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Anno Accademico 2018-2019


“Ancora

oggi si tende a credere che i rapporti generazionali, come quello tra padri e figli, siano a volte conflittuali e immaturi, ma bisogna comunque riflettere sull’importanza del naturale sentimento di ciascuno nei confronti dell’altro, ricordandone sempre i cardini e i princìpi fondanti: rispetto, fiducia e amore. ma è altrettanto importante sottolineare che, se non si mantiene una giusta distanza dai figli - non affettiva, ma educativa - non si riesce a donare quel prezioso segreto che permette ai figli di tirar fuori tutte le personali risorse e di realizzare il proprio futuro. Forse solo così un padre può accompagnare i figli nella vita.” ARTICOLI di SVILUPPO del TEMA

§ Interessante l’argomento “padre”, visto che oggi giorno non si parla che di madri, ragazze, donne e mai

di questa figura cosi’ importante e determinante nella vita di ognuno, da essere messa addirittura in un angolo, e della quale pare che tutti si siano dimenticati. Si perchè in realtà, non lo dimentichiamo, se tutti non siamo genitori, sicuramente tutti siamo figli! Figli di una madre certamente, ma anche e sicuramente di un padre. Volenti o nolenti questa è una realtà dalla quale difficilimente si può sfuggire e dalla quale non serve nemmeno nascondersi, raccontandosi che la scienza ed il progresso possano cambiare lo stato dei fatti che un essere umano può essere generato solo da un uomo e una da donna. Molti possono non averlo mai conosciuto, molti possono averlo perso da giovanissimi, molti altri possono aver avuto con esso, un rapporto di conflittualità devastante e molti altri invece un rapporto morboso o addirittura manicale. Tutti però hanno avuto padre! Con il quale andrebbe fatta pace, se non fisica o verbale, almeno virtuale; per rendere merito, se non alle opere là dove sono venute a mancare, quanto meno al fatto di averci regalato la vita. Potremmo anche aver avuto un padre diventato una persona estranea al proprio DNA, ma che ha sopperito egregiamente alle mancanze di quello carnale. E molti hanno un Padre celeste che nessuno vede, ma che ognuno sente nel proprio cuore e con il quale tiene acceso quel dialogo necessario per la sopravvivenza. Il ruolo del padre dovrebbe essere, secondo alcuni, la guida nella vita, colui che indirizza e insegna a camminare nella giusta direzione e che riesca a tirare fuori il meglio da quel interiorità di ognuno che fatica sempre più a venire alla luce. Compito non troppo difficile se illuminato dall’amore e da quella che - non a caso - si chiama “la regola del padre di famiglia”; cioè di colui che agisce in base al bene supremo per i figli e, non solo per coloro che fanno parte del proprio nucleo familiare, ma di tutta la comunità. Cioè di tutte le

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persone che ha accanto, che incontra ogni giorno,..e si’ perchè perchè in ogni ambito della nostra vita, che sia lavorativo e non, in fondo noi tutti siamo chiamati ad essere padri del nostro prossimo che sia più piccolo o indefeso o bisognoso del nostro aiuto, che possiamo incontrare lungo il cammino della vita. Difficile compito da attuare quando questo viene impedito, ostacolato e addirittura negato ai padri. Basti solo pensare - per fare uno dei tanti esempi moderni - a quel potere decisionale che viene sottratto al padre, quando una donna decide, per qualsiasi motivo, di interrompere volontariamente la gravidanza. Decisione che per legge dal 1978 con la “194”, è stata lasciata interamente alla donna. Quel nasciuturo è figlio di entrambi, ma la legge non permette che il padre abbia voce in capitolo. E questa è solo la punta di un enorme iceberg, contro il quale l’umanità si sta scontrando e che presto o tardi si dovrà trovare a farci due conti. Ecco che il ruolo del padre viene demolito fin dal concepimento e tutto ciò, a scapito di una civiltà che ha perso i suoi cardini, i suoi punti di riferimento, la sua colonna portante...il padre appunto! Come si può pretendere, quindi dai nostri giovani, cioè il ns futuro, che siano più svegli, più attenti, più umani e responsabili, se tutto questo non gli viene donato da colui che doveva essere il loro punto di riferimento?...La loro guida per eccellenza? Quell’autorità e autorevolezza sottratta al ruolo del padre spesso è la causa di ciò a cui assistiamo ogni giorno nelle scuole, per le strade, nelle famiglie: niente di più triste, nel sapere che basterebbe poco per rendere quell’autonomia necessaria a coloro che un tempo erano le fondamenta di familglie, comunità, villaggi e nazioni intere. In prossimità del Natale come non ricordare il Padre per eccellenza! Ci è quindi di grande esempio San Giuseppe che, per chi ha Fede, nessuna novità, ma che per tutti innegabile il fatto che sia stato la guida perfetta, umile e autorevole e, allo stesso tempo, amorevole e gran lavoratore, uomo giusto e timorato di Dio. Emiliana Appetito _______________________

§ Sviluppare un rapporto con il proprio figlio non è una cosa semplice né scontata. Si tratta di un processo

lungo e impegnativo, dove è necessario restare attenti affinchè la formazione di un figlio avvenga nella maniera più naturale (e spontanea) possibile. Il dialogo è la parte che più manca nella società di oggi: i genitori che non conoscono i propri figli sono ormai all’ordine del giorno e, sempre più spesso, ci si trova davanti a famiglie i cui membri non comunicano tra di loro, ma si limitano a vivere insieme in un freddo rapporto di semplice convivenza, come se quest’ultima fosse quasi un male necessario. Rispetto, fiducia e amore: sono sicuramente tre colonne portanti in un sano rapporto tra familiari, ma bisogna fare attenzione a non oltrepassare i limiti oltre i quali si sfocerebbe in un’esagerazione che non gioverebbe affatto al figlio in questione (anche se a una prima impressione sembrerebbe di sì). L’iperprotettività, in particolare, è una caratteristica che accomuna tanti tipi di genitori odierni: si tende a proteggere il sangue del proprio sangue ai più svariati pericoli del mondo esterno, concetto non sbagliato alla base, ma che non permette al figlio di adattarsi alle condizioni esterne alla famiglia. Questo andrà a suo svantaggio in futuro, quando crescerà e si troverà in situazioni che difficilmente saprà gestire.

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È importante quindi saper insegnare una precisa morale (che comprende un’educazione e una determinata visione di idee), che gli permetta di mettere in pratica le migliori soluzioni, nel momento in cui si presenteranno le problematiche esterne al nucleo familiare, durante la crescita. Il rispetto, inoltre, deve essere reciproco. Molte volte si pensa erroneamente che il genitore, essendo un’autorità per il figlio, debba limitarsi solo a dettare ordini e condizioni, senza curarsi dell’opinione di quest’ultimo. Sarebbe invece più indicato agire fin dalla piccola età in base alla collaborazione, dove le idee di entrambi vengono condivise e ci si impegna in un rapporto d’intesa reciproca. L’aspetto conflittuale, d’altronde, deve essere tenuto costantemente in considerazione. Crescere un figlio significa anche questo: scontrarsi con opinioni diverse, capire che il figlio non è una versione in miniatura del genitore ma un essere umano a sé stante, con una mente e una visione diversa delle cose. È normale (a volte quasi benefico) discutere e confrontarsi per far sì che la già citata comunicazione tra familiari non cessi mai di esistere. È possibile, in conclusione, coltivare quotidianamente il rapporto con il proprio figlio, tenendo una distanza educativa e facendogli sentire il valore affettivo allo stesso tempo. L’obiettivo di ogni genitore è quello di preparare il proprio figlio alla vita che lo aspetta, una volta superata la soglia di casa. Non si deve fare altro che seguire il corso degli eventi, restando sempre attenti sulla sua formazione sia fisica che psicologica. Facendo sentire in modo troppo forte la figura genitoriale si rischia di provocare in lui una ribellione, che sarebbe dannosa. La strada giusta è dettata dal consiglio e dalla condivisione, dove le esperienze di tutti i membri del nucleo familiare vanno a unirsi per offrire uno spunto di crescita. Barbara Attanasio _______________________

§ Per prima cosa sceglierei il ritorno del padre In un articolo del 27 /12//98 su la Repubblica Eugenio Scalfari sottolinea quale padre manchi alla nostra società precisando che se il padre non c’ è più l’ intera architettura familiare è destinata a crollare; se il padre ha dimissionato non ci saranno più neppure i figli, i fratelli, i cugini; mancano i punti di riferimento, la stessa salutare dialettica tra le generazioni viene meno e si trasforma in una mera lotta per il potere tra vecchi e giovani. …. Ovviamente non si nasce padri; lo si diventa col vivere e attraverso il vivere. Lo si diventa quando si riesce a comprendere l’ Altro superando le ristrettezze nelle quali l’ Io inevitabilmente ci racchiude. I figli sono fisiologicamente i portatori dell’ Io; i padri, quelli veri, superano quella costruzione difensiva e vivono per i figli, costruendo le condizioni del loro futuro; è superfluo avvertire che, in un tempo come il nostro che ha vissuto nell’ emancipazione della donna la sua più grande rivoluzione, la funzione paternale non è legata al sesso. Indagare sulle cause e sui caratteri della latitanza-assenza dei padri o, come scrive Scalfari, delle dimissioni del padre, ci porterebbe ad un’analisi sociologica inesauribile

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e, probabilmente, di scarso interesse in questa sede. Invocheremmo la crisi del maschio, la forza delle donne, i figli viziati e tutti i luoghi comuni e non comuni che ci proporrebbe la risposta. Di maggiore rilevanza può essere capire QUALE padre manchi ai nostri giovani ironicamente descritti “sdraiati” da Michele Serra. Se si pensa al padre forte e autoritario la mia generazione può testimoniare quanto sia inefficace questo profilo per le ribellioni adolescenziali e, in particolare, sui nostri adoloscenti poco inclini all’obbedienza. Un padre oggi, a mio parere, deve garantire presenza, per quanto possibile, ma soprattutto deve riempire questa presenza di costante e paziente valenza educativa. Questa sfida prevede un elemento ineludibile che è ovviamente assicurato: l’amore. L’amore in una forma molto impegnativa con generazioni che non considerano l’obbedienza un valore. E non mi riferisco all’obbedienza cieca, ma ad un obbedienza legata a tre elementi, oltre l’amore filiale: la fiducia, il rispetto e l’affidabilità. Questi elementi non sono garantiti al padre dal rapporto filiale; la sfida è nel conquistarli giorno dopo giorno con costanza e determinazione senza arrendevolezze pericolose. I padri dovrebbero recuperare la loro autorevolezza e noi donne-madri dovremmo collaborare in modo convinto ed efficace per raggiungere questo obiettivo educativo. Fondamentale si conferma la presenza attiva del padre-normatore, cioè di un padre che possa ristabilire la legge. Massimo Recalcati ci ricorda come Telemaco, figlio di Ulisse, guardi il mare, aspettando il ritorno del padre che riporti la legge, il nomos, a Itaca nella casa e in famiglia. Così le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni....La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di discipluna, ma di testimonianza ...di un padre capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso. I figli oggi non hanno bisogno del compagno di giochi, di una complicità genitoriale che imiti e insidi il ruolo di fratelli o degli amici. La loro ricerca di orizzonte di senso invoca che ritorni non il padre-padrone ormai per fortuna quasi congedato dai nuovi scenari sociali, almeno come ipotesi,, ma un padre costruttivamente presente anche con dinieghi fermi e decisi che accompagnino la crescita dei figli in un mondo fatto oggi soprattutto di insidie e di sirene ammiccanti. Un padre che sappia guidare il suo Pinocchio fuori dal paese dei balocchi evitando che soccomba come Lucignolo. Ma non tutti i figli auspicano il ritorno di questo padre. L’assenza della regola spesso li affascina fino a far confondere la libertà e l’autonomia con la sregolatezza, l’assenza di nomos. Eppure non è difficile comprendere gli effetti inquietanti dell’assenza del padre -testimone a favore della presenza del padre “dimissionario”. Come nel racconto di Omero di tanti secoli fa, speriamo che molti padri ritornino dalla loro assenza e che molti figli, da sdraiati, si rimettano in piedi dicendo come Telemaco “se tutte le cose avvenissero secondo il desiderio dei mortali, per prima cosa sceglierei il giorno del ritorno del padre”. Lina D’Andrea _______________________

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§ Sintetizzo quello che ho maturato in trenta anni di paternità.

I “nostri” figli non sono una “nostra” proprietà ma ci sono stati affidati perché li cresciamo ed educhiamo per renderli in grado di affrontare al meglio la loro vita. Quando si diventa padre non si è quasi mai pronti a vivere questo ruolo, dato che sino a quel momento si è stati figli, tutt’al più fratelli maggiori. E’ un ruolo che nessun manuale e nessuna persona, genitore, parente o amico, può insegnare in modo esauriente, soprattutto nelle fasi più critiche che i figli devono affrontare. Ci si attrezza quindi con alcuni testi, con i consigli dei coetanei che già hanno vissuto, in periodi recenti, le stesse esperienze, ma soprattutto ci si riferisce al proprio vissuto con i genitori, per ricalcarne le orme o, se non li condividiamo, per tenere atteggiamenti opposti. Ogni padre deve far ricorso alla propria esperienza personale (come figlio) e al proprio istinto e bagaglio culturale. Lo stile di vita del padre (e della coppia genitoriale) crea un imprinting nei figli, soprattutto nei primi tre anni di vita, e successivamente pone le basi per essere accettato o contestato e rifiutato da parte dei figli, a seconda che manifesti coerenza o meno tra discorsi (parole) e fatti. I valori fondamentali si trasmettono con l’esempio vissuto molto più che con i discorsi. Ogni figlio che si sente “amato” dai genitori, in modo non morboso, svilupperà, maturando, la capacità di amare a sua volta. L’essenziale è riuscire a condividere gli interessi e gli impegni dei figli lasciando loro, progressivamente, spazio e libertà di scelta e di azione, ricordando loro che ogni scelta ha delle conseguenze. Il cambiamento sempre più rapido dei costumi e dei comportamenti rispetto a cinquanta anni fa richiede una notevole elasticità mentale e capacità di adattamento ai genitori di oggi per dialogare con i propri figli. Credo che con gli adolescenti di oggi sia molto meno facile di vent’anni fa. Per me il maggiore ostacolo a vivere vicino alle nostre figlie è stato l’impegno nel lavoro. Fortunatamente mia moglie ha saputo compensare e supplire alla mia assenza in quegli anni, in particolare della adolescenza. Quando sono uscito dal mondo del lavoro dipendente sono riuscito ad essere molto più vicino alle figlie, supportandole e condividendo con loro gli ideali e supportandole, quando necessario, nelle loro attività, senza essere invadente. Le figlie sono uscite da casa a 18 anni, e sono andate a studiare in altre città. Questo ha permesso loro di raggiungere velocemente una grande autonomia di gestione del tempo, delle risorse e - in ultima analisi - della loro vita. In questo modo mi è stato possibile affiancarle quando hanno dovuto affrontare per la prima volta nuovi problemi, senza essere opprimente. Ringrazio il Signore per il grande dono che ci ha fatto di due figlie responsabili e autonome con le quali, anche se lontane, mia moglie ed io possiamo vivere un bel rapporto di amore, rispetto e stima reciproca.

Francesco Filippini _______________________

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La figura del padre, storicamente, rispetto alla figura della madre, nello sviluppo e nella crescita di un bambino acquistava valore e peso soprattutto nel momento dell’apprendimento della disciplina e quindi di ciò che è la società e le sue regole. Il riconoscimento dell’autorevolezza del padre era infatti legata a quei valori di disciplina, di rispetto di se stessi, della propria dignità, delle proprie tradizioni, della propria cultura, delle proprie origini che sono e devono rimanere le fondamenta nella costruzione di un individuo, integro, capace di saper onorare la parola data, corretto, rispettoso di se stesso e della collettività in cui opera e si confronta. Oggi si discute tanto della perdita di autorevolezza della figura

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del padre, venuta meno, secondo il parere di molti psicoanalisti e storici, a partire dalle contestazioni del ‘68, quando è cambiata la società e le sue regole nei rapporti uomo-donna, genitori-figli, almeno nel mondo occidentale, favorendo in Italia - per esempio - quella maturità che ha determinato la riforma del diritto di famiglia del 1975. La conquista dell’emancipazione femminile che ha consentito anche alle donne di lavorare ed affermarsi in tanti settori che le erano preclusi fino a quel momento, ha determinato il cambiamento degli schemi sociali e - in primis - il cambiamento della sua cellula fondamentale che è la famiglia: basti pensare al passo in avanti fatto dalle società moderne legittimando le famiglie dove entrambi i genitori sono dello stesso sesso. Oggi il padre ha scoperto non solo il dovere di essere padre, ma anche il piacere e la compartecipazione in tanti di quei gesti che non molto tempo fa erano delegati solo alla figura materna. Ed è così che vediamo piacevolmente la figura paterna raddolcirsi e flotte di padri separati lottare per continuare a coltivare il loro legame genitoriale nella quotidianità. La possibilità anche per gli uomini di poter apparire più fragili e più affettuosi, può essere in realtà un esempio di maggior forza e una più grande manifestazione di fiducia e di amore verso i propri figli. L’esempio che oggi i padri danno è quello di uomini più fragili, consapevoli di non poter essere perfetti e di non doverlo essere, pronti al confronto, a mettersi ed essere messi in discussione. Eppure in questa evoluzione, dove è scomparsa la figura tradizionale del capofamiglia, dal punto di vista sociologico - quindi analizzando la società nel suo complesso - molti psicoanalisti e sociologi ci fanno osservare che la figura del padre tradizionale e del suo insegnamento, soprattutto se vissuta all’interno di una famiglia unità, è ancora un ruolo importante per la salute affettiva e psichica di un figlio. A testimonianza del fatto che la figura del padre è importante nell’insegnare il rispetto delle regole è il fatto che la criminalità giovanile è molto spesso legata all’assenza della figura del padre che - come ci spiega il Prof. Luigi Zoja - è un fatto universale che riguarda i cinque continenti e non dipende neanche dalle differenze culturali. Negli Stati Uniti in particolare (un paese che ci ha sempre preceduto nell’emancipazione sessuale, culturale ed economica) la percentuale di carcerati che non hanno avuto un padre è una percentuale molto alta rispetto al resto della popolazione, percentuale che aumenta nelle popolazioni Afro-Americane: problema a cui l’amministrazione Obama è meritevole di aver dedicato tante energie umane e finanziarie nelle politiche sociali rivolte all’educazione nella responsabilità di essere padri. Infatti, nelle comunità Afro-Americane, la percentuale di bambini che crescono con entrambe le figure era solo il 29% fino a qualche anno fa. Questo dato è conseguenza di secoli di schiavitù, perché allo schiavo non veniva riconosciuta personalità giuridica e, di conseguenza, non gli era consentito contrarre matrimonio: ciò ha determinato che per secoli le comunità Afro-Americane non avessero padri. Dunque, sebbene oggi la disciplina e l’introduzione alla società e alle sue regole è funzione di entrambi i genitori, perché poi le statistiche ci riportano a riflettere e contraddicono quelle certezze che pensiamo oramai acquisite? E perché molti dei nostri giovani sebbene accolti in tanto rispetto sviluppano depressione, hanno comportamenti di bullismo, o utilizzano i cellulari per isolarsi sempre di più? La mia percezione della famiglia nella nostra società è quella di una realtà ancora in divenire, anche quando appare oramai definita. Le variabili culturali ed emotive sono sempre leva di cambiamento. E noi stiamo vivendo tempi di forte cambiamento. Anche nella nostra Italia, accanto a tanti genitori moderni e affettuosi, in una società ora multiculturale rivediamo apparire anche il vecchio autoritarismo, addirittura il possesso e il diritto alla stessa vita delle figlie femmine. La stessa crisi economica sta ridefinendo i ruoli dei genitori: oggi c’è il padre-mammo e il padre-casalingo. In molti casi anche l’emancipazione femminile si sta attenuando, senza tutte quelle situazioni per poterla esprimere. Sino a qualche anno fa le statistiche ci dicevano che esisteva

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un legame tra assenza di padre e povertà della famiglia. Oggi la povertà esiste anche in presenza di un padre affettuoso ed istruito e di una madre in carriera. Il mondo cambia ma l’essere umano rimane bisognoso delle stesse necessità interiori e affettive. La spiegazione di ciò che è la nostra società e le sue regole ai nostri figli si trova come sempre nell’esempio che offriamo e nel come ci presentiamo nella ricerca dei nostri valori. Oggi bisogna insegnare a lottare per se stessi e per gli altri, ma anche contro le storture del sistema, esattamente come ieri. I tempi cambiano, è giusto ed inevitabile, ma gli strumenti per sopravvivere rimangono gli stessi e i nostri genitori rimangono il punto di partenza, le nostre radici. Patrizia Sechi _______________________

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“Colui che genera un figlio non è ancora un padre, un padre è colui che genera un figlio e se ne rende degno” (Fëdor Dostoevskij). Quando ho letto questa frase ho capito che è lì il senso di essere padre. Non è procreando che si diventa tale, ma accompagnando la nuova vita con l’esempio, il sostegno e il sentimento. Sigmund Freud arrivò a considerare nessuna necessità nell’infanzia tanto forte quanto la necessità del padre. Un padre che riesce - non con autorità, ma con autorevolezza - ad insegnare i valori più importanti della vita, riesce a crescere individui che saranno capaci di trasmettere gli stessi valori. In questa società nella quale conta solo la prevaricazione, il successo ad ogni costo o il denaro, non è facile far capire che i valori sono altri, che la felicità è fatta di piccole cose, che i sentimenti, che la mancanza di pregiudizi o il voler condividere con gli altri le proprie esperienze, sono i principi più importanti. Non dobbiamo alimentare nei figli l’egoismo, la superbia, la superficialità e l’intolleranza. Essi non sono esseri perfetti, non hanno sempre ragione, devono rispettare la famiglia, gli insegnanti e gli altri, specialmente quando sono più poveri e sfortunati. Io penso che questi concetti siano più significativi riguardo la figura di un buon padre e in ciò ritorno col pensiero al mio che, con la sua vita, mi fatto capire quanto importante fosse fare prima di tutto il proprio dovere nell’ambito familiare, lavorativo e scolastico. Si dice che per diventare adulti occorre ribellarsi al padre: io l’ho fatto decidendo di interrompere a suo tempo gli studi universitari, per iniziare da subito la mia vita lavorativa, lontano da casa per essere libera e indipendente. Ho saputo molti anni dopo che quella decisione non era stata approvata da mio padre: lui, nonostante tutto, mi aveva sempre appoggiato e dato fiducia. Ecco l’altro elemento importante: far capire che il genitore ha fiducia nel proprio figlio e lo supporta con discrezione senza imporre le sue idee. È molto difficile essere un buon padre: io ritengo che occorre sempre farsi guidare dall’amore. Non bisogna vergognarsi della tenerezza, di una carezza e dell’ascolto soprattutto quando si è stanchi, smarriti o troppo presi dalla propria quotidianità. Come disse un mio amico al funerale del vecchio padre: “Non ho più l’ombrello che mi ha sempre riparato durante i temporali della vita”.

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Ecco: il padre è sempre colui che ci protegge anche quando siamo adulti; la memoria di un tale esempio certamente aiuta e contribuisce significativamente alla costruzione di un padre giusto. Claudia Suppa _______________________

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Diventare padre e poi svolgere il ruolo è veramente difficile e nessuno ha gli strumenti giusti per insegnarlo. L’importante è il vissuto, essere cresciuti in un ambiente familiare solido, prendendo esempio dalle precedenti generazioni, dalle quali il padre può trarre benefici e trasmettere ai figli le basi che servono a crescere e realizzare un futuro. Tutto questo costa sacrificio, preoccupazione e tanto equilibrio, perchè spesso i figli pretendono, o meglio “vogliono”, ed ecco quel NO secco, ma il NO quando ci vuole va detto, perchè è anche questo una regola. Esistono delle regole anche per il padre, al quale per mancanza di tempo a volte sfuggono: cioè ascoltarli questi figli, guardandoli negli occhi, che spesso non dicono la verità, ma che si lasciano intendere, amarli anche se sono cosiddetti “diversi”, perchè loro saranno i figli del domani, e il padre sarà sempre il tronco sul quale si appoggeranno. E questo tronco darà ristoro a tutte le avversità della vita e farà emergere quel prezioso coraggio ne affetto che solo un padre sa donare ai propri figli, per aiutarli a volare, anche se il domani diventa mai.  

Maria Tarquini _______________________

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§ Il rapporto tra padri e figli è sempre stato fondamentale

per lo sviluppo della vita sulla terra e soprattutto per l’evolversi della specie umana. Nella società patriarcale è il padre che trasmette ai figli il proprio cognome. E’ lui che li indirizza nel mondo, che li presenta alla società, che li rende membri della comunità in cui vive. E’ il padre che trasmette ai suoi discendenti i suoi beni e i suoi valori sia materiali che spirituali. Inoltre, egli rappresenta l’autorità, le regole. Dovrebbe trasmettere ai figli i valori dell’onestà, della rettitudine, del senso del dovere, del sacrifico, della forza e del coraggio. Il rapporto con il proprio padre è fondamentale per lo sviluppo sano ed equilibrato di un individuo e dell’intera società. Esso si costruisce nel tempo, non è così immediato e viscerale come quello madre/figlio. Implica anche una volontà, un impegno. Subentra più tardi nella vita di un bambino e lo aiuta a rendersi indipendente e autonomo. Oggi, nella società moderna così veloce e individualista, il ruolo del padre è profondamente cambiato. Non ci sono più modelli e schemi da seguire e ogni uomo lo vive secondo la propria sensibilità e i propri convincimenti. La famiglia tradizionale non esiste più. I genitori sono persone talvolta immature, impegnate soprattutto a risolvere i propri conflitti piuttosto che andare incontro ai bisogni dei figli i quali sono spesso lasciati soli o in compagnia del computer di fronte ai problemi della vita. In tale ambiente di trascuratezza, solitudine e incomunicabilità è inevitabile che sorgano conflitti tra padri e figli e, talvolta, questi sono di non facile soluzione. I conflitti generazionali ci sono sempre stati ma oggi mi sembrano ancora più evidenziati. Tuttavia, fra questi due esseri esistono legami fortissimi non solo di tipo genetico (somiglianze, attitudini) ma anche affettivi, costruiti con anni di convivenza. I cardini e i principi fondanti di questo rapporto dovrebbero essere sempre quelli del rispetto, della fiducia e dell’amore. Un genitore, dovrebbe essere attento ai bisogni del proprio figlio e dovrebbe rispettarne l’unicità. Egli dovrebbe accompagnare il figlio nel suo cammino verso la piena maturità. Dovrebbe vigilare senza darlo troppo a vedere, attento a non soffocarlo. Dovrebbe aiutarlo a sviluppare e a far venir fuori tutte le sue potenzialità; abituarlo e spronarlo verso l’autonomia. Ad una certa età, il figlio deve staccarsi dalla sua famiglia di origine e spiccare il volo. Per questa funzione del genitore noi umani dovremmo imparare dagli animali che accudiscono i cuccioli fino a che questi non diventano autonomi. Dopodiché li lasciano liberi. Inoltre è importante che il padre non abiuri al suo ruolo e che non diventi troppo amico del figlio. Deve accoglierlo e consigliarlo, ma sempre mantenendo una giusta distanza, sempre cercando di fare da contenitore al figlio, di indirizzarlo senza mai rinunciare ad essere per lui punto di riferimento. Un padre dovrebbe donare ai propri figli il valore della libertà, la voglia di risolvere i propri

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problemi da solo e la consapevolezza che solo impegno, costanza e forza di volontà possono portare a raggiungere traguardi duraturi. E’ il padre che mette il figlio in rapporto con il mondo e che gli insegna l’amicizia e la convivenza civile. E’ lui che gli dà l’esempio e lo vaccina contro l’influenza negativa delle mode, dei falsi miti, che gli dà l’imprinting, la capacità critica e di discernimento che gli permetterà di camminare spedito nei sentieri della vita. Solo padri e madri maturi, non egoisti, generosi, possono far crescere uomini e donne consapevoli, forti, liberi e, di conseguenza, costruire un mondo migliore. Beatrice Cenci _______________________

§ Paternità…Amore e Dovere: un ruolo da non dimenticare! Spesso la figura del Padre viene messa in secondo piano rispetto a quella della Madre dando a quest’ultima maggiore rilevanza e questo rischia di rendere erroneamente meno importante il rapporto tra padre e figlio. La diversità genitoriale nel diffondere amore e nell’interagire con i propri figli è un valore aggiunto che mantiene Il giusto equilibrio necessario a far intraprendere al bambino quel viaggio che è la vita. La figura paterna è fondamentale, deve saper infondere sicurezza, fiducia, insegnare il bene e il male, e quali sono i valori importanti da perseguire, fornendo quegli strumenti fondamentali che trasformeranno in un uomo il proprio bambino. Non sono equilibri facili ed è per questo che essere padri è una grande responsabilità, poichè il tipo di insegnamento che sarà adottato influenzerà il futuro del proprio figlio. Ogni atteggiamento, ogni pensiero espresso, ogni comportamento tenuto sarà un esempio da seguire, pertanto il genitore deve avere coscienza della sua responsabilità nell’esplicare la propria influenza morale nel giusto modo. Tutto ciò viene assimilato durante la crescita e - anche se sembra non essere sempre appreso - poi nella vita tutto torna e sarà importante aver impresso le giuste forme educative, i giusti princìpi morali, in quanto sarà tutto questo a determinare il comportamento futuro. Oggi spesso si tende ad essere più amici che genitori e questo rischia di inficiare il giusto equilibro dei ruoli. Penso sia importante stabilire dei paletti che rendano comprensibili i giusti comportamenti da tenere rispetto a quelli da evitare; essere comprensivi ma rigorosi, al fine di rimanere sempre un punto di riferimento sicuro, una certezza costante per tutta la vita. Credo che, prima di tutto, ci si debba ritrovare: dovremmo soffermarci un po’ di più ad

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udire il nostro cuore, guardarci dentro e riscoprire i valori importanti come l’onestà, la correttezza, il rispetto e soprattutto ascoltare la nostra coscienza, perchè è tutto ciò che poi segnerà il nostro cammino. Stefania Chiaraluce _______________________

§ Dal padre al figlio. No, non è di eredità che stiamo parlando, non della trasmissione di ricchezze

o debiti all’interno della famiglia, men che meno del passaggio da una generazione all’altra del patrimonio culturale di principi, valori e tradizioni. “Dal padre al figlio” è il nuovo paradigma di relazione genitoriale tipico dei nostri giorni, affermatosi, secondo un’interpretazione corrente, con il tramonto del modello patriarcale. Pur coinvolgendo entrambi i genitori, è certo che il cambiamento più significativo, autentica frattura rispetto al passato, riguarda la figura del padre: non più autoritario, più affettuoso, comprensivo e presente nella vita dei figli, meno distante. Tutto bene, allora? Non esattamente, se è vero che le difficoltà odierne nel riconoscere il valore dell’autorità – a scuola come nello sport, nell’ambiente di lavoro come in politica – vengono ricondotte proprio a questo nuovo stile genitoriale: “Trascorsa l’epoca del padre, siamo passati all’epoca del figlio, caratterizzata da un eccesso di cura, di ansia, di preoccupazione rispetto al benessere e, fondamentalmente, da una rinuncia da parte dei genitori al loro ruolo educativo, in particolare quello paterno.” Scalzata la figura del padre forte, colui che all’interno della famiglia dirige, sceglie, decide, il crollo dell’autorità avrebbe contribuito all’affermarsi di uno stile genitoriale paterno caratterizzato dall’incertezza e dalla confusione dei ruoli. Confusione che avrebbe una rappresentazione plastica anche nell’aspetto esteriore: padri (e nonni) di oggi che, grazie alla cura maniacale del corpo e al migliore tenore di vita, tendono ad assomigliare sempre più ai figli, nell’aspetto fisico come nei modelli di consumo. Fanno riflettere le parole che lo scrittore Mauro Covacich ha affidato nei giorni scorsi, in un articolo pieno di amara ironia, al Corriere della Sera (“Guess my age, le sediate e l’epoca da incubo in cui siamo tutti coetanei”): “L’autorevolezza nasce dal carisma, e il carisma dal ruolo, dalla distanza, dalla differenza costitutiva della figura dell’adulto. Ma se l’adulto somiglia così tanto al ragazzo che è stato, allora è solo sull’amicizia e sulla complicità che può contare.” Quanto affermato riguardo ai padri vale poi anche per i nonni, i cui consigli – un tempo preziosi – nessuno è più disposto ad ascoltare e dei quali “non si capisce neanche se sono più grandi di noi, e quanto poi. Hanno 78 o 92 anni?” E’ dunque la distanza, confine tra ciò che la figura paterna incarna e sottolinea con il comportamento e la personalità del figlio, che va ristabilita? E’ lo spazio che a fatica e al prezzo di tante battaglie culturali abbiamo assottigliato, a rendere così fragile questo rapporto? In che modo il rispetto, la fiducia e l’amore, che negli anni hanno colmato quello spazio vuoto e ricucito il distacco tra le generazioni, sono diventati fattori di crisi? E, volendo invertire la rotta, meglio trovare dei correttivi, o del

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recente passato fare tabula rasa? Soluzioni semplici non sembrano a portata di mano, perché, se è vero che nel rapporto tra padri e figli una maggiore fermezza di fronte a problemi gravi e allarmanti (la droga, l’alcol, la violenza) è condivisibile e praticabile – solo a volerlo e ad averne l’energia – è nella vita di tutti i giorni e nelle mille situazioni che questa ci presenta che va di volta in volta cercata e sperimentata questa distanza, fino a trovare quella giusta. Forse è proprio là, nello spazio irraggiungibile dai pareri degli esperti, dei pedagogisti, degli psicologi, che come nell’opera di Pirandello si aggira il padre dei nostri giorni, in attesa di un autore che ne tracci il nuovo profilo. Peccato che scarseggino i modelli! Senza alcuna nostalgia del padre-padrone, per coloro in cerca di ispirazione può rivelarsi utile una breve rassegna di come, in epoche non troppo lontane, l’auspicata distanza tra padri e figli ha preso forma. Distanza da casa a scuola: quella che i nostri padri ci hanno fatto attraversare da soli, esponendoci senza tanti complimenti alle intemperie e alle insidie del traffico. Distanza poltrona-televisore: percorsa, prima dell’avvento del telecomando, rigorosamente dai figli dietro perentorio ordine paterno, con esplicito divieto di iniziative personali in merito alla scelta del canale. Distanza possessoria, in base alla quale ciò che era del padre era suo e sarebbe stato tuo “a babbo morto”; ciò che era tuo era un po’ anche suo, se e fintanto che rimanevi in casa. Distanza tra il dire e il fare (detta anche ipocrisia): quella in base alla quale padri bestemmiatori hanno punito i propri figli per una parolaccia, scialacquatori hanno allevato una prole parsimoniosa, tabagisti incalliti sono riusciti a proibire il fumo in casa. Distanza assolutoria, ovvero il notevole lasso temporale in genere intercorrente tra la trasgressione del figlio e il perdono paterno. Distanza sindacale, in base alla quale – per il padre – il professore, il superiore, in ogni caso l’autorità costituita aveva ragione a prescindere (ora “senza se e senza ma”). Distanza tra ragione e sentimento, ovvero tra le emozioni più profonde e la loro esternazione. E’ la distanza che possiamo cogliere nelle parole semplici e misurate, ma non prive di affetto, di un padre che così scriveva al proprio figlio, definitivamente via da casa dopo aspri conflitti: “Ricordati di fare sempre il tuo dovere”. P.S. Quel ragazzo era mio fratello e quel padre era mio padre. Donatella Picchiotti _______________________

§ Se genitore è colui che genera, padre è colui che accompagna per la

vita. E’ il legame con il passato che prepara per il futuro. E’ modello e guida. E’colui che dà le regole ma anche gli strumenti per affrontare le difficoltà e le avversità. La figura del padre nella società e nella storia ha subito una evoluzione che dal pater familias della famiglia romana antica, capo assoluto della casa con potere di vita e di morte sui propri figli, porta alla figura paterna dei giorni nostri, che ha perso l’autorità ma purtroppo anche l’autorevolezza. Il cambiamento nelle relazioni interpersonali all’interno del nucleo

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familiare ha determinato un cambiamento radicale che ha sminuito la figura del padre e ha fatto venir meno i princìpi su cui si fonda il rapporto tra le generazioni. Se non c’è rispetto tra padre e figlio non ci può essere fiducia e non ci può essere amore. L’amore per Dio, Padre dell’intera umanità, è il più grande atto di fede e, se crediamo in Dio, rispettiamo anche i Suoi Comandamenti. Uno di questi dice di “onorare il padre e la madre” che ci hanno donato la vita ma, troppo spesso, il desiderio di crescita e di indipendenza del figlio rende conflittuale il rapporto con i genitori, che risultano indeboliti nel proprio ruolo, perché la società moderna si ispira a valori diversi da quelli di un tempo. I figli di oggi sono certamente più liberi da schemi o imposizioni ma anche più deboli e disorientati. Sicuramente non è mai stato così difficile fare il padre come ai giorni nostri in cui il dovere di educare deve conciliarsi con una figura a cui si chiede di far prevalere l’affetto e la comprensione. Carla Pieroni _______________________

§

In passato, la figura della madre era ritenuta fulcro di tutto ciò che riguardava il figlio, dalla nascita, alla crescita, allo sviluppo psichico. Sigmund Freud per primo ha parlato dell’importanza della figura del padre per lo sviluppo psicofisico del bambino e ha individuato nella figura paterna la funzione di guida nel processo di introiezione delle norme sociali. La figura del padre nel passato era fondamentalmente autoritaria. Non partecipava attivamente al percorso di crescita del figlio ma dava ordini e punizioni. C’era una grande lontananza affettiva e la figura del padre suscitava sentimenti di paura e sensi di colpa. Oggi il rapporto padre figlio è straordinariamente diverso. La figura ideale del padre di oggi, così come emerge dagli studi di molti psicologi, è quella del “padre evolutivo” e cioè un padre che innanzitutto è un compagno della madre e si confronta costantemente con lei, che accompagna il figlio nella crescita e quindi se ne interessa, ma che però è anche capace di dire di “no” al figlio. Un abisso dal padre autoritario! Accompagnare il figlio nella crescita significa esserci, parlare delle varie questioni, confrontare le opinioni. Ma, attenzione, perché i limiti devono comunque esserci e così i valori e al padre è delegato il ruolo di insegnare norme e regole. Per questo il padre deve saper dire di “no”. Il padre è colui che separa il bambino dalla madre sostenendolo nella ricerca dell’autonomia e della indipendenza. E questo conflitto di ruoli tra madre e padre serve al bambino per crescere. Rispetto a questo padre ideale attuale ci sono comunque tante devianze; ad esempio, se il padre è solo un amico che non sa dare un dispiacere al figlio, non potrà comunicare al figlio quello che rappresenta il ruolo più delicato e più prezioso che gli compete e cioè insegnare i confini, i limiti, fargli da argine. Ma guai anche al padre che mette il figlio al centro di tutto caricandolo di un eccesso di ansia e di cure e di preoccupazioni o che lo carica di responsabilità non sue: questo può solo portare a problemi seri del figlio (obesità, deficit di attenzione, difficoltà relazionali, enuresi, difficoltà di socializzazione, ecc.). Siamo arrivati quindi al concetto, espresso nel titolo, della distanza

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educativa e non affettiva come elemento necessario - ed anzi vitale - perché il padre possa effettuare il ruolo di regolazione, arma che permetterà al figlio di tirare fuori le proprie potenzialità per il raggiungimento di uno scopo, dimostrando a se stesso e al mondo di sapercela fare. Non facile per niente comunicare la regola senza che venga vissuta dal figlio come un impedimento, ma il segreto è proprio qui: bisogna che il padre riesca a trasmettere al figlio che la regola serve proprio per definire lo spazio dove lui può muoversi liberamente. E per questo la regola deve essere chiara, adeguata e contestualizzata. Così il padre può donare autonomia e responsabilità. Il padre evolutivo è quindi compagno e guida presente ma non invadente, che gli permette di fare da solo e di rischiare. Il figlio deve verificare le sue potenzialità e il padre deve consentirgli di farlo, trasmettendo anche la consapevolezza che a volte si può fallire, ma che un fallimento non deve mettere in discussione di continuare a provare a farcela. Il figlio adolescente si trova davanti un percorso pieno di pericoli e, se il padre non ha contribuito a formare la consapevolezza della esistenza dei limiti, perché non è stato resistente alle richieste, il figlio può credere che tutto sia possibile e sperimentare un vuoto altamente rischioso che può portarlo alla depressione, al disinteresse nei confronti della crescita. Il compito regolativo del padre permette al figlio di mantenere vivo l’interesse e il desiderio di crescere e quindi lo aiuta attivamente nel processo di congedarsi dall’infanzia. In poche parole il padre serve all’adolescente per non perdersi. Alcuni autori attribuiscono alla mancanza del coinvolgimento della figura paterna effetti come l’aumento della violenza domestica, della criminalità, del consumo di droghe, delle gravidanze nelle adolescenti e lo sfaldamento drammatico dei valori. L’assenza della figura del padre (che non necessariamente è quello biologico), punto di riferimento etico per ogni adolescente, fa nascere inquietudine e smarrimento, mentre la presenza ne favorisce l’indipendenza dai vincoli ricattatori e contribuisce alla resilienza della famiglia per superare situazioni critiche. L’amore e l’attenzione della mamma è fatto scontato per il figlio, mentre quelli del papà hanno il sapore di una conquista. L’empatia col padre è rassicurante e fortificante e ottimo preludio al dialogo. E concludo con una considerazione personale ed un auspicio: la teoria del padre evolutivo e della coppia educativa mi convincono molto e rafforzano la mia opinione che padre si può diventare non per caso, ma quando ci si sente pronti ad affrontare un percorso lungo ed impegnativo, in cui l’abbandono alla stanchezza non è concesso, così come il ritiro dalla gara. Durante tutto il percorso, l’energia e la concentrazione non devono mai venire meno. L’auspicio è che quanto detto sopra diventi convinzione diffusa e possa tradursi in atteggiamenti concreti da parte di tutti noi, in maniera tale che la cosiddetta “società” attui interventi a favore di una formazione continua e di un contributo attivo perché i padri attuali e futuri possano formare uomini in grado di conoscere e rispettare le regole comuni, che abbiano la capacità e l’intelligenza di modificarle in meglio, che abbiamo chiara la loro responsabilità nell’ambito della società, che non siano pavidi o ipocriti ma che possano affrontare a testa alta le sfide della vita, non avendo paura di rischiare ed avendo la capacità di interiorizzare e superare le sconfitte e che infine possano progettare onestamente e al meglio il futuro loro e dei loro figli.

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Sembra utopia ma non è così. Si tratta solo di onestà intellettuale e di conoscenza dei limiti. Allora i problemi sociali, quelli ambientali, quelli relazionali, quelli politici, quelli internazionali non saranno più insuperabili e ciclici, ma potranno avere uno sviluppo teso ad un reale miglioramento continuo per tutti. Roberto Radi _______________________

§ Forse padri, sicuramente, non ci si nasce, ma è altrettanto vero che ci si diventa. E buoni padri si diventa

se la nostra educazione ha risentito di un padre, di una madre e dei nonni, se fortunatamente li abbiamo avuti con noi, che sono stati sempre presenti attivi, coesi nell’insegnarci ad essere figli e nipoti di persone che ci hanno sì profondamente amato, ma anche educato. Tutto con empatia, con tante piccole complicità nello scherzo di rubare dei biscotti appena sfornati dalla mamma o dalla nonna per poi nasconderci in sala con il papà a mangiarli, ma mai complici nel mancare di rispetto a chicchessia. Allora sì, veramente “il padre” ha assunto per noi la figura dell’educatore presente, amico, ma soprattutto severo nel darci sempre la giusta direzione da seguire. La giusta direzione, valutare la realtà con obiettività per poter avere la capacità sempre di giudicare con la giusta moralità e se serve con severità quello che ci accade e quello che ci circonda. Il padre spesso in una famiglia è la persona meno presente. Ma una volta un sacerdote dei salesiani, che frequentavo da ragazzo, mi disse che non valeva solo la quantità del tempo che mio padre aveva da stare con me, ma valeva soprattutto la qualità. Oggi sicuramente un padre ha molte più barriere da superare per poter far apprezzare la qualità del tempo trascorsa con i figli: telefonino, televisione, computer. Oggi il padre ha perso l’abitudine di sentirsi cercato per aiutare a fare i compiti il figlio o la figlia. Non è più l’enciclopedia di una volta. Oggi c’è Internet che permette ai nostri figli di fare ricerche in tempo reale, senza aspettare il ritorno del genitore e magari sfogliare insieme quei tomi pesanti di una volta che facevano parte della nostra biblioteca casalinga. Nel cercare documentazione che potesse allargare le mie vedute e conoscenze su questo argomento, non certo facile da affrontare con la dovuta tranquillità, mi ha colpito una riflessione di Carl Gustav Jung citata nei suoi archetipi di Anima e Animus: “Quindi e’ come se la figura materna trasmettesse l’importanza di un aspetto più introverso del carattere, mentre il padre fornisse lo spunto dell’estroversione.” (Due ruoli distinti e complementari dunque, quello materno e quello paterno,nella faticosa opera della educazione del figlio, che trovano la loro sintesi in uno sforzo congiunto di cooperazione e reciproca comprensione). La famiglia di oggi non è sicuramente quella che è stata a crescere noi ormai ultra sessantenni e sicuramente ancora più diversa da quella che ha cresciuto i nostri genitori. I genitori dei nostri nonni e dei nostri padri facevano parte di una società dove il “patriarca” era il capo famiglia e l’educazione dei figli era demandata totalmente alle mamme che avevano il compito di educare i figli spesso in assenza del padre. La nostra generazione sicuramente ha avuto anche nella figura del padre, più presente, l’educatore che

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forse era mancato sino ad allora, dove spesso esisteva il tutore, l’aio, che sostituiva la figura paterna. Figura paterna che aveva però il suo peso ma con una distanza notevole tra genitore e figli. Il “voi” era d’obbligo e il padre era presente quando si faceva il punto della situazione, a cose avvenute, gestite dalla madre che aveva dovuto sostituire anche la sua figura nell’educazione dei figli. Per cui il padre tirava le somme di quello che di buono o cattivo avessero fatto i figli agendo più spesso come giudice dei fatti. Noi, cioè la mia generazione ha avuto la fortuna e lo ritengo insieme alla mia come genitore, di avere un momento di passaggio che è stato sicuramente più positivo degli altri tempi ma, soprattutto, ancora più positivo dei tempi che devono affrontare i genitori di oggi. La figura del padre, della famiglia in generale, ha perso molto nei confronti di una realtà che invade la mente delle persone e violentemente le menti dei giovani di oggi. Le battaglie dei padri di una volta, me compreso, si proponevano con le piccole “marachelle” che combinavamo da figli e che ritrovavamo nei nostri. Il tempo che potevamo trascorrere con i nostri genitori e noi con i nostri figli era tempo di qualità. Non avevamo distrazioni se non la TV dei ragazzi (due ore di pomeriggio) ed i genitori lavoravano, e poi la sera ci si raccontava quello che avevamo fatto, magari tralasciando qualche marachella… complice la nonna. La mamma attutiva le “marachelle” più gravi e il papà cercava di farti capire come si rispettavano le persone, gli amici, il maestro di scuola che aveva sempre ragione anche quando ti aveva dato uno schiaffo. Il papà era l’arbitro. Cercava di farti capire gli errori che avevi commesso, ma non senza darti una spiegazione o una soluzione per non commetterli più. Vorrei concludere questa mia riflessione con un brano di un articolo pubblicato da La Repubblica il 18/11/2016 “Genitori e figli nella società di oggi” di ITSNOEZ (MEDIE SUPERIORI): “A questo punto il problema “rimbalza”: la colpa è dei genitori o dei figli? Da cosa nascono i contrasti tanto aspri di oggi? A risolvere alcuni problemi intervengono spesso i nonni che un tempo erano una sorta di enciclopedia… Un genitore non può essere e non deve essere un amico: questa idea è nata dopo i grandi cambiamenti degli anni settanta, dove davvero il genitore era davvero troppo severo e le nuove generazioni chiedevano maggiore libertà, ma forse la cosa oggi è sfuggita di mano. I giovani si sentono orfani di una guida sicura. E forse andrebbe riscoperto anche qualche rimprovero, visto che solo il 4% degli adolescenti intervistati si lamenta della eccessiva severità dei papà.” Luciano Rigotti _______________________

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§ Spettacolo Teatrale “VINCENT VAN

GOGH” di Stefano Massini §§§§§§§§§§§§

§ Vincent Van Gogh...partiamo dal nome e dalle sue origini. Nato in Olanda nel Marzo 1853 e morto a soli 37 anni in Francia, per sua stessa mano suicida, fu un pittore molto discusso, non solo per la sua personalità particolarmente sensibile, ma anche per il grande dono artistico che ne caratterizzò la vita e rese celebre il suo nome in tutto il mondo. Legatissimo al fratello Theo, che lo sostenne non solo moralmente anche fisicamente ed economicamente, e grazie al quale Vincent riuscì a continuare i suoi studi e i suoi lavori artistici, si lasciò convincere ad entrare in una casa di cura psichiatrica a causa dei numerosi e sempre più frequenti episodi di aggressività. Ed è proprio in questo contesto che si svolge la straordinaria interpretazione di Alessandro Preziosi che lo vede protagonista, nel raccontare soprattutto la malattia di questo grande artista. La bellezza di quest’opera teatrale, sta secondo me, nell’aver immedesimato da parte di Alessandro, la parte finale della vita di Van Gogh, nella fase della malattia mentale ed i suoi sentimenti verso l’amato fratello, in maniera assolutamente verosimile e calandosi nella parte - quasi, per dire, - immedesimandosi il più possibile. Lodevole ed ammirevole anche il tentativo riuscitissimo di nascondere al pubblico - con molta abilità fino alla fine - il dialogo con il fratello rivelatosi poi frutto della sua immaginazione, ma direi piuttosto della sua malattia che evidenziava l’affetto e il desiderio di condividere la quotidianità con il mondo esterno e con il fratello appunto. I sentimenti che si provano nell’ammirare ed ascoltare l’opera teatrale, passano dalla tristezza, al disprezzo e il rifiuto che l’uomo ha nei confronti della malattia, alla pietà nei confronti di quest’uomo ormai sopraffatto dalla schizzofrenia che, paradossalmente proprio in questo periodo, dà vita alle sue creazioni pittoriche più importanti e poi apprezzate in tutto il mondo. In questo, Preziosi ha fatto centro riuscendo a trasmettere tutto ciò al pubblico, inizialmente scettico e curioso, rivelatosi poi assolutamente soddisfatto ed entusiasta della sua interpretazione, come dimostrato ampiamente in conclusione dalla “standing ovation” interminabile e quasi commovente. Interessante nell’opera anche l’affiatamento e il lavoro di gruppo con gli altri attori che hanno rappresentato il fratello, il direttore della clinica e gli operatori sanitari, che riescono anche loro con destrezza, a nascondere fino alla fine il monologo di Vincent e a svelare il tutto solo nella parte terminale con la loro uscita di scena silenziosa e discreta, quasi a dissolversi nell’ambiente e scomparire dolcemente, lasciando quell’amaro che Vincent porta dentro di sé nella solitudine. 17


Toccante la rappresentazione dell’artista protagonista, dove trapela il suo coinvolgimento nella parte con una energia tale da far immaginare allo spettatore con quanta cura e amore egli possa aver studiato la parte e la malattia mentale di un “uomo-genio”, tanto da trasmettere quel dolore che mai si potrebbe immaginare ed essersi immedesimato nel personaggio fin quasi a volerlo far rivivere in un breve lasso di tempo e presentarlo personalmente al grande pubblico, proprio per far condividere quel dolore del quale, lo stesso Vincent, forse neanche si rendeva conto. Complimenti quindi allo sceneggiatore per i dialoghi, ad Alessandro Preziosi ma - anche e soprattutto - a tutto lo staff degli attori che ci hanno regalato uno spaccato di vita di uno dei maggiori pittori degli ultimi tempi, a molti sconosciuto sotto il profilo personale. Un altro plauso per aver descritto e sottolineato quella parte di vita personale ed intima che nessuno - o forse pochi - indugiano ad osservare o a ricercare di quegli artisti le cui opere ci si sofferma ad ammirare e valutare. Spesso infatti mi chiedo, davanti ad un opera d’arte (che sia un quadro, una scultura oppure un’opera architettonica), cosa stesse pensando nel preciso momento in cui l’autore la stava realizzando; quali erano i suoi sentimenti e... da cosa fosse stato ispirato? E ancora, quali dolori o gioie ne stavano attraversando l’animo mentre il suo istinto lo guidava nel concepire l’idea e nel metterla in pratica. Infine, le sue fonti di ispirazione potrebbero essere state le persone che aveva accanto o con cui era venuto a contatto, oppure erano solo di natura soprannaturale, celesti, religiose, politiche? Questi sono gli interrogativi che a volte mi spingono a fare delle ricerche in merito agli autori delle opere, così da poter ammirare ancora meglio ciò che mi dispongo ad osservare, come può essere un’opera teatrale come questa. Emiliana Appetito _______________________

§ Chi non conosce il nome “Vincent Van Gogh”!

Se proviamo a chiudere gli occhi ci vengono in mente i suoi famosi girasoli e tanti altri quadri, tra i più famosi nella storia dell’arte, che ci intrattengono con i loro bellissimi colori. Contemporaneamente, però, riusciamo a cogliere il profondo turbamento del suo stato d’animo. Alessandro Preziosi si è rivelato davvero molto abile nell’interpretare i momenti più bui e angoscianti che Van Gogh ha trascorso nell’ospedale psichiatrico.

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Si è identificato nella profonda tristezza e nella disperazione che provava il pittore, affranto anche perché si era allontanato dal suo amico Gaugin. Nonostante tutte le vicissitudini, l’affetto e l’amore che prova per il suo caro fratello Theo lo renderanno occasionalmente lucido e felice. È proprio in questo periodo trascorso in manicomio che Van Gogh dipinge le sue opere più belle e conosciute tutt’oggi. Basti pensare alla “notte stellata”. L’attore riesce a far arrivare al pubblico il profondo senso di disagio dell’artista, che poteva essere alleviato solamente dalla pittura. Attraverso la recitazione ha trasmesso i vari stati d’animo di cui era percorso Van Gogh. Un’interpretazione che non ci ha lasciato indifferenti. È come se ognuno di noi si fosse trovato di fianco al poeta, immerso nei suoi pensieri e nelle sue pennellate, affrontando gioie e dolori nella sua breve vita. Barbara Attanasio _______________________

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Bello. Certamente bello. E per bello si intendono l’efficacia e il fascino della sceneggiatura di Massini unita alla scenografia suggestiva e inquietante nella sua essenzialità e negli effetti cromatici del bianco, nero e grigio e alla intensa devozione degli attori tuttri alla piece. La musica introduce alla vicenda con toni dolci che forse avrebbero dovuto accompagnare anche il finale dove invece un ritmo moderno più accelerato è risultato stridente con l’efficacissimo climax ascendente della recitazione. Tra tutti molto intensa la prestazione professionale e artistica di Alessandro Preziosi che in questo caso conferma un percorso di crescita professionale importante. L’attore, così gradito alle spettatrici per canoni estetici, questa volta ha generosamente sacrificato il suo fascino per regalare fascino e bellezza alla follia. Abile nell’attraversare i piani di realtà e di delirio nella resa della finzione, discreto nel trasmettere allo spettatore il fascino del genio unito alla follia, ma comunque efficace nel renderne anche la tragedia, ha saputo interpretare e condividere l’ottima sceneggiatura di Massini denunciando la tragicità del contesto sociale, politico e istituzionale. La transizione dal testo alla recitazione sottolinea con emotività e ragionevolezza la crudeltà e l’inadeguatezza del sistema sanitario psichiatrico del tempo e dei manicomi-lager dove venivano somministrate terapie intollerabili. Il testo accompagna Preziosi suggerendo questo aspetto con eccezionale forza e il suo Van Gogh affida alla folle genialità la testimonianza di terribili atrocità. Lirico lo squarcio interpretativo del medico innovatore e sperimentatore ancora lontano dai mutamenti di pensiero della medicina psichiatrica,

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ma portatore di speranze per cure nuove più rispettose del malato. Nel quadro cromatico con nero, bianco e grigio che definiscono la scenografia, il letto assume valore simbolico di tortura, ma anche di contatto e di comunicazione ad esempio nel colloquio con il fratello. Inquietante e struggente la urlata richiesta di libertà rivolta proprio al fratello e alla società tutta affinchè le “prigioni sanitarie” possano diventare veri istituti di cura. E questo grido libertario risuona in tutto il teatro fino alle anime degli spettatori percuotendone le coscienze. Lina D’Andrea _______________________

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Ad un mese dalla rappresentazione teatrale dello spettacolo “Vincent Van Gogh”, scritto da Stefano Massini e rappresentato nel suo ruolo principale da Alessandro Preziosi il ricordo che rimane di quell’ora e mezza è quello di una sensazione di profonda angoscia. Una coreografia vuota, caratterizzata dal bianco cui lo stesso sottotitolo dello spettacolo rinvia, fa riflettere sulla tristezza e la solitudine che deve aver vissuto uno dei pittori che nell’arte ha dato tanto vigore al colore. Pareti bianche, un cielo bianco, camici bianchi, quando hai solo una scelta, quando puoi vedere un solo colore la psiche umana non può che deprimersi, sebbene sappiano che in un genio come lui la sua mente sia rimasta impressionantemente creativa in quel periodo. Perfino l’inclinazione del palcoscenico sembrava rimandare al precipizio delle emozioni e all’impossibilità di poter avere una base emozionale sulla quale potersi adagiare. Anche le musiche scelte scandiscono perfettamente i momenti di paura interiore. La rappresentazione dei momenti di silenzio vissuti in tale solitudine, appaiono poi come assordanti e incapaci di far raggiungere al protagonista anche pochi secondi di serenità. All’uscita dallo spettacolo non ci si può non soffermare sulla solitudine e la sofferenza vissuta da tutte quelle persone che vennero rinchiuse nei manicomi. E davvero! Chiunque essi fossero e da qualunque male fossero afflitti, lo spettacolo ci ricorda quali storture e crudeltà la società umana è stata capace di creare e continua a creare nella negazione della propria umanità. Patrizia Sechi _______________________

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Grande pittore, ma definito maniaco pazzo e rinchiuso in un “manicomio” o luogo di ricovero e di isolamento per curare i malati di mente e casi di grave alterazione della personalità, caratterizzata da allucinazioni, delirio, perdita di contatto con il mondo esterno, rimanendo a lungo ricoverati, subendo rigide norme di sopravvivenza senza recupero. Da spettatrice, durante la narrazione, ho vissuto momenti di angoscia, pensando al vissuto del povero Vincent e, al desiderio di uscire da quell’inferno, ma allo stesso tempo, appagata da tanta maestria del personaggio teatrale che si è calato nel soggetto con tanto di drammatico e spettacolarità da “standing innovation”. Suscita in me una profonda reazione che un talento di questo calibro non sia stato ascoltato, quando cercava di comunicare a tutti le sue passioni per l’arte del pennello, spesso cupe e tragiche, ma amava anche la natura e la vita contadina. Una vita molto burrascosa e tragica, sia come uomo che come artista, sconosciuto in vita, ma in seguito con una fama crescente di esperienze artistiche innovative. Maria Tarquini _______________________

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§ § Spettacolo Teatrale “UN CUORE DI VETRO IN INVERNO” di FILIPPO TIMI §§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

§ A metà dicembre ho potuto assistere alla piece teatrale “Un cuore di

vetro in inverno” di e con Filippo Timi, al teatro Morlacchi, nell’ambito delle iniziative proposte dal Corso di Giornalismo dell’Università delle Tre Età. Erano anni, tanti anni che non assistevo ad una rappresentazione teatrale dal vivo, avendo sempre privilegiato i concerti di musica classica. Da un palco di secondo ordine, abbastanza centrale si può seguire bene.Un canto a sipario chiuso poi, alla sua apertura, la semplicità dell’allestimento del palcoscenico, essenziale, minimale, quasi spoglio. Resto un po’ interdetto, quasi sconcertato… Certamente la necessità di contenere i costi, come ci avevano spiegato i direttori del Teatro, ma anche una scelta della regia per focalizzare l’attenzione sul protagonista-mattatore. La trama, di fantasia, è semplice ma profonda, non superficiale: un cavaliere umbro deve lasciare il proprio amore e andare ad affrontare e sconfiggere un drago, che rappresenta l’insieme delle proprie paure

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e dei limiti che ognuno si costruisce o che si lascia imporre dall’esterno. In questo percorso il protagonista prima si veste, si arma e parte, poi si spoglia della corazza, sino a restare in mutande, al freddo invernale sotto la neve. Qui coglie e accetta la solitudine dell’uomo, che ha bisogno di relazioni umane e sociali per realizzarsi ed essere felice. Da questo passaggio viene il titolo: il cuore diventa trasparente, riconosce e accetta la propria fragilità e solitudine, sconfigge le proprie paure - che pure appaiono come una corazza che può proteggere ma limita la libertà di movimento e di azione - per potersi poi aprire ad un rinnovato (e più sincero?) rapporto con gli altri. In tutto questo “percorso” pochi altri personaggi, di spalla e di contorno, accompagnano il nostro “eroe”. A mio avviso rappresentano la sua coscienza (l’angelo), le sue pulsioni (la prostituta) e l’influenza di quanti lo incontrano e accompagnano (il menestrello e lo scudiero) in alcuni tratti del suo cammino, che resta comunque “solitario”. Vinto il drago “inesistente”, vinte le proprie paure, il cavaliere potrà tornare a vivere in pienezza non solo la sua vita ma anche l’Amore, che aveva lasciato per “combattere” questa battaglia con se stesso. La prima impressione è stata di perplessità per l’impianto scenico, così spoglio e non accattivante… che contrasta con la ricchezza delle decorazioni e degli arredi della sala. Sono rimasto perplesso anche per il recitato, oscillante tra l’italiano e il dialetto, a tratti divertente, ma in certi momenti mi è apparso un po’ forzato, scanzonato e provocatorio verso il pubblico. Poi ripensandoci, ho potuto apprezzare l’allegoria sul percorso di analisi che l’autore fa di sé e con coraggio condivide con il pubblico. Come sempre, non mi sono dovuto fermare alla forma, alla “crosta”, ma ho dovuto scendere più in profondità con cuore semplice per poter cogliere la freschezza del messaggio franco e sincero di Filippo Timi in questa opera. Francesco Filippini _______________________

§ Che cosa ci fa un cavaliere a torso nudo in mezzo alla neve, nel freddo

dell’inverno? Perché la lucida corazza che dovrebbe proteggerlo è lì accanto, abbandonata? Un momento…aspetta, qui siamo alle scene finali di Un cuore di vetro in inverno, lo spettacolo teatrale di e con Filippo Timi, andato in scena al teatro Morlacchi lo scorso dicembre. Ha un senso parlarne cominciando dalla fine? La verità è che quando a teatro ti aspetti una storia, e la storia fatichi a trovarla, puoi sempre immaginarne una tua, smontando e ricomponendo le immagini, i suoni e i colori nella trama delle tue emozioni. La mia storia è da qui che inizia, da un cavaliere nudo dal cuore fragile

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come vetro (non è forse vero che in inverno il cuore è più esposto all’infarto?) ma, come il vetro, puro e trasparente; da un’armatura gettata via perché troppo ingombrante; dalle lunghe lingue di fuoco che un drago gli alita addosso. Abbandono al loro destino i pochi altri personaggi che si alternano sul palcoscenico: un angelo biondo, un menestrello triste, una prostituta, uno scudiero (allegorie dei diversi momenti della vita? Sfaccettature di una personalità complessa?) e mi concentro sulla sfida dell’uomo contro il mostro, che poi altro non è che la battaglia della vita. Perché alla fine il cavaliere vince e torna dal suo amore, l’amore vince su tutto, sembrerebbe dirci la nostra “non-storia”. E la mia storia? La mia storia procede a ritroso e si sviluppa intorno a una domanda: “Ma proprio adesso?” ripetuta ossessivamente dal protagonista in uno scambio prolungato, divertito e divertente (e alla fine anche un po’ irritante) con il pubblico. “Devo partire proprio adesso per sconfiggere il drago?” è più o meno questo che Timi si chiede e chiede agli spettatori, e in quella domanda c’è tutta la gamma dei turbamenti – la sorpresa, lo sgomento, a volte la rabbia – che ti colgono all’improvviso quando uno dei tanti draghi che ti aspettano lungo la strada arriva a sbarrarti il passo. “Proprio adesso?” cioè quando ti senti al sicuro e stai bene, al caldo, a tuo agio nella comfort zone dove ti sei riparato (o forse nascosto), con l’angelo custode a vegliare discreto su di te, con l’amore che ti scalda il cuore. O piuttosto lo soffoca? Perché, sembrano ricordarci le nenie del menestrello triste, quanta malinconia vivere attraverso le vite altrui, raccontare avventure mai accadute, indossare una corazza pesante come una cappa, guardare il tempo che scorre per poi accorgerci che non c’è più tempo! Forse vogliamo solo fermarlo per un attimo, questo tempo, e ci chiediamo “perché adesso?” per pensare, raccogliere il fiato, prepararci alla sfida o organizzare la fuga se le forze non ci bastano. Rimandare a domani. Osservare il drago da lontano perché il suo fuoco ti brucia, ma se sei accorto ti riscalda, ti fa luce. Di draghi ne incontriamo spesso nella nostra vita: a volte li evochiamo, o li provochiamo, spesso li immaginiamo e basta, e se accettiamo la sfida può anche darsi che ci divertiamo. Un po’ come sul palcoscenico, ché lo spettacolo di Timi non è tutto tristezza e sofferenza, tutt’altro! Si canta, si ride, si mescola passato e presente (un cavaliere del seicento e lo sbarco sulla luna), dolcezza e pesantezza (un angelo etereo, il dialetto, la prostituta), preghiere in latino e canzoni di oggi. Sì, nella mia storia il drago arriva, come sempre nella vita, “proprio adesso…” “che ti avevo trovato e ho paura di perderti”, “che mi sentivo grande e ora non valgo più nulla”, “che mi credevo in pace ma si riaffacciano i rimorsi”, “che mi eri amico e mi hai voltato le spalle”, “che ti ero amico e non so più ascoltarti”. Prove da superare, grandi imprese e avventure banali, nobili sentimenti e ipocrisie, epica delle piccole cose. Cose così. E poi? Magari lo uccidi, il drago, e finalmente torni a casa. “Aspetta…chi sei? Non mi ricordo più”. Donatella Picchiotti _______________________

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§ Recentemente ho assistito alla presentazione dell’ultimo lavoro di

Filippo Timi e cercherò di raccontarne le mie impressioni. Innanzitutto, vorrei confessare che è la prima volta che ho visto un’opera di questo autore e mi ha lasciato un po’ perplessa. Ne ho trovato molto interessante il titolo, fatto sempre significativo per l’espressione di un’opera. Quel titolo mi ha fatto pensare ad un cuore limpido e fragile che rischia di rompersi, perchè circondato dal freddo, e che forse rappresenta la solitudine dell’uomo moderno e l’indifferenza e l’incomprensione tra gli esseri umani. Il sipario si apre con l’autore vestito da sposa che suona e canta in dialetto umbro in una scenografia che fa pensare ad un bar di periferia abbandonata degli anni sessanta. Il menestrello si trasforma in cavaliere e, con l’aiuto di un angelo custode, un giullare triste, un fido scudiero ed una prostituta parte per un viaggio alla ricerca di un drago da sconfiggere, lasciando il suo amore. Forse il drago rappresenta i problemi della vita e spinge il cavaliere a combatterli non da solo, ma con l’aiuto dei suoi amici/compagni di viaggio. Questo racconto mi è sembrato a tratti molto poetico e a volte visionario, ma alquanto confuso. Non ho trovato positivo l’uso del dialetto, che mi è sembrato sminuisse l’opera, e ancor più l’utilizzo di battute da avanspettacolo, tese a generare forzata ilarità tra gli spettatori. L’autore non è riuscito a trasmettermi il pathos dell’impresa epica del personaggio che vaga tra il sacro - qualche volta blasfemo - e il profano; con un miscuglio di avanspettacolo, acrobazie da circo e momenti di poesia, un complesso di elementi da cui sono uscita disorientata: come quando Maria si accoltella la pancia per uccidere il bimbo che porta in grembo. L’opera sicuramente voleva esprimere dei concetti profondi, non facilmente comprensibili a chi, come me, non possiede una adeguata conoscenza delle dinamiche di una rappresentazione teatrale d’avanguardia. Ad ogni modo, Filippo Timi si è manifestato come un grande istrione e molto bravi sono stati gli attori che lo hanno affiancato. Ciò detto, il mio personale parere definisce la trama di questa pièce molto esile e piena di stereotipi tra il contemporaneo e il kitsch, elementi che hanno offuscato momenti di intensa malinconia e umanità. Claudia Suppa _______________________

§ Questa tragicommedia non ha una storia da raccontare e mi ha lasciata un po’ disorientata.

Il personaggio, anche se molto bravo, ha fatto uso di avvenimenti tragici e - allo stesso tempo - senza farlo capire, ne cambiava la versione e si immergeva in uno stile di poeticità, comicità e presuntuosità, costruendosi un piccolo impero, del tutto personale, al quale tutti dovevano aderire ad ogni suo desiderio. L’impressione è un cuore freddo, pieno di insicurezza e di felicità illusoria. Maria Tarquini _______________________

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§ Spettacolo Teatrale “UNO ZIO VANJA” di ANTON CECHOV §§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

§ Ci domandiamo mai perché non ci piacciono i perdenti? Per quale

oscura ragione la debolezza che tanto ci tocca se a causarla è un male fisico, nella migliore delle ipotesi ci irrita, più spesso ci indispettisce, quando le sconfitte dipendono dai tormenti dell’anima? E non parlo dei “perdenti assoluti”, i cosiddetti “sfigati”, gli infelici che nessuno sforzo, nessun aiuto potrebbe restituire a un destino migliore. No, quelli che più detestiamo sono i perdenti compiaciuti, i lamentosi, coloro che hanno avuto la loro mano di carte fortunata e non l’hanno voluta o saputa giocare, i pigri, gli indolenti. Mentre assisto allo spettacolo “Uno zio Vanja,” in scena al Teatro Morlacchi, non so chi incolpare per l’antipatia che suscitano in me il protagonista e, a ruota, gli altri personaggi; impulso che mi porta quasi a solidarizzare che con il professor Serebrjakov, in teoria il vero personaggio negativo del dramma. Dipenderà forse della rilettura della storia, che sposta dalla Russia di fine ottocento al Centro Italia dei nostri giorni, colpito dal terremoto, le vicende narrate. Di certo, in questo spettacolo qualcosa stride. Nella versione attuale il protagonista, Vanja, ha ereditato dal padre nientemeno che un teatro, per mantenere il quale ha profuso, aiutato dalla nipote Sonja, tutte le energie dei suoi anni migliori. La sorella, defunta, è stata una grande attrice, sposata ad uno scrittore – Serebrjakov, il padre di Sonja – considerato un genio dallo stesso Vanja ma rivelatosi nel tempo un mediocre. Del lavoro di Vanja e della nipote vivono, attraverso una rendita puntualmente corrisposta, il professore e la sua nuova, giovane moglie Elena, di cui il nostro protagonista è innamorato. Di Elena è infatuato anche il dottor Astrov, medico che ha in cura l’ipocondriaco Serebrjakov,. Di Astrov è perdutamente innamorata, non corrisposta, Sonja. Tutti i personaggi sono a modo loro dei perdenti: Vanja, che ha dedicato la propria vita al lavoro e al benessere di una persona che credeva meritevole di considerazione, si ritrova in un fase della vita in cui è troppo tardi per poter realizzare le proprie aspettative e i propri sogni. Elena, giovane e bella, sembra detestare Vanja e, al contrario, non sembra indifferente alla corte serrata di Astrov. Pur non amando il marito, forse per interesse o per pigrizia sceglie in ogni caso di restargli fedele. Sonja, non bella, soffre il confronto con la matrigna e si dispera per l’amore non corrisposto verso il dottore. Lo stesso dottor Astrov, stanco e insoddisfatto di una vita faticosa dedicata ai malati, si consola bevendo. Del professore si è già detto; l’annuncio della sua intenzione di vendere il teatro scatenerà l’ira di Vanja, che tenterà di ucciderlo, senza peraltro riuscirvi. La trama dello spettacolo ricalca fedelmente, anche nei dialoghi, il

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dramma originale di Cechov, a parte l’epoca e l’ambientazione. Ora, nulla in contrario sul rendere attuale una storia datata, purché ci sia compatibilità tra le vicende descritte e la nuova ambientazione. Se vuoi in qualche modo rappresentare il senso del tempo sempre uguale, la durezza del lavoro, l’isolamento e la mancanza di occasioni, riesce più facile pensare alla remota campagna russa di fine ottocento, con i suoi inverni gelidi, lo scorrere lento dei giorni tediosi e monotoni. Se devi immaginare la durezza della vita di un medico, è più facile immaginare le difficoltà di un uomo che non ha gli strumenti, le conoscenze e le strutture di oggi; se poi la fatica viene dai chilometri e chilometri percorsi, beh, siamo in Russia: che altro dire? E, a proposito della scelta di Elena di restare accanto al professore, non sembra più comprensibile considerando il peso delle convenzioni sociali e la frequenza dei matrimoni di interesse nell’epoca di Cechov? Lo stesso senso di ineluttabile fallimento che pervade i personaggi, tutti ancora relativamente giovani, trova un senso solo se pensiamo alla durata della vita di allora. Che dire, invece, della nuova ambientazione? Immaginiamo pure, per un attimo, la fatica e il logorio che la gestione di un teatro comporta. Non è tutto oro quel che luce, ed è certo che, dietro le quinte, spente le luci, ci sia un gran lavoro da fare: stagioni da organizzare, squadre da coordinare, conti da quadrare. Ma come non pensare a quante persone di valore avranno incontrato i nostri personaggi, quante storie affascinanti ascoltato, quanta cultura respirato, quanti stimoli raccolto! Chi potrebbe veramente dire altrettanto? Dove sono il tedio, la ripetitività e la monotonia delle giornate che Cechov ci ha lasciato immaginare? E, a proposito del terremoto, conosciamo bene la forza d’animo di ha saputo ricominciare da zero dopo avere perduto tutto. Anche la scelta degli interpreti di Vanja e Astrov, più o meno uomini di mezza età, rende poco verosimile l’inevitabilità del fallimento: una vita più lunga dovrebbe pur offrire qualche chance di rimettersi in gioco. Per non parlare di Elena: quante donne seguirebbero il suo esempio, oggi che le convenzioni sociali hanno un peso assai più modesto? In definitiva, un adattamento che manca di credibilità. Forse, per rendere verosimili questi perdenti compiaciuti, antipatici e “bislacchi”, occorreva puntare su frustrazioni e tormenti più adeguati ai nostri giorni. L’unica che può ispirarci un po’ di empatia è Sonja, che qui come nella versione originale ripone la speranza di felicità – per sé e per zio Vanja – nella vita ultraterrena: in epoca di selfie e di bullismo, sappiamo fin troppo bene quanto profondo può essere il disagio e l’infelicità di chi, a torto o a ragione, non riesce ad accettare se stesso e il proprio corpo. Donatella Picchiotti _______________________

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§

A fine febbraio, al teatro Morlacchi di Perugia abbiamo potuto assistere ad uno spettacolo tratto da un racconto di Cechov, rivisitato in chiave moderna: Uno zio Vanja. In tale opera, Cechov anticipò i temi del teatro del ‘900, tra cui il problema della solitudine esistenziale e le difficoltà di comunicazione che trovano nei conflitti interni della famiglia di Vanja una realistica rappresentazione in cui ancora oggi è possibile rispecchiarsi. Soprattutto nel personaggio di Vanja, molti di noi si possono rispecchiare. Vanja ha paura del tempo che passa, ha la consapevolezza di non aver raggiunto a quarantasette anni gli obiettivi che si era preposto da giovane. E’ consapevole di non aver sfruttato al meglio quello che era il suo talento. Un sentimento di frustrazione che può essere più che mai quello che oggi molti di noi stanno vivendo. Anche il dottore, sebbene realizzato professionalmente, è consapevole e, di questo, ne fa la giustificazione della sua apatia nel vivere, di non avere un amore con cui condividere le passioni e le paure della vita. Sia il dottore che Vanja perdono la testa per la bellissima Elena, la cui bellezza primeggia nel palcoscenico e probabilmente anche in platea, che non è una donna misera come potrebbe sembrare. Anche lei, nella sua profonda infelicità e frustrazione, cerca disperatamente di essere leale ai valori in cui è cresciuta e al suo vecchio marito, verso il quale chiaramente non nutre nessuna attrazione. La sua amarezza è per essersi accorta che il fascino subito da quell’uomo che decise di sposare molti anni prima, era soltanto per il suo intelletto e l’ostentazione che trasmetteva della sua posizione. Con la maturità e - resasi conto che la felicità sta in altre passioni - non trova comunque fino alla fine il coraggio di seguire i suoi istinti e i suoi sentimenti, sebbene il proprio ruolo di moglie sembra essere oramai quello di una badante rassegnata. Sonia è il personaggio più giovane d’età, è anche la più laboriosa, è un’anima buona, ma nell’aspetto fisico non è altrettanto bella. Nutre un amore segreto per il dottore ma non può avere la gioia di poter essere ricambiata. L a madre di Vanja è una donna di classe, affetta - come molti degli anziani - da demenza senile, e non ricorda neanche più il nome del figlio. Lo zio di Vanja è un intellettuale, eppure è il personaggio meno elevato fra tutti. La sua indolenza, presunzione e cialtroneria lo rendono incapace di vivere coerentemente con le teorie che professava quando era ancora quell’uomo che tutti ammiravano per avere sempre rivestito importanti cariche sociali. E’ colui per la ricerca del rispetto del quale, Vanja ha finito per perdere il rispetto di se stesso. E’ colui che non è mai riuscito ad essere un padre amorevole per la figlia Sonia. E’ colui che per la moglie è un uomo vecchio che sa solo renderle la vita pesante e infelice. Oramai acciaccato è particolarmente egoista e lagnoso, come pare si diventi tutti con la vecchiaia, ma continua a mantenere quella prepotenza e attaccamento al denaro che nella vecchiaia contraddistinguono spesso molto di più quelle persone che hanno rivestito importanti ruoli sociali (con le dovute eccezioni ovviamente che ognuno di noi conserva nel proprio ricordo familiare). Lo spettacolo per me si è rivelato il racconto di uno spaccato della nostra società moderna e una rappresentazione

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delle fragilità degli uomini di oggi e del difficile periodo che stiamo attraversando. Unico neo, a mio avviso, sono stati i troppi interventi di chiara posizione politica. Patrizia Sechi _______________________

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liberamente ispirata all’omonimo film del 1933 di REINHOLD SCHUNZEL §§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

§ Sarà che è ancora vivo il ricordo de La

ragazza con la Leika, le cui vicende appassionanti e drammatiche hanno riempito le mie giornate estive; e non importa se tempi e luoghi sono diversi – lo spettacolo Viktor und Viktoria, andato in scena al Teatro Morlacchi, è ambientato nella Berlino dei primi anni ‘30, quelli della Repubblica di Weimar, mentre la storia narrata nel romanzo si sviluppa attraverso mezza Europa qualche anno più tardi. A colpirmi è la stessa atmosfera di vitalità, il fermento, la vivacità culturale, la promessa di benessere e progresso rapidamente sconfessate dalle contraddizioni, dagli scontri e dalle rivalità, dalla miopia di certe scelte politiche. Dalla speranza alla miseria. Si apre il sipario e mi sembra quasi di averle attraversate davvero certe strade buie e desolate di Berlino, dove incontriamo Susanne, talentuosa e squattrinata attrice di provincia in cerca di fortuna nella grande città. “Fortuna” che per un/una artista significa scritture, ingaggi, contratti: occasioni sempre più rare in un periodo in cui i fasti e i sogni stanno già lasciando il posto alle ristrettezze e alla fame. Sarà che non sempre basta avere molte frecce al proprio arco per raggiungere il successo, come ci conferma l’avventura della nostra brava Susanne, che sa cantare, ballare, recitare. Tutte carte in regola per assicurarsi popolarità e ricchezza. Almeno in teoria. Sarà che Susanne è una donna e, lo sappiamo bene, a una donna spesso il talento non basta, specie in anni di crisi e contraddizioni. Come le lascia intendere un collega attore altrettanto squattrinato, Vito Esposito, la chiave del successo in quei tempi (almeno in apparenza) disinibiti è un quid pluris, e non solo metaforico, come si scoprirà in seguito: il fascino dell’ambiguità. Ecco infatti l’occasione giusta, sostituire un attore en travesti, genere per l’appunto in gran voga. Quanto può essere eccitante un uomo che nelle movenze, nella voce, nell’aspetto è più femminile di una donna? E’ solo spettacolo, o forse naturale inclinazione? E, a proposito di Susanne, quale miglior vantaggio per una donna condividere uno stesso dato di partenza e di arrivo! Non esattamente. Perché, se ad entusiasmare un pubblico esigente e (almeno in apparenza) disinibito è un uomo dall’aspetto e dalle movenze di donna, per sembrare un uomo che interpreta una donna – sembra quasi un gioco di parole – una donna non deve essere troppo donna, deve prima diventare un po’ uomo, ma non troppo, e poi tornare donna, ma

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non troppo. Insomma, bisogna essere veramente brave per essere né più né meno che se stesse. E riesce talmente verosimile Susanne, in questa trasformazione, che il successo arriva ben presto, insieme con la ricchezza. Varia rapidamente l’ambientazione della storia ed ecco che, con velocissimi cambi di scena, ci ritroviamo nel lusso dei grandi alberghi e nella magia degli spettacoli. Da Susanne (e dalla bravissima Veronica Pivetti) “nasce” Viktor, il bel giovane dal fascino androgino capace di incantare ogni sera, con la sua trasformazione in Viktoria, il pubblico dei più importanti teatri della città. Il tutto, ovviamente, senza svelarne il segreto, perché se una finzione – un uomo che sembra una donna – diverte e non è solo tollerata, ma addirittura acclamata, una doppia finzione – una donna che si finge un uomo che si finge donna – è solo un inganno, o meglio, un’autentica truffa. Certo, un bel paradosso l’ambiguità, se rende eccitante una bugia e inaccettabile la verità. Sarà che il tutto somiglia tanto all’ipocrisia e, difatti, ecco comparire un personaggio, il fascinoso conte Frederich, colpito dall’irresistibile appeal di Viktor, o di Viktoria, o di entrambi – nemmeno lui lo sa – subito preda di turbamenti e in confusione. Proprio lui, che si crede, ed è creduto, vero tombeur de femmes, gran seduttore, al cui fascino, peraltro, non sfuggirà la stessa Susanne. Sarà che questo spettacolo che dovrebbe solo divertire, pieno di brio, di canti e di bellissime musiche, a un tratto mi ha ricordato la teoria di un mio vecchio testo universitario, secondo cui ogni nuova forma di stato racchiude in sé i germi di un’ulteriore trasformazione o della sua dissoluzione. Difficile non pensare ai “germi” del progresso, al fermento di quegli anni e a come si siano rapidamente trasformati nei virus della violenza e del fanatismo, infettando intere società. Al clima di libertà (anche sessuale) che segna il successo di Viktor/Viktoria subentra ben presto il moralismo più falso e intransigente, la censura, la repressione. Ce lo ricorda il personaggio di Gerhardt, scostante attrezzista della compagnia, fanatico delle teorie nazionalsocialiste in continua ascesa; scoperto il segreto di Susanne, di cui anche il conte è a conoscenza, si trasformerà in delatore rischiando di compromettere il successo di Susanne e la vita stessa di lei e del conte. Fortunatamente la storia avrà un lieto fine e l’amore trionferà. Sarà che è ancora fresca la lettura de “Le assaggiatrici” le cui vicende, ambientate nella Germania del 1943, mostrano a quali aberrazioni, crudeltà e violenze cedettero a poco a poco il passo le speranze e le illusioni di quell’epoca tragica. Mentre cala il sipario, rifletto sulle tante, troppe parole in libertà di questi nostri tempi. Sicuri che non torneranno? Donatella Picchiotti _______________________

§

Una bravissima Veronica Pivetti, attrice, cantante, soubrette ha

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riempito la scena della commedia “Viktor und Viktoria” andata in scena a fine anno in un Teatro Morlacchi gremito e piacevolmente affascinato. Un’ottima scenografia ha fatto da sfondo all’impegno di una serie di attori bravi professionisti. Non ci sono state note stonate né si è fatto ricorso a toni esagerati o sguaiati come va tanto di moda oggi. Una bella commedia musicale, recitata bene. Tratta della storia di una cantante di provincia, Susanne Weber, che va a Berlino cercando di trovare lì quella fortuna che nei suoi luoghi natii le era negata. La sorte vuole che incontri un italiano squattrinato, Vito Esposito, in cerca di fortuna anche lui. Combinazione di sfortune che si trasforma invece in una storia di fortuna per entrambi, per l’intuizione di lui che le suggerisce di travestirsi da uomo per poter cogliere un’occasione di lavoro. Siamo nella Berlino degli anni trenta, quella della Repubblica di Weimar e dell’amore libero, ricca di una inebriante atmosfera di libertà (l’età di Pericle) preludio inconsapevole di ben altri momenti e questo scandisce la commedia dall’inizio alla fine, con i suoni fascinosi resi noti a tutti noi dalla splendida Marlene Dietrich, seguiti poi dalle lugubri ombre e dai cupi suoni del nascente nazionalsocialismo. Veloce arriva il successo e la storia per i nostri personaggi, con qualche vezzo osé comunque abbastanza garbato e non proprio disdicevole, che passano dalla fame di ogni giorno alle ricche tavole dei ristoranti e agli scintillanti hotel. Dalla Berlino dove i nazionalsocialisti iniziano a scrivere le prime pagine della loro brutta storia, si spostano presto a Parigi e nelle altre capitali europee dello spettacolo, con un successo incredibile. Al ritorno a Berlino, dopo questa lunga fortunata assenza, accade l’incontro di Susanne con il conte Frederich von Stein. Susanne è ancora per tutti Viktor, un attore uomo che interpreta la parte di una donna, Victoria. Il conte rimane affascinato dalla bellezza e dall’ambiguità del personaggio e, unico, arriva a svelare, dopo Vito, il segreto. La commedia corre proprio intorno all’ambiguità del ruolo che, come in una spirale infinita, alterna la parte maschile a quella femminile per esprimere una umanità che le supera e le integra. Una condizione di disagio per la perenne finzione che prende e stordisce anche il personaggio attore autore della finzione stessa, ma condizione di privilegio rispetto alla stretta condizione singola del resto del mondo. Questo entrare ed uscire nei panni di un uomo e poi di una donna e poi ancora di un uomo e così via all’infinito è il fil-rouge della commedia e crea quell’atmosfera di ambiguità fonte di angoscia per il personaggio ma anche fonte di una sensibilità ricca e chiaramente superiore alla media che gli consente una lettura delle vicende storiche e sociali più matura e più incisiva. E forse è anche proprio questo che crea le basi del successo di Viktor, perché il pubblico europeo dell’epoca percepisce inconsapevolmente la profondità e l’interesse di questa visione della vita e del mondo integrata pluriprospettica. Veronica Pivetti è maestra in questo e, in maniera diligente, riesce ad

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affascinare lo spettatore per due lunghe ore di grande impegno, svolte con grande disciplina e talento e con gradevolissimi intermezzi di canto e ballo. Una mattatrice che si muove con destrezza tra la recita, il ballo e il canto. E basti solo la sua voce a dire che la commedia è tagliata per lei. Chi altra avrebbe potuto interpretare così bene questo ruolo? Chi meglio di lei avrebbe potuto al contempo mostrare la fragilità di un personaggio fatto di sole ambiguità ed insieme la forza di una che insegna con ironia la visione critica degli avvenimenti della storia? In fondo la commedia si rifà al classicissimo mascheramento, presente in tanta parte della produzione del teatro più nativo ed ingenuo ma anche, di conseguenza, più potente. Voglio credere che, sotto, l’autrice abbia voluto inserire un intento maieutico che portò gli spettatori dell’epoca a sviluppare quella sensibilità che gli permise di passare attraverso il disastro del nazionalsocialismo ma poi di venirne fuori, in un modo o nell’altro, anche se malconci e con un peso insopportabile da tenere dentro l’animo per tutta la vita. La cultura aveva forse esagerato e venne miseramente distrutta e messa in angolo dall’intolleranza emergente (Ahi quante analogie col presente! Ahi come ritorna maledetto il verso macabro dei corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico!). L’autrice si è ispirata al film omonimo del 1933 di Reinhold Schunzel, creando una commedia musicale piacevole che ricorda bene anche varietà e rivista. L’unico personaggio nuovo è Gerhardt che rappresenta “il tempo che scorre” passando dall’iniziale amore per la libertà dei costumi e la vita notturna della Berlino weimariana alla finale peggiore ideologia nazista liberticida e piena di odio nei confronti di ampie fasce di popolazione. A lui affida anche il ruolo di un richiamo evidente al presente quando gli fa dire: “fino a quando bisognerà fingere ciò che non si è, pur di lavorare e di essere accettati”. Come ho già detto, ci sono anche momenti un po’ volgari ma moderatamente. Non disturbano più di tanto e consentono allo spettatore di reggere bene le due ore di rappresentazione intensa senza mai noia e senza perdere il filo del messaggio. La scenografia è ben architettata e mutevole grazie ai quattro palcoscenici su pedane girevoli, modificati negli arredi di volta in volta. Risulta pratica, piacevole e perfettamente adeguata all’obiettivo. E concludo con una mia personalissima lettura della commedia, adattata al momento storico che stiamo vivendo. La devastazione che ci sta intorno, dovuta alla infinita lasciva libertà di internet e del “tutti possono parlare di tutto se solo hanno bocca e modem” così pure come gli scherzi del “manovrar le menti” che possono portare alla nascita di un nuovissimo concetto di ancora cosiddetta “democrazia”, che vede esperimenti quali l’emergere dal nulla di nuovi partiti politici, di nuovi leader di stato, di nuovi governi improbabili (“guai ai vinti” disse qualcuno nella storia) e nuovi ritorni d’intolleranza, che danno solo la misura di come il progresso dell’umanità non sia rettilineo ma curvo e possa tornare sui propri maledetti vecchi passi (di nuovo Vico…), non deve farci più restare nel letale letargo dove ci hanno confinati le comodità e l’opulenza. E già tardi ma è comunque ora che riparta una vera lotta partigiana a difesa di quei risultati di libertà nel rispetto di tutti e di diritti nel dovere che sono stati il frutto delle vite di chi ci ha preceduti. Un articolo dichiaratamente di parte, anzi … partigiano! Buona fortuna a tutti noi e grazie a Veronica & Co.! Roberto Radi _______________________

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§ QUANTO E’ DIFFICILE ESSERE “SEMPRE” SE STESSI. Nei frangenti più difficili della nostra vita, o facili a seconda delle situazioni, è sempre accaduto che non siamo stati i grado di essere fino in fondo noi stessi. Quanti ricordi da bambino quando giocando con gli amici ti sei dovuto nascondere, mascherare in qualche modo per non far riconoscere la tua paura nel fare un gioco che ritenevi pericoloso e quante volte poi lo hai fatto per sentirti grande, arrivato, più accettato dagli altri, dal mondo che in quei momenti ti era ostile. Crescendo poi forse ci siamo abituati, non volendo mentire a tutti i costi, ma qualche volta costretti dalle circostanze a non essere noi stessi. Per necessità impellenti, per dovere di circostanza, per non offendere qualcuno o per fare in modo che il mondo ci accettasse. Ci siamo ogni volta mascherati, abbiamo cambiato quasi violentato il nostro essere Luciano, Marco, Francesca, Giovanni o chissà chi altro. La trama di “Viktor und Viktoria” che ho avuto il piacere di vedere ci mostra come per sopravvivere, anche per potersi sfamare, il cambiamento, il nascondere il proprio essere agli altri e al mondo intero sia stato l’unico stratagemma per poter vivere. E questo mi ha fatto riflettere su come chiunque, me compreso, ha dovuto in moltissimi frangenti della propria esistenza scendere a patti anche col diavolo per raggiungere un obiettivo. Oltre a queste riflessioni, lo spettacolo che dà spunto a questo mio breve scritto, mi ha portato a pensare a cosa accade intorno a noi che spesso interpretiamo come verità assoluta quello che ci viene proposto da attori ancora più bravi di Veronica Pivetti. Telegiornali, talkshow, programmi di ogni genere sono frequentati da affabulatori di alto rango o veramente quello che ci viene propinato è frutto di una sceneggiatura ben fatta. Sono travestimenti in buoni padri di famiglia, in politici integerrimi, in uomini e donne che si sono dedicati totalmente agli altri senza alcun interesse … o cosa? Lo spettacolo della Pivetti è ambientato in un momento storico molto particolare. Non era lecito travestirsi da donna anche se ciò ha portato ad un grande successo di pubblico e alla soddisfazione personale di Viktoria che si è presa una rivincita con il mondo e a ricominciato, finalmente a mangiare. Non si poteva! Anche perché non le è stato concesso il tempo di spiegare l’accaduto nel momento in cui, ancora vestita da Viktor, artefice involontario del suo successo, si è lasciata andare a manifestare affetto ad un uomo nella sua realtà di donna innamorata. Questo è lo spettacolo nella sua ambientazione, ma quando la realtà porta a non riuscire a capire i travestimenti di persone che per loro mero interesse fanno credere di essere “artisti” nel loro campo senza corre rischi di essere smascherati? Quando non si capiscono i travestimenti delle persone che ci circondano allora scatta il serio pericolo. Ci vorrebbe in questi frangenti la serietà delle persone che captano quanto siamo presi in giro, offesi seriamente da parole, atteggiamenti che possono portare pesanti danni alla società in cui noi viviamo. Luciano Rigotti _______________________

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Anno Accademico 2018-2019

n.5 Giugno 2019 © CONTENUTI:

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