazioni, o inversioni a specchio), raffiguranti le parole Terra, Aria, Fuoco, Acqua. Gli elementi fondamentali della scienza. Tutto questo avviene in un momento delicato, quello della sede vacante, durante il quale si svolge il Conclave per l’elezione del nuovo papa. La sfida, quindi, è abbastanza ardua, considerato che da queste

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Inside the church of Santa Maria del Popolo, a Bernini sculpture in the Chigi chapel, where the body of Cardinal Ebner is found, indicates the next step on the itinerary: St. Peter’s 2008) still exist: in Italy they actually had their own “Church of Illuminazione”, but in Milan, not in Rome, at number 10 Corso Venezia. Indeed, the adepts of the sect met at Palazzo Fontana Silvestri, in the reception room of the countess Paola Castiglioni. The house had belonged to the Fontana family until the beginning of the 16th century then it went to the Pirovano’s who kept it until the middle of the 17th century, then it was passed onto the Stampa’s and to the Castiglioni, and finally in 1868 to the Silvestri family. Incidentally, the Palazzo of Corso Venezia – of an asymmetrical shape – from above, has a triangular plan and stands out, with its sky blue roof, at the top of a great triangle formed by a series of buildings (the more sceptical amongst you can check this out on Google Maps, author’s note): this was probably a precise choice considering the Illuminati’s passion for triangles. Having given the background lines of the historical fact and literary fiction, we can return to our tour of Rome. Dan Brown’s novel is a true treasure hunt in the heart of the Eternal City which unites various monuments spread out over the historical centre of Rome in an original


Santa Maria del Popolo

re ve Te

Piazza Cavour

Scalinata Piazza di Spagna

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Via Zanardelli

Castel Sant’Angelo

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Via della Concilazione

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Via della Scrofa

Città del Vaticano

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Hotel Bernini

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Santa Maria della Vittoria

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Piazza Venezia

Sant’Agnese in Agone

I simboli Piramide con occhio

Si ritrova nell’iconografia cristiana e in quella delle logge massoniche. Is found in Christian iconography and in that of the Masonic lodges.

triregno

Le due chiavi incrociate rappresentano l'antico simbolo del papato. The crossed keys represent the ancient symbol of the papacy.

west ponente

Ai piedi dell’obelisco a San Pietro si trova il bassorilievo del Bernini. Bernini’s bas relief is located at the foot of the obelisk in St. Peter’s.

cross rome

È la croce romboidale che unisce nella mappa i 4 altari della scienza. It is the diamond-shaped cross which joins the 4 altars of science in the map.

stella a 8 punte

Nel libro è un simbolo degli Illuminati ma in realtà il blasone dei Chigi. In the book it is a symbol of the Illuminati but in reality it is the Chigi coat of arms.

ula

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Isola Tiberina

A Via

Colosseo

Ospedale Fatebenefratelli

parti le chiese sono solo un centinaio, e il professor Langdon deve scoprire il prima possibile (il rapitore minaccia di far esplodere il Vaticano a mezzanotte) dove sono nascosti gli alti prelati: unico indizio? Una frase di Galileo che contiene le indicazioni per identificare la prima chiesa. Si parte da piazza del Popolo, precisamente dalla scalinata di Santa Maria del Popolo (dove la troupe di Ron Howard, il “Richie Cunningham” di Happy days che ha girato il film con Tom Hanks nei panni di Langdon, non è potuta entrare). Proprio dentro la chiesa viene ucciso il primo cardinale nel romanzo e nel film, ma il Vaticano non ha dato l’autorizzazione al cast di girare dentro l’importante basilica. Secondo il Vaticano, infatti, il film lede il sentimento religioso: sarebbe un’opera di fantasia che non ha nulla a che fare con la Chiesa, insomma. Questa parte delle riprese è stata girata nella Reggia di Caserta e gli ambienti, che non è stato possibile filmare, sono stati ricostruiti in studio a Los Angeles. Sono tanti i misteri di Santa Maria del Popolo, una delle più importanti chiese di Roma, la cui fondazione è ancora circondata da racconti leggendari:

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and fascinatingly mysterious itinerary in which pagan and sacred symbols merge together with visits to the Church of Santa Maria del Popolo, Piazza del popolo, Piazza San Pietro, the Church of Santa Maria Della Vittoria, the Pantheon, Piazza della Minerva, Piazza Navona, and Castel Sant’Angelo and the “Passetto”. Follow us along the route. For those who have not yet read the book or seen the film, the story is basically this: the sect of the Illuminati launches a mortal attack on the Vatican. Four Cardinals, the most likely pretenders to the Papal See, are kidnapped and are going to be killed in four churches in the historical centre of Rome. Furthermore, before dying, the four Cardinals are branded with ambigrams (a graphic form in which you can recognise letters or numbers which can be read in at least two different ways, by rotation, or mirrored inversions), bearing the words Earth, Air, Fire and Water. The basic elements of science. All this happens at a delicate time, when the Holy See is vacant, when the Conclave is being held to elect the new Pope. The challenge is, therefore, quite an arduous one, considering the fact that in this area there are

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Sotto la Chiesa di Santa Maria del Popolo, c'è la tomba di Nerone. L’imperatore folle, morto suicida, fu lì sepolto dalle sue nutrici, e un noce fu piantato sulla terra che copriva la tomba ancora al centro delle discussioni tra architetti e studiosi sono le controverse vicende progettuali e costruttive e la partecipazione di Bramante, Pintoricchio, Raffaello, Caravaggio e Bernini. Senza contare che proprio nel luogo dove sorge la chiesa, si dice fosse custodita la tomba di Nerone. L’imperatore folle, morto suicida, fu lì sepolto dalle sue nutrici, e un noce fu piantato sulla terra che copriva la tomba. Successivamente, le celebri streghe di Roma decisero di tenere le loro riunioni sotto il noce maledetto che, nel frattempo, aveva rag-

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about a hundred Churches and professor Langdon has to find where the High Prelates are hidden (the kidnapper threatens to blow up the Vatican at midnight): the only clue? Some words of Galileo which contain the clues to identify the first church. We start from piazza del Popolo, precisely from the staircase of the church of Santa Maria del Popolo (where the troupe of Ron Howard, “Richie Cunningham” from Happy days, who directed the film starring Tom Hanks as Langdon, was not allowed to enter). The first Cardinal in the novel and the film is killed inside the church but the Vatican did not allow the cast to shoot inside this important basilica. Indeed, according to the Vatican, the film damages religious sentiment: it was basically considered a story that had nothing to do with the Church. This part of the filming was shot in the Reggia di Caserta and the places where it was not possible to film were reconstructed in the Los Angeles studios. Santa Maria del Popolo, one of the most important churches in Rome,


The official "Angels & Demons Tour" in Rome Un giro della città durante il quale scoprirete tesori architettonici di straordinaria bellezza. Passeggiando per i vicoli di Roma conoscerete i segreti degli Illuminati che hanno reso il libro un best seller internazionale. L’idea è della società AD Travel, e il suo è l'unico tour ufficiale del romanzo. Il tour di gruppo (max 24 persone per guida) costa 56 euro a persona, dura 4 ore ed è solo in lingua inglese. Parte da piazza del Popolo, il martedì, venerdì, sabato e domenica. Nel prezzo sono inclusi l’ingresso a Castel Sant’Angelo, una mappa, il caffè, la guida e tutti i trasferimenti. Per info: www.angeliedemoni.it.

A tour of the city during which you will discover architectural treasures of extraordinary beauty. Strolling through the lanes of Rome you will learn the secrets of the Illuminati which have made the book an international best seller. The idea was that of the company AD Travel, and this is the only official tour of the novel. The group tour (max 24 people per guide) costs 56 euro per person, it lasts 4 hours and is only in English. It sets off from piazza del Popolo, on tuesdays, fridays, saturdays and sundays. The price includes entrance to Castel Sant’Angelo, a map, coffee, the guide and all the transfers. For info: www.angeliedemoni.it.

Under the church of Santa Maria del Popolo, there is Nero’s tomb. The mad Emperor, who committed suicide, was buried there by his nursemaids, and a walnut tree was planted on the soil which covered the tomb

giunto dimensioni straordinarie. Quasi mille anni dopo, papa Pasquale II decise di fare qualcosa per far cessare quelle riunioni blasfeme. E così nel 1099, pensò di disperdere le ceneri del defunto imperatore nel Tevere e costruire sul luogo che ospitava il Mausoleo dei Domizi Enobarbi, una chiesa. Abbattuto il noce, fu tratta dal suolo un’urna di por-

fido, e le ceneri che conteneva, sparse nel fiume. Fu poi eretta Santa Maria del Popolo, e l’altare maggiore si trova ancora oggi proprio nel punto dove era piantato il noce diabolico. Dentro la chiesa di piazza del Popolo, una piccola scultura del Bernini posta dentro la Cappella Chigi (nella “Tomba terrena di Santi” viene trovato il cor-

whose foundation is still the subject of legendary tales, is shrouded by mysteries: it is still the discussion piece of architects and scholars for the controversial design and construction events and the participation of Bramante, Pintoricchio, Raffaello, Caravaggio and Bernini. Without mentioning the fact that the place on which the church is built was said to hold the tomb of Nero. The mad Emperor, who committed suicide, was buried there by his nursemaids, and a walnut tree was planted on the soil which covered the tomb. Subsequently, the famous witches of Rome decided to hold their meetings under the cursed walnut tree, which, in the meantime, had grown to an extraordinary height. Almost one thousand years later, Pope Paschal II decided to do something to stop those blasphemous meetings. So, in 1099, he decided to throw the ashes of the dead Emperor into the Tiber and to build a church on the place which housed the Mausoleum of the Domitii Ahenobarbi. Having cut down the walnut tree a porphyry urn was drawn from the soil and the ashes contained in it were thrown in the river. Then Santa Maria del Popolo was built and the main altar is now located in the precise place where the diabolic walnut tree was planted. Inside the church of piazza del Popolo, a small Bernini sculpture located inside the Chigi Chapel (the body of Cardinal Ebner, suffocated with his mouth blocked by earth, is found in “Santi’s earthly tomb”) created on a design of Raffaello

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po del cardinale Ebner soffocato con la bocca ostruita dalla terra) costruita su progetto di Raffaello per il banchiere Agostino Chigi e restaurata dallo stesso Bernini per il cardinale Fabio Chigi (futuro papa Alessandro VII), indica la successiva tappa dell’itinerario: San Pietro. Proprio nella piazza Santa viene trovato morto il secondo cardinale del romanzo. Nei pressi dell’obelisco di San Pietro, giace il prelato morente. Proprio ai piedi dell’obelisco c’è il West Ponente, bassorilievo del Bernini rappresentante il vento. Vittoria, l’aiutante di Langdon, tenta di praticargli la respirazione bocca a bocca, ma quando soffia, un fiotto di sangue schizza in faccia a Langdon: il cardinale Lamasse è morto perché gli sono stati perforati i polmoni e sul petto ha un marchio, “air” (aria), un altro degli elementi iniziali. Da qui ci si sposta verso la Chiesa di Santa Maria della Vittoria all’angolo tra via XX Settembre e largo di Santa Susanna, dove è custodita l’Estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini. È proprio qui, dopo una difficoltosa ricerca nell’Archivio Segreto Vaticano, che il professor Langdon incontra per la prima volta l’assassino e trova il terzo cardinale, appeso con delle catene su di una catasta infuocata e marchiato con “fire” (fuoco) sul petto. Il quarto luogo coinvolto è la Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona. Per percorrere il tragitto fino alla Piazza dove il professor Langdon incontra ancora una volta l’assassino, i protagonisti del romanzo passano dal Pantheon, dove sono state ambientate alcune scene del film con Tom Hanks. Nella Piazza, Langdon si arrampica anche sull’obelisco della fontana del Bernini per vedere in linea d’aria tutti gli altri obelischi della città. Proprio nei pressi di Piazza Navona, nella chiesa di Sant’Agostino e nella biblioteca Angelica sono stati girati alcuni interni del film di Howard. Langdon arriva in tempo anche a piazza Navona e alle 23 esatte il cardinale Aldo Baggia, il quarto, viene gettato nella fontana. Langdon si tuffa gridando per avere aiuto e si accorge che c’è un tubo sul fondo della fontana e lo usa per ridare un po’ di ossigeno al cardinale che stava per morire. Langdon chiede aiuto e alcuni passanti si tuffano nella fontana, cosicché il cardinale possa essere tirato fuori dalla fontana. È marchiato con la parola “water” (acqua). L’ultimo ange-

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Dentro la Chiesa di Santa Maria della Vittoria all’angolo tra via XX Settembre e largo di Santa Susanna, è custodita l’Estasi di Santa Teresa d’Avila, uno dei capolavori di Gian Lorenzo Bernini lo è quello della Mole Adriana in Castel Sant’Angelo. Qui dopo alcune sequenze in Piazza San Bernardo in via Torino si sono ultimate le riprese in interni del film. Proprio a Castel Sant’Angelo, a pochi passi dal Vaticano, secondo l’invenzione di Dan Brown, si riunivano in gran segreto gli Illuminati nei secoli precedenti. È anche qui che, dopo che il killer è riuscito a intascarsi i soldi del riscatto, Langdon e compagni si accor-

gono però che gli antichi marchi erano cinque e non quattro. Il quinto marchio è rappresentato da due chiavi incrociate, l’antico simbolo del papato. Langdon ha un’illuminazione e capisce che prima di distruggere il Vaticano, gli Illuminati intendono uccidere e marchiare il papa. Attraverso l’antica via di fuga che conduce al Vaticano, riescono a sventare l’omicidio del camerlengo. E voi ci riuscirete?


The Estasi di Santa Teresa d’Avila, one of Gian Lorenzo Bernini’s masterpieces is kept inside the church of Santa Maria della Vittoria at the corner of via XX Settembre and largo di Santa Susanna roma lunch & dine Ristorante L’Olimpo Piazza Barberini 23 (dentro l’Hotel Bernini Bristol) Tel. (+39) 06 488931 Yotvata Kosher - Ristorante ebraico Piazza dei Cenci 70, Tel. (+39) 06 68134481 www.yotvata.it Sora Margherita Piazza delle Cinque Scole 30, Tel. (+39) 06 6874216 (Aperto solo a pranzo, a cena nei week-end)

where to stay Bernini Bristol Piazza Barberini 23, Tel. (+39) 06 488931 Raphael Hotel Largo Febo 2 (Piazza Navona) Tel. (+39) 06 682831 - www.raphaelhotel.com Hotel Fiume Via Brescia 5, Tel. (+39) 06.8543000 www.hotelfiume-roma.com

for the banker Agostino Chigi and restored by Bernini himself for Cardinal Fabio Chigi (the future Pope Alexander VII), indicates the next step of the itinerary: St. Peter’s. The second Cardinal of the novel is found dead precisely here in the Holy Square. The dying prelate lies in the vicinity of the obelisk of St. Peter’s. At the foot of the obelisk there is the West Ponente, a bas relief of Bernini representing the wind. Victoria, Langdon’s assistant, tries to perform mouth to mouth resuscitation, but when she blows, a spurt of blood flies into Langdon’s face: Cardinal Lamasse died because his lungs had been perforated and he has “air” branded on his chest, another of the initial elements. From here we move onto the Church of Santa Maria della Vittoria at the corner of via XX Settembre and largo di Santa Susanna, where Bernini’s Estasi di Santa Teresa d’Avila is kept. It is precisely here that professor Langdon meets the assassin for the first time after a difficult research in the Vatican’s Secret Archives and finds the third Cardinal, hanging by chains on a flaming heap and branded with the word “fire” on his chest. The fourth place involved is the Fountain of four rivers in piazza Navona. In order to cover the route to the Square where professor Langdon meets the assassin again, the protagonists of the novel pass by the Pantheon, where some of the scenes of the film starring Tom Hanks are set. In the Square, Langdon also climbs up on the obelisk of the Bernini’s fountain to get a bird’s eye

view of all the other obelisks of the city. It is near Piazza Navona, in the church of Sant’Agostino and in the Angelica library that some of the indoor scenes of Howard’s film were shot. Langdon also reaches piazza Navona in time and at 11 pm precisely Cardinal Aldo Baggia, the fourth, is thrown into the fountain. Langdon dives in crying for help and realises that there is a pipe at the bottom of the fountain and uses it to give the dying Cardinal some oxygen. Langdon asks for help and some passers-by dive into the fountain so that they can pull the Cardinal out of the fountain. He is branded with the word “water”. The last angel is that of Hadrian’s tomb in Castel Sant’Angelo. The interior scenes of the film were completed here, after some sequences in Piazza San Bernardo in via Torino. In Dan Brown’s story, it was here in Castel Sant’Angelo, just a stone’s throw from the Vatican, that the Illuminati met in great secrecy in the previous centuries. It was also here that, after the killer had managed to get the ransom for the kidnapping, Langdon and company realise that the ancient marks were five and not four. The fifth mark is represented by two crossed keys, the ancient symbol of the papacy. Langdon is illuminated and understands that before destroying the Vatican, the Illuminati intend to kill and brand the Pope. They manage to prevent the murder of the camerlengo by using the ancient escape route which leads to the Vatican. And will you managed to do so?

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black & white itineraries

MILANO,

ELEGANTE SIGNORA

in abito scuro e guanti bianchi Se Milano fosse una città in bianco e nero, e non la metropoli grigia che tutti si immaginano, a creare luci e ombre sarebbero soprattutto i colletti bianchi dei manager che si affaccendano giorno e notte per le sue strade, i volti scuri dallo stress e dal buio della metropolitana, i visi pallidi delle modelle che si nascondono dietro occhiali neri. Chiaroscuri che ne tracciano il profilo come a un’elegante signora che gioca con i bianchi e neri della città, come passeggiasse su una scacchiera

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di Paola Mordiglia - Photos © Paolo Ceruti

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l duomo oggi luccica, illuminato dal sole e privato dalle impalcature che ne ingabbiavano le bianche guglie, la sua piazza divora incessante turisti, colombi e passanti e se ti fermi a guardare, snobbando il tunnel di negozi che schiariscono a intermittenza i suoi portici, vedi che sono le mani e i visi neri degli immigrati a vendere statuette della Madonnina. A Milano è bianco il palazzo Reale, buio il passaggio sotto i suoi archi, luminosa piazza Fontana, cupo il suo passato. Illuminata a giorno via Montenapoleone, in abito scuro i commessi delle boutique. Di fronte a Palazzo Marino, sede del comune e ombra dei suoi conflitti, splende il Teatro alla Scala. La facciata è crema chantilly, il palcoscenico oscuro, nascosta la bocca dell’orchestra che accorda gli strumenti, silenziosa la platea di pellicce bianche immersa nell’attesa. Ai piedi della Torre Velasca, set di film noir del secolo scorso, si combinano affari siglati nero su bianco, alle sue spalle, oltre i quartieri dei bambini biondi e delle tate scure, si beve un bicchiere accucciati illuminati dalle colonne di San Lorenzo, l’aria speziata da nero pakistano. Quando si arriva alla stazione di Milano, immensa e aperta come la bocca spalancata di un mostro che alimenta la città, è il luccicante Pirellone a farle da cornice. Oltre le vetrate s’intuiscono le sagome dei doppio petti e dei gessati, lontani vicini di casa dei famosi ragazzi della via Gluck, burattinai del potere che scompaiono a bordo di auto dai vetri fumé. Tutt’intorno le insegne di hotel e vecchie osterie si mescolano a locali dove la perdizione è un obbligo, il sesso venduto al miglior offerente, le luci della notte un carosello di peccati. A Milano sembra di stare, quando fa freddo, dentro a

MILAN, ELEGANT lady

wearing a dark dress and white gloves If Milan were a black and white city and not the grey metropolis that we all imagine it to be, the light and dark would be created above all by the white collar workers who busy themselves day and night in its streets, their faces darkened by the stress and darkness of the underground, the pale faces of the models hiding behind dark sunglasses. Chiaroscuro which outline the profile, like that of an elegant woman who plays with the blacks and whites of the city as if she were walking on a chessboard.

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Today the Duomo is sparkling, lit up by the sun and without the scaffolding which imprisoned the white spires, its square devours incessant tourists, doves and passers-by and if you stop to look, ignoring the tunnel of shops which lighten its porticoes intermittently, you can see that the black hands and faces of the immigrants are selling the statuette of the Madonnina. In Milan the Royal Palace is white, the passageway under its arches is dark, piazza Fontana is light, its past is dull. Via Montenapoleone is lit up in the day, the shop assistants wear dark clothes. Opposite Palazzo Marino, the town hall and shadow of its conflicts, the Scala Theatre shines. Its façade is Chantilly Cream, the stage is dark, the mouth of the orchestra which tunes the instruments is hidden, the white fur coats in the stalls absorbed in waiting are silent. At the foot of Torre Velasca, film noir set of the last century, business is done on paper, behind it, apart from the quarters of blond children and the coloured babysit-

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milano lunch & dine Bianca Via Bartolomeo Panizza 10 Tel. (+39) 02 36554445 - www.spaziobianca.it Paper Moon Via Bagutta 1, Tel. (+39) 02 76022297 www.papermoonmilano.com

where to stay Bulgari Hotels & Resorts Milano Via Privata Fratelli Gabba 7/b Tel. (+39) 02 8058051 - www.ritzcarlton.com Hotel Capitol Via Cimarosa 6, Tel. (+39) 02 438591 www.hotelcapitolmilano.com

parco Sempione, all’ombra del suo castello merlettato, si snoda in chiari sentieri che portano ad aperitivi notturni. I cocktails del bar Bianco si assorbono con cannucce nere, sul marciapiede rigato dalle rotaie, oltre l’Arco della Pace, tintinnano voci, sedie e ghiaccio, capaci di inghiottire cuba e negroni fino alle prime luci dell’alba una vecchia cartolina che non ingiallisce, ma si anima continuamente di taxi bianchi che inglobano cappotti neri, targhe al neon davanti a locali inaccessibili, cieli bianchi di smog ricamati dalla sagoma degli alberi spogli. Il parco Sempione, all’ombra del suo castello merlettato, si snoda in chiari sentieri che portano ad aperitivi notturni. I cocktails del bar Bianco si assorbono con cannucce nere, sul marciapiede rigato dalle rotaie, oltre l’Arco della Pace, tintinnano voci, sedie e ghiaccio, capaci di inghiottire cuba e negroni fino alle prime luci dell’alba. E se è nella zona pedonale di corso Como che alla pausa pranzo i colletti bianchi s’incontrano, ci tornano anche la notte, parcheggiando festosi le loro auto che sembrano neri missili, parlando a telefonini che trillano nelle pochette delle ragazze, prendendosi a braccetto mentre le scale di qualche locale famoso sembra aspirarli. È lì che il bianco stupefacente della movida milanese esplode. Tra tubini e minigonne nere, brillantini e magliette ultimo grido, tacchi trasparenti e denti sbiancati dall’effetto disco, il bianco e il nero della metropoli si fondono, lasciandosi alle spalle un’altra notte, un giorno di fatica disintegrato. Quando l’alba sorge, a Milano le creature della notte appaiono come bianchi fantasmi, seduti a un bar, con un caffè macchiato caldo in una mano, e il rassicurante paginone del Corriere della Sera a farli sentire, nero su bianco, al posto giusto.

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ters, you can have a drink squatting, lit up by the columns of san Lorenzo, the air spiced by Pakistani black. When you get to Milan station, immense and open like the mouth of a monster which feeds the city, the sparkling Pirellone creates the backdrop. Apart from the shop windows you can see the silhouettes of the double breasted and pinstriped suits, the distant neighbours of the famous ragazzi della via Gluck, puppeteers of the power who disappear on board cars with tinted windows. All around the signs of hotels and old eating houses are mixed with premises where perdition is obligatory, sex sold to be highest bidder, the lights of the night a merry-go-round of sin. When it is cold in Milan, it feels like being in an old postcard which does not get yellow, but continually enlivens with white taxis which incorporate black overcoats, neon signs in front of inaccessible premises, white skies of smog embroidered by the silhouette of the naked trees. Sempione park, in the shadow of its lacy castle, winds its way in light paths which lead to nocturnal appetisers. The cocktails of the bar Bianco are absorbed with black straws, on the pavement lined by the rails, beyond the Arco della Pace, the tinkling of voices, seats and ice, capable of swallowing cuba and negroni until the first light of dawn. And if the white collar workers meet in the pedestrian precinct of corso Como at lunchtime, they also go back there at night, playfully parking their cars which seem like black missiles, speaking on mobile phones which ring in the bags of the girls, walking arm in arm while the staircases of some famous premises seem to be drawing them towards them. It is there that the stupefying white of the Milan nightlife explodes. Amongst the sheath dresses and black miniskirts, the latest jewels and tops, transparent heels and disco effect whitened teeth, the white and the black of the metropolis merge, leaving another night behind us, a day of fatigue has disintegrated. When day breaks, in Milan the creatures of the night look like white ghosts, sitting at a bar, with a hot caffelatte in one hand and the reassuring black on white broadsheet of the Corriere della Sera to make them feel that they are in the right place.


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black & white itineraries

Torino la porta magica Tra misticismo e sapore parigino

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È considerata in tutto il mondo una città esoterica: e questo in virtù di vari fattori, tra cui le sculture evocative come i rosoni e i draghi collocati in vari punti della città, e per i due fiumi all’incrocio dei quali è situata, il Po e la Dora Riparia, che rappresenterebbero il Sole e la Luna, simboli del giorno e della notte di Erica La Venuta

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nord dell’Italia o a sud dell’Europa, comunque la vediate, Torino possiede una posizione strategica. Ma non solo per la geografia e il commercio. Non tutti sanno che l’ex capitale d’Italia a tempi dell’unificazione della Penisola, è in realtà un luogo mistico, che si snoda anche attraverso una nuova direttrice di senso: la magia. Collocata al 45° parallelo, ovvero esattamente sul confine che identifica la metà del nostro emisfero boreale, costituisce una delle punte del triangolo della magia bianca, insieme a Lione e Praga; mentre con San Francisco e Londra completa quello delle energie oscure. Le vere ragioni di questo misticismo risalgono alla notte dei tempi, ma i segnali di una duplice identità sono facilmente individuabili nella toponomastica della città. Il nostro itinerario in bianco e nero parte da Piazza Statuto, uno dei tre punti storici da cui si snodano le direttrici magiche. Nella piazza sorge una struttura monumentale, che a guardarla nel suo ammasso di pietroni scuri sui quali personaggi bianchi tentano di arrampicarsi fino in cima, dove si trova invece un angelo nero, o più esattamente un genio alato, fa pensare a un tributo ai caduti per la realizzazione del traforo del Frejus, a cui di fatto è dedicato il monumento. Ma non è così, almeno non solo. La struttura simboleggia la vittoria della ragione, rappresentata dall’angelo/genio,

Turin

the magic gate

A mixture of mysticism and Parisian taste It is considered to be an esoteric city all over the world: and this is for various reasons, including the evocative sculptures like the rose windows and the dragons spread out all over the city, and for the two rivers, the Po and the Dora Ripara, which form the peninsula on which it lies, and which are said to represent the Sun and the Moon, symbols of day and night

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n the north of Italy or in the south of Europe, however you may see it, Turin is located in a strategic position. But not only geographically and in terms of trade. Not everybody knows that the former capital of Italy at the time of its unification is, actually, a mystical place, which also winds its way through a new sense guiding principle: magic. It is located on the 45th parallel, that is exactly on the line which identifies the middle of the northern hemisphere, it is one of the vertexes of the

In alto, l’Angelo che sovrasta il Monumento ai caduti per la realizzazione del traforo del Frejus (photo © Carmelo D’Agostino). Nella pagina a fianco, via Garibaldi vista da piazza Castello (photo © Flavio Ronco/ pixotropic).

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Un punto nevralgico del misticismo è la linea immaginaria che, attraverso via Po, conduce alla Gran Madre, una delle chiese più importanti di Torino. Si pensa, infatti, che dentro vi si trovi una delle testimonianze della presenza del Santo Graal a Torino sulla forza bruta, incarnata dai giganti. Di fronte al monumento, vi è uno spazio alberato con al centro un obelisco: questo si crede essere il punto focale della magia nera. Forse perché, in quella posizione, in epoca romana sorgeva una grande necropoli. Ma siccome la storia é una continua dialettica tra bene e male, come giusta compensazione, agli antipodi sorge invece piazza Castello, considerata il fulcro delle energie positive, esattamente nel punto dove sorge il Palazzo Reale, e più precisamente in corrispondenza del cancello al suo ingresso, delimitato da due statue equestri: i dioscuri Castore e Polluce. E muovendosi da una piazza dall’altra, al di là delle leggende, si percepisce chia-

i punti magici

obelisco in piazza Statuto

Sopra una necropoli romana, segna il 45° parallelo e ospitò il cruento patibolo di Torino. Above a Roman necropolis, it marks the 45th parallel and housed the bloody gallows of Turin.

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Fontana angelica in piazza Solferino

Ricca di significati allegorici, rappresenterebbe la Porta verso l’Infinito. Full of allegorical meaning, it is said to represent the Gate to Infinity.

the magical points Palazzo Trucchi in via XX Settembre

Si pensa che al numero 15, dove oggi c’è una banca, ci fosse la casa del Maligno. It is thought that number 15, where there is now a bank, was the house of Evil.


ramente il passaggio verso la luce, grazie ai giardini, alla fontana e al chiarore della costruzione, piazza Castello emana un’atmosfera gioiosa. Inoltre, percorrendo corso Garibaldi, che le mette in comunicazione, si possono rallentare le suggestioni passeggiando tranquillamente tra pasticcerie e negozi. A lati di questa arteria principale spingetevi verso le piccole stradine del “quadrilatero romano”, il cuore della città vecchia: abbandonate le quattro ruote e perdetevi in questa meravigliosazona della città, fatta di botteghe artigiane e piccoli atelier, di cafè e piazzette dal sapore parigino, come Piazza Emanuele Filiberto. La sera cenate all’osteria “tre galli”, versione giovane e più economica del famoso “tre galline”, specializzato in cucina piemontese, e poi rifugiarvi al B&B Aprile, una mansarda essenziale, ma così accogliente che vi sentirete subito a casa. Se amate i bei quartieri, dai budget più esigenti, più a sud, in zona crocetta, fate una sosta al ristorante Torricelli per la cucina regionale oppure all’elegante Marco Polo.

lunch & dine Ristorante Torricelli Via Evangelista Torricelli 51, Tel. (+39) 011 599814 Ristorante Marco Polo Via Marco Polo 38, Tel. (+39) 011 500096 Ristorante pizzeria La catinella Corso Moncalieri 3A, Tel. (+39) 011 8193311 Ristorante Le tre galline Via Bellezia 37,  Tel. (+39) 011 4366553

where to stay B&B Aprile Via delle Orfane 19, Tel. (+39) 011 4360114 www.aprile.to.it Ata Hotel Principi di Piemonte Via Gobetti 15, Tel. (+39) 011 55151 booking@atahotels.it Hotel Residence Liberty Via Gioberti 37, Tel. (+39) 011 19781101 www.hotelliberty-torino.it Alla Buona Stella Bed & Breakfast Via del Carmine 10, Tel. (+39) 011 19710823 www.allabuonastella.it

Cripta SS. Annunziata in via Po Da qui si accede ai percorsi sotterranei e alle grotte alchemiche. From here you can access the underground routes and the alchemic caves.

Sopra, la statua che reggerebbe la rappresentazione del Santo Graal e sullo sfondo la Mole Antonelliana (photo © Emmezeta Immagine). Se, come si pensa, il sacro calice è soltanto un simbolo, la sua sepoltura sotto la scultura rimarrebbe solo una leggenda metropolitana. In alto, la chiesa della Gran Madre (photo © atzu).

A nervous system of mysticism, it is the imaginary line that, crossing via Po, leads to the Gran Madre, one of the most important Churches in Turin. Indeed, it is said that inside there is witness of the presence of the Holy Grail in Turin white magic triangle along with Lyon and Prague; while it also completes the black magic triangle with London and San Francisco. The real reasons for this mysticism go back to the mists of time, but the signs of this dual identity can easily be determined in the place names of the city. Our black and white itinerary starts from Piazza Statuto, one of the three historical points from which the magical routes wind their ways. In the square there is a monumental structure, which to look at in its mass of dark stones on which white characters try to climb to the top, where there is actually a black angel, or more precisely a winged genie, reminds of a tribute to those who died trying to dig the Frejus tunnel, to whom this monument is actually dedicated. But it is not so, at least not only this. The structure symbolises the victory of reason, represented by the angel/ genie, over brute force, incarnated by the giants. Opposite the monument there is a tree-lined space with an obelisk in the middle: this is supposed to be the focal point of the black magic. Maybe because, in that position, in Roman times, there was a great necropolis. However, because history is a continual dialectic between good and evil, in order to compensate, at the other end there is Piazza Castello, considered to be the fulcrum of positive energy, precisey where Palazzo Reale is located, and more specifically at the gate at its entrance, determined by two equestrian statues: the dioscuri Castor and Pollux. And moving from one square to another, beyond legend, you can clearly perceive the passage towards the light, thanks to the gardens, to the fountain and to the glimmer of the buildings, Piazza Castello emanates a joyful atmosphere. Furthermore, going along Corso Garibaldi, which joins them, you can make the charm longer lasting by peacefully walking amongst bakeries and shops. To the sides of this main road, go towards the narrow lanes of the “Roman quadrilateral”, the heart of the old town: leave your car and lose yourself in this marvellous part of the city, made up of craft shops and small studios, cafés and squares with a Parisian feel about them, like Piazza Emanuele Filiberto. In the evening you can eat at the “tre galli”, the young and cheaper version of the famous “tre galline”, specialised in Piedmontese cuisine and then stay at the B&B Aprile, a basic loft which is so welcoming that you will immediately feel at home. If you like the fashionable areas which are a little more expensive, further south, in the Crocetta area, you can stop off at Torricelli restaurant for regional cuisine or the elegant Marco Polo. But here we are at

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Un giro

fra i mercati Nella zona del quadrilatero romano visitate il mercato all’aperto di Porta Palazzo, dove si trova di tutto, dalla gastronomia all’abbigliamento. Il sabato potrete curiosare fra i banchetti di Balun, il mercato delle pulci di Torino, nato nel ‘700 e che prende il nome dalla zona della città alle sue spalle. La seconda domenica del mese si svolge, invece, il Gran Balun, una versione più ampia del mercato. Da visitare anche “Extravaganza: vintage e modernariato”, in piazza Carlo Alberto, ogni secondo sabato del mese, (escluso luglio eagosto - per informazioni, Ass. Effetto Vintage, tel. 335 6696605).

a trip around the markets In the area of the Roman quadrilateral you can visit the open air market of Porta Palazzo, where you can find everything, from gastronomy to clothing. On Saturdays you can look round the stalls of Balun, the flea market of Turin, established in the 18th century and which gets its name from the area of the city behind it. On the second Sunday of the month there is the Gran Balun, a more extensive version of the market. “Extravaganza: vintage e modernariato”, in piazza Carlo Alberto, every second Saturday of the month, (except July and August – for info: Ass. Effetto Vintage, Tel. 335 6696605) is also worth visiting.

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Il ponte sul Po antistante la chiesa della Gran Madre (photo © Lotte Grønkjær)

All’entrata del Caffè Torino, scolpito sul pavimento, c’è un toro. Si dice che, calpestando i suoi attributi, si è baciati dalla fortuna e allora non manca di vedere spesso chi strofina con forza le scarpe per terra e poi fa un giro su stesso

There is a bull sculpted on the floor at the entrance to Caffè Torino. It is said that if you tread on its male traits, you will get lucky and so you often find people wiping their feet on the ground and then spinning round

Ma eccoci al terzo punto nevralgico del misticismo, che attraverso via Po porta alla Gran Madre, una delle chiese più importanti di Torino. Si pensa, infatti, che in lei si trovi una delle testimonianze della presenza del santo Graal a Torino, proprio in mano a una delle due statue, la religione e la fede, poste di fronte la chiesa. Fermatevi per un aperitivo al Caffè Gran Madre e poco lontano concedevi una buona cena a base di carne alla Catinella. Segnaliamo anche “Eataly”, in zona fiera, dove potrete assaggiare e acquistare l’eccellenza italiana e internazionale in una struttura simile a un ipermercato, ma con diverse marce in più. E sempre a proposito di leggende, chiudete in bellezza al Caffè Torino, in piazza San Carlo. All’entrata, scolpito sul pavimento, c’è un toro: calpestando i suoi attributi, si dice che si è baciati dalla fortuna e allora non manca di vedere chi strofina con forza le scarpe per terra e poi fa anche un giro su stesso.

the third crucial point of mysticism, that crossing via Po, leads to the Gran Madre, one of the most important Churches in Turin. Indeed, it is thought that it holds evidence of the presence of the Holy Grail in Turin, in the hand of one of the two statues, religion and faith, standing opposite the church. Stop for an appetiser at Caffè Gran Madre and a short distance from this enjoy a good meat based evening meal at Catinella. It is also worth mentioning “Eataly”, in the exhibition area, where you can try and buy Italian and international excellence in a structure similar to a hypermarket, but with something more. And on the subject of legends, round things off in style at Caffè Torino, in piazza San Carlo. There is a bull sculpted on the floor at the entrance: It is said that if you tread on its male traits, you will get lucky and so you often find people wiping their feet on the ground and then spinning round.


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black & white itineraries

In giro per la Boucherie e Bahlara Notte e giorno dei mercati di Palermo

In foto: la piazza di Ballarò, il mercato si estende da piazza Casa Professa ai bastioni di corso Tukory verso Porta Sant'Agata

Di Filomena Salerno, foto Antonio Androsiglio

Da una parola francese che significa “macello”, un mercato e due secoli di storia, comincia il nostro viaggio dentro vicoli e strade che, come arterie dentro la città, portano al cuore del capoluogo siciliano: la Vucciria e Ballarò. Animati di giorno dai volti dei pescivendoli e dei venditori di frutta, e di notte da studenti, punkabbestia e i figli della Palermo bene che inseguono l’anticonformismo dei costumi

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l Vicerè Caracciolo, marchese di Villamaina, non avrebbe mai immaginato. Tre del mattino. Su un mare di tacchi a spillo e kefie troneggia ancora la fontana a cui accorrevano da ogni parte della città, perché la sua acqua era ritenuta miracolosa. Boucherie, Bucciria, Vucciria... dalla soffocante e ingorgata di traffico via Roma, dodici scalini scoscesi e consumati dal tempo - recanti il nome del nobiluomo che aveva trascorso abbastanza tempo nella Francia illuminata del Settecento per accettare che nessuno si accorgesse di quanto Palermo fosse una Parigi – vi faranno scivolare su una piazza che è un mondo in sé. Da una parola francese che significa “macello”, un mercato e due secoli

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di storia. Du fila ri pasta (Un piatto di spaghetti) nella veranda della trattoria Shangai, affacciati su distese verdi di zucchine, riccioli di tenerumi, angurie sventrate, fichi d'India come vecchie signore all'opera, seduti composti sotto lo sguardo dell'immagine di una Santa. Si estende tra via Roma, la Cala, il Cassaro, lungo la via Cassari, la piazza del Garraffello, la via Argenteria nuova, la piazza Caracciolo e la via Maccheronai, all'interno del mandamento Castellammare. La vicinanza al porto stimolò l'insediamento di mercanti e commercianti dal resto d'Italia sin dal XII secolo. Ciò è desumibile dai nomi di alcune strade della zona - via Chiavettieri, via Materassai, via dei Tintori.

Invariabilmente, da settecento anni, alle 4 il pescato è scaricato; alle 5 spuntano le ceste di frutta e verdura; alle 6 arrivano i primi compratori. Una giornata intensa di banniate, palpate – per testare la freschezza – morsi, sorsi. E poi, un giorno dentro un giorno, quando la notte invade tutti gli spazi e se ne appropria. Universitari, punkabbestia, liberi professionisti: happy-hour con birre ghiacciate alla Taverna Azzurra, sposate a panini con lo stigghiularu (il venditore di interiora di pecora arrostite) accompagnerà le dance allmusica reggae o trash fino alla mattina- finché gli ultimi festaioli daranno il cambio ai pescivendoli, carnezzieri (macellai), fruttaroli, in una staffetta infinita perché: “A Vucciria was open


walking around la Boucherie e Bahlara NIGHT AND DAY the market of Palermo

Di Filomena Salerno, foto Antonio Androsiglio

From a French word meaning “butchers’”, one market and two centuries of history, our journey into the lanes and roads which lead to the heart of the Sicilian capital like arteries inside the city: la Vucciria and Ballarò. Enlivened by day by the workmanlike faces of the fishmongers and fruit sellers, and by night by students, punkabbestia and the children of respectable Palermo families who are into anti-conformist customs

I

The Viceroy Caracciolo, Marquis of Villamaina, would never have imagined. Three in the morning. On a sea of stiletto heels and kefia, the fountain which they flocked to from all over the city because its water was considered miraculous, still exists. Boucherie, Bucciria, Vucciria... from the suffocating and jammed traffic of via Roma, twelve steep and worn steps – bearing the name of the nobleman who had spent enough time in the illuminated France of the 18th century to accept that anyone would real-

ise how much Palermo was a Paris – will lead you to a square that is a world in itself. From a French word meaning “butchers’”, a market and two centuries of history. Du fila ri pasta (A plate of spaghetti) in the veranda of trattoria Shangai, overlooking green fields of courgettes, bunches of tenerumi, disembowelled watermelons, Indian figs like elderly ladies at the opera, sitting peacefully under the gaze of an image of a Saint. It extends between via Roma, la Cala, il Cassaro, along via Cassari, piazza del

In foto: uno scorcio di piazza Caracciolo, il cuore del mercato della Vucciria

In foto: Piazza Garraffello all'interno del mercato della Vucciria

Garraffello, via Argenteria nuova, piazza Caracciolo and via Maccheronai, inside the mandamento Castellammare. The vicinity to the port stimulated the arrival of merchants and dealers from the rest of Italy from the 12th century. This can be understood from some names of local roads - via Chiavettieri, via Materassai, via dei Tintori. For seven hundred years the day’s fish is unloaded at 4 in the morning, at 5 the fruit and vegetables arrive and at 6 the first buyers arrive. An inense day of publicising, squeezing – to test the freshness – bites and sips. And then, a day within a day, when the night invades all the spaces and appropriates it. University students, punkabbestia, self-employed, happy-hours with icecold beer in Taverna Azzurra, along with stigghiularu rolls (roast sheep’s entrails) which accompanies the dance hall, reggae or trash music until dawn when the last partygoers are replaced by the fishmongers, carnzzieri (butchers), greengrocers, in an endless relay because: “A Vucciria was open always and i balati un asciucavanu never”. Indeed, once in the Sicilian capital they

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always and i balati un asciucavanu never”. Un tempo, infatti, nel capoluogo siciliano si diceva “quannu s’asciucano ’i balati ra Vucciria”, per indicare un domani impossibile. I palermitani, conoscendo l’abitudine dei pescivendoli e dei venditori di frutta di bagnare la merce, avevano la certezza che le lastre di pietra dell’antico mercato non sarebbero mai state asciutte. Ritenevano che la linfa del mercato non si sarebbe inaridita e, quindi, non sarebbe mai mancata l’acqua alle balate. Oggi quest’espressione ha perso di senso. Il miracolo si è già realizzato, quello che si riteneva irrealizzabile è diventato realtà: le balate della Vucciria sono asciutte e il mercato che vi è insediato langue. Il polpo bollito fresco, le stigghiole – spiedini a base di interiora di pecora - sulla brace, le panelle e cazzilli – polpette a base di patate – che saltellano nell'olio bollente, rumorose noccioline e birra a fiumi nella notte di Ballarò, altra piazza incantata di giorno mercato e di notte angolo di ritrovo per insonni perenni. Da Piazza Casa Professa ai bastioni di corso Tukory verso Porta Sant'Agata. Bahlara, dal nome del villaggio vicino Monreale da dove provenivano i mercanti

arabi. Ballarò è grottesco in un modo dannatamente poetico. Tra Baudelaire ed Edgar Allan Poe, direbbe qualcuno. Tra Bukowski e Drive-in, direbbe qualcun altro. Alla luce del giorno, visitare Chiesa di Santa Maria di Gesù nota anche come Casa Professa, è d'obbligo. È una delle più importanti chiese barocche di Palermo. Nel romanzo “Il Gattopardo” viene ricordata una visita qui di padre Pirrone, il prete di casa Lampedusa, durante una passeggiata in carrozza del Principe. Passeggiate tra i vicoli accarezzando la vellutata pelle delle pesche, rubando una prugna e pranzando per strada: colle patate lesse, i carciofi, i peperoni e le cipolle al forno. Perdetevi fra i vicoli, tra gli odori forti del pescato, i formaggi, le spezie penzoloni: alloro, origano, salvia, rosmarino, e ancora, mazzi di basilico e prezzemolo belli come quelli di fiori, il rosso del pomodoro, il brillare delle sarde, il giallo fresco dei limoni. La torre di San Nicolò all'Albergheria, offre un panorama mozzafiato. Tredicesimo secolo, magnifiche bifore. Di notte, illuminata sulla piazza sempre sveglia, raccolta, sembra che qualcuno dall'alto stia a guardare, cosicchè non ci si sente mai soli.

In foto: discesa Dei Maccheronai all'interno del mercato della Vucciria

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In foto: la movida palermitana si riunisce alla Taverna Azzurra alla Vucciria

In foto: piazza Caracciolo alla Vucciria


said “quannu s’asciucano ’i balati ra Vucciria”, to indicate something that would never happen. The inhabitants of Palermo, knowing the fishmongers’ and the greengrocers’ habit of wetting the goods, were certain that the stone slabs of the old market would never be dry. They believed that the life blood of the market would never dry up and therefore, water would never be lacking to the “balate”. Today this expression has lost its sense. The miracle has already happened, what they though was impossible has become reality: the balate of the Vucciria have dried up and the market established there is languishing. The freshly boiled octopus, the stigghiole – sheep’s entrails grilled on a skewer -, the panelle e cazzilli – potato balls – jumping in boiling oil, noisy peanuts and gallons of beer in the night of Ballarò, another enchanted square during the day market and a meeting place for perennial insomniacs at night. From Piazza Casa Professa to the bastions of corso Tukory towards Porta Sant'Agata. Bahlara, from the name of the village near Monreale where the Arabian merchants came from. Ballarò is grotesque in a damningly poetic

da non perdere alla Vucciria Palazzo Mazzarino

Appartenente alla famiglia del celebre cardinale Belonging to the family of the famous cardinal, inside the market area .

manner. Some would say something between Baudelaire and Edgar Allan Poe. Someone else would say between Bukowski and Drive-in. In the light of day, a visit to the Church of Santa Maria di Gesù also known as Casa Professa, is a must. It is one of the most important Baroque churches in Palermo. The novel “Il Gattopardo” recalls a visit there by padre Pirrone, the priest of casa Lampedusa, during a carriage drive of the Prince. Strolling along the lanes, caressing the silky skin of the peaches, stealing a plumb and eating in the street: boiled potatoes, artichokes, peppers and baked onions. Lose yourself amongst the strong smells of the fish, cheese, the dangling spices: bay leaves, oregano, sage, rosemary, and also bunches of basil and parsley as beautiful as bunches of flowers, the red of the tomato, the shining sardines, the fresh yellow of the lemons. The tower of San Nicolò at Albergheria, offers a breathtaking view. Thirteenth century, magnificent two-light window. At night, light on the never sleeping and pleasant square, it seems like someone is looking down from above, so you never feel alone.

must see at the Vucciria

Fontana del Garraffello

Situata sul Piano della Loggia, oggi piazza Garraffello Located on the Level of the Loggia, today’s piazza Garraffello.

Palazzo Filangeri

Costruito nel 1617 al posto della Sede della Tavola. Built in 1617 in place of the Sede della Tavola, public credit institute.

lunch & dine

L'unico vero fast-food siciliano

The true sicilian fast-food

Rocky Basile è un "meusaro" della Vucciria, probabilmente il più famoso. Il pane con la milza è il vero originale fast-food siciliano. Ha il suo banchetto all’angolo tra via Vittorio Emanuele e via Pannieri da cui dispensa notte e giorno panini e consigli di saggezza.

Rocky Basile is a meusaro della Vucciria, maybe the most famous. Bread with spleen is the genuine Sicilian fast-food. He has his stall at the corner between via Vittorio Emanuele and via Pannieri where he serves rolls with spleen and pearls of wisdom night and day.

Trattoria Shanghai Vicolo Mezzani, 34, Tel. (+39) 091589702 Trattoria Primavera Piazza Bologni, 4, Tel. (+39) 091329408

where to stay Abali Gran Sultanato B&B Via Sant'Agostino, 5 Tel. 338 3352997 www.abali.it Alla Vucciria B&B Via Coltellieri, 46 Tel. (+39)0917720857 www.allavucciria.com Segue a p. 56

Continued on p.56

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Cibus un laboratorio di sapori

in cui si sposano cucina tradizionale e ingredienti d’alto livello

Ecco un luogo dove si fa e si diffonde cultura gastronomica a trecentosessanta gradi. Dal 1989 il locale di Francesco Giglio, con la sua bottega dei sapori, il piccolo ristorante di quaranta coperti con un menù che varia cinque volte l’anno e la fornita enoteca, è una meta per gourmet con un occhio alle proprie tasche: un tempio della tavola dove si celebra il felice connubio tra la cucina povera e prodotti “a cinque stelle”

“N

on c'è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trovi, com'è fatta: purché sia un posto dove si fa da mangiare, io sto bene”(Banana Yoshimoto, Kitchen): non ci sono parole migliori di queste per esprimere il senso di attaccamento al buon cibo e alla creatività di un luogo in cui si sperimenti tra i fornelli e si diffonda, in ogni modo, cultura gastronomica. Cibus, a Palermo, è uno di questi. Dove il buon cibo, quello che nasce dall’incontro tra prodotti tipici e sapienza culinaria diventa strumento di conservazione e costruzione di civiltà. Qui, la valorizzazione del patrimonio culinario gastronomico siciliano, diventa simbolo e metafora di un buon modo di stare insieme. Cibus è un vero e proprio laboratorio gastronomico divenuto negli anni scrigno di sapori e di cultura culinaria. “Tutto è nato alla fine degli anni Ottanta – racconta Francesco Giglio, titolare insieme con il figlio Stefano, del "risto-market" di via Emerico

PROMO

Amari – quando era in atto una grande selezione nella distribuzione alimentare, in conseguenza dell’apertura di superette e supermercati, chiudevano uno dopo l’altro i piccoli negozi e le strutture deputati al commercio alimentare. Nascevano le prime catene di ristoranti e i primi fast-food. Avevo in mente di creare qualcosa come una bottega che, esprimendo servizi finalizzati, potesse non essere solo un negozietto di nicchia o di vecchia maniera, nè un supermercato, nè tanto meno una pizzeria trattoria o un wine-bar”. L’interlocutore era un consumatore non pronto alle innovazioni e alle produzioni internazionali anche a causa della poca cultura e della povera redditività procapite, senza dimenticare che spesso era troppo legato alle proprie tradizioni alimentari e non riusciva a tenere il passo con l’evoluzione nei gusti. “Cibus doveva provvedere a tutto questo, riuscendo a colmare uno spazio lasciato vuoto dal mercato fornendo un servizio innovativo al cliente – continua Giglio -. Così scelsi una parola semplice che, tradotta in sicilia-

no, rappresentava per alcuni l’esigenza di riempire la pancia e per altri la gioia di gustare sempre nuove prelibatezze. Il piccolo nome l’ho copiai dalla Fiera di Parma. La cosa che solleticò la mia fantasia fu la possibilità di segnalare con un piccolo bisillabo la possibilità di fornire servizi gastronomici”. Dopo aver acquistato “il ficodindia”, un noto ristorante palermitano, Francesco Giglio trasformò il locale in una risto-bottega dove, nel tempo, furono sperimentati alcuni innovativi servizi per i clienti come l’orario continuato dalle 8 alle 23, il comodo e servizio di ristorazione veloce per la pausa pranzo con tanto di forno a legna per una pizza veloce all’ora di pranzo, la scelta di 700 etichette nazionali ed internazionali di vino e la possibilità di usufruire del servizio di catering. “I clienti si stupivano e si stupiscono ancora oggi di entrare in un market – racconta Giglio - e poter gustare una buona pizza o un primo piatto espresso. Di fronte al cartello ‘Il est arrivèè le beaujolais’ s’informavano cosa fosse. Di-

informazione pubblicitaria


Via Emerico Amari, 64 - Palermo Aperto 7 giorni su 7 dalle 8 alle 23 pronto cibus: +39 091. 323062 www.cibus.pa.it Una vita al servizio del buon gusto

Francesco Giglio, patron di Cibus

"l'idea è di diffondere la cultura a tavola, divulgando piatti di un certo tipo e avendo un occhio di riguardo alle tasche dei clienti" ciamo che comunicazione, informazione e degustazione mirata procedevano lungo un percorso comune, nell’ottica di mettere su un vero laboratorio del gusto che oltretutto, suscitava la simpatia dei clienti di vecchia data e ne procurava di altri.” Oggi Cibus, con la sua bottega dei sapori, il piccolo ristorante di quaranta coperti con un menù che varia cinque volte l’anno e la fornita enoteca, è una meta gastronomica a trecentosessanta gradi. Sono molteplici le iniziative portate avanti dalla famiglia Giglio nell’intento di diffondere cultura a tavola. Dentro questa fucina culinaria sono nate la famosa “Arancina al tartufo”, la “Moffoletta di Bottarga di tonno e mozzarella di bufala e limone”, le “Panelle al tartufo”, e diversi altri accostamenti come il “Salame al tartufo” e il “Patè di pistacchio di Bronte” o i “Timbaletti di Capellini alla Carbonara”. Tutte delizie del palato elaborate dai cuochi di Cibus, nell’ottica di fusione tra cucina tradizionale povera e ingredienti di alto livello.

La dedizione al lavoro, così come la passione per la Sicilia e le sue tradizioni culinarie, spiegano la voglia di Francesco Giglio e del figlio Stefano di far nascere sempre nuove idee a servizio della loro clientela. Cibus promuove spesso eventi per diffondere la cultura culinaria. Non ultimo la cena organizzata dalla T&C di Acqualagna, azienda leader in Italia nella commercializzazione dei tartufi freschi e di prodotti conservieri a base del pregiato fungo: un’occasione per divulgare la conoscenza del tartufo attraverso il connubio con i piatti tipici regionali. “Già qualche anno fa avevamo già organizzato una kermesse culinaria con l’Accademia italiana della cucina, per celebrare il felice connubio tra la cucina povera e ingredienti di livello – spiega Giglio - e quest’anno, in qualche modo, abbiamo voluto ripetere l’evento con la T&C. Credo che riuscire a diffondere la cultura a tavola, facendo in modo di divulgare piatti di un certo tipo, avendo anche un occhio di riguardo alle tasche dei clienti, è un obiettivo importante”. Proprio in quest’ottica, periodicamente vengono proposti ai clienti anche “Offerte vini last-minute”, particolari pacchetti d’acquisto di stock di bottiglie delle migliori cantine siciliane da comprare con sconti del cinquanta per cento. Senza dimenticare anche la pubblicazione di libretti come “Cucinare in barca” che propongono utili ricette da preparare a bordo, coniugando le tradizioni tipiche con ingredienti “a cinque stelle” come la bottarga o il tartufo. PROMO


black & white itineraries

Il Porcino Nero di Gambarie e il Tartufo bianco d’Alba

A caccia di due funghi sopra e sotto l’Italia di Filomena Salerno

C’

è un posto, dove lo Stretto sparisce e lo Stivale torna a esser tutt’uno con la sua Sicilia. Dove, come in un divino catalogo, si può scegliere fra osservare le Eolie immerse nel tirrenico fluido bluastro o l’Etna, fumante di rabbia in una città coi piedi a mollo sullo Ionio. È un posto che profuma di muschio - fatto di faggi, di pini, di castagni – e che ha il sapore di funghi. Specie con l’arrivo dell’autunno, questi odori e queste sensazioni si fanno più intense. Gambarie, grandangolo di paradiso, frazione di Santo Stefano in Aspromonte, concepita nel grembo di un Parco Nazionale dal cuore igneo, figlia di un monte che porta il nome del vento, dal sangue calabrese.

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Il nero di questo doppio itinerario, che collega due luoghi a diverse latitudini – uno in Calabria e l’altro in Piemonte - è quello del porcino che cresce nei boschi del Parco d’Aspromonte. Qui, fra natura, storia e tradizioni gastronomiche, sorgono splendidi borghi pedemontani come Gambarie nella provincia di Reggio. Il bianco, invece, è quello del tartufo d’Alba, nel Cuneese, cuore economico delle Langhe, con le sue Cento Torri, le colline ricche di vigneti del Roero e i suoi piatti prelibati a base di "Tuber magnatum Pico" Qui ottobre è il mese che da calendario è del Boletus aereus, comunemente detto porcino nero, un gioiello ocraceo dall’odore inebriante, dalla carne bianca, compatta, che assicura un’ottima resa. Si presta all’essiccazione, al surgelamento, sta bene anche sott’olio, i giovani sono gli esemplari più saporiti.

Alla Locanda del Brigante, sul belvedere di Gambarie, con meno di venti euro, durante la festa dei funghi che di solito si svolge a fine ottobre, potrete apprezzarli coi maccheroni, con le mezzelune, sposati alla lonza di maiale, soffritti con pomodori e cipolle, stringendo magari fra le mani un bicchiere d’ottimo ros-


THE BLACK BOLETUS PORCINO MUSHROOM OF GAMBARIE AND THE WHITE TRUFFLE OF ALBA Hunting for two mushrooms over and under Italy The black of this dual itinerary, which connects two places on different latitudes – one in Calabria and the other in Piedmont – is that of the boletus porcino mushroom which grows in the woods of the Aspromonte Park. Here, amongst nature, history and gastronomic traditions, you can find splendid towns in the foothills like Gambarie in the province of Reggio. The white, on the other hand, is that of the truffle of Alba, in the province of Cuneo, economic heart of Langhe, with its Hundred Towers, hills full of Roero vineyards and its special dishes based on "Tuber magnatum Pico"

T

here is a place where the Straits disappear and the boot returns to being at one with its Sicily. Where, like in a divine catalogue, you can choose between observing the Aeolian islands immersed in the bluish Tyrrhenian sea or the angrily smoking Etna, in a town with its feet dipped in the Ionian sea. It is a place which smells of musk – made up of beech, pine and chestnut trees – and which has the taste of mushrooms. Especially when autumn comes, these smells and these sensations become increasingly intense. Gambarie, a wide shot of paradise, hamlet near Santo Stefano in Aspromonte, created in the womb of a National Park with an igneous heart, daughter of a mount which has the name of the wind, with Calabrian blood. Here, October is the month of the Boletus Aereus, commonly called “Porcino Nero”, an ochre coloured jewel with an inebriating smell, white flesh, compact, which ensures an excellent yield. It

Alba

Gambarie

Parola all’esperto Riccardo Compagno, dottore in Scienze Naturali, specializzato in Ecologia e Biogeografia, esperto micologo, ci parla del Boletus aereus, volgarmente conosciuto con il nome di porcino nero. Questo esemplare di fungo è termofilo, dal profumo e dal sapore intensi. Ecologicamente importante per la salute dei boschi, stringe rapporti simbionti con le radici delle piante arboree, per cui aumenta la superficie d’assorbenza e da cui trae nutrimento. Il tartufo bianco - a opinione di alcuni sopravvalutato per il rapporto qualità-prezzo - è un fungo ipogeo. A differenza del Boletus – apogeo – cresce, infatti, sottoterra. Esaltante il suo sapore, quando è accompagnato con la grappa. Non è insolito osservare cercatori di tartufi con qualche dito in meno: il Tuber magnatum Pico emette una molecola odorosa simile a quella del maiale in estro. Per tal motivo, delle volte, si sostituisce al cane il grugnente animale, il quale però non si stacca facilmente dalla leccornia scovata.

experT OPINION Riccardo Compagno, Natural Sciences graduate, specialised in Ecology and Biogeography, mycology expert, tells us about Boletus aereus, commonly called porcino nero. This mushroom is thermophile, with an intense aroma and taste. It is ecologically important for the health of woodland, it has a symbiontic relation with the roots of trees, whose absorbing surface it increases and from which it feeds. The white truffle – which some consider to be overestimated for its quality-price ratio – is a hypogeal mushroom. Unlike the apogeal Boletus which grows under the ground. Its taste is enhanced when accompanied by grappa. It is not unusual to find truffle hunters with fingers missing: the Tuber magnatum Pico emits a molecule with a smell similar to the pig in oestrus. This is why, at times the honking animal replaces the dog, but it is difficult to detach it from its discovered delicacy.

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so della casa. Da Gambarie un groviglio di sentieri si snodano sviscerando le montagne attorno, potrete sciare (ci sono piste per 10 chilometri) guardando il mare, in particolare la Costa viola, su Scilla, lungo 1350 metri, in poche decine di metri di salita o di discesa è possibile confrontare la vegetazione in aree climaticamente differenti. Una opportunità che solo l’Aspromonte, cosi alto, e nello stesso tempo a ridosso della brezza mediterranea, può dare. Gambarie rappresenta anche la tappa di partenza continentale del “Sentiero Italia”, tracciato dal Club Alpino Italiano. Un unico sentiero che dalle montagne della Sardegna settentrionale, in un immaginario collegamento con la Sicilia approda in Calabria, e dall’Aspromonte attraverso Appenini e Alpi arriva a baciare il Carso. Salti d’acqua, laghetti, scoiattoli dal mantello nero e dal ventre bianco, salamandre ghiri donnole, il Gufo Reale e, nella sacralità silenziosa del Parco, il lupo. Eccoci arrivati al "bianco" del nostro itinerario. Quello del tartufo per eccellenza, d’Alba. L’onore e la forza nei rami d’alloro e di quercia dei Brichét; il verde e l’oro della Moretta, simboli della Scuola Enologica sin dai primi anni del ‘900; i gigli che richiamano la dominazione Angioina del XIII secolo di San Martino: sono solo alcuni degli elementi che, cuciti sugli stendardi, custodiscono i segreti dei nove borghi di Alba, città piemontese, rievocatrice d’emozioni cavalleresche, santa patrona del tartufo bianco. La “Giostra delle Cento Torri” nel tempo si è trasformata da sagra a manifestazione folkloristica di alto livello - atta a rappresentare la vita del comune medievale. Fra Sbandieratori, Nobili, Dame, Damigelle e Ar-

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Il tartufo fu utilizzato da Cavour come mezzo diplomatico, che era solito inviare i migliori esemplari come dono a capi di Stato, politici e ambasciatori stranieri migeri, la Giostra si compone di tre momenti tra loro collegati: l’Investitura del Podestà, la Rievocazione storica di uno o più episodi di vita medioevale proposti dai borghi e il Palio degli Asini, con l’ironica sostituzione dell’umile ciuchino al tradizionale cavallo. Tutto a cornice del diamante di casa, sotterrato come un tesoro: difficilmente c’è un modo per pagare l’acqua così cara come quando si compra un tartufo - ne contiene generalmente l’80% assieme a potassio, calcio, sodio, magnesio, ferro, zinco e rame. Dagli egizi, ai sumeri, dall’impero babilonese e nella Persia di Alessandro Magno, il Tuber magnatum Pico – pomposo nome scientifico del protagonista – fu usato da Cavour come mezzo diplomatico, tradizione perpetuata da Giacomo Morra dagli anni Sessanta inviando ogni anno il miglior esemplare a un personaggio illustre della politica, dello sport e dello spettacolo: Rita Hayworth, Harry Truman, Sophia Loren. Celebrato come cibo degli dei, utilizzato dal bramoso Giove come afrodisiaco, coi suoi plurali sapori – dall’agliaceo al più delicato miele – per incrementare la ricerca e la tradizione della sua cultura nasce nel 1996 il Centro Nazionale Studi Tartufo. Anche i profani possono accostarsi a questo mondo, seguendo un corso d’assaggio, ove un esperto dell’OIAT (Organizzazione Internazionale Assag-

giatori di Tartufo) fornirà i necessari rudimenti di micologia e analisi sensoriale agli aspiranti degustatori. Al termine del corso, viene rilasciato un attestato di partecipazione e la tessera dell’OIAT. Per i più ambiziosi, aspiranti “trifolau” ossia cercatori di tartufo – si ricorda che è necessario un tesserino oltre che un fido compagno e la delicatezza di rimettere a posto il terreno rimosso, così da permettere la formazione di nuove radichette e sperare nella formazione di un nuovo corpo fruttifero. I più pigri ne cercheranno i profumi- piuttosto che fra tigli, salici, querce pioppi e noccioli dei boschi – passeggiando tra i mercati, con più di 100 stand, fra salumi, formaggi, un buon Barolo, qualche pasticcino. Senza paure: una commissione di controllo è sempre presente tra i banchi del mercato.

gambarie lunch & dine La Locanda del Brigante Belvedere di Gambarie, Tel. (+39) 0965 745510 Ristorante Al Terrazzo Via delle Ville 20, Tel.(+39) 0965 743093 Ristorante Excelsior Piazza Mangeruca 1, Tel. (+39) 0965 743049

where to stay Hotel Miramonte Via degli Sci 10, Tel. (+39) 0965 743190 Hotel Centrale Piazza Mangeruca 14, Tel. (+39) 0965 743133 Park Hotel Bellavista Via Delle Albe, Tel. (+39) 0965 744143


The truffle was used by Cavour as a diplomatic means. He used to send the best ones as gifts to foreign Heads of State, politicians and ambassadors

Nelle foto, scene della sfilata storica per la Fiera Internazioale del Tartufo bianco di Alba (photo © Nuccia Faccenda)

alba lunch & dine Ristorante Piazza Duomo Piazza Risorgimento 4, Tel. (+39) 0173 366167 Osteria Lalibera Via Elvio Pertinace 24, Tel. (+39) 0173 293155 Locanda del Pilone Loreto M. di Como 34, Tel. (+39) 0173 366616

where to stay Langhe Hotel Strada Profonda 21, Tel. (+39) 0173 366933 Hotel Savona Via Roma 1, Tel. (+39) 0173 440440 Palazzo Finati Via Vernazza 8, Tel. (+39) 0173 366324

is ideal for drying, freezing, it is also excellent preserved in olive oil, the early ones are the most tasty. At Locanda del Brigante, on the panoramic viewpoint of Gambarie, with less than twenty euros, during the mushroom festival which usually takes place at the end of October, you can appreciate them with maccheroni, with mezzelune, with pork loin, fried with tomatoes and onions, clenching a glass of the excellent house red wine to wash it down.From Gambarie a series of paths wind their way down dividing the surrounding mountains, you can ski here (there are 10 kilometres of slopes) looking at the sea, in particular the Costa viola, on Scilla, 1350 metres long in a few dozen metres either up or down you will come across vegetation in different climatic areas. An opportunity that only Aspromonte, so high, and at the same time lapped by the Mediterranean breeze, can give. Gambarie also represents the continental starting point of the “Sentiero Italia”, created by the Club Alpino Italiano. A single path which, starting from the mountains of northern Sardinia, in an imaginary connection with Sicily reaches Calabria, and from Aspromonte through the Apennines and Alps reaches il Carso in northern Italy. Waterfalls, lakes, black coated squirrels with a white belly, salamanders, dormice, weasels, the eagle owl and, in the sacred silence of the Park, the wolf. Here we are at the “white part of our itinerary”. That of the truffle par excellence that of Alba. The honour and strength of the laurel and oak branches of the Brichét; the green and gold of the Moretta, symbols of the Wine making school since the early years of the 20th century; the lilies that recall the Angevin domination of the 13th century of San Martino: these are just some of the elements that, sewn on the standards, hold the secrets of the nine districts of Alba, a Piedmontese town, evoking knightly emotions, the holy patron of the white truffle. In time the “Joust of the Hundred Towers” has been transformed from a festival to a high level folkloristic event – designed to represent the life of the medieval town. Flag bearers, Noblemen, Dames, Damsels and Armigers, the

Joust consists of three connected monuments: the investiture of the Podestà, the historical reconstruction of one or more episodes of medieval life proposed by the districts and the Palio of the donkeys, with the ironic replacement of the traditional horse with the humble ass. All this to the backdrop of the homemade diamond, buried like a treasure: it is difficult to find another way of paying so much for water like when you buy a truffle, it generally contains 80% water along with potassium, calcium, sodium, magnesium, iron, zinc and copper. From the Egyptians to the Sumerians, from the Babylonian Empire and in the Persia of Alessandro Magno, the Tuber Magnatum Pico – pompous scientific name of the protagonist – was used by Cavour as a diplomatic means, a tradition kept alive by Giacomo Morra since the Sixties by sending the best one to an illustrious personality of politics, sport and entertainment: Rita Hayworth, Harry Truman, Sophia Loren. Celebrated as the food of the Gods, used by desirous Jupiter as an aphrodisiac, with its plurality of tastes – from garlicky to the more delicate honey: to increase the research and the tradition of its culture the National Truffle Study Centre was created in 1996. Even the profane can become part of this world, by following a tasting course, here an OIAT (International Truffle Tasters Association) expert will give the necessary mycology basics and sensorial analysis for potential tasters. At the end of the course, a certificate of participation is issued along with the OIAT membership card. For the more ambitious, aspiring “trifolau” – that is truffle certifiers – must remember that you need a permit along with a trusty companion and the delicacy to replace the removed soil, so that new roots can form and hope for the formation of a new fruitbearing body. The lazier ones will look for the smells amongst the more than 100 market stalls, amongst the cured meats, cheeses, a good Barolo, some cakes rather than amongst the lime, willow, oak, poplar and hazel trees. No fears: a control commission is ever present amongst the market stalls.

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COLOMBINO: un viaggio a portata di mano Ecco la novità dell'anno che rivoluziona la concezione del viaggio e l'identità dei suoi appassionati. Pur sembrando, nella forma e nella struttura, un normale navigatore satellitare, quest’avveniristica guida turistica elettronica è dotata di un'anima intelligente che la rende non soltanto un indispensabile compagno di viaggio ma anche, e soprattutto, un veicolo di promozione del nostro territorio

I

l senso di un viaggio si cela sempre dietro un desiderio, sia esso di scoperta o di catarsi, ma la maggior parte delle volte finisce col tradursi in dispendiosi pensieri che si perdono tra organizzazione, ricerche, mappe e tabelle di marcia. Cosa accadrebbe, invece, se qualcuno svolgesse per voi il “lavoro pesante” affidando alla vostre mani l'unica incombenza di scegliere ciò che volete? Questa ipotesi cessa di essere tale quando parliamo di Colombino.

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Pur sembrando, nella forma e nella struttura, un normale navigatore satellitare, questa avveniristica guida elettronica è dotata di un'anima intelligente che lo rende non soltanto un indispensabile compagno di viaggio ma anche, e soprattutto, un veicolo di promozione del nostro territorio. I suoi itinerari, continuamente aggiornati e aggiornabili attraverso la sua piattaforma online (colombino.eu), sono infatti pensati e prodotti per valorizzare le eccellenze del made in Italy e per condurre il turista alla scoperta delle bellezze del

Un indispensabile compagno di viaggio da portare in tasca che, avvalendosi di immagini, video, audio e descrizioni dettagliate dei luoghi che incontrerete in viaggio, vi farà scoprire le bellezze italiane

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nostro Paese fornendo informazioni su mete, monumenti, produzioni autoctone, servizi e attività dei comuni. Una vera guida turistica bilingue che, avvalendosi di strumenti di innovativa tecnologia, quali interattività, immagini, video e audio, è in grado di trasformarvi da semplici viaggiatori in cittadini del mondo. Colombino conta su un network forte ed eterogeneo capace di penetrare con efficacia e ingegno nel territorio. Le convenzioni stipulate tra Colombino e i sui partner, infatti, consentono a entrambe le realtà di accrescere la propria forza garantendone ampia e duratura visibilità in un'attenta e studiata azione di co-marketing. Si tratta di una vera e propria economia di contatto che lega a doppio filo tutte le realtà turistico-imprenditoriali, incrementando lo sviluppo non solo del mercato ma anche, e soprattutto, del nostro territorio. Il risultato è un circuito strategico opportunamente messo a disposizione di tutti gli operatori di settore. Naturalmente oltre ai partner e agli inserzionisti, Colombino è rivolto a chi vuole semplicemente scoprire l’Italia in modo diverso facendosi suggerire attività, luoghi e itinerari attraverso un oggetto elegante, innovativo e curioso. Nato da un’idea dell’ingegnere Vincenzo Meola, e frutto della sinergia tra Stylo Rent a Car e la comunication agency di Publipoint, Colombino è un progetto giovane, che da questo aggettivo prende soprattutto l'energia, la freschezza e la naturale propensione a stare sempre al passo con i tempi. In tal senso non si limita a essere mero prodotto commerciale, ma si propone innanzitutto come promotore di un turismo etico e responsabile. Proprio per questo è protagonista di un'importante iniziativa benefica in favore de L’Aquila, città gravemente danneggiata a seguito del terremoto dell’aprile 2009, e contribuisce alla sua rinascita devolvendo parte del suo ricavato alla ricostruzione della Cattedrale dei SS. Massimo e Giorgio. In quest'ottica Colombino e la Curia di L'Aquila, lavorano in stretta sinergia nell'ambito del progetto di solidarietà “Colombino infrange il silenzio fragoroso di L'Aquila”, mosso dal preciso intento di sensibilizzare le realtà del territorio italiano e incentivare ulteriori iniziative a scopo benefico atte a restituire alla cittadina ciò che le è stato tolto. Ha sposato il progetto anche la Curia di Palermo che, in occasione della visita del sommo Pontefice avvenuta lo scorso 3 ottobre, si è premurata di donare un prototipo di Colombino a sua Santità come frutto dell’ingegnosità di una Palermo che continua a camminare. “Siamo onorati di avere la possibilità di donare a Sua Santità il nostro navigatore – spiega Vincenzo Meola – Tutto questo grazie alla generosità e all’aiuto dell’Arcivescovo di Palermo, Sua Eccellenza Reverendissima Paolo Romeo e del Vescovo ausiliario monsignor Carmelo Cuttitta, che hanno accolto con entusiasmo la nostra idea”. Ed è proprio con lo stesso entusiasmo che Colombino restituirà a ciascuno di noi l'essenza del desiderio, spogliato dei suoi vincoli pratici, lasciando che il viaggio cominci nelle nostre mani.

Le convenzioni stipulate tra Colombino e i suOi partner consentono a entrambe le realtà di accrescere la propria forza garantendone ampia e duratura visibilità in un'attenta e studiata azione di co-marketing

PROMO


black & white itineraries

Un vicolo di Randazzo. A sinistra, una veduta di Randazzo con l’Etna sullo sfondo (photos © Giorgia Genco)

Calce e Lava:

Ostuni e Randazzo

A spasso tra i contrasti del Sud d’Italia

Un itinerario insolito che collega idealmente Ostuni, la “città bianca” nel Salento pugliese, e Randazzo, la “città nera” nel Parco regionale dell’Etna. Utility traccia un fil blanc & noir tra due cittadine del Meridione che, tra il bianco delle facciate delle case e il nero dei lastricati di pietra lavica, conservano i segreti delle loro origini e la magia di una gastronomia d’altri tempi di Erica La Venuta

N

on è un’impresa facile raccontare per dicotomie, eppure è affascinante quanto nel confronto fra itinerari diversi, si apprezzi ancora meglio la ricchezza di paesaggi che - a non molti chilometri di distanza - definiscono la punta più estrema dello Stivale. Parliamo della città bianca per eccellenza, la piccola Ostuni nel Brindisino - che con Taranto e Santa Maria di Leuca chiude i vertici del Salento pugliese - e della nera Randazzo in

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provincia di Catania, che insieme ad altre piccole località, definisce i contorni del Parco regionale dell’Etna, in Sicilia. Figlie della luce chiara del giorno, le abitazioni del centro storico di Ostuni sono ricoperte di calce bianca fino ai tetti. Si narra che questa fu in realtà una necessità, nel XVII secolo, per evitare il dilagarsi della peste e, sciagura a parte, oggi il bianco dona ai vicoletti un aspetto gioioso, che assieme alla conformazione circolare della pianta, ai bei balconi ricchi di fiori, conferisce alla cittadella il noto “effetto presepe”. Ma, tor-


WHITEWASH AND LAVA:

Ostuni and Randazzo

wandering around the contrasts of Southern Italy

An unusual itinerary which creates the ideal connection between Ostuni, the “white town” in the Apulian Salento, and Randazzo, the “black town” in the Etna regional park. Utility draws a fil blanc & noir between two provincial towns in southern Italy that preserve the secrets of their origin and the magic of the food of yesteryear in the white façades of the houses and the black of the lava stone paving

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t is no easy thing to tell a tale by dichotomy, but it is fascinating because by comparing different itineraries, you appreciate even more the richness of the landscapes which – despite their geographical vicinity – define the extreme tip of the Boot. We are talking about the white town par excellence, the little Ostuni in the province of Brindisi – which along with Taranto and Santa Maria di Leuca closes the vertices of the Apulian Salento – and about black Randazzo in the province of Catania, that, along with other small places, defines the borders of the Regional part of Etna, in Sicily. Daughters of the fair light of day, the houses of the old town of Ostuni are covered in whitewash up to the roofs. It is said that this was actually a necessity in the 17th century to stop the spread of the plague and disaster apart, the white now gives the narrow lanes a joyful appearance, which along with its circular plan, its beautiful flowering balconies, gives the town its well-known “nativityscene effect”. However, returning to nature, the use of lava as a building mate-

Ostuni

Randazzo

la cucina

dove il sud ritrova se stesso

Randazzo e Ostuni condividono qualcosa: in entrambe la cucina esprime sincerità e una tradizione regionale molto salda. A Ostuni abbondano pasta fresca, formaggi come il canestrate, il “cacio ricotta”, la “ricotta forte”. Provate “fave e cicoria” o la “tagliedda”, piatto povero con riso, patate, zucchine e cozze. Ottimi i “turcineddi”, spiedini di budelline di agnello e le “bombette panate”. A Randazzo imperdibili pistacchi e mandorle, reinventati in impasti come i “tirrimulluri”, con vino cotto, farina, nocciole, noci e cannella oppure il “mustazzuolo”, un fagottino ripieno di miele, frutta secca, spezie e vino cotto.

CUISINE

where southern Italy finds itself again

Randazzo and Ostuni have something in common: in both towns the cuisine expresses sincerity and a very strong regional tradition. In Ostuni fresh pasta, cheeses, like canestrate, “cacio ricotta”, and “ricotta forte” abound. You should try “fave e cicoria” (wild chicory and fava beans) or the “tagliedda”, a “poor” dish with rice, potatoes, courgettes and mussels. The “turcineddi”, lambs innards on a skewer and the “bombette panate” are excellent. In Randazzo pistachio and almonds, reinvented in mixtures like the “tirrimulluri”, with cooked wine, flour, hazelnuts, walnuts and cinnamon or the “mustazzuolo”, a faggot filled with honey, dried fruit, spices and cooked wine are not to be missed.

Qui e a fianco, due scorci di Ostuni (photos © Andrew Buckie)

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Figlie della luce chiara del giorno, le abitazioni del centro storico di Ostuni sono ricoperte di calce bianca fino ai tetti. Si narra che questa fu in realtà una necessità, nel XVII secolo, per evitare il dilagare della peste

La Cattedrale di Randazzo (photo © Giorgia Genco). Nella pagina a fianco, una via di Ostuni (photo © Maurizio Montanaro)

Parchi naturali ALCANTARA

Randazzo è uno dei comuni del Parco dell'Alcantara. Il centro visite ha sede in via Umberto, 195. Tel. 095-7991611.

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Parco d'Agnano

Il Parco Naturale di Santa Maria D'Agnano si trova a 2 km da Ostuni. Vi si trovano grotte con reperti archeologici.

nando alla natura, ancora da lei dipende l’utilizzo della lava come materiale di costruzione nel paese di Randazzo, figlio del vulcano. Dunque colline nere, vigneti, noccioleti, boschi di querce, castagni dell’area etnea, disegnano, insieme con il mare turchese del litorale e alla tipica macchia mediterranea del suo interno, il Meridione d’Italia. Entrando a Ostuni si può scegliere tra diversi itinerari, come quello delle chiese della città vecchia, tante nel numero e diverse per stili architettonici. Da non perdere la Cattedrale, a pochi passi dalla grande piazza della Libertà, con elementi gotici e romanici, mentre sempre vicino, lungo la via Cattedrale c’è la chiesa di san Vito Martire, che con il suo stile rococò è uno dei monumenti più significativi del Salento. Sui colli su cui sorge la città, si possono visitare il santuario di Sant’Oronzo, risalente al ‘600, dove a sinistra della chiesa, percorrendo la scalinata brocca si giunge a una fonte che sgorga a intermittenza, ritenuta miracolosa e la chiesetta di San Biagio in Rialbo, del XII secolo, di difficile accesso, ma con una grotta naturale e alcune tracce di affreschi d’influenza bizantina. Oppure stanchi della città si può optare per le tipiche masserie di campagna, alcune di queste di importanza storica; si può prendere respiro al  Castello di  Villanova  che sorge nei pressi del porticciolo o ancora decidere di passare una giornata sulla costa, magari nel Parco Archeologico e Naturalistico di Santa Maria D’Agnano. Ma, dovunque andiate vi seguirà la luce accecante del Salento che rifrangendosi sulle costruzioni lattee, in alcuni momenti si farà accecante, diventando un ricordo indimenticabile. Dal tacco alla punta dello stivale, giungiamo infine alle pendici dell’Etna. Un altro sud. Ci fermiamo a circa 750 metri dal livello del mare, nella zona collinare dove sorge Randazzo. La città pog-


Daughters of the fair light of day, the houses of the old town of Ostuni are covered in whitewash up to the roofs. It is said that this was actually a necessity in the 17th century to stop the spread of the plague miraculous properties, and the church of San Biagio in Rialbo, dating back to the 12th Century, difficult to reach, but with a natural cave and some signs of frescoes of Byzantine influence. Otherwise, if you are tired of the town you can opt for the typical country farmhouses, some of which are of historical importance; you can catch your breath at the Castle of Villanova which is located in the vicinity of the little port or even decide to spend a day at the coast, perhaps in the Archaeological and Nature Park of Santa Maria D’Agnano. However, wherever you go you will be accompanied by the dazzling light of the Salento that, reflecting from the milky buildings, will be blinding on occasions, becoming an unforgettable memory. From the heel to the tip of the boot, we finally reach the slopes of Etna. Another South. We stop at about 750 metres above sea level, in the hilly area where Randazzo is located. The town lies on a prehistoric lava bed,

rial in the town of Randazzo, son of the volcano, also depends on her. Thus, black hills, vineyards, walnut groves, oak woods, chestnut trees of the Etna area along with the turquoise sea of the waterfront and the typical Mediterranean Scrub inland, draw Southern Italy. Entering Ostuni you can choose amongst various itineraries, like that of the many churches of the old town with different architectural styles. The Cathedral, a short distance from the large square Piazza della Libertà, with its Gothic and Roman elements is not to be missed, while nearby, along via Cattedrale there is the church of San Vito Martire, which is one of the most important monuments in the Salento. On the hills on which the town was built you can visit the Sanctuary of Sant’Oronzo, dating back to the 17th century, where to the left of the church, going along a Baroque staircase you reach a spring which flows intermittently and is considered to have

ostuni how to get there In aereo (by plane) Aeroporti di Bari (80 km) o di Brindisi (40 km) In auto (by car) Autostrada A1, uscita Bari Nord. Proseguire sulla superstrada Bari-Brindisi.

lunch & dine Ristorante Portauova via G. Petrarolo 28, Tel. (+39) 0831 338983 Ristorante Il Piccolo di Ostuni Corso Umberto 13, Tel. (+39) 0831 342 979

where to stay Masseria Cappuccini Contrada Galante, Tel. (+39) 333 4120241  www.masseriacappuccini.it Masseria Il Frantoio  S.S. 16 Km. 874, Tel. (+39) 0831 330276 www.masseriailfrantoio.it Masseria Ferri Contrada Ferri  1, Tel. (+39) 080 4395483

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Il contrasto tra i vicoli neri di Randazzo (photo © Giorgia Genco) e quelli bianchi di Ostuni (photo © Cinzia A. Rizzo)

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gia su un bacino lavico preistorico che a nord sprofonda nel vallone dell’Alcantara, oggi parco fluviale, con cascate e laghetti, ma assolutamente da non perdere sono le suggestive gole, fatte di pareti laviche di roccia basaltica dalle forme prismatiche. A est le lave degradano verso la rigogliosa piana di Moio dove sono coltivati alberi da frutta di diverso tipo. Già solo questi scenari sarebbero un motivo sufficiente per una visita, ma l’aspetto più caratteristico è il nero delle costruzioni. Cominciando dalla cattedrale, la Basilica di Santa Maria é

interamente costruita da blocchi di pietra lavica, in stile normanno-svevo; proseguendo per Via Umberto, il Palazzo Comunale in piazza Municipio, occupa un antico convento con chiostro; al lato, via degli Archi, sormontata da archi a sesto acuto e bifore del ‘300. Da visitare anche la chiesa di San Martino, con facciata barocca in pietra lavica e un bel campanile gotico del ‘300. Sempre in piazza S. Martino, vi è il castello Svevo, unico superstite delle otto torri che circondavano la città, oggi sede del museo dei pupi, antica arte siciliana.

which, further north goes down into the valley of Alcantara, now a river park with waterfalls and lakes, but the charming gorges with basaltic rock lava walls with its prismatic shape are a must. To the east the lava degrades to the luxuriant Moio plains where various kinds of fruit tree grow. This landscape alone provides a sufficient motive for a visit, but the most characteristic aspect is the black of the buildings. Starting with the Cathedral, the Basilica of Santa Maria is made entirely from blocks of molten rock, in a Norman-Swabian style; contin-

uing along Via Umberto, the Town Hall in Piazza Municipio, occupies an ancient convent with cloisters; on the side, via degli Archi, surmounted by pointed arches and two-light windows dating back to the 14th century. The church of San Martino, with its molten rock Baroque façade and a beautiful 14th Gothic century bell tower are well worth visiting. Piazza S. Martino also contains the Swabian castle, the only surviving tower of the eight which used to surround the town and now headquarters of the puppet museum, the ancient Sicilian art.

randazzo how to get there In aereo (by plane) Aeroporto di Catania (65 km) In auto (by car) Autostrada Messina-Catania, uscita Fiumefreddo. Proseguire sulla SS 120 o sulla SS284.

lunch & dine San Giorgio e il drago Piazza San Giorgio 28, Tel. (+39) 095 923972 Ristorante Veneziano Tel. (+39) 095 7991353, www.ristoranteveneziano.it

where to stay I tre parchi Bed and Bike Via Tagliamento 49, Tel. (+39) 095 7991631  www.aitreparchibb.it B&B Etna Taormina via dei Caggegi 27, Tel. (+39) 328 2839279 www.etnanebrodi.it Hotel Feudo Vagliasindi Contrada Feudo S. Anastasia, SS 89 Tel. +(39) 095 7991823, www.feudovagliasindi.it


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Dublino in & out reportage

di Cristoforo Spinella - Photos Š Salvo Buffa

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Musica e birra. Sono loro i protagonisti di questo tour disincantato nella capitale irlandese. Un giro “dentro e fuori” la città degli U2. Dentro i pub, dove s’incontra la vera gente di Dublino, la Guinness è l’orgoglio che porta avanti un business da 10 milioni di bicchieri spillati ogni giorno. All’aperto, ci sono parchi e prati d’ogni genere dove i dubliners passano i pomeriggi di sole, quando ci sono

Il Foggy Dew, uno dei luoghi di ritrovo più frequentati del Temple Bar, storico quartiere del divertimento della capitale irlandese

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Q

uando qualcuno apre la porta del pub per andare a fumare, è la musica che viene dall’interno a invadere la piazza deserta. Sono le sette di sera, forse la gente sta cenando. Di sicuro l’impressione è che, malgrado il clima autunnale più mite, gli irlandesi preferiscano comunque una birra in qualche locale, dentro. Fuori, nella grande piazza a due passi dalla fabbrica-museo del whiskey Jameson, solo due ubriaconi che bivaccano su una panchina. Siamo a Dublino, nel quartiere popolare di Smithfield. Qui non ci sono i negozietti di souvenir che punteggiano i quartieri del centro di Londra. A una mezz’ora di cammino da Temple Bar, il quadrilatero della movida dublinese reso famoso dagli U2, c’è un altro pezzo di Irlanda. Quella vera. La musica celtica è una delle tradizioni più forti del Paese, capace di resistere all’invasione del pop anglo-americano e alle mode televisive. Per dire: al Cobblestone, uno dei pub simbolo di Smithfield, da una trentina d’anni Mick O’Grady arriva puntuale il giovedì sera con il suo violino in mano per intonare vecchie canzoni irlandesi: basta guardare la

Sopra, uno scorcio di Temple Bar. In alto una veduta delle sponde del fiume Liffey. A destra, il violinista Mick O’ Grady, che si esibisce al Cobblestone. Nella pagina a fianco, uno dei tanti musicisti di strada

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5 locali da non perdere Scarpe da lavoro appese al muro accanto ad una chitarra e decine di fotografie. Cobblestone è come un vecchio amico che si porta dietro l’identità di una nazione. Con le improvvisazioni folk che hanno il sapore di storie antiche. (77 King Street North, Dublin 7)

La musica celtica è una delle tradizioni più forti del Paese, capace di resistere all’invasione del pop anglo-americano e alle mode televisive

LA SCURA SUBLIME Così la definiva James Joyce. Per gli irlandesi è un vero toccasana perché ricca di ferro. A Dublino ha un suo quartier generale di 5 piani, la Guinness Storehouse. È aperta ogni giorno dalle 9.30 alle 17. Si trova al numero 8 di St James’s Gate.

foto appesa al muro che lo ritrae non ancora canuto ma con lo stesso sorriso gioviale e rubicondo. Con lui all’inizio ci sono il figlio con la fidanzata, oltre a un curioso giapponese autodidatta finito lì chissà come. Col tempo, tra pinte di Guinness e nuovi musicisti che arrivano, la sala si riempie: è una jam-session naturale, una sorta di staffetta della musica e delle tradizioni che anima la sera di sfogo del quartiere operaio che fuori resta in silenzio e dentro si diverte. Violino, flauto, chitarra e tanto alcol: “I spent all my money in women and whiskey”, canta Mick, divertito come trent’anni fa. Certo, quelli della musica celtica non sono i grandi numeri di altri generi. Però è quasi un miracolo che esista ancora così, con il suo spirito antico e il gusto di suonare tanto per suonare, al punto che i musicisti si pagano pure le birre. In compenso, ci sono alcune panche dove si siedono solo loro: “Reserved for musicians”, avverte un cartello inchiodato al muro. È questo il loro privilegio, essere musicisti. E questo basta. È cambiata molto Dublino negli ultimi dieci anni: dopo il travagliato accordo che nel 1998 ha sancito il “cessate il fuoco” nell’Ulster – meno di 200 chilometri più a nord – la capitale irlandese si è tuffata convinta nella bolla speculativa

A Temple bar è la varietà che stupisce. In un piccolo quartiere si trovano decine di pub per tutti i gusti. Dallo storico Temple, al più commerciale Hard Rock Cafè. Mete più culturali sono l’Irish photography centre e l’Irish film institute. (47-48 Temple Bar, Dublin 2)

Al Foggy dew gli amanti dei feticci rock potranno sorseggiare una pinta di birra e tra i dischi d’oro dei più grandi musicisti della storia. Proprio sopra il bancone c’è una splendida chitarra autografata dal mitico Keith Richards. ( 1 Fownes Street , Dublin 2)

Per fare quattro chiacchere in un posto decisamente poco comune si può andare al Big Blue Bus. Un pub come tanti, dall’esterno, ma nel retro si trova un vero Bus a due piani dipinto di blu dove ci si può sedere per bere in compagnia. (11-12 St. Richmond Street, Dublin 2)

è d’obbligo mangiare del fish and chips da Leo Burdock’s. All’ingresso una targa riporta i nomi noti che negli anni si sono fermati qui per uno spuntino come gli U2, Bruce Springsteen, Naomi Campbell, B.B. King, Metallica e Mick Jagger.

(269 Lower Rathmines Road, Dublin 6)

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Sotto, la scultura di Arnaldo Pomodoro all’interno del Trinity college. A destra, due ragazze in un cafè al Temple Bar

di Internet prima e dei junk bond poi. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: oggi l’economia del Paese rischia il collasso e da Bruxelles guardano con preoccupazione a quello che potrebbe succedere nei prossimi mesi, tra ardite strategie di risanamento e rapaci delocalizzazioni. Me lo spiega con parole semplici un italiano che ci vive. Punta il dito verso una grande banca – una ventina di piani lungo le rive del Liffey, il fiume che attraversa la città – e mi racconta che l’hanno aperta appena dieci anni fa e adesso è destinata a svuotarsi per trasferire le filiali in Brasile. Un affare, per i proprietari. A un suo amico che parla portoghese hanno offerto: trasferta o liquidazione. Molti altri, invece, non hanno scelta. Crollata la sua rampante economia di cartapesta, oggi Dublino si ritrova più povera e più insicura. Mentre noi ascoltiamo i suonatori di melodie antiche che

oltre le righe ascoltare

Per assaporare le sonorità del folk irlandese bisogna assolutamente immergersi in “Seven drunken nights” dei Dubliner o “Chieftains 4” e ”Chieftains 5” dei Chieftains. Per entrare nelle atmosfere post-punk e scoprire la Dublino alternativa dei primi anni 80, tra irrequietezza giovanile, vita da ghetto e lotta politica, il consiglio è la trilogia “Boy”, “October” e “War” degli U2.

cliccare

www.vivadublino.com è un simpatico portale di sopravvivenza urbana, frutto di un’ idea orientata a dare informazioni utili e concrete a tutti gli italiani che hanno in progetto di andare in Irlanda, e magari rimanerci.

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Leggere

Per conoscere la città e le sue atmosfere affidatevi a Joyce, “Gente di Dublino”, ma farsi rapire dal misticismo dei versi di William Butler Yeats durante un pomeriggio uggioso seduti tra gli alberi di un parco è un’esperienza unica.

vedere

“Il vento che accarezza l’erba”, di Ken Loach. Un racconto della guerra d’indipendenza irlandese del 1919. “Bloody Sunday”, di Paul Greengrass. Il film ricostruisce le vicende della Bloody Sunday, quando a Derry, nel ‘72, l’esercito britannico massacrò 13 civili nel tentativo di reprimere una manifestazione pacifica organizzata dall’Associazione dei diritti civili dell’Ulster.

È cambiata molto Dublino negli ultimi dieci anni: dopo il travagliato accordo che nel 1998 ha sancito il “cessate il fuoco” nell’Ulster, si è tuffata nella bolla speculativa di Internet prima, e dei junk bond poi non tramontano, la maggior parte dei dubliners (e dei turisti) sono chiusi in altri pub, quelli con i maxischermi al plasma, a vedere qualche partita di calcio. Ma è solo uno degli sport capaci di riempire i locali: c’è il rugby con la sua tradizione britannica, ma anche il calcio gaelico, curioso mix tra football inglese e rugby, appunto. In comune hanno una straordinaria capacità di attrarre la gente nei pub, dal modaiolo quartiere di Temple Bar all’elegante Grafton street, passando per i bar lungo i canali e quelli storici come il Bernard Show di Portobello, seconda casa di uno dei tanti premi Nobel di Dublino. Oltre a questo, ovviamente, c’è la birra. La Guinness è l’orgoglio locale e un business da 10 milioni di bicchieri spillati ogni giorno. Ma ce ne sono tante, soprattutto stout, la specialità locale. Per non parlare dei whiskey, terreno di competizione con i vicini scozzesi sin dal nome (se è irlandese è scritto con la “e”). All’aperto, ci sono parchi e prati d’ogni genere: il Phoenix Park soprattutto, che con i suoi 712 ettari è il più grande della città. La gente ci passa i pomeriggi di sole, quando ci sono. Anche con qualche nuvola va bene, ma di solito la pioggia non si fa attendere. Se preferite visitare una città open air, meglio cambiare meta. Ma mentre le strade sono vuote, dentro i pub Dublino vive.


Il Grand Canal Theatre che si specchia nel bacino artificiale

esplorando

dublino

d

di Salvo Buffa

U

na passeggiata lungo il fiume in direzione del porto offre un’immagine meno stereotipata di Dublino, quella delle banche e delle multinazionali con i loro edifici ultramoderni che, girato l’angolo, celano quel che resta delle periferie operaie. Tra questi vicoli un po’ nascosti, si trova Windmill lane A con gli omonimi studi di registrazione dove un gruppo rock locale, 30 anni fa cominciò il percorso per diventare una delle band più famose al mondo: per i fan degli U2 una tappa doverosa. Poco prima di arrivare al porto si attraversa il bianchissimo ponte di Calatrava b per raggiungere la sponda sud del fiume Liffey e la foce del Grand Canal. Un’area parzialmente riqualificata e ricca di fascino postmoderno: due enormi ciminiere in lontananza, lo splendido Grand Canal Theatre c , edifici industriali dimessi trasformati in perle di architettura contemporanea. Continuando verso l’interno si risale il canale avvolto da una vegetazione rigogliosa, qualche cigno bianco e alcune case che sembrano uscite da un libro di favole. The Spire d con i suoi 120 metri è la più alta struttura della città. La sua realizzazione venne inserita in un piano di risanamento urbano dell’area di O’Connel street. Interamente in acciaio, la scultura, dalla forma simile a quella di un ago, affascina per la sua capacità di riflettere la luce. Vale la pena di stendersi alla base e lasciarsi ingannare dalla prospettiva che sembra proiettarla all’infinito. I progettisti della Ian Ritchie Architects vollero creare un simbolo della lotta all’eroina, una vera piaga che negli anni 80 ha falcidiato generazioni di giovani. Church of st. Augustine and John e , conosciuta col nome di John’s lane, è un’imponente chiesa neo-gotica progettata nel 1860 dall’architetto Edward Welby Pugin, figlio del più noto Augustus Welby Pugin al quale si deve la realizzazione del palazzo di Westminster a Londra. La Christ church cathedral f è la più antica chiesa della città, la sua fondazione è fatta risalire all’anno 1028, mentre la sistemazione attuale mostra

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f e

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A

b c

le caratteristiche del neo-gotico tardo ottocentesco. I dublinesi sono molto legati a questo luogo e la notte di capodanno sono soliti riunirvisi per ascoltare un vero e proprio concerto di ben diciannove campane. Una curiosità: la cripta contiene una bizzarra “reliquia”. In una teca di vetro sono gelosamente conservati i resti di un gatto e un topo intenti a lottare. Inevitabile un passaggio al Trinity college g . Nella più antica università d’Irlanda, oltre una ricchissima biblioteca, è possibile trovare una sfera di Arnaldo Pomodoro e passeggiare nella piazza del vecchio parlamento tra edifici che hanno visto sfilare personaggi come Jonathan Swift, Bram Stoker, Oscar Wilde, e Samuel Beckett, o semplicemente abbandonarsi sul prato e conoscere ragazzi di mezzo mondo. Non passate sotto il campanile: si racconta di terribili disgrazie capitate agli studenti distratti. Guinness storehouse h : una trappola per turisti. Vero, ma come si fa a non rendere omaggio alla birra scura più famosa al mondo. Un tour tecnologico sulle fasi di preparazione, una galleria multimediale di vecchi spot pubblicitari, raccolte di bicchieri e bottiglie d’epoca e in fine il privilegio di spillare la propria pinta di Guinness (con tanto di attestato finale) e sorseggiarla al Gravity bar, una sala che offre un panorama della città a 360 gradi.

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Home video

stasera mi butto...

su un classico

suggerimenti per un cineforum autunnale

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Con l’autunno e le prime piogge, aumenta la voglia di rimanere a casa evitando di vagabondare tra i locali. Non c’è niente di meglio che godersi il tepore del focolare guardando un film, magari un capolavoro d’altri tempi. Se avete in mente di organizzare un cineforum “casereccio” con i vostri amici e condividere il piacere di un cult del cinema di una volta, ecco qualche titolo che non dovrebbe mancare nella vostra videoteca

P

di Andrea Vinci

rendete un venerdì di novembre. L’aria umida non promette nulla di buono, e non avete alcuna voglia di fiondarvi nella bolgia del solito locale affollato. Immaginate un divano, il vostro divano; un paio di amici, e una piccola fila di dvd. Da questa videoteca ideale scartate i blockbuster dell’ultima stagione. Per una volta, non per sempre. Stavolta potreste aver voglia di qualcosa di diverso, inusuale, nuovo. Un classico: senza esplosioni, computer grafica, e personaggi in alta definizione; ma che qualcosa di buono deve pur avere, nascosto tra i toni di grigio. La scelta può cadere su uno dei due mostri sacri del cinema in bianco e nero: Quarto potere (1941) o Casablanca (1942). Il primo (in originale: Citizen Kane) è un one man show nato dal genio di Orson Welles, da cui è scritto, diretto e interpretato. Ispirato alla vita del magnate William Hearst, il film ruota attorno alla vita e alla figura di Charles Foster Kane, ricostruita da un giornalista con l’intento di comprendere il significato delle sue ultime parole: “Rosebud”. Definito da Borges come un “giallo metafisico”, è di gran lunga il film che più ha influenzato le successive generazioni di cineasti.

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Quarto potere di Orson Welles, 1941 IMDB: 8,6 AFI: #1

casablanca di Michael Curtiz, 1942 IMDB: 8,4 AFI: #3

Vacanze romane di William Wyler, 1953 IMDB: 8,1 AFI: —

In alto, Orson Welles in Quarto Potere. Sopra, una scena di Casablanca. Nella pagina a fianco in alto, Gregory Peck e Audrey Hepburn sul set di Vacanze Romane. Nelle colonna a destra, i film consigliati nell’articolo: per ogni film si segnala il voto degli utenti dell’Internet Movie Database (IMDB) e la posizione nella top 100 dell’American Film Institute (AFI), stilata nel 2007.

Casablanca non ha di certo la scintilla geniale di Welles, al contrario sembra un calderone di cliché; ma forse la sua forza risiede proprio in questo. Rick è l’esiliato e cinico gestore di un bar nel Marocco francese della seconda guerra mondiale, è l’archetipo dell’eroe che non crede più in niente, riscattato dall’amore impossibile Ilsa. Il film diventa così il prototipo del dramma romantico, ma mantiene qualcosa di inimitabile: l’aura del capolavoro, conferita dallo charme della coppia Bogart/Bergman. Assolti i doveri morali verso la storia del cinema, potrete continuare il vostro viaggio in bianco e nero a seconda del mood della serata.

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la vita è meravigliosa di Frank Capra, 1946 IMDB: 8,7 AFI: #20

l’europa in b&N: le grandi scuole del dopoguerra

La grande stagione del cinema in bianco e nero europeo coincide con l’affermarsi di due scuole di rilievo mondiale: il neorealismo italiano e la nouvelle vague francese. Il movimento che coinvolse Antonioni, De Sica, Visconti (in alto) e altri nacque spontaneamente, senza una programmazione, ed ebbe risonanza internazionale nel 1945 con Roma città aperta di Rossellini, con una straordinaria Anna Magnani. In Francia, sulla scia del neorealismo nasce un movimento organico, una precisa linea di pensiero che accomuna registi quali Truffaut, Godard e Rohmer. La nouvelle vague è di respiro più ampio e ha in Effetto Notte di Truffaut (1973) una delle sue punte più alte, ma rimangono classici del bianco e nero film come Jules e Jim (Truffaut, 1962) e La mia notte con Maud (Rohmer, 1969).

se il bianco e nero regala un fascino d’altri tempi alla commedia, di sicuro conferisce al dramma una verve particolare che nessun altro effetto potrà trasmettervi Se siete in vena di romanticherie non avete che da scegliere, ma Vacanze romane (1953) resta la commedia romantica per eccellenza. Il film di William Wyler fece conoscere al pubblico Audrey Hepburn. L’attrice riuscì a soffiare il ruolo da protagonista a Liz Taylor, e, a fianco di Gregory Peck, diede vita a un classico del genere interamente girato a Roma e negli studi di Cinecittà. La vita è meravigliosa di Frank Capra (1946) è invece un film per tutta la fami-

glia, una fiaba moderna sulle orme del canto di Natale dickensiano. Si contrappongono sullo schermo il giovane idealista George Bailey e il mostro capitalista Henry Potter. Il povero George è spinto al suicidio dopo la perdita dell’azienda di famiglia; a salvarlo interverrà l’angelo Clarence Odbody, inviato da Dio con il compito di mostrare al giovane come sarebbe stato il mondo senza di lui. Ma se il bianco e nero regala un fascino d’altri tempi alla commedia, di si-


La vita è meravigliosa di Frank Capra del 1946 è un film per tutta la famiglia, una fiaba moderna sulle orme del celebre canto di Natale di charles dickens curo conferisce al dramma una verve particolare. Pellicole indimenticabili come Fronte del porto (1954) e Il buio oltre la siepe (1962) valgono un salto nel passato desaturato di Hollywood. La storia di redenzione di Terry, expugile colluso con un sindacato malavitoso, messa in scena da Elia Kazan nel ‘54 ottenne 8 oscar, grazie anche al talento limpido di un Marlon Brando in rapida ascesa. A Brando e Rod Steiger va il merito per la scena madre del film: lo scontro tra Terry e il fratello Charley, frutto di un’improvvisazione dei due attori. Il buio oltre la siepe (To kill a mockingbird) è un dramma giudiziario sullo sfondo dell’Alabama razzista di inizio anni 30. Il nero Tom Robinson è accusato di violenza carnale, la sua difesa viene affidata a Atticus Finch (Gregory Peck). Peck venne premiato con l’oscar, e nel 2003 Atticus Finch venne eletto dall’AFI quale migliore eroe cinematografico del XX secolo. Dal dramma al thriller e al noir: Psyco (1960) di Hitchcock e L’infernale Quinlan (1958) di Orson Welles costituiscono due pietre miliari. Il film del maestro del brivido non ha bisogno di presentazioni, un must per qualsiasi cinefilo, se non altro per l’impatto che ebbe alla sua uscita e il fascino che esercita ancora oggi sullo spettatore con le sue atmosfere e i suoi personaggi divenuti leggenda. L’infernale Quinlan (Touch of evil) è un noir d’autore che riesce a non scadere nei clichè del genere. Memorabile l’incipit, girato con un unico piano sequenza di tre minuti, in cui vengono presentati l’antefatto e i personaggi principali del film. Il viaggio nella vecchia Hollywood, dai candidi toni della commedia all’oscurità del noir attraversa così tutte le tonalità del grigio. Poche tappe fondamentali che non costituiscono un punto di arrivo, ma di partenza per la (ri)scoperta di un cinema lontano dai canoni attuali.

fronte del porto di Elia Kazan, 1954 IMDB: 8,4 AFI: #19

oltre le righe Leggere

il buio oltre la siepe di Robert Mulligan, 1962 IMDB: 8,5 AFI: #25

Edito da Morellini, “Storie di Cinema” di Pino Farinotti (autore dell’omonimo dizionario cinematografico) è una storia atipica del cinema, raccontata con i toni del romanzo più che del saggio, lasciando da parte i tecnicismi della critica.

ascoltare

psyco di Alfred Hitchcock, 1960 IMDB: 8,7 AFI: #14

l’infernale quinlan di Orson Welles, 1958 IMDB: 8,4 AFI: —

Prima ancora dei grandi classici in bianco e nero, rimangono impressi nel nostro immaginario i film muti di Chaplin e Keaton; “Lo Sceicco” di Rodolfo Valentino e “Metropolis” di Fritz Lang. Il cinema muto si avvaleva di una colonna sonora eseguita in sala, spesso da un singolo pianista. Il compositore Kevin Purrone ha raccolto alcune delle tracce più famose nel cd “Piano themes from the silent screen”.

vedere

Al Museo Nazionale del Cinema di Torino, allestito all’interno della Mole Antonelliana, verrete accompagnati in un tour a 360° attraverso la storia e le tecniche della settima arte. Il tutto corredato da oggetti di culto come lo sciarpone di Fellini o i vestiti di Marylin.

cliccare

Sul sito dell’American Film Institute (www.afi.com) è possibile consultare la classifica dei 100 più importanti film del cinema americano, redatta nel 1998 e aggiornata nel 2007, oltre alle classifiche dedicate alle star hollywoodiane e ai loro personaggi più famosi. Sul podio della Top100 AFI due incontrastati capolavori del cinema b/n: Citizen Kane e Casablanca.

una scelta senza colore

Nel cinema moderno il bianco e nero resta una scelta stilistica che in alcuni casi ha incontrato il favore sia del pubblico che della critica. Il più fulgido esempio in questo senso è Toro Scatenato, il biopic sul pugile Jake La Motta realizzato da Martin Scorsese nel 1980, la cui fortuna è anche da attribuire alle magistrali interpretazioni di Robert De Niro (nella foto a destra) e Joe Pesci. Nello stesso anno di Toro Scatenato un altro film in bianco e nero aveva ottenuto un buon successo, si tratta di The Elephant Man di Lynch; mentre un anno prima era la volta di Manhattan di Woody Allen. Più recenti sono Schlinder’s list, l’affresco sul dramma dell’Olocausto firmato da Spielberg nel ’93, e L’uomo che non c’era (2001), una delle pellicole migliori dei fratelli Coen.

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società

Cari maggiordomi, la scuola

è servita Torna in voga la moda del

butler’

Torna di moda la versione maschile della colf e nascono i primi corsi per imparare una professione che ha trovato piena cittadinanza nella letteratura e nel cinema. Oggi La domanda di questa figura supera di gran lunga l’offerta del mercato. E in tutto il mondo sono nate scuole che insegnano a diventare custodi di buone maniere ed etichetta a tavola di Donatella Spadaro

E’

il re della casa in abito scuro e guanti bianchi. Elegante, risolutivo, fidato. Conosciuto in tutto il mondo come butler, il maggiordomo ha il “semplice” compito di tenere sotto controllo la vita dei padroni di casa. Con discrezione, senza mai essere invadente. Ed è tornato di moda. Beh, per i pochi fortunati che hanno il privilegio di poterselo permettere. Nei romanzi gialli è sempre il primo indiziato del delitto. Lurch di casa Adams ne è stato il modello mostruosamente più fedele; Geoffrey, quello di Willy il principe di Bel Air, la versione impertinente, sempre con la battuta pronta. Il termine maggiordomo affonda le radici nella corte degli ultimi Merovingi, con cui si indicava colui che amministrava le più importanti funzioni di governo e guidava l’esercito in battaglia. Oggi non combatte più, se non con i guanti bianchi per fronteggiare le sue infinite mansioni. Si presenta frequentemente nei libri o nei film, al servizio delle ricche famiglie nobiliari di una volta, mostrandosi spesso più

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I CINQUE PIù FAMOSI LURCH

FRENCH

Uno dei protagonisti di “Tre nipoti e un maggiordomo”, nota serie televisiva in onda negli anni 80.

ALFRED

Senza di lui Batman, oltre a salvare il mondo avrebbe dovuto rifarsi il letto e cucinare.

Foto © Hotel Grande Bretagne

Forse la figura più nota nell’immaginario cinematografico. indimenticabile il suo: “Chiamatoo?”.

Oggi il butler si occupa di pubbliche relazioni e di comunicazione. Prenota e acquista biglietti di musei, teatri e spettacoli

Una curiosità

Un nero alla Casa Bianca Eugene Allen, di recente deceduto a 90 anni, è stato il maggiordomo più noto della Casa Bianca, che servì ben otto presidenti d’America. Godette della fiducia e della stima degli uomini più potenti della terra grazie al suo stile impeccabile e alla sua riservatezza: chissà se contribuì a determinare le loro scelte politiche. In una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche dichiarò che uno dei giorni più belli della sua vita fu quello dell’insediamento di Obama, nero come lui.

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Viaggiò sull'Air Force One, gli fu donata da Jacqueline la cravatta preferita di John Kennedy e sedette al banchetto di Stato con un’altra first lady, Nancy Reagan. Dopo quella notte magica andò in pensione, ma ha sempre rappresentato un’istituzione che rifiutava di andare in tv per la sua troppa discrezione. Oltre a un abile professionista, Allen era un alfiere nascosto della sua razza: sempre umile, seppur fosse il vero “padrone di casa” della Casa Bianca.

intelligente del padrone e qualche volta con un ruolo di primo piano. Ecco che il maggiordomo si ripropone nella sua versione aggiornata. Se una volta sovrintendeva semplicemente la servitù e al buon andamento della casa, oggi è un vero tutto fare, motivo per il quale il termine maggiordomo è quasi riduttivo. Può inserirsi in ogni angolo del mondo: dalle navi che solcano gli oceani alle barche a vela, dai castelli alle dimore storiche, dalle ville private agli hotel di lusso a 6 o 7 stelle. Oggi il butler è un pianificatore di eventi, si occupa di pubbliche relazioni e di comunicazione. Prenota i migliori ristoranti, acquista i biglietti di musei e teatro, accudisce gli animali domestici. Con aria imperturbabile e


GROUCHO

Battista

Quello di Paperone. Solo a lui (e ai Bassotti) era possibile avvicinarsi al “deposito”.

Foto © Hotel Grande Bretagne

Protagonista quanto Dylan Dog, il suo aspetto è ispirato al comico Groucho Marx.

Il compenso per un maggiordomo parte dai 1.500 euro al mese, vitto e alloggio compresi. Senza contare le mance, un’abitudine che nel mondo del lusso non è mai tramontata. ai nostri giorni, la loro carriera si sviluppa all’interno delle strutture alberghierere un indispensabile savoir faire. Il maggiordomo è un direttore d’orchestra in grado di dirigere un team composto da domestiche, camerieri, giardinieri, baby sitter, cuochi. Inoltre sono cadute le barriere: un butler donna, ossia una colf, ricopre i medesimi incarichi. Una presenza silenziosa e responsabile, sempre pronta a rendersi disponibile con estrema delicatezza e grandi doti organizzative. Ciò comporta una remunerazione di tutto rispetto. Si parte dai 1.500 euro al mese, vitto e alloggio compresi. Senza contare le mance, un’abitudine che nel mondo del lusso non è mai tramontata. Ma la carriera di un maggiordomo dei nostri giorni si sviluppa soprattutto all’interno delle strutture alberghiere, dove le

sue competenze spaziano in tutti i reparti dell’hotel. E per tutti coloro che non possono permetterselo, non disperino. Ci si può concedere il lusso per qualche ora: il servizio maggiordomo è anche in affitto, ad ore, per svolgere incombenze e commissioni in un giorno in cui si desidera fare una vita da nobile. A chi non piacerebbe trovare la casa riordinata, un bagno caldo, champagne e una fantastica cena. E in un giorno di straordinaria follia, invece del tradizionale tè alle cinque del pomeriggio, richiedere una gita in mongolfiera con tanto di pic nic. Di certo non si scoraggerà. Almeno, all’apparenza. È una figura al passo con i tempi e pronta a tutto. “Poliglotta, conoscitore di culture differenti e

LE scuole nel mondo In Italia e nel mondo sono nate diverse scuole che si occupano di formare il “maestro di casa”. A Milano, da qualche anno,

grazie all’AIM, l’associazione italiana maggiordomi, si organizzano corsi per maggiordomi (www.maggiordomi.org). Naturalmente le scuole più accreditate sono oltre la manica. In Inghilterra infatti la International Guild of Professional Butlers

(www.butlersguild.com) riscuote un altissimo successo e accedervi non è neanche facilissimo. Un' altra scuola d’alto rango per maggiordomi è l’International

Butler Academy (www.butlerschool.com). Per chi volesse intraprendere questa strada cambiando continente c’è la Magnumbutlers School in Australia, che organizza corsi per maggiordomi, assistenti personali e altre figure che fanno delle buone maniere della cortesia, il loro credo (www.butlerschool.org).

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in grado di padroneggiare i più avanzati strumenti informatici” ha dichiarato Elisa Dal Bosco vicepresidente dell’Associazione Italiana Maggiordomi. L’associazione, senza scopo di lucro, nasce con la promessa di rivalutare la figura del maggiordomo in Italia. E sembra esserci riuscita, seppur sia una professione, anche a causa dei costi, ancora non molto diffusa. L’associazione, presieduta da Arturo Visconti, svolge attività di informazione e consulenza degli associati sui problemi specifici della categoria e promuove incontri tematici e corsi di aggiornamento. Inoltre organizza un master per maggiordomi, che ha sede a Milano, in cui è prevista sia la teoria che una parte pratica di tirocinio e che ha un costo di circa di 5000 euro a partecipante. La lezioni vanno

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dall’event planning, alla cura degli oggetti personali dell’ospite, al personal shopping, agli elementi di bon ton. Le altre materie riguardano la gestione economica e organizzativa di una casa, le normative sulla privacy, gli elementi innovativi in campo di food & beverage. Il neo maggiordomo potrà ritrovarsi in una casa di lusso, al seguito del suo ospite come personal assistant. Imparerà a conoscere ogni suo gusto o passione, amici e nemici. Si ritroverà anche ad acquistare il regalo per l’amante. Forse. Concorderà il menu con lo chef di casa, organizzerà cocktail, acquisterà i biglietti per i concerti e spesso scriverà biglietti di auguri o invierà e-mail, tenendo in mente date e compleanni. Insomma sarà a tutti gli effetti il maggiordomo del nuovo millennio.

furono le domande per i 20 posti del primo corso per butlers organizzato in Lombardia

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le stelle degli alberghi che offrono il servizio di maggiordomo personale

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sono i milioni circa di maggiordomi nel mondo secondo l’International Guild of professionals butlers

IL MAGGIORDOMO I N

L I S T A

N O Z Z E

Niente più argenteria o contributi per il viaggio di nozze. Gli sposi più esigenti inseriscono nella loro lista nozze, un maggiordomo. Il “butler” è dispendioso, la lista è dunque la giusta occasione per i neo sposini, di garantirsi la tranquillità domestica. Il regalo su misura a tutte le esigenze che toglie impacci e pensieri, e soprattutto dura a lungo

(se tutto va bene!). L’Associazione Italiana Maggiordomi ha detto “sì” alla possibilità di regalare il servizio di un maggiordomo in occasione dell’indimenticabile giorno delle nozze e a seguire nella vita matrimoniale. L’AIM ha presenziato in alcuni galà degli sposi per far conoscere i dettagli della originale e “comoda” trovata.

OLTRE LE RIGHE LEGGERE: Nei romanzi gialli è il primo indiziato. In generale, la letteratura ha attinto a piene mani nel vivaio dei maggiordomi immaginari. Ne “Il giro del mondo in 80 giorni” di Verne, il maggiordomo Passepartout circumnaviga il mondo assieme al ricco padrone per vincere una scommessa.

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VEDERE: Per scavare nell’anima di un maggiordomo”, potreste vedere “Quel che resta del giorno” con un impareggiabile Anthony Hopkins, tratto dall’omonimo romanzo di Ishiguro. Impossibile dimenticare il simpatico Riff Raff, maggiordomo di Frank Further in “The Rocky Horror Picture Show”.

ASCOLTARE: Qui è necessario fare un breve volo pindarico e mediatico. Se volete fare un tuffo nel vostro passato televisivo, potreste ripescare nel cassetto dei vostri ricordi cercando su Youtube la sigla di “Willy, il principe di Bel Air” in cui Geoffrey (Joseph Marcell) era l’eccentrico maggiordomo.

CLICCARE: Proprio a ottobre 2010 iniziano i nuovi corsi per maggiordomi organizzati dall’Associazione italiana maggiordomi, con sede a Milano. Sono 15 i posti a disposizione, ma sono già più di 150 le domande arrivate per poter partecipare. Per informazioni visitate: www.maggiordomi.org


TRIP books

IL LIBRO DELLE ANIME

Baby killer

di Glenn Cooper Editrice Nord, pp. 421, Euro 15,68, peso gr. 786.

di Giuseppe Ardica Editrice Marsilio, pp. 144, Euro 13,00, peso gr. 120.

La Biblioteca dei Morti e Will Piper si reincrociano in un destino che sembra scritto col sangue nel 1297 nell'abbazia di Vectis da scrivani celati grazie a un abate troppo vecchio per essere l’ultimo detentore del segreto. Un libro sottratto alla Biblioteca, recante le date di nascita e di morte di chi era vissuto nel VII secolo e posseduto nel corso degli anni da teologi, visionari e geni, arriva fino ai nostri giorni come oggetto del desiderio di uomini disposti a tutto pur di celare l’enigma della Biblioteca.

Con una narrazione avvincente Giuseppe Ardica torna in libreria con “Baby killer. Storia dei ragazzi d'onore di Gela”, edito da Marsilio. In 144 pagine mai scontate e crude, l'autore racconta la storia dei “ragazzini soldato” siciliani tra la fine degli anni 80 e gli inizi degli anni 90 a Gela. Poco più che adolescenti lavorarono per la Stidda con rapine, estorsioni e omicidi. Il loro pentimento smantellò l'organizzazione. Sicuramente da leggere. Consigliato.

INCIDENTE ARTICO

L’ IPNOTISTA

di R. Ludlum, J.H. Coob Editrice Rizzoli, pp. 474, Euro 20,00, peso gr. 680.

di Kepler Lars Editrice Nord, pp. 585, Euro 18,60, peso gr. 595.

Uno scheletro del passato rimettere in gioco quanto accaduto durante la guerra fredda: il ritrovamento nell’isola di Wednesday di un bombardiere sovietico scomparso nel 1953. Il Cremlino parla di una esercitazione militare finita male nel tenativo di coprire una missione di attacco ai danni degli USA. Le conseguenze delle 2 tonnelate di antrace contenute nel bombardiere, se nelle mani di criminali sarebbero disastrose. Solo gli uomini di Covert-One possono sventare ildisastro.

Stoccolma l’ipnotista Erik Maria Bark, ormai in pensione a causa di esperimenti sull’ipnosi andati storti, viene svegliato nel cuore della notte dal commissario Joona Lima, un paziente, unico superstite di un efferato massacro che ha bisogno delle sue doti ipnotiche. La vittima si trova sotto shock ed Erik è l’unico che attraverso l’ipnosi può interrogarlo. Attraverso un viaggio nei meandri più oscuri della mente umana, Erik dovrà affrontare verità agghiaccianti e tornare a confrontarsi con il proprio passato.

Foto © Ian Hayhurst

un autunno da sfogliare

LA MEMORIA DEL KILLER

L'ELEGANZA DEL RICCIO

Il detective Cross è chiamato a risolvere il caso dell’omicidio della moglie Maria. Il dolore per la sua morte riaffiora quando il detective Sampson chiede aiuto all'ex collega per risolvere il caso di uno stupro. L’angoscia sale quando sorgono agganci con l’omicidio di Maria, avvolgendo nel mistero il legame fra l’assassino della moglie e il mostro. La soluzione del caso può arrivare con l’arresto del killer: solo così Cross potrà trovare pace. uomini disposti a tutto pur di celare l’enigma della Biblioteca.

In un palazzo parigino, abitato da ricche famiglie, la guardiola nasconde la vivace vita culturale della portinaia Renée. La vicenda è animata anche dalla dodicenne Palma, una ragazzina che non sopporta la mediocrità della sua famiglia. Paloma condivide con la portinaia una passione per la cultura e una sensibilità che entrambe nascondono. Assolutamente da leggere prima della visione del film uscito nelle sale nel 2008. Un titolo da segnare per l'autunno 2010.

di Paul Hoffam, Editrice Nord, pp. 480, Euro 19,60, peso gr. 498.

di Paul Hoffam, EditriceNord, pp. 441, Euro 19,60, peso gr. 375.

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Foto © FotoRita

word-games

E SOLTANTO PAROLE E SOLTANTO ..CROCIATE CROCIATE PAROLE EPAROLE..... SOLTANTO PAROLE.....CROCIATE di Vincenzo Leone

BENCHÉ DAGLI STUDIOSI PIÙ RIGOROSI NON SIA RITENUTO UN GIOCO ENIGMISTICO VERO E PROPRIO, IL CRUCIVERBA È UNO DEI “PASSATEMPI DELLA PAROLA” PIÙ DIFFUSI AL MONDO. IN ITALIA, PER ANNI, FINO ALLA SUA SCOMPARSA, GLI SCHEMI PER INTENDITORI SONO STATI QUELLI DI PIERO BARTEZZAGHI SULLA SETTIMANA ENIGMISTICA, EREDITÀ RACCOLTA DAL FIGLIO STEFANO. UTILITY VI RACCONTA LA STORIA DELLE PAROLE CROCIATE, UNO SVAGO LETTERARIO CHE NON HA ETÀ 84


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orizzontale, 10 lettere: è il gioco per definizioni che ammette una sola soluzione. “No, dai provo con il 5 verticale, magari. Ci rinuncio. Invece no, ci sono quasi. Si ma non ci sta. Eppure forse...” Non è difficile immaginare la scenetta che fa da sfondo a questo scambio di battute. Risulterebbe d’altronde inutilmente accessorio poiché l’arcano è presto risolto: chi non si è mai cimentato, almeno una volta, nel risolvere un cruciverba? Che lo si faccia distesi su un prato, in metro, o su un comodo divano, poco importa: risolvere un arguto schema di parole crociate è un passatempo che non ha età. Non può essere considerato una moda, una mania o un trend passeggero: e probabilmente il non essere ascrivibile a nessuna di queste categorie costituisce una delle chiavi che lo rende un evergreen di successo. Si risolva o no l’enigma iniziale del 21 orizzontale, ogni talvolta ci s’impegna in un’enigmistica risoluzione, una cosa è certa: la mente pulsa. È come sentirla andare a recuperare, da disparati angoli della memoria a lungo termine, definizioni improponibili che nascono dall’esercizio di associare liberamente un concetto a una parola. Quello che abbottonati semiotici definirebbero relazione tra significante e significato, tra il 13 orizzontale “sono lo specchio dell’anima” e la parola esatta che si materializza con orgoglio, “occhi”. Parole e soltanto parole, una dietro l’altra si rincorrono, s’incastrano, si incrociano, e il gioco è fatto, risolto. Proviamo a metterci nei panni adesso di chi, per la prima volta, una domenica come le altre (ma d’altri tempi), aprì il giornale e tra una notizia e l’altra, una rubrica qua e là, si trovò davanti un cruciverba o un simil tale per la prima volta. Forti dubbi verranno ai più sull’emozione pervasa, ma immaginiamo in almeno un sopracciglio inarcato dalla curiosità. La domenica in questione, che nel nostro caso non è una domenica come tutte le altre, è quella del 21 dicembre del 1913. Quel giorno il supplemento domenicale “Fun” del “New York World” pubblicò per la prima volta un gioco dove andavano inserite definizioni all’interno di caselle bianche, una sorta di struttura losangata se vogliamo, la firma era di

Che lo si faccia distesi su un prato, in metro, o su un comodo divano, poco importa: risolvere un arguto schema di parole crociate è un passatempo per la mente che non ha età

"ACROSS" LOST Una certa attrattiva per le parole crociate ce l’ha anche il cinema. E ovviamente, quale migliore serie tv se non Lost, che fa del mistero e dell’enigma la sua chiave di successo, ospita tutta una serie di cruciverba da risolvere durante le puntate. Tutte le informazioni su: http://it.lostpedia.wikia.com/wiki/Cruciverba

un giornalista inglese, Arthur Wynne. Per dirla alla Bartezzaghi, chi quel giorno comprò il giornale “si sarebbe trovato fra le mani un involto molto più luminoso che negli altri giorni della settimana”. Solo più tardi, negli anni ‘20, il gioco spopolò anche su altre testate fino ad avere una dimensione popolare, che poi è quella propriamente caratteristica. Come vagamente intuibile dal nome del giornale, la patria del cruciverba sembra essere a stelle e strisce, e s’incastra perfettamente in un contesto di forte fermento e di frenetica modernità. Probabilmente è proprio così. Ma alt, facciamo un appunto di cronaca. C’è chi sostiene, e sono agguerrite scuole di pensiero, che il precursore di una tale intuizione sia un italiano, e più precisamente Giuseppe Airoldi che nel 1890 sulle pagine del Secolo aveva abbozzato uno

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A cura di: Junio Tumbarello ,Giulio Bordonaro e Laura Bua

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orizzontali: 1. Una tipa che si dà da fare; 9. Matematico statunitense conosciuto per i suoi “giochi”; 13. Si dice della frutta poco matura; 15. Il numero delle gambe; 16. Di solito si spruzza per dare “tono”; 19. Si dice di quelli come “Arpagone”; 20. Unità di massa il cui simbolo è Oz; 21. Cadere; 24. Le cellule che presentano l’antigene; 26. La fine… degli aranci. 27. Annoverare qualcuno fra gli dei, farne l’apoteosi; 28. Abbreviazione di una disciplina dibattuta tra scienziati e filosofi che manifesta aspetti sia teorici che pratici; 29. Torino per strada; 30. Quello d’oro utilizza un setaccio; 31. C’e quello televisivo e quello di pentole; 32. È spesso sacrificale; 34. Le più famose sono quelle di Budrio; 35. Radamès è combattuto tra l’amore verso di lei e la fedeltà al faraone; 36. Si è sposata in gran segreto con il cantante Francesco Renga; 37. Sono note le sue “ultime lettere”; 38. È il numero perfetto; 39. È l’undicesima lettera dell’alfabeto latino; 40. Sono antichi quelli di Bologna e Napoli; 42. L’ambasciator per definizione non la porta; 43. Può essere sia sleale che perfetta.

1. Agli uomini che l’hanno buona nei Vangeli è destinata la pace in terra; 2. Si sciolgono nelle scarpe; 3. Prima di Homo; 4. Seguito da Polis è il titolo di un format dedicato alle nuove tecnologie; 5. Targa automobilistica di Treviri in Germania; 6. Un festa come quella di Hanukkah; 7. Ravenna in macchina; 8. Riflessivo; 10. Un fiume dell’Italia settentrionale; 11. Nei proverbi è il posto meno indicato per tirare una zappa; 12. Il simbolo dell’Elio; 14. Per i più saggi è sempre meglio essere che... 17. Un verbo marinaro; 18. Popolazione di origine iranica; 19. Un lavoro da contadino; 21. Di solito lo fa chi trova; 22. Guastare, distruggere; 23. Un’erba dalle forti doti curative; 25. Carrettata, mucchio, ammasso; 27. El Pibe lo era per definizione; 30. Con A e B “rappresenta” le basi; 31. Di solito si fa per protesta; 33. è così sia; 35. Talvolta sono riservate; 37. Osservatorio Nazionale dei Rifiuti; 38. Provincia siciliana; 39. Una sconfitta sul ring; 40. Nella corrispondenza entro la fine dell’anno; 41. Articolo determinativo in romanesco.

Troverete la soluzione in fondo a pagina 130

da sempre è considerato lo strumento tramite il quale il ceto medio ha misurato la propria alfabetizzazione, e che ha avuto risvolti sul piano sociolinguistico: una cartina tornasole del grado di permeazione della lingua nel tessuto sociale del Paese schema di parole crociate, che non ebbe però particolare successo e per questo non fu più riproposto. A onor del vero ufficialmente lo sbarco in Italia dei “quadratini bianchi e neri” è targato 8 febbraio 1925, sulla Domenica del Corriere, con una rubrica dal titolo neanche tanto a effetto “indovinello delle parole crociate”. Comunque sia, fatti i dovuti distinguo storici e velocissimi calcoli a intuito, il gioco di parole per antono-

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masia, in quasi un secolo di storia ne ha vissute tante, seguendo passo passo l’evoluzione storica dei tempi. È quello che in tanti hanno definito lo strumento tramite il quale il ceto medio ha da sempre misurato la propria alfabetizzazione, e che quindi ha indiscutibili risvolti sul piano sociolinguistico, una sorta di cartina tornasole del grado di permeazione della lingua nel tessuto sociale del Paese. Non a caso, e tocca citare nuovamen-

te un mentore in materia, Bartezzaghi inquadra il fenomeno e osserva come “il cruciverba sia uno strumento delle masse.... è il momento in cui il giornale dice: smettimi di leggere e mettiti a scrivere”. In tal modo entrano in “gioco” tre componenti fondamentali del ragionamento: collegamento linguaggio mente e parole, che - tra l’altro ricordano vagamente il titolo di un noto libro universitario di Linguistica - in questo caso però le uniche frasi che pronuncia quel libro sono “smettila di guardarmi e mettiti a studiare”, ma questa è palesemente un’altra storia. Senza contare la minuziosa operazione che sta alla base di uno schema di enigmi-


oltre le righe

Foto © Kelly Johnson

Leggere

Considerato il primo libro tout court sul cruciverba e su tutto quanto gli ruota intorno, “L’orizzonte verticale. Invenzione e storia del cruciverba” di Stefano Bartezzaghi (Einaudi, 382 pagine, 24 euro) è un saggio di una delle firme più prestigiose dell’enigmistica italiana ma, soprattutto, un viaggio dello Stivale attraverso le parole crociate.

ascoltare

Nel 2004 esce “Corpo Estraneo”, ennesima fatica dei Nomadi. La particolarità sta nella struttura della copertina del cd e dell’annesso libretto, neanche a dirlo, un cruciverba. All’interno rebus, parole crociate, differenze. Un vero e proprio omaggio all’enigmistica.

vedere

CROSSWORDS

Carta e penna, ormai son belli che superati, pennino e touch screen, il cruciverba sbarca anche su Nintendo ds. Si chiama CrosswordDS, più di 500 le griglie possibili in 5 lingue diverse, con la possibilità di risolvere schemi tematici in base alle proprie esigenze.

stica, sia esso a schema fisso o libero, ovvero alla sua creazione, mettere letteralmente nero su bianco insomma. Creare incastri, soluzioni, tutto deve essere perfettamente in ordine, armonico. E parlando di armonia tra bianco e nero è sicuramente appropriata la definizione di Alessandra Boschi, che nel suo libro (Cruciverba) sostiene come “ci deve essere un equilibrio tra le nere e le bianche (caselle nda), una roba tipo quando uno suona il pianoforte, credo, che non può suonare sempre e soltanto sui tasti bianchi: mischiati, devono essere, ma in equilibrio”. Ovviamente tutto ciò è molto romantico, ma se pensiamo che non

Il “PIÚ DIFFICILE”

Ogni anno Ennio Peres, una delle firme di prestigio dell’enigmistica italiana, lancia la sua sfida, ovvero il “cruciverba più difficile del mondo”. Una sfida che parte da Internet e che mette alla prova milioni di appassionati alle prese con le innumerevoli sfumature della lingua italiana.

ci sia stata un’evoluzione nel modo di creare e concepire questi schemi, risulteremmo profondamente anacronistici. Abbiamo detto che è un fenomeno che non passa mai di moda, verissimo. Ma le mode, le tendenze, hanno da sempre attrattiva per questo modus giocandi. A riprova di ciò pensiamo al bombardamento mediatico del “c’è un applicazione per tutto”, figuriamoci se i cruciverba non sono anche su Iphone, Ipad, e console portatili di ultima generazione. Addirittura in una di queste, la ISBartezz (provate a immaginare da chi prende il nome), è possibile scegliere tra la modalità “penna” e quella “matita”. Per non

78 cruciverba da risolvere in 24 ore. Una sfida che Gretchen, la protagonista, ha con se stessa e che decide di affrontare avendo come sfondo la metropolitana di New York. Stiamo parlando di Marathon, Enigma a Manhattan, pellicola del 2002, ad opera del regista iraniano Amir Nameri, terzo film di una personale trilogia che il regista ha voluto dedicare alla Grande Mela, città dove si trasferì nel 1986.

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Molteplici i siti dove poter mettere alla prova la propria elasticità mentale. Si segnalano www.cruciverbaonline.it/ , www.aenigmatica.it/ e la rubrica puntualmente aggiornata di Stefano Bartezzaghi sul sito di Repubblica.

parlare delle numerosissime richieste d’aiuto per aspiranti enigmisti della domenica su Yahoo Answer. Insomma, come al solito, c’è di tutto e di più. Ma si sa, le parole sono importanti. Qualunque sia il supporto, cartaceo o lcd di ultima generazione, allenare la mente, fare del brain training come si usa chiamarlo adesso, è comunque fondamentale. Perché l’esercizio della memoria stimola la creatività, il senso critico e ci rende con un pizzico di megalomania, fieri di noi stessi. E questo, non fa mai male. 21 orizzontale, quasi quasi ci provo di nuovo... è il gioco per definizioni che ammette una sola soluzione: cruciverba? Ci sta!

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Foto © Edwin Dalorzo

checkmate

C’ERA UNA VOLTA UN RE

Breve viaggio nel mondo degli scacchi di Donatella Spadaro

il nome della mossa che porta alla vittoria, scacco matto, deriva dal persiano Shah Màt che vuol dire “il re è morto”. Il potere simbolico degli scacchi è così elevato che generazioni di artisti e scrittori ne sono stati affascinati e li hanno utilizzati nelle loro opere come mezzo di risoluzione di enigmi e controversie. La grande ingegnosità del meccanismo di gioco, logico e poetico, sembra aver superato con una sfida misteriosa le barriere del tempo e, ancora oggi, la passione millenaria per la scacchiera coinvolge milioni di appassionati in tutto il mondo 88


“I

l gioco degli scacchi è il gioco che conferisce più onore all’intelletto umano”. Così affermava nel 700, Voltaire, grande estimatore di uno dei passatempi più antichi e nobili della storia, nel periodo in cui trascorreva tra le scacchiere del Caffè de La Régence a Parigi il suo tempo libero. Una passione millenaria per la scacchiera che coinvolge, tutt’oggi, milioni di giocatori in tutto il mondo, di tutte le culture, affascinati da astuzia, riflessione e strategie di un gioco che porta con sé leggende e storia. La grande ingegnosità del suo meccanismo di gioco, logico e poetico, sembra superare con una sfida misteriosa le barriere del tempo. Cina e India si combattono la paternità di questo nobile passatempo inventato intorno al I sec a.C. e poi giunto in Europa con gli arabi che lo avrebbero appreso dai persiani per poi attraversare l’Asia, la Russia, il Mediterraneo fino a diffondersi nel resto del mondo. I pezzi della scacchiera sono circondati da implicazioni esoteriche secondo le quali è possibile spiegare l’enigma che sta alla base del fascino che questo gioco ha esercitato nei millenni. Sembra che già gli antichi egizi conoscessero un gioco molto simile basato su una scacchiera bianca e nera, risolutiva per la salvezza dell’anima, prima ancora che ricreativa. Il movimento delle pedine del Senet - questo il nome dell'antico gioco - egiziano corri-

spondeva al percorso del defunto nell’aldilà e il successo garantiva al vincitore la rinascita dopo la morte. La scacchiera è sempre stata considerata come un microcosmo. Secondo un antico trattato latino la torre rappresenta i giudici itineranti che viaggiano per il reame agendo con giustizia, per cui la mossa è sempre diretta; la regina si muove in diagonale perché le donne sono così avide che non prendono nulla se non tramite ingiustizia. Gli scacchi, per secoli furono il banco di prova grazie al quale re e lord giudicavano il carattere del pretendente delle figlie concedendo o rifiutando la loro mano. Sono tanti i miti che circolano sulla sua origine ma sono soprattutto le reali vicende storiche che li hanno resi noti nelle case di tutto il mondo. Era il 1972 quando il gioco prediletto dai capi della rivoluzione sovietica diventava metafora del confronto Usa-Urss. La scacchiera era il terreno in cui si muoveva la Guerra Fredda. Gli scacchi, di per sé, sono una guerra: i pezzi ritraggono un esercito assediante e assediato. Ma è tra Fischer e Spassky che viene giocato quello che i mass media definirono il “match del secolo”. Una telefonata di Kissinger, consigliere del presidente Nixon, spianò la strada allo storico match di Reykjavik tra l’americano Bobby Fischer e il sovietico Boris Spassky. Con un appello esplicito all’amor di patria disse: “Pronto? Qui è il peggiore giocatore al mondo che vuole parlare con il migliore..”. I capricci di Fischer contribuirono a suscita-

Pezzi d i … s c a c c h i

I veri protagonisti del gioco sono i pezzi. Le collezioni private, presentano di solito solo i 6 pezzi, senza cioé la scacchiera. Il motivo è che di solito gli artigiani che realizzavano i pezzi non producevano la scacchiera. Nel mondo i collezionisti di pezzi sono un centinaio e fanno capo a una associazione internazionale. Ogni 2 anni organizzano un’esposizione, in cui i pezzi sono presentati mediante diapositive; non tanto per motivi di sicurezza, ma per non danneggiarli. La collezione maggiore è del miliardario David Hafler, che possiede circa 350 serie complete; in Europa una delle migliori collezioni è quella di Lothar Schmidt, maestro di scacchi e arbitro del celebre match tra Fischer e Spassky.

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re clamore causando la disperazione degli organizzatori e la curiosità della gente comune. Fischer sembrò sul punto di mandare tutto all’aria. Per convincerlo a giocare raddoppiarono il montepremi da 125.000 a 250.000 dollari e fecero arrivare dagli Stati Uniti la sua poltrona personale. L’inizio del match non fu meno traumatico. Per la prima partita Spassky si piazzò davanti la scacchiera giocando la prima mossa e facendo partire l’orologio. Fischer arrivò con sette minuti di ritardo. Per la seconda partita l’americano non si presentò affatto perdendo per forfait. Quel pazzo di americano aveva cominciato “il match del secolo” come se dall’altro lato della scacchiera non vi fosse affatto un altro mito degli scacchi. Ma partita dopo partita divenne chiaro agli osservatori che Spassky avrebbe perso presto il suo scettro. Fischer effettuò una rimonta travolgente e vinse il match col punteggio di 12,5 a 8,5. Ma di lì a poco, un altro storico match stava per cominciare: l’ultimo campione sovietico Garry Kasparov perse nel 1997 una leggendaria partita lampo contro il computer Deep Blue, aprendo alcuni interrogativi sul futuro degli scacchi. Fin dai tempi dell’automa scacchistico è sempre stato vivo il desiderio di costruire una macchina in grado non solo di giocare correttamente a scacchi ma soprattutto di battere i più forti. Questo sogno negli ultimi anni si è tradotto in realtà grazie all’avvento di programmi informatici sempre più potenti che pongono i giocatori in una complessa sfida contro i loro pc.

Una scena del film “Il settimo sigillo” del regista Ingmar Bergman

Una partita a scacchi con la morte È una sfida stupefacente quella della celebre partita a scacchi con la morte rappresentata magistralmente dal regista Ingmar Bergman nel suo capolavoro del 1957 “Il settimo sigillo”. È la storia di un cavaliere che, tornato dal campo di battaglia, trova ad attenderlo una terra devastata dalla peste e la Morte che lo reclama. Il giovane riesce a prolungare la sua esistenza impegnando la Mietitrice in una lunga partita a scacchi che sa di non poter vincere. Il film presentato in concorso al 10° festival di Cannes vinse il premio speciale della Giuria. Una curiosità? La scacchiera originale utilizzata sul set è stata venduta all’asta l’anno scorso per 98 mila euro, faceva parte di un lotto di 133 oggetti appartenuti al regista svedese, morto nel 2007. Al gioco mancava il re bianco, danneggiato durante le riprese.

Le basi del gioco Gli scacchi sono un gioco di strategia da tavola in cui partecipano 2 giocatori. La scacchiera è divisa in 2 sezioni ciascuna composta da 32 caselle di colori bianco e nero ed è composta da 8 colonne e 8 traverse, ognuna lunga 8 caselle. Ciascun giocatore controlla un esercito di 16 pezzi: 8 pedoni, 2 torri, 2 cavalli, 2 alfieri, 1 regina, un re. Ogni giocatore può muovere un solo pezzo a turno del suo colore. I bianchi cominciano la partita. Per “cattura” s’intende la conquista di un pezzo avversario. Lo scopo del gioco è mettere il Re avversario in una posizione di “Scacco matto” che determina la fine della partita perché l’esercito è privo del suo capitano.

Fà la mossa giusta

Il Re è il pezzo più importante del gioco e si muove di una casa alla volta in una qualunque direzione.

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La Regina si sposta come il Re, ma può muoversi a piacimento o lungo una colonna, o lungo una traversa, o lungo una diagonale, purché tali linee comprendano la casa di partenza.

La Torre si sposta come la Regina, eccetto i movimenti in diagonale.


Attento che ti

arrocco Esistono diverse mosse speciali e l’arrocco è una di queste. Ecco in cosa consiste: se sono presenti le condizioni necessarie, un re e una torre possono muoversi simultaneamente. Quando si effettua l’arrocco, il re si muove di 2 case verso la torre, e la torre passa sopra il re, fino alla casa successiva rispetto a quella dove si trova il re. Le condizioni necessarie sono: il re e la torre dell’arrocco non devono essere ancora stati mossi nella partita; il re non si muove su una casa che potrebbe essere attaccata da un pezzo nemico: sarebbe a dire che, quando si effettua l’arrocco, non si può terminare la mossa con il re in scacco. Tutte le case fra la torre e il re devono essere vuote prima che inizi l’arrocco.

oltre le righe Leggere

Se desiderate ripercorrere la storia del gioco con aneddoti legati a uomini la cui vita è stata segnata dagli scacchi, come Marcel Duchamp, Benjamin Franklin, Jean Jacques Rosseau, leggete il saggio di David Shenk “Il gioco immortale. Storia degli scacchi” (Mondadori, 2008). Mentre “Il Fuoco” di Katherine Neville, (Mondadori 2009) è un avvincente romanzo che ruota attorno a un’antica scacchiera dai potenti poteri rimasta per mille anni sepolta insieme ai suoi pezzi.

ascoltare

Per il sassofonista jazz Anthony Braxon esiste una correlazione tra scacchi, musica e matematica. Quale? Senza matematica non si può ne giocare a scacchi ne comporre musica. Il suo brano “Impressions” lo dimostra. Esiste un mini-album di Povia che si chiama “Scacco Matto” .

vedere

“Mosse Pericolose” racconta la sfida tra 2 russi geni degli scacchi, il vecchio campione contro il giovane riuscito che rappresenta anche lo scontro tra due ideologie. “La giocatrice” del 2008 parla di una cameriera che rimane affascinata dalla scacchiera che usano due clienti dell’albergo dove lavora.

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www.federscacchi.it è il sito della Federazione Scacchistica Italiana dove trovare notizie e regolamenti anche per l’apertura di una scuola di scacchi. Basta iscriversi alla lista distribuzione di www.scacchi.it per ricevere notizie su eventi scacchistici come tornei, corsi, manifestazioni.

Foto © Marco Schaller

Pezzi viventi La prima partita di “scacchi viventi” risale al 1454 quando Marostica era una delle fedelissime della Repubblica Veneta. Ebbe inizio quando a due nobili guerrieri, innamorati della stessa donna, fu vietato dal Castellano di sfidarsi in duello. La fanciulla sarebbe andata in sposa a colui che avesse vinto una partita al nobile gioco degli scacchi. L’incontro si sarebbe svolto nella piazza del Castello da Basso, a pezzi grandi e vivi, armati, segnati dalle nobili insegne dei bianchi e neri. Tutt’oggi a Marostica si ripete la partita come la prima volta in una cornice di costumi fastosi e multicolori, in un’elegante atmosfera. I comandi alle milizie vengono ancora impartiti nella lingua della “Serenissima” e lo spettacolo con oltre 550 figuranti dura circa due ore. (D.S.)

Il Cavallo si muove ad elle saltando eventuali pezzi presenti nelle case di passaggio.

L’Alfiere si muove lungo le diagonali. Da notare che ogni schieramento ha due alfieri che si muovono su colori di case diversi.

Il Pedone può muoversi solo in avanti di una casa alla volta - due se si trova nella casa di partenza - e catturare in diagonale se il pezzo avversario si trova a una casa di distanza.

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il principe della risata

totò le due facce di un

talento

di Giovanni Caraccio

ANTONIO DE CURTIS subì il peso del feroce sdoppiamento del privato e dell’artista: serio e schivo nella vita personale; saltimbanco e buffone sul palco. malinconico, romantico e altruista nell'intimità, schernitore, scaltro e novello Pulcinella s ulla scena. Totò DOVETTE confrontarsi per tutta la sua esistenza con il disagio di dover contemperare la sua carriera da attore con la vita personale, a cui non rinunciò mai, ma che anzi antepose a tutto, con sempre maggiore enfasi man mano che la sua arte diveniva di pubblico dominio

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B

ianco e Nero. L’eterna contrapposizione fra valori opposti e contigui. Il bello e il brutto, il bene e il male, la luce e l’ombra. Lo Yin e lo Yang. Tutti noi abbiamo dentro l’uno e l’altro elemento, e attiviamo l’uno o l’altro a seconda delle situazioni con cui ci confrontiamo; eppure restiamo meravigliati ogni volta che ci capita di scoprire, nel soggetto che osserviamo, lati caratteriali del tutto inattesi, e in netto contrasto con l’immagine che ci siamo costruiti del soggetto stesso. Si pensi, ad esempio, a taluni protagonisti dello spettacolo, in particolare ad alcuni beniamini del grande pubblico, che, grazie agli stereotipi di base delle loro interpretazioni, hanno marchiato a fuoco la propria persona con le carat-


teristiche peculiari dei loro personaggi, e vengono pertanto riconosciuti non già per le specificità personali, ma per i tratti caratteriali e fisici dei personaggi interpretati. Buster Keaton, Charlie Chaplin, Rodolfo Valentino, Ridolini, Francesca Bettini, Stanlio e Ollio; e, più vicini a noi, Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, Meg Ryan, Bruce Willis: tutti attori che hanno impostato le loro interpretazioni su di un carattere continuo, riconoscibile, una sorta di trade mark personale, e che pertanto hanno permesso all’immaginario del loro vasto pubblico di imprimere e cristallizzare sulle loro persone quelle caratteristiche ben precise. Eppure, spesso, proprio questo è il rischio “professionale” degli attori, in special modo di quelli comici, che go-

dono della benevolenza di ampie platee: non riescono più a liberarsi della personalità dei ruoli interpretati, e a volte ne rimangono vittime. In qualità di appassionato del teatro moderno e contemporaneo, in particolare di quello comico-vernacolare, penso a tanti casi di “dualismo caratteriale” che mi hanno colpito; e colui che, a mio parere, ha più sofferto per questa intima discrasia che contrapponeva in modo drammatico il vissuto privato al personaggio di spettacolo è senza dubbio il grande Totò. Vittima sin da bambino di uno scollamento tra sogno e realtà, Totò ha dovuto confrontarsi per tutta la vita con il disagio di dover contemperare la sua vita pubblica con quella interiore, a cui non rinunciò mai, ma che anzi antepo-

se a tutto, con sempre maggiore enfasi man mano che il suo talento artistico diveniva di pubblico dominio. L’intima divaricazione che ha sempre segnato la sua vita risulta già evidente dai suoi capisaldi anagrafici: Totò nasceva il 15 febbraio 1898 in una povera casa del Rione Sanità, a Napoli, col nome di Antonio Clemente, figlio naturale di Anna Clemente e del marchese Giuseppe De Curtis, che lo riconobbe, conferendogli il cognome, solo nel 1928; infanzia difficile, piena di stenti e sacrifici, con una forte repulsione verso la scuola e una prorompente capacità istrionica e incantatrice di folle. Morì il 15 aprile 1967, quasi cieco, ricco e famoso, circondato da decine di amici e parenti, con un titolo nobiliare (riconosciuto dal Tribunale di Napo-

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Foto © miniposter.it

li con sentenza del 1945) da far tremare i polsi alle “schiatte” più blasonate d’Italia: “Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo”. Due nomi, due mondi, due personalità, un solo destino. Sono ormai pochi coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere Totò e la sua immensa capacità comica: il pubblico contemporaneo lo conosce per i racconti delle generazioni precedenti o per i suoi film di “cassetta”, di cui i palinsesti televisivi risultano ancora molto ricchi. Purtroppo risulta scarso il materiale che narra del Totò teatrale, quello che, senza dubbio, fu il più grande e il più prolifico. Fu un superbo animale da palcoscenico, una straordinaria secrezione della commedia dell’arte e della grande tradizione napoletana; attore supremo, totale, che trovava la sua vera forza nel rapporto con il pubblico. Nessuno più di lui rese concreta la tradizione della commedia dell’arte secondo cui le variazioni al copione non si decidevano a tavolino, ma venivano suggerite dal pubblico: lui, il pubblico, lo sentiva. “Sul palcoscenico – diceva – riesco a captare, attraverso le vibrazioni della platea, quello che il pubblico si aspetta da me e mi comporto di conseguenza, come se fossi te-

Una scena tratta dal film “Guardie e ladri”

il principe de curtis: Due nomi, due mondi, due personalità, un solo destino lecomandato”. Una carriera sfolgorante, conquistata passo dopo passo, attraverso percorsi faticosi che partivano dalle polverose tavole dei palcoscenici più infimi della Napoli degli anni Venti fino ai ricchi prosceni dei teatri più in voga di Roma e Milano. Un percorso brillante che, ad onta di quel destino che lo voleva povero e ingabbiato tra i vicoli del Rione Sanità, lo rese celebre in tutta la Penisola per le sue immense capacità di laziatore e di attore surreale ed esplosivo. E in questo contrasto tra le povere origini e l’approdo nei salotti buoni della società, tra la fame e la fama, Totò riuscì a trovare la strada della sua gloria, sebbene questo stesso contrasto alimentasse l’intima ossessione che lo perseguitò per tutta la vita. Egli subì continuamente il peso del dualismo

LA CASA

e il museo del Principe della Risata Totò nacque nel rione Sanità, per la precisione al primo piano in via Santa Maria Antesaecula al 109, nel quartiere delle Vergini di Napoli. La casa nel 2002, fu venduta all’asta per poco meno di 25 mila euro. La piccola abitazione, dove da anni viveva un’anziana coppia, fu acquistata da un professore. Nelle vicinanze, nel Palazzo

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dello Spagnolo in via Vergini, dovrebbe sorgere il Museo del Principe della risata, che da anni la figlia Liliana e i tantissimi estimatori attendono.

un viso asimmetrico come la sua anima

L’elemento rappresentativo più evidente dell’intimo dissidio che Totò ha vissuto per tutta la sua vita, frutto della distanza siderale tra il personaggio pubblico e quello privato, lo troviamo paradossalmente nell’espressione del suo viso, di quel viso scomposto, che divenne presto la sua “firma”. Era il ricordo di un episodio della sua prima infanzia, a scuola, dove durante una finta esercitazione di boxe con un maestro, aveva ricevuto un pugno in pieno volto che gli aveva rotto il naso e visibilmente spostato la mascella rispetto all’asse naturale. A nulla erano valse visite mediche e consulti. Era nata la maschera di Totò: quel profilo deformato, frutto di un fatale incidente, sarebbe diventato il suo “marchio di fabbrica”. Quel naso e quel mento che fuggono verso destra, quella tristezza in cui si sommano la straordinarietà di quel corpo plastico e le traversìe della vita, quella incompiutezza e quella frammentarietà che ricordano, come disse Federico Fellini, una testa di creta caduta in terra dal trespolo e rimessa insieme frettolosamente prima che lo scultore rientri e se ne accorga, avrebbero avuto il compito di segnalare al mondo intero il conflitto tra gli opposti elementi che hanno segnato la sua vita: miseria e nobiltà, malinconia e comicità, tristezza e pinzillacchere.


Foto © miniposter.it

Una scena tratta dal film “Guardie e ladri”

Affettuoso, malinconico, romantico e altruista nella vita; schernitore, scaltro e truffatore, novello Pulcinella, sulla scena. Elegante, altero e impeccabile nel sociale; buffo e malconcio, nel suo tight liso e troppo corto, con la sua logora “bombetta” plicate, ai passaggi repentini tra sconfitte e glorie sui palchi della sua Napoli. La convivenza tra evidenti contrasti in una stessa persona, in una medesima situazione attraeva e nello stesso tempo flagellava l’artista: “Femmena, tu si ‘na malafemmena… te voglio bbene e t’odio...”, “Siamo Uomini o Caporali?”, il Marchese e Gennaro lo spazzino de “’A Livella”, tutti segnali di uno stesso disagio. Invito i più curiosi a rileggere le parole de “La Preghiera del Clown”, tratta da “Il più comico spettacolo del Mondo”: è l’apice della sua sofferenza, della sua sottomissione all’eterno scontro tra il comico e il malinconico, tra il lazzo e il dramma, tra il Bianco e il Nero della sua anima. Anche l’ossessione della ricerca del-

Foto © miniposter.it

personale, del feroce sdoppiamento del privato e dell’artista: serio, sobrio e schivo nella vita privata; maschera, saltimbanco e buffone sul palco. Affettuoso, malinconico, romantico e altruista nella vita; schernitore, scaltro e truffatore, novello Pulcinella, sulla scena. Elegante, altero ed impeccabile nel sociale; buffo e malconcio, nel suo tight liso e troppo corto, con la sua logora “bombetta” e con le sue calze colorate nelle sue rappresentazioni più famose. A ben vedere, tutto di lui narrava di questo dissidio esistenziale: dal suo volto distorto e asimmetrico, che divenne la sua maschera di successo, alle poesie dolci e strazianti che scrisse per tutta la vita; dagli amori laceranti ed estremi con donne bellissime e com-

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l’ossessione della ricerca delle nobili origini, che lo perseguitò per anni, è un elemento distintivo della dicotomia tra il suo pubblico e il suo privato. Per lui, nato tra le miserie di un quartiere popolare, rappresentava una piccola rivincita le sue nobili origini, che lo perseguitò per decenni, rappresenta un elemento distintivo della dicotomia tra il suo pubblico e il suo privato. Era il suo debole, la sua piccola vanità. Per lui, figlio di padre ignoto (almeno per i suoi primi trent’anni), nato tra le miserie di un quartiere troppo popolare, rappresentava un riscatto, una sorta di piccola rivincita nei confronti di un’infanzia povera e difficile. E quando riuscì a dimostrare le origini del suo cognome e a riconquistarne i titoli nobiliari, spendendo una fortuna in ricerche araldiche, cominciò a farsi chiamare Principe, titolo a cui teneva particolarmente. E se qualcuno, indotto dalla confidente allegria del Totò attore, si faceva scherno del titolo nobiliare, il Principe De Curtis con sguardo tagliente ripristinava le distanze, asserendo severo “Guardi, che su queste cose non scherzo mai!”. Ecco la sua amarezza di fondo: paradossalmente, più il successo lo consacrava come “il comico del secolo” più la sua intima frattura diveniva profonda, incolmabile, poiché chiunque lo incontrava pretendeva di identificarlo con la sua maschera. Era questa la sua condanna: odiava la marionetta del palcoscenico, che giudicava un guitto, un buffone maleducato al quale contrapponeva continuamente i titoli nobiliari del signor De Curtis; eppure era fortemente attratto dal palcoscenico, dagli applausi, dalla folla, da quel mondo, e non certo solo per sopravvivenza, ma per un legame intrinseco tra il Teatro e la sua vita. Una testimonianza molto intensa del disagio vissuto da Totò, derivante dall’eterna lotta tra la sua vita e la sua maschera, ce l’ha lasciata Federico Fellini, che raccontava di aver os-

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servato Totò in una delle sue ultime apparizioni cinematografiche. Totò era ormai vecchio, e nascondeva quasi completamente il suo volto dietro i grandi occhiali neri che portava già da anni. Non vedeva quasi più, e si faceva descrivere la scena dal suo amico Donzelli, anch’egli attore napoletano. “Sorrideva con quel sorriso inerte e disarmato che hanno i ciechi – scrive Fellini – Nello studio tutto è pronto; facendogli evitare i cavi come in un labirinto lo conducono al centro del set potentemente illuminato, lo aiutano ad indossare il suo fracchettino, posa la bombetta sulla testa, ma ha ancora gli occhiali neri sugli occhi, non se li è tolti (…). Motore! Ciak! E solo a questo punto Totò si toglie gli occhiali ed è il miracolo. Il miracolo di Totò che improvvisamente ci vede, vede le cose, le persone, i segni di gesso che limitano i suoi percorsi, non due occhi, ma cento, che

vedono tutto perfettamente. E salta, piroetta, corre sgusciando via in un salotto zeppo di mobili, robottino fantastico che tira piatti e risponde fulmineamente alle domande di Turco, di Donzelli, di Castellani, e la gente della troupe tutta attorno, gli elettricisti sui ponti, si mordono le labbra per non ridere, si nascondono la faccia tra le mani. Stop. La scena è finita, si cambia inquadratura. Nel caos che segue ogni fine ciak, Totò si rimette lentamente gli occhiali e tende le braccia in attesa che qualcuno venga a prenderlo, e lo portano via, infatti, piano piano, facendogli fare attenzione ai cavi, alle pedanine, alla gente. È tornato quella creaturina incredibile che prendeva il sole poco fa in giardino, un esserino incorporeo, un dolcissimo fantasma che ritornava nel buio, nell’oscurità, nella solitudine.” Totò, Principe della risata, e Maestro del Bianco e del Nero.


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Una scena tratta dal film “Le motorizzate”

oltre le righe

Una scena tratta dal film “La banda degli onesti”

È di Totò il primo film 3D uscito in Italia E De Laurentis vuole portarlo nella sale

Il produttore Aurelio De Laurentiis ha annunciato ufficialmente nel corso dell’ultimo Festival di Venezia che è intenzionato a riportare al cinema “Totò 3D - Il più comico spettacolo del mondo”, il primo film tridimensionale mai uscito in Italia, datato 1953. L’idea di rivedere la comicità del principe della risata con i moderni occhialoni da sala, non c’è che dire, è affascinante. Staremo a vedere.

Foto © miniposter.it

Leggere

Decine sono le biografie e gli studi su Totò e sulla sua arte. Tra gli autori più attenti Roberto Escobar, Vittorio Paliotti, Giampaolo Infusino, Orio Caldiron ed Ennio Bispuri. Tra le tante opere, ci piace suggerire la lettura di un divertente volumetto dedicato alle battute famose di Totò: “Ogni limite ha una pazienza”, raccolta curata da Matilde Amorosi e dall’unica figlia di Totò, Liliana De Curtis (Collana Superbur – Ed. Rizzoli – 2003).

ascoltare

Cercate su Google il video di Totò che recita “La Preghiera del Clown”: vale la pena di ascoltarla. Imperdibile anche la Livella, che trovate in mp3 e in video su Youtube.

vedere

Ben cento film costituiscono il curriculum cinematografico del grande comico napoletano, oltre a una serie di documentari per il grande schermo realizzati su Totò in Italia e all’Estero. Da rivedere i film tratti dalle commedie di Scarpetta (“Miseria e Nobiltà”, “Il Medico dei Pazzi”, “’Un Turco Napoletano”) o quelli girati in coppia con Peppino De Filippo. Uno tra tutti, “La Banda degli Onesti” del 1956.

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Storie, notizie, video e curiosità sul sito ufficiale di Totò, www.antoniodecurtis.com. Da visitare anche il diretto “concorrente”: www.antoniodecurtis.org.

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Il club Lauria una vita dedicata al mare

“L

a carriera di un atleta è un viaggio. A partire dalle tappe per partecipare alle competizioni, fino alle trasferte”. Parola di Paolo Speciale, segretario sportivo del Club Canottieri Roggero di Lauria di Palermo. E in effetti non c'è viaggio che si rispetti che non preveda innanzitutto il mare, come uomini antichi che affrontavano le peripezie, ma anche la sconfinata bellezza delle acque che separano e allo stesso tempo circondano e collegano fra loro le terre. E proprio il mare e gli sport acquatici, canottaggio, vela e nuoto, sono la vita e l'essenza del Circolo più rinomato e forse anche quello più blasonato di Palermo. Tra i numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali conquistati, quello dello scorso mese di agosto: gli atleti del Club Lauria, con la barca a vela “Man”, sono giunti primi assoluti alla Quinta edizione della Regata InternaPROMO

zionale Palermo-Montecarlo 2010 organizzata dal Circolo della Vela Sicilia in collaborazione con lo Yatch Club de Monaco. Proprio Man del Lauria, il cui skipper e stratega era Gabriele Bruni, portava sul boma il vessillo dell'Arcidiocesi di L'Aquila e l'insegna del navigatore Colombino. Il progetto Colombino, infatti, che ha come protagonista la prima vera guida turistica elettronica, è entrato nel vivo nella gara, quando il 16 agosto, sono saliti a bordo dell'imbarcazione siciliana, Pastore e Glick, due giocatori del Palermo, come testimonial della campagna "Colombino spezza il silenzio fragoroso di L'Aquila" in favore della ricostruzione delle chiese distrutte dal terremoto. Una tradizione che arriva da lontano, dal 1902, quando “la sede di allora era una nave, bella certo, ma pur sempre una nave – racconta Paolo Speciale -. Da allora sono cambiate molte cose, il numero dei soci, a oggi oltre duemila iscritti, la sede, i locali ristrutturati, ma non lo spi-

La storia del Club Canottieri Lauria inizia nel 1902, quando la sede era una barca. Oggi sono oltre duemila gli iscritti, tutti personaggi noti

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rito del Circolo: avvicinare appassionati e non a questo mondo, agli sport acquatici”. Di “carriera” il Club ne ha fatta tanta, con le sue tre sedi: due a Mondello (una in viale delle Palme, sede sociale, e l'altra sempre nel borgo marinaro - sede sportiva - con il ricovero e l'attracco delle barche da competizione e dei soci), e infine alla Cala dove si svolgono gli allenamenti del canottaggio. Da quel lontano inizio il Lauria si è sempre distinto per la scelta dei soci: figure di spicco nella vita della città (imprenditori, politici, noti professionisti) che spesso hanno hanno ricoperto le cariche fino alla presidenza. Da due anni, a metà corso del suo mandato (la carica elettiva diretta da parte dei soci è di quattro anni) è Andrea Vitale, “un presidente sportivo – tiene a precisare Paolo Speciale -. Questo per il Circolo ha sempre avuto un valore aggiunto, perché ha sempre significato avere una sensibilità in più nei confronti di questi sport e una valorizzazione maggiore. Il motto del nostro presidente è 'i soci vanno coccolati'. Una attenzione alle loro esigenze che cerchiamo di mantenere in ogni modo, soprattutto nella qualità dei servizi che offriamo. A partire dai dipendenti: 13 in pianta stabile fra amministrativi, marinai e personale del ristorante, potenziato nei mesi estivi. Durante la bella stagione – continua il segretario sportivo del Lauria – la vita del Club è particolarmente intensa”. La qualità dei servizi è garantita dalla selezione del numero di soci. Con oltre duemila

iscritti, il Lauria ha tantissime richieste di iscrizione, ma sono poche quelle accettate. “Non si tratta di un voler essere snob, ma di una scelta oculata – spiega Paolo Speciale -. Chi chiede di entrare a far parte del circolo ha tutte le caratteristiche. Oggi scegliamo solo coniugi e figli di altri soci, ma la selezione è nel numero. Andrebbe a nostro discapito avere più iscritti di quanti ne potremmo 'coccolare' e riservare loto servizi e qualità adeguati”. Ma il futuro del Circolo è soprattutto nei giovani. A loro il nuovo presidente Vitale dedica particolare attenzione, ricercando nuovi talenti tra canottaggio, nuoto e vela da far competere ai massimi livelli. “E' una soddisfazione e un orgoglio – racconta Paolo Speciale – quando questi ragazzi iniziano a intraprendere lo sport e imparano la disciplina, il rispetto delle regole, ma anche la solidarietà. Dimostrano come lo sport è palestra di vita, non solo una frase fatta. E ancor più bello è quando difendono con orgoglio i nostri colori”. A proposito di futuro, le prossime iniziative del Club, nonostante sia ufficialmente chiusa la stagione estiva, sono una regata velica nella sede nautica Campionato siciliano Dinghi 12p, la Traversata del Golfo di Mondello a nuoto Trofeo Mykeleya (Sede Nautica), una festa di beneficenza nella villa sede del Circolo in favore dell'associazione Malvina Franco con il noto chef Filippo La Mantia, il Torneo Intercircoli di Burraco a scopo benefico in favore della FAI e il Campionato italiano del mare del Canottaggio in tipo regolamentare.

Per il futuro del club lauria il presidente Andrea vitale punta sui giovani atleti da far competere nelle gare nazionali e internazionali di canottaggio, vela e nuoto

Nella foto dalla pagina accanto: Il molo di Mondello, la sala ristorante del club Lauria, l'esterno del circolo Lauria, Javier Pastore del Palermo a bordo della barca a vela Man

Viale delle Palme, 20 90149 Palermo tel. 091 450144 www.clublauria.it

PROMO


u-dvertising

Tutti a letto dopo

carosello quando la pubblicità

era reclame di Vincenzo Leone

facce da “codini”

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Dario fo

ORSON welles

MINa

Dario Fo attraversava un periodo no e Pietro Barilla gli offrì la possibilità di interpretare una serie di caroselli, con la regia di Mario Fattori, per l’omonima azienda di pasta.

Negli anni 60 gli fu chiesto di fare un provino per un carosello. Lui chiese subito un milione di lire, ma il provino - girato da Pino Peserico - fu bocciato.

L’icona della canzone italiana girò una serie di folli caroselli - che non tutti ricorderanno - per una nota birra. Furono girati da Vittorio Carpignano negli studi della Recta Film.


Il colore avrà anche il suo fascino, ma una volta, in tv, “erano gli anni in cui la Carrà duettava con Topo Gigio, le domeniche erano solo in bicicletta e dalla Malesia arrivava Sandokan" se ne poteva anche fare a meno. Quello che rappresentò il decennio più rivoluzionario della storia recente d’Italia fu animato da una trasmissione che “tra il ’55 il 77" mutò il corso degli eventi del piccolo schermo: consisteva in una serie di messaggi pubblicitari accompagnati da sketch comici sullo stile del teatro leggero che divenne un’istituzione per la televisione

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opo Carosello, tutti a nanna. Ci sono slogan e frasi fatte che entrano nell’immaginario collettivo di un Paese, poggiandosi tra ricordi e tradizioni, rievocando emozioni e colori. Le emozioni sono quelle della frenetica rinascita, del boom degli anni ‘50, i colori quelli della più tenue dicotomia classica che si ricordi, quel magico bianco e nero a prova di immaginazione. Proviamo un attimo a pensare con gli occhi di un bambino di oggi che, telecomando spaziale alla mano, se lo chiamiamo remote control fa ancora più paura, accende quella “scatola magica” come la si definiva una volta e si siede lì, in attesa di un qualcosa che lo catturi... E dopo il Grande Fratello, tutti a nanna. Macché, non funziona. Verrebbe da dire, non ci sono più i vecchi programmi di una volta. Per la precisione, ce ne fu uno, negli anni ‘50, il primo della storia della televisione italica, che cambiò radicalmente gli usi e i consumi di una giovanissima Italia. Il Carosello appunto. Ovvero, un sipario che si schiude e che segna la linea di demarcazione tra disincantati sogni a occhi aperti e l’illusione di ritrovare i vari Calimero, l’Omino con i Baffi e il Caballero misterioso, una volta addormentati. Felici. Spensierati. In soli due minuti, si riusciva a creare tutto questo. Tutto avvenne grazie all’intuizione, siamo nella seconda metà degli anni ‘50, dalla premiata ditta Emmer e Taurelli, che nel febbraio del 1957, precisamente il 3, mandarono in onda la prima pun-

tata di quello che si rivelò essere un successo nazional popolare, un vero e proprio fenomeno di costume, oltre che un primo passo verso la tv intesa come vetrina commerciale. La struttura rigida imposta dagli allora vertici della Rai prevedeva delle regole ben precise da rispettare. In primis la durata: non più di due minuti e quindici secondi, non meno di un minuto e quarantacinque; di questi soltanto 35 secondi potevano essere impiegati per la promozione del prodotto, tutto il resto era libera interpretazione dei creativi e dei primi professionisti del brand come lo si intende oggi, che avevano il compito di mettere letteralmente in scena – lo sfondo era un teatro con tanto di palco e sipario – gag e sketch usando personaggi buffi, aneddoti grotteschi ma a condizione che, e qui veniamo all’ultimo diktat di mamma Rai, questi non facessero riferimento alcuno al prodotto. Il rischio era quello di una sorta di pubblicità occulta all’interno di un format, che faceva della pubblicità la sua fonte di introiti e il suo scopo comunicativo. Un paradosso sottile ma che sta alla base del successo di vent’anni di Carosello, un appuntamento fisso per generazioni di bambini. La tv di stato decise, infatti, di chiudere baracche e burattini nel 1977, aprendo le porte alla pubblicità anche al di fuori della fascia serale immediatamente successiva al telegiornale, cosa che fino ad allora era proibita, aggirata soltanto dall’escamotage dell’intrattenimento con tanto di spot in coda (non a caso, chiamato “codino”). Il tutto doveva avere un linguaggio semplice, vicino alla gente, affabulatore ma

Invernizzi

Susanna tutta panna Susanna “Tuttapanna” che vuole solo il formaggino Invernizzi fu un successo dello studio K. Disegnata da Marisa Mecacci: in tutto vennero trasmessi solo 15 caroselli con Susanna protagonista, perchè divenne uno dei marchi commerciali della Invernizzi.

Lavazza

Caballero e Carmencita È sicuramente la coppia più celebre, romantica e avventurosa di Carosello. In tanti anni a più riprese si tentò, senza successo, di riportare in vita Caballero, anche in versione a colori.

mira, lanza calimero

“Tutti se la prendono con me, perché sono piccolo e nero. È un’ingiustizia…” Ufficialmente gli autori di Calimero per i detersivi Mira Lanza sono: Nino, Toni Pagot e Ignazio Colnaghi; il personaggio sarebbe però un’idea di un dipendente Pagot diventato poi fumettista di successo, Carlo Peroni.

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caroselli d’autore

GANCIA

Fu un disastro per i brani scelti da Alberto Sordi e per il rifiuto dell’attore di prendere parte al codino.

vecchia romagna

Il brandy che crea un’atmosfera. Gino Cervi e i suoi brindisi per la nota Etichetta nera.

ramazzotti

L’unica apparizione di Jerry Lewis a Carosello. Le scenette erano scritte e dirette dall’attore in persona.

saiwa

Con il soprannome di Cutolina (dal nome del professor Cutolo), una divertente Sandra Mondaini.

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allo stesso tempo legato alle logiche del marketing. Una sinergia di mondi fin lì sempre paralleli e mai congiunti, una prima commistione tra intrattenimento e pubblicità. D’altronde l’importanza straordinaria di un tale strumento, va inquadrata nel contesto di riferimento, dove la televisione era pressochè l’unico modo per arrivare alla gente, entrare in tutte le case come piace dire agli addetti ai lavori, un flusso orizzontale che passava dal solo tubo catodico. A un livello di astrazione superiore, si può inquadrare il tutto sostenendo, come faceva Lippman, che questo sia il difetto di fondo della democrazia, dove la gente conosce il mondo per lo più indirettamente, attraverso “le immagini che se ne fa nella propria testa”. E questa visione resiste molto bene anche all’avvento del technicolor.

Oggi è chiaramente tutta un’altra storia, se parli ancora di reclame invece di advertising sei fuori dal mondo, quasi emarginato dal calderone di reality, format importati da continenti qua e là, e che vanno a infarcire il panino da servire subito, logiche da fast food, non importa quel che mangi, basta averlo sotto i denti quando e dove vuoi, un modello McDonald da servire ben caldo sui piatti di noi tutti ogni giorno. Come può un bambino figlio della neotelevisione rivivere quella spensierata visione della fruizione televisiva, ancora giovane e sbarazzina, è pressoché impossibile anche soltanto da immaginare. Non ci rimane che raccontarglielo, e magari rivivere quegli sbiaditi momenti con un pizzico di amarcord e remando, come diceva uno dei claim più famosi ai tempi, “contro il logorio della vita moderna”.

L’arte della pubblicità retrò Pubblicità dal gusto retrò per social network d’avanguardia. È la geniale idea venuta a un gruppo di creativi portoghesi dell’agenzia Moma che hanno provato a immaginare campagne pubblicitarie per Skype, Facebook e quant’altro usando come tramite la cartellonistica dei tempi, il risultato è a dir poco sorprendente.


Mr. linea è il personaggio protagonista di un cartone animato ideato da Osvaldo Cavandoli, nella foto con la sua creazione. “La linea” piacque all’ingegner Emilio Lagostina, collezionista d’arte e titolare dell’omonima industria di pentole a pressione, che lo volle protagonista di alcuni caroselli per la sua azienda.

OLTRE LE RIGHE LEGGERE Curato da Guaia Croce, “Tutto il meglio di Carosello (19571977)” con tanto di dvd. Non solo pagine da sfogliare ma anche un viaggio d’immagini per tornare bambini e riscoprire le emozioni del bianco e nero. Bello anche Il grande libro di Carosello di Marco Giusti (Sperling & Kupfer 1995).

vedere Su Internet visitate www.mondocarosello.com. In edicola è possible trovare “Carosello”, una raccolta di 4 DVD che riporterà indietro nel tempo i nostalgici della televisione italiana a 50 anni dalla sua nascita. Tutte le scenette di 2 minuti e 15 secondi che hanno cambiato il modo di fare pubblicità.

ascoltare Una voce meravigliosa per veicolare al meglio sogni e passioni: in una parola Mina, che ha prestato più volte la sua voce a spot televisivi di marchi di successo, come la Barilla. Non a caso la Carosello Records ha omaggiato l’artista con un cofanetto che contiene 120 canzoni.

CLICCARE Sui siti si rincorrono appassionati di pubblicità e vecchi ricordi. Oltre al vasto patrimonio di Youtube, che meglio di una cineteca raccoglie filmati sul di Carosello, un punto di riferimento è anche www.spotlandia.com. Un sito pieno di informazioni, curiosità e aneddoti sul mondo della pubblicità.

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Foto © Feije Riemersma

SOCIAL utility

La maledizione del nero

albino Il colore della superstizione

Questa è la storia di un razzismo al rovescio dove i colori s’invertono ma il dramma umano permane. È una storia dove il nero, storicamente vittima di pregiudizi e soprusi, diventa carnefice del bianco in una partita a scacchi che non vedrà alcun vincitore. La cronaca ne parla, numerose associazioni gridano lo stato d'emergenza, l'opinione pubblica si dice sbigottita, eppure la tragedia dei “bianchi d'Africa” continua a mietere le proprie vittime. In gergo clinico vengono chiamati albini, ma nella terra in cui hanno avuto la sfortuna di nascere sono etichettati come “sope”, ovvero spiriti maligni, e come tali vengono stigmatizzati di Federica Messina Photo@ Feije Riemersma

L'

albinismo è una patologia genetica, un'anomalia congenita caratterizzata dall'assenza totale o parziale di melanina, il pigmento che conferisce colore a capelli, occhi e pelle. Il risultato, nella maggior parte dei casi, incide esclusivamente sull'aspetto fisico: bianchi nella carnagione, nella cute e nello sguardo, si tratta d’individui dotati di un normalissimo sviluppo fisiologico e intellettuale. Tuttavia, sembrano non pensarla così in molti paesi africani dove intere popolazioni fanno della loro diversità un tabù. Confinati ai margini della società gli albini d'Africa conducono un'esistenza che difficilmente sarebbe

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definibile dignitosa. Particolarmente allarmante è la situazione che si registra nel sud del Continente, soprattutto in Tanzania, Zambia, Zimbabwe e Botswana. Nella migliore delle ipotesi vengono trattati come cittadini di seconda classe e come tali discriminati nel campo del lavoro, degli affetti e delle relazioni sociali. Ma la migliore delle ipotesi, purtroppo, si verifica solo nella minoranza dei casi: vittime predilette di maghi e stregoni, oltre che delle superstizioni locali, gli africanibianchi vengono perseguitati e uccisi subendo atroci torture e sevizie. È opinione diffusa, infatti, che questi “strani esseri” siano dotati di poteri taumaturgici, motivo per cui i loro organi vengono utilizzati per preparare mira-

colose pozioni magiche e le loro parti del corpo smembrate e utilizzate come indispensabili amuleti. Sembra infatti che nei mercati la loro pelle sia la più quotata e le loro ossa le più richieste. E come se questo scempio di corpi e anime non bastasse si fanno sempre più numerose le vittime di violenze sessuali, poiché, lì ne sono certi, avere rapporti fisici con gli albini sembra riuscire a sconfiggere l'Aids. Si tratta di una vera propria caccia all'uomo, contro cui nessuna voce sembra riuscire a opporsi. Sono numerose le associazioni sorte per la loro tutela che ogni giorno combattono contro questo assurdo sterminio: alcune, come la Zimbabwe Albino Association (ZAA), tentano di sollecitare l'intervento go-


AFRICA

vernativo attraverso azioni politiche di tutela legale; altre, come la Tanzania Albino Society (TAS) o il portale scientifico Albinismo.it, sono impegnate in vere e proprie battaglie di propaganda e informazione nel tentativo di sensibilizzare ed educare l'opinione pubblica. Infine, ci sono quelle che tentano, con umana semplicità, di fornire loro il necessario per sopravvivere attraverso fondi di assistenza sanitaria: la loro patologia, infatti, li rende estremamente sensibili ai raggi solari acuendo il rischio di disturbi della vista e tumori della pelle. Tuttavia i budget di cui queste associazioni dispongono sono spesso fin troppi limitati e le loro grida echi troppo lontani per essere colti da popolazioni che non godono nemme-

no di opportuni strumenti d'informazione. Certi dogmi sono difficili da sradicare in un paese in cui la televisione è considerato un bene di lusso, manca l'acqua potabile e l'analfabetismo la fa da padrone.E non si può che provare un profondo rammarico difronte a un mondo che non riesce a progredire. Passano i tempi, le generazioni si susseguono come il rincorrersi delle stagioni, la società cambia forma e il progresso ne anticipa l'evoluzione. Eppure, siamo irrimediabilmente fermi. Un girotondo infinito che cambia colore come quelle grandi girandole mosse dal vento: bianco, nero, rosso e giallo sembrano mescolarsi tra loro ma in realtà si tratta solo di un'illusione. Ancora oggi l'attualità parla di razzismo.

Nigeria

Kenya Tanzania Mozambico

STATI 'PERICOLOSI'

NIGERIA

NIGERIA

Il record degli massacri rituali tocca a questo stato africano dove aumentano sempre di più i "cacciatori di teste".

MOZAMBICO

QUALCHE NUMERO La scomparsa da casa degli albini in alcuni Paesi dell'Africa nera è quasi una routine. Si calcola che dal 2007 siano stati ammazzati 53 albini in Tanzania e 11 in Burundi. Secondo il South African Police Service Research Centre, il centro di ricerca della polizia sudafricana, è radicata la convinzione che le parti del corpo prelevate da vittime vive abbiano un'azione più potente, grazie alle loro urla.

Curiosità, fatti e notizie Il termine “Albino” sembra essere stato utilizzato per la prima volta da un esploratore portoghese che, giungendo in Africa, notò la presenza di nativi dalla pelle scura e altri dalla pelle estremamente chiara. Erroneamente pensò si trattasse di due razze distinte e diverso fu il nome che a esse attribuì: chiamò i primi Niger e i secondi Albus. È erronea l'opinione diffusa secondo cui è albino solo chi ne manifesta fisicamente i sintomi. Si tratta di una patologia ereditaria che, mantenendo inalterate le funzioni fisiologiche, compromette solo la pigmentazione che in certi casi può essere addirittura quasi normale. Il 22 dicembre 2009 è una data importante: per la prima volta viene riconosciuto l'asilo politico a un albino scappato dall'Africa a causa delle violente discriminazioni subite per il colore della sia pelle. Si chiamava Abdoulaye Coulibaly il ventiduenne fuggito dal suo paese d'origine, il Mali, che raggiunse clandestinamente le isole Canarie a bordo di un'imbarcazione e trovò la salvezza sul suolo spagnolo. Il 26 Aprile ricorre Giornata Nazionale degli Albini 26 Aprile, Mwanza (Tanzania). Non esistono ancora cifre precise, ma si stima che in molti paesi dell'Africa le persone affette da albinismo siano una su cinquemila (nei paesi occidentali il rapporto è di uno su cento mila). Solo in Zimbawbe se ne contano circa 14.000.

MOZAMBICO

Tanti gli omicidi rituali che sono stati segnalati, ma la polizia indaga anche sui numerosi traffici di organi per i trapianti.

TANZANIA

TANZANIA

Diversi i casi di persone scuoiate in questo stato. Per sensibilizzare l'opinione pubblica il governo organizza diversi eventi.

KENYA

KENYA

Kitale, in Kenya, l'albino Robinson Mkwama è stato venduto agli stregoni da un "amico" a 220.000 dollari.

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MODA

Bianco eI primi nero? della "CLASSE"

di Cristiana Rizzo

Tutti gli stilisti se li contendono ed è raro non vederli fare capolino in quasi tutte le sfilate. Veri appassionati sono Domenico Dolce e Stefano Gabbana, che amano utilizzarli in abiti di pizzo che richiamano la sensualità della lingerie. Anche Celine si lascia sedurre sia dal candore dell’uno che dalla buia tonalità dell’altro, utilizzandoli su pizzo e pelle, per la stagione autunno-inverno 2010-2011, nella quale questi due “non colori” sono stati declinati in tutte le salse

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n principio fu il tubino di Chanel, abbinato a una collana di perle. Bianco e nero. L’Alfa e l’omega del fashion di ogni tempo. Oggi questi due colori non possono mancare nel guardaroba di una donna sopra i diciotto anni e non passeranno mai di moda: il tubino nero slancia, dà classe persino a chi non ne ha e risolve tantissimi dubbi amletici che sorgono quando le donne non sanno cosa mettersi in occasioni “ibride”. Il bianco, solitamente considerato un colore estivo, ha un enorme fascino usato d’inverno (fa molto


Dive Anita ekberg

Un abito nero di pizzo che è entrato nella storia della cinematografia è sicuramente quello indossato da Anita Ekberg ne "La Dolce vita". Il film di Fellini è di per se una specie di "manuale" del tubino nero. Tutte le protagoniste indossano little black dress.

Catherine Deneuve Famoso l'abito nero del personaggio interpretato in Belle de Jour di Louis Buñuel. Nel film si prostituisce con una classe magistrale e algida. Merito anche del dispensatore di sogni Yves Saint Laurent.

Uma Thurman Casti e pericolosi gli abiti della protagonista di Pulp Fiction. Abiti talari, tubini neri e poi il noto abbinamento classico camicia bianca, pantaloni neri.

regina delle nevi). Il bianco e il nero sono un po’ come i primi della classe, tutti gli stilisti se li contendono ed è raro non vederli fare capolino in quasi tutte le sfilate. Veri appassionati sono Domenico Dolce e Stefano Gabbana, che amano utilizzarli in abiti di pizzo che richiamano la sensualità della lingerie. Anche Celine si lascia sedurre sia dal bianco che dal nero, utilizzandoli su pizzo e pelle, per la stagione autunno-inverno 2010-2011, nella quale questi due “non colori” sono stati declinati in tutte le salse. A partire da Moschino, che non abbandona mai i semplici e tradizionali tubini black solitamente accompagnati da un dettaglio particolare (spesso un gran-

in bianco e nero Le più grandi icone di celluloide che il Novecento abbia conosciuto, al momento della loro “investitura” come nuove dee nel pantheon personale di ogni spettatore, (s)coprivano il loro corpo con pregiata stoffa corvina o candida, sapientemente modellata sul corpo di ciascuna, ogni volta in modo diverso: dal mitico tubino di Yves Saint Laurent, che sagomava il corpo esile di Audrey Hepburn, alla scollatura a cuore dell’abito nero di Anita Heckberg ne “La Dolce Vita”, che valorizzava il suo decolleté mozzafiato e faceva risaltare ancora di più la pelle bianchissima. Dal little black dress nero con polsini e colletto bianco, un po’ colf e un po’ educanda (di nuovo c’è lo zampino di Yves Saint Laurent) di Catherine Deneuve in “Belle De Jour”, al semplicissimo abbinamento pantalone nerocamicia bianca di Uma Thurman in Pulp Fiction. Indimenticabili l’abito lungo in seta senza spalline accompagnato da lunghi guanti, che Rita Hayworth sfilava intonando “Put the blame on Mame”, in “Gilda”, e l’abito bianco che svelava le gambe di Marilyn Monroe in “Quando la moglie è in vacanza”.

de fiocco). Hervè Lèger propone abiti più sexy, molto aderenti, corti e un po’ nello stile rock, mentre Bottega Veneta ha disegnato little black dress (LBD) molto semplici, comodi, di altissima qualità e adatti a donne di qualsiasi età. La casa francese Maison Martin Margiela ha fatto LBD originali, asimmetrici, con un taglio molto moderno e sofisticato e Oscar de la Renta ha creato abiti molto ricchi, elegantissimi e lunghi per un gran galà, oppure corti al ginocchio, da cocktail. Anche quest’autunno Prada ha fatto un piccolo abito nero molto interessante, il modello che ha aperto la sfilata. Caratterizzato da un taglio un po’ “agè”, un palmo sotto il ginocchio, ha aggiunto

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il nero,

sette anni di eleganza due cuciture che conferiscono al seno una forma conica. La stilista è riuscita a mettere insieme elementi molto sensuali e un mood semplice e modesto. Ma non solo linee pulite. Fra le tendenze di stagione, il bianco e nero prendono la forma del folk, la maglieria “alla norvegese”: stelle, croci, fiocchi di neve stilizzati e renne. Se ne innamorano D&G, Proenza Schouler, Max Mara, C’N’C Costume National e Garet Pugh, che ha sfoggiato una collezione total black. Anche Anna Molinari, per Blugirl, sceglie la lana come materiale per i suoi outfit dai colori chiari e sfumati. Corti con gonna a palloncino, si mischiano a vestitini più aderenti e ricoperti d’oro, insieme a top provocanti e abiti in pizzo. È la lana, soprattutto angora e mohair, il materiale principe di questa collezione, che ritroviamo un po’ in tutte le forme, dai cappotti sfrangiati ai coprispalle riccioluti. Un particolare interessante: domina il collo alto. Lo troviamo nei maglioni a dolce vita, nei gilet di lana cotonata, addirittura negli abiti da sera con scolli in pizzo.

E’ a partire dal XIV secolo che il nero, da colore della morte, della penitenza e della disperazione, assume un significato positivo e accettabile, modestia e temperanza, e trionfa nel guardaroba dei principi e aristocratici. Da quel momento, fra il nero e la moda, sarà amore eterno. Fra il 1340 e il 1360 il “black power” diventa un vero e proprio fenomeno sociale che si estende a tutto l’occidente. Sembra che tale moda abbia origine in Italia, come conseguenza delle leggi suntuarie (cioè atte a reprimere il lusso) che erano state promulgate da alcune città, come Genova, Firenze, Venezia, Ferrara e proibivano l’uso di colori troppo vivaci oppure ottenuti utilizzando coloranti troppo costosi. Il nero veniva al primo posto in quanto colore della penitenza e perché si poteva ottenere con coloranti a buon mercato. Il problema è che tali coloranti non si fissano bene, dando luogo a dei neri smorti e poco saturi (problema con cui, dopo sette secoli, le donne combattono ancora…). Ma i mercanti più ricchi e poi i principi e le loro corti ebbero l’idea di tingere di nero le pellicce, sulle quali le tinture vegetali mordevano meglio, ottenendo così dei neri più brillanti e attraenti.

Il bianco va a nozze Ma non da sempre

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enché a metà del diciannovesimo secolo si sia diffusa l’abitudine a indossare abiti lunghi e ampi, simili a quelli in voga dell’epoca vittoriana, in realtà lo stile dell’abito da sposa è generalmente molto legato alla moda del periodo. Per esempio negli anni Venti le spose vestivano abiti corti davanti, con un lungo strascico, spesso abbinato a un cappello cloche. Per tradizione l’abito da sposa è di colo-

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re bianco, benché sia possibile spaziare in un ventaglio di colori che includono anche tonalità come l’avorio, il crema, l’ecru. Una delle prime donne a vestire di bianco fu Maria I di Scozia, quando sposò Francesco II di Francia. Nel suo caso però non si trattò di una tradizione, ma di una precisa scelta della regina. L’abito bianco divenne una opzione molto popolare fra le spose intorno al 1840, dopo il matrimonio della regina Vittoria con Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha. La regina indossò un abito bianco per l’evento, adornato da alcuni merletti. La foto ufficiale del matrimonio ebbe un’ampia diffusione e l’abito

della regina fu adottato da moltissime spose. La tradizione dell’abito bianco è stata tramandata sino a oggi, anche se va precisato che prima del matrimonio della regina Vittoria era possibile scegliere per il matrimonio qualunque colore, a eccezione del nero (colore dei funerali) e del rosso (associato alle prostitute). L’unica eccezione era rappresentata dalle spose finlandesi del diciannovesimo secolo, che indossavano abiti scuri o neri. In seguito, si è diffusa la convinzione che la scelta del colore bianco rap-


oltre le righe Leggere

Il libro, edito da Federico Motta, "Armani-Backstage" raccoglie foto scattate dietro le quinte di una sfilata dal fotografo Roger Hutchings: ripropone con immagini in bianco e nero, l’atmosfera dei minuti che precedono la sfilata. Un libro per scoprire ciò che si nasconde dietro le luci e gli sfarzi delle passerelle.

ascoltare

Sempre attuale "La ballata della moda" di Luigi Tenco. Il pezzo del 1964, ha una struttura narrativa piuttosto inedita per il mondo della canzone. Anche Morgan ha più volte ripreso il testo del brano.

vedere

Se volete basare la scelta dei prossimi film da vedere sui "costumi" delle protagoniste: "La Dolce Vita" di Fellini in cui tutte le donne vestono di nero, tratto da un romanzo di Joseph Kessel del 1929. Imperdibile anche Catherine Deneuve in "Bella di giorno" del 1967.

cliccare

Su YouTube cercate "The crazy game of Fashion, Tribute to Richard Avedon", una carrellata di foto in bianco e nero. Date un'occhiata anche agli abiti da sposa di Jenny Packham per la collezione 2010.

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presentasse la verginità, benché la purezza fosse associata al colore blu. Attualmente l’abito bianco è inteso semplicemente come la scelta più tradizionale per il matrimonio e non necessariamente come simbolo di purezza. Per tradizione, molti abiti nuziali in Cina sono di colore rosso, colore che è auspicio di buona fortuna. Tuttavia, negli ultimi anni, le spose hanno optato per la scelta dell’abito bianco (che nella loro cultura è anche il colore del lutto) seguendo la moda tipicamente occidentale o hanno adottato il modello di abito occidentale, però di colore rosso o a volte dorato.

In Giappone, le spose indossano tre o più abiti distinti nel corso delle celebrazioni del matrimonio, cominciando dal tradizionale kimono bianco. Anche in questo caso però le influenze occidentali hanno portato molte donne giapponesi a sposarsi con l’abito bianco. Anche per i nativi americani il bianco è il colore delle nozze: le spose "Hopi" indossano un abito cucito dallo sposo e da tutti gli abitanti del villaggio che vogliono partecipare e consiste in una larga cintura, un vestito bianco con strisce rosse in cima e in fondo all’abito, pantaloni bianchi, un nastro per i capelli e un mantello in cui avvolgere il vestito.

Nell'ordine da sinistra: una sposa "Hopi", la regina Vittoria, una geisha con il tipico abito.

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Stylo Rent a Car e Sicily by car Professionalità e cortesia nell’autonoleggio

Vogliamo sfatare il luogo comune che i competitor sono solo antagonisti e mai potenziali alleati: Stylo e Sicily by Car, due realtà importanti nel settore del car rental, hanno deciso di collaborare per sviluppare sinergie che possano migliorare la qualità dei servizi offerti alla loro clientela

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n uno scenario competitivo caratterizzato da incertezza e complessità, i processi decisionali di tipo strategico diventano per le imprese uno strumento fondamentale di sviluppo. Se mai qualcuno si chiedesse come mai una rivista, alle cui spalle – com’è noto ai più – c’è una società di car rental, si occupi di un altro autonoleggio, la risposta è che l’unione fa la forza. In quest’ottica, Stylo Rent a Car e Sicily by car, due realtà che sono frutto del lavoro e delle capacità imprenditoriali di due uomini, rispettivamente Vincenzo Meola e Tommaso Dragotto, hanno deciso di collaborare nel quadro di sviluppo di alcune sinergie che possano incrementare il loro volume d’affari e migliorare la qualità dei servizi offerti alla propria clientela. “There is strength in numbers” diventa quindi il motto necessario e imprescindibile per lo sviluppo nel tempo dell’imprenditoria lungimirante, di chi tiene d’occhio l’andamento del mercato e le particolari contingenze economiche. Sfatando, quindi, il luogo anche troppo

PROMO

comune che i competitor sono solo antagonisti e mai potenziali alleati. Sicily By Car S.p.A. è una compagnia leader di autonoleggio da oltre 40 anni. Dal 1963, infatti, Sicily By Car, ha conquistato, grazie all’intuito e alle doti del presidente Dragotto, la fiducia di una grossa fetta di mercato su tutto il territorio nazionale. “Quella del noleggio delle auto è stata la prima idea maturata dopo una breve carriera da ufficiale di Marina – racconta Tommaso Dragotto - Ho sempre creduto, sin dall’inizio, che sarebbe stata l’attività giusta per me e con grande dispiacere di mia madre che mi avrebbe voluto ufficiale, mi lanciai in questa impresa con l’entusiasmo di un ragazzino, che ancora oggi non mi abbandona”. Proprio dall’esperienza e dalla professionalità del suo gruppo dirigente nel 1997 è nata Auto Europa. Nel giro di pochissimi anni Auto Europa si è espansa su tutto il territorio nazionale con un network di cinquantatre uffici dislocati nelle più importanti città, negli aeroporti internazionali e intercontinentali e nelle località di mag-

giore interesse turistico. Mostrando un costante interesse alle sempre mutevoli esigenze di mercato, Auto Europa, che oggi vanta un parco auto di circa quattromila vetture tutte ultimo modello e dotate di full optional, offre la possibilità di noleggiare berline, minivan, cabriolet, vetture automatiche e di lusso, scooter e furgoni merci. Sono lontani, ma sempre vivi i ricordi legati ai primi anni dell’azienda siciliana: “Ho cominciato al numero sette di via Spinuzza a Palermo con quattro macchine – racconta Dragotto -, ho conservato la prima targa 94581, apparteneva ad una 1300 amaranto che avevo acquistato di seconda mano”. Ogni giorno, nell’ottica di sviluppo delle proprie attività, lo staff di Sicily By Bar propone alla propria clientela convenzioni e offerte che possano soddisfare le più svariate esigenze nel “Renting”: dal noleggio di imbarcazioni, a quello della mitica vespa per “visitare” la Sardegna in un romantico e avventuroso tour, alla comoda iniziativa “Park & Fly”, un servizio di parcheggio per la

informazione pubblicitaria


propria autovettura all'interno di apposite aree videocontrollate nei pressi dell’aeroporto Falcone-Borsellino a Palermo. Con un servizio di navetta veloce, i clienti vengono accompagnati alla partenza all'aeroporto e di lì prelevati all’arrivo per ritirare la vettura parcheggiata negli spazi di Sicily By Car. La chiave del successo di Sicily by car e Stylo Rent a Car sta anche negli ingenti investimenti in comunicazione e pubblicità delle proprie iniziative. Come ci spiega il patron di Sicily By Car: “Credo che la comunicazione sia l’anima di qualsiasi tipo di attività. Abbiamo sempre prestato moltissima attenzione alla pubblicità. L’azienda ha raggiunto importanti obiettivi anche grazie a questo. La mia figura è diventata sinonimo di serietà, trasparenza, correttezza. Io sono stato il secondo, dopo Loris di Mediolanum ad aver esposto il mio viso. Poco dopo è stata la volta di Rana. La sua pubblicità è, a mio avviso, molto bella perché il suo volto è entrato nelle famiglie e si sa quanto importante sia il valore della famiglia in Italia. Ecco la chiave del successo della pubblicità Rana: lui in persona a tavola con la famiglia italiana”. Stylo rent a car è una giovane azienda di noleggio auto e furgoni con forti prospettive di crescita nel breve e medio periodo. Stylo Rent offre i suoi servizi in tutta Italia e i suoi uffici hanno sede in alcuni nodi strategici sul territorio italiano come Roma, Torino e Milano. Il piano di sviluppo della Stylo prevede, nel corso dei prossimi due anni, di aprire altri venti punti di noleggio nelle principali stazioni ferroviarie italiane grazie a un importante accordo sottoscritto con CentoStazioni s.p.a., la società responsabile per la gestione degli spazi commerciali nelle principali stazioni ferroviarie italiane. Stylo Rent è nata con il desiderio di portare una ventata di novità nel mercato del car rental: Stylo ha, infatti, scelto di collocarsi dal punto di vista

Faccia a faccia

Tommaso Dragotto Presidente Sicily by Car

Vincenzo Meola Presidente Stylo rent a car

Anni? Uno in più dell’anno scorso. Segno zodiacale? Capricorno, segno testardo e intelligente. Professione sulla carta identità? Industriale. Studi? Diploma all’istituto nautico. Figli? Tre. Un aggettivo per definire la sua persona? Bionico. Uno aggettivo per definire il suo amico/competitor? Simpaticissimo e intelligente, non so se è bionico, però. Tre parole per delineare i contorni della sua azienda... Correttezza, trasparenza e capacità. Intendo dal punto di vista manageriale. E tre per quella del suo competitor? Diciamo che la sua azienda comincia a ingranare, grazie anche ai miei suggerimenti. Interessi e hobbies? Sicuramente la cucina e il nuoto. Cibo preferito? Pasta con pomodoro e melanzane. Bevanda preferita? La spremuta d’arancia. Cosa voleva fare da piccolo? Sin da bambino ho avuto l’indole del capo. Alla morte di mio padre espressi il desiderio di diventare il capo famiglia e di sedermi a capo tavola. Da allora quel posto è stato mio per sempre. Sogno nel cassetto? Sì, quello di creare posti di lavoro per i giovani in una terra difficile come la nostra. Spero di essere sulla buona strada.

Anni? 57. Segno zodiacale? Sagittario. Professione sulla carta identità? Ingegnere. Studi? Laurea in Ingegneria. Figli? Quattro. Un aggettivo per definire la sua persona? Mite. Uno aggettivo per definire il suo amico/competitor? Geniale. Tre parole per delineare i contorni della sua azienda... Giovane, ambiziosa e corretta. E tre per quella del suo competitor? Sono contento che in Sicilia ci siano persone come lui. Solo con gente come lui, la Sicilia può salire agli onori della cronaca per cose diverse dall'immagine consueta e per cui gli viene dato risalto. Interessi e hobbies? La Settimana Enigmistica e la lettura. Cibo preferito? Sarò ripetitivo, ma anche per me un piatto di pasta con pomodoro e melanzane è il massimo che si possa desiderare. Bevanda preferita? La spremuta d’arancia. Cosa voleva fare da piccolo? L’ingegnere, come poi è accaduto. Avrei avuto la possibilità di continuare a lavorare in ambito universitario, ma ho preferito intraprendere un'altra strada e quella scelta - penso - mi ha dato ragione. Sogno nel cassetto? Quello di morire con la coscienza a posto.

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logistico fuori dai tradizionali luoghi del noleggio, come sono gli aeroporti, con il desiderio di aprire nuovi segmenti di mercato attraverso il cosiddetto “noleggio di prossimità”. Ma Stylo non vuole solo innovare gli schemi aziendali del settore, ma punta ad acquisire una posizione rilevante sul mercato, fuoriuscendo dagli schemi tradizionali. Nel corso del primo biennio di lavoro Stylo ha stretto alcuni partenariati strategici utili alla predisposizione di un piano integrato di sviluppo che allarghi le prospettive dell’offerta commerciale, sia nell'ottica del consumatore finale che in quella della collaborazione aziendale. Sono nati così servizi come la Utility-Stylo Card, convenzioni con esercizi commerciali, alberghi e ristoranti, così come particolari iniziative che mirano a rendere sempre più efficienti i servizi alla clientela. Inutile, infine ribadire - non è la sede adatta per autocelebrazioni – che la dirigenza di Stylo ha creduto e continua a credere in un’avventura editoriale e comunicativa affascinante, e portata avanti con grande professionalità: Utility Magazine.

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Nelle foto in questa pagina, da sinistra in senso orario: Tommaso Dragotto e Vincenzo Meola; la sede Stylo Rent a Car a Catania, la sede centrale di Sicily by car a Villagrazia di Carini in provincia di Palermo; la sede Stylo a Parco Leonardo a Fiumicino in provincia di Roma.


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black

ARTE DEL BERE

di Toti Librizzi

white

russian il barman che per quarantanni - da dietro il bancone dello storico hotel delle palme - ha fatto bere personaggi dello spettacolo, della politica e del belmondo, racconta ai lettori di utility la storia del Black e del white russian, i due cocktail nati nel 1949 dalla creatività di Gustave Tops, barman del Metropole di Bruxelles

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n questo numero parleremo del Black Russian e del White Russian. Questi drink si chiamano entrambi “Russian”, perché composti con Vodka come distillato base, unita a un liquore al caffè come il Kalhua o l’italianissimo Caffè Borghetti: sia il distillato tropicale aromatizzato alla vaniglia, che l’infusione in alcool d’espresso italiano sono ottime soluzioni. Si tratta di un cocktail di una certa età nato negli anni Trenta, ma come tutti i drink la cui ricetta è vicina alla perfezione, rimane ancora sulla cresta dell’onda. Nel caso del Black Russian due soli ingredienti partecipano alla ricetta: la vodka e liquore di caffè. Il distillato base fornisce tenore e terre-

no per lo sviluppo dei flavour del caffè, l’ingrediente ricco di più di mille molecole odorose, che dà carattere al drink. La differenza tra i due drink è un “colletto” di panna fresca aggiunto al White Russian da servire e consumare prima che la panna sia troppo annacquata dal ghiaccio. In questa sede, mi sembra giusto parlarvi della storia della protagonista di questi due drink. La wodka si produce dalla ripetuta distillazione di grano, orzo, segale, patate, successivamente aromatizzata con erbe della Steppa. Di solito è incolore o assume la colorazione dell’aromatizzante aggiunto. La gradazione minima è di 40°. Di origine polacca, benché sia considerata la bevanda nazionale russa. I nobili esuli, dopo la rivoluzione, la resero popolare

tra le vecchie Vodke russe. Oltre la Moskoskaya, la più diffusa in occidente, è la Stolichnaja, preferita dagli intenditori. Inoltre abbiamo: la Pertsovka 35°, altamente corroborante, aromatizzata con peperoncino o al kummel (cumino); la Limonnaja, profumata al limone; la Zubrowka o erba dei bisonti, detta anche “Bijon Brandy Vodka”, con un particolare profumo conferitole quest’erba verde; la Krepkaja, ad alta gradazione alcolica (56°), particolarmente adatta per la preparazione di cocktails; la Wisniowaka, la vodka allo Cherry e la Stolovaja, la cosiddetta vodka da tavola. La vodka ha un vantaggio sugli altri liquori: può essere usata per rendere alcolica qualsiasi bevanda ed esalta il gusto di molti cocktails, senza alterarne il sapore

PREPARAZIONE

INGREDIENTI

In entrambi i casi il drink si prepara in un bicchiere a Oldfashioned pieno di cubetti di ghiaccio, in cui vengono versati tutti gli ingredienti e mescolati con delicatezza. Il Black Russian è un cocktail after dinner.

Nel Black Russian: - 7 cl di Vodka; - 3 cl di liquore di caffè. Nel White Russian: - 5 cl di Vodka; - 2 cl di liquore di caffè; - 3 cl di panna fresca.

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food & co.

Un Siciliano alla corte del NOMA di Junio Tumbarello

Questa è la storia di Francesco Scarpulla, che, dopo aver smesso la toga di avvocato, ha indossato la divisa da cuoco e, inseguendo la propria passione culinaria, ha “scalato” le cucine d’Europa. Oggi è uno dei pochi italiani chiamato da René Redzepi, uno dei più influenti chef del panorama internazionale, a capo del sensazionale ristorante sorto dentro un vecchio deposito riconvertito del porto di Copenaghen

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robabilmente gli studi di legge l’hanno convinto ad assecondare la sua più intima passione: la cucina. E così Francesco Scarpulla, avvocato palermitano classe 1975, ha seguito la sua reale vocazione a metà strada tra cuore e stomaco, e oggi è l’unico cuoco italiano a far parte della corte di Renè Redzepi, lo chef del Noma, il ristorante di Copenaghen piazzatosi primo nella classifica 2010 di “The best 50 restaurants in the world”, la prestigiosa competizione gastronomica promossa dalla San Pellegrino e da altri colossi della ristorazione, che si svolge ogni anno a Londra. Il sacro fuoco dei fornelli è sempre arso dentro Francesco, ma l’occasione per trasformarsi in incendio arrivò nel 2005, quando, durante una vacanza in Irlanda per apprendere l’inglese, lavorò per un breve periodo in un ristorante di Dublino. “Dopo quell’esperienza capii che la mia passione per la cucina era diventata qualcosa di più, ovvero volevo cambiare vita, lasciare la carriera giuridica e diventare un cuoco professionista”, racconta Scarpulla. In seguito, lo chef siciliano frequentò l’accademia dell’Alma di Colorno a Parma, retta dal “re della cucina italiana”, Gualtiero Marchesi. “In quella scuola ho imparato un metodo di lavoro che mi ha fatto crescere – continua Scarpulla -.Oggi posso dire che nella mia cucina convivono tradizione siciliana, la scuola di Marchesi, e una decisa influenza di cucine del mondo: Giappone, Thailandia, Perù, Brasile. Tutto ciò ha fatto sì che in me coesistano armonicamente due stili completamente diversi: quello barocco siciliano e quello minimalista di Gualtiero Marchesi, che emergono in relazione ai piatti che eseguo”. Oggi Francesco, dopo aver lavorato per lungo tempo al “Blanco” di Valencia e al “Dos Lunas” di Ibiza, a New York come “private chef” per

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Nella foto sopra: Cubi di tonno scottato in crosta di sesamo bianco e nero. Photos © Max Judica Cordiglia e Massimo Avidano per JUMA Communication

la società Acqolina Catering, e aver avuto maestri come il “due stelle Michellin” Claudio Sadler, è “personal chef” nelle ville e negli chalet di alcune rinomate località turistiche: Costa smeralda, Megeve e Chamonix. Ma da poco per il vulcanico “chef su richiesta”, è iniziata questa nuova avventura al Noma. La genialità del trentaduenne “maestro di cucina” di questo ristorante, Renè Redzepi, consiste nell’utilizzare solo prodotti danesi rifornendosi, come si dice oggi, “a chilometri zero”: ostriche, aragoste, scampi, granchi, muschi, fiori, erbe di campo e frutti di bosco. Redzepi ha tracciato il suo stile offrendo una miscela inventiva di cucina nordica e balcanica. Il ristorante danese sorge in un ex-capannone industriale dentro il parco di Christiania: fino a poco tempo fa era autogestito da un gruppo di hippies che provenivano da diverse parti d’Europa. Oggi, nonostante i suoi clienti vengano serviti su tavole senza tovaglie - particolare giustificato dallo stile friendly, ma allo stesso tempo elegante – si fregia di due stelle Michellin. “Sono uno dei pochi italiani, precisamente il secondo, a essere arrivato al Noma e non nascondo di esserne veramente orgoglioso – dice il giovane chef –. Lavorare con Renè Radezepik rappresenta per me indubbiamente un traguardo inestimabile”.


A proposito di…

Bianco e Nero Anche con Francesco Scarpulla – in ambito gastronomico - abbiamo affrontato l’argomento del bianco e nero. “I colori in cucina sono di fondamentale importanza perché evocano lo spirito e i profumi del territorio da cui provengono gli ingredienti – spiega Scarpulla-. La cucina mediterranea non può prescindere dal rosso vivo del tonno o di un pomodoro maturo, anche se certo, uno stile minimalista come il bianco e nero ha il suo fascino. Un piatto non deve essere solo buono, ma anche bello a prescindere dai colori che lo compongono”. I piatti in bianco e nero del giovane chef ne sono la testimonianza: un risotto con seppie al nero con cuore bianco di burrata pugliese (nella foto in alto) e un risotto con crema di mozzarella di bufala e tartufo nero. “In questi piatti ho cercato di racchiudere ingredienti tipici della tradizione italiana, e cioè risotto Carnaroli per il nord, il tartufo nero per il centro, la seppia con il suo nero, la burrata e la mozzarella di bufala per il sud”. Mentre un’altro piatto di Scarpulla, “Cubi di tonno scottato in crosta di sesamo bianco e nero” costituisce un punto d’incontro tra due culture molto diverse, quella giapponese e quella siciliana. “Culture a me molto vicine in quanto siciliano con la S maiuscola, mentre riguardo al Giappone, posso dire che oggi per noi cuochi, rappresenta quello che un tempo era la Francia, ovvero un un punto di riferimento nel mondo culinario” conclude lo chef del Noma.

"La cucina mediterranea non può prescindere dal rosso vivo del tonno o di un pomodoro maturo, anche se certo, uno stile minimalista come il bianco e nero ha il suo fascino" Da deposito a ristorante di lusso

grazie al talento

di Renè Redzepi Se avete intenzione di visitare Copenhagen, oltre a vedere la Sirenetta, dovreste cogliere l'occasione per assaggiare la cucina del Noma. Avrete modo di conoscere l'eccentrico Renè Redzepi: davvero straordinarie le capesante secche con noci di faggio, il tartufo di Gotland su pelle di latte e l’orzo cotto con lo sciroppo di betulla. Nessuno all'inizio avrebbe scommesso sullo chef danese che aveva deciso di usare esclusivamente ingredienti scandinavi, prodotti locali per lo più sconosciuti nel resto del mondo. Eppure i gourmet hanno apprezzato il suo coraggio e il suo talento e gli stessi colleghi gli riconoscono una forza di "espressione artistica": così il Noma - un magazzino portuale deposito di balene del XVIII secolo elegantemente ristrutturato - ha iniziato a essere meta di un turismo gastronomico che lo ha portato oggi a questo traguardo.

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food & co.

a "dieta" di colori Cibi, ricette e ingredienti in bianco e nero di Manuela Laiacona - Photos © Silvia Crucitti

Anche l'occhio vuole la sua parte. Specie a tavola. i colori naturalmente hanno un ruolo fondamentale in cucina e nelle preparazionI delle pietanze. quello che abbiamo intrapreso per voi e che vi raccontiamo è un viaggio gastronomico all'insegna - manco a dirlo - dei "chiaroscuri" culinari

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a sempre il bianco e il nero sono stati i simboli della dicotomia e degli opposti assoluti, ma a tavola i rappresentanti cromatici dello “Yin e dello Yang” spesso si uniscono. In questa dimensione diventano protagonisti di una stessa sinfonia del gusto, dove l'uno esalta l'altro o lo accompagna: lunga è, infatti, la lista di cibi e pietanze dove trionfano, trasversale a qualsiasi latitudine. E sia come frutto della natura, sia come espressione d'arte culinaria, detengono un posto d'onore nelle

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tradizioni gastronomiche e nei menù dei ristoranti più rinomati. Non è, quindi, un azzardo affermare, nell'era della dieta dei colori, che la cucina, quella buona, può essere anche in bianco e nero. Innanzitutto per le proprietà salutistiche degli alimenti caratterizzati da uno di questi due colori, secondo quanto conferma la scienza dell'alimentazione, ma anche per i benefici psicofisici, come invece predicano le più diverse filosofie e scienze dell'anima. Il colore bianco indica il potere disintossicante e anticancerogeno degli alimenti. Mentre il nero ha proprietà antiossidanti e

antitumorali. Insieme invece, secondo la medicina ippocratica e orientale, sono i colori dell'apparato respiratorio. Si ricordi poi come siano i pigmenti da cui prendono vita i sapori stessi. Senza zucchero, sale o pepe nessuna pietanza sarebbe appetibile. Ma le tinte estreme sono anche le tracce che segnano la memoria del gusto. Infatti è proprio con il bianco che facciamo la prima esperienza sensoriale, pensiamo al bianco alimentare per eccellenza, al latte. Per poi arrivare con la maturità al nero, quello del pepe o del cioccolato fondente, sipario che si apre sul mondo dello speziato, dell'esotico,


Il fagiolo Badda della passione. Tra candido e dark, ecco allora una carrellata di profumi, essenze, consistenze con cui riempire la nostra dispensa, da amalgamare per proporre una cucina dai forti contrasti, elegante e sicuramente intrigante. Partiamo dal sale. Accanto al cloruro di sodio, il sale da cucina, ce ne sono di tutti i colori, e anche il nero. Parliamo del sale marino hawaiano, dell'isola di Molokai. Prodotto artigianalmente, i suoi grani grossi sono impregnati dei sali minerali di cui è ricca la terra vulcanica e di carbone attivo. Oggi viene usato per decorare i piatti per la bellezza e il contrasto che creano i cristalli del sale, ma anche per le proprietà disintossicanti. Conferisce particolari aromi alla pietanza che accompagna, come un leggero tocco di affumicato e

Lo Yin e lo Yang che si fa legume Il fagiolo Badda non è un semplice legume: viene da Polizzi Generosa, in provincia di Palermo, precisamente all'interno del Parco delle Madonie ed è un presidio Slow Food. Le sue proprietà lo rendono unico al mondo: non solo quelle cromatiche in due varianti, una è bianco-marrone, l'altra bianco-nero. Dal punto di vista organolettico è molto sapido, con note erbacee e salmastre, con leggeri sentori di castagna e mandorla. Fa anche bene, grazie alle proprietà astringenti e di alta digeribilità.

Silvia Crucitti

Fotografa, Cuoca, blogger, scrittrice. un'insolita narratrice del gusto

In questa foto: pane nero di Castelvetrano; In apertura: Insalata di riso misto con bottarga e lime

Una "creativa dei sapori", che ha voluto dare vita ad una piazza virtuale dove incontrarsi con i gastronauti come lei. E questa agorà non poteva che essere una cucina, virtuale, non a caso chiamata: www.kitchenqb.it. Scatti e ricette sono così le pietanze che offre al lettore che va a visitarla, irresistibili creazioni da guardare e da gustare. E da perfetta padrona di casa non gli fa mancare nulla. Dall'antipasto, ai secondi ai dolci, gli propone un menu ogni volta ricco e aggiornato, un viaggio che fa tappa nella tradizione gastronomica siciliana. Più che passione, la sua è una irrefrenabile voglia di indagare tra i sapori. Sempre indaffarata tra fornelli e pellicola, infaticabile come è, non si sa mai cosa interpreterà il suo estro culinario. Per seguirla, allora, ci si può solo accomodare al computer e aspettare che vi serva.

note di amaro. Vale la pena citare il suo contraltare occidentale, proveniente da un'altra isola, la Sicilia. Il sale marino di Trapani, denominazione di origine protetta proveniente dalla Riserva naturale dello Stagnone. Un sale che ha 3.000 anni di storia, caratterizzato dal suo candore naturale e da un perfetto equilibrio di sali minerali, ha un'alta solubilità e potere salante tanto da ridurre l'apporto di sale in cucina del 20-30 per cento. Altro protagonista Dop della tavola, bandiera dell'eccellenza italiana, è l'aceto balsamico di Modena. Se ne trovano le prime tracce negli inventari ducali della reggia estense di Modena a fine Settecento. Versatile negli abbinamenti, sulle carni, con la frutta. Pregiate gocce di questo nero

sugli alimenti bianchi, diventano un decoro di raffinatezza. Nella tradizione pasticcera il bianco e il nero fanno invece da padroni, tanto che si potrebbe stilare un'intera carta dei dessert bicolore. Partiamo dal classico caffè con panna che poi al Sud, in particolare in Sicilia, diventa una delle specialità più gettonate: la granita di caffè con panna o quella di caffè e mandorla. Un must per chi visita la parte orientale dell'Isola. Rimanendo su questo lato della regione, non si può non citare e assaggiare il bianconero di Messina. Variante della pignolata, dolce di farina, uova, miele e cannella, composta da una parte bianca al gusto di limone e una nera al cioccolato. Non parliamo poi di tutti i dolci dove cioccolato e

In foto: panna cotta marmorizzata al cioccolato

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panna si incontrano. Bianchi e neri sono anche i pani. Però mentre dei primi ne esistono diverse varianti, vere e proprie tipicità sono il pane nero di Castelvetrano, presidio Slow Food della provincia di Trapani, o il Vinschger Paarl, pane nero altoatesino preparato con la farina di segale integrale. Il mondo delle spezie sembra invece appartenere alla sfera del dark, o meglio dell'eros data l'intensità e il potere afrodisiaco di queste. Citiamo il cacao, il caffè, il tè nero, la papaverina, i semi di sesamo nero, i chiodi di garofano. La maggior parte di queste provengono dall'Oriente, dove sono proprio il bianco e il nero presenza obbligata nei pasti assieme al riso bianco, istituzione culinaria è quello nero, nella Cina di tremila anni fa servito esclusivamente agli imperatori, perché ricchissimo di vitamine, calcio, magnesio, ferro e zinco. In Giappone il bianco e il nero sono i colori del sushi in variante nigiri, hosomaki e uramaki, vero e proprio vessillo della gastronomia nipponica. Infine il bianco e il nero nascono anche dalla terra, basta fare un giro al mercato per trovare varietà di ortaggi e frutta caratterizzati da questi colori, dal ribes nero al cocco.

La Ricetta b/n

In foto: Scampi marinati con sale nero delle Hawai

Scampi marinati con sale nero delle Hawaii Le ricette sono ispirate al requisito cromatico del bianco e del nero, sono ricette veloci per un pranzo informale per 2. Ripulite 500 grammi di scampi freschissimi estraendo la testa e togliendo il rivestimento delle code. Conditeli con una generosa quantità di olio, la buccia e il succo di un limone e un pizzico di pepe nero. Mettete tutto quanto dentro una busta di plastica per alimenti, chiudetela e riponete in frigorifero per un paio d’ore. Poi versate tutto su un piatto di portata, sistemate le code di scampi, unendo altro condimento se necessario, e spolverate con grani di sale nero delle Hawaii. Servite.

oltre le righe Leggere

Se volete sapere come si cucina un budino di pane nero, uno dei piatti preferiti di Ernest Hemingway, leggete “Una fiesta mobile – a tavola (e sotto il tavolo) con Hemingway”: una breve e interessante biografia di racconti, luoghi e gusti nel mangiare e nel bere del noto scrittore. Edizioni Leone Verde.

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ascoltare

Concepita per chi ama trascorrere ore in cucina ascoltando della buona musica e sperimentando gli ingredienti più assurdi esiste una “Kitchen CD & Radio”: un impianto che comprende casse, radio, cd e la possibilità di riprodurre mp3 grazie alla porta USB. Si piazza sotto uno stipetto della cucina.

vedere

Se volete stimolare i vostri sensi coniugando cibo e cinema: “Il pranzo di Babette” è un film del 1987 diretto da Gabriel Axel e tratto dall'omonimo racconto di Karen Blixen, vincitore dell'Oscar al miglior film straniero. Un consiglio: non provate a imitare le ricette preparate dalla protagonista.

cliccare

Situato tra via Montenapoleone e via della Spiga, il Paper Moon in via Bagutta a Milano, è conosciuto oltrechè per i suoi piatti, anche per l'arredo completamente in bianco e nero. Ai primi posti della classifica dei migliori ristoranti italiani secondo Condè Nast Traveller. Info: papermoonmilano.com.


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musica

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Black White Music Album Forse la luce dei fari della ribalta, oppure le tonalità che scaturiscono dalle loro note, ora gridate, ora sussurrate. la musica ha i suoi colori E tra questi ci sono il bianco e il nero: un dualismo che spesso, nelle canzoni, dipinge la felicità e la tristezza, l’allegria e il naufragio, l’arrivo e la partenza. Tutte facce della stessa medaglia. Se si pensa che all’associazione tra un colore e uno stato d’animo si deve il nome di un genere musicale, il blues, allora il viaggio nelle note in “bianco” e in “nero” diventa una curiosa indagine sugli incroci tra storia, immagini e umori del rock

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ianco. Come il coniglio nato dalla fantasia già visionaria di Lewis Carroll, che solo il genio dei Jefferson Airplane poteva riuscire a proiettare in una dimensione oltre modo surreale. E nero, come il mondo visto nel 1966 attraverso gli occhi di Mick Jagger e Keith Richards. Due colori che attraversano l’anima, ne interpretano gli stati estremi e confluiscono inevitabilmente nella musica. Perché, a dar ragione al filosofo Plotino, “la musica è una delle tre vie che riconducono l’anima al cielo”.

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di Natalia Distefano Se si pensa che all’associazione tra un colore e uno stato d’animo si deve il nome di un intero genere musicale, il blues, allora il viaggio nelle note in “bianco” e in “nero” diventa una dilettevole caccia agli incroci tra storia, immagini e umori del rock. La carrellata delle apparizioni di questi due colori in nomi di band, canzoni, titoli, copertine e video di album è sconfinata e costellata di episodi illuminanti. È il caso, neanche a dirlo, dei Rolling Stones di “Paint it black”. A due anni dal loro folgorante esordio i “ragazzacci” d’Oltremanica scelsero il nero: “No colors


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Illustrazioni Š Giulio Bordonaro


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who’s who

1. Ozzy Osbourne (Black Sabbath) 2. Michael Jackson 3. Keith Richards (Rolling Stones) 4. Mick Jagger (Rolling Stones) 5. Grace Slick (Jefferson Airplane) 6. Jack White (White Stripes) 7. Meg White (White Stripes) 8. Pelle Almqvist (The Hives)

anymore I want them to turn black” (in italiano “Niente più colori, voglio che si trasformino in nero”) canta il ventitreenne Jagger in preda ad un rutilante incedere tribale reso ipnotico dal sitar incantato di Brian Jones. Nero, non c’è altra scelta possibile. Eppure, in questo brano che suona come un manifesto programmatico della poetica degli Stones, il più tenebroso fra i colori non si riduce a identificare in maniera semplicistica l’inevitabile condizione umana ma si fa bandiera di uno stile di vita, una presa di posizione contro conformismo e perbenismo borghese. Anche alla piccola Alice di Lewis Carroll stavano strette le buone maniere, sarà per questo che nel 1967 la poco convenzionale Grace Slick s’ispirò proprio alla protagonista del romanzo “Alice nel paese delle meraviglie” nella composizione di “White rabbit”. La leggenda vuole che alla bella cantante dei Jefferson Airplane bastò mezz’ora per mettere a punto il capolavoro di psichedelia che la consegnò per sempre alla storia. Magnetica, incalzante, solenne, la canzone è un vortice di visioni dichiaratamente ispirato alle sensazioni procurate dall’acido lisergico. Erano gli anni dell’Lsd, della Summer of love di San Francisco, e il bianco del coniglio preso in prestito da Carroll diventa il candido schermo su cui proiettare le figure oniriche di una generazione che fece dell’espansione della percezione mentale un perno della conoscenza. E dove le allucinazioni a tinte forti non bastavano, a riempire il bianco c’era la voce irreplicabile della Slick: bassa, potente, trainava le vocali selvaggiamente fino ad uscire dalla metrica. Una meraviglia che neanche l’ideatore del Bianconiglio poteva immaginare. Altri toni, altre tinte altro genere e altra sponda dell’Oceano Atlantico. È tutto all’insegna del nero il debutto in Inghilterra dei pionieri dell’heavy metal. Black Sabbath è il nome della band di Ozzy Osbourne e Tony Iommi, è il titolo del loro primo album e anche quello del loro primo successo. Una triade curiosa quanto sinistra, dove il nero non

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La carrellata delle apparizioni di questi due colori in nomi di band, canzoni, titoli, copertine e video di album è costellata di episodi illuminanti. È il caso, neanche a dirlo, dei Rolling Stones di “Paint it black”

e caterina caselli canta “tutto nero”

Mettere mano a uno dei capolavori assoluti della musica rock e uscirne in maniera gloriosa è un piccolo miracolo. In Italia c’è riuscita Caterina Caselli. Era il 1966, i Rolling Stones erano già gli idoli dei ragazzi di mezzo mondo e avevano appena sfornato il primo album composto solo da brani propri: Aftermath. “I can’t get no satisfaction” (1965) era ormai il ritornello intonato da un’intera generazione di giovani che non si sentivano rappresentati dai coretti perbenisti (ancora per poco) dei Beatles. “Paint it black” arriva sugli scaffali dei dischi come un fulmine devastante, e suona come una dichiarazione d’intenti irrevocabile: il rock è roba per animi in pena, per menti insofferenti, da ora in poi il rock dipingerà tutto di nero. In Italia le coscienze dei giovani non erano state ancora scosse da moti rivoluzionari, la minigonna faticava a varcare le Alpi ma Caterina Caselli aveva iniziato la sua battaglia per l’emancipazione femminile partendo

dalla testa: quando sale sul palco del sedicesimo Festival di Sanremo con l’acconciatura che è diventata il suo marchio di fabbrica, il casco d’oro, è chiaro a tutti che un cambiamento è in atto. Forte del successo ottenuto con “Nessuno mi può giudicare”, scritta da Luciano Beretta (paroliere del Clan di Adriano Celentano) e cantata in coppia con Gene Pitney, in Italia la Caselli fa il passo che nessun altro in quel momento avrebbe potuto azzardare: cantare gli Stones, maledetti del rock. Poteva cadere, invece l’arrangiamento regge, non fa rimpiangere le rullanti atmosfere di Jagger e compagni, la grinta dell’originale viene mantenuta e per una volta anche il testo rimane piuttosto coerente. “Tutto nero”, questo il titolo della cover, esce come lato B di “Cento giorni” e porta il germe del pessimismo struggente del rock nel Belpaese. Resta un mistero il motivo del copricapo da cowgirl che la Caselli indossa in copertina, ci piace pensare che fosse un invito ad esclamare: “chapeau”!


A destra, i White Stripes. Nella pagina a fianco, i Rolling Stones

è quello rabbioso dei Rolling Stones ma è apocalittico e destinato a segnare l’avvio di un nuovo corso del rock: chi nel 1970 ebbe il coraggio di portarsi a casa il vinile dalla copertina più tetra mai vista prima fu letteralmente travolto dal suono a morte delle campane, accompagnate da una pioggia di fulmini e da una voce disperata che fa capolino su un drumming estenuante e riff di chitarra pesantissimi (per l’epoca). “Prima ci chiamavamo Earth – racconta Osbourne – ma, quando notammo che la gente pagava per spaventarsi guardando i film dell’orrore al cinema, decidemmo di ricreare quelle atmosfere e cambiare nome. Non a caso il nostro primo singolo parla di Satana e Apocalisse”. Il tempo gli ha dato ragione: dal 1970 al 2000 hanno venduto oltre 50 milioni di copie. Meno opportunista ma sicuramente più intrigante la scelta di un nome in “bianco” caro alle ultime generazioni di rockettari. Nel 1997 l’America dei grandi laghi sforna i White Stripes. Il nome (e il look bicolore) lo rubano dalla carta bianca a strisce rosse delle vecchie caramelle al gusto di menta. Nulla d’intrigante se

Nel 1997 l’America sforna i White Stripes: Il nome (e il look bicolore) lo rubano dalla carta bianca a strisce rosse delle vecchie caramelle alla menta non fosse che il duo di Detroit si presenta con i nomi di Jack e Meg White: che siano fratelli? Marito e moglie? La band alimenta la curiosità dei fan evitando di chiarire la natura del loro rapporto extra artistico. Quando si scopre che White è il cognome dell’energica batterista e che i due erano stati sposati i White Stripes erano stati già consacrati nell’Olimpo

“Back to black”, maledetta Winehouse

Amy Winehouse è ormai entrata a pieno titolo nell’Olimpo della musica, che piaccia o no. Drogata, alcolizzata, magrissima, volgare e litigiosa. Di certo non è un modello di comportamento. Se in molti (moltissimi) la amano non è infatti per le agitate vicende della sua vita privata ma per la voce graffiante, il sound nostalgico e la spregiudicatezza (concessa solo ai talenti geniali) di essere l’incarnazione del suo personaggio. Amy Winehouse canta nient’altro che se stessa: non c’è da stupirsi che a donarle il successo planetario sia stata “Rehab”, canzone in cui confessa il rifiuto di disintossicarsi da alcol e droga. “Hanno cercato di mandarmi al centro di riabilitazione ma io ho detto no, no, no”, un testo così cinicamente autoironico da far impallidire qualsiasi comico britannico. Il brano è il singolo scelto come apripista nel 2006 per il lancio del secondo (e per ora ultimo) album della cantautrice inglese, “Back to black”, che in italiano significa letteralmente “ritorno al nero”. Il nero è quello del dolore per un

amore finito, per gli abbandoni che costellano la sua vita, è quello di una donna che non riesce a trovare la luce. Per questo canta la sofferenza e il disagio senza usare mezzi termini, scegliendo parole crude e immagini lontane dallo stile politically correct spesso suggerito dai vertici discografici. A salvaguardare le orecchie degli ammiratori italiani, rammarica dirlo, è solo la scarsa confidenza con la lingua della dolente Amy. Sedotti dalle sue melodie soul non si fa caso alle liriche: è qui invece che si annida il nero della Winehouse. Lei lo indossa come fosse un lutto, accetta il malessere come ci si rassegna a un lutto, non cerca alcuna via di fuga. E quando si tratta di confezionare il video della canzone che da il nome all’album, “Back to black” appunto, decide di inscenare una cerimonia funebre. Pellicola in bianco e nero, look da vedova un po’ retrò (che le dona terribilmente), Amy celebra il funerale del suo cuore. E vende oltre 11 milioni di copie.

PLAYLIST

Rolling Stones Aftermath 1966, Decca

Jefferson Airplane Surrealistic Pillow 1967, RCA

Black Sabbath Black Sabbath 1970, Vertigo

Michael Jackson Dangerous 1991, Epic

White Stripes Elephant 2003, XL Recordings

The Hives The black & white album 2007, Interscope

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Black or white è un brano in cui riescono a convivere sonorità hard rock, pop e rap; è un video che, con l’effetto morphing, ha segnato una nuova era del rock. Alla questione del bianco non badava più nessuno. Nella storia degli incroci tra colori e note c’è anche chi al bianco e nero ha dedicato un intero long-playing: ”The black and white album” (2007) è il quarto pubblicato dagli svedesi The Hives. Alfieri del più recente garage punk, i cinque giovanotti di Fagersta hanno una vera e propria mania per l’accostamento tra i due pigmenti. Dagli abiti ai video, dalle copertine ai titoli, il loro sound rapido e metallico è sempre condito con “sale e pepe”. Ma lo scettro in materia va, senza ombra di dubbio, al compianto Re del Pop. Non è perché è scomparso prematuramente (e misteriosamente). E neanche

Michael Jackson

perché il destino lo ha fatto nascere nero e morire bianco (benché le vicende legate al colore della pelle abbiano contribuito alla sua popolarità). Michael Jackson è l’artista che è riuscito a fare di una canzone quello che gli addetti ai lavori chiamano concept (suona decisamente meglio di “unità cognitiva di significato”). “Black or white” è un brano in cui riescono a convivere sonorità hard rock, pop, dance e rap; è un video che ha segnato una nuova

Il video dei record è “Black or white”

Certe canzoni condizionano il corso della musica, con vari meriti. Nel caso di “Black or white” a brillare non è certamente il testo, un vaporoso inno all’uguaglianza che Michael Jackson scrive trent’anni dopo il ben più incisivo e vigoroso “I have a dream” di Martin Luther King. Brillante, invece, fu l’idea di far girare intorno al brano i talenti più amati del momento. Pubblicato nel 1991 come primo singolo dell’album “Dangerous”, è un mix di hard rock, dance e rap scritto insieme a Bill Bontrell. Ma il lavoro a quattro mani non bastava al perfezionista Jacko, che scelse di affidare l’intro e il riff di chitarra nientepopodimeno che a Slash dei Guns N’ Roses. Poi pensò al videoclip, piazzando dietro la telecamera il genio di John Landis, papà di quello che è considerato il primo video musicale della storia (prima di “Thriller”, 1984, i video accompagnavano la musica senza avere una trama né una coreografia). Ad aprire le immagini uno scatenato Macaulay Culkin, reduce dal successo

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di “Mamma ho perso l’aereo”, che dopo un avvio letteralmente esplosivo lascia lo schermo a un Michael Jackson capace di fare il giro del mondo in 6 minuti e 23 secondi cantando il suo messaggio di fratellanza. Ancora non bastava, e per fare il miracolo Michael Jackson chiama in campo la tecnologia. “Black or white” fu il primo video a usare il morphing, effetto digitale che consiste nella trasformazione fluida, graduale e senza soluzione di continuità tra due immagini diverse. Un vezzo che si paga: la spesa complessiva per la clip fu di 1.5 milioni di dollari, una delle più alte di sempre. A fare la ciliegina sulla torta, infine, la censura. Gli ultimi 4 minuti furono considerati troppo violenti per via delle scene in cui Jackson distrugge i vetri di macchine e negozi su cui sono verniciati simboli razzisti. Ciononostante all’esordio in tv vennero trasmessi anche quelli, segnando un altro record: con un pubblico di oltre 500 milioni di telespettatori divenne il video musicale con maggior audience di sempre.

era con l’introduzione dell’innovativo effetto morphing; è un inno all’uguaglianza razziale che evita di ruzzolare nello stucchevole; è l’espressione musicale che ha raccolto ogni record del suo tempo, ne ha dipinto lo spirito. Vengono in mente le parole scritte da Jean Baptiste le Rond d’Alambert nella prima edizione dell’Enciclopedia: “Ogni musica che non dipinge nulla non è che rumore”. E Michael Jackson ci appare un pittore.

oltre le righe ascoltare

Black Tie White Noise è un album di David Bowie. Pubblicato nel '93, è stata la sua prima fatica solista. “White flag”, uno degli episodi migliori del disco “Plastic Beach”dei Gorillaz: registrato a Beirut con la National Orchestra for Arabic Music e poi riarrangiato con le voci rap degli inglesi Kano & Bashy.

Leggere

Per un viaggio nella musica nera, “Il Blues Intorno a Me” scritto da B.B. King con il supporto di David Ritz. Il libro è la ristampa dell’opera edita qualche anno fa dalla casa editrice Tarab ed è una divertente autobiografia dell’artista.

vedere

Musica in bianco e nero è il soggetto della serie di dipinti ad acrilico di Manlio Noto, giovane artista palermitano: il jazz dei neri d’America incarnato nei ritratti di alcuni dei suoi più grandi interpreti: da Miles Davis a Coleman Hawkins, da Eric Dolphy a Grant Green e tanti altri. Per info: www.manlionoto.it.

cliccare

Jefferson Airplane - White Rabbit da trovare su YouTube. Psichedelia pura: si tratta di un’apparizione tv del gruppo che destò stupore per le proiezioni visionarie che scorrevano alle loro spalle.


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Foto © Alastair Moore

sport

All Whites l’altra faccia della Nuova Zelanda

C’è il centrocampista che di professione fa l’impiegato in banca o il portiere - rappresentante di articoli sportivi - che per venire a giocare il mondiale si è preso le ferie. Anche loro sono All Whites, l’altra faccia della Nuova Zelanda, quella che nessuno conosce. Già il nome, “tutti bianchi”, fa capire quanto lontano sia il calcio dallo sport che per i neozelandesi conta davvero, la pallaovale degli strafamosi All Blacks

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La prima apparizione è datata 1982: abbastanza indietro nel tempo per evitare di ricordare i pessimi risultati che accompagnarono quella spedizione La Nuova Zelanda, la squadra cenerentola del mondiale sudafricano, la nazionale con il punteggio più basso nelle classifiche di rendimento, è stata l’unica imbattuta nella intera kermesse iridata di Giuseppe Leone

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uova Zelanda e sport. L’accostamento è semplice e diretto: gli All Blacks, enormi, forti, fieri campioni del rugby mondiale, a cui basta la celeberrima Haka per incutere timore agli avversari. Poi ci sono loro, gli All Whites, i “fratelli” minori del calcio a 11: semi professionisti di un mondo lontano, bardati in una divisa lattiginosa. Un bianco candido finito per motivi di forza maggiore nelle maglie dei calciatori dello stato australe. Il colore della Nuova Zelanda, a livello sportivo, è, infatti, esclusivamente il nero: oltre i già citati protagonisti del rugby, basta volgere un breve sguardo agli altri sport popolari nell’isola (le rappresentative di cricket, polo, lacrosse, l’imbarcazione New Zealand dell’America’s Cup sono tutte nero vestite) per rendersi conto di quanto sia in contrasto la mise degli onesti pedanti pallonari. La “colpa”, per così dire è della FIFA, massimo organo di governo calcistico, che in passato vietava le divise nere, in quanto tinta esclusiva degli arbitri. Che colore scegliere dunque? C’è chi dice che il motivo sia da ricercare in un vetusto omaggio all’ Inghilterra, ex madre patria, mentre altre leggende locali assicurano che dietro ci sia stato un po’ gioco e un po’ sfida verso gli adepti degli sport maggiori. Sta di fatto che si virò verso l’opposto rispetto alle tradizioni neozelandesi. Un abbinamento azzardato, una forzatura probabilmente come trait d’union tra un bianco mai visto nei vari sport dell’isola e una disciplina praticamente anonima. E anonima è rimasta per tanti anni, seguita con un misto di tenerezza e compassione nel resto dal mondo (visti i modestissimi risultati) e all’interno della nazione stessa. Tutto ciò almeno sino ad un giorno di metà giugno. Il 15 giugno

2010 per l’esattezza. La Nuova Zelanda è all’esordio nel Mondiale di calcio in Sudafrica, seconda partecipazione assoluta ad una fase finale della massima competizione calcistica. La prima apparizione è datata 1982: abbastanza indietro nel tempo per evitare di ricordare i pessimi risultati che accompagnarono quella spedizione. Storia passata dunque, meglio ritornare a tempi più recenti : servono gli ultimi istanti di gioco della partita e il colpo di testa del difensore Winston Reid per regalare un insperato pareggio contro la Slovacchia e il primo punto “mondiale” alla formazione in bianco. Un risultato epocale che fa innalzare notevolmente, in patria e all’estero, la popolarità della nazionale del lontano continente. Un pareggio che regala grande fiducia agli stessi giocatori che si permettono di bloccare avversari come l’Italia campione del mondo e il più esperto Paraguay. Tre pareggi storici che non hanno evitato l’eliminazione al primo turno, ma che hanno fruttato grandi onori ed un particolare primato: la Nuova Zelanda, la squadra cenerentola del mondiale sudafricano, la nazionale con il punteggio più basso nelle classifiche di rendimento, è stata l’unica imbattuta nella intera kermesse iridata.Un risultato inaspettato e incredibile, se si pensa che tra i 23 convocati dal CT Ricky Herbert hanno trovato posto disoccupati del pallone, semi-professionisti e semplici amatori o chi, come il portiere di riserva James Bannatyne, ha dovuto prendere le ferie dal proprio lavoro di rappresentante per vivere il sogno mondiale. Note di colore, come si dice in gergo giornalistico, note originate e vissute da un bianco che probabilmente non incuterà mai il timore di un Haka, ma che si è guadagnato in pieno il rispetto e la simpatia di tanti tifosi in tutto il mondo.

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sport

All Blacks l’ aNIMA NERA del R U G B Y

La storia di questi fuoriclasse comincia nel 1860, quando un tale di nome Charles Monro si trasferisce a Londra per studiare al Christ’s College: qui scopre la palla ovale, portandola con sè al suo ritorno in Nuova Zelanda

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di Domenico Musso

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efinire gli All Blacks come una squadra di rugby sarebbe riduttivo e per certi versi offensivo. Quando gli uomini in nero della palla ovale della Nuova Zelanda scendono in campo, è come se scendesse in campo un mito. Potremmo dire, dunque, che quello che leggerete non parlerà esclusivamente di rugby e quindi, per comprenderlo, non servirà essere un appassionato di questo sport. Ma racconterà della leggenda degli All Blacks, una storia che trascende dal semplice fatto che si stia parlando, appunto, di una squadra di rugby. Una storia che comincia nel 1860, quando un tale di nome Charles Monro va a studiare a Londra, al Christ’s College. Qui Monro scopre la palla ovale, portandola successivamente in Nuova Zelanda. Chissà se quel giorno Charles Monro avrebbe mai immaginato che in quel momento stava cambiando la storia sportiva di una paese. Da lì in poi, infatti, comincia una serie di vittorie che renderanno gli All Blacks una squadra mitica. Le prime uscite vittoriose all’inizio del novecento contro l’Australia, ma soprattutto i successi contro i rivali storici del Sud Africa negli anni Cinquanta e i cinque anni di trionfi tra il 1965 e il 1970, con diciassette incontri vinti di fila, che fanno fino a oggi la striscia più lunga di successi. Numeri che hanno fatto della Nuova Zelanda la patria del rugby. Non a caso la prima edizione della Coppa del mondo si è giocata nel 1987 in Nuova Zelanda, e a vincerla non potevano essere che loro, gli All Blacks, che hanno dominato le avversarie durante tutta la competizione intercontinentale, mostrando una superiorità imbarazzante. Ma a rendere leggenda questa squadra non potevano essere solo le vittorie e il palmares. Gli All Blacks sono tanto altro. Sono simboli, danze, storie di uomini. A partire proprio dal soprannome che i giocatori della Nuova Zelanda hanno da sempre. All Blacks deriva, infatti, dalla completa tenuta nera che i rugbisti neozelandesi indossano durante le partite. Una maglia che è ovviamente diventata la più famosa divisa

del rugby. L’unica “macchia” rappresentata nella maglia nera non poteva che essere un altro simbolo per i neozelandesi, ovvero una foglia di felce argentata, che rappresenta la Cyathea dealbata, una felce di medie dimensioni endemica della Nuova Zelanda, considerata come una simbolo della nazione, tanto da essere utilizzata talvolta come bandiera non ufficiale della Nuova Zelanda. Ma se c’è un secondo elemento, a parte la divisa nera, per cui gli All Blacks sono conosciuti in tutto il mondo, questo è sicuramente l’Haka, la danza maori. Una danza, messa in scena, è proprio il caso di dirlo, sul campo dai giocatori neozelandesi prima di ogni partita, uno sorta di spettacolo nello spettacolo, al quale ogni stadio assiste sempre in religioso silenzio. E da quel silenzio irrompe un grido disumano, dal quale parte una danza che rappresenta l’anima degli All Blacks. I giocatori formano un’immaginaria trincea votata all’offesa. Le gambe e gli avambracci in movimento armonioso, le lingue tirate fuori in uno scherno che provoca, declama, irretisce e piega il pubblico estraneo e gli avversari. Ma, come detto, dentro alla leggenda di questa squadra ci sono anche le storie di tanti uomini. Basti

pensare al fatto che la Nuova Zelanda è la squadra che ha il maggior numero di giocatori nella lista dell’International Rugby Hall of Fame. Per fare solo un nome, basta, dunque, pensare alla vita di Jonah Lomu, di origini tongane, considerato la superstar del rugby mondiale dall’avvento del professionismo. Colui che incarna la leggenda degli All Blacks per quello che ha rappresentato per questa squadra e per le battaglie vinte fuori dal campo. “Senza rugby sarei morto, o nella migliore delle ipotesi in carcere”, ha detto un giorno Lomu, ricordando la vita difficile nei sobborghi di Auckland. Da quei sobborghi Lomu è riuscito a emergere, diventando l’ala più forte al mondo. Un giocatore che neanche la malattia è riuscita ad abbattere, quando nel 1996 gli viene diagnosticata una grave forma di nefrite. Nonostante la dialisi e i suoi effetti collaterali, che hanno causato danni al sistema nervoso tra gambe e piedi, rischiando di rimanere sulla sedia a rotelle, Lomu riesce a tornare ad allenarsi nel 2004, dopo un trapianto di reni, riuscendo a giocare nuovamente una partita ufficiale nel 2005. Una storia che ha fatto di quest’uomo una leggenda vivente, nella leggenda degli All Blacks.

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Soluzione del cruciverba a pagina 86

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