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AAA. Adorno, Amleto, l’arte Contro l’assioma Sabato 29 novembre


Con questo testo vorrei dare il via ad un’azione sequenziale e quindi fallace. Ma non a caso inizio da Amleto, dalla prima lettera dell’alfabeto, l’inizio per eccellenza, con l’invito insito a continuare sulla strada individuata e difficile. Naturalmente non ci riuscirò a portare a termine questa idea, ma che il segreto non sia suonato prima del momento opportuno per questa composizione. D’accordo, procediamo con ordine, le mancanze verranno da sole.


Il sottotitolo spiega il fine. Da quando per caso e per gioco studio la comunicazione, uno dei pochi vizi che ho perso purtroppo, cerco razionalmente di giustificare la mia avversione per una frase che è insegnata ai disperati come me. Una frase venduta come assioma, quindi non confutabile e che mi fa venire le bolle. E’ impossibile non comunicare. Quattro parole per le quali sono dieci anni che mi arrabbio. Questa espressione di natura pragmatica, per chi desidera approfondire consiglio Google, prima di tutto raccoglie tutto il provincialismo dell’essere definito assioma, e poi è falso. Chi me l’ha venduto, o meglio, chi lo offre alla grande distribuzione, lo confeziona ben bene.


Parla, infatti, di contesto. Se ci sono due interlocutori, c’è in ogni caso in atto un’azione comunicativa. Da qui il passaggio è davvero becero: anche il silenzio comunica. Già non è detto che le conclusioni debbano essere per forza semplici; è ancora più grave quando sembrano facili. Una frase del tipo è impossibile non comunicare tenta: almeno ad un primo livello, il passaggio nel e del silenzio per esempio, deresponsabilizza: “Che ci posso fare se ti ho comunque comunicato senza volerlo?”. Un po’ per pigrizia e un po’ per paura non continuo nei livelli. Tante le argomentazioni che la mia mente ha cercato e trovato contro queste quattro parole. Eppure si sa, è la mia mente, come fidarmi? Ma quanta è la sfiducia nelle argomentazioni personali, che quindi non riporterò, tanta è stata l’affinità alle risposte cercate di alcuni passi della Teoria estetica di Adorno.


Adorno è difficile. Leggerlo significa essere combattuti tra: non ci capisco nulla ma vado avanti: il mondo continuerà ad esistere e non ci capisco nulla ma vado avanti tremando perché il mondo possa deflagrare. Malgrado ciò è una calamita. Sto divagando. Cosa dice Adorno? Riformulo. Cosa penso che dica Adorno? Riporto alcuni passi (anche nel copiare si teme che il mondo deflagri).


Di conseguenza, a prescindere da cosa ne pensa il produttore, essa (l’opera d’arte ndr) non è qualcosa di costruito in funzione di un osservatore, neppure di un soggetto trascendentale appercepiente; nessuna opera d’arte è descrivibile o spiegabile in base a categorie della comunicazione.


Tiè, come direbbe mia madre. Ma certo, parliamo di arte, diranno i miei piccoli lettori, mica della vita “normale”. Sì, ma il mio intento non è coltivare e far fiorire conclusioni positivistiche e ottimiste sulla vita quotidiana (vade retro), ma dimostrare che la fila di quelle quattro parole è falsa. Se esiste almeno un oggetto o una circostanza che pur ponendosi con tutti i piedi in quello che intediamo essere la comunicazione e nello stesso tempo si estranea da essa in modo da confutare l’assioma (ma guarda che mi tocca scrivere) che sia il benvenuto. Ma esiste un oggetto “siffatto”?


Certo che esiste, ce ne sono molti anche all’interno di un ambito artistico che tanto artistico non è (dato il basso numero di libri che se ne occupano da un punto di vista estetico): il teatro. Carrello attraverso una parete. Eccolo che appare: l’uomo in nero, il dolce principe, Amleto. Riprendo Adorno e stavolta faccio venire la nausea anche a voi.


Il contenuto di verità delle opere d’arte è la soluzione obiettiva dell’enigma, di ciascuna di esse. Esigendo la soluzione, essa rimanda al contenuto di verità solo attraverso la riflessione filosofica. Ciò e nient’altro giustifica l’estetica. Nessun messaggio si potrebbe cavar fuori dall’Amleto, il suo contenuto di verità non è perciò più piccolo.


“Esagerato” diranno i miei ancora più piccoli lettori. Prima di tutto e intanto, lo dice. Secondo: ma avete mai visto, letto, amato l’Amleto? Non è forse vero che come ogni opera d’arte regala solamente il nulla? Se siamo onesti con noi stessi quello che vorremmo avere all’uscita da un teatro è un pizzico di conforto in più. Se, siamo stati onesti, quello che abbiamo è solo smarrimento. Non mi venite però a dire che proprio lo smarrimento è il messaggio, perché Adorno ci avverte: è questa stessa sensazione di perdita fenomeno dell’intrusione di quella zitella della filosofia, tanto che nel profondo si avverte l’impossibilità dell’indagine oltre. Ora, finché accade davanti alla Monnalisa….


Ma quando questo accade con un’opera teatrale, l’evento è straordinario. Il teatro non esiste senza il teatro. Il teatro non esiste, cioè, senza la sua riproducibilità e, nello stesso tempo, senza la sua fugacità. Solo quando un’opera è allestita e rappresentata esiste pienamente. Il film c’è anche senza proiezione. Il teatro è allora la forma d’arte che più di tutte si pone all’interno della storia, la sposa e con essa genera se stesso. Il teatro è la forma che più di tutte si avvicina alla comunicazione, condivide con lei la natura di fugacità e serialità.


Se la filosofia è una vecchia zitella, ma in fondo buona (difendo la categoria) la comunicazione è una gran…. escort, e come tale non può fare a meno di sedurre quel bambolotto del teatro facendogli credere, in parte a ragione, che sono fatti l’uno per l’altra. Dall’altra parte la gentile e nobile signora arte non può che attendere che sia il teatro stesso a riconoscersi in fondo lontano dalla comunicazione. L’Amleto è uno di questi momenti: mostra con il suo enigma (e l’Amleto è fatto della materia dell’enigma) l’inganno del primo assioma.


Concordo, il teatro è ambiguo. Non è solo l’incapacità a definirlo arte, ma anche l’attenzione del ruolo del pubblico quale elemento indispensabile (basta leggere Beckett) per farlo avvicinare alla comunicazione, o meglio per associare la comunicazione al teatro. Se quindi l’Amleto è, come opera teatrale, vicino alla comunicazione, è nello stesso tempo confutazione del primo assioma attraverso la sua esistenza di enigma, sebbene ripetibile e fugace.


Concedetemi la soddisfazione. L’Amleto sconfessando l’assioma incrina l’ideologia della comunicazione che proprio in quelle quattro prole crea il proprio battistrada (un assioma a ideologia). Come Laerte, ucciso dalla sua stessa trappola, mi riconduco verso una conclusione semplice. L’ultima battuta di Amleto è:


The rest is silence


Mi piace ritrovare in questa battuta proprio quel silenzio degenerato in messaggio nel primo assioma, ma qui anima dell’enigma che questa opera meravigliosa porta con sé e che Amleto vive nel To be or not to be. Un silenzio forma di quello che nemmeno Orazio può raccontare, il buio dell’incomunicabile.


Come sopravvivere all’impossibilità di comunicare se anche Amleto vi muore. Non c’è che una strada da seguire, e lo stesso principe in nero ce la indica. Per fermare l’ideologia:

let be E poi morire.

AAA  

Adorno, Amleto, l'arte

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