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ANNO XIX · N.5

SETTEMBRE 2018

VARESEFOCUS

Dall’arte alla sostenibilità Come cambia l’industria del Tessile e dell’Abbigliamento Poste Italiane SpA - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% LO/VA


EDITORIALE

L’urgenza di dare risposte al made in Italy Riccardo Comerio

L’

importanza dell’industria tessile e dell’abbigliamento non sta solo nei numeri che fanno di questo settore “un asset strategico per tutto il Paese”, come ricorda nell’intervista che apre questo nuovo numero di Varesefocus, il Presidente di Sistema Moda Italiana, Marino Vago. Il sistema manifatturiero dei tessuti e della moda pur essendo tra quelli tradizionali e storicamente radicati da più tempo sul territorio è anche un universo di esperienze aziendali in profonda trasformazione. L’impegno sui fronti della sostenibilità, dell’economia circolare, del digitale fanno delle imprese dei vari comparti della filiera, interamente presente sul nostro territorio (cosa più unica che rara a livello europeo), una delle realtà più in fermento del nostro panorama industriale sia nazionale, sia locale. Ma l’impresa tessile è anche altro. Può trasformarsi ad esempio in uno strumento per abbattere i muri della disabilità attraverso il lavoro, come racconta la storia di Pappaluga che troverete nelle pagine di “Più Coraggio”. Può essere anche fonte di ispirazione artistica come ricorda la stessa copertina che abbiamo scelto per questa edizione del nostro magazine e che ritrae uno dei quadri dell’artista Alberto Magnani che esporrà le proprie opere in una mostra a Varese, presentata nella rubrica di arte. Insomma, come avrete capito, questo numero di Varesefocus rappresenta in più parti un tributo ad un settore industriale che, con i suoi mille volti e aspetti, è parte integrante di un territorio di cui ha fatto la storia e di cui rappresenta oltre che il presente, anche il futuro. Questa definizione non vuole essere uno slogan e nemmeno un auspicio ottimistico. Il settore di cui parliamo in queste pagine è uno di quelli che più ha sofferto l’impatto della globalizzazione, ma che allo stesso tempo, come dimostrano le storie e i progetti che qui raccontiamo, rappresenta anche un laboratorio di innovazione della storia industriale del nostro Paese. Le imprese varesine del tessile e abbigliamento, con il loro impegno, dimostrano che non ci sono settori maturi destinati a rimanere in balia dei fenomeni internazionali senza poter far nulla se non portare avanti il proprio quotidiano. I cambiamenti per riposizionarsi organizzativamente e, permettetemi, anche con una diversa filosofia sul mercato sono sempre possibili. Recentemente ho scritto ad una imprenditrice tessile che in una

email mi confidava le difficoltà che sta attraversando la sua azienda, nonostante le ultime statistiche mettano in evidenza una generale ripresa dei livelli produttivi e di export del settore. Nelle sue parole si coglieva tutto il dolore e il dispiacere per una vita di sacrifici messa a rischio di chiusura con possibili conseguenze sul futuro dei lavoratori. Non è un caso isolato. Sappiamo che nel settore c’è una profonda differenza dell’andamento tra azienda e azienda, anche in base ai mercati di riferimento e alla specializzazione produttiva. Il tessile è uno di quegli spaccati industriali in cui la crisi ha picchiato più duro e più a lungo e dove gli scenari internazionali hanno rovesciato rapporti di forza e paradigmi organizzativi. Nella sua intervista Marino Vago riassume tutto ciò in maniera lucidissima: “Il destino delle nostre imprese ha rappresentato la merce di scambio politica per diversi accordi internazionali”. Occorre cambiare subito registro. Non bastano i lievi progressi congiunturali. Serve darsi una visione globale e strategica di lungo periodo per creare quelle necessarie sinergie in grado di permettere, anche alle imprese ancora in difficoltà, di poter essere trainate da chi, invece, riesce a crescere. Ciò anche attraverso nuovi modelli di distretti industriali e nuove forme di collaborazione tra imprese su progetti specifici. In questo non c’è differenza tra piccole e grandi aziende. La strada è unica ed è quella di creare logiche e politiche di sistema. Le imprese e le loro associazioni di rappresentanza, come spiegano gli articoli che seguono, stanno facendo la loro parte. E le istituzioni? E la politica? Quali sono i punti dell’agenda di politica industriale del nuovo governo? A tale domanda manca ancora una risposta che si fa sempre più urgente e da cui dipende buona parte del futuro occupazionale del Paese.

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ANNO XIX · N.5

SETTEMBRE 2018

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Periodico di economia, politica, società, costume, arte e natura in provincia di Varese. Presidente Riccardo Comerio Direttore editoriale Vittorio Gandini Direttore responsabile Davide Cionfrini Direzione, redazione, amministrazione Piazza Monte Grappa, 5 21100 Varese T. 0332 251.000 - F. 0332 285.565 M. info@varesefocus.it reg. n. 618 del 16/11/1991 - Trib. Varese

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www.varesefocus.it Progetto grafico e impaginazione Paolo Marchetti Fotolito e stampa Roto3 srl Via per Turbigo 11/B 20025 Castano Primo (Mi) T. 0331 889.601 Gestione editoriale Servizi & Promozioni Industriali srl Via Vittorio Veneto, 8/E 21013 Gallarate (VA) - T. 0331 774.345

FOCUS

PIÙ CORAGGIO

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16 Fate strada a Pappaluga

Il tessile e abbigliamento riprende fiducia 9 Per l’economia circolare occorre avere stoffa 11 Alla ricerca di un perimetro digitale 14 Trama e ordito del made in Varese

ECONOMIA 18 Look total green 20 La miscela esplosiva per banche e imprese

PUBBLICITÀ Servizi & Promozioni Industriali srl M. commerciale@spi-web.it T. 0331 774.345 Questo numero è stato chiuso il 7 settembre 2018. Il prossimo numero sarà in edicola con Ilsole24Ore il 28 Ottobre 2018. “Varesefocus” ospita articoli e opinioni che possono anche non coincidere con le posizioni ufficiali dell’Unione Industriali della Provincia di Varese. Valore di abbonamento annuo Euro 20,00 (nell’ambito dei servizi istituzionali dell’Editore).

Interventi e contributi di: Luigi Bignami, Giornalista; Mario Chiodetti, Giornalista; Andrea Ferretti, Docente; Andrea Della Bella, Giornalista; Roberto Morandi, Giornalista; Luisa Negri, Giornalista; Sergio Redaelli, Giornalista; Verena Vanetti In redazione: Cristina Cannarozzo, Giuseppe Catalfamo, Davide Cionfrini, Silvia Giovannini, Giulia Grazioli, Chiara Mazzetti, Maria Postiglione. Segreteria di redazione: Barbara Brambilla, Viviana Maccecchini. Fotografie di: Archivio Reuters, Franco Canziani, Davide Cionfrini, Mauro Luoni, Chiara Mazzetti. In copertina l’opera di Alberto Magnani, Camicie in fila, 2012 olio su tela


M A R I O FORMAZIONE

SCIENZA

22 Dieci anni di Isis Newton

36 Il laboratorio che combatte i terremoti

UNIVERSITÀ

TERRITORIO

24 Formazione 4.0, a che punto siamo? 26 Relatività 4.0

38 Il dentista del terzo mondo 41 Quando lo sport del mondo guarda a Varese 44 Cosa succede quando Malpensa cresce

VITA ASSOCIATIVA 28 A tu per tu con Paolo Nespoli

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FOTO DAL MONDO 34 Campi di Lavanda in Valensole, Francia

60 63 Siamo vestiti di arte 66 Mostre e appuntamenti ▶ Sport 69 Il Gran Premio della vita

RUBRICHE ▶ Storia 48 Perché Malpensa? ▶ Provincia da scoprire 52 L’eredità del cardinale

31 La Lombardia è la Davos dell’industria mondiale

▶ Arte 60 Il maestro di libertà

▶ Gita a... 56 Una “company town” tutta da visitare

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69 ▶ Motori 73 Tutto lo stile Lexus nel nuovo SUV RX L Hybrid 74 MV Agusta: ritorno al motomondiale dopo 42 anni ▶ In libreria 77 Guardare positivo ▶ Dal Web 80 Stay Tuned!


FOCUS

Il tessile e abbigliamento riprende fiducia Il vantaggio competitivo sul fronte della sostenibilità. Il gap da colmare nella comunicazione digitale delle imprese. L’obiettivo di attrarre nelle aziende una nuova generazione di lavoratori per garantire il turn over. Intervista al Presidente di Sistema Moda Italia, Marino Vago: “Siamo strategici per tutto il Paese” bigliamento, delle calzature, della gioielleria e dell’occhialeria nel

Davide Cionfrini 2017 ha dato vita ad una produzione dal valore di 94 miliardi di

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hi è chiamato a stilare l’agenda economica del Paese dovrebbe annotarsi sul taccuino delle azioni a cui dare priorità alcuni numeri: “Il settore moda allargato che comprende non solo l’industria tessile, ma anche quella dell’ab-

Visitatori a Milano Unica

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euro, il 65% della quale destinata ai mercati oltre confine. Con il risultato di un commercio estero dalla bilancia attiva per 27 miliardi di euro, ossia la metà del totale nazionale”. A creare questa vera e propria ricchezza manifatturiera è “per il 55% l’industria tessile che da sola rappresenta il 40% della produzione europea”.


Numeri importanti, un vero e proprio patrimonio in grado di creare ricchezza e lavoro. Un tesoro, secondo lei, Presidente Vago, abbastanza tutelato, difeso e valorizzato da politica ed istituzioni? Vago ride. So a cosa si riferisce, ad una recente assenza.

Marino Vago

Sì, quella di un rappresentante del Governo alla manifestazione di Milano Unica, uno dei più importanti appuntamenti fieristici del made in Italy tessile. Come la giudica? Diamo all’Esecutivo il beneficio del dubbio. Una disattenzione dovuta anche ad un’agenda piena di impegni iniziali per un Governo nuovo che si è appena insediato e alle prese con impegnativi compiti di avvio del lavoro. Spero che però i nostri rappresentanti politici si rendano presto conto del valore che esprime il nostro settore. Se non lo facessero sarebbe un errore politico strategico. Proprio a Milano Unica è stato posto al centro dell’attenzione il tema della sostenibilità. Che significato danno le imprese del tessile e abbigliamento a questo termine? La sostenibilità non è un termine ma un modo di produrre. Non solo nel rispetto dell’ambiente, ma prima di tutto dei diritti umani. Nella sostenibilità l’industria italiana del nostro settore ha un grande vantaggio competitivo rispetto ai propri principali competitor. In un recente incontro il buyer di un importante brand straniero mi ha detto: “Siete avanti di 5 anni”. Non dobbiamo, però, abbassare la guardia. Ne va del nostro successo e della tenuta dei livelli occupazionali.

Su questo fronte, quello dell’occupazione, come vanno le cose? Veniamo da una lunga crisi strutturale partita 20 anni fa. Il nostro è stato il primo settore che ha dovuto affrontare l’onda d’urto della globalizzazione. E lo abbiamo fatto da soli e contro tutti. Il destino delle nostre imprese, in questo scenario, ha rappresentato la merce di scambio politica per diversi accordi internazionali. Il risultato è stato un crollo dei livelli occupazionali. Siamo passati da 1 milioni di addetti ai circa 450mila attuali. In questi anni, dunque, il ricambio generazionale dei lavoratori all’interno delle imprese non ha rappresentato un problema. Una domanda di posti di lavoro nettamente in linea con l’offerta di competenze di chi il lavoro lo aveva perso ha garantito un’autoalimentazione per anni. Ora, però, questo trend non regge più.

FOCUS

Marino Vago, Presidente di Sistema Moda Italia (SMI), snocciola le cifre seduto alla scrivania della propria azienda: la Vago Spa, impresa di tintoria e nobilitazione di filati di Busto Arsizio. Sull’armadio alle sue spalle fa mostra di sé una grande targa con logo e scritta raffiguranti il brand Confindustria. A testimonianza dell’impegno che da sempre contraddistingue la storia personale e imprenditoriale di un uomo che è stato past Presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, ex Vicepresidente di Confindustria, ex Consigliere del Cda del Gruppo 24 Ore e oggi, appunto, Presidente di SMI, l’associazione di categoria che rappresenta, come si legge sul sito ufficiale, “una delle più grandi organizzazioni mondiali di rappresentanza degli industriali del tessile e moda del mondo occidentale”. Parliamo di oltre 400mila addetti e 50mila aziende.

Cosa è cambiato? I numeri dei posti di lavoro dall’anno scorso sono tornati a crescere. Tanto che ora c’è preoccupazione tra le imprese per la capacità del sistema di garantire il giusto ricambio generazionale tra la propria forza lavoro. Ciò vale per tutti i principali distretti tessili italiani. Penso a Varese, ma anche a Bergamo, Biella, Como, Prato, Reggio Emilia, fino al Veneto, l’Umbria, la Campania, la Puglia. I dati ci dicono che nei prossimi anni, solo per effetto del normale turn over, il settore assumerà quasi 50.000 nuovi addetti, soprattutto in ruoli qualificati, con significative percentuali di laureati e diplomati. Ma nelle scuole tecniche e professionali gli iscritti ai corsi dedicati alle professioni del settore sono largamente insufficienti per coprire la domanda delle imprese. Dobbiamo porre rimedio ai nostri stessi errori. Di quali errori parla? Abbiamo sbagliato comunicazione. Ci siamo per troppo tempo chiusi nelle nostre problematiche senza dire chiaramente ai

“La sostenibilità non è un termine ma un modo di produrre. Non solo nel rispetto dell’ambiente, ma prima di tutto dei diritti umani. Su questo siamo 5 anni avanti rispetto ai nostri competitor” 7


nostri giovani e alle loro famiglie che l’industria tessile può rappresentare un’occasione per costruirsi un futuro.

FOCUS

Come rimediare? Sistema Moda Italia ha appena costituito il Comitato Education che con il contributo di tutte le imprese del settore cercherà di riaccendere l’attenzione sul tema della formazione dei giovani sulle professioni tipiche ed insostituibili per le produzioni del tessile e dell’abbigliamento. Lavoreremo sulla valorizzazione dell’immagine delle professioni tecniche dell’industria della moda; sull’orientamento scolastico; l’alternanza scuola – lavoro; sull’istruzione tecnica e professionale; Tessuti in mostra sull’incremento dei corsi ITS (Istruzione a Milano Unica Tecnica Superiore post diploma); sull’aggiornamento dei docenti e dei programmi. Il made in Italy per continuare a vincere nel mondo ha bisogno di nuove risorse umane. A proposito di mondo, quali sono i mercati dove il made in Italy sta andando meglio? Attualmente i nostri principali mercati di sbocco sono Francia, Svizzera, Stati Uniti, Germania, Honk Kong, Spagna, Cina, Corea e Gran Bretagna. In divenire i Paesi più interessanti sono nel Far East e il Canada. Politica commerciale sovranista permettendo. Accarezzare l’idea che la politica dei dazi e dell’opposizione agli accordi di libero scambio possa far bene al made in Italy è un errore strategico. Le nostre imprese vivono di export. La moda italiana ha sempre attratto i consumatori stranieri, ma adesso notiamo un crescente interesse anche per i prodotti intermedi della filiera. Una guerra commerciale ora sarebbe deleteria. La qualità sui mercati avrà sempre più importanza, anche rispetto ai brand. E ciò apre scenari favorevoli al tessuto produttivo dei distretti italiani fatti soprattutto di Pmi. Ma anche qui dobbiamo rimediare a errori di comunicazione del passato. Un altro gap? Quale questa volta? Sul fronte della comunicazione digitale dobbiamo recuperare terreno nei confronti della generazione dei millennials, guardando anche alla cosiddetta generazione zeta. Giovani alla ricerca del vero valore del capo di abbigliamento, più di quello che è capace di portare il solo brand. Giovani, però, che si informano sul web e sui social. Ed è qui che dobbiamo lavorare per migliorare la reputazione digitale delle nostre imprese. Dobbiamo riuscire a raccontare di più e meglio ciò che sappiamo fare, con progetti di sistema che siano in grado di mettere insieme su iniziative e piattaforme comuni le aziende. Chiudiamo con una nota personale: al suo lavoro di imprenditore ha sempre affiancato un forte e con8

“I dati ci dicono che nei prossimi anni, solo per effetto del normale turn over, il settore assumerà quasi 50.000 nuovi addetti, soprattutto in ruoli qualificati, con significative percentuali di laureati e diplomati” vinto impegno confindustriale. Perché? Cosa l’ha spinta alla vita associativa? Ho sempre trovato nella vita associativa un valore aggiunto relazionale. Un’occasione per scambiare idee, confrontarsi con altri colleghi, arricchirsi dell’esperienza degli altri. Ma attenzione, non ho mai cercato incarichi. Quelli che mi sono stati affidati li ho accettati su indicazione e richiesta di altri. La mia visione è che alle cariche associative si viene chiamati, non ci si candida. Qual è il ruolo di Confindustria e delle associazioni che la compongono in una società in cui domina la disintermediazione? Mettiamola così: se avessimo in Italia una cultura nazionale non così anti-industriale forse il Sistema Confindustria avrebbe più un ruolo di sostegno tecnico alle imprese, piuttosto che il ruolo politico e di visione che abbiamo il compito di portare avanti oggi. Il Sistema Confindustria è essenziale per difendere l’idea che il benessere prima di essere redistribuito debba essere prodotto. In questa visione l’impresa rappresenta un valore fondamentale e Confindustria ha il compito di difenderla da chi ne mette in dubbio l’importanza in termini di interesse generale. Ecco perché aderire a Confindustria per il tramite delle associazioni territoriali e di categoria è così importante.


FOCUS

Per l’economia circolare occorre avere stoffa Fibre simili a seta ricavate dalla buccia d’arancia, giacche di nylon destinate a diventare copri motore e jeans a noleggio: la circular economy entra prepotentemente nel mondo dell’abbigliamento e non solo. Anche grazie al progetto europeo ENTeR che coinvolge le imprese varesine azioni concrete e reali volte alla salvaguardia dell’ambiente e alla

Chiara Mazzetti prevenzione del consumo di risorse non rinnovabili”.

Ed è proprio seguendo l’evoluzione dello scenario europeo che è chi ricicla scarti di produzione in giacche super re- ha preso vita il Progetto ENTeR - Expert Network on Textile sistenti, chi si inventa nuove tipologie di fibre e chi Recycling, incentrato sulle tematiche del riciclo nel mondo tespersino affitta jeans. Che si tratti di rimettere in circolo sile. “Il progetto – prosegue Sandroni – vede il Centro Tessile prodotti giunti a fine vita o dare nuova dignità a quello che vie- Cotoniero e Abbigliamento di Busto Arsizio capofila di un partene definito rifiuto, l’industria tessile varesina punta sull’economia nariato composto da centri di ricerca e associazioni di imprese e circolare. A dimostrarlo è la crescente attenzione delle imprese cluster del settore tessile, appartenenti a cinque paesi dell’Europa Centrale: Italia (Lombardia), Germania (Sassonia), Repubdel settore alle tematiche di reimpiego degli scarti prodotti blica Ceca, Ungheria e Polonia. Obiettivo di ENTeR nel corso delle lavorazioni più diverse, come spiega Piero Sandroni, Presidente del Gruppo Merceologico è favorire l’approccio all’economia circolare nelle “Tessile e Abbigliamento” dell’Unione degli Induaziende tessili, facilitando e sostenendo il riciclo e il striali della Provincia di Varese: “Il tessile-abbigliariutilizzo degli scarti di produzione”. mento è uno dei settori economici portanti dell’UScopo dell’iniziativa, di cui l’Unione Industriali varesina è unico partner italiano, è creare un network nione Europea, che vede la presenza di numerose e significative realtà industriali in molti paesi. E come tra gli attori dell’innovazione tessile in Europa, per Piero Sandroni tale non può certo esimersi dal mettere in pratica rafforzare la capacità innovativa del settore. La cooperazione tra le diverse realtà si propone di migliorare la gestione degli scarti industriali, promuovendo un approccio coalla circular economy, mediante lo sviluppo dell’offerta di Piero Sandroni, Presidente Gruppo mune servizi innovativi da parte dei centri di ricerca e delle associazioni “Tessile e Abbigliamento” di Univa: coinvolte. Come? Attraverso la creazione di un’agenda strategica, un training formativo per le imprese, lo sviluppo di una piattafor“Obiettivo del Progetto ENTeR è ma online per favorire lo scambio di materiali tra realtà diverse e la favorire l’approccio all’economia creazione di un centro tessile virtuale, che mette a fattor comune le competenze dei centri tecnologi dell’Europa Centrale in tema circolare nelle aziende tessili, degli scarti tessili. E anche attraverso l’identificazione facilitando e sostenendo il riciclo e il die logestione studio di casi pilota che rappresentino le problematiche a cui riutilizzo degli scarti di produzione” le imprese tessili devono far fronte. I casi pilota saranno studiati congiuntamente dai partner in un’ottica di Life Cycle Design,

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FOCUS ovvero scegliendo risorse a basso impatto ambientale, estendendo il ciclo di vita dei materiali, facilitando il loro riutilizzo e disassemblaggio. E in questo senso l’esempio di RadiciGroup, gruppo multinazionale con sede in provincia di Bergamo, attivo nei mercati della chimica, della plastica e delle fibre sintetiche, è a dir poco illuminante. “Facciamo economia circolare da tempo, da quando abbiamo iniziato a riciclare tutti gli scarti dei nostri processi produttivi, trasformandoli di nuovo in materia plastica”, racconta Maria Teresa Betti, Sustainability and Communication Professional in RadiciGroup, nel corso del primo workshop internazionale sull’economia circolare tenutosi a maggio nella sede gallaratese dell’Unione Industriali, con i partner del Progetto ENTeR. “Abbiamo lavorato ad un’idea molto ambiziosa: realizzare una giacca sportiva interamente in nylon, in maniera che fosse facilmente riciclabile – spiega ancora Betti –. Uno dei problemi che esistono oggi nel mondo del tessile è che i capi d’abbigliamento sono fatti da materiali diversi. Noi abbiamo lavorato per realizzare una giacca che, una volta giunta a fine vita, potesse essere trasformata in maniera facile in materia plastica, con destinazione il settore automotive”. Passando, in sostanza, da una giacca a un copri motore, che in origine era plastica o scarti di essa. Altri esempi concreti di circular economy nell’ambito tessile sono stati presi in analisi dallo IEFE, il Centro di Ricerca dell’Università Bocconi che si occupa di economia e management ambientale e 10

che, in cooperazione con le aziende, opera per cercare di capire quali siano le loro reali esigenze e dove incontrino le maggiori difficoltà nell’applicare i principi dell’economia circolare. “Abbiamo fatto un’analisi su quelli che possono essere i più utili strumenti di implementazione della circular economy all’interno di imprese del settore tessile e abbiamo ragionato in termini di diverse fasi di produzione”. Gaia Pretner, Research Fellow in IEFE spiega come la ricerca sia partita da materiali innovativi in grado di sostituire le tradizionali fibre tessili per approdare a realtà che propongono metodi alternativi di vendita del prodotto. “Un brillante esempio di riutilizzo creativo è la startup Orange Fiber, creata da due ragazze siciliane che hanno studiato e brevettato un processo per derivare una fibra tessile dalle bucce di arancia. Il risultato è stato un filato molto sottile e leggero, simile alla seta, scelto da Salvatore Ferragamo per una collezione estiva”, racconta Pretner. Che dire poi di Mud Jeans, realtà dei Paesi Bassi che invece di vendere un paio di jeans, li noleggia? Per un anno intero, a fronte del pagamento di una rata mensile, i pantaloni saranno a disposizione del noleggiante che potrà decidere, al termine dei 12 mesi, se tenerli oppure mandarli indietro per un paio nuovo, continuando così il leasing. “Ennesimo esempio di business innovativo è quello di Interface che vende tappeti modulari per pavimenti – prosegue di nuovo la ricercatrice dello IEFE –. Dove sta l’innovazione? Se dovete sostituire un pezzo della moquette perché vi è caduto il caffè, vi trovate a dover cambiare tutto il pavimento dell’ufficio, uno spreco di materiali immane oltre che un costo notevole. Interface invece crea tappeti modulari che permettono, all’occorrenza, di sostituire solamente il pezzo danneggiato”. La provincia di Varese non è certo da meno: ne è un esempio la Alfredo Grassi Spa, impresa di Lonate Pozzolo specializzata nella progettazione e realizzazione di abbigliamento da lavoro ed equipaggiamenti per la protezione personale. “Per la nostra azienda l’economia circolare è la sfida del futuro. È stata approcciata da anni sia a livello di gestione ambientale, sia a livello di prodotto con certificazioni ecologiche e l’utilizzo di fibre e tessuti riciclati oppure riciclabili – racconta Mariagrazia Vittori, Direttore Generale –. Siamo certificati ‘Cradle to Cradle’, con una linea di prodotto completamente biocompostabile e ad agosto 2017 è nata una startup dal nome ‘Grassi 10k’ che si ripropone di utilizzare materiali, tessuti e capi usati e riproporli nel mondo del fashion”.

Tra i casi di studio del Centro di ricerca IEFE dell’Università Bocconi c’è la startup Orange Fiber che ha brevettato un processo per derivare una fibra tessile dalle bucce di arancia


Non ci sono solo le imprese a valle della filiera tessile che sempre più spesso arrivano sul mercato con i capi finiti attraverso l’eCommerce. Anche per le aziende che vendono ad altre aziende internet, social e digitalizzazione stanno diventando strumenti fondamentali per aumentare il fatturato. La fotografia a Varese

FOCUS

Alla ricerca di un perimetro digitale Nell’immaginario collettivo il settore spesso rimanda alla moda e

Giuseppe Catalfamo al tessile per la casa, dove nella clientela rientrano i consumatori, ai

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uando pensiamo al digitale, solitamente, non saltano alla mente immagini legate alle nostre realtà produttive, ma ricorrono invece quelle connesse al tempo libero, agli smartphone, a internet. Ma l’influenza del digitale all’interno dell’impresa è tutto tranne che lieve. L’avvento delle tecnologie digitali nelle imprese è stato uno dei più forti elementi di efficientamento aziendale dal 2008 ad oggi, del quale è stata sicuramente complice la sfavorevole congiuntura economica degli ultimi dieci anni. Ma coloro che per visione o per necessità si sono affidati alle tecnologie in azienda non sono più tornati indietro. Il digitale sta diventando sempre di più uno strumento per identificare, favorire e sfruttare nuove opportunità di business, aprendo nuovi canali e potenziando la capacità di interagire con il mercato. Da efficientamento aziendale a strumento di fatturato. Ma è veramente possibile? È da un paio d’anni che il Gruppo merceologico “Tessile e Abbigliamento” dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese sta lavorando a un progetto che mira a digitalizzare la visibilità e la presenza sui mercati delle imprese del settore. Il lavoro svolto all’interno del Gruppo si è rivelato fondamentale perché si è scoperta un’enorme potenzialità di sfruttamento del digitale, soprattutto negli stadi più a monte della filiera.

quali il digitale fa pensare a soluzioni come l’eCommerce, spesso intrapreso a seguito della forte richiesta del mercato. Ma il Tessile e Abbigliamento è anche lavorazione e nobilitazione del tessuto, tessile tecnico per l’automotive, il medicale, applicazioni industriali e molto altro, ed è qui, nelle relazioni di business dove il cliente è tipicamente un’altra impresa, che il digitale offre le opportunità più grandi. Nel corso dell’ultimo anno, all’interno dell’Unione Industriali è stata creata ad hoc una task force con il nome “Sportello Digitale” con l’obiettivo di affiancare le imprese in modalità 1-to-1 nel realizzare la propria strategia commerciale digitale. Nel corso delle oltre 80 visite effettuate presso le imprese associate, lo Sportello Digitale ha condotto, parallelamente ad attività di affiancamento, uno studio più analitico sulla situazione delle imprese modellizzando le caratteristiche fondamentali della digitalizzazione e mettendole a confronto. Per valutare il perimetro digitale delle aziende, ossia l’insieme degli elementi che descrivono l’identità, la reputazione e il livello di presenza all’interno dei canali di business digitali, sono stati presi in considerazione i fattori di digitalizzazione più comunemente posseduti dalle aziende, confrontandoli con quelli solitamente sfruttati dalle realtà da più tempo a contatto con i consumatori (già digitali) e quindi condizionati dalla natura dell’attività commerciale dell’impresa. 11


FOCUS

Da un paio d’anni il Gruppo merceologico “Tessile e Abbigliamento” dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese sta lavorando a un progetto che mira a digitalizzare la presenza sui mercati delle imprese del settore Lo studio ha osservato la presenza di un sito web aziendale, la sua costruzione tecnica e l’attenzione che è stata data nel curare il posizionamento dello stesso sui motori di ricerca; è stata analizzata la presenza dell’impresa sui social network in termini di qualità di contenuti e di frequenza, con particolare risalto alla piattaforma Linkedin, ormai non più solo il sito “per cercare lavoro” ma una vera piazza globale per conoscere e farsi conoscere a livello commerciale. Oggetto dell’osservazione è stata inoltre l’allocazione delle risorse dell’impresa ai canali commerciali digitali. Alcuni dei fattori che invece hanno contraddistinto le aziende già orientate a una clientela più digitale erano, per esempio, l’utilizzo dell’advertising, l’utilizzo di piattaforme digitali proprie o terze per completare transazioni economiche e l’utilizzo di strumenti di comunicazione più elaborati come il Direct Email Marketing. È stata dunque realizzata una scala di valutazione da 1 a 100 per “misurare” il livello base di digitalizzazione delle aziende (i risultati sono raffigurato nella prima infografica). Nel campione analizzato si è notato un perimetro base di reputazione e identità digitale (sito web, social network, risorse) più sviluppato nelle aziende a valle del mercato. Vale la pena segnalare come lo sfruttamento dei canali digitali risulti sicuramente più semplice all’aumentare delle risorse e della dimensione aziendale ma come i benefici siano maggiormente percepibili da quei piccoli, e nel Tessile e Abbigliamento sono tanti, che sfruttano il digitale per ridurre il gap competitivo con i più grandi. A dimostrazione infine che il potenziale ci sia, è stato misurato il miglioramento sul perimetro digitale di alcune delle imprese accompagnate dallo Sportello Digitale dell’Unione Industriali in questo percorso (seconda infografica). Le aziende incontrate più volte e con cui gli esperti di Univa hanno potuto portare avanti un lavoro continuativo, sono quelle in cui operano imprenditori che hanno compreso la necessità di adeguarsi

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al cambiamento digitale e i benefici da esso derivanti. L’ostacolo principale è la mancanza di tempo e di conoscenze adeguate per gestire personalmente le attività digitali e l’assenza di una persona interna completamente dedicata ad esse; tali compiti vengono spesso affidati a qualcuno che in azienda riveste altri ruoli (come ad esempio quello commerciale o amministrativo). Per questo motivo, alcune imprese si appoggiano a fornitori esterni o ad agenzie di comunicazione, altre al supporto di neolaurati. Tuttavia, nel primo caso spesso si riscontrano difficoltà perché non c’è un rapporto diretto, immediato e manca una visione aziendale tipica di una persona interna all’azienda. Nel secondo, il controllo sulle attività è sì più diretto e immediato ma si paga in termini di qualità del risultato il fatto che l’esperienza sia scarsa o inesistente. L’attività di supporto operata dall’Unione Industriali, come dimostrano i dati numerici, ha permesso un miglioramento del perimetro digitale delle aziende. A tal proposito vale la pena enfatizzare come tale miglioramento sia stato possibile laddove ci fosse la propensione delle imprese e degli imprenditori a migliorare per riuscire a sfruttare maggiormente nuove opportunità di mercato. Anche aziende piccole, con una tradizione famigliare e operanti a monte della filiera, si sono rese conto che l’innovazione e l’adozione di strumenti digitali siano ormai necessari per rimanere competitivi.


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Trama e ordito del made in Varese Con 13.500 addetti e più di 1.500 unità locali l’industria del tessile e abbigliamento del territorio all’ombra delle Prealpi rappresenta uno dei più importanti distretti produttivi a livello nazionale. Con primati in molti comparti. Ecco tutti i numeri Giulia Grazioli

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ome trama e ordito si incrociano per creare un tessuto, così fitti legami di filiera e tra le imprese si intrecciano tra loro sul territorio per dare vita al settore tessile, abbigliamento, calzature e pelletteria. Con 13.500 addetti e più di 1.500 unità locali il settore occupa il 15% degli addetti manifatturieri varesini e rappresenta uno dei distretti produttivi più rappresentativi a livello nazionale con alcuni primati assoluti. Una filiera, quella varesina, che ha le sue radici in oltre cento anni di storia e ha subito profonde trasformazioni; capace di coniugare la tradizione e le capacità che si sono sedimentante in decenni, con tecnologie all’avanguardia, che rappresentano il know how delle imprese. Partendo a monte della filiera varesina - con la filatura, la concia e le relative fasi di preparazione e tintura -proseguendo con la tessitura, fino ad arrivare a valle - con la confezione per l’abbigliamento e il tessile casa e la realizzazione di borse, accessori, articoli in pelletteria, calzature - si disegnano diversi percorsi che legano le imprese e i processi lavorativi, arrivando a rappresentare una vera e propria mappa dei rapporti di filiera. Nell’immaginario collettivo il settore rimanda alla moda ed al tessile casa, ma non è solo questo, è anche lavorazione e nobilitazione del tessuto, tessile tecnico per l’automotive, il medicale, applicazioni industriali e molto altro. Tutte specializzazioni che vedono Varese ai primi posti. Le imprese varesine, infatti, operano a tutti i livelli della filiera, con specializzazioni più marcate in alcune aree e nicchie di lavorazione. In particolare, Varese è la prima provincia in Italia nella tessitura a maglia con 600 addetti e ne concentra circa altri 2.000 in quella ortogonale. È prima nella produzione di pizzi e ricami (con 1.198 addetti). Anche i processi di tintoria e nobilitazione rappresentano una realtà significativa: con quasi 2.000 addetti la provincia si posiziona al terzo posto in Italia. Altro nucleo consistente è la confezione: è la seconda provincia in Italia nella produzione di abbigliamento intimo (con 1.063 addetti) e di articoli tessili per la casa (come tovaglie, biancheria letto, con

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727 addetti). Per quanto riguarda la parte di pelletteria, nonostante la provincia di Varese non sia tra i primi territori in Italia per addetti, sul territorio sono presenti alcune eccellenze. Guardando ai mercati esteri da Varese vengono generati 946 milioni di euro di export, destinati in primo luogo a Germania, Francia e Svizzera. Quella che ne esce è quindi l’immagine di una filiera complessa, con competenze d’eccellenza e riconoscimenti di qualità dei prodotti, in grado di primeggiare anche sui mercati internazionali.

Al Varesotto va, tra le altre, la medaglia d’oro per la produzione di pizzi e ricami (1.198 addetti). Secondo posto a livello nazionale, invece, per l’abbigliamento intimo (1.063 addetti)


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FOCUS


#PIU’CORAGGIO

Fate strada a Pappaluga Potrebbe nascere a Varese la prima startup di moda in Europa basata sul lavoro di un gruppo di ragazzi, la maggior parte dei quali affetti da disabilità cognitive e relazionali. Il business è la realizzazione di capi di abbigliamento in stile streetwear. Un’idea dell’imprenditore Davide Macchi: “Non cerchiamo la carità di nessuno, vogliamo stare sul mercato”. Burocrazia permettendo Europa dedita all’ideazione e commercializzazione di collezioni

Davide Cionfrini di abiti in stile streetwear che impieghi come addetti soprattutto

‘‘Q

uando a tuo figlio certificano una disabilità è come se ti colpisse un’energia negativa che ti blocca. Come un buco nero che, da una parte, ti risucchia e, dall’altra, allontana persone che prima ti erano vicine”. È il 2009 quando Davide Macchi, titolare dell’azienda Mobile Solutions Srl, software house di Varese, scopre la condizione del suo terzo figlio, dopo poche settimane sarebbe nata la quarta figlia. Un’esperienza personale che si fa insegnamento: “La nostra società è incuneata in un immobilismo che non dà dignità alle persone affette da handicap. Non ci riesce perché da una parte ci interessiamo al dolore degli altri solo quando lo stesso dolore tocca noi o un nostro caro. Dall’altra quando vieni travolto in prima persona da queste situazioni respingi qualsiasi aiuto o tentativo di partecipazione nascondendoti dietro alla giustificazione che tanto gli altri non ti possono capire”. Per Davide Macchi la soluzione a questa impasse sociale è l’impresa. Da qui l’idea: creare la prima startup di moda in

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ragazzi con disabilità cognitive e relazionali: “Con un gruppo di persone abbiamo deciso di provare a trasformare un problema in una soluzione, un’idea in azione: siamo partiti da un progetto di formazione ed inserimento lavorativo per ragazzi con disabilità cognitiva, che è cresciuto nel tempo insieme alla consapevolezLe immagini del servizio sono tratte dal “dietro le quinte” dell’ultimo shooting fotografico organizzato da Pappaluga per promuovere i propri capi. Nessuno dei ragazzi coinvolti è un modello professionista


za e all’entusiasmo dei ragazzi, e siamo arrivati oggi a fare i primi passi per creare un’azienda. Un’azienda al contrario che parte dai ragazzi, dalle loro abilità, aspirazioni, idee, dal loro lato artistico ed emotivo, riversate in felpe e t-shirt. Un’attività riservata a individui con disabilità cognitiva e a loro coetanei ‘normodotati’ che trovano in questo progetto il luogo della loro espressione e del loro futuro di persone che lavorano”. Non una cooperativa, non un’associazione “ma una vera e propria azienda con un conto economico che stia in piedi da solo sulla base di un business plan sostenibile a livello finanziario e capace di creare profitto”. Perché in questo caso il riscatto sociale dei ragazzi e la creazione per loro di un futuro deve avvenire “senza pietismo e senza carità, ma grazie ad un mercato che ne riconosca le capacità e li premi con un lavoro, uno stipendio e una remunerazione per i soci che credono in questo progetto imprenditoriale”. Una startup, dunque, che vuole creare una vera linea di abbigliamento streetwear e diventare un vero brand e che, come tutti i brand di successo, generi profitto e opportunità di lavoro. Il fine sociale rimane: “L’idea è quella di un’azienda che abbia uno statuto ben preciso. Io in qualità di socio non prenderò un euro di profitto. Gli utili, andranno per metà ai soci investitori, mentre la restante metà servirà a finanziare progetti welfare per i dipendenti”. Dietro il progetto c’è uno studio, un business plan, che aspetta solo di essere messo alla prova dei fatti. Anche il nome è già stato scelto per l’azienda e per il brand di felpe, magliette e cappellini: Pappaluga. Una non-parola. Un termine che significa tutto e il contrario di tutto. Che racchiude un mondo. Quello del figlio di Davide: “È il termine con il quale schernisce i suoi fratelli, ma che racconta l’unicità di ogni individuo”. Anche per questo, per sottolineare il significato dell’unicità, ogni capo di abbigliamento Pappaluga è finito con una cucitura fatta a mano. “Un messaggio e

#PIU’CORAGGIO

un’emozione in ogni filo cucito”, spiega Davide. In realtà Pappaluga non parte da zero. Oggi infatti il brand già esiste: “Abbiamo distribuito qualche maglietta e qualche felpa nei licei di Varese, nulla di che, pochi capi risultato di un progetto di alternanza scuola-lavoro realizzato con il Cfpil (Centro Formazione Professionale ed Inserimento Lavorativo) dell’Agenzia Formativa della Provincia di Varese e con il Liceo Classico Cairoli di Varese”. Ma ora l’obiettivo è più ambizioso: dar vita ad un’impresa. Ma perché proprio nel campo della moda? “C’è dietro uno studio di fattibilità e del mercato”, racconta Davide. Motivi, economici e imprenditoriali, appunto. Nello stile del progetto. Anche qui, lo sguardo è al conto economico. Sostenibile sì, ma comunque solidale, almeno nel fine: noi vogliamo essere diversi, indicare un’altra strada percorribile, dove il lavoro non è fine a se stesso ed i talenti delle persone vengano riconosciuti e valorizzati. Lavorare con uno scopo e in quanto tale dare uno scopo a chi opera in Pappaluga. La distribuzione dei capi streetwear Pappaluga avverrà con l’eCommerce. Con tirature limitate di poche centinaia di prodotti per volta. “Oggi raccontiamo la nostra storia per dare forza alla nostra idea, ma quando saremo operativi e sul mercato nulla nella nostra attività di promozione, marketing e commercializzazione farà riferimento agli handicap e alle storie delle persone che lavoreranno in Pappaluga. Chi comprerà un nostro capo lo dovrà fare perché gli piace, non per pietà”. Ma come sempre, quando si parla di disabilità gli ostacoli non mancano. In questo caso le barriere sono quelle burocratiche per la costituzione della società e per la sua operatività: “L’obiezione maggiore – racconta Davide – è quella dell’incomprensione di fronte a qualcosa di mai visto o sperimentato. ‘Perché non fai una cooperativa’, mi dicono. Ma noi vogliamo mettere in piedi un progetto diverso, innovativo. Non vogliamo dare assistenza ma un futuro a dei giovani di talento”. L’intento, pur originale, sembra del tutto comprensibile e dà valore al concetto stesso di impresa. “Eppure, agli sportelli della burocrazia mi guardano esterrefatti, non capiscono, scuotono la testa, dicono non si può”. Come dire: è vero che siamo tutti dei pappaluga (non per niente il profilo Instagram è @iampappaluga). Ma non esageriamo.

www.pappaluga.it 17


ECONOMIA

Look Maglie realizzate con PET riciclato per il basket di serie A, tessuti resi caldi grazie agli scarti di caffè e scarpe vegane. Il tessile che cambia, raccontato da un’azienda di Busto Arsizio che lo vive in prima linea: il Maglificio Alto Milanese

ficio Alto Milanese di Busto Arsizio, azienda che dell’ecososteni-

Silvia Giovannini bilità oggi fa il suo punto di forza. Una storia, quella dell’azienda,

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on solo moda. Chi pensasse che la ricerca della sostenibilità da parte delle imprese sia uno strumento di mero marketing, si rassegni: quello che è ormai un trend da alcuni anni si conferma anche per le imprese varesine, complice la crescente sensibilità da parte dei consumatori. E si conferma, in particolare, in ambiti su cui l’attenzione del consumatore è ancora più accentuata. Pensiamo al tessile. La moda enumera esempi famosissimi e di successo: dagli iconici vestiti da sposa eco di Leila Hafzi, ai materiali rigenerati di Stella Mc Cartney, con relativa sofisticata campagna pubblicitaria, per citarne un paio. Ma anche in questo si può ben dire “non solo moda”. Il tessile investe (o riveste) tutti i settori, dall’abbigliamento sportivo al casual, ma anche l’arredamento, penseranno i più. Il grande pubblico, tuttavia, non sempre riflette sul fatto che i tessuti sono ovunque. “Pensate all’auto: i sedili, i dettagli ma anche l’interno dei cruscotti, che è arricchito da tessuti termoformati. Pensate all’alimentare: di cosa sono fatte le reti con cui si producono i salumi? E via così: gli esempi sono infiniti”. A raccontarlo Attilio Grampa, Presidente del Magli-

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che racconta simbolicamente l’evoluzione di un settore. Il maglificio nasce nel 1970 ed inizia la propria attività producendo articoli basici da abbigliamento quali jersey, interlock, felpe e costine per lo più in puro cotone destinate al crescente mercato dell’abbigliamento esterno, dell’intimo e della pigiameria. Negli anni si rinnova, e decide, con forti investimenti, di ampliare il proprio parco

“È possibile rendere i tessuti più performanti utilizzando anche un filo di nylon addizionato con una sorta di carbone vegetale ottenuto dagli scarti della lavorazione dei chicchi di caffè. Grande l’utilizzo negli sport sul ghiaccio”


All’ultima edizione di Milano Unica sono stati presentati 750 campioni di prodotti ecosostenibili: 8 provenivano dal Maglificio Alto Milanese za dell’impegno del Maglificio per la salvaguardia dell’ambiente. Un’iniziativa anche culturale che ha spinto il maglificio a sviluppare nuovi progetti ed articoli che esporremo alle prossime fiere di settore più avanti ma che dà l’idea del filo rosso che lega lo sport, l’ambito educativo per eccellenza, e l’ecosostenibilità”, racconta il Presidente Grampa. “E non è solo il riciclo delle bottiglie, che forse è più noto ai consumatori. È possibile rendere i tessuti più performanti utilizzando anche un filo di nylon addizionato con una sorta di carbone vegetale ottenuto dagli scarti della lavorazione dei chicchi di caffè. Fa sorridere, in effetti, ma grazie al ‘caffè’ il tessuto acquista la proprietà di mantenere il calore corporeo. Questa gamma di articoli ha un grandissimo utilizzo ad esempio negli sport sul ghiaccio, come per esempio il pattinaggio”. Le applicazioni nel settore tecnico sportivo sono quindi svariate, ma come funziona per la moda? “Per quanto ci riguarda è quello il settore più nuovo ed è quello in cui la richiesta green è molto forte. Anche per la prossima stagione il diktat è chiaro e grazie alla sempre costante ricerca di materie prime e sviluppo di nuovi articoli ci prepariamo a pensare alla nuova collezione di tessuti Via Grosseto.” Scelte etiche dunque alla base di una strategia aziendale? “Bisogna essere realisti: la richiesta del mercato va in questa direzione. Certamente le imprese possono rendere proprie le scelte, vivendole. Per fare un esempio, Maglificio Alto Milanese ha deciso di sostenere il progetto #RUN4THEFUTURE non solo partecipando alla Milano Maraton con parte del suo staff, ma anche producendo le magliette per la gara utilizzando i propri tessuti performanti.”. Una strada tracciata dunque ma intrapresa con uno stile unico.

ECONOMIA

macchine, con il quale rispondere alle più svariate e crescenti richieste del mercato. È la fine degli anni ‘80, e grazie allo spirito imprenditoriale della seconda generazione, che l’azienda inizia una lenta trasformazione che la porta ad essere sempre più affermata e conosciuta a livello nazionale. Nel decennio successivo l’attività di consolida grazie all’acquisizione di nicchie di mercato più vaste e prestigiose e si afferma anche oltre confine, introducendo al fianco dei tradizionali articoli per l’abbigliamento esterno, intimo e sportivo anche un tipo di prodotto industrializzato destinato alle applicazioni più svariate che spaziano dalla accoppiatura, alla spalmatura, al medicale, alla calzatura fino al settore tecnico/industriale. La sfida attuale, però, è appunto l’ecosostenibilità che è oggi imperativo di mercato. Basti un numero: l’ultima sessione di Milano Unica ha registrato un aumento del 4% delle aziende che hanno avviato iniziative sul tema della sostenibilità. 123 le imprese che hanno esposto 750 campioni di prodotti green. Di questi, 8 sono quelli presentati proprio da Maglificio Alto Milanese. “Che la sensibilità del consumatore finale e dell’impresa nostra cliente sia aumentata è un dato di fatto e nasce da un’accurata informazione e non da stimoli passeggeri o tendenze del momento”, sottolinea Grampa. “Le richieste di prodotti sostenibili sono molto specifiche e spesso riescono a sorprenderci. Ad esempio, abbiamo scoperto da poco che esistono le scarpe vegane, senza pellami ma nemmeno colle di origine animale, che rispondono all’esigenza di chi, partendo da precise regole alimentari, decide di portarle avanti in ogni ambito della vita comune. L’idea è proprio quella di voler contribuire a rendere il mondo un luogo più vivibile anche attraverso precise scelte etiche e un cambio di stili di vita”. Un andamento che ha spinto il Maglificio, già da anni, a introdurre prodotti particolari frutto di altissime tecnologie, sia nell’ambito dell’abbigliamento tecnico, sia nel settore moda definito dal brand Via Grosseto, che prende il nome dall’indirizzo della sede operativa storica dell’azienda. Qualche esempio? “In occasione di una partita del campionato di basket di serie A, per celebrare l’Earth Day la Giornata della Terra, l’EA7 Olimpia Milano ha indossato canotta e pantaloncini appositamente realizzati con il nostro tessuto di poliestere riciclato, ottenuto dalle bottiglie in PET, con grafiche che richiamano la natura, ricordando così l’importan-

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ECONOMIA

La miscela esplosiva per banche e imprese La vigilanza della BCE sul sistema bancario sta per introdurre nuove e più stringenti regole che rischiano di ripercuotersi direttamente sulle Pmi italiane. E gli effetti rischiano di essere non proprio positivi per il credito alle aziende loro entrata nello status di credito deteriorato. Ed è noto come nel

Andrea Ferretti (*) nostro attuale sistema giudiziario e fallimentare due anni costitui-

È

vero che dopo l’alzata di scudi del Parlamento Europeo, l’anima vigilante della BCE ha edulcorato il suo famoso “Addendum” relativo alla copertura delle esposizioni deteriorate (NPL) ben radicate nella pancia dei sistemi bancari europei (vedi Varesefocus 1/2018). Anche perché i rilievi mossi alla Vigilanza erano davvero pesanti. In primo luogo, la BCE era stata accusata di aver travalicato le sue competenze amministrative di vigilanza sconfinando deliberatamente nella sfera riservata alla politica con norme coercitive e, di fatto, valide “erga omnes”. In secondo luogo, di aver limitato - prevedendo maggiori accantonamenti sulle posizioni che diverranno deteriorate successivamente alla data del 1° aprile 2018 - la capacità dei sistemi bancari di sostenere una ripresa ancora fragile e discontinua a scapito del tessuto imprenditoriale. Dunque, come detto, nella versione definitiva dell’Addendum la Vigilanza ha smussato alcuni dei toni precedentemente usati. Da una parte ha sottolineato che con il documento non si intendeva dare regole generali valide per tutte le banche, ma solo indicazioni, ancorché quantitative, da applicare poi situazione per situazione. Dall’altra ha previsto, per le esposizioni deteriorate assistite da garanzie reali, un meccanismo di copertura con specifici accantonamenti più soft rispetto a prima. Copertura in 7 anni nella prima versione; copertura progressiva, sempre in 7 anni nella definitiva, ma con l’introduzione di due anni di grazia iniziale. Il tutto per dar tempo alle banche di organizzarsi a fronte di questo pericoloso smaltimento rapido degli NPL. Tuttavia, è probabilmente fuori luogo gridare allo scampato pericolo sia a livello di sistema bancario italiano, sia a livello di tessuto imprenditoriale nazionale. Innanzitutto, perché nulla è cambiato per le esposizioni non garantite che dovranno esser fronteggiate al 100% dalle banche con accantonamenti a bilancio entro due anni dalla

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scano un termine assolutamente insufficiente per qualsiasi tentativo di recupero. In secondo luogo, perché sarebbe un grave errore valutare l’Addendum asetticamente senza consideralo come parte integrante di un insieme di regole di vigilanza che, per la loro invasività, rischiano di essere molto pericolose anche per le nostre imprese. Più in particolare, è necessario fare grande attenzione alla miscela esplosiva che può formarsi mixando le previsioni dell’Addendum con altre regole di vigilanza in fase di rapido inasprimento quali il Past Due ed il Credito tollerato (Forborne). Infatti, relativamente al Past Due - posizioni scadute o sconfinate continuativamente da oltre 90 giorni - il regolamento 2018/171 della Commissione ha recepito le proposte dell’EBA (European Banking Authority) volte ad uniformare a livello europeo, inasprendole, le regole di vigilanza attualmente applicate. Più in particolare, bisogna premettere che, ad oggi, è previsto che le posizioni sconfinate continuativamente oltre i 90 giorni assumano lo status di past due e, quindi, di credito deteriorato, solo qualora lo sconfinamento superi una determinata percentuale dell’esposizione complessiva. Attualmente questa percentuale (detta soglia di materialità), varia, a seconda dei Paesi, tra il 2 ed il 5%. Ebbene, il citato regolamento prevede di applicare a tutti i Paesi dal 2020 una soglia di materialità drasticamente limata all’1%, solo eventualmente elevabile dall’autorità di vigilanza fino al 2,5%. È evidente che, a seguito della nuova impostazione, tutta una massa di impieghi bancari verrebbe risucchiata nel credito deteriorato imponendo alle banche un brusco incremento degli accantonamenti a scapito del sostegno al settore produttivo. Parallelamente, le esposizioni di numerose aziende verrebbero avviluppate nella ragnatela del credito deteriorato con ovvie conseguenze in termini di futuro accesso al credito e, comunque, di condizioni applicate. Da sottolineare, purtroppo, che le nuove regole sul Past Due colpirebbero il sistema bancario e imprenditoriale italiano in misura maggiore


ECONOMIA La sede centrale dell’European Central Bank

rispetto agli altri partner europei per almeno due ragioni. La prima è che le nostre banche, storicamente rivolte al sostegno di un tessuto imprenditoriale composto da piccole medie imprese ed artigiani, sono più esposte al manifestarsi di sconfinamenti sulle linee accordate. Diversa la posizione degli altri sistemi bancari del centro Europa molto più attenti ed interessati agli impieghi di natura finanziaria rispetto al finanziamento delle imprese. Infatti, vale sempre la regola aurea per cui se non si prestano soldi non si ha credito deteriorato e, nella fattispecie, non si hanno problemi di sconfinamenti e Past Due. La seconda è che proprio in relazione alla diversa mission sopra evidenziata, l’Italia sta applicando la soglia massima del 5%, mentre gli altri Paesi utilizzano soglie di materialità intorno al 2%. Di conseguenza l’impatto dell’abbattimento della soglia di materialità sarà molto più dirompente in Italia che negli altri Paesi competitor. La terza componente del nostro mix esplosivo è rappresentata dalle regole relative al credito tollerato (Forborne). In sostanza la BCE ha imposto dal 2014 alle banche di prestare particolare

Con le nuove misure europee tutta una massa di impieghi bancari verrebbe risucchiata nel credito deteriorato, imponendo alle banche un brusco incremento degli accantonamenti a scapito del sostegno al settore produttivo

attenzione alle richieste di rinnovo dei fidi o di rivisitazione delle condizioni (riduzione dei tassi, allungamento dei tempi e così via) avanzate da soggetti in difficoltà finanziaria. La brusca accensione di un faro su queste posizioni deriva, in estrema sintesi, dal dubbio nutrito dalla Vigilanza che alcune posizioni, ancorché ancora classificate “in bonis” (ossia prive di anomalie) in realtà fossero artificialmente tenute in vita solo grazie ai continui rinnovi degli affidamenti concessi dalle banche. Il tutto anche a fronte di un evidente stato di difficoltà finanziaria non occasionale del prenditore. Di conseguenza la BCE ha imposto alle banche di “marchiare” queste posizioni come Credito Forborne (una sorta di “lettera scarlatta”) e di segnalarle alla vigilanza stessa. Il problema è che, mentre prima le posizioni che acquisivano la condizione di credito Forborne venivano solo segnalate ma non originavano in automatico specifici accantonamenti a carico delle banche, attualmente, anche in questo caso, le regole si vanno irrigidendo. Più in particolare, la recente applicazione dei nuovi principi contabili (IFRS 9) ha imposto alle banche di considerare sulle esposizioni Forborne una perdita attesa non più calcolata su un arco temporale di 12 mesi, ma sul totale della vita residua dell’esposizione stessa (quindi, ovviamente, molto più elevata). E, poiché gli accantonamenti sono legati, appunto, al calcolo della perdita attesa, ne consegue, che gli accantonamenti che la banca dovrà effettuare saranno decisamente più elevati rispetto al passato. E così il mix esplosivo è formato: probabilmente renderà i sistemi bancari più resistenti nel medio-lungo periodo. Sicuramente rischia, nell’immediato, di rallentare i flussi creditizi rivolti ad un sistema di piccolemedie imprese ancora in debito di ossigeno dopo 9 anni di crisi.

(*) Docente Corso di Gestione delle Imprese Familiari, Università di Verona

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FORMAZIONE

Dieci anni di Isis Newton È passato un decennio da quando la fusione dei corsi tecnici dell’Itis e quelli professionali dell’Ipsia ha dato vita all’Istituto Statale di Istruzione Superiore varesino. Una breve storia caratterizzata da uno stretto legame col mondo delle imprese. E ora si ricomincia, ma non da capo Emanuele Riboli, studente della scuola al tempo del suo rapimento.

Verena Vanetti “Cosa vuoi fare da grande? Io vado al Newton… Scegli il tuo per-

L

o scorso 25 maggio 2018 l’Istituto Statale di Istruzione Superiore “Isaac Newton” di Varese ha celebrato, nella cornice di Villa Recalcati, il decimo anniversario della sua fondazione, nata dalla fusione dei corsi tecnici Itis e dei corsi professionali Ipsia. Un decennio (2007-2008/2017-2018) che si chiude con un “bilancio positivo per l’istituto”, come afferma il professor Daniele Marzagalli, Dirigente Scolastico in carica dal 1° settembre 2015. Per Marzagalli quella della sua scuola è una missione che consiste nel contribuire “allo sviluppo del principio di ‘Umanesimo tecnologico’: nella formazione dei futuri addetti ai settori industriali più avanzati è indispensabile la necessità di sensibilizzare i giovani ai valori di questo umanesimo per lo sviluppo armonico della persona e per la costruzione dei saperi e delle competenze pratico-applicative che spenderanno nelle loro professioni lavorative”. Ogni missione, però, ha dei profeti da cui trarre ispirazione e a cui rendere tributo. Da qui l’intitolazione, durante la celebrazione del decennale, dei nuovi spazi scolastici. Come la biblioteca dedicata a Leonardo da Vinci, il laboratorio di fisica a Margherita Hack, i laboratori di chimica all’ex preside Eugenio Bertorelle, il giardino ad

L’ingresso dell’Isis Newton a Varese

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corso, impara una professione, il tuo futuro si gioca adesso!” Questo lo slogan con cui il Newton invita i ragazzi ad aderire all’offerta formativa dell’istituto in un momento importante come quello della scelta della scuola secondaria di secondo grado. Parole per convincere, che si affiancano a fatti e risultati concreti. Numerosi i successi e le conferme, Marzagalli infatti afferma che “la nostra scuola possiede un’offerta formativa in grado di ottenere i risultati migliori in provincia di Varese”. Secondo i dati forniti nell’anno 2017 da Eduscopio/Fondazione Agnelli, nell’indagine-ricerca sulla percentuale di diplomati occupati e la coerenza tra titolo di studio e lavoro, il “Newton” si attesta al primo posto tra le scuole ad Indirizzo Professionale-settore Industria ed Artigianato (seguito dagli istituti Ponti e Falcone di Gallarate) e ad Indirizzo Tecnico-settore Tecnologico (seguito dagli istituti Dalla Chiesa di Sesto Calende, Stein di Gavirate e Keynes di Gazzada Schianno). Il Dirigente Scolastico spiega così a cosa si devono queste posizioni in classifica: “Entro l’anno solare dall’esame di stato conclusivo dei corsi quinquennali, tutti i diplomati interessati a svolgere attività lavorativa riescono a trovare un impiego coerente, in molti casi a tempo indeterminato e mediamente a 9 chilometri da casa, con retribuzioni interessanti. Anche in Svizzera c’è richiesta per i profili dei diplomati del Newton”. In relazione ai corsi di studio, infatti, in provincia di Varese l’industria primeggia a livello nazionale in meccatronica, materie plastiche e gomma, meccanica varia, settore tessile-abbigliamento-moda, settore chimico e farmaceutico, apparecchi elettrici. Marzagalli sostiene che si tratta di “un ottimo risultato, ottenuto attraverso una progettualità che trova solide basi nel percorso di alternanza scuola-lavoro, dalla trentennale tradizione”. In un recente articolo dal titolo “Competenze d’eccellenza”, pubblicato da Il Sole 24 Ore, l’istituto viene citato come “il caso dell’Isis ‘Isaac Newton’ di Varese che, all’interno del polo tecnico professionale per la meccanica e la meccatronica, da anni collabora con il sistema produttivo del territorio e vanta rapporti con più di 600 aziende per le attività di alternanza scuola-lavoro. Grazie a progetti come ‘Gene-


FORMAZIONE

Una scuola partner di “Generazione d’Industria” L’Isis “Isaac Newton” è una delle scuole parte di Generazione d’Industria, il progetto promosso dall’Unione degli Industriali in collaborazione con la Provincia di Varese e l’Ufficio Scolastico per la Lombardia AT Varese che è partito sei anni fa con l’ambizioso obiettivo di promuovere la cultura industriale tra le scuole del territorio. Il “Newton” aderisce al progetto fin dal primo anno scolastico di avvio che coinvolge 53 aziende del territorio all’interno delle quali gli studenti possono effettuare stage plus di lungo periodo. Anche ai docenti sono proposte attività di formazione, corsi e visite nelle aziende. Gli studenti vengono invece coinvolti in momenti di formazione, soprattutto sulla sicurezza. Tra imprese e scuole si sono stabiliti importanti rapporti di partenariato: BTicino, Skf, Usag e Goglio sono le aziende che collaborano con l’Isis “Newton” a questo progetto che sta regalando grandi soddisfazioni.

2018-2021 ‘Lombardia Aerospace Cluster’, in collaborazione con la divisione velivoli del Gruppo Leonardo a Venegono. Per gli studenti del triennio di meccanica e meccatronica e dell’ultimo anno Ipsia il ‘Laboratorio Industria 4.0’ che prevede la simulazione didattica su postazioni di automazione prodromiche all’attività lavorativa all’interno di industrie con programmi all’avanguardia di tipo digitale”. Infine, Marzagalli cita il nuovo laboratorio di lingue straniere con trenta postazioni e ricorda che nel 2019 ci sarà la celebrazione del settantesimo anno (dicembre 1949) della fondazione dell’Itis di Varese. Un nuovo festeggiamento. Un nuovo punto di partenza.

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razione d’Industria’ con Unione Industriale Varese, ‘Scuola21’ con Fondazione Cariplo, ‘FixO’ con Italialavoro, ‘A scuola d’azienda’ con Alenia Aermacchi (oggi Leonardo Divisione Velivoli ndr), ‘Placement’ con la locale Camera di Commercio sono stati attivati percorsi ad hoc per colmare il gap tra la preparazione in uscita dei suoi oltre 1.400 studenti e le competenze richieste in ingresso sul mercato”. Ma aver compiuto i suoi primi 10 anni per il Newton rappresenta un nuovo inizio. Per quanto riguarda i progetti futuri, infatti, il Dirigente Scolastico annuncia che “è in programma il progetto triennale con Univa nell’ambito della formazione alternanza scuola-lavoro


UNIVERSITÀ

Formazione 4.0, a che punto siamo? Da una parte l’importanza percepita dalle imprese. Dall’altra gli effettivi investimenti già messi in cantiere e programmati. Nei sistemi produttivi di Varese e Como c’è un gap da colmare sul fronte delle competenze necessarie allo sviluppo dell’industria 4.0. La fotografia e gli sviluppi in una ricerca della LIUC Business School Davide Cionfrini

I

n uno scenario industriale in forte cambiamento “il capitale umano, quindi le capacità e le competenze di ogni individuo, dall’operatore con le più semplici mansioni fino al manager chiamato a coordinare l’azienda, assumono un’importanza cruciale”. Ma quali sono gli skill necessari alle imprese per affrontare la navigazione nel mare aperto che le sta traghettando verso i porti dell’industria 4.0? A cercare di dare una risposta, quanto più scientifica, alla domanda è la recente ricerca “Analisi del fabbisogno manageriale delle imprese dei territori di Varese e Como rispetto alla digitalizzazione”. Uno studio svolto dai ricercatori della LIUC Business School in collaborazione con SPI – Servizi & Promozioni Industriali Srl (la società di servizi alle imprese dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese) ed Enfapi Como. La ricerca è stata finanziata da Fondirigenti, il più grande Fondo per la formazione dei dirigenti in Italia, con 14mila imprese aderenti per 80mila manager, che nel solo 2017 ha stanziato complessivamente cirIndustry 4.0 e ca 2,7 milioni di euro, per la realizzazione di oltre 20 progetti di ricerca e sperimentazione sui temi delle competenze manageriali per Industria 4.0, della modellizzazione dei Digital Innovation Hub, dell’educazione professionalizzante di alto livello, delle politiche attive necessarie allo sviluppo. Nello specifico i risultati dell’indagine realizzata dalla LIUC Business School, sulle imprese dei territori di Varese e Como, hanno individuato quelli che potremmo definire gli “skill 4.0” necessari alle imprese di

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due territori tra i più manifatturieri d’Italia. Critical thinking, problem solving and decision making, creativity, comunication and collaboration, technical, information management: ecco le capacità e le competenze di cui ha bisogno il capitale umano in tempi di industria 4.0, il nuovo paradigma organizzativo, e non solo tecnologico, che mira a trasformare i sistemi di produzione ricorrendo al digitale attraverso l’utilizzo sempre più intensivo dei Big Data, dell’Internet of Things, dei Cyber-Physical Systems, dell’Artificial Intelligence, del Cloud Computing e dell’Additive Manufacturing. “Per tutti i pilastri dell’industria 4.0 - si legge nelle conclusioni della ricerca - emerge una buona consapevolezza da parte delle imprese sulla necessità di pianificare e programmare investimenti con un orizzonte di medio periodo”. Tuttavia, dal sondaggio svolto su un campione composto per il 64% da imprese della provincia di Varese e per il 16% da aziende della provincia di Como, emerge una sorta di divario, tra l’importanza percepita e gli investimenti già programmati per centrare questo obiettivo. Il risultato, secondo i ricercatori della LIUC Business School, è un delta medio del 36%. trend digitali Un dato che però ha varie sfumature. Sul fronte del cloud e dei robot autonomi, ad esempio, lo spread è più ridotto, pari al 20%. Più marcato il divario alle voci Internet of Things (che registra un divario del 58%) e sistemi di simulazione (che registra uno scarto del 53%). “Complessivamente - si legge nello studio - questi due risultano essere, tra i pilastri su cui si fonda l’industria 4.0, quelli più critici, con investimenti al di sotto della media, nonostante la loro rilevanza sia percepita da più del 70% delle imprese del campione”. Le


Il framework di riferimento Critical Thinking

Creativity

Technical

Skill relativa all’utilizzo delle tecnologie digitali al fine di porre giudizi e fare scelte essendo informati sulle informazioni ottenute e comunicarle attraverso un ragionamento riflessivo e attraverso prove sufficienti a loro sostegno

Skill legata all’uso delle tecnologie digitali al fine di svolgere attività pratiche e operative, riconoscendo specifici ambienti o aree tecnologiche di crescita

Problem Solving / Decision Making Skill relativa all’uso delle tecnologie digitali al fine di elaborare e comprendere cognitivamente una situazione problematica e combinarla con la conoscenza esistente al fine di trovare una soluzione al problema

Communication / Collaboration

UNIVERSITÀ

Skill relativa all’uso delle tecnologie digitali al fine di generare idee nuove o precedentemente sconosciute o trattare idee familiari in un modo nuovo e trasformarle in un prodotto, servizio o processo che siano riconosciuti come nuovi all’interno di un determinato dominio di analisi

Information Management

Skill relativa all’uso delle tecnologie digitali al fine di (i) trasmettere informazioni agli altri, assicurando che il significato sia espresso in modo efficace e (ii) sviluppare un social network e lavorando in team per scambiare informazioni, negoziare accordi e fare decisioni con reciproco rispetto verso il raggiungimento di un obiettivo comune

Skill relativa all’uso delle tecnologie digitali al fine di cercare, selezionare, organizzare in modo efficiente le informazioni e le fonti più appropriate di tali informazioni che siano di aiuto a prendere decisioni

competenze più critiche secondo le aziende riguardano la capacità di raccogliere ed elaborare informazioni (il cosiddetto critical thinking) e di problem solving. Secondo i ricercatori, emerge inoltre la necessità “di un rafforzamento mirato anche rispetto alle altre competenze, in particolare la capacità di sviluppare idee creative”. I ricercatori della LIUC Business School hanno anche svolto delle interviste vis-à-vis e telefoniche per indagare, insieme a imprenditori e top manager, su quali leve le imprese stiano facendo forza nei loro processi di trasformazione digitale. “Il quadro complessivo che ne emerge rivela un campione variegato caratterizzato da modelli gestionali tipici della piccola e media impresa, il cui fulcro è la figura dell’imprenditore e nei quali le competenze individuali, la profes-

I •

sionalità e il senso di responsabilità dei collaboratori sono ancora il fondamento del successo, prevalendo su strumenti più formalizzati”. Usando una metafora calcistica potremmo dire che le imprese di Varese e Como, per affrontare la partita con l’industria 4.0, così come avvenuto in passato con altri big match della storia industriale di questi territori, puntano più che sul modulo, sulla capacità dei propri fantasisti. La ricerca della LIUC Business School non offre solo la fotografia dell’esistente. Avanza anche la proposta di un modello formativo in grado di sostenere le aziende nello sviluppo delle competenze per l’implementazione dell’industria 4.0. Un modello che faccia ampio uso dello strumento degli i-FAB. “Quest’ultimo - spiegano i ricercatori - simula il funzionamento di una fabbrica organizzata secondo risultati della ricerca logiche lean e utilizza molti degli strumenti I nove pilastri dell’Industry 4.0 – Rilevanza vs Investimenti Presenti/Futuri propri del paradigma industria 4.0”. Un dispositivo formativo che nasce dalla convinzione • Esiste mediamente un «gap di 84% che l’imparare facendo sia l’unica strada da inprogettualità» del 15% tra 78% 76% 71% 71% investimenti futuri e rilevanza traprendere per innovare i modelli organizza56% 58% • Considerando invece il «gap tivi delle aziende. Uno strumento quello pro49% 49% 44% 44% attuale», la differenza tra gli 40% 40% 40% 38% 33% posto dalla ricerca, ampiamente sperimentato 31% 31% investimenti attuali e il grado di 29% 27% 20% 20% 18% rilevanza si amplia in media al 18% sul territorio, proprio attraverso l’i-FAB della 11% 13% 7% 36% LIUC – Università Cattaneo. “Questo model• Ciononostante, la «propensione lo di formazione esperienziale - spiegano dalla al cambiamento» media da parte delle imprese è LIUC Business School - consente di stimolare significativa: 21% (differenza tra la riflessione critica e il raggiungimento di liinvestimenti futuri e Rilevanza Inv. Attuali Inv. Futuri velli più elevati di consapevolezza per attivare investimenti attuali) processi di change management efficaci”.

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UNIVERSITÀ

Relatività 4.0 Sguardo fisso sull’obiettivo di lungo periodo: quello di implementare l’industria 4.0 in azienda. Ma capacità di cambiare nel breve tattiche, strategie e investimenti. È in questa (solo apparente) contraddizione che si muovono le imprese sul fronte della manifattura digitale. A raccontarne e a studiarne le dinamiche è l’ultimo libro firmato dai ricercatori della LIUC Business School Davide Cionfrini

L’

implementazione dell’industria 4.0 all’interno delle imprese è un po’ come intraprendere un viaggio Milano-Palermo. “Devi sapere bene quale sia la tua meta, quella non deve cambiare. Ma occorre essere pronti a modificare in qualsiasi momento i mezzi per arrivarci. Puoi partire pensando che sia l’auto il mezzo più veloce. Ma poi di fronte ad un intoppo in autostrada devi essere pronto a uscire e a cambiare percorso. Oppure fermarti, parcheggiare e prendere un treno, se ciò risulta più efficiente”. Raffaele Secchi è il Dean della LIUC Business School e Professore Associato di Economia e Gestione delle imprese alla LIUC – Università Cattaneo. In mano ha il suo ultimo libro “Fabbriche 4.0 - Percorsi di trasformazione digitale della manifattura italiana”, firmato insieme a Tommaso Rossi che nella stessa LIUC è Professore Associato di Impianti

Le tesi e le conclusioni sono il frutto di un’analisi comparata di otto casi concreti di implementazione di progetti Industry 4.0 in altrettante aziende. Tra queste, due realtà del territorio: Goglio Spa e Pietro Carnaghi Spa 26

Industriali Meccanici. Per arrivare al punto della questione sfoglia il volume andando direttamente alle conclusioni. Pagina 218: “Rispetto al recente passato - si legge - è tale la velocità con cui si sviluppano nuove soluzioni tecnologiche e tale la pervasività delle loro applicazioni che lo sviluppo di un piano pluriennale rischia di apparire un mero esercizio”. È di fronte a questa (solo apparente) contraddizione che si scontrano tutte quelle aziende che in questi anni stanno investendo nell’implementazione del paradigma Industry 4.0 e nella digitalizzazione dei propri processi manifatturieri. “Una grandissima opportunità - come si legge nella quarta di copertina - per il nostro sistema industriale, che potrebbe fare un salto di qualità e recuperare quel gap di competitività che viene sempre evocato quando si fanno confronti su scala internazionale”. Gli investimenti richiesti, però, sono importanti. La strategia deve guardare per forza al lungo periodo, ad una strada di crescita duratura e miglioramento, che però non può essere percorsa lentamente, ma che necessita di costanti cambi di velocità. Dunque, qual è il suggerimento alle imprese? “In primo luogo - recita il libro - è opportuno adottare approcci agili, ovvero procedere attraverso fasi di sviluppo basate su numerosi momenti di check&go in modo da validare velocemente le soluzioni di volta in volta realizzate e segnalare immediatamente la necessità di eventuali modifiche o integrazioni rispetto a quanto già sviluppato”. È a questa conclusione che i professori Secchi e Rossi arrivano attraverso lo studio di otto casi concreti di aziende che si trovano a diversi stadi di implementazione della fabbrica digitale. Tra queste, due sono legate al tessuto industriale che fa riferimento al Varesotto: la Goglio (packaging, soprattutto alimentare) e la Pietro Carnaghi Spa (costruzione macchine utensili).


UNIVERSITÀ “I casi analizzati evidenziano approcci meno strutturati, più flessibili, in grado di riconsiderare velocemente le priorità e reindirizzare le attività in funzione delle reali necessità”. Rapidità e flessibilità sono le parole chiave. Bisogna avere un piano, ma allo stesso tempo occorre essere pronti a cambiarlo in ogni momento. “Probabilmente - spiega Raffaele Secchi - bisogna abbandonare il concetto della strategia deliberata e studiata a tavolino a cui le imprese sono state abituate per anni e sterzare verso quella che potremmo definire una strategia incrementale. Una roadmap serve sempre, ma bisogna anche tenere aperte le porte della contaminazione, inglobando strategie emergenti e apprendendo da altri ciò che funziona”. In questo, continua il direttore della Business School della LIUC, “la classica impresa familiare italiana è il terreno perfetto in cui piantare il seme della digitalizzazione, perché le brevi catene di comando permettono di reagire al contesto e agli stimoli molto più velocemente delle grandi imprese e delle multinazionali”. Certo, occorre, però, essere aperti e disposti a farsi contagiare. Spesso, infatti, i percorsi verso tecnologie di produzione 4.0 cominciano ad essere intrapresi dietro uno stimolo esterno, più che da un’intuizione interna. A volte sono clienti e fornitori a spingere le aziende verso la direzione digitale. “Di particolare interesse l’esperienza di Goglio che, sulla base di uno stimolo arrivato da un importante cliente, ha trasformato la tradizionale vendita della linea di packaging in un contratto di service”. Da

semplice industria, ad azienda che dopo aver prodotto il bene, garantisce un servizio post vendita per il funzionamento e la soluzione dei problemi. “In Pietro Carnaghi - si legge invece più avanti nel volume di Secchi e Rossi - un fattore fondamentale per l’implementazione del paradigma Industry 4.0 è stata la collaborazione con aziende operanti nel settore militare, da sempre molto orientate all’adozione delle nuove tecnologie”. Queste le micce che fanno scattare l’interesse per la fabbrica digitale e la sua implementazione. Un passo per volta, però. L’innovazione 4.0 si può fare anche senza puntare tutto e subito su grandi investimenti. Casi come Goglio, Pietro Carnaghi e gli altri analizzati dalla ricerca empirica dei due professori della LIUC Business School sono importanti perché mettono in risalto anche “soluzioni incrementali” che permettono di contrastare il “diffuso messaggio, a volte fuorviante, secondo cui le imprese devono necessariamente compiere un salto tecnologico radicale” per avvantaggiarsi della trasformazione digitale della produzione. E invece no: “I casi evidenziati mostrano come sia possibile procedere anche in modo graduale, applicando la necessaria sensoristica a macchinari non di ultima generazione e iniziando ‘semplicemente’ a estrarre dati elementari già in possesso dell’azienda”. Il moto, Einstein insegna, non è un concetto valido in assoluto. Così è, dunque, anche per la velocità con cui le imprese devono arrivare ad essere 4.0. Non c’è una legge precisa. O meglio, vige la formula della relatività.

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VITA ASSOCIATIVA

A tu per tu con Paolo Nespoli La vita e le sfide affrontate dall’astronauta italiano come metafora di un Paese che riesce a farcela e ad emergere dalla difficoltà. Così come fanno ogni giorno le imprese. Anche quelle guidate dai Giovani Imprenditori dell’Unione Industriali, come il Presidente Mauro Vitiello: “Siamo globali nei fatti. Anche se non lo vogliamo” Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione degli Industriali del-

‘‘V

Silvia Giovannini la Provincia di Varese che si è tenuta lunedì 25 giugno al Centro

ola solo chi osa farlo”. Le parole del gatto di Luis Sepùlveda hanno una grande popolarità sui social, con la loro carica emozionale e motivazionale. Ma mai a Varese si era vista una miglior esemplificazione vivente di questa metafora: la presenza d’eccezione è quella di Paolo Nespoli, ospite attesissimo dell’A ssemblea annuale del

Paolo Nespoli

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Congressi di Ville Ponti. Classe 1957, ingegnere, Nespoli, o meglio Astropaolo, è un ben noto astronauta italiano con un “monte ore” di presenza nello spazio di 313 giorni per 3 missioni, di cui l’ultima nel 2017. Una platea incantata, con il naso all’insù, ha seguito il brillante racconto di un’avventura che dal “Da grande vorrei fare l’astronauta!” (che faceva sorridere gli adulti


VITA ASSOCIATIVA

nella sua natale Verano Brianza) alla Alcuni esponenti del Gruppo soddisfazione di diventarlo davvero Giovani Imprenditori è stata un susseguirsi di impegno e fatica. Non senza delusioni ma con una costante tenacia. Nespoli inizia il suo viaggio personale come paracadutista. “Mi hanno spinto e obbligato a trovare i miei limiti ma con la motivazione giusta, competenza e senso del rischio, si riesce ad aprire il paracadute”, racconta. Poi un percorso lungo e costellato, si può ben dire, di impegno e sacrificio. “Mi sono reso conto che per fare l’astronauta serve una laurea, un’ottima conoscenza dell’inglese e il fisico”. E così Astropaolo diventa ingegnere e studia l’inglese e, più avanti, il russo e, quanto al fisico, ringrazia madre natura. Ma non basta: tanto è l’allenamento, la fatica, la preparazione. Le fasi che precedono una missione prevedono perizia certosina, esercizio fisico, simulazioni di ogni propri confini, sentendoli come una protezione dal nuovo che livello e durano circa tre anni. Prima ancora di arrivarci, però, ci avanza vissuto come minaccioso, le decisioni che vengono prese sono le selezioni, i no, gli imprevisti: dopo la laurea ci vogliono in luoghi quali la Casa Bianca hanno un impatto sulle imprese di anni perché Nespoli possa cominciare il suo percorso vero e tutto il mondo, quelle varesine comprese, più di quanto non siano proprio e venga assunto dall’ESA (l’Agenzia Spaziale Europea): in grado di fare le decisioni prese a livello di singola amministraè del 2007 il suo primo volo come specialista di missione a bor- zione locale o nazionale che sia”. Per Vitiello una conclusione è do dello Space Shuttle Discovery. Un percorso non privo di er- inevitabile: “Siamo globali nei fatti. Anche se non lo vogliamo”. rori. “Quelli che fanno le cose, fanno anche gli errori – spiega A sottolinearlo è la proiezione in Assemblea di un video che ri–. Ma noi li consideriamo momenti importanti di crescita per assume un anno di viaggi d’affari in giro per il mondo con le tutti. Per tutti, perché nello spazio come a terra conta lo spirito foto dei giovani imprenditori in Germania, Emirati Arabi, Cina, di squadra. Il tempo con cui ci si muove è basato non sulla per- Russia, Brasile, Stati Uniti, Gran Bretagna. Niente confini, dunsona più forte ma su quella più debole, che, magari è debole, ma que. Un’aspirazione che accomuna le missioni spaziali e quello delle imprese. “Come imprenditori siamo innamorati delle ha un ruolo fondamentale e valore all’interno del team”. Un messaggio ben spendibile anche nel mondo delle imprese, nostre imprese. Ma la domanda da porsi è: siamo altrettanto rappresentato dai nuovi capitani d’industria del Gruppo Giova- innamorati del sistema di imprese che rappresentiamo? Stanno ni. Cambia solo il raggio d’azione, tra le stelle o più vicino a noi. cambiando i paradigmi organizzativi delle aziende e dell’innoA fare da trait d’union i numerosi rappresentanti in sala (oltre vazione e gli imprenditori, soprattutto quelli giovani, devono che sul territorio) delle imprese del Lombardia Aerospace Clu- adeguarsi. Non è tanto questione di tecnologia, ma di cultura. Fare impresa ha più che mai a che fare con la convivialità, la conster, tra cui il suo Presidente Angelo Vallerani. “Il posto nel mondo dei giovani imprenditori è... il mondo”. Così divisione e la passione. Vogliamo essere come Paolo Nespoli. parafrasando Fabio Volo, Mauro Vitiello il Presidente del Gruppo Vogliamo riuscire ad agguantare i nostri sogni e a costruirci un ha contestualizzato il ruolo delle nuove generazioni nello scena- posto nel mondo attraverso le nostre imprese”. Così ha concluso rio economico e sociale del territorio e nazionale. Uno sguardo Vitiello, fornendo un assist a Nespoli che ha ribadito: “Il futuro oltre ogni barriera. Prima di tutto, quelle geografiche: “Il nostro è è nostro e siamo noi che dobbiamo prenderne il controllo. Raun ruolo da giocare in una realtà senza confini che poi ognuno è gazzi sognate cose impossibili!” libero di interpretare come crede. In base alle proprie peculiarità, La chiosa è affidata dal Presidente senior dell’Unione degli Indua quelle della propria azienda e dei propri collaboratori. Non esi- striali della Provincia di Varese, Riccardo Comerio: “Sognare cose ste oggi impresa che non sia internazionale. Viviamo in un gran- impossibili? Noi imprenditori lo facciamo tutti i giorni. È anche de paradosso. Da una parte, vediamo sempre di più sventolare le questo il segreto del nostro successo. Quello delle nostre numerose bandiere delle barriere commerciali ai confini dei nostri Paesi. piccole e medie imprese, spesso paragonate a dei calabroni che rieDall’altra però, nonostante questo obiettivo di tornare dentro i scono a volare sfidando i limiti delle leggi della fisica”.

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La Lombardia è la Davos dell’industria mondiale Da evento internazionale itinerante, con l’edizione 2018, in programma il 27 e 28 settembre, il World Manufacturing Forum si trasformerà in un appuntamento fisso che ogni anno avrà sede a Cernobbio. Intervista al Presidente della WMF Foundation, Alberto Ribolla gato al settore mani-

Chiara Mazzetti fatturiero. Giunto alla

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a Lombardia diventerà per l’industria manifatturiera mondiale, ciò che Davos rappresenta per l’economia internazionale: un punto di riferimento per tracciare le traiettorie future dello sviluppo produttivo dell’intero panorama industriale globale. La trasformazione prenderà corpo il 27 e 28 settembre quando si terrà nella Villa Erba di Cernobbio, sul Lago di Como, il World Manufacturing Forum 2018. Un’edizione che rappresenterà una svolta. Il WMF, fino a ieri evento internazionale itinerante, prenderà pianta stabile in Lombardia, che ospiterà, proprio come Davos, ogni anno l’evento clou del confronto internazionale sugli scenari manifatturieri, richiamando tutti i più importanti protagonisti delle trasformazioni industriali in atto nei cinque continenti. Più di 800 partecipanti, 50 speaker, oltre 50 Paesi coinvolti: questi i numeri dell’evento organizzato da Confindustria Lombardia, IMS e Politecnico di Milano, in collaborazione con la Commissione Europea, Regione Lombardia e UNIDO (United Nations Industrial Development Organizations). Il Presidente della neonata World Manufacturing Forum Foundation è il varesino Alberto Ribolla, Past Presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese e di Confindustria Lombardia. Presidente Ribolla, cos’è il World Manufacturing Forum? Il World Manufacturing Forum è un grande evento mondiale le-

sua sesta edizione, con numeri in costante crescita, questo sarà l’anno del salto di qualità, sia in termini di cifre che di contenuti. All’Annual meeting del 27 e 28 settembre avremo infatti oltre 700 partecipanti, tra rappresentanti dell’industria, istituzioni, accademici, top manager provenienti da tutto il mondo.

Alberto Ribolla

“Vogliamo far identificare Cernobbio come momento centrale nell’agenda internazionale del sistema industriale, così come Davos lo è in maniera allargata sull’economia globale” 31


VITA ASSOCIATIVA

Nel 2017 si è tenuto a Cernobbio il Manufacturing Summit, un’anticipazione del WMF 2018

Inoltre, per la prima volta presenteremo il Report globale sul manifatturiero, il WMF Global Report. Lo studio, a cura del WMF Scientific Committee, che ha coinvolto per mesi decine di esperti da tutto il mondo, avrà l’obiettivo ambizioso di delineare le sfide del manifatturiero del futuro provando, vero obbiettivo del Report, anche ad influenzarle. Parlando di World Manufacturing Forum si è spesso sentita affermare la frase “Trasformerà la Lombardia nella Davos dell’industria”, ma cosa significa veramente? L’obiettivo della WMF Foundation, la Fondazione, nata dall’accordo tra Confindustria Lombardia, Politecnico di Milano e IMS – Intelligent Manufacturing Systems, non è solo quello di occuparsi dell’organizzazione dell’Annual meeting, dei regional events, del Report e di tutta una serie di attività collaterali al WMF, ma è anche profondamente culturale. Come si evince dalla nostra mission, noi vogliamo diventare una piattaforma aperta su questo tema, frequentata dai più grandi esperti globali che produce cultura sul settore manifatturiero, vero driver del benessere mondiale. Vogliamo far identificare Cernobbio come momento centrale nell’agenda internazionale su questo tema così come Davos lo è in maniera allargata sull’economia globale. Oltre a questo, ci piacerebbe anche che la Lombardia, oltre all’Italia e all’Europa tutta, con un brand globale come il WMF, possa giovare di questo strumento eccezionale di marketing territoriale oltre che di immagine. Per conseguire questi risultati ci vuole del tempo, ma fatta nascere a Milano la World Manufacturing Foundation e di conseguenza l’aver portato stabilmente il World Manufacturing Forum in Lombardia è stato un primo fondamentale step. Come Confindustria Lombardia insieme agli altri partner, quali il Politecnico di Milano, è arrivata a centrare a questo importante risultato? Confindustria Lombardia ha creduto sin dall’inizio in questo pro32

getto e, grazie alla condivisione strategica ed al supporto delle Associazioni Territoriali lombarde, investendo ingenti risorse sia finanziarie che umane, è riuscita a far da catalizzatore e a coinvolgere i suoi partner istituzionali, in primis Politecnico di Milano e Regione Lombardia con gli obbiettivi dichiarati sopra. La Lombardia è terra di manifatturiero, lo scheletro della nostra economia regionale è profondamente manifatturiero e questo fa della Lombardia uno dei quattro motori d’Europa. In più, dal manifatturiero dipendono numerosi altri settori economici e quello che fa bene al manifatturiero fa bene a tutta l’economia e quindi ai cittadini lombardi. Quali sono gli obiettivi di questa due giorni di interventi, tavole rotonde e confronti? Il primo obiettivo è senza dubbio comprendere insieme come la trasformazione in atto nel manifatturiero impatterà sulle nostre vite, come cittadini in primis e come imprenditori, oltre che sui mercati globali. Vorremmo provare, soprattutto attraverso il WMF Global Report, a dare un significato e se possibile una risposta ai cambiamenti in atto per far sì che il manifatturiero rappresenti sempre più un abilitatore della prosperità globale e di avanzamento sociale. Esploreremo, poi, la direzione dell’industria manifatturiera del futuro, le nuove competenze necessarie alla sua applicazione e l’impatto ambientale di queste trasformazioni. I cambiamenti saranno così forti che dobbiamo cercare di comprenderli per tempo ed adattarci a loro valorizzandone gli enormi benefici e attutendone i risvolti meno positivi. Che cosa può portare la Lombardia ai tavoli di discussione? La domanda vera è cosa non può portare la Lombardia ai tavoli di discussione... essendo una delle manifatture più evolute a livello globale la Lombardia può e deve influenzare l’agenda manifatturiera del nostro ormai piccolo mondo. Per storia e per vocazione non possiamo subire le regole di chi ha una manifattura diversa dalla nostra, ma anzi dobbiamo contribuire a crearle con consapevolezza del nostro ruolo e della nostra forza. Il nostro manifatturiero si caratterizza per la capacità combinatoria, specie nel medium-tech, di elementi ad alto tasso d’innovazione. Dobbiamo mantenere questa caratteristica e provare a far accettare i nostri standard qualitativi, tecnologici e ambientali applicando le tecnologie e la digitalizzazione in quest’ottica così come ad assorbire velocemente quelli che non ci sono propri. Industria 4.0 ci permetterà di non avere un mercato appiattito e sarà, anche per questo, un’opportunità per continuare a potenziare quel valore aggiunto combinatorio, creativo e stilistico che noi italiani sappiamo dare alle cose. Il tutto condito da una uniformazione del costo del lavoro che ci renderà più competitivi verso coloro i quali, nell’abbassamento degli standard, hanno trovato grandi spazi di competitività.


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FOTO DAL MONDO

Campi di lavanda in Valensole, Francia.

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REUTERS/Eric Gaillard


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FOTO DAL MONDO


SCIENZA

Il laboratorio che combatte i terremoti Lo studio degli impatti dei sismi anche di media intensità su edifici più o meno antichi per aumentarne la tenuta. Lo sviluppo di tecniche e strumenti per migliorare gli interventi di soccorso. Le attività di supporto ai decisori politici europei. Continua il viaggio di Varesefocus alla scoperta dei centri di ricerca del JRC di Ispra — seconda puntata Luigi Bignami

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on c’è nulla da fare, la previsione dei terremoti è di là da venire. Sono molte le strade che si stanno percorrendo per riuscire a predire un evento sismico con qualche ora o

Un’immagine di Amatrice dopo il terremoto del 24 agosto 2016

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giorno d’anticipo, ma al momento quel che può ridurre se non annullare il numero di vittime è solo la prevenzione. Da un decennio a questa parte ogni anno, sul nostro pianeta muoiono mediamente circa 35.000 persone in seguito ai terremoti. E non sempre si tratta di sismi di elevata intensità. Si muore anche quando la magnitudo è relativamente bassa e questo è drammatico perché basterebbe poco


per far sì che le costruzioni possano resistere all’energia sviluppata dal sisma. E c’è un altro elemento da sottolineare: spesso un buon piano di intervento subito dopo un terremoto può limitare il numero di persone che muoiono sotto un edificio. Essere tempestivi anche in aree difficili da raggiungere risulta quindi fondamentale per la sopravvivenza di chi è stato colpito da un terremoto. E per tutto questo, ad Ispra, i ricercatori del JRC (Centro Comune di Ricerca) studiano in dettaglio cosa succede alle costruzioni durante un terremoto in modo da definire standard edilizi per edifici più sicuri. Nel Centro si sviluppano anche nuove tecnologie per migliorare la preparazione dei servizi di emergenza e di protezione civile in caso di eventi inattesi. Quando si costruisce un edificio o una qualunque infrastruttura sono necessari dei parametri da utilizzare per renderli resistenti ai più forti sismi previsti per quell’area. I ricercatori del Laboratorio Europeo per le Verifiche Strutturali (ELSA) di Ispra, hanno come compito quello di studiare gli effetti degli eventi tellurici su fabbricati di qualunque genere, fornendo dati scientifici per l’elaborazione degli standard europei per l’edilizia. L’obiettivo è di realizzare nuovi edifici più resistenti ai terremoti rispetto al passato o adattare e rendere molto più robusti quelli già esistenti. Come? Il laboratorio ELSA è dotato di un “muro di reazione” fra i più grandi del mondo, il maggiore in Europa, che permette di studiare edifici alti fino a cinque piani. Durante le prove, la struttura viene sottoposta a forze che simulano i terremoti, le quali scuotono l’edificio in varie direzioni per mezzo di pistoni idraulici. Si simulano cioè, le onde che scaturiscono da un terremoto mentre un gran numero di sensori e videocamere ad alta risoluzione analizzano e registrano le deformazioni della struttura. Oggi è possibile costrui- Il muro di reazione re in modo da resistere anche ai terremoti più violenti al JRC e tali studi tendono a migliorare ancor più i risultati già di Ispra ottenuti. Un altro studio, che per l’Italia è di importanza fondamentale, si concentra su strutture già esistenti e vecchie (si pensi al gran numero di edifici di epoca medioevale ancora abitati nell’Appennino), che sono estremamente vulnerabili anche se sottoposte a terremoti di media intensità. L’obiettivo in questo caso è di definire e approvare sistemi economicamente vantaggiosi per adattare vecchi edifici, usando materiali innovativi e applicando metodologie che li rendano più resistenti ai sismi. Fino a pochi anni or sono si pensava

SCIENZA

Da un decennio a questa parte ogni anno, sul nostro pianeta muoiono mediamente circa 35.000 persone in seguito ai terremoti. E non sempre si tratta di sismi di magnitudo particolarmente elevata

che mettere mano ad edifici vecchi per renderli antisismici fosse quasi impossibile per i costi, ora, grazie anche agli studi dell’ELSA non è più così. Quando si verifica un terremoto, ma anche un qualunque altro evento calamitoso è fondamentale che gli interventi siano immediati, coordinati, pianificati e che arrivino subito nelle aree più colpite anche se sono di difficile accesso. Un’altra sfida per il Laboratorio Europeo per la Gestione delle Crisi del JRC di Ispra. È qui infatti che si definiscono le procedure da applicare durante la gestione dell’emergenza, i sistemi di monitoraggio via Internet e altre soluzioni tecnologiche per migliorare la capacità di risposta e reazione in caso di disastri naturali o artificiali. Il laboratorio di Ispra inoltre, opera come supporto e centro di prova per l’ERCC (Centro Europeo per il Coordinamento di Risposta alle Emergenze) che si trova a Bruxelles, il cui compito è quello di garantire l’intervento rapido e coordinato ai disastri sia in Europa che nel resto del pianeta. Quotidianamente l’ERCC pubblica una mappa delle maggiori emergenze sul pianeta. Tali mappe sono elaborate dal JRC e disponibili per tutti sul sito web dell’ERCC. Il valore di questo lavoro lo si capì subito dopo il terremoto che colpì l’Italia centrale nell’autunno del 2016. Non appena verificatosi il sisma, immagini aeree e mappe create dal JRC vennero utilizzate dalla Protezione Civile per una valutazione globale dei danni. Le immagini servirono anche per individuare rapidamente gli edifici non danneggiati che avrebbero permesso alle persone di ritornare nelle loro case dopo poche ore dall’evento calamitoso. Spiega Alessandro Annunziato, capo del Laboratorio Europeo per la Gestione delle Crisi del JRC: “Il nostro ruolo è di tradurre tutte le attività e scoperte scientifiche in un linguaggio comprensibile dai responsabili delle decisioni politiche in Europa. Con la nostra stima dei rischi in caso di catastrofi, gli organi decisionali possono includere nella legislazione europea misure per migliorare gli interventi, limitare i danni e salvare vite umane”. E non per ultimo va ricordato che il JRC ha sviluppato una nuova applicazione mobile di rapporto, da usare sul campo, grazie alla quale, dalle aree disastrate vengono inviate direttamente ai centri di gestione delle crisi le immagini, i video e le registrazioni audio. Questo strumento aiuta a individuare e valutare accuratamente l’estensione dei danni, permettendo anche di intervenire con salvataggi, di migliorare il coordinamento e di avere un’immagine chiara della situazione.

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Il dentista del terzo mondo Da 30 anni il varesino Dino Azzalin, Presidente dell’associazione Amici per l’Africa, è impegnato nello sviluppo degli studi dentistici in Africa a vantaggio delle popolazioni locali: “La nostra prima missione è formare odontoiatri in loco” movimento del quale l’artista di Vergiate era portavoce. “Ero alle

Mario Chiodetti prese con due denti del giudizio, una bella battaglia”, dice Dino

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ino Azzalin arriva un po’ trafelato dalla sala operatoria del suo gabinetto dentistico di piazza della Repubblica, e siede alla scrivania dello studiolo dove si trasforma in uomo di lettere, poeta ed editore. Alle pareti, oltre a laurea e diplomi, un’opera dell’amico Baj e l’attestato di “patafisico”, il Dino Azzalin al lavoro in Africa. Nell’altra pagina, Azzalin in uno dei suoi primi viaggi in Africa

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togliendosi la cuffietta da chirurgo. Questa volta però non è il poeta ma il medico a interessarci, anzi il volontario che ogni anno parte per l’Africa a portare il knowhow necessario a migliorare la professionalità dei dentisti locali, ad aprire nuovi studi dentistici completi grazie all’associazione Amici per l’Africa (Apa, parola che in Swahili significa “giura-


le nostre ma funzionali, e non richiedono una complessa manutenzione. In Africa quello che non hanno fatto gli schiavisti prima e i colonialisti poi, lo hanno compiuto in quindici anni i cinesi senza spargere sangue. Si appropriano delle materie prime ma in cambio portano tecnologia e opere come la metropolitana esterna ad Addis Abeba”. Anche altri medici varesini si sono recati in Kenia, Etiopia e Tanzania e tra questi anche il nipote di Azzalin, Alessandro Marchetti, la dottoressa Veronica Campana e Cristina Cremona, segretaria dell’A pa. Il nuovo studio dentistico di Tosamaganga permette ai medici di eseguire otturazioni, devitalizzazioni, igiene orale, piccola chirurgia ed estrazioni, ma lo scopo primario dell’associazione è di formare dentisti in loco. Spiega Azzalin: “In questi anni la situazione igienico sanitaria è migliorata, non è più la preistoria degli anni ‘80, ma c’è ancora moltissimo da fare. Stiamo lavorando a Mikuni, un luogo tranquillo, per creare un nuovo polo dentistico, e identifichiamo alcuni ‘dental clinical officer’, i dentisti locali, ai quali proporre una sorta di specializzazione portando il nostro insegnamento. Loro ci inviano anche a distanza le immagini dei loro interventi e noi possiamo valutare il loro operato. Non vivrei mai in Africa, ma sono contro la povertà e mi batto perché la formazione venga fatta là per creare professionalità e lavoro ed evitare in parte la migrazione incontrollata”. L’Apa ha lanciato anche la campagna “adotta un dentista a distanza”, nella quale chi vuole può pagare per due anni il lavoro di un professionista locale, che guadagna circa 200 euro al mese. Dino Azzalin ritornerà in Tanzania in autunno, e intanto si dedica all’altra sua attività, quella di scrittore ed editore. “L’11 agosto scorso abbiamo celebrato i trent’anni della ‘Notte dei poeti’ alla Cascina della Poesia del Faido, dove vivo. Per l’occasione ho pubblicato un libro ricordo con gli interventi di scrittori e poeti che mi hanno seguito in questi anni e le fotografie delle diverse edizioni della festa. Il mio libro di poesia ‘Il pensiero della semina’, finalista al premio ‘Lorenzo Montano’ di Verona, è entrato nella terna finale del Premio Camaiore, mentre ‘Progetto per S.’, di Simone Burratti, pubblicato dalla Nuova Editrice Magenta, è risultato vincitore della Proposta ‘Vittorio Grotti’ all’interno della stessa manifestazione”. Ma Azzalin ha pronto il colpo in canna per la prossima stagione: il suo primo romanzo, dopo le liriche e i racconti, un thriller ambientato sul lago Maggiore in cui si mescolano erotismo e avventura.

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mento”) da lui co-fondata nel 1992 e della quale è presidente per i prossimi tre anni. C’è molta Varese in Etiopia, Kenya e Tanzania, l’ultimo Paese che Azzalin sta visitando con continuità, perché dalla nostra città sono partiti fondi cospicui per attrezzare con nuovi macchinari gli studi dentistici locali. Il professionista varesino è stato a lungo “militante” nel Cuamm (Collegio universitario aspiranti medici missionari), fondato a Padova nel 1950 e diretto oggi da don Dante Carraro, prestando servizio come medico dentista negli ospedali africani, ma la sua voglia di dare una mano a chi soffre viene da più lontano. “Tutto incominciò nel 1986, durante un viaggio di piacere nel deserto del Sahara. Per assistere un amico infortunato dovetti recarmi all’ospedale di Agadez, nel sud dell’Algeria, e lì vidi l’inferno. Nessuna asepsi, strumenti arrugginiti, rischio altissimo di infezioni. Capii l’importanza della professione medica e il grande aiuto che le nostre conoscenze avrebbero potuto dare a quelli che padre Alex Zanotelli, fondatore di ‘Nigrizia’, chiamava ‘i dimenticati nei sotterranei della storia’”, spiega Dino Azzalin. Che ha puntualmente narrato le sue esperienze con la sofferenza nel libro “Diario d’Africa”, pubblicato dalla sua casa editrice, la Nuova Magenta, e diventato quasi un piccolo caso editoriale. Il libro ha avuto molto successo e avrà presto un seguito intitolato “Incontri d’Africa”, con la prefazione di don Dante Carraro. “Dopo quel viaggio incominciai a darmi da fare e contattai la Medicus Mundi, associazione olandese con sede a Brescia. La mia prima missione ufficiale data 1987, a Shashamane, in Etiopia, paese dove si è formata la cultura rastafari e sono nati i genitori di Bob Marley e il Negus Hailé Selassié, l’ultimo imperatore etiopico”. Dopo l’esperienza al Cuamm, Azzalin ha fondato l’Apa che comunque collabora con l’altra associazione, e proprio questa unione di intenti ha portato a un importante risultato proprio lo scorso anno in Tanzania. “A Tosamaganga, paese rurale a 600 chilometri dalla capitale Dodoma e a 500 da Dar Es Salaam, il Cuamm opera da diversi anni con un ospedale che privilegia la qualità dell’assistenza ostetrica e neonatale. Noi come Apa nel 2017 abbiamo allestito un nuovo studio dentistico, grazie a donazioni varesine. Abbiamo acquistato i macchinari, di fabbricazione brasiliana, a Dar Es Salaam, pagandoli 7mila dollari, quando la sola spedizione dall’Italia di un container con l’occorrente sarebbe costata quasi altrettanto. Le attrezzature sono semplici, non sofisticate come

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Quando lo sport del mondo guarda a Varese Squadre sportive di diversi Paesi e discipline scelgono il territorio all’ombra delle Prealpi per l’allenamento dei propri atleti. Le acque dei piccoli laghi per canoa e canottaggio, le strade delle nostre valli per il ciclismo, i rinnovati circuiti per gli atleti si rivelano ottimi campi di prova. L’European Training Center Australiano di Gavirate è l’esempio più eclatante di questa vocazione tive internazionali.

Cristina Cannarozzo È noto a molti, ma sempre stupefacente, come l’Australian Sports

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uella di Varese non solo è l’11esima provincia manifatturiera in Europa, non solo offre scorci straordinari tra laghi, montagne, ville, giardini e ben 4 siti considerati patrimoni Unesco, il nostro è anche un territorio guardato con attenzione da tutto il mondo ed eletto come campo di prova da eccellenze spor-

Commission abbia voluto installare il suo European Training Center sul lungolago di Gavirate e come, dall’inaugurazione del marzo 2011, le squadre sportive australiane impegnate nelle grandi competizioni in Europa abbiano individuato la provincia di Varese come valido punto di riferimento operativo. E non si parla solo di canottaggio: gli atleti presenti a Gavirate, principalmente da maggio

L’European Training Center voluto dal Governo australiano sul lungolago di Gavirate

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campi sportivi della provincia per il calcio e il rugby, le numerose palestre per basket e pallavolo, le strade che si snodano nelle nostre valli, perfette per l’allenamento delle squadre di ciclismo”. Unica nota dolente, di cui Forbes ci parla quasi sottovoce, è la scarsa dotazione di piscine adatte alle squadre di nuoto e pallanuoto professioniste, ragione per cui gli atleti di queste discipline hanno dovuto trovare altri luoghi per la loro preparazione ed allenamento in Europa. Con grande entusiasmo invece ci racconta della nuova pista di atletica di Gavirate e dei lavori di miglioramento in corso a Varese. Continua Forbes: “I nostri atleti trovano qui alloggi, un ristorante che prepara i pasti necessari alla loro dieta sportiva, fisioterapisti, medici e un contesto che allontana un po’ la nostalgia di casa. Ogni anno il centro accoglie in media 15 squadre che gareggiano in Europa nei più svariati sport. Nel 2018 i numeri di presenze sono in leggera flessione rispetto agli altri anni ma del tutto considerevoli: si arriva nel periodo delle maggiori competizioni a picchi di 1.800 unità al mese”. (Parliamo, come si usa dire in “dialetto australiano” di La partenza della Gran Fondo 2018 “heads on beds”, cioè di posti letti occupati nell’arco del mese tenena settembre, rappresentano l’intero mondo dello sport professioni- do conto degli avvicendamenti). stico australiano. La cui caratteristica è di eccellere in particolare nel- Il centro dispone anche di 7 camere attrezzate per i disabili, che si le discipline di squadra (pur avendo anche ottimi atleti individuali) preparano fianco a fianco agli atleti delle prime squadre. L’Australian e sono davvero molte le squadre che fanno tappa a Gavirate per la Sport Commission dimostra da sempre una grandissima attenzioloro preparazione in vista di gare che si svolgono in tutta Europa. ne ai para-atleti, tanto che è usanza consolidata che se all’arrivo di Lo sport della terra dei canguri è stato molto influenzato negli anni disabili le camere a loro adatte fossero occupate, chi le abita si sposti dall’alto numero di immigrati che sono arrivati a Sidney a partire senza nessuna difficoltà nell’hotel vicino. dal Dopoguerra, molti anche gli italiani tanto che ancora oggi at- È chiaro infatti che anche l’indotto che questi atleti portano nel noleti con cognomi del nostro Paese brillano tra le stelle dello sport stro territorio sia notevole: pur sempre molto concentrati nella loro preparazione, una passeggiata per un gelato e un po’ di shopping australiano. Perché proprio Gavirate? È la domanda che rivolgiamo a War- difficilmente se la fanno mancare e i loro famigliari che spesso li sewick Forbes il Direttore del Training Center che ne ha guono affittano appartamenti e vivono il territorio. curato la nascita e ora ne segue lo sviluppo. Forbes ci racconta di Un esempio di pacifica invasione di atleti e dei loro familiari nella come la conoscenza con l’associazione Canottieri di Gavirate sia nostra provincia l’abbiamo vista la scorsa estate sul Lago di Varese nata nel 1992. È dunque da oltre 20 anni che la squadra di canot- con il Festival dei Giovani del Canottaggio Italiano, taggio australiana viene ad allenarsi sui nostri laghi. Il ricordo, in par- con le Regate Internazionali di ParaRowing (a maggio) ticolare, va al ruolo del professor Aldo Sassi del Centro di Ricerche e con i Campionati Italiani ragazzi Under 23 a luglio sul Mapei Sport di Castellanza (dove la squadra australiana di ciclismo Lago di Comabbio, a conferma che i piccoli laghi della nostra provincia si rivelano degli ottimi campi di gara, già eseguiva i test atletici) come facilitatore Un momento di una gara e le presenze correlate a queste kermesse per l’individuazione dell’area in cui oggi di Endurance svoltasi a Pisa (pubblico, famigliari, staff) rappresentano sorge il Training Center. “È nel 2007 che un’importante risorsa per tutto il territorio. il governo australiano comincia a ragionaCambiando sport ma mantenendo intatto re su un quartier generale europeo per gli lo scenario si è appena concluso il Camatleti che devono allenarsi e gareggiare nel pionato del Mondo di Gran FonVecchio Continente; vennero così individo che insieme alla Tre Valli Varesiduate alcune località potenziali tra Italia, ne in programma il prossimo 9 ottobre e, Francia e Spagna ma fu proprio la quiete di quest’anno, al Gran Fondo Tre Valli Gavirate e del suo lungolago che prevalse Varesine (6 e 7 ottobre) tengono i rifletsulle altre opzioni e fece ricadere qui la sceltori accesi su un territorio che è stato culla ta. Ha giocato e gioca ancora un fattore imdel ciclismo e che si conferma la location portante la presenza dell’aeroporto di Malideale per questo genere di gare. A 10 anni pensa ma anche una fitta rete di strutture esatti dal Mondiale per professionisti la cite associazioni sportive che caratterizzano tà di Varese è stata protagonista di un altro la zona: oltre alle già note acque dei laghi evento iridato, questa volta dedicato agli interni per canottaggio e canoa, i diversi


Warwick Forbes, Direttore dell’European Training Center Australiano: “Nella scelta di Gavirate ha giocato e gioca ancora un fattore importante la presenza dell’aeroporto di Malpensa ma anche una fitta rete di strutture e associazioni sportive che caratterizzano la zona” rilevanti. Un mondo tutto da scoprire e un territorio, il nostro, che esprime grandi potenzialità e campioni in erba come il giovanissimo Nicolò Trotta, già medaglia d’oro ai Campionati Italiani Endurance 2017, due partecipazioni ai Mondiali giovanili (2015/2017). Varesino, classe 1997, Nicolò è stato l’unico maschio della squadra azzurra ai Fei Meydan Endurance Championships for Young Riders and Juniors 2018 (svolti a Pisa San Rossore lo scorso 26 luglio). Ma questa è una storia che vi racconteremo un’altra volta...

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amatori: l’UCI Gran Fondo World Championships – Varese 2018 ha visto sfidarsi oltre 3.000 ciclisti qualificati provenienti da 50 paesi del Mondo, affollando la città e il suo Race Village con quasi 10.000 persone. Una vetrina importantissima e uno sforzo organizzativo ed economico considerevole ma un indotto che, anche grazie alle gare di ottobre, si stima possa sfiorare i 5 milioni di euro. Anche per questa ragione, per sostenere questi eventi internazionali di ciclismo, è stato firmato un protocollo d’intesa tra il Comune di Varese la Camera di Commercio e la Società Ciclistica Alfredo Binda con un contributo economico di 60.000 euro sia da parte di Palazzo estense, sia da parte dell’Ente Camerale. Un’altra disciplina sportiva che vede nel territorio varesino la location ideale insieme a delle competenze ed a una tradizione che non hanno eguali è l’equitazione. Dall’allevamento, all’addestramento, dalla riproduzione fino al pensionamento sono transitati nelle nostre zone alcuni tra i purosangue più blasonati e pluripremiati al mondo. L’elenco dei centri affiliati Fise (Federazione Italiana Sport Equestri) in provincia di Varese è davvero strabiliante; il Riding Club di Casorate ha ospitato lo scorso mese di giugno i Campionati Italiani di Paradressage, mentre a marzo si è svolta la Gara Internazionale di Completo con cavalli e cavalieri provenienti da 7 nazioni europee. Ma anche nel mondo dell’allevamento la provincia di Varese ha molto da dire e nel sito Anica (Associazione Nazionale Italiana Cavallo Arabo) l’elenco degli allevatori in provincia è tra i più


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Cosa succede quando Malpensa cresce L’atterraggio sulle piste della brughiera di Air Italy. L’espansione delle attività del World Trade Center situato a Lonate Pozzolo. Il collegamento ferroviario con il Canton Ticino attraverso TiLo. Ecco alcuni esempi di come la ripresa del traffico aeroportuale stiano portando benefici a tutto il territorio

Alitalia, i dati sono più che confortanti: se nel 2009 i passeggeri

Roberto Morandi erano precipitati a 17,5 milioni, nel 2017 già concluso si è arri-

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alpensa è “un’araba fenice”, che “punta a volare ancora più in alto”. È l’immagine usata nel corso del primo incontro istituzionale tra i vertici di Sea e quelli di Regione Lombardia, il 23 luglio scorso. A dieci anni dal dehubbing di

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vati a toccare quota 22 milioni. Con le percentuali di crescita mensile che hanno viaggiato a ritmi sostenuti fino al boom del +10,4% di giugno 2018. Una ripresa agganciata con pervicacia, in mancanza di un ruolo da hub, dopo l’addio di Lufthansa Italia che aveva messo qui la sua base e che si è ritirata dai giochi


a ottobre 2011. Sette anni dopo, mentre Milano cavalca il suo nuovo ruolo non solo economico ma anche turistico, la parola hub è tornata ad essere pronunciata in brughiera grazie ad una nuova compagnia tricolore: non più Alitalia, ma l’Air Italy, nuovo volto della “vecchia” Meridiana rivoluzionata dall’ingresso dei capitali di Qatar Airways. L’investimento di Air Italy “Air Italy ha scelto l’aeroporto di Milano Malpensa quale hub principale per il proprio piano di sviluppo”, spiega Andrea Andorno, Direttore commerciale della compagnia. “La Lombardia presenta una domanda di assoluto valore, è una delle aree più ricche e dinamiche d’Europa e a Malpensa manca un vettore di riferimento in grado di servirla in modo appropriato. Air Italy ha colto la richiesta di servizi aerei diretti e di qualità e propone un network di destinazioni nazionali ed internazionali in connessione su questo hub, operati con una flotta moderna dotata di ogni comfort”. Proprio a Malpensa a metà maggio Air Italy ha presentato il suo primo, nuovissimo Boeing B737 Max, arrivato da Seattle e accolto sulle note di “O mia bela Madunina”, alla presenza di Akbar Al Baker, Ceo di Qatar Airways. Mentre nelle settimane successive ogni nuovo volo attivato si è trasformato in un evento. Le destinazioni previste da Malpensa, già nel 2018, sono quelle interne di “Roma, Napoli, Catania, Palermo, Lamezia Terme e Olbia”, mentre le internazionali comprendono “New York, Miami, Mosca, Bangkok, Delhi e Mumbai”. Gli obbiettivi di crescita annunciati da Air Italy sono ambiziosi: dai 2,4 di passeggeri del 2017 ai 10 milioni nel 2022, di cui 8 appunto su Malpensa. La flotta prevista è di cinquanta nuovi aerei entro il 2022, tra cui venti B737Max. Il World Trade Center Malpensa Meno sotto i riflettori, il settore cargo segna comunque performance rilevanti, che riflettono il ruolo trainante del Nord-Ovest

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nell’economia italiana: nel 2017 Malpensa ha registrato 575mila tonnellate trasportate (con un +7,5% rispetto al 2016) e un’incidenza del 56% sul totale delle merci trasportate per via aerea in Italia. L’interesse rinnovato per Malpensa, per le sue connessioni e il crescente ruolo come centro nevralgico della logistica è visibile anche appena fuori dai confini dell’aeroporto. Lo si coglie bene in via del Gregge a Lonate Pozzolo, a poche decine di metri dalle reti dello scalo: il World Trade Center Malpensa, business center nato nel 2004, ha appena vissuto un’ulteriore fase di espansione, trainata dalle attività legate all’aeroporto. “La commercializzazione degli spazi negli ultimi anni è andata molto bene”, spiega Alessandro Zampella, Managing Director di WTC, proprietà di Schiphol Real Estate (divisione immobiliare e di investimenti dell’olandese Royal Schiphol Group). “Siamo una sorta di seconda linea logistica per l’aeroporto: oggi abbiamo 50mila metri quadri di magazzini e 8mila di uffici occupati”. Nell’ultimo anno si sono insediati qui il colosso della logistica Kuehne Nagel, che ha occupato l’ultimo dei quattro enormi magazzini, l’azienda di e-commerce Vip Shop, la Mas logistics che lavora nella filiera del made in Italy di qualità. E ancora tra i nuovi clienti c’è la Gate Gourmet che opera nel catering aeroportuale ma anche la Fives, azienda internazionale che progetta impianti per la logistica e che quindi rappresenta un “terzo livello” dell’indotto aeroportuale. Complessivamente le aziende presenti al WTC Malpensa impiegano oltre 800 persone, circa 450 nella logistica e 350 nella parte di uffici, in 32 società da 10 diversi Paesi del mondo. Il punto di forza è sì la vicinanza all’aeroporto, ma non solo: “Ci scelgono anche per la qualità degli ambienti, per il contesto”, spiega Zampella, di fronte alla vallata del fiume Ticino e alla linea lontana delle cime delle Alpi piemontesi. La qualità significa non solo il contesto, ma anche “l’alto livello della qualità architettonica dei building, la presenza di un ristorante, di due bar e di una

A dieci anni dal dehubbing di Alitalia, i dati sono più che confortanti: se nel 2009 i passeggeri erano precipitati a 17,5 milioni, nel 2017 si è arrivati a toccare quota 22 milioni 45


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palestra attrezzata con moderni macchinari Technogym e dove si tengono corsi di fitness tutti i giorni”. E oggi “il business center fa concorrenza anche alle grandi città, sia in termini di spazi che di qualità, offrendo l’ulteriore vantaggio di parcheggi sempre disponibili. Abbiamo anche aziende più piccole che si sono trasferite ad esempio dalle vicine Gallarate e Busto”. E non tutte le realtà, si diceva, sono legate strettamente all’aeroporto: un esempio significativo è la presenza di Thunder Power, l’azienda che sta lavorando al progetto di un’autovettura ad alimentazione elettrica progettata in Europa e costruita in Oriente. La proprietà aveva pensato a insediarsi nel distretto emiliano dell’automotive, ma la sede vicino a Malpensa - inizialmente pensata come provvisoria - è divenuta soluzione stabile.

lio Fontana - nell’incontro di metà luglio scorso in aeroporto. E mentre si parla di nuove infrastrutture, non mancano i servizi già attivi, con il debutto anche dei collegamenti internazionali: dal 18 giugno Malpensa è collegata al Canton Ticino da TiLo, la società di servizi ferroviari Italia-Lombardia. Il servizio sfrutta la nuova linea Varese-Lugano, offrendo una connessione con la Svizzera a Mendrisio e proseguendo poi per Como. L’attivazione della tratta Lugano-Malpensa è l’ultimo tassello previsto della ferrovia che in Italia è nota come “Arcisate-Stabio” (dalle stazioni estreme della linea di nuova costruzione) e che invece in Ticino è sempre stata chiamata con un nome (Lugano-Malpensa) che evocava la funzione rivolta anche all’aeroporto.

L’arrivo di TiLo a Malpensa La crescita dello scalo negli ultimi anni ha anche riaperto il tema degli investimenti (pubblici) per l’accessibilità. Se la prima decade degli anni 2000 era stata dominata dall’attenzione per le opere stradali (su tutte: l’autostrada Pedemontana), lo sguardo nell’ultimo decennio si è invece rivolto maggiormente ai collegamenti ferroviari. Archiviata l’effimera stagione del Frecciarossa a Malpensa, ora si guarda alla costruzione della nuova bretella Gallarate-Terminal 2: ancora allo studio e in fase di valutazione ambientale, è fortemente sostenuta da Sea e Regione Lombardia, come ribadito dai rispettivi vertici - Pietro Modiano e Atti-

Complessivamente le aziende presenti al World Trade Center Malpensa impiegano oltre 800 persone, circa 450 nella logistica e 350 nella parte di uffici, in 32 società da 10 diversi Paesi del mondo


LA TUTELA della Tua Azienda r-vv--m1_;-‚u-ˆ;uvo Ń´-uo|;ÂŒbom; delle MERCI TRASPORTATE L’attivitĂ produttiva di un’impresa non si esaurisce nelle lavorazioni e nelle operazioni che si svolgono all’interno di depositi e stabilimenti. Il ciclo produttivo ha inizio con l’approvvigionamento di beni, materie prime e semilavorati e si conclude con la distribuzione nei mercati di ULIHULPHQWRGHLSURGRWWLžQLWL

• qualora anche il vettore avesse stipulato una polizza a tutela della propria responsabilità civile questa può non operare in un contesto di riconosciuta colpa grave, come nel caso di furti o ammanchi causati da imprudenza e negligenza. In tali situazioni il trasportatore non può avvalersi delle limitazioni di responsabilità garantite dalla legge e dalle convenzioni internazionali e l’impresa si espone al rischio di insolvenza del vettore stesso.

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Generali Italia è la prima Compagnia in Italia (dati Ania Nel caso in cui lâ&#x20AC;&#x2122;impresa si avvalga di spedizionieri o vet2014) per raccolta premi nel ramo trasporti. tori, su di essi grava una responsabilitĂ per i trasporti effettuati. Tuttavia, la legge e le convenzioni internazionali SRQJRQRVLJQLžFDWLYHOLPLWD]LRQLDTXHVWDUHVSRQVDELOLWj GeneraTrasporti di Generali Italia è la risposta per proteggere le merci trasportate con qualsiasi mezzo (autotali da rendere sempre preferibile la stipula di unâ&#x20AC;&#x2122;assicarro, nave, aereo, ecc.), destinate ovunque nel mondo curazione diretta da parte delle imprese per le proprie e con qualunque causale. La copertura vale â&#x20AC;&#x153;da mamerci. gazzino a magazzinoâ&#x20AC;?, dalla partenza allâ&#x20AC;&#x2122;arrivo, comInfatti: prese le operazioni di carico e scarico e le giacenze â&#x20AC;˘ il vettore non è tenuto a risarcire i danni alle di transito. merci trasportate conseguenti a caso fortuito (ad esempio malore del conducente, slittamento su macchia dâ&#x20AC;&#x2122;olio, eccezionali colpi di vento, ecc.) o eventi di forza Lâ&#x20AC;&#x2122;Agenzia Generale Saronno San maggiore (come rapine, terremoti, frane, alluvioni, ecc.); *LXVHSSHqDO7XDžDQFRQHOOD â&#x20AC;˘ qualora il vettore sia tenuto a risarcire i danni Salvaguardia della Tua Azienda: alle merci trasportate, la sua responsabilitĂ  è limitata a prescindere dal valore reale dei beni ed indipeninfo@generalisaronno.it SARONNO SAN GIUSEPPE dentemente dal fatto che si tratti di merci pregiate tel. 02/96700365 o meno. Ad esempio, nel caso di trasporti stradali naenricocantĂš ZZZHQULFRFDQWXDVVLFXUD]LRQLLW zionali, il vettore è tenuto a risarcire non piĂš di 1 euro per kg lordo di merce danneggiata o perduta (D.Lgs 286/2005) ed altre limitazioni di responsabilitĂ  operano associata per le differenti modalitĂ  di trasporto (marittime, aeree, ferroviarie) nazionali e internazionali; INFORMAZIONE PUBBLICITARIA = 4 4  < 6 =   8  


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▶ STORIA

Perché Malpensa? 1948-2018: compie 70 anni l’aeroporto internazionale della brughiera. Una storia da cui dipendono ancora oggi le sorti di un intero territorio. Ma quando e perché nasce l’idea di creare proprio in provincia di Varese questa infrastruttura? Chi furono i pionieri di questo progetto? Come nacque e si concretizzò? nota, “l’Italia settentrionale, a differenza di quella centrale, si è tro-

Davide Cionfrini vata sprovvista di un aeroporto a grande raggio d’azione del tipo

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a un confronto fra l’aeroporto di Malpensa e quello di Lonate, è risultato, in modo evidente, che tutti i fattori sono in favore della Malpensa e che per contro gli stessi fattori presi in considerazione sono per un giudizio sfavorevole sull’aeroporto di Linate”. Siamo all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. E quello contenuto in una nota ufficiale del periodo non è un refuso. C’era proprio anche Lonate Pozzolo tra i possibili siti dove far nascere un aeroporto in grado di collegare il Nord Italia al resto del mondo. Quello di Lonate è però un progetto destinato a rimanere solo sulla carta. Mentre per Linate c’è il gap degli oggettivi impedimenti per “eventuali ampliamenti futuri”, visto gli spazi chiusi “dal bacino dell’idroscalo e dal viale di accesso alla città” di Milano da una parte e “da quartieri cittadini densamente abitati dall’altra”. Limiti e pregi di allora sono gli stessi di oggi. Così come le sfide: dopo i combattimenti e i bombardamenti, continua la

La vecchia Cascina Malpensa

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intercontinentale… così che, un gruppo di uomini – senza finalità speculative – sia giunto alla determinazione di dare vita all’aeroporto della Malpensa proprio nel momento in cui i nostri più importanti centri industriali, compresa la stessa Milano, venivano esclusi dalle grandi linee aeree”. Per motivi diversi, e con le giuste proporzioni, i rischi di allora sono per assurdo ed ironia gli stessi dei giorni nostri. Ma non è questo che qui interessa. Semmai la curiosità è sapere da chi era composto quel gruppo di uomini che resero possibile la nascita dell’aeroporto nella brughiera. Quando nasce Malpensa? Perché proprio qui? Di chi fu l’iniziativa? Le risposte si trovano nel libro “Qui si vola” di Macchione Editore, scritto da Alberto Grampa. Dopo essere stata un campo agricolo (1796), dopo essere stata terreno di manovra delle truppe austriache del generale Radetzky (18211849), dopo essere stata la culla dei primi pionieri italiani del volo con Gianni Caproni che proprio a Cascina Malpensa fa sorgere i primi rudimentali hangar (1909-1910),


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Malpensa agli inizi degli anni ‘50

dopo essere stata centro di addestramento dei piloti militari della prima guerra mondiale (1915), dopo gli interventi strategici di rafforzamento delle truppe tedesche durante il Secondo Conflitto Mondiale (1943-1945), per Malpensa la fine della Guerra apre nuovi scenari. L’Italia del Nord non ha un aeroporto internazionale. Dove costruirlo? A Lonate Pozzolo esiste una pista, ma non in calcestruzzo. Linate, come detto, aveva dei forti limiti per ampliamenti futuri (quando gli avi hanno più lungimiranza dei contemporanei). Altri siti minori come Vergiate, Bresso, Venegono, Orio al Serio, Arcore e Piacenza vengono subito scartati. Trovato il luogo serve capire chi si fa carico del progetto. Realizzare un aeroporto per il Settentrione è l’obiettivo della Camera di Commercio di Milano che avvia la costituzione dell’Ente per l’Aeroporto Civile della Lombardia. L’anima è l’architetto De Finetti, che è anche assessore della Provincia di Milano. Di possibili finanziatori sulla piazza milanese, però, non vi è traccia. E così nel 1948 De Finetti volge lo sguardo a Busto Arsizio. Contatta il Sindaco di allora, Giovanni Rossini, attraverso il quale riesce a presentare il progetto ai politici della città e ai suoi imprenditori. Questi ultimi si dicono disposti a entrare nell’avventura. Tanto che si offrono di sottoscrivere il 55% della “Società Aeroporto della Lombardia”. Ad una condizione: il Cda che è fatto di 7 componenti deve prevedere almeno 4 sedie per esponenti di Busto Arsizio, a cui deve andare anche la poltrona di Consigliere Delegato. Non se ne fa niente. Comincia un braccio di ferro tra anima milanese e anima bustocca del progetto. Un’impasse da cui non

C’era anche Lonate Pozzolo tra i possibili siti dove far nascere un aeroporto in grado di collegare il Nord Italia al resto del mondo, ma l’ipotesi risultò subito troppo costosa

si riesce ad uscire e la “Società Aeroporto della Lombardia” viene messa in liquidazione. Ma l’idea di un aeroporto a Malpensa non va in soffitta. Busto Arsizio va dritta per la sua strada. Il 22 maggio 1948 con atto nello studio del notaio Michele Zanzi nasce la “Società Aeroporto di Busto Arsizio Spa”. Il capitale iniziale è di 1 milione di lire: 500mila di Giovanni Rossini e altrettanti di Benigno Airoldi. Con delibera datata 21 marzo 1950 il capitale sale a 297,7 milioni. Dividendo gli azionisti per comune di provenienza, la quota di maggioranza spetta a Busto Arsizio (208,1 milioni), seguono Gallarate (26,4 milioni), Torino (23,7 milioni), Milano (22 milioni), Somma Lombardo (7 milioni), Amministrazione Provincia di Varese (3 milioni), Camera di Commercio (1 milione). Via via, ci sono poi quote più piccole in capo a varie altre località del Varesotto. Per la stragrande maggioranza si tratta di capitali privati. Questo il lato socio-finanziario della storia. A livello industriale, invece, il Cda muove i primi passi in direzione di Lonate Pozzolo, affidando uno studio, oggi diremmo di fattibilità, agli architetti Jelmini-Ibba-Macchi. Ma la realizzazione risulta subito troppo costosa. Si comincia dunque a guardare a Malpensa. Il 7 giugno viene fatta richiesta al Ministero di poter attrezzare l’area da militare a civile. Dopo i primi lavori il 21 novembre 1948 l’aeroporto è ufficialmente aperto. Sono passati solo pochi mesi dalla costituzione della Società. Quel giorno atterra il primo aereo. Grampa da storico esperto del volo, ne descrive il modello nel suo libro: Breda-Zappata BZ.308 (IBREZ), pilotato dal collaudatore Mario Stoppani. È un crescendo. Cominciano a fare prove di atterraggio e decollo le compagnie ALI, Alitalia, Sabena, TWA, KLM, Air France. Il 21 aprile 1949 si tiene l’inaugurazione ufficiale, ma già il 2 febbraio viene effettuato il primo collegamento TWA per New York. La crescita è costante e il numero di passeggeri premia l’avventura e il coraggio imprenditoriale bustocco. Dagli 11mila passeggeri del 1949, Malpensa crescere fino ai 163mila del 1954. L’aumento viene, però, accompagnato a livello societario dal 49


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Il campo di aviazione di Lonate Pozzolo

sempre più massiccio impegno del Comune di Milano che entra nel capitale nel 1951 con l’acquisto di 30mila azioni. Il rastrellamento giunge fino all’ottenimento, nel gennaio 1955, del 77,5% del pacchetto. “È la svolta”, racconta Grampa. Una società nata principalmente con l’impegno del capitale privato è ormai a stragrande maggioranza pubblica. Cambia anche il nome, prendendo la sigla attuale: SEA (Società per Azioni Esercizi Aeroportuali). Viene spostata anche la sede: da Busto Arsizio c’è il trasferimento a Milano. Ed è in questi anni che comincia il derby con Linate. È solo dopo che Provincia e Comune di Milano diventano i principali azionisti che nasce l’idea di valutare la ristrutturazione anche del vecchio aeroporto di Linate. “Dopo una serie di controversie - scrive Grampa - la SEA nel giugno 1957 ottiene l’autorizzazione dal ministero per la realizzazione della nuova aerostazione milanese di Linate e la gestione abbinata dei due aeroporti di Malpensa e Linate”. È l’inizio di un’altra storia.

Dagli 11mila passeggeri del 1949, Malpensa crescere fino ai 163mila del 1954. L’aumento viene, però, accompagnato a livello societario dal sempre più massiccio impegno del Comune di Milano che entra nel capitale nel 1951 50

La curiosità: da dove nasce il nome Malpensa? Nel 1796 un ricco commerciante di Busto Arsizio, Gian Battista Tosi, intraprende l’avventura di utilizzare dei terreni a Sud di Somma Lombardo e Gallarate per attività agricole. Nasce così la Cascina Malpensa, dove poi, nei primi anni del Novecento, verranno piazzati i primi hangar per la costruzione dei velivoli dell’Ingegner Gianni Caproni. Il fatto è, però, che l’utilizzo di quell’area per la coltivazione è ritenuta dai più una cattiva idea, una “Malpensata” appunto. Da qui il nome Cascina Malpensa e poi Malpensa. Malpensa è da molti, soprattutto dai giornalisti sempre alla ricerca di un sinonimo in grado di rendere meno ripetitivi i propri articoli, denominata anche l’aeroporto della Brughiera. Anche in questo caso è sempre Alberto Grampa, nel suo libro “Qui si vola”, a spiegare che il termine deriva dalla parola dialettale “brug”, a sua volta legato al termine celtico “brucus”, ossia la pianta che vive in luoghi aridi: la erica.


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▶ PROVINCIA DA SCOPRIRE

L’eredità del cardinale Il recupero del velo nel sarcofago, il giallo del lampadario del ‘400, il restauro del rosone della Collegiata. I lavori in corso a Castiglione Olona riportano alla luce le storie e i misteri del complesso artistico-religioso indissolubilmente legato alla figura del porporato Branda, illuminato principe rinascimentale

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dai restauri, dalla ricerca e dai nuovi elementi di conoscenza che

Sergio Redaelli (foto Franco Canziani) la Marazzi poi mette a profitto con i bambini: giochi sui temi

di Gesù e dei re Magi, laboratori in cui i ragazzi ricostruiscono con la carta gli animali visti visitando il battistero e osservando il portale della Collegiata (il bue scolpito, la colomba con l’aureola di Masolino da Panicale, i leoni mansueti, i cavalli nella Crocifissione di Neri di Bicci, lo scorpione sul vessillo dei soldati). Per la conservatrice, laureata in lettere moderne con indirizzo storico-artistico all’Università di Pavia e dal 2000 collaboratrice della Pinacoteca di Brera, l’aggiornamento è fondamentale per comunicare le novità emerse negli ultimi anni. Ai primi di aprile è stata presentata al pubblico - restaurata - la deliziosa tavoletta di Apollonio di Giovanni che raffigura l’Annunciazione. Alla fine di marzo è partito in “tournée” per la reggia di Venaria (Torino) uno dei pezzi pregiati della Collegiata, il lampadario di ottone del primo ‘400 che il cardinale Branda, illuminato principe rinascimentale e raffinato viveur, acquistò forse a Norimberga. Intorno al restauro del lampadario c’è un piccolo giallo. A fine ‘800 il lampadario fu mandato a Milano per essere pulito ma al posto dell’originale tornò indietro una copia. Il celebre architetto e critico d’arte Luca Beltrami sventò il tentativo di truffa, ma solo il restauro eseguito nei mesi scorsi ha confermato in modo scientifico l’infondatezza della “vox populi”, secondo la quale lo chandelier della Collegiata non fosse quello autentico.

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C

osta trentamila euro restaurare il rosone della Collegiata di Castiglione Olona che dopo i recenti lavori al sagrato e al torrione d’ingresso metterà in sicurezza l’accesso al museo e alla chiesa parrocchiale. L’opera, già finanziata dalla Fondazione Comunitaria del Varesotto e dall’azienda Mazzucchelli 1849 che produce semilavorati plastici, attende solo il placet della Sovrintendenza alle Belle Arti. “È un’operazione urgente – spiega la conservatrice del museo Laura Marazzi –. Va fermato il degrado della fascia esterna del rosone in pietra molera di Malnate, un’arenaria morbida e dal colore caldo ma fragile e facilmente soggetta a sfaldarsi. Il finestrone circolare si trova sopra il portone principale mentre i visitatori entrano dalla porta laterale”. La sistemazione del rosone, costruito prima del 1428 dai maestri di Carona, è una delle tante novità che riguardano la “cittadella” di Castiglione in questo tambureggiante 2018. Restauri, attività culturali e iniziative benefiche riempiono le cronache dei giornali, compresa l’asta del vino della Collegiata, le prime bottiglie della vigna parrocchiale messe all’incanto in primavera per la ricerca su una malattia dei reni che colpisce i bambini. Laura Marazzi, nuova conservatrice da settembre 2017 dopo quindici anni alla direzione del museo Baroffio del Sacro Monte di Varese, esprime il suo entusiasmo: “La stagione sta andando molto bene, con un aprile quasi da record e un maggio altrettanto affollato. Per l’estate abbiamo stretto un accordo con la Federazione degli oratori milanesi per offrire biglietti a prezzo agevolato. D’intesa con il direttore Dario Poretti e il parroco don Ambrogio Cortesi vogliamo incrementare le visite nei periodi meno vivaci”. Già dal mese di ottobre dello scorso anno sono iniziati gli incontri per la formazione dei volontari e delle guide turistiche abilitate e si sono avviate attività specifiche per le famiglie, i bambini e i ragazzi. L’offerta didattica trova continuo alimento

Già dal mese di ottobre dello scorso anno sono iniziati gli incontri per la formazione dei volontari e delle guide turistiche abilitate e si sono avviate attività specifiche per famiglie, bambini e ragazzi 53


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A giugno è stato presentato il recupero del torrione d’ingresso restaurato, l’elemento più significativo rimasto in piedi della rocca distrutta all’inizio del ‘500 dal duca di Milano Massimiliano Sforza. In quella occasione la struttura militare fu smantellata preservando solo i simboli religiosi, la collegiata, la canonica e il battistero. Grande interesse suscita infine il prossimo intervento sul taccuino dei lavori che restano da fare. È il restauro del velo trovato sul volto del cardinale Branda all’apertura del sarcofago nel 1935. Spiega la conservatrice: “Il porporato morì nel 1443 e il volto del cadavere fu coperto con un ricamo che nessuno ha toccato fino al 1935. È un delicato reticolo di fili di canapa che sorregge fiori e losanghe di seta. Un manufatto lombardo che col tempo è diventato fragile e l’intervento ora va fatto. Meno problematico è il restauro di una tavoletta della sacra famiglia con S. Caterina di fine ‘500. L’opera presenta piccole parti bianche in cui è tornato visibile il gesso di preparazione su cui poggiava il colore. Potrebbe essere opera di un pittore della scuola veneto-cretese della quale fece parte anche El Greco”. Restano da revisionare i tetti della canonica. Infine, il

complesso museale avrebbe bisogno di un’aula con il videoproiettore e i microfoni per le conferenze.

La “mistica cittadella” di d’Annunzio Il complesso artistico-religioso di Castiglione Olona comprende il campanile, il battistero affrescato da Masolino da Panicale con le Storie di S. Giovanni Battista, il museo e la chiesa della Beata Vergine e dei Santi Stefano e Lorenzo, detta Collegiata per la presenza allora di un collegio di canonici. La chiesa fu costruita in forme lombardo-gotiche dai fratelli Alberto, Giovanni e Pietro Solari nel punto più alto del borgo, luogo di un antico castello, e consacrata nel 1425. Ospita la tomba del cardinale Branda (1350-1443), il grande umanista e longevo porporato che fu consigliere di papa Martino V e le storie della Vergine affrescate da Masolino sulla volta. Sulle pareti del presbiterio le Storie di S. Lorenzo e di S. Stefano affrescate dagli allievi Paolo Schiavo e Lorenzo di Pietro. Nell’articolo “Faville del maglio”, pubblicato sul Corriere della Sera il 3 marzo 1912, Gabriele d’Annunzio scrive: “Mi ricordo del meraviglioso piacere ch’ebbi a Castiglione Olona, entrando nel Battistero e trovandomi immerso nella pittura di Masolino come in una fresca prateria toscana fiorita di fiori gialletti e rossetti. Che cosa di nuovo s’aggiunge al mio godimento nel rinvenire lo squisitissimo artefice entro quella specie di mistica cittadella fiorentina edificata dal Cardinal Branda sul colle lombardo? L’avevo conosciuto nella Cappella Brancacci in Santa Maria del Carmine, fior di giaggiolo chinato sotto la querciosa strapotenza masaccesca, ne avevo ricevuto in cuore tutta la castità della lunetta sopra l’altare in Santo Stefano d’Empoli, ma non avevo tremato di gioia e di meraviglia come dinanzi a quella pallida Erodiade che riceve sulle ginocchia il capo del Precursore seduta sotto la loggia ove le donzelle sbigottiscono. Quivi il colore assumeva il carattere delle apparizioni. E quando uscii trasognato, avendo udito narrare la storia del Battista con un accenno fiorentino che talvolta rammentava in soavità quello dell’Angelico, non i rossi colori lombardi né il croscio dell’Olona nella chiusa forse vinciana, mi riscossero. Ma ripensai gratamente a messer Branda milanese cardinal di Piacenza, quale ce lo dipinge il buon Vespasiano cartolaio; il quale messere “non adoperava occhiali se non la notte, e tenevagli in camera in una buca” e non cenava perché era vecchio, ma “solo pigliava una scodella di pane molle nella peverada del pollo, e beveva due mezzi bicchieri di vino”. (S. R.)

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GDPR E PRINTING: LA SOLUZIONE DI BROTHER

La risposta del gruppo giapponese alle vulnerabilità dei sistemi di stampa Per essere conformi al GDPR - il nuovo Regolamento Europeo in materia di protezione dei dati personali – è obbligatorio dimostrare un pieno controllo sui dati personali che transitano in azienda e garantire la massima protezione contro perdite, elaborazioni non autorizzate, esfiltrazioni e furti accidentali. Stampanti e multifunzione ricoprono un ruolo chiave nei processi di lavoro delle imprese e, come tali, vedono transitare molte informazioni sensibili. Nel percorso di adeguamento alla normativa è quindi essenziale occuparsi attentamente della sicurezza di questi endpoint e dei workflow documentali e di stampa che veicolano. La consapevolezza in quest’ambito, però, deve crescere: secondo una recente ricerca che Brother ha condotto in collaborazione con IDC, infatti, il 40% degli acquirenti di stampanti non sa cos’è il GDPR e tra quelli che lo sanno il 51% non ne comprende le significative implicazioni per la stampa. Se si vogliono evitare le sanzioni previste dalla normativa europea e i danni che possono derivare da incidenti che coinvolgono dati sensibili, è indispensabile per le imprese cambiare questo trend. Per ridurre la vulnerabilità dei sistemi di stampa e rispondere a queste nuove esigenze di business security e tutela della privacy, Brother adotta una strategia globale di sicurezza delle informazioni che garantisce un accesso sicuro alla rete e ai dispositivi, senza dimenticare il monitoraggio e la gestione dell’intero flusso documentale, grazie alle soluzioni di security printing, crittografia, pull printing e managed print services. Attraverso una combinazione di funzionalità di sicurezza hardware,

strumenti software e formazione degli utenti su pratiche responsabili e sicure in grado di costruire una politica globale di sicurezza all’altezza dei requisiti fondamentali richiesti dal GDPR, Brother: 1) Garantisce il controllo delle stampe in uscita e riduce il rischio che documenti sensibili restino incustoditi nei cassetti della stampante grazie a Secure Function Lock: la soluzione consente di assegnare a ogni utente funzioni di stampa differenziate grazie a un sistema di autenticazione che sfrutta schede di identificazione NFC o PIN. 2) Previene i rischi associati a violazioni di documenti memorizzati sugli hard disk interni alle stampanti: molti dispositivi Brother non richiedono dischi fissi per l’esecuzione delle operazioni di stampa, risolvendo a monte il problema, mentre le macchine laser di fascia alta sono dotate delle funzionalità di sicurezza TLS/SSL, protocolli criptati che proteggono i documenti impedendo fughe di informazioni. 3) Limita l’accesso ai device tramite la rete aziendale: alcune serie di stampanti sono in grado di bloccare a distanza chiunque acceda al dispositivo tramite la rete, filtrando gli indirizzi IP e sfruttando un controllo dei protocolli che consente agli amministratori di disattivare quelli non necessari. L’essere compliant al GDPR richiede inoltre un processo di ripensamento continuo delle policy e degli strumenti adottati; per questo possono essere preziosi i servizi di stampa gestita Brother (MPS): mentre supportano l’azienda nella gestione della propria infrastruttura di stampa, questi possono mantenere alto nel tempo il livello della security, ovvero la resilienza contro i tentativi di hackeraggio, il monitoraggio dell’infrastruttura di stampa, le politiche di sicurezza e la consapevolezza degli utenti.

Brother ha creato una convenzione dedicata alle imprese associate di Univa. Per tutti i dettagli visita il sito: www.univa.va.it/web_v4/site.nsf/dx/brother o contattaci all’e-mail: infosolutions@brother.it

INFORMAZIONE PUBBLICITARIA


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â&#x2013;ś GITA A

Una â&#x20AC;&#x153;company townâ&#x20AC;?

tutta da visitare

Varano Borghi, grazie alla propria storia industriale, rappresenta, per perfezione architettonica, uno dei pochi casi di villaggi operai aziendali ancora riconoscibile nel suo impianto originario. Una caratteristica che si sta trasformando in occasione di turismo a chilometro zero Villa Borghi a Varano Borghi

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RUBRICHE Una delle case più antiche di Varano Borghi

cotonificio Bellora. O ancora le case per operai e dirigenti della car-

Roberto Morandi tiera di Cairate, in Valle Olona. Solo a Varano, però, si può scoprire

U

n universo sociale, fianco a fianco allo stabilimento. Fatto di spazi per ogni momento della vita, a partire dalla casa: è il mondo della fabbrica-villaggio di Varano Borghi, unico esempio di company town in provincia di Varese, tra i pochissimi in Italia. Qui, su una collina incastonata tra un lago e una torbiera, tre generazioni di imprenditori illuminati - i Borghi originari di Gallarate - crearono infatti, pressoché da zero, un villaggio ideale, pensato come elemento centrale nella produttività della fabbrica. A distanza di un secolo e più, il destino del paese è ormai in gran parte distinto da quello dello stabilimento (che pure ancora ospita due imprese, Borghi 1819 e Tbc Tessuti Italiani), ma le architetture fisiche e il modello sociale sono una curiosità da scoprire, divenuta anche occasione di turismo a chilometro zero. L’ha certificato l’ultima edizione delle Giornate di Primavera del Fai, il Fondo per l’Ambiente Italiano: sono state oltre 4.500 le persone che in due soli giorni, nel marzo scorso, sono venute a scoprire Varano Borghi, accompagnate da cinque diversi percorsi di visita predisposti dalla Delegazione del Seprio del Fai in collaborazione con la Pro Loco e cinque scuole superiori del territorio. In provincia non sono pochi i casi di villaggi operai aziendali inseriti all’interno di paesi o città, ancora riconoscibili nelle architetture e nell’impianto originario, per quanto a volte “inquinato” da interventi successivi negli anni del Boom economico. A Saronno c’è il minuscolo villaggio Frua degli anni Venti, a Gallarate l’antico quartiere intorno alla grande fabbrica Carminati e quello - più compatto - del

l’articolata struttura sociale di una vera e propria “company town”, che si è sovrapposta e ha pressoché sostituito il minuscolo villaggio originario. Percorrendo le strade del piccolo centro si scoprono via via le semplici palazzine che diedero il la all’insediamento, le elaborate abitazioni per tecnici specializzati e impiegati (di gusto vagamente anglosassone), le case per i contadini-operai, che passavano dall’aratro al telaio, manodopera aggiuntiva nei momenti di picco della produzione. E ancora i servizi collettivi, come l’ospedale, la sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso, l’albergo, le stalle, la chiesa che l’architetto Paolo Cesa Bianchi progettò prendendo spunto dalle forme della collegiata di Castiglione Olona. Sono edifici che hanno subito improvvide manomissioni nel Dopoguerra e dove

Su una collina incastonata tra un lago e una torbiera, tre generazioni di imprenditori illuminati - i Borghi originari di Gallarate - crearono da zero un villaggio ideale, pensato come elemento centrale nella produttività della fabbrica 57


RUBRICHE 58

vivono in qualche caso anche forme di degrado e abbandono più recente, ma che testimoniano l’attenzione posta nella progettazione e nelle finiture, dalle modanature in cotto alle decorazioni dipinte. Il villaggio si dispone sul leggero declivio della collina, con al culmine la maestosa Villa Borghi, abitazione della famiglia proprietaria della grande fabbrica tessile: nata dal rimaneggiamento di un precedente edificio, riplasmata nelle forme eclettico-barocche visibili al visitatore odierno, è stata recuperata nel 2013 ed è oggi un hotel con centro convegni e spa. Accanto alla piazzetta antistante alla villa s’incontra subito l’alberata piazza Matteotti, con le palazzine (un tempo affrescate) che indirizzano lo sguardo verso la sobria facciata della chiesa. Di qui l’asse centrale del villaggio, viale Vittorio Veneto, accompagna poi alla scoperta degli altri edifici, disposti in ordine cronologico pressoché perfetto, dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Dieci. Verso il fondo del viale alberato le case dell’epoca dei Borghi lasciano il posto a più moderne palazzine postbelliche, che raccontano il passaggio dall’epoca del capitalismo paternalistico all’intervento pubblico nell’edilizia. Pur nella modestia delle dimensioni - ai tempi della Seconda Guerra Mondiale contava circa 1.300 abitanti - Varano Borghi appare quasi come una piccola città, in cui è possibile riconoscere un disegno accurato ed elementi architettonici ricorrenti, nell’uso del cotto, dell’intonaco. Il visitatore più curioso, spingendosi nella periferica via Trieste, scoprirà persino un insieme di case con loggiato in pietra e mattoni risalenti al Dopoguerra: abitazioni private, estranee al disegno originario del borgo, che però riecheggiano ancora il linguaggio architettonico scelto dall’architetto Cesa Bianchi per gli edifici del villaggio dei Borghi. Alla famiglia di industriali gallaratesi è dedicato anche un agile volumetto - “La stoffa dei Borghi” - pubblicato in occasione del recupero della villa e che può essere utile a chi volesse conoscere la storia dell’avventura imprenditoriale. Una vicenda che parte dal capostipite Pasquale Borghi nel 1819 e cresce con il contributo fondamentale del nipote Luigi che – esule risorgimentale dopo la rivoluzione liberale fallita del 1848 – in Gran Bretagna “scoprì” la rivoluzione industriale e la importò in Lombardia. Mentre Napoleone fu il protagonista della fase di sviluppo edilizio del paese. I nomi dei Borghi ritornano anche nella cappella gentilizia nel cimitero del villaggio,

appena periferico, nella cui struttura si ripresenta il motivo degli archi in mattoni che si trova su tanti edifici del paese. Tre sono le generazioni della famiglia che hanno ideato, avviato e portato alla fase culminante l’universo industriale e sociale imperniato sul villaggio: una vicenda che ricorda quella dei Crespi originari di Busto Arsizio, che in tre generazioni tra il 1878 e il 1920 edificarono dal nulla il villaggio di Crespi d’Adda, a fianco del fiume da cui la fabbrica traeva forza motrice. Dal 1995 il paese in provincia di Bergamo, perfettamente conservato nelle sue forme originarie, è divenuto patrimonio dell’umanità Unesco. Rispetto a Crespi d’Adda, Varano Borghi oggi è segnata maggiormente dalle manomissioni successive, ma al contempo si può apprezzare la grande varietà di edifici, che racconta la struttura articolata. Camminando si può così immaginare il movimento di giovani operaie residenti al convitto, di operai con famiglia, degli impiegati più istruiti e meglio alloggiati, degli ingegneri e dei clienti della fabbrica che venivano ospitati per soggiorni più o meno lunghi nell’albergo. Si può immaginare le ore di riposo serale nella piazza alberata, dove anche oggi in estate c’è sempre un tavolino con sedie da posizionare all’ombra in qualunque momento del giorno (una volta a settimana, al venerdì, c’è il mercato). Ed è proprio in piazza che si può immaginare la vivace vita di villaggio di un tempo, in un paese altrimenti molto silenzioso. E dopo la visita al villaggio ci si può concedere un po’ di riposo nella zona del sottostante lago di Comabbio: anche qui gli operosi Borghi impiantarono una modernissima piscicoltura, con tanto di stand all’Expo di Milano del 1906 e una produzione di aringhe in scatola e bottarga destinate anche all’esportazione, al pari dei tessuti prodotti nella grande fabbrica. La stoffa dei Borghi, appunto.

Esempi di villaggi aziendali sono presenti anche a Gallarate e Saronno, ma solo a Varano si può scoprire l’articolata struttura sociale di una vera e propria “company town”


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▶ ARTE RUBRICHE

Il maestro di libertà Un grande evento tra Varese, Gemonio e Milano ricorderà i venti anni dalla realizzazione di una delle più importanti opere dell’artista Floriano Bodini: “I Sette di Gottinga” nella piazza del Parlamento di Hannover verse ma collegate tra loro idealmente, dislocate rispettivamente: al Castello di Masnago con “Dal realismo esistenziale alla Nuova figurazione; gli anni Cinquanta e Sessanta”, al Civico Museo Bodini artista, solo, o in gruppo, - Zivilcourage; a Palazzo Pirelli di Milano Floriano Bodini al lavoro catalogato in correnti o batSpazio Eventi con “I Sette di Gottinga titore libero, a mio parere nella contemporaneità. Floriano Bodini non può fare altro che stare in mezzo agli maestro di Libertà”. impicci della vita a dar testimonianza di Un’intera vita a occuparsi d’arte e di arquesta dimensione”. La dimensione era tisti, scoperti e incoraggiati a migliorare appunto quella del reale (“il sacro” come sempre, più di 200 mostre in Italia e all’ediceva l’oratore di cui stiamo parlando) in stero, una passione mai venuta meno che cui convivono insieme il bene e il male. l’ha portata anche a diverse Biennali a Così si esprimeva lo scultore Floriano Venezia, Fabrizia Buzio Negri, ideatrice Bodini nel corso di una conferenza in dell’evento, è ritornata all’antico amocui raccontava il suo monumento per re. Curò infatti nel 1997 per la Galleria la piazza del Parlamento di Hannover, d’Arte Moderna di Gallarate “Guerreschi “I Sette di Gottinga”, realizzato nel 1998 e il Realismo Esistenziale”, mentre l’anno quando insegnava ancora all’Università seguente scrisse la presentazione critica di Darmstadt. Affascinato dal racconto della monografia Zivilcourage, dedicata dei colleghi tedeschi sui sette docenti proprio al monumento di Hannover di dell’Università di Gottinga, ribellatisi nel Floriano Bodini. Attorno alla figura del 1837 al re Ernst August, che aveva violato grande maestro, che ebbe la fortuna di la Costituzione, pagandone di persona le conoscere e frequentare, e al suo impeconseguenze - con la perdita del posto e gno artistico e civile, la curatrice ha dunpersino l’esilio dal regno di Hannover - aveva insufflato nell’opera, que costruito questo evento espositivo, nella convinzione che “mai risultata poi vincitrice tra 26 progetti internazionali, quella sua idea come oggi, nella società e nella vita, sembra necessario un forte riuniversale di libertà, appresa anche dalla lettura di Pascal, che fa chiamo al senso dell’etica collettiva e della morale politica”. dell’artista un testimone. La rassegna, visitabile dal 6 ottobre 2018 al 12 gennaio 2019, comProprio attorno alla figura di Bodini (1933-2005) e al Zivilcourage prendente più di ottanta opere, ci conduce in ordine cronologico e espresso dal suo monumento bronzeo, che ha compiuto i vent’an- tematico alla prima mostra al Castello di Masnago - custode di uno ni, e nel quale ogni persona può scegliere di entrare, attraversandolo splendido bozzetto “I Sette di Gottinga” - con i lavori e i nomi degli fisicamente, s’incentra un importante evento autunnale, da ottobre artisti legati al Realismo Esistenziale, così denominato da Valsecchi, a gennaio 2019, curato da Fabrizia Buzio Negri con la collaborazio- nel 1956, alla loro prima esposizione: sono tra gli altri Guerreschi, ne di Sara Bodini e Renato Galbusera. Banchieri, Romagnoni, Vaglieri, Ceretti, Ferroni. Il loro sguardo, Si tratta di tre mostre in altrettante sedi, con date di apertura di- come spiega Buzio Negri, si avvicina all’Esistenzialismo, ben lonta-

Luisa Negri

‘‘L’

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RUBRICHE I sette di Gottinga, Hannover

no dal Realismo Sociale, in una visione artistica che guarda piuttosto ai disagi di una difficile quotidianità, profondamente influenzata dai ricordi della guerra, della violenza e delle sofferenze subite. Ma si parlerà ben presto anche di Nuova Figurazione: in Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, a Roma e Napoli la nuova corrente raccoglierà l’adesione di tanti altri illuminati artisti che cercano una mediazione, con un occhio di riguardo alla Pop Art, tra realismo e astrazione. Bodini è tra loro e con loro, come dimostrano i lavori esposti a Masnago. La prima tranche espositiva dell’evento è dunque fondamentale premessa per conoscere, e avvicinare al meglio, la vicenda artistica bodiniana che è parte irrinunciabile di quel milieu culturale degli

Bodini (1933-2005) si inserisce nella Nuova Figurazione, la corrente che raccoglierà l’adesione di tanti altri illuminati artisti che cercano una mediazione, con un occhio di riguardo alla Pop Art, tra realismo e astrazione

anni Cinquanta e Sessanta che il nostro, cresciuto alla scuola di Francesco Messina a Brera, incontrò e scelse. A Brera tornerà poi da giovane docente, prima di esserlo all’Accademia di Carrara, di cui sarà anche presidente in anni più vicini, e prima dell’esperienza professionale e artistica in Germania. La seconda tappa dell’evento varesino, fulcro della mostra, è il racconto intrigante che ruota attorno al monumento di Hannover, nella bella sede del museo Bodini di Gemonio di cui più volte abbiamo parlato dalle nostre pagine. Qui saranno esposte, a partire dal 13 ottobre, accanto al bozzetto del monumento completo, opere e documenti connessi strettamente alla sua realizzazione: disegni preparatori, gessi, medaglie, carteggi e anche foto della fusione presso la storica Fonderia Battaglia - e dell’inagurazione. A far da corona alla narrazione sono state scelte poi importanti opere di artisti vicini a Bodini per il tema, altamente morale, affrontato: sono lavori di Giuliano Vangi, Augusto Perez, Peter Ackermann, Joachim Schmettau, Alberto Sughi, Renato Galbusera, Maria Jannelli, Piero Leddi. E ci sono anche le fotografie di Pepi Merisio. Nella prestigiosa sede di Palazzo Pirelli, a Milano - patria e cuore della nascita del Realismo Esistenziale - a cura della stessa Negri e di Renato Galbusera che fu tra i primi allievi di Bodini, a partire da novembre, si troveranno infine i nomi e le opere - da scoprire questa volta di persona - di giovani artisti delle Accademie d’Arte di Milano (Brera) e Torino (Accademia Albertina). È la testimonianza di una continuità generazionale - didattica e morale - che lega al maestro gli 61


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allievi che con lui avevano lavorato, ma soprattutto raccolto il testimone della sua libertà e del suo coraggio di uomo e di artista. Questo è il fondamentale messaggio del felice evento che parte da Varese e impegna anche il capoluogo lombardo. Perché questo è quanto stava a cuore a Bodini - come la figlia Sara ricorda - nel suo intervento in catalogo (con i testi dei tre curatori) riproponendo le illuminate parole paterne : “[...] da quel fatto di Gottinga, a me fino ad allora sconosciuto, narratomi dai miei colleghi tedeschi dell’Università con passionale partecipazione, mi è pian piano venuta la convinzione di poter raccontare con la mia scultura non tanto o non solo un accadimento storico, che di per sé potrebbe essere giudicato anche poco eclatante, ma piuttosto l’idea universale, grande e forte, della libertà, fatta di gesti completi, di atteggiamenti, di scelte, piuttosto che di proclami. Mi era venuta l’idea di mettere al secolo che stava per finire come un sigillo pubblico nel nome della libertà; quella libertà che, proprio in quel secolo, ha visto al massimo della sua affermazione e insieme della sua feroce negazione. Così ho fatto il monumento, l’ho finito e l’ho collocato lì”. Da qualunque lato la si prenda, conclude Sara Bodini “quest’opera rimanda a un tema fondamentale, che è quello della testimonianza attraverso la vita e l’opera. Non è un caso che Bodini scelga di collocare il giovane studente in alto a simboleggiare la testimonianza storica, giovane studente che è il ritratto di Renato Galbusera ai tempi suo allievo e che ne ha poi portato avanti la missione sia artistica che di insegnamento. E non è un caso che mio padre abbia donato ai protagonisti

della vicenda tedesca le sembianze di persone a lui vicine, mutandone atteggiamenti e simboli, in una sovrapposizione di passato/presente e di storia/vita che ha molto del teatro quale metafora dell’esistere”.

DAL REALISMO ESISTENZIALE ALLA NUOVA FIGURAZIONE. GLI ANNI CINQUANTA/ SESSANTA 6 ottobre 2018 - 12 gennaio 2019 Castello di Masnago Museo Civico d’Arte Moderna e Contemporanea (Varese, via Cola di Rienzo) Da martedì a domenica: 9.30-12.30/14.00-18.00 info: 0332 820409

ZIVILCOURAGE 13 ottobre 2018 - 12 gennaio 2019 Museo Civico Floriano Bodini (Gemonio, via Marsala 11) Sabato e domenica: 9.30-12.30/15.00-18.00 info@museobodini.it

I SETTE DI GOTTINGA NELLA CONTEMPORANEITÀ FLORIANO BODINI MAESTRO DI LIBERTÀ Novembre 2018 Palazzo Pirelli-Spazio Eventi (Milano, Via Fabio Filzi 22)

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▶ ARTE RUBRICHE

Siamo vestiti di arte

Indumenti come camicie, cravatte e scarpe riposti a tacere in cassetti e armadi. Ma anche oggetti come caschi da bicicletta e maschere. I quadri del pittore sardo Alberto Magnani, che vive tra Induno Olona e New York, evocano quel gioco delle parti che rappresenta la complessità umana segnica e cromatica della mano dell’artista: ispirato sì, e senza

Luisa Negri fine, per innamoramento giovanile, all’arte americana degli anni

L’

arte raffinata di Alberto Magnani, artista nato ad Arborea Oristano nel 1945, con studio a Induno Olona, in quel di Varese, e a New York, dove giunge per la prima volta nel 1974, prosegue nel solco di una tematica che sembra guardare con persistente fedeltà a Warhol e alla sua famosa Factory. Ma concettualmente, soprattutto nel più recente percorso - compresa la mostra varesina in corso a Punto sull’Arte - sembra alludere a Pirandello. I suoi critici, osservandone le opere affollate di indumenti messi a tacere nei cassetti o negli armadi, oppure adagiate su bianchi panneggi di tessuto - scarpe, pantaloni, coloratissime camicie e cravatte - parlano di un racconto dove il principale tema della narrazione gira attorno al concetto di pieno e vuoto: quel vuoto che è dato dal corpo e dalla vita di chi ha appena dismesso, oppure si accinge a indossare, proprio quegli indumenti. Il vuoto, il grande assente, è insomma l’uomo la cui fisicità è invisibile. Eppure, suggerita, quasi invocata dagli indumenti belli ed eleganti, gusci provocatoriamente frivoli, nell’appagante resa

Sessanta, ma anche alla morbidezza elegante e preziosa di panneggi di broccati rinascimentali, di sete e velluti aperti alla luce come corolle di fiori. Nota la curatrice Alessandra Redaelli in catalogo: “Qui si dispiega il gioco seduttivo di un pittore capace di rivelare strato dopo strato, sotto la perfezione, abissi di significato. La leggibilità della figurazione va qui - ancora una volta a intrecciarsi con le fascinazioni di un concettuale ripensato e domato come solo la vera arte contemporanea sa fare. E al centro di tutto, re assoluto, c’è l’oggetto. Quell’oggetto che Picasso ha voluto scompaginare e nel quale il Surrealismo ha cercato significati reconditi: l’oggetto che Andy Warhol ha strappato da uno scaffale di un supermercato e che l’espressionismo astratto ha distrutto nel caos”. Nella mostra si evidenzia, con tangibile allusione, la recente svolta iconografica e artistica di Magnani. Che accentra il suo interesse, oltre che sugli amati indumenti, su nuovi oggetti, come caschi da bicicletta e maschere: maschere africane e veneziane. Anche qui i tratti sono decisi, il disegno è Alberto Magnani, Yellow Shirt, 2011, olio su tela

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RUBRICHE

pulito, come i provocanti colori in netto contrasto e risalto tra loro: ma Magnani si diverte a introdurre questi nuovi oggetti sottomettendoli al giudizio di altri occhi e altre menti. La maschera (in latino persona, da per-sonare, cioè suonare attraverso, poiché le antiche maschere del teatro latino, grandi e larghe, dovevano fare da amplificatori alla voce dell’attore) è quell’abito facciale di scena ora allegro, ora triste, ora ricco ora povero, ora grottesco o drammatico, che rappresenta la complessità umana: qualcuno ricorderà sull’argomento il particolare film di Ingmar Bergman “Persona”, indagato con interesse anche da Moravia, che ha come protagonista una donna, un’attrice di teatro, cioè l’incarnazione perfetta di persona e personaggio insieme. Le maschere, anche quelle di Magnani, possono essere, come nell’idea pirandelliana della persona, una, nessuna e centomila: un divertimento che attende il nostro e che fa sperare, a chi ama l’originalità di questa mano - e mente felice - d’artista, in una produzione sempre più varia e avventurosa. Per Alberto continua dunque il viaggio - nel cuore e nella mente umana - vissuto all’insegna dell’ironia e della leggerezza (come nella commedia goldoniana) ma anche della sofferenza, della complessità ingannevole della vita, della tragedia così fedelmente rappresentata dal teatro di Euripide o di Shakespeare.

Sopra, Alberto Magnani, Camicie in Fila, 2012, olio su tela. Sotto, Alberto Magnani, Pila di Jeans, 2018, olio su tela

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ALBERTO MAGNANI. EMPIRE OF THINGS L’IMPERO DEGLI OGGETTI 9 - 29 settembre 2018 Punto sull’Arte (Varese, Viale Sant’Antonio, 60/61) Martedì-sabato 10-13/15-19 - info@puntosullarte.it


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RUBRICHE

M O S T R E

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A P P U N T A M E N T I

30° Premio Chiara Numerosi gli eventi in programma al Festival del Racconto 2018, che si svolgeranno fino al mese di novembre Domenica 28 ottobre, ore 11.00 – Museo MAGA Gallarate Incontro con i finalisti Premio Chiara 2017 intervistati da Romano Oldrini. Evento realizzato in collaborazione con DuemilaLibri.

L’Associazione AMICI DI PIERO CHIARA con il patrocinio e il sostegno di Regione Lombardia, Repubblica e Cantone Ticino, Regio Insubrica, Provincia di Varese, Comune di Varese, Comune di Luino, Camera di Commercio di Varese, Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus, ha indetto la XXX edizione del Premio Chiara. TERNA FINALISTA Tra le opere pervenute, un’apposita Giuria letteraria ha selezionato i seguenti finalisti: Luca Doninelli, La conoscenza di sé, La nave di Teseo Enrico Remmert, La guerra dei murazzi, Marsilio Danilo Soscia, Atlante delle meraviglie, Minimum fax SEZIONE SEGNALATI Per la Sezione Segnalati, che individua annualmente un libro 66

di racconti concorrente al Premio Chiara non giunto in finale, ma che sappia ben interpretare le caratteristiche peculiari del territorio e della popolazione insubrica, la Giuria tecnica ha deciso di indicare il seguente volume: Giorgio Genetelli, La conta degli ostinati, Gabriele Capelli Editore. Questa la motivazione: “Personaggi in grado di rivelare un mondo di figure eroiche e picaresche, lontane dalla cultura alla moda, nascoste ai margini temporali e geografici della società e capaci di illuminare aspetti sempre vivi dell’esistenza umana.” PROSSIMI APPUNTAMENTI DEL PREMIO CHIARA Sabato 27 ottobre, ore 17.30 – Biblioteca Cantonale di Lugano Incontro con i finalisti del Premio Chiara 2018 intervistati da Robertino Ghiringhelli, Luca Saltini e Stefano Vassere.

Domenica 28 ottobre, ore 17.00 – Sala Napoleonica, Ville Ponti di Varese Manifestazione finale del Premio Chiara 2018 con spoglio in diretta delle schede di voto e proclamazione del vincitore.

PREMIO CHIARA GIOVANI 2018 L’Associazione AMICI DI PIERO CHIARA con il patrocinio e il sostegno di Regione Lombardia, Repubblica e Cantone Ticino, Provincia di Varese, Comune di Varese, Comune di Luino, Camera di Commercio di Varese, Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus, con la collaborazione dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Varese e per la Lombardia, Laboratorio Formentini per l’editoria, ha promosso anche un concorso di narrativa allo scopo di incentivare le attitudini linguistiche e letterarie dei giovani. Il Premio Chiara Giovani 2018 era rivolto a giovani nati tra


M O S T R E

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A P P U N T A M E N T I a cura di Maria Postiglione

PROSSIMI APPUNTAMENTI DEL PREMIO CHIARA GIOVANI Domenica 7 ottobre, ore 16.00 – Libreria Feltrinelli di Varese Incontro con i finalisti del Premio Chiara Giovani 2018 intervistati da Michele Airoldi, Giuseppe Battarino e Andrea Giacometti. Domenica 28 ottobre, ore 17.00 – Sala Napoleonica, Ville Ponti di Varese Finale del Premio Chiara Giovani, nel quadro della Manifestazione finale del Premio Chiara 2018: annuncio della classifica finale e premiazione dei vincitori. Conducono Claudia Donadoni e Vittorio Colombo.

PREMIO CHIARA INEDITI 2018 L’Associazione AMICI DI PIERO CHIARA con il patrocinio e il sostegno di Regione Lombardia, Repubblica e Cantone Ticino, Provincia di Varese, Comune di Varese, Comune di Luino, Camera di Commercio di Varese, Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus e con la collaborazione della Pietro Macchione Editore, ha inoltre indetto la IX edizione del Premio Chiara Inediti per una raccolta di racconti.

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il 1° gennaio 1993 e il 31 dicembre 2003. La partecipazione era libera e aperta a tutta Italia e alla Svizzera italiana. I concorrenti erano invitati a produrre un racconto originale ed inedito sulla traccia: “La mia frontiera”.

Il concorso era riservato a raccolte di racconti inediti (minimo 3 mai apparsi su quotidiani e riviste o sul web) in lingua italiana. La vincitrice è Elena Ferrini con la raccolta “L’estate dei venticinque anni”, con la seguente motivazione: “I pregi di questa raccolta sono l’equilibrio stilistico, una scrittura scorrevole e la capacità di concludere i racconti in maniera inaspettata. L’autrice dimostra anche una buona consapevolezza narrativa e riflessiva.” Una menzione è andata a Jacopo Cazzaniga – Gallarate (VA), 1986 – con la raccolta “La notte vince sempre”, in quanto “l’autore dimostra di saper padroneggiare una struttura narrativa circolare. In particolare, è efficace nel restituire l’ambientazione di Provincia in una chiave originale. Sono racconti d’atmosfera con episodi paranormali, voci, visioni, angosce diffuse in attesa di un’eclissi di sole”. PROSSIMI APPUNTAMENTI DEL PREMIO CHIARA INEDITI

La premiazione del Premio Chiara Inediti avverrà durante la Manifestazione Finale della XXX edizione del Premio Chiara, domenica 28 ottobre alle ore 17.00 presso la Sala Napoleonica delle Ville Ponti di Varese.

PREMIO RICCARDO PRINA 2018. “UN RACCONTO FOTOGRAFICO”. CONCORSO INTERNAZIONALE DI FOTOGRAFIA – VIII EDIZIONE L’Associazione AMICI DI PIERO CHIARA, la famiglia Prina, l’Associazione degli Amici di Riccardo hanno ricordato il critico d’arte e di fotografia Riccardo Prina (1969-2010) indicendo l’VIII edizione del concorso internazionale di fotografia a lui dedicato, con il patrocinio e il sostegno del Consiglio della Regione Lombardia, con il sostegno e la collaborazione di Repubblica e Canton Ticino, Comunità di Lavoro Regio Insubrica, Comune di Varese, Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus, Triennale di Milano, Museo MAGA 67


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Gallarate, Galleria Ghiggini, Osservatorio Metropolitano di Milano e con la collaborazione del Cfp Bauer–AFOL Metropolitana. Oggetto del Premio era “un racconto fotografico”: si richiedeva una sequenza fotografica da 3 a 6 scatti che avesse in sé un’idea di narrazione, inserita in uno spazio massimo di 1 metro lineare. PROSSIMI APPUNTAMENTI DEL PREMIO RICCARDO PRINA Domenica 14 ottobre, ore 16.00 – Galleria Ghiggini Varese Finale del Premio Riccardo Prina 2018: premiazione di vincitore e menzioni, inaugurazione della II mostra delle opere finaliste del Premio Riccardo Prina 2018, visitabile fino al 28 ottobre.

INCONTRI CON GLI OSPITI Mercoledì 3 ottobre, ore 21.00 – Cinema Castellani, via Acquadro 32, Azzate Massimo Recalcati – La Scuola Giovedì 11 ottobre ore 20.45 Biblioteca Frera, via Zara 37, Tradate (VA) Essere genitori. Essere figli con Alberto Pellai e Barbara Tamborini Sabato 13 ottobre dalle ore 15.30 alle 17.00 - Villa Recalcati, Piazza Libertà 1, Varese Seminario di poesia “La lingua della poesia” a cura e con Franco Buffoni Mercoledì 17 ottobre ore 21.00 Villa Recalcati, Piazza Libertà 1, Varese Le ricette tradizionali di

casa Missoni con Francesco Maccapani Missoni Venerdì 19 ottobre ore 18.00 - Villa Panza, Piazza Litta 1, Varese Helena Janeczek. Vincitrice Premio Strega 2018 Sabato 20 ottobre ore 17.00 -Villa Recalcati, Piazza Libertà 1, Varese Incontro con l’industriale Alberto Alessi Domenica 11 novembre ore 17.30 - Villa Recalcati, Piazza Libertà 1, Varese Marco Missiroli. Da Gustave Flaubert a Emmanuel Carreré come è cambiata l’intimità nella letteratura Sabato 17 novembre ore 17.30 Caffè Zamberletti, corso Matteotti 20, Varese Luca Crovi. L’ombra del campione, Rizzoli


▶ SPORT RUBRICHE

Il Gran Premio della vita Organizzare gare di carrozzine elettroniche per coinvolgere in un’attività sportiva i ragazzi affetti da malattie neuromuscolari come la distrofia: questo lo scopo della neonata associazione dilettantistica Wheelchairgp, presieduta dal 33enne gallaratese Michele Sanguine: “Il nostro unico scopo è divertirci” acceso la lampadina per mettersi in pista. Non più sul ghiaccio,

Andrea Della Bella ma sull’asfalto. Non più corse dietro a un disco, ma griglie di par-

‘‘N

on posso correre? E chi l’ha detto?” Michele Sanguine, presidente della neonata Associazione Sportiva Dilettantistica Wheelchairgp, è un ragazzo di 33 anni, gran parte dei quali passati seduto sulla propria carrozzina elettronica a causa della distrofia muscolare di Duchenne, una patologia che si manifesta dopo qualche anno dalla nascita. Michele abita a Gallarate, ha mollato l’hockey, sport che praticava, per iniziare a correre, poiché non va veloce come Alex Zanardi, uno dei suoi miti, ma fin da bambino ha sempre avuto la passione per la guida. Un amore che ora, con la sua associazione, è riuscito a trasformare in realtà. E non importa se non c’è un campionato e una classifica a punti. Quel che conta è che Michele è riuscito a portare in pista un bel po’ di ragazzi, che con le loro carrozzine, si sfidano, si divertono, ma soprattutto dimostrano che, quando c’è la forza di volontà, non c’è barriera che tenga per chi deve convivere con una disabilità. Michele, quando inizia a raccontarci la sua storia, parte dall’hockey, sport che ha praticato e che gli ha

tenza, sorpassi, traiettorie da seguire, traguardi di tagliare. Non più partite, ma gare. Michele, come nasce l’idea del Wheelchairgp? Per anni ho giocato a hockey in carrozzina, ma c’era una cosa che proprio non riuscivo a sopportare. Ovvero anche lì i giocatori più forti fisicamente scendevano in campo, mentre gli altri erano spesso in panchina e stavano a guardare. Insomma cercavo uno sport in cui tutti fossero protagonisti, potessero esprimersi e mettere alla prova le proprie capacità. Così ho chiuso con l’hockey ed è nata l’idea delle corse con le carrozzine elettroniche. Qui non conta la disabilità, ma l’abilità. Non conta il fisico, ma la bravura a guidare il mezzo. Basti pensare che ci sono ragazzi affetti da distrofia muscolare che non riescono nemmeno a parlare, eppure a guidare, con la bocca, sono davvero tosti. Come hai iniziato? Guidare è sempre stato il mio desiderio. Più le macchine che le moto e con la mia carrozzina posso assecondare la mia passione. Prima però non facevo gare, ma mi divertivo comunque. 69


RUBRICHE

“Ci sono ragazzi affetti da distrofia muscolare che non riescono nemmeno a parlare, eppure a guidare, con la bocca, sono davvero tosti” Andavi in pista? No. E nemmeno per strada. Purtroppo Gallarate, ma un po’ tutte le città non sono agevoli per chi ha una disabilità: troppi ostacoli, non ci sono percorsi ciclabili. Gli unici posti dove mi divertivo a guidare erano o nei centri commerciali, oppure, qualche volta, al Terminal di Malpensa, nell’area delle partenze. Insomma mi dovevo arrangiare. Ora invece dove corri? Non c’è ancora un campionato vero e proprio. Per il momento vengono organizzate manifestazioni che durano una giornata e solo con lo scopo di divertirci. In provincia di Varese abbiamo provato a gareggiare sulla pista di go-kart a Cassano Magnago o a Induno Olona, dove poche settimane fa si è tenuta una della nostre gare. E i gran premi come si svolgono? Come una gara vera e propria. Fino all’anno scorso ognuno correva da solo e contava il cronometro. Da quest’anno invece abbiamo cambiato formula, ci sono differenti categorie a seconda della velocità che può raggiungere una carrozzina, la più veloce non supera i 15 chilometri orari e sulla griglia di partenza schieriamo un gruppo di concorrenti. Insomma proprio come un gran premio. 70

Vista la tua passione per le auto, chi è il tuo pilota preferito? In realtà sono due: Michael Schumacher e Alex Zanardi, che tra l’altro mi piacerebbe incontrare e conoscere. Ho una grande ammirazione per Zanardi. Lui non è nato disabile, eppure ha avuto la forza e la capacità di trasformare in energia positiva ciò che la vita gli ha riservato. Non è facile ritrovarsi su una carrozzina. Io lo capisco, perché la mia forma di distrofia non si manifesta subito. Io sono in carrozzina da quando avevo 12 anni e ricordo, infatti, quando facevo fatica a camminare, all’inizio si pensava che fosse un fatto di pigrizia, poiché la distrofia di Duchenne non si riconosce subito. Insomma non è stato facile, anche se devo dire che guidare mi piace, anzi mi ha aiutato a vivere meglio la mia malattia. Oltre alla guida hai altre passioni? La musica. Scrivo canzoni e faccio musica funky rap. Il mio nome d’arte è Toro Seduto, ho appena inciso una brano e girato il video. Ma non solo. Mi piace anche la radio e condurre trasmissioni radiofoniche. L’ho anche fatto alla radio della LIUC – Università Cattaneo. Torniamo ai gran premi e alle wheelchair. Obiettivi per il futuro? Prima di tutto vogliamo continuare a divertirci, perché i ragazzi che partecipano poi esprimono grande apprezzamento sulla nostra chat. Poi vogliamo strutturare ancor meglio gli eventi e per questo abbiamo deciso di costituire un’associazione dilettantistica. Insomma di strada da fare ne abbiamo ancora tanta e vogliamo percorrerla tutta.

www.wheelchairgp.com


TANTE FAMIGLIE HANNO SCELTO UPTOWN, E TU?


▶ MOTORI RUBRICHE

Tutto lo stile Lexus nel nuovo SUV RX L Hybrid La versione europea della Lexus RX L Hybrid, sette posti, è stata svelata all’ultima edizione del Salone di Ginevra

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ent’anni fa il brand Lexus lanciò sul mercato il modello RX, primo SUV premium che dette vita ad un nuovo segmento, oggi molto affollato. Una vettura importante per il marchio, soprattutto in Italia, un mercato definito strategico dalla casa giapponese dove vanta ben 14.000 unità vendute. Un modello versatile dedicato soprattutto alle famiglie, sette posti, tanto spazio, grande capacità di carico. Pratico e funzionale, il nuovo RX si adatta a qualsiasi necessità. In Italia Lexus RX L Hybrid 7 posti sarà disponibile in due allestimenti al prezzo di 74.150 euro per la versione Executive e 81.150 euro per la versione Luxury. Lexus ha deciso di riprogettare il suo RX impiegando una struttura tutta nuova e rivisitando il posteriore senza aumentare la lunghezza dell’assale preservando al contempo le linee atletiche da coupé. Il nuovo RX presenta la tradizionale griglia a clessidra impreziosita da eleganti inserti cromati, gruppi ottici a LED con dettagli a forma di L, omaggio alla filosofia stilistica L-finesse di Lexus, fendinebbia e

indicatori di direzione a LED disponibili di serie sugli allestimenti più pregiati. Il nuovo RX L Hybrid dall’aspetto decisamente imponente, è più lungo di 110 mm rispetto al modello standard, ben 5.000 mm. Proporzioni importanti alla base del comfort dedicato al sesto e al settimo occupante. L’altezza complessiva è stata aumentata a 1.700 mm, mentre la larghezza è stata mantenuta a 1.895 mm. Eleganti gli interni, il giusto compromesso tra lusso e funzionalità, artigianalità e rifiniture di pregio. I sedili avvolgenti con schienali che presentano delle ricercate imbottiture che richiamano lo stile dei pannelli sulle portiere. Particolari gli interni impreziositi da inserti in legno e alluminio incisi a laser e prodotti per Lexus dagli artigiani della Yamaha grazie alla tecnica presa in prestito dalla produzione dei migliori strumenti musicali a livello mondiale. Per facilitare le operazioni di carico e scarico, RX L Hybrid propone di serie sull’allestimento Luxury un portellone elettrico intelligente che permette l’apertura semplicemente avvicinando la mano al logo Lexus. Il sistema di infotainment è il Lexus Premium Navigation con display da 12,3 pollici collocato sulla plancia in posizione centrale. Il sistema E-Four di Lexus utilizza un motore elettrico ausiliario che fornisce la trazione alle ruote posteriori, mentre quelle anteriori sono alimentate dal motore termico, da quello elettrico oppure dalla combinazione dei due. E’ l’innovativo sistema in grado di variare la distribuzione della coppia sulle ruote posteriori in base alle dinamiche di guida e alle condizioni del fondo stradale, offrendo un livello di stabilità e accelerazione sulle superfici bagnate adeguato alla trazione integrale. E’ già possibile ordinare la RX L Hybrid e vederla più da vicino nella concessionaria Lexus Varese di Viale Ippodromo.

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▶ MOTORI RUBRICHE

MV Agusta:

ritorno al Motomondiale dopo 42 anni Il prestigioso marchio motociclistico italiano, tutt’oggi il più titolato a livello mondiale, e un team di grande esperienza: MV Agusta & Forward Racing Team, insieme per scrivere un nuovo capitolo nella storia del motociclismo

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a storia di Agusta inizia nel 1907, e porta con sè una grande parte delle memorie del nostro territorio. Il Conte Giovanni Agusta, aristocratico siciliano con la passione del volo, si trasferisce al Nord e stabilisce la sua azienda “Costruzioni Aeronautiche Giovanni Agusta” a poca distanza da Malpensa, a Cascina Costa. La produzione di aeroplani conosce un vero e proprio boom durante la Grande Guerra, Il Conte Giovanni muore nel 1927, a succedergli sono la moglie Giuseppina e il figlio Domenico. Dopo la fine della guerra il settore aeronautico subisce un forte declino e Domenico decide di diversificare la produzione entrando nel settore delle motociclette, anche se non abbandona il campo aeronautico. Quest’ultimo avrà una nuova ripresa durante la Seconda Guerra Mondiale, ma oramai le moto sono nel DNA dell’azienda. Dopo il secondo conflitto, in Italia, è vietata la produzione di aeroplani e Agusta si concentra sulle motociclette. Nel 1945 nasce la MV, “Meccaniche Verghera” e la prima moto che ne porta il marchio passerà alla storia come “MV 98”. La passione degli Agusta per il volo e la velocità si riconosce nelle motociclette del marchio, dotate di uno spirito combattivo senza eguali e foriero di innumerevoli vittorie sportive negli anni a venire. Con l’affermazione dell’automobile e declino delle vendite di motociclette Agusta risponde offrendo modelli sempre più innovativi e sofisticati, che entusiasmano gli appassionati. Una mossa vincente anche grazie alle continue vittorie in pista delle MV Agusta. Nel 1965 ha inizio quello che può considerarsi il

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sodalizio più celebrato della storia del motociclismo, quello tra Giacomo Agostini ed il leggendario tre cilindri MV Agusta. Il marchio viene acquisito nel 1992 dalla Cagiva di Claudio Castiglioni, che aveva iniziato la produzione di moto 12 anni prima sulle rive del lago di Varese in località Schiranna, dopo aver rilevato la sofferente Aermacchi-Harley-Davidson. Le MV sono rimaste nel cuore dei veri appassionati di motociclismo, e il successo è immediato. Giovanni Castiglioni, Presidente di MV AGUSTA dichiara: “Sono molto orgoglioso di vedere il sogno di riportare MV Agusta nel Motomondiale diventare realtà. Volevo ringraziare tutti i nostri ingegneri, tecnici e designer e i ragazzi del Forward Racing Team per avere reso tutto questo possibile in così poco tempo”. Un grande lavoro svolto in team con l’apporto fondamentale di Giovanni Cuzari e Brian Gillen. “È da qualche anno che stiamo valutando un ritorno al Motomondiale e con il cambio di regolamento della categoria Moto2 per il 2019, dopo 42 anni ci troviamo davanti all’opportunità di esprimere tutto il nostro know-how tecnico, sviluppato negli utlimi 6 anni di gare nel mondiale Superbike e Supersport. Il progetto Moto2 è molto ambizioso e stiamo impegnando tutte le nostre risorse di R&D ed esperienza nelle corse per costruire una moto completamente nuova, diversa da tutte le altre ed all’altezza del marchio MV Agusta”. Un grande orgoglio per tutti i varesini in attesa di poter fare il tifo per la “nostra Moto” al prossimo Motomondiale.


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Medicina del Lavoro e poi...

Il mondo di Fondazione Raimondi Un punto di riferimento, per tutti Un anno fa Fondazione Raimondi Francesco di Gorla Minore inaugurava il Poliambulatorio di Medicina Specialistica e Diagnostica, un centro di eccellenza con più di trenta specializzazioni. Alla base del rinnovamento della struttura e delle attività c’è lo spirito di squadra e la sinergia di un pool di oltre centoventi medici e specialisti. Tanti i nuovi servizi implementati, a consolidare sempre più il “mondo” di opportunità e offerta scientifica di Fondazione Raimondi. La struttura è oggi un punto di riferimento per le aziende del territorio, che possono contare su consulenze mediche trasversali in risposta alle esigenze della persona nella sua accezione più ampia: lavoro, famiglia, infanzia, terza età. Tra le novità più recenti: • Trattamenti di Ozonoterapia, radio-guidati ed effettuati da un anestesista, per la cura del dolore e dei processi infiammatori tipici di patologie della colonna vertebrale, spesso legate a errori posturali.

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Tariffe ineguagliate e ridotti tempi di attesa, uniti alla qualità di strumenti e macchinari e alla professionalità dei medici, sono le caratteristiche del Poliambulatorio di Fondazione Raimondi Francesco.

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INFORMAZIONE PUBBLICITARIA


“È meglio essere ottimisti ed avere torto piuttosto che pessimisti e avere ragione”. (Albert Einstein)

Spunti positivi per ripartire a settembre con entusiasmo Silvia Giovannini

PAROLE E FOTOGRAFIE DI MAURO LUONI A cura dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese “Venga qui, venga qua a

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Guardare positivo

guardare!” Era la frase di rito, corredata da un tono e un sorriso entusiasta, con cui Mauro Luoni invitava i colleghi nell’ufficio comunicazione dell’Unione Industriali ad ammirare i suoi scatti fotografici di ritorno dalle gite in moto. Erano prima le diapositive, le foto stampate, poi gli scatti digitali: un percorso storico anche in questo senso, quello raccontato nelle immagini di un uomo che per la storia, soprattutto quella medioevale, nutriva una sconfinata passione e, appunto, entusiasmo. Come per le immagini, che gli piaceva condividere perché le cose belle vanno condivise. Come per il territorio varesino dal quale non smetteva mai di lasciarsi affascinare: tanto da promuovere rubriche destinate a raccontarne quella meraviglia ai lettori all’interno del “suo” Varesefocus. Classe ‘54, per 30 anni voce della comunicazione di Univa, uomo di enorme cultura, comunicatore, appassionato di musica sacra, fotografia ed entusiasta motociclista,

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aiutare altri ragazzi nella mia condizione”. Lo speriamo fiduciosi anche noi.

Luoni è stato giornalista e scrittore sapiente, lungimirante e, insieme, misurato. Il volume raccoglie testi e immagini a sua firma, che ne offrono una sorta di veritiero, seppur parziale, (auto) ritratto. Ne emerge una figura poliedrica e vulcanica, da una parte, ma anche mite e riflessiva, capace di coniugare luci e ombre nella fotografia, come parole e silenzi nel mestiere di giornalista. Il volume non ha il mero valore di commemorazione quanto di spunto di riflessione per tutti grazie alla condivisione del lavoro di un uomo speciale. Per citare le parole dell’attuale Presidente Univa Riccardo Comerio: “Le persone speciali ti aiutano a dire sempre quello che pensi, a metterti in gioco ogni volta ed essere sempre te stesso”. 78

Leo 299 DAL SETTIMO CIELO AL SETTIMO PIANO Corriere della Sera, 2018 “Cadi? Mangi la polvere? Non importa. Devi rialzarti. Questo insegna il motocross”. È la lezione che Leo, al secolo Davide, ha imparato fin da piccolo senza sapere che quest’insegnamento gli sarebbe servito per affrontare una strada ben più difficile, quella di una grave malattia, e che questo stesso insegnamento grazie a diverse iniziative (ricordate la canzone Palle di Natale?) tra cui il libro realizzato per “Corriere buone notizie” sarebbe stato condiviso con molti. Una storia di sport e passione, di coraggio e insieme di adolescenza, quella terra di mezzo in cui anche affrontare una malattia è “diverso”. “Spero con questo libro di

Tommaso Tirelli LA SIGNORA DELLE COMETE Edizioni Dedalo, 2018 Intrighi e misteri della missione spaziale Rosetta. Una storia ispirata alla vita della professoressa Amalia Ercoli Finzi, che forse non tutti sanno essere di origini gallaratesi. Una donna ingegnere, un’importante missione spaziale, una morte misteriosa. Sono alcuni degli ingredienti del romanzo. Amalia, la protagonista, è una scienziata coinvolta nella missione spaziale Rosetta che si trova inaspettatamente a dover fronteggiare intrighi umani (e misteri cosmici) rivestendo un po’ impropriamente i panni di un investigatore da romanzo giallo. Certo non le mancano la curiosità, il metodo d’indagine, il gusto del “fare” e della scoperta tipico di un ingegnere. La ricerca dei mattoni della vita nel Sistema Solare è forse arrivata a un punto di svolta.


“150 (e più) anni dell’A silo Ponti di Gallarate nella storia della Città”. Il volume, patrocinato dal Comune, ripercorre la storia dell’Asilo Bartolomeo Ponti, una delle realtà più antiche della città dei due galli, dalla sua fondazione nella seconda metà dell’800 ad oggi. Attraverso la storia e i cambiamenti dell’attuale scuola dell’infanzia, il racconto di una città profondamente mutata nel corso del tempo, diventata poi attivo centro industriale e la città che conosciamo oggi.

Gianni Spartà PENSIERI POSITIVI Pietro Macchione Ed. 2018

“Auguriamo a tutti i lettori una buona giornata e nonostante tutto, pensieri positivi”. Parafrasando Salvatore Furia, il Cacciatore di Stelle, vi suggeriamo l’ultimo affascinante lavoro di

Spartà alla scoperta della storia di un uomo che molti varesini hanno conosciuto e amato, ma offrendone un ritratto nuovo, fresco, vivido e, ci consenta l’autore, un omaggio affettuoso. Il ritratto di un educatore, poeta delle previsioni del tempo, testardo visionario, pragmatico sognatore, ideatore della Cittadella di Scienze al Campo dei Fiori con il suo osservatorio popolare. Popolare, forse è la chiave di lettura. “Anni di intenso e duro lavoro hanno portato la Cittadella ad essere una realtà, di opere, di istituzioni, di servizi proiettata verso il futuro, luogo di cultura interdisciplinare”: le parole dello stesso Furia su Varesefocus nel 2005, ne confermano un personaggio esemplare nella storia di un territorio in cui il voler fare e il saper fare si coniugano spesso per il bene di tutti. E, come in questo caso, il bene ne sollecita altro: non manca nel racconto il lungimirante sostegno delle istituzioni (non sempre scontato!) e di generosi finanziatori. Pensieri positivi.

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L.F. Guenzani, A. P. Guenzani, E. Bertozzi, F. G. Orlandi C’ERA UN BAMBINO CHE COME ME... Colana Galerate, 2018

L’Osservatorio del Campo dei Fiori

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▶ DAL WEB RUBRICHE

Stay tuned! Le ultime notizie dal web e dai social network

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varesefocus.it Vola l’aerospazio lombardo Il Lombardia Aerospace Cluster ha fatto scalo al Farnborough International Airshow. L’evento è stato l’occasione per un focus su un’industria lombarda di settore che conta più di 220 imprese per 16mila addetti e produce un valore aggiunto sul territorio di quasi 6 miliardi di euro: un sistema in grado di generare da solo nel primo trimestre 2018 il 41% dell’export italiano del settore.

solo su

univa.va.it Varese Depur: un consorzio per le acque Un’idea dell’Unione Industriali per dar vita a un nuovo consorzio provinciale aperto all’adesione di tutte le imprese del territorio. L’obiettivo è garantire acque pulite e sostenibilità nell’interesse della collettività e del territorio e, insieme, di semplificare la gestione della parte burocratica per imprese e enti pubblici.

#TechMission 2018 a Boston e San Francisco Confindustria Lombardia e Digital Innovation Hub Lombardia organizzano una missione tecnologica in due dei maggiori poli tecnologici mondiali, che si svolgerà da sabato 13 a domenica 21 ottobre 2018. Tutti gli aspetti organizzativi saranno curati dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese che, insieme al Prof. Marco Astuti, da anni organizza missioni tecnologiche in Silicon Valley e in altri contesti di innovazione internazionali. 80

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Varesefocus 5-2018 Settembre  

Dall'arte alla sostenibilità. Come cambia l'industria del Tessile e Abbigliamento

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