Basilicata Le Vie del Sacro

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BASILICATA LE VIE DEL SACRO Un viaggio nella storia dei Borghi Lucani: uno scrigno di fede, arte, tradizioni ed emozioni da vivere


COMITATO UNPLI BASILICATA Sede operativa: Piazza Dalla Chiesa snc 85022 Barile (Pz) Tel./Fax 0972.770771 E-mail: basilicata@unpli.info Sito internet: www.unplibasilicata.it

Coordinamento: Rocco Franciosa, Presidente Unpli Basilicata Progetto grafico della copertina: Fatima Flores e Rocco Lucia Progetto grafico, layout e impaginazione: Vito Sabia Foto di copertina: Archivio Gaetano Caiazza

Pubblicazione per uso documentativo e di studio e non ai fini di lucro.

Š by Comitato UNPLI Basilicata Tutte le foto e le illustrazioni sono Copyright Š degli autori e delle persone detenenti i diritti e sono riprodotte ai soli fini di studio e documentazione.


PRESENTAZIONE Rocco Franciosa Presidente UNPLI Pro Loco Basilicata

Nell’Anno dei Cammini indetto dal Ministero del Turismo, la presente pubblicazione “Basilicata: Le Vie del Sacro”, frutto del lavoro dei Volontari delle Pro Loco aderenti al progetto di Servizio Civile dell’Unpli Nazionale, acquisisce un valore straordinario nella prospettiva lucana che si possa avviare concretamente un progetto di promozione turistica attorno ai cammini, legato alla profonda fede cristiana che accomuna le genti, in un percorso storico- culturale-religioso e ambientale . Certo la sintesi che si presenta, del lavoro più completo di ricerca e valorizzazione effettuato, non vuole essere esaustiva, ma un punto di partenza che grazie al progetto di Servizio Civile, ha visto il protagonismo attivo proprio dei giovani volontari lucani e delle loro Pro Loco, da sempre Custodi di Tradizioni e Storia, Promotori di Territorio e Turismo. L’Unpli Basilicata con grande orgoglio ed onore ringrazia e rivolge un caloroso plauso a tutti i volontari, i presidenti di Pro Loco e le figure del progetto coinvolte a vario titolo, che con passione hanno offerto un contributo spassionato spinti da un

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amore viscerale per la nostra terra, consapevoli delle enormi potenzialità non ancora totalmente espresse. Un sentito ringraziamento ai partner del progetto: l’Università degli Studi della Basilicata, la Fondazione Zétema, la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata, il Parco Nazionale Appennino Lucano, il Parco Regionale di Gallipoli Cognato e Piccole Dolomiti Lucane, la Nuova del Sud e l’editrice Agebas, che hanno supportato la fase progettuale e la realizzazione complessiva, qualificando ed onorando l’Unpli Basilicata e le stesse Pro Loco. Continueremo ad investire anche nell’immediato futuro in stretta sinergia con l’Ufficio Nazionale Servizio Civile Unpli, certi del supporto della Regione Basilicata e dell’Agenzia di Promozione Territoriale di Basilicata, in progetti di Servizio Civile per poter offrire ancora occasioni di crescita formativa culturale e sociale a tanti giovani lucani, che troppo spesso abbandonano la nostra terra, cercando di accrescere in loro la consapevolezza di poter immaginare e concretizzarsi un’opportunità lavorativa nel settore turistico. Un grazie a quanti accoglieranno l’invito sotteso, ad un viaggio nelle tradizioni dei Borghi Lucani: scrigno di fede, arte, tradizioni ed emozioni da vivere. Perché la Basilicata è una bella scoperta! Buon viaggio…

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IL PROGETTO

PROGETTO PER L’IMPIEGO DI VOLONTARI IN SERVIZIO CIVILE IN ITALIA

Ente proponente il progetto: UNPLI Nazionale Codice di accreditamento: NZ 01922 Titolo del progetto: Basilicata: le vie del sacro Settore ed area di intervento del progetto: Settore Patrimonio Artistico e Culturale Valorizzazione Storie e Culture Locali Anno: 2015/2016

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Il progetto prevede un lavoro collegiale tra le sedi che operano nell’area geografica compresa nei seguenti comuni: - Accettura (Mt) - Armento (Pz) - Barile (Pz) - Bernalda-Metaponto (Mt) - Calciano (Mt) - Cirigliano (Mt) - Filiano (Pz) - Gallicchio (Pz) - Oliveto Lucano (Mt) - Pietrapertosa (Pz) - Pignola (Pz) - Ripacandida (Pz) - Salandra (Mt) - San Severino Lucano (Pz) - Spinoso (Pz) - Stigliano (Mt) - Tricarico (Mt) - Valsinni (Mt) - Viggiano (Pz)

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UNPLI L’UNPLI è un organismo associativo che raccoglie e coordina le Associazioni Pro Loco su tutto il territorio nazionale i cui soci, gente comune dalle professionalità eterogenee, mettono a disposizione della collettività il loro tempo e le loro competenze. Il Servizio Civile Volontario è stata una scelta forte e totalmente condivisa ed esso si è inserito nella nostra struttura organizzativa in modo dirompente e positivo tant'è che lo slogan “Il Servizio Civile una scelta che ti i cambia la vita” è stato adeguato con “Il Servizio Civile, una scelta che cambia la vita tua e dell'Ente”.

Obiettivo progettuale Favorire una presa di coscienza da parte dei residenti del valore del patrimonio locale e delle potenzialità di sviluppo dello stesso attraverso la fruizione del patrimonio culturale locali. L’obiettivo strategico del progetto “Basilicata: le vie del sacro” risiede essenzialmente nello stimolo a una consapevole partecipazione attiva alla riscoperta della propria identità locale attraverso la rivalutazione e l’analisi del patrimonio storico-artistico devozionale e delle tradizioni che intorno a

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questi ruotano e che rappresentano una occasione di sociale ma anche ricreativa ed economica. La consapevolezza delle potenzialitĂ del territorio, sia da parte dei residenti che dei visitatori, è il fattore di base per la definizione di strategie di sviluppo, fondate sulla conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale e culturale. Le azioni previste mirano a favorire una forte presa di coscienza del valore del patrimonio locale da parte dei residenti, per stimolare e/o recuperare il rapporto identitario della collettivitĂ con i luoghi, al fine di costruire e comunicare ai visitatori un’offerta culturale con una forte valenza territoriale.

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Le Pro Loco di Basilicata aderenti al Progetto di Servizio Civile Nazionale dell’Unpli Basilicata denominato “Basilicata: le Vie del Sacro”, anno 2015/2016

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ACCETTURA

PRO LOCO ACCETTURA Presidente: Fanuele Anna Michelina Operatore Locale di Progetto: Piliero Antonella Volontaria: Quirino Rosa Via Roma, 13 - 75011 Accettura (MT) www.prolocoaccettura.it info@prolocoaccettura.it

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Panorama di Accettura

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Accettura

Accettura: il paese del maggio Accettura, tipico paesino del sud Italia, interamente circondato da boschi, si trova al centro del Parco di Gallipoli Cognato Piccole Dolomiti Lucane. L’etimologia del nome Accettura può avere varie ipotesi di significati: • Accipiter: cioè sparviero, animale destinato alla caccia del signore; • Acceptae: porzioni di terreno (lotti); • Acceptura: “un territorio” ovvero un complesso di terre destinate ad essere attribuiti in lotti; • Accetta: che significa ascia, e da alcuni documenti del Catasto Onciario risulta che lo stemma di Accettura era costituito da una sola accetta, stemma probabilmente di un feudatario che aveva il diritto di amministrare la giustizia di una comunità. Qualunque sia l’origine del nome e del paese, la sua esistenza è provata da alcuni documenti ecclesiastici: nel 1060 Accettura è uno dei paesi della diocesi di Tricarico. Accettura è sorta ad opera dei Longobardi tra VIII e IX secolo. Nei secoli appartenne ai Della Marra, ai Ponsiaco, ai Colonna e in fine ai Spinelli.

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Nota anche come matrimonio degli alberi, che ogni anno si celebra immancabilmente la domenica di Pentecoste e il lunedì e il martedì successivo, la festa di Accettura è un rito di origine pagana, giunto sino a noi nel XVIII secolo, quando Fra Berardino Cifuni giunse ad Accettura con un’autentica reliquia di San Giuliano Martire che, nel 1725 fu proclamato protettore di Accettura. Anticamente il rito del Maggio era un culto agrario, che veniva celebrato dal popolo al fine di propiziarsi i favori della natura e per scacciare gli spiriti maligni distruttori delle loro fatiche quotidiane. Oggi il Maggio è simbolo dell'identità culturale degli accetturesi in paese e quelli sparsi per l'Italia e nel mondo. I ragazzi e le ragazze che oggi portano a spalle l’agrifoglio, sono gli eredi dei cafoni con i calzoni di velluto e gli scarponi chiodati. È rimasta intatta la passione con cui affrontano la fatica del lungo tragitto per trasportare dalla Foresta di Gallipoli in paese l'agrifoglio, detto “Cima”, che farà da sposa. Durante il trasporto, che dura l'intera giornata, sono frequenti le soste. Le aree erbose si trasformano in banchetti collettivi. Dalle sporte vengono fuori salsiccia, soppressata, baccalà, formaggi, pane locale e abbondante vino. La giornata nonostante la fatica ed il caldo, a volte rinfrescata da acquazzoni, trascorre veloce tra canti, danze, tamburi, zampogne e brindisi in quantità. Contemporaneamente, nel bosco di Montepiano viene trasportato il cerro, l’albero maschio che, saldamente congiunto all'agrifoglio, sarà il “Maggio”. Trasportato dalle 30/40 pariglie di buoi di razza podolica, adornati con fiori, nastri e immagini di San Giuliano, trascinano un pesante tronco lungo sino a 30 mt. È quasi sera, quando “Cima” e “Maggio” fanno ingresso nel

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Accettura

paese, è un esplosione di gioia, musica e canti che accompagna il termine di questa giornata. Avvenuto l’incontro i promessi sposi vengono separati per essere sottoposti ai preparativi del matrimonio; mentre il Maggio viene trasportato in largo S. Vito, la Cima viene adagiata in via Roma. All’alba, iniziano i preparativi per il congiungimento e l’innalzamento dei 2 alberi, è lunedì. Contemporaneamente un gruppo di fedeli nella campagne di “Valdienna”, giunge per prelevare il quadro dei Santi Giovanni e Paolo che a sera sarà portato in processione insieme alla statua di S. Giulianicchio. È martedì, Maggio e Cima saldamente uniti, vengono issati e dedicati al Santo Protettore, grazie a poderose braccia e con grande abilità, a cui sovrintendono i più anziani, custodi di tecniche arcaiche.

Quadro di San Giuliano (foto: Andrea Semplici)

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Preceduta da una lunga fila di “cente” (costruzione votiva di candele e nastri), la processione di San Giuliano percorre le strade principali di Accettura per poi raggiungere largo S. Vito. Sotto lo sguardo del Santo Patrono, il Maggio è innalzato. La folla si raduna sotto l’albero per assistere all’affascinante momento della “scalata del Maggio”, abili giovani alcuni dei quali allievi del famoso scalatore “Zizilone”, si arrampicheranno sul tronco fino in cima muniti di una sola corda. Da qui saluteranno con spericolate acrobazie la folla ammutolita. È un tripudio di emozioni. Questo immenso lavoro, portato avanti dalla forza e dalla fede degli accetturesi verrà disfatto la seconda domenica successiva alla festa (Corpus Domini), quando, il Maggio verrà abbattuto e la sua legna venduta al miglior offerente.

Chiesa madre di San Nicola

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Accettura

Di notevole importanza, ad Accettura è la presenza di edifici storici e sacri come il Palazzo Spagna, il Palazzo Nota, il Palazzo Amodio, la chiesa madre di San Nicola, la chiesa dell’Annunziata e il Convento di Sant’Antonio. Nella parte più alta del centro storico troviamo la Chiesa madre di San Nicola risalente al 1500, come è testimoniato da un’acquasantiera lapidea risalente al 1589. Originariamente composta da una sola navata, con ingresso sull'attuale retro, testimoniata dall'organo posto sulla porta, come si usava nel passato.

Chiesa dell’Annunziata

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Numerosi sono stati gli interventi che hanno portato ad avere una nuova struttura: l'aggiunta di 2 navate e la gradinata d'ingresso. Di particolare interesse la campana fusa nel 1611, il crocifisso ligneo del XIII secolo, le statue lignee di San Giuliano, Santa Filomena, San Rocco, Sant’Antonio Abate, S. Leonardo; S. Giuseppe, San Giulianicchio, Santa Rita, Santa Lucia, San Nicola, statue di cartapesta. Immagini di tela di Maria Maddalena, San Biagio e Santi Giovanni e Paolo. Posta fuori le mura di cinta del paese (mura ormai scomparse), la Chiesa dell’Annunziata, fu ricostruita in stile Barocco su un edificio preesistente nel centro storico, lo “scarrone”. All’esterno, sulla facciata laterale dell’ingresso, si può ammirare una particolarità assente in altre chiese, una Bifora, dipinto del XIX secolo, impresso su piastrelle di maiolica raffigurante l’annunciazione. Particolare aspetto è quello di annoverare solo madonne: Madonna Annunziata; tela raffigurante la Vergine a destra e l’angelo a sinistra, atipico per l’arte dell’epoca; immagine della Madonna in trono, restaurata nel 2008 evidenzia un particolare pregio, quello di essere strutturata in 3 diverse stratificazioni: • struttura lignea, risalente al XIII secolo. La statua senza testa presenta bruciature, probabilmente risalenti all'incendio che nel 1272 distrusse buona parte dell'abitato. • rivestimento in stoffa dipinto di acquerelli ed ornato di decorazioni floreali impreziosite da inserzioni in oro. • struttura in cartapesta realizzata con fogli di carta provenienti da cronache giudiziarie del tempo. È attribuito a quest'ultimo intervento l'inserimento del bambinello e delle corone. Queste immagini, secondo gli esperti di arte sacra,

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Accettura

rappresentano un unicum dell’arte sacra italiana perché costituita da 3 immagini risalenti ad epoche diverse. Chiesa annessa al convento di San Francesco d’Assisi fondato dai Frati Minori Conventuali nel 1585, definitivamente soppresso nel 1809, il Convento di Sant’Antonio ha una struttura molto semplice composta da una sola navata. L'interno è impreziosito da numerose opere pittoriche. Di

Convento di Sant’Antonio abate

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particolare pregio la pala dell'altare maggiore riproducente l'incoronazione della Vergine coi Santi, autore D'Ambrosio; una tela riproducente l'annunciazione dipinta da Attilio De Laurentis, un affresco risalente al 1578 della Madonna Santa Maria Delle Stelle, di originale il bambino con una collana rossa di corallo con una crocetta dei cavalieri di Malta, con in mano un mondo bianco con croce rossa, i piedini messi come in croce e San Eugenio papa, nella parte inferiore troviamo un gruppo di fedeli che ascolta un predicatore; un retro porta raffigurante i 4 papi francescani; 4 reliquiari lignei di metà 600; tabernacolo ligneo risalente al 1585; 14 stazioni della via crucis su tela risalente all'inizio del 900. Tela della Madonna Santa Maria Maddalena ai piedi della croce; alto rilievo dell'ultima cena, in gesso, dello scultore Rocco Molinari, al soffitto l’affresco di Sant’Antonio del XIX secolo.

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ARMENTO

PRO LOCO ARMENTO Presidente: Viola Vincenzo Operatore Locale di Progetto: Mario Rosario Volontaria: Gioia Stella Piazza Umberto I, 16 - Armento (PZ) www.prolocoarmento.it info@prolocoarmento.it

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Panorama di Armento

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Armento

Paesino situato a sud-est della provincia di Potenza, nella valle del fiume Agri, sorge a 710 metri sul livello del mare; dato a dir poco indicativo se si considera che in realtà il territorio del borgo è compreso tra i 325 m ed i 1080 m sul livello del mare. Questo dato, apparentemente insignificante, ci fa in realtà capire quanto sia variegato il territorio stesso, spaziando da zone pianeggianti sino ad arrivare a tratti di pura montagna. Il centro sorge sull'antica Galasa, città dei tempi della guerra di Troia, di cui però non si hanno molte notizie. L'origine del nome Armento ancora oggi resta un mistero, la teoria più credibile riconduce al latino “Armamentum” che sta ad indicare un centro sorto in un territorio ricco di pascoli per armenti. La popolazione conta poco meno di 700 anime poiché il paese, come tanti altri comuni lucani, è vittima del fenomeno dell'emigrazione. Questo spopolamento mette seriamente a rischio la preservazione delle tradizioni armentesi, fortunatamente nell'intento di conservare queste ultime sono nate, sul territorio, numerose associazioni come la Pro loco che ogni anno ripropone sagre ed eventi mirati a mantenere vive le

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usanze locali. Il comune vanta numerosi luoghi di interesse turistico, soprattutto luoghi sacri: la chiesa di San Luca abate, la cripta di San Vitale, la chiesa di Sant'Antonio, il santuario della Madonna della Stella, il santuario di Eracle e molti altri ancora.

La Chiesa Madre La piazza Aicella, all’estremità settentrionale di Armento, costituisce il punto di arrivo della strada principale e delle traverse di accesso al paese. Questa piazza, ai margini del Largo Santa Margherita, dopo la grande frana che danneggiò, quasi distruggendola per intero, l’antica chiesa di San Luca Abate, viene scelta per accogliere il nuovo edificio di culto: l’attuale Chiesa Madre. Con la sua facciata multicolore, viene ultimata nel 1959 ed eredita l’intitolazione della precedente e quanto si è salvato delle opere d’arte che ne arricchivano l’interno. La prima pietra per la costruzione dell'attuale Chiesa Madre viene posata il 2 Luglio 1957 e per l’impegno profuso da S.E. Mons. Raffaello delle Nocche, vescovo di Tricarico, i lavori di costruzione si concludono già nel 1959, consentendo la celebrazione della Messa di Natale. All'interno della chiesa, nella controfacciata, si possono leggere le lapidi nelle quali sono registrati gli eventi seguiti alla perdita dell'antico luogo di culto, le azioni svolte dalla parrocchia e dalla diocesi per il recupero e l'identità di quanti hanno contribuito direttamente ai lavori con somme di denaro.

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Armento

La chiesa custodisce, accanto alle venerate reliquie ed alla statua della Madonna della Stella, diverse opere che sino al 1947 si trovavano nell'antica Matrice. La più importante è un Polittico, esposto in origine sopra il coro della chiesa crollata. E' databile all'inizio del XVI secolo, già attribuito a Saturnino Gatti , pittore e scultore italiano vissuto tra il 1463 ed il 1518. Della realizzazione di questa opera da parte del pittore non vi è certezza, sono in molti infatti ad affermare che il Polittico è di probabile altra scuola, con diversi tratti di “arcaismo” influenzati direttamente dalla tradizione iconografica bizantina.

Chiesa madre

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La cripta di San Vitale Sulla sommità dell'abitato troviamo la chiesa di San Vitale, proprio dove in precedenza sorgeva la chiesa Madre distrutta da una tremenda frana. La cripta è la sola parte superstite della vecchia chiesa, assieme ad una porzione dell'abside. L'edificio è costituito da due navate, una grande e l'altra più piccola che assume quasi un ruolo di corridoio. Appena varcata la porta d'ingresso, salta all'occhio un affresco rappresentante l'Arcangelo Michele e San Nicola di Bari, risalente agli anni tra il 1605 ed il 1630. In un tondo della volta è riprodotta in stile la frana del 1947 con la presenza in alto di San Luca abate che impedisce che ci siano vittime, come in realtà fu.

Cripta di San Vitale

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Armento

Per avere un'idea della chiesa scomparsa e del campanile, nonché delle opere che ne arricchivano l'interno risulta indispensabile leggere la descrizione che ne faceva il Villone: “La sua età rimonta al quindicesimo secolo. Ha un'altezza considerevole ed il suo aspetto è pittoresco, perché ha per base una rupe ben levigata. E' fornito di eccellenti campane; ed in uno de' suoi finestroni è stato collocato l'orologio ad ore del Comune. A diritta sorgono cinque altari, o cappelle ed una sola al lato sinistro. Il fastigio ha un lavoro di legno a cassettoni, o copulette con cornici, o rosoni alla gotica. Nel centro si osserva un quadro, dipinto sulla tela con l'immagine della SS Vergine Maria, sul frontespizio della porta grande si vede scolpito San Luca che monta un candidissimo cavallo.”

Chiesa di Sant’Antonio

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Chiesa di Sant’Antonio Dove in realtà si svolse la famosa battaglia di San Luca contro i saraceni, di cui parleremo successivamente, nella Fiumara, troviamo ancora oggi la chiesa di Sant'Antonio con i resti dell'annesso monastero basiliano. Il monastero, con richiamo evidente alle laure monastico-basiliane, viene eretto proprio per celebrare la vittoria del popolo armentese ed in particolare di San Luca sugli arabi. Per un periodo non definito, ma comunque non più di mezzo secolo, la struttura fu affidata alla sorella di San Luca, Caterina, la quale accoglieva una comunità femminile. Una recente ristrutturazione ha irrimediabilmente alterato l'aspetto della chiesa, privandola delle strutture neoclassiche e delle architetture delle tombe di famiglia che nel corso del XIX secolo si allineavano sulle pareti esterne. In passato questo luogo di culto era al centro della vita degli abitanti di Armento, il Villone ricorda la grande fiera tenutasi nella seconda metà del XIX secolo, rinomata per la qualità dei maiali che si vendevano e che attiravano quindi acquirenti da tutta la zona circostante. Molto più recente è la celebrazione, il 13 giugno, della festa di Sant'Antonio abate, con il bestiame portato in processione, adornando le corna dei buoi con ceste piene di ciambelline (le panarelle). Quest'aspetto centrale del monastero è sottolineato anche dalla presenza, nelle vicinanze, di numerosi mulini (oggi quasi del tutto distrutti) e dai terrazzamenti visibili nella parte superiore che stanno a sostegno di numerosi uliveti.

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Armento

Santuario della Madonna della Stella La statua della Madonna della stella, opera dello scultore lagonegrese Agostino Pierri (1753), risale alla seconda metà del XVIII secolo. Nello stesso periodo, o qualche decennio più tardi, nasce probabilmente la congregazione di Santa Maria la Stella con benefici e rendite sui terreni posti tra l'attuale crocifisso e Serra Lustrante. Il santuario conserva la semplicità delle linee dell'originaria fondazione, probabilmente basiliana, con chiesa a navata unica e parametro in pietra a blocchetti quasi regolari, disposti su filari orizzontali, visibili esternamente sull'abside. Nell'impianto generale, ripropone gli elementi costitutivi di un santuario greco del periodo classico, anticipando idealmente quanto di un'area sacra che è stata poi scoperta in località Serra Lustrante. Sino alla metà del XIX secolo, il pellegrinaggio alla Madonna della stella era preceduto, nei giorni dal sei all'otto settembre, da una fiera del bestiame nell'area attorno alla chiesa. Oggigiorno, questa festa, resta senza dubbio l'avvenimento più importante dell'anno per tutta la comunità. Fino a mezzo secolo fa, questo pellegrinaggio attirava gente proveniente un po' da tutta la Basilicata riportando, seppur solo per qualche giorno, il piccolo borgo al suo antico splendore. Gli uomini si alternavano per portare la statua mentre le donne si riunivano, già molti giorni prima dell'avvenimento, per creare le “cente” ovvero delle ceste fatte di candele e qualsiasi tipo di ornamento che venivano poi portate durante tutta la processione e venivano infine lasciate come dono alla Madonna. Spiegare quanto sia forte il sentimento degli armentesi nei

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confronti della Madonna della Stella non è affatto semplice ma per comprenderlo, anche solo in minima parte, basta osservare la statua della SS Vergine, sempre ornata da preziosi oggetti, perlopiÚ di oro, che ogni anno i fedeli lasciano in dono alla propria protettrice.

Panorama di Armento

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Armento

Il Santuario di Eracle A Serra Lustrante di Armento si sviluppa a partire dalla seconda metà del IV secolo a.c. un'importante area sacra. Tale centro è noto fin dai secoli scorsi grazie alle straordinarie scoperte del 1814, quali la corona di Kritonios e la statua bronzea del Satiro inginocchiato ora conservate nelle Antikensammlungen del museo di Monaco di Baviera. Gli apprestamenti legati al culto si limitano, in un primo momento ad un piccolo sacello quadrangolare e ad un percorso cerimoniale pavimentato con piccoli mattoni. Alla spalle del sacello sono sistemati: una vasca lustrale, una grande giara in terracotta ed una cisterna a sottolineare la grande importanza dell'acqua fin dai primi momenti di vita del luogo sacro.

Edificio sacro a Serra Lustrante

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Nel corso del III secolo si assiste ad un'intensa attività edilizia mirata alla monumentalizzazione del santuario. Viene creato un secondo edificio sacro con un grande altare attorno al quale viene costruito un nuovo “percorso sacro” anch’esso pavimentato come il precedente. La struttura che ritroviamo a Serra Lustrante sembra alludere ad attività e comportamenti rituali attraverso i quali i giovani potevano entrare a far parte della comunità, non più come ragazzi bensì come adulti.

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BARILE

PRO LOCO BARILE Presidente: Bracuto Daniele Operatore Locale di Progetto: Franciosa Rocco Volontari: Belluscio Maria Rosaria, Carnevale Vittoria, Duca Jenny, Falanga Massimo, Grimolizzi Miriam Incoronata C.so Vittorio Emanuele, 28 - Barile (PZ)

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Panorama di Barile (Foto: Vittorio Saracino)

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Barile

“Sacro e Profano in una comunità Arbëreshë” Barile è un paese di origine greco-albanese della Basilicata che conserva ancora le tradizioni etno-linguistiche arbëreshë. Da oltre cinque secoli conserva l'uso corrente della Lingua arbëreshë e, assieme, la consapevolezza critica della propria identità etnica e culturale. La peculiarità della cittadina di Barile, protagonista attiva nel contesto territoriale del Vulture, è caratterizzata da un intreccio di culture e di popoli tra loro differenti: Greci, Romani, Bizantini, Greco Albanesi.La fusione tra gli elementi sacri, specie quelli della tradizione cattolica, e gli elementi “pagani” delle ritualità delle popolazioni contadine del sud, è uno degli elementi costitutivi del tessuto culturale che ci caratterizza.Tradizione popolare ed identità spirituale. Sacro e profano. Si intersecano fino a diventare una cosa sola. Tutto questo lo ritroviamo nelle principali tradizioni del nostro paese, nell'insieme di riti, funzioni e processioni religiose.

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Falò di San Giuseppe Tradizione radicata e molto importante per la popolazione barilese è il “Falò di San Giuseppe”, in cui ogni 19 marzo, giorno di San Giuseppe, si celebra il santo, nonché l'inizio di un nuovo ciclo di vita con l'arrivo della primavera. In questa suggestiva sera infatti vengono accesi dei falò in onore del Santo per i vari quartieri del paese alimentando la fiamma con rami e fascine potate a fine inverno, segno di una vita che si rivolge al nuovo. In passato le donne, recitavano il rosario o canti popolari, gli uomini, invece, attizzano i ceppi, sempre con un grosso fiasco di vino a fianco che offrivano ai gruppi di amici che si spostavano continuamente da un falò all'altro. Come consuetudine, la festività di San Giuseppe è scandita dal suono della tromba che i tre ragazzi che interpreteranno i tre Centurioni a cavallo, il giorno del venerdì Santo, iniziano a suonare come accompagnamento sino alla Via Crucis. Sola e sulia e senza cumbagnia Maria vai chiangenn p la via E trova nu giudei tutt vestitt jang Che hai Madre Maria che semb chiang…

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Barile

Via Crucis La Sacra Rappresentazione di Barile è la Via Crucis più antica, le sue origini risalgono al 1600. La messa in scena del dramma del Golgota venne organizzata per la prima volta dal sacrestano della chiesa di San Nicola. Le vie strette del centro storico, attraverso le quali si snoda il corteo dei personaggi, rendono suggestiva la Sacra rappresentazione di Barile. Il centro arbereshe entra nel clima del Venerdì Santo dal 19 marzo di ogni anno, giorno di San Giuseppe. La Via Crucis è composta da un centinaio di personaggi che vengono riadattati alla tradizione popolare. Sono presenti nel corteo tre figure del Cristo: quella con la croce, con la canna e la colonna, volte a ricordare i momenti in cui a Gesù fu data una canna «Ecce homo» come scettro e quando il Salvatore fu legato ad una colonna per essere fustigato. La figura del «Cristo con la croce» sfila scoperta: cammina scalzo per l'intero percorso (circa quattro chilometri), trasporta una pesante croce e trascina una catena di ferro. Sono tuttora incappucciati il «Cristo con canna» e quello con la «Colonna». Di grande interesse anche le figure di Maria Addolorata, Zingara, Moro e Malco. Nella Processione particolare rilievo viene dato a due figure di origine pagana: la Zingara e il Moro. La leggenda vuole, secondo la tradizione paesana,che la Zingara sia quella che fornì i chiodi, rudemente forgiati, con i quali avvenne la crocifissione. Ella ride gioiosa e si carica di oro raccolto tra la gente del paese che verrà cucito con parsimonia su un abito sfarzoso. In mezzo a tanta miseria ella assume atteggiamenti di lussuria e spavalderia. Il Malco legato da funi con le quale si batte e con scarpe grosse,

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calzate a rovescio come cilicio, è l'uomo, che avendo schiaffeggiato Gesù, sarà condannato a non trovare pace in eterno. Infatti la rappresentazione lo mostra senza posto fisso. Il personaggio reale del Cristo sofferente porta la sua croce, cade tre volte sotto il peso del pesante legno e viene aiutato dal contadino Cireneo. Gesù cade per la prima volta. In questa prima caduta entra un nuovo e significativo personaggio. Si tratta della Veronica che visto Gesù così sporco e sudato, gli si inginocchia davanti e gli asciuga la faccia intrisa di sudore misto al sangue. Nel ritirare il panno scopre che l’immagine del volto di Cristo è rimasta impressa nella tela. A precedere la seconda caduta, si svolge l'ultimo incontro tra Gesù e la Madonna, che tenta di abbracciare il figlio, separato dai soldati. Con la terza caduta del Cristo la Sacra rappresentazione si avvia alla conclusione.

La zingara

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Barile

Madonna di Costantinopoli Al di fuori del Paese si erge il Santuario della Madonna di Costantinopoli, protettrice di Barile. L’edificio conserva un'immagine della Madonna col Bambino dipinta sul muro, in stile bizantino del XIV secolo. Il suo culto risale al XVIII secolo come narrano le cronache legate in particolare a due leggende. La prima narra l'apparizione della Madonna in sogno ad un contadino che gli avrebbe indicato il luogo dove, scavando, sarebbe comparsa su di un tufo l'immagine tutt'ora esistente. La seconda narra che nella grotta dove comparve l'immagine si fermarono a giocare due giocatori, uno dei due perdeva e in preda all'ira colpì l'effige della Madonna con un pugnale e cominciò a sanguinare. Sulla grotta fecero costruire l'attuale santuario della SS. Vergine di Costantinopoli. La data della festività non è fissa, di certo è che bisogna contare sette martedì subito dopo la Pasqua per celebrare la festa il martedì dopo la Pentecoste. A partire dal primo martedì inizia il pellegrinaggio a piedi presso il santuario per pregare l'amata Patrona. Madonna col Bambino

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Battesimo bambole Puplet e Shenjanjet Nel giorno di S. Giovanni, 24 giugno, si celebra il “ Battesimo delle Bambole” (Puplet e Shenjanjet) una cerimonia laica. Numerose fanciulle si recano presso il piazzale della stazione di barile in costume tipico arbëreshë. Le bambine formano delle coppie vicino ad una rampa di scala in pietra. In ogni coppia vi è una bimba con una bambola ottenuta avvolgendo delle fasce e pannolini per neonato attorno al manico di un grosso mestolo di ferro o di alluminio. La testa è la calotta sferica riempita di stracci con il viso dipinto sulla parte convessa. Cuffiette di lana, camiciole, magliettine, bavaglini e sacchetti porta infante completano l' abbigliamento delle bambole. A turno le bambine-madri depongono a terra, con gran cura, come se si trattasse di neonati in carne ed ossa, le bambole-figlio collocandole subito sotto il primo gradino della scala di pietra e saltano per tre volte ogni volta pronunciando, cantilenandola, la seguente formula: “ Pup' d' San Giuann' Battezzam' sti pann' Sti pann' so bbattezzat' Tutt' cummar simm chiamat.” Alla fine del rito la bambina-madre prende la pupottola e la bacia, quindi la comare bacia la bambina-madre consegnandole la figlia.

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Barile

La cerimonia e la scena, si chiudono, in coro unanime “Jemi gjith Shenjanje”. Per festeggiare il lieto evento le compagne-mamme distribuiscono i “Biscotti di San Giovanni”.

Pupottole e Biscotti di San Giovanni

Bambina-madre con pupottola

Biscotti di San Giovanni

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Basilicata: le vie del sacro

S. Atanasio e S. Rocco La popolazione barilese si prepara ai festeggiamenti in onore di San Rocco con un periodo di preghiere che dura nove giorni al termine del quale il Santo viene portato in processione per le vie del paese dando inizio alla festa popolare. La chiesa di S. Atanasio e S. Rocco sorge in largo steccato e risale al 1640, come testimonia un quadro ad olio in essa custodita. Anteriormente al terremoto del 1551 la chiesa era ornata di pitture barocche con in particolare la raffigurazione sulle pareti di scheletri, teschi ed ossa incrociate. Ad oggi la chiesa è completamente ristrutturata. Però è tuttora possibile notare questi particolari sulla croce votiva situata nei pressi della chiesa, ovvero 3 teschi con copricapi albanesi scolpiti alla sua base.

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CALCIANO

PRO LOCO CALCIANO Presidente: Pietro Germano Operatore Locale di Progetto: Pietro Germano Volontari: Rossana Caprara, Diego Ruscigno C.so Umberto I, 50 - 75010 Calciano (MT) www.prolococalciano.com prolococalciano@libero.it proloco.calciano.mt@pec.basilicatanet.it Tel. 083.5060027 / Fax 083.51762008

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Basilicata: le vie del sacro

Panorama di Calciano

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Calciano

Descrizione e cenni storici Diviso dalla strada di fondo valle da una larga fascia di campi arati ed estesi oliveti che descrivono bizzarre geometrie, il paese è idealmente considerato una delle porte del Parco di Gallipoli Cognato, data l'estrema vicinanza dell'area naturalistica protetta il cui territorio comprende altri quattro Comuni: Accettura ed Oliveto Lucano in provincia di Matera e Castelmezzano e Pietrapertosa in provincia di Potenza. Nel percorrere il breve tratto di strada provinciale che collega la valle del Basento al centro abitato, non possono sfuggire agli occhi dei visitatori i resti del vecchio paese medioevale Caucium, rappresentato da una fortificazione (Castello o Rocca), dalla Chiesa della Rocca e dalla Cinta di Santa Caterina. Alle origini il paese sorgeva a est dell’attuale posizione e si chiamava, secondo alcuni, GAUDIANUM (di questo nome non vi sarebbe traccia in nessun documento ufficiale), ma sono stati attribuiti anche altri nomi come CAUCIANUM, CAUCIAMUN, CAUCIUM, CAUCICIAMUM, ma anche CALPIUM, CALPIANUM.

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I numerosi reperti archeologici rinvenuti in zona, testimoniano che il paese era già abitato in epoca preistorica. Alcuni dei reperti, tra cui alcuni vasi del IV sec. a. C. possono oggi essere ammirati nel museo di Potenza. CALCIANO nel 1400 fu assegnato come feudo da Ladislao ad Attendolo Sforza di Cotignola; in seguito governarono il territorio le famiglie Sanseverino e Pignatelli, in ultimo al Duca Ippolito Revertera della Salandra che dominava sui territori di Calciano, Garaguso, Oliveto, Salandra ed altri territori limitrofi. In seguito ad una alluvione avvenuta intorno al 1300, il paese venne distrutto, per poi essere ricostruito nell’attuale posizione. Una violenta alluvione creò un profondo burrone detto Vallone Sant’Angelo e dell’antico paese si salvò soltanto il rudere della chiesa e parte del “Castello”. Dove in seguito è sorto l’attuale paese un tempo c’era solamente una zona boscosa dove i contadini coltivavano i propri terreni e i pastori portavano al pascolo gli animali. Proprio su quei terreni sarebbe stata trovata la statua della Vergine SS. che prenderà il titolo di “Maria SS. della Serra“, o “Madonna della Serra” come viene chiamata comunemente, titolo che si riferisce al luogo del ritrovamento “le serre”. Da allora la Vergine è venerata come Patrona del paese e festeggiata l’8 settembre. Secondo alcuni sarebbe stata trovata dai pastori, secondo altri dai contadini mentre lavoravano la terra, e secondo altri ancora sarebbe stata una mucca a portare alla luce la nostra Madonna, tutti, però, sono d’accordo sul fatto che la statua sia stata ritrovata proprio dove in seguito è stato costruito l’altare della chiesa di San Giovanni Battista. Ma c'è anche chi sostiene che la madonna sia stata trovata in un luogo chiamato “serre” a pochi chilometri dal

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Calciano

borgo, altri ancora sostengono che il ritrovamento fosse avvenuto nei pressi di Tricarico, sempre in agro di Calciano.

Madonna della Serra, patrona di Calciano

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Siti di interesse turistico Cappella di Serra Cognato, una chiesetta eretta intorno al 1100 da San Guglielmo da Vercelli e Giovanni da Matera, con annesso monastero. La chiesetta e i resti del monastero si trovano immersi nel verde dei boschi di Cognato nell'Area del Parco Regionale di Gallipoli Cognato e delle piccole Dolomiti Lucane. Nei pressi della cappella si trova una radura immersa nel bosco detta sorgente “acqua du treml� (acqua da brividi) proprio per l'eccezionale acqua freddissima che sgorga in detta radura attraverso un pilaccio realizzato per abbeverare gli animali condotti al pascolo.

Cappella di Serra Cognato

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Calciano

Castello e ruderi del vecchio paese posti a valle dell'attuale abitato. Il vecchio paese medioevale (Caucium), è rappresentato da una fortificazione (Castello o Rocca), dalla Chiesa della Rocca e dalla Cinta di Santa Caterina. La fortificazione costituente un Castello di origine Osca o Ausonica, più che Normanna, è perforata, lungo tutto il perimetro, da grotte un tempo abitate ed attualmente in via di recupero. Sottostante e sul lato destro, con tutta la maestosità del muro, si erge la Chiesa della Rocca, riconducibile alla tipologia Normanna e con struttura abbaziale. Sul versante sinistro, sovrastante il burrone “Venicella”, appare maestosa ed inquietante la Cinta di Santa Caterina, con due piccole grotte scavate nel tufo e con due pareti su cui sono affrescate l'icona di Santa Caterina, la figura di Lucifero e quella di S. Antonio Abate, tutte non ben decifrabili; potrebbero essere di pertinenza di alcune Chiese rupestri.

Rocca e Chiesa

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Chiesa Matrice intitolata a San Giovanni Battista è stata edificata nel XVI secolo dopo l'abbandono dei vecchio paese. All'interno dell'edificio sacro sono custoditi i seguenti reperti storici e artistici: • affreschi e trittico del 1503 prelevati dalla chiesa del vecchio sito. Gli affreschi sono stati recuperati, per quanto possibile, dalla Soprintendenza dei beni storici, e restaurati. Il trittico (o polittico) è attribuito all'opera di Bartolomeo da Pistoia che contiene l'effige della Madonna con il Bambino, al centro, San Giovanni Battista a un lato e San Nicola Vescovo che protegge un ragazzo, verosimilmente, un rampollo dei Sanseverino, Signori che dominavano quei territori a quell'epoca. In alto il Padreterno sormontato dalla colomba dello Spirito Santo. In basso il pittore ha riportato l'Ultima cena.

Chiesa matrice di S. Giovanni Battista

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Calciano

• statua lignea della Madonna orante del 130; • statua della Madonna della serra, Patrona di Calciano; • altre opere e oggetti religiosi di apprezzabile rilievo. La chiesa parrocchiale intitolata a San Giovanni Battista è stata edificata dopo l' abbandono dell' antico sito del paese. Festa patronale di Maria SS. della Serra dell’8 settembre, preceduta dai festeggiamenti in onore di San Rocco del 7 settembre. La festa, molto sentita dai fedeli, richiama puntualmente ogni anno visitatori e compaesani emigrati in Italia e all'estero.

Altare maggiore e polittico della chiesa S. Giovanni Battista

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CIRIGLIANO

PRO LOCO CIRIGLIANO Presidente: Garrambone Antonio Vincenzo Operatore Locale di Progetto: Garrambone Antonio Vincenzo Volontaria: Ciliberti Valentina Piazza IV Novembre, 3 - 75010 Cirigliano (MT)

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Panorama di Cirigliano

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Cirigliano

Cirigliano si estende su un’altura a circa 656m. s.l.m.. Il toponimo secondo il Racioppi potrebbe derivare da “Cearellius”, cioè “proprietà di Cerellio” in quanto il centro abitato fu edificato nei terreni di un certo Cerellio, legionario romano. Secondo Antonio da Oppido, invece, esso deriverebbe da “Caelianum” antica stazione di posta romana sulla via Herculia. Il primo documento ufficiale nel quale compare Cirigliano risale al 1060 in una bolla papale, in cui si riconosce la sua appartenenza alla diocesi di Tricarico, quando quest'ultima passa dal rito greco a quello latino. Nel periodo normanno il feudo apparteneva alla contea di Montescaglioso e signore di Cirigliano era un certo Asmindo, milite del principato di Taranto. Nel 1167 apparteneva ad un certo Pagano, tenente di Cirigliano, il cui feudo era tenuto a fornire tre militi e quattro inservienti. Successivamente sotto gli angioini, signori di Cirigliano furono Filippo Echinard e Giovanni Pipino. In seguito re Ladislao donò il feudo a Giacovello Moccia. Dal 1487, quando re Ferdinando d'Aragona lo vendette a Pascacio Diaz Garlon conte di Alife, il feudo di Cirigliano passò

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Basilicata: le vie del sacro

nelle mani di molti feudatari quasi sempre per vendita, infatti dopo essere stato acquistato da Ettore Marra fu ceduto a Gianvincenzo Sanfelice, pervenne a Camilla Rocco e in seguito al marito Cesare Muscettola. Dal successivo acquirente, Francesco, nipote di Muscettola, passò nelle mani della figlia Cassandra che lo rivendette a Giovanni Battista Coppola. Nel 1593 il feudo fu acquistato dai Villani, che lo rivendettero a Francesco Formica. Dalla Relazione Gaudioso del 1736 si sa che Cirigliano era una cittadina dall’aria salubre, edificata tra due valloni, la cui popolazione, essenzialmente dedita al lavoro agricolo, produceva olio di ottima qualità grano, vino e lino. Quando nel 1806 la feudalità venne abolita, ultimo signore di Cirigliano era un Fomica, Don Giovanni che morì nel 1816 nel palazzo feudale di famiglia, ancora oggi intatto nella sua struttura esterna. Cirigliano partecipò attivamente ai moti antifrancesi e nel periodo del brigantaggio subì diversi saccheggi come quello avvenuto per opera dei briganti di Crocco nel 1861. Nel 1973 una frana di enormi proporzioni inferse un duro colpo all'economia del paese, molti vigneti e uliveti furono spazzati via dalla furia dell'evento e numerosi edifici subirono ingenti danni. La popolazione di Cirigliano ha sempre oscillato tra i 1100 abitanti con un picco nel '700 di 1.200 abitanti. Un primo approccio al turismo fu avviato alla metà degli anni '70 prima con la costruzione del complesso di Serra Verde e poi più tardi venne realizzato uno scialè nel «Bosco di Cirigliano» immerso nel verde e vicino la fontana dell' Acqua Furr. Attualmente per incentivare il turismo sono stati costruiti un albergo e nel bosco un parco

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Cirigliano

avventura che attira ogni anno numerosi turisti. Cirigliano inoltre è un paese ricco di tradizioni come il carnevale ma è anche ricco di beni materiali da valorizzare e far conoscere a tutti. Le chiese principali sono quattro: la Cappella di Santa Lucia , la Chiesa Madre e la chiesa annessa al Castello Baronale e infine la Madonna della Grotta.

Cappella di Santa Lucia

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La Cappella di Santa Lucia La realizzazione di questa chiesa è attribuita ad un ciriglianese che viveva in America. Oltre un secolo fa emigravano in America, partendo da Cirigliano, Giuseppe Antonio Nicola Garibaldi insieme alla sua famiglia, composta dalla moglie Vincenza Prete e dalle figlie Carmela e Giulia. Con loro c'era anche un altro concittadino Matteo Iannarelli. Giunto in America Garibaldi stabilì la sua residenza ad Astoria e svolgeva la professione di fabbro. Garibaldi fu tra i soci fondatori della Fraternal Society Ciriglianesi, istituita ad Astoria il 26/6/1931 da tutti gli emigranti Ciriglianesi. Nel loro statuto lo spirito fu uno solo: aiutarsi nei casi di bisogno, sia economicamente che moralmente. Alla prima riunione, i soci pensarono di lasciare un segno indelebile nel loro paese d'origine e tra le diverse proposte prevalse quella di Giuseppe Garibaldi, il quale, avendo la sua famiglia ricevuto una grazia da Santa Lucia, propose di far costruire una cappella in onore della Santa e si candidò come migliore offerente, proponendosi di offrire una cifra più alta degli altri. Allora si decise di nominare una persona di fiducia sia per la raccolta dei fondi sia per trovare un'area dove far nascere la struttura. L'unico emigrante che all'epoca si recava più spesso a Cirigliano era Nicola De Rosa che accettò volentieri l'incarico. L'incaricato si mise in contatto con l'amministrazione dell'epoca e il 6 Settembre 1931 stipulò con l'allora podestà Nicola D'Angoia l'atto d'acquisto della proprietà comunale in contrada Sant'Antonio al prezzo di 10.000 lire. Allora la zona era spoglia e adibita al pascolo e poco più a monte c'era una fornace dove si

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Cirigliano

facevano embrici e mattoni di terra cotta. Alla costruzione della cappella parteciparono anche maestranze locali, offrendo loro stessi gratuitamente giornate di lavoro. L'opera venne costruita con pietre locali e intonaco liscio. All'interno, sopra la porta, vi era un soppalco su cui si doveva montare un organo. Sulla facciata d'ingresso dove si trova una piccola finestra, venne messa una lapide in marmo che per quegli anni era segno di nobiltà e portava la seguente dicitura:

CHIESA DI SANTA LUCIA ERETTA DA CIRIGLIANESI RESIDENTI IN AMERICA CON OBOLI RACCOLTI DALLA DEVOTA INIZIATIVA DEL CONCITTADINO GARIBALDI GIUSEPPE L'INCARICATO N.DE ROSA FU VINCENZO 1933 Il parroco di allora era Michele Manzone, il quale, anziano, veniva coadiuvato dal parroco di Gorgoglione don Gioacchino Leone. Ultimati i lavori di costruzione mancava solo la campana. A seguito del crollo della Cappella di Santa Maria Vignola erano stati recuperati la campana e la statua dell'Immacolata. La campana fu presa e montata nella cappella di Santa Lucia e così cominciò di nuovo a dare i suoi rintocchi lungo la vallata, ma per la statua nessuno ci pensò. I primi lavori di consolidamento e sistemazione dell'area che circonda la cappella furono eseguiti

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negli anni '50 e furono proseguiti negli anni con la piantagione di fiori, la costruzione di una vasca al centro dell'area e della colonnina in cui si trova una statuetta della Madonna. In occasione del terremoto del 1980, l'arciprete del tempo fece domanda per ottenere dei contributi, perché secondo lui la struttura aveva subito dei danni. Negli anni successivi i contributi arrivarono ma servirono soltanto per depauperare l'originalità della struttura: fu tolto l'intonaco liscio, si demolì il soppalco per l'organo che c'era all'interno e si tolse pure l'epigrafe commemorativa dall'esterno e portata all'interno. Attualmente la chiesa è così caratterizzata: l'interno ha una pianta rettangolare a navata unica. Il presbiterio si eleva di due gradini. Qui sono stati creati due setti murari per sopperire alla mancanza di un locale sagrestia. Le finestre in facciata e sei finestroni, tre per ognuno dei due lati lunghi, garantiscono l'illuminazione interna. La struttura perimetrale è in muratura portante. La copertura è composta da due falde a capanna rette da carpiate lignee a vista.

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Cirigliano

La Cappella del Barone Annessa allo splendido castello, nonché simbolo principale del paese, vi è una piccola ma importante chiesetta: la cappella del Barone o anche detta Chiesa dell'Addolorata. La cappella dedicata all' Addolorata, è stata edificata nel XVII secolo. La struttura organizzata in un'unica navata, è impreziosita da un soffitto ligneo decorato con dipinti ad olio nel quale è stata accuratamente inserita, con una cornice, una tela dipinta anch'essa ad olio, raffigurante una Pietà del 600. Inoltre nella cappella è conservato un dipinto raffigurante San Filippo, della scuola del pittore Salvator Rosa.

Cappella del Barone

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Sull'altare si trova una statua “manichinoâ€? della Madonna Addolorata del XVIII secolo. Altro prezioso particolare è costituito dall'organo e dalla cantoria in legno intagliato policromo, sostenuta da due colonne. Dietro l'altare maggiore si trova una fonte lavamani con vaschetta e mascherone scolpito in pietra di pregevole fattura. Nello stesso vano sono sepolti il barone Giovanni Formica con la sua consorte Barbara Donnaperna morti rispettivamente nel 1814 e 1835. La festa dell'Addolorata ricorre solitamente la terza domenica di Settembre, occasione in cui i famigliari dell'antica famiglia Formica ritornano in paese per onorarla e per aprire la piccola chiesetta che resta chiusa quasi tutto l'anno. All'epoca della vecchia baronia, in occasione della festa della Madonna Addolorata, per distinguersi dal popolo loro seguivano le funzioni religiose dalla cantoria alla quale accedevano direttamente dal castello tramite una porta comunicante. Alla fine della messa, nell'atrio del castello erano soliti offrire al popolo per quel giorno di festa dolci, biscotti e vino di loro produzione.

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Cirigliano

La chiesa Madre La chiesa di Santa Maria Assunta risale al XVI, ma È stata quasi completamente rifatta agli inizi dell'800. La chiesa fu oggetto di un intenso rimaneggiamento al seguito del crollo della zona absidale. L'edificio fu, così, ridimensionato assumendo le attuali forme. Il portale esterno indica, in numeri romani, la data del 1814. La facciata in pietra a vista presenta un portale principale lapideo con iscrizioni latine con una nicchia sovrastante e un ingresso laterale sopra il quale s'innalza il volume del campanile che nel 1973. È stato innalzato di due piani. L'impianto planimetrico è impostato su tre navate divise da strutture ad arco. Dal 1990 fino al 2005 hanno avutto termine una serie di interventi che hanno visto il consolidamento delle strutture murarie e delle coperture, il restauro delle facciate e degli interni e il rifacimento dell'impianto elettrico. I dipinti che adornavano le pareti e la zona dell'abside, oggi non più esistenti, risalivano all'epoca di costruzione della chiesa e furono rimaneggiati negli anni ‘50. La facciata è rivolta a nord ovest. Ha un paramento in pietra a vista e presenta un portale principale lapideo con iscrizioni latine sul quale è ricavata una nicchia. Sul lato sinistro vi è un ingresso laterale sopra il quale s'innalza il volume del campanile che nel 1973 è stato innalzato di due piani. L'interno è a tre navate. Quella centrale vede la presenza di un coro nei pressi dell'ingresso, retto da un grade arco ribassato. La navata termina con la zona del presbiterio nella quale si trovano due ingressi ad arco che conducono alla retrostante sagrestia e un finestrone superiore. Le navate laterali presentano degli altari e hanno un soffitto più

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Basilicata: le vie del sacro

basso rispetto a quella centrale. Gli spazi delle navate sono illuminati da finestre laterali. Quello della navata centrale sono poste ad un'altezza superiore. Le navate laterali presentano degli altari e hanno un soffitto piÚ basso rispetto a quella centrale. Gli spazi delle navate sono illuminati da finestre laterali. Quello della navata centrale sono poste ad un'altezza superiore. L'interno è caratterizzato da alcuni interventi pittorici di Rocco Stipo, di recente realizzazione, come quello sulla parete dietro l'altare datato 2001 e del tabernacolo collocato nella navata laterale di sinistra. Nella chiesa è conservato un battistero in pietra, costruito da un catino di fattura piuttosto grezza datato al XV secolo. Ed inoltre sono custodite alcune statue lignee del sec. XVII, tra cui: San Giacomo, protettore del paese, Santa Maria Maddalena, Madonna Immacolata e Madonna del Carmine Sacro Cuore di GesÚ.

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FILIANO

PRO LOCO FILIANO Presidente: Filippi Vito Operatore Locale di Progetto: Vito Sabia Volontarie: Oppido Donatella, Pace Francesca Viale I maggio snc - 85020 Filiano (PZ) 0971.1895337 info@prolocofiliano.it www.prolocofiliano.it

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Panorama di Filiano

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Filiano

Territorio Il Comune di Filiano è situato in provincia di Potenza, nella parte settentrionale della Basilicata; confina a nord con i comuni di Atella e Ripacandida, a est con Forenza, a sud con Avigliano e Bella, a ovest con San Fele e Atella. Il territorio è prevalentemente collinare con limitate zone di montagna e di pianura. Il suo nome evoca la filatura della lana, attività diffusa grazie agli allevamenti di ovini e caprini. E' anche noto per la produzione di ottimi formaggi, in particolare per il “Pecorino di Filiano”, apprezzato in tutta Italia. Recenti studi su documenti risalenti al '600 affermano la presenza nei nostri luoghi di un certo Filiano di Pace, cittadino aviglianese. Di qui l'origine del nome del paese, all'inizio Contrada Filiani, poi Filiano. Fino al 1951, Filiano era frazione di Avigliano. Il 1° gennaio 1952 diviene Comune autonomo cessando di far parte del vasto territorio della “nazione Aviglianese”, conservandone cultura e tradizione. Il Comune ha una particolare costituzione antropica: la popolazione (2900 abitanti circa) è divisa tra il nucleo centrale e più di 50 contrade; tra le più grandi Dragonetti, Scalera, Sterpito,

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Inforchia. L'attuale centro abitato (Filiano centro) si sviluppa su una via principale che culmina con la chiesa di Maria SS. del Rosario e sull'area circostante la chiesa di S. Giuseppe che ospita la piazza piĂš importante. Di recente, in localitĂ Tuppo dei Sassi, sono stati portati alla luce pitture rupestri che raffigurano scene di caccia con immagini di colore ocra, segno della presenza dell'uomo giĂ dal Paleolitico.

Chiesa di San Giuseppe in Filiano capoluogo

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Filiano

Le Parrocchie La particolarità del nostro territorio comunale è che ogni centro abitato ha la propria chiesa di riferimento. Vi sono due parrocchie, Filiano e Scalera, e due vicarie, Dragonetti e Inforchia. La parrocchia di Filiano comprende tre chiese: Maria SS. del Rosario e San Giuseppe, nel nucleo centrale del paese e una dedicata a Sant'Antonio da Padova in Sterpito. La parrocchia di Scalera comprende la chiesa di Sant'Antonio e quella di Nostro Signore Gesù Crocifisso. In Dragonetti la chiesa è intitolata a Maria Santissima del Belvedere e ad Inforchia all'Immacolata Concezione.

Chiesa di “San Giuseppe” e Chiesa di “Maria SS. del Rosario” in Filiano capoluogo Si hanno ricordi di un'antica cappella, già dal 1830, che ancora oggi il popolo indica con il nome di chiesa vecchia, dedicata alla Madonna del Rosario. A quanto si legge in un “diario ed appunti di cronaca della parrocchia” redatto dal sacerdote Alessandro Santoro e conservato nell'archivio parrocchiale, “ci è dato sapere che fu lo stesso sacerdote ad interessarsi della costruzione della nuova chiesa obbligando tutti i fedeli che andavano ad ascoltare la messa di portare una pietra.” Primo vicario fu il sacerdote Donato Carnevale, proveniente da Ruvo del Monte. Sotto la sua cura si ebbe un ulteriore ampliamento della chiesa, il rivestimento in marmo dell'altare

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maggiore e la costruzione della sacrestia. Il 1 gennaio del 1949, con bolla di S. E. mons. Augusto Bertazzoni, vescovo del tempo, la Vicaria fu elevata a parrocchia. Primo parroco fu don Alessandro Santoro, proveniente dal clero di Brienza. La Chiesa, ad un’unica navata, con il soffitto a volte, sorretto da pilastri, ed un vano sacrestia molto angusto, è di fattura artigianale. L'altare maggiore, dedicato alla Madonna del Rosario, è rivestito in marmo comune; gli altri altari, dedicati all'Addolorata, all'Incoronata e a S. Giuseppe, sono in muratura.

Statua del Cristo Morto (Chiesa di San Giuseppe)

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Filiano

Nella Chiesa di "San Giuseppe" vi è anche un organo antico che purtroppo versa in pessime condizioni. Vi è custodita anche la statua di un Cristo morto con coro d'angeli risalente al '700 circa. L'opera è stata restaurata nell'aprile 2011, dal restauratore Antonio Saluzzi, nel laboratorio di restauro e scultura in Acerenza. Il restauro dell'opera rappresenta un atto dal forte valore simbolico: un piccolo gesto materiale per il recupero di un bene culturale del nostro paese. L'opera di restauro ha riguardato i quattro angeli, realizzzati in cartapesta. Con il passare del tempo, si sentì la necessità di una nuova chiesa, perché quella esistente non era più capace di contenere la popolazione. Questa venne consacrata l'11 settembre 1960 e intitolata a Maria SS. del Rosario. Per la vecchia chiesa si provvide all'acquisto di una statua di S. Giuseppe, a cui fu dedicata. La chiesa non ha grandi pretese artistiche e né uno stile originale, però è molto funzionale. È ad un'unica navata, molto ampia, con il tetto a finta incapriata. A destra e a sinistra dell'altare fanno ala una bella statua lignea della Madonna del Rosario ed una del Sacro Cuore di Gesù. Nelle opere parrocchiali è custodita una discreta biblioteca con 1500 volumi ed una pinacoteca di copie antiche di opere d'arte. Il campanile, posto sul lato destro della chiesa, è tutto in pietra bianca lavorata. La festa religiosa cade la prima domenica di ottobre; quella civile, dal 31 maggio, data in cui è stata celebrata fino al 1978, è stata spostata alla seconda domenica di agosto per dar modo ai tanti figli emigrati di parteciparvi.

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Chiesa di Sant’Antonio in Sterpito Sorge nella frazione di Sterpito. Demolita l'antica cappella che gli stessi contadini avevano costruito alla fine del secolo scorso, sullo stesso suolo, nel 1979, è stata edificata una nuova Chiesa, più ampia e più funzionale. Molto originale per l'ingresso laterale. Anche l'altare è messo in posizione laterale e non centrale rispetto alla navata. È dedicato a Sant'Antonio di Padova, la cui festa viene celebrata il 13 giugno con un notevole concorso di gente. Altra cappellina, dedicata allo stesso Santo, esiste a Sterpito di sopra, lontana qualche centinaia di metri dalla prima.

Chiesa di “Nostro Signore Gesù Cristo” in Scalera

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Filiano

Chiesa del Crocifisso in Scalera Sorge nella Frazione di Scalera. Ha una caratteristica forma esagonale, ai due lati è sistemata la sagrestia ed un luogo adatto a ricevere le confessioni. È stata realizzata tutta in pietra da taglio locale, lavorata a bugnato. Risale al 1958. Nel 1966 fu eretta in vicaria autonoma. La festa si celebra la prima domenica di maggio. Altra cappellina sorge ai piedi dell'antico borgo, dedicata a Sant'Antonio, che i contadini stessi costruirono nel 1938.

Chiesa della Madonna del Belvedere in Dragonetti Sorge nella Frazione di Dragonetti e risale al 1958. La costruzione è molto semplice: si accede mediante un portico sul quale si innalza la facciata molto slanciata, con un locale sopraelevato per la cantoria. La navata è unica e termina con l'altare posto su un piano rialzato. È dedicata alla Madonna del Belvedere la cui festa viene celebrata a Maggio, nel giorno dell'Ascensione.

Chiesa dell’Immacolata di Inforchia Precedentemente sotto la giurisdizione ecclesiastica della Diocesi di Melfi, è passata sotto quella di Potenza, in quanto la frazione appartiene a Filiano, che a sua volta, è sotto la giurisdizione dell'Archidiocesi di Potenza. La chiesa, molto

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angusta e di fattura artigianale, risale alla fine del secolo scorso: è dedicata alla Madonna Immacolata, la cui festa cade l'8 dicembre, ma viene celebrata il 1 maggio.

Feste e riti religiosi Grande attenzione nella tradizione del popolo filianese hanno rivestito le feste religiose e la conseguente visita dei Santi ai loro santuari. Una grande devozione lega i filianesi alla Madonna del Carmine (16 luglio). Ancora oggi molta gente si reca ad Avigliano per accompagnare in processione la statua della Madonna portata a spalla sul monte Carmine. Si recavano, spesso a piedi o a cavallo di muli, anche al Santuario di Ripacandida il 7 agosto, festa di San Donato, ad Atella il 13 dicembre, festa di Santa Lucia, e il 15 Agosto a Pierno, Santuario dell'Assunta. Ogni qualvolta si recavano in pellegrinaggio preparavano il pranzo da consumare in gruppi nei pressi dei santuari. Le feste religiose di Filiano centro sono due, una il 19 Marzo in onore di S.Giuseppe e l'altra in onore della Madonna del Rosario la seconda domenica di Agosto. In occasione della festività di San Giuseppe è tradizione portare il Santo in processione per le vie del borgo; il percorso prevede una sosta, solitamente nella villa comunale, dove viene acceso un falò (in gergo comune “f'stulutata”). Altra tradizione legata a questa festa è la preparazione della “cucìa”, piatto tipico dei poveri con grano, ceci, fagioli, cicerchie e granone.

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Filiano

Per la festa di Maria SS. del Rosario viene portata in processione la statua della Madonna per le vie del paese. Ai riti religiosi segue poi una festa civile promossa da un comitato di cittadini volontari.

Momento religioso: Processione in onore di Maria SS. del Rosario

Bibliografia - Don Antonio Verrastro, Avigliano. Città di Maria. Le sue Chiese e il Santuario di S. Maria del Carmine (Napoli, luglio 1983), p. 32/34, p. 54/56 - PalestinaC., L'Arcidiocesi di Potenza-Muro-Marsico. Clero e Popolo, Volume II/2 pagine: 219/242; 331/347. - Claps T., A piè del Carmine, Torino 1906. - Palestina C., Mondo rurale nella Valle di Vitalba, Rionero 1990. Foto Archivio Pro Loco Filiano

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GALLICCHIO

PRO LOCO GALLICCHIO Presidente: Spina Vincenzo Operatore Locale di Progetto: Spina Vincenzo Volontarie: Allegretti Daniela, Marotta Angela, Sinisgalli Ersilia Piazza Umberto I snc - 75010 Gallicchio (PZ) Tel. 0971.752 2388 / Cell. 328.3324401 info@prolocogallicchio.it www.prolocogallicchio.it

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Panorama di Gallicchio

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Gallicchio

Cenni storici “In una dorsale morbida e fertile, chiazzata da deliziosi querceti e castagneti e vigneti e seminativi, qua e là tempestate da recenti nuclei abitati, da villette, casette coloniche, rustici … che fanno piacevole corona al campo sportivo, e poi verso estnord-est, in direzione del Sauro, di Castiglione e delle “Serre di Aliano”, specie lungo il suo più alto prolungamento, che avvolge, a sinistra, il paese, digradando, poi, verso Missanello e l'Agri, visibile in basso, verso sud”, è possibile scorgere Gallicchio, piccolo agglomerato urbano della provincia di Potenza. Il paese, che supera di poco i mille abitanti, sorge in questa maestosa zona collinare, che offre al viandante un suggestivo paesaggio di colori, di odori e sensazioni avvolti in una sconfinata oasi di pace e tranquillità. Posto a 731 mt. sul livello del mare, dove il punto più alto culmina a mt. 849 s.m. chiamato “Tempa Barone” e quello più basso a mt. 304 s.m., Gallicchio conserva intatta l’immagine di luogo di benessere, dove è possibile respirare un’aria salubre, lontana dai grandi inquinamenti metropolitani e soprattutto dove

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ancora si può trovare un “piccolo spazio di infinito”. Il libro “Nuove luci lucane” di Padre Tito Robertella è la testimonianza di un sacerdote che, dopo anni e anni di laboriosa ricerca, ha voluto offrire al paese e ai suoi abitanti, come contributo di una vita operosa spesa nella sua missione di religioso e di uomo. Il libro, interrotto a causa della sua morte avvenuta nel 1977, fu continuato e portato a termine dal fratello Rocco (Nuove luci lucane, parte II) come riconoscimento di un uomo pregevole e meritevole. Secondo la tradizione, Gallicchio sarebbe sorto dalla distruzione di Gallicchio Vetere (vecchio); è certo che un Gallicchio (Vetere) sia esistito nel IV secolo a.c. abitato da indigeni lucani e influenzato dalla cultura greca. Ubicato nella zona attualmente detta (non a caso) Gallicchio Vetere è posto a picco sul fiume Agri a guardia naturale della gola, in quel punto creata dallo stesso fiume. Il libro di Padre Tito avalla questa esistenza riferendosi al nome che si vuole di origine greca “O I C O I”, che significa “belle o nuove case”. L'etimologia pone però un ulteriore interrogativo sull'origine del paese: se infatti Gallicchio significa “belle case” si può ipotizzare che i greci hanno battezzato così un luogo già abitato per la presenza di belle case o se viceversa Gallicchio significa “nuove case” si può addirittura intendere che sia stato fondato dagli stessi Greci quale avamposto per la colonizzazione dei territori sul fiume Agri. Una leggenda, tramandataci in numerosi manoscritti, narra che un pastore locale guidò i Saraceni guidati da Orlando per un passaggio segreto (l'attuale Scaliell' d'Orlando in contrada Piagge), permettendo così il saccheggio e la distruzione

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Gallicchio

dell'abitato di Gallicchio Vetere. Questa distruzione che gli scavi dimostrano realmente avvenuta si può far risalire alla venuta di Annibale a Grumentum, oppure alle scorribande dei Barbari calati sui territori dell'Impero Romano secoli dopo. Certamente si ebbe una dispersione della popolazione nei territori vicini (presso l'attuale paese), anche se non si può scartare l'ipotesi di insediamenti umani nella zona di Gallicchio Vetere durante il periodo Romano e Bizantino. Notizie storicamente certe sull’esistenza di Gallicchio si hanno intorno all'anno 1000, attraverso le bolle vescovili e vari censimenti delle popolazioni dell’epoca. Un primo documento risalente al 1060 ci parla dell'esistenza di Gallicchio come monastero. Si tratta della “Lunga Bolla di Godano, Arcivescovo di Acerenza, ad Arnaldo, da lui sagrato Vescovo di Tricarico”. Con essa, vengono concessi al nuovo Vescovo, primo di rito latino, “omnia loca et Ecclesias”, cioè Cappelle, Monasteri e Chiese, esistenti nel territorio diocesano, che in tutto raggiungono il numero di 54 unità. Il modo, come viene nominato Gallicchio, “Monasterium Gallicclum”, ci fa pensare, che ancora non sia una parrocchia, ma un semplice agglomerato umano assistito spiritualmente dai monaci. Circa 60 anni dopo, nella Bolla di Callisto II, inviata da Benevento a Pietro, Vescovo di Tricarico nel 1123, Gallicchio non viene più detto monastero ma semplice parrocchia. Anche se non possiamo fidarci molto sull'autenticità della bolla di Godano, difesa da Mons. A. Zavarroni, non per questo vanno ritenuti falsi tutti gli elementi in essa contenuti. Anzi se ne trova conferma in altri documenti pontifici contemporanei e anche

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posteriori. Il monastero di Gallicchio, “Monasterium Gallicclum”, non si sa neppure da chi sia stato fondato e neppure si conosce il Santo che fu scelto come protettore. Non si esclude che sia stata Maria SS. Assunta in cielo, titolo, poi passato alla futura parrocchia. È vero, che dopo il passaggio dal rito greco al latino, avvenuto nel 1060, l'elemento greco cominciò a diminuire sempre di più, fino a che i piccoli monasteri, come Gallicchio, sparirono del tutto. In seguito, le bolle episcopali e pontificie, parlano di Gallicchio come semplice comunità parrocchiale, senza far cenno al monastero. Comunque, le denominazioni dei luoghi (quali “fosso de' Monaci”, “casa de' Monaci”), richiamano certo la presenza di religiosi, anche se non si può affermare che Gallicchio sia stato fondato dai Monaci, in quanto essendo i monaci basiliani dei guerrieri, che partiti dalla Sicilia assoggettarono tutta l'Italia Meridionale diventando veri padroni e signori dei territori, non si comprende come mai i monaci si siano fermati a Gallicchio impiantando un monastero se nei pressi non vi erano insediamenti umani. Certamente possiamo affermare che il nome di Gallicchio deve essere ben vivo nei fondatori dell'attuale paese tanto da spingerli a conservare il nome e a indicare con Vetere (vecchio) la zona che ospitava l'antico abitato distrutto. Le bolle vescovili di Tricarico successive, ci dicono che Gallicchio subì presumibilmente un'altra distruzione in seguito all'invasione turca. Se ne può dedurre quindi che nella tradizione sia stata fatta un po' di confusione facendo coincidere le distruzioni non tenendo conto dei tempi e dei luoghi. La presenza dei Basiliani a Gallicchio

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Gallicchio

(Monastero S. Caterina) è storicamente provata, com’è certo che l’attuale paese intorno all'anno 1000 esisteva con la denominazione latina Gallitium. L’origine resta incerta, anche se dalle ricerche e scoperte archeologiche sappiamo che esisteva Gallicchio, Armento, Roccanova (monete rinvenute a Gallicchio del III secolo a.c. e custodite nel museo di Policoro). Mancano quasi 1400 anni di storia certa della vita di questo paese nel periodo compreso tra il III secolo a.c. e l'anno 1000. Sull'origine del nome il Racioppi da un'altra versione, facendo risalire al latino Gallictus (gallo che lancia), come ci descrive lo stemma del Comune che vede “in un campo azzurro, un gallo d'oro poggiato su tre palle verdi che impugna una freccia nell'atto di lanciarla”. Negli anni successivi, dopo i Missanello, Gallicchio passò sotto la dominazione dei principi Coppola, che abitarono il Palazzo omonimo, abusarono dello Jus Primæ Nocti e avviarono la costruzione del Palazzo Baronale. In seguito passò ai Baroni Lentini fino al 1800 e all'avvento dei codici napoleonici (1806) che segnarono una svolta nel diritto amministrativo, con la nascita dei Comuni e dei primi Sindaci. Poi Gallicchio conobbe la storia comune alla nostra regione quale brigantaggio, emarginazione verso le americhe, guerre mondiali, guerre coloniali, fascismo, repubblica ed emigrazione verso il nord dell'Italia.

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La Chiesa di SS. Maria Assunta La chiesa di Santa Maria Assunta, detta Chiesa vecchia, che sorge sul margine sud di Piazza Vittorio Emanuele II, è la più antica del paese. Le prime notizie riguardanti l'esistenza di una chiesa officiata da un arciprete, un canonico e dei chierici, risalgono al 1324 quando Gallicchio fu elevato ad arcipretura. Fino al 1799 non si trovano tracce nei documenti sulle sorti di questo edificio, che il giovedì santo di quell'anno subì il crollo del “Cappellone o Cupolone".

Chiesa di SS. Maria Assunta

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Gallicchio

La ricostruzione del Cappellone impegnò i sindaci e decurioni dell'epoca per trent'anni circa: i lavori furono avviati nell'aprile del 1827 e terminarono nel 1856. La mattina del 17 dicembre 1857 un terribile terremoto devastò il paese e apportò notevoli danni anche alla chiesa che perse definitivamente il Cappellone e la navata sinistra. Prima di questo evento disastroso la chiesa era a tre navate e aveva all'interno delle sue navate laterali sei piccole cappelle. Disponeva inoltre della sepoltura comune sotto il pavimento e di apposite fosse o buche per la sepoltura dei fanciulli e dei chierici. Nel 1944 la chiesa subÏ un altro colpo mortale in seguito a un incendio che distrusse il soffitto e il pulpito in legno, numerose statue e quadri a olio, l'organo a canne e suppelletili varie. Durante i lavori di restauro che iniziarono dopo la guerra, nel 1946, il campanile che era sulla sinistra, di fronte al Palazzo Baronale, fu ricostruito sulla destra in mattoni in cotto di tipo antico. L'interno della chiesa conserva ancora l'altare maggiore, decorato con stucchi dorati, che fu fatto edificare nell'anno 1838 da Rachele Villone, due altari minori posti uno sul lato sinistro e uno in fondo alla navata destra e sei nicchie nei muri perimetrali che contengono altrettante statue sacre, due delle quali di pregiato interesse storico-artistico: le statue lignee del 1700 dell'Immacolata e dell'Assunta. Con fondi comunali derivanti dalla ripartizione dell'otto per mille, dal 2005 al 2009 sono stati rifatti il tetto a capriate lignee, tipo palladiane, il pavimento e la facciata.

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Chiesa di San Giuseppe La chiesa di San Giuseppe è stata realizzata nel 1973. È in stile contemporaneo. La facciata è caratterizzata da un avancorpo che costituisce l'ingresso. Ha una pianta asimmetrica costituita da uno spazio centrale, una navata laterale e due rientranze. È dotata di un campanile laterale.

Chiesa di S. Giuseppe

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METAPONTO

PRO LOCO METAPONTO Presidente: Gallo Giuseppe Operatore Locale di Progetto: Gallo Giuseppe Volontario: Toma Antonio Piazza Giovanni XXIII, 1 - 75012 Metaponto-Bernalda (MT)

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Metaponto, fondata dai coloni greci nel VII sec. a. C., è frazione del Comune di Bernalda. Il santuario urbano si compone dei resti di quattro edifici templari, tra i quali s'impone quello dorico di Hera, costruito intorno alla metà del VI secolo a.C. Nell'ampia agorà si sviluppa il teatro, sovrapposto ad una precedente struttura circolare d'età arcaica destinata ad ospitare le assemblee cittadine (Ekklesiasterion). Oggi ospita gli spettacoli della Pro Loco Metaponto.

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Metaponto

Ai limiti del territorio, a ricordare l'esistenza di un antico tracciato viario extraurbano per Taranto, è visibile l'elegante colonnato dorico - arcaico del tempio di Hera (VI sec. a. C.), cosiddetto delle Tavole Palatine. Un monumento che ha sempre rappresentato nell'immaginario popolare l'antica colonia greca e ne ha stimolato anche la fantasia. Altri complessi sono rappresentati dal quartiere dei ceramisti e dal cosiddetto Castro Romano con la basilica paleocristiana della metà del IV sec. a. C., e la monumentale stoà ellenistica che chiude il lato orientale dell'agorà. In quest'ultimo settore si riduce l'abitato durante il periodo romano imperiale. “Metaponto. La continuità di vita di Metaponto dopo il III secolo a.C, sia pure nella forma di un insediamento notevolmente contratto e con una organizzazione urbanistica diversa, ha nel castrum il suo nucleo principale. All'interno di questo abitato è presente anche un complesso di culto paleocristiano, costituito da una basilica (linea azzurra) con annesso battistero.

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“La basilica, orientata est-ovest e con ingresso sul lato occidentale, è a pianta rettangolare priva di abside (m 13 χ 23 ca.), e per due terzi della sua lunghezza è suddivisa in tre navate da colonnati a pilastri, con base modanata. Il presbiterio, situato ad una quota leggermente più alta rispetto a quella delle navate, conserva tracce di una pavimentazione originaria in cocciopesto. L'edificio appare realizzato quasi interamente ex novo, utilizzando blocchi squadrati di carparo, tutti di reimpiego e messi in opera senza l'uso di malta”. Il battistero, attiguo al corpo centrale della basilica e comunicante con essa, presenta una vasca battesimale realizzata in opera cementizia, con spesso rivestimento in malta, ed è attualmente priva di canali per l'adduzione ο il deflusso dell'acqua.

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La forma quadrilobata, a profilo esterno circolare (diam. m 2,75), corrisponde a quella di un tipo ben attestato nell'area mediterranea e i cui esempi sono datati prevalentemente al VI secolo. Il precoce abbandono della prima come luogo di culto nel corso del V secolo, e una moneta di bronzo di Valentiniano II, rinvenuta nello strato che distingue le due pavimentazioni a lastre di calcare, marginanti lateralmente la vasca battesimale, inducono a sostenere una frequentazione del battistero giĂ nel corso della seconda metĂ del IV secolo.

Bozzetto di copertina del primo opuscolo della Festa di San Leone Magno, Realizzato da Alessandro Pesare

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Il culto di San Leone Magno, oggi Il culto di San Leone Magno giunge a Metaponto probabilmente nel Medioevo con lo sbarco sulle nostre coste dei monaci basiliani, intorno al IX sec. La tradizione vuole che gruppi di monaci bizantini, costretti a migrare dall'Oriente in subbuglio per guerre e scorrerie, intravidero nelle terre incolte della costa Ionica, disponibili e non occupate, la possibilità di sviluppare un progetto di lavoro e preghiera, dissodando la terra per promuoverne la fertilità e costruendo santuari e luoghi di preghiera. Metaponto, incrocio di culture ed epoche secolari, con una millenaria radice ellenica, fu influenzata dal culto cristiano diffuso dai Monaci nell'intero meridione d'Italia, in particolare di San Leone Magno, Dottore dell'Unità della Chiesa, il cui magistero riunì le culture di Oriente e Occidente, risolvendo scismi, unificando la Chiesa, affermando il dogma di Cristo "vero Dio, vero Uomo".

Note di Storia recente La festa patronale di San Leone Magno era stata interrotta a metà degli anni '60. Fu ripresa nel 1971, su sollecitazione agli anziani dell'epoca: Nunzio Gallotta, Tonino Ferro, Dino Castano ed altri, da parte del giovane studente universitario Pino Gallo. La festa fu rifatta ma solo quell'anno. La tradizione consisteva in una processione devozionale con la statua di San Leone, cui seguiva il concerto lirico-melodico di una banda su una cassarmonica piena di luci colorate, terminante con

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Metaponto

una bella cupola a cipolla. La festa si concludeva con uno spettacolo pirotecnico affidato a Donato Madio di Metaponto, pirotecnico e agricoltore insieme. La festa durava un solo giorno e quell'anno furono spese Lire 1.700.000. Tutta l’impostazione attuale della festa di San Leone Magno fu data, invece, nel 1983 dal Comitato presieduto dal Prof. Giusepppe Gallo, costituitosi per riprendere la tradizione in onore del santo patrono, in maniera duratura, a seguito di innumerevoli sollecitazioni dei cittadini. Soprattutto da parte di Ciccio Benedetto, collaboratore scolastico presso la scuola primaria di Metaponto. Era formato da 12 persone, per lo più anziani, fra cui molti artigiani ed agricoltori. Tutti volontari ed animati da bella e sincera volontà. In perfetto accordo con i Padri Gesuiti che gestivano la parrocchia, nacque così un nuovo Comitato formato da Tonino Ferro, Antonio Galli, Vincenzo Perriello, Mario Fortunato, Annetta Dimatteo, Pasquale Casalnuovo, Giuseppe Sempreviva, Marcello Iannuzziello, Domenico Vena, Mariella Maggi ed altri, che sfuggono in questo momento alle erosioni della memoria e che saranno citati nei prossimi documenti. Si decise che ogni componente il comitato si doveva “autotassare con Lire 50.000 per dare l'esempio alla cittadinanza”. Inoltre, per la prima volta, si stampava un opuscolo con il programma religioso e civile e si spiegava chi era San Leone Magno, utilizzando la pubblicità per l'autofinanziamento. Si stabilì, inoltre, che bisognava portare la festa anche al lido di Metaponto. Perciò le giornate dei festeggiamenti passarono da

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una a due. Fu anche deciso che bisognava introdurre una decina di guerrieri Unni a cavallo, che verosimilmente rendessero omaggio alla statua del santo e la scortassero per tutta la processione con i costumi d'epoca, che furono realizzati a Taranto con tela di sacco e calzari di cuoio. Poi confezionati in proprio da Mariella Maggi ed altre volenterose signore, fra cui la signora Ninetta Brindisi. Fu, inoltre, stabilito che il secondo giorno dei festeggiamenti la statua si trasferisse al lido per rievocare l'arrivo dei monaci basiliani dall'oriente, ipotizzando contemporaneamente l'arrivo del culto di San Leone a Metaponto. Tale ipotesi sarebbe stata proposta attraverso l'imbarco al lido Silvano della statua di San Leone Magno e lo sbarco in prossimitĂ del ristorante Oasi, invitando i proprietari di imbarcazioni a formare un corteo di accompagnamento molto suggestivo.

Pala marmorea di A. Algardi, 1.653, posta nella Basilica di San Pietro a Roma. Riprende la leggenda che San Leone Magno, alla confluenza del Mincio nel Po, dopo un lauto compenso in oro, induce Attila a risparmiare la cittĂ di Roma.

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Metaponto

Era solo un ragionamento per materializzare una prassi e dare inizio ad una tradizione del tutto nuova e inedita in una zona turistica, con al centro il divertimento e la vacanza marina. Comitato e Padri Gesuiti decisero all'unanimitĂ di abolire, inoltre, la consuetudine di fissare con una spilla da balia, su una stola di stoffa indossata dalla statua del santo, le offerte dei fedeli in banconote e di inserirle, invece, in forma meno appariscente e anonima in una teca a parte.

Questa prima festa si tenne il 6 e 7 agosto 1983 e la spesa di quel primo anno fu di Lire 12.000.000. Un vero e proprio record. Il Comitato storico decise pure che ogni anno bisognava compiere un'opera a favore della chiesa di Metaponto. CosÏ, su suggerimento di Padre Gianfranco Iacuzzi SJ, parroco dell'epoca, iniziò con il far dipingere da suor Irene del convento russo di Roma, due icone collocate attualmente ai lati dell'altare della chiesa di San Leone: quella di San Leone Magno e quella di San Pietro, su foto scattate da Antonio Gallo ai dipinti di San Pietro e

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San Leone benedicenti, risalenti al XI secolo, posti nella cripta di San Nicola a Mottola. Faceva da guida Padre Renato Lizza SJ. Fu anche donato alla parrocchia l'attuale ambone in legno massiccio e fatti restaurare da Filippo Paone, docente e artista, i portoni d'ingresso della chiesa.

Contemporaneamente furono fatte restaurare dalla Soprintendenza di Matera la statua piccola di San Leone del '500 e quella tradizionale del '700, entrambe di legno, e avviate le procedure per la costruzione del salone parrocchiale. Non potendo piĂš portare in processione la statua lignea del '700, una volta restaurata e riportata ai suoi colori originali, lo stesso Comitato dette incarico al cartapestaio artista Angelo Pentasuglia di Matera di realizzare una nuova statua in cartapesta, uguale e identica all'originale, con il vantaggio di essere molto piĂš leggera e facilmente trasportabile.

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Metaponto

Il bilancio del Comitato storico per la festa patronale di San Leone Magno (1983-1992) presieduto da Gallo raggiunse negli ultimi anni la somma record di Lire 28.000.000. Sfilavano anche i sindaci con i gonfaloni, dai cui paesi provenivano i nuovi abitanti di Metaponto, nata dalla Riforma agraria del 1950. Erano essi i nuovi intrepidi coloni dopo quelli greci, che per primi avevano avuto il coraggio di dar vita alla Magna Grecia. Secondo la religiosità popolare fino agli anni '50 del '900, in caso di siccità bisognava trasportare la statua del santo, a spalla, fino all'abbeveratoio di Bernalda e “lavargli la faccia”. Così l'invocazione della pioggia avrebbe avuto effetto benefico e sicuro.

Bibliografia - L. Giardino, Grumentum e Metaponto. Due esempi di passaggio dal tardoantico all'alto medioevo in Basilicata. In: Mélanges de l'Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes T. 103, N°2. 1991. Pp. 827-858. - R. Lizza, Il culto di San Leone Magno a Metaponto. - Testimonianze orali di cittadini. Documenti vari in archivio parrocchiale e Pro Loco Metaponto. Foto Archivio Pro Loco Metaponto

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OLIVETO LUCANO

Pro Loco “Olea” Oliveto Lucano Presidente: Saveria Catena Operatore Locale di Progetto: Saveria Catena Volontaria: Spinelli Giuliana Via G. Marconi, 61 - 75010 Oliveto Lucano (MT) www.prolocolivetolucano.it olea_prolocoliveto@tiscali.it Tel. 0835.677013

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Panorama di Oliveto Lucano

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Oliveto Lucano

Cenni storici Oliveto Lucano, è un paese situato alle pendici di Monte Croccia ( 1151 slm), in una zona particolarmente ricca di boschi, di cerri e querce di alto fusto. Lungo i sentieri che si inerpicano attraverso i boschi limitrofi si raggiunge la vetta di Monte Croccia, dalla quale è possibile ammirare tutto lo scenario delle Dolomiti Lucane e della foresta di “Gallipoli Cognato”. Il paese ha origini risalenti al periodo normanno. Il nome Oliveto Lucano, infatti compare per la prima volta nel 1060 in una Bolla Pontificia. Nel 1300 il piccolo centro fu possedimento dei Cavalieri di Malta e nel 1050 fu assegnato all'ordine Gerosolimitano. In seguito il suo territorio venne ceduto da Giovanna I D'Angiò ai Gozzuto ed infine ai Grippini. Durante il periodo aragonese fu governato da Ferrante Diaz Garlon d'Alife e nel 1715 fu acquistato dal duca di Castelmezzano Girolamo de Lerma che con i suoi eredi lo tenne fino al 1812.

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Chiesa Madre “Maria Santissima delle Grazie” Sorge sulla sommità del paese, in stile romanico a tre navate, conserva all'interno tre altari in lamine di bronzo ed una Pala con l'immagine della Beata Vergine. Dal verbale di visita pastorale del Santonio (29/11/1588), la costruzione della chiesa “Santa Maria della Grazia” “norite erecta” viene fatta risalire “ab annis sexdecim citra”e cioè al 1572. La Pala posta sull'altare maggiore presenta la Madonna seduta in alto sulle nubi, circondata da vivaci e graziosi puttini intenti a sorreggerle la corona o a sollevarle il mantello, mentre in basso, tra i due Santi adoranti, trovano posto le anime purganti, avvolte dalle fiamme ed immerse nell'acqua fino alla cintola.

Chiesa Madre di “Maria SS. delle Grazie”

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Oliveto Lucano

L’ opera, dopo diverse attribuzioni, a seguito dell' intervento di restauro della Soprintendenza ai Beni Storico-Artisti-Culturale della Basilicata, è stata attribuita da Leone De Castris, nel 1996, a Decio Tramontano, artista napoletano della seconda metà del Cinquecento ed è stata datata 1596 (Pittura napoletana in Basilicata- 1ª parte a cura di Rossella Villani).

Quadro altare maggiore nella Chiesa Madre “Maria SS. Delle Grazie”

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Nella Chiesa Madre è custodita anche la statua di San Cipriano, Vescovo, Martire e Dottore dell' antica Chiesa Romana, Patrono di Oliveto Lucano. I primi riferimenti al Santo e alla reliqua appaiono nel verbale di visita pastorale redatto dal Vescovo Antonio Zavarrone nell'anno 1744. Con grande probabilità San Cipriano divenne protettore di Oliveto intorno al 1735: giunse la reliquia, contenuta in un braccio ligneo, ed i devoti ordinarono una statua lignea del “Santo Vescovo”. Questa ipotesi trova la conferma nel fatto che dagli atti di battesimo (il primo libro dei battezzati risale al 1682) il primo bambino che porta il nome di Cipriano risale al 1735: “Cipriano Andrea Ciuffo viene battezzato il 26 settembre 1735”.

San Cipriano

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Cappella Mariana di “Piano di Campo” Una leggenda popolare vuole che la statua della Madonna di Piano del Campo fosse rinvenuta nel tronco cavo di una quercia, che si trovava nella località di campagna di Piano del Campo appunto, poco distante dal centro abitato di Oliveto Lucano. Venne fatta costruire una cappella proprio nel punto in cui vi era l'albero, e dentro vi fu posta la statua; ma, sempre secondo la leggenda, nella stessa cappella la quercia ramificò. La devozione per la Madonna di Piano del Campo è molto grande tanto che è stata eletta Patrona del piccolo centro lucano. La statua in legno policromo risale al secolo XVI, ed è stata oggetto di recente restauro. La Madonna ha a corredo due “angioletti” reggicandela che sono posti lateralmente alla Statua e che con Lei vanno in processione.

Cappella di Piano di Campo

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Si racconta che, fino agli anni 50, oltre ai suddetti angioletti vi erano anche dodici puttini detti “Bambinelli”, sempre in legno; questi erano portati in processione davanti alla Madonna dalle bambine che erano riuscite a prenotarsi nei giorni antecedenti apponendo al loro braccio, come segno di possesso, un nastrino o un fiore.

Gli altarini votivi di Piano di Campo Lungo la strada che dal centro abitato di Oliveto Lucano porta al Cimitero in località Piano di Campo si vedono ai margini della sede stradale degli “altarini”, forse impropriamente definiti tali in quanto assolvevano la funzione di “poggia statua”. Infatti , il percorso era e rimane quello della processione che, la prima e la quarta domenica del mese di maggio, si fa per portare in paese, e poi per riportare alla Cappella costruita in suo onore, la Statua della Madonna di Piano di Campo. In passato tale tragitto si percorreva portando la Statua a spalle, ragione per cui lungo la strada si sentiva la necessità di riposarsi appoggiando la statua su questi “ altarini” posizionati a distanza congrua l' uno dall'altro per assolvere meglio a tale funzione. Le loro origini si fanno risalire alla fine dell'800, a giudicare dal periodo in cui sono vissuti i proprietari. I materiali usati per realizzarli sono per i migliori pietra calcarea locale grossolanamente lavorata e calcestruzzo recante i segni del degrado ma tutti aventi in comune una nicchia allocata sul lato frontale del basamento in cui esporre l'immagine della Madonna. La massima espressione si raggiungeva il giorno della

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Oliveto Lucano

processione quando venivano addobbati con i migliori panni del corredo delle famiglie e con i fiori della campagna. Ognuno di essi è ricco di storia. Molti sono diventati riferimento per identificare un punto esatto di quella strada. Durante i sabato di tutto l'anno si svolgeva una sorta di pellegrinaggio settimanale nella giornata dedicata alla Madonna ed era consuetudine fermarsi in prossimità di essi durante la recita del Rosario a partire dal Paese e fino alla Cappella di Piano di Campo.

Scalata del maggio

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La Festa del Maggio Dedicata a San Cipriano, la festa, viene tramandata di generazione in generazione, da diversi secoli, e caratterizza l'identità, la cultura e la fede del popolo olivetese. Festa considerata come una cerimonia propiziatrice di fecondità e di benessere, durante la quale si celebra il matrimonio tra due alberi, il Maggio che rappresenta lo sposo ed è il cerro più alto e dritto del bosco e la Cima che rappresenta la sposa ed è la cima di un agrifoglio. Festa che inizia con la scelta a luglio dei due alberi, prosegue il 10 e 11 agosto con l'entrata in paese e l'innalzamento dei due alberi e si conclude il 12 agosto con la scalata degli alberi come segno di devozione per il santo patrono da alcuni ragazzi.

La Festa in onore della Madonna di Piano di Campo Svolta nel mese di maggio ha inizio la prima domenica del mese, giornata in cui la Madonna si porta dalla Cappella di Piano di Campo in paese in processione. In tale occasione la Pro Loco ha ripreso la tradizione di addobbare i 14 altari in pietra posizionati lungo il percorso processionale. La festa continua con la processione la banda i fuochi pirotecnici la terza domenica e termina la quarta domenica di maggio quando la Madonna viene riportata alla Cappella di Piano di Campo.

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Oliveto Lucano

Ricerche effettuate presso l'Archivio della Pro Loco, l'Archivio del Comune di Oliveto Lucano, l'Archivio Parrocchiale e l'Archivio Diocesano. Testi consultati - Verbale di Visita Pastorale di Mons. G.B. Santonio del 29/11/1588. - ReligiositĂ popolare in Oliveto Lucano di don Giuseppe Filardi, anno 2005. - Il Culto Mariano ad Oliveto Lucano tra storia e tradizioni popolari Madonna di Piano del Campo, a cura della Pro Loco, anno 2007. - San Cipriano vescovo e martire padre della chiesa patrono di Oliveto Lucano, a cura della Pro Loco, anno 2014. Foto inserite Archivio Pro Loco Oliveto Lucano

Lavori di innalzamento del maggio

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PIETRAPERTOSA

PRO LOCO PIETRAPERTOSA Presidente: Cavuoti Rocca Maria Operatore Locale di Progetto: Cavuoti Rocca Maria Volontaria: Colucci Lucia Catalda Via Garibladi, 4 - 85010 Pietrapertosa (PZ) www.prolocopietrapertosa.it prolocopietrapertosa@tiscali.it

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Panorama di Pietrapertosa

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Pietrapertosa

Descrizione e profilo storico Pietrapertosa è situato nel cuore del parco di Gallipoli Cognato e delle piccole Dolmiti Lucane. Paese più alto della Basilicata conta poco più di mille anime ed è uno dei Borghi più belli d'Italia, incastonata come una perla tra le vette delle Dolomiti Lucane a 1080 m. di altezza s.l.m. L'antica Pietraperciata (ovvero pietra forata, per una grande rupe sfondata da parte a parte) pare sia sorta nell'VIII sec. a.C. ad opera dei Pelasgi. Arrivarono poi i Greci che dettero una nuova forma all'abitato: lo sistemarono ad anfiteatro ai piedi delle rocce, ben riparato da tre lati, ampliando il sistema difensivo creato dai Pelasgi. Giunsero i Romani che scacciarono i Greci e fecero del Paese la loro Curtis e il loro Oppidum, vennero poi i Goti e i Bizantini, che furono contrastati prima dai Longobardi e poi dai Saraceni. Questi ultimi scelsero questo luogo per fare la loro roccaforte inespugnabile per molti anni. Il Re Bomar costruì un fortilizio, che ancora oggi, dall'alto dei suoi 1150m. s.l.m domina tutta la valle ed è visitato da migliaia di persone ogni anno.

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Ai suoi piedi si adagia il rione “Arabata” che è la parte più antica e suggestiva dell'abitato e ancora oggi conserva elementi architettonici arabi. Tracce del loro vissuto a Pietrapertosa si ritrovano anche nel dialetto e nella cucina. I Saraceni regnarono fino alla venuta dei Normanni i quali ampliarono il castello che diventò poi residenza baronale. L'aria buona, cultura, arte e avventura sono gli elementi che richiamano numerosi visitatori che giungono da ogni parte d'Italia e non solo, grazie all'attrattore di nuova concezione "Il Volo Dell'Angelo" costruito nel 2007 che ha cambiato l'economia del posto e ancora la via ferrata "Dolomiti Rocks", il "Percorso delle Sette Pietre", il ponte Nepalese e numerosi sentieri da poter percorrere immersi nella natura. Pietrapertosa è anche città natale di personaggi illustri come Francesco e Michele Torraca.

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Oliveto Lucano

I monumenti pù importanti da poter visitare sono:

Il Convento di S. Francesco Il complesso conventuale è organizzato intorno ad un chiostro quadrato con al centro un pozzo fiancheggiato da colonnine lisce rastremate, con basi modanate e capitelli. Dal deambulatorio, dove sono visibili parte delle volte a crociera originariamente affrescate, una gradinata assicurava l'accesso alle celle dei frati al piano superiore. La Chiesa di San Francesco sorge a ridosso del lato occidentale dell'omonimo convento, fondato nel 1474 per volontà di Papa Sisto IV. Questa consta di un’unica navata coperta da capriate lignee, terminante in un presbiterio a pianta quadrata, contrassegnato da un ampio arco trionfale a sesto acuto e da un soffitto a crociera.

Convento di San Francesco

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Nel presbiterio, situato ad un livello leggermente più alto rispetto al resto della chiesa, si affrontano due tabelloni con storie tratte dal Nuovo Testamento e dalla vita di San Francesco, eseguiti nel primo Cinquecento, da un pittore che si firma Ioannis Luce de Ebulo.

Chiesa Madre di S. Giacomo Antica fortezza medievale con probabilità di epoca longobarda custodisce numerose tele e affreschi del 1600/1700 tra cui opere di P.A. Ferro e del Pietrafesa. L'organismo ecclesiastico, in precedenza dedicato a S.Pietro, antico protettore del paese, di cui restano ancora tracce di ruderi nella zona che prende il nome di S.Pietro, è l'antica fiera di S.Pietro. Con la conversione al cristianesimo vennero proclamati protettori del borgo la Vergine dell'Abbondanza e S.Michele Arcangelo, dedicato a S. Giacomo all'incirca nei secoli XI-XII, attualmente consta: - della Chiesa, ad originario impianto basilicale paleo-cristiano; - di un campanile di schema romanico, postumo rispetto alla Chiesa; - di una cripta sotterranea. Il complesso, anche se rimaneggiato, ha mantenuto le caratteristiche proprie di un monumento romanico. Secondo il Racioppi, all'epoca del Longobardo Principato di Salerno, era una delle tre fortificazioni della cittadina. Al tempo dei Normanni, nei secoli XI-XII, la fortezza divenne Chiesa dedicata a S. Giacomo. La trasformazione è avvenuta in seguito

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Oliveto Lucano

all’annessione di Pietrapertosa alla metropoli ecclesiastica di Acerenza sulla cui data precisa Racioppi nutre dubbi, ma che si aggira intorno alla metà del secolo XI. In seguito, intorno ai secoli XII-XIII, la Chiesa fu in parte distrutta da un incendio e quindi fu modificata; venne, infatti, eliminata la navata minore sinistra e al suo posto, costruito il campanile, abbassata la cupola e aggiunta una absidiola oltre il presbiterio. Nel 1940 la Chiesa ed il campanile sono stati consolidati. Ulteriori lavori, in epoca successiva, hanno portato alla luce vari capitelli di epoca romanica e un fonte battesimale. Dietro il presbiterio si rileva una piccola cella affrescata (Giudizio universale e scene della vita di GesÚ) di epoca successiva, dove ha sede un coro ligneo del secolo XVI.

Chiesa Madre

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La Cappella di San Cataldo Ai piedi del castello Normanno-Svevo, è situata la Cappella di San Cataldo, un piccolo edificio sacro del XII secolo, costruito a mattoni rossi con tetto a capanna. Sulla facciata si apre un portale rettangolare in muratura, sovrastato da un timpano. Sopra, una piccola monofora circolare e altre due nicchie vuote che affiancano il timpano. Una vela campanaria alla sommità delle falde del tetto movimenta l'insieme. All'interno è possibile ammirare un quadro della “Madonna della Vita” incorniciato da un candelabro in ferro battuto, posto su di un altare su mensola di pietra realizzato dallo scalpellino Antonio Nardi e i busti di San Giacomo e di San Cataldo.

Chiesa di San Cataldo

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Cappella di Santa Maria di Valle d'Orso o dell’Abbazia Dove oggi sorge la Cappella della Madonna dell'Abbazia, un tempo c'era un monastero dove i monaci Benedettini attuavano in pieno il loro “ora et labora” e rendevano feconde quelle terre. Questi monaci, colti e laboriosi, rimasero ad Abbazia fino al 1506 quando Papa Giulio II soppresse il monastero. I secoli trasformarono il monastero in ruderi: rimasero solo una cappella e una statua della Madonna Assunta.

Cappella dell’Abbazia

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La prima ricostruzione Nel 1934 la cappella era un rudere e la statua era ospitata nella Chiesa Madre: qualcuno nel luogo sacro rinchiudeva buoi e maiali. Una signora, tale Maria Vernucci, detta ‘la ciriglianese’, perchè nativa di Cirigliano, sognò per tre notti di seguito la Madonna: “và dal Cantore Fortunato e digli che voglio essere ricostruita la Cappella dalla famiglia Iula, specialmente da Antonio Iula, che per tanto tempo vi ha rinchiuso buoi e maiali. La trave maestra dovrà darla Raffaella Pantone. Carmeluzza “a Santarella” mi offrirà i suoi gioielli da sposa e tu mi farai la tovaglia più bella”. La signora si tormentò per qualche giorno, poi si recò dagli interessati e riferì il messaggio. I cugini Iula, confortati dal cosenso dell'Arciprete Fortunato, si posero all'opera. La moglie di Antonio Iula chiese ai muratori e manovali del paese una giornata di lavoro gratis e ai parenti il necessario per la colazione e il pranzo dei lavoratori. Tutti, anche gli amici, offrirono quel che potevano. La Pantone negò il castagno per la trave maestra (e, cosa strana, il giorno seguente le cadde l'asino vicino alla pianta e morì). Il Commendatore Giacomo Racana, uomo devoto alla Madonna, donò la trave con gioia. Il 15 agosto del 1934, la statua, restaurata e ingioiellata, della Madonna Assunta ritornò solennemente alla sua casa.

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La seconda ricostruzione Una nuova sciagura si abbattè sulla Cappella: il terremoto del 1980 la rese inagibile. Dopo varie peripezie e molte incomprensioni, dei giovani volenterosi, discendenti delle famiglie Iula o ad esse congiunti, Egidio Morano e Antonio Mazza si sono posti all'opera: la Cappella è completa, ora ha un nuovo splendore e la Madonna regna Padrona sulle loro terre. Vi sono inoltre altre cappelle quali: "Del Purgatorio", "Del Rosario", di "S. Rocco" e quella di "S. Martino" che oggi non è fruibile a causa delle fatiscenti condizioni strutturali.

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PIGNOLA

PRO LOCO “IL PORTALE� PIGNOLA Presidente: Nicola Sabatella Operatore Locale di Progetto: Carmela Faraldo Volontarie: Falce Antonella, Muro Carmelina, Rosa Antonietta Via Garibaldi, 1 - 85010 Pignola (PZ) 0971.421410 prolocoilportale@mail.com / info@prolocoilportale-pignola.it www.prolocoilportale-pignola.it

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Panorama di Pignola

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Pignola

Patrimonio sacro Pignola è un ridente paesino di circa 7000 abitanti sito a 7 km da Potenza e a soli 2 km dalla sorgente del fiume Basento, i suoi confini sono definiti oltre che dal Capoluogo di Regione da altri tre comuni: Tito, Abriola e Anzi. La particolare posizione geografica conferisce all'abitato un fascino straordinario che lo rende unico nell'intera provincia. Il centro storico, di impianto medievale, nasce e si sviluppa su un promontorio il cui punto più alto raggiunge i 927 m. s.l.m. e se da un lato domina la valle del Basento, nella quale in lontananza è possibile scorgere anche il Capoluogo di Regione, sugli altri è protetto e incorniciato dall'anfiteatro naturale costituito dai monti della catena della Maddalena (Serranetta - 1476 m s.l.m.-, Ciglio - 1439 m s.l.m.; San Bernardo). Dai suoi monti scaturiscono numerosi corsi d'acqua, aventi caratteristiche di torrenti e quasi tutti alimentano nella piana il fiume Basento. L'intero territorio comunale si estende su un'area di circa 55 kmq ed è caratterizzato da altitudini diverse che oscillano dai 700

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m s.l.m. tipici della pianura del Pantano ai 1476 m. s.l.m. del Monte Serranetta. I folti boschi che caratterizzano questo territorio fanno immergere il visitatore in un atmosfera fiabesca e fuori dal tempo: le faggete di Rifreddo, i castagneti e le vaste zone di abeti bianchi e rossi sembrano concorrere in una gara di colori, profumi e rumori a rendere unico e irripetibile il paesaggio. A valle ad altitudini più moderate invece si spalanca con spavalderia la verdeggiante piana di Pantano, che con prodotti agricoli di gran pregio, con il lago e la zona umida di interesse internazionale (che da qualche decennio è oasi faunistica gestita dal WWF Italia) arricchisce un territorio di natura montuosa. Chiesa Madre La chiesa Madre è la chiesa che per antonomasia rappresenta Pignola e la forte devozione popolare verso La Protettrice di Pignola Maria Santissima degli Angeli. Domina per maestosità della struttura l'intero centro storico e il suo campanile svetta sui tetti delle abitazioni circostanti come richiamo e simbolo di un'intera comunità. Le origini della chiesa si fanno risalire tra il XII e XIII secolo quando Pignola si associa agli altri comuni per innalzare la propria Chiesa a sostituzione della vecchia chiesa rupestre risalente alla fine del X secolo. Della chiesa romanica sopravvivono la cripta ed il campanile. L'attuale Chiesa misura 55 metri in lunghezza per 27 in larghezza fino all'arcata dei transetti, restaurata nelle forme originali del 700, è di ordine composito tra il Rinascimento e il

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Pignola

neo-classico e il Barocco, con una struttura a pianta a croce latina con transetto destro allungato per l'altare del Santissimo Sacramento e con il sinistro appena accennato per la cantoria. Al di sopra dell'altare del Santissimo in una cornice in stucco domina una grande tela raffigurante la Madonna del Carmelo, firmata dal pittore Giovanni De Gregorio detto il Pietrafesa. II suo corpo giace in un pilastro della Chiesa madre sul lato sinistro del presbiterio.

Interno della Chiesa Madre

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Chiesa di San Donato La Chiesa di San Donato è attualmente ancora in rovina dopo il terremoto del 23 novembre 1980. La costruzione è iniziata intorno al 1190. Essa si erge con il suo campanile in pietra in cima al colle intorno al quale case e palazzi, in strati concentrici, costituiscono il centro storico di Pignola. La primitiva Cappella era annessa al Palazzo Ducale degli Angioini a Pignola nel 1300. La chiesa si può considerare ultimo residuo della civiltà medievale del paese.

Chiesa di San Donato

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Pignola

Chiesa di Sant'Antonio Quando il paese si arricchĂŹ di palazzi nobiliari con artistici portali in pietra e si estese verso la Fontana Vecchia, fu costruita la Chiesa attuale insieme a tutto l'isolato con locali adibiti ad ospedale e ad altre opere caritative promosse dalla Congrega di CaritĂ , che provvedeva, oltre alla devozione e alla festa di S. Antonio Abate, anche alla cura degli ammalati poveri e all'assistenza dei pellegrini.

Chiesa di Sant’Antonio

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La Chiesa, costituita da una navata centrale con un altare in legno, sovrastato da una nicchia in cui si trovava la statua di S. Antonio Abate fu modificata all'inizio del '700: alla struttura interna vennero aggiunti presbiterio e cappelle laterali, furono costruiti quattro altari in muratura lungo la navata e un altro nella cappella sinistra con un coro in legno. Oggi all'interno si presenta in forma moderna con altare in marmo, e con l'aggiunta nell'Anno Santo della “Porta del Giubileo 2000” in bronzo, opera del Maestro Antonio Masini e dono dei Soci del Circolo “Il Portale”.

Chiesa di San Rocco Nel 1595 i Frati Cappuccini, che avevano lasciato il Convento attiguo alla Grotta di San Michele, dove si erano stanziati dopo i Benedettini nel 1535, si trasferirono in un nuovo Convento costruito, a poca distanza dall'abitato, esso però nel 1865 venne confiscato e la comunità religiosa ivi risiedente fu costretta a spostarsi altrove. Il Convento venne prima adibito a scuola elementare, poi a ricovero per gli appestati e infine nel 1947 fu demolito per far posto a strutture abitative. La Chiesa annessa al Convento è stata salvata, essa era stata edificata all'inizio del '600 ed era dedicata all'Annunziata, poi in seguito alla peste, si sviluppò la devozione a San Rocco, come Santo Patrono della peste e della pietà, e la Chiesa venne intitolata a quest'ultimo. Con il terremoto del 23 novembre 1980 la volta delle navata

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centrale crollò provocando gravissimi danni; intervenne la Soprintendenza ai Monumenti di Potenza e delle Belle Arti di Matera, e la ristrutturazione finì nel 2001. La navata centrale è dominata da un'artistica volta al di sopra di un semplice cornicione e da un altare che si eleva su tre gradini del piccolo presbiterio sul fondo del muro comunicante con la sacrestia. L’altare maggiore è un gioiello di arte in legno finemente intarsiato, ci sono pregiate sculture, ed è sormontato da un tronetto per l'esposizione solenne del Santissimo. Sulla facciata è stata riposta la Croce in ferro, offerta da Mastro Francesco Maria Piro, in ricordo della grande Missione dei Padri Redentoristi nel 1935. La Porta in bronzo della Chiesa di San Rocco di Pignola è opera di grande pregio dell'artista lucano Marco Santoro: monumentodocumento della vita affascinante ed eroica di Papa Giovanni Paolo II donato dalla Pro Loco “Il Portale”.

Chiesa di San Michele Con molta probabilità la Grotta naturale in Contrada Sant'Angelo di Pignola fu scoperta da antichi Monaci Eremiti, come rifugio, provenienti dall'Oriente nel VII/VIII secolo. Con un successivo insediamento dei Benedettini nel XIII secolo sull'antro della Grotta fu costruito un altare, sovrastato da una nicchia per la statua di San Michele. I Francescani, subentrati nel 1607, avevano provveduto ad ingrandire il Convento e ad abbellire la Chiesa e la Grotta per

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accogliere dignitosamente fedeli e pellegrini, mentre si dedicavano alla preghiera, all'agricoltura e alla caritĂ , ma purtroppo a malincuore dovettero lasciare e trasferirsi altrove nel 1809. I terreni furono venduti a privati. Il Convento rimase in abbandono. Ora sono visibili solo i ruderi. La Chiesa e la Grotta, invece, continuano ad essere frequentati.

Chiesa di Santa Lucia Il suono caratteristico della campana della Chiesetta di Santa Lucia, durante il giorno del 13 dicembre di ogni anno, costituisce per ogni Pignolese un particolare richiamo per una visita d'obbligo al luogo sacro alla Santa Martire e per una preghiera di fiducia alla Santa Patrona degli occhi. La Chiesa è stata costruita nel '500, su un terreno privato a poca distanza dal paese, come atto devozionale offerto dal proprietario a Santa Lucia. La Cappella, posta su uno sperone di roccia tra la Valle di Ponzo e la Valle del fiume di San Michele, era dotata di un proprio patrimonio, costituito da doni votivi e da terreni nelle contrade di Fiume, Poggi e Le Tavole. La Chiesa di Santa Lucia, anche se non presenta particolari elementi architettonici, ha qualcosa di fortemente suggestivo per cui Pignola la tiene molto a cuore come un gioiello da custodire.

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Pignola

Chiesa della Madonna delle Grazie Era una costruzione del '300, molto probabilmente ristrutturata nel '700, dapprima dedicata all'Apostolo San Giacomo, per un certo legame al Santuario di Santiago di Compostela, e poi indicata come Chiesa della Madonna delle Grazie. La Chiesa venne ricostruita, infine, nel '900. A seguito di danni subiti, la struttura della nuova chiesa, in cemento armato sulla base della vecchia, si presenta in chiave moderna, slanciata in alto verso il tetto con travi a vista, con ampi finestroni, con pavimento in marmo e con il presbiterio elevato di due gradini, in marmo bianco, e con al centro del presbiterio l'altare in marmi colorati.

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RIPACANDIDA

PRO LOCO “DR. WILLIAM DONATO PHILLIPS” RIPACANDIDA Presidente: Cripezzi Gerardo Operatore Locale di Progetto: Cripezzi Gerardo Volontari: Gilio Gabbriele, Lettieri Miriana Via Aldo Moro, 35 - 85020 Ripacandida (PZ)

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Villetta comunale (Giardino Storico San Francesco)

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Ripacandida

Il progetto realizzato quest'anno per il Servizio civile dall'interessante tema “Le vie del Sacro” ci pone una serie di domande su come pensare il territorio per integrare uno sviluppo di carattere culturale e favorire le presenze del turismo religioso. Ripacandida è un piccolo centro dell'area del vulture dove è fortemente radicata la tradizione e la cultura religiosa, sia per la presenza del Santuario di San Donato con i suoi meravigliosi affreschi del XV secolo, sia per aver dato i natali ad alcuni Santi e religiosi in odore di santità. Un piccolo scrigno da dove partire per iniziare una nuova narrazione capace di raccontare la storia di un popolo, che per tradizione, ha sempre legato la propria storia alla cristianità. È interessante notare che lo sviluppo tematico delle vie del sacro si concilia con il culto dei santi che rappresenta nella nostra regione il fulcro della storia della civiltà contadina, e il culto di San Donato (il Santo venerato per la cura delle malattie della mente ed in particolare l'epilessia nei bambini) è una delle migliori espressioni ancora sentite nella popolazione lucana. Lo sviluppo di un’ampia rete di interesse turistico sulle strade della religiosità popolare si può avere riportando l’attenzione sul

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tema del pellegrinaggio in forma moderna, recuperando tutte le forme caratteristiche del suo movimento. Il culto di San Donato, presente in tutto il Sud Italia, può rafforzare ancora di piĂš l’idea di un movimento turistico in linea con la tradizione popolare. All'interno del ciclo pittorico degli affreschi di San Donato, giĂ da lontano si prefigura la presenza dei pellegrini, sulla parete di destra vicino all'altare del Santo. Di fronte alla parete dove emerge un altro culto, quello di San Francesco, si avverte una sorta di simmetria fra i due culti che non entrano in contrasto, anzi, si mescolano e si rafforzano, dando al visitatore un'insieme di elementi che mettono in pace il pellegrino e il semplice ospite che si ritrovano davanti al meraviglioso spettacolo della creazione, accolti in una magica atmosfera, difficile da ritrovare in altri luoghi.

Processione

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Ripacandida

Mettere insieme la tradizione popolare del culto del Santo e le bellezze artistiche presenti nel Santuario di San Donato può essere il punto di partenza per esaltare il territorio; per ricondurre il filo della storia in una narrazione nuova che pone la centralità negli uomini e nelle donne che hanno saputo tradurre la fede e il sacro in una esperienza compiuta. Nello stesso tempo, legare la cultura e la tradizione con le risorse ambientali e le produzioni locali. Il nostro è un territorio ricco, dove l'esistenza di un'area boschiva, può incrementare lo sviluppo naturalistico con percorsi ben definiti da offrire al visitatore che può trarre la possibilità di allungare nel tempo la propria presenza sul territorio. Nello stesso tempo, le produzioni locali, come il miele, il vino, l’olio, i formaggi e i salumi ben miscelati nella cucina di tradizione locale possono offrire un sollievo alle esigenze nutrizionistiche del visitatore/pellegrino. Quindi, partendo dal culto dei Santi e dalla presenza dei pellegrini, si può tracciare una nuova strada che si interseca con le vie del sacro e trae dalle stesse un nuovo flusso sul cosiddetto “turismo religioso”. Il culto di San Donato, nella storia rappresenta un caposaldo della tradizione in Basilicata, è forse una delle espressioni più importanti insieme a San Rocco di Tolve, alla Madonna del Carmine di Avigliano e la Madonna di Viggiano. Dall’anno mille all'incirca si è sviluppato il culto portato nel Sud dai Longobardi dei Santi taumaturghi, in particolare San Nicola e San Donato Vescovo di Arezzo. Lo sforzo fatto dai volontari della Pro-Loco di Ripacandida è stato quello di recuperare pezzi della storia del culto, di forte

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tradizione orale, soprattutto nelle giornate della festa patronale di San Donato nel mese di agosto, avvicinando e ascoltando le storie dei pellegrini, che ancora oggi, sono presenti durante le giornate di festa. Abbiamo ascoltato le loro storie, legate ad un bisogno profondo di ringraziamento al Santo per le grazie ricevute. Abbiamo ascoltato il canto popolare di avvicinamento alla chiesa e, scala dopo scala, siamo entrati in chiesa con loro, avvertendo la piacevole sensazione di un profondo benessere. Ci hanno raccontato tante storie sul senso del pellegrinaggio e sul cambiamento che i tempi hanno portato nel loro modo di essere pellegrini. L’unione tra la forza del pellegrinaggio e del comune visitatore può essere un elemento trainante dell'azione da mettere in campo per favorire un nuovo sviluppo delle vie del sacro, con la programmazione di convegni tematici o giornate da dedicare al tema del pellegrinaggio. Una sorta di convegno studio che richiami l’attenzione degli antropologi e degli esperti sul tema del culto di San Donato (già esistono delle ricerche fatte dall'antropologo tedesco Thomas Hauschild), facendolo diventare un appuntamento annuale, da realizzare all'interno del Santuario di San Donato. Il culto di San Donato è stato al centro dell'attenzione anche del regista televisivo Luigi Di Gianni che negli anni sessanta ha documentato la presenza dei pellegrini che chiedevano la grazia per i bambini malati di epilessia in un documentario dal titolo “Il male di San Donato”. Esistono numerosi canti della tradizione popolare che dalle comunità vicine a Ripacandida (Cancellara, Acerenza, ecc.) i pellegrini cantavano il giorno della processione, come una sorta di

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Ripacandida

Santuario di San Donato

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inno o di preghiera. Negli ultimi anni è nata un'associazione delle città di San Donato, tra i Paesi che hanno il culto di San Donato, con la presenza di Arezzo e del Custode del Duomo, che favorisce lo scambio tra le comunità e può dare un forte impulso sul turismo religioso. La Pro-loco di Ripacandida in collaborazione con il Comune è stato promotore dell'iniziativa e si offre come riferimento ad un eventuale gemellaggio con il Duomo di Arezzo, dopo aver raggiunto l'obiettivo del gemellaggio con il Sacro Convento di San Francesco di Assisi. Ancora, si può programmare “la giornata del pellegrino”, una sorta di raduno delle associazione dei pellegrini, con la possibilità di favorire lo scambio culturale delle diverse comunità e progettare degli itinerari nuovi che consentono di realizzare una via di sviluppo del turismo religioso, proponendo il vecchio percorso fatto dai fedeli nei nostri territori. Naturalmente l'offerta si allarga e si collega alle iniziative già presenti sul territorio come Il volo dell'angelo e la storia bandita dei briganti della Grancia sull'Appennino lucano e tutte le manifestazioni presenti sul Vulture a partire dalle vie Crucis. La tradizione popolare del culto di San Donato si è sviluppata all'interno del Santuario di San Donato, alla presenza dei Frati francescani prima e delle Suore francescane dopo. Il Santuario che presenta al suo interno il ciclo pittorico del Vecchio e Nuovo testamento, una narrazione sublimemente rappresentata negli affreschi, denominati non a caso “La Bibbia dei poveri”, che è servita nei secoli a testimoniare la forte presenza di una religiosità operante nel comune di Ripacandida.

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Ripacandida

Presenza che si è tradotta nell'esperienza di forte Santità come quella di San Donato di Ripacandida, chiamato San Donatello per non confonderlo con San Donato vescovo di Arezzo, verginiano che ha operato a Montevergine (Av) ed Auletta in provincia di Salerno. Si presume anche la nascita di altri Santi, quali San Mariano e San Laviero. Per concludere si può, quindi, ragionare sulla possibilità concreta che si offre con il culto dei santi ad una nuova arteria da collegare alle vie del sacro per uno sviluppo armonico del territorio. Per aggiungersi tutta una serie di iniziative che tendono a favorire la promozione dei prodotti locali che possono essere fruiti in un circuito enogastronomico di qualità messi debitamente in rete, favorendo la possibilità di acquistare i prodotti direttamente dai produttori. L'ultima considerazione la si pone sul giardino storico presente a fianco al convento delle suore francescane, un luogo dove la tradizione francescana esplode in tutto il suo splendore. Un luogo accogliente dove si può meditare, soprattutto al piano superiore all'interno di reticolati di siepi che ricordano la presenza dei frati che si raccoglievano in sublime preghiera. Spazi della memoria, dove il visitatore può ritrovare un senso di completezza immerso nella natura, accanto ad un patrimonio dell'Unesco, dichiarato monumento messaggero di pace quale è il Santuario di San Donato e il popolo di Ripacandida.

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Basilicata: le vie del sacro

Affresco del Santuario di San Donato

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SALANDRA

PRO LOCO SALANDRA Presidente: Labattaglia Michele Operatore Locale di Progetto: Querciuola Maria Volontaria: Rossetti Nency Via Nazario Sauro, 1- 75017 Salandra (MT) 329.0405373 info@prolocosalandra.it www.salandranet.it

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Basilicata: le vie del sacro

Panorama di Salandra (foto: Antonio Dipersia)

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Salandra

Salandra (Acalandra, Calandra o Salandria in latino) è un comune italiano di 2851 abitanti della provincia di Matera in Basilicata. Essa sorge su una collina a 598 m s.l.m. nella parte nordoccidentale della provincia in posizione dominante la valle del torrente Salandrella, che costituisce il corso iniziale del fiume Cavone. Il versante che si affaccia sulla valle della Salandrella è caratterizzato da strapiombi e dai caratteristici calanchi argillosi, mentre invece il versante opposto del territorio comunale, quello che si affaccia sul torrente Gruso, è ricoperto da boschi di querce, che si estendono per oltre 1000 ettari, uliveti e frutteti. Confina a nord con i comuni di Grottole (16 km) e Grassano (25 km), ad est con Ferrandina (18 km), a sud-ovest con San Mauro Forte (11 km) e ad ovest con Garaguso (13 km). A 3km dal centro si trova la frazione di Montagnola dove, oltre al piccolo centro abitato, sono situate le strutture sportive del paese, come il palazzetto multifunzionale (PalaSaponara) e lo stadio e la piscina. Relativamente all’origine del nome vi sono due ipotesi; secondo la prima deriva dal greco Thalassa andros, nome

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composto che significa mare-uomini, e quindi dalla colonizzazione della Magna Grecia. La seconda ipotesi fa invece riferimento al dio greco Acheloo, divinità fluviale da cui prese il nome la Salandrella, l'antico Acalandro citato da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia; il toponimo Salandra potrebbe quindi derivare da Acheloo Andros, cioè uomini dell'Acheloo. Il suo territorio fu abitato dagli Enotri sin dall'VIII secolo a.C., come testimoniato dai resti di un antico villaggio in località Monte Sant'Angelo. L’odierno abitato risale invece all'epoca normanna; le prime notizie ufficiali su Salandra si ritrovano in una bolla papale del 1060. Nel 1119 la contessa Emma di Sicilia, moglie di Rodolfo di Montescaglioso e figlia di Ruggero d'Altavilla, concesse in dono il feudo di Salandra all'Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo di Montescaglioso. Successivamente in epoca sveva Salandra fu proprietà del barone Gilberto da Salandra, mentre in epoca angioina passò alla famiglia Sangineto. Nel 1381, in seguito al matrimonio di Margherita di Sangineto con Venceslao Sanseverino, il feudo passò ai Sanseverino, conti di Tricarico. Nel 1485 Antonello Sanseverino, principe di Salerno e capo della Congiura dei Baroni, fu privato di tutti i suoi feudi dal re Ferdinando I di Napoli; il feudo di Salandra fu così venduto e ricomprato più volte negli anni successivi. Nel 1544 Salandra fu acquistata definitivamente da Francesco Revertera, luogotenente della Regia Camera della Sommaria; i Revertera, diventati duchi di Salandra dal 1614, ne restarono proprietari fino al 1805. Nel 1656 il paese fu colpito dalla peste, ed a seguito di quella calamità fu proclamato patrono San Rocco, il

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Salandra

santo taumaturgo. Nel 1799 partecipò attivamente ai moti per la Repubblica Partenopea con l'innalzamento dell'albero della libertà. Successivamente fu duramente colpita dal terremoto del 1857 che sconvolse la Basilicata. Nel 1861, durante il brigantaggio, Salandra fu assaltata dai briganti capeggiati da Crocco e da Borjes: anche se protetto dalla guardia nazionale, il paese fu invaso dai briganti in quanto il popolo, ostile ai signori, aprì un varco ai briganti consentendo loro di entrare nell'abitato. Infatti il paese, difeso dalla Guardia Nazionale, fu attaccato il 6 novembre 1861 dalle masse di Crocco che nelle sue memorie riporta: “Il paese è asserragliato; la guardia mobile e la guardia nazionale forti di 200 fucili hanno occupato il castello feudale e dall'alto della piccola rocca fanno una resistenza validissima. Abbiamo dalla nostra qualche morto e diversi feriti,….; ma il popolo è ostile ai signori e dall’interno del chiuso paese mormora e minaccia. Ci viene aperto il passaggio e noi avanziamo in città distruggendo e devastando. I difensori del castello sono nostri prigionieri, qualcuno è malmenato, qualche altro ucciso, i più sono salvi. Il saccheggio e l'incendio durano tutta la notte; i morti sono parecchi, qualcuno è trovato carbonizzato tra le fumanti macerie”. Ulteriori particolari sull'attacco al paese sono riportati nel diario del Borjès che attribuisce il merito della conquista alla propria azione di comando.

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La Chiesa della Madonna del Monte La Chiesa della Madonna del Monte si trova a 7 Km da Salandra sulla S.P. che porta allo scalo ferroviario. La Madonna è denominata del Monte per il fatto che la chiesa si trova a poca distanza dalla pianura di Montagnola, quasi a 600 metri s.l.m.. Si erge tra querce secolari, costruita in onore della Vergine Maria del Monte, è venerata da pellegrini provenienti dai paese limitrofi, in particolare da Salandra, Ferrandina e Grottole La leggenda narra che un pastore nell'abbattere un grosso albero rinvenne nel grande tronco incavato l'immagine della Vergine, che si onora seduta nella nicchia sopra l'altare della cappella, ed a ricordo di questo miracolo vi è ancora adesso in quel luogo una fonte che scaturisce nel tronco messo mozzo di una quercia.

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Salandra

Si narra che da parte dei grottolesi ci fu un tentativo di trafugare la statua della Vergine, ma quando essi arrivarono sulla sponda del Basento, prima di valicare il fiume, la statua si appesantì in modo tale che le persone che la tenevano sulle loro spalle non avevano più la forza di sorreggerla. Allora intendendo che la madonna volesse che il proprio simulacro rimanesse nel luogo dove era apparsa, i fedeli di Grottole rinunciarono al loro sacrilegio e fu riportata indietro dai fedeli salandresi. Tutta la popolazione di Salandra durante i periodi di siccità, per non vedere vanificato il lavoro di un intero anno, con pellegrinaggi a piedi o addirittura scalzi percorrono sette chilometri fino al tempio della Madonna per chiedere la Sua intercessione, al fine di ottenere dal Signore la grazia della pioggia che il più delle volte concede per arricchire i campi.

La Cappella dell'Annunziata La cappella della Madonna dell'Annunziata sorge a circa 3 chilometri dal centro abitato di Salandra, lungo l'antico tratto che porta alle Caporre. Essa rappresenta il simbolo della fertilità e della maternità, si erge circondata da vigneti, ulivi e querce secolari. La sua costruzione viene fatta risalire intorno all'anno 1000, sulla porta d'ingresso si può osservare uno stemma gentilizio, e dai segni incisi sopra si deduce che la chiesetta appartenesse alla famiglia dei Baroni. Sul pavimento si notano due speciali lastre di pietra che servivano da copertura per sotterranei in cui venivano seppellite le salme dei defunti.

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All'interno della cappella è conservato un polittico su fattura primitiva eseguito su tavole che rappresenta gli Evangelisti, gli Apostoli, e l'Annunciazione della Madonna. Il dipinto risale al 1100 ed è di proprietà dello stato poiché dichiarato bene culturale nazionale. Fu restaurato nel 1936 da un esperto maestro Veronese sotto l'incarico della Sovraintendenza delle Belle Arti e fu valutata per circa 50 milioni di lire. La festa dell'Annunziata ricade la prima domenica di maggio ed una volta si celebrava con una messa solenne in onore della Madonna, in presenza di qualche ambulante che vendeva noccioline americane, castagne abbrustolite e torroni. A dare vivacità alla festa, vi era un’orchestra paesana chiamata “Diana” che suonava musiche popolari.

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Salandra

Particolare era l'usanza di compiere tre giri intorno all'altare da parte di giovani coppie con i mignoli intrecciati, saltellando a piccoli passi a forma di quadriglia. Questo rito instaurava un legame tra coloro che lo praticavano che durava per tutta la vita. Se il rituale veniva compiuto da coppie di fidanzati diventava una solenne promessa d'amore, se avveniva tra amici una sorta di “sacro comparizioâ€?. La festa con il tempo è caduta in disuso ed è stata inglobata in quella della Madonna del Monte l'ultima domenica di maggio.

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La Chiesa di San Rocco Tra le maggiori opere presenti a Salandra, una delle piú stimate è senza dubbio la Chiesa di San Rocco, protettore del paese. San Rocco fu mendicante e pellegrino di Montepellier venuto in Italia nel 1315, famoso per i suoi prodigi durante il periodo di pestilenza. A leggere le antiche cronache vien fatto di considerare che il popolo, stimato sempre ignorante e superstizioso, non aveva tutti i torti a digiunare e a far penitenza per tener lontano il terribile morbo. La moderna medicina assicurava che lo stomaco ingombro e in genere l'apparato digerente sono la causa principale di molte malattie, in particolare quelle infettive. Per difendersi dal contagio i medici indossavano dei camici e delle maschere con occhiali e rostro adunco imbevuto in sostanze balsamiche. Per questo è divenuto il protettore degli appestati, dei chirurghi, dei farmacisti e dei becchini. Per rendere omaggio al Santo venne costruita la chiesa di San Rocco grazie alll'aiuto del popolo che si impegnò anche a trasportare pietre dal torrente Salandrella, mentre per portare a termine i lavori il clero mise a disposizione cinquemila ducati e altri cinquantamila concessi dal re Ferdinando II. All'interno sono presenti tre ampie navate e le pitture ad olio abbelliscono la grande cupola con l'immagine dei quattro evangelisti eseguite dal celebre artista Cosimo Sampietro da Massafra. Famoso è anche il simulacro del venerato protettore, collocato su un piedistallo finemente intagliato e dorato a zecchino. Secondo la tradizione il simulacro venne realizzato da un artista di Montescaglioso che conosceva alla perfezione l’anatomia del

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Salandra

corpo umano, notandosi ad occhio nudo le vene delle mani. La statua viene impreziosita da alcuni accessori come il cagnolino che porta in bocca un pezzo di pane da dare al suo padrone, il bastone, i calzari e la mantellina.

Il Convento Salandra un'inestimabile quantità di tesori storici e artistici, cospicuo è il patrimonio giunto fino a noi. Il Convento di S. Francesco e la Chiesa annessa di S. Antonio sono senz'altro la ricchezza più preziosa che abbiamo ereditato. Certamente, però, molti tesori sono andati perduti, tra questi dobbiamo ricordare l'affresco nella sala del refettorio (attuale ufficio tecnico) le “Nozze di Cana” e altre tele risalenti al 1800. Tutti abbiamo la grande responsabilità di recuperare, conservare e trasmettere questo patrimonio alle future generazioni, affinché esse possano godere della loro bellezza e capire attraverso le loro storie, la storia dei propri antenati.

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Chiesa di Sant'Antonio La chiesa del Convento di S. Antonio in Salandra rappresenta un'opera di inestimabile valore storico-artistico. La sua costruzione cominciata nel 1546 fu completata nel 1573 giusta iscrizione sull'architrave del portone d'accesso. Contestualmente alla chiesa fu realizzato la costruzione dell' annesso monastero francescano dedicato a san Francesco. Il convento ospitava da 18 a 25 frati. Collocato sulla cantoria posta sulla porta maggiore, è racchiusa in una pregevole cassa di risonanza a struttura tipicamente cinquecentesca, con prospetto a cinque campane e ad organetti morti. È caratterizzata da un'ampia natava e da un elegante portale settecentesco abbellito da sculture raffiguranti due leoni in stile romanico. Al suo interno vi sono numerose opere di interesse artistico, tra cui un Polittico di Simone da Firenze del 1530 raffigurante l'Annunciazione, un altro Polittico del 1580 opera di Antonio Stabile ed una lunetta raffigurante la Madonna col Bambino opera di Pietro Antonio Ferro, il pregevole organo della cantoria datato 1570, uno dei più antichi tra quelli funzionanti in Italia, un altare del XVII secolo, numerose tele tra cui l'Ultima Cena, Madonna con bambino, S. Antuono, S. Francesco, S. Gennaro, S. Giovanni Battista, S. Giovanni da Capestrano, S. Leonardo, S. Nicola, S. Rosa, S. Vescovo e S. Vito, tutte attribuite a Domenico Guarino, e statue del XVI e XVII secolo. Sono custodite le reliquie di San Donato vescovo e di Santa Fausta, e il portale è sovrastato da tre statue raffiguranti il Cristo e due frati francescani e dallo stemma dei Revertera. Ai lati due

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leoni in pietra in stile Saraceno, rinvenienti, senz'altro, da qualche altro sito e qui posti durante la costruzione della chiesa. Nel sotterraneo sono stati rinvenuti una grande quantità di scheletri, poiché anticamente non esistendo i cimiteri le salme dei frati e delle personalità più in vista del paese lì veniva seppelliti.

La cappella di Santa Lucia La cappella di Santa Lucia è posta al centro del paese in Via Maresciallo Saponara. Originariamente la cappella di epoca molto remota era dedicata a Santa Maria della Neve. Ricostruita in tufi nel 1925 circa, dotata di una bella statua raffigurante S. Lucia fu ad essa dedicata. A causa dei ceri, nel 1980 scoppiò un incendio che danneggiò la statua e buona parte della chiesa. Nello stesso anno fu riparata e riabbellita con una raccolta di fondi da parte della popolazione. La nuova statua fu benedetta dal parroco don Carlo Romano. Santa Lucia viene ricordata il 13 dicembre ed è la protettrice degli occhi.

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SAN SEVERINO LUCANO

PRO LOCO DEL POLLINO DI SAN SEVERINO LUCANO Presidente: La Sala Rosario Operatore Locale di Progetto: La Sala Rosario Volontari: Bonafine Matteo Mario, De Paola Domenico, Viceconte Chiara Via Nicola Germano, 18 - 85030 San Severino Lucano (PZ) 0973.576332 www.prolocodelpollino.org prolocodelpollino@tiscali.it

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San Severino Lucano

Cenni storici su San Severino Lucano Tra i più pittoreschi paesi della provincia potentina ed anche della regione, San Severino Lucano è un paese di recente fondazione, sorto agli arbori dell'età moderna. Il primo nucleo urbano risale alla fine del XV secolo (1495) quando Berardino Sanseverinese, VII Conte di Chiaromonte, donò all'Abbazia cistercensa di S. Maria del Sagittario le terre che fanno parte dell'attuale San Severino. I Cistercensi vi edificarono case rurali per i coloni; a questo primo villaggio diedero il nome di San Severino. Quindi San Severino rappresenta l'esempio tangibile della colonizzazione agricola promossa dall'Abbazia del Sagittario su terreni appartenenti alla potente famiglia dei Sanseverino, principi di Bisignano. La sua origine è quindi legata alla politica economica e produttiva seguita dall'Ordine religioso dei Cistercensi, che, portarono all'insediamento di coloni nella zona vicino all'Abbazia del Sagittario. I Cistercensi sono stati benemeriti per la vita sociale, religiosa ed economica. Le loro mani profumate d'incenso

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e arabescate d'inchiostro non designarono di adoperare la vanga per bonificare e dissodare la terra. Nel 1810 il paese in oggetto prese la denominazione di San Severino Lucano per differenziarsi dagli altri comuni omonimi Non èscludere la co-fondazione di San Severino Lucano per il fatto che ai primi suoi abitanti si unirono e si aggiunsero degli esuli di Castelsaraceno perseguitati dai baroni e fuggiti in questa terra come in un asilo. Nel 1862 il censimento registrava l'esistenza di 3.497 abitanti su un territorio vasto e fertile per la presenza di colture cerealicole, viti, olivi ed alberi da frutto e ricco di pascoli nei quali si allevava una considerevole quantità di bestiame. Nella seconda stagione del brigantaggio, il territorio di San Severino vide paralizzata la propria vita civile e quasi annullate le attività economiche. Tutto favoriva i banditi: la vicinanza di impervie montagne, la mancanza di strade, la solidarietà della popolazione, tanto che le operazioni militari risultavano impossibili o del tutto inefficaci. In questa zona, fu il Capitano Iannarelli che effettuò feroci stragi e spietate esecuzioni anche di civili. Una leggenda lo vuole rapito da diavoli subito dopo la sua morte. Il territorio è composto da pittoresche frazioni. A sud si estendono Mezzana, Valerie e Calanche, a nord, Cropani, Pomarreti e Ballarano a est Villaneto e Mancini. Svariati sono gli itinerari naturalistici che partendo da Mezzana portano il visitatore per tutto il massiccio del Pollino con i suoi 182.012 ettari di estensione, a cavallo tra Basilicata e Calabria.

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San Severino Lucano

Musica e tradizione nella festa della Madonna del Pollino Il tradizionale rito festoso dedicato alla Madonna del Pollino da sempre ha attirato l'attenzione di studiosi, cultori, viaggiatori, specialisti. Evento di fede e di ritualità arcaiche che malgrado i repentini cambiamenti socio-economici sono tuttora presenti in certe manifestazioni devozionali alla Vergine, questa festa raccoglie migliaia di fedeli provenienti dalla fascia Sud della Basilicata e dalla vicina Calabria, il cui culmine è rappresentato dal pellegrinaggio e dal pernotto agli inizi di Luglio al Santuario (edificato nel '700 nel territorio di San Severino Lucano e situato sopra i 1500 mt.) da cui si dominano le incantevoli cime della catena appenninica calabro-lucana, i due mari, i tanti paesi lucani che fanno parte dell'immenso e suggestivo Parco Nazionale del Pollino. Sacro e profano, festa e funzione religiosa, convivono all'interno di un'unica ricorrenza che segna la partecipazione di tutta la comunità ad un rito che accomuna e che unisce. Aver voluto mettere in rilievo tutte le dinamiche - musica, balli, religiosità , fede ufficiale versus fede popolare, testimonianze dirette, prospettive antropologiche, ecc. - che sottendono questa secolare manifestazione sonora e rituale significa non solo fare il punto degli studi in merito al contesto festivo, ma si pone come contributo altamente scientifico (arricchito non a caso di un bel corredo iconografico, di fondi primarie, di testi della tradizione orale) per promuovere il ricco tessuto demo-antropologico delle genti che abitano le montagne e i paesi del Parco. Sono la musica e le tradizioni culturali a parlarci della festa e degli uomini che la

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omaggiano,sono i canti e le danze in chiesa e nei bivacchi ad essere parte integrante del rito religioso in una sorta di legame con antichi riti greco-romani a cui tutta la tradizione del Sud Italia è rimasta assai legata. Canti narrativi religiosi, tarantelle sull'organetto, preci e sonate di zampogna, si uniscono a scandire il suono, il colore della festa intorno al Santuario. Sembra di rivivere, in queste pagine, i ricordi e le incomprensioni dei viaggiatori stranieri del Grand Tour di passaggio per i nostri monti del Pollino: venivano colpiti da questo tripudio in onore della Madonna, dai relativi gesti ancestrali, dalle stranezze poco tollerate dalla religiosità ufficiale, dalla grande ospitalità dei pellegrini,dai suggestivi paesaggi che facevano da contorno alla catarsi annuale in mezzo ai boschi.

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Già in una descrizione che Norman Douglas faceva all'inizio del Novecento,veniva messa in evidenza la festa della Madonna del Pollino,e probabilmente è cambiato poco da quella descrizione che egli teneva nel suo testo “Old Calabria”, quando egli viaggiava nel Mezzogiorno d'Italia. Probabilmente neanche è cambiato molto da quando si è dato avvio a questa festa,che si può far risalire ai primi anni del Settecento, periodo in cui venne costruita la Chiesa sulla sommità del monte, su quel sito dove apparve la Vergine ad un pastore e dove sembra fosse stata rinvenuta una statua che era stata risparmiata alla campagna iconoclasta. Niente è probabilmente cambiato; la festa continua a svolgersi nel mese di luglio, il primo Giovedì, venerdì e Sabato, ed ha alcuni momenti particolari: salita al Santuario, che vede i pellegrini in movimento già dalle prime fasi dell'alba; la sosta per bivaccare, e per far uso di cibo in quantità, soprattutto di carne di capra, seguendo la tradizione devozionale verso la Madonna. Balli, canti, suoni di organetti, zampogne e tamburelli rivolti alla Vergine. In effetti in questi canti sono presenti elementi del culto mariano, in quanto Maria, madre di Dio, è considerata anche la madre di tutti gli uomini e a lei ci si deve rivolgere per avere l'intercessione della grazia. Questa salita ha una sua logica particolare, la logica “do ut les”: i pellegrini compiono la fatica della salita per avere in cambio protezione da parte della Madonna stessa. Giunti al santuario i balli e i canti non cessano,all'interno e all'esterno della Chiesa, ma prima di entrare i pellegrini compiono tre giri intorno al tempio. Non si sa bene il perché, lo fanno tutti perché i loro padri usavano in questo modo.

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Una volta entrati in Chiesa vanno verso il palco dove si trova la Madonna; alcuni toccano il mantello, altri pregano, altri si inginocchiano, altri sollevano i loro bambini per far loro toccare le vesti, altri con grida quasi isteriche, inneggiano alla Madonna stessa. Altre persone, soprattutto nella notte tra il venerdì e il Sabato, dormono all'interno della Chiesa, qui si richiama il rito romano dello ”incubatio”, cioè il fatto di addormentarsi in prossimità ai templi taumaturgici, per avere in sogno la strada da seguire, le prescrizione terapeutiche per la guarigione. La giornata successiva rappresenta il momento delle celebrazioni. La Madonna viene portata all’esterno in processione, preceduta da una sfilata delle donne che sulle loro teste portano i “cinti”, cioè candele disposte a mo' di tempio.

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Prima della processione, la Madonna viene posta all'incanto, un'asta pubblica per aggiudicarsi il privilegio di poter trasportare la statua. Il Sabato, poi, la festa finisce. I pellegrini cominciano a dileguarsi e la montagna ritorna al suo antico silenzio. Questo è lo svolgimento della festa rimasto inalterato negli anni e che, a mio avviso, è opportuno continuare a tramandare. Per poterlo fare, sono necessari progetti culturali di concerto con gli operatori delle scuole dell'obbligo per far conoscere agli alunni le nostre tradizioni musicali, e per innescare nelle nuove generazioni l'esigenza di diventare abili nell'uso di questi strumenti. È importante questo elemento di tradizione perché può essere utilizzato per una forma particolare di turismo, quello religioso, correlato con l'area del Santuario. Il Parco diventa un interlocutore attento, che vuole essere protagonista non solo dal punto di vista delle bellezze naturalistiche, ma anche per tutto ciò che significa il recupero di arte, storia, cultura, tradizioni e di tutto ciò può essere veicolo la musica. La musica ha un ruolo importante nella Festa, essa costituisce una presenza indispensabile. La prospettiva etno-musicologica ci invita quindi naturalmente ad interrogarci su di una singolare omologia, forse non casuale: se la festa e la musica si riuniscono non è semplicemente perchè si assomigliano. Le feste sono tuttavia caratterizzate da proprietà contraddittorie per cui non è facile fornire una definizione univoca, nè coglierne tutti gli aspetti. Esse hanno, infatti, una funzione al tempo stesso conservatrice e trasformatrice. Sono il luogo di gesti ritualizzati, ancestrali, reiterati fedelmente a ogni

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occasione o una stagione dopo l'altra. Dal nostro punto di vista sono un conservatorio, ovvero un luogo di pratiche musicali e di memorizzazioni di queste pratiche. Da un lato esse permettono di tramandare delle tradizioni e costituiscono un campo d'osservazione privilegiato, ma dall'altro inducono una modificazione profonda dei comportamenti e degli atteggiamenti tramite la musica, il cui ascolto partecipe è accompagnato da un radicale cambiamento di stato. Il contesto religioso della festa della Madonna del Pollino costituisce un fondamentale elemento di riflessione nella valutazione del rapporto musica/festa che non manca di ricevere attenzione in tutti i contributi. E ciò a partire dall'oggettiva constatazione della vitalità del pellegrinaggio e degli eventi ritualizzati all'interno del culto mariano delle comunità che vivono nel e intorno al Pollino.

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Ben lungi da uno sterile folklore ad uso e consumo turistico, la festa della Madonna del Pollino è il risultato composito della reiterazione e attualizzazione di gesti antichi (gesti musicali compresi) che hanno molteplici significati per chi li esegue: in altre parole, se ancora oggi essa si svolge è solo ed esclusivamente perchè significa delle cose per i partecipanti, altrimenti sarebbe scomparsa. Significati legati alla realtà odierna e perciò diversi da quelli che essi potevano avere nel passato. Pellegrinaggi e processioni non sono altro che il culmine di iniziative di culto collettive, le quali si sviluppano secondo una dimensione ciclica del tempo che continua a costituire uno sfondo pertinente dell'organizzazione sociale delle diverse comunità della zona. Nel contempo, il contesto religioso viene forzato, rispetto all'accezione comune dell'espressione, dal manifestarsi di numerose azioni convenzionalmente ad esso estranee. Le categorie di sacro e profano applicate alla musica vengono radicalmente messe in discussioni: più che due campi distinti o in contrapposizione, come siamo abituati a pensare, eventi festivi come quello in questione sembrano suggerire che si tratti di due aspetti di un'unica esperienza collettiva, dove divertirsi suonando e ballando tarantelle rientra fra le connotazioni della devozione, in quanto parte integrante dei significati dell'azione culturale. La festa del Pollino (identificata soprattutto con la celebrazione mariana dei giorni precedenti la prima domenica di luglio), è intesa come "la festa " per antonomasia di tutta l'area ed ha rappresentato negli ultimi decenni un ghiotto campo di osservazione uniconcettuale o multidisciplinare, grazie alla complessità dei microeventi contenuti in un grande organismo fenomenico socio-culturale, sopravvissuto soprattutto perchè

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legato al culto mariano. Tale incontro annuale di varie comunità in festa, proveniente da un'area molto vasta di almeno tre province, è stato visto e interpretato come terra di resistenza culturale, come una cassetta di sicurezza destinata a conservare valori nel tempo ed a preservarli dal rischio di furti o da dispersioni dannose, oppure secondo altri come un surgelatore di usi e segni, come una sorta di macchina del tempo che riportava nel giro di poche ore di viaggio dalla complessa civiltà metropolitana dell'oggi nell'arcadico mondo agro-pastorale del tempo "quasi immobile", del "com'era prima".

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SPINOSO

PRO LOCO SPINOSO Presidente: Guerriero Vincenzo Operatore Locale di Progetto: Guerriero Vincenzo Volontaria: Russo Tania Largo S. Nicola, 4 - 85039 Spinoso (Pz) 0971.954717 www.prolocospinoso.it info@prolocospinoso.it

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Panorama di Spinoso

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Spinoso

Spinoso è un paese nel cuore del Parco Nazionale Appennino Lucano Val d'Agri-Lagonegrese, e sorge tra i piedi del monte Raparo e le sponde del lago di Pietra del Pertusillo a 645mt s.l.m. Anticamente si chiamò Carro Nuovo e sorgeva in zona Tempagnata sulle pendici del monte Raparo; ma presto fu abbandonato dai contadini e pastori per la maggior presenza di serpenti e si spostarono su un monticello chiamato "Spenuso" in cui iniziarono a costruire le prime abitazioni. Negli stessi anni, tra il IX e X sec., si ebbe la distruzione di Grumentum e anche gli scampati al disastro trovarono riparo alle pendici del Monte Raparo, dando origine al primitivo villaggio che prese il nome di Spinoso. Il nome del borgo deriva dal latino "spina" ad indicare "terra piena di spine". Il paesino sorge sulle sponde del Lago di Pietra del Pertusillo di un'incantevole bellezza. Il nome dell'invaso artificiale è strettamente legato alla sua origine tra il 1959 e il 1963 quando il fiume Agri fu sbarrato all'altezza di Pietra del Pertusillo, punto in cui l'acqua scorreva tra due rocce come se ci fosse un pertugio, da qui il nome "Pertusillo".

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Lo sbarramento ad arco-gravità è lungo 380mt ed alto 95mt con capienza massima di 155 milioni di metri cubi d'acqua, sfruttata per l'energia idroelettrica e per l'irrigazione di terreni tra Basilicata e Puglia. E' un lago artificiale situato nel territorio dei comuni di Grumento Nova, Montemurro e Spinoso. Nel centro storico si possono ammirare le bellezze dei molteplici palazzi gentilizi del '700 e '800 con portali in pietra, opera dei maestri scalpellini di quel tempo.

Portale in pietra

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Spinoso

La presenza di antiche botteghe di scalpellini ha lasciato meravigliosi e rilevanti esempi, tanto da far assumere al paese di Spinoso, l'appellativo di "Città dei portali". Questi maestri utilizzavano perlopiù pietra locale o ricavata dalle montagne di Pergola, Marsico Nuovo, Padula e Arenabianca. Il lavoro dello scalpellino nasce come lavoro stagionale, ma poi man mano che le richieste aumentavano, si creò un vero e proprio mercato. I palazzi con i portali più belli sono: - Palazzo delle Colonne, in piazza Plebiscito; - Palazzo Mileo, in Corso Garibaldi; - Palazzo Robortazzi, in Corso Garibaldi; - Palazzo Caputo, in Corso Garibaldi; - Palazzuolo Romano (sede della scuola Romantica spinosese), in Corso Garibaldi; - Palazzo Ranone, in Via Vittorio Emanuele; - Palazzo Romano, in Via Giambattista Romano; - Palazzo Franco, in Via Giambattista Romano; - Palazzo Caltieri-Infantino-Spolidoro, in Via Giambattista Romano; - Palazzo Baronale Minutolo, in Piazza Roma; - Palazzo Delfino, in Via Guglielmo Marconi; - Palazzo Magliocchini, in Via Tenente Magliocchini. Tutti questi palazzi sono caratteristici per i loro portali in pietra lavorati, dando uno stile sobrio ed elegante all'intera struttura, capace di attirare e intrattenere i turisti soffermandosi sulle tecniche di lavorazione e strumenti utilizzati dagli scalpellini. Spinoso si affaccia su una terrazza in Piazza Plebiscito dalla quale è possibile ammirare le bellezze naturali circostanti.

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Nella stessa piazza c'è il monumento ai caduti delle due guerre. Oltre ad avere queste bellezze naturali e artistiche, è ricco di luoghi di culto, quali: - Chiesa Madre di S. M. Assunta, in Piazza Roma; - Cappella di S. Rocco dei Caputo, in via Cavour; - Cappella di S. Rocco del Popolo, in via S. Rocco; - Cappella di S. Maria Maddalena, in contrada Maddalena; - Cappella di S. Maria dei Termini; - Cappella di S. Michele, in Corso Garibaldi; - Cappella della Madonna di Novi Velia, in Largo S. Lorenzo.

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Spinoso

La Chiesa Madre dedicata a S. Maria Assunta, costruita nel 1593, sorge alla sommitĂ del paese e conserva tutt'oggi il suo fascino monumentale. Anch'essa ha un meraviglioso portale in pietra di Padula che non passa inosservato.

Chiesa di Santa Maria Assunta

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È in stile barocco ad un'unica navata, a croce latina, e conserva pregevoli dipinti e altari lignei del '700. Lateralmente è divisa in più cappelle, ognuna dedicata ad un Santo. Infondo alla navata, ai lati dell'altare, ci sono altre due cappelle più grandi, una del Rosario al centro della quale su un altare ligneo c'è la Madonna del Rosario, e una dei Morti al cui centro c'è la tela raffigurante la Madonna delle Grazie con e anime purganti e S. M. Maddalena e S. Nicola da Tolentino. Sopra di queste cappelle ci sono delle nicchie ciascuna per un Santo specifico.

Chiesa di Santa Maria Assunta (interno)

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Spinoso

L'altare e la balaustra sono in pietra di Padula del XVI sec. dietro ai quali è evidente la tela della pittrice Maria Padula del XX sec. raffigurante la Madonna Assunta tra gli Angeli. L'interno della Chiesa è ricco di particolari che vanno subito all'occhio come ad esempio i grandi archi che formano la cupola, i numerosi lavori intrecciati, i rosoni, i frontoni sovrastanti le cappelle, e le grandi finestre dipinte. La chiesa fu costruita su strutture murarie di rinforzo che formano particolari portici detti dell'"Ecce Homo" poiché durante i lavori di restauro è stata rivenuta una statua lignea dell'Ecce Homo. Di straordinaria bellezza è la torre campanaria e l'antico castello baronale, centro del potere politico. Altra sede di culto è la Cappella di S. Rocco dei Caputo, sorta a Spinoso intorno al XVII sec. La cappella apparteneva alla Municipalità che l'aveva costruita e che ne curava la manutenzione ma la famiglia Caputo (custode) vantò sempre qualche diritto di ius patronato laicale, tanto da apporre sulla porta la targa "Cappella gentilizia dei Signori Caputo". Il popolo insorse aprendo una causa giudiziale tra il sindaco e l'arciprete, terminatasi con una conciliazione. Nel 1888, l'Arciprete acquistò un'altra statua raffigurante S. Rocco di legno policromo e dorato, adesso conservata in Chiesa Madre e denominata "San Rocchetto" per le ridotte dimensioni. Nel 1904, con l'accentuarsi dei diverbi, a nome dei cittadini di Spinoso, fu costruita una nuova cappella "San Rocco del Popolo", dando vita a due feste quindi portando in processione anche S. Rocchetto. Nel 1909, anno in cui fu terminata la nuova Cappella, fu

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emanato un Decreto vescovile secondo il quale fu riconosciuto un unico culto in onore di S. Rocco nella nuova cappella e un'unica festa, il 23 agosto (oggi 17-18 agosto). Da qui nasce la storia delle "tre statue e delle due cappelle". La Cappella di S. Rocco del Popolo conserva opere di vari artisti, come le decorazioni di Antonio Grimaldi, i due dipinti di Angelo Brando raffigurante uno l'incontro delle due processioni in onore a S. Rocco in Piazza Plebiscito e l'altro l'intercessione di S. Rocco a favore di alcune lavandaie durante un temporale; e di maggiore importanza è la tela sovrastante l'altare di Michele Tedesco che raffigura la Sacra Famiglia con S. Rocco onorante ai piedi della Vergine in trono. La cappella di S. M. dei Termini è detta così perché sita ai confini tra Spinoso e Sarconi. La Statua si porta in processione la terza domenica di maggio dalla Chiesa Madre alla Cappella in cui sosta fino alla terza domenica di settembre durante la quale è riportata in Chiesa Madre. La cappella di Novi Velia era appartenuta alla famiglia Romano proprietaria di altri due palazzi. Conserva una statua lignea della Madonna seduta in trono con il Bambino. Il titolo della Cappella prende origine da un santuario rupestre situato in Campania e precisamente nel Cilento in provincia di Salerno dove gli spinosesi si recano annualmente in pellegrinaggio. La Cappella di S. Michele del XVIII sec. conserva le statue degli Arcangeli Michele, Raffaele e Gabriele, oltre alla Madonna del Rosario. La Cappella di S. M. Maddalena si trova presso il cimitero del paese, e conserva la copia della Santa, patrona di Spinoso, la cui

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Spinoso

festa ricorre il 22luglio durante la quale avviene la traslazione della statua dalla cappella alla Chiesa Madre. La santa è portata alla Cappella una settimana prima per la novena di preparazione. La Chiesa Madre di Spinoso, anticamente, ha posseduto altre cappelle che oggi sono "scomparse".

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STIGLIANO

PRO LOCO STIGLIANO Presidente: Damico Nicola Operatore Locale di Progetto: Damico Nicola Volontario: Colangelo Francesco Antonio Via Cilento, 4 - 75018 Stigliano (Mt) prolocostigliano.jimdo.com prolocostigliano@libero.it

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Convento di Sant'Antonio da Padova

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Stigliano

Storia Stigliano è un paesino dell'entroterra lucano situato a quasi 1000 metri sul livello del mare, fu fondato dai Lucani; in seguito passò sotto i Greci di Metaponto. Il nome risale all'epoca romana: deriva probabilmente dalla famiglia degli Hostilius, della quale il paese era una delle proprietà. Il nome antico era quindi Hostiliusanus, da cui Ostigliano e quindi Stigliano. Stigliano passò dopo le invasioni barbariche ai Longobardi, che lo posero nel Principato di Salerno. Nel 1070 fu donato al vescovo di Tricarico. Nel 1269 andò a Carlo d'Angiò, che lo infeudò a Giacomo di Bosciniano nel 1274. Nel 1289 Carlo II lo affidò alla potentissima famiglia napoletana dei Carafa. Nel 1556 tutta la proprietà passò alla famiglia spagnola dei duca di Medina, che lo eresse a capoluogo della Basilicata. Nel 1806 furono aboliti i privilegi feudali e Stigliano passò sotto l'amministrazione diretta del Regno di Napoli prima e del Regno delle Due Sicilie poi. Nel 1861 entrò nel Regno d'Italia. Fu occupata in seguito dai briganti di Carmine Crocco dopo uno

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scontro con il regio esercito, noto come battaglia di Acinello. Concluso il combattimento Crocco e JosÊ Borjès, vincitori, fecero il loro ingresso a Stigliano dove furono bene accolti da parte della popolazione. Un'altra parte degli abitanti della cittadina decise invece di scappare, Scortata dai resti della 62° fanteria e da guardie nazionali si diresse verso San Mauro. Negli anni del fascismo Stigliano fu un luogo di confino dei fascisti dissidenti, in quanto, trovandosi a quasi 1000 metri d'altitudine, era l'unico a sfuggire alla malaria.

Convento di Sant'Antonio da Padova (interno)

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Stigliano

Architetture religiose e ricorrenze Il convento di Sant'Antonio da Padova Il convento risale al XVII secolo, conserva un importante crocifisso ligneo, attribuito a padre Umile da Petralia, creatore di molte opere simili in zona. Tale effigie, secondo la tradizione popolare, si rese protagonista in passato di un prodigioso miracolo, attestato inoltre da una preziosa tavoletta lignea del tempo: liberò la cittadina dalla peste. La chiesa vanta inoltre una facciata barocca del XVII secolo con un imponente campanile con cupola a carattere arabeggiante e due preziosi quadri del XVII secolo, attribuiti ad Antonio Stabile, uno dei quali raffigura la Vergine Maria col Bambino. Un altro dipinto risalente al XVIII secolo raffigurante l'Immacolata con Santo monaco è attribuito a Domenico Guarino. La Chiesa, che in origine era dedicata a Santa Maria la Nova, probabilmente della struttura attuale comprendeva soltanto la facciata. Il campanile, infatti, apparteneva al convento di Sant'Antonio che si trovava nella parte del paese tutt'oggi conosciuta con il nome di area di Sant' Antonio.

Festa del Crocefisso Il Lunedì dopo la festa di Santa Maria si svolge a Stigliano la Festa del Crocifisso, festività religiosa che si celebra nel giorno dell'Esaltazione della Santa Croce ma, per il comune lucano ha

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Basilicata: le vie del sacro

una valenza particolare, infatti la festività e dedicata anche al celebre Miracolo che avvenne nel 1656. Stigliano venne colpita da una terribile pestilenza e, secondo le cronache dell'epoca, Il 1º ottobre 1656 la popolazione si radunò nel Convento di Sant'Antonio, invocando il Signore affinchè ponesse fine all'epidemia. Ad un certo momento, un boato spaventoso e una luce sfolgorante sconvolsero l'edificio, avvolgendo il crocifisso (che si trova tutt'oggi all'interno), in quel preciso istante, il volto del Cristo, allora chinato sulla parte sinistra della scultura e coperto da un panno, si sposto sulla parte opposta e nello stesso attimo in cui avvenne questo prodigioso evento, Stigliano fu liberata dal terribile morbo che aveva decimato la popolazione a circa 1600 anime.

Chiesa Madre

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Stigliano

Madonna del Carmine Il 16 luglio si svolge a Stigliano la Celebrazione dedicata alla Beata Vergine del Carmine (detta anche Beata Vergine del Monte Carmelo). Questa Festa Liturgica è presente anche in numerose altre località italiane (come ad esempio Avigliano, Campomaggiore, Laurenzana, Grottaglie, Napoli, ...). Venne istituita per commemorare l'apparizione mariana che il presbitero inglese Simone Stock (dell'ordine Carmelitano) asserì essere avvenuta il 16 luglio 1251 durante la quale ricevette uno scapolare (una parte dell'abito religioso indossato dai monaci) e la rivelazione di privilegi connessi alla sua devozione. In programma c'è: Celebrazione della Santa Messa nel Convento di Sant'Antonio, a seguire Processione per le vie cittadine.

La Chiesa Madre La Chiesa Madre è dedicata a Santa Maria Assunta, presenta una facciata in stile barocco. Essa può vantare numerose opere d'arte tra le quali spicca un sontuoso Polittico del XVI secolo attribuito a Simone da Firenze, caratterizzato da una solenne statua della Vergine (Madonna del Polittico) e da dipinti con santi, angeli e Dio Padre. Esso apparteneva al convento di Sant'Antonio che fu distrutto nel XIX secolo così come una statua lignea di Sant'Anna con la Vergine e una Santa Lucia. La struttura è caratterizzata da una splendida volta in legno dorato nella navata

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centrale e tante cupole nelle due navate laterali. Molto particolari sono il coro in legno intagliato, fatto rifare nel XIX secolo dall'arciprete Correale, e l'armadio ligneo della sacrestia costruito a spese dell'arciprete Tancredi. Interessante anche la statua della Vergine Assunta, di scuola veneta, conosciuta con il nome di Santa Maria della Neve, che fu donata alla chiesa nel 1522. Notevole la cripta, nella parte sottostante la chiesa, all'interno della quale venivano seppelliti i morti e dove, di recente, sono stati rinvenuti alcuni affreschi.

Santuario di Santa Maria

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Stigliano

Santuario di Santa Maria Il Santuario è composto principalmente da due edifici: il primo risalente al XVII secolo circa, all'interno custodisce i resti di un antico affresco raffigurante Gesù Bambino tra le braccia della Madre, il secondo, invece, fù eretto tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, all'interno del quale hanno luogo le Celebrazioni Eucaristiche. È presente anche un terzo edificio denominato "Casa del Pellegrino.

Festeggiamenti in onore di Santa Maria la Beata Settembre è il mese in cui tradizionalmente, nel comune di Stigliano, si svolgono i festeggiamenti in onore di Santa Maria la Beata e constano di due momenti principali: il primo riguarda l'arrivo della statua della Vergine accompagnata dal festoso e suggestivo corteo e benedizione delle automobili. In passato, l’arrivo della Madonna era fissato per la prima domenica del mese ma a causa della frequente concomitanza legata al pellegrinaggio a Viggiano per la festa della Vergine, si decise di spostare questo evento il giorno 8 Settembre in cui ricorre la solennità della Natività della Beata Vergine Maria. Come da tradizione, il programma del giorno 8 Settembre prevede: - Celebrazione Eucaristica presso il Santuario di Santa Maria (ubicato in località omonima); - partenza del corteo, arrivo in paese in Via Principe di Napoli e

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Basilicata: le vie del sacro

benedizione delle automobili presso statua della Madonnina dell'ospedale. Da li inizia la Processione con i flambeaux fino al centro (Piazza Principi Colonna) dove ha luogo la recita del Santo Rosario. Successivamente la Processione riparte per recarsi in Chiesa Madre dove ha luogo la Benedizione finale e dove la statua rimarrà esposta fino all'ultima Domenica del mese. Il secondo, invece, si verifica l'ultima domenica del mese quando la statua, in modo altrettanto solenne, lascia il paese e ritorna al Santuario campestre nel quale hanno luogo le Celebrazioni e la festa in serata. La solennità costituisce anche un momento di aggregazione per tutta la comunità, molti fedeli infatti, decidono di raggiungere il Santuario a piedi durante la mattinata, altri ancora decidono di restare al Santuario per tutto l'arco della giornata partecipando, fra l'altro, alla Processione, che ha come percorso i campi agricoli e alle Celebrazioni Eucaristiche, con la possibilità di pranzare in loco. La festività è legata profondamente al rito dei campi, anticamente, durante le Celebrazioni i fedeli invocavano la benedizione e chiedevano l'intercessione alla Vergine affinchè il raccolto avesse un buon esito e venisse allontanato ogni sorta di male dell'anima e del corpo. Chiesa di San Vincenzo È situata nel borgo antico del paese, ormai quasi disabitato, perché considerato zona franosa e a rischio stabilità, la chiesa è considerata non agibile, pericolosa e a rischio crollo da circa una ventina d'anni, da quando l'intera struttura si è inclinata pericolosamente all'indietro.

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Stigliano

Chiesa dei Sacri Cuori Festa dei Sacri Cuori Si svolge presso il rione "Villa Marina" la Festività dei Sacri Cuori (i Sacri Cuori di Gesù e della Beata Vergine Maria), a Stigliano, questa Festività Religiosa cade nell'ultima Domenica di Agosto. La Festa del Sacro Cuore di Gesù venne celebrata per la prima volta in Francia, probabilmente nel 1672 ma divenne universale per tutta la Chiesa Cattolica alcuni anni più tardi, nel 1856.

Chiesa dei Sacri Cuori

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Chiesa di Santa Teresa Festa di Santa Teresa La prima Domenica di Maggio, presso il Rione Rotonda si svolge la festa di Santa Teresa di Gesù bambino. Meglio nota come Teresa di Lisieux, (Alençon, 2 gennaio 1873 - Lisieux, 30 settembre 1897) è stata una religiosa e mistica francese. Monaca carmelitana presso il monastero di Lisieux, è venerata come santa dalla Chiesa cattolica; è nota anche come Santa Teresa del Bambin Gesù del Santo Volto in base al nome da lei assunto al momento della professione dei voti. La sua festa liturgica ricorre il 1° ottobre. Patrona dei missionari dal 1927, dal 1944 assieme a Giovanna d' Arco, è considerata anche patrona di Francia. Dal 19 ottobre 1997, dopo che la richiesta di dottorato era stata fatta alla Santa Sede, una prima volta nel 1932 e poi ripresa nel 1987, è il 33° Dottore della Chiesa e la terza donna a ricevere questo riconoscimento dopo Teresa d' Avila e Caterina da Siena.

Polittico

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TRICARICO

PRO LOCO TRICARICO Presidente: Santangelo Francesco Opertatore Locale di Progetto: Incudine Roberto Volontaria: Toscano Serena Via Rocco Scotellaro, 1 - 75019 Tricarico (Mt) prolocotricarico@libero.it www.prolocotricarico.it

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Basilicata: le vie del sacro

Panorama di Tricarico

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Tricarico

Tricarico, cittadina di origine arabo-normanna, si trova a metà strada tra Matera e Potenza. Il suo toponimo potrebbe derivare dal greco treis kariaris o treis kari kora ossia Città delle tre Grazie o, ancora da treis- akros ovvero Città dei tre monti. Secondo un documento della curia di Costantinopoli, recante la firma dell'imperatore bizantino Niceforo Foca, la Diocesi di Tricarico fu istituita nel 968. La dominazione bizantina ha lasciato segni profondi nella cultura tricaricese tanto che, nonostante il passaggio al rito latino avvenuto nel 1060, la messa continuò a celebrarsi secondo il rito greco fino alla prima metà del 1200. Nel secolo XI, la città venne conquistata dai normanni che lasciarono una traccia imponente, la Torre Normanna e il suo castello. Tra il 1452 e il 1512 vi era a Tricarico una numerosa comunità ebraica che fece della città uno dei centri Giudaici più portanti della Basilicata. Dal punto di vista feudale, l'arrivo della famiglia Sanseverino alla guida del feudo, nel XII sec. diede vita al ramo dei conti di Tricarico, la cui dinastia, con alterne vicende, sarà a capo della

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città fino al 1605. Per motivi economici legati alle sorti della casata dei Sanseverino, Tricarico verrà messa all'asta per volontà del re di Napoli. Nel 1631, Ippolito Revertèra, duca della Salandra, trasferì la sua residenza da Miglionico a Tricarico, nel castello che da allora è conosciuto come Palazzo Ducale, e ne manterranno il possesso fino alla fine della feudalità.

Cattedrale di Santa Maria Assunta

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Tricarico

Le vie: In epoca medioevale, la tomba di Pietro, a Roma, era uno dei luoghi di culto più importanti da visitare per un pellegrino cristiano, insieme a Gerusalemme e Santiago de Compostela. Le strade della penisola italiana erano dunque affollate da questi pellegrini che la attraversavano da nord a sud per andare in Terra Santa. A partire dal XII secolo cominciò a delinearsi la nota Via Francigena, in origine detta Via Romea, che talvolta coincideva con la via Appia. Lungo questo percorso un numero indefinito di pellegrini ha attraversato le varie regioni italiane. La Basilicata fu un importante punto di snodo per raggiungere la Puglia e il santuario di San Michele Arcangelo, sul Gargano, per poi proseguire verso la Terra Santa.

del sacro: Sul territorio tricaricese sono presenti numerose strutture ecclesiastiche; per la forte valenza storica è importante menzionare il santuario di S. Maria Fonte di Grazie. È situato a circa 12 km a nord-ovest da Tricarico, all’altezza di 824 m e immerso nel bosco comunale di Fonti; si trova a poche decine di metri dal confine con Potenza e San Chirico Nuovo. Un’antica leggenda racconta che: dove ora sorge la chiesa vi sarebbe stato anticamente un roveto impenetrabile. Un mandriano, avendo smarrito una delle migliori vacche, la ritrovò piegata sulle zampe posteriori intenta a fissare l'immagine della

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Vergine dipinta su un muricciolo diruto e corroso. Anticamente il Santuario non era altro che una nicchia con copertura lignea, all'interno vi era un antico muro affrescato con l'immagine della Madonna col Bambino. La prima menzione della Chiesa di Santa Maria delle Fonti, si trova in una Bolla emanata da Innocenzo III nel 1209, successivamente da Alessandro IV nel 1261 e, ancora nel 1264 dalla Bolla di Urbano che cita la chiesa come SANCTAE MARIAE DE FONTE CUM DOMIBUS ET POSSESSIONIBUS SUIS.

Chiesa della Madonna del Carmelo

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Tricarico

Una Bolla di Papa Nicola (o Niccolò) IV che attesta che l'amministrazione della chiesa di Santa Maria delle Fonti spetta al Capitolo di Tricarico. Nel XVII secolo la chiesa venne sottoposta a rimodernamenti da parte di Mons. Pier Luigi Carafa, nominato vescovo di Tricarico da Papa Urbano VIII nel 1624. La chiesa presentava tre entrate, all'interno vi erano tre altari, due nella piccola navata a sinistra e uno in quella di destra. Collocato sull'altare maggiore, all'interno di una nicchia, vi è raffigurata la SS. Trinità, dipinta ad olio sul piano levigato di un muro. L'apertura degli occhi, la tinta bruna e i tratti forti del viso sono tipicamente bizantini. Alcune imprecisioni come le mani della Madonna e il braccio sinistro rimandano all'inesperienza del primo autore e ne confermano un'origine campestre. La Vergine è rappresentata assisa e sorregge tra le braccia il Bambino, alle loro spalle è rappresentato un baldacchino purpureo, sicuramente aggiunto in seguito. Dal 1805 al 1819, il vicario capitolare Potito Antonio della Ratta, registra eventi straordinari legati al Santuario. Nel maggio 1813 la Madonna di Fonti miracolosamente pianse: le lacrime trasudarono dalla venerata immagine, si impressero indelebilmente anche sul cristallo della nicchia, che ancora oggi ne conserva le tracce. Da quel momento moltissimi fedeli accorsero per assistere al miracolo; lasciarono come testimonianza del loro passaggio numerosi ex-voti a testimonianza della grazia ricevuta oppure per richiederne una. Nel mese di maggio ed in parte anche in giugno numerosi pellegrini affollano il Santuario; in passato giungevano anche da altre regioni come: Puglia, Campania, Calabria e Abruzzo. I fedeli

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giungevano a piedi, molti anche scalzi, qualunque fosse il clima e passavano la notte in veglia nel Santuario. Vivevano il trapazzo, cioè la sofferenza voluta e creduta come componente essenziale della loro visita di pellegrini alla Madonna. Per l'elevata affluenza dei pellegrini, il santuario presentava una struttura esterna che permetteva di seguire la funzione liturgica, presente ancora oggi. Uno degli eventi liturgici piÚ radicati all'interno della cultura tricaricese, è la processione in onore della Madonna del Carmelo. Il 15 Luglio la statua della Madonna adagiata su un carro, originariamente trainato da due buoi, parte dalla chiesa a lei dedicata e si dirige verso la Cattedrale di Santa Maria Assunta situata invece nel centro storico.

Santuario di S. Maria Fonte di Grazie

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Tricarico

Un corteo di devoti accompagna la Madonna nel suo tragitto intonando canti sacri, un particolare della processione riguarda la consegna delle chiavi della città alla Protettrice; il giorno seguente attraverso le vie del centro storico la statua portata a spalla dai devoti, viene ricondotta alla chiesa di appartenenza. Nel 1588 in quel luogo dove oggi si trova l'attuale chiesa ci sarebbe stata una chiesa dedicata a Santa Maria del Soccorso risalente al 1500. Nel 1605, iniziò la costruzione del convento dei carmelitani ad opera di Giovanni Antonio Russo. La chiesa dedicata alla Madonna del Carmelo, all'interno è completamente affrescata. Il ciclo pittorico risalente alla prima metà del 1600, opera del famoso manierista Pietro Antonio Ferro, venne completato nel 1612. Nei primi anni del Novecento grazie a Rocco Mazzarone e al sacerdote carmelitano Paolo Picardi vennero eseguiti dei lavori di ristrutturazione; furono sostituiti i cinque altari laterali in gesso e calce con opere similari in pietra, mentre nel 1987, fu restaurato il ciclo di affreschi seicenteschi e, nel 2012, ha avuto inizio una ristrutturazione che prevede gli interventi anche sui locali per la pastorale, con il consolidamento delle strutture portanti. Oggi è possibile ammirare l'interno della chiesa, completamente ristrutturato, in tutto il suo splendore. Il Patrono di Tricarico, S. Potito Martire, viene celebrato il 14 Gennaio; tuttavia la popolazione, specialmente in passato, era maggiormente connessa alla tradizione dei falò in onore di S. Pancrazio, organizzati in ogni rione la notte che precede il 12 Maggio.

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Fonti: - Tricarico. Storia Arte Architettura, Carmela Biscaglia, Sabrina Lauria, Matera, 1993, 129 Edizione. - Il Liber Iurium della città di Tricarico. Introduzione: origine e sviluppo di un municipio del Mezzogiorno d'Italia nei secoli XIV-XVI: società, vita politico-amministrativa, gestione del territorio, economia, cultura, rapporti col potere signorile (Vol. 1-2), Biscaglia Carmela, Galatina, 2003. - Santuari e Monasteri in Basilicata dall'età medievale a quella contemporanea, Valeria Verrastro, Regione Basilicata. - Rivista di Basilicata Regione, a cura di Giuseppe Settembrino. - Santuario di S. Maria Fonte di Grazia, Maggio 1907, AA.VV, con licenza dei Superiori, A. Ingegno [Edizioni successive, 1938,1969 e 2000]. - Le Chiese delle Diocesi italiane- http://www.chieseitaliane.chiesacattolica.it.

Chiesa e Convento di S. Antonio da Padova

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VALSINNI

PRO LOCO VALSINNI Presidente Pro Loco: Olivieri Gennaro Operatore Locale di Progetto: Dursi Antonietta Volontaria: Chierico Fabiana Piazza Carmine, 20 - 75029 Valsinni (Mt) 0835.817051 parcomorra@tiscali.it www.parcomorra.it

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Basilicata: le vie del sacro

Panorama di Valsinni

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Valsinni

Cenni storici Valsinni è un piccolo centro della Basilicata, in provincia di Matera. Il paese è come sospeso tra il mare e i monti, sovrastato dal Monte Coppolo e lambito dal fiume Sinni, l'antico “Siri” cantato dal poeta greco Archiloco. Il paese è stato probabilmente fondato da profughi della vicina “civitas” longobarda di Serra Maiori, ed è documentato sin dal XI secolo con il nome di Fabalis. Nei primi anni del ‘400 il feudo passo nelle mani della famiglia Sanseverino. Dal XV secolo fu di proprietà di Pantaleone Vivaqua di Oriolo e da costui passò a Bartolomeo Morra e nel 1507 tornò di nuovo ai Sanseverino. Nel 1509 la principessa Marina d’Aragona confermò il feudo ad Antonio Morra. Restò nelle mani della famiglia Morra per 40 anni, durante i quali si svolse la tragica vicenda dell’uccisione della poetessa Isabella Morra da parte dei fratelli a causa della presunta relazione con il nobile spagnolo Diego Sandoval De Castro signore di Bollita (attuale Nova Siri).

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Modificato nel 1873 in Favale San Cataldo, nome di derivazione latina, Fabalis, che significherebbe, secondo il Croce, terra ricca di fave, mentre per altri, il termine indicherebbe una terra ricca di sorgenti d'acqua. Le prime notizie certe su Valsinni, risalgono al 1714 dati avuti in seguito al ritrovamento di registi parrocchiali. Per la sua valenza turistica e culturale, il comune è stato inserito nel marchi “Bandiera Arancione” del Touring Club Italiano. Oggi, con l’attivazione del Parco Letterario dedicato ad Isabella Morra, Valsinni si propone per offrire esperienze uniche ed irripetibili.

Il Castello Morra

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Valsinni

Il Castello Morra Il paese è sovrastato dal castello feudale dei Morra. Fu edificato presumibilmente su una preesistente fortificazione longobarda, nei primi anni dopo il 1000. Il castello era pervenuto ai Morra, potente famiglia di origine irpina, attraverso i Vivacqua di Oriolo, agli inizi del Cinquecento, e loro ne furono i feudatari per circa 140 anni, fino al 1638. Dal 1921 il castello è di proprietà della famiglia Rinaldi.

Chiesa di Santa Maria Assunta

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Chiesa di Santa Maria Assunta Sotto la rupe del castello, nel centro storico, sorge la Chiesa Madre dedicata a Santa Maria Assunta che fu edificata probabilmente attorno all'anno 1.000 quando cominciò a svilupparsi il nuovo abitato. Nella prima metà del 1800 la Chiesa fu interessata da lavori di ampliamento che la portarono all'attuale sistemazione. Risale agli anni ´90 del 1900 l´ultima ristrutturazione che ha rimosso l'intonaco esterno riportando alla luce la suggestiva struttura in pietra locale. Tracce e frammenti decorativi caratteristici del Medioevo sono individuabili nella cornice del portale originario. Una scultura lignea policroma della Madonna col Bambino del XVIII secolo è collocata nella seconda cappella, mentre nella terza è conservato un Tabernacolo ligneo con tarsie. La Chiesa Madre ospita anche la statua del Santo protettore di Valsinni, San Fabiano, collocata su di un altare di marmo a tarsia. Attenzione meritano il pulpito e l'organo del 1752.

Cappella della S.S. Annunziata Nel centro storico altro luogo sacro è la Cappella della SS. Annunziata, la cui edificazione dovrebbe risalire al XVII secolo. Sebbene di piccole dimensioni, la cappella è ricca di affreschi che raffigurano l’Annunciazione e la Crocifissione. Altri due dipinti sono invece indecifrabili, causa lo stato di conservazione in cui versano. Vi era anche un quadro a carattere religioso di scuola napoletana del ’600, oggi conservato nella sede municipale.

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Valsinni

Cappella della Madonna del Carmine Costruita su un edificio preesistente nel 1958. Al suo interno è custodita la statua della Madonna del Carmine, portata in processione verso la Chiesa Madre la notte del 20 luglio e riportata in Cappella nel pomeriggio del 21 luglio di ogni anno. Considerata, insieme a San Fabiano, patrona di Valsinni.

Cappella di San Nicola Situata nei pressi del bosco Gallinico. La sua costruzione risale alla seconda metĂ del XX secolo. La festa di S. Nicola si tiene ogni anno il 12 agosto.

Cappelle Abbandonate S.Nicola in Contrada Piano, distrutta nel 1945 in seguito ad una forte alluvione che ha portato allo straripamento del fiume Sinni. San Michele in Contrada Sant'Andrea abbandonata in seguito allo spopolamento delle campagne.

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VIGGIANO

PRO LOCO VIGGIANO Presidente: Caiazza Gaetano Operatore Locale di Progetto: Caiazza Gaetano Volontaria: Pizzo Ida Via Regina Elena, 15 - 85059 Viggiano (PZ) www.prolocoviggiano.it pro-loco.viggiano@tiscali.it

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Basilicata: le vie del sacro

Panorama di Viggiano

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Viggiano

Le chiese ed i santuari di Viggiano: Santuario sul Sacro Monte Agli inizi del XV° sec., fu edificata la cappella sul Sacro Monte, destinata ad accogliere la statua lignea della Madonna Nera, proprio nel luogo dove qualche secolo prima era stata ritrovata appunto l'icona. Nel 1566, secondo il De Sangro, la statua della Madonna Nera fu portata per la prima volta in processione sul Sacro Monte.

La Basilica Nel 1673 un disastroso terremoto distrusse quasi completamente le abitazioni e con esse la chiesa di Santa Maria del Deposito, eretta su una vecchia chiesa del XIII secolo. La chiesa venne riedificata nel 1730 con il nome di Santa Maria del Monte. Sullo sfondo sono presenti tre grandi archi. Sulla parete dell'abside centrale ci sono 3 nicchie, una delle quali ospita la

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Basilicata: le vie del sacro

statua della Madonna. Sono opera del Ferrari i due quadri ad olio della Vergine del Monte e il Battesimo di S.Giovanni. Nelle pareti laterali, ci sono due sontuosi altari in stile barocco: sul lato destro c'è quello dedicato al Sacro Cuore, sul lato sinistro dedicato alle reliquie del giovane martire romano S. Prospero. L'attuale composizione architettonica, ricca di stucchi, altari marmorei, presenta affreschi e tele di scuola napoletana e del pittore lucano M. Lanziani: tra le sue opere abbiamo S. Giovanni Battista e S. Anna con ai piedi una copia del cinquecentesco monumento bronzeo a S. Pietro in vaticano. Il soffitto è a cassettoni romani intarsiato di oro zecchino e di stucchi ad opera del Frezza e risale al 1854. Al centro c'è una grande tela di scuola napoletana che rappresenta l'Assunzione, circondata da altre quattro tele della stessa scuola che rappresentano i Quattro Evangelisti.

Santuario sul Sacro Monte (interno)

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Viggiano

Sulle pareti della chiesa ci sono pregiate tele: una del Ferrari (1714) raffigurante la Madonna del Sacro Monte in trono, con ai piedi i Patroni del Regno di Napoli S. Gennaro e S. Francesco di Paola; una raffigurante l'Immacolata di Filiberto Guma del 1653; una raffigurante l'annunciazione tra i Santi Giovanni Battista e Vito martire, provenienti dall'antica chiesa madre distrutta dal terremoto del 1857; un'altra raffigurante S. Cecilia patrona dei musicisti. Sull'altare maggiore è custodito il simulacro della Madonna del Sacro Monte, ai piedi c'è una tavola raffigurante l'Annunciazione, in alto c'è una tela raffigurante l'Eterno Padre del pittore Francesco Fracanzano.

Interno della Basilica

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Basilicata: le vie del sacro

Nel 1965 la Chiesa di S. Maria del Monte fu elevata da Papa Paolo VI a “Basilica Pontificia Minore” ed in occasione del Giubileo del 2000 è stata dotata di un imponente portone di bronzo a formelle raffiguranti la storia di Viggiano e della sua Madonna, opera dello scultore lucano Marco Santoro. Nella basilica è custodita da settembre a maggio la statua della Madonna Nera che già nel 1892 venne incoronata dal Vescovo Tiberio Durante. La cerimonia è stata ripetuta il 28 aprile 1991 da S.S. Papa Giovanni Paolo II che riconfermò la Madonna di Viggiano “Regina e Madre delle Genti Lucane” oltre che protettrice della Basilicata. Sotto l'arco in fondo a destra di chi entra, c'è il fondo battesimale e sulla nuda roccia si trova uno splendido crocifisso ligneo di fine '400.Sotto l'arco a sinistra c'è una bellissima statua settecentesca di S.Giuseppe, opera dello scultore Giacomo Colombo, posta su una pietra medievale, pezzo più antico custodito nella Basilica, proveniente dalla chiesa rupestre di Santa Maria la Preta.

Processione verso il Sacro Monte

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Viggiano

Chiesa dei S.S. Pietro e Paolo Nel 1594 venne edificata la chiesa dedicata ai S.S. Pietro e Paolo apostoli sul luogo dell'antica Chiesa Matrice nelle vicinanze del castello longobardo. Situata nella parte alta del centro storico, sotto i resti del castello, ancora visibili i pochi resti di un altare che sono i tre pezzi della porta di pietra bruna, di cui i due laterali raggiungono oltre 15 palmi di altezza, con sopra un rosone.

Il Convento e la Chiesa S. Maria del Gesù Nel 1478 viene fondato il Convento di S. Maria del Gesù e poiché la Basilicata non aveva una provincia francescana, padre Bonifacio da Marcufo, Commissario per la Basilicata, ne caldeggiò l'affidamento ai Francescani Minori Osservanti. La Chiesa dedicata a S. Antonio, adiacente il lato destro del Convento, venne riedificata negli anni 1542-1546. L'impianto originario venne ampliato mediante l'aggiunta di una navatella a fianco della navata principale ed entrambe le navate furono coperte da volte a botte unghiate. Nel 1646 la Chiesa attigua al Convento, ormai diroccata, venne ricostruita, in un momento di ripresa dell'Ordine francescano. Il Convento si trova appena fuori dal centro storico del paese perché, mentre i benedettini costruivano i loro Conventi di preferenza sui monti e i cistercensi nei fondovalle, gli Ordini mendicanti si insediavano, all'interno o nei pressi delle città, considerando la propria missione legata più alla cura delle anime che alla contemplazione. Articolato intorno ad un chiostro quadrangolare, ha subito numerose trasformazioni nel corso dei

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Basilicata: le vie del sacro

secoli, dovute soprattutto alle diverse destinazioni d'uso. Dopo il terremoto del 1857 il convento rimane in disuso per un certo periodo, per poi avere nuove destinazioni: sarà prima residente della Guardia Nazionale Borbonica e poi ospiterà il Convitto S. Pellico con annesse scuole tecniche e ginnasiali. Nel 1884 il Convitto ospitò Giovanni Pascoli inviato come commissario d'esame presso il locale Ginnasio.Agli inizi del 1900, fu sede dei Regi Carabinieri. Oggi ospita il Museo delle tradizioni popolari e la sede della Fondazione Mattei.

Chiesa di S. Sebastiano

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Viggiano

Chiesa di S. Sebastiano Probabilmente costruita originariamente nel XVIII, fu ricostruita dopo il terremoto del 1857, nella composizione architettonica simile all'attuale. Prima di tale data aveva dimensioni più grandi, occupava tutto lo spazio della piazza antistante e, quando il fulcro dell'abitato si spostò dal borgo del castello verso l'attuale Piazza Plebiscito, diventò la Chiesa principale. L'interno, è sovrastato da un grande arco in muratura, con soffitto in legno a cassettoni. Il pavimento in marmo, come l'altare, è sovrastato da un grande polittico settecentesco raffigurante la vita di S. Sebastiano, da cui probabilmente prende il nome la chiesa. La sua costruzione sarebbe da collegare anche a problemi di spazio: era necessaria una chiesa più grande per ospitare i pellegrini, soprattutto in occasione delle festività di maggio e settembre. La facciata presenta portale in legno, abbaino con campanella e paraste di ordine corinzio. La Chiesa di S. Rocco La Chiesa di S. Rocco appartiene alla seconda metà del 1700, fu costruita nella contrada detta Valle a testimoniare lo sviluppo di Via Vittorio Emanuele e Via Pisciolo, quando, ormai saturo il Borgo del Castello, il paese cominciava ad espandersi verso l'attuale centro, intorno a Piazza Plebiscito. Ricostruita dopo il terremoto del 1857 presenta portale in legno, paraste dai capitelli molto semplici e, al di sopra del tetto, due abbaini con campanella.

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Basilicata: le vie del sacro

La Chiesa di S. Benedetto La costruzione della Chiesa di S. Benedetto risale al 1561, dal nome dell'omonima strada alto-medievale, ai piedi del Castello e vicina alla zona detta delle Forge. La facciata di questa Chiesa, con portale in legno, timpano triangolare e una coppia di finestre simmetriche e circolari, è una testimonianza della sistemazione semplice e lineare riservata in questo periodo a tutta la zona circostante. Dietro la Chiesa, si trova il campanile in pietra, anch'esso molto lineare.

Festa della Madonna

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Viggiano

Chiesa di S. Maria de Petra (o La Preta) La Chiesa rupestre di S. Maria la Preta in contrada Santa Barbara è stata fondata, probabilmente, dai monaci basiliani, arrivati nella Valle in fuga dalla Sicilia occupata dai Saraceni, intorno al VII-VIII sec. e rifatta dopo l'anno Mille durante il periodo gotico. È la più antica chiesa di Viggiano, di cui rimangono poche rovine, sopra il bastione roccioso sul torrente Casale. Attorno a questa chiesa sorse il primo agglomerato del borgo viggianese, i cui abitanti furono educati al lavoro e alla devozione mariana dai basiliani. Oggi è completamente abbandonata all'incuria del tempo e degli uomini.

Chiesa di S. Maria La Preta

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INDICE

Presentazione

5

Il Progetto

7

- Accettura

13

- Armento

23

- Barile

35

- Calciano

45

- Cirigliano

55

- Filiano

67

- Gallicchio

79

- Metaponto

89

- Oliveto Lucano

101

- Pietrapertosa

113

- Pignola

125

- Ripacandida

137


- Salandra

147

- San Severino Lucano

161

- Spinoso

173

- Stigliano

185

- Tricarico

197

- Valsinni

207

- Viggiano

215




www.fidas.basilicata.it


Finito di stampare nel mese di Settembre 2016 per conto del Comitato UNPLI Basilicata da Digital Point 1 s.r.l



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