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URLO LIBERO Giornale Autogestito degli studenti del Righi

EDITORIALE Come si suol dire, ogni cosa ha una fine e così è anche per quest’anno scolastico. Le altalenanti temperature di Maggio hanno ceduto il passo alla calura dei primi giorni di Giugno, annunciando le ormai imminenti (e desiderate!) vacanze estive. Manca un solo giorno di scuola e poi tutti, eccetto i maturandi, avranno la possibilità di fuggire dove gli pare, liberi (o quasi) da ogni impegno scolastico fino ai primi di settembre. È giunto quindi il momento, tra scrutini e affini, di tirare le somme, e così è anche per il nostro Urlo Libero. Siamo felicemente sopravvissuti al nostro primo e, si spera, non unico anno di vita, arrivando a ben tre numeri pubblicati; vi abbiamo offerto articoli di tutti i tipi, dalle delucidazioni sui misteri della fisica contemporanea a racconti di spezzoni di vita romana e catalana, dagli elogi per Christiania alle odi tessute in onore degli hacker di Anonymous, dalle ruggini cinematografiche alle denunce contro le multinazionali, nella speranza ovviamente che tutto vi sia piaciuto. I nostri due concorsi fotografici hanno riscosso un grandissimo successo, e per questo vorremmo ringraziare le tantissime persone che ci hanno mandato i propri scatti e quelle che hanno contribuito alla vitalità del concorso votando su internet. Non ci resta che augurare a tutti quanti delle buonissime vacanze, divertitevi domani al concerto di scuola, e buona fortuna agli studenti di quinto in vista della Maturità. Per gli altri, Urlo Libero sarà anche l’anno prossimo sui vostri banchi, forte dell’esperienza vissuta in questi otto mesi, con una redazione totalmente rinnovata, senza il nostro caporedattore, il nostro grafico e il nostro correggibozze che, ci auguriamo, saranno finalmente “maturati”. Arrivederci a settembre!

Redazione Urlo Libero

YOU WANT IT Quand’ è che la pubblicità è diventata malsana? Al pari della maggior parte delle professioni e degli impieghi contemporanei, le origini delle tecniche pubblicitarie e, più precisamente, del graphic design, sono da ricercare in un passato per noi ormai remoto. Al XIX secolo risalgono, infatti, i primi accenni di inserzioni pubblicitarie, mutuati dalla differenziazione del settore industriale, che decuplicò il numero dei marchi di fabbrica in meno di un decennio; la concorrenza fece sì che la stampa cominciasse a pubblicare semplici messaggi di promozione: piccole immagini stilizzate del prodotto affiancate dal relativo nome. L’avvento della tipografia industriale, poco prima del nuovo secolo, rese possibile la stampa a colori di immagini, portando ad un nuovo livello il messaggio promozionale; di pari passo all’evoluzione urbana e sociale di Parigi, centro nevralgico delle innovazioni artistiche, le illustrazioni dei prodotti cominciarono a rispecchiare gli aspetti caratteristici dell’azienda o dell’oggetto stesso (“sachplakat”, o “manifesto oggetto”).

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LA CERVECERIA DE PEDRO Anche a Barcellona sono arrivati i Cinesi. Proprio a Barcellona, quella della squadra di calcio, della Rambla e della movida. Proprio la capitale della Catalogna, nel Nord-Est della Spagna, sulla costa mediterranea. Quella Barcellona. Non un’altra. Sono arrivati proprio lì, in massa ma silenziosamente. All’ inizio venivano assunti come manodopera a basso costo nei bar e nei negozi. E lavoravano sodo! Silenziosi ed efficienti, hanno scalato le brevi carriere di impiegati fino a rilevare le attività dove lavoravano quando per il vecchio proprietario giungeva l’ora di ritirarsi.

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CONTATTATECI!!! Email: 2011.urlo@libero.it Facebook: Urlo Libero Caporedattore:

Daniel Banks V G

L’ITALIA CHE NON VORREI

Pag. 3 Edoardo Moreni (V A)

UNGHERIA

LA PARTICELLA DIO

Viceredattori:

Giovannni Forti IV H Giorgio Colombi V G Adriana Tibuzzi V E

Correttore di bozze:

Francesco Stati V A

Pag. 5 Giovanni Forti (IV H) Pag. 8 Adriano Titta (V H)

IL CUGINO DE’ ANDRE’

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Lorenzo Nobili (IV H)

GOODBYE FOLKS

Pag. 15 I saluti della redazione

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URLO LIBERO YOU WANT IT

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Valerio Monopoli (V G)

Lungo il corso dei decenni, attraverso cambiamenti radicali delle tecniche di messaggio, come la stilizzazione del bauhaus, la propaganda “ad personam” dei manifesti pro-arruolamento (lo Zio Tom che vuole proprio te) o l’enfatizzazione del “concept” nella pubblicità anni 50 statunitense, la grafica pubblicitaria si è evoluta fino a diventare uno strumento di comunicazione di ideali e icone di mercato, e il suo ascendente sulla popolazione è ormai talmente alto che giochi come “logo quiz” (app dell’iPhone in cui si testa la capacità del soggetto di riconoscere segnali visivi appartenenti a loghi di organizzazioni o aziende rinomate) possono essere risolti anche dal meno avveduto dei consumatori. Partendo dal presupposto che Il messaggio di “interruzione”, ovvero la pubblicità che siamo abituati a sentire e risentire fino alla nausea, è strettamente legato ad un sistema di consumo che può essere riassunto nella frase “Questo prodotto ti serve”, è possibile individuarne due tipologie: la prima è quella indirizzata al cliente, su cui investono i marchi minori e in generale chi non può permettersi la direzione artistica di una pubblicità: si basa sulla presentazione di un servizio, esente da interpretazione o da morale, una presentazione dei pro e (raramente) dei contro; Il secondo è definito “di scuola creativa”: è più rischioso, riferendosi ad un gruppo selezionato di persone, e riscuote meno vendite del primo tipo. Questa tipologia di pubblicità, però, riflette un’intenzione artistica e permette ai suoi autori di vincere premi. Possiamo individuare, inoltre, un altro tipo di pubblicità, esente dalla definizione di interruzione, che sta velocemente acquistando popolarità, la cosiddetta pubblicità “virale”, ovvero quella partecipativa, strettamente legata al web e al passaparola. Proprio questa è il motivo per cui ci troviamo per caso a citare le Mémes di facebook ad ogni variazione di umore vagamente riconducibile ad esse, a recitare slogan come “Heineken, ____ ____!” (Lo sapete, no?), o a rispondere intuitivamente a “gingle” come il tintinnio della cocacola o a “I’m lovin it.”. Lo strumento principale di tutte questi espedienti mediatici, però, è il logo, ovvero la cellula in cui sono racchiuse tutte le informazioni vitali dell’azienda. Riproducibile in qualunque formato, colore, materiale, è il lineamento più evidente del volto del mercato. Non solo della Nike (perché state sicuramente pensando a quello) ma anche nelle icone che siamo abituati a riconoscere nella vita di tutti i giorni; probabilmente nessuno ha mai ritenuto necessario cercare informazioni sul pioniere dell’illustrazione che ha disegnato l’omino e la donnina della toilette, o il divieto di sosta, o la bandiera degli stati uniti, e questo è il più evidente segno di quanto determinati simboli siano radicati nella coscienza collettiva. La loro funzione, infatti, è comunicare un messaggio interponendogli meno artifici stilistici possibile, ed è proprio questo che li differenzia dalle reclame di consumo, che esulano dal carattere informativo. La morale di queste ultime non è più quella di elencare i pregi di un determinato prodotto e farlo risultare utile e appetibile al compratore a cui è indirizzato. Il motivo per cui, negli ultimi anni, la pubblicità ha subito dure critiche da parte di molti analisti delle comunicazioni è l’adozione di una politica mediatica che punta al fare leva sugli interessi basilari del capitalismo. “Questo prodotto ti serve” è sistematicamente mutato in “Tu lo vuoi”. Si può trattare di aspirazioni al denaro, al sesso (le pubblicità di maggior successo sono tutte incentrate su uno solo o su entrambi questi argomenti), persino alla condizione sociale, sulla quale premono soprattutto le case produttrici di moda. Un’automobile è simbolo di condizione economica, un capo d’abbigliamento rappresenta l’essere inserito in un gruppo preciso di persone, e ogni marca ha il suo ambiente d’appartenenza, a parte rari casi di multinazionali capillari. Quali sono, quindi, le possibili evoluzioni di un sistema che non mira alle necessità ma ai desideri? Per rispondere, si può prendere a esempio un’immagine per noi recente: poco tempo è passato da quando il nostro paese era governato da un uomo che anteponeva il denaro, la popolarità e il sesso al benessere comune, e, sarà un caso, mediaset trasmette You want it. stacchi pubblicitari… eterni!

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QUESTA E’ L’ ITALIA CHE NON VORREI

Edoardo Moreni (V A)

ABC.

Qual è l’Italia che vorrei? Nato in un ventennio fatto di prostitute, criminali, mafiosi, appartenenti alla massoneria e finti deputati, sono arrivato al punto da non percepire più la differenza tra normalità e assurdità. Ormai non vedo più la differenza, esiste solo la realtà, realtà che ci sta distruggendo e uccidendo, uno ad uno. Imprenditore dopo imprenditore, i suicidi crescono di giorno in giorno. Non sono pazzi, sono persone comuni che davanti al debito o alle tasse si spaventano e non hanno il coraggio di licenziare i propri dipendenti. Forse in questo caso bisognerebbe riprendere parte della politica interna Fascista, che qualcosa di giusto lo ha fatto. Molto probabilmente dovremmo ricostituire IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) e IMI (Istituto Mobiliare Italiano), per tentare di reinvestire nella piccola e media impresa, le uniche strutture che potrebbero essere in grado di rilanciare questo Paese. Ma tutt’ora di questi provvedimenti non si vedono, all’orizzonte solo tagli e tasse. Non sono contro questi tuttavia, perché penso che gli italiani se li meritino. Quest’ultimi si meritano di aver fatto la scelta sbagliata. Contemporaneamente vedo una grande fuga di cervelli, persone che scappano, se ne vanno da questo Paese e non tornano. È normale, nulla è assurdo, tutto è reale. In questo paese desolato che è l’Italia sopravvivono ancora delle figure folkloristiche. Riescono ancora a promuovere in campagna elettorale la costruzione di un inceneritore, e a perdere conseguentemente le elezioni. Altri invece si danno all’arte della “supercazzola”, tentando sempre più di

mistificare e complicare il loro discorso perché la politica è l’arte della complessità, l’arte dell’incomprensione. Sullo stesso piano troviamo figure di tutti i tipi. C’è chi parla come un contadino e prende dieci volte di quello che prende un operaio, che sicuramente ha una conoscenza dell’italiano migliore. Poi troviamo la schiera dei pelati: il primo, che non capisce di essere un non morto, passeggia per Roma tentando ancora di dire che B. si deve dimettere, quando non ha ancora capito che lo psiconano se n’è andato da un pezzo, mentre il secondo non sa più che fare, parla con lo psiconano che intanto si dà alla bella vita, va in Russia, tromba, vola, viaggia e canta. Infine c’è un povero vecchio, che non può più parlare ma ci rappresenta attraverso l’arte dei gesti. Sì, alza le mani, grugnisce, oppure solleva direttamente il dito medio ed accompagna questo atto con “Ruoooma Ladrrooona”. Bello vero? Non è il paese dei balocchi, è l’Italia. In mezzo a tutta questa matassa di gente ci sono tantissime altre minoranze: persone che inneggiano alla rivoluzione, che reclamano l’abolizione della proprietà privata e del capitalismo e altri ancora che passano il tempo a coltivare il giardino botanico che hanno dietro casa. Queste sono solo poche delle numerose facce dell’Italia. Un‘Italia in crisi, appesa a un debito creato da altri, che vuole rimanere all’interno di un progetto che è praticamente fallito e che ha portato al collasso il Portogallo, la Grecia e la Spagna. Manchiamo solo noi, ma siamo molto vicini alla fine e a quella che sarà la ripresa di un Paese più vicino al terzo mondo che al primo. Un Paese che non conosce neanche la parola referendum. Nel 1993 ci fecero votare per abolire i finanziamenti pubblici ai partiti, ma nel 2002 li reintrodussero chiamandoli “rimborsi”. Lo scorso anno abbiamo votato per l’acqua pubblica e in Puglia è ancora privata. Siamo riusciti a bloccare la costruzione di cinque centrali nucleari, che il governo doveva appaltare alla Francia, paese che si è comprato il nostro debito. Abbiamo fermato delle leggi anti costituzionali e anche lo psiconano, ma all’orizzonte si prospetta la risalita di quest’ultimo come Presidente della Repubblica. Che bel paese, no? http://greatpreneurs.com Twitter: @edo1493

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URLO LIBERO DIARIO DI UN POPULISTA

Edoardo Moreni (V A)

Le nostre capacità si trasmettono dentro un sistema fitto di servers, computers e connessioni. Noi comunichiamo attraverso la rete, il web 2.0. Non vogliamo far crollare il sistema, non vogliamo distruggere quello che c’è stato prima di noi. Desideriamo solo trasformare quella che fino a ieri è stata “anti-politica” in politica. Il nostro desiderio è quello di riportare i cittadini nelle piazze, nelle strade e sulla rete per discutere i problemi della società e delle nostre città: serve più partecipazione e più trasparenza in questo sistema corrotto. Non crediamo in una politica basata sul profitto; per questo motivo abbiamo già preso delle precauzioni: all’interno delle nostre cerchie non circola denaro, perchè noi non lo vogliamo, non lo accettiamo, poiché l’unico denaro che considereremo sarà quello donato dai cittadini che credono in ciò che facciamo; uno stipendio di 3.000€ per un parlamentare basta ed avanza. Una bicicletta, invece che una macchina blu, è più che sufficente. Due legislature, invece che infinite, vanno più che bene. Il blocco totale di opere inutili ed assurde è uno dei punti cardine del nostro programma. Perché il governo dovrebbe mobilitare più di 20MLD in un periodo di crisi per costruire un percorso ferroviario che nessuno utilizzerà? Non crediamo nella guerra e non crediamo nelle ingenti spese del governo all’interno dell’esercito italiano: fosse stato per noi, i caccia bombardieri sarebbero rimasti al loro posto, senza nemmeno arrivare in Italia. Ci sono accordi internazionali? Non ci interessa, qualcuno deve fare un primo passo, quello sarà il nostro. Molti di noi il sabato e la domenica li spendono in piazza, con dei semplici banchetti, per capire e studiare dei metodi per migliorare la vita dei cittadini. Altri la spendono su internet per discutere e condividere le proprie idee. Altri ancora si riposano dopo una settimana spesa in consiglio comunale a combattere contro la partitocrazia del passato.

Riscriveremo L’Italia.

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In questo modo Federico Pizzarotti e tutti gli altri sindaci eletti hanno trascorso gli ultimi tre anni della loro vita: cittadini comuni, che amano il loro paese e prestano servizio facendo politica. Perchè secondo noi la politica è un servizio che un cittadino rende ad altri cittadini; la politica non è l’arte della complessità o della “supercazzola”, ma l’arte della semplicità. Perchè essere semplici vuol dire comunicare e farsi capire. Noi riteniamo che gli inceneritori siano dannosi per la salute e siano una delle cause principali della formazione di tumori: per questa ragione noi incentiveremo la raccolta differenziata quanto più sarà possibile, invece di provocare altre vittime per le emissioni nocive. Attraverso la ricerca troveremo una soluzione per un ciclo a rifiuti zero, che tra l’altro già esiste e andrebbe solamente avviato. La tutela dell’ambiente e l’acqua pubblica sono i punti saldi del nostro programma: ognuno deve avere accesso all’acqua, perchè l’acqua è pubblica. Siamo stufi di vedere supermercati, edifici e palazzi costruiti senza motivo solo per arricchiere qualche scellerato imprenditore. Noi crediamo nelle piccole imprese e nelle aziende che sono sull’orlo del fallimento, perchè in un periodo di crisi lo Stato dovrebbe andargli incontro, invece di fregarsene. Non siamo fascisti, siamo umani. L’accesso libero e gratuito alla rete sembra una cosa inimmaginabile ed irrealizzabile, eppure noi ci crediamo e supportiamo questa idea perché pensiamo che sia l’unica cosa che ci possa salvare; uno strumento che sia controcorrente, che faccia comunicazione e che dia alle persone la possibilità di capire e comprendere. Per il momento la televisione non fa per noi e mai lo farà. Quella stessa televisione che ha viziato ed ammalato milioni di italiani e che ha portato all’elezione del peggiore primo ministro italiano di tutti i tempi. Nelle ultime settimane siamo passati dall’esssere definiti anti-politica a “domanda”. Sì, ora non siamo più antipolitica, siamo una domanda, siamo un bisogno dei cittadini. Chi prima ci definiva “l’espressione del populismo italiano”, ora ci adula, ci manda auguri, ci ritiene degni di essere sotto i riflettori; ma noi non scordiamo, non perdoniamo, noi ricordiamo e lo faremo sempre. Siamo tutti sullo stesso livello, non c’è un capo, non c’è un leader. Il criterio è uno: l’essere incensurati. Per noi avere la fedina penale pulita è più importante di avere dieci, quindici, venti lauree. Non vogliamo gestire il paese con collusi, mafiosi o pazzi; vogliamo collaborare con persone normali, persone che ogni giorno vivono la loro vita preoccupandosi dei problemi degli altri. Noi questo percorso non lo volevamo neanche iniziare, ma è successo. Perchè? Nel 2007 un comico genovese decise di fare una manifestazione, Il “Vaffanculo Day” (anche noto semplicemente come “V-Day”). L’obiettivo era quello di raccogliere delle firme per proporre una legge di iniziativa popolare composta da: 1. Riforma Elettorale 2. Fuori i


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condannati dal Parlamento 3. Due legislature e poi tutti a casa. Abbiamo raccolto 350.000 firme, una cosa stupenda, bellissima; peccato che quelle firme siano ferme nelle cantine del Senato da pù di cinque anni perché i “nostri” rappresentanti non hanno ritenuto opportuno discutere il volere dei cittadini. Se loro non fanno ciò che dovrebbero fare, saremo noi a farlo. Per questo semplice motivo è nato un movimento fatto di persone comuni: la maggior parte sono laureate, leggono il giornale tutti i giorni e si informano attraverso la rete; sono l’elité italiana che per anni è dovuta fuggire all’estero, sono quelle persone che per lungo tempo si sono rassegnate al sistema. Questo non lo diciamo noi, ma lo dicono i sondaggi fatti all’interno del nostro movimento e mandati in onda sulla tv nazionale (Ballarò puntata 22/05/2012). Forse ci saranno dei problemi, forse avremo degli infiltrati o forse crolleremo su noi stessi per mancanza di organizzazione. Questo non lo so; l’unica cosa di cui sono consapevole è che abbiamo voglia di cambiare e di dare

speranza alle persone. Io non voglio andare alle prossime politiche e lasciare scheda bianca, io voglio dare fiducia a qualcuno, perchè credo nel cambiamento e nella rivoluzione culturale che serve a questo paese. Io voglio fare qualcosa. Quel qualcosa non lo faccio dando solo il mero voto, ma contribuendo attivamente attraverso la rete. A Maggio abbiamo conquistato la nostra piccola “Stalingrado”; la nostra fortezza per avviare la “Terza Repubblica”. Di fronte a noi si prospettano mesi durissimi: dobbiamo risollevare le città che ci sono state affidate, abbiamo la necessità di scrivere il programma per le politiche con la partecipazione di tutti e dobbiamo dare speranza alle persone. Io non so come andrà a finire e nemmeno quanto durerà, ma soltanto una cosa: che ci vedremo a “Berlino”.

UNGHERIA Ungheria, Budapest, 25 aprile 2010. Il primo ministro Viktor Orbàn, capo della Federazione dei Giovani Ungheresi, sorride dopo che la sua coalizione di destra ha vinto le elezioni con una maggioranza schiacciante. Inevitabile, dopo che il precedente governo socialista aveva nascosto per anni la disastrosa situazione economica del paese ed era stato smascherato da un’intercettazione che aveva creato uno scandalo enorme. Poco meno di due anni dopo l’Ungheria è cambiata. La costituzione è stata sostituita da una nuova, nazionalista e piena di riferimenti alla storia cristiana dell’Ungheria. L’opposizione le ha provate tutte, facendo ostruzionismo in parlamento e (poco) anche nelle piazze, delegittimando il nuovo testo uscendo dalla Camera dei Deputati ungherese al momento dell’approvazione, ma il governo non ha guardato in faccia nessuno. Ha così accontentato il partito di estrema destra, Jobbik, che aveva chiesto una costituzione più radicale e conservatrice al posto di quella nata dopo l’uscita dell’Ungheria dal blocco sovietico nel 1990, ancora “troppo socialista” per i gusti del partito. Orbàn ha messo un suo uomo

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Giovanni Forti (IV H) a capo di ogni istituzione pubblica, licenziando oltre tremila dipendenti della pubblica amministrazione, ma non è tutto: ora i giornali, le televisioni e le radio per pubblicare le notizie hanno bisogno dell’autorizzazione di una commissione composta di uomini del governo, altrimenti scatta inesorabilmente la censura. Come è successo alla TV pubblica, con il licenziamento immediato dei giornalisti ostili al governo, più di seicento cacciati perché “politicamente squilibrati”. In queste condizioni, uno Stato sempre più oppressivo e l’economia che è impantanata in una crisi peggiore di quella italiana, finalmente la Commissione Europea sta cominciando a sentire puzza di bruciato: ha avviato una procedura d’infrazione per tre leggi che andavano in contrasto con le norme europee e si è detta molto preoccupata per quello che il governo sta facendo. Questo è quello che avreste potuto trovare su un qualunque giornale. Tutto vero, ma non basta. Sono andato a vedere, sul posto, cosa pensa davvero il popolo ungherese. Gabòr e Agnesz, i miei due ospiti a Budapest, hanno opinioni abbastanza divergenti. Gabòr lavora in

una fabbrica che produce componenti per elettrodomestici, vota Fidesz dal ’98 (quando Orbàn divenne Primo Ministro per la prima volta, ndr) ed è convinto ora più che mai che il governo attuale sia una benedizione per l’Ungheria. “I socialisti hanno portato l’Ungheria nella crisi economica e non sono stati i grado di tirarcene fuori. Ora che finalmente abbiamo un governo che sa gestire l’economia, l’Unione Europea ci dice che non va bene” - mi dice dopo una buonissima cena di sua invenzione – “Con Viktor Orbàn per la prima volta da anni abbiamo un governo vero e la gente vive meglio”. Il sentimento antiUE è davvero molto forte: dopo che nel 2003 l’84% degli ungheresi aveva votato sì al referendum sull’ingresso nell’Unione, ora si è arrivati alla linea dura di Orbàn che a metà del semestre di presidenza UE dell’Ungheria, il primo del 2011, ha affermato: “Noi non crediamo nell’Unione europea, crediamo nell’Ungheria, e consideriamo l’Unione europea da un punto di vista secondo cui, se facciamo bene il nostro lavoro, allora quel qualcosa in cui crediamo, che si chiama Ungheria, avrà il suo tornaconto”. Non certo una dichiarazione d’amore.

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URLO LIBERO Gabòr, che prima era filoeuropeo, concorda: “Anche io ho votato a favore al referendum, pensavo che fosse una bella cosa, che portasse benessere. Sono capaci solo ad imporci nuove regole”. Agnesz fa l’art director per uno studio cinematografico, ma non ci sono commesse da alcune settimane e sta cercando un altro posto. Lei è meno entusiasta del governo Orbàn: “La situazione due anni fa era disastrosa, ora effettivamente ci arrivano più soldi in tasca, ma la vita è difficile, la polizia è ovunque: al governo servono soldi e provano a prenderli con le multe” spiega dopo che, accompagnandomi a scuola, è stata fermata e multata di 30.000 fiorini, circa 100 €, per eccesso di velocità. Un altro tema spinoso è lo stesso Jobbik, l’alleato-non alleato di Fidesz, che continua a togliere i voti della destra più estrema al partito del premier, costringendolo a una politica più nazionalista per evitare di perdere troppi elettori. Gàbor non è un loro sostenitore, ma li rispetta: “Loro sono quelli che hanno più a cuore l’Ungheria. Sono quelli che si battono più duramente. È vero, a volte esagerano, infatti non fanno parte del governo”.

Certo che a vedere il programma di Jobbik salta all’occhio che è un partito di stampo (neo)fascista: autarchia, espulsione immediata degli immigrati, uscita dall’Unione Europea, concessione della nazionalità ungherese a chiunque sia nato nei confini dell’ex “Grande Ungheria” dell’Impero Austroungarico, razzismo contro le grosse minoranze Rom, antisemitismo, omofobia. I militanti sono soprattutto giovani studenti e abitanti delle regioni del nordest, al confine con Slovacchia e Romania, e spesso si sente di aggressioni da parte loro nei confronti di omosessuali, Rom, musulmani, immigrati. Agnesz e Gàbor danno la colpa di questo dilagare della destra ad un incapacità dell’opposizione di proporre alternative: “Dal 2010 c’è stata solo una manifestazione contro il governo, con 4.000 persone. Il mese dopo Orbàn è sceso in piazza e ne ha portate 80.000” mi dice Gàbor gongolando. “Alle elezioni ho votato Orbàn, perchè era l’unica possibilità” - racconta Agnesz - “ora sicuramente non lo rivoterei, ma non c’è nessuno che potrei votare come alternativa”. Quando iniziamo a parlare di mass-

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media, però, la voce di Gabòr sale di tono. È molto arrabbiato, sia con i giornali stranieri che dipingono l’Ungheria come un paese sull’orlo della dittatura, sia con i media del suo paese, che “sono controllati dai socialisti e sono troppo liberali. Non c’è niente di male nel controllare un po’ i contenuti morali e politici dei programmi, non è censura, è per dare un’informazione giusta”. In casa loro il televisore è quasi sempre spento, si guardano solo sport e telefilm, mai a cena. Tirando le somme, ci vorrà molto tempo ancora prima che l’Ungheria possa tornare ad una normale dialettica politica e che quel che resta del partito Socialista possa competere con Fidesz per governare, non ci sono la voglia nè le condizioni perchè il popolo provi a opporsi al governo per riacquistare alcuni dei diritti persi. Rispetto alle aspettative di chi scrive, il popolo ungherese non ha la faccia di un popolo oppresso, ma la rassegnazione è evidente quando Agnesz, salutandomi, mi chiede: “Mi auguro che tu ora sappia abbastanza per scrivere la verità sull’Ungheria, senza nascondere niente”.

Ungheria, Budapest, 25 aprile 2010. Il primo ministro Viktor Orbàn sorride dopo che la sua coalizione di destra ha vinto le elezioni.

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RACCONTO LA CERVECERIA FULVIO DE PEDRO

URLO LIBERO Fulvio Fulvio Fantacone Fantacone(V (5D) D)

Passarono così da essere risparmiosi e magrolini abitanti di monolocali, sovraffollati da altri dodici magrolini risparmiosi, a essere ben pa-sciuti imprenditori. E Barcellona BOOOM! In un ricambio generazionale si ritrovò completamente in mano ad una nuova classe immigrata. Almeno per quanto riguarda l’economia basilare. Occhi a mandorla dietro i banconi dei ferramenta nelle zone meno turistiche vendono bulloni e gattini che salutano sui banconi dei bar più turistici dove altri occhi a mandorla vendono paella di serie B accanto a sospetti involtini primavera. Ma qualcuno resiste! Pedro, ad esempio, è catalanissimo, come catalanissima è - e resta - la sua cerveceria vicino all’ Estaciò Santas. Trovarla non è facile se non la si conosce. Bisogna entrare in un portoncino che resta sempre socchiuso, percorrere un breve tratto dello stretto atrio, che sembra quasi un corridoio, e scendere in una bassa porticina che sulla destra, poco prima delle scale per il primo piano; si mimetizza perfettamente con il rivestimento in legno delle pareti, e la scritta bienvengudi a pennarello nero sul legno scuro non la rende di certo più riconoscibile. Gli avventori che la trovano devono ancora scendere una rampa di scale di legno sconnesso prima di arrivare nel piccolo locale fumoso, e zigzagare fra diversi tavoli gremiti di giovani piuttosto rumorosi, e brilli, prima di trovarsi davanti a Pedro. Ritto dietro al bancone l’oste parla solo catalano ma gli si possono rivolgere domande anche in spagnolo, purché ci si metta l’anima in pace che e la risposta, cortese, arriverà in catalano. I clienti siedono ai tavoli coperti da cerate a scacchi bianchi e rossi, per non affollare il banco che è già stretto fra i barilotti delle spine e il citofono collegato al portoncino, che però Pedro chiude male da 20 anni. Sono diversi a seconda dell’orario, i clienti: la sera sono giovani che bevono fino alle 2 di notte e a volte anche oltre, mentre all’ ora di cena sono “meno giovani” che quando avevano più tempo da perdere e meno anni sulle spalle restavano a bere fino alle 2 di notte e a volte anche oltre. Sono parecchi perché, per quanto sia difficile, quando un gruppetto “scopre” la cerveceria non se ne va più via, può sparire per due o tre settimane, ma alla fine ritorna sempre. Pedro ne è sicuro. Va da sè che i clienti si conoscano tutti, ma le facce nuove sono sempre ben accette, e quando qualcuno se ne va davvero, parte, o ritorna, si fa sempre grande festa per salutarlo come si deve. Della stessa tovaglia incerata dei tavoli è coperto il vecchio pianoforte che il nipote di Pedro, Miguel, suona piuttosto spesso. Allora, con il fumo e il piano, potrebbe quasi sembrare un locale Jazz. Meno spesso suona la chitarra qualche Gitano salito dall’Andalusia, e allora il locale potrebbe apparire come una sala da ballo. Se solo ci fosse più spazio! Anche se qualche volta le ragazze ciucche ballano sui tavoli... L’atmosfera e i prezzi onesti mantengono la clientela numerosa e fedele permettendo a Pedro di mandare avanti la baracca solo con la moglie Maria, la cui cucina aiuta non poco a mantenere la fedeltà dei clienti, un giovane cameriere catalano che cambia ogni circa 6 mesi e, soprattutto, a tenere lontano i Cinesi. Qui il gaspacho è ancora gaspacho, la paella è ancora paella, la sangria viene ancora fatta con vino spagnolo, le lame della cucina vengono da Toledo e di involtini primavera non se ne è neanche sentito parlare. Ma ormai Pedro è vecchio e Maria ha contratto da adolescente una malattia alle ovaie che, pur lasciandole vivere una vita normale, non le consente di avere figli. Dio sa quanto li avrebbero voluti. Qualcuno ogni tanto glielo chiede, a Pedro, perché non vende tutto ai Cinesi per godersi il meritato riposo. Pedro allora perde la cortesia e diventa rude. Giura sputando per terra che il sakè non rimpiazzerà mai la sangria, che piuttosto chiude la porta e si dà fuoco insieme alla cerveceria. Ma troverà un suo degno erede, di sicuro non Miguel che per quanto col piano ci sappia fare non sa da dove prendere un vassoio: forse un cameriere che non cerchi solo un lavoretto per pagarsi la macchina nuova ma voglia rimanere nel campo della ristorazione. Che sia Catalano però! Come è Catalano Pedro e come lo furono i suoi predecessori. Come è catalana la città, il quartiere, il palazzo e le famiglie che ci abitano. La cerveceria deve restare Catalana! Catalana come lo fu anche l’operaio che la costruì. Oltre a non sapere che il sakè non è Cinese ma Giapponese, Pedro ignora che il condominio che ospita il suo locale lo costruì un muratore olandese di nome Van Hallen.

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URLO LIBERO LA PARTICELLA DIO Il 13 dicembre 2011 alla sala conferenze del CERN di Ginevra i due portavoce degli esperimenti ATLAS e CMS (entrambi Italiani) hanno illustrato alla comunità scientifica internazionale i risultati, ancora parziali, dell’esperimento operato sul noto acceleratore dei laboratori di Ginevra. Solo grazie agli altissimi livelli di energia che si sono potuti raggiungere nell’acceleratore circolare denominato LHC (Large Hadron Collider), i ricercatori sono riusciti ad investigare su una questione che si sta configurando come un grande enigma per la Fisica moderna: il bosone di Higgs, altrimenti noto come “particella di Dio���. Tale particella è la vera e propria chiave di volta del modello standard, una teoria che riesce a spiegare coerentemente, seppur con alcuni limiti, l’universo di cui facciamo parte. Si ipotizza, infatti, che sia proprio questa, interagendo con le altre particelle elementari, a conferir loro massa. Il suo “papà” è il fisico scozzese Peter Higgs (insieme a molti altri fisici a lui contemporanei, che tuttavia nei loro lavori non citavano la possibile esistenza di una particella simile), che teorizzò la sua esistenza in un lavoro pubblicato nel 1964. La teoria di Yang-Mills, in contrasto con l’osservazione sperimentale, prevede per i mediatori dell’interazione debole (i bosoni W e Z) una massa nulla. Il meccanismo proposto da Higgs riesce a chiarire quest’apparente contraddizione, ipotizzando che per elevati valori di energia avviene la rottura della simmetria elettrodebole da parte del bosone di Higgs, il quale, al momento della comparsa, conferisce massa ai bosoni (esclusi ovviamente i fotoni e i gluoni) e a tutti i vari fermioni, dai quark (che poi si aggregheranno in protoni e neutroni e successivamente atomi, quindi materia), ai leptoni (come elettroni e neutrini).

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Adriano Titta (V H)

Nel 1993 il Ministro della Scienza del Regno Unito, dopo aver approvato il finanziamento britannico alla costruzione di LHC, mise in palio una bottiglia di champagne per il fisico che avesse spiegato su un solo foglio di carta il meccanismo di Higgs. Vi propongo una versione attualizzata della spiegazione suggerita dal professor Miller. Supponiamo che, per una sciagurata concatenazione di circostanze, la prole di un uomo, che chiameremo arbitrariamente Senatùr, cresca a dismisura. Immaginiamo di trovarci chiusi nell’ingresso della villa della famiglia Senatùr, mentre tutta la prole attende il rientro del babbo per avere chi i soldi per la laurea albanese, chi quelli per l’avvocato, chi quelli per l’operazione al naso; al rientro del Senatùr questi si addenseranno intorno a lui per chiedergli ciò che più interessa loro. In conseguenza di questo addensamento, il moto di Senatùr nella stanza si farà difficoltoso, e perciò la sua normale velocità diminuirà. Questo processo può essere descritto come se Senatùr, muovendosi più lentamente, avesse aumentato la sua massa. In modo analogo possiamo spiegare la massa di una particella (ovvero Senatùr) come risultato dell’interazione con il bosone di Higgs (la prole). In sostanza, il bosone di Higgs dà massa a tutta la materia costituente l’universo e per questo è comunemente chiamato “particella di Dio”; tuttavia, questo nome proviene da un atto di censura e una erronea traduzione (forse voluta): il nome “particella di Dio” viene dal titolo dell’opera del premio Nobel per la Fisica Leon Lederman “The God Particle: If the Universe Is the Answer, What Is the Question?”. La corretta traduzione italiana è “Particella Dio”, ma forse per motivi culturali il traduttore ha preferito intendere quel “God” come complemento di appartenenza. Tra l’altro fu l’editore

ad imporre il titolo all’opera originale, per fini volutamente commerciali, in quanto Lederman voleva intitolare il libro “The Goddamn particle” (la particella maledetta) poiché essa è “… così centrale per la fisica odierna, così cruciale per la nostra comprensione definitiva della struttura della materia, eppure così elusiva (difficile da rilevare sperimentalmente, ndr)”. Una possibile traduzione che mette d’accordo traduttori e fisici è “dio-particella”, ma il dibattito è ancora aperto perché a detta di molti l’utilizzo della parola “dio” è offensivo nei confronti dei credenti. La difficoltà nel rilevare questo bosone consiste nel fatto che esso “compare” per un tempo brevissimo solo dopo scontri avvenuti ad altissime energie. Per rilevarlo serve un acceleratore circolare di dimensioni mai viste prima (con 27 km di circonferenza e sito in ben due stati diversi, Svizzera e Francia), che raggiunge energie di 7 TeV (una molecola atmosferica ha energie di 0,03 eV quindi 40 miliardesimi di miliardesimo di un fascio di LHC). L’esperimento consiste nel far scontrare ad altissime energie fasci di protoni accelerati circolarmente e con direzioni opposte in tubi paralleli che s’intersecano nei 4 punti predisposti per le collisioni e le conseguenti rivelazioni. I protoni si muovono a una velocità pari al 99,9999991% della velocità della luce e si scontrano fino a 40 milioni di volte al secondo. In alcuni casi, nelle collisioni tra quark e gluoni (i mediatori responsabili dell’interazione di colore tramite cui si legano i quark in materia stabile) che costituiscono i protoni, vengono prodotti un quark top, un quark antitop (ovvero l’antiparticella del quark top) ed un bosone di Higgs. Ovviamente queste particelle non sono stabili, poiché decadono in un tempo brevissimo. I due quark producono altre particelle, oggetto anch’esse di studio particolareggiato, mentre il


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bosone di Higgs decade in un quark ed un antiquark bottom, che a loro volta danno luogo alla formazione di altre particelle instabili, che tuttavia decadono in altre particelle che non si combinano con altri processi, così da rendere facilmente tracciabile il “passaggio” di un bosone di Higgs. Attualmente i ricercatori hanno ristretto l’intervallo nel quale è stimata la massa del bosone di Higgs tra i 118 e 130 GeV ma, come riportato durante la conferenza del 13 Dicembre, il bosone di Higgs dovrebbe avere massa certa tra i 124 e 126 GeV secondo i due esperimenti con deviazione standard 3 (ossia con margine di errore nell’ordine di 10^-3). Per considerare un valore come accurato in fisica si necessita di una deviazione standard 5 (errore di 10^-5 rispetto alla misurazione); questa indicazione,

URLO LIBERO quindi la prova definitiva dell’esistenza dell’Higgs, verrà confermata solo dopo il termine della raccolta dati, salvo particolari intoppi, ricominciata a marzo di quest’anno (dopo i lavori di manutenzione durati 4 mesi), e che si concluderà verso dicembre. Purtroppo queste misurazioni pongono già dei grossi problemi alla comunità scientifica, soprattutto agli astrofisici: un bosone di Higgs con questa massa non riuscirebbe a conferire massa all’enorme quantità di materia oscura presente nell’universo, circa il 25% del contenuto globale di energia (il contenuto in termini di materia ordinaria, quella che conosciamo noi, è appena il 5%); Alcuni ritengono che esista una particella più pesante detta “supersimmetrica” rispetto al bosone di Higgs, che lo renderebbe ancora più atipico rispetto alle altre

particelle, visto che il valore della sua massa è di per sé indipendente dalle altre particelle e si suppone essere l’antiparticella di sé stessa. Per risolvere questi problemi sono sorte nei decenni passati varie teorie, da quella della supersimmetria (SUSY) a quella delle stringhe, fino alla più recente teoria M. Tuttavia al momento è già difficile per noi avere un’idea matematica di esse, mentre un riscontro sperimentale di queste teorie non si potrà avere in brevi tempi per alcune, mentre per altre, forse, non si avrà mai. Intanto i gruppi di ricerca CMS e ATLAS sono fiduciosi del fatto che alla fine dell’anno avremo riscontri oggettivi sul bosone di Higgs, e potremo riuscire a risolvere la questione legata alla sua esistenza.

Atlas, lungo 46 metri con un diametro di 25 e peso circa 7,000 tonnellate è il più grande rivelatore di particelle del CERN. Nella foto le sue dimensioni paragonate a quelle di un ricercatore.

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URLO LIBERO L’ ILLUSTRE CUGINO DE’ ANDRE’

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Lorenzo Nobili (IV H)

Cercai di imparare la Treccani a memoria... Sentii fin da subito che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. Quest’ultima si è sbriciolata presto, la prima, invece, rimane.

Queste alcune delle tante parole lasciateci da uno dei più grandi cantautori italiani del secolo scorso. Tutti noi da piccoli, nei lunghi viaggi in macchina da una parte all’altra dell’Italia, abbiamo ascoltato e cantato con i nostri genitori una Canzone di Marinella, una Guerra di Piero o un’ancor più famosa Bocca di Rosa eppure capita che siano in pochi a conoscere un po’ più a fondo quell’uomo misterioso e affascinante che fu Fabrizio De’ André. Forse, per capire un po’ meglio chi fosse, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo e volare con la fantasia in Liguria, a Genova, dove un ragazzo ricco sceglie la via degli angiporti, quella dei bordelli, dei giocatori d’azzardo, dei pittori, la via della Citta Vecchia, insomma.

“..Dove son andati i tempi d’una volta, per Giunone, quando ci voleva per fare il Mestiere anche un po’ di vocazione…” La città vecchia. Ed è proprio qui che si innamora. Si innamora del popolo, nel quale vede una bellezza senza pari nelle persone più semplici, nei gesti più quotidiani. Si innamora, sì, e come tutte le persone innamorate incomincia a cantare facendo innamorare noi. Ci insegna ad amarci, nelle nostre contraddizioni, nei nostri difetti, nelle nostre debolezze perché sono queste le cose più uniche e particolari che abbiamo. Dopotutto cosa c’è di interessante in una virtù? La virtù è statica, immobile, perfetta e, tutto sommato, noiosa. Il vizio è divertente, è istruttivo; il vizio può migliorare. Solo così un discorso, e quindi una canzone, può essere produttiva. E la più grande antologia dei vizi umani è quella di E.Lee Masters, quella di Spoon River dalla quale Faber trarrà uno dei suoi album più belli: Non al denaro, non all’amore né al cielo. In fila indiana ci passano uno dopo l’altro a ritmo di musica tutti i suoi eroi: chimici amorofobici, pazzi, blasfemi, giudici spietati, coraggiosi malati di cuore e medici ingenui. Tutti così imperfetti eppure così ricchi di quella umanità

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totalmente assente nei grandi personaggi dei poemi epici, delle fiabe o delle utopie. Però spicca una figura: il Suonatore Jones che stranamente si distacca da tutti gli altri. E’ l’unico superiore alla vita ed alle sue piccolezze ed è tale solo grazie al suo grande amore per il mondo, al suo vedere una gonna sbiadita nella memoria di una donna abbandonata nel tempo in un semplice vortice di polvere. Faber ci sta presentando lui stesso, cantastorie poeta che vaga senza sosta alla ricerca di orecchie che ascoltino i suoi giri di chitarra. De André fu anche questo, sì. Anche. Perché abbiamo un De’ André politico, un De’ André sperimentatore, un De’ André provocatore. Era il 1968 quando dalla Francia soffiò in tutto il mondo il fresco vento del maggio. Erano gli anni dei grandi movimenti studenteschi, delle mobilitazioni, delle proteste e un artista certo non può lasciarsi passare tutto ciò davanti restando indifferente. Era anche il periodo nel quale il cantante genovese aveva un grande interesse verso quelli che comunemente chiamiamo “concept album”, ovvero delle raccolte di canzoni che raccontano un’unica storia e che quindi vanno ascoltate nell’ordine giusto. Nacque così una delle sue produzioni più famose, nonché quella che lui pensava fosse la più riuscita: “La Buona Novella”, perché dopotutto, secondo lui, Gesù di Nazareth voleva esattamente le stesse cose degli studenti e dei manifestanti sessantottini: contrastare gli abusi di potere, i soprusi dell’autorità. Venne criticato molto proprio dai compagni con i quali lottava. Eppure fu proprio quella forza di presentare un personaggio troppo spesso maltrattato dai suoi stessi “seguaci” che lo innalzò rispetto agli altri comuni cantautori di quel periodo: presentare un Gesù ma non un Cristo, presentare un uomo e non un Dio, un fratello rivoluzionario che con il suo pensiero e la sua forza voleva cambiare un mondo segnato allora come oggi da mille ingiustizie. Un uomo che “con un gesto soltanto fraterno una nuova pietà insegnò al Padre Eterno”, non parte di


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quel Dio dell’Antico Testamento così vendicativo e severo ma anzi contrapposto a questo in quanto personificazione della bontà e della fratellanza. Un esempio, per gli uomini e per lo stesso creatore. Arrivò, poi, la lettura poetica di quei movimenti con l’album successivo: “Storia di un Impiegato” ma era solo una descrizione, un commento a ciò che fu. Il vero messaggio politico che volle lanciare è contenuto nella Buona Novella. Ci fu poi l’album delle traduzioni: Canzoni che contiene, oltre a parecchi brani che scrisse da più giovane, molti adattamenti di canzoni straniere quali Desolation Row di Dylan, Via della Povertà, Jeanne D’Arc di Brassens e le mitiche Passanti. Ci fu la nuova sperimentazione musicale con Creuza De Ma, disco difficile e molto innovativo cantato totalmente in genovese, vero omaggio alla sua Liguria e a tutto il Mediterraneo. Un album apprezzatissimo all’estero, tanto da fagli guadagnare il quarto posto nei 100 migliori album italiani secondo Rolling Stones e da essere considerato da “Musica & Dischi” la raccolta più importante di tutti gli anni ’80. Dobbiamo arrivare ad Anime Salve, punta artistica del poeta, che morirà poco dopo la pubblicazione. Per farlo, passiamo attraverso due album molto diversi ed allo stesso tempo molto simili: “Rimini” e “Le Nuvole”. Il primo, introdotto dall’allegra e nonsense canzone popolare Volta la Carta tratta di quella piccola borghesia che, rifiutando la ricerca di una propria identità per inseguire il modello della vera borghesia, viene presentata come uno dei cancri culturali della società. Ipocrita, riempita di valori che non le appartengono, spavalda al punto tale di sentirsi superiore a coloro che le stanno poco sotto, perbenista e falsa, tanto da averlo attaccato più volte da vivo quanto osannato da morto. A questo sistema egli contrappone la provocazione: uscire fuori dagli schemi, essere politicamente scorretto, scagliarsi contro quell’ipocrisia borghese che costringe l’uomo “per bene” a fingere una qualche indignazione pubblica riguardo qualcosa che non è come dovrebbe essere, che non è come la società si aspetta che sia, per preservare la sua immagine. Tutto ciò ci trasporta a quella morte civile, quello scarso valore che diamo alla vita, che dopotutto è il tema fondamentale delle “Nuvole” e della sua canzone più emblematica: La Domenica delle Salme. Profetica e magica, parla di quella società degli anni ’80, paralizzata in quella pace terrificante che l’aveva minata fino al midollo, ammutolendo un’intera comunità di fronte allo strapotere del governo e delle lobby. Una vittoria silenziosa della stupidità e della mancanza di morale sopra ogni altra cosa. Un mancato reagire e indignarsi, una mancata coscienza collettiva e soprattutto una mancanza totale di libero pensiero .

Gli artisti sono gli anticorpi che la società ha contro il potere. L’artista non deve integrarsi. Una società oscurata da quei grandi e meschini personaggi che la privano del bene comune, della partecipazione politica, della democrazia esattamente come fanno nuvole che oscurano il sole a coloro che sono sulla terra. Approdiamo quindi ad Anime Salve, ultima fatica di Faber tutta dedicata alle minoranze, vera ricchezza di un popolo. I nomadi, i matti, gli omosessuali, tutte anime solitarie e per questo salve in quanto lontane da quel sistema corrotto e perverso. Un album dedicato a quella paradossale situazione nella quale la società, in senso lato, emargina e costringe all’isolamento esattamente quelle minoranze che la possono elevare moralmente e culturalmente grazie proprio all’originaria ricchezza che risiede della diversità, nella contraddizione e nei difetti umani.

Ieri cantavo i vinti, oggi i futuri vincitori: quelli che coltivano la propria diversità con dignità e coraggio.” Faber morirà di cancro al polmone soli due anni dopo l’uscita del disco lasciandoci una produzione immensa che ci descrive la completezza di quella persona così atipica e particolare. Siamo giunti alla fine di un piccolo viaggio nel quale abbiamo conosciuto un po’ meglio uno dei grandi protagonisti del XX secolo italiano; tuttavia, per approfondirlo davvero ci vuole ben più di un misero articolo da Giornalino. Un viaggio, però, nel quale abbiamo capito chi ci fosse dietro alle tanto famose canzoni che tutti noi, per abitudine, voglia o passione continuiamo ad ascoltare di tanto in tanto tornando indietro con la memoria a quando eravamo bambini.

Fabrizio De’ André durante il tour con la PFM. Bologna 1979

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URLO LIBERO TUFFO TRA LE AVANGUARDIE RUSSE DEL ‘900

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Adriana Tibuzzi (V E)

La mostra sulle Avanguardie del ‘900 ci accoglie nel cuore di Roma, all’Ara Pacis. Dopo una discreta fila nella biglietteria il visitatore s’incammina tra le sale, alquanto anguste, dell’esposizione. Dopo poco dall’inizio della mostra inizia però già a notare una prima particolarità. Infatti, eccoli che appaiono sempre più insistenti, sempre più frequenti. Seguono l’osservatore in ogni sala della mostra, in ogni angolo di ogni quadro, qui meno evidenti, lì più accentuati, eccoli: i segni della cultura russa. Che siano sottoforma dell’architettura del Cremlino che sbircia da un angolino di un Kandinskij o nel villaggio di Vitebsk Locandina mostra avanguardie russe, Ara Pacis. degli Chagall, è evidente come negli artisti russi d’inizio Novecento siano ricorrenti temi che richiamano il loro Paese d’origine. Il rapporto tra gli artisti e la loro terra fu, negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione, quanto mai entusiasta, perché si prometteva un’attenzione particolare all’arte e si progettavano investimenti in questo campo. In seguito, però, la concezione dell’arte cambiò e, come solitamente nei regimi totalitari avviene, fu accettata solamente un’arte filo-stalinista che costrinse la maggior parte degli artisti a lasciare il Paese; certamente però la tradizione russa ne segnò il percorso. Tra una San Pietroburgo aristocratica e una Mosca della borghesia mercantile, il Novecento trovò spazio per sconvolgere con la sua forza dirompente l’espressione artistica della Russia che si appressava alla Rivoluzione. Mentre questo Paese preparava la sua ascesa a potenza mondiale, tra le strade delle sue città si andavano formando i canoni espressivi delle Avanguardie protagoniste del “secolo breve”. Scarnificando totalmente il linguaggio figurativo si fecero largo artisti destinati in seguito ad avere un ruolo centrale nel panorama delle avanguardie novecentesche. MALEVICH Primo incontro che il visitatore fa, addentrandosi nell’esposizione, è quello con l’arte di Kazimir Malevich. Una “Mietitrice” e un “Falciatore” osservano il visitatore aggirarsi tra di loro. Con le loro forme piene s’impongono nello spazio, emergendo nettamente dallo sfondo e facendosi guardare vanitose dal visitatore che, incuriosito, vi si sofferma davanti ad ascoltarne la storia. I soggetti agricoli furono i prediletti del pittore negli anni ’10 poiché in loro cercava una traccia di quell’essenzialità e purezza ormai persa nel caos che il nuovo secolo portava con sé. Tuttavia, da questa fase Neoprimitivista, Malevich iniziò a spostarsi sempre più verso la geometrizzazione cubista producendo quindi, nel 1912, sia la “Mietitrice” sia il ”Falciatore” ritenute opere del periodo di transizione tra Neoprimitivismo e Cubofuturismo. Pienamente Cubofuturista è invece la “Vita di un grande albero” del 1913; questa fase, caratterizzata Quattro Quadrati (1915). dalla coniugazione di Futurismo e Cubismo, fu superata anch’essa dall’approdare di Malevich al Suprematismo. Iniziando dalle figure forti della fase Neoprimitivista, disgregandole in un secondo momento nel Cubofuturismo, Malevich giunge infine all’astrazione totale fondando il Suprematismo: seguendo, infatti, le opere di Malevich, dopo il tuffo nel Cubofuturismo della “Vita di un grande albero”, il visitatore a un certo punto si trova davanti a “Quattro Quadrati”. Qui si può veramente dire che Malevich ha liberato l’arte da fini pratici e figurativi... è astrazione totale! Il picco del Suprematismo si avrà infine nel 1918-19 quando Malevich raffigurerà un “quadrato bianco su fondo bianco”. Nell’ultima fase poi, avendo ormai sfiorato i labili confini tra Arte e Metafisica impressionando il visitatore, il pittore ritornerà a un figurativismo evidentemente marcato dai segni della tradizione russa. KANDINSKIJ e la ricerca del suono delle cose. Suono delle cose? Stiamo parlando dei Simbolisti francesi? No, siamo in Russia (ma in realtà anche in Francia e a Monaco) e stiamo parlando del caro Vassilij che, spostandosi sempre più verso l’astrattismo, infrange i vincoli della figurazione. Kandinskij, altro pittore presente alla mostra, prende i colori e li rende protagonisti e indipendenti dalle forme. L’artista propone una teoria rivoluzionaria sui colori (timidamente intrapresa anche da Goethe che, un secolo prima, sottolineava

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il riscontro psicologico dei colori). Kandinskij analizza l’opera d’arte come strettamente connessa alla dimensione spirituale focalizzandosi sulle proprietà emozionali che il colore determina. Con “Muro rosso, destino” possiamo ad esempio notare la presenza di colori puri ma anche di elementi figurativi, con “Meridionale” e “mosca, piazza rossa” Kandinskij ci regala invece scorci di una Mosca sicuramente non realistica… la Mosca come la vedeva lui! Ricca, quindi, di accenni a figure tipicamente russe (basti pensare al Cremlino che fa capolino sulla sinistra del quadro). Per capire veramente la produzione di Kandinskij però bisogna mettere in luce anche il secondo tema centrale nella sua opera (oltre a quello del colore), ovvero la Musica. L’artista si dice alla ricerca del “suono interiore delle cose” impostando le sue opere su una serie di sinestesie. Ad esempio per analizzare “Mosca, piazza rossa” basterebbe capire le associazioni dei colori alle sensazioni e agli strumenti musicali… ad esempio: rosso=vivace=tuba, Giallo=energico ma privo di profonde emozioni= tromba, ecc.

Mosca, Piazza Rossa (1916).

CHAGALL nelle sue opere vive l’aroma della patria. Originario di una famiglia di undici figli di origine ebraica, di Vitebsk, paese contadino dell’interno della Russia, Chagall non abbraccia nessun’avanguardia ma intraprende un percorso indipendente in un mondo fiabesco con puntuali richiami a elementi tipici della cultura russa (vediamo come nelle sue opere ritornano spesso il tema del paese di Vitebsk o quello del violinista sul tetto). Le tre opere della mostra sono della fase in cui il pittore tornò in Russia (da cui si allontanerà solo nel ’23), attirato dalle promesse (inattese) della Rivoluzione. L’artista vede nel suo paese natale il luogo fantastico sognato negli anni dei soggiorni parigini di grande serenità che traspare dalla composizione semplice e dalla solida plasticità riscontrabile, ad esempio, ne “lo spazzino e gli uccelli” che affascinano il visitatore con la loro magia. NATALIA GONCHAROVA e MICHAIL LARIONOV una coppia d’arte e di vita. Artisti legati nella vita e nell’arte, questa coppia attraversò le fasi artistiche che investirono la Russia d’inizio Novecento. Seguendo un iniziale postimpressionismo, lasciandolo poi per il Neoprimitivismo, seguito dalla fase Cubofuturista, questi artisti trovarono la sintesi della loro poetica nel Radiantismo. Mentre il Futurismo rappresentava l’immagine in evoluzione nel tempo, il Cubismo la rappresentava da diverse angolature dello spazio, il Radiantismo parla di luce in movimento. Nelle opere dei Radiantisti è evidente com’è la luce a creare le forme. Osservando alcune delle opere esposte si nota come, mentre “aereo su un treno” della Goncharova risente ancora di richiami alla scomposizione cubista, “testa di toro” e “Decorazione elettrica”, entrambi di Larianov, manifestano una più evidente smaterializzazione formale. DUE RISPOSTE DIVERSE: TRA IL FANTE DI QUADRI, IL CÈZANNISMO E IL RITORNO ALLA TRADIZIONE Intorno al gruppo del “Fante di Quadri” (i quadri erano un segno distintivo degli operai di Mosca) si raggrupparono artisti come Larionov e Lentulov ma, aprendosi sempre più verso le avanguardie europee, si vide il distacco di artisti legati più alla nazionalità della loro arte come la Goncharova e Larionov. Seppur attenti all’arte popolare russa, infatti, i Fanti accoglievano nelle proprie opere le diverse poetiche figurative dei movimenti occidentali. In particolare è da notare come, sotto l’influenza di Cezanne (in cui erano già presenti le sovrapposizioni dei piani di colore e la capacità di esprimere al tempo stesso interiorità ed esteriorità), alcuni artisti tra i Fanti abbracciarono un tipo di pittura caratterizzata da una vividità cromatica e una semplificazione della maniera pittorica, che li rese noti come “Cezannisti”. Un esempio di pittura Cezannista lo abbiamo all’interno della mostra con “natura morta” di Mashov che rappresenta la sintesi delle esperienze del movimento (mentre la parte superiore del quadro ha un chiaro riferimento a Gaugin, nella parte inferiore è chiara l’influenza di Cezanne); altra strada fu invece quella intrapresa dalla Rozanova che tendeva a un legame più stretto con il mondo contadino e operaio russo. COSTRUTTIVISMO Il Costruttivismo si sviluppò dalle premesse del Cubofuturismo, unito all’esigenza di un’arte socialmente utile. Cercando la realizzazione di strutture plastiche e architettoniche belle in sé e per sé, il Costruttivismo si caratterizza per la scelta quanto mai originale della mescolanza di materiali. Osservando, ad esempio, l’opera “Quattro paraboloidi iperbolici” di Marakova possiamo notare come l’artista basi la bellezza estetica su un concetto matematico. Oppure, nel modello di Tatlin per il “monumento alla Terza Internazionale” vediamo come l’occhio del visitatore è catturato da una spirale dinamica senza asse e dai tre volumi che sarebbero dovuti essere realizzati in vetro e metallo e in teoria impiegati in una rotazione.

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RISULTATI SECONDO CONCORSO FOTOGRAFICO “URLO LIBERO” Complimenti ai vincitori del secondo concorso fotografico dell’ Urlo Libero! FOTO SCELTA DALLA REDAZIONE

“Mi piace il fatto che attraverso una foto possa essere espresso tutto l’impegno, l’energia, l’eleganza, la fatica, l’unione e la forza di una squadra come la mia.” (Giorgia Mottura, VM)

PODIO DELLA CLASSIFICA DI FACEBOOK

“Una volta che abbiate conosciuto il volo, camminerete sulla terra guardando il cielo, perché là siete stati e là desidererete tornare.” (Leonardo da Vinci) (Paolo Nardozzi e Jacopo Nisticò, VH)

“Toh.. dei palloncini.” “Volare è un brivido di libertà.” (Giuliana Ordanini, VG)

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GOODBYE FOLKS Abbiamo deciso di tenere quest’ultima pagina per chi della redazione è in quinto. Per ringraziare e salutare chi ci ha accompagnato in questi anni... FRANCESCO STATI, correttore di bozze. (Feat. Jacopo Nisticò). Salute a tutti! È stata dura, ma alla fine siamo arrivati integri (o quasi) al capolinea di questo tortuoso percorso (a ostacoli) che è stato il liceo. Senza perderci in troppe lusinghe, vorremmo fare dei ringraziamenti da parte di entrambi: in primis a tutto lo staff dell Yogo bar (che non leggerà mai queste pagine), per averci sostenuto, nutrito e accolto nei momenti di necessità; alla Vicepresidenza, per aver chiuso più di un occhio quando, vistici allo Yogo di prima mattina, ci firmava i permessi per entrare in seconda ora; dulcis in fundo, ringraziamo anche Marco il bidello e tutte le sue penne. In particolare Jacopo ringrazia: Antonietta che si preoccupa della salute di tutti noi, non facendoci fumare in bagno; Daniele Brandini, CIAO BRANDO!; Clemente, perché è il più bello della scuola (dopo di me); Fabrizio, che per cinque anni non ha mai esitato a lamentarsi con me; Coppolino, che viene da Castelnuovo in moto a mezze maniche; ERPEURO, perché è il più stupido e abbiamo vinto il concorso fotografico; Fusca perché è roscio e dopo cinque anni ha imparato l’italiano (bravo!); il Presidente, perché è pacioccoso; Silvia, perché è più pacioccosa del Presidente; Palmini, che finge di essere italiano ma tutti sanno da dove viene; Ciubbè e le sue donne, che insieme a Ruben dalla ‘r’ robusta ha resistito; gli amici della 5C (credo), a cui dobbiamo (devo) una pizza; infine le amiche della 5M, che ogni mattina mi hanno allietato la giornata. Francesco ringrazia: Chiara, perché c’è stata anche nei momenti peggiori; Christian e la Macchinetta del caffé, che mi hanno sostenuto nelle prove più difficili; Moreni, per le litigate feroci e senza senso (e per essere stato mio degno allievo); la redazione, con cui mi sono sentito sempre protagonista; Gabs, Lu, Gaga, Mary e tutti gli altri del 5M; il gruppo ONU, per avermi fatto regalare un paio di scarpe; Paolino, per avermi insegnato che la legge (non) è uguale per tutti; Nicola Bri-Bri per le “lezioni sul campo” allo Yogo bar; l’ex 5A, per le infinte sfide a calcetto; infine la mia classe, per essere stata una “socratica” palestra di vita. Ringraziamo anche tutti quelli che, per motivi di spazio, non ci è stato possibile elencare. GIORGIO COLOMBI, schiavo grafico. Questo saluto volevo buttarlo in caciaretta, ma States è arrivato prima di me. Vada per il sentimentale allora: Quando per la prima volta ho messo piede in questa scuola sognavo di cambiare il mondo. Una lunga navigata di 5 anni nelle acque del Righi mi ha insegnato che non ne vale la pena, che - nel bene e nel male - il mondo va vissuto e non stravolto. Sono cambiato io. Eppure, devo riconoscere che senza la sua marmaglia di poco affidabili pirati la nave non sarebbe mai arrivata in porto. Voglio allora ringraziare Fluffy e Presciuttella, per essersi sorbite i miei trip e le mie fantasie; Cianca, Danielo e Benny (e si, quest’anni se l’è meritato pure lei), per avermi fatto sfangare almeno 3 materie; Giuly, perchè pur avendo fatto entrambe le cose riesce ancora a sopportarmi; Cochi, perchè una compagna di sbronze matta come lei non l’avevo mai conosciuta; tutta la mia classe, con le sue creature del giorno e della notte; la Redazione, il gruppo di AutoCAD e quello della Pallavolo, per avermi sempre dato ottime scuse per non studiare il pomeriggio; i Bruciati del bagno del terzo piano, tra i quali mi sono spesso e volentieri nascosto; infine i ragazzi della fotocopisteria (che ormai mi odiano) e della fedelissima pizzeria, dove con tutti i soldi che ci avrò lasciato stanno ristrutturando il bagno. Un saluto speciale va a Raffo e alla sua porta dei desideri. ADRIANO TITTA. Mi rimangono poche ore dentro a questa scuola. In questi 5 anni penso di aver preso molto dal nostro scalcinato ed imponente edificio. Per questo voglio ringraziare un po’ tutte le persone che mi hanno aiutato a crescere, perché penso, per quanto abbia la fama di essere un inguaribile “nerd” che la scuola ci debba formare per la vita, e non solo riempirci di nozioni. Un grazie va a tutte le persone che ho trovato così disposte ad avere un confronto con me, un inguaribile testone. Un grazie va anche ai professori, che oltre a stimolare i miei interessi e a contribuire pesantemente nel farmi diventare una persona estremamente precisa e pedante, mi hanno anche fatto capire che la scuola può essere divertente, soprattuto il pomeriggio quando non ci sono gli obblighi imposti dai programmi ministeriali. Un ultimo grazie lo riservo ai bidelli, che o per una circolare o per una scenetta riescono sempre a spezzare le lunghe giornate passate sui quegli odiati-amati banchi. ADRIANA TIBUZZI. Cari righellini,dopo ben cinque anni tra queste mura è giunto il momento di scrivere le mie memorie. Potrei iniziare a fare la vecchia nostalgica, ma non è questo il caso, ecco piuttosto le mie ultime volontà. Vi incito a fare tutte le idiozie possibili finchè siete in tempo, di potervi godere questi cinque anni appieno, che poi, una volta passati dovremo diventare “persone serie”. Continuate a: scrivere, suonare, cantare sotto la doccia, sfogare le vostre menti deviate nei saggi brevi in classe, manifestare, esprimere le vostre idee in ogni modo possibile, non preoccupatevi se non vi capiranno, non vi ascolteranno o vi sottovaluteranno ritenendovi dei “ragazzini”… non c’è un’età giusta per esprimere le proprie idee …combattete per le vostre cause, fate follie, innamoratevi e nessuno potrà fermarvi! Per salutarvi degnamente vi lascio con una terzina del Poeta:

“Era già l’ora che volge il disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci amici addio”

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Urlo Libero N°3 - Giugno 2012