LIMITI URBANI 2015

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Limiti urbani 2015



I muri, come la siepe leopardiana, bloccano lo sguardo, reprimono il desiderio. Come direbbe Rodari: uccidono la fantasia. Soprattutto uccidono l'idea di futuro, di evoluzione e cambiamento Sergio Rotino, in Nuova Rivista Letteraria


PROPOSTE

workshop

lectures

INTRODUZIONE


Universud: origini di un'idea 10 Programma evento Limiti Urbani e locandina 13 La città come illimitata visione 14 i caratteri della crescita urbana 22 L'EMANCIPAZIONE DEGLI SPAZI 26 DA ESTERNO A INTERNO: IL LIMITE CAMBIA PROSPETTIVA 31 logiche spaziali della sovranità moderna 34 la tana del gambero 42 IPOTESI E FINALITà DI INTERVENTO SUL LIMITE 50 LIM CU → CITTà 52 RE-ACTION WALL 54 muro come contatto 56 BARRIO SAN JORGE, POSADAS 58 NUTRIMENTE 64 ORTI-ZZONTI 66 REDESAN JORGE 68 TRABAJORGE 72 DA RIFIUTO A RISORSA 76 ROMANI A FERRARA 78 FEEDBACKS 80 LA RETE UNIVERSUD 84 LE MURA DI SAMARIS 87


I N T R O D U Z I O N


Credits by Bas Princen, iGNANT


Universud origini di un'idea di Dario Caruso

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Difficile ricordare le origini di un proprio progetto, soprattutto se mai avresti pensato potesse arrivare sin dove è effettivamente arrivato: sembra passata un’eternità, ed in effetti dal principio di tutto sono già ormai passati più di due anni. Lungo questo percorso, che non si è affatto concluso, ma che anzi mi auguro possa continuare negli anni a venire, numerose

persone hanno fornito il loro contributo. In primo luogo intellettuale: arricchendo un’idea che aveva sicuramente alcune lacune, nonostante fosse chiara nei temi e nella struttura; in secondo luogo pratico: mettendosi a disposizione sempre, in qualsiasi caso. Il più grande ringraziamento va quindi a coloro che hanno creduto fin da subito nel progetto, mio e di Lorenzo, ed hanno dato vita e sviluppato insieme a noi non solo un’idea di progetto, ma un’idea di lavoro, di comunità creativa, poi costituitasi come associazione universitaria riconosciuta dal Dipartimento di Architettura e dall’Università di Ferrara. Come spesso accade all’inizio di un percorso, se si trattasse di un romanzo potremmo parlare di incipit, si ha una partenza: un momento in cui qualcosa che era prima era fermo, si muove. Forse l’inizio di questa avventura è stata proprio una partenza, un viaggio, che non voleva essere di redenzione nè tantomeno per ritrovare sè stessi, ma che sicuramente come tutti i viaggi nasceva dalla primordiale curiosità di conoscere nuove cose, o nuovi lati di sè. Così, in maniera quasi


inaspettata, mi sono trovato nel cuore dell’Europa, alle porte dei Balcani, in una città come Vienna che appare come un laboratorio ed un mix di mondi, culture ed idee a cielo aperto, che hanno risvegliato in me un nuovo interesse, una nuova curiosità ed una nuova passione, che si erano man mano appassite. Ed è così che un corso di progettazione, che aveva come tema un tessuto non pianificato di Managua, tenutosi interamente all’interno degli edifici della Technische Universitaet Wien (TUW), ed un professore al di fuori dei canoni da me finora conosciuti, sono stati fondamentali ingredienti per la nascita di un’idea e di un nuovo spirito di iniziativa. La maggior parte delle volte le idee però rimangono incollate, appiccicate al proprio pregiudizio negativo, andando a finire in quel grande archivio di sogni ad occhi aperti che ci alleggeriscono le giornate ma che forse, tra qualche anno, ci lasceranno in bocca quel sapore amaro che ben conosce chi, in fondo, non ha creduto nemmeno a sè stesso. Qui sorge una figura fondamentale, un compagno di viaggio, colui che ti appoggia, non ti lascia spegnere e ti apre la via, credendoci anche più di te. Così è stato per me Lorenzo Balugani (oggi presidente di Universud) che fin da subito ha creduto in quella “strana” idea. Appare non facile, come detto prima, talmente tante evoluzioni si sono

avvicendate, riconoscere quale sia stato il principio dell’idea, quella originale, quella più pura e grezza sulla quale si è cominciato a lavorare. Uno dei principi base che sicuramente ci ha sospinto fin dall’inizio è stato quello di proporre qualcosa di nuovo all’interno del nostro Dipartimento di Architettura, che ci pareva bloccato nelle sue schematiche e a volte limitate iniziative; quindi quale luogo migliore dell’Università per proporre e lanciare un nuovo vento di temi da affrontare? Capitolo a parte, benchè lo nomini per secondo, è certamente la definizione del tema che è stato il filo conduttore invisibile che

Senza una mente aperta a deviare su strade poco battute e rischiose il futuro di molti di noi può diventare ancora più incerto di quanto già non sia. ci ha portato con più forza e più di tutti gli altri fattori dell’iniziativa, a concludere questo percorso. L’informalità, questo termine così spesso utilizzato forse anche impropriamente e in modo superficiale, è diventata il vero centro del nostro discorso, a cui non avremmo mai potuto rinunciare. Perchè, in fondo, l’informalità ci circonda, è un aspetto importante della nostra storia e cultura ed è difficile da classificare o categorizzare

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con etichette che la descrivano in modo esaustivo e chiaro. Partendo da questa certezza e dalla conseguente constatazione che non esista ad oggi un pacchetto di soluzioni o un metodo sicuro e definito che possa applicarsi a tutte le tipologie di informalità, ho pensato che in fondo la creatività e l’immaginazione, frutto di giovani menti non ancora formate, potesse in qualche maniera contribuire a trovare nuovi spunti, nuove idee e proposte metodologiche per affrontare un tema così difficile. Nasce così l’idea di un workshop che potesse portare all’interno dell’Università un tema fino a quel momento inesplorato e sconosciuto per la maggior parte degli studenti e che invogliasse numerosi miei colleghi a mettersi in gioco per la prima volta in campi lontani dalle quotidiane lezioni universitarie. Tra gli altri obiettivi, non secondario, c’è stato sicuramente quello di aumentare la flessibilità d’approccio alla materia urbanistica, individuando e proponendo località di lavoro distanti migliaia di chilometri e nelle quali nessuno delle persone partecipanti avrebbe mai messo piede, ma che sarebbero state riportate e descritte nella maniera più adatta ed esaustiva dai docenti titolari dei laboratori. Quest’ultimo aspetto ha costituito un’ulteriore sfida che abbiamo superato alla grande grazie agli stessi docenti, ma soprattutto

grazie all’immaginazione ed all’approccio propositivo degli studenti partecipanti al workshop. Mi piace sottolineare questo aspetto perchè appare chiaro, oggi più che mai, come senza una mente aperta a deviare su strade poco battute e rischiose il futuro di molti di noi possa diventare ancora più incerto di quanto già non sia. Credo sia proprio su questo che la nostra generazione di futuri costruttori e mediatori dello spazio debba puntare. E’ stata quindi in poche parole una sfida, ma anche uno sforzo, lungo più di un anno che però come non sempre accade ha portato ad successo tangibile, oltre ogni più florida aspettativa. Tra l’incipit di questa storia ed il preciso istante in cui scrivo l’introduzione di questo pamphlet, sono successe molte cose. Senza togliere meriti a nessuno, l’aver creduto testardamente ed inconsapevolmente in questa idea ha tracciato le fondamenta di uno spazio libero che si prefigge di fare informazione oltre che, un giorno forse, di diventare soggetto formatore.


limiti urbani workshop

Laboratori e Talks 25-28 novembre 2015 Ferrara GIORNO I Mercoledì 25 novembre

GIORNO II Giovedì 26 novembre

GIORNO III Venerdì 27 novembre

Aula E2 | 9:30 - 10:00 Presentazione evento ed ospiti staff di Universud

Aula A4 | 9:15 - 09:30 Presentazione della giornata staff di Universud

Aula A4 - A5 | 9:15 - 09:30 Presentazione della giornata staff di Universud

Aula A4 | 09:30 - 10:30 Presentazione dei laboratori A) Città del Messico (Messico) curato dal Prof. Romeo Farinella (Unife) ed arch. Elena Dorato B) San Jorge, Posadas (Argentina) curato da ASF Veneto e Jardin de los Ninos

Aula A4 | 09:30 - 13:00 Workshop Diviso per laboratori A e B + Visiting Professor C. Boano (The Bartlett DPU, Londra)

Aula E2 | 10:00 - 11:00 Problematiche sociali e conflitto urbano caso studio in America Latina | Prof. Alfredo Alietti (Unife) Aula E2 | 11:30 - 12:30 Il metodo partecipativo ed integrato per lo sviluppo urbano:l’importanza del lavoro sociale Proff.ssa Benedetta Fontana (ISPI) Aula E2 | 14:30 - 15:30 San Paolo del Brasile casi studio | Arch. Mariana De Souza Rolim (Mackenzie University) Aula E2 | 16:00 - 17:30 Presentazione di tesi “The Self-Regenerated City” Federica Natalia Rosati e RiccardoMaroso (laureati Unife) Presentazione di tesi “Ai margini della società: Vila Pantanal, una favela tra città e parco” Riccardo Feligiotti Bar Maracaibo | 19:00 - 21:00 Aperitivo di benvenuto

Aula A4 | 11:00 - 13:00 Genesi e futuro della città informale Prof. Marcello Balbo (IUAV) Aule H | 14:30 - 19:00 Workshop Diviso per laboratori A e B + Visiting Professor A. Alietti LABa_UNAM University Referente Arch. Elena Dorato e Prof. Romeo Farinella LABb_barrio San Jorge Referente Arch. Maurizio Pioletti (ASF Veneto)

Aula E1 | 14:30 - 16:30 The civildisobedience of design: a new architecural research agenda for the unjust city Prof. Camillo Boano (The Bartlett DPU, Londra) Aula E1 | 17:30 - 20:00 Proiezione e dibattito Prof. Camillo Boano GIORNO IV Sabato 28 novembre Aule E1 -E2 | 09:00 - 13:00 Workshop Diviso per laboratori A e B Preparazione elaborati finali e stampa Aule E1 -E2 | 14:30 - 16:30 Presentazione degli elaborati finali Aule E1 -E2 | 16:30 - 17:30 Conclusioni a cura dei docenti del laboratorio A e B

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introduzione

"The city of Zobeide", credits by Ally Baldwin

Città come illimitata visione di Lorenzo Balugani

“Egli non vede che la diversità fra colui che infligge l’ingiustizia e colui che deve sopportarla è soltanto apparenza e non tocca la cosa in sè. […] affonda i denti nella propria carne, non sapendo di ferire sempre e solo se stessa e in tal modo rivelando il conflitto che si porta in seno” Arthur Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione” 14


ovvero quello di conservare, mettere agli atti, fissare nella mente quanto si ha avuto la fortuna di ascoltare, apprendere e domandare nel corso del workshop, già ampiamente introdotto nell'articolo precedente. L'idea di questo articolo è quindi quella di proporre un breve percorso che ci possa portare, a partire da alcune immagini, dalla riflessione sul limite come confine fisico ad un'altra sul limite come ostacolo, per giungere poi ad alcune riflessioni personali, utili a mettere in chiaro quale fosse la base concettuale che ha strutturato LIMITI URBANI.

Esistono molte, infinite prospettive dalle quali possiamo guardare un concetto, ivi compreso quello di limite o di limite urbano che, come tutti i concetti, è una sfera, un aleph : impossibile da scomporre in prospetti quanto impossibile da rappresentare per esteso su un piano. In questo breve pamphlet più simile forse ad un diario di bordo - però il tentativo è quello se non altro di provarci: di porre più sguardi possibile puntati su uno stesso oggetto per ottenerne alla fine una rappresentazione imprecisa ma probabile, o quantomento un’approssimazione critica. A questo aspetto, più critico e personale se vogliamo, si va a sovrapporre poi il secondo fine di questa pubblicazione,

Città e società dicotomiche Parlando in generale di limite fisico, e di limite urbano in particolare, l'approccio pù interessante è sicuramente quello di proporre una serie di rapide suggestioni, di immagini, tratte tanto dalla letteratura quanto dalla storia. Così, passando dalle planimetrie della Roma cinquecentesca di Dupérac e Lafréry al planetoide “Elysium” di Neil Blomkamp, potremmo stendere un filo rosso che sicuramente aiuterebbe a introdurre meglio il concetto di quanto non si potrebbe con una definizione enciclopedica. Esistono tuttavia delle differenze notevoli tra i vari casi che potremmo prendere in esame. Mentre camminando tra le strade fangose della Roma del XI – XII secolo avremmo potuto vedere e toccare la sostanza dei

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introduzione

muri che circondavano le munitio aristocratiche – inaccessibili ma costrette al suolo dalla necessità dei signori di controllare personalmente un territorio; nel recente immaginario cinematografico, al contrario, le città del potere diventano mondi lontani, fluttuanti e abitati da uomini dalle possibilità praticamente illimitate. Altri interessanti esempi, dove tuttavia l’accento viene posto sui ruoli piuttosto che sullo spazio, sono sicuramente Laputa, l’isola

Forse i confini più invalicabili, i muri più spessi delle città vengono innalzati ogni giorno dal mancato spazio concesso allo sviluppo di questi poteri deboli. volante e dotta di Swift e la trilogia fantascientifica di Veronica Roth, “Divergent”, ambientata di fatto in una città-recinto dove l'unico principio garante dell'ordine consiste nel'idea di una società divisa per classi, attitudini e destini, tramite una razionalizzazione molto simile a quella operata da Platone nella“Repubblica”

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Città come continuum Ma la città e la società sono davvero così semplici da poterle dividere in parti così nette? Da un lato è certamente vero che usare poche categorie di lettura permetta un processo

conoscitivo più rapido e garantisca strumenti di governo più pratici e gestibili, ma la realtà è decisamente più complessa: i limiti non sono quasi mai solo fisici né tantomeno così netti. Quando poi si riduce il numero di queste categorie addirittura a due, formaleinformale , ci si accorge rapidamente quanto sia paradossale pensare a città composte da realtà divise piuttosto che da una stessa, unica realtà. Per chi in particolare dovesse conoscere l'ultimo lavoro che ho citato – Divergent - risulterà pertanto anche chiaro che veri elementi di distinzione in mondi (qui per noi formale-informale) – che siano assoluti, netti non esistono né potrebbero esistere in un mondo che è nella sostanza unico e in cui ogni individuo può essere, almeno potenzialmente, dotato di capacità o ambizioni trasversali. Kropotkin, l’Anarchico russo, profetizzava in proposito una società integrata (soprattutto nella distribuzione del lavoro) simile, l'antenata della oggi così amata mixitè se vogliamo, quando il Movimento Moderno neanche esisteva ancora, e non guardandovi come ad un’utopia sociale ma come ad un risultato raggiungibile globalmente con mezzi contingenti. Perchè, secondo il filosofo, nella natura umana l’istinto al mutuo appoggio non solo è superiore, ma anche vantaggioso rispetto a quello della competizione, come l'istinto all’unione a quello


della divisione. In sintesi: “Se vuoi andare veloce vai da solo, ma non farlo se vuoi andare lontano”. Ecco alcune sue parole, tratte da “Campi, Fabbriche, Officine” : “Ogni nazione è una mescolanza di gusti, di inclinazioni, di bisogni e risorse, di capacità e doti inventive. La varietà è l’aspetto distintivo sia del territorio sia dei suoi abitanti, e tale varietà implica una varietà di occupazioni. […] Mentre una divisione temporanea delle mansioni rimane la più sicura garanzia di successo in ogni distinta iniziativa, la divisione permanente è condannata a sparire.” Tali divisioni, lungi dall’essere pertinenti solo in materia economica o del lavoro, sono condannate a sparire pressochè ovunque in una società che abbia come fine lo sviluppo. Sergio Rotino scrive in proposito su Nuova Rivista Letteraria: “I muri, come la siepe leopardiana bloccano lo sguardo, reprimono il desiderio. Come direbbe Rodari: uccidono la fantasia. Soprattutto uccidono l’idea di futuro, di evoluzione e di cambiamento” . Ci sarebbe comunque da chiedersi anche un'ultima cosa: cosa costruisce il limite? E' certo, come spesso si è detto durante il workshop, che esso sia frequentemente posto da un potere centrale e formale di riferimento, in grado di amministrare,

giudicare, stigmatizzare. E' tuttavia vero che esso non sia l'unico potere, benchè forte, a plasmare la città. Esiste un grande bacino di micropoteri sparsi, potenziali, diffusi e spesso inconsapevoli in qualsiasi contesto urbano, fatto di capacità, desideri, ambizioni, speranze. Forse i confini più invalicabili, i muri più spessi delle città vengono innalzati ogni giorno dal mancato spazio concesso allo sviluppo di questi poteri deboli, forse inconsapevoli e scoraggiati dalle necessità della contingenza e dall'urgenza della vita quotidiana. Perchè è senz'altro vero che occorre trovare “ciò che nell'inferno non è inferno” e dargli spazio, ma non sempre questo è possibile quando la preoccupazione principale, l'unico progetto rimane quello volto alla conservazione della situazione presente, Demolizione del muro di Berlino, 1989

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introduzione

qualunque essa sia, in un'ottica di quasi sussitenza. Partendo quindi da quest'ultimo punto e dall’idea che, come prima accennato, la macchina città sia nei fatti unica e in essa le reali distinzioni dei destini e degli uomini non possano che apparire sotto forma di apparenze, si apre quindi una nuova linea di riflessione.

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Verso una metafisica pragmatica Consapevole di quanto questo discorso possa sembrare superficiale, tautologico e in generale eccessivamente astratto io credo che sia fondamentale ricordarsi l'importanza di progettare città metafisiche (meta-fisiche) ossia per mezzo di soluzioni e progetti che possano anche trascendere la contingenza, l’urgenza, la necessità immediata, ma che al contrario possano costruire un’idea ambiziosa e condivisa di uguaglianza e sviluppo da proteggere. E questo non solo nei risultati, ma nelle basi: chiediamoci ad esempio quanto tempo abbia una persona in condizioni di povertà estrema per pensare in modo propositivo e fiducioso al proprio futuro e a quello della propria famiglia e quanto invece possa essere forte in lui la tentazione o la necessità di governare il presente. Ecco il motivo per il quale l'intervento in contesto di urgenza può avere senso solo se inserito in un progetto che, invece, sia di sviluppo. “Le stesse città”, come ci ricorda Lefebvre, “sono opere, e ciò contrasta con

l'irreversibile propensione al denaro, agli scambi, ai prodotti” . Mentre il carattere del prodotto è quello di soddisfare e monetizzare un bisogno presente, quello dell'opera è di incarnare una visione senza prezzo: anche per questo il progetto di emergenza rimane uno dei prodotti più evidenti di un'urbanistica internamente neoliberale. Ma torniamo a noi. Al contrario di confine , con la parola limite non si intende unicamente ciò che non si

Al contrario di confine, con la parola limite, non si intende unicamente ciò che non si può oltrepassare, quanto piuttosto ciò che non si può raggiungere. può oltrepassare, quanto piuttosto ciò che non si può raggiungere. In questo la scelta del titolo dell'evento non è stata casuale: la volontà non era quella infatti di parlare di frontiere, confini fisici quanto piuttosto di limiti, visibili ed invisibili, e con il dovuto sottotitolo: “limiti allo sviluppo urbano come sviluppo umano”. Se è vero che la città, storicamente, è quindi quel luogo che rappresenta la necessità degli uomini di organizzarsi al fine di raggiungere migliori obiettivi di quanto non possano fare singolarmente, credo sia chiaro dunque quanto sia importante mettere in luce che una città più giusta e


meno limitata non sia solo un’obiettivo morale a cui tendere, ma anche una necessità concreta e urgente, per il suo futuro. L'interrogativo che su questo LIMITI URBANI ha posto fin dall’inizio è se dunque l’integrazione ed il riconoscimento, che siano essi spaziali, giuridici o sociali da parte della città delle sue dimensioni altre o emarginate non sia da considerare una premessa fondamentale e non facoltativa per il futuro sostenibile delle società urbane, anche solo da un punto di vista economico e di sviluppo. Sul come raggiungere questo tipo di obiettivi, forse vaghi e lontani, probabilmente è il caso di astenersi da rapide soluzioni in articoli come questo e in altri, ma una cosa è certa: la città non può più essere solo il luogo delle necessità , ma deve diventare anche il luogo delle visioni . Un luogo dove l’utopia e la fantasia possano diventare uno strumento quotidiano, non umiliato, dove la tecnologia possa effettivamente ridurre le disuguaglianze e dove gli uomini non si vedano ammassati per sopravvivere ma uniti per creare. Per fare questo probabilmente occorre innanzitutto eliminare gli inopportuni limiti culturali ed intangibili e estrarre da questo processo gli inevitabili pro-getti. Nei pochi giorni di workshop e conferenze abbiamo riflettuto dunque su questo, riportando i dibattito su due casi studio specifici.

I casi studio del workshop: Unam University (Mexico City), Barrio San Jorge (Posadas) Nell'ambito più specifico del workshop LIMITI URBANI tenutosi presso il Dipartimento di Architettura di Ferrara tra il 25 ed il 28 novembre 2015 si è scelto di proporre, oltre ad un ciclo di conferenze e lezioni che affrontassero il tema el limite sotto differenti aspetti, due laboratori di idee all'interno dei quali gli studenti potessero applicare quanto appreso e proporre alcune suggestioni progettuali. I due laboratori, tenuti rispettivamente dal Citer di Ferrara (Laboratorio di Progettazione Urbana e Territoriale) e da Architetti Senza Frontiere Veneto, riguardavano due aree che, seppur diversamente, declinavano in maniera evidente il concetto di limite urbano. Se da un lato infatti il primo caso riguardava l'area universitaria dell'UNAM a Città del Messico, una vera e propria realtà murata, il secondo era incentrato su un'area informale della città di Posadas (Argentina) che, sebbene non fosse circoscritta all'interno di limiti fisici, confini o mura, apriva il dibattito sul tema del limite nella sua dimensione più immateriale, quella sociale, del diritto e, più in generale, quella più comune in aree non pianificate e non riconosciute all'interno del tessuto urbano.

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School Institute of Architecture of Valparaiso 1975 Il corso “Culture of the Body� insegna agli studenti a misurare lo spazio.


Lectures

i caratteri della crescita urbana di simone cardullo “Will the city disappear or will the whole planet turn into a vast urban hive? - which would be another mode of disappearence?" Lewis Mumford, 1989

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Messico, Città del Messico

difficile da giudicare. Se da un lato infatti bisogna considerare lo spopolamento dei villaggi, fondamentali presidi del territorio, come un grave pericolo, con quale coraggio possiamo sostenere che lo sviluppo delle aree rurali di per sè sia una valida soluzione al problema dell'urbanizzazione?

Da qualche anno ormai il pianeta può definirsi urbano poiché più del 50% della popolazione abita in sistemi urbani piuttosto che in contesti rurali. Questo processo ha portato ad una crescita esponenziale (dal punto di vista demografico e spaziale) delle città, specialmente nei cosiddetti Paesi in Via di Sviluppo (definizione ormai desueta, a cui si preferisce quella di “Global South”). Considerando che la città, solitamente, è il luogo dove si genera la gran parte della ricchezza nazionale e dove comunque il tasso di povertà è generalmente più basso rispetto alla campagna, questo processo è inevitabile, incontrastabile e soprattutto

D’altra parte è difficile stabilire una dimensione “giusta” per le città, che non possono mai essere definite troppo grandi o troppo popolose. Inoltre queste non solo crescono a velocità impressionanti ma respirano. Le migrazioni stagionali, la crescita per saggio naturale, i fenomeni di “back migration” ci parlano anche di questo: la città non cresce in modi e tempi uniformi, ma si dilata e si comprime a singhiozzi, e tutto questo contribuisce a mettere in ulteriore crisi i concetti di cittadino, di diritto e di welfare state.

Si tratta quindi di trovare il modo di far evolvere “l'arte di arrangiarsi”, l'espediente, le everyday skills in strategie in grado di innescare sviluppo, progetto e governance. Tuttavia è necessario trovare una modalità con cui gestire questa crescita, in condizioni spesso difficili per quanto riguarda le risorse pubbliche disponibili e dovendo agire in contrasto con

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Lectures

l’atteggiamento di rifiuto e condanna che spesso ha chi governa nei confronti della città informale. Ecco quindi che la “soluzione” può venire direttamente dall’interno della città informale, invertendo la visione rispetto alla classica urbanistica top-down, e attribuendo a questa piuttosto il compito di consapevolizzare il cittadino e non quello di una mera imposizione di piani o progetti dall’alto. Gli abitanti di questi insediamenti infatti sono spesso in grado di trovare piccole soluzioni per migliorare le proprie condizioni, nonostante le difficoltà di gestione e controllo. Si tratta quindi di trovare il modo di far evolvere “l'arte di arrangiarsi”, l'espediente, le everyday skills in strategie in

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grado di innescare sviluppo, progetto e governance . Per rendere questo possibile, il cittadino privato e la sua abitazione devono essere riconosciuti, stabilendo un rapporto definito e concreto con l'amministrazione e uscendo dalla condizione di irregolarità che li caratterizza. Diventa allora di primaria importanza la questione della sicurezza fondiaria, che deriva dal riconoscimento delle abitazioni degli insediamenti informali. Gli abitanti possono ottenere

Diventa allora di primaria importanza la questione della sicurezza fondiaria così la certezza che non saranno cacciati e che la loro casa non sarà demolita, diventando loro stessi ideatori e motore del cambiamento. Spesso inoltre la propria casa


rappresenta il luogo dove si genera un piccolo reddito familiare, che dipende strettamente dal vicinato e quindi dalla città informale stessa (la quale si presenta come un fattore importante dentro l’economia della città intera).

genera, non solo perchè in grado di attingere e sviluppare potenzialità che già contiene, ma anche perchè ne ha la necessità, essendo inserita in un contesto in cui lo Stato è assente. Quindi non solo può, ma deve.

Nel nuovo contesto che si sta creando emerge anche la presenza di nuove classi sociali, come la cosiddetta “consuming middle class” (cioè coloro che sono usciti dalla condizione di povertà assoluta) ampliando lo scenario di attori presenti e ponendo la questione su quale sarà il loro atteggiamento nei confronti delle loro condizioni di provenienza: rifiuto o inclusione? Dobbiamo aspettarci una tendenza alla negazione delle proprie origini ? Alla conservazione dello status quo e ad una corsa spietata tra individui? Si parla ormai quindi di governance, che coinvolge anche i soggetti privati e non più solo di governo, il quale non può (e spesso non vuole) farcela da solo. Gli strumenti di governance sono strumenti di pianificazione partecipata e approcci bottom – up , che considerino e valorizzino ciò che già è presente, in termini materiali e non, nei contesti di intervento. In queste condizioni di urbanizzazione crescente pertanto la città informale diventare una soluzione al problema che essa stessa

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Lectures

A protest against the gentrification of Brixton in South London. Photograph by Guy Corbishley

l'emancipazione degli spazi di dario caruso

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I concetti espressi nella lecture del professor Camillo Boano portano sicuramente a numerose riflessioni sulla natura della professione di architetto. Affrontando il problema dell’informalità sotto vari punti di vista, egli mira in un qualche modo a criticare e a mettere in discussione la società odierna, ma soprattutto la categoria degli architetti e degli urbanisti. Cercare di spiegare il pensiero di Boano e farne una sintesi

non è impresa semplice e soprattutto questa, forse, non risulterà del tutto esaustiva o approfondita, ma sono sicuro che susciterà interesse e critiche. Camillo Boano, professore della Bartlett dell’UCL e più specificamente del DPU (Development Planning Unit), parte da una prospettiva sull’architettura e sull’urbanistica molto netta (sviluppatasi dopo anni di esperienze professionali maturate nei campi profughi


di tutto il mondo), quella per cui la costruzione del territorio è ed appare come un puro atto di emancipazione. L’architettura ed in particolare gli urbanisti dovrebbero quindi lavorare sull’ interpretazione della marginalità e sui meccanismi di emancipazione e riconnessione alla città formale. Lo spazio urbano infatti può essere, espressione di processi conflittuali che coesistono e convivono contemporaneamente. La manipolazione di uno spazio appare quindi come un’azione che agisce anche sulla sua politica. Michel Foucault già tracciava una linea netta affermando che “non esiste uno spazio che non sia rappresentazione di un network di poteri: qualunque questione che implica un ambito spaziale ha dei poteri che la formano, qualunque sia una modificazione dell’ambito politico e relazionale non può che avere una determinante sociale”. Appare quindi scontato come lavorare in un contesto, che può definirsi a suo modo “sociale”, contenga di fatto al suo interno una continua sovrapposizione e interazione tra spazio e politica che si mischiano e confondono continuamente. Secondo Boano però, è necessario fare una serie di premesse che possano supportare e sostenere la sua tesi, partendo dall’idea che ci troviamo in un’era geologica, antropocy , in cui la modificazione del terreno è totale, il globo

terrestre è completamente antropizzato ed il territorio interamente rivoluzionato dall’uomo. Accanto a questa fondamentale premessa si colloca il rapporto dell’uomo con la città e l’urbano. Lefebvre, uno dei massimi studiosi della città e delle sue correlazioni con l’uomo, afferma che il processo di urbanizzazione crea di fatto una società urbanizzata, “il fatto sociale (cittadino)

"Non esiste uno spazio che non sia rappresentazione di un network di poteri: qualunque questione che implica un ambito spaziale ha dei poteri che la formano" stesso si sovrappone alla produzione della città. La società urbana è totalitaria, cioè nella prassi, si verificano e accadono le stesse cose con accezioni differenti in tutti i luoghi urbanizzati della terra”. Viviamo quindi in un “capitalismo accelerato” in cui qualunque cosa succede, accade per una logica di mercato creando di fatto un soggetto che risponde ad un meccanismo e ponendo quindi un problema di interpretazione della città stessa da parte dei suoi attori cioè i cittadini. Esistono quindi molteplici tipi di urbanismi in architettura, prodotti dallo stesso meccanismo politicospaziale e che rispondono alle stesse logiche di

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Lectures

mercato. Di conseguenza la polarizzazione tra nord e sud, tra povero e ricco, tra formale e informale non è mai così netta, bensì ritroviamo le stesse dinamiche in città distanti migliaia di chilometri ed immerse in contesti diversi ma con forme e risultati differenti. Ed ancora “i meccanismi del vivere urbano, della città nella sua essenza, trasgrediscono il global-south e il globalnorth”. Concentrandosi più specificatamente sul termine informale risulta ancora più chiaro come “la dinamica informalità-formalità non si sovrappone sulla geografia nord-sud” ma soprattutto che questa “non è una categoria utile per analizzare la complessità urbana”. Le categorie degli urbanismi, per cui, non sono sufficienti a comprendere la complessità urbana. Ma se non esiste l’informalità come categoria o come semplice urbanismo confinato e svincolato dagli altri urbanismi, come definiamo informalità e come l’architettura può agire su di essa? Qui si pone il vero punto della ricerca del professor Boano, cercare di affidare un nuovo ruolo all’architettura e domandarsi quale esso sia.

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Il tema dell’informalità viene introdotto per la prima volta dalla letteratura economica, che classificava tutte le attività che non rientravano nella contabilità statale e nazionale come non formali. In un primo momento quindi le prime iniziative di

“slum upgrading” promosse dall’ONU consistevano semplicemente in iniziative volte a livellare e parificare le differenze in materia di legalità economica, con dinamiche e meccanismi “di inclusione dell’esclusione” e quindi “costruendo una simmetria economica tra chi riceve e chi da, scardinando conseguentemente l’autonomia della gente”. In poche parole si ricorreva ad un livellamento puramente di matrice economica trascurando di fatto il cittadino e le connotazioni del luogo in cui risiedeva. Gli effetti

Ristabilendo l'autonomia politica e sociale delle comunità, si è riconosciuta, di riflesso, la legittimazione dell'informalità e del costruire informale. di questa capitalizzazione dell’informale furono, presto detto, sciagurati e devastanti. Il costo della terra aumentò vertiginosamente costringendo di fatto la popolazione più povera a ricollocarsi nelle aree periurbane della città, il privilegio ,fino a quel momento concesso, per una terra a basso costo d’improvviso svaniva nel nulla. In contrapposizione a questo approccio squisitamente economico, costituito da grossi investimenti di capitali ma del tutto alienato da logiche di inclusione sociale, nascono quindi i così detti


bottom up approach ed anche i comunity leader approach. Le comunità per la prima volta si mettono assieme per decidere e si verifica una sorta di “emancipazione attraverso l’autorappresentazione” della propria collettività, conseguentemente i cittadini diventano padroni del proprio destino proponendosi come veri e propri city-makers. Ristabilendo l’autonomia politica e sociale delle comunità, si è riconosciuta, di riflesso, la legittimazione dell’informalità e del costruire informale, definendo in pratica che “l’informalità è un modo di costruire la città, è quindi legittimato dalla sua stessa esistenza”. L’informalità costruisce la

città trasformandosi da oggetto di studio a soggetto riconosciuto creatore di spazio. Accanto quindi alla sua concezione puramente spaziale si sviluppa un atteggiamento dai connotati politici per cui l’informalità si sviluppa come “un luogo per la costruzione teorica di una contestazione al modello urbano dominante, non solo un luogo costruito dal sistema ma un luogo all’interno del quale resistenze, alternative, possibilità vengono costruite”. Qui si snoda la questione e sorge la necessità di un nuovo atteggiamento da parte dell’architettura. Quest’ultima si deve porre rispetto all’informalità non più seguendo regole capitalistiche, quindi

29 Seattle, la casa di Edith Macefield accerchiata dal centro commerciale Ballard Blocks


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sfruttando la nascita di un nuovo mercato dello spazio, bensì ridefinendosi come un soggetto con una chiara posizione politica. D’altronde come già aveva espresso Giancarlo De Carli “ogni soluzione all’interno di un’architettura di partecipazione è sempre una scelta personale eticopolitica”. Oggi invece ci troviamo in un mondo in cui l’espansione geografica di teorie legate al mercato sta prendendo il sopravvento sul senso critico dell’architettura stessa, appiattendo di fatto il compito dell’urbanista. Appare chiaro, quindi, come il ruolo dell’architetto deve assumersi una nuova pesante responsabilità, immaginando un nuovo futuro e contestando un modello oramai fin troppo radicato. Altrimenti potremmo forse definirci come semplici complici del sistema e della sua speculazione fondiaria. È necessario quindi ricostruire una nuova educazione architettonica, una “radical pedagogies” che ci porti sostanzialmente ad interpretare il mestiere dell’architetto e che si sviluppi come un AZIONE-REAZIONEINTERAZIONE. Ne consegue che ormai sia richiesto un nuovo modo di fare pratica; il metodo partecipativo diventa la sostanza del progetto, l’architetto non è più la star estraniata dalla realtà fisica e sociale del progetto ma parte stessa del cambiamento che esso comporta. Da qui nasce un nuovo ruolo per l’urbanista e l’architetto

che “aiuta una comunità ad autorappresentarsi, non rappresenta più tramite un suo disegno ma aiuta la collettività a disegnare”. Questo atteggiamento progettuale del tutto nuovo per la figura dell’architetto presuppone tempi molto più lunghi e concede poco spazio al disegno ma è una delle conseguenze di lavorare a stretto contatto con una comunità col fine di creare una rete di soggetti che possano autodeterminarsi e formalizzarsi definitivamente. Da questi presupposti deve nascere una nuova architettura “sociale” che sia “resistente, che costruisca nuovi possibili scenari e non rappresenti uno status sociale” e cambi, nel suo piccolo, attraverso la critica e la radicalità, le regole del gioco. A mio avviso quindi è assolutamente chiaro come oggi più che mai l’architetto debba riappropriarsi di una responsabilità civica, partecipando con la creazione, la rappresentazione o l’emancipazione di uno spazio allo scenario politico cittadino, sviluppando una coerenza di pensiero e impadronendosi di un messaggio da comunicare alla collettività.


Kowloon Walled City Hong Kong

da esterno a interno: il limite cambia prospettiva di paola caselli La prima conferenza che ha aperto ufficialmente i quattro giorni del workshop Limiti Urbani ha sicuramente posto quesiti che difficilmente, anche dopo le dovute riflessioni, potranno trovare risposte esaustive e definitive. Forse si sta parlando più di spunti e di provocazioni quando la domanda è “Il concetto di limite può avere ancora un valore nell’analisi

della città contemporanea?” oppure “Il progetto declinato secondo la disciplina urbanistica è ancora uno strumento utile?” e ancora “Le categorie con cui si identifica l’urbanità sono ancora valide?” . Noi studenti di architettura, noi cittadini, noi urbanisti e studiosi di questa e altre discipline cosa rispondiamo? Parlando di ingovernabilità

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e di impotenza urbanistica è difficile non pensare alla “disorganizzazione urbana” dei paesi del Global South, alla corruzione ai vertici politici, alle profonde disuguaglianze di mezzi e risorse o al degrado sociale nelle vastissime aree ai margini delle città come favelas, gli slum e via dicendo. Ci si chiede quindi come la disciplina urbanistica possa agire realmente in questi contesti, come possa apportare un concreto ordine in realtà in continuo mutamento demografico e urbano. Si sta parla quindi di ordine, ma inteso come? Ma soprattutto, è giusto parlarne in questi termini? Si dà per scontato che per “città” si intenda un luogo ordinato, in perfetta linea con le utopie neoplatoniche di Tommaso Campanella (15681639), Thomas More (14781535) e Francesco Patrizi (1529-1597). Ma in More, ad esempio, la città perfetta (eu topos) non può che essere un'isola che sì è bellissima, democratica e illuminata, ma anche in nessun luogo (ou topos). Studiando l’origine della parola città, in sanscrito pur significa fortezza, castello, muro; polis allo stesso modo identifica oltre che la città vera e propria anche una cittadella, un luogo fortificato. Insomma anche nell’ urb latina la città ha un concetto insito di sicurezza, di limite, e di conseguenza c’è un dentro e un c’è un fuori. Porre un limite diventa quindi un modo per assicurare la regolamentazione interna,

un ordine e una chiarezza, e come sostiene Michel Foucault in Sicurezza, territorio, popolazione (Milano, 2004) è uno strumento che limita gli eccessi immorali della classe lavoratrice. Allo stesso modo la formalizzazione e la creazione di usi e significati codificati dello spazio punta al medesimo obiettivo. E' sufficiente pensare ad esempio ai tanto citati sventramenti di Hausmann o alla creazione del corso per le processioni di San Gennaro a Napoli: i casi possono essere molti.

Siamo forse di fronte ad una contraddizione? Una città infinita caratterizzata da diffusi limiti interni Ricapitolando quindi, il limite è ciò che separa due o più realtà, si presume una interna ed una esterna, una sicura ed una insicura. Se invece questo limite fosse trasferito all’ interno della città stessa? Se non ci si fermasse a considerare unicamente confini quelli tra popoli e polis ma anche tra classi e abitanti di una stessa città? In molti casi gli stessi nuclei familiari si possono considerare dei recinti, al cui interno si può restare confinati e limitati. E' evidente dunque che i limiti urbani non sono molti, sono moltissimi. In questo caso allora l'urbanistica, intesa in un senso tradizionale e monodisciplinare non può che


restare impotente di fronte più al suo compito primario: l’organizzazione del territorio e la costruzione di una certa coesione sociale. In una “gated community” ad esempio, la città ricca (definita, prevedibile) si vuole dividere e allontanare dalla città povera (mutevole, insicura, imprevedibile); la coesione e la convivenza non viene solo rigettata ma lo stesso concetto di città viene ribaltato. Insomma, in immensi territori urbanizzati (città metropolitane, città regione, megacity e via dicendo) destinati ad espandersi sempre di più, nascono altre realtà murate. Il non limite della prima città si contrappone ai numerosi limiti interni della seconda. Siamo forse di fronte ad una contraddizione? Una città infinita caratterizzata da diffusi limiti interni. Su questo tema Edward W. Soja in Postmetropolis: Critical Studies of Cities and Regions (Oxford, 2000) parla infatti dell’impossibilità di mappare la città perché “i suoi confini sono troppo sfocati”. Se la crescita urbana sul territorio è davvero diventata un fenomeno incontrollabile, almeno con gli strumenti tradizionali, tanto quanto la crescita demografica in determinate città (Mumbai ad esempio), allora l’urbanistica come può riuscire effettivamente ad agire per controllare questa espansione? O meglio, come può interagire con il locale, quando la sua forma è sempre più globale?

È proprio adesso, in questo momento critico e ricco di tante domande e poche risposte che si conclude questo breve testo. Penso infatti che né le mie ipotesi né quelle di altri, stimolate a seguito di una interessantissima conferenza necessariamente molto limitata nella sua durata, siano sufficientemente utili e ponderate in questa sede. Sono convinta invece che siano le domande, se ben poste, il primo passo verso la ricerca di una soluzione, tra le tante possibili. Riflettere su quanto si percepisce o si vuole percepire da queste ultime questioni ci rende tutti coscienti e uguali davanti ad un processo urbano che ormai non si può più ignorare. Il limite c’è e si vede, ed esiste in ogni città ed in ogni quartiere, solo che alle volte si declina in un limite fisico, mentre in altre in un limite sociale e culturale.

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logiche spaziali Della sovranità moderna di jacopo bonasera Sovranità come decisione sul confine: la nascita dello Stato moderno.

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Il proposito di questo breve intervento consiste nel tentativo di mostrare come le logiche che definiscono il rapporto tra città formale e città informale siano radicate nelle origini del pensiero politico moderno, con particolare riferimento alla dottrina liberale. L’assunto da cui muove la presente trattazione è

che per giungere a una sufficiente comprensione delle dinamiche che oggi disciplinano le differenze, le disuguaglianze e le contraddizioni create dal modo di produzione capitalistico sia utile gettare lo sguardo oltre il velo dell’apparenza; questo esercizio di analisi genealogica dei dispositivi logico-argomentativi che strutturano il discorso politico moderno permetterà all’occhio del lettore attento


di vedere come la sintesi di tali contraddizioni non sia raggiungibile all’interno di un contesto politico-istituzionale di stampo liberale in quanto inscritte nella sua stessa origine. Non essendo chi scrive uno studioso di sistemi urbani, ma, come si sarà forse intuito, di storia e filosofia politica, credo che il contributo più utile che possa dare consista nel fornire suggestioni e (spero) adeguati strumenti concettuali, oltre che illuminare problematiche che si ripresentano, mutatis mutandis , anche nei contesti pratici con cui i lettori di questa rivista sono abituati a lavorare. A questo fine intendo muovere da una breve definizione del rapporto che costituisce l’asse concettuale attorno al quale si è sviluppata la storia del razionalismo politico moderno che, da Hobbes in poi, ha fatto dello Stato il trascendentale della politica, ovvero la forma senza contenuto che definisce il ‘limite’ (per usare una parola cara agli ideatori di questa rivista) stesso della politica. Il rapporto di cui parlo è quello tra Stato e proprietà, rapporto strettissimo la cui genesi è profondamente conflittuale: si pensi alle secolari guerre di religione che hanno infiammato l’Europa fino al 1648, alla guerra civile inglese (che coinvolse anche le Americhe e i Caraibi) conclusasi con la decapitazione di Carlo I e, assumendo un punto di vista atlantico, alla dirompente

corsa all’acquisizione di territori coloniali in cui molti Paesi europei, sulle soglie della modernità, si trovarono invischiati. Questo è il contesto storicoconcreto che Hobbes ha di fronte, un conflitto da cui esce vincitore il tipo umano di maschio bianco e proprietario che riempie di contenuto materiale quella scatola vuota che è l’uomo astratto descritto nel capitolo XIII del Leviatano , dedicato alla condizione naturale

La proprietà intesa come property in his own person è la condizione di possibilità per il godimento di una piena libertà; tale condizione non si dà per l’indiano d’America, per il folle, per il povero, per la donna dell’umanità. Semplificando si possono dunque assumere i testi hobbesiani come l’atto di nascita dell’individuo moderno nella storia delle dottrine politiche, un individuo nato nudo, naturalmente uguale a tutti i suoi simili e con la necessità di uscire da tale condizione precaria vestendosi della maschera del cittadino 1 ; torneremo più avanti su questo punto. Ricapitoliamo: rottura dell’unità religiosa con la Riforma protestante, scoperta delle Americhe e conseguente centralità dell’Atlantico in sostituzione del Mediterraneo nelle

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rotte dei navigatori europei, origine del modo di produzione capitalistico attraverso il compimento del secolare processo di recinzione e acquisizione della terra da parte di pochi grandi proprietari; con in testa questi pochi riferimenti storico-concreti è possibile procedere alla definizione di alcuni dei concetti attorno ai quali si struttura il discorso

Lo Stato moderno nasce dall’esigenza di ordinare uno spazio naturalmente conflittuale

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politico moderno in Hobbes, per procedere poi all’analisi della riqualificazione lockeana degli stessi. In questo senso è utile adottare quella che potrebbe dirsi una strategia visuale: guardare all’originale frontespizio del Leviatano (1651) è il punto di partenza consigliato a chiunque si avvicini per la prima volta al testo, giacché si tratta di un’immagine che contiene in nuce il significato attribuito dal pensiero politico hobbesiano all’artificio statuale, dunque l’arcano della sovranità: lo Stato è un recinto, “un uomo che non è un uomo, ma una silhouette , un perimetro, un confine chiuso in forma di figura, la cui superficie interna è composta di tanti uomini che lo fissano in volto” 2 . Dalla definizione proposta discende logicamente che ‘sovrano’ è colui che traccia un confine, una

linea artificiale che fa di una moltitudine inquieta un popolo ordinato e, in ultima istanza, distingue tra ‘io’ e ‘altro’, tra ‘amico’ e ‘nemico’ attraverso la definizione di spazi politici qualitativamente diversi: nel caso di Hobbes quello neutralizzato interno al confine dello Stato e quello selvaggio tipico dello stato di natura che permane a caratterizzare i rapporti inter-statali. Riassumendo quel punto di vista atlantico cui si faceva cenno poc’anzi è possibile dunque inserire la strategia contrattualistica all’interno di un quadro geografico che trascende i limiti del Vecchio Continente, per porsi come risposta al problema del disordine, del conflitto, del dinamismo che coinvolge le due sponde dell’Atlantico e di cui l’immagine dello stato di natura è la perfetta esemplificazione. Durante il tempo in cui gli uomini vivono senza un potere comune che li tenga tutti in soggezione, essi si trovano in quella condizione che è chiamata guerra e tale guerra è quella di ogni uomo contro ogni altro uomo. […] In tale condizione non c’è posto per l’industria, perché il frutto di essa è incerto… 3 (corsivo mio) Eccoci arrivati all’esplicitazione di un punto già precedentemente toccato: nello stato di natura (astrazione che ha un corrispettivo concreto in alcuni luoghi dell’America 4 , nonché condizione in cui


gli stessi europei rischiano continuamente di ricadere se non si assoggettano allo Stato) non c’è certezza dell’accumulazione capitalistica; la pace che lo Stato garantisce equivale alla sicurezza nell’appropriazione privata (regolata, limitata) del mondo. Lo Stato moderno nasce dall’esigenza di ordinare uno spazio naturalmente conflittuale e fornire così la condizione di possibilità dell’arricchimento dei coloni europei attraverso gli scambi operati dalle navi che solcano l’Atlantico. Lo Stato è sì dunque un’assicurazione che individui razionali nati uguali stipulano per preservare la vita, ma ancora più precisamente è una polizza sul capitale accumulato dalla nascente classe borghese.

Liberalismo classico: l’involucro proprietario e le sue contraddizioni Dopo aver testato la forza performativa del discorso hobbesiano, non resta che volgere lo sguardo verso il secondo classico del pensiero politico che intendo trattare in questa sede. J. Locke, considerato a buon diritto il padre del liberalismo moderno, opera un lieve, seppur significativo, mutamento del significato attribuito al concetto di sovranità che stiamo analizzando nella sua veste di strumento attraverso il quale lo Stato, attore unico sulla scena della politica, ordina i soggetti e gli spazi a lui subordinati. In questo senso conviene tenersi stretta la prospettiva

9/12/2013 Manifestazione pro UE in Ucraina.37


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atlantica già adottata perché utile a mostrare le aporie costitutive del liberalismo moderno, contraddizioni che albergano nel cuore stesso dello sforzo razionale di pensare lo Stato di diritto come neutralizzazione dell’energia politica di individui razionali che, una volta sussunti sotto il velo dell’uguaglianza formale naturale e stretto il patto politico che li rende un ‘popolo’, non devono più occuparsi di nient’altro che del fiorire dei propri affari. Ora, quello che la prospettiva atlantica ci dice è, in prima istanza, che Locke, rispetto a Hobbes, propone una forma di sovranità duale che

‘Sovrano’ è colui che traccia un confine, una linea artificiale che fa di una moltitudine inquieta un popolo ordinato

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persegue lo stesso obiettivo di quella hobbesiana: dimostrare la superiore convenienza e razionalità delle logiche della sovranità statuale. Il suddetto dualismo esprime la propria natura nell’articolarsi della sovranità in maniera differente nel mondo coloniale e nei territori europei: il primo è lo spazio selvaggio, indisciplinato, immorale dove agisce il potere della forza e dell’usurpazione (innanzitutto delle terre di popoli che per il solo fatto di non conoscere il concetto di proprietà privata sono ritenuti razionalmente inferiori);

il secondo è quello pacificato dove si sono verificate condizioni eccezionali grazie alle quali è possibile godere in sicurezza della propria vita, della propria libertà e dei propri beni. Lo specchio atlantico permette all’Europa di proiettare tutti i suoi elementi di corruzione, vizio e violenza nell’immagine che tale superficie riflettente restituisce, dandole il nome di America (o stato di natura). L’invenzione della differenza coloniale serve lo scopo di esternalizzare il conflitto che il soggetto borghese ha sfruttato per imporre il proprio dominio nei rapporti di produzione. Come si affermava precedentemente ciò che differenzia l’indiano d’America dall’europeo è l’idea di proprietà privata sulla quale si regge tutta l’impalcatura istituzionale dei moderni (e contemporanei) Stati di diritto. Tale concetto, che si definisce in rapporto viscerale con quello di libertà e di Stato, crea forzatamente differenziazioni sociali nel momento stesso in cui si accetta che il lavoro sia una merce scambiale sul mercato dei beni, da cui consegue che alcuni individui saranno alla dipendenza di altri legittimati a sfruttarne la forza lavoro al fine di estendere i propri possedimenti; tale dipendenza ne nasconde un’altra di carattere morale: l’individuo che dipende economicamente da un altro non è pienamente ‘proprietario di sé’, dunque è un soggetto ‘diminuito’, alienato, che in quanto tale


si trova in una condizione di subordinazione (formale e materiale 5 ) . In Locke è l’introduzione della moneta come giustificazione dell’accumulazione di beni ad aprire il problema del ‘lavoro senza proprietà’, da cui segue quello di inserire all’interno dell’ordine proprietario dello Stato moderno individui che proprietari non sono; per fare ciò Locke riassume la ‘nonproprietà’ sotto la ‘proprietà’, configurando così un modello sociale stratificato e retto dalla subordinazione economica, politica e di status dei non-proprietari. L’origine della differenziazione sociale è da situare nello stato di natura che, con i suoi sviluppati processi appropriativi, configura già un modello di convivenza civile nel quale sarà poi possibile distinguere

luoghi sociali separati, dove il posto d’onore sarà riservato agli individui che rispondono alla logica proprietaria, mentre ai non-proprietari verrà destinata una zona decentrata. Quello che in ambiente precontrattuale si configurava infatti come un ordine esistente, ma precario, tra individui proprietari e razionali, si rispecchia ora in un ordinamento civile nel quale la legge, assicurando la proprietà, assicura di fatto la convivenza pacifica. Lo spazio sociale s’impone dunque come unica alternativa possibile per chi desideri vivere pacificamente e godere dei frutti dei propri possessi, tanto che la rottura dell’involucro proprietario assume i caratteri della perdita di sicurezza: al di fuori dei suoi confini la società si dissolve

Nova Totius Terrarum Orbis Geographica ac Hydrographica Tabula by Hendrik Hondius, 1630.

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e la sua imprescindibilità è dimostrata a contrario , descrivendo quali effetti distruttivi comporterebbe l’uscita dall’ordine creato dal contratto (anarchia, caos, distruttività reciproca, impossibilità di generare un’alternativa pacifica); le regole del giuridicoproprietario s’identificano con le regole di civilization applicate in contesto coloniale. Tale impostazione implica una suddivisione degli spazi all’interno dell’organismo societario, dei quali quello centrale è occupato, con tutta evidenza, dall’ordine giuridico-proprietario, con protagonisti i soggetti proprietari che hanno dato vita al progetto sociale stesso.

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Essendo la zona del giuridico dominata dalla logica proprietaria, appare evidente come i soggetti non-proprietari non possano che trovarsi in una zona ‘esterna’ rispetto a quella centrale. Questi soggetti possono esistere solo in un ambiente che si definisce per negazione di quello positivo proprietario e non sono perciò pienamente parte della società civile 6 . I poveri, all’interno della società di classe, beneficiano di una carità proveniente da chi sente di trovarsi in una posizione morale superiore, vivono entro la società, ma non ne fanno veramente parte; la filantropia, la carità cristiana, cui sono educati i figli dei soggettiproprietari, sono pratiche precedute, implicitamente,

dalla riaffermazione della provvidenzialità generale dell’ordinamento giuridicoproprietario. La filantropia ha carattere proprietario e ripete la logica del giuridico, è una forma di benevolenza proveniente da uomini che sentono di essere i prediletti di Dio perché hanno successo nella loro attività economica, sono gli uomini indipendenti e pienamente proprietari di se stessi. In tale ottica la classe lavoratrice non è molto di più di una ‘massa di strumenti bipedi’, come riterrà ancora opportuno definirla l’abate Siéyes nel XVIII secolo. Abbiamo dunque visto come la ‘proprietà di sé’, formula che definisce la qualità morale del soggetto borghese

Abbiamo chiamato tale eccedenza, a seconda dei casi, amerindi, poveri, folli, criminali, donne; oggi potremmo aggiungere i migranti, nonché coloro che nei nuovi contesti urbani cosiddetti ‘informali’ si confrontano con simili logiche escludenti. titolare di diritti, sia uno strumento attraverso il quale circoscrivere l’uguaglianza dei cittadini e porre le basi per un complesso movimento tanto di inclusione quanto di esclusione. Chi è il cittadino moderno? Il concetto di cittadinanza che qui introduco, a conclusione di questo intervento, è profondamente segnato dalla duplice rivoluzione


hobbesiana: l’affermazione dell’origine pattizia (artificiale) della sovranità e la naturale uguaglianza degli individui. Per Hobbes il cittadino è l’individuo che si assoggetta al Leviatano. Il passo successivo di questo discorso è costituito dal chiedersi quali contenuti riempiano tale immagine dell’individuo come cittadino; Locke, e tutto il pensiero liberale che da lui discende, non ha dubbi in proposito: la proprietà (nella duplice accezione di ‘proprietà di sé’ e ‘proprietà di beni’) è il baricentro dell’antropologia politica. Nello specifico: la proprietà intesa come property in his own person è la condizione di possibilità per il godimento di una piena libertà; tale condizione non si dà per l’indiano d’America, per il folle, per il povero, per la donna… Sono, quelli elencati, soggetti situati ai confini della cittadinanza, confini che operano tanto all’interno quanto all’esterno dello Stato per creare e governare differenze. Se lo Stato moderno nasce come recinto, il liberalismo, come formazione discorsiva, crea ulteriori recinti che qualificano in maniera differente spazi gerarchicamente ordinati all’interno delle società umane, perimetrando così lo “spazio al cui interno la borghesia come soggetto storico viene costituendosi 7 ” . Se è vero dunque che la sovranità moderna agisce come decisione sul confine, l’immagine del

‘confine’ si può assumere come paradigmatica dell’impossibilità della narrazione razionaleuniversale del liberalismo moderno di fare a meno del ‘particolare’, ovvero della sua contraddizione: quell’eccedenza che non si riesce a ricondurre alla norma, ma della quale non si può fare a meno e della quale si cerca quindi di governare la conflittualità che preme sull’ordinato e formalizzato spazio che il soggetto proprietario si è creato per prosperare. Abbiamo chiamato tale eccedenza, a seconda dei casi, amerindi, poveri, folli, criminali, donne; oggi potremmo aggiungere i migranti, nonché coloro che nei nuovi contesti urbani cosiddetti ‘informali’ si confrontano con simili logiche escludenti. Rimane il fatto che la retorica dell’uguaglianza se fatta propria dai subalterni, come aveva bene inteso un liberale dell’Ottocento quale Tocqueville, terrorizzato dall’emergere dell’eccedenza operaia, rischia continuamente di far implodere un sistema che sull’ideologizzazione di quel principio ha costruito la propria secolare fortuna.

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Credits by Colleen Corradi Brannigan. www.cittainvisibili.com

la tana del gambero di lorenzo balugani

“Di là, dopo sei giorni e sette notti, l'uomo arriva a Zobeide, città bianca, ben esposta alla luna, con vie che girano su se stesse come in un gomitolo. Questo si racconta della sua fondazione: uomini di nazioni diverse ebbero un sogno uguale, videro una donna correre di notte per una città sconosciuta, da dietro, coi capelli lunghi, ed era nuda. Sognarono d'inseguirla. Gira gira ognuno la perdette. Dopo il sogno andarono cercando quella città; non la trovarono ma si trovarono tra loro; decisero di costruire una città come nel sogno. Nella disposizione delle strade ognuno rifece il percorso del suo inseguimento; nel punto in cui aveva perso le tracce della fuggitiva ordinò diversamente che nel sogno gli spazi e le mura in modo che non gli potesse più scappare.” Italo Calvino, Le città invisibili 42


Ho pensato a lungo se scrivere o meno “ Città come illimitata visione” , sostanzialmente per timore. Timore di essere superficiale, eccessivamente vago, incapace di produrre pagine utili e non meno di dimostrare un'ignoranza profonda come il mare. E' probabile ad ogni modo che ci sia riuscito: non siamo molto abituati a scrivere qui ad Architettura. Su questo punto in particolare colgo l'occasione di questo articolo per condividere un pensiero che, proprio perchè non so quanto sia condiviso dall'associazione, gradirei esprimere qui in modo personale. Le difficoltà che noi studenti di Architettura naturalmente incontriamo nel tentativo di scrivere articoli di questo tipo non sono da sottovalutare e, mi sento di dire, non sono tantomeno riconducibili unicamente alle capacità ed alle biografie personali degli autori. Al contrario vedo, almeno nel nostro contesto universitario, una scarsissima cura nel proporre validi strumenti critico-concettuali se paragonata a quella destinata al progetto come prodotto tecnico-estetico. Questo gap si sente, si sente eccome, specialmente nel confronto con i colleghi di altri dipartimenti e sulle tematiche che affrontiamo come associazione e che, in maniera evidente, richiedono il passaggio ad un approccio che sia realmente interdisciplinare, oltre al riposizionamento di una teoria dell'urbanistica.

Un riposizionamento che non deve avvenire in termini vaghi e che restituisca all'insegnamento dell'urbanistica una posizione politica ed una coscienza storica che sia questo e non quello , per farne qualcosa di più di un insieme neutro di sofisticati, flessibili strumenti e strategie di governo del territorio. Come si fa, per esempio, a sapere tutto di come si costruisca un piano strategico ed al contempo non avere non dico una posizione critica, ma almeno una conoscenza teorica del modello di città neoliberale? Resterà, almeno per me, un mistero.

“Ma più tardi la tua visione si diresse su uomini e su donne nascosti in tane del fato in mezzo alle grandi città, in attesa che le loro anime uscissero, in modo che potessi vedere come vivevano, e per che cosa.” Per passare al nostro articolo, la necessità di questo riposizionamento di cui ho parlato si fa carne nelle parole della prof. Benedetta Fontana che sono qui a commentare e che suggeriscono un totale cambio di scala per l'intervento urbano. L'idea che emerge dal suo intervento è quella di una prossimità affettiva , una propensione verso l'uomo e verso il desiderio che incarna come premessa per la

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conoscenza di un contesto e la produzione di un progetto urbano efficace. E' impossibile non notare quanto strida questa definizione con quelle universali quotidianamente proposte dall'accademia. Tuttavia credo valga la pena spendere qualche altro esempio per sottolineare quanto poco l'urbanistica insegnata tenga nelle mani l'oggetto che ne costituisce, o ne dovrebbe costituire, la visione politica e sociale,

“Nella mappa del tuo Impero, o grande Kan, devono trovare posto sia la grande Fedora di pietra sia le piccole Fedora nelle sfere di vetro. Non perchè tutte ugualmente reali, ma perchè tutte sono presunte.”

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attraverso le parole di alcuni non addetti ai lavori. In “Theodore, il poeta”, Masters: “Da ragazzo, Theodore, sedevi per lunghe ore sulla riva del torbido Spoon con gli occhi infossati fermi sull'ingresso della tana del gambero, in attesa che apparisse, spingendosi al largo, prima le sue antenne ondulanti, come fili di fieno, e presto il suo corpo, colorato come steatite, i suoi occhi come due gemme di giaietto. E ti chiedevi in un trance di pensiero quel che sapesse, che desiderava, e perchè mai vivesse. Ma più tardi la tua visione si diresse su uomini e su donne nascosti in tane del fato in mezzo alle grandi

città, in attesa che le loro anime uscissero, in modo che potessi vedere come vivevano, e per che cosa, e perchè mai continuassero a strisciare indaffarati lungo la strada sabbiosa dove l'acqua sparisce mentre svanisce l'estate”. Siamo davvero così incapaci da non vedere che questa lotta non sia unicamente materia da lasciare alla letteratura ma che, al contrario, dovrebbe guidare il nostro lavoro come intera categoria professionale? Per chiudere con Calvino, di cui ho sinceramente cominciato ad invidiare l'immensa capacità creativa, nelle Città Invisibili egli ci parla di una “metropoli di pietra grigia”, Fedora, “con al centro un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello di un'altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per un'altra, diventata come oggi la vediamo. […] Nella mappa del tuo Impero, o grande Kan, devono trovare posto sia la grande Fedora di pietra sia le piccole Fedora nelle sfere di vetro. Non perchè tutte ugualmente reali, ma perchè tutte sono presunte”. Di questo libro, così geniale, è anche la citazione che ho deciso di proporre all'inizio di questo intervento. Nella Zobeide di Calvino il desiderio di una donna nuda diventa il principio che fonda la città. Non importa quindi quanto


sia voluttuoso il desiderio: è nella volontà di vivere che nasce la città. Nondimeno Marco Polo avvisa, nel racconto di Fedora, il gran Kan di non dimenticare nella mappa del suo Impero lo sconfinato universo composto dalle molte città che non sono, non sono state o non sono ancora . Certo d'altra parte è chiaro, e su questo interviene la Fontana, che il desiderio vada prima compreso, accolto e mediato per trasformarlo in vero strumento di sviluppo. In questo la distinzione tra bisogni reali e bisogni apparenti diventa essenziale, nonché una responsabilità affidata in primo luogo al professionista, dalla cui competenza passa la differenza tra il lavorare con i cittadini ed il lavorare per i consumatori. Zobeide può essere in questo senso sia un'utopia sia una trappola ed è anzi probabile che, come trappola, già esista. Ecco perchè, tra le altre cose, la piena coscienza di tale suddetta distinzione, così chiara per chi si occupa di scienze sociali e che per noi era arabo fino a ieri, diventa una capacità fondamentale in un contesto di pianificazione comunitaria partecipata. In questo esercizio d'ascolto l'importante, forse è il caso di chiarirlo, è rendersi poi capaci di annullare le gerarchie, vere o presunte, e di aprire al contempo un dibattito che non sia né topdown, né bottom-up, quanto piuttosto mediato da figure tecniche competenti su un

piano orizzontale. In tal senso il rapporto tra il professionista ed il cittadino, tra il poeta ed il gambero, è da intendersi unicamente come un riconoscimento ed un incontro proporzionato di competenze e capacità. Senza entrare ulteriormente dentro il discorso - per questo ci sono i video integrali degli interventi sul nostro sito - desidero mettere qui a sistema anche quanto detto dal prof. Camillo Boano sul quanto “ogni cambiamento nasca da una decisione, ed ogni decisione sia personale”. Se contestualizziamo tutte queste provocazioni infine con il concetto di diritto alla città di Lefebvre, notevolmente appiattito nel dibattito attuale (si veda in merito il dibattito interno ad Habitat III), chiudiamo il cerchio. Il concetto di diritto alla città che emerge da quel testo va ampliamente oltre un diritto d'uso, ma pone anzi le basi per un diritto di costruzione della città nel senso dismesso del termine. Non si tratta solo quindi di partecipazione come momento del piano o come esigenza di trasparenza da parte dell'amministrazione, ma anche come azione politica. La partecipazione, la decisione personale , non è solo un diritto da usare ma da prendere, altrimenti non è reale. Ricollegandoci quindi a quanto da me scritto in “Città come illimitata visione”, si tratta in estrema sintesi di

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pensare allo spazio urbano più come ad un'estensione delle visioni, dei desideri, dei diritti e delle possibilità dell'uomocittadino (e non solo delle sue urgenze “fisiologiche”) che come il l'esito spaziale di una sofisticata forma di sopravvivenza. Se esiste quindi, e io lo spero, una minima possibilità di sviluppo urbano che non debba necessariamente passare per le forche caudine di un sistema intrinsecamente incapace di produrre benessere senza ingiustizia come quello neoliberale questa consiste nel dare spazio alla città immaginata. Ma aprire ed illuminare questa strada è, tecnicamente, anche compito degli urbanisti che, privi di una coscienza di sé, troppo spesso producono prodotti tanto pragmatici quanto inutili (o quantomeno non di rottura). Se rinunciamo già in partenza all'utopia di Calvino nel racconto di Fedora in ragione della mole che il problema dell'ingiustizia rappresenta allora non saremo mai, come architetti, promotori di un reale cambiamento. Occorrono una nuova posizione teorica ed una nuova visione per la nostra disciplina: rinunciare a questo sforzo in ragione di una presunta priorità del fare può essere comprensibile, ma comporta delle responsabilità. Tuttavia per un'idea come questa non è sufficiente essere condivisibile per essere effettivamente condivisa, né tantomeno per essere

attuata. La visione di una città dove l'“utopia” possa diventare uno strumento pragmatico, accessibile e quotidiano orientato allo sviluppo urbano come sviluppo umano, come accennato qui e altrove, potrebbe quindi essere percepito come un discorso condivisibile e valido unicamente in ragione della sua vaghezza. Da qui la necessità di passare, per quanto nelle mie capacità, ad un discorso più pragmatico. Come si può dare spazio, nella progettazione urbana, a quel mondo virtuale di ambizioni e desideri che struttura ogni città, a quell'universo virtuale eppure reale, di ciò che non è avvenuto , che non è o che potrebbe ancora essere? Innanzitutto la prima premessa. Come già sotteso nell'articolo scritto da Simone Cardullo in commento all'intervento del prof. Marcello Balbo, favorire processi di sana democratizzazione, di empowerment delle comunità, di partecipazione orientati allo sviluppo non è soltanto una questione morale, ma una questione che nasce in primo luogo dall'urgenza chiara e contingente di riformare il modo in cui concepiamo e governiamo le nostre città. Resta il quesito: con quali strumenti? Esistono percorsi precisi, o almeno più sicuri, battuti e sperimentati di altri da un punto di vista metodologico e che, come professionisti,


sarebbe meglio non ignorare. Qual'è la differenza tra metodi quantitativi e qualitativi per la ricerca sociale? Come si mette un gruppo di persone ad un tavolo per risolvere problemi e proporre soluzioni? Come si rappresentano, all'interno di un problema nidificato, le cause e le opportunità? Cosa significa progettazione integrata? Sui libri abbiamo studiato ripetute volte quale fosse, ad esempio, nell'ordinamento l'iter procedurale che porta al piano e come esso dovesse garantire trasparenza e partecipazione senza aver mai ricevuto però strumenti concreti, specifici e metodologici sul come si possa avviare realmente un progetto di tipo partecipativo, sul cosa sia e sul perchè sia importante. Metodi e strategie come le CDC (Community Development Councils), l'Human Centered Design, i Participatory Rural Appraisal (e potremmo andare avanti per mezza pagina), che nelle Facoltà di Architettura italiane suonano come espressioni sanscrite, sono l'alfabeto, la grammatica e la sintassi dei processi di pianificazione urbana comunitaria e partecipata, di insurgent planning o pianificazione bottom-up che dir si voglia. Come si può fare quando il piano tace, senza questi strumenti e cosa rispondere dunque a chi chiede quale siano le cose da fare nel concreto? Mentre sento di dovermi astenere dal rispondere sul

piano della partecipazione, non avendo io mai portato avanti progetti di questo tipo, posso invece, come già fatto, esprimermi sul lato più accademico. Come prima cosa occorrerebbe riconoscere la capacità formativa di associazioni, organizzazioni, collettivi che portano avanti processi partecipativi, inserendoli a pieno titolo come formatori o consulenti dei Dipartimenti, ampliando dunque il concetto di “corso”. In secondo luogo le stesse Facoltà di Architettura dovrebbero incoraggiare, specialmente nei corsi di studio in urbanistica, non solo lo studio della sociologia, ma anche un'idea di pianificazione come azione politica e personale, piuttosto che unicamente come previsione, strategia o gestione del territorio: progettare è anche fare politica. In conclusione occorrerebbe riconoscere e tutelare la ricerca su questi temi come una concreta opportunità professionale di modo da renderla appunto una professione, aumentando quindi la consapevolezza da parte di tutti che “sviluppo e cooperazione internazionale” non è sinonimo di volontariato. Cosa possiamo fare noi, come UNIVERSUD? La risposta è ancora poco, ma ancora poco resta meglio di niente.

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CittĂ del Messico, Messico Area UNAM


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Nella parte finale del workshop “Limiti Urbani” siamo stati chiamati ad elaborare una proposta che andasse a migliorare lo stato di fatto dell’UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México) e degli insediamenti che la circondano, con peculiare attenzione alle sue relazioni con le zone limitrofe. Le conferenze e i relativi dibattiti, che si sono tenuti i giorni precedenti, hanno dato uno spunto per ragionare su una strategia d’intervento non solo finalizzata a risolvere un problema, ma che cerca di far emergere diversi punti di vista per un dibattito costruttivo. E’ quindi importante far crescere il dibattito tra i diretti interessati, quali gli abitanti della città, sui temi riguardanti le proprie condizioni di vita in modo da trovare terreno fertile per eventuali riqualificazioni del tessuto urbano. L’ Università Nazionale Autonoma del Messico è la più grande università delle Americhe, ha sede in Città del Messico ed il suo campus ha un’estensione superiore ai 7.000 kmq ed accoglie più di 330.000 studenti, che possono frequentare i corsi al simbolico prezzo di 1 € l’anno. Per motivi gestionali, legati anche all’ autonomia legislativa di cui gode, l’università è totalmente perimetrata da un muro valicabile solo negli ingressi controllati dal servizio di sicurezza dell’UNAM. A causa dello sprawl urbano, l’università, che era stata fondata in un parte di città non ancora edificata, è circondata da insediamenti molto differenti tra loro. Questo fenomeno è la conseguenza della disparità tra ricchi e poveri ed ha portato al frazionamento della città al suo interno, nonostante le sue parti vivano in stretta dipendenza l’una con l’altra. Il muro, che perimetra l’università, accentua le differenze tra gli abitanti: quelli più ricchi si sono auto-ghettizzati, non

Ipotesi E FINALITà di intervento sul limite DI Marco di FLavio lorenzo carrubba DARIO RICCI lUCA BAMBINA SANDRA PAOLA RICCI avendo il desiderio di relazionarsi con l’università e con le zone più povere; quest'ultime sono riuscite a trarre beneficio dalla vicinanza con l’UNAM solo in alcuni punti, offrendo servizi primari ai flussi di persone che vi transitano ogni giorno. La paura che c’è il relazionarsi con queste realtà sociali, spesso pericolose, e l’insufficienza di standard urbanistici negli agglomerati urbani, impediscano un clima di scambio e condivisione. Tuttavia queste realtà hanno trovato in questa dimensione il proprio equilibrio, essendosi creati addirittura delle situazioni ritenute da loro vantaggiose. In una metropoli con decine di milioni di abitanti e divari sociali ampissimi, per molte persone che vivono in situazioni illegali, precarie e insalubri, è difficile senza un intervento esterno riuscire a migliorare la loro vita soli. E’ necessario, quindi, intervenire con risorse materiali e umane al fine di collaborare con la comunità per migliorarla, ma è anche necessaria una riscoperta della città come luogo di confronto, di scambio e di opportunità.


La nostra idea di progetto prevede di effettuare degli interventi su grande e piccola scala di forte impatto. L’obiettivo è creare una rottura nella percezione della realtà quotidiana, al fine di superare i limiti urbani e avviare un processo di continuo e costante miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo in relazione alla reale limitatezza delle risorse. Per superare tali limiti riteniamo sia necessario per prima cosa avere la consapevolezza della propria importanza come cittadino in un contesto unico e particolare, poiché attraverso questa si può fornire il “materiale grezzo” a partire dal quale si possono sviluppare delle idee soggettive circa le opportunità e le responsabilità in quanto abitanti di una città, che è in relazione con altre, come le parti della stessa sono in relazione tra loro. E’ importante fornire alle persone la conoscenza e il desiderio di migliorare la propria condizione, prima che gli strumenti. Un esempio di intervento su grande scala è la serie televisiva “I love Paraisopolis”, che narra le vicende di un gruppo di ragazzi di una favela a San Paolo. Attraverso un efficiente strumento di comunicazione, è stato descritto un importante spaccato di realtà ignorate da migliaia di persone che ha però permesso agli abitanti della favela di identificarsi, ed acquistare consapevolezza dell’importanza che hanno nella città, pur vivendone ai margini. I restanti spettatori hanno conosciuto una parte della città in maniera più profonda, permettendogli di interiorizzarla e di sviluppare un senso di appartenenza. Pur non

risolvendo i problemi della favela ha reso consapevoli gli spettatori di alcune realtà che mostrano l’impellenza di un miglioramento delle condizioni di vita. Per quanto riguarda l'UNAM, abbiamo ipotizzato di intervenire sul muro con delle aperture poste a diversa altezza, che permetterebbero di vedere l'interno del campus mostrando gli ampi spazi, e rimanendo sempre visibile come luogo, raggiungibile, accessibile, che può fornire spazi, ma soprattutto un’istruzione. Anche gli universitari potranno vedere cosa c’è fuori, iniziando a rispecchiarsi e a sviluppare un senso di appartenenza per la realtà sconosciuta e ritenuta pericolosa che si trova oltre il muro. Le aperture saranno intervallate da degli specchi, che avranno prima la funzione di illudere di vedere oltre, mostrando invece il proprio lato, e a posteriori di confronto della propria condizione con quella oltre l'ostacolo. Crediamo che una totale consapevolezza della propria realtà potrebbe portare ad un “Governance naturale”, capace di creare fenomeni di autocontrollo e gestione, in armonia con le reali risorse a disposizione.

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LIM CU→CITTà DI CHIARA FERIOLI DAFNE GEORGOUDIS GIULIA LOSITO MARCO MODESTI ANDREA ROMANO SPOSATO CHIARA EGIDI “La capacità umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente, e meriterebbe uno studio approfondito. Si tratta di un prezioso lavorio di adattamento, in parte passivo e inconscio, e in parte attivo” Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947 La nostra analisi sulla Città Universitaria di Città del Messico è partita da una riflessione sul concetto di limite. Abbiamo ragionato considerandolo secondo vari aspetti e cercando di trarne quei caratteri positivi che, se potenziati, l’avrebbero potuto rendere un elemento di connessione tra l’interno e l’esterno, cercando di sfumare la sua connotazione di mero divisore. Per questo si parla non di eliminare il muro, ma lavorare su di esso, vedendolo quindi come potenziale punto d’incontro tra ciò che è dentro e ciò che è fuori, uno scenario dinamico e mutevole, su

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cui prendono vita diverse azioni: dai gesti puramente estetici agli elementi di design urbano, dalle azioni spontanee sul muro a quelle pensate per offrire servizi alla città limitrofa. Abbiamo dunque pensato al limite sotto diversi aspetti. Ad esempio iniziamo proponendo il muro come servizio bilaterale, ovvero moduli assemblabili posizionati da una parte e dall'altra del muro, così da costituire un ponte tra interno ed esterno, pensati per essere fruiti su entrambi i fronti, in modo diverso in base alle ore del giorno. O ancora come luogo di incontro: sedute, scivoli, panche e gradinate che modificano il perimetro esterno del muro vengono posizionate per dare luogo a piccole piazze oppure spazi pubblici di sosta e aggregazione, che tanto mancano alla città limitrofa.


Un'altra versione del limite lo mette in relazione con il verde urbano. Orti verticali e piate rampicanti che aggrediscono il muro ricoprono la sua superficie per dare respiro a ciò che sta intorno: salgono su di esso e sui volumi che gli si accostano, creando dei corridoi verdi e spazi di sfogo per un abitato oltre il limite della saturazione. Parlando di verde urbano e spazi pubblici gioca un ruolo molto importante l’illuminazione, soprattutto se la si pensa come strumento per la sicurezza urbana. In questo caso alcuni giochi di luce e proiezioni che animano il muro lo rendono un elemento “attrattivo” anche nelle ore serali; così la luce, e la sensazione di sicurezza ad essa legata, permette di tenere in vita le attività legate al muro anche dopo il calar del sole. Altre due visioni legate al muro arricchiscono questa ricerca e riprogettazione del limite. La prima è la comunicazione visiva. Per intendersi, si prevedono aperture lungo il muro, di diverse forme e dimensioni, e creano un contatto, se pur visivo, tra esterno ed interno, dando così l’illusione a un osservatore distante che in certi punti questa divisione non esista.

La seconda invece vede il limite come espressione di creatività: attività pittoriche e murales, magari realizzati dagli stessi studenti dell’università o dagli abitanti del quartiere Santo Domingo, colorano il muro rendendolo un elemento più allegro, attrattivo e pubblico, facendo sentire chi partecipa alla decorazione autore egli stesso della qualità di questo spazio, restituito alla città. In un’ottica più utopistica abbiamo infine pensato al limite come parco sopraelevato, con l’idea di ricoprire di verde lo snodo di interscambio in coincidenza della stazione degli autobus, a cui corrisponde uno dei pochi punti di collegamento tra interno ed esterno. In questo modo “portiamo fuori” il verde che sta all’interno del muro, così che almeno una parte di esso possa rimanere fruibile anche quando i cancelli sono chiusi. Concludendo possiamo dire che il nostro intento principale è stato dunque quello di cercare di attenuare la netta divisione che il muro crea, provando a trasformare la sua percezione da elemento statico a spazio vivo, occasione di integrazione tra le aree confinanti.

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RE-ACTION WALL DI GIULIANA LISCIO MICHELA GESSANI ADELE RICCI FRANCESCA FORLIN GIULIA CAVICCHI VALENTINA GIANICULI

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Partendo dal presupposto che il muro al limite della Ciudad Universitaria (CU) è una realtà fisica, che esiste e che delimita due aree della stessa città, l’analisi inevitabilmente breve che il nostro gruppo ha potuto svolgere in poco più di tre giorni si è concentrata sul significato di questo muro, separando l’accezione di limite fisico, amministrativo e funzionale, da quella di limite sociale. Come limite, esso genera due realtà ben distinte; in questo caso la percezione reciproca tra le due parti è davvero scarsa. Difficilmente una città conosce l’altra, e tanto meno se ne interessa. Con questo ragionamento non si vuole però giudicare per forza questa dinamica urbana e sociale come sbagliata: dalle nostre analisi lo abbiamo preso come uno stato di fatto dal quale partire per i nostri ragionamenti successivi. Quali sono dunque queste realtà così diverse e contrapposte? Definiamo come interna quella dentro la CU mentre come esterna quella nel Barrio di Santo Domingo.


L’area interna è descrivibile come un condensatore sociale, una realtà costituita da una popolazione virtuale (di “city users”), ovvero di studenti e lavoratori che transitano e generano vitalità all’interno dell’area delimitata dal muro. Al contrario, quella esterna è caratterizzata da una popolazione varia e di diversa estrazione sociale. Il muro quindi può rappresentare sia una barriera fisica che una barriera psicologica per questi abitanti, i quali si trovano del tutto separati da un mondo per loro più inaccessibile dal punto di vista economico che da quello urbano. Il muro è un limite sociale, fisico e psicologico. Questa è la percezione esterna, in quanto l’ignoto e la curiosità vengono generati a partire dal desiderio di percepire cosa c’è dall’altra parte della barriera. Individuando quindi tutte le classi sociali presenti, ovvero in un

tessuto urbano ormai consolidato e denso rispetto alla CU, ci siamo interrogati sulle loro richieste ed esigenze: ad esempio la necessità di spazi pubblici o ancora il bisogno di migliori collegamenti (le mappe cognitive danno una risposta a questi interrogativi, rivolgendosi direttamente agli interlocutori). In una prima fase abbiamo considerato la possibilità di eliminare il muro, rendendoci conto però che tale soluzione non risulta essere la migliore, in quanto la barriera è ormai radicata nella vita degli abitanti senza quasi essere percepita come un corpo estraneo o ingiusto. Da qui la proposta di RIATTIVARE il muro con azioni di intervento puntuale in risposta alle necessità specifiche. Piccole proposte operative e non invasive potrebbero dunque essere quelle di colorare il muro, ridandogli vita e trasformandolo in punto di interesse, renderlo in alcuni punti più permeabile con filari alberati, creare passeggiate sopraelevate che permettano di percepire ciò che avviene da entrambi i lati, intervenire con bucature ed aperture puntuali stimolando la curiosità e invitando ad entrare anche gli abitanti dei quartieri totalmente estranei alla vita della Ciudad Universitaria.

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muro come contatto DI SIMONE CARDULLO PAOLA CASELLI YU MA LORENZA VILLANI MICHELA CASSARINO

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“lìmite.” dal lat. LIMES - genit. LIMITIS - per LICMES - LIMICTIS - che propriamente significa via traversa, e indi [sentiero che fa da] confine, frontiera, da LIMUS per LICMUS obliquo, che tiene ad una rad. LIKo LIC-, che ha il senso di piegare, andar di traverso, ond’anche la voce Obliquo (v. Obliquo). Linea di confine fra terreni o territori contigui e vicini. I Romani dissero <<Limiti>> quelle pietre, che segnavano i confini, le quali erano sacre e non potevano rimuoversi senza delitto, essendo esse sotto la speciale protezione di una divinità pur essa detta Limite o Termine. Deriv. Limitàre; cfr. Limìtrofo. Nel lavorare sul muro che funge da divisione (ma al tempo stesso potrebbe connettere) l’università UNAM con i quartieri limitrofi, il gruppo si propone di ragionare sulle premesse secondo le quali è opportuno fondare l’intervento urbanistico e/o architettonico. Ci si propone di definire il possibile intervento attraverso quattro fasi di


riflessione. SUL LIMITE Comprensione dello stato di fatto: prendere coscienza della presenza dell’elemento, del muro, delle sue dimensioni, delle sue caratteristiche, considerarlo. Quali sono i possibili interventi? Abbattere? Rafforzare? Interrogarsi. È opportuno considerare che agire su questo elemento, in un modo o in un altro, comporta comunque delle modificazioni importanti, non solamente dal punto di vista urbano. L’alterazione del muro comporta un innesto di relazioni, di nuove dinamiche tra soggetti differenti. Cosa significa mettere in contatto? Come capire se è effettivamente nell’interesse dei soggetti che questo contatto avvenga? AZIONE L’intento è quello di provare a far scaturire tra i soggetti, attraverso un intervento a carattere temporaneo che preceda la permanente modificazione del bordo, nuove dinamiche di relazione. L’allestimento temporaneo, che permetterebbe di mettere in connessione le diverse realtà urbane, potrebbe essere uno strumento utile per capire se è necessaria un’azione, e in caso quali possano essere i punti su cui si può intervenire. L’ALLESTIMENTO Il filo spinato, da simbolo della divisione tra l’università e il suo intorno si trasforma in elemento che, inserendosi nella città, crea nuovi percorsi e nuovi modi di percepire e rapportarsi con il limite.

Le REAZIONI della città decreteranno le modalità e la necessità dell’intervento. Più che una soluzione architettonica si vuole ragionare sul perché intervenire, ponendo delle questioni piuttosto che dando delle risposte. L’architettura modifica lo spazio e la maniera nella quale questo viene vissuto, ma oltre al mero inserimento di funzioni è fondamentale comprendere cosa e come queste funzioni andranno a modificare le relazioni tra le differenti realtà cittadine.

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BARRIO SAN JORGE, POSADAS DI MARIA PONE

Nel mondo contemporaneo il concetto di limite urbano deve essere rimesso seriamente in discussione. I confini delle città oggi sono sbiaditi, le frontiere sono zone di opacità, sempre mobili, indefinite: il concetto stesso di città, come organismo concluso, è messo continuamente in discussione tanto da poter arrivare a dire che che “le città non esistono, esistono solo delle diverse forme di vita urbana”. Questo può voler dire che le separazioni fisiche, sociali, culturali, che hanno storicamente separato l’urbano dal non-urbano, sembrano essersi spostate e che non si trovino più sul “bordo” della città, ma al suo interno. Uno di questi limiti, tra i più discussi, è quello che divide la città formale dalla città informale. Ma come si individua questo confine? Ha ancora senso tentare di costruire una lettura dei tanto complessi fenomeni urbani che parta da questa prospettiva di dualità così netta e chiara? Questi e altri le domande e i temi sollevati durante l’intensa quattro giorni del workshop LIMITI URBANI tenutasi nelle aule della Facoltà di Architettura di Ferrara in un gelido novembre.

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Il workshop si divideva in due parti fondamentali: un ciclo di talk e conferenze, tenute da ospiti provenienti da varie parti del mondo, e da una parte laboratoriale che proponeva 2 esperienze: la prima aveva come tema un progetto per l’UNAM (l’Università Autonoma del Messico) a Città del Messico; la seconda invece si incentrava su Posadas, la capitale della provincia di Misiones, nel corno orientale dell’Argentina e, in particolare, sul Barrio San Jorge, uno dei primi nuclei informali sviluppatisi attorno al centro della città. A proporre il tema e guidare i partecipanti nel laboratorio su


Posadas alcuni esponenti della Onlus Architetti Senza Frontiere Veneto che dal 2012 opera sul campo affiancando l’associazione Jardin de los Niños in collaborazione con l’Università IUAV di Venezia. Il Barrio San Jorge sorge su una vecchia discarica di vetro. Il luogo è stato scelto dalle popolazioni rurali che arrivavano in città in cerca di un nuovo benessere, proprio perché “poco appetibile” nonostante la sua vicinanza al centro urbano, quindi particolarmete adatto all’occupazione. Nel corso degli anni la discarica è stata sotterrata e, lentamente, abitazioni di vario genere sono sorte e si sono sviluppate, trasformandosi talvolta da semplici baracche in case in muratura. Attraverso fondi provenienti da associazioni umanitarie e (solo a volte) dalle istituzioni pubbliche locali, il barrio è cresciuto ed ha conosciuto alcune forme di riconoscimento. Attraverso un programma chiamato “Sistema de ayuda mutua y esfuerzo” proprio il lavoro portato avanti ha coniugato gli aiuti economici provenienti dall’esterno agli sforzi ed al lavoro degli abitanti del quartiere. Il lavoro collettivo ed individuale speso nella costruzione della propria casa e della casa degli altri, ma anche nella cura degli spazi pubblici, ha contribuito ad aumentare il senso di comunità e di appartenenza al luogo.

Dall’altra parte solo alcune delle strade e delle case del Barrio sono segnate sulle mappe istituzionali, l’insediamento resta, nel suo complesso, informale e quindi non riconosciuto. Tutti gli interventi e gli aiuti esterni da una parte aiutano lo sviluppo del quartiere e ampliano lo spettro delle possibilità di azione, dall’altra concorrono a creare rapporti di subordinazione nei confronti degli enti esterni coinvolti, ma anche rapporti competitivi tra gli abitanti stessi; il mutuo appoggio si trasforma facilmente in chiusura e diffidenza. È un lavoro delicato e complesso quello portato avanti dalla associazione Jardin de los Niños e, lungi dall’aver risolto le criticità che un ambiente come questo pone, ancora pienamente in corso d’opera.

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Per il workshop si propone ai vari gruppi di studenti di sviluppare un nuovo progetto di cooperazione internazionale, che si relazioni con le attività già intraprese dalle associazioni, ma che sia innovativo. I temi su cui i ragazzi di Architetti Senza Frontiere hanno consigliato di lavorare sono stati: - Abitare: se è vero che negli ultimi anni si è molto agito sull’upgrade delle case del barrio, è pur vero che ancora molto è il lavoro da fare. Zone intere, soprattutto quelle più vicine al fiume, sono ancora piene di abitazioni che non hanno i parametri di sicurezza e salubrità auspicabili. D’altra parte anche le case costruite sono molto piccole e sovraffolate visto il budget a disposizione (abitazioni per famiglie che arrivano ad avere 10 componenti di 6mx6m). Una delle vie possibili, quindi, sarebbe stata quella di immaginare nuove forme di abitazioni a basso costo, autocostruibili e flessibili.

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- Lavoro: allo stato attuale nel barrio la questione del lavoro è molto critica. Soprattutto per quanto riguarda gli uomini (le donne prevalentemente si occupano dei bambini ma sono anche quelle che maggiormente organizzano piccole attività commerciali, anche queste informali, che sviluppano dentro casa: dalla produzione di pane e pasta a piccoli lavori sartoriali, ecc.). Esiste al momento una cooperativa di lavoro San Jorge che si occupa prevalentemente di falegnameria (vedi San Giorgio Amoblamientos su facebook) ma solo pochi abitanti ne fanno parte e se ne occupano. La maggior parte degli abitanti del quartiere è disoccupata e vive di sussidi. - Infrastrutture: su tutto ciò che riguarda gli interventi di infrastrutturazione il lavoro è ancora molto indietro. Bisognerebbe intervenire e implementare la rete fognaria, l’illuminazione stradale, le pavimentazioni. Ci sono grandi problemi inoltre con la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Per quanto riguarda gli spazi pubblici attrezzati, esiste un asilo, dei campi sportivi ed un centro sociale, sede di quasi tutte le attività pubbliche organizzate dagli abitanti e da Jardin. Ma anche questi risultano assolutamente non sufficienti per la comunità.


- Mobilità, accessibilità: in continuità con il discorso delle infrastrutture, la conformazione delle strade interne al barrio non consente nessuna forma di mobilità che non sia a piedi. Per quanto riguarda il collegamento con la città è quasi del tutto inesistente, come praticamente inesistenti sono i rapporti che intercorrono tra il quartiere e il resto di Posadas. Un solo bus colectivo va a San Jorge ogni giorno, e con immensa difficoltà. - Sicurezza: il problema della sicurezza si divide in due ambiti: il primo riguarda lo spazio pubblico in cui si verificano spesso fenomeni di violenza e bullismo, il secondo l’ambiente domestico: l’estrema povertà, la frustrazione dell’uomo (il suo sentirsi incapace di sostenere la famiglia economicamente) e una forte tendenza machista sono le cause delle tanto frequenti violenze da parte degli uomini sulle donne nelle case del barrio.

A partire da queste riflessioni e questi suggerimenti i vari gruppi si sono cimentati in cinque progetti diversi, nonostante la difficoltà di relazionarsi con una realtà così complessa e distante che, seppur ben raccontata, resta comunque sconosciuta. Ognuno ha però intuito quanto sia delicato proporre attività e progetti all’interno di una comunità come questa, quanto facilmente si ricada in un puro atteggiamento assistenzialista che, pur avendo effetti positivi nell’immediato (aiuto economico a chi è in difficoltà, sostegno esterno per problematiche sociali ecc), genera a lungo andare conseguenze anche catastrofiche (vedi dipendenza totale da fondi internazionali, incapacità di gestire autonomamente la vita del barrio, disinteresse ad un’autonomia economica delle famiglie, e via dicendo). Tutti si sono mossi, con gli strumenti tipici utilizzati per la stesura dei progetti di cooperazione, nel tentativo di immaginare proposte di sviluppo che utilizzino le risorse e le caratteristiche del luogo (quelle materiali come quelle immateriali) e che, soprattuto, aiutino a creare i presupposti per una autonomizzazione e autodeterminazione degli abitanti di San Jorge.

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Quello che ne viene fuori è Redes. Redes è l’insieme dei cinque progetti sviluppati dai singoli gruppi: 1- COOPERATIVA MOJADO: prevede la nascita di un’attività che si occupi di produzione di compost, tenendo insieme il problema dei rifiuti con quello della creazione di nuove occasioni di lavoro. 2- ORTI-ZZONTI GIOVANILI: attraverso la formazione e l’educazione alimentare propone di promuovere una nuova filiera economica agroalimentare, sfruttando i vicini campi di Bonpland per la creazione di orti urbani, i cui prodotti vengano utilizzati in parte nella mensa del barrio (in modo da limitare la dipendenza alimentare dagli aiuti dalle Nazioni Unite), in parte venduti al mercato locale e a quello cittadino. 3- NUTRI-MENTE: sulla stessa falsariga del progetto precedente, si concentra fortemente sulla questione educativa, con l’idea di sfruttare il centro sociale e una vecchia serra in disuso per la creazione di orti didattici (con il supporto della cooperativa di falegnameria) in cui coinvolgere le giovani mamme e i bambini sfruttando i contributi di nutrizionisti dell’Università di Posadas che già da tempo promuovono attività a San Jorge.

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4- TRABAJORGE: propone la costituzione di una nuova coperativa di lavoro formata dalle donne del barrio. Attraverso il coinvolgimento di un collettivo di donne, Progen, già attive nel quartiere, mettere in comunicazione le piccole attività economiche esistenti, favorire la creazione di nuove attività, e la nascita di nuovi spazi di incontro e racconto, tramite l’attivazione di babysitteraggi collettivi ed educativi,

con lo scopo da una parte di favorire l’autodeterminazione delle donne, dall’altra di facilitarne l’autonomia economica. 5- REDES: il progetto propone lo sviluppo di un Brand del quartiere San Jorge, tramite lo sviluppo di un’economia locale circolare basata su un sistema di Network, con l’obiettivo finale di mettere in comunicazione i prodotti del barrio con il mercato della città, senza che questo perda la sua autonomia ed identità. Attraverso una mappatura delle attività economiche redditizie già esistenti, la loro messa in rete, l’invenzione di nuovi sistemi di pubblicizzazione dei prodotti del


barrio arrivare all’esportazione dei prodotti ed alla integrazione con il resto di Posadas A lavori ultimati sembra evidente che questo ultimo progetto possa tenere insieme tutti gli altri. Sfruttando quindi le risorse esistenti – dal centro sociale al collettivo femminile Progen, dai campi di Bonplan alla cooperativa di falegnameria, partendo naturalmente dalla presenza dell’associazione Jardin – favorire in tutti i modi lo sviluppo di attività economiche autonome ed indipendenti che, pur partendo da un’iniezione di fondi esterna, giunga alla emancipazione del quartiere tramite la messa in rete, la crescita delle relazioni tra gli attori e la valorizzazione delle tante forze e capacità che gli abitanti sono in grado di mettere in campo. Quindi ecco come la nuova coperativa di donne potrebbe occuparsi di formazione, tanto alimentare quanto micro-imprenditoriale, sfruttando gli orti didattici, così da creare le competenze per gestire autonomamente il lavoro sui campi di Bonplan. I prodotti agricoli che ne derivano potrebbero essere sfruttati sia per la sopravvivenza alimentare del quartiere (dagli scarti della quale partirebbe tutta la produzione del compost, sempre a marchio San Jorge!) che per lo sviluppo delle attività di trasformazione degli alimenti, tornando alle attività della coperativa di donne. Da ognuna di queste fasi si otterrebbero “prodotti” inseribili nel libero mercato. Tutto questo in un percorso che parte e che è inizialmente rivolto

all’interno del barrio, ma che ha come obiettivo finale quello di aprire le porte del quartiere alla città e le porte della città al quartiere. Ognuno dei partecipanti al laboratorio ha sperimentato quanto possa essere difficile proiettarsi dall’altra parte del mondo e, dall’alto della propria cultura occidentale, dire: “si fa così”. Tutti hanno messo in discussione mille volte ogni pensiero formulato o parola pronunciata, perché hanno aperto bene le orecchie per ascoltare chi ha vissuto lì per anni, chi ha studiato e riflettuto sulle questioni che emergono in queste che (noi occidentali) chiamiamo zone critiche. Non ci sono conclusioni, non ci sono ricette pronte per trovare soluzioni ai problemi di enorme complessità che sono stati sollevati in quei quattro giorni, per quante analisi S.W.O.T si possano fare. È stato certamente utile, tuttavia, “mettere in pratica”, anche solo come esercizio, alcune delle tanto delicate questioni discusse durante i seminari, immergersi in quei mondi, ascoltando storie e racconti. È stato un po’ come passeggiare tra le vie del barrio e provare ad immaginarsi lì, con quelle persone a discutere di come rendere migliori le nostre vite, imparando anche (e forse soprattutto) a mettere in discussione le nostre certezze.

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ARGENTINA

NUTRIMENTE DI GIULIA MARONI MATILDE MOZZI VERONICA LEUENBERGER MARIA CHIARA CARASSITI PIERFRANCESCO BIAGIOLA

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Lo scopo del laboratorio Argentina all’interno del Workshop Limiti urbani non era quello di arrivare esclusivamente alla formulazione di un progetto fisico e dettagliato, bensì di proporre una strategia di riattivazione economica del quartiere San Jorge, seguendo il motto: “se non è successo facciamolo accadere”. Quindi inizialmente, esortati ad essere curiosi, analizzare, comprendere e immedesimarci nello stato di fatto del quartiere, nelle abitudini e nelle relazioni che attualmente lo caratterizzano, abbiamo cominciato ad immaginare come intervenire per migliorare la situazione. Ciò che maggiormente ha colpito la sensibilità del gruppo fin dall’inizio è stata la difficile condizione delle madri. Il quartiere si contraddistingue infatti per la presenza di numerose ragazze-madri spesso ripudiate dalla famiglia di origine e abbandonate dal partner e dunque costrette fin dalla giovane età a provvedere a se stesse e ai figli. Fortunatamente l’associazione Jardin de los ninos ha già provveduto alla realizzazione di una struttura di accoglienza per queste ragazze: el Hogar, molto apprezzata e utilizzata. La nostra proposta consiste nell’ ampliamento di questo servizio tramite l’avviamento di

un Laboratorio di Educazione Alimentare, strutturato in 2 step. Nella prima fase si intende educare le neo-mamme ad una sana alimentazione mediante il contributo di volontari del Jardin e nutrizionisti provenienti dal vicino consultorio di Posadas. L’apprendimento si struttura di una parte teorica, nozioni per una buona alimentazione, e da una pratica tramite laboratori culinari e agricoltura didattica da svolgersi negli orti già presenti nell’Hogar e nelle vecchie serre rivitalizzate che si presentano ormai in disuso. In tal modo si sfrutta il periodo medio di permanenza delle ragazze nella struttura (6-12 mesi) per formare una classe di madri consapevoli delle basilari regole alimentari e in grado di trasmetterle. Terminata questa prima fase di Coordinamento, ovvero di informazione reciproca, si passa ad una di Cooperazione tra i soggetti in cui si propone l’applicazione pratica degli insegnamenti ricevuti nel quartiere stesso, sfruttando gli


spazi aperti o semi-aperti del Centro Sociale e la realizzazione di vasche per l’agricoltura didattica. Si crea così un riciclo delle ragazze, che hanno acquisito nella prima fase nuove competenze in campo alimentare, associate ai falegnami di quartiere e gli abitanti stessi, costituendo un vero e proprio Laboratorio di Educazione Alimentare del Quartiere. L’analisi S.W.O.T. ha fortemente determinato la valutazione del progetto. Da quest’ analisi sono emersi come punti di forza: - la fattibilità immediata del progetto, vista la presenza già in loco di spazi e attrezzature necessarie; - la scarsità di risorse economiche richieste per la sua attuazione. Sussistono però punti di debolezza tra cui lo scarso interesse da parte delle madri più giovani, che saranno quindi da stimolare con più dedizione; la difficoltà delle ragazze ad adattarsi all’ambiente esterno; la scarsa disponibilità di terra coltivabile. Esiste una possibilità remota che la mancanza di spirito collaborativo e identitario tra gli abitanti minacci la buona riuscita di questo progetto, ma al contempo la sua realizzazione offrirebbe l’opportunità a molte madri di poter ampliare la loro offerta lavorativa, inoltre aprirebbe la prospettiva in un futuro prossimo alla creazione di orti domestici per ogni famiglia del quartiere.

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ORTI-ZZONTI GIOVANILI DI CATERINA DALL'OLIO MARGHERITA PAGLIANI LISA ZANIN LETIZIA SONCINI EDOARDO PETRACCONE

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Partendo dall’osservazione delle principali problematiche di San Jorge, Orti-zzonti cerca di appoggiarsi ad istituzioni ed operatori esistenti per avviare un progetto che abbia come scopo l’aumentare di posti di lavoro per la popolazione maschile del barrio, aggiungere una nuova offerta formativa per i giovani, creare una migliore consapevolezza alimentare ed una possibile fonte di entrate per permettere una maggior indipendenza economica. Il progetto si articola in due fasi principali. La prima prevede l’inserimento di un nuovo corso di formazione agraria all’interno dell’Istituto professionale di San Jorge, con la creazione di orti urbani per favorire l’apprendimento pratico. Il progetto prevede di recuperare parte del terriccio necessario dai vicini campi nella campagna di Bonpland e dai rifiuti organici della mensa del barrio. La seconda fase del progetto prevede invece il collocamento degli studenti formanti nei campi di Bonpland, fornendo un servizio di trasporto giornaliero ed aumentando così la quantità di frutta e verdura prodotta. Gli orti urbani ed i campi di Bonpland andrebbero a rifornire la mensa comunitaria ed una nuova filiare alimentare, sfruttando inoltre l’eventuale lavorazione degli alimenti da parte delle donne, per la vendita dei prodotti al mercato di Posadas. Questo favorirebbe un


potenziale aumento di indipendenza da parte dei finanziamenti esterni. Il gruppo ha cercato di analizzare la fattibilità del progetto analizzando le risorse iniziali che servirebbero per il suo avviamento, ed i rischi e opportunità che potrebbero venirsi a creare. Sono stati individuati alcune risorse necessarie per dar vita a questa iniziativa: il reclutamento di insegnanti formati in ambito agrario; l’acquisto di terriccio e di strumentazione per gli orti urbani; la creazione di pozzi per l’estrazione di acqua all’interno del barrio; la creazione di una nuova linea di trasporto per collegare San Jorge con Bonpland. I costi elevati per reperire queste risorse, l’esclusione di parte della popolazione del barrio e la mancanza di risultati immediati potrebbero essere un ostacolo iniziale all’accettazione del progetto. Tuttavia, vi sono anche molte risorse già presenti che favorirebbero il successo del progetto proposto, come la presenza di giovani e di spazi liberi all’interno dell’istituto di San Jorge, l’aiuto di enti ed associazioni locali già strutturati ed il clima favorevole all’agricoltura. Il progetto darebbe la possibilità di creare nuove dinamiche sociali tra la campagna, la città di Posadas e San Jorge.

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REDESAN JORGE DI FEDERICA DI VENANZIO SERENA ANTONELLI RAIMONDO DE DONNO ALESSIA GREGORIO Lo scopo del Workshop era quello di arrivare alla formulazione di un’ipotesi di strategia per la riqualificazione del Barrio San Jorge, un quartiere informale situato in Argentina nella provincia di Posadas, nato ai margini della città su una discarica di vetro e caratterizzato da una forte povertà. Attraverso foto e racconti di esperienze personali sull’area d’intervento, sono chiaramente emersi le difficili condizioni di vita e l’isolamento degli abitanti del Barrio che, nonostante la posizione molto ambita per la vicinanza alla città formale, non è percepito come un suo pezzo. Nell’area sono già state avviate diverse iniziative da parte dell’associazione Jardin de los niños, tutt’oggi molto presente sul

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territorio, che hanno contribuito al miglioramento delle condizioni di vita. In particolare alcune di queste iniziative riguardano lo sviluppo locale basato sull’imprenditoria sostenuta dal micro credito e l’organizzazione del lavoro in forma cooperativa. E’ nata così l’idea di attuare una vera e propria strategia di marketing in grado di favorire lo sviluppo di un’economia locale interna al Barrio e di promuoverla nella città di Posadas, in modo da creare in futuro una sinergia tra il quartiere informale e la città formale. La strategia si sviluppa in più fasi: in un primo momento si effettua una mappatura delle attività economiche redditizie esistenti all’interno del Barrio in maniera da mettere in relazione i vari imprenditori e avviare la creazione di un vero e proprio network in grado di favorire lo sviluppo delle imprese stesse tramite skill-sharing e la creazione di


un brand. In una seconda fase il brand verrà promosso ed esportato al di fuori del Barrio, nella città formale, attraverso attività come la partecipazione al mercato cittadino di Posadas. Si punta così a creare un rapporto di interconnessione e scambio tra le imprese locali, sia nella città di Posadas sia all’interno del Barrio stesso. In ultimo è stata fatta un’analisi S.W.O.T, in maniera da valutare il grado di fattibilità del progetto. E’ stato individuato come punto di forza la minima necessità di fondi economici, in quanto vengono sfruttati i programmi di micro credito già esistenti per favorire lo sviluppo di nuove attività, mentre una possibile debolezza del progetto è l’incertezza sulla reattività degli imprenditori e sull’adesione di essi al programma.

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TRABAJORGE DI NICCOLò DAL FARRA Francesca Melissano Maria Pone Marianna Sgarbanti

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La proposta del workshop LIMITI URBANI aveva come oggetto il quartiere di S. Jorge, nella città argentina di Posadas, caratterizzato da una situazione sociale ed economica difficile ed estremamente complessa. Scopo del workshop è quindi stato quello di ragionare sui diversi aspetti della vita del Barrio per individuare e sintetizzare i problemi ed individuare delle reali o possibili risorse, al fine di proporre delle azioni strategiche volte al miglioramento delle condizioni. Il nostro gruppo è stato da subito molto sensibile al tema della violenza sulle donne, la quale viene esercitata soprattutto in ambito domestico. Dall’analisi approfondita di questo problema, si è appreso che le donne impegnate in attività lavorative sono più indipendenti dagli uomini e per questo meno soggette a violenza rispetto alle altre. Si è optato quindi per l’istituzione di una cooperativa di lavoro femminile, basandosi sulle opportunità già presenti nel Barrio. Tale cooperativa potrebbe essere la naturale evoluzione dell’associazione “Progen”, impegnata attualmente nella sola attività di sensibilizzazione sul problema della violenza. Attraverso un finanziamento iniziale, questa potrebbe proporre dei corsi di formazione gestionale per le donne interessate allo sviluppo di un’ attività produttiva. In tal modo le realtà lavorative già


presenti potrebbero potenziarsi e l’incremento produttivo consentirebbe la vendita dei beni (per lo più artigianato e prodotti agricoli) anche al di fuori della comunità. Il profitto così ottenuto potrebbe consentire alla cooperativa di continuare il processo di formazione professionale e di investire sulla produzione, in modo da sostenere una crescita costante. Da questa dinamica il ruolo della donna risulterebbe rafforzato, poiché parte di un gruppo attivo e basato su interessi comuni, e attraverso il lavoro stesso in appositi spazi esterni all’ abitazione, si ridurrebbero le occasioni di violenza domestica. L’autodeterminazione femminile consentirebbe quindi la riduzione di questa tensione sociale, ed un valido sostegno sul quale poter basare lo sviluppo collettivo del Barrio.

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DA RIFIUTO A RISORSA: LA PROPOSTA DELLA COOPERATIVA MOJADO DI MARTNA GERMANà FRANCESCA BINA LEONARDO CANNIZZO GIOVANNA MARINO SARA DORIGUZZI

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Il quartiere San Jorge di Posadas era un ex discarica, di conseguenza il suo terreno oggi è completamente improduttivo ed oltretutto inquinato. Inoltre, all’interno del barrio, si produce un’enorme quantità di rifiuto umido, sia legato alla dimensione domestica sia soprattutto alle mense comuni, che si accumula per strada, tra le case, generando pessime condizioni igieniche. E’ per questo che il nostro gruppo ha pensato di proporre un progetto che sensibilizzi gli abitanti di San Jorge sulla pratica del compostaggio che, oltre a ridurre l’accumulo dei rifiuti, produrrebbe nuova terra fertile a costo zero. In primo luogo quest’ultima potrebbe dar vita a nuove attività produttive all’interno del barrio stesso, in secondo luogo comporterebbe dei guadagni ricavati dalla vendita della terra all’esterno del barrio. Infine il fatto di aprirsi verso Posadas attraverso questa nuova attività costituirebbe un tassello in più nel percorso di integrazione tra città formale e città informale. La nuova attività necessiterà anche di personale addetto alla sua gestione, generando quindi nuovi posti di lavoro per gli abitanti disoccupati. Nello specifico il sistema prevede l’installazione di strutture mobili vicino ai luoghi di maggiore affluenza, in modo tale che gli abitati non sarebbero costretti a recarsi in un’apposita zona lontana da tutti gli altri servizi, ma anzi combinerebbero le loro abituali attività con questa nuova buona pratica. Sicuramente sarà necessario avviare inizialmente una fase di sensibilizzazione, che attraverso lezioni rivolte ad adulti e bambini, faccia capire la potenzialità dei rifiuti che ai loro occhi costituiscono solo un forte disagio. Questa prima fase che Jardin de Los Ninos, associazione attiva da anni

nel barrio, potrebbe portare avanti in prima persona, sarebbe utile fosse condivisa anche con l’ente statale che si occupa della raccolta dei rifiuti. Il rischio, infatti, potrebbe essere che lo Stato, riconoscendo l’autonomia del barrio per quanto riguarda lo smaltimento del rifiuto organico, lo trascurasse ancor più di quanto non lo faccia ora. Pensiamo che sia fondamentale a livello globale, e a maggior ragione a San Jorge, capire che i rifiuti costituiscono una nuova importantissima ed inesauribile risorsa.

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WORKSHOP

ROMANI A FERRARA DI MARCO DI FLAVIO E LORENZO CARRUBBA

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Dopo un’interminabile intercity da Roma arriviamo alla stazione di Ferrara, poco fuori le mura cittadine, e lì abbiamo trovato alcuni ragazzi, partecipanti al workshop e non, che con estrema disponibilità e simpatia ci hanno accompagnato per la città, evitando di farci perdere per le desolate viuzze ferraresi. Scortati fino ai nostri alloggi, abbiamo iniziato la conoscenza dei studenti d’ architettura di Ferrara; molti di loro sono fuori sede, per questo hanno potuto mettere a disposizione dei posti letto in modo da farci pernottare senza spese. I nostri futuri coinquilini, come nelle migliori famiglie, ci attendevano per la cena. Nelle case il cibo iniziava a far unire le persone: chi da Roma era giunto con forme di pecorino e guanciale o con coppiette e vino dei castelli, ha subito potuto dare un piccolo ringraziamento per il caloroso benvenuto. Da subito è emerso lo spirito di convivialità ed è stato mantenuto alto per tutta la durata del workshop, facilitando non solo il soggiorno e la conoscenza, ma anche rompendo il timore di instaurare un dibattito sui temi

nelle giornate successive. Subito terminata la cena, con grande senso di dovere abbiamo superato la stanchezza del viaggio, e siamo usciti per i pochi ma validi locali ferraresi, arrovellandoci per bere, stemperando la mentalità nordica con il calore del contatto romano. Venendo da una grande città ci siamo da subito innamorati della piccola realtà ferrarese, che ci è apparsa come un piccolo borgo medievale, che sembra non curarsi della frenesia del mondo; giunti a questo punto eravamo molto curiosi di vedere che sorprese ci avrebbe rivelato l’università, considerata la migliore in Italia per l’Architettura, e ancor di più che cosa avremmo


appreso durante le giornate di studio. Al mattino seguente alcuni dei nostri nuovi amici si sono dimostrati degli organizzatori formidabili, gestendo e ancora prima organizzando queste giornate di studio sul tema “Limiti Urbani”. Abbiamo scoperto che non è stato affatto facile per loro realizzare questo workshop; infatti non da subito hanno ricevuto l’aiuto e l’appoggio dell’università, che però si è ben disposta quando ha capito le ferme intenzioni dei ragazzi. Molto interessanti erano i temi di laboratorio sui quali abbiamo eseguito i nostri progetti; altrettanto piacevoli sono state le lezioni tenute da professori provenienti da tutto il

mondo, dal Brasile, dall’ Inghilterra ed ovviamente anche da professori italiani, in particolar modo di Ferrara. Abbiamo subito notato l’interesse da parte degli organizzatori e dei professori per i temi di dibattito, sia per la passione dietro tematiche urbanistiche e sociali sia per l’importanza che l’argomento ha oggi. Il clima che si respirava durante tutte le giornate di studio era davvero stimolante, ci ha fatto sentire non solo parte di una attività formativa e di dibattito, ma ci siamo sentiti un poco anche partecipi di una azione intenta ad un reale cambiamento. La determinazione dei ragazzi dell’organizzazione Universud è stata uno dei più grandi bagagli che ci siamo portati a casa, stimolandoci ad essere in prima persona i promotori delle nostre stesse attività formative, universitarie e non. Gli unici rimpianti delle giornate trascorse a Ferrara sono di non aver incontrato la tanta odiata (da loro) nebbia, che avrebbe reso più unico e suggestivo il nostro soggiorno e l’inesorabile ritorno al caos romano.

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FEEDBACKS @Federica Grazie! Grazie ragazzi per la splendida esperienza! Dicendolo fuori dai denti: Erano cinque anni che aspettavo di avere esperienze di questo livello di professionalità! Famo il bis @Niccolò Molto bravi, davvero grande iniziativa. Sarebbe interessante rinnovare ogni anno i temi, sempre restando sotto il macrotema delle città informali. Forse il tempo per i laboratori era un pò scarso per elaborare una proposta adeguata, ma è un problema che non credo si possa risolvere, a meno di non ripetere il workshop in un periodo di vacanze. Temi estremamente interessanti, conferenzieri che sapevano bene ciò di cui parlavano,soprattutto quelli che parlavano per esperienza diretta sul campo. Bella anche l’ idea del film per staccare un po pur non staccando. Bravi. @Matilde Bel lavoro ragazzi, complimenti! L’unica cosa che mi viene in mente è magari prevedere per il prossimo evento un momento specifico di dibattito fra studenti e studenti su una tematica x proposta.. quando la discussione è “informale” escono sempre spunti interessanti! @Leonardo Non ho nessun consiglio in particolare da darvi: grazie a UNIVERSUD, ai relatori e docenti, agli studenti di Ferrara e ai partecipanti al workshop ho avuto il piacere di vivere questa fantastica esperienza. Forse avrei voluto passare più tempo in vostra compagnia, ma un workshop rimane sempre un workshop! @Raimondo Trovo che il lavoro che avete fatto per organizzare il workshop sia stato splendido. L’ unica cosa che penso è che , per la mole di argomenti trattati e di spunti, solo due giorni effettivi di lavoro anche se intensi siano stati un pò il contro-altare per quanto riguarda anche il tempo per metabolizzare tutte quelle informazioni.Sono consapevole anche che nei workshop di solito non si riesca a raggiungere che un massimo di pochi giorni per definire il progetto, ma se proprio devo trovare una piccola pecca, ecco si, mi sarebbe piaciuto molto andare più affondo nella scala del progetto. Per tutto il resto del lavoro siete stati fantastici , come già detto. Davvero complimenti!

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@Sara Riassumo in un unico commento: Nel complesso bella esperienza. Ho apprezzato molto alcune conferenze (in particolare Benedetta Fontana, Asf, la professoressa brasiliana e Camillo Boano). Molto pertinente il film scelto, fa


capire bene come è percepito il limite tra città-bene e quella informale. Unica cosa che mi è un po’ dispiaciuta è stata la scarsità di tempo per approfondire meglio il progetto e scendere un po’ più nei dettagli (architettonici) e nello studio di fattibilità, in quanto personalmente avevo già affrontato lo sviluppo di un’idea in modo simile in altri workshop, anche se questi non erano organizzati in una facoltà di architettura. Mi complimento per l’organizzazione delle attività e per l’accoglienza ai non ferraresi. Piccola osservazione: sarebbe stato a mio avviso più efficace iniziare le attività della mattina puntuali, così avremmo potuto avere una pausa pranzo per rilassarci ed essere più attivi cerebralmente per le attività del del pomeriggio, che erano interessanti e meritavano la dovuta attenzione. @Giuliana Anche se poco il tempo nei laboratori, i dibattiti e le discussioni accese durante tutte le conferenze sono stati uno più stimolante dell’altro! Universud numero uno! @anonymous Le conferenze sono state davvero ben organizzate, la loro eterogeneità è stata fonte di innumerevoli stimoli. Nonostante il tempo ridotto anche la parte di progetto ha fatto emergere tematiche interessanti. Credo comunque che l’aspetto più forte di questi quattro giorni siano state le discussioni tra specialisti e opinioni differenti, più che l’attività pratica, per forza di cose meno approfondita. Quindi forse la prossima volta se si dovesse riproporre la formula del workshop forse allungherei l’esperienza di qualche giorno. Sarebbe bello quando si affrontano temi di questo genere avere una visione olistica. Oltre agli architetti e i cooperanti sarebbe bello avere gli economisti i sociologi (ce n’ erano) politici, giuristi e così dicendo. Però molto bello sentire due professori della stessa materia che hanno idee totalmente opposte. @anonymous Ragazzi sono stati 4 giorni davvero interessanti e stimolanti!! è stato davvero bello partecipare!! @anonymous Personalmente ritengo che l’ evento sia stato organizzato in maniera adeguata, e molto professionale. Inoltre i contenuti del Workshop sono fortemente attuali e di rilevanza globale, i professori che sono intervenuti hanno dimostrato un forte attaccamento alla disciplina, al tema, e ci hanno fornito molti spunti di ragionamento assoluatamente innovativi. La maggior parte di questi pensieri sono molto lontani dal mondo accademico e formale al quale siamo abituati; ciò credo che in molti partecipanti abbia riacceso il desiderio di conoscenza, confronto e anche di rivincita su un sistema (universitario o sociale che sia) nel quale spesso tutti ci troviamo imbrigliati. Rivincita che speriamo si manifesti in un mutamento positivo e fertile. L’ attività di laboratorio è risultata troppo breve, ma come credo saebbe risultata anche con una o due mezze-giornate/giornate in più (siamo architetti in fondo). Tuttavia credo che senza un tentativo di riproporre le nozioni apprese nello studio, avremmo perso l’ opportunità di metabolizzare le informazioni. Che altro dire? COMPLIMENTI! Ora avete l’ OBBLIGO di mentere viva l’ UNIVERSUD, e continuare a lavorare duramente per stimolare tanti giovani annoiati e disillusi! C’è un sacco di gentre che ormai conta su di voi e spera di risentirvi presto! Bella a tutto lo staff

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“Le città oscure. Le mura di Samaris” di Benoît Peeters e François Schuiten.


proposte

la rete UNIVERSUD DI dario caruso Dopo il successo della prima iniziativa, nel Novembre 2015, è sicuramente cresciuta in noi la consapevolezza delle nostre capacità, oltre che quella sviluppatasi grazie al risultato ottenuto che è andato ben oltre le nostre più floride aspettative. Di questo devo rendere merito all’associazione, formata da un gruppo di persone coese, disponibili e abili nel proporre soluzioni che potessero sopperire a tutte quelle difficoltà organizzative di un workshop che comprendeva numerosi

Non scopro di certo nulla di nuovo se individuo nella rete di comunicazione e scambio di idee, tra partecipanti all’ultimo workshop e nuovi iscritti all’associazione, un’occasione da dover e poter sfruttare.

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relatori e partecipanti (molti provenienti da altre università). Sarebbe falsa modestia e limitativo parlare solamente di fortuna: il lavoro organizzativo e gestionale che si è sviluppato ancor prima dell’inaugurazione dell’evento è stato a dir poco

fondamentale oltre che la collaborazione seppur a volte difficoltosa con l’Università di Ferrara ed il corpo docenti del Dipartimento di Architettura. In merito a questo mi piace sottolineare come la comunicazione dell’evento tramite web, soprattutto riferita alla pubblicazione sulle pagine degli eventi di alcune Facoltà di Architettura italiane, si sia dimostrata una scelta azzeccata, oltre che l’interazione diretta con i partecipanti tramite i principali social network. In ultimo, ma di fondamentale importanza, si è dimostrata la creazione e l’organizzazione di una rete di persone (per la maggior parte studenti del Dipartimento ed iscritti al workshop residenti a Ferrara) disponibili ad ospitare gli stessi partecipanti provenienti da città diverse. Quest’ultima semplice e banale idea ha permesso, in maniera molto democratica e giusta, di equiparare gli studenti consentendo agli iscritti fuori sede di risparmiare sulle spese di alloggio, dovendo solo provvedere ai costi di viaggio fino a Ferrara. Inoltre ha permesso di creare e sviluppare una comunicazione tra gli studenti ben prima dell’inizio dell’evento, facendo nascere una fondamentale coesione tra i partecipanti dei futuri


gruppi di lavoro. Tutto questo per rimarcare come la considerazione di tutte le variabili presenti abbia trasformato i problemi in occasioni utili a rafforzare ulteriormente la struttura organizzativa del workshop. Questa lunga e forse noiosa premessa legata ad alcune delle fasi organizzative e gestionali è utile, a mio modo di vedere, a comprendere come possano porsi le basi per collaborazioni e partnerships per iniziative future. In particolare l’evento ha portato UNIVERSUD a fare delle importanti considerazioni, dovute anche alla bellissima partecipazione attiva e l’interesse riscontrato, soprattutto in merito alla comunicazione e alla diffusione di un’idea e di un

approccio come quello che si prefigge di creare la nostra associazione. Sono forse proprio la comunicazione e la diffusione tra le possibili vie di sviluppo per un’associazione da poco nata, ma che si pone l’obiettivo di continuare a lavorare e a sviluppare un proprio pensiero, oltre che una personalità ben definita di approccio alle criticità urbane. Non scopro di certo nulla di nuovo se individuo nella rete di comunicazione e scambio di idee, tra partecipanti all’ultimo workshop e nuovi iscritti all’associazione, un’occasione da dover e poter sfruttare. La rete, se potesse contare su più luoghi e persone disponibili a sviluppare un lavoro di analisi e a partorire una propria idea

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e metodologia lavorativa, potrebbe aumentare sensibilmente le capacità dell’associazione. Quest’ultima, potrebbe quindi usufruire della disponibilità e dell’interesse dei numerosi iscritti all’ultimo workshop provenienti da fuori Ferrara per formare dei gruppi di lavoro attivi che possano sia proporre nuove iniziative, che sviluppare loro stessi, in conformità con le linee di approccio definite dall’associazione stessa, eventi nelle loro Università o città di provenienza. Sorgerebbe così una fitta maglia di interscambio di esperienze e conoscenze da mettere a disposizione di ognuno dei gruppi dell’associazione sorti nel territorio nazionale. Fornire e acquisire materiale per potere, in una qualche maniera, diventare la fonte oltre che un “hub” di conoscenze e approcci sulla materia urbanistica. Appare chiaro che per formare una rete nazionale di Universud con più sedi e gruppi di lavoro che si interessino a questioni riguardanti le nostre città sia opportuno in primis stabilire una gerarchia di idee che caratterizzino il nostro movimento, fissando alcuni punti cardine imprescindibili ed altri invece più flessibili a seconda delle situazioni e occasioni di lavoro. Ricapitolando in maniera sintetica e schematica quella che potrebbe essere una delle vie disviluppo dell’associazione in ordine temporale:

1.Rafforzamento delle vie istituzionali ma soprattutto delle nuove forze disponibili a mettersi in gioco per lo sviluppo dell’associazione 2.Stabilire in maniera concordata, democratica e integrata i principi cardini e i campi d’azione di UNIVERSUD 3.Formare una rete Universud italiana che sia fonte di materiale ma anche di ricerca e nuove proposte metodologiche 4.Diventare, oltre che recipiente di un pensiero, anche fonte divulgatrice e orientatrice per nuovi approcci e metodi urbanistici. L’inesperienza e la giovinezza portano forse a puntare mete invisibili al di là dei nostri orizzonti, miraggi forse irraggiungibili ma che ci danno anche la forza e lo spunto per guardare oltre e ci concedono la possibilità di sbagliare nonostante tutto.


“Le città oscure. Le mura di Samaris” di Benoît Peeters e François Schuiten.

le mura di samaris DI lorenzo balugani Quando lessi per la prima volta del mito di Samaris tenevo tra le mani una rivista letteraria bolognese 1 pressochè sconosciuta che stavo sfogliando con distrazione per passare il tempo del viaggio in treno da Bologna a Ferrara. Non mi sarei mai aspettato di imbattermi così, per caso, in un universo tanto vasto quanto, pare, dimenticato come quello delle “Città Oscure” di Benoît Peeters e François Schuiten. Dal momento però che lo scopo di questo articolo non è quello di proporre una

recensione letteraria non mi metterò ora ad approfondire la biografia e l’opera – che tra l’altro ancora ignoro totalmente – di questi due autori, ma mi limiterò a riportare una storia sentita per caso e che ritengo carica di suggestioni 2 . Samaris è una grande città, calda, monumentale ed isolata (per arrivarci occorrono diverse settimane di viaggio in aérophèle). Il fascino che esercita tuttavia è forte, tentacolare , alimentato forse anche dalle “strane voci” che girano sul

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suo conto: sembrebbe che chiunque vi faccia ingresso sia destinato infatti a non uscirne più, quasi come se la città non fosse in realtà una città, bensì un enorme esemplare di Heliamphora carnivora , sempre affamata di nuove e curiose vittime. Franz Bauer, giovane impiegato di Xhystos, sarà tra i tanti a partire alla volta di Samaris, avendo accettato l’incarico di verificare personalmente quanto si racconta di questo luogo lontano. Dopo settimane di viaggio, dunque, giunge finalmente alle porte della città. Ciò che colpisce, prima di

La città non è una realtà di per sé: è piuttosto la rappresentazione di una volontà, quella di vivere

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tutto, sono le sue dimensioni vertiginose: camminando infatti tra le sue strade pare piuttosto di scivolare lungo i solchi più profondi di un vasto canyon, fatto di facciate ed edifici tanto imponenti da sconvolgere, attrarre, disorientare i suoi visitatori. Bauer passa così dunque il suo soggiorno presso Samaris: vagando interrogativo tra le sue strade. Una cosa però, dopo alcune settimane, comincia ad apparire sospetta: la città si ripete fin troppo spesso. Gli edifici, le persone, gli scorci sono sempre diversi eppure sempre gli stessi . Un giorno Bauer, determinato a capire meglio, fa una scoperta inaspettata e terrificante: la

città è in realtà una quinta, una colossale finzione, una macchina sterminata e spietata al centro di un grande orologio, ed ogni giorno muta, ogni giorno si trasforma per attrarre visitatori ed adeguare la sua stessa rappresentazione. Dietro alle enormi facciate dei palazzi classicheggianti, insomma, non vi è nulla se non le strutture atte a sorreggerli, spostarli, sostituirli; gli stessi abitanti sono solo proiezioni. Franz scoprirà così, lasciando la strada e guadagnando una posizione elevata, la grande macchina di Samaris, allocata al centro di una valle tutta riempita da ingranaggi. Perchè Samaris è interessante? Cosa significa Samaris? Il fatto è che significa fin troppe cose, e non possiamo qui scoprirle, valutarle, esaminarle tutte. Un aspetto tra i tanti, tuttavia, potrebbe forse essere sottolineato. E’ possibile che Samaris non sia del tutto una leggenda? Quante volte, credendo di aver compreso una realtà, non stiamo invece camminando illusi dentro una scenografia di categorie insufficienti e vaghe? Come possiamo infatti dire di conoscere veramente una città? E’ probabile che questo non sia possibile. La città non è una realtà di per sé: è piuttosto la rappresentazione di una volontà, quella di vivere. Per questo motivo, tra gli altri, usare categorie, lessici


accademici, modelli per leggerla e trasferirne la conoscenza non è sempre sufficiente, né tantomeno dissimile dal giudicarla per la sua apparenza, per il suo risultato visibile e non per il principio che la genera. Così i tanto vilipesi “non luoghi” della nostra così liquida modernità – che secondo Augè e Bauman “fanno tutto il possibile per rendere la propria presenza meramente fisica ed irrilevante da un punto di vista sociale 3 ”, come i McDonald’s e i negozi Ikea si scoprono essere, non di meno, centri di gioco e di politica, o spazi dove incontrarsi con la propria amante. Quando parliamo d' informalità non è forse poi così diverso? Cosa significa in-formale, forse non nella forma? Siamo abituati a vedere nella città informale, non solo città lontane come Lagos o Rio, ma anche solo non città o non ancora città. E’ possibile che ci sfugga qualcosa, il principio? La città informale è innanzittuto città, e ancor prima un insieme di uomini. Cosa può offrire, cosa può produrre? O siamo davvero solo convinti che sia solo capace di subire, di restare fuori, di restare altro? E’ probabile a questo punto che si sia resa necessaria una riflessione più critica sui concetti e sui principi, anziché su risultati paradigmatici ed apparenti. La risposta a queste domande, se esiste, non salterà certo fuori da un articolo né da

una persona. Per questo UNIVERSUD ha deciso di lanciare, su questi temi, il prossimo progetto associativo, denominato “informal.mente”. Da oggi e nei prossimi mesi metteremo in piedi un laboratorio permanente di persone al lavoro sull’analisi dei principi e delle categorie che definiscono la dimensione, o le dimensioni – più o meno informali – dello spazio urbano. E non nel cosidetto “Global South”, ma a Bologna, capoluogo di regione dell’Emilia Romagna. Ogni studente, ricercatore, docente di qualsiasi estrazione che si senta desideroso e capace di contribuire a questa riflessione collettiva è assolutamente invitato a prendere contatto con noi. Siamo già parecchi, e pure entusiasti!

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BIBLIOGRAFIA ED APPROFONDIMENTI CITTà COME ILLIMITATA VISIONE Kropotkin, P.A: “Campi, fabbriche, officine”, Elèuthera Edizioni 2015, p.30 Kropotkin, P.A: “Il mutuo appoggio, fattore dell'evoluzione”, 1902 Platone: “La Repubblica”, Libri II – III: “La fondazione dello Stato ideale” Swift, J.: “Viaggi di Gulliver in vari paesi lontani del mondo”, 1726 Schopenhauer, A.: “Il mondo come volontà e rappresentazione”, Newton Compton Editori 2015, p. 386

i caratteri della crescita urbana Articolo di commento alla conferenza del 26 novembre 2015: “Genesi e futuro della città informale”, a cura di Marcello Balbo, docente di Urbanistica e Pianificazione Urbana presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV) Balbo, M: “L’intreccio urbano. La gestione della città nei Paesi in Via di Sviluppo”, Franco Angeli, 1999 Levebvre, H.: “Il diritto alla città”, Ombre Corte, 2013

L'EMANCIPAZIONE DEGLI SPAZI Articolo di commento alla conferenza del 27 novembre 2015: “The Civil Disobedience of design: a new architectural research agenda for the unjust city”, a cura di Camillo Boano, docente di Urbanistica e Pianificazione Urbana presso Development Planning Unit, The Bartlett (London)

DA ESTERNO A INTERNO: IL LIMITE CAMBIE PROSPETTIVA Articolo di commento alla conferenza del 25 novembre 2015: “Problematiche sociali e conflitto urbano”, a cura di Alfredo Alietti, docente di Sociologia Urbana e del Territorio presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università degli Studi di Ferrara Campanella, T., La città del Sole, 1602 Foucault, M., Sicurezza, territorio, popolazione, Milano, Feltrinelli, 2004 More, T., Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia, 1516 Soja, E.W: “Postmetropolis: Critical Studies of Cities and Regions”, Oxford, Blackwell Pub, 2000

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LOGICHE SPAZIALI DELLA SOVRANITà MODERNA 1.Cfr, Mezzadra, S., Introduzione, in Mezzadra, S. (a cura di), Cittadinanza, Soggetti, ordine, diritto, Bologna, Clueb, 2004, pp. 16-17 2.Galli, C., Introduzione, in Hobbes, T.: “Leviatano”, BUR, 2011, p. XIV. 3.Hobbes, T: “Leviatano”, cit., p. 130. 4.“In parecchi luoghi dell’America, i selvaggi, se si eccettua il governo di piccole famiglie la cui concordia dipende dalla concupiscenza naturale, non hanno affatto un governo, e vivono, oggigiorno, in quella maniera brutale che ho detto prima” (Ivi, p. 132). 5.Per comprendere a pieno tale dinamica sarebbe necessario addentrarsi in maniera sistematica all’interno delle pagine lockeane, cosa che non mi è qui possibile per evidenti ragioni. Il testo di riferimento è J. Locke, Secondo trattato sul governo, in particolare il Capitolo V (Della proprietà), manifesto ideologico del liberalismo moderno. Per coloro i quali fossero interessati alla centralità della questione proprietaria nel pensiero liberale rimando alla mia tesi di laurea dal titolo Proprietà, appropriazione e libertà in J. Locke e J.J. Rousseau che posso spedire in PDF a chi vorrà contattarmi. 6.Ecco dunque che il duplice significato assunto nel discorso lockeano dalla proprietà (proprietà di sé e proprietà di beni) agisce in profondità come confine della cittadinanza; così Mezzadra in merito: “folli e poveri indisciplinati, figure rispetto a cui l’immagine dell’individuo come cittadino si definisce per negazione, sono soggetti destinati a essere reclusi in manicomi e workhouses” (S. Mezzadra, Introduzione, in S. Mezzadra (a cura di), Cittadinanza, cit., p. 19). APPROFONDIMENTI Per approfondimenti puoi scrivere a jacopo.bonasera@studio.unibo.it Foucault, M.: “Sorvegliare e punire. Nascita della prigione”, Torino, Einaudi, 2014

la tana del gambero Articolo di commento alla conferenza del 25 novembre 2015: “Il metodo partecipativo ed integrato per lo sviluppo urbano: l'importanza del lavoro sociale”, a cura di Benedetta Fontana, docente presso l'Istituto di Scienze e Politiche Internazionali (ISPI) Calvino, I.: “Le città invisibili”, 1972 Masters, E.L: “Antologia di Spoon River”, Grandi Tascabili Economici Newton, 2005, p. 47

LE MURA DI SAMARIS 1. Nuova rivista letteraria. Semestrale di lettura sociale, Alegre Editore 2. Per approfondimenti su Samaris e le “città oscure”: www.altaplana.be/ start 3. Bauman, Z.: “Modernità Liquida”, pg. 113, Editore Laterza 2011.

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RINGRAZIAMENTI Al termine di questa prima esperienza, come associazione ma soprattutto in qualità di studenti, ci sentiamo in dovere di porgere i nostri più sinceri ringraziamenti a tutti coloro che hanno creduto fin dall’inizio a Universud, e alle nostre idee. Un sentito e grande ringraziamento al professor Romeo Farinella e al il team del laboratorio del CITER (Elena Dorato e Sara Maldina) per averci sostenuto e aiutato durante tutto lo svolgimento del workshop. Un ringraziamento inoltre va a tutti i relatori che hanno brillantemente preparato e sostenuto talk, lezioni frontali e dibattiti. Grazie a Architetti Senza Frontiere Veneto con Maurizio Pioletti, Enrico Della Pietà e Valeria Diminutto, e a Viola Galvani volontaria presso l’associazione Jardin de los niños. Grazie a i professori Alfredo Alietti (Unife), Marcello Balbo (IUAV), Camillo Boano (The Bartlett), Benedetta Fontana (ISPI), Mariana S. Rolim (Mackenzie University). Ringraziamo inoltre Riccardo Feligiotti, Federica Natalia Rosati e Riccardo Maroso per aver arricchito ulteriormente il dibattito con la presentazione delle loro tesi di laurea. Ringraziamo profondamente tutti i partecipanti a Limiti Urbani che hanno contribuito col loro entusiasmo, il loro lavoro, la loro fatica e il loro divertimento, a costruire un bellissimo e riuscitissimo evento. Un ringraziamento speciale va, infine, al lavoro del professor Andreas Hofer della TUW di Vienna, che ci ha ispirati in questo percorso. Grazie per averci dato fiducia più di tutti e per aver creduto nel nostro progetto.

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CONTATTI Presidente: Lorenzo Balugani Vicepresidente: Simone Cardullo Consiglio Direttivo: Dario Caruso, Paola Caselli, Giulia Malesani Email: universud.unife@gmail.com Sito: www.universud.wordpress.com Twitter:@UniversudUnife Dipartimento di Architettura dell'Università degli Studi di Ferrara Via Quartieri, 8, Ferrara (Italia)

Seguici sulla pagina internet e sui portali social per essere sempre aggiornato sulle attività della associazione. Contattaci per avere ulteriori informazioni su Universud, per ricevere una copia personale di questo pamphlet e per partecipare ai futuri laboratori.

universud è: Lorenzo Balugani, Simona Basile, Andrea Bit, Simone Cardullo, Dario Caruso, Paola Caselli, Chiara Ferioli, Amanda Galvao, Giuliana Liscio, Giulia Malesani, Margherita Miani, Matilde Mozzi, Niccolò Preghiera, Pierfrancesco Biagiola, Francesca Bina, Fabio Fanelli, Sara Maldina, Giulia Maroni, Michele Spatari, Francesco Tassinari, Lisa Zanin.

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Foto di copertina: , “Floating city” credits by Nina Lindgren. Rivista a cura di Niccolò Preghiera, Dario Caruso e Lorenzo Balugani. Maggio 2016, Bologna. Versione in digitale disponibile gratuitamente su www.universud.wordpress.com



Limiti urbani 2015