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Intervista Marco Cresci

51/ Musica 76

Tutto l’amore dei Metronomy Il primo colpo di fulmine per la musica, quella che si assorbe da bambini per mano degli adulti, ha gettato le basi di Love Letters, l’atteso nuovo album dei Metronomy.

Devon (UK). Josh Mount leader dei Metronomy, ha una forte visione artistica, solo che la continua a cambiare album dopo album. La band inglese ha cominciato facendo musica strumentale elettronica e pulsante per poi raggiungere il successo con il synth pop sofisticato di The English Riviera, candidato al Mercury Music Prize 2011. Oggi pubblica Love Letters, un viaggio introspettivo nella vita del cantante, un album dal cuore caldo e analogico, omaggio al pop degli anni ‘60 e alla psichedelia che i suoi genitori gli facevano ascoltare da bambino. Dopo l’inaspettato successo di “The English Riviera” come ti sei approcciato al nuovo album, avevi le idee chiare o lo hai creato passo per passo? Avevo idee molto specifiche, sapevo cosa volevo, ovvero registrare un album in uno studio analogico senza usare in alcun modo i computer. Con la tecnologia puoi improvvisare, ma se vuoi fare un album in questo modo devi avere tutto chiaro nella tua mente o rischi di andare incontro ad un disastro. Ogni vostro disco è come un viaggio inaspettato, quando stai per premere play non sai mai dove ti porterà. Sembra quasi che mettervi in gioco ed esplorare nuovi territori sia un’esigenza, è così? Le persone che fanno musica che stimo sono sempre state quelle in grado di sorprendermi, ed è quello che cerco di fare anche io con ogni disco. Sono consapevole del fatto che che non sia assolutamente la cosa più facile da fare, ma quando ci riesci la soddisfazione è inestimabile. Forse il mio discorso è un po’ estremo, ma se diventi prevedibile tanto vale smettere di fare quel che stai facendo.

Il vostro modo di fare musica pop senza prestare attenzione a quello che detta il mercato del pop mainstream è lodevole, è come se voi viveste nel vostro mondo. è difficile non lasciarsi contaminare o non scendere a compromessi? Bisogna sempre scendere a compromessi anche se piccoli quando si entra nell’industria discografica, ma la visione artistica è qualcosa d’innato e personale che appartiene solo all’artista e nessuno la può toccare: è questa visione che io voglio condividere

con i fan o con le persone a cui tengo. Credo che sia il riuscire a mantenere integra questa visione artistica a rendere un artista interessante. Bisogna saper correre dei rischi e non stare a pensare a quello che le persone vogliono da te, ma piuttosto a quello che tu vuoi condividere con loro. Michel Gondry ha diretto il video di Love Letters: com’è stato entrare nel suo mondo visionario? è stato fantastico! è una persona con i piedi per terra che ti travolge con la sua creatività, è così concentrato nel voler realizzare la sua idea che nel momento in cui comincia a lavorarci vi s’immerge totalmente e riesce a trasportarci dentro tutte le persone coinvolte. Nel video di Love Letters, ma anche durante le vostre recenti esibizioni live indossate una divisa dal taglio ‘60: è un omaggio alla Motown? Sì, è una referenza a quel mondo e a quegli anni in cui per fare musica bisognava sforzarsi veramente e vestirsi in un certo modo serviva a dare più credibilità a qualcosa che per quei tempi era nuovo e diverso. Cosa ti ha spinto anche musicalmente verso questa direzione ‘60 e psichedelica? Più che qualcosa che mi ha spinto è la musica con cui sono cresciuto e volevo condividerne il mio apprezzamento, i miei genitori mi hanno fatto ascoltare un sacco di buona musica e in un certo senso ho voluto ricambiare.

Urban 120  

Il colore protagonista assoluto di una pulizia stilistica che ne amplifica la forza. Un estetismo puro che dà il via ad un nuovo inizio. + s...

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