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Andrea Guccini Martina Strata

AG Fronzoni – il progetto dell’essenziale

con

Giovanni Anceschi Artiva Design (Daniele De Batté – Davide Sossi) Myrna Cohen Alessandro Mendini Mario Nanni Leonardo Sonnoli Sébastien Hayez Dennis Moya Alex W. Dujet Mauro Panzeri Ubaldo Righi Simone Ciotola Ester Manitto Clara Pozzetti Elisabetta Presotto

si ringraziano anche Elena Fronzoni Daniela Rossi Madlen Göhring Marzia Ferrari CDPG, Aiap


Progetto grafico e redazione Andrea Guccini Martina Strata Traduzioni Lisa Campo Martina Strata Responsabile produzione Ernesto Lipparini Stampa Fotolito Felsinea srl Font Helvetica Eduard Hoffmann, Max Miedinger Haas Type Foundry, 1957

Simplon Mono Emmanuel Rey Swiss Typefaces, 2011

Carta Fedrigoni Freelife Vellum, 80g

Cartiere del Garda GardaGloss Art, 135g

Gruppo Cordenons Natural Evolution White, 280g

© 2014 la proprietà delle foto e dei testi è dei singoli autori che le hanno prestate


INDICE.

Introduzione

La sfida di AG Fronzoni

01 –

AG Fronzoni

9 11 13

Biografia

14

Lo stile

16

Fronzoni e il suo tempo

24

La scuola dell’essenziale

32

Conferenza a Napoli: parla AG Fronzoni

38

Galleria

48

02 –

Le interviste

106

Giovanni Anceschi

108

Artiva Design

114

Myrna Cohen

126

Alessandro Mendini

132

Mario Nanni

144

Leonardo Sonnoli

150

Esteri

156

Ex allievi

164

Conclusioni

181

Bibliografia e sitografia

182


Foto di Fabrizio Cicconi

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Introduzione Andrea Guccini – Martina Strata

8


I ntroduzione. Andrea Guccini, Martina Strata

Mauro Panzeri – pag. 11

9

Questo libro nasce come progetto per il corso di Grafica e Redazione Editoriale all’Istituto Europeo di Design di Milano, tenuto dal docente Mauro Panzeri. Scelta, quella di scrivere un libro su AG Fronzoni, guidata dalla passione personale che ha trovato riscontro da parte di chi ha accettato di collaborare con noi. Ci siamo imbattuti in Fronzoni anni fa facendo ricerca nel campo della grafica, siamo subito rimasti colpiti dal suo lavoro e analizzando le sue opere ne siamo rimasti sempre più affascinati. Il suo stile unico e inconfondibile e la sua storia di progettista ed insegnante fuori dal comune ci sono parsi l’argomento perfetto sul quale costruire questo progetto.

Leonardo Sonnoli – pag. 150 Artiva Design – pag. 114 Giovanni Anceschi – pag. 108

Ci siamo trovati ad affrontare un tema molto complesso, infatti la documentazione su AG Fronzoni è difficilmente reperibile. Abbiamo così pensato che l’unica soluzione fosse quella di andare a cercare minuziosamente in vecchi libri o, appunto quella, sicuramente molto stimolante, di parlare direttamente con chi lo ha conosciuto. Dato l’importante ruolo che ha ricoperto nella storia della grafica, e non solo, ci è sembrato doveroso intraprendere questo percorso in suo onore. Il nostro obbiettivo, anche se molto ambizioso, è stato sin da subito quello di raccogliere e riorganizzare il materiale a nostra disposizione e soprattutto di crearne di nuovo. La situazione nella quale ci siamo trovati a lavorare ha stimolato una ricerca approfondita, che ha svelato un grande interesse da parte di molti suoi ex allievi, i quali ci hanno aiutato a raccogliere informazioni e notizie, prestando talvolta il loro materiale personale, da fotografie a file audio e video. Abbiamo cercato il suo nome su ogni libro, rivista e pubblicazione capitata tra le nostre mani, cercando in biblioteche e tra archivi digitali e non. La devozione verso di lui da parte degli ex allievi e molti altri è tangibile e la passione per il suo lavoro non si è mai spenta. AG Fronzoni ha insegnato molto anche a noi, tramite gli aneddoti e i racconti che abbiamo avuto il piacere di ascoltare. Speriamo si riesca a leggere tra le righe di questo libro tutta la passione che abbiamo messo nel realizzarlo. Ringraziamo tutti per la collaborazione e l’interesse dimostrato nei confronti della nostra ricerca, senza la quale non saremmo riusciti ad arrivare a questo risultato, ma se c’è una persona a cui va tutta la nostra riconoscenza è proprio AG Fronzoni, per aver lasciato un segno nella storia della grafica e un patrimonio visivo ormai parte integrante della nostra cultura.

Introduzione Andrea Guccini – Martina Strata

Alessandro Mendini – pag. 132

Ubaldo Righi è stato il primo ex allievo con cui ci siamo messi in contatto e tramite lui abbiamo dato il via alla nostra ricerca volta ad approfondire la conoscenza riguardo la storia personale di Fronzoni e il suo lavoro dalle mille sfaccettature: insegnate ed architetto, designer e grafico. La prima parte del libro vuole proprio raccontare il suo percorso: dagli inizi della carriera alla definizione del suo stile, la comparazione con i suoi contemporanei e l’apertura della Scuola Bottega. Abbiamo deciso invece di dare un taglio particolare alla seconda parte del libro: AG Fronzoni raccontato da. La scelta di ricorrere alle interviste ci è sembrata la migliore soluzione per ricostruire la sua complessa figura. A parlare di lui sono i suoi ex allievi, fonte fondamentale d’informazioni e patrimonio di grande valore, dato che hanno avuto modo di conoscerlo in prima persona, hanno frequentato il suo studio e hanno condiviso con lui molte esperienze lavorative e personali. Abbiamo intervistato anche alcuni grandi progettisti, italiani e non. Tra questi, Alessandro Mendini, Leonardo Sonnoli, Daniele De Batté e Davide Sossi dello studio Artiva Design e Giovanni Anceschi.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Ubaldo Righi – pag. 32


Foto di Elena Fronzoni

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

La sfida di AG Fronzoni Mauro Panzeri

10


La sfida di AG Fronzoni. Mauro Panzeri

11

Milano, 23 novembre 2014

Ho avuto la fortuna di conoscere il Fronzoni (così lo si chiamava a Milano), quando era ormai quasi alla fine della sua lunga carriera: era un uomo gentile ed elegante, con un aspetto fisico piacevole, non era alto, un po’ rotondo, irrigidito nel suo completo nero da piccolo guru. Era per certi versi anche ironico e trattava noi grafici della generazio-

ne “di mezzo” come colleghi suoi pari. E questo era un caso raro. Era molto distante da me, per molte ragioni: lui in bianco e nero, io a colori; lui minimalista, io barocco e ridondante; lui “stilista”, io che mi pensavo come un grafico senza stile; lui che manteneva le coordinate del Moderno, io che provenivo da un’esperienza postmoderna, quella di Studio Alchimia. Ma a una cosa guardavo con attenzione e rispetto nel suo lavoro: il motto di spirito, il gioco combinatorio degli elementi, nonostante fossero pochi e reiterati.

Alcuni di loro presentavano una certa depressione o rabbia e ribellione ai dettami del Maestro. Volevano scrollarsela di dosso quella scuola, non ne potevano più del bianco e nero e delle geometrie. Una di loro pianse, chiedendomi di aiutarla a uscire da una costrizione per lei divenuta insopportabile, quella cioè di rifare il Maestro; ne aveva così introiettato dettami e metodo, che esitava a distinguere l’originale da se stessa, divenuta suo clone. Altri invece, più sicuri, vantavano portfolio eleganti e tutti simili, rigorosamente in bianco e nero e (ovviamente) geometrici. Qualcuno tra loro mi guardò con aria di sfida. Perché erano venuti da me, allora? Questo è in effetti il punto focale del mio ricordo e di quel che voglio dire: Fronzoni era una sfida. Sfidava cioè la comunicazione, al limite dell’incomprensibilità. E con questa sua caratteristica, unica tra i modernisti del periodo, dimostrò grande eccentricità, un “fuori centro” al limite dell’espulsione dall’orbita. Mostrò così una differenza.

La sfida di AG Fronzoni Mauro Panzeri

Del suo lavoro, quello che ho notato per primo è stato il manifesto per la mostra di Lucio Fontana alla galleria La Polena di Genova (1966); mi aveva affascinato il doppio gioco di tipografia e taglio, che combinava segno grafico e segno d’artista con una certa esibizione di forza. Era Fronzoni a dirigere il gioco –e Fontana ne era l’oggetto– senza farsi troppi problemi per l’uso grafico del segno dell’artista; anzi, diventando lui stesso artista. Poi, negli anni, ho incontrato alcuni suoi studenti di bottega che mi facevano visita alla ricerca di un lavoro. E qui si apre un capitolo strano che mi induce –o almeno mi indusse allora– a un’incertezza di giudizio.

Queste caratteristiche lo fanno essere ancora, nonostante abbia lasciato un’eredità difficile da maneggiare, un punto di riferimento per molti, soprattutto alcuni giovani di oggi che lo guardano come un “diverso”, che consapevolmente ha messo in gioco un’obiezione: la possibilità di una critica (visiva) del presente e la scelta di prenderne le distanze. Con le difficoltà che questo ha comportato per lui allora, e comporta per noi ancora oggi. AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Manifesto Fontana – pag. 48


Foto di Elena Fronzoni


01 – AG FRONZONI

BIOGRAFIA

LO STILE

FRONZONI E IL SUO TEMPO

LA SCUOLA DELL’ESSENZIALE

CONFERENZA A NAPOLI: PARLA AG FRONZONI

GALLERIA

Andrea Guccini, Martina Strata Simone Ciotola

Andrea Guccini, Martina Strata

Ubaldo Righi Clara Pozzetti

Lezione all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli su invito di Simone Ciotola e Daniela Rossi

13


1923

1960

1965

Mommè, Pistoia (Toscana). Dal 1945

publicitaire dans le monde en 1960,

Galleria Menegotto.

AG Fronzoni nasce il 5 marzo a San

si dedica alla ricerca e alla progettistica e dal 1968 anche all’insegnamento.

Castelfranco Veneto, Treviso.

1962

1965 – 1967

di editoria, progettazione grafica,

della collezione permanente Triennale

per la rivista d’architettura “Casabella”,

disegno industriale, allestimento di mostre e architettura.

Progetta la lampada “Quadra”. Fa parte Design Museum ed è stata selezionata per il compasso d’oro 2004.

Svolge i ruolo di redattore grafico Milano.

1947

1963

1966

e letteratura “Punta”, Brescia.

Australian School of Art, Adelaide.

Fontana. Galleria La Polena, Genova.

Fonda e dirige la rivista d’arte

International poster exhibition, South

Manifesto per la mostra di Lucio

1953

1963

1966

contemporanea Cavellini, Brescia.

Milano.

y Comunicación Visual, Buenos Ayres.

Progetta la collezione d’arte

Esposizione personale libreria Salto,

Esposizione personale Instituto de Arte

1954

1963

1966

dell’Unione cooperativa di consumo,

per Valextra.

Ridotto del Teatro Regio, Parma.

Manifesto celebrativo del cinquantenario galleria A.A.B., Brescia.

Progetta le valige “Forma Zero”

Mostra di disegno industriale italiano,

1956

1964

1966

il suo studio.

in seguito prodotta da Cappellini.

Moderna Galerja, Ljubljana.

Si trasferisce a Milano, dove apre

Progetta la serie di mobili “Serie 64”

2° Bienale Industrijskega Oblikovanja,

1956

1965

1966

palazzo della Permanente, Milano.

la Galleria “La Polena” a Genova.

Mostra d’oltremare, Napoli.

1° Mostra Nazionale Artisti Pubblicitari,

01 Biografia

Maison de la pensée française, Paris.

Manifesto Arte Contemporanea,

1945

Apre il suo studio a Brescia e si occupa

Progetta sede e identità per

Che cos’è il design,

1958

1965

1966

Museum für Kunst und Gewerbe,

College of Printing, London.

The American Institute of

Ausstellung italienischer Werbeplakate, Hamburg.

Esposizione personale al London

Trademarks International, Graphic Arts gallery, New York.

1959

1965

1966

Galleria d’Arte Moderna, Milano.

comunicazione visiva al Politecnico

e progetta il suo adattamento a sede

2° Mostra Nazionale Artisti Pubblicitari,

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Arts et techniques de l’édition

Mostra del linguaggio grafico nella

di Torino, Castello del Valentino, Torino.

Restaura Palazzo Balbi Senarega

dell’Istituto di Storia dell’Arte, Genova.

1960

1965

1967

Royal Ontario museum, Toronto

d’arte, palazzo Isetan, Tokyo.

itinerante, Padova, Milano, Nice,

Impact: poster art of the world,

e itinerante a Vancouver, Montreal.

Italia 1965: architettura, produzioni

Manifesti ED 912, esposizione Modena.


1967

1969

1986

d’Arte Contemporanea. Galleria Civica

Galleria La Polena, Genova.

la sua personale curata da Ruedi Baur

Manifesto, catalogo e allestimento per

alla Galerie Projets. Villeurbanne, Lione.

1967

1969

1988

Galleria della Sala di Cultura, Modena.

della Musica e del Teatro, Biennale

“Marchio progetti. Proposte per

Manifesto per Mauro Reggiani.

Manifesti per il Festival del Cinema, di Venezia.

Manifesti e allestimento per la mostra il Credito industriale sardo”, a Cagliari nel 1988 e a Milano nel 1989.

1967

1970

1988

per la mostra di Giò Ponti.

mostra “Nouveau Realisme 1960–1970”

alla XVII Triennale di Milano.

Manifesto, a tre dimensioni, Galleria de Nieubourg, Milano.

Manifesti, catalogo e allestimento per la alla Rotonda della Besana, Milano.

Allestimento per il padiglione CEE

1967

1971

1990 – 2001

Galleria Senatore, Stoccarda.

Cairoli, riadattato a Galleria d’Arte

Comunicazione di Milano.

Manifesto Situaton Mailand.

Restaura le Scuderie del Collegio dell’Università, Pavia.

Insegna all’Accademia di

1967 – 1969

1974

1992

a Milano, su invito di Albe Steiner.

Gianni Bortolotti, Isola di Capraia.

Trentanove poster di AG Fronzoni

Insegna alla Scuola Umanitaria

Progetta casa Biagetti, con

Manifesto per la sua personale

tenuta nella sede dell’AIAP, MIlano.

1968

1976

1993

di Sonia Delaunay. Galleria

Zanotti Bianco. Alagna Valsesia

Reinhold-Brown Gallery di New York.

Manifesto per la mostra de Nieubourg, Milano.

Progetta il museo Walser, premio in provincia di Vercelli, Piemonte.

1968

1976 – 1977

Anfo, Brescia.

per le Industrie Artistiche di Urbino.

Un paese + l’avanguardia artistica,

Insegna all’ISIA, Istituto Superiore

Manifesto per la sua personale alla

1994

Progetta il loft Testa, Milano.

1968

1978 – 1979

1999

Galleria La Polena, Genova.

Comunicazione Visiva di Milano.

di architettura “Area”, Milano.

Manifesto per Fontana + Vigo.

Fonda e dirige l’Istituto di

Progetto grafico della rivista

1968

1979 – 1981

2001

Mauro Reggiani e Gianfranco Zappettini

e allestimenti delle mostre e

voce del verbo amare” promossa da

Manifesto Omaggio a Luc Peire,

della galleria La Polena di Genova.

Galleria Regis, Finale Ligure, Savona.

Progetto Arte e Città. Grafica Trasformazione del teatro Falcone in galleria d’Arte Contemporanea.

Allestisce la sua personale: “Progettare Viabizzuno. Spazio Maria Calderara, Milano.

1968 – 1988

1982 – 2001

2002

d’Arte di Monza.

a Milano. Prima in corso Magenta,

muore all’età di settantotto anni,

Insegna all’ISA, Istituto Statale

Apre la sua Scuola Bottega poi in via Solferino.

01 Biografia

d’Arte Moderna, Torino.

Manifesto per Salvador Presta.

AG Fronzoni, uomo e progettista, nel pomeriggio di venerdì 8 febbraio, nella sua casa di Milano.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Manifesto per il Museo Sperimentale


Lo stile.

16

AG Fronzoni è stato certamente uno dei maggiori progettisti italiani del dopoguerra. Le basi sulle quali ha costruito il suo stile inconfondibile possono essere ricondotte alla tipografia, al gesto preciso del disegno e della composizione dei caratteri tipografici. Funzionalità e rigore sono i suoi principi fondamentali e immancabili: sono stati presenti nella

01 Lo stile

1 Gennaro Postiglione Omaggio a AG Fronzoni Area 61 marzo–aprile 2002

2

La grafica in Italia

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Giorgio Fioravanti, Leonardo Passarelli, Silvia Sfligiotti Leonardo Arte 1997

sua vita personale e continuano a vivere nei suoi lavori. Opere, le sue, spesso assimilabili all’intervento artistico vero e proprio, tant’è che il suo non essere riuscito ad entrare all’AGI (Alliance Graphique Internationale) venne motivato dal fatto che il suo lavoro era probabilmente più arte che grafica. Partito dall’esperienza, anche se non vissuta direttamente, delle avanguardie artistiche e del Bauhaus, del quale ha conservato gli insegnamenti, ha percorso negli anni sessanta una strada che lo ha avvicinato all’arte concettuale. Progettista eclettico, Fronzoni, si è espresso nel settore della grafica, del design, dell’architettura e degli allestimenti, interpretando il frenetico mutamento culturale in atto all’epoca e opponendo al consumo delle immagini la fermezza del suo segno. Fronzoni disponeva le lettere e le parole nello spazio della pagina valorizzando il vuoto che si creava intorno ad esse. Sosteneva l’importanza dello scrivere alternando maiuscolo e minuscolo per conferire ritmo e per ottenere una migliore percezione visiva. Il bianco della pagina nella progettazione non è assenza di informazioni ma è “significante, un momento di pausa, di interruzione, come momento di stimolo di riflessione.” (1). Fronzoni sfruttava la capacità espressiva dei caratteri e sosteneva che: “un frammento di lettera contiene un mondo intero”. Chi ha visto anche solo una volta i suoi manifesti, non può averli dimenticati. Essenziali, rigorosi, sempre in bianco e nero (a parte poche eccezioni) privilegiano lo spazio vuoto e il continuo alternarsi di vuoti e di pieni, di bianchi e di neri, senza però venir meno al loro ruolo comunicativo. Nel suo rigore di uomo e grafico, Fronzoni ha cercato di raggiungere una dimensione ulteriore, anche sapendo che non sarebbe riuscito a raggiungerla. Quello che sottrae con una mano, ovvero la leggibilità, Fronzoni lo restituisce con l’altra: ogni suo intervento grafico tende ad andare oltre la superficie del foglio, situandosi tra la seconda e la terza dimensione, scrivendo le parole lungo i margini, cancellandone tratti e diminuendo il corpo del carattere sino al limite dell’indecifrabilità. I suoi oggetti grafici però non sono silenziosi, parlano in modo sommesso invitando l’osservatore a compiere un ragionamento. Il suo stile essenziale e rigoroso accresce la forza evocativa del messaggio moltiplicandone il significato. L’effetto sui lettori è decisamente provocatorio: ci costringe a “vedere”, mentre di solito, di fronte all’universo della comunicazione grafica, noi “guardiamo” senza vedere. Fronzoni ci invita e ci conduce a compiere gesti, ad avvicinarci, strizzare gli occhi, inclinare la testa. Come ha scritto Giorgio Fioravanti nel suo libro “La grafica in Italia”, Fronzoni “imprime dinamicità alla comunicazione sollecitando il lettore a interpretare soggettivamente il segno o la composizione tipografica e a fornire quindi un maggior impegno per la decodificazione del messaggio” (2). Nel 1995, all’epoca della mostra di Kortrjik, Fronzoni, interrogato sulle sue idee progettuali, parla della sua “appartenenza a un filone razionalista che viene da lontano” e racconta sé stesso con queste parole: “Io sono nato a Pistoia, porto dentro di me quella cultura razionale di cui il Rinascimento era intriso. Perciò amo il razionalismo nell’architettura e nell’arte del Novecento. Ho guardato al lavoro dei principali artisti del secolo, tanti anni fa riuscii ad avere documenti delle


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solo l’architettura e lo spazio corrisponde alle esigenze del vivere. Da giovane, reduce dalla guerra, ho vissuto il clima della ricostruzione, la speranza di poter costruire un paese diverso. Il design è stato una delle speranze del secolo ventesimo, quella di poter distribuire oggetti funzionali, di poco costo, che durassero nel tempo, con un’immagine razionale che potesse dare un contributo alla costruzione di un pensiero moderno, di un mondo diverso. Invece gli oggetti di design sono comprati dai ricchi. Io detesto ciò che è superfluo, eccedente, ridondante, tutto ciò che è spreco, non solo di materiali, di lavoro o di tecnologie, ma spreco morale, etico. Oggi una delle ragioni della crisi mondiale è proprio questo spreco, che avviene in tutte le direzioni, in tutti i luoghi, in tutte le discipline, urbanistica, architettura, design, politica, moda, cibo, editoria. Se si raccogliessero gli sprechi presenti in tutti i campi, l’umanità potrebbe essere liberata dalla maledizione del bisogno. Mi schiero contro questo spreco che intacca non solo i materiali, le strutture sociali, i territori, ma le vite stesse. È uno spreco di vite, di persone, l’Africa ne è un esempio. Queste cose non accadono per caso, e nessuno di noi è innocente, siamo tutti responsabili o corresponsabili. Perciò io conduco silenziosamente, nella mia piccola torre d’avorio, questa battaglia contro lo spreco, tentando di costruire oggetti comunicativi mondi di queste ridondanze, cercando di mettere le mani sull’essenza degli oggetti e di comunicarla in lealtà agli altri. Un messaggio, qualsiasi esso sia, deve essere leale, corretto, essenziale, deve comunicare ciò che conta ed è nell’oggetto stesso. In ogni caso io considero la forma di grande importanza, ma ritengo che essa debba essere sottesa da un pensiero e che sia la geometria a organizzarne la struttura. Nella scuola di Platone, ad Atene, c’era un cartello che suppergiù diceva «Scuola di filosofia – chi non è studioso di geometria, non entri». La forma è bellezza, qualcuno ha detto che la bellezza salverà l’uomo; non so se sia vero, ma so che la forma mi è utile, anzi indispensabile, anzi preziosa, per inviare un messaggio che è messaggio di pensiero”. (3)

3

Vanni Pasca e Fulvio Carmagnola Minimalismo. Etica delle forme

Autore di opere entrate a far parte del patrimonio della nostra cultura visiva, senza che, purtroppo, il suo nome sia giustamente conosciuto, AG Fronzoni “è stato un paradosso vivente: cercava la democrazia della visione e della lettura attraverso il gesto aristocratico, la razionalità della comunicazione mediante l’assolutezza mistica”.(4)

01 Lo stile

avanguardie russe, di Malevič. Ho guardato a Terragni, a Mies, ma anche all’architettura essenziale e povera del Medioevo. Per povero intendo il minor impiego di materiali, di tecnologie, un costo il più basso possibile. Ma mi ha sempre affascinato anche l’essenzialità giapponese, l’eliminazione di tutto per ottenere ambienti liberi dalle suppellettili, dove esiste

e nuova semplicità nel design Lupetti 1996 4

Marco Belpoliti

La democrazia grafia di AG Fronzoni

Alias – Il Manifesto 2 marzo 2012

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Questo capitolo presenta una selezione di alcuni manifesti risalenti all’inizio della sua carriera. Ricercando tra le pagine di alcuni vecchi libri sulla grafica in Italia, abbiamo trovato diversi lavori, con uno stile così diverso da quello per il quale si è fatto conoscere, che si potrebbe pensare non siano stati realizzati da lui. L’impressione che si ha è che Fronzoni abbia come subito una sorta di “conversione” durante la metà degli anni ‘60. C’è chi racconta di un mutamento radicale avvenuto in lui da un giorno all’altro e chi invece parla di un’evoluzione più graduale e di una maturazione del suo stile: da giovane autodidatta, al Fronzoni che tutti conosciamo.


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Lo stile

18 1 2

3 4

5 6


9 10

11 12 01 Lo stile

8

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

7

19


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Lo stile

20 13

17

14

15

16

18


19

21

20

22

01 Lo stile

21

KF, anno sconosciuto

9

Petronio, anno sconosciuto

2

Petronio, anno sconosciuto

10 Senza titolo, anno sconosciuto

18 Moreschi, 1965/1966

3

Ritorna la pelota allo sferisterio di Milano, 1960

11

19 Stile, anno sconosciuto

4

Victor (Panorama n. 2), 1962

12 Moreschi, 1962

20 Tessuti Ormezzano, anno sconosciuto

5

Senza titolo, anno sconosciuto

13 Mostra per la donna moderna, anno sconosciuto

21 Magazzini alla posta (Brescia), anno sconosciuto

6

Petronio, anno sconosciuto

14 Pirelli, anno sconosciuto

22 Magazzini alla posta (Brescia), anno sconosciuto

7

Magazzini alla posta (Brescia), anno sconosciuto

15 Magazzini alla posta (Brescia), anno sconosciuto

8

Petronio, anno sconosciuto

16 Forma 20, anno sconosciuto

Valextra, 1962

17 Albergo Iselba (Isola d’Elba), 1966

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

1


Lo stile. Simone Ciotola

22

Intervista a Simone Ciotola – pag. 164

Marchio di Moreschi – pag. 104

Quando si guarda Fronzoni è automatico che ci si chieda come è arrivato a quello che è. Io non so come avvenne questa sorta di “conversione”. So che lui è arrivato a una sintesi formale attraverso un percorso che riguarda la sua intera umanità; i primi lavori di Fronzoni erano più vicini all’idea di quell’epoca, più illustrativi. Ad esempio il marchio di Moreschi,

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Lo stile

la “M” fatta con due scarpe contrapposte, è una cosa quasi vignettistica ed è tipica di quell’epoca; ad esempio se guardi Erberto Carboni puoi notare la somiglianza. Sono cose bellissime, certo, ma ben lontane dalla purezza e dalla sintesi estrema del Fronzoni che tutti conosciamo. Da un certo punto in poi lui abbandona tutto, addirittura i vestiti. Questa cosa certamente deriva da quelli che sono stati i suoi punti di riferimento che sono le grandi scuole del ‘900 quindi la Bauhaus, i movimenti d’avanguardia russi, ma anche la letteratura, la poesia, le arti figurative. Considera che nella prima metà del ‘900 la figura dell’artista era una figura dell’artista totale, cioè che faceva tutto: Rodcenko era uno che progettava tutto, dall’architettura alla grafica, alla fotografia, aveva addirittura una divisa e Fronzoni seguiva, a modo suo, quella strada; prendeva queste grandi esperienze, le rielaborava e le faceva sue. Parlava anche tanto della scuola tedesca, di quella di Ulm e veramente tanto di quella svizzera; ma se guardi la sua tipografia non ha nulla a che vedere con quell’esperienza, c’è semmai un riferimento ma i suoi lavori sono quadri, non è più grafica. Noi italiani trasgrediamo sempre e Fronzoni ci diceva proprio questa cosa qua: bisogna trasgredire, prima imparare le regole e poi trasgredirle. Ed era esattamente quello che lui faceva, lui le conosceva tantissimo le regole, era un uomo estremamente colto, imparava le cose e le usava a modo suo, a volte le violentava queste teorie, queste cose che ci raccontava e ci invitava a scoprire. Però faceva una sua versione di tutto ed era unica e irripetibile.

1 Grid Systems Josef Müller-Brockmann Niggli 1981

Ogni suo elaborato è un quadro, è tutto un lavoro di libera composizione. Lui diceva che bisognava progettare le gabbie ma poi lui non le utilizzava nel senso che una gabbia di riferimento c’era ma poi prendeva, spostava e cambiava. Se si guardano le regole della progettazione delle gabbie, tutto ciò che è spiegato in Grid System di Brockmann (1), ci si rende conto che nelle impaginazioni di Fronzoni queste non vengono rispettate. Anche il corpo del testo e la giustezza della colonna sono tutte “sbagliate” ma la sua idea di progetto aveva il primato su tutto il resto. Fronzoni è stato un fatto tutto italiano, non sarebbe potuto nascere in Germania o in Svizzera. Fronzoni è stato il frutto della cultura italiana nel senso che se si ripensa ai grandi personaggi italiani come Leonardo Da Vinci ci si rende conto che appartiene più a quella categoria di uomini, la stessa di D’Annunzio. Mi piace il paragone con D’annunzio: sono la stessa tipologia di persone ma rivoltati al contrario. D’Annunzio era un fior di scrittore, uno che sapeva usare la lingua italiana in un modo magistrale, era un inventore, un uomo di assoluta creatività. In Italia abbiamo avuto tutti una reazione antifascista viscerale, spesso abbiamo avuto la tendenza a buttare via il bambino con l’acqua sporca: ci siamo dimenticati di quante cose interessanti sono successe in quel periodo, di quanto è stata importante quella parte del ‘900 per la cultura italiana e per la cultura in generale. C’è gente che viene da tutto il mondo per vedere la Casa del Fascio a Como, uno dei più grandi capolavori dell’architettura razionalista, e non a caso fu uno dei primi posti che ci fece visitare Fronzoni. Lui tutte queste cose ce le raccontava, ci parlava molto di architettura, Mies van


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der Rohe era un altro dei suoi riferimenti. Aveva chiaramente dei progettisti che preferiva ad altri in ogni categoria ma era molto importante anche l’ambiente in cui lavorava: immagina Milano negli anni ‘50–‘60, erano in venti a fare questo lavoro, non in milioni come oggi. Quindi si parlavano tra di loro, si conoscevano tutti, si incontravano. Anche Giovanni

Giovanni Anceschi – pag. 108

Anceschi, che è forse il più importante tra gli intellettuali del design italiano, frequentava gente come Munari e Fontana. Oggi questo non esiste più, noi abbiamo avuto la fortuna di essere tra gli ultimi allievi di Fronzoni, forse abbiamo visto attraverso i suoi occhi la sua esperienza, un mondo che già non esisteva più negli anni ‘90 e che negli ultimi vent’anni è morto definitivamente. Credo che questa esperienza, questo rigore progettuale sia utile per qualsiasi cosa si progetti, è l’approccio con cui si fanno le cose che conta, la propria visione del mondo.

A dispetto del fatto che sia conosciuto quasi esclusivamente agli “addetti ai lavori”, AG Fronzoni è stato senza alcun dubbio uno dei più importanti designer italiani. La sua esperienza di progettatore e maestro nella sua Scuola Bottega è stata fondamentale non solo nel panorama del design grafico ma nell’architettura, nel design dell’arredo, del prodotto e degli allestimenti. Fronzoni ha incarnato perfettamente la figura dell’uomo che progetta e ha insegnato a tanti questa lezione filosofica, prima che progettuale. Una lezione di umanità e rispetto che dobbiamo sforzarci di ricordare e perpetuare attraverso gesti concreti nel nostro agire quotidiano, più che con le parole.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Lo stile

Foto di Ester Manitto


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Fronzoni e il suo tempo.

Per comprendere e apprezzare al meglio il lavoro di Fronzoni, pensiamo sia necessario aver presente il contesto nel quale ha operato. La sua è stata una carriera molto longeva, contando che ha cominciato a lavorare da molto giovane. I manifesti che abbiamo selezionato, quindi, coprono un periodo di tempo che va dagli anni ‘50 fino al termine degli anni ‘80. Quasi mezzo secolo di grafica durante il quale si sono susseguiti vari cambiamenti e che ha visto la presenza di numerosi personaggi di spicco, i quali hanno rappresentato e delineato diversi stili. A partire dallo Stile Tipografico Internazionale che ha iniziato a diffondersi negli anni ‘50 e che ha visto grafici del calibro di Josef Müller-Brockmann, Emil Ruder, Armin Hofmann, Hans Neuburg e molti altri. Su questa corrente abbiamo deciso di soffermarci maggiormente, proprio perché è in questo periodo che Fronzoni comincia a farsi riconoscere in tutto il mondo. È interessante osservare come mutino gli stili, come si evolva la grafica, come si susseguano, uno dopo l’altro, i personaggi di punta e, contemporaneamente, come Fronzoni rimanga estremamente coerente e fedele alla sua personalità.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Fronzoni e il suo tempo

In Italia, Fronzoni, è uno di quei progettisti nati professionalmente durante il periodo di grande crescita economica e trasformazione sociale, nonché culturale del secondo dopoguerra. Il mondo nel quale va a inserirsi vede come protagonisti grafici già affermati persone come Albe Steiner, Erberto Carboni e Bruno Munari. La seconda metà del ‘900 italiano è costellata da grandi grafici che arrivano a farsi conoscere in tutto il mondo, come, ad esempio, Massimo Vignelli e Bob Noorda (la loro Unimark International diventa uno dei più grandi punti di riferimento a livello mondiale), Franco Grignani, Pino Tovaglia, Mimmo Castellano, Giancarlo Iliprandi e molti altri. Quella che segue è quindi una breve rassegna, in ordine sparso, di eccellenti lavori presi da alcuni tra i più importanti progettisti dell’epoca, dall’Europa all’America, fino all’Asia.


01 Fronzoni e il suo tempo

Pino Tovaglia La sala delle bambole 1976

Unimark International (Bob Noorda – Massimo Vignelli) 33° Biennale Internazionale d’Arte Venezia 1966

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Pino Tovaglia Calendone 1965

Unimark International (Massimo Vignelli) Architettura Moderna in Milano 1964

Heinz Waibl Italia Nostra 1975

Franco Grignani Contenotte Fael Gonzales Carillo 1986

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AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Franco Grignani Alfieri & Lacroix 1965 – 1966

Max Huber Italia URSS 1966

Max Huber 1000 km di Monza 1968

Mimmo Castellano Expo ct 75 1975

01 Fronzoni e il suo tempo

Albe Steiner Festa de’ l’Unità 1969

Bob Noorda Bozza per il poster “50 years of Domus” 1979

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AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Massimo Vignelli Graphis Annual 72/73 1972

Giancarlo Iliprandi F –

01 Fronzoni e il suo tempo

Getulio Alviani Linea Grafica 2, marzo – aprile 1966

Heinz Waibl Milano Città d’Arte 1975

Ilio Negri – Giulio Confalonieri Pirelli Manicotti 1960

Franco Grignani Linea Grafica 6, novembre – dicembre 1965

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Anton Stankowski SEL 1961

Armin Hofmann Die Gute Form 1954

Hans Neuburg Züricher Künstler im Helmhaus 1965

01 Fronzoni e il suo tempo

Ben Bos Bührmann-Tetterode nv 1979

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Anthon Beeke Wanderlieder 1991

Alan Fletcher THe International Council of Graphic Design Associations 1995

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Josef Müller-Brockmann Der Film 1960

Jurriaan Schrofer Dr. Seuss 1972

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Jean Widmer 10e Biennale de Paris 1977

Emil Ruder Typografische Monatsblätter issue 12 1961

Ikko Tanaka Nihon Buyo 1981

Herb Lubalin Avant Garde alphabet 1977

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AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Wolfgang Weingart Museum für Gestaltung Zuric 1978

Otto Treumann Kunstenaars in eigen tijd 1967

Otl Aicher Nein 1983

Paul Rand AIGA 1968

01 Fronzoni e il suo tempo

Othmar Motter Dornbirn exhibition 1977

Max Caflisch Typografische Monatsblätter issue 3 1988

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AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Paul Ibou Biennale Middelheim Antwerpen 1967

Wim Crouwel Hiroshima 1957

01 Fronzoni e il suo tempo

Saul Bass Nine Hours to Rama 1963

Shigeo Fukuda The Sun 1981

Rolf Müller Kieler Woche 1972

Ruedi Rüegg Ballett 1975

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La scuola dell’essenziale. Ubaldo Righi

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Bologna, 6 gennaio 2015

Ho conosciuto troppo tardi Fronzoni. Ed è mancato troppo presto alle nuove generazioni di progettisti come punto di riferimento in termini di umanità, etica, visione, didattica. Ci incontrammo il 20 ottobre 1992 ed avevo già 27 anni, almeno 10 in più rispetto alla

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Vanni Pasca e Fulvio Carmagnola Minimalismo. Etica delle forme e nuova semplicità nel design Lupetti, 1996

Mi trovavo nel posto giusto; nel luogo (in via Solferino 44 a Milano, nella città dove era nata la cultura del design italiano) dove accadevano le cose, in un momento di grande fermento, in cui non si facevano differenze tra le persone e dove scoprivo che avrei potuto confrontarmi con azioni progettuali totalizzanti. Non è facile raccontare da un punto di vista metodologico perché la Scuola Bottega nasce, con quali obiettivi e con quali metodologie tenendone disgiunta l’analisi “dell’uomo Fronzoni”, la sua ontologia, il suo cercare di realizzare un “manuale di uso e manutenzione dell’essere umano”. È dalle parole di tutti noi, allievi, progettisti e intellettuali che hanno più o meno intersecato la sua traiettoria che inizia a chiarirsi questo racconto. Purtroppo non esiste, se non frammentato in innumerevoli quaderni di appunti degli allievi, bozzetti, modelli ormai perduti, schizzi, diari, uno schema di modello didattico o una traccia di programma a cui fare riferimento.

01 La scuola dell’essenziale AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

maggior parte dei miei compagni di “bottega”. Venivo da un percorso sostanzialmente atipico: nessuna formazione di tipo artistico e nessuna esperienza di studio professionale o d’agenzia, ma munito di una solida formazione di stampo razionalistico in ambito tecnico e da autodidatta lavoravo da tempo nel campo della grafica editoriale. Ma quando mi resi conto che Fronzoni si era formato anche lui come autodidatta e che alla base del suo progettare “c’era una pitagorica fiducia nella geometria come verità e quindi bellezza” (1) ne fui estremamente confortato; era come ricominciare tutto da capo e così è stato.

Per quanto mi riguarda questa è la testimonianza di ciò che ho visto accadere e vissuto durante quello straordinario periodo: – avere avuto l’opportunità di trovarci con un “maestro” di altissima moralità, “modello e guida” ma anche “precursore”, aderirvi (o meno) con tutti i rischi e contraddizioni che questo avrebbe comportato sarebbe dipeso esclusivamente da noi. – avere avuto la possibilità di venire in contatto non con un “elite professionale” (Noorda, Vignelli, Lupi, Cerri...) ma con un “operatore culturale”che ha vissuto la migrazione “dell’arte applicata” al progetto di prodotti di comunicazione o di design. Ma soprattutto con chi ha cercato (ma forse ciò si è verificato in modo spontaneo) con tutto se stesso una “distinzione” dagli altri operatori visuali in termine di stile, caratterizzandone inevitabilmente la totalità dello stile di vita. 2 Giovanni Klaus Koenig Carattere di un carattere degli anni ‘20, Casabella 349 giugno 1970

A mio parere era (e lo è tuttóra) meglio avere a che fare con “la schiavitù del quadrato” (2) che con la schiavitù del profitto a tutti i costi. – avere potuto capire, attraverso una metodologia progettuale (ed un radicale approccio alla vita) basata sulla sottrazione del superfluo e quindi mai urlata, mai “tutta in maiuscolo”


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(usare meno “colore–spazio–tempo” del necessario, contenere ridondanza di contenuto e di segno..) come poter favorire il senso, la qualità, la correttezza percettiva del prodotto o dell’oggetto comunicato nel pieno rispetto dell’osservatore (sarà poi la sensibilità e curiosità dell’osservatore che lo costringerà ad attraversare la strada per andare a leggere il testo di un manifesto 70x100 cm composto in corpo 20 pt).

– Fronzoni raccoglie in modo esemplare le eredità intellettuali del passato. Nella sua Scuola Bottega e con il suo lavoro giornaliero ci ha aiutato a guardare in modo critico alle avanguardie artistiche del ‘900, alla percezione fisiologica e alla Gestalt, alle scuole e alla cultura del progetto mitteleuropeo, alla sperimentazione tipografica e alla geometria bi–tridimensionale. Si è parlato molto di minimalismo per inquadrare il suo essere, ma credo che entrando in contatto con lui, passando cioè un po’ di tempo con lui e analizzando oggettivamente il suo lavoro si debba parlare più di “essenzialismo” in forma visuale.

– Avere fatto parte di una “scuola di pensiero” con una visione, nell’immediato non chiara, proiettata al futuro (nonostante l’ambito pre–informatico), dove il “profilo della figura in uscita” prefigurava una professionalità, (nonchè un modello didattico) che sta trovando “adesso” la sua ragione d’essere in forma di competenza nei processi di design partecipato.

3 Vilém Flusser Filosofia del design Bruno Mondadori 1993

Fronzoni sosteneva: “..La progettazione introdotta come materia nelle scuole di ogni ordine e grado consentirebbe ad ogni persona di prendere consapevolezza di quella che è la sua potenzialità creativa. La figura del creativo è stata inventata per limitarne il campo d’azione e per potere più facilemnte esercitare su di essa un certo genere di controllo. Per parlare più specificatamente dell’ambito strettamente operativo, a mio avviso non dovrebbe esistere la figura del direttore creativo, ma dovrebbe invece esistere un coordinatore che si facesse carico della totalità dei problemi”. Lo studio di via Solferino è stato per anni un centro di gravità, a cui difficilmente potevi sottrarti e credo che abbia lasciato un “segno” incancellabile nella storia della didattica. “Nella sua Scuola Bottega tutti passavano, transitavano, si fermavano. […] Nessuno se ne andava per non ritornare.” (4)

4 Mara Campana AG Fronzoni 1923–2002 Domus 847 aprile 2002

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Operare nel mondo del design spaziando il più possibile (dal progetto d’identità individuale a quello aziendale, all’industrial design, alle architetture temporanee) il tutto inteso come “intenzionalità” e “consapevolezza” perché siamo consapevoli del fatto “che tutta quanta la cultura è una frode, che noi siamo truffatori e truffati e che qualsiasi interessamento alla cultura equivale a un autoinganno” (3)

01 La scuola dell’essenziale

– Avere spostato l’ormai esaurito e improprio ambito della “grafica pubblicitaria” o “dell’essere un grafico” (con le accezioni negative che il termine ha nel contemporaneo) verso una visione di ambito “umanistico, largamente democratico e multidisciplinare” dove, senza attenuazione d’interesse ci siamo confrontati anche con “impegni progettuali apparentemente modesti” (i contenitori–abito del 1970 o lo straordinario caso della bomboniera del 1972).


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La scuola dell’essenziale. Clara Pozzetti Intervista a Clara Pozzetti – pag. 164

Nessuno si aspettava ciò che accadde durante quella prima lezione: entrò un uragano. Con passo svelto e deciso, entrò quest’uomo elegantissimo come un gentlemen inglese, quotidiano piegato in modo da celarne la testata nella tasca del soprabito, raggiunse la postazione, ci salutò con un buongiorno e lì cominciò la rivoluzione. 1° Atto – Progettare lo spazio dell’apprendimento e del lavoro. Aprire le finestre per il ricambio d’aria, eliminare le barriere, via la cattedra, ci fece sistemare i banchi in file regolari nello spazio, ma ciò che più mi colpii era l’attenzione all’allineamento millimetrico fra un banco e l’altro, oltre ad essere un ottima ginnastica da fare di prima mattina come preparazione all’attenzione. Trovò in me subito una fan, io che sin da bambina allineavo le matite colorate a seconda dell’altezza e del colore.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 La scuola dell’essenziale

La lezione. Il fatto non affatto scontato che ci facesse prendere cura dello spazio e degli oggetti, che ci facesse imbiancare l’aula, che spostasse la cattedra, che unisse i banchi a gruppi di lavoro mi ha insegnato ad avere cura delle cose, dello spazio, degli oggetti e delle persone. 2° Atto – La lettura del quotidiano. Finalmente in uno spazio ossigenato, più razionale e meno caotico che aveva messo in ordine anche il cervello si poteva passare alla seconda attività che ogni essere umano dovrebbe fare ogni mattina: informarsi. Faceva parte del suo programma la lettura del quotidiano che occupava circa una mezz’ora a cui seguiva un piccolo dibattito sulle notizie più importanti, altre volte erano le notizie a stimolare la lezione stessa. Ora, immaginatevi 27 adolescenti che si trovano a fare una cosa probabilmente mai fatta prima, insieme, in rigoroso silenzio, mi ricordo che riconobbi da subito un forte rispetto nei nostri confronti, un grande senso di responsabilità, ci stava trattando da adulti, mi sentii crescere all’istante, pensate alla potenza che può avere un gesto apparentemente così normale! La lezione. Ho imparato ad informarmi per essere sempre in grado di difendermi, di capire, di combattere, di reagire, di farmi valere. 3° Atto. L’importanza del blocco per appunti. Nessun insegnante credo si sia mai preoccupato così tanto dell’importanza di fissare le parole e i pensieri su quello che diventò il più importante libro di testo e grazie al quale ancora oggi dopo 30 anni riesco a raccontare, progettare e vivere. Era obbligatorio avere sempre un blocco per gli appunti rigorosamente in formato A4, preferibilmente a fogli bianchi o a quadretti. Ma era la prima lezione con lui e tutti noi ci presentammo con quaderni e diari di tutte le fogge e formati come è normale che sia. Ricordo ancora questo aneddoto con estrema lucidità, immaginate la scena: noi tutti con improbabili e super colorati oggetti kitsch, Fronzoni prende di mira una compagna al primo banco, le prende il quaderno dove era raffigurata la pantera rosa, strappa la copertina ed esclama: “così è molto meglio! Non siete d’accordo?” Lacrime della compagna e qualche risata ma perlopiù alunne allibite! Certo era stato un gesto violento ma se approfondivi capivi dove stava la verità! Era una provocazione per farci ragionare con la nostra testa.


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La lezione. Ho imparato che su un supporto neutro la mente ragiona meglio, ho imparato il concetto di immagine coordinata, a ragionare con la mia testa, ad essere critica, a fuggire dagli stereotipi, a scegliere e non essere assoggettata da tutto quello che il mercato mi propone. 4° Atto – Provocazioni progettuali. In Inghilterra tutti i cittadini di sesso maschile sono chiamati signori (mister) ed è stata emanata una legge che impone che ogni signorina ha il diritto di essere chiamata signora. La lezione. L’attenzione per la persona al primo posto, incominciare a progettare la propria identità prima ancora dell’oggetto. Scrivere ROMA tutto maiuscolo è un errore in quanto riminiscenza mussoliniana quindi fascista oltre ad essere visivamente difficoltosa alla lettura dal momento in cui l’occhio ha bisogno di leggere il ritmo. Quindi scrivere Roma maiuscolo–minuscolo è corretto. Scrivere roma tutto minuscolo è un errore grammaticale in quanto è il nome di una città.

Il colore. 1 Colore naturale 2 Nero e bianco 3 Grigio Mai dipingere un materiale ma rispettarlo nel suo colore naturale. Quando si fosse costretti a dipingerlo si devono adoperare il bianco, il nero o il grigio. Il nero e il bianco sono i colori dell’uomo. Il nero e il bianco danno un’immagine di rigore, restituiscono un’immagine di intelligenza. L’uomo non deve copiare dalla natura, l’uomo deve essere sé stesso. Il colore naturale deve essere a tinta unita. Oggi, quando progetto la mia giornata penso alla lezione del 29.09.1983 Oggi, quando progetto un marchio penso alla lezione del 29.09.1983 Oggi, quando progetto un oggetto penso alla lezione del 29.09.1983 Oggi, quando progetto un allestimento penso alla lezione del 29.09.1983 Oggi, quando progetto un’architettura penso alla lezione del 29.09.1983

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Esercitazione. Disegnare sul foglio una griglia di dimensioni 10x10mm, fare o farsi fare una fotografia in primo piano del viso in bianco e nero e scrivere la data sul retro. Comprare un cartoncino nero e uno grigio di uguale spessore e tagliarli in tanti piccoli quadrati da 1x1cm. Riprodurre sul foglio bianco la fotografia. Simmetria e asimmetria. Il punto statico è quello al centro dello spazio. Il punto dinamico è quello decentrato. La fotografia dovrà essere asimmetrica.

01 La scuola dell’essenziale

La lezione. Avere spirito critico verso ogni cosa, rispettare le regole della lingua italiana, approfondire scientificamente prima di approcciarsi al progetto. Uni (Ente Italiano di Unificazione). Comprare la tabella dei formati delle carte e un foglio bianco Fabriano formato A3 297x420mm. I migliori fogli da disegno si chiamano Schoeller.


Foto di Marzia Ferrari


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Conferenza a Napoli, parla AG Fronzoni.

Sono stato invitato qui per parlare del progetto ma disubbidirò all’invito perché volevo dire che era un po’ di anni che mancavo da Napoli; l’ho rivista in questi giorni e devo dire che è davvero la più bella città del mondo e quando si viene qua ci si emoziona sempre. Chiusa la parentesi personale, passiamo al progetto. Un grande critico e storico dell’arte italiano, Giulio Carlo Argan, del quale ero amico, scrisse “chi rifiuta di progettare accetta di essere progettato”. Questa riflessione di Argan attraversò il paesaggio europeo della cultura e dell’arte e convinse molti di essere un’affermazione fondamentale. Purtroppo da noi in Italia il progetto è nelle salde mani di gruppi di potere (architetti, urbanisti o altri ancora), invece il progetto dovrebbe entrare in ogni casa; ogni persona che nasce dovrebbe essere chiamata a progettare. Quando si parla !di progetto non si intende tanto il progetto di un edificio, il progetto di un oggetto o di una comunicazione; quando si parla di progettazione si parla del progetto di noi stessi. L’obiettivo più grosso per ognuno di noi è il progetto di noi medesimi: la vita è un progetto. Naturalmente qualcuno solleva la riserva che siamo mortali quindi tutto andrà poi a finire dentro al grande calderone della morte ma a parte la morte è nostro dovere progettarci, perché solo così daremo un senso alla nostra esistenza. Oggi la maggior parte dei giovani si lamenta di non essere chiamata a compiti creativi ma questa è una lamentela che va respinta perché per progettare non è necessario avere delle commesse, per progettare, la cosa più importante è volerlo. Se noi intendiamo progettare !e lo vogliamo fermamente, sicuramente potremmo arrivare a farlo. Qualcuno pensa che il progetto riguardi solamente l’architettura, il disegno industriale ecc. Invece il progetto è la totalità della nostra esistenza. C’era un grande architetto austriaco, Adolf Loos, che per tutta la sua esistenza si dette da fare per invitare i giovani !a progettare ma per lui il progetto era la totalità. Non solo per lui, lo è anche per noi e lo è stato per operatori prima di lui. Il progetto, diceva Loos, deve condizionare tutti i nostri atti: quando mangiamo dobbiamo progettare il cibo, addirittura diceva che quando dobbiamo andare dal parrucchiere bisogna progettare questa piccola operazione.

Napoli 12 aprile 1999 Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

Insomma, Adolf Loos diceva che il progetto riguarda la nostra intera esistenza. Nel nostro paese c’è una grave lacuna che è quella per la quale il progetto viene assegnato solo a degli esperti, a dei tecnici e l’uomo della strada è tagliato fuori; il nostro paese è fermo principalmente per questo motivo. Io ho lo studio a Milano e faccio il libero professionista da circa cinquantacinque anni; qua ogni giorno il degrado fa passi avanti e quello milanese è straordinario. Ancora una volta il progetto è stato inteso come forma di guadagno. A Milano parlano sempre di quattrini e pensare che la storia è molto chiara e precisa riguardo ciò: in oriente, per esempio, dicono che non si augura nemmeno al peggiore dei propri nemici di diventare ricco. Straordinario. Ma anche noi abbiamo dei precedenti di questo tipo. Pensate se il Padreterno fermasse un progettista per la strada e gli chiedesse quali sono i suoi obiettivi. Se il suo obiettivo fosse “fare i soldi”, il buon Dio avrebbe ragione a prenderlo e a trascinarlo all’inferno appendendolo a testa in giù. Come si fa a vivere un’esistenza credendo nel profitto? Grazie a Dio la nostra esistenza ha molti più interessi, molto più significativi e molto più profondi per i quali vale la pena vivere. Nei giorni scorsi un toscano si è visto assegnare diversi Premi Oscar per un film intitolato “La vita è bella” (Roberto Benigni). Anche altri, come Calderon De La Barca, hanno scritto che la vita è una cosa meravigliosa e su questo tutti sono d’accordo, la vita è una cosa meravigliosa. Ma rimane meravigliosa se uno ha degli scopi, degli obiettivi, dei traguardi, se uno crede, oltre che in se stesso, anche negli altri. È meravigliosa proprio perché l’uomo è arbitro del proprio destino, del proprio domani ed è lui che lo progetta, che lo decide, è lui che sceglie di andare per una certa strada. È meravigliosa perché la maggior parte dei nostri atti sono creativi e la creatività è una storia, un’esperienza, una vicenda impagabile e irripetibile: quando l’uomo crea si avvicina molto a Dio. Invece c’è qualcuno che la vita la spende per fare soldi e questo è molto grave e demoralizzante. Qualcun altro dice che la creatività spetta solamente ai grandi talenti e ai geni, ma queste sono bugie. Anche Baudelaire, che non è stato solo un grande poeta, ma anche un attento osservatore del costume, era convinto che chi sostenesse ciò fosse un imbroglione, un

lestofante. Diceva che la creatività non è un tocco della grazia divina che scende dall’alto e che penetra dentro di noi, ma un atto, un pensiero, un gesto dove ci si misura con essa. E questa è il frutto di un lavoro che deve essere costante per tutta l’esistenza. Anni fa, qui a Napoli, viveva un filosofo di fama mondiale che si chiamava Benedetto Croce. Egli trascorse la sua vita a studiare e un giorno la sua governante lo trovò col capo reclinato sul tavolo: aveva vissuto un’esistenza studiando, cercando, sperimentando, tant’è che morì sui libri. Una volta ero a fare una vacanza sul lago di Iseo, non si sa a fare che cosa, e di fatti è stato un peccato di gioventù che non ho più commesso; infatti, tutte le volte che vedo qualcuno che parte per le vacanze mi chiedo sempre dove vada. Che cosa sono le vacanze? Comunque a Iseo ero seduto a un tavolino con degli amici e a un certo punto arrivò un signore alto con le puzze sotto il naso. Si sedette al nostro tavolo e dopo dieci minuti se ne andò. Io, che allora ero il più sfacciato, chiesi agli altri dove stesse andando e che avrebbe potuto fermarsi un minuto di più. Mi dissero che tutti i giorni lui studiava quattordici ore il pianoforte. Il suo nome era Arturo Benedetti Michelangeli ed è diventato uno dei più grandi pianisti al mondo. È chiaro che studiando quattordici ore al giorno il pianoforte, l’ispirazione non scende dal cielo ma sale dal lavoro di ricerca che viene fatto. Anche Baudelaire diceva che bisogna lavorare tutti i giorni almeno otto ore al giorno per trovare la creatività e io non l’ho mai dimenticata questa sua lettura. Solo lavorando almeno otto ore al giorno l’ispirazione si prenderà possesso di noi e questo è davvero importante perché dimostra che chiunque, se intende esercitare un mestiere creativo, può conquistare la creatività attraverso la ricerca e la sperimentazione. Anch’io sono di quest’opinione: ho alle spalle un lungo lavoro di ricerca, infatti, tutte le volte che ho un problema di creatività, presumo, in virtù della mia presunzione, di mettermi al tavolo, fare uno schizzo ed essere a posto. Ma no, questo non avviene mai. Più si lavora, più si cerca, più ci si misura con le informazioni e con le notizie, più si fa largo la creatività anche a nostra insaputa. Voi avete la fortuna di avere vent’anni, siete dei creativi e frequentate


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Su invito di Simone Ciotola e Daniela Rossi.

degli istituti di ricerca e la scuola è il luogo di eccellenza per la ricerca. Dovete avere la consapevolezza di essere dei privilegiati perché il creativo è uno che gode di esperienze, di avventure impagabili e irripetibili e se qualche giovane pensasse di ottenere tutti questi risultati nel breve volgere di un meriggio, si sbaglia di grosso: è a distanza che arrivano i riconoscimenti. Se uno lavora, cerca, sperimenta, anche se non lo programma, è a distanza che gli altri riconoscono la qualità del suo lavoro. Io quando avevo vent’anni pensavo, nella mia presunzione, di ottenere dei risultati importanti ma non me ne arrivò nemmeno uno. È stato solamente dopo un certo periodo che mi sono piovuti addosso, e continuano a piovere, dei riconoscimenti. Mi è capitato di chiedere a chi mi invitava a partecipare a incontri ufficiali perché non si fossero accorti di me trent’anni prima. Nessuno mi ha dato risposte soddisfacenti. Certo è che i primi passi sono i più faticosi e i meno allettanti. Però sappiate che se trascorrerete la vostra esistenza nella ricerca, nello studio e nel lavoro, alla distanza qualcuno riconoscerà i vostri meriti. Io dovrei parlarvi del progetto ma prima volevo fare alcune considerazioni di carattere generale che dovrebbero interessarvi, non perché sono io a farle, ma perché sono interessanti. Accennavo all’inizio del nostro incontro che il potere progettuale è tenuto saldamente in mano da specifici disciplinari: l’architetto fa l’architetto, il designer fa il designer, il pittore fa il pittore e tutti si odiano l’un l’altro ritenendo di essere il centro del mondo. Questo è un grosso equivoco perché non esistono operatori che sono depositari della verità artistica, ma tutti contribuiamo a degli obiettivi e a degli scopi. L’Italia è famosa per aver diviso gli specifici disciplinari in parti che non sono valicabili. C’era un architetto che ho sempre seguito ansiosamente perché capivo che diceva delle cose importantissime che si chiamava Buckminster Fuller. Egli è morto intorno ai cento anni e secondo me è stato uno dei più grandi progettisti al mondo. Operava in America e inventò la cupola geodetica che fu una grossa rivoluzione nell’architettura; la cosa interessante è che Fuller cominciò la sua attività come grafico, poi passò al disegno industriale, poi all’architettura, all’urbanistica ecc. Il suo progetto per rendere il clima di

New York costante consisteva nel fare una cupola di metacrilato che creasse le condizioni climatiche ottimali. Un altro progetto molto audace di cui non si parla è quello su cui stava lavorando poco tempo prima che morisse: lui sapeva che la sedia è l’architettura per eccellenza, sapeva che bisognava riflettere su questo elemento, su questa macchina per sedersi. Pensò a una sedia fatta di cuscini di aria: non avrebbero ingombrato lo spazio e non avrebbero avuto un peso. Io sono certo che questa ricerca, se fosse vissuto un altro paio di anni, l’avrebbe conclusa. Comunque lui, che non era neanche laureato, era l’autore di questi nuovi, diversi e straordinari progetti che non erano solo architettonici, riguardavano la convivenza sociale e le persone; ripeto, lui iniziò come grafico e passò successivamente a tutte queste esperienze che lo resero famoso. Io guardo sempre con sospetto quelle persone che rivendicano il loro diritto di decidere le sorti di una società solo perché sono laureate in architettura o in filosofia. Quando io affermo che ognuno di noi è in grado di progettare molti si arrabbiano, ma che si arrabbiassero pure. Come si fa a dire che un uomo che è laureato in architettura è in grado di progettare un piano urbanistico e uno che non lo è no? Dove sta scritto? Poi come fa una persona a laurearsi in architettura e ignorare gli altri specifici disciplinari? È impossibile. La storia del design italiano non è quella dei divani e delle poltrone, come scrivevano ieri sul Corriere della Sera. La profonda e vera storia del design italiano è un’altra, è quella di Carlo Scarpa, veneziano, neanche lui era architetto e venne chiamato a dirigere l’istituto di storia dell’architettura a Venezia; tutti noi conosciamo i valori degli interventi progettuali di Scarpa. C’è stato un altro grande operatore che si chiamava Marcello Nizzoli di cui nessuno parla più; io mi vanto di essergli stato amico. Neanche lui era laureato, si guadagnava cibo e affitto disegnando scialli e cuscini. Adriano Olivetti, l’unico imprenditore illuminato del dopoguerra italiano, un giorno chiese a Nizzoli perché gli artisti come lui continuavano a fare gli artisti e non collaboravano col mondo dell’industria e del lavoro. Nizzoli disse che gli interessava solo fare l’artista ma fortunatamente tempo dopo cambiò idea e passò da Olivetti cominciando questa straordinaria avventura. Lì disegnò uno dei più bei marchi che ci

siano in commercio, il marchio della Olivetti. Poi passò via via a dei manifesti, a delle macchine da scrivere e un giorno Olivetti gli disse che le donne che lavoravano nella sua azienda facevano l’amore quindi aveva bisogno che gli progettasse degli asili nido. Per farla breve Nizzoli passò al progetto di edifici per dipendenti, asili nido e finì anche lui, malato gravemente lamentandosi di non poter lavorare, a progettare un piano urbanistico in Sicilia, a Gela. Queste esperienze stanno a dimostrare che un vero progettista, un progettista autentico, non progetta solo in un settore ma in tanti che compongono la totalità sociale. Come si fa a progettare solamente il marchio di un’impresa? Bisogna progettare il marchio, la carta da lettere, l’edificio, l’allestimento espositivo ecc. Solo allora il progettista si avvicina a prendere consapevolezza che la totalità sociale è una totalità: non esiste da una parte della strada il progetto di una sedia e dall’altra parte il progetto di un aereo, sono tutti aspetti del medesimo problema. Guarda caso i paesi più avanzati sono tutti paesi dal design molto sofisticato. Noi italiani siamo diventati famosi nel mondo per essere i migliori allestitori espositivi ma non esistono scuole dove si insegna il progetto dell’allestimento espositivo che io sappia. A Milano, per esempio, solo da due anni a questa parte è stato aperto un istituto universitario per il design. Io sono stato chiamato a tenere delle lezioni al Politecnico e c’erano seicento studenti. Come fa un povero cristo di giovane su seicento a imparare a progettare in quelle condizioni? E questa è Milano, la cosiddetta “patria del design” che da soli due anni ha aperto un istituto universitario; non mi risulta ci siano altre città che hanno ospitato o che ospitano istituti pubblici di progettazione. L’allestimento museografico è uno dei settori che ci vede ai primissimi posti, io ho sentito stranieri dire che noi eravamo i più bravi nel campo degli allestimenti, pensate sempre a Scarpa, a Nizzoli, a Baldessari e ad Albini. Questo è un settore importantissimo perché partendo da qui si passa subito all’allestimento di showroom, di spazi espositivi, di spazi di vendita e quindi è un settore molto interessante ma nessuno ne parla e tutti girano alla larga da questo problema. Io mi vanto di aver fatto molti allestimenti ed è un’esperienza irripetibile perché non è un’architettura definitiva, eterna, è un’architettura che dura poco


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tempo quindi chi la progetta può scatenarsi e tentare avventure non affrontate in sede di edilizia. Se uno sbaglia nella progettazione di un edificio e questo crolla il responsabile viene messo in prigione, mentre nell’allestimento museografico questo non accade, quindi il progettista di allestimenti può proporre cose che non sono state mai proposte. Una volta mi è stato affidato il compito di allestire una mostra per il Comune di Milano e vennero dei francesi capeggiati dal critico Restany; questi vennero da me e mi fecero i complimenti ancor prima che avessi iniziato il lavoro, dicendomi che tanto già sapevano che noi siamo i migliori allestitori al mondo. Lo siamo e siamo tutti degli autodidatti. Però questo nelle scuole non viene insegnato, nessuno ne parla. Poi non esiste solamente l’architettura effimera, così si chiama l’architettura che dura pochi giorni, anche nel campo del disegno industriale siamo noi i primi a dirci di essere i migliori al mondo ma non è vero. I nostri designer sono famosi nel mondo perché fanno molti progetti ma soprattutto progettano divani e poltrone. Una volta, quando ero più in forma dal punto di vista della salute, andavo ogni due anni a “sciacquare i miei panni” a Londra, quello si che è un disegno industriale avanzato. Nei paesi del Nord Europa non disegnano divani e poltrone, disegnano oggetti di uso quotidiano, forchette e coltelli, martelli, forbici per tagliare i fiori, letti per gli ospedali, sanitari, maniglie, vetture per i trasporti pubblici, tutto ciò che è apparentemente anonimo viene progettato con grande capacità e impegno. Nei paesi del Nord Europa il design è squisitamente sociale. Uno dei miei sogni è sempre stato quello di progettare un letto per ospedale ma non sono mai riuscito ad avere questa commessa; certo che disegnare un letto per ospedale, cosa importantissima, è molto più emozionante che disegnare un divano che è una sciocchezza. Io mi sono sempre rifiutato di progettare divani o di inserirli nei miei arredamenti, lo ritengo immorale perché nel nostro paese mancano gli alloggi, mancano gli arredi; la gente come fa a parlare di un arredo funzionale, semplice, economico se non li conosce? Infatti le più grandi industrie di mobili nel Nord–Italia progettano solo divani che costano 15 milioni, 20 milioni, tavoli che costano 7 milioni e nessuno è in grado di comperare questi prodotti. Il dovere di un desi-

gner sarebbe invece quello di lavorare per gli altri, lavorare per quelli che hanno meno possibilità economica, questo è il vero design anche se ormai se ne è persa traccia. Oggi i designer italiani progettano solo per i ricchi e questa è una cosa gravissima anche perché purtroppo non ci sono cenni di cambiamento. Il design, come tutte le operazioni sociali, ha senso solo se si preoccupa della socialità; questo benedetto mondo potremmo ridisegnarlo soprattutto se pensassimo che il design deve tendere a modificare il mondo, a correggerlo, a renderlo diverso da quello che è, a renderlo migliore. Ripeto, purtroppo il design è una cosa che riguarda quelli che hanno più soldi, infatti se entrate nella casa di un ricco borghese del Nord–Italia troverete le poltrone di Mies van der Rohe, di Breuer, troverete dei prodotti eccellenti, tenendo anche conto che sono stati progettati prima dell’ultima guerra mondiale. Però questi prodotti non entreranno mai nelle case dei poveri e questo è ingiusto, non ha senso. Io ho sempre ammirato la Barcelona di Mies van der Rohe ma oggi costa sui cinque milioni, chi è che compra una poltrona che costa 5 milioni? Siamo tutti costretti ad acquistare prodotti scadenti che si piegano, si rompono, non durano !e questa è una grave accusa che muoviamo al design anche italiano. Se io fossi il padrone della terra, obbligherei i designer a disegnare prima per le scuole, poi per gli ospedali, poi per i bisogni sociali e per ultimo il privato. Ma non sono il padrone del mondo e a questo punto della mia stagione non lo diventerò mai, quindi dormite pure sonni tranquilli. È però questo l’obiettivo di un popolo sano, di un popolo che progetta per sé stesso. Nel Nord Europa continuano a parlare di total design che vuol dire “progettazione totale”; gli architetti italiani non hanno consapevolezza di questo. Il total design prevede il progetto di un edificio ma anche dell’arredo, del dintorno, dell’urbanistica, delle suppellettili ecc. Se si progettano degli edifici in città, bisogna preoccuparsi di progettare tutte le infrastrutture sociali come ad esempio le panchine. Una volta partii da solo per andare a visitare le New Town di cui tanto parlavano le riviste e i giornali in Gran Bretagna e ne rimasi sbalordito: avevano progettato gli edifici in maniera eccellente, avevano progettato le strade

in modo perfetto e il progetto era sofisticatissimo fino ai porta rifiuti. A Milano hanno fatto progettare dei cestini per i rifiuti colorati di verde perché secondo loro il verde richiama la terra, la campagna, l’erba ecc. Ma come si fa a progettare un porta rifiuti verde? Non ha nessun significato. In Inghilterra, invece, in queste New Town, panchine, punti di illuminazione, sono dei gioielli progettuali ma riguardano la collettività. Se qualcuno di voi è stato in Gran Bretagna e ha viaggiato in treno, saprà sicuramente come viene agevolato l’accesso ai vagoni: non c’è soluzione di continuità tra il marciapiede e il treno nel senso che uno continua a camminare sempre sullo stesso livello; inoltre sui treni operai ci sono i vagoni ristorante e tutte queste sono idee dei designers inglesi. Il designer inglese lavora per la collettività come quello danese e quello finlandese; sapete che in Finlandia c’è stato un grandissimo architetto che io ho conosciuto, si chiamava Alvar Aalto. In Italia invece si lavora per i ricchi; io mi vanto di non aver mai lavorato per questi committenti ma la situazione è questa. Il discorso che mi preme di più fare a voi, nelle secche di questo breve tempo è sempre il fatto che dovete prendere consapevolezza di essere in grado di progettare, anche se non siete preparati, l’uomo nasce col diritto di progettare ed è davvero scandaloso che questo venga proibito. Tutti devono progettare tutto. Come diceva Albers, della Bauhaus, il modo migliore per imparare è imparare facendo. Gli allievi che ho avuto non sono venuti nella scuola dove insegnavo per imparare l’architettura, sono venuti per apprendere cosa fosse la comunicazione visiva. L’architettura è la grande madre, è l’evento più grandioso che l’uomo ha la fortuna di seguire. Un giorno dissi ai miei studenti che avremmo parlato di architettura e loro rimasero a bocca aperta ma mi adoperai per tranquillizzarli. Per farla breve, i miei giovani allievi progettarono per la prima volta nella loro vita un’architettura e fecero delle cose straordinarie. Questa è un’esperienza che sto vivendo ancora oggi laddove vado a insegnare, dove stimolo i giovani a fare architettura. Voi sapete che l’uomo, anche quando non sa nulla, ha un “di dentro”; io non ci sono mai stato nel “di dentro” di un uomo ma so che ci sono umori, stimoli, desideri, certezze, speranze di cui non conosciamo nulla. Oggi nelle migliori scuole americane o degli


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altri paesi si crede che il miglior esercizio per imparare a progettare sia quello della modellistica: provate a fare un modello e vi scoprirete qualità e sensibilità straordinarie. !I miei giovani allievi che non avevano mai fatto architettura fecero delle cose sorprendenti. Ricordo il progetto incredibile di una ragazza che avrà avuto diciassette o diciotto anni che fece un edificio sotto terra perché diceva che la terra doveva essere lasciata in pace per avere un paesaggio libero da costruzioni più o meno affascinanti. In Italia abbiamo avuto una stagione eccellente, il Rinascimento, con Leonardo da Vinci, Giotto e altri che progettavano tutto. Leonardo da Vinci faceva il grafico, ha dipinto quadri famosi, affreschi, ha progettato aerei, biciclette, chiuse ecc. Ogni tanto, quando mi voglio scaricare, esco dallo studio e passeggio nei dintorni dove c’è un naviglio coperto e un’ex chiusa progettata da Leonardo da Vinci. Perché, quindi, gli uomini del rinascimento potevano progettare tutto e noi no? Bisogna partire dal micro per poi arrivare al macro e questo !è spettacolare e divertente; pensate di progettare un oggetto, quando sarà realizzato lo guarderete e direte “questo l’ho fatto io, prima non c’era nulla e ora c’è questo bicchiere”. È questa la vera essenza della creatività: dare vita a una cosa che prima non c’era. Tutti siamo dei grandi ammiratori delle donne, loro svolgono il ruolo importantissimo di dare la vita. Quando una donna genera la vita, si compie un evento straordinario, crea qualcosa di nuovo. Noi uomini da questo punto di vista siamo un gradino più in giù, non diamo vita a un accidente; siamo però in grado di dare vita a qualcosa che prima non c’era progettandolo, pensandolo, costruendolo e proponendolo. La vita è una cosa meravigliosa perché l’uomo e la donna sono in grado di crearla. Avete mai progettato una casa? Io si. Prima c’era della terra e poi a un certo punto è nata una casa. Straordinario. Ma anche quando si da vita a una pentola o a una bottiglia è emozionante, com’è emozionante inserirsi in una pagina bianca. Altrimenti, di grazia, quali sarebbero le esperienze emozionanti se non queste?

Buckminster Fuller, questo grande architetto semi–sconosciuto, aveva delle idee davvero straordinarie. Lui intendeva progettare la totalità del dintorno, dalla grafica all’architettura e morì a cento anni. Sapete come trascorse i suoi ultimi anni? Chiese e ottenne di gestire una cattedra di poesia a Howard; quindi partì come grafico, divenne famoso come architetto e finì i suoi giorni insegnando poesia ai suoi allievi. Sì, perché aveva ragione lui un’altra volta: il progetto e la creatività sono fatti poetici, chi ha il privilegio di progettare ha consapevolezza di essere un poeta, e voi sapete che la poesia è importantissima per l’esistenza dell’uomo.

Ora vorrei tanto che voi portaste a casa questa sera un qualcosa di mio che mio non è, ma è di tutti noi. Qualcuno scrisse una volta che Picasso è tutti noi. Voleva dire che certo, Picasso è nato, vissuto e morto, ma le cose che lui realizzava non appartenevano solo a lui ma erano il frutto di un pensiero che ci riguardava tutti. Questa è una delle più belle riflessioni che io abbia mai ascoltato. Picasso è tutti noi. Tutti siamo tutto, quindi vorrei che portaste a casa qualcosa che è anche mio, ma è anche vostro ed è credere che la creatività vi darà una mano ad affrontare la vostra esistenza e il vostro futuro. Dipenderà soprattutto da voi, se vorrete potrete farcela, perché tutti siamo intelligenti, non esistono i geni, non ci sono più i Leonardo Da Vinci. Esistiamo tutti noi che abbiamo dei problemi in comune e che possiamo parlare raccontandoci tutto. Io vorrei che vi portaste a casa questa riflessione: voi siete i più grandi creativi che ci sono al mondo perché dovete dirlo voi, perché lo dico io e lo diciamo tutti. Grazie dell’ascolto.


Foto di Daniela Rossi


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Perché usa solo caratteri lineari?

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Quando inizia un progetto ha già in mente il risultato finale?

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Durante la sua vita lavorativa avrà trovato, proprio per la sua provocatorietà, tanti ostacoli, tanta gente avrà trovato qualcosa da ridire. Gli ostacoli cosa hanno rappresentato per lei e cosa possono rappresentare per noi?

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Il suo metodo progettuale rispecchia anche un suo stile personale di vivere?

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Analizzando le sue opere abbiamo notato che lei è pienamente legato alle forme semplici. Vorrei chiederle se tutto ciò è il frutto di un suo legame con la cultura filosofica zen.

01 Conferenza a Napoli: parla AG Fronzoni

Osservando i suoi manifesti pensavo che ricordano ad esempio il rombo ruotato nel quadrato di Mondrian, nel senso che c’è qualcosa di molto dinamico, c’è la spinta a far pensare chi guarda anche attraverso un carattere che è solo grafico. Questa logica, a volte, non può essere forse troppo elitaria?

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

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È un appunto che ho sentito rivolgermi molte volte. Sai, è un discorso difficilmente risolvibile, come si fa a sapere se questo è elitario o no? Io, nella mia filosofia progettuale, dò per scontato che i miei prossimi siano persone intelligenti che sanno tutto. Avrei potuto darmi un brief diverso: tutti sono imbecilli, io sono il genio e quindi o prendere o lasciare. Invece penso che tutti siano in grado di decodificare un manifesto anche se non sono degli esperti, soprattutto perché affido un ruolo importantissimo allo stimolo e quindi elitari o no stimolano la riflessione. È comunque un problema che non posso non pormi. Il discorso è lo stesso della scuola: la scuola è morta, nessuno ha più diritto a distribuire verità, i più grandi docenti del mondo fanno ridere di fronte a questo episodio. Ma come mai le scuole esistono ancora? Perché viene chiesto alla scuola e ai docenti un solo atto che è quello della stimolazione: se stimoli un ragazzo a credere in sé stesso e a quello che gli piace fare, il tuo compito è stato assolto alla perfezione. Così dicasi per i lavori: se i tuoi lavori stimolano, fanno riflettere, provocano riflessioni, io sono quasi a posto.

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Perché sono quelli che si avvicinano di più a una modernità di pensiero: la Bauhaus, altri movimenti politici all’avanguardia nel secolo, tutti hanno usato dei caratteri bastoni perché essendo geometrici sono più facili a essere riprodotti e sono visivamente più leggibili. La segnaletica stradale è fatta con caratteri grotteschi perché si leggono di più. Io voglio essere moderno, voglio essere figlio del mio tempo, voglio essere settario, voglio essere di parte, anche laddove qualcosa non funziona. Insisto, voglio essere soprattutto figlio del mio tempo. Qual è quel carattere che è più dentro al mio tempo? Il carattere lineare senza dubbio. Che sia più o meno leggibile, più o meno elegante non me ne importa un’accidente. Voglio battermi, come altri, a favore del mio tempo.

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No, non si vede subito, si scopre man mano raccogliendo delle informazioni. Se devi progettare un annuncio per dei pomodori, prima di tutto devi documentarti su che cos’è un pomodoro e anche se lo sai, non sai tutto. Allora bisogna informarsi: pomodoro, cos’è, a cosa serve, è commestibile, che colore ha ecc. Infatti ogni volta che c’è da progettare


io faccio finta di non sapere nulla e ricomincio da capo, prendo il vocabolario e cerco. Raccolgo dei dati, elimino quelli che sono inutili e tengo solamente quelli che hanno un significato e con questi comincio a progettare. 4

Ho aperto il mio studio nel ‘45, certo. Io nel mio lavoro ho sempre avuto delle difficoltà, delle resistenze perché da noi, in Italia, c’è una presunzione che è difficile da sradicare che è quella che il cliente possa dare un giudizio sul tuo lavoro. Perché no? In teoria sarebbe anche giusto, però solo se questo raccoglie delle informazioni. Invece il cliente spara, sa di essere lui a pagare, dice le sue sciocchezze e se tu gli obbedisci bene, se non gli obbedisci ti licenzia. Questa mattina dicevo che l’unico industriale illuminato che ha avuto l’Italia è stato Adriano Olivetti, dopo di lui buio; gente come Agnelli è tutta gente sbagliata. Quindi cosa deve fare il progettista in questi casi? Deve arrendersi e andarsene? No, deve battersi, ed ecco che nasce un altro problema: il progettista di qualità è uno che ha delle idee, sa che deve prepararsi a discutere con il cliente e più è in grado di argomentare, più ha occasione di spuntarla lui. Io argomento con sufficiente disinvoltura, non sono stato mai sconfitto. I clienti hanno cercato sempre di piantare grane ma l’ho sempre spuntata io perché quando uno crede nel progetto ed è sicuro di sé stesso, sa che non lo potrà sconfiggere nessuno perché ha degli argomenti che il committente non avrà mai. Tu devi preoccuparti di imparare a progettare ma devi preoccuparti anche di imparare ad argomentare perché non troverai mai neanche un cliente che ti dirà “bravo, complimenti, quanto vuole, cento? Gliene dò duecento!”. Mai, devi sempre prepararti alla battaglia combattendo con gli argomenti. Il progetto non può che avvalersi di argomenti. Se io dico che il giallo e il nero sono i due colori che si leggono di più a 10km/h, a 100km/h, nella nebbia, con la pioggia, con la neve, questa non è un’opinione mia personale, è un dato scientifico e tu devi portarlo come certezza, come verità. Io ce l’ho sempre fatta, non perché sono un talento mondiale ma perché credo in quello che faccio. Bisogna battersi perché è questa la condizione umana; gli ostacoli sono infiniti: pregiudizi, retorica, imbrogli.. Devi avere la consapevolezza che la tua vita sarà una vita di battaglie. Malgrado queste difficoltà e queste amarezze,

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progettare è una condizione meravigliosa. Anche perché avrai molte soddisfazioni e molti riconoscimenti ma questo dipenderà da te. 5

Certo, il progetto non è staccato dall’esistenza. Se tu progetti in un certo modo, anche la tua vita muta: mangi delle cose diverse, ti vesti in modo diverso, non vai a fare le vacanze o se le fai le fai in un certo modo, la tua casa è arredata diversamente, tutto cambia. Se tu conoscessi dei progettisti affermati vedresti che vivono in modo diverso. Per esempio ad agosto la maggior parte delle persone va a prendere la tintarella. I progettisti migliori no. La maggior parte delle persone ha un’automobile o una motocicletta o tutti e due. I più grandi progettisti non hanno nè automobile nè motocicletta ma girano con i mezzi pubblici. Molte persone si vestono con colori sgargianti, verde, rosso, giallo per colpire il prossimo. Alcuni progettisti famosi si vestono solo di nero e di grigio. Insomma, è chiaro che il progetto modifichi la tua vita ed è evidente che io traggo ispirazione anche dal mio modo di vivere.

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Non so se mi sono rifatto a questa filosofia orientale. Io credo molto nella semplicità, nell’essenzialità perché più l’uomo è semplice e più è libero. Se tu dovessi vivere in questa stanza, ci sarebbero tutti i lampadari da riparare, le decorazioni da rinfrescare, i vetri da sostituire e così via. Invece io vivo in una stanza piccola, semplice, come Le Corbusier che viveva spartanamente, non guidava nè automobile nè motocicletta. Te lo immagini Le Corbusier al volante di una Ferrari Testarossa? Un paradosso. Io sono toscano ma sono andato ad abitare a Milano perché là i mezzi di trasporto pubblici funzionano. Il rifarti a una vita semplice è anzitutto più funzionale, poi triboli meno e infine devi preoccuparti di meno di guadagnare quattrini, non come se avessi cinque automobili, sei motociclette, tre motoscafi ecc. Per esempio c’è un signore lombardo che io non posso vedere che si chiama Berlusconi. Lui, oltre finanziare il Milan con miliardi che non si sa dove vada a rubare, è andato in Sardegna, gli è piaciuta molto e si è comprato sette ville, l’ha detto lui. Pensa un po’, andrà a dormire in una villa la sera e in un’altra la sera dopo. Questa non è idiozia?


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Foto di Daniela Rossi


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Fontana

(705x1007 mm)

1966


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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dEDesign numero 3

(497x712 mm)

1967


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Situation Mailand 1967 bis 1968 (498x700 mm) 1967


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Sonia Delaunay

(475x655 mm)

1968


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Omaggio a Luc Peire Mauro Reggiani Gianfranco Zappettini della galleria la Polena di Genova (690x995 mm) 1968


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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La Biennale di Venezia 32ÂŞ festival internazionale di musica contemporanea (700x1000 mm) 1969


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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La Biennale di Venezia 28ÂŞ festival internazionale del teatro di prosa (700x1000 mm) 1969


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Istituto Statale d’Arte Monza

(697x1000 mm)

1969


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Tool ricerche interlinguistiche (480x685 mm) 1971


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Mobilitazione della cultura per i lavoratori in lotta 500 milioni per la Innocenti Leyland e le altre fabbriche (699x1000 mm) 1976


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Ciclo di Conferenze La Sperimentazione Artistica Contemporanea a Genova e in Liguria dopo il ‘45 (683x983 mm) 1979


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

70

Arte e scienza

(680x960 mm)

1979


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

1979

(950x684 mm)

Liberi Vettori di Cultura

01 Galleria

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AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

74

Tempo 3 Omaggio a Rocco Borella (683x980 mm) 1979


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Tendenze dell’Arte Jugoslava d’Oggi (683x980 mm) 1979


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Arte e didattica

(dimensioni sconosciute)

1979


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Il Segno Urbano

(689x980 mm)

1979


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

82

Sapere e Poterie

(700x1000 mm)

1980


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Richerche Estetiche Concrete

(682x982 mm)

1980


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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(Fotografia) immagini criminali: un bellissimo gioco in morte di (682x982 mm) 1980


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Un raggio di sole

(480x665 mm)

1980


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Lavori in corso

(dimensioni sconosciute)

1981


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

1981

(982x682 mm)

Inascoltabili frammenti / sonori

01 Galleria

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AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Il Moderno d’Autore

(685x990 mm)

1991


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

96

V Modenantiquaria Mostra d’Antiquariato Internazionale (685x990 mm) 1991


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Mostra Personale

(480x767 mm)

1992


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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Mostra Personale

(500x700 mm)

1993


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

102

Un luogo Roberta Orio – fotografia (700x1000 mm) 1997


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

01 Galleria

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1

Ceramica Mantovana, 1954

10 Studio di architettura, 1981

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Orma, 1957

11 Accordo, 1983

3

Arteper, 1962

12 Banca Popolare dell’Emilia Romagna, 1983

4

Valextra, 1962

13 Avida Dollars, 1984

5

Moreschi, 1963

14 Base Finanza, 1984

6

Sobero, 1964

15 Filmalpha & associati, 1987

7

Finaldi, 1965

16 Moderno d’autore, 1990

8

Nizzoli, 1965

17 Studio Lobo, 1990

9

Designo, 1976

18 V Modenantiquaria, 1990


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Foto di Marzia Ferrari


02 – LE INTERVISTE

Novembre 2014 – Gennaio 2015

GIOVANNI ANCESCHI

ARTIVA DESIGN

MYRNA COHEN

ALESSANDRO MENDINI

MARIO NANNI

LEONARDO SONNOLI

ESTERI

Dennis Moya Graphic designer, Ginevra – Losanna (CH) www.dennismoya.ch www.ligature.ch

Alex W. Dujet Graphic designer, Ginevra (CH) www.alexwdujet.net www.futurneue.cc

EX ALLIEVI

Ester Manitto Imprenditrice, Savona www.coreprogetti.com

Clara Pozzetti Graphic designer, Milano www.clarapozzetti.com

Elisabetta Presotto Graphic designer, Milano www.epresotto.it

Artista e designer, Milano

Daniele De Batté – Davide Sossi Graphic designer, Genova www.artiva.it

Assistente di AG Fronzoni, Milano

Designer, Milano www.ateliermendini.it

Designer e imprenditore, Bologna www.marionanni.com www.viabizzuno.com

Graphic designer, RImini www.sonnoli.it

Sébastien Hayez Graphic designer, Villeurbanne (FR) www.hayez.kudeta-graphic.com

Simone Ciotola Graphic designer, Milano www.ciotolaepartners.it

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Giovanni Anceschi Artista e designer Milano, Italia

02 Le interviste

Intervista 2015

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

1

Giovanni Anceschi (1939) è un artista, designer e grafico italiano. Nel 1959 è tra i creatori del Gruppo T, che si pone alle origini dell’arte interattiva ed è tra i fondatori dell’arte cinetica e programmata. In seguito si trasferisce in Germania dove frequenta l’HFG di Ulm e conosce Tomás Maldonado. Torna in Italia negli anni ‘70 dopo aver vissuto anche in Algeria. Proprio in quegli anni conosce AG Fronzoni con il quale instaura un rapporto di stima reciproca, tant’è che verrà invitato a tenere alcune lezioni nella sua Scuola Bottega.

2, 3

Come docente, ha insegnato in numerose scuole, tra cui quella di Ulm, l’Isia di Roma, lo IUAV di Venezia, il DAMS di Bologna e il Politecnico di Milano.


GA– 02

Io ho iniziato la mia carriera come artista e successivamente mi sono laureato all’HFG di Ulm in Germania. Dopo la laurea mi sono spostato in Algeria dove ho progettato l’immagine coordinata della Società Nazionale del Petrolio Algerino. Sono poi tornato a Milano negli anni ‘70 e, nel milieu di progettisti di quegli anni, il primo che ho rincontrato è stato Albe Steiner col quale avevo un ottimo rapporto. Il secondo è stato Pino Tovaglia, anche lui persona straordinaria e affettuosa, e il terzo AG Fronzoni. Lo avevo notato subito, era una figura “eccezionalmente strana” all’interno di quel mondo. Avendo io frequentato la scuola di Ulm, avevo ovviamente qualcosa in comune con lui e anche se non si trattava di qualcosa di diretto, ci capivamo molto bene.

Come definirebbe lo stile di Fronzoni?

Il suo caso è veramente particolare, quando parlava del progetto aveva una prospettiva costruttivista, funzionalista, razionalista ma guardando i suoi lavori ci si rende conto che c’è molto di più. Dire che i suoi progetti sono “forzati” sembra negativo ma certo è che, un grafico che progetta un manifesto con una scritta in corpo 4, funzionalista non è. Come non è razionale la scelta di utilizzare solo il bianco e nero, un razionalista userebbe tutti gli strumenti. L’operazione che fa Fronzoni è un’operazione concettuale dove la componente espressiva è molto forte. Una volta lo avevo definito un autore barocco e un designer strategico suscitando la sua sorpresa ma riuscendogli tutt’altro che sgradito. Barocco, perché si occupa dell’effetto oltre che del risultato funzionale, mentre un razionalista si concentra tutto sul procedimento. Fronzoni è sempre attento al comportamento del destinatario. Quando realizza un manifesto che, affisso in mezzo agli altri, sembra un foglio bianco, fa si che una persona, incuriosita, debba attraversare la strada per andare a leggere. Quella di Fronzoni è una riduzione radicale ma è un riduzione espressiva, una riduzione tipica della caricatura, che toglie con forza e lascia vedere le caratteristiche essenziali.

Nella pagina a fianco: Strutturazione modulare (esagoni e quadrati) tricroma Giovanni Anceschi 1964

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02 Le interviste

Albe Steiner – pag. 26 Pino Tovaglia – pag. 25

Come ha conosciuto AG Fronzoni?

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

GA– 01


110

GA– 03

Che idea ha di Fronzoni come persona, al di fuori del lavoro e del progetto?

Fronzoni è un personaggio molto misterioso, mi chiedo dove si sia formato, quale fosse il suo background. Ammetto che mi piacerebbe davvero capire da dove arriva anche la sua idea pedagogica. Lui progettava tutto di sé: dagli occhiali, all’abito, fino all’eloquio. Si vestiva solo in nero, al massimo poteva scivolare sull’écru o il ruggine ma era rarissimo. La sua verbalità era straordinaria, parlava come un libro stampato. Ma se da un lato era tutto attentamente costruito, dall’altro era assolutamente autentico e questo era ciò che mi piaceva tanto di lui. Era prescrittivo ma non manipolatore. Insomma era un ossimoro vivente.

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Lei ha tenuto alcune lezioni alla Scuola Bottega. Che tipo di ambiente era? Come definirebbe la visione pedagogica di Fronzoni?

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Nella sua Scuola Bottega tenni due o tre lezioni. Ricordo che parlai di grafica, di storia e cultura della comunicazione, mettendo in rilievo la componente teorica, insomma una sorta di semiotica applicata. Nel mio libro Monogrammi e figure c’è tutta una sezione di immagini che erano le diapositive che facevo vedere durante le mie lezioni. Ovviamente non parlavo di tutta la storia della grafica ma di una selezione basata su una prospettiva incentrata sulla modernità, e ispirata molto alla Storia della comunicazione visiva di Müller-Brockmann. Gli alunni, che erano per la maggior parte donne, si vedeva che aderivano ad un’ideologia che era quella insegnata da Fronzoni ma erano comunque molto interessati al resto. La mia impressione era quella di completare, in un certo senso, il suo insegnamento. La dimensione pedagogica è sicuramente una componente essenziale di tutta la sua figura. Tutti coloro che sono passati dalla sua Scuola Bottega gli sono sempre rimasti fedeli.Certo lui era prescrittivo: dire ad un allievo come vestirsi, nonostante giustificasse tutto ciò che “imponeva” e nonostante l’allievo non fosse veramente obbligato a farlo, è comunque qualcosa di forte. Io ad esempio, come docente, ho uno stile pedagogico completamente differente ma, nonostante ciò, andavo molto d’accordo con lui. La sua famosa frase “la mia ambizione non è progettare un manifesto, è progettare uomini”, nonostante abbia creato numerose polemiche, non la trovo affatto scandalosa. Se avesse voluto formare allievi tutti uguali, non avrebbe chiamato me a tenere delle lezioni.


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Fronzoni può essere considerato un modernista?

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Fronzoni è un vessillo della modernità. Ma quel suo aspetto che ho etichettato come barocco e strategico, ponendo l’accento sulla relazione con il fruitore e dunque sull’interazione inevitabilmente implicata nei suoi lavori, è –direi proprio– postmoderno. Il termine “postmoderno” sta qui a significare qualcosa di ulteriore, che viene dopo. Fronzoni ha una posizione decisamente purista, ma va talmente in fondo da andare oltre la modernità del Bauhaus e oltre il moderno. Lui è quindi un forte rappresentante del suo tempo anche se con profonde radici nella modernità. Era immerso dentro a una prospettiva ideologica razionalista: non razionalità ma ideologia del razionale.

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Questa è una questione molto antica. Già alle origini del design si è svolto un famoso conflitto, quello del Werkbund tedesco (Pevsner, Muthesius, Van de Velde). Vi erano due linee contrapposte: una “artistizzante” e una che sosteneva che il progetto è progetto e non ha nulla a che fare con l’arte. Quando insegnavo al Politecnico di Milano c’era Tomás Maldonado, che era stato mio maestro a Ulm, e un nostro allievo che stava facendo il dottorato voleva occuparsi del rapporto design–arte. Ricordo bene che Maldonado lo smontò dicendogli “ma questa è una questione degli anni ‘10, è una cosa vecchia!”. Però a mio parere c’è qualcosa che accomuna design e arte ed è proprio la “Gestaltung”, cioè in italiano la competenza configurativa. Se un designer non la padroneggia è un cattivo designer e la stessa cosa vale per un artista. Molti tra i personaggi più importanti del design provengono direttamente dall’arte. Ad esempio Klee o Kandinskij come sono arrivati a insegnare al Bauhaus? Il Bauhaus era un’istituzione che voleva racchiudere spinte provenienti da tutte le direzioni. Ad un certo punto i suoi fondatori si sono domandati: come si fa a insegnare a configurare? Con questo termine, “configurare” s’intende quella particolare componente della progettazione che si misura con il “dare forma”. Allora si devono essere guardati intorno e io immagino che qualcuno avrà detto “conosco due giovani, Kandinskij e Klee che si occupano proprio di quello. Sembrano tipi svegli”. E Gropius li ha coinvolti. Io non so cosa pensasse Fronzoni a proposito dell’arte ma una cosa è chiara: la sua figura ci sta un po’ stretta nel design. Qualsiasi suo progetto lui lo trasformava in un paradigma e questa è una cosa tipica dell’artista. Si può dire che Fronzoni fosse convinto, e in qualche modo ne aveva tutte le ragioni, di essere un progettista, ma in realtà era un artista.

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AG Fronzoni venne rifiutato all’AGI con la motivazione che i suoi lavori erano troppo artistici. Le basi della grafica sono nate in parte con il Bauhaus, i cui insegnanti erano artisti. Qual è secondo lei il confine tra grafica e arte, se esiste?


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Da dove deriva il Total Design di cui parlava Fronzoni?

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Manifesto Fontana – pag. 48

Mostra all’AIAP – pag. 98

Il termine “total design” è stato sviluppato nella cultura che stava intorno alla Scuola di Ulm. C’è stato un importantissimo studio olandese (con Wim Crouwel, Benno Wissing, Friso Kramer e Ben Bos) che si è chiamato con questo nome e sicuramente è stato una fonte di ispirazione per Fronzoni. A Ulm è nata, ad esempio, l’idea di prendere un’azienda e realizzarne il manuale di immagine coordinata universale, con una serie di regole fisse che potessero prevedere qualsiasi caso. Io ho poi formulato un enunciato teorico che vedeva la contrapposizione di immagine coordinata soft e immagine coordinata hard. Col primo termine intendo, per esempio, quella di Olivetti che non prevede un manuale: si tratta di un’immagine guidata o pilotata da una sorta di regista. Con “hard”, invece, intendo un’immagine che abbia un manuale all’interno del quale è già tutto presente come nel caso di Lufthansa. Fronzoni nasce proprio all’interno di questo “sogno”, di questo ideale di progettazione eterna ed essenziale (anche se il mondo, in realtà, è più complicato di così). A Ulm in molti la pensavano come lui e questo si vede, appunto, nella realizzazione dell’immagine della Lufthansa, costruita utilizzando delle regole fisse. Di tutto ciò, Fronzoni ha fatto una sua linea di poetica. Dicendo questo lo sto trattando come un artista e lui, di fatto, come abbiamo visto, è una figura molto artistica. Il suo pensiero è totalizzante.

Se dovesse scegliere un lavoro di Fronzoni quale sceglierebbe? Quali considerazioni, commenti, interpretazioni o emozioni ne ricaverebbe?

Per il manifesto di Fontana, Fronzoni fa un taglio, ma non fisico. Fa molto di più, fa in modo che la tipografia manifesti la sostanza del concetto stesso dell’artista. Questo è un esempio –mi azzardo a dire– sublime di un lavoro svolto perfettamente sotto ogni punto di vista. Quando lo si guarda si è portati a compiere delle azioni: inclinare la testa, “girarci attorno”, strizzare gli occhi per vedere meglio. Fronzoni lavora sul nostro comportamento e lo pilota, ci costringere a eseguire dei gesti. A volte si può essere tentati di pensare Fronzoni come una figura estetizzante ma questo è sbagliato. I suoi lavori non ci lasciano tranquilli, non sono lì per la nostra contemplazione (fattore caratteristico dell’arte tradizionale) ma ci coinvolgono. E ancora: il caso del manifesto per Fontana è formidabile perché distrugge tutte le regole ragionevoli eppure risponde perfettamente all’obiettivo comunicativo. E per raggiungere questo suo obiettivo ci attiva, ci scuote, ci porta a ragionare, a “comportarci” e a tirare le conseguenze. Bellissimo. Un altro manifesto che amo è quello per la sua mostra personale all’AIAP: quello che consiste in un certo numero


di fogli sovrapposti, che mostrano in alto soltanto la parte superiore della tipografia. Anche questo presuppone un ragionamento, non si può solo contemplare. Funziona perché costringe a porsi delle domande, e a svolgere delle azioni, almeno virtuali. Quello che ne deriva, quello che accade, è un happening. Del resto questo si riconduce a tutti quei suoi gesti minimi ma determinanti, a quei gesti che rappresentano la cura della sua vita personale. Fronzoni lavora sempre e costantemente sul corpo, il suo e quello del ricevente. È talmente estremista che il suo carattere apparentemente elitario scompare quando il destinatario entra nel “gioco”, si mette in gioco, partecipando in prima persona.

Pianta schematica della rete dei trasporti pubblici della Provincia Autonoma di Bolzano Giovanni Anceschi

1 Tomás Maldonado Buenos Aires, 1922 Tra le altre cose, fondamentale direttore dell’HFG di Ulm tra il 1954 e il 1966.

1977

2 DAMS di Bologna È un famoso corso di laurea nato alla fine del ‘70 nell’Università degli Studi di Bologna. 3 Politecnico di Milano Università fondata nel 1863. I suoi campi di studio sono l’ingegneria, l’architettura e il design. 4 Monogrammi e figure Firenze, La casa Usher, 1981. 5 Werkbund... Van de Velde Deutscher Werkbund Associazione nata nel 1907 a Monaco di Baviera con lo scopo di unire l’industria alle arti applicate.

Nikolaus Pevsner Lipsia, 1902 Hampstead, 1983 Studioso e storico dell’arte e dell’architettura tedesco. Hermann Muthesius Gross-Neuhausen, 1861 Berlino, 1927 Architetto e designer tedesco, è tra i fondatori del Werkbund. Henry van de Velde Anversa, 1863 Oberägeri, 1967 È stato un importante architetto, pittore e designer belga. 6 Total Design Studio di design fondato nel 1963. Tra i fondatori, Ben Bos, Paul Schwarz e Wim Crouwel. 7 Manuale della Lufthansa Progettato nel 1963 dal team di sviluppo E5 diretto da Otl Aicher all’interno della scuola di Ulm.

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Note.

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Sotto:

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Artiva Design Daniele De Battè Davide Sossi Graphic Designer Genova, Italia www.artiva.it

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Intervista 2014

Artiva design è uno studio multidisciplinare che si occupa di progettazione grafica, identità e comunicazione visiva. Con sede a Genova (Italia), è stato fondato nel 2003 dai due progettisti Daniele De Battè e Davide Sossi. La loro esperienza copre una vasta gamma di competenze in art direction, brand identity, stampa, tipografia, editoria, packaging, allestimenti, media digitali, web design e molto altro. I progetti di Artiva Design sono focalizzati sulla presenza–assenza di elementi grafici, sulla geometria e sull’uso di un rigoroso sistema di griglie che mostra una naturale tendenza al minimalismo.


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AG Fronzoni lo avete conosciuto di persona o solo di fama?

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Ahimè non abbiamo avuto il piacere di conoscerlo personalmente, ma sentivamo spesso parlare delle influenze fronzoniane che avevano contaminato i muri della città di Genova.

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Vi diranno in molti che siete suoi “eredi”. Siete d’accordo? Voi vi sentite dei “fronzoniani”?

Non siamo eredi, anche se la cosa ci lusinga e neppure “Fronzoniani”. Non avendo frequentato la sua Scuola Bottega, non siamo stati “indottrinati” dal suo metodo di design.

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C’è da fare chiarezza sulla metodologia di progettazione di AGF, che porta con se le matrici delle scuole Bauhaus e HFG Ulm (forse ancor più quest’ultima). Ricordiamoci che Max Bill e tanti altri artisti/designer frequentavano l’Italia inclusa Genova (Galleria La Polena – per la quale Fronzoni impaginava gli inviti e i cataloghi). Dato che queste scuole sono state per noi un punto di riferimento, forse è da qui che nasce l’analogia con Fronzoni.

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Nella pagina a fianco: Artiva Business Cards Artiva Design 2008

Come siete riusciti ad arrivare a quello che è oggi il vostro stile? Siete stati influenzati da Fronzoni o ci siete arrivati in altro modo?

Abbiamo “limato”, studiato, e dialogato per trovare un obiettivo e un sistema. Non siamo stati influenzati da Fronzoni, anche se può sembrare così, i nostri punti di riferimento sono sem-

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Segnaliamo anche, nelle sue “opere”, un interesse all’uso del carattere tipografico che, a nostro parere, si collega alla corrente della Poesia Visiva degli anni ‘60.

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La singolarità di AGF potrebbe risiedere nell’assenza di colore, ma anche Armin Hoffmann lavorava molto sulla monocromia. Il pregio è l’indistinta purezza dei progetti di AGF e l’idea universale del saper progettare. Ha creato un sistema modulare di progetto, dove il pensiero si traduce in forma attraverso un processo di sintesi, che peraltro è il percorso più difficile per un progettista. È questo forse il più grande impegno nella sua carriera e nella Scuola Bottega di via Magenta.


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pre stati artisti come Sol Lewitt, Max Bill, Josef Albers, Ellsworth Kelly, Victor Vasarely ecc. Oltre a grafici come Peter Saville, Vignelli, Grignani, Wim Crouwel, Otl Aicher, Müller-Brockman, Armin Hofmann ecc. É l’esperienza del fare che ci ha portato al nostro “focus”. Di fondamentale importanza è stata la lettura del saggio di Wassily Kandinsky: “Punto, linea, superficie”.. – Il punto è il primo nucleo del significato di una composizione, nasce quando il pittore tocca la tela, è statico. – La linea è la traccia lasciata dal punto in movimento, per questo è dinamica. – La superficie è il supporto materiale destinato a ricevere il contenuto dell’opera. Questo è quello che secondo noi c’è da sapere prima di mettersi al lavoro.

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I vostri progetti, come quelli di Fronzoni, sono quasi tutti in bianco e nero. Perché questa scelta? Perché questa ricerca dell’essenziale?

Abbiamo sempre sostenuto che il bianco e nero sono gli strumenti progettuali per definizione: matita/penna nera e foglio bianco. Non serve altro! Il colore deve essere usato solo e quando ha un significato e non come decorazione.

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Viene subito in mente il saggio di Adolf Loos “Ornamento e delitto”. La ricerca di un segno incisivo è dettato dal fatto che spesso e volentieri ci si perde nell’ostentare la propria bravura nel saper fare, e proprio quest’ingordigia che porta ad aggiungere per mostrarsi, spesso ti fa perdere l’obbiettivo del progetto, l’idea, che è solo una e non due, tre, mille. Il nostro motto sicuramente potrebbe essere riassunto così:

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Un’ idea Un messaggio Un segno


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“Chi non progetta accetta di essere progettato”: Fronzoni estendeva il concetto di progettazione anche nella sfera privata della vita, stando attento a seguire un certo rigore etico. Voi siete minimalisti e in bianco e nero anche nella vita? Nel vostro lavoro vi ritrovate a compiere scelte che dipendono dalla vostra etica e dalla vostra ideologia?

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La frase di Argan è assai interpretabile e provocatoria, “Essere progettatti” non è una cosa negativa, deve esistere il “progettato” perché possa esistere il progettista. Progettare ed essere progettati è una coesistenza indissolubile. Ci vestiamo sempre di nero, una scelta dark! (questo fa ridere ma è la verità). È ovvio che quello che facciamo si riflette sulla nostra quotidianità, ma non è un controllarsi o un trattenersi, è qualcosa d’istintivo. O sei o non sei, è inutile cercare di sforzarsi. Ci siamo imposti un obiettivo progettuale e cerchiamo di perseguirlo a denti stretti, strettissimi, e –si!–, spesso facciamo delle scelte che dipendono dalla nostra etica/ideologia.

Avete mai rifiutato dei lavori per non abbandonare il vostro stile? Vi siete mai trovati in difficoltà con i committenti come capitava spesso a Fronzoni? O siete sempre riusciti a persuadere i vostri clienti?

Il progettista grafico ha anche un compito non secondario nel, per così dire, istruire il cliente fornendogli gli strumenti adeguati per poter decidere. Ci siamo trovati in situazioni spiacevoli una sola volta a causa di un cliente ma mai per ragioni estetico/progettuali, bensì per una mancanza di cortesia (e follia) di quest’ultimo.

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Quando si accetta un lavoro pensiamo si debba avere la professionalità giusta per portarlo avanti in qualsiasi condizione, facendo presente al cliente che le nostre intenzioni ed azioni sono ponderate e hanno un background culturale di un certo tipo. E’ ovvio che, con alcuni clienti, si può decidere di non procedere ad una ulteriore collaborazione (tutto questo deve avvenire sempre con rispetto).

Il nostro lavoro è difficile perché soggetto ad influenze, gusti e mode che distraggono il cliente. Il compito più difficile è la persuasione; attraverso una buona argomentazione del progetto, in pochi secondi ci si gioca tutto. Un portfolio attentamente selezionato, fa da filtro in modo che i clienti possano individuare e scegliere il tipo di segno che cercano.

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Avete curato la grafica del libro “A lezione con AG Fronzoni”, una bella responsabilità. Il vostro stile ricorda già normalmente quello di Fronzoni ma in particolar modo per questo progetto come avete lavorato? Che scelte avete fatto e perché?

Ester Manitto – pag. 164

Ester Manitto l’autrice del libro, è una persona coinvolgente che ha raccontato con entusiasmo la sua esperienza nella Scuola Bottega con Fronzoni. Quello che ci ha più colpito è stata la metodologia progettuale applicata alla bottega. La realizzazione del marchio come esercizio portava con sé le matrici universali del design. Noi abbiamo immediatamente trovato affinità con la filosofia e il modus operandi di AGF, quindi non è stato per niente difficile entrare in sintonia con il lavoro di grafica e art direction per la pubblicazione. Il lavoro è stato duro, le scelte non erano semplici, una successione di incontri e miriadi di documenti sono stati la nostra quotidianità durante tutto il processo del lavoro, ma è stato anche un piacere perché abbiamo scoperto e studiato una grande figura che in qualche modo era legata anche al nostro modo di lavorare. Alla fine ci siamo trovati a esplorare un territorio affine, ma a piccoli passi. Abbiamo fatto tre tipi di scelte decisive per l’impaginato: 1 – la colonna delle “citazioni”. Il libro può essere letto in due modi: –intero– e –f r a m m e n t a t o– la colonna di destra del grid system contiene solo le citazioni che possono essere lette attraverso un percorso visivo unico.

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2 – l’inserto fotografico che rompe il libro in due (come il taglio per il poster di Fontana) nelle lingue – italiano e inglese.

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3 – la copertina è quasi assente, solo dei punti generati dalle intersezioni del grid system, come in uno spartito ritmico dove il silenzio predomina e piccoli sussulti rompono lo schema. Un legame che voleva in qualche modo collegare anche le sperimentazioni di Robert Rauschenberg nei suoi White Paintings (Rauschenberg era stato anche amico e collega di John Cage – ved. 4’33”) collegati anch’essi al tema dell’assenza–silenzio.


Sopra: Archphoto 2.0 – N. 00 fronte – retro Artiva Design 2011

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Se doveste parlare di Fronzoni oggi cosa direste? Che influenza ha avuto sulla grafica italiana a distanza di anni?

Fronzoni ha progettato il silenzio. L’assenza e la tensione compositiva è stata la sua arma, il suo messaggio che arriva a noi non come eco ma come realtà contemporanea. AGF non è stato il primo a delineare concetti basilari di composizione e sperimentazione (vedi Hoffmann e Müller-Brockmann o Almin Navinger). AGF è contemporaneo e lo sarà sempre perché ha varcato quella soglia che qualunque progettista vorrebbe oltrepassare. Quella linea _____________________________________ Che anche Vignelli chiamava Timeless.

Quella linea _____________________________________ Che ricorda anche il manifesto per Fontana.

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Voi siete uno studio di punta in Italia, diciamo che alzate il livello. In questo paese abbiamo avuto grandissimi progettisti che hanno riscontrato successo anche a livello internazionale, come Noorda, Vignelli, Confalonieri, Grignani, Negri, lo stesso Fronzoni e molti altri. Perché, nonostante ciò, in ambito grafico l’Italia è così indietro oggi rispetto al resto del mondo?

Noi Italiani abbiamo alle spalle un bagaglio culturale e artistico non indifferente, siamo uno dei paesi più ricchi da questo punto di vista. Forse questa sarà una banalità ma l’errore abituale è vivere della storia e non nella storia. Questo non vuol dire fare balzi da gigante in avanti o stravolgere le cose, ma modificarle lentamente per adattarle a una nuova visione che inevitabilmente ha un suo percorso. Bisogna usare l’esperienza per progredire e non per arrestarsi. Il pensiero non si rivolge solo all’arte / design / architettura ecc. ma a una forma culturale del vivere. Tutti i nomi che avete citato, la così detta “scuola milanese” (Max Huber, Giancarlo Iliprandi, Pino Tovaglia, Enzo Mari, Heinz Waibl, Bruno Munari ecc..) hanno avuto la fortuna di arrivare in un panorama quasi vergine dal punto di vista pubblicitario, spianato parzialmente dallo studio Boggeri che aveva clienti come Olivetti, Pirelli e Roche. Erano gli eletti, competenti e con capacità. Non ti potevi improvvisare grafico o artista, o lo eri oppure no. Dovevi saper lavorare con tecniche e maestranze che ormai si sono perse. Dove è finita la figura del linotipista? La fotocomposizione? Ma soprattutto,


saper disegnare? La differenza è che in Italia lo studio Unimark (Vignelli/Noorda) è stato il primo a lavorare a livello internazionale con grandi progetti, mentre gli altri quasi esclusivamente come liberi professionisti. Negli stessi anni, ad esempio, in Inghilterra c’erano già studi come Pentagram, attivi ancora oggi.

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La cosa fondamentale che c’è da capire è che oggi c’è un surplus di tutto. Tutti sanno fare tutto ma spesso lo fanno male. Un conto è giocare con un computer potente, l’altro è saper progettare. Per progettare basta una matita e un foglio, per giocare servono 1000 euro e più di computer. Ma per saper usare una matita servono 1000 ore e più. E per saper progettare.. Non si impara mai abbastanza. Questo per dire che tecnica e idea sono cose distinte, che devono lavorare insieme, una non deve prevaricare l’altra.

Fronzoni venne proposto ma rifiutato dall’AGI con la motivazione che i suoi lavori erano considerati troppo artistici e poco grafici. Secondo voi qual è il confine tra grafica e arte, se esiste? Quand’è che l’una diventa l’altra?

Non esiste confine. Design, Pittura, Scultura, Danza, Architettura e Musica sono tutti mezzi espressivi e comunicativi. Non capiamo la differenza nel catalogare Arte e Grafica. Il compito del Graphic design come di altre discipline artistiche è quello di suggestionare, catturare, attirare e, in alcuni casi, far riflettere.

Altre volte non si dà la giusta importanza come nel caso AGF vs AGI perché ritenuto nuovo e non comprensibile. Per mantenere un profilo POP, Giotto o Michelangelo non erano dei grafici pubblicitari?

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Nell’immaginario collettivo spesso si conferisce bellezza e importanza solo perché una cosa è lì da sempre. Quante volte c’è stato detto: voglio un logo come la Apple?

Una particolarità di AG Fronzoni che ci ha colpito è l’uso della superficie. Il suo lavoro si è basato sul limite, sul bordo, il bordo del foglio, tagliando, decostruendo e arrivando al limite del segno.

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Chi secondo voi oggi potrebbe essere influente come lui in questo paese? Chi è per voi oggi un punto di riferimento vivente?

Non riusciamo ad individuare un solo designer. In Italia nutriamo un grande rispetto per tutti i Freelance e i piccoli studi che come noi cercano di coordinare lavoro e cultura. La figura di Fronzoni in questi ultimi anni ha ripreso vigore e probabilmente il tempo filtrerà altri capaci designer che faranno ponte tra le generazioni passate e future.

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Qual è il metodo di lavoro che seguite dall’inizio alla chiusura di un progetto?

Imput di informazioni e alla conclusione una fattura.. Possibilmente “XXL”.

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A parte gli scherzi, a tal proposito avevamo pubblicato alcuni anni fa un articolo su una rivista Australiana “Process Journal” dove c’era stato chiesto di raccontare il nostro processo creativo [vedi pagina seguente].

Nella pagina a fianco: Artiva Design – Process (for Process Journal, issue 2) 2010


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ARTIVA DESIGN — PROCESS The process that lead to the evolution and the development of a project is something subjective and quite difficult to define...Our life is influenced by so many events that we could say there’s both a mechanical/scientific process and a chemical/physical one within the working out and the solution of a problem. Many artists and theorists have discussed about the creative process. One of these was Bruno Munari who said “Da cosa nasce cosa” 1 (One thing leads to another). Let’s imagine the creative process like a rhomb, as in the illuminating novel of Abbott Edwin A. “Flatland” At A vertex we have “the imput” which expands up to the X diagonal, an area full of observation, research, schemes, data collect, rules , testing, influences...It’s a narrowed way leading to B, the conclusion.. Observation To observe with curiosity not simply watch. To observe and analyse and a good skill of abstraction is the first step. For us this is a fundamental exercise, a continuous training. Research Research is an intellectual act that very often coincides with practice. We have always a copybook in our pockets, an essential weapon. Then we draw, take notes sitting at a café talking about the new projects going around the bookshops; we’re avid consumers ing each books and tireless web surfers. We analyze the project fixing the problems, limits and bounds. Data search After the analysis of the “product”, data serch is very important to start the design plannig. Behaviourism (stimulus-responsa) We think that the mind has to be decolonized from the saturation of daily messages. A perceptive training and a sincere approach to reflection are the requirements to stimulate both costumer’s response and the consumer. Testing Carrying out a project, for instance an illustration or a graphic design, we choose different techniques and experience different approaches to get a sober and minimal composition which has to become an effective mean of communication. Rules “It works in black and white so it works in colour” — Black and white are the main colours that define the whole project, its rationaliy and culture.There’s a connection between full and empty, a dynamic tension (according to the thought of A.G. Fronzoni2, an italian designer).

1. Bruno Munari

— Sober composition and geometry as main sources of inspiration.

Da cosa nasce cosa Laterza (1981) Milano IT

— Subtraction, quoting Mies Van der Rohe “less is more”.

2. A G (Angiolo Giuseppe) Fronzoni

— Form, Function, Beauty = Gestalt3

(Pistoia, 1923 – Milano, 2002)

— Exercise and repetition 3. Max Bill Architecture Words 5 - form function beauty = gestalt AA Publications (2010) London UK

Influences, quotation and sensitive choice — The manifesto “First Things First”.


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AD– 13 Manifesto Fontana – pag. 48

Manifesto V Modenantiquaria – pag. 96

Se doveste scegliere un lavoro di AG Fronzoni quale scegliereste?

Il manifesto per la mostra di Fontana ormai è un’icona pop. É intressante parlare di un’immagine coordinata per la “V Modenantiquaria”, Mostra d’Antiquariato Internazionale, dove il carattere tipografico bianco viene assorbito dallo sfondo nero. È forse l’unico esempio di utilizzo di un carattere graziato reso interessante dalla “tmesi”. La composizione è suggestiva perché l’occhio cerca di ricostruire le parti mancanti, è così che ancora una volta AGF gioca col silenzio. Quest’opera mi ha sempre fatto pensare alla composizione di John Cage 4’33” dove nel silenzio assoluto dello strumento compaiono i crepitii e i colpi di tosse del pubblico.

Note. 1 Bauhaus, HFG Ulm Istituto superiore di istruzione artistica, fondato da Walter Gropius, Weimar 1919.

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Hochschule für Gestaltung (scuola superiore di progettazione/ costrutturazione), fondata da Inge Aicher-Scholl, Ulm 1954. 2 Galleria la Polena Nasce come “punta avanzata” per l’aggiornamento e la comunicazione delle ricerche artistiche contemporanee, aperta da Edoardo Manzoni con Rosa Leonardi, a Genova, nel 1963 è attiva fino al 1995.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

3 Poesia visiva Nasce dalle sperimentazioni artistiche e letterarie portate avanti nel clima della Neoavanguardia, anni 60 del XX secolo.

6 “Chi non progetta accetta di essere progettato” Cit. Giulio Carlo Argan Roma, 1909 Torino, 1992 Storico, critico d’arte e politico italiano. 7 Robert Rauschenberg Port Artur, 1925 Captiva Island, 2008 Fotografo e pittore statunitense, vicino alla Pop Art senza mai aderirvi realmente, innescò un’inedita corrispondenza con l’espressionismo astratto.

4 Wassily Kandisky “Punto, linea, superfice” Testo capitale e rinnovatore per la teoria dell’arte e non solo per essa, edito Adelphi 1968.

8 John Cage Los Angeles, 1912 Manhattan, 1992 Compositore, teorico musicale e scrittore statunitense, è stato centrale nell’evoluzione della musica contemporanea.

5 Adolf Loos “Ornamento e delitto” Brevissimo saggio, la cui prima edizione originale risale al 1908 e contenuto nella racconta Ins Leere Gesprochen Trotzedem del 1962.

9 Process Journal Casa editrice che produce libri ed editoriali dedicati a design, fotografia, moda, arte, architettura, salute e stile di vita, fondata da Thomas William e Amber Hourigan, Melbourne 2007.


Sopra:

Radical City fronte – retro Artiva Design

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Myrna Cohen Assistente di AG Fronzoni Milano, Italia

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Intervista 2014–2015

Ogni ex–allievo intervistato ci ha parlato della leggendaria Myrna Cohen, assistente di AG Fronzoni e oggi sua memoria storica. Myrna è stata al fianco di Fronzoni quasi per tutta la sua carriera, fino ad assumere un ruolo fondamentale e insostituibile nel suo studio. Oggi che AG Fronzoni non può più raccontare personalmente la sua storia e i suoi progetti, è Myrna che ne fa le veci.


MC– 01

A quando risale la sua conoscenza con Fronzoni e in quali circostanze è avvenuta? Per quanti anni è durata?

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Arrivai in italia nel 1959, avevo predisposizioni per le attivita artistiche e dopo aver studiato un anno scenografia a Brera decisi di cercare un lavoro e cosi misi un annuncio sul Corriere della Sera. Fronzoni rispose ed ebbi un primo incontro con lui durante il quale spiegai che non avevo alcuna esperienza lavorativa ma che avevo volontà di apprendere. Cosi incomiciai un periodo di prova che andò bene evidentemente, Fronzoni capì che ero volenterosa e interessata ad apprendere e da allora continuai a lavorare in studio con Fronzoni fino al 2002.

MC– 02

Cosa l’ha spinta a rimanere a lavorare con lui per tutti quegli anni? C’è qualcosa in particolare che la colpì di Fronzoni?

Dai racconti degli ex allievi, abbiamo appreso che la sua presenza era fondamentale per Fronzoni anche nelle fasi di progettazione. Quale era quindi il ruolo che rivestiva nel suo studio? In quali occasioni e in quale modo interveniva in un progetto?

Quando Fronzoni doveva affrontare un nuovo lavoro ragionava sul progetto. Il ragionamento era poi il progetto, la sua sintesi. Lo illustrava, sia prima che dopo aver avuto l’idea o diverse idee, scambiava e argomentava le motivazioni e si facevano diverse prove, tante, finchè il risultato fosse quello desiderato. Probabilmente in quel momento avranno avuto un peso specifico le mie capacità visive e le mie intuizioni concettuali ma è difficile determinarlo con esattezza. Durante gli anni di lavoro trascorsi con Fronzoni non ho mai sentito il peso di un “datore di lavoro”, la sua disponibilità a spiegare e a coinvolgermi nel lavoro mi ha reso partecipe sempre di più e di conseguenza non è mai stato un peso.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

MC– 03

02 Le interviste

Diciamo che dopo i primi tempi presi sempre più dimestichezza con il lavoro, imparando lavorando. Ero sempre più interessata al lavoro che faceva, ai progetti diversi che affrontavamo e gli anni trascorrevano senza rendermi conto. Quando si ammalò, la mia presenza era ancor piu importante e necessaria, cosi con il passare degli anni aumentarono le responsabilità e fu ancora maggiore lo stimolo a portare a termine i progetti in modo corretto.


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Ho dedicato molto tempo allo studio e al lavoro per scelta, non per obbligo. Non c’erano orari e per me è sempre stato “normale” lavorare in qualsiasi momento anche nei giorni di festa.

MC– 04

Ci racconti di quegli anni. Abbiamo appreso il punto di vista degli ex allievi, ma lei, in quanto assistente, siamo certi possa regalarci una visione diversa, avendo vissuto l’esperienza secondo un punto di vista estraneo al rapporto maestro–allievo.

Per gli allievi ma anche per me è stato un maestro generoso e rigoroso. Un provocatore ironico che stimolava la nostra apertura mentale per la realizzazione dei progetti. Un operatore culturale dall’impegno coerente e costante per ogni progetto, dal manifesto al biglietto da visita, dall’allestimento all’oggetto che ha realizzato coinvolgendo spesso anche gli studenti per interessarli al percorso progettuale. Per lui era importante insegnare sia a me che agli allievi valori non solo progettuali ma anche di vita. Anche nella modalità di lavoro che avevamo instaurato il suo scopo principale era rendermi una progettista autonoma. Difatti dopo avere schizzato e argomentato sulle idee procedevo in autonomia nella fase di produzione sia di stampati che di allestimenti, tornavo con le numerossissime prove di stampa o con i modelli e poi si decideva insieme come procedere.

02 Le interviste

Elisabetta Presotto – pag. 164

Una sua particolarità indicativa di questo processo di scambio che instaurava con me e con gli allievi era il caratterizzare i ragazzi con un aggettivo che li determinasse ed identificasse: era per lui necessario “aggiungere” al nome ciò che leggeva essere l’identità della persona (esempio Daniela Rossi la Quercia, Laura Dominguez Laura non c’è, Elisabetta Presotto La stelassa d’Ora)

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

MC– 05

Come si svolgevano i colloqui con i clienti? Lei come partecipava? Sappiamo che Fronzoni non amava parlare di compensi e di denaro, dunque era lei Myrna ad occuparsi della parte burocratica?

Fronzoni non amava parlare di denaro ma seppur con fatica era costretto a farlo. Per scelta ha sempre comunque applicato i minimali dei tariffari, non approfittando della sua fama.


MC– 06

Sempre per quanto riguarda i colloqui con i clienti, capitava che Fronzoni si trovasse a discutere con loro per far valere le proprie idee? Come li convinceva?

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Nei colloqui con la committenza difficilmente Fronzoni si faceva prendere dall’ira, era soprattutto impegnato ad argomentare e a spiegare al cliente il progetto, cercando di illustrarlo al meglio, convolgendo il cliente nella comprensione della proposta presentata. Forse solo un paio di volte ho visto “ira” ma solo in circostanze particolari, quando per esempio l’interlocutore era scorretto violento e quindi Fronzoni non aggrediva ma si difendeva o difendeva la causa.

MC– 07

Quali sono state le più importanti collaborazioni che Fronzoni ha intrapreso con altri progettisti nel corso della sua carriera?

Fronzoni era stimato dai colleghi professionisti ma non ha mai collaborato con altri. Diverse volte Armando Testa, suo amico, gli chiese delle collaborazioni ma lasciandogli sempre carta bianca.

Ciò che ricordo è che dopo la guerra Fronzoni collaborava nelle redazioni di alcuni quotidiani a Brescia. Impaginava, faceva il fotografo e il redattore. Nel 1945 aprì lì il suo studio e iniziò la collaborazione con la Pirelli e altre note aziende milanesi che si avvalevano di grafici che poi sono diventati noti.

02 Le interviste

Pirelli – pag. 20

Da chi è stato formato Fronzoni? Le ha mai raccontato la sua esperienza personale riguardo come ha iniziato la sua carriera come grafico?

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

MC– 08


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MC– 09

Abbiamo trovato vecchi lavori dell’inizio della sua carriera come grafico, del “Fronzoni pre–fronzoniano”. Guardandoli, nessuno avrebbe mai detto di trovarsi di fronte ad un lavoro di Fronzoni. Sa come e quando ha cambiato strada progettuale e trovato il suo stile?

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Magazzini alla Posta – pag. 19

Nel 1953 viene pubblicamente riconosciuta da Venturi e da Giulio Carlo Argan la sua capacità di progettista, non solo grafico, quando allestisce la “collezione privata Cavellini” a Brescia ed adotta un linguaggio funzionale e razionalista. Contemporaneamete lavorava a progetti unicamente grafici in cui utilizzava un linguaggio figurativo ma con un pizzico di ironia, ad esempio Grandi Magazzini e Magazzini alla Posta. Non si è trattato di un’illuminazione sulla via di Damasco. Del lavoro svolto da Fronzoni dal ‘45 ad oggi manca una documentazione completa, se ne conosce una minima parte da cui è difficile “leggere” il metodo di sintesi e di sottrazione che ha sempre indagato per arrivare ad un risultato: la sua continua ricerca di un linguaggio astratto. Fronzoni ha sempre lavorato con un metodo di lavoro coerente nel tempo basta guardare i marchi da lui progettati dal 1945 al 2002.

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02 Le interviste

MC– 10

Crede che seguire uno stile di vita come il suo possa essere, sotto certi punti di vista, limitativo? Oppure pensa che siano regole indispensabili per vivere in armonia e coerentemente?

“Seguire il suo stile di vita”, non credo fosse “limitativo” ma coerente. Fronzoni non scendeva a compromessi, perseguiva degli ideali rinunciando alle “cose facili e comode”. Credo che ciò sia importante ieri come oggi, avere le idee chiare su ciò che si vuole ottenere ed avere principi saldi. Il suo lavoro penso che sia sempre stato alla ricerca dell’essenza delle cose, all’eliminazione del superfluo fino all’estremo, i suoi progetti sono il risultato di un pensiero preciso e razionale.


Note.

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1 Lionello Venturi Modena, 1885 Roma, 1961 Lionello Venturi è stato un importante critico e storico dell’arte italiano. 2 Guglielmo Achille Cavellini Brescia, 1914 Brescia, 1990 Guglielmo Achille Cavellini, noto anche come GAC è stato un artista e collezionista d’arte italiano.

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02 Le interviste

Foto di Ester Manitto


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Alessandro Mendini Designer Milano, Italia www.ateliermendini.it

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02 Le interviste

Intervista 2014

Alessandro Mendini è un designer italiano tra i più rinnovatori sia come intellettuale e autore di scritti, sia come membro autorevole del gruppo Alchimia.

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Molto conosciuti sono anche i suoi mobili tra i quali è la poltrona di Proust esposta in diverse collezioni permanenti quali il triennale Museum design e il Museo delle arti di Catanzaro. Riceve per la sua attività di designer molti premi tra cui due volte il Compasso d’oro nel 1979 e nel 1981. Ha diretto molte riviste di primaria importanza di architettura tra le quali Domus e Casabella. Proprio a Casabella lavorerà assieme a Fronzoni instaurando un ottimo rapporto che si spezzerà anni dopo per dei conflitti progettuali.


AM– 01

Di AG Fronzoni si parla quasi sempre in termini di “progetti iconici” quali il manifesto della mostra di Lucio Fontana, la serie 64 o le valigie per Valextra, ma in realtà non è mai stata fatta una esplorazione critico–sistematica sul suo lavoro e sulle connessioni con il mondo del pensiero culturale. Secondo lei, siamo stati in grado di raccogliere la sua eredità di progettista?

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AM– 02

1965

02 Le interviste

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Fronzoni ed io siamo stati grandi ed intimi amici, e mentre io ero Capo-redattore di Casabella dividemmo per un paio di anni lo stesso tavolo da disegno. Eravamo assolutamente opposti, ma ci facevamo fascino a vicenda. Ammiravo il suo integralismo “duro e puro” esercitato sia sulla società sia sui caratteri da stampa, la sua utopia romantica, la inflessibile dolcezza umana, la sua attitudine poetica. Nel periodo Fronzoni, dividemmo anche le scelte sui contenuti. All’esterno avevamo Celant, Oliveri, Scheggi... Poi io maturai verso il Radical Design, le discussioni divennero estenuanti, mi ero avvicinato a Sottsass, Archizoom, Pesce, Superstudio, un mondo diverso... All’inizio della mia direzione di Casabella avvenne lo strappo.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

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Copertina Casabella 9 settembre 1965 AG Fronzoni

Qualche anno fa ho elaborato una mappa delle relazioni e dei riferimenti culturali che pensavo Fronzoni avesse con il mondo della visione. Era pubblicata su Abitare [vedi pagina seguente], in occasione della discussa edizione della sua serie di mobili metallici con nuovi colori, da parte di Cappellini. Quella mappa, in cui credo ancora, indicava che l’operazione compiuta da Cappellini può essere considerata un’eresia.

Ci ha sempre molto incuriosito il rapporto A Mendini – AG Fronzoni; lei che ha fatto parte di Memphis e Alchimia (collettivi simbolo del movimento post–moderno) e lui “designer totale” di stampo “iper–minimalista”. Ci vuole parlaredel vostro rapporto durante l’esperienza della rivista Casabella? Quali sono state le “criticità progettuali” che hanno portato AG Fronzoni a cessare la collaborazione nel 1968?

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Nella pagina a fianco:

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AM– 03

Germano Celant nel 1969 dichiara: “..Così il porsi a zero il problema della progettazione, con tutte le conseguenze estreme, compresa la modificazione socio – culturale del sistema di produzione, diventa un problema “eroico e mitico”, inattuale e impossibile..” Secondo lei, AG Fronzoni, avendo aderito alle teorie e pratiche delle avanguardie razionaliste, ha in qualche modo “fallito” in termini di progettista grafico (nella classica figura progettista–azienda ad esempio) e il suo lavoro va in qualche modo annverato più in termini di “artista pubblicitario” tipico dei primi anni del 900?

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Ritengo che la stretta coincidenza fra la moralità dell’uomo Fronzoni, e la moralità del suo progetto, lo renda un esempio rarissimo di purezza. Perciò i suoi vari lavori, compresi quelli pubblicitari, sono mirati e votati al raggiungimento di una umanità radicalmente democratica, senza mezzi termini. Uomo preciso e autoreferenziale, di grande fascino, Fronzoni ha creato in vitro un mondo di perfezione. Magari incomprensibile, ma esatto e perfetto.

Note.

Nella pagina a fianco: Schema su AG Fronzoni (Abitare 494) Alessandro Mendini 2009

3 Cappellini Azienda italiana nel settore dell’arredamento contemporaneo, fondata nel 1946 da Enrico Cappellini. 4 Celant, Olivieri, Scheggi Germano Celant Genova, 1940 Storico dell’arte e curatore, noto per aver coniato nel 1967 la definizione di “arte povera”. Giuseppe Mario Oliveri Palermo, 1921 Milano, 2007 Progettista e architetto, arriva a Milano nel 1947 e comincia la sua attività presso lo studio di Marcello Nizzoli.

Nelle pagine successive: Interni Casabella 9 settembre 1965 AG Fronzoni 1969

Paolo Scheggi Firenze, 1940 Roma, 1971 Artista italiano. Le sue ricerche interdisciplinari, sono rivolte a problematiche legate alla percezione visiva, all’integrazione tra spazi reali e spazi virtuali.

6 Sottsass, Archizoom, Pesce, Superstudio Ettore Sottsass junior Innsbruck, 1917 Milano, 2007 Architetto e designer italiano. Comincia la sua attività a Milano nel 1947 dove apre il suo primo studio di design.

02 Le interviste

2 Abitare Rivista italiana di architettura, arredamento e design fondata nel ‘61 da Piera Peroni.

5 Radical Design Emerso alla fine degli anni Sessanta in Italia in risposta al Good Design. Ha cercato di cambiare la percezione della corrente modernista attraverso progetti utopici gettando le basi del Postmodernismo.

Archizoom Associati Fondata nel 1966 dai quattro architetti Branzi, Corretti, Deganello e Morozzi ai quali dal 1968 si aggiunsero i due designer Dario e Lucia Bartolini. Il gruppo si sciolse nel 1974. Gaetano Pesce La Spezia, 1939 Scultore, designer e architetto italiano. Collabora con l’azienda C&B (ora B&B Italia) alla realizzazione della Serie UP. Superstudio Studio di architettura fondato 1966 a Firenze. Esponenti dell’architettura radicale presentano temi come il “monumento continuo” e la “supersuperficie”.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

1 Casabella Storica rivista di architettura, urbanistica e design di fama internazionale, fondata nel 1928 da Guido Marangoni.


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Mario Nanni Designer e imprenditore Bologna, Italia www.marionanni.com www.viabizzuno.com

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02 Le interviste

Intervista 2014

Mario Nanni è un designer e imprenditore emiliano. Nel 1994 fonda Viabizzuno, azienda leader nel campo dell’illuminazione e che si pone come concreta espressione della filosofia progettuale del suo creatore. Nanni è stato cliente di Fronzoni e uno tra quelli che più ne è rimasto affascinato. Da quando i due si sono conosciuti, Nanni segue alla lettera i suoi consigli e ancora oggi considera Fronzoni uno dei suoi principali maestri.


MN– 01

Come conobbe AG Fronzoni?

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Eravamo nella seconda metà degli anni ‘90, ricordo che un amico mi disse che dovevo assolutamente conoscere questo grande progettista. Mi recai così a Milano per incontrarlo; una volta in studio salii per una scala ripidissima che portava in soffitta dove si trovava Fronzoni. Ci presentammo e lui mi mostrò alcuni suoi lavori spiegandomeli e leggendomeli. Attraverso queste sue spiegazioni io ne capii il pensiero e l’intensità e da lì compresi esattamente cosa voleva dire essere un progettista. Mi appassionai subito a quelli che erano i suoi concetti primari per una buona progettazione. Da quel giorno cominciai a chiamarlo Maestro e da allora non ho più smesso. Nel mio lavoro fu una svolta epocale. Il primo marchio che avevo pensato per la mia società nel ‘93, lo avevo disegnato io e c’ero molto affezionato; chiunque mi avesse proposto di cambiarlo lo avrei ucciso a coltellate. Dopo un paio di ore che parlavo col Maestro capii che quel marchio non aveva senso e così gli chiesi di riprogettarmelo. Io non ero andato lì con quelle intenzioni, infatti presi questa decisione senza neanche consultare i miei soci. Quando li avvisai, inutile dire che mi presero per matto perché avevamo già fatto diverse fiere, diversi cataloghi e speso molti soldi che neanche avevamo.

Viabizzuno produce due collezioni separate: una legata all’architettura e un’altra più al design e alla casa. Questa immagine che ci fece il Maestro è composta da due linee: una diagonale, più irriverente, che cancella la pagina (il design) e un’altra verticale più rigorosa (architettura). Il marchio, in Futura, si sposta nella pagina ma è sempre in verticale. Poi assieme al Maestro affrontammo anche un tema legato al modo di presentarci in fiera quindi qualcosa più legato all’allestimento. Per Viabizzuno inoltre fece anche, nel ‘97, la maglietta aziendale che ancora oggi è molto bella. Io acquistati da lui anche una serie di suoi oggetti quali una bomboniera e la collana per poterli produrre.

Nella pagina a fianco: Viabizzuno Report AG Fronzoni 2000

02 Le interviste

Cosa fece per la sua azienda?

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

MN– 02


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MN– 03

Che rapporto aveva con lui?

Non mi vergogno a dirlo: nella mia vita mi è capitato poche volte di innamorarmi di un uomo, lui è stato uno di questi. Ciò che mi ha portato Fronzoni non è stato semplicemente il cambiamento del marchio, è stato l’intero cambiamento dell’azienda, il modo di vedere le cose, il modo di pensare e ancora oggi ne porto i segni. Dopo la sua morte io volevo mantenere aperto lo studio e farci dentro una fondazione AG Fronzoni ma purtroppo il progetto non andò in porto. Il Maestro non è oggi conosciuto come si sarebbe meritato. La mostra del 2001 “Progettare voce del verbo amare” l’avevo voluta io. Affittai lo spazio e coinvolsi il maestro a tal punto che non poteva più tirarsi indietro. In quel periodo lui stava già male quindi si muoveva in taxi. A fine mostra, mentre lo accompagnavo alla macchina che lo avrebbe riportato a casa, lui mi disse “Ma tutta questa gente perché è venuta? Cosa c’è in questo posto?” e io “Maestro, sono venuti per lei, per vedere i suoi lavori” e lui “Ma non scherziamo dai!”

02 Le interviste

La prima volta che feci un articolo su di lui scrissi queste cose, a rileggerle mi viene da piangere: “Mi stupisco come le sue parole raccontino inspiegabilmente, sorprendentemente, i miei pensieri: ho l’impressione che non sia un semplice caso il fatto di avere incontrato AG Fronzoni. Ci conosciamo a Milano nel suo studio, mi rendo conto dello spessore della sua esperienza, fatta di rigore, ricerca e tanta progettazione. Un uomo dalle sagge riflessioni, di una sensibilità fuori dal comune: il maestro che tutti i progettisti dovrebbero incontrare sul loro percorso. Fronzoni mi seduce quando afferma che “il senso del progetto riguarda soprattutto la costruzione di sé stessi”: il progetto è per lui punto di partenza e arrivo della sua ricerca, non è solo la realizzazione di un manufatto, ma è un processo di trasformazione dell’ambiente umano e dei suoi strumenti che può condizionare l’intera vita di un individuo. [...] Decidere di cambiare è sempre così difficile. Quante volte la mia mente vorrà ostacolarmi e quante volte dovrò aggirarmi tra i dubbi. Ma non ho voglia di fermare la mia mente e il mio cuore. Perché tutto dentro di me si muove in una direzione che in fondo non è solo “cambiamento”, ma è ricerca, voglia di sperimentazione, sempre più rivolta ad una progettazione fatta soprattutto di anima e parte intelligente. È il mio passo che mi porta oltre e guida il mio percorso. È evoluzione. Ed io non sto semplicemente cambiando. Mi avvicino sempre più al mio centro, alla mia essenza, alla mia natura.”

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

(Mario Nanni, Viabizzuno Report 6, marzo 2000)


MN– 04

Sono leggendarie le capacità persuasive di Fronzoni. Come la convinceva?

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I clienti che andavano da lui si dividevano, secondo me, in tre tipi: il primo, che credeva di avere a che fare con un fornitore normale quando ovviamente non era così; il secondo che se ne approfittava, nel senso che appena qualcosa non andava, gli faceva causa e non lo pagava. Ne conosco di gente così, non faccio nomi ma conosco almeno due imprenditori che dicono di avere il marchio fatto da Fronzoni quando in realtà non è vero. Il terzo tipo era una persona che si faceva talmente coinvolgere dai suoi pensieri che gli lasciava via libera. Anche se all’inizio magari uno non era convinto del progetto presentato dal Maestro, lui lo raccontava, lo spiegava e al cliente non restava che dire “Ha ragione lei, mi scusi”. Io mi ritengo di fare parte di questa terza categoria.

MN– 05

Mobilitazione della cultura – pag. 66

Perché io ora decido di farmi tutta la grafica internamente all’azienda? Perché la mia grafica deve raccontare il mio lavoro, il lavoro di questa bottega. Se vado da qualsiasi grafico, qualsiasi studio o agenzia, mi farà un lavoro simile a quello che il giorno prima aveva fatto per un cliente che produce ceramiche o un’altro che fa piadine fritte. Oggi la maggior parte dei grafici lavora in questo modo, non studia una vera costruzione di quello che deve comunicare.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

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È questo che mi fa innamorare di Fronzoni, il fatto che ogni progetto parlava esattamente dell’oggetto che doveva comunicare. La cosa straordinaria, ad esempio quando fece il manifesto per Gio Ponti, era il costruisce un elemento tridimensionale che diventava parte del poster. Quando doveva comunicare il movimento di una manifestazione popolare, fece un testo che si muoveva come fosse gente in mezzo alla strata, era la tipografia che si mobilitava all’interno del manifesto. Questa era la cosa che mi faceva dire “Fronzoni, voglio che tu mi faccia la nuova immagine”. Lui prima conosceva il cliente, se lo studiava, entrava nella parte e solo dopo faceva il lavoro. Il messaggio era sempre molto forte ma soprattutto molto legato all’obiettivo da raggiungere.

02 Le interviste

Non ha paura che guardando Viabizzuno si veda prima Fronzoni che l’identità della sua azienda?


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Note. 1 Gio Ponti Milano, 1891 Milano, 1979 Gio (Giovanni) Ponti è stato un architetto, designer e saggista italiano, tra i maggiori del XX secolo.

Sotto: Lampada Stilmoda Viabizzuno AG Fronzoni

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

02 Le interviste

1962


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

02 Le interviste

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A fianco:

Lampada Quadra Viabizzuno

AG Fronzoni

1962


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Leonardo Sonnoli Graphic Designer Rimini, Italia www.sonnoli.it

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02 Le interviste

Intervista 2014

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Trieste, 1962. Si è diplomato presso l’Istituto Superiore Industrie Artistiche di Urbino ed è socio dello studio Tassinari/Vetta. Si occupa dell’identità visiva di aziende pubbliche e private, della comunicazione di eventi culturali, di grafica editoriale, segnaletica e grafica allestitiva. Tra i suoi principali progetti: la grafica ambientale per le aree di accoglienza del Castello di Versailles, l’identità visiva della 50a Biennale di Venezia, installazione tipografica a Palazzo Grassi, Venezia; la collaborazione con il New York Times e l’art direction di Electa in collaborazione con Paolo Tassinari.

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Dal 2000 Leonardo Sonnoli è membro dell’AGI–Alliance Graphique Internationale ed è presidente della sezione italiana. Insegna alla Facoltà di Design e Arti dell’università IUAV di Venezia e all’ISIA di Urbino. Vive e lavora tra Rimini e Trieste.


LS– 01

Lei ha mai conosciuto Fronzoni? Che influenza pensa abbia avuto nella grafica italiana? Cosa lo differenziava, per esempio, dai grandi Grignani, Vignelli e Noorda? E per quanto riguarda l’ambito estero?

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Non l’ho mai conosciuto personalmente. Al tempo della mia formazione (seconda metà degli anni ottanta) Fronzoni era considerato uno dei maestri della grafica italiana ed ho cominciato ad apprezzarne il lavoro attraverso pubblicazioni periodiche e libri. Sicuramente ai tempi della sua attività, per molti giovani grafici, Fronzoni è stato uno dei più seguiti. Ma il suo rigore e il suo minimalismo non erano modelli facili da seguire allora e non lo sono oggi. Non c’è cosa peggiore che imitare Fronzoni senza averne il rigore etico, punto centrale di tutta la sua carriera.

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Da Massimo Vignelli e Bob Noorda probabilmente lo differenziava la tipologia dei progetti: la committenza e la complessità dei lavori di Unimark International richiedevano competenze molto diverse. Può essere che proprio questa sua personalità non gli abbia permesso di occuparsi e di gestire lavori di quella portata, oppure può semplicemente essere che il suo approccio non fosse adatto a disegnare identità di aziende. Forse è più simile a Franco Grignani per aver, entrambi, condotto la loro vita professionale con estremo rigore e coerenza sviluppando e sperimentando con alla base una solida e unica idea senza mai preoccuparsi delle mode.

Nella pagina a fianco: Poster–tributo per Gianranco Grignani Leonardo Sonnoli, Pierpaolo Vetta 2001

La figura di Fronzoni era decisa e inconfondibile, il rischio era che si vedesse prima lui che il contenuto dei suoi progetti. Questo suo “essere Fronzoni” ha intralciato in qualche modo la percezione di ciò che doveva comunicare? Oggi quanta rilevanza ha lo stile del progettista all’interno di un progetto? È ancora possibile comunicare con lo stile di Fronzoni?

Comunicare oggi con lo stile di Fronzoni è difficile. Ma non parlerei di “stile di Fronzoni”, piuttosto di comunicare con estremo rigore nel minimalismo più assoluto: è una cosa che non si costruisce ma che si decide di attuare per convinzione personale, non si può “copiare” e basta. Lo “stile” si forma con la propria cultura, con il rigore, il rispetto del proprio lavoro e le esperienze fatte. Quindi è impossibile non averne uno.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

LS– 02

02 Le interviste

Quanto riguarda l’estero credo sia molto più apprezzato oggi che ai suoi tempi. Basti pensare che quando fu candidato come membro italiano dell’AGI non venne accettato.


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Probabilmente i committenti che si rivolgevano a Fronzoni lo facevano perché ne condividevano il modo di progettare, questo significa che si è scelti perché si lavora progettando cose in un determinato modo. Se nessuno di noi avesse uno “stile”, allora i committenti in base a cosa sceglierebbero a chi affidare i lavori? Al costo? Alla capacità di relazione? Rimanere noi stessi senza seguire le mode significa avere, seguire una propria idea, una propria strada, la quale credo si trovi alimentando la propria cultura. Conoscere la storia, quello che ci ha preceduto è un buon modo per farlo. Questo è quello che cerco di insegnare: il futuro sta solo nel passato.

LS– 03

Da docente, Lei cosa pensa a proposito del metodo di insegnamento di Fronzoni? Quali erano i vantaggi che una metodologia, così poco istituzionale, poteva apportare all’istruzione rispetto agli odierni percorsi di studio? Cosa ne pensa della frase di Fronzoni “la mia ambizione non è progettare un manifesto, è progettare uomini”?

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

02 Le interviste

Non avendo conosciuto personalmente questo metodo non posso giudicare ed esprimermi, anche se mi sono fatto un’opinione sui risultati di quell’esperienza. Più in generale per quei designer che sono considerati punti di riferimento credo sia importantissimo impegnarsi nell’ insegnamento. È faticoso svolgere l’attività professionale e l’insegnamento assieme ma occorre essere generosi verso le nuove generazioni. La scuola bottega rispetto all’università ha ovviamente dei pregi e dei difetti. Il pregio più rilevante è quello dell’ esperienza reale, effettiva su dei lavori reali che permettono di seguire anche la produzione. Il difetto più evidente è che nella bottega non si fa didattica ma si plasmano i giovani a propria somiglianza. Invece secondo me insegnare significa soprattutto discutere sul processo di progettazione e non come si disegna nel dettaglio una cosa. Conosco più bravi designer usciti da ottime scuole che da botteghe. In merito alla frase “la mia ambizione non è progettare un manifesto, è progettare uomini” penso che anche su questo Fronzoni non possa essere imitato. Se insegno è perché ho toccato con mano quanto ho potuto influire sulla vita professionale di alcuni studenti. Ma mi limito a progettare designer, ad elevare il livello della grafica italiana e non posso essere così presuntuoso da voler formare uomini e donne.


LS– 04 Manifesto Fontana – pag. 48

Se dovesse scegliere un lavoro di AG Fronzoni quale sceglierebbe?

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Forse il poster per la mostra di Lucio Fontana del ’66. Un gesto unico, semplicissimo. Un rapporto semantico–estetico perfetto. È uno di quei casi in cui uno pensa “come vorrei averci pensato io!” Fatto oggi questo poster sarebbe un po’ banale, un po’ fatto “alla maniera di”, cosa che bisognerebbe evitare. Bisogna considerare il metodo in cui è stato fatto. Rappresenta una sintesi visivo–verbale perfetta. Come direbbe Massimo Vignelli: “semantically correct, syntactically consistent and pragmatically understandable.”

Note. 1 ISIA Urbino Istituto superiore per le industrie artistiche, è un’istituzione di alta cultura pubblica dedicata alla progettazione grafica ed editoriale, nata nel 1974.

4 IUAV Venezia Ateneo statale di architettura, design, teatro, moda, arti visive, urbanistica e pianificazione del territorio, fondata da Giovanni Bordiga a Venezia nel 1926. 5 Unimark Interational È stato uno di più importanti studi di design a livello internazionale della storia fondato da Massimo Vignelli, Bob Noorda, Ralph Eckerstrom, James Fogelman, Wally Gutches e Larry Klein. Aveva tre sedi: Chicago, la principale, Milano e New York. 6 Franco Grignani Pieve Porto, 1908 Milano, 1999 È stato un designer, pittore e architetto italiano.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

3 AGI Alliance Grafique Internationale è un’associazione elitaria internazionale che riunisce i migliori grafici, designer e illustratori a livello mondiale.

02 Le interviste

2 Studio Tassinari/Vetta Studio che opera nel campo del visual design, costituito nel 1985 da Paolo Tassinari e Pierpaolo Vetta.


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

02 Le interviste

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Sopra: 20th anniversary of Chaumont Leonardo Sonnoli 2009


AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

02 Le interviste

Sotto:

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Never & Now Leonardo Sonnoli

2010


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All’estero

Sébastien Hayez Graphic Designer Villeurbanne, France www.hayez.kudeta-graphic.com

Dennis Moya Graphic Designer Ginevra – Losanna, Svizzera www.dennismoya.ch www.ligature.ch

Alex W. Dujet Graphic Designer Ginevra, Svizzera www.alexwdujet.net www.futurneue.cc

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

02 Le interviste

Interviste 2014

Sébastien Hayez è l’attuale admin del sito agfronzoni.com, il sito non ufficiale di AG Fronzoni. Aperto già da diversi anni è diventato il punto di riferimento per chi si vuole informare su questa figura della quale, purtroppo, si trovano ben poche informazioni. Dennis Moya vive tra Ginevra e Losanna e attualmente lavora come graphic designer nello studio svizzero A3. Assieme a Tiffany Baehler, nel 2011, fonda Ligature.ch, una rivista online che si occupa di design, cultura e comunicazione visiva. Alex Dujet è un graphic designer svizzero fondatore dello studio Futur Neue. Con base a Ginevra, si occupa di grafica editoriale, identità, web design, segnaletica e caratteri tipografici.


SH– 01

Quando e perché è stato aperto il sito agfronzoni.com? Qual è il suo obiettivo?

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Nella primavera 2012 stavo cercando su Google delle notizie su Fronzoni, cosa che facevo forse ogni due mesi. Trovai un nuovo sito e subito contattai il suo fondatore, Maarten P. Kappert, un graphic designer olandese. Gli inviai alcuni link e molte immagini. Siccome condividevamo molti elementi per il sito, lui decise di farmi co–admin. Per motivi personali Maarten ha lasciato il suo ruolo di amministratore quest’estate 2014. L’obiettivo principale è semplicemente quello di dare più visibilità al lavoro e alla filosofia di Fronzoni. Il suo nome probabilmente è più conosciuto dai suoi colleghi italiani e dai suoi studenti ma rimane principalmente sconosciuto dagli storici, dai giornalisti, dai critici e dai designer. Un altro obiettivo vorrebbe essere aiutare la pubblicazione di un libro.

Presentati. Quando hai aperto il tuo studio? Di che progetti ti occupi?

Non ho ancora aperto un mio studio ma assieme a Tiffany Baehler (pluripremiata designer di gioielli e co–editrice di Ligature.ch) stiamo progettando di aprirne uno nostro nel campo del design, ci stiamo lavorando. Per il momento mi sto concentrando sul mio lavoro all’interno dello studio A3. Lavoriamo su progetti culturali e di Design. Sono un giovane designer, sto imparando molto da loro. AWD – Sono un graphic designer di Ginevra. Mi sono laureato allo EAA (Geneva School of Applied Art) nel 2006. Dal 2007 lavoro come libero professionista e svolgo progetti su commissione che spaziano dalla corporate identity per istituzioni culturali e imprese commerciali fino allo sviluppo di marchi applicati all’architettura, all’industria, all’editoria, alla musica e alla moda. Allo stesso tempo provo ad incrementare la mia attività anche in altri campi, cerco di migliorare le mie competenze nel campo del graphic design e della tipografia disegnando font e portando avanti progetti personali. Inoltre insegno tipografia e graphic design allo EAA di Ginevra e collaboro con molti studi sia di Ginevra sia internazionali.

02 Le interviste

DM – Mi chiamo Dennis Moya, sono nato e cresciuto a Ginevra in Svizzera. Ho studiato progettazione grafica, ho svolto diverse esperiente e ora lavoro nello studio A3 a Losanna. Sono inoltre il fondatore e co–editore della piattaforma online Ligature.ch.

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Come sei venuto a conoscenza di AG Fronzoni? Ti ha mai influenzato il suo lavoro?

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SH – La prima volta che ho visto un lavoro di AG Fronzoni è stato nel magazine francese Étapes Graphiques nel 2001. Ero un giovane graphic designer ma istruito da illustratore. Non avevo un mentore in particolare o una persona che ammiravo nel campo della grafica. Trovai questa pubblicazione durante il mio primo lavoro come graphic designer. Fui profondamente toccato dalla sua estetica e dalla sua poesia. Ma leggendo la sua intervista scoprii un filosofo, qualcuno consapevole del potere dei segni. Per circa dodici anni ho cercato più informazioni su di lui. Tutto si è risvegliato quando nel 2012 mi sono messo in contatto prima con Bernd Kuchenbeiser tramite il suo libro “AG Fronzoni”, poi con Ester Manitto tramite il suo gruppo facebook dedicato ad AG Fronzoni. Non posso dire che mi ha influenzato direttamente, sarebbe pretenzioso. Io cerco di trovare la mia strada. Come graphic designer vorrei dare un tocco più personale ai miei lavori commerciali. Per esempio, come Fronzoni preferisco il bianco e nero al colore e da un lato mi piacerebbe essere più minimale. Ma i contesti storici sono differenti. Lui era un bambino della scena modernista del secondo dopoguerra. Io vivo in un’era post–moderna, con computer e comunicazione via web. Ma come giovane insegnante mi sento molto influenzato da lui. Non posso insegnare la progettazione grafica senza creare una connsessione con la musica, con l’architettura, con la moda e con l’arte in tutte le loro forme. Lavorare è un modo per progettare le nostre vite e per essere parte del mondo attorno a noi.

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02 Le interviste

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DM – Tramite il web. Ho visto alcune immagini dei poster che ha realizzato. Mi sono recentemente interessato molto al lavoro di AG Fronzoni grazie al ritratto che Nicola–Matteo Munari gli ha fatto sul suo sito designculture.it e grazie al sito agfronzoni.com curato da Sébastien Hayez. Assolutamente si, il suo modo di pensare al progetto mi influenza molto. Ricercare l’essenziale, essere radicale, pensare minimale e essere consapevole di una composizione forte e rigorosa – come l’eredità dello Stile Tipografico Internazionale Svizzero. Un’altra cosa importante per me –come il ben conosciuto “Design is one” di Massimo Vignelli– è che Angiolo Giuseppe Fronzoni ha lavorato senza confini nei diversi campi del design. Questo è il mio modo di vedere la progettazione. AWD – Tornando indietro nel tempo, avevo già sentito il nome di Fronzoni a scuola, forse durante un corso di storia dell’arte. Sinceramente non ho mai prestato più di tanta attenzione al suo lavoro perché ero ovviamente più concentrato su ciò che la grafica svizzera ha lasciato in eredità. Perché è proprio da questo paese che provengo, quindi sono stato ispirato maggiormente dagli anni ‘60 svizzeri e da alcuni designer come Josef Müller-Brockmann, Emil Ruder, Wolfang Weingart ecc. I quali avevano lo stesso approccio al progetto di Fronzoni.


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Credi che Fronzoni abbia mai avuto qualche influenza al di fuori dell’Italia? Chi è stato secondo te il miglior designer italiano di sempre? Chi è oggi?

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SH – Non avendo mai incontrato direttamente persone che erano in Italia quando lui era vivo e lavorando io in Francia, è molto difficile dirlo con precisione. Ma credo fosse ammirato dalla maggior parte dei designer italiani che erano in contatto con lui. Probabilmente ne ha però influenzati pochi di loro essendo la sua una filosofia molto personale. Quello che so è che Fronzoni ha lasciato un segno alla maggior parte delle persone che lo hanno incontrato. Fuori dall’Italia il suo nome è stato citato raramente. Io trovai alcuni libri dove si potevano vedere alcuni poster e pochissimi loghi. Forse il suo progetto più vivo è la sua collezione Serie 64 che fece per Cappellini. È molto difficile dire chi sia stato il miglior graphic designer italiano di sempre. Provo a fare un elenco di cinque nomi: 4

– Filippo Tommaso Marinetti

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– Bruno Munari

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– Enzo Mari – Franco Grignani – AG Fronzoni Tutti questi sono totalmente differenti e importanti. Inoltre ognuno di loro rappresenta un lato diverso della storia. Se dovessi scegliere i migliori di oggi direi Artiva Design. Il lavoro di Daniele De Batté e Davide Sossi è molto simile a quello di AG Fronzoni, forse con un senso poetico più freddo.

In realtà non conosco molti graphic designer italiani. Nonostante abbia svolto la sua carriera negli Stati Uniti, per me è stato Massimo Vignelli (1931–2014), lui è uno di quelli che mi hanno influenzato maggiormente.

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DM – Io penso di si. I lavori che ha fatto per Cappellini hanno influenzato anche il design di prodotto e di arredamento.

Tra l’altro, quando ero un libero professionista assieme a Base Design New York tre anni fa, trovai del materiale di Fronzoni al MoMA. Quindi direi che se si possono trovare dei lavori di Fronzoni in un posto del genere, è ovvio che la sua influenza si è estesa anche fuori dall’Italia. Difficile dire chi sia il migliore ma amo anche Massimo Vignelli. Quanto riguarda oggi non saprei, forse voi?

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AWD – Credo di si, il design funzionale e minimalista ha una grande influenza in campo internazionale! Ne abbiamo veramente bisogno, abbiamo bisogno di informazioni dirette, accurate e razionali.


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DM– 05 AWD

Spesso i lavori di Fronzoni erano fatti di solo testo. Nei tuoi progetti quanto consideri importante la tipografia?

DM – La tipografia è il centro del mio lavoro. La tipografia parla da sé. AWD – Io penso che la tipografia sia semplicemente uno strumento. Utilizzandola si può creare testo, informazioni e immagini. E come sempre “less is more”!

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Se dovessi scegliere un lavoro di Fronzoni, quale sceglieresti?

SH – Sono piuttosto innamorato della bomboniera che creò per il matrimonio di una delle sue figlie: un semplice blocco di plastica trasparente protetto con della carta bianca e con dentro un solo confetto. Sembra una scultura di Brancusi. Un altro lavoro che amo è il poster per A.G. Bertolio, composto da sette fogli di plastica trasparente. È una scultura, un pezzo di grafica e probabilmente il poster più sorprendente che abbia mai visto.

Manifesto ISA Monza – pag. 62 7

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Il Segno Urbano – pag. 80

DM – Il poster per l’Istituto Statale d’Arte di Monza del 1969. Mi piace questo manifesto perché ci vedo attraverso il lavoro di Sol LeWitt, mi fa pensare ai suoi cubi scomposti. Questo poster è stato progettato nella stessa epoca del minimalismo e dei pensatori dell’arte concettuale e ciò è molto interessante. AWD – Credo che sceglierei “Il Segno Urbano” che si può vedere nel nostro sito futurneue.cc. Mi piace per la sua audacia e la tensione che crea. Le due direzioni, in sù e in giù, si abbinano perfettamente il mio modo di progettare. Cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa funziona e cosa no, a volte creiamo cose fantastiche e altre volte dobbiamo affrontare problemi e brutte situazioni; ma è bello trovare soluzioni attraverso le restrizioni. Non so esattamente che cosa mi dica questo segno grafico. Mi piace anche perché SBB CFF FFS (la compagnia ferroviaria svizzera) usa un simbolo simile come logo, significa l’avanti–indietro, da un punto–a un altro ed è stato disegnato da Josef Müller-Brockmann nel 1972.


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Note. 1 Étapes Graphiques Rivista bimestrale francese di grafica e progettazione prodotta da éditions Pyramyd. Si occupa dal maggio 1994, di tutto ciò che è comunicazione visiva, sia stampata che multimediale. 2 designculture.it Sito creato da Nicola–Matteo Munari che raccoglie interviste, saggi e immagini di alcuni tra i più grandi designer. 3 Stile Tipografico Internazionale Detto anche Stile svizzero o Scuola svizzera, è uno stile grafico che si è sviluppato in Svizzera negli anni cinquanta e i cui punti cardinali sono la chiarezza, la leggibilità e l’obiettività, senza alcun accenno al decorativismo.

6 Enzo Mari Cerano, 1932 Designer italiano. Applicò alla sua produzione e i suoi studi personali sui temi della percezione e dell’aspetto sociale del design, alla sua funzione nella vita quotidiana e al ruolo del designer nel processo industriale. 7 Sol LeWitt Hartford, 1928 New York, 2007 Artista statunitense legato a vari movimenti tra cui l’arte concettuale e il minimalismo.

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5 Bruno Munari Milano, 1907 Milano, 1998 Artista e designer italiano. Ha spaziato in diversi campi dell’espressione visiva e non visiva con una ricerca sul tema del movimento, della luce e dello sviluppo della creatività e della fantasia nell’infanzia attraverso il gioco.

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4 Filippo Tommaso Marinetti Alessandria d’Egitto, 1876 Bellagio, 1944 Poeta, scrittore e drammaturgo italiano. È conosciuto soprattutto come il fondatore del movimento futurista.


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162 Book design for Samuel Williams

Dennis Moya

2014


Résau de Compétence Design & Arts Visuels

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Alex Dujet 2014

Cover book Jean–Philippe Jaworski

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2010

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Sébastien Hayez


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Incontro con gli ex allievi

Simone Ciotola

Clara Pozzetti

Graphic Designer Milano, Italia

Graphic Designer Milano, Italia

www.ciotolaepartners.it

www.clarapozzetti.com

Ester Manitto

Elisabetta Presotto

Imprenditrice Savona, Italia

Graphic Designer Milano, Italia

www.coreprogetti.com

www.epresotto.it

Foto di Simone Ciotola

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02 Le interviste

Interviste 2014


SC Sin da giovane volevo fare il grafico: ho fatto l’Istituto d’Arte a Napoli e ho studiato grafica quindi ho a che fare con questo mondo da quando avevo quattordici anni, adesso ne ho quarantasette. Dopo l’Istituto d’Arte mi sono iscritto sia alla facoltà d’architettura che a quella di sociologia ma non mi sono laureato in nessuna delle due perché ho sempre voluto seguire il mestiere. All’epoca (inizio anni ‘90, avrò avuto ventiquattro anni) non c’era un’offerta didattica così ampia sul mondo del design: c’erano sostanzialmente l’ISIA e le scuole private come lo IED e la Scuola Politecnica di Design. Il problema era che queste scuole non me le potevo permettere quindi cominciai a cercare. Allo studio fotografico di mio padre arrivò un opuscolo dove si parlava di vari corsi di design e comunicazione visiva tra i quali la Scuola Bottega di AG Fronzoni; era descritta in poche righe ma la cosa mi colpì, mi accese una lampadina in testa. Io leggevo molto Linea Grafica di Aldo Colonnetti, che è stata la rivista che ha dominato negli anni ‘80 nel panorama italiano del mondo della grafica e mi venne in mente un articolo di Mara Campana su questa Scuola Bottega così andai a ripescarlo. Mi colpì tutto di questa cosa ma all’epoca non c’era internet quindi andai a cercare nell’elenco telefonico di Milano il numero di Fronzoni. Chiamai l’abitazione privata e la moglie mi diede il numero dello studio; allo studio mi rispose una persona gentilissima in un modo completamente diverso da qualsiasi altro posto che avevo contattato fino a quel punto e capii subito che era un altro mondo. Questa persona, che successivamente scoprii poi essere Elisabetta Presotto, mi passò Fronzoni. Gentilissimo anche lui mi disse di essere molto contento per averlo chiamato e di andare a fargli visita portando con me il portfolio. Il corso durava tre anni: c’era un primo anno di avviamento alla progettazione, nel secondo anno si passava ad applicazioni un po’ più complesse nello spazio e poi, nel terzo anno (nel quale faceva soltanto un giorno alla settimana), si lavorava solamente su modelli tridimensionali quindi più sull’architettura. La filosofia di Fronzoni era quella della progettazione totale quindi non tanto quella di formare un progettista o un tecnico che progetta in un ambito specifico in una disciplina specifica, bensì quella di formare una figura umanistica; la sua era una bottega rinascimentale quindi “progettazione” era intesa nel senso più ampio. Fondamentalmente il mio incontro con Fronzoni è stato dettato da una cosa: dalla mia ricerca di una certa impostazione; io avevo letto tutto Munari, per me il design era quello, non sapevo ancora tanto di quello che era successo in Germania, tra il Bauhaus e la scuola di Ulm. Fronzoni per gli studenti faceva esattamente questo: ti prendeva e ti orientava in una direzione che era quella giusta, ti dava le informazioni, quelle informazioni che oggi quasi nessuno ti dà. EM La prima volta che sentii parlare di AG Fronzoni fu da un racconto di un’amica. Nel 1987 terminai gli studi artistici al liceo Niccolò Barabino a Genova, non avevo le idee chiare su cosa fare in seguito. Ero confusa, desideravo continuare a studiare, ma allo stesso tempo volevo frequentare una scuola dove si potesse apprendere intellettualmente, ma anche sviluppare e affinare la manualità. Provengo da una famiglia di artigiani, mio padre Angiolino è stato un imprenditore. Egli ha svolto

per tutta la vita, nella propria ditta, lo straordinario mestiere del tracciatore navale. La mia infanzia è costellata d’immagini meravigliose, nell’officina, col trascorrere del tempo, vedevo nascere da gigantesche lastre di ferro, imbarcazioni, turbine, parti di macchinari dalle forme inimmaginabili. La soddisfazione che provavo nel vedere il risultato del lavoro manuale ed intellettuale associati tra loro non aveva paragoni rispetto alle ore trascorse ad apprendere nozioni sui libri. Inoltre mia madre, che solo apparentemente faceva la casalinga, per tutta l’infanzia mi ha stimolato col suo operato. Teresa, infatti, dipinge, cuce, rammenda, ricama, usa l’uncinetto e gli aghi da lana, cucina e in pratica sa aggiustare tutto. Ricordo le giornate trascorse con lei, a osservarla mentre era intenta in queste attività, le davo una mano e apprendevo senza rendermene neppure conto. Imparavo soprattutto che le mani e la testa lavorano meglio insieme che separatamente. Inoltre trascorrevo molte ore nell’orto con mio zio e mio nonno, oppure in cucina con le mie due rispettive nonne. Nella mia infanzia, fortunatamente, tutto quello che mi circondava, era una sorta di laboratorio creativo di trasformazione delle materie. Una grande scuola bottega della quale, a 19 anni, cercavo un’espressione contemporanea e a me più consona. Quella fucina creativa la inseguii con il fiuto dei ventenni e la trovai quando mi recai nella Scuola Bottega di AG Fronzoni. La Scuola Bottega era il luogo che stavo cercando e che non potevo immaginare esistesse, sembrava pensata per venire incontro alle mie necessità. Del periodo della mia vita trascorso con AG Fronzoni ho scritto un libro dal titolo significativo: “A lezione con AG Fronzoni. Dalla didattica della progettazione alla didattica di uno stile di vita”. Conobbi AG Fronzoni nel 1987 quando frequentavo il corso professionale all’Istituto Professionale Ficiap ad Ovada (in provincia di Alessandria). Il corso prevedeva uno stage di un mese in uno studio di grafica, scelsi di frequentare la Scuola Bottega di AGF che a quel tempo aveva sede nel proprio alloggio di corso Magenta a Milano. Rimasi talmente entusiasta che feci carte false per continuare a frequentarla nei successivi tre anni. Mi iscrissi al corso dell’anno scolastico 1988–1989. Dopo poco tempo chiesi a Fronzoni se avessi potuto frequentare i due corsi contemporaneamente, cioè il primo e il secondo anno, egli accettò la mia richiesta anche per gli anni successivi (1989–1990 e 1990–1991). L’ultimo anno mi proposi come assistente e la mia richiesta fu accolta, quindi quell’anno svolsi il doppio ruolo di allieva e assistente. Durante il rinascimento fiorentino, andare “a bottega” significava frequentare un laboratorio di un “maestro” artista o artigiano per apprendere, “rubandogli” il mestiere. Fronzoni aveva tratto ispirazione da queste botteghe. Egli immaginò e fondò la propria bottega rendendola contemporanea. Egli considerava le scuole inadeguate sia per la scarsa qualità delle strutture architettoniche, degli spazi, dell’illuminazione, degli arredamenti, e superate per i contenuti dei programmi. Affermava che nelle scuole ci fossero insegnate in modo frammentario troppe materie. L’assegnazione dei voti non permetteva agli allievi di intendere il fine remoto dell’insegnamento, ovvero lo sviluppo della propria qualità di vita. Anzi, per AG Fronzoni i voti erano un limite assoluto per favorire l’apprendimento. Studiare in funzione dei voti un’aberrazione che tendeva ad intaccare gli allievi nella loro moralità “preparandoli” in modo forviante a diventare adulti capaci di furbizie e atteggiamenti non del tutto etici, l’insegnamento, così impostato, faceva si che i giovani invece di diventare artefici della loro esistenza fossero già predisposti ad una serie di compromessi e astuzie poco coerenti con il proprio sviluppo. La scuola di ieri e di oggi era ed è l’antitesi di quello che serve ai giovani

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02 Le interviste

COME HAI CONOSCIUTO LA SCUOLA BOTTEGA? QUALI ERANO LE ALTERNATIVE AD ESSA? RACCONTACI DI QUEGLI ANNI, CHE TIPO DI PERSONA ERA FRONZONI?

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale


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e parlo in generale. Un luogo di scambio di saperi e di energie, un luogo di sperimentazione di nuove prospettive, un laboratorio attivo innestato nel mondo del lavoro, un trampolino per le nuove generazioni che allo stesso tempo funge da appagamento per le generazioni precedenti le quali veicolando i propri saperi acquisiti nel tempo, rendono la propria vita pregna di contenuti davvero sostanziali ed inequivocabili. Perché il denaro può appagare il corpo ma mai l’anima. Il concetto di “scuola bottega” si è perduto quando l’artigianato è stato sopraffatto dalla produzione seriale: inoltre le scuole sono diventate un vero e proprio business, numericamente parlando una vera a propria industria. AG Fronzoni denunciava già negli anni ‘80 questo fatto, egli lo riteneva immorale perché, secondo lui, tutti gli esseri umani dovevano avere accesso alla cultura, all’istruzione e soprattutto alla progettazione. Purtroppo anche attualmente nessun professionista è incentivato ad aprire una scuola bottega. Personalmente, invece, ritengo che ad ogni scuola bottega aperta corrisponderebbe una qualità di energia positiva, impegno e ritorno economico sorprendente. La vera forza del nostro straordinario paese era l’artigianato di qualità: se si fosse alimentato questo settore avremmo avuto scuole botteghe attive, allievi pronti ad assorbire e maestri soddisfatti del loro ruolo. Questo credo sia possibile in tutti i settori, mi sento di poter affermare che questo darebbe un senso al percorso della vita più di qualsiasi altro surrogato. La bottega fungeva da passaggio successivo al nucleo familiare più stretto, era e potrebbe essere una sorta di estensione: la famiglia dà le connotazioni, la scuola bottega la maestria che poi si spende nel mondo. La maestria, una volta acquisita, può essere a sua volta veicolata, un vero e proprio processo di scambio generazionale, un significato esistenziale. CP Sono stata al fianco di AG Fronzoni in tutto per dieci anni. Lo conobbi il 29 settembre 1983 all’Istituto statale d’Arte di Monza. Avevo 14 anni e il destino volle che capitai nell’unica sezione femminile di tutta la scuola. Oggi posso dire con certezza che fu una grande fortuna perché incontrai un grande uomo. La materia più importante era Progettazione e l’insegnante era AG Fronzoni, così per 5 anni, due giorni a settimana, tutti i miei sensi assorbirono gli insegnamenti del maestro. Ero una spugna, coinvolta totalmente da questa persona fuori dal comune con cui da subito sentii di avere delle affinità anche se non sapevo identificarle ancora bene; mi divertivano le sue provocazioni perché le capivo, mi piaceva il suo modo di vestire, la sua eleganza, i suoi modi internazionali, la sua modernità, il suo modo di parlare, di arrivare al punto. Ricordo ancora la prima lezione. Faccio una premessa, l’ISA risiede nella Villa Reale di Monza, posto magnifico e decadente al tempo stesso: i banchi, sparsi nello spazio senza logica, erano spesso rotti, gli sgabelli anche, i muri sbrecciati, niente era coordinato. Fronzoni per le sue lezioni era riuscito ad ottenere un’aula nella parte ristrutturata della scuola chiamata Cavallerizza, dove un tempo ci tenevano appunto i cavalli. Nessuno si aspettava ciò che accadde durante quella prima lezione: entrò un uragano. Con passo svelto e deciso, entrò quest’uomo elegantissimo come un gentleman inglese, quotidiano piegato in modo da celarne la testata nella tasca del soprabito, raggiunse la postazione, ci salutò con un buongiorno e lì cominciò la rivoluzione. Racconterò la prima lezione con AG Fronzoni come se fosse un opera divisa in più atti perché credo così di trasmettere meglio il suo metodo unico al mondo, dove l’insegnamento era da leggere fra le righe, mai banale, intrigante.

1° Atto – Progettare lo spazio dell’apprendimento e del lavoro. Aprire le finestre per il ricambio d’aria, eliminare le barriere, via la cattedra, ci fece sistemare i banchi in file regolari nello spazio, ma ciò che più mi colpii era l’attenzione all’allineamento millimetrico fra un banco e l’altro, oltre ad essere un ottima ginnastica da fare di prima mattina come preparazione all’attenzione. Trovò in me subito una fan, io che sin da bambina allineavo le matite colorate a seconda dell’altezza e del colore. La lezione. Il fatto non affatto scontato che ci facesse prendere cura dello spazio e degli oggetti, che ci facesse imbiancare l’aula, che spostasse la cattedra, che unisse i banchi a gruppi di lavoro mi ha insegnato ad avere cura delle cose, dello spazio, degli oggetti e delle persone. 2° Atto La lettura del quotidiano. Finalmente in uno spazio ossigenato, più razionale e meno caotico che aveva messo in ordine anche il cervello si poteva passare alla seconda attività che ogni essere umano dovrebbe fare ogni mattina: informarsi. Faceva parte del suo programma la lettura del quotidiano che occupava circa una mezz’ora a cui seguiva un piccolo dibattito sulle notizie più importanti, altre volte erano le notizie a stimolare la lezione stessa. Ora, immaginatevi ventisette adolescenti che si trovano a fare una cosa probabilmente mai fatta prima, insieme, in rigoroso silenzio. Mi ricordo che riconobbi da subito un forte rispetto nei nostri confronti, un grande senso di responsabilità, ci stava trattando da adulti, mi sentii crescere all’istante, pensate alla potenza che può avere un gesto apparentemente così normale! La lezione. Ho imparato ad informarmi per essere sempre in grado di difendermi, di capire, di combattere, di reagire, di farmi valere. 3° Atto L’importanza del blocco per appunti. Nessun insegnante credo si sia mai preoccupato così tanto dell’importanza di fissare le parole e i pensieri su quello che diventò il più importante libro di testo e grazie al quale ancora oggi dopo 30 anni riesco a raccontare, progettare e vivere. Era obbligatorio avere sempre un blocco per gli appunti rigorosamente in formato A4, preferibilmente a fogli bianchi o a quadretti. Ma era la prima lezione con lui e tutti noi ci presentammo con quaderni e diari di tutte le fogge e formati come è normale che sia. Ricordo ancora questo aneddoto con estrema lucidità, immaginate la scena: noi tutti con improbabili e super colorati oggetti kitsch, Fronzoni prende di mira una compagna al primo banco, le prende il quaderno dove era raffigurata la pantera rosa, strappa la copertina ed esclama: “così è molto meglio! Non siete d’accordo?” Lacrime della compagna e qualche risata ma perlopiù alunne allibite! Certo era stato un gesto violento ma se approfondivi capivi dove stava la verità! Era una provocazione per farci ragionare con la nostra testa. La lezione. Ho imparato che su un supporto neutro la mente ragiona meglio, ho imparato il concetto di immagine coordinata, ho imparato a ragionare con la mia testa, ad essere critica, a fuggire dagli stereotipi, a scegliere e non essere assoggettata da tutto quello che il mercato mi propone. 4° Atto Provocazioni progettuali (tratte dal mio blocco per appunti. Monza, 29.09.1983) In Inghilterra tutti i cittadini maschi sono chiamati Signori (Mister) ed è stata emanata una legge che impone che ogni signorina ha il diritto di essere chiamata Signora.


La Scuola Bottega la conobbi direttamente tramite lui. Quando era mio insegnante alle superiori l’aveva già aperta in corso Magenta nella sua abitazione; solo in seguito si spostò in via Solferino nel suo studio. Finite le superiori mi posi il problema di quale percorso di studi seguire. Non scelsi nessun indirizzo universitario, quello che si avvicinava di più a quello che volevo era Architettura ma decisi di non iscrivermi perché mi sentivo più vicina al mondo del visual e della grafica. Scelsi così di frequentare il corso di tre anni di Fronzoni che mi dava anche la possibilità di continuare quello che avevo iniziato nei cinque precedenti. Dopo aver seguito la Scuola Bottega, al Politecnico di Milano aprirono il corso di Disegno Industriale e lo trovai molto vicino ai miei interessi e a quello che già avevo avviato con Fronzoni. Non sono mai stata, purtroppo o per fortuna, una progettista indirizzata ad una sola disciplina. Ho sempre lavorato a 360° sui progetti e penso che sia uno dei motivi

EP Conobbi Fronzoni nel settembre del 1983 all’Istituto Statale d’Arte di Monza, il primo giorno di scuola e fino al 1988 fui sua allieva lì. Conclusi gli studi all’Isa ho perseguito gli studi per tre anni alla Scuola Bottega in via Solferino. Doveva trattarsi di un corso di due anni, ma successivamente fu aggiunto un terzo anno focalizzato sull’Exhibition Design. Terminato il corso, su invito di Fronzoni iniziai a collaborare nello studio fino al 1994. Quando l’ho incontrato avevo solo 14 anni e credo ci sia stata una sostanziale differenza tra conoscerlo da adulti e conoscerlo da adolescenti, soprattutto perché quando l’ho incontrato aveva sessantacinque anni: il suo furore era decisamente maggiore rispetto agli ultimi anni della sua vita. Il primo incontro lo ricordo bene: eravamo una classe sole femminile, venticinque ragazze; era il primo giorno di scuola. Entrò in aula vestito completamente di bianco, con una maglia rigorosamente a manica lunga, la barba bianca e ci salutò con il “buongiorno”, scrutando ognuna di noi negli occhi. Fece l’appello e già da questo compresi come fosse “un tipo strano, curioso”. Ci spiegò che all’appello non si risponde in modo vario, “ci sono”, “eccomi”, “sì” ma semplicemente dicendo “presente”. A quell’età il bisogno di avere un’identità e di esprimersi è sempre molto forte e all’Isa quest’esigenza si avvertiva molto. Eravamo tutti piuttosto “colorati” e trasgressivi o meglio, pensavamo di esserlo, per esempio nel dipingere le pareti delle aule e lui ricordo che ci invitò, nel caso avessimo una tale pulsione, a farlo nelle nostre “culotte”. Restammo ammutolite. Fronzoni era sicuramente un insegnante particolare, fuori dal comune. Già il primo giorno di scuola ci invitò ad andare a vedere la mostra di Henri Cartier-Bresson al PAC e a stilare una relazione per la settimana successiva. Ricordo che ci disse: “chi non andrà a vedere questa mostra avrà due o zero nel quadrimestre”. La maggior parte di noi non aveva mai visto una mostra e abitando la maggior parte fuori Milano, non fu facile organizzarsi per andarci ma il timore era tale per cui andammo tutte a vederla e stilammo relazioni perfette. Ovviamente da quella volta in poi lui disse che ci avrebbe sempre solo suggerito cosa era meglio fare e non avrebbe mai più imposto nulla, nessun “devi andare” o “devi fare” ma “ti suggerisco di...”. In questo modo dimostrò la differenza che esiste tra imposizione e suggerimento, insegnamento fondamentale. Ovviamente i “suggerimenti” venivano seguiti da pochissime e infatti alla conclusione dei 5 anni solo poche di noi portarono a termine i progetti “suggeriti” e il portfolio ma Fronzoni ha sempre e comunque dato a tutte il 6 politico. Anzi, alla maturità diede a tutte 10, ma siccome la commissione si oppose dicendo che non era possibile dare questo voto a tutte, diede alla prima in ordine alfabetico 9 e a tutte le altre 10. Lui credeva che ognuna di noi avesse le stesse possibilità e potenzialità e non poteva essere lui a giudicare, non doveva essere lui a dare un valore alla persona, per lui l’impegno doveva essere totale e costante. Avendo quindi la possibilità di dare un voto da 0 a 10, decise per il massimo con nostra grande sorpresa e fu un grande regalo. Una delle tante cose straordinarie di Fronzoni era la capacità di coinvolgimento. Le sue lezioni richiamavano studenti da tutte le altre sezioni, arrivavano in classe nostra in religioso silenzio, bussavano e una volta entrati

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per cui Fronzoni mi sembrò subito compatibile con me. La Scuola Bottega era frequentata da tutti a qualsiasi livello, da giovanissimi allievi alle prime armi e inesperti a professionisti che già lavoravano. Non c’era una divisione di età, di esperienza, di mestieri o di competenze. Ci si trovava tutti ad apprendere cose indistintamente e indipendentemente dal lavoro o dal percorso di studi.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

La lezione. L’attenzione per la persona al primo posto, incominciare a progettare la propria identità prima ancora dell’oggetto. Scrivere “ROMA” tutto maiuscolo è un errore in quanto riminiscenza mussoliniana quindi fascista oltre ad essere visivamente difficoltosa rispetto alla lettura dal momento in cui l’occhio ha bisogno di leggere il ritmo. Quindi scrivere “Roma” maiuscolo–minuscolo è corretto. Scrivere “roma” tutto minuscolo è un errore grammaticale in quanto Roma è il nome di una città. La lezione. Avere spirito critico verso ogni cosa, rispettare le regole della lingua italiana, approfondire scientificamente prima di approcciarsi al progetto. Uni (Ente Italiano di Unificazione). Comprare la tabella dei formati delle carte e un foglio di carta bianco Fabriano formato A3 (297x420mm). I migliori fogli da disegno si chiamano Schoeller. Esercitazione. Disegnare sul foglio una griglia di dimensioni 10x10mm, fare o farsi fare una fotografia in primo piano del viso in bianco e nero e scrivere la data sul retro. Comprare un cartoncino nero e uno grigio di uguale spessore e tagliarli in tanti piccoli quadrati da 1x1cm ciascuno. Riprodurre sul foglio bianco la fotografia. Simmetria e asimmetria. Il punto statico è quello al centro dello spazio. Il punto dinamico è quello decentrato. La fotografia dovrà essere asimmetrica. Colore: 1. Colore naturale 2. Nero e bianco 3. Grigio Mai dipingere un materiale ma rispettarlo nel suo colore naturale. Quando si fosse costretti a dipingerlo si devono adoperare il bianco, il nero o il grigio. Il nero e il bianco sono i colori dell’uomo. Il nero e il bianco danno un’immagine di rigore, restituiscono un’immagine di intelligenza. L’uomo non deve copiare dalla natura, l’uomo deve essere sé stesso. Il colore naturale deve essere a tinta unita. Oggi, quando progetto la mia giornata penso alla lezione del 29.09.1983 Oggi, quando progetto un marchio penso alla lezione del 29.09.1983 Oggi, quando progetto un oggetto penso alla lezione del 29.09.1983 Oggi, quando progetto un allestimento penso alla lezione del 29.09.1983 Oggi, quando progetto un’architettura penso alla lezione del 29.09.1983


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seguivano le lezioni appoggiati alle pareti. Arrivavamo così a essere anche in trenta o quaranta in classe. A Fronzoni era stata conferita la cattedra per insegnare progettazione grafica ma in realtà ci parlava della vita, ci parlava di cibo, di biancheria per la casa, dei mezzi di trasporto, dell’ombrello o della bicicletta migliori, della moda per giungere alla progettazione. Era sorprendente come riuscisse a incantarci e a spiegarci il progetto parlando apparentemente d’altro. La nostra classe aveva lezione con lui il sabato nelle ultime ore, quando solitamente si è stanchi; di regola sarebbe dovuta finire alle 13, circa, ma la lezione spesso proseguiva anche oltre perché la maggior parte di noi era così affascinata da lui da fermarsi. Fronzoni, per esempio, ci spiegò la “prospettiva” in modo esemplare. Un giorno gli raccontammo delle difficoltà che avevamo nella comprensione della geometria, materia importantissima per la progettazione anche secondo lui, compresa tra quelle discipline che per un designer sono fondamentali. Ci portò al parco di Monza, dietro Villa Reale e dopo una lunga passeggiata ci disse di sdraiarci per terra sull’erba e di osservare. Noi ci guardammo un po’ perplesse e poi ci sdraiammo guardando in un punto preciso da lui indicato. Dopodiché ci fece alzare e proseguimmo la passeggiata. Raggiungemmo il retro della Villa, salimmo una scalinata, raggiungendo il punto più alto accessibile; ci fece riguardare lo stesso punto visto precedentemente da sdraiate e dopo averci fatto osservare ci disse: “questa è la prospettiva”. Fu una delle tante lezioni indimenticabili. Un’altra lezione divertentissima fu sul cibo. Fronzoni suggerì di portare determinati cibi, che appartengono alla tradizione e alla cultura italiana. Ci spiegò l’importanza della scelta di alcuni cibi piuttosto che altri motivando sempre ogni affermazione, nozioni che apparentemente non c’entravano nulla con il progetto ma, come lui ci ha insegnato, la vita è essa stessa un progetto a tutti gli effetti. “Un uomo deve progettare tutto nella propria vita, nulla è lasciato al caso e quanto più si progetta la vita tanto più si gode della vita stessa”. Affermazioni senza tempo. Era molto divertente vedere Fronzoni trasgredire alle “regole dell’insegnamento” e “concederci di trasgredire” difendendo il suo metodo anche di fronte ad altri insegnanti meno audaci. A volte partecipavano anche altri insegnanti alle lezioni e venivano invitati esattamente come i ragazzi ad accomodarsi dove possibile. Fronzoni ci permetteva anche di ascoltare la musica in classe, esigeva che comprassimo un quotidiano al giorno, un settimanale alla settimana e un mensile di settore al mese, voleva che ci informassimo continuamente. Diceva: “un buon progettista non è colui che disegna meglio ma quello che pensa meglio”. Quanto più si è informati, tanto più si riuscirà a progettare rendendo credibile il proprio progetto. Tutto ciò è vero ancora oggi, non ci vuole l’idea geniale ma un pensiero nuovo. Fronzoni è stato un autodidatta e lo ripeteva spessissimo invitandoci a fare ugualmente. Era l’unico insegnante all’ISA ad avere un’aula fissa. Non era lui ad andare dagli studenti ma loro ad andare da lui, cosa molto particolare. Era un’aula pulita, con le pareti bianche ed era l’unica a essere tale in tutto l’Istituto. Eravamo noi a mantenerla ordinata; ridipingemmo anche le pareti di bianco. Capitava che qualcuno accedesse all’aula oltraggiando il bianco e scrivendo sulle pareti o sui tavoli, facendo “l’alternativo”, come si divertiva a definire questi gesti Fronzoni, “questa scritta è stata fatta da una persona originale” ci diceva e così ci invitava a cancellarla. Le aule delle altre classi erano aule comuni, in cui non si respirava certo rigore e ordine e spesso i tavoli erano accatastati uno sull’altro; nella sua aula, invece, erano perfettamente allineati, 60 centimetri da un lato e 60 centimetri dall’altro,

distanze che Fronzoni ci invitata a mantenere prendendole addirittura con la riga. Chiaramente tutto quanto raccontato può essere lette come ossessione, soprattutto da un giovane, mentre oggi ricordando sorrido e mi rendo assolutamente conto del perché si comportasse così. Uno dei ricordi più emozionanti è riferito alla mostra del 1986 a Lione. Fronzoni ne aveva parlato a lezione dicendo quanto sarebbe stato bello se ci fossimo andati. Si può dire che ancora prima che terminasse la frase già c’eravamo mobilitati e organizzati. Eravamo in tre classi all’Istituto d’Arte a essere seguite da lui, noleggiammo un pullman e partimmo per Lione per tornare il giorno dopo. Dormimmo una notte fuori in ostello. Fronzoni non sapeva assolutamente niente quindi fu per lui una grande sorpresa. La nostra età massima era sedici o diciassette anni. Giunti a Lione, dopo una passeggiata per la città, tornammo sul pullman per cambiarci: ovviamente ognuno di noi si era organizzato per un cambio rigorosamente bianco, nero o grigio. Andammo così al nostro primo vernissage, proprio quello della mostra del maestro. Fu la prima occasione in cui incontrai Myrna Cohen, era terrorizzata dalla nostra presenza, dalla nostra vivacità e irriverenza che invece divertì molto Fronzoni. La mostra era perfetta, rigorosamente in bianco e nero finanche il catering sul quale noi adolescenti ci tuffammo con grande imbarazzo e disappunto da parte di Cohen e gioia di Fronzoni.

RICOSTRUIAMO LA FIGURA DI FRONZONI, SIA COME PERSONA CHE COME PROGETTISTA. QUALI ERANO I SUOI PUNTI DI RIFERIMENTO? ABBIAMO TROVATO ALCUNI SUOI VECCHI LAVORI: NON SI DIREBBERO MAI SUOI, COME SE A UN CERTO PUNTO DELLA SUA CARRIERA AVESSE AVUTO UN’ILLUMINAZIONE. IN EFFETTI ESISTONO DIVERSE LEGGENDE A PROPOSITO, VOI COSA SAPETE?

SC Quando si guarda Fronzoni è automatico che ci si chieda come è arrivato a quello che è. Io non so come avvenne questa sorta di “conversione”. So che lui è arrivato a una sintesi formale attraverso un percorso che riguarda la sua intera umanità; i primi lavori di Fronzoni erano più vicini all’idea di quell’epoca, più illustrativi. Ad esempio il marchio di Moreschi (pag. 104), la “M” fatta con due scarpe contrapposte, è una cosa quasi vignettistica ed è tipica di quell’epoca; ad esempio se si guarda Erberto Carboni (1) si può notare la somiglianza. Sono cose bellissime, certo, ma ben lontane dalla purezza e dalla sintesi estrema del Fronzoni che tutti conosciamo. Da un certo punto in poi lui abbandona tutto, addirittura i vestiti. Questa cosa certamente deriva da quelli che sono stati i suoi punti di riferimento che sono le grandi scuole del ‘900 quindi la Bauhaus, i movimenti d’avanguardia russi, ma anche la letteratura, la poesia, le arti figurative. Bisogna considerare che nella prima metà del ‘900 la figura dell’artista era una figura dell’artista totale, cioè che faceva tutto: Rodcenko era uno che progettava tutto, dall’architettura alla grafica, alla fotografia, aveva addirittura una divisa e Fronzoni seguiva, a modo suo, quella strada; prendeva queste grandi esperienze, le rielaborava e le faceva sue. Parlava anche tanto della scuola tedesca, di quella di Ulm e veramente tanto di quella svizzera; ma se si guarda la sua tipografia non ha nulla a che vedere con quell’esperienza, c’è semmai un riferimento ma i suoi lavori sono quadri, non è più grafica. Noi italiani trasgrediamo sempre e Fronzoni ci diceva proprio questa cosa qua: bisogna trasgredire, prima imparare le regole e poi trasgredirle. Ed era esattamente quello che lui faceva, lui le conosceva tantissimo le regole,


EM Si potrebbe cadere nel patetico dicendo che sono stati anni irripetibili, quei vent’anni conservano una forza e un’energia che forse nel tempo appaiono ancora più fulgidi della realtà che fu. 1987–1991, gli anni della “Milano da bere”, la Milano dell’edonismo sfrenato, la Milano ricca e operosa. Sembra passato un secolo da allora. Mentre Milano ostentava opulenza, AG Fronzoni, nella propria torre d’avorio, praticava e predicava concetti senza tempo che qualcuno ha definito minimalismo. Forse sbaglio, ma più che di minimalismo AG Fronzoni parlava di buon senso, di frugalità, di opposizione allo spreco, di qualità più che di quantità, di sobrietà, di qualità di vita, di spirito critico. Concetti che arrivano da lontano, ma che possono essere applicati nel presente, conservati e soprattutto proposti per il futuro. Egli sosteneva che il male peggiore dell’umanità fosse l’ingordigia, la mancanza di senso

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di sazietà, il desiderare voracemente cose materiali e denaro a dispetto della qualità della vita e delle sorti del nostro pianeta. In questa corsa folle determinata dall’insaziabilità umana, egli vedeva la metafora della nostra “civiltà” alla deriva. “Un’umanità così stupida non merita che di perire”. La formula per contrastare questo declino per AG Fronzoni era la cultura e il progetto, e col pretesto di insegnarci la progettazione bi e tridimensionale AG Fronzoni ci insegnava soprattutto a ragionare. Col famoso senno di poi posso dire che la mia permanenza “a bottega” è stata il mio battesimo laico, il passaggio all’età adulta, il viatico che alimenta ancora oggi la mia vita. La Scuola Bottega è stata l’esperienza più formativa che io abbia mai potuto immaginare. AG Fronzoni era una persona ironica, gioviale e simpaticissima, capace di vedere il mondo da un punto di vista assai speciale. Ogni sua parola era accuratamente scelta per stimolare almeno tre significati diversi. Aveva un’energia incredibile e, finché fu in salute, la sua curiosità fu inesauribile. Egli affermava di alzarsi all’alba, la domenica ancora prima: affermava “nessuno può rubarmi un giorno di festa”. La prima cosa che faceva al mattino era acquistare i quotidiani, leggerli e ritagliare gli articoli che potevano essere di nostro interesse. Arrivava alla Scuola Bottega che aveva già abbozzato la lezione che avrebbe tenuto a partire dalla lettura dei giornali. Gli articoli dei quotidiani erano certamente un ottimo avvio alla lezione che egli “teneva” a braccio. AG Fronzoni era una persona buona e corretta, ma allo stesso tempo capace di rabbie omeriche e furie memorabili specie quando si imbatteva in persone stupide o presuntuose. In questi casi egli “tirava fuori” il toscano che era in lui, ed era capace di farsi le sue ragioni lasciano dietro di se un silenzio tombale. Era capace di sopportare i nostri errori puerili pur facendoceli rimarcare, ma quando si arrabbiava, però, diventava un’altra persona. Fronzoni rappresenta ancora l’esempio di coerenza più fulgida. Oltre alla Bauhaus, alla scuola di Ulm, le quali influenze, diceva con rammarico, non avevano mai superato le Alpi, i suoi punti di riferimento erano intellettuali quali Don Milani, Maria Montessori e Adriano Olivetti (2). Per quest’ultimo nutriva una stima smisurata tanto da fargli affermare “sarebbero bastate cinque persone come lui in Italia e saremmo stati un paese strepitoso”. Inoltre Fronzoni aveva un ottimo rapporto con Munari, spesso ci portava nel suo studio e ci suggeriva di leggere tutti i suoi libri. Fu il contesto storico a formare la personalità di AG Fronzoni. Egli definiva le persone della sua generazione, ovvero quelle che avevano vissuto la seconda guerra mondiale e la ricostruzione, le generazione d’annata, come per descrivere un buon vino. La ricostruzione del dopoguerra, ed il furore che ne derivarono lo indussero, egli come molti altri, a mettere a disposizione la propria esistenza per la causa della rinascita di un’umanità fermamente decisa a non ripetere più quegli orrori vissuti. Pertanto egli decise di dedicarsi alla cultura come veicolo del sapere, inteso come riscatto e quindi come miglioramento della propria esistenza. Ci confidava che dopo aver ragionato a lungo decise di fare l’operatore culturale. Raccontava che, a un certo punto della propria vita, guardandosi allo specchio si chiese cosa volesse fare “da grande”. La risposta che si diede da solo fu “l’operatore culturale, il progettista”. Allora si guardò negli occhi riflessi allo specchio e si giurò che quella sarebbe stata la sua professione. Ci tengo particolarmente a sottolineare che AG Fronzoni fu un autodidatta. Egli Nacque nel 1923 a San Mommè in provincia di Pistoia. Studiò in collegio a Venezia. Dopo la fine della seconda guerra mondiale si trasferì a Brescia e fu in questo contesto che ebbe i suoi primi contatti diretti con l’ambiente

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era un uomo estremamente colto, imparava le cose e le usava a modo suo, a volte le violentava queste teorie, queste cose che ci raccontava e ci invitava a scoprire. Faceva una sua versione di tutto ed era unica e irripetibile. Ogni suo elaborato è un quadro, è tutto un lavoro di libera composizione. Lui diceva che bisognava progettare le gabbie ma poi lui non le utilizzava nel senso che una gabbia di riferimento c’era ma poi prendeva, spostava e cambiava. Se si guardano le regole della progettazione delle gabbie, tutto ciò che è spiegato in Grid System di Brockmann, ci si rende conto che nelle impaginazioni di Fronzoni queste non vengono rispettate. Anche il corpo del testo e la giustezza della colonna sono tutte “sbagliate” ma la sua idea di progetto aveva il primato su tutto il resto. Fronzoni è stato un fatto tutto italiano, non sarebbe potuto nascere in Germania o in Svizzera, è stato il frutto della cultura italiana nel senso che se si ripensa ai grandi personaggi italiani come Leonardo Da Vinci ci si rende conto che appartiene più a quella categoria di uomini, la stessa di D’Annunzio. Mi piace il paragone con D’annunzio: sono la stessa tipologia di persone ma rivoltati al contrario. D’Annunzio era un fior di scrittore, uno che sapeva usare la lingua italiana in un modo magistrale, era un inventore, un uomo di assoluta creatività. In Italia abbiamo avuto tutti una reazione antifascista viscerale, spesso abbiamo avuto la tendenza a buttare via il bambino con l’acqua sporca: ci siamo dimenticati di quante cose interessanti sono successe in quel periodo, di quanto è stata importante quella parte del ‘900 per la cultura italiana e per la cultura in generale. C’è gente che viene da tutto il mondo per vedere la Casa del Fascio a Como, uno dei più grandi capolavori dell’architettura razionalista, e non a caso fu uno dei primi posti che ci fece visitare Fronzoni. Lui tutte queste cose ce le raccontava, ci parlava molto di architettura, Mies van der Rohe era un altro dei suoi riferimenti. Aveva chiaramente dei progettisti che preferiva ad altri in ogni categoria ma era molto importante anche l’ambiente in cui lavorava: immaginiamo Milano negli anni ‘50–’60, erano in venti a fare questo lavoro, non in milioni come oggi. Quindi si parlavano tra di loro, si conoscevano tutti, si incontravano. Anche Giovanni Anceschi, che è forse il più importante tra gli intellettuali del design italiano, frequentava gente come Munari e Fontana. Oggi questo non esiste più, noi abbiamo avuto la fortuna di essere tra gli ultimi allievi di Fronzoni, forse abbiamo visto attraverso i suoi occhi la sua esperienza, un mondo che già non esisteva più negli anni ‘90 e che negli ultimi vent’anni è morto definitivamente. Credo che questa esperienza, questo rigore progettuale sia utile per qualsiasi cosa si progetti, è l’approccio con cui si fanno le cose che conta, la propria visione del mondo.


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dell’arte. A quel tempo egli lavorava al quotidiano l’Unità sia come giornalista che in tipografo. In seguito aprì il proprio studio di progettazione presso il suo alloggio. Egli era un lavoratore instancabile, lavorava giorno e notte ininterrottamente, con frenesia e determinazione. Un suo amico, Renato Birolli (3) sottolineava questa sua veemenza: “non capisco il tuo furore che tende ad annientare la vita”. Si dice che AG Fronzoni ad un certo punto della propria esistenza cambiò repentinamente come se avesse compreso dove fosse la sua strada. Forse fu il contatto con le correnti artistiche contemporanee e la poesia visiva, ma forse fu anche a causa della tubercolosi che lo colpì duramente in quegli anni, sta di fatto che iniziò il suo percorso che lo portò con coerenza a progettare a vivere senza soluzione di continuità. Professionalmente non ha mai fallito un colpo. La sua capacità di esprimere i propri ragionamenti che lo avevano portato a ciò che presentava era così forte che ogni progetto diventava inespugnabile. Acuto e garbato, eloquente e persuasivo: Fronzoni riusciva a persuadere tutti i suoi clienti coinvolgendoli e convincendoli. Uno dei più importanti fu Mario Nanni dell’azienda d’illuminotecnica Viabizzuno. Lui seguì fedelmente tutti i consigli di Fronzoni il quale progettò l’intera immagine coordinata dell’azienda che divenne poi leader nel proprio settore. Nel 2001 Nanni sponsorizzò la mostra personale di AG Fronzoni “Progettare voce del verbo amare” allo spazio Maria Calderara a Milano. Ogni occasione era buona per un’apertura intellettuale per un pretesto di crescita. Ricordo che, Paolo Savona, allora il direttore del Credito Industriale Sardo, gli chiese di progettare l’immagine coordinata per la Banca. Fronzoni decise di non fare lui il progetto, bensì di avviare una proposta culturale chiamando i migliori grafici d’Europa per partecipare al concorso per il progetto del marchio (pag. 172). Vinse Edo Smitshuijzen, al secondo posto Bob Noorda e al terzo Mimmo Castellano. Fu un successo straordinario non solo per il risultato tecnico e promozionale dell’iniziativa, ma per il valore dei partecipanti. CP Sembrava progettasse facendo tutt’altro. Diceva che non esiste differenza tra progetto e vita reale. Lo vedevi ascoltare musica jazz e stava progettando. Lo vedevi leggere o assorto a guardare fuori della finestra e stava progettando. Ovviamente c’erano momenti di progettazione concreta, ma la prima cosa che mi viene da dire è che sembrava non progettasse, che facesse altro. Quando arrivava il momento di entrare nel concreto del lavoro manteneva sempre l’attitudine di un bambino. Era presente la parte ludica, quella creativa e quella scientifica, di studio e di ricerca preliminare; la fase di layout era poi quella fondamentale. Alla sua scuola si apprendeva facendo e usava coinvolgerci molto nelle scelte per i suoi progetti. Ricordo che appendeva alle pareti i vari layout e da una distanza precisa ognuno di noi era invitato ad esprimere la propria visione. Attorno allo studio dei suoi progetti reali avveniva quindi la lezione. Ricerca, layout e progetto finale erano gli step fondamentali dell’iter progettuale di Fronzoni. Il tutto era molto veloce, perché aveva idee limpide e che centravano l’obbiettivo in modo sorprendente. La sua capacità di vedere immediatamente il risultato finale mi ha sempre stupito, anche perché un conto è arrivare velocemente ad un risultato banale, tutt’altra cosa è arrivare ad un risultato straordinario in tempi brevi. Non credo si trattasse di una capacità nata dall’esperienza, ma di un’attitudine innata in lui. Credo anche che per giungere a risultati simili ci debba essere stata in lui una sensibilità unica e peculiarità inimitabili. Ricordo molto bene il manifesto che Fronzoni

realizzò per Orskov, scultore danese, per la sua personale. Orskov chiese di non usare nessuna immagine dei suoi lavori, richiesta molto apprezzata da Fronzoni, che realizzò un manifesto a fondo nero usando solo la tipografia in bianco, lavorando con il lettering nello spazio per creare una forma tridimensionale che rendeva l’idea della scultura dell’artista. La capacità di Fronzoni di argomentare i suoi progetti e le sue ragioni con i clienti era straordinaria, li convinceva perché portava argomenti forti e sapeva far valere le proprie idee. Nonostante ciò era il primo ad ammettere che doveva combattere spesso per convincere i committenti, anche se ad osservarlo dall’esterno non sembrava affatto. Questa cosa aveva creato in me l’illusione che bastasse progettare e pensare in un certo modo per convincere il cliente, nonostante Fronzoni abbia cercato sempre di disilluderci a riguardo, ricordandoci quanto si dovesse lavorare per un buon progetto. Dunque anche ai tempi d’oro, quelli in cui lavorava, i problemi con la committenza ci sono sempre stati. I tempi sono cambiati ma il cliente illuminato è difficile da trovare oggi come allora. Fronzoni insegnava ai suoi allievi l’importanza del saper argomentare i propri progetti, cosa che comporta l’esserne totalmente convinti. Il suo era un grande insegnamento trasversale: difficilmente diretto, partiva da lontano per giungere infine al punto preciso dove lui, sin dall’inizio, sapeva di voler arrivare. Sembrava quasi che non avesse punti di riferimento o meglio, sembrava fosse lui stesso il punto di riferimento. Era autodidatta, ha iniziato giovanissimo a lavorare ed ha imparato facendo, tant’è che si può notare una differenza notevole tra i suoi primi lavori e quelli per cui si è fatto conoscere. La sua era un’attitudine innata. I suoi punti di riferimento erano i grandi pensatori e filosofi come ad esempio Gramsci, persone lontani dal mondo del design ma non da quello del progetto, dato che non dobbiamo mai dimenticare che per Fronzoni tutto era progetto. Non credo si possa comunque parlare di “conversione”, piuttosto di un cambiamento progressivo e naturale avvenuto in lui, il quale, in quanto autodidatta, era allenato ad imparare da solo, non aveva preconcetti ed era molto flessibile nel cambiare opinioni, stile e visione. Lui è partito non sapendo, come tutti noi, ed è proprio questo il suo bello: il valore ad un progettista, così come ad una qualsiasi persona, non si può attribuire partendo dai suoi risultati, ma guardandone la partenza e soprattutto il percorso intrapreso. Trovo meraviglioso il percorso di Fronzoni stesso e quello che ha fatto seguire a chi l’ha incontrato e a tutti i suoi allievi. Quanto più una persona parte da lontano, tanto più è ammirevole il risultato che riesce ad ottenere. Lui desiderava portare tutti allo stesso livello e ci riuscì perché, come amava ripeterci, siamo tutti potenziali costruttori, creativi e progettisti. Fronzoni aveva una coerenza progettuale fortissima ma allo stesso tempo, come ogni essere umano, presentava le sue incoerenze. Non rispettava sempre con rigidità i suoi insegnamenti, si concedeva le sue piccole follie, come il non voler andare in vacanza o il pentirsi di esserci andato. Fondamentale nella vita di tutti noi è la capacità di critica, di scegliere e di discernere, e lui ce lo ha insegnato bene. Fronzoni insegnava a vivere al meglio ogni cosa. Ad esempio andare a comprare la frutta prevede una scelta: innanzitutto si deve andare dal fruttivendolo più buono della città, quello piccolo, con prodotti più genuini. Una volta al banco bisogna sapere qual è la frutta e la verdura di stagione, per non comprare prodotti di scarsa qualità. Da questo, si arrivava poi a prendere coscienza di come realizzare un progetto ben fatto e funzionale ma prima, durante e dopo non si dovevano dimenticare altri passaggi e suggestioni fondamentali per la vita quotidiana.


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LA SCUOLA BOTTEGA ERA MOLTO ORIENTATA DAL PUNTO DI VISTA PERSONALE DI FRONZONI. UOMO DECISO E RIGOROSO, DISPENSAVA REGOLE DI PROGETTAZIONE: NON VI SIETE MAI SENTITI LIMITATI DAI SUOI RIGIDI INSEGNAMENTI? MOLTI HANNO FATTO L’ERRORE DI IMITARE IL SUO STILE. VOI COME AVETE TROVATO LA VOSTRA STRADA? COSA AVETE FATTO UNA VOLTA TERMINATA L’ESPERIENZA?

SC Tutti i piccoli Fronzoni che sono venuti fuori sono roba da cestinare immediatamente. Era certamente un rischio, lo dicevano in molti e lo dicono tutt’ora. Io sono stato lì ma ho fatto le mie scelte e ho seguito la mia strada. La lezione fronzoniana mi è comunque stata fondamentale quindi certamente ho subito l’influenza del suo lavoro: senza Fronzoni io non sarei andato proprio da nessuna parte. Io non mi sono mai sentito limitato da lui. Questa cosa l’ho sentita dire tante volte ma secondo me non è così, nel mio caso c’è stato un rapporto sicuramente intenso, lui era un uomo travolgente ma magari ce ne fossero altre di persone così. Semplicemente Fronzoni aveva delle idee molto chiare e precise e le raccontava in maniera estremamente suggestiva. Se lo sentivi parlare ti conquistava con un fascino che era quello dell’intelligenza, ogni cosa era molto meditata e anche sofferta perché vivere in quel modo non doveva essere semplice. Poi per me la scuola tedesca rimaneva il punto di riferimento principale infatti al secondo anno gli dissi che sarei andato in Germania perché ritenevo quella la “scuola” per eccellenza nonostante a me Fronzoni abbia dato tutto. Quando sono uscito dalla bottega la mia scelta come docente è stata, inizialmente, per limiti miei, una scelta pseudo–fronzoniana nel senso che ho cominciato a fare didattica alla Fronzoni ma senza essere Fronzoni e questo è un grosso limite, soprattutto quando si è ancora molto giovani. Per un po’ ha funzionato perché insegnavo a venti persone, però a un certo punto mi hanno chiamato all’università e la cosa è cambiata perché me ne sono ritrovate davanti ottanta in un corso di cinquanta ore durante le quali avrei dovuto insegnare gli elementi base della comunicazione visiva. A quel punto ho lasciato completamente Fronzoni e mi sono dedicato a un progetto didattico sul basic design che poi ho utilizzato per dieci anni. EM Quando decisi di trasferirmi a Londra e lasciai la Scuola Bottega, compresi che il mondo “là fuori” non era semplice. E non fu neppure semplice trovare la mia strada. Certamente per un periodo mi sono sentita

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EP Fronzoni affermava che “il bambino nasce progettista”, la creatività è presente in ognuno sin da piccoli e va solo alimentata. In effetti i bambini tra le prime cose che fanno quando giocano è quella di cercare di costruirsi una capanna, il proprio spazio, la propria autonomia. In quel momento stanno facendo un lavoro di architettura, non lo sanno, non ne sono consapevoli ma lo stanno facendo, stanno progettando. Per tutto il periodo in cui sono stata a lavorare in studio ho osservato Fronzoni durante lo svolgimento dei progetti. Avevo ovviamente un ruolo marginale seppur importante; lo guardavo e osservavo, prendevo appunti e lui diceva che dovevo imparare a “rubargli il mestiere”. Si confrontava con Cohen ma chiedeva anche a me cosa ne pensassi e così faceva anche con gli allievi. Due progetti che mi impegnarono e appassionarono durante quel periodo, furono nel 1992, quello per la mostra “Trentanove poster” (pag. 100) che si tenne presso la sede AIAP di Milano e quello per la mostra personale del 1993 alla Reinhold Brown Gallery di New York, ambedue curate da Franco Achilli e Mario Piazza. Fronzoni lavorava con gran metodo e ricercava scrupolosamente, spesso realizzava piccoli e perfetti modelli in scala che poi, una volta illustrati e spiegati a Cohen, venivano sviluppati nel giusto formato. Questo modo di operare mi rendo conto di applicarlo anche io tutt’oggi. Ho sempre bisogno di vedere la totalità del progetto così come mi ha insegnato a fare Fronzoni che lavorava nel piccolo avendo il controllo del tutto. Lui faceva molta ricerca per portare a compimento i lavori, chiaramente era una ricerca volta alla sottrazione, all’essenza. Oggi trovo che sia molto più faticoso riuscire ad operare in tal senso, per via di una committenza sicuramente meno illuminata. Alle spalle del tavolo di Fronzoni, l’unico in ordine in tutto lo studio, fissata alla parete c’era una striscia adesiva dove si attaccavano e si osservavano i progetti. I manifesti, per esempio, dove gli elementi erano mobili, pezzi di carta ritagliati o fotocopie che lui spostava e impaginava. Non ebbe mai un buon rapporto con il computer lo guardava con molta diffidenza e in studio fu bandito fino agli ultimissimi anni; si continuava a lavorare a mano, al massimo si potevano fare le fotocopie a testi composti con i caratteri trasferibili o disegnati a mano con l’uso del tiralinee e della tempera tedesca Tamma, nera e completamente opaca. Si facevano fotocopie, ingrandimenti e riduzioni, finché non era soddisfatto del risultato. A Cohen spettava portare a compimento il progetto. La cura dei particolari, l’attenzione e la qualità ottenuta, ritengo che siano il frutto di un attentissimo e scrupoloso lavoro svolto in ogni fase, fino alla supervisione durante la produzione, con il trascorrere del tempo sempre più delegata a lei. Fronzoni era sempre aggiornato su tutto, leggeva e studiava moltissimo. Più conosceva e più voleva conoscere e ovviamente era fondamentale per progettare ed essere credibile. Ho visto persone uscire dal suo studio felici ed emozionate per il lavoro che lui stava facendo per loro, non lasciava nessuna domanda inevasa e l’interlocutore attento restava affascinato. L’aspetto economico dei progetti per Fronzoni è sempre stato poco importante: se un cliente chiedeva il prezzo per un determinato lavoro, lui rispondeva che non avrebbe parlato di certe cose ma solo di progetto;

per il lato economico c’era la sua assistente. In ogni caso era noto che chiedesse sempre i minimali dei tariffari, malgrado la sua chiara fama. Fronzoni rifiutava il concetto di proprietà privata, di possesso, di denaro. Era sempre elegantissimo con i suoi tre maglioni, tre pantaloni, tre paia di scarpe. Non faceva acquisti spesso e preferiva fare un solo acquisto che potesse durare nel tempo, dunque spendere e investire in un prodotto di qualità. Era sempre impeccabile e perfettamente neutro, diceva che ciò lo metteva nella condizione ideale per stare e parlare con chiunque: con il presidente della Repubblica oppure con l’uomo della strada faceva lo stesso tipo di battute, usava la stessa ironia. Era una persona coltissima, ma allo stesso tempo semplice, aveva sempre il Devoto-Oli di fronte a se e ogni volta che leggeva una parola nuova su un giornale o un libro, andava a cercarne il significato, oppure lo faceva fare a me.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

La frase di Fronzoni che ha fatto tanto scalpore, “la mia ambizione non è progettare un manifesto, è progettare uomini”, è stata fraintesa. Basta conoscerlo anche un minimo per capire che lui stava facendo riferimento ad uno dei suoi grandi insegnamenti, ovvero che la vita stessa è progetto.


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Sopra:

A fianco:

Libro Marchio progetti Proposte per il Credito industriale sardo AG Fronzoni

Dettaglio poster con loghi e nomi dei partecipanti*

1989

1989

*Nel fronte sono visibili i loghi e nel retro i nomi degli autori corrispondenti. La fotografia è stata scattata in controluce in modo da poter vedere entrambi, quindi i loghi sono riflessi orizzontalmente.


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ingabbiata in una sorta di stile che era di AG Fronzoni, ma che non mi apparteneva del tutto. Ho dovuto coniugare le mie esperienze per identificarmi. Ho dovuto trovare il filo conduttore nella mia esistenza. Non ho mai rinnegato l’insegnamento di Fronzoni, anzi, ho imparato a trarre da esso la sostanza e a farlo divenire essenza vitale e costante senza per questo sentirmi schiacciata dai suoi insegnamenti. CP La Scuola Bottega non era orientata dal punto di vista strettamente personale di Fronzoni: se fosse stato realmente così, io credo che non avrebbe invitato tutti quei grandi professionisti a insegnarci qualcosa. Credo che una persona egocentrica che vuole avere il massimo controllo della propria scuola vorrebbe essere l’unico ad insegnare, invece Fronzoni ha sempre chiamato insegnanti più disparati con opinioni sempre diverse. Io non ho trovato una scuola orientata dal suo punto di vista, anzi, ho sperimentato un’apertura mentale grandiosa. Le idee diverse non venivano represse, si argomentavano. Fronzoni ti spingeva a informarti, ad andare a visitare mostre, a conoscere punti di vista diversi dai tuoi per non dimenticare quanto sia importante confrontarsi con chi la pensa diversamente da te, per sviluppare uno spirito critico, fondamentale per un progettista. Fronzoni si può dire fosse fintamente autoritario e volutamente provocatorio. Dispensava regole di progettazione ma, al contrario di molti, forniva sempre le motivazioni. Trovare qualcuno che oltre a dirti di fare una cosa, ti spiega anche il perché, è molto raro in ambito scolastico. Lui amava insegnare ed era curiosissimo, con lui c’era la possibilità di scambiarsi opinioni e di influenzarsi, contaminandosi a vicenda. Devo ammettere però che come ogni giovane progettista in crescita, ho sentito a un certo punto il bisogno di fare un’esperienza diversa. L’ho conosciuto quando avevo quattordici anni, è stato un imprinting straordinario, ma dopo dieci anni ho ovviamente sentito la necessità di conoscere realtà altre. Ho voluto sperimentare e provare quanto più di diverso esisteva rispetto alla mia esperienza con Fronzoni, quindi ho intrapreso esperienze lavorative diametralmente opposte al suo stile, per trarre una conclusione e trovare poi un equilibrio mio personale che è l’essenza della vita dell’essere umano e lo si trova sperimentando per opposti. È stato così che ho trovato il mio stile, che non è quello di Fronzoni o di altri, ma è il mio. Sono consapevole del fatto che in alcuni miei lavori si possa scorgere qualcosa di Fronzoni, ma si tratta sempre di elementi rivisitati secondo il mio punto di vista personale, di rimandi al suo lavoro che ho fatto miei e rielaborato, senza tentare mai di copiarlo. Uscita dalla Scuola Bottega mi sono iscritta all’università al corso di Design Industriale del Politecnico di Milano, nel 1993. Fronzoni non era molto d’accordo ma io sono felice di averlo fatto. Studiavo e lavoravo come progettista contemporaneamente e sicuramente, grazie all’esperienza precedente, ho vissuto di rendita per i primi tre anni. Il quarto anno sono andata in Erasmus in Norvegia, esperienza meravigliosa, e il quinto sono tornata per laurearmi. Ho sempre lavorato come freelance e consulente e, anche se è dura, sarebbe più difficile per me timbrare il cartellino. La libertà è impagabile e anche di fronte a certi stipendi pazzeschi offerti dalle grandi aziende, preferirei la mia indipendenza. Ovviamente per progettare mi baso sugli insegnamenti di Fronzoni ma senza clonarlo, anche perché sarei solo una brutta copia del maestro. La coerenza tra ciò che ti richiede la committenza, come il dare visibilità ad un’azienda tramite l’immagine coordinata, e la capacità del

segno di arrivare al risultato, prevede un percorso e un iter progettuale. Il metodo, così come l’ha trasmesso Fronzoni, è uno strumento straordinario, capace di risolvere tantissimi problemi durante un progetto. Sono d’accordo con Renzo Piano quando dice che i limiti in architettura sono fantastici. Se proviamo ad immaginare di non averne, ci rendiamo conto che possiamo fare tutto e niente, sarebbe arte e già non saprei come muovermi. Adoro avere una committenza, mentre alcuni miei colleghi che hanno avuto una formazione diversa inorridiscono di fronte ad un brief, perché lo vedono come una gabbia. Invece io trovo bellissima anche l’idea di gabbia, di limite, il quadrato e l’area entro il quale stare dentro, è fondamentale, perché altrimenti tutto e niente vale e potresti progettare all’infinito senza trovare mai una conclusione. Io quindi chiedo sempre ai miei committenti di essere il più precisi possibile nelle richieste che mi fanno e se non hanno le idee chiare trovo stimolante fare un percorso insieme. EP Fronzoni, dotato di grande carisma, era capace di coinvolgere dai più ai meno giovani; pur ritenendomi fortunatissima nell’aver potuto trascorrere tanto tempo con lui, credo che averlo conosciuto in età adolescenziale sia stato faticoso. Da così giovani non si ha sempre la capacità di capire, elaborare e ponderare, predomina l’istinto, l’emotività. Fronzoni, per il suo modo d’essere e di insegnare, generò delle fratture all’interno della nostra classe. Nel mio caso, quando l’ho conosciuto, l’ho immediatamente visto come una figura curiosa e percepivo che, seppur “strano” ed estremamente diverso da ogni altro insegnante, mi stava davvero insegnando qualcosa che andava al di là dell’insegnamento canonico. C’era invece chi viveva la sua presenza come una costrizione. Fronzoni ci provocava costantemente, questo l’ha fatto fino all’ultimo giorno. La provocazione intesa come stimolo, come gesto d’affetto, tendeva spesso a dire “ti provoco perché ti voglio bene”. Le sue provocazioni, l’ironia, forse proprio per la giovane età, erano a volte vissute come imposizioni, probabilmente perché la spiegazione di tanti suoi suggerimenti giungeva dopo, o tramite l’esperienza; non a caso una delle altre cose che ci ripeteva costantemente era la frase di Munari “se ascolto dimentico, se guardo imparo, se faccio capisco”. Spesso ciò che diceva era funzionale a qualcos’altro ma era difficile individuarlo. Dunque la frattura con la classe nacque con quel gruppo di persone che erano contro il suo metodo di approccio. Da ragazzina c’è stato un momento in cui mi ritrovai a pensare per ogni cosa che facevo se Fronzoni l’avrebbe approvata o disapprovata: se una cosa fosse giusta e sbagliata passava anche attraverso il suo possibile giudizio. Un giorno tornai a casa, presi tutti il miei abiti e iniziai a selezionare e a riordinare il mio armadio in modo scientifico. Iniziai a truccarmi sempre meno, a chiedere libri in regalo e a scegliere ogni cosa con maggior razionalità. Anche per i miei genitori è stato difficile capire questo cambiamento e capire fin dove il ruolo di Fronzoni si stesse spingendo. Un maestro difficile da poter sostenere. Fronzoni purtroppo si ammalò durante gli ultimi anni di Istituto d’Arte. Ricordo in particolare il 1988, l’ultimo anno all’ISA quando ebbe diversi problemi di salute e non poté insegnare; a me mancò tantissimo. Sentivo come una voragine, un vuoto, la persona che ci aveva accompagnate per quattro anni che per me e molte di noi era il riferimento, ci aveva “abbandonate”. Tornò a scuola prima degli esami di maturità e ricordo che io mi arrabbiai tantissimo con lui: mi alzai in piedi in classe e urlai: “tra di noi si è spezzato il feeling!”. Lui mi prese in giro tantissimo per questa frase da ragazzina quale ero. Non avrei mai immaginato di dirlo ma


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domenica sarei partita e così fu. Iniziò così la mia collaborazione con lui che durò circa un anno. Fronzoni era felice che io avessi colto al volo l’occasione e da Parigi gli mandavo spesso fax in cui raccontavo ciò che facevo e lui, fiero che io stessi facendo quell’esperienza, li leggeva ai suoi allievi. L’esperienza da Baur fu interessantissima. Fui coinvolta in progetti interessantissimi, tra i quali quello di segnaletica degli archivi del Louvre, il concorso per l’immagine coordinata della Bibliothèque Nationale de France e l’immagine coordinata per la Cité Internationale de Lyon. Prima di lasciare Parigi incontrai i maggiori grafici e designer di allora tra i quali Jean Widmer e Philippe Apeloig. Appena tornata a Milano, Widmer mi contattò per andare a lavorare da lui, così senza farmelo dire due volte, presi l’aereo e tornai a Parigi. Il posto di lavoro purtroppo non c’era veramente e Widmer mi mise in stand by. Aspettai per un po’ di tempo a lì ma presto diventò insostenibile la spesa economica così tornai nuovamente in Italia. Tornata a Milano mi misi subito a cercare degli studi con i quali collaborare, decisa a fare la freelance. Una mattina andai ovviamente a trovare Fronzoni e gli chiesi di consigliarmi quali fossero i migliori grafici ai quali rivolgermi per cercare lavoro. Lui mi consigliò, tra gli altri, Italo Lupi (5) e lo chiamò personalmente per fissare un colloquio per l’indomani; Lupi, anche se non cercava assistenti o collaboratori in quel momento, accolse la proposta per conoscermi comunque perché Fronzoni alla domanda: “com’è questa allieva”, rispose: “e un’entusiasta ed è fedele”. Il pomeriggio, mentre ero a casa intenta a preparare il portfolio al meglio per l’incontro, squillò il telefono. Risposi dicendo “pronto chi parla?”, come ci aveva insegnato a fare Fronzoni e dall’altro capo sentii rispondere: “sono Bob Noorda”. Io, un po’ sfacciata, senza pensare nemmeno per un istante che potesse essere vero, risposi: “e io sono Babbo Natale!”. Lui incredulo ripeté di essere Bob Noorda e che cercava Elisabetta Presotto. Noorda, amico di Lupi, infatti, lo aveva contatto perché a sua volta alla ricerca di un nuovo assistente. Così non incontrai Lupi e il colloquio lo feci da Bob Noorda. Guardò il mio portfolio, parlammo in generale di progettazione e alla fine del colloquio mi disse che entro una settimana avrei dovuto portargli un progetto e che a seconda di come avrei svolto il “lavoro” avrebbe preso una decisione. Fu così che la settimana successiva iniziai a lavorare al progetto grafico per la XIX Esposizione Internazionale della Triennale di Milano ”Identità e differenze” e da lì in poi seguii con Noorda i progetti di Unimark International fino al 1998. Lui era un grande professionista, una persona molto divertente e fu molto piacevole lavorare con lui: sapeva riconoscere e valorizzare le potenzialità delle persone. PARAGONIAMO FRONZONI AGLI ALTRI GRAFICI SUOI CONTEMPORANEI.

SC Io mi sono avvicinato alla grafica grazie a Bob Noorda e Massimo Vignelli, tutta la mia generazione in quell’epoca guardava i grandi progetti della Unimark. Progetti di segnaletica come quelli della metropolitana di New York e quella di Milano sono progetti che oggi in Italia non si vedono più. Ma Fronzoni era fuori da questo tipo di circuito legato ai grandi studi, lui aveva il suo piccolo studio e lavorava su una diversa tipologia di progetti e in modo diverso. Le mie esperienze, prima da studente e poi da professionista ma anche da professore, mi hanno insegnato che chi non pratica questo mestiere o non lo fa bene, non è in grado di insegnarlo e su questo non ci sono dubbi. Noi italiani abbiamo una lunga tradizione su questa incoerenza, su questa mancata continuità tra le parole e i fatti. Ad

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fu qualcosa di viscerale. Lui probabilmente aveva capito quanto, in alcune di noi e sicuramente in me, avesse creato un lutto la sua assenza. La mia preoccupazione non era legata al fatto che lui stesse male ma al fatto che mi avesse abbandonata ed ero furiosa per questo. Il mio pensiero era quello che ci avesse lasciato quando avevamo bisogno di lui: eravamo in quinta, ci aveva sostenuto e insegnato ad andare contro certe regole per poi lasciarci da sole. Ricordo che quel giorno mi disse che aveva bisogno di un passaggio per tornare in studio a Milano, i viaggi in treno iniziavano ad affaticarlo e mi chiese di trovarlo. L’insegnante di disegno esecutivo si rese disponibile per accompagnarci a Milano e Fronzoni, per tutto il tragitto, parlò con lei dicendole “oggi un’allieva mi ha detto che si è spezzato il feeling” prendendomi in giro. Aveva però colto quanta sofferenza ci fosse in quella mia frase e mi dedicò la sua attenzione spiegandomi le ragioni per cui aveva dovuto compiere quella scelta. Dopo l’Istituto d’Arte ho continuato a studiare con Fronzoni alla Scuola Bottega. Tre giorni alla settimana mi alzavo la mattina presto per andare a lavorare e potermi permettere di continuare a studiare con lui. Le lezioni alla Scuola Bottega si svolgevano per due giorni consecutivi alla settimana. Erano organizzate in modo che mezza giornata fosse dedicata all’insegnamento del maestro e mezza giornata alla parte pratica. Fronzoni aveva molti amici artisti ed era molto stimato dai professionisti che invitava in studio a farci lezioni e racconti. Ricordo tra i tanti Arno Hammacher, la visita a casa di Bruno Munari e Gianni Berengo Gardin, gli incontri con Armando Testa e Leonardo Mosso. Mi ritengo privilegiata per avere potuto trascorrere con lui così tanto tempo. Durante il terzo anno iniziai a frequentare lo studio sempre più spesso finché non divenne un impegno quotidiano. A un certo punto della mia vita, però, dopo aver studiato e lavorato in studio con lui per tre anni, sentii il bisogno di allontanarmi e fare una nuova esperienza. Lavoravo allo studio Fronzoni dal lunedì alla domenica. Non a torto, mi ha insegnato che quando si “sceglie” di fare un mestiere ci si deve dedicare tutto il tempo possibile. Allora abitavo con i miei genitori, fuori Milano e prendevo il treno tutte le mattine, arrivavo in studio da lui e tornavo a casa la sera, così anche il sabato e la domenica. Ero arrivata al punto di vivere quasi con il senso di colpa se non mi presentavo in un giorno. Nonostante avessi un buon motivo e avessi avvisato Cohen della mia assenza, Fronzoni spesso mi telefonava a casa per sapere dove fossi e perché non fossi in studio da lui. A un certo punto mi resi conto di essere troppo coinvolta e che avevo bisogno di staccare. Se ripenso alla mia esperienza credo che la scelta migliore per me sarebbe stata, dopo i cinque anni all’Istituto d’Arte, di allontanarmi da Fronzoni, fare un’altra esperienza e solo in seguito tornare da lui. All’epoca, cocciutissima, non volli sentire ragioni e decisi di andare subito nel suo studio. Colsi l’occasione il giorno in cui Ruedi Baur venne a Milano per una conferenza e poi in studio da noi. Fronzoni portò gli allievi a seguire il convegno –se non ricordo male– all’Istituto Europeo di Design (4) e anche io fui invitata ad andare. Era un mercoledì di primavera del 1994; una volta terminata la conferenza, Baur venne con noi in studio. Il suo lavoro mi affascinava tantissimo e Fronzoni, sapendo di questo mio interesse, mi invitò a pranzo con loro. Io ero imbarazzatissima, felice ed emozionata. Tornati in studio feci vedere il mio portfolio a Ruedi Baur e gli dissi che volevo andare a lavorare da lui: accettò. Mi disse: “va bene, perfetto. Oggi è mercoledì, lunedì mattina vieni in studio da me a Parigi, alle 9 ti aspetto”. Io andai a casa e annunciai ai miei genitori che la


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esempio Albe Steiner (6) è stato un grande progettista, pensi a lui e dici “bellissimo”, poi guardi i suoi lavori e ti dici “ma davvero questo è coèvo di Müller-Brockmann?” e ci rimani male. Io sinceramente ho consigliato a tanti miei studenti di andare via, ai migliori soprattutto, a quelli più motivati, più interessati. Gli ho detto di prendere in considerazione almeno un’esperienza all’estero, in posti come Svizzera, Olanda o Germania. Tutto quello che viene trascurato nella didattica italiana è tutta la parte che riguarda il basic design; magari ci sono dei corsi che si chiamano così ma non sanno neanche loro cos’è. Il basic design è una cosa che assomiglia molto all’arte concreta, all’arte programmata, è un’esperienza di progettazione e di configurazione di forme, è la scuola tedesca, l’eredità di Ulm e di signori come Giovanni Anceschi. Facendo il docente per anni mi sono reso conto che gli studenti, anche quelli che hanno già fatto corsi o già laureati, non ne sanno assolutamente niente. Nessuna scuola italiana di design della comunicazione ha un disciplinare metodologico: se incontri cento grafici italiani diversi avrai cento pensieri diversi. Anche se in realtà cento grafici bravi italiani non ci sono, ce ne saranno dieci, forse qualche giovane. Dove sono gli importanti designer italiani? Insegnare significa avere un metodo che prescinde dalle proprie elucubrazioni, è una cosa scientifica che si basa quindi su un approccio scientifico alla disciplina ma in Italia questa cosa non esiste. Bisognerebbe basare l’insegnamento sui presupposti che riguardano la realtà fisica e poi la percezione; la tipografia è una cosa che viene molto dopo. Prima ancora c’è il colore, la forma, l’orientamento nello spazio, la composizione, tutte cose che qua non vengono insegnate o vengono insegnate male. La tipografia, oggi, in assenza di una scuola di metodo, è un facile escamotage perché permette a una marea di ignoranti incompetenti di farla facile. Io ho visto questa gentaglia invadere le scuole ed è tutta gente che crea danni perché sta rovinando generazioni e generazioni di giovani grafici che non impareranno quasi niente da queste esperienze. Adesso c’è la moda della tipografia e non si fa nient’altro, oggi sembra che se non disegni un carattere tipografico non puoi fare il grafico ma non è vero. Io faccio il graphic designer e una sola volta ho rielaborato un carattere per conto dello Studio Cerri (7): facemmo un lavoro sul Bodoni perché stavamo lavorando sull’immagine coordinata di Valextra. In quel caso c’era una richiesta specifica e lo facemmo, fu un processo di creazione e rielaborazione anche molto interessante ma è un lavoro a parte. È un lavoro, quello del type designer, molto specialistico; il graphic designer deve coordinare una serie di artefatti tra cui la tipografia ma può anche non esserci affatto, c’è una serie di cose di cui si può fare a meno. Fronzoni aveva un’idea molto precisa a riguardo: diceva, come alcuni designer della sua epoca, che i più importanti caratteri tipografici erano già stati progettati per cui, finito questo elenco (Univers, Futura, Helvetica e pochi altri) basta, non serviva nient’altro e se ci pensi è vero. Io è tutta la vita che progetto, perché per fare un manifesto dovrei avere bisogno di progettare un carattere? Un manifesto è una configurazione, uno strumento, un’idea, non c’è bisogno di progettare un carattere. Facendo questo lavoro ho progettato molto di più di un carattere, ho progettato un sistema. L’Helvetica, a mio parere, rimane il miglior carattere mai progettato fino ad oggi. L’unico tipo di grafica che fa un uso esteso di calligrafia e di design tipografico è quella commerciale, è quella che va sui banchi del supermercato ma io non progetto per queste cose. Magari uno vuole fare calligrafia e se la studia per una vita per poi ritrovarsi a lavorare per la Mulino Bianco, ma quello non è design. Bisogna distinguere l’ambito disciplinare tra persuasione e informazione: sono mondi che confliggono

spesso. Se devo vendere un prodotto devo ingannare, devo creare un mondo finto, questa è la logica della pubblicità che ormai dovremmo aver già digerito, dovremmo già averla espulsa perché è roba vecchia, perché funziona solo in contesti dove c’è molta ignoranza. Dove c’è cultura quella roba non funziona. Puoi farmelo vedere tutti i giorni in televisione Banderas ma io i prodotti della Mulino Bianco non li compro. In Italia questo mischione tra pubblicitario e grafico è una cosa che è rimasta. Anche nell’Istituto d’Arte che ho fatto, il diploma era in Grafica per la Pubblicità anche se non me ne sono mai occupato; casomai ho fatto comunicazione istituzionale per aziende, ma questa è un’altra cosa. C’è da dire che anche il modo in cui si fa pubblicità può essere diverso: esiste una pubblicità informativa e ne esiste una che punta solo alla seduzione e alla manipolazione. Per esempio se hai studiato un po’ di storia della pubblicità conosci tutto il mondo Bernbach, quello del Maggiolone: quello è un altro modo di fare pubblicità, un modo sano, gioca sull’ironia e l’informazione utilizzando dati concreti. Ma in generale, se guardi la pubblicità tedesca ti rendi conto che hanno un approccio molto diverso, molto più razionale. Ma perché la Germania è stata costruita e strutturata culturalmente in un certo modo e anche tutta l’organizzazione sociale che ne consegue è fatta così, quindi è tutto coerente. Loro, ad esempio, hanno un disciplinare regionale per la codifica dei colori; capisci che l’unificazione di un sistema è anzitutto un procedimento culturale prima ancora che tecnico: è qui che si sono creati i presupposti per un’industria che funziona sui tempi lunghi. Tant’è che tutta la nostra industria è in crisi ma quella tedesca no. Tutto questo discorso, che diventa inevitabilmente politico, ha un approccio decisamente Fronzoniano. Fronzoni era uno incazzato col potere, con le ingiustizie, era un anarchico nel senso più vero e intenso del termine. La sua anarchia la praticava quotidianamente. Era molto schierato, aveva progettato la rivista Battaglia Comunista e i poster per la Lotta Operaia. Ma non era uno schierarsi politico, era uno schierarsi ideale. Non predicava il comunismo ma certe sue scelte avevano come conseguenza inevitabile determinate prese di posizione. EM AG Fronzoni si differenziava dagli altri progettisti del suo tempo per la propria vocazione all’insegnamento e per la sua filosofia di vita. Egli era un vero e proprio Maestro. Un uomo che amava stare con i giovani, donare loro esperienza e ricevere a sua volta energia. Egli non era solo un grafico, era un progettista totale. Non aveva proprio nulla di simile agli altri, né come persona, né come tecnico. Aveva un metodo di ragionamento senza tempo, in seguito questo suo metodo fu definito minimalismo. Non ho mai compreso se questo termine gli appartenesse, in quanto egli non amava essere classificato. Della sua inclinazione all’insegnamento fa riflettere come egli a cinquantaquattro anni decise di fondare la sua Scuola Bottega. Chi altro avrebbe avuto lo stesso coraggio? Con questa scelta creò il concetto di “scuola bottega contemporanea”, rifondò la scuola rinascimentale. E questa è la cosa che lo rende l’uomo più coraggioso che abbia mai conosciuto anche perché, nonostante non rilasciasse nessun attestato o diploma, “sono passati” dal suo laboratorio intellettuale centinaia di ragazzi, molti dei quali sono diventati ottimi professionisti anche in campi non strettamente legati alla grafica e al design. La sua era una scuola di vita. Era la vita conosciuta e praticata. Una palestra sentimentale e culturale. CP Sono numerosi i personaggi che in qualche modo possono essere affiancati al nome di Fronzoni. Mi sento


Note. 1 Erberto Carboni Parma 1899 Milano, 1984 Architetto, designer e pubblicitario italiano. Conosciuto soprattutto per se sue pubblicità per Barilla. 2 Don Milani... Olivetti Don Milani Firenze, 1923 Hampstead, 1983 Don Lorenzo Milani è stato un presbitero, insegnante, scrittore ed educatore italiano. Maria Montessori Chiaravalle, 1870 Noordwijk, 1952 Pedagocista, folosofa, medico, scienziata, educatrice e volontaria italiana. Nota per il metodo che prende il suo nome. Adriano Olivetti Ivrea, 1901 Aigle, 1960 Imprenditore, ingegnere e politico italiano. Noto per la sua brillante gestione dell’azienda di macchine da scrivere fondata dal padre. 3 Renato Birolli Verona, 1905 Milano, 1959 Renato Birolli è stato un importante pittore italiano. 4 Istituto Europeo di Design Lo IED viene fondato nel 1966 da Francesco Morelli. È una scuola che opera nella ricerca per il design, la moda, le arti visive e la comunicazione. 5 Italo Lupi Cagliari, 1934 È un progettista grafico di fama internazionale e uno dei protagonisti principali del design italiano. 6 Albe Steiner Milano, 1913 Raffadali, 1974 È stato un designer italiano che ha operato principalmente negli anni cinquanta e sessanta, sempre alla continua ricerca della massima chiarezza e leggibilità del linguaggio visivo. 7 Studio Cerri Orta San Giulio, 1939 Pierluigi Cerri è un architetto e designer italiano, co–fondatore dello Studio Cerri nel 1998.

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EP Ritengo Fronzoni un maestro e un progettista il cui valore è inestimabile. Ha spaziato dalla grafica, al design, all’architettura partendo dal presupposto che la progettazione è una questione di metodo, poi progettare un grattacielo o un marchio, è solo una questione di scala. Personalmente sento fortemente la sua presenza intellettuale anche oggi, non solo nel progetto ma nel mio quotidiano.

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AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

di citare Getulio Alviani, di cui Fronzoni ci parlò nelle sue lezioni e ci invitò ad andare a vederne le mostre, così come fece per Franco Grignani. Altri nomi importanti: Bob Noorda, Albe Steiner, Max Huber, Giovanni Anceschi, Erberto Carboni, Bruno Munari, Enzo Mari, Massimo Vignelli. Provenivano in parte dall’arte programmata (Gruppo T e Gruppo N), in parte dal design di prodotto e industriale e in parte dall’architettura. Vignelli è stato un progettista a 360°, dal marchio all’architettura, come Fronzoni, anche se hanno scelto e preso due strade opposte. Vignelli è andato negli Stati Uniti e ha aperto una multinazionale, mentre Fronzoni è rimasto a Milano. La differenza tra i due, a livello lavorativo, credo l’abbia fatta proprio il cambio di paese. New York, senza nulla togliere alle indubbie capacità progettuali di Vignelli, ha sicuramente aiutato; lì tutto avviene in maniera amplificata rispetto all’Italia. Se Fronzoni fosse emigrato negli Stati Uniti come Vignelli, non escludo che la Scuola Bottega, che in Italia è rimasta una realtà piccola, a New York sarebbe potuta diventare qualcosa di grande. Nel suo piccolo, Fronzoni fece idealmente lo stesso percorso di Vignelli: passò da un piccolo paesino di provincia toscano, alla grande Milano, l’unica città italiana che poteva essere stimolante per il suo lavoro. Di manifesti in bianco e nero ce ne sono molti, basti pensare a Grignani per esempio, ma mettiamoli a confronto. Se lasciamo per un attimo da parte il bianco e il nero, vediamo che Fronzoni ha un linguaggio unico, si capisce al volo se si tratta o meno di un suo lavoro, si distingue da tutto il resto per una serie di elementi che tutt’oggi non ho capito sino in fondo e di questo sono felice perché significa che ancora non hanno smesso di stupirmi. Credo che guardando i suoi progetti si possa cogliere sempre qualcosa di nuovo e di innovativo, misterioso se vogliamo. È difficile capire perché, osservando un manifesto di Fronzoni, si abbia la sensazione che non si potesse fare in altro modo da tanto appare perfetto. Nonostante tu sappia che si poteva fare anche in altri mille modi, quello di Fronzoni è l’unico che può funzionare. Ricondurre il tutto ad una questione di rapporto tra bianchi e neri, pieni e vuoti, asimmetrie e movimento, è riduttivo rispetto alle sensazioni che i suoi lavori trasmettono e alla sensibilità che Fronzoni metteva in ogni suo progetto.


Foto di Elena Fronzoni


Foto AIAP

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Conclusioni Andrea Guccini – Martina Strata

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Conclusioni. Andrea Guccini, Martina Strata

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Vogliamo ringraziare tutti coloro che ci hanno accompagnato in questo percorso e che ci hanno aiutato nella realizzazione di questo libro: da chi ci ha concesso le interviste e i materiali, fino a tutti quelli che ci hanno sopportato durante questi lunghi mesi, durante i quali non abbiamo parlato d’altro.

AG Fronzoni Il progetto dell’essenziale

Pochi giorni dopo l’inizio di questo progetto avevamo già cominciato a “tastare il terreno” contattando le prime persone che avrebbero potuto aiutarci e ricordiamo bene che una di queste ci disse: “state molto attenti perché Fronzoni non è un grafico, Fronzoni è una religione.” E aveva ragione. Tutti i suoi manifesti, i suoi loghi o le sue impaginazioni sono solo la punta dell’iceberg: sono il risultato di anni di ragionamenti che lo avevano condotto a sviluppare una sua ideologia universale estremamente funzionale e rigorosa. Quell’ideologia che andava a insegnare non solo ai suoi allievi, ma anche ai suoi clienti e ai suoi colleghi. Infatti oggi sembra che Fronzoni abbia, sparsi per il mondo, numerosi “discepoli”, persone che, senza esserne dei predicatori, vivono e lavorano adottando le “regole” (o consigli, che dir si voglia) che il loro maestro gli ha insegnato. Questa potrebbe sembrare una cosa strana e viene da chiedersi a cosa sia dovuta. Il motivo è lo stesso grazie al quale Fronzoni riusciva a convincere i suoi clienti ad accettare un manifesto completamente bianco con una scritta nera nascosta e tagliata: la sua capacità persuasiva. Questa è sicuramente la cosa che ci ha colpito di più in Fronzoni, l’elemento fondamentale che tiene in piedi tutti i tasselli, che fa da ponte tra il pensiero e la pubblicazione dei suoi progetti. È quel tassello che unisce un’ideologia così utopica alla realizzazione di lavori che ne sono la trasposizione su carta. Chiunque critichi Fronzoni, i suoi lavori o i suoi allievi, dovrebbe prima sentirlo parlare per riuscire a comprendere. Citando Giovanni Anceschi nella sua intervista: “la sua verbalità era straordinaria, parlava come un libro stampato”. Questa sua incredibile dote, a nostro avviso, gli ha permesso di lavorare con una certa libertà e questo crediamo sia il sogno di ogni buon progettista. Ciò non significa che Fronzoni non abbia mai dovuto affrontare problemi con la committenza, ma certamente, vedendo i risultati, riusciva a fare magie.

Conclusioni Andrea Guccini – Martina Strata

Il nostro è stato un percorso lungo e ha richiesto tempo e numerose ricerche. Abbiamo scoperto l’insegnante dietro al progettista e l’uomo dietro all’insegnante: un Fronzoni che ancora pochi conoscono. Conoscere i suoi manifesti non per forza significa capire anche cosa vi sia dietro.


Bibliografia

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1 A lezione con AG Fronzoni Ester Manitto Plug_in, 2012

10 Mio padre, nemico delle cose superflue. Silvia Nani – Camilla Cristina Fronzoni Supplemento al Corriere della Sera, 16 ottobre 2014

2 Pubblicità in italia 56/57 L′ufficio moderno, 1957

11 Inventario n. 9 Massimo Curzi Corraini Edizioni, 2014

3 Pubblicità in Italia 65/66 L′ufficio moderno, 1966

12 Abitare n. 494 Alessandro Mendini RCS Mediagroup, 2009

4 Pubblicità in italia 66/67 L′ufficio moderno, 1967

13 Free Graphics Dario Russo Lupetti, 2009

5 Pubblicità in italia 73/74 L′ufficio moderno, 1974

14 Storia del Design Grafico Daniele Baroni – Maurizio Vitta Longanesi, 2003

6 Pubblicità in italia 74/75 L′ufficio moderno, 1975

7 Grafici italiani AIAP, anno sconosciuto

8 La grafica in Italia Giorgio Fioravanti – Leonardo Passarelli – Silvia Sfiggiotti Leonardo Arte EdItore, 1997

9 The city as a white page Luciana Gunetti – Gabriele Oropallo


Sitografia

183

1 designers-books.com/ag-fronzoni

18 it.wikipedia.org

2 printmag.com/daily-heller

19 wordpressagf.wordpress.com

3 doppiozero.com/rubriche

20 dergestaltingenieur.com/tagged/ag-fronzoni

4 agfronzoni-agfronzoni.blogspot.it/2009/01

21 mediaevo.com

5 aditoscana.it

22 polimi.it

6 issuu.com/mediaevo

23 domusweb.it

7 issuu.com/paolagallo

24 forse.it

8 issuu.com/mediaevo 9 issuu.com/studioflorenciacosta 10 issuu.com/lablogpublications 11 architettura.it/news 12 maartenpkappert.nl/agf 13 ligature.ch 14 slideshare.net/coil747 15 designculture.it 16 aiap.it 17 agfronzoni.com


Foto Elisabetta Presotto


Le immagini di questo volume sono state tratte da diverse fonti. Ogni immagine ne riporta i dati. Questo volume è stato realizzato ad esclusivo scopo didattico.


AG Fronzoni

San Mommè, Pistoia

AG Fronzoni

5 marzo 1923

Il progetto dell’essenziale

Milano

Andrea Guccini

8 febbraio 2002

Martina Strata

AG Fronzoni è stato certamente uno dei maggiori esponenti in Italia della progettazione grafica e non solo. Su di lui però si hanno poche informazioni, non si trova abbastanza, non quello che meriterebbe. Abbiamo scelto di chiamare in causa alcuni importanti personaggi, italiani e non, del mondo della progettazione e cinque suoi ex allievi, perché ci raccontassero qualcosa di lui e della loro esperienza personale. Siamo andati a cercare tra siti, archivi e biblioteche con l’intento di ricostruire la figura di AG Fronzoni per progettare un libro che parlasse del suo lavoro da progettista, del suo essere insegnante ma prima di tutto uomo.

Con: Giovanni Anceschi Artiva Design Myrna Cohen Alessandro Mendini Mario Nanni Leonardo Sonnoli Sébastien Hayez Dennis Moya Alex Dujet Mauro Panzeri Ubaldo Righi Simone Ciotola Ester Manitto Clara Pozzetti Elisabetta Presotto

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