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Editoriale

Mala tempora currunt. Tutti noi siamo a conoscenza dei pesantissimi tagli che la scuola italiana sta subendo ed ha subito. Non mi dilungherò su di essi. Già tanto è stato detto e non voglio, come sempre, fare politica. Fatto sta che la stretta dei cordoni della borsa sta iniziando ad investire in maniera consistente anche i progetti scolastici. Da qui i tagli di pagine e di copie di cui molti di voi sono venuti a chiederci spiegazioni, dimostrando un attaccamento a questo progetto per cui non posso far altro che ringraziarvi, a nome di tutta la Redazione. La situazione è questa. Già da giugno dell’anno scorso, c’erano state preannunciate delle riduzioni e della tiratura e della lunghezza dei singoli numeri. Tuttavia, l’entità di essi è stata di gran lunga superiore a quanto mi aspettassi. La tiratura dell’anno scorso era di quattrocento copie mensili, con un numero di pagine che si aggirava intorno alle ventiquattro-ventisei. Il primo numero, di ottobre, ha avuto sedici pagine, e tale sarà il massimo fino alla fine dell’anno; trecento copie ne sono state stampate. Questo secondo numero vede un altro taglio della tiratura, scesa a duecento copie. Il totale di pagine distribuite per questo giornale

Invia i urlo@ tuoi artico li liceo becca all‘indiri zzo ria.it ! è stato ridotto, nel complesso, di due terzi. Visto l’aumento dell’organico della Redazione, poi, potremmo permetterci di fare veramente delle bellissime cose, e invece siamo costretti a tarpare le ali dei nostri volenterosi redattori per “questioni di spazio”. Mi auguro sinceramente che la situazione possa cambiare durante l’anno e L’Urlo tornare ad essere sempre più la nostra palestra di scrittura. Comunque non preoccupatevi, anche se l’ultimo numero non eravamo riusciti a farceli stare, questo mese i Giochi rientrano a far parte de L’Urlo (pagina 14). Ma prima di gettarvi sui Sudoku, date anche un’occhiata alle fatiche dei vostri colleghi. Vi offriamo questo mese uno speciale sui segreti del nostro antico Liceo: un'escursione nei sotterranei ha dato risultati... inaspettati. Trovate un ampio reportage nel paginone centrale. Purtroppo, non è tutto oro quel che c'è al Becca: la polvere e la sporcizia avanzano, per colpa dei soliti fondi che, al solito, non arrivano. Vi parleremo anche di chi si avvicina per la prima volta a questo Liceo (non sa quel che l'attende!): è il periodo degli stage dei futuri quartini.

Direttore Responsabile ENNIO D’AMICO Vicedirettore ALESSANDRO DE VITA Redazione SEBASTIANO CORLI Caporedattore, MICHELE MEROLESE Caporedattore, JOHANNA ASNAGHI, MARCO BREMI, MATILDE CAPELLI, BIANCA CASATI, ALESSANDRO CORRIERI, MARCO COSTA, ANNA LYDA DI GIACOMO, ELENA DOMENICHINI, FRANCESCO FALAGUERRA, MARTA GEROSA, NAOMI GRILLO, GIACOMO MAUGERI, VIOLA NOUHI, CARLO ORIO, CAROLINA PAGANI, LUISA PUPO, FILIPPO ROVATI, ELENA RUZZIER Illustrazioni ILARIA TROULLIER Caporedattore, MATTEO SCHIAPPARELLI, Impaginazione GIACOMO GENZINI Redazione online DEBORAH SARTORI Coordinatore, KONRAD BORRELLI Hanno collaborato: FATIMA BURHAN, PROF. MARIA ANTONIA CONTE, GIULIA LITI, RICCARDO LOBASCIO, PROF ANNA PESCÓ, PROF. ROBERTO PROIETTO, STEFANO SANTANGELO, MATILDE VILLA, FRANCESCO ZAZA

Direttore Editoriale GIACOMO A. MINAZZI Docente Referente PROF. PIO MARIO FUMAGALLI

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urlo@liceobeccaria.it www.studenti.liceobeccaria.it


Nello Svago, oltre alla prosecuzione dell'epopea di Edipo, abbiamo, per i festaioli più impegnati, una seconda puntata dei consigli per capire l'abbigliamento richiesto in ogni situazione: stavolta, anche quando il dress code non è esplicitamente definito. Inoltre, se vi trovate a partecipare ad una festa dove non sono forniti i... liquidi, abbiamo un ironico articolo dedicato al drink code, ovvero a cosa portare da bere, in ogni situazione. Abbiamo, questo mese, per la prima volta, una rubrica culinaria (L'angolo del Gordo). Sarà nostra premura fornirvi una ricetta e, soprattutto, un ristorante consigliati ogni mese. Ma c'è di più: fuggito dalla Siberia, dove era stato confinato per dissensi con Nicola II, Zar di Tutte le Russie (sì, proprio tutte e, sì, è risorto. Tremate, o proletari!) ritorna a scrivere su L'Urlo il nostro specialista in questioni amorose, Dottor Santamore, che troverete ogni mese d'ora innanzi.

Concludendo, se dopo tutto questo profluvio di articoli dal demenziale al rilassato, avete voglia di coltivare le vostre intelligenze, questo mese abbiamo articoli sugli eventi più significativi del mese: la morte di Gheddafi e la caduta del governo Berlusconi IV. Abbiamo anche un articolo sul perché manifestare e far sentire la propria voce, cosa giustissima, se nel rispetto reciproco. L'Urlo si dissocia una volta di più da certe fazioni di questo Liceo che non hanno idea, o almeno spero, di cosa autonomo significasse anche solo trent'anni fa. Invito caldamente tutti a leggere la Lettera personale del Direttore, in quarta di copertina, con la premessa che concordo con quel che c'è scritto, in toto. Questo è tutto. Se avete qualcosa da dirci, commenti da fare, proposte, lettere, qualunque cosa, inviate pure via e-mail. Vi risponderemo con la prossima uscita! Il Direttore

- Cronache dal Beccaria Luisa Pupo

INVASIONE DEGLI ACARI Chiunque di noi se ne può facilmente accorgere, basta che una penna si butti giù dal nostro banco per recuperarla totalmente ricoperta di polvere. Oppure appoggiando la cartella per terra, da colorata che era diventa di un triste grigio spento. Tralasciando le finestre, dalle quali tra poco la luce solare difficilmente riuscirà a penetrare nelle aule e corridoi. Della scarsa pulizia della scuola non si vuole dare la colpa a nessuno in particolare, perché, come in molti casi, essa è collettiva. Sicuramente però la prima tentazione è quella di incolpare il personale A.T.A., il cui compito è appunto quello di mantenere il più possibile pulita la scuola. Parlando con loro di questa situazione, sono emerse alcune circostanze a loro difesa e discolpa. Innanzitutto ci hanno spiegato che il turno di lavoro, terminando all'una e trenta, non consente loro di pulire le cinque classi che sono assegnate ad ognuno. Allo stesso modo, ovviamente non possono nemmeno pulire le classi che escono da scuola alle due. Capita quindi che alcuni bidelli si fermino mezz’ora o un'ora in più al pomeriggio per completare il lavoro, mentre altri provvedono sbrigativamente alla pulizia al mattino seguente prima dell'inizio delle lezioni. Le ore extra, che alla fine dell'anno scorso per alcuni erano arrivare a 50 e oltre, non vengono però pagate in quanto, per mancanza di fondi, non è possibile retribuire gli straordinari. La risposta del Preside è che non si tratta di straordinari non pagati, bensì di ore in più fatte di loro sponte, retribuite con giorni extra di riposo. Il problema comunque rimane perché, oggettivamente, per i commessi risulta difficile in così poco tempo riuscire a pulire oltre che le classi, anche bagni, laboratori, atri e corridoi. Certamente però anche noi possiamo contribuire molto alla pulizia della scuola, nonostante la principale responsabilità ricada inevitabilmente sui bidelli ai quali dovrebbe essere dato il tempo materiale per svolgere il loro compito. Chiediamo quindi alla Presidenza e chi di dovere di cercare di trovare una soluzione a questo problema, che coinvolge a 360° la scuola, nei limiti dei loro mezzi e possibilità. 3


Marta Gerosa

UNO SGUARDO AL FUTURO... Eccoli. Sporgono la testa timidamente dalla porta ed entrano con altrettanta insicurezza nel passo. Sono appena arrivati dalle medie e già sono stati catapultati in un mondo completamente diverso dal loro, usciti dal nido caldo che li proteggeva, anche se solo in esplorazione. E’ ben comprensibile come si sentano in questo momento: un'esperienza così importante rimane bene impressa e di certo non sarà marginale ai fini della loro scelta. I ragazzi e le ragazze che sono entrati staranno con noi, in classe, per alcune ore; giusto un piccolo assaggio di cosa aspetta loro varcato il cancello. Del mio stage in classe, o lezione di prova, mi ricordo benissimo: disorientata e incerta, non sapevo come muovermi, cosa fare, cosa dire, come se improvvisamente tutto ciò che conoscevo si fosse dissolto in un'onda che mi travolgeva. La mia curiosità si trasformava in esitazione, in timore di essere investita dal flusso di ragazzi, gli stessi che ora vedo tutti i giorni, che uscivano dalle classi all’intervallo e sembravano così diversi. Alcuni “stagisti” prendono più confidenza, col passare del tempo incominciano a parlare e ci ascoltano attenti, alla fine della prima ora con noi riesco anche a strappare loro un sorriso: fanno strane espressioni davanti all'alfabeto greco, guardano con curiosità il libretto dei voti e seguono con concentrazione le lezioni. Riescono a rallegrare la nostra giornata. Ci osservano con meticolosità dalla testa ai piedi, anche se non siamo poi tanto diversi, età a parte. Altri, invece, rimangono immobili tutta l'ora e conservano quello stato di timidezza che avevano all'inizio a tal punto che, pur interessati, sembrano pietrificati. Fra tutti loro s’intuisce subito chi sarà più spigliato e chi meno: alcuni rimangono vestiti, cappotto e sciarpa, nonostante siano vicinissimi al calorifero, altri invece si mettono comodi sulle sedie. Insomma, stanno cominciando a capire come sarà questo passaggio e anche noi stiamo guardando il futuro.

- Attualità -

Matilde Capelli

COME PUÒ UN DISLESSICO DIVENTARE UNO SCRITTORE FAMOSO? Sapete cosa succede ad un dislessico quando parla? È come se le parole si buttassero tutte insieme all'improvviso dentro il vuoto. È come se tutto diventasse nero, un nero infinito dove il dislessico si perde. In gabbia dentro il buio. Parole in fuga dal cervello. E le persone davanti a lui iniziano ad irritarsi, ad annoiarsi. Il dislessico vede le bocche degli altri parlare e i loro occhi si spostano su altri soggetti. Questo movimento, in sintesi, è una condanna. Sapete cosa succede ad un dislessico quando scrive? Il foglio è sempre troppo vuoto. Il dislessico scrive la metà dei suoi pensieri. I pensieri sono troppo grandi e il foglio è troppo piccolo. E che cosa dire del 50% che viene scritto? È una barzelletta di errori: l'apostrofo che prende la valigia e se ne va a destra e a manca, le lettere che vagano e si aggiungono o si tolgono alle parole senza averne avuto il permesso, le parole che scappano dal foglio (tu pensavi di averle scritte e invece no...). Mi spiegate come una persona che vive in un simile inferno possa dedicarsi alla scrittura e diventare pure famosa? Sicuramente come una sfida verso gli altri, che tante volte ti hanno guardato come se fossi una persona stupida, lenta e inconcludente. Poi anche per dimostrare a se stessi che è possibile farcela. La forza più grande però viene dai pensieri che vogliono essere espressi, per dire che esistono e per entrare in relazione con i pensieri degli altri: se questo non accadesse nella testa di un dislessico ci sarebbe un cimitero dei pensieri. Questo è l'orrore che spinge alla scrittura: trasformare il cimitero in una piscina di idee dove tutti si possono tuffarsi. Il tutto, senza offesa, per i dislessici come me! 4


Sebastiano Corli

I DIVI DEL POTERE 5 ottobre 2011: muore Steve Jobs, uno tra i migliori tecnici informatici del secolo nonché fondatore di una delle maggiori imprese del nostro pianeta. Innumerevoli voci si sono sollevate a compiangere il fondatore della Apple, sino a rinvenire sul sito dell’azienda una dedica al suo pioniere: “Steve lascia un’azienda che solo lui avrebbe potuto costruire”. Qualcuno tuttavia menzionò, durante i funerali del sommo viro, i diciassette giovani operai suicidi nella fabbrica di Foxconn, produttrice di numerose componenti per aziende quali Nokia, Sony, Ericsson e, appunto, Apple? Sul numero della rivista “Altroconsumo” di gennaio 2011 è stato pubblicato un articolo alquanto pertinente sull’argomento; denunciava: “Secondo la Students&scholars Against Corporate Misbehaviour (SACOM) e altre ONG i casi di suicidio sono collegati a bassi salari, eccesso di ore di lavoro e metodi di gestione oppressivi che la Foxconn non intende però modificare”. Qualora vi interrogaste sull’effettiva responsabilità della Apple, quest’altro trafiletto potrà esservi d’aiuto: “Per tagliare i costi di produzione le aziende hanno spostato in parte o interamente la produzione in paesi a basso reddito in Asia, America Latina ed Europa Orientale […]. Si possono contare anche migliaia di aziende che compongono una filiera, ma il potere di mercato e i guadagni rimangono nelle mani delle aziende che mettono il nome sul prodotto. Un esempio: per pagare la produzione di un iPhone 4 in Cina si spendono 4,60 euro, ovvero circa l’1% del suo prezzo finale, con un margine di profitto del 60% per Apple”, senza calcolare le materie prime, estratte da aree dell’Africa a rischio umanitario. Incentriamoci su una riflessione generale e interroghiamoci su quali debbano definirsi concretamente i crimini della storia: nel momento in cui si additano i campi di concentramento, qualcuno osservi la situazione di un banalissimo stabilimento, a prescindere dalla major proprietaria piuttosto che dal settore produttivo dentro il quale si cataloghi, oppresso dall’indifferenza della storia; un’interessante scala di comparazione, dal momento che offre uno spunto per valutare la silenziosità di uno dei peggiori mali sociali, un male che trascende ogni principio economico ma si inserisce in un ambito esclusivamente umano: lo sfruttamento. Forse bruciare vivi in una fabbrica non apparirebbe a voi qualcosa da Lager? Forse Socrate o Platone vendettero le proprie idee? Forse Nietzsche blaterò di “oltreuomo” al fine di un ricavo? Nemmeno scienziati quali Darwin piuttosto che Newton hanno agito in nome del profitto! Quelle menti sublimi, durante i secoli addietro catalogate tra gli “intellettuali”, evidentemente sono state spodestate dai mercanti. Riccardo Lobascio

FINE DI UN’ERA Silvio Berlusconi: un uomo la cui stagione politica sembra concludersi oggi, nell’aria tesa della Camera e col rumoreggiare della folla all’esterno. Un’esperienza prodotta dal trauma della Prima Repubblica, termina con la probabile eclissi della Seconda. Diciassette anni caratterizzati da un radicale sconvolgimento della società, una stagione fondata sulla centralità, a tratti ossessiva, della sua persona, con la conseguente commistione dei risvolti pubblici e privati della vita di un esponente istituzionale. Ne è nata la polarizzazione dello scontro attorno ai candidati, più che ai partiti d’appartenenza ed ai loro programmi. Berlusconi è stato il più significativo elemento di scossa della politica italiana, travolgendo i ritualismi di cui essa era caratterizzata, paradossalmente riavvicinandola all’elettorato, in maniera tuttavia non ragionata, determinata principalmente dal suo istinto. Diciassette anni contraddistinti da un eccezionale e prepotente protagonismo, da campagne elettorali roventi, giocate soprattutto sulla sua persona, con una conseguente autentica spaccatura dell’opinione pubblica. Negli ultimi periodi la sua azione governativa è stata sorretta da una maggioranza fragile per contrasti interni, dovuti anche all’incapacità di sostenere un ampio confronto politico; tuttavia sarebbe ingiusto bollarla interamente come fallimentare. Un personaggio contrastante, osannato da un lato, disprezzato dall’altro. Ferruccio de Bortoli afferma che la Storia saprà essere con lui più generosa di quanto non lo sia stata la cronaca. Ai posteri spetterà l’ardua sentenza. Tuttavia, per la sua notoria caparbietà, a volte rasente la testardaggine e la spettacolarità con cui ha sempre agito, rendendo la sorpresa una costante dello scenario politico, nessuno può porre con certezza la parola “fine” alla sua esperienza né può prevederne le prossime mosse. Solo il futuro ne determinerà la conoscenza. 5


Giulia Liti

SERVONO LE MANIFESTAZIONI? Sabato 15 ottobre, in ottanta paesi del mondo, hanno avuto luogo le manifestazioni degli “indignados” (movimento giovanile di protesta, nato in Spagna a causa della crisi economica). Non sono però le violenze dei “black bloc” compiutesi a Roma, che comunque hanno contribuito a peggiorare l’immagine già negativa dell’Italia, ciò su cui vorrei soffermarmi. Partendo infatti dalla cosa più importante, cioè lo slogan 99% (percentuale di persone che non sono mai ascoltate), mi sorge spontanea una riflessione. Anche noi, come studenti, facciamo parte di quel 99%: in pratica, l’unico modo che abbiamo per protestare è quello di andare in manifestazione. Molti non si rassegnano all’idea di subire riforme e tagli a fondi e finanziamenti, perciò hanno tutto il diritto di protestare; tuttavia ci sono tanti altri che credono che manifestare sia inutile. Comunque capita di sentir dire da chi ci va perché crede che sia giusto (anche abbastanza spesso) che “manifestare non serve a niente”, che “alla fine è inutile” e che “si fa sentire l’opinione del popolo, ma poi non è che serva a molto”: tutto ciò può sembrare strano. Inoltre, c’è chi ha le stesse idee e non ci va mai, cioè che “le cose non cambieranno mai” e “non si può fare niente”. E allora? Allora mi sembra ovvio chiedermelo e

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domandarvelo, le manifestazioni servono? La risposta potrebbe essere no, se si guardasse ciò che ho scritto prima e, se si chiedesse in giro, è un po’ difficile trovare chi, seguendo i suoi ideali con convinzione, crede veramente di poter cambiare il mondo così facilmente. Ma quando poi un grande gruppo di ragazzi va e, com’è successo il dicembre scorso per la “protesta alternativa del Beccaria” , la scuola si svuota, si potrebbe rispondere sì. Però queste due risposte sono contraddittorie. E voi cosa ne pensate? Oggettivamente noi ragazzi, parte di quel 99%, non possiamo cambiare direttamente ciò che non va. Ma la protesta studentesca può almeno dare un segnale della presenza di tanti che non ci stanno. Tutto ciò viene ascoltato? Forse non direttamente, ma non può certo lasciare indifferente quell’1% che invece comanda. “Ogni volta che un singolo individuo si schiera per un ideale, dà vita ad un’onda si speranza, che incontrerà altre onde creando una corrente che sarà in grado di abbattere le più alte mura di oppressione e opposizione.” - R. F. Kennedy Siamo 99% contro uno. Le cose cambieranno?


Filippo Rovati

MORTE E SCEMPIO DI GHEDDAFI: LA “LEGGE DEL TAGLIONE” “Se un ignoto, un nemico diventa morendo una cosa simile [all’orrore che ho visto], se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue, bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi lo ha sparso. Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.” Cesare Pavese Gheddafi è morto. La notizia apre al paese, tanto influenzato nel bene e nel male, scenari nuovi, nella speranza di un futuro finalmente libero. È morto il colonnello, è morta la dittatura, è morta un’epoca di regime assoluto durata quarant’anni, è morta la rivoluzione, perché ora la Libia dovrà cessare la violenza ed iniziare a calarsi nei panni di un paese democratico da ricostituire; è morto, ma quasi martirizzato dunque rafforzato, lo spirito di devozione dei fedelissimi al Rais, così difficili da piegare nella loro comprensibilissima soggezione verso chi, in ogni caso, ha detenuto il potere del proprio popolo per decenni. Ma non è morto il male: nel dodicesimo secolo avanti Cristo Achille, ucciso il rivale Ettore, lo trascina legato al suo carro, facendo scempio del corpo di un uomo soltanto per vendetta personale; nel 1945 in piazzale Loreto a Milano, impiccati a testa in giù ad un distributore di benzina, i cadaveri di Mussolini e della sua compagna, esposti a sputi e oltraggi di ogni genere, sono lasciati alle ingiurie di un popolo spietato, lo stesso che pochi anni prima aveva appoggiato l’ascesa al potere del Duce ma che ora, dopo le sofferenze della guerra, non sopporta più. Nel 2011 la storia si ripete: i guerriglieri entrano in un bunker a Sirte. Qui trovano il colonnello, che supplice grida “non sparate!”. Bene, un diciottenne ovviamente gli spara alle gambe e, non pago, in testa. Qui i telegiornali mostrano insorti gioiosi darsi a festeggiamenti di ogni tipo sopra la salma di un uomo dal capo perforato e fracassato dagli scarponi dei festanti con esiti cruenti e disumani. E tuttavia il gesto ci risulta disumano, ma pienamente comprensibile. Comprendiamo perfettamente la rabbia, la passione cieca che guida queste persone, e da qui nasce spontanea una

riflessione (che, in maniera non molto diversa, può essere proposta per il discorso circa i Black Bloc): per quanto giusti possano apparire gli esiti, per quanto buono il fine, il mezzo violento è giustificabile? Non sarebbe stato migliore un processo, che lo avrebbe visto succube della forza della legge, che aveva avuto dalla sua per anni? Quanto accaduto invece non è altro che un’interpretazione attuale della legge biblica (cosiddetta del “taglione”) “occhio per occhio, dente per dente”. Ora è morto Gheddafi, ed è morto umiliato e straziato fino all’ultimo, come aveva umiliato e straziato la sua Libia, ma la figura del Rais continuerà ad aleggiare nelle suggestioni di una parte di popolo che, vedendolo morire così, inconsciamente o meno, reagisce idolatrandolo ancor di più. Idolatrando un uomo la cui scalata al potere è praticamente priva di precedenti storici. Il colonnello è stato un dittatore unico perché rimasto al potere per oltre quarant’anni: propostosi come “guida della rivoluzione” del ‘69 che ha concluso l’era della monarchia, si è poi progressivamente elevato a capo della nuova Libia, con riforme e opere di rinnovamento, sottili giochi diplomatici e conflitti che hanno portato il popolo a riconoscersi in una figura autoritaria che reggesse lo Stato, come è avvenuto fino ai giorni nostri. Nel bene e nel male, il Rais ha segnato una parte della storia. Dunque riusciamo a giustificare quell’impulso vendicativo innato nell’uomo posto dinnanzi all’artefice della sua sofferenza, una sofferenza da cui la Libia si è destata dopo quarant’anni; tuttavia, se vogliamo trincerarci dietro il fatto che la violenza ci è connaturata, allora viene meno il concetto di "diritto", componente fondamentale per porre le basi di una nascente democrazia, come la Libia di oggi ambisce a diventare. 7


Nelle viscere Caposervizio: Giacomo A. Minazzi Redattore: Elena Ruzzier Hanno collaborato: Michele Merolese, Prof. Roberto Proietto, Prof.ssa Maria Antonia Conte

“Tutte le storie cominciano con ‘C’era una volta’; e la nostra storia vuole raccontare proprio questo: che cosa c’era una volta” -E.H.Gombrich-

Ogni mattina trasciniamo le nostre assonnate membra al di là del cancello, su per le scale, con le narici impregnate di quel caratteristico odore stagnante di fumo, con la mente rivolta alla versione di greco; salutando i compagni di classe all’ingresso, ci capita di dare un’occhiata distratta a quelle due lapidi che, una di fronte all’altra, danno un benvenuto rigorosamente in latino a chi entra. Ultima ora, educazione fisica: chi entra in palestra maschile fa in tempo a gettare uno sguardo divertito sui baffetti a pennarello di quel tizio sulla lapide vicino alla porta, chi sarà mai? Si fa per leggere l’iscrizione ma poi suona la campana e non ci si pensa più. Noi lo ignoriamo, ma Lui, il Beccaria, ci osserva, vigila e cela nelle sue viscere il proprio passato da noi visibile solo attraverso qualche busto scarabocchiato e qualche animaletto impagliato nelle vetrine. E per la prima volta, su gentile concessione del Preside, ci viene concesso di aprire uno spiraglio in quel passato che è anche nostro.

I - La cripta delle sedie

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Il corridoio oscuro al quale si affaccia il bar termina con una rampa di scale che scende fino a una porta; se qualche temerario ha mai provato ad aprirla, l’avrà trovata inevitabilmente chiusa. Ciò che dietro ad essa si nasconde supera la più fervida delle immaginazioni: alcune stanze racchiudono sedie, tavoli, armadi, mobili misteriosi non meglio identificati, gli uni antidiluviani, gli altri nuovi fiammanti. Se vi siete chiesti dove vadano a finire le sedie quando si rompono, la risposta è “al di là di quella porta”, perché per poter buttare anche solo uno sgabello la scuola ha bisogno di permessi della Provincia e deve aspettare diversi anni, come dimostrano gli insoliti tesori di questa cripta scolastica. La prossima volta che in classe manca una sedia e dovete girare mezza scuola per trovarne un’altra, sapete dove cercare.

II - Il sotterraneo dell’orso

Gira per la scuola una leggenda secondo la quale non molto tempo fa al bradipo tridattilo impagliato e agli altri animali davanti alle macchinette al primo piano si affiancasse un orso. Che ci crediate o no, quell’orso esiste ancora, relegato in un altro sotterraneo, simmetrico rispetto al primo, del quale potete vedere la porta se, scendendo dal lato ferrovia, v’inoltrate per il corridoio a sinistra delle scale. In fondo, superato qualche scalino, accanto ad ulteriori gloriose reliquie di mobilio, si apre l’ingresso alla dimora dell’orso. Pensate che la Provincia avrebbe voluto farne un museo ma il progetto è naufragato a causa della recondita posizione degli spazi e anche dell’umidità che trasuda dalle pareti; al momento vi è stipata una catasta di ruderi del “Rudere” (ex giornalino del Beccaria, ndr.), oltre ad un’immensa quantità di minerali conservati in mobili di legno che corrono lungo le pareti o in scatole sul pavimento, tracce d’una concezione di insegnamento delle scienze ormai superato, certo, ma ugualmente affascinante, insieme ai più svariati animali impagliati, tra cui una maestosa aquila, 8 mammiferi marini non meglio identificati uno dei quali, forse un tricheco o un lamantino, deve essere


del Beccaria lungo almeno due metri; e infine Lui, l’orso, un bestione impressionante non tanto per l’altezza (essendo seduto, non supera di molto il metro), quanto per la posa, per l’espressione del muso: sembra vivo. Accanto a lui si erge quello che assomiglia moltissimo a uno scheletro umano, ma senza testa: ci si chiede a chi appartenesse e dove sia andato a finire il teschio… Certo sarebbe bello poter riesumare tutto ciò, magari riportando l’orso nella sua antica posizione.

III – Le segrete dell’aula magna Al di là delle tende che chiudono la parete di fondo dell’aula magna, due rampe di scale salgono fino alla balconata; ma esse conducono anche alla zona sottostante. Attraversando un ampio pianerottolo in un angolo del quale si nota un misterioso busto, simile a quelli della palestra maschile ma senza nessuna lapide a indicare di chi fosse il ritratto, si accede, scendendo ancora, ad alcuni locali - tra cui pure un bagno funzionante - che dovrebbero essere adibiti a biblioteca pubblica; purtroppo i lavori sono fermi per mancanza di fondi.

IV - L’archivio e la biblioteca storica Sul corridoio che conduce al sotterraneo dell’orso si affaccia una porta d’un colore giallino, piuttosto anonima, tanto che passandole accanto quasi non la si nota. Non si direbbe che al di là di questa si celino l’archivio e la biblioteca storica del Beccaria e, fattisi strada in una minuscola anticamera ingombra di scatoloni, si acceda al cuore stesso della scuola. Questa parte d’archivio, una stanza ampia, stipata di mobili e scaffali strabordanti di tomi e pacchi d’ogni genere, comprende documenti scolastici che vanno dai primi del Novecento fino ai giorni nostri, fra cui prove di maturità e registri con tanto di voti dei nostri predecessori. Questi sono consultabili, previa richiesta, per avere informazioni su eventuali avi beccarioti. A sinistra dell’archivio si nasconde la porta di un altro misterioso locale, nientepopodimeno che la biblioteca storica. I volumi, che risalgono fino al 1500, sono custoditi in una affascinante struttura scorrevole simile al caveau d’una banca e a vederli (e annusarli, ndr.) prudono le punte delle dita dalla voglia di toccarli, di leggerli; ma ovviamente sono troppo troppo preziosi e troppo fragili. Verrebbe da chiedersi quale seicentesco studente abbia per ultimo sfogliato quelle pagine alla disperata ricerca di spunti per il compito dell’indomani...

La porta si richiude, ai piani di sopra la vita scolastica continua come tutti i giorni; ma ora sappiamo che sotto, da qualche parte, antichi libri, vecchi voti e un orso impagliato vigilano nel buio nell’attesa che qualcuno venga a cercarli. 9


Michele M. Merolese

DOPO OGNI VIAGGIO Esistono dei luoghi speciali. Luoghi magnifici, straordinari, che ti lasciano a bocca aperta; luoghi che stupiscono e che ti fanno sentire minuscolo, luoghi che celebrano la grandezza della natura e la piccolezza dell’uomo. Esistono luoghi che sembrano sovrannaturali: il monte Olimpo, che agli occhi dei Greci era altissimo, era diventata la casa degli dèi. E pensare che, rispetto a moltissime altre montagne, l’Olimpo non è niente. Eppure, per chi ci viveva, per chi non conosceva quant’è grande e diverso il mondo, la vetta dell’Olimpo era ciò che si avvicinava di più al cielo e a chi ci abitava. Questo è solo un esempio di un luogo considerato divino per com’è fatto, per la sua natura. Esistono invece altri luoghi che sono ricordati non per ciò che sono, ma per ciò che v’è successo. Le Termopili, per restare nel mondo greco che tanto bene conosciamo, anzi, che tanto bene ci è stato conosciuto dai nostri zelanti professori (che mi perdoneranno questa licenza, spero), dicevo, le Termopili non sono famose tanto per le loro sorgenti calde, quanto per l’impresa di Leonida e dei suoi Spartani (e anche dei Tespiesi, che tutti immancabilmente dimenticano), in particolare dopo quel bellissimo film su cui non mi pronuncerò (anche se devo dire che lo pseudo-Serse con i piercing ai capezzoli era particolarmente impressionante). Ecco, tra questi luoghi, la cui aura viva si può avvertire solo quando ci si trova là, ne esistono alcuni che sono considerati sacri perché lì si è manifestato qualcosa: un segno divino, la traccia lasciata da un’entità superiore che non può essere ignorata. Io mi considero scettico. Vedo a cosa hanno portato le religioni e gli uomini che si credevano dèi, e ne provo disgusto. Però ognuno in cuor suo non può nascondere di sentirsi parte di qualcosa di più grande; quando guardi il cielo, come puoi non chiederti cos’è, perché è, come è nato? Un conto è dire “Dio non esiste”, “Allah non esiste”, “Ahura-Mazda non esiste”; altro è dire “non c’è nessuno”, “non c’è niente né prima né poi”. Qualcosa oltre al corpo deve esistere, e non importa se si chiama spirito o psyche; nessuno può affermare con sicurezza di credere solo in ciò che vede, o almeno, nessuno con un briciolo di buon senso. È con questo spirito che ho vissuto Medjugorje: quel grande santuario della Madonna, quel borgo sperduto in Bosnia non è un luogo come gli altri; e lo dico da scettico, da disgustato. La Madonna non è una divinità, ma un personaggio la cui esistenza è attestata, una donna che ha vissuto, al di là del credere nella sacralità di Gesù, la morte di suo figlio. Forse per questo proprio lei, da parecchi anni, ha cominciato a comparire a profeti o visionari; lei è la santa più umana, perché ha sopportato un dolore inimmaginabile con la fede, che si può condividere o no, ma che le ha dato la forza di sostenere la vista del proprio figlio messo a morte. Mi aspettavo di vedere un’orda di malati, di visionari, di fanatici; e invece ho visto solo una folla ordinata e silenziosa, che osservava muta il nulla che c’era da osservare. Perché a Medjugorje non c’è davvero niente; è un paesello di negozi di souvenir, con una maggioranza italiana, croata e polacca. Una lunga via che straborda gingilli assolutamente più commerciali che spirituali è l’unico appiglio con il mondo reale perché, una volta abbandonata quella via, si entra nel silenzio, un silenzio mormorato e rispettoso, che zittiva perfino me (e ce ne vuole, ve l’assicuro). Io stesso mi sono ritrovato a pregare, cosa che non facevo da moltissimo tempo. Continuo a non credere, o meglio, a credere in quel qualcosa di indefinito; e anche se odio questo genere di frasi fatte, è vero che da ogni viaggio si torna diversi. Certo, non nego di aver sbuffato più di una volta, in particolare durante le due ore e mezza di messa in croato all’aperto, quando al tramonto una folla si è alzata a guardare il sole che cadeva e mormorava in ginocchio di vederlo tremolare (il che mi lasciava più che perplesso); ma per il resto, direbbe qualcuno, “è stata un’esperienza significativa”, nel senso che un significato l’ha avuto. Non mi sono convertito, non sono tornato illuminato da una fede che sarebbe assolutamente ipocrita, ma qualcosa è cambiato, come sempre dopo ogni viaggio.

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Unitevi al coro!

Lunedi 17 ottobre è iniziato il coro della scuola, ma purtroppo siamo solo in 14. Fare musica, partecipare al coro è la possibilità di un’arricchimento per la propria vita, per la propria personalità. Come ogni cosa bella contiene un valore, così anche il coro lo possiede: questo è il luogo della musica, è dove passa qualcosa d’altro, un quid in più. Non importa se non avete mai cantato o se pensate di essere stonati perché nessuno di noi è un o una cantante professionista, siamo venuti qui perché volevamo fare un’esperienza, spinti solo dalla passione o dalla curiosità che abbiamo per la musica e per condividere questo interesse con altri studenti. E per di più è veramente divertente! Il nostro invito è quindi quello di partecipare e condividere con noi questa esperienza, ogni lunedì dalle 14 alle 15.30! Siete tutti i benvenuti, vi aspettiamo!

La Posta del Cuore del Dr. Santamore !"#$%&'()'(#*+&,'()'&&','(%)(!"##"$%&'(#')"$*(%))-$".$,$//*((+$,"-,./*"0*//'$.'1.#(0 (12'+&*(3'+'4($)(.*&&*,'(,$+5*".'(%(6)78'&&$"%9:; “Carissimo Dr. Santamore, subito voglio dirle quanto sono felice del ritorno della sua rubrica. Confido in lei. Io, ragazza giovane, bella e intelligente, sono infatuata di un uomo molto più grande di me con due divorzi alle spalle, ma non ne ha colpa. Come poi non innamorarsi della sua virilità, del suo carisma, del suo fascino; cantante eccezionale, è pure imbattibile nelle barzellette. Per questo è sempre circondato da belle donne, vogliose di soddisfarlo. Lui, personaggio pubblico, è assai criticato; ma poco m’importa. Conoscendolo potresti capire perché tante lo adorino, e straniere. Dottore, mi aiuti: voglio essere la sua preferita, la sua ape regina.” -Olghettina95

Cara Olghettina95, Il mio erotico ego non ha bisogno dei tuoi ossequi, ma, vista la descrizione della tua persona che mi fornisci, posso dirti subito che sono ben disposto a sostituirmi all’uomo sfuggente che il tuo cuore agogna, anche se avremo da lavorare su quel difettuccio che chiami “intelligenza”. Ma la Direzione dice che l’articolo non può finire qua: escogiterò qualche idiozia per rimpinzare lo spazio concessomi. Sappi indi che il tipo di uomo che descrivi m’è molto caro; un dì, in vacanza a Porto Rotondo di Olbia, conobbi un uomo simile a quello che tu descrivi: serbo ancora nel mio cuore l’immagine dei suoi capelli, appena trapiantati, piegati sotto i galeotti raggi del meriggio sardo, mentre una partenopea musica celestiale usciva dalle sue labbra, così esperte di soavi motti portuali. Ahimè, può l’amore fermarsi dinanzi a ottusi limiti culturali, qual è il rozzissimo onere dell’eterosessualità? Furente di passione, denudatomi, subito mostrai le mie dottorali grazie a quel bocciolo di fior di zucca: ahimè!, ancor mi dolgo nel rimembrar la chitarrata che giunse sul mio laureato capo per mano del campano musico ch’ei diceva esser sua ape prediletta, o, nell’intimità, apicella. Qual è dunque il mio consiglio? Di venire a casa mia, stasera, verso le 20.30. Fatti dare il mio indirizzo dalla redazione e preparati a estatici interminabili feroci amplessi. Con tanto amore dal tuo focoso fuco, Dr. Santamore P.s. ricordo a tutte le altre aspiranti che possono vivere la stessa esperienza (anche contemporaneamente), basta che mi giunga una loro foto in abiti succinti (la nudità non è disdegnata).Giudicherò e vi farò 11 sapere.


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Rubrica di Alessandro Corrieri

La redazione ha pensato di inaugurare un angolino nel giornale per suggerire al giovane beccariota, godereccio ma cauto nelle spese, ristoranti di buona qualità adeguati alle sue tasche. Ecco quindi la prima straordinaria proposta de L' Angolo del Gordo, proprio in occasione del suo diciassettesimo compleanno. Per questo mese vi suggeriamo “Cuore e sapore”. Il Gordo quindi, con una scelta compagnia di fidati esperti ha raggiunto la fermata di Porta Genova con la linea verde della metropolitana (in alternativa è possibile anche prendere il tram 19), sempre più affamato ha imboccato via Casale ed è entrato al numero 5, accolto calorosamente da Antonio e Carla, proprietari del locale. Varcando la soglia del ristorante è subito percettibile il carattere artistico e fantasioso dovuto a quadri con soggetti astratti dai colori vivaci e abbinati alla perfezione, si percepisce anche la rusticità, elemento preponderante del locale nonché della cucina napoletana. La fame è ormai alle stelle e per rompere l'imbarazzo iniziale, una fulminea pizza - vera napoletana alla mozzarella di Bufala - è stata divorata in modo altrettanto fulmineo. Davvero ottima! E via ora coi primi. Il Gordo dopo una lunga e ponderata analisi del menù, si butta sulle trofie “pinco pallino” con spada, mandorle, pomodorini e finocchietti selvatici, così chiamata per un colpo di fantasia. In alternativa, ottimi anche gli spaghetti alle alici, saporiti e con il tipico e inimitabile sapore della cucina partenopea che caratterizza il locale. Nella vasta scelta dei secondi sono state selezionate due tagliate con rucola e scaglie di grana, davvero gustose e presentate ottimamente su pietra ollare. Ma procedamus verso i dolci. Un Babà al rum con un velo di panna montata, un tiramisù alla nutella, un orgasmo (nome, ovviamente, molto allettante) e una pastiera napoletana sono stati scelti accuratamente dalla compagnia. E dulcis in fundo, sorbetto al caffè! Davvero ottima è la qualità degli ingredienti, ben curata la presentazione dei piatti, un servizio molto rapido, ma soprattutto una stupenda atmosfera cordiale e calorosa, proprio come recita l'insegna, da “cuore verace”. Inoltre è degno di nota il fatto che, per i tifosi di calcio più appassionati, il locale consente di assistere alle partite in ore Cuore e Sap diretta; ma perché concentrarsi su uno schermo piatto ,5 via Casale appeso al soffitto, piuttosto che sui sapori, gli odori e i colori di un buon piatto che ha tanto, anch’esso, da Gli assaggi del Gordo: raccontare? Il ristorante serve ogni giorno dal lunedì al venerdì un Piazza bufalina Trofie Pinco Pa#ino pranzo completo costituito da coperto, primo, secondo, Spaghetti a#e alici contorno, bibita e caffè, al prezzo di 10, 60 euro. Tagliata con rucola e scaglie di La cena è terminata. Il Gordo può ritenersi più che grana soddisfatto ed esce dal ristorante a pancia piena e cuore Babà al Rum e panna montata contento dopo aver ottenuto uno sconto del 10% per lui Tiramisù a#a Nute#a e tutti coloro che si presenteranno a nome suo e de Orgasmo “L’Urlo”. Pastiera Napoletana Il prossimo mese torneremo immancabilmente a Sorbetto al Caffè consigliarvi i migliori ristoranti. Per questa iniziazione culinaria ringrazio i miei allegri commensali Giacomo A. Prezzo Cena: 25 € a testa circa Minazzi, prof. Anna Pescò e Francesco Falaguerra.

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Visita il sit avere o per inform più FAGOTTINI ALLA ZUCCA azioni! Anche quest’anno è arrivato l’autunno e con lui la voglia di coccolarsi con dolcetti sfiziosi, magari seduti sul divano con una bella tazza di thè fumante in mano. Ecco allora che in questo numero vi propongo una golosa ricetta della tradizione culinaria bulgara, da me rivisitata e personalizzata, a base di zucca, un ortaggio che è un vero e proprio concentrato di salute!

La ricetta di Deborah Sartori

Preparazione Lavate e sbucciate la zucca. Tagliatela a pezzi e grattugiate. Scaldate l’olio in un tegame antiaderente ed unitevi la zucca. Lasciate stufare la zucca per 5 min mescolando con un cucchiaio ed unite lo zucchero continuando a mescolare. Fate cuocere con il coperchio per 15 min a fuoco moderato (ricordatevi sempre di mescolare!), incorporate le noci tritate grossolanamente e l’uvetta. Proseguite con la cottura senza coperchio per altri 5 min. A cottura ultimata unite la cannella e, a piacere, per gli amanti dei sapori più speziati, una spolverata di noce moscata, mescolate e lasciate raffreddare. Srotolate la pasta sfoglia e tagliatela in quattro spicchi se rotonda, in sei quadrati se rettangolare. Ponete nel centro di ogni spicchio o quadrato circa 2 cucchiai del composto e richiudete i bordi con le dita a formare dei fagottini.

oni): Ingredienti (per 4 porzi ente 800 g di zucca (preferibilm napoletana) 150 g di zucchero ole 3 cucchiai di olio di giras

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70 g di noci 50 g di uva passa ella 2 cucchiaini da tè di cann

1 tuorlo d’uovo fresca 1 rotolo di pasta sfoglia

Cottura Disponete i fagottini su una teglia foderata di carta da forno, spalmate con un pennello da cucina i fagottini con il tuorlo d’uovo sbattuto precedentemente, infornate in un forno preriscaldato a 200˚C. Lasciate cuocere per 30/40 min circa a 180˚C. Servite tiepido. Buon appetito !

Francesco Zaza

[PARTE I]

DRINK CODE, OVVERO ANCHE LA CIRROSI EPATICA HA UN SUO STILE Spesso, nel ricevere un invito ad un qualche festino, la domanda che sorge spontanea è “cosa porto da bere?” Questo agile manualetto si ripropone di trarvi dall’imbarazzo in situazioni potenzialmente spinose, presentando alcune delle molteplici occasioni mondane che potrebbero capitare a pazzi festaioli quali noi classicisti. Festa in parrocchia: “portate il Tavernello quando son tutti ‘borni, nessuno vi gamerà” (dalla magnificente opera “il vangelo secondo la mia personale e liberissima interpretazione” di George Best, noto filologo d’oltremanica). E dunque, Tavernello sia, e in ingente quantità. Certo, magari non saranno sbronzi ad inizio festa ma state certi che i vostri venerandi compagni di bisbocce avranno le papille gustative tanto mal ridotte dall’età che potreste dar loro kerosene da bere, non lo distinguerebbero dal chianti (portare kerosene sarebbe però molto maleducato, non fatevi tentare dal suo basso costo, e poi il Tavernello da quando è scoppiata la crisi libica costa molto meno al barile). Riunione alpina: Qui, sebbene l’età sia in media prossima agli 80 (e questo grazie alla presenza dei muli, che non superando i 30 anni contribuiscono ad abbassarla), non fatevi tentare dalla possibilità di sfangarvela come in parrocchia: gli alpini sono notissimi intenditori di tutto ciò che abbia una gradazione alcolica superiore alla camomilla. Qualora invitati ad una tale gioiosa occasione, sappiate che se volete evitare il coma etilico, dovrete presentarvi alla festa con minimo un paio d’ore di ritardo: i veci saranno già ai primi 3/4 litri di alcool denaturato a cranio. A quel punto arrivate voi, portando una selezione di grappe nostrane. Non fallirete. I militi dei monti apprezzeranno, e dopo essersele scolate, andranno a fare una bella passeggiata di 25km sui monti, e voi potrete strisciare al letto più vicino. Tenete da parte del moment, ne avrete bisogno. Importantissimo: evitate qualsiasi altro alcolico che non sia grappa, non lo gradirebbero e soprattutto evitate la vodka, potreste trovarvi vittima di qualche vecchio veterano dell’ARMIR che (causa Alzheimer) potrebbe associarvi al sovietico nemico e seccarvi sul posto con lo schioppo del bisnonno, portato avanti e indietro dalla Russia. Tre volte. E da sbronzo. Mai stràc! Nel prossimo capitolo di questo manualetto potrete trovare molti consigli utili su quali arrosti abbinare ai vini e simili facezie.

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Giacomo A. Minazzi

DRESS CODE: APPLICAZIONE PRATICA

Nonostante il vocabolario del Dress Code preveda cene di gala con Reali ed ambasciatori, dubitiamo che al giovane Beccariota si addicano tali eventi. In questo breve prezzo tenteremo di dare qualche consiglio pratico per eventi più o meno comuni. Diciottesimo: sicuramente una grande meta per chi lo compie, una bella occasione di stare insieme e festeggiare per tutti gli invitati. Di solito è un evento che prevede un abbigliamento abbastanza formale – giacca e cravatta per lui abitino per lei – in locali più o meno alla moda o loft. Se dovesse essere una festa in pompa magna, sarà premura dell’ospite comunicare il dress code richiesto, ad esempio potrà essere “abbigliamento fluo” piuttosto che “anni ‘70” o il classico “black tie” o, perché no, un diciottesimo in maschera! Serata fra amici: una tranquilla cena a casa o al ristorante e poi.. “Arco!” Nessun dress code particolare, cercate però di essere in linea con lo stile del locale o del ristorante nel quale andrete. All’Arco si va più precisi, anche con una giacca, in Brera più alternativi, in Colonne potete tranquillamente andare “ronci e scialli”. Attenzione, se prevedete un post serata in discoteca in alcune è richiesto un certo abbigliamento, come camicia obbligatoria o tacco per le ragazze, accertatevene onde evitare spiacevoli sorprese. Consiglio tecnico alle ragazze: se prevedete un’uscita con tacco, munitevi in borsetta di comode ballerine (su queste approfondiremo nei prossimi numeri) da sostituire, a fine serata o mentre ballate, quando ormai i vostri piedi supplicheranno pietà. Aperitivo: idem, come sopra. Abbigliamento misurato in funzione del locale scelto. Una camicia sul ragazzo tuttavia non è mai di troppo, ma anche sulla ragazza darebbe un tocco di originalità (purché non sia a quadrettoni sopra la canottiera..) ! Un locale molto sfizioso in zona Brera è il “Café degli Atellani”, un cubo di vetro al posto delle mura. Ragazze, un appello spassionato: basta Abercrombie!

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Brera incontra il Puškin’ di Mosca: Alcuni dei massimi capolavori dell’arte francese a cavallo tra XIX e XX secolo provenienti dal Museo delle Belle Arti A. S. Puškin’ di Mosca.

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☞ Pinacoteca di Brera, dal 10 novembre al 5 febbraio.

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di Konrad Borrelli

- MOSTRE -

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Paul Cézanne - Les ateliers du midi: Una selezione dei dipinti dell’autore dal 1860 ai primi anni del ‘900. ☞ Palazzo Reale, dal 19 ottobre al 26 febbraio.

L’artigiano in Fiera: Come ogni anno, l’occasione per conoscere la cultura e la creatività di oltre cento paesi del mondo, con uno sguardo alla lista dei regali natalizi! ☞ Fieramilano - Rho, dal 3 all’ 11 dicembre.

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- CONCERTI Paul Mc Cartney: 27 novembre ! Mediolanum Forum

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Noel Gallagher: 28 novembre ! Alcatraz Lorenzo Jovanotti: 10 dicembre ! Mediolanum Forum Maroon 5: 11 dicembre ! Alcatraz

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Rihanna: 12 dicembre ! Mediolanum Forum

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Red Hot Chili Peppers: 11 dicembre ! Mediolanum Forum er il sito p a t i s i V più avereazioni! inform

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Atto I Scena II (Coro di Beccarioti, Egli)

Egli

Già è lo sole a l'orizzonte giunto lo cui meridian cerchio coverchia l'Afghanistan col suo più alto punto; e 'l martèl, che campana tutta cerchia, trillando già spezzò l'attesa ad ogne studente d'esta scuola 'nver soperchia, a men che quello cerchi grandi rogne giugnendo troppo tardi al proprio banco, e sua tardata celando con menzogne, dicendo ch'era 'l tram suo 'nver, o anco fingendo che sbarcati fuor alieni en la dimora sua, e d'esser stanco. (Entra trafelatissimo Edipo) Ed ecco ch'uno appare, poi che pecca, ritardatario essente, se scusante. Che dirà mai, per evitar Giudecca?.

Edipo Pietà, o gran lettore! Venn'io, sì, 'n ritardo; ma questo grande orrore non feci da testardo, ma per la malsania di grande ruberia, di quella ATM i cui buoni tramvieri non sono 'nvero gemme di quei d'allor mestieri, ma son più somiglianti a que' ch'han tanti amanti. Eg.

- Edipo Studente -

Chè io ebbi gran colpa vèr lei, o professore, sì come quei che spolpa l'uomo, 'l carnivòre, di carne, sì, affamato ma d'uomo marinato! Cannibale non sono, o grande semitista ancor chiedo perdono sì come l'estetista ch'ad un cliente brutto il ciglio tolse tutto.

Com'io divengo or gelato e fioco non dimandar Edipo, non lo dico che l'ira mia non spinge me un poco, ma tanto assai, e s'i' non er pudico imprecazioni udresti di mia mente uscir, cognote al solo me vendico, con bella 'nver pronuncia certamente, ed eleganti, e ne' tuoi riguardi. I' non direi su te che se' eccellente, sì come orangutan di quei più tardi ch'e piè metton in bocca per cenare, o come quel ch'alcun de' suoi petardi in testa sua si mise per sparare, (er allor festa d'un del genetliaco), e all'esplosione tutti a rimirare la testa sua lanciata allo zodiaco. Non direi a te mai questo, malo [E]dipo; ché tu di far ritardo se' maniaco, e chi a te die' allor il suo genotipo dolersi assai per quel che fe' dovrebbe.

Ed. Eg.

Mi scusi... scusa non è data. Campana è già suonata.

(tuoni e fulmini. Si raccolgono le nubi sopra 'l Beccaria. Una porta si apre. Fogli volano da tutte le parti) La colpa tu per sempre, solo, avrai, dal sortilegio mio tu verrai preso e fino a morte mai dipartirai dal Beccaria, se tu non avrai reso pegno a me, che sono l'Egli, 'l vero, e tu già sai se mai tu m'hai offeso. Tu quindi mai andrai, e non un cero dovrai a me offrir, ma 'l tuo sapere e 'l gran consiglio, preso per intiero de le tue prove avrà 'l grande potere di decision; Ed. Eg.

padre, i non comprendo rien, di quel che vuoi... Le cose ti fien conte quando noi fermerem li nostri passi su la trista riviera d’Acheronte.

(Pausa. Buio con tuoni di sottofondo. Entra una guardia e porta fuori Edipo.) STASIMO TEOLOGICO I * Co.

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O tristo e greve Edipo, che l'Indosemitista Il professore Egli (i'l nomo, e Dio m'assista!) e' volle assai punire per la sua tracotanza si come fe' a Shylock il grande Crollalanza. Quell'Egli è superiore al mondo della Terra è simbolo potente ch'incarna 'n sè la guerra la guerra di pietade (chè dice così Dante); e d'ogne gran poeta è frate padre amante. In ogne civitade ei fu nel suo passato e lesse con scioltezza quel d'ogne letterato perchè nella sua Bibbia della letteratura includerlo volesse, ch'è degno di scrittura. Poi e' donò alla Terra 'l gran Mario Pazzaglia che con le sue gran note capir diven battaglia. E come per Mometto chè Dante fe' 'nfernale Pazzaglia è 'l suo Corano è legge universale! Ma se tu mai tardassi perduto tu saresti per legge celestiale chè grand' !!"#$ faresti. Così sen va all'Inferno Edipo 'l Beccariota, làddove ogne lingua divien tremando muta. -Manicocle-

* Vista la palese vocazione salvifica dell'opera Manicoclea, si può comprendere come tutti i singoli atti siano conclusi da stasimi teologici o teogonici. Probabilmente questo desiderio di utilità per l'anima del lettore dell'Edipo è da attribuirsi al peccato di superbia di cui, secondo le cronache d'epoca, il grande tragediografo si era macchiato, rifiutando il dogma della duplice natura (insegnante di Indoeuropeo e al contempo di lingue semite) di Egli. A tal proposito, si fa riferimento allo studio come scrivere c***ate e farsi pure leggere di 15 Odino A.M. Cine, pubblicato da Neon Omicida nel 2007.


SEMPLICEMENTE MARCO

Marco Costa Francesco Falaguerra Carlo Orio

Nato a Cattolica nel gennaio del 1987, trascorsa gran parte della sua giovinezza nella frazione di Coriano, Marco Simoncelli, meglio conosciuto col soprannome di SuperSic, coltiva sin dai primi anni, la passione per le moto e in generale per qualunque mezzo abbia un motore. La sua carriera inizia in tenera età, con gare in minimoto e dando prova, grazie a numerosi successi, del suo talento. Da qui la sua carriera si protrarrà attraverso vittorie e riconoscimenti che lo porteranno a debuttare, a 14 anni, nel motomondiale classe 125 col team Aprilia. Un anno dopo prende parte al mondiale classe 250 con una Gilera RSV 250. Ottiene la vera incoronazione due anni dopo, trionfando nel mondiale alla testa di una Gilera RSA 250, proprio nel circuito di Sepang, la stessa pista che porrà fine, tre anni dopo, alla sua carriera. Nonostante il successo, decide di rimanere per un altro anno in questa classe. Nel 2010 approda nella classe regina, col team Honda Gresini, totalizzando 125 punti e concludendo la stagione all’ottavo posto. L’ultima stagione l’ha visto più volte protagonista in duelli e lotte concitate, che gli hanno fruttato, tra gli altri, due pole position. Particolare era anche lo stile di guida di Sic, aggressivo e spregiudicato, che per uscire il più velocemente possibile in curva, apriva il gas a metà, aumentando velocità e quindi, coefficiente di rischio, non solo per lui, ma anche per i piloti in scia. Il talento indiscusso del romagnolo, non è mai stato pienamente riconosciuto, dal momento che la sua conferma in Honda era dubbia. Fuori dalla pista, come riportano amici e parenti, era un ragazzo semplice, sempre disponibile e con ancora quell’umiltà che ne faceva un grande campione. Marco dedicava molto tempo a famiglia e amici e, seppur famoso, non dimenticava tutte quelle persone con cui da piccolo aveva condiviso tante esperienze. Non ci soffermeremo sulla dinamica dell’incidente di Sepang, già discusso più volte da molti, ma preferiamo dare il nostro contributo al ricordo di un grande campione e soprattutto di un grande uomo. Ciao, SuperSic

Lettera personale Poche e sentite parole per commentare quanto sta accadendo recentemente nella nostra scuola. Non tutti sanno che da circa metà di ottobre è nato il C.A.B., Collettivo Autonomo Beccaria. Questo si propone come secondo collettivo della scuola, più operativo e nel quale si agisce e non si fanno solo chiacchiere. “Un collettivo del Beccaria di cui non ci si possa vergognare”. Bene, io me ne vergogno. Me ne vergogno in quanto questa è la dimostrazione che esistono persone che non sono ancora in grado di dialogare, persone che non si sanno confrontare e hanno bisogno di fare gruppo tra di loro, tenendo fuori i contrari, per compattare uno stesso parere e modo di essere. La parola stessa “collettivo” indica un insieme d’idee, di qualsiasi colore politico, e un luogo in cui ci si possa incontrare, confrontare e scambiare idee, giungendo anche a conclusioni interessanti e proficue. L’idea stessa di creare un secondo collettivo contrasta con il concetto di “collettivo”. Il fatto, inoltre, di aver aggiunto il termine “autonomo” rende il gesto ancora più grave. Ricordate tutti il significato socio-politico di questa parola trent’anni fa? Bene, utilizzarlo in questo contesto indica una precisa inclinazione, o un’ignoranza politica di fondo. Quello che più mi destabilizza è il fatto che all’interno di questo esistano persone che si vantano, ed esortano i compagni a seguirli, di essere stati presenti nelle manifestazioni di Roma in modo non pacifico. Mi stupisco che dopo anni trascorsi a studiare l’importanza della costituzione e della democrazia, del discutere insieme per decidere, del lavorare per la “comunità”, del rispettare ogni idea, ancora ci siano persone che se ne fregano altamente e dimostrano non solo ignoranza, ma anche un’illimitata pochezza. Ora chiedo a queste persone, e spero di avere indietro delle risposte, non credete di avere preso una bella cantonata a voler fare gli autonomi nel 2011? Non vi vergognate almeno un po’ di avere tra di voi facinorosi che credono di risolvere qualsiasi cosa spaccando qualche auto e vetrina? Non è squallido tutto questo?

L'Urlo - Dicembre 2011  

Numero di dicembre del giornale d'istituto del Liceo Classico Statale Cesare Beccaria

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