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eccezion fatta per qualche piccolo segnale dello spirito dei tempi (tra i tre savi del Califfo vi è un ministro della propaganda e i marchi razziali dei personaggi di colore, malvagi per natura) ma era molto più affine all’intrattenimento favolistico di matrice disneyana piuttosto che alle allusioni mussoliniane di Scipione l’Africano (1937, regia di Carmine Gallone, produzione ENIC). Infatti, nonostante il fascismo usasse sporadicamente l’animazione per celebrare la cultura e la tradizione italiana al fine di sottolineare la continuità tra le glorie italiche e il regime8, La rosa di Bagdad preferisce rifugiarsi nelle languide atmosfere sognanti delle Mille e una notte. Per quanto riguarda la storia del cinema rimane un progetto ambizioso, seppur destinato a non avere alcun seguito, che segna almeno due traguardi nella produzione nostrana: il primo lungometraggio animato (insieme a I Fratelli Dinamite di Nino Pagot,

presentato alla medesima Mostra del Cinema di Venezia insieme a La Rosa di Bagdad) e il primo film italiano a colori, anticipando sia Mater dei (1950, regia di Emilio Cordero, produzione Incar e Parva Film) sia il più noto Totò a colori (1952, regia di Steno, produzione Dino De Laurentiis e Carlo Ponti). Domeneghini sfruttò la chiusura del mercato nazionale rispetto alle produzioni estere operata durante la guerra dal fascismo per aprire la strada a una tradizione di cinema di animazione nazionale, fino ad ora assente per ragioni industriali e culturali, nonostante numerose incursioni di alcuni professionisti del settore nel cortometraggio9. Per le difficoltà di produzione e il dilatarsi dei tempi di realizzazione, La rosa di Bagdad venne distribuito fuori tempo massimo quando la Disney stava per lanciare film tecnicamente all’avanguardia come Cenerentola e Alice nel paese delle meraviglie e l’animazione italiana aveva addirittura tentato la commistione

con il neorealismo per emergere dalla concorrenza (L’ultimo sciuscià, 1948, regia di GIbba, produzione di Giannetto Beniscielli). Domeneghini tentò di creare un’alternativa al monopolio americano con un cinema lontano dal gag derivato dalla slapstick e con numerosi riferimenti all’opera musicale di matrice italiana10 ma, come ha detto Marco Bellano, “I Fratelli Dinamite e La rosa di Bagdad vanno interpretati come esiti eroici di attività rimaste a livello pionieristico per oltre tre decenni.”11 Domenighini, dopo l’avventurosa storia della produzione della Rosa, tornò al mondo della pubblicità e con lui anche l’animazione italiana che raggiunse i suoi vertici televisivi con Carosello ma rimase confinata nel piccolo schermo mentre nelle sale di tutta Italia spadroneggiavano i film Disney; almeno fino all’arrivo di un grande del disegno animato che proprio dal folle e dolce sogno di Domeneghini era stato ispirato: Bruno Bozzetto.

Angelo Bioletto

8. Marco Bellano, Origini dell’animazione italiana: epopee di pionieri solitari,p.47 in Davide Giurlando, a cura di, Fantasmagorie: un secolo (e oltre) di cinema d’animazione, Marsilio, Venezia2017. 9. Per un maggiore approfondimento sull’assenza di un cinema d’animazione nazionale si vedano W. Alberti, Il cinema di animazione 1832- 1956, cit., p. 137 e il volume di Gianni Rondolino,

Storia del cinema di animazione, Einaudi, Torino1974. 10. W. Alberti, Il cinema di animazione 1832-1956, cit. 144.

11. M. Bellano, Origini dell’animazione italiana: epopee di pionieri solitari, p.43 in Davide Giurlando, a cura di, Fantasmagorie cit.

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LA ROSA DI BAGDAD: UN TESORO RITROVATO | 19 Maggio 2018

La rosa di Bagdad: Un tesoro ritrovato  

19 May 2018

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