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AA.VV. A cura di C. Agostinelli, V. Cimmino, G. Murolo

Presentazione di Severino NAPPI Assessore al Lavoro e alla Formazione – Regione Campania

ELEMENTI DI GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE

EUPF – 2012 © EUPF 2012 – ISBN: 978-88-907322-0-1


Polo Formativo per l’I.F.T.S. “M. Vetrone per l’Agroalimentare” - CUP: 24-1040757 Capofila: Università Popolare del Fortore 1° Corso I.F.T.S. “TECNICO SUPERIORE DELLA GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE” Piano Regionale (I.F.T.S.) 2009-2013 - DGR n. 1062/2009

Direttore: Carmine Agostinelli. Coordinatori: Grazia Elmerinda Pedicini, Carmine Antonio Molinaro, Vincenzo Cimmino. Tutor: Teresa Colella, Beatrice Scocca. Docenti: Carmine Agostinelli, Eugenia Aloj, Francesco Bove, Vincenzo Cimmino, Ubaldo Cuccillato, Nicoletta Di Rubbo, Franco Massimo, Maria Concetta Iannelli, Lucia Ionta, Fabrizio Mandato, Donato Matassino, Francesco Mazzilli, Carmine Antonio Molinaro, Giuseppe Murolo, Maurizio Murolo, Carmine Nardone, Michelantonio Panarese, Grazia E. Pedicini, Gabriele Tambascia, Mario Testa, Mario Vitolo. Presidente Comitato Tecnico Scientifico: Giuseppe Murolo. Comitato Tecnico Scientifico: Giuseppe Murolo, Carmine Agostinelli, Salvatore Agostinelli, Maria Proto, Carmela M. A. Barone, Vincenzo Cimmino, Grazia Elmerinda Pedicini, Donato Matassino, Pasquale Scarpa, Ornella Malandrino. Direzione Amministrativa: Giuseppe Carmine Ferrucci, Giovanna Mazzilli. Segreteria: Teresa Colella, Danilo Di Ionno.

Il Polo è costituito dai seguenti soggetti: Università Popolare del Fortore (capofila); Dipartimento di Scienza del Suolo, della Pianta, dell’Ambiente e delle Produzioni Animali c/o Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”; Dipartimento di Ingegneria dei Materiali c/o Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”; Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Salerno; IPAA “M. Vetrone” di Benevento; ITA “G. Fortunato” di Eboli (SA); ITC “Amendola” di Salerno; IPIA “Sannino” di Ponticelli (NA); IPSAR “Manlio Rossi Doria” di Avellino; C.S.P.S.; ERFAP-UIL; CE.S.CO.T; Agricoltura è Vita Campania; ConSDABI di Benevento; CRMPA di Salerno; RUMMO S.p.A.; Eredi Mancuso S.p.A; Cooperativa Agricola S.Lucia; Cantina sociale La Guardiense; Vini Iovine; Oleificio FAM di Avellino; Provincia Benevento; Distretto Industriale di San Marco dei Cavoti; Ordini e collegi professionali provinciali del settore (agronomi, agrotecnici e periti agrari); Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Bari; Centro di Ricerca e Sperimentazione in Agricoltura “Basile Caramia” di Locorotondo (Ba ); Associazione Internazionale per l’Insegnamento Agrario “EUROPEA”; IPAA di Potenza; Associazioni di categoria del settore agricolo (Coldiretti Campania e Confagricoltura Campania); Confederazioni sindacali regionali (CGIL, CISL e UIL); Confindustria; UNIMPRESA-Campania; IN.FO.Giò; Soluzioni scarl; Synectics s.r.l.; NJU comunicazione.

EUPF – Edizioni Università Popolare del Fortore Contrada De Fenza 82028 – San Bartolomeo in Galdo (BN) Tel./Fax: 0824.963393 Web: www.unipopfortore.eu

© EUPF 2012 – ISBN: 978-88-907322-0-1 Ideazione ed elaborazione grafica copertina: Maurizio Murolo, Gabriele Tambascia Impaginazione ed elaborazione grafica testo: Danilo Di Ionno


PRESENTAZIONE L’idea di raccogliere in una pubblicazione gli approfondimenti e, al tempo stesso, quella di tracciare un primo bilancio sul corso di formazione per la qualifica di “Tecnico superiore della gestione del territorio rurale” organizzato dal Polo formativo “M. Vetrone per l’Agroalimentare”, non solo rappresenta un merito e un valore aggiunto per chi vi ha lavorato, con la passione e la dedizione di sempre, ma anche per la nostra regione e per l’intero territorio. Dalla provincia di Benevento, in cui il valore del territorio rurale è una sfida, ma anche un’occasione di sviluppo, parte il monito dell’Università Popolare del Fortore che può solo incoraggiare le scelte operate dalla Regione e dal Miur, per continuare a sostenere iniziative del genere. Il corso di formazione realizzato presso l’istituto Vetrone, infatti, è il testimone proprio di quelle nuove politiche per l’istruzione e la formazione professionale e coglie il senso e l’autentica mission dei percorsi formativi post diploma e alternativi ai corsi universitari, su cui pure tanto si investe e per cui si è appena adottata una riforma. E’ la reale testimonianza della traduzione in fatti concreti delle politiche di innovazione del sistema. Un sistema più vicino alle rinnovate esigenze dei giovani, un sistema dinamico che, attraverso l’abbinamento di moduli teorici con stage e tirocini formativi, ha l’obiettivo finale di creare figure professionali altamente specializzate e con un elevato grado di conoscenze e competenze culturali, nonché tecnico-scientifiche, in grado di rispondere alle richieste del mondo del lavoro, attente alle specifiche competenze professionali. Un’ occasione concreta, di lavoro reale, insomma, che affonda però le radici nel tessuto imprenditoriale e formativo locale, che guarda con attenzione alle specificità territoriali, pur senza mai dimenticare ciò che il sistema chiede ai nostri ragazzi. Fondamentale, a mio avviso, è rilevare che attività del genere, come quelle svolte al Vetrone, non solo rientrano tra le best practice del mondo dell’istruzione e della formazione professionale, con una perfetta integrazione pubblico-privato nell’erogazione del servizio, ma rappresentano anche un volano che fa ben sperare per la replicabilità in futuro. In bocca al lupo all’Istituto Vetrone, all’Università Popolare del Fortore, ma soprattutto ai nostri ragazzi e… ad maiora! Severino NAPPI Assessore al Lavoro e alla Formazione Regione Campania


INTRODUZIONE Il lavoro che viene esposto rappresenta, seppure come veloce sintesi, quanto è stato realizzato nelle 800 ore dell’IFTS “Tecnico Superiore della Gestione del Territorio Rurale", nell’ambito del Polo Formativo “M. Vetrone per l’Agroalimentare” finanziato dalla Regione Campania e dal MIUR ed avente come capofila l’Università Popolare del Fortore. Sono riportati elementi riassuntivi dei contenuti più significativi per la formazione di tecnici che dovranno inserirsi nelle complesse attività, tecniche e amministrative, riguardanti modalità d’uso del territorio e la connessa gestione, secondo criteri di sostenibilità, economicità, utilità sociale. La strutturazione del corso, in precedenza criticamente analizzata in un progetto comunitario denominato FANCAM (Figure Agronomiche Nuove per una Agricoltura Multifunzionale) ed avviate a sperimentazione quattro anni or sono nella regione Basilicata, è stata articolata in quattro fasi: 1. modalità di esame analitico delle realtà territoriali ed elaborazione delle relative documentazioni tematiche; 2. esame delle problematiche e delle norme regolanti i possibili interventi, con puntualizzazione delle modalità per la realizzazione di miglioramenti tecnici; 3. aspetti operativi secondo le indicazioni fornite dalla pianificazione con le articolazioni dei diversi livelli e delle diverse competenze; 4. aspetti ambientali di possibili interventi, economie della gestione territoriale e valutazioni di impatto. Tali fasi, riscontrate applicativamente tramite attività di stages, sono state precedute da richiami di inglese tecnico, di statistica metodologica e di elementi di economia generale ed agraria. L’assiduità dei frequentanti, rilevatasi integrale e costante, è stato il primo indicatore della validità del corso e della significatività del percorso, sicuramente innovativo e quanto mai attuale. Talune incertezze riscontratesi nelle fasi di dialogo e di esame di aspetti concreti delle realtà esaminate sono da ascriversi alla eterogeneità delle esperienze dei discenti, dipendente dalla diversità dei titoli di studio. Il presente contributo potrà essere utile per chiarire taluni problemi e colmare qualche lacuna. Per coloro che hanno dimostrato vivo interesse ed evidente desiderio di approfondire diversi argomenti abbiamo indicato qualche utile sussidio bibliografico.


Gli argomenti affrontati, e solo in parte ora sintetizzati, sono stati analizzati dalla Prof.ssa Maria Proto, Prof.ssa Ornella Malandrino, Dott. Mario Testa e il Dott. Mario Vitolo (dell’Università di Salerno), dalla Prof.ssa Eugenia Aloj (dell’Università del Sannio), dal Prof. Donato Matassino (già ordinario della Facoltà di Agraria di Portici e Presidente del CONSDABI), dal Prof. Maurizio Murolo (dottore di ricerca in pedologia applicata), dall’Architetto Francesco Bove (noto esperto di pianificazione ed urbanistica), dal Dott. Vincenzo Cimmino (già dirigente di settore della Regione Campania) per quanto ha riguardato l’organizzazione regionale in materia di pianificazione, dal Dott. Carmine Agostinelli (Presidente dell’Università Popolare del Fortore) per le metodologie elaborative di dati e dallo scrivente (già ispettore tecnico della P.I. ed autore di testi di ecologia applicata). Gli stages previsti hanno avuto luogo presso diverse strutture tecniche, tra cui degne di nota sono le attività svolte presso il Comune di Sanza (SA) e presso gli uffici tecnici della Provincia di Benevento, cui va la nostra più ampia gratitudine. Un ringraziamento va espresso all’Istituto Agrario di Benevento ed al suo Dirigente dott.ssa Grazia E. Pedicini, per il sostegno offerto durante l’intero iter corsuale, nonché al Settore Politiche Giovanili della Regione Campania nella persona del Dirigente Dr. Gaspare Natale e dei funzionari Errichiello, Scarpa e Festa. Giuseppe MUROLO Presidente del Comitato Tecnico Scientifico


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IL SIGNIFICATO DI GESTIONE DEL TERRITORIO Concetto di territorio Geografico, giuridico, amministrativo, economico, sociale, ambientale, strutturale Connotazioni geografiche: Geologica - Morfologica - Pedologica - Climatica - Paesaggistica Connotazioni biologiche: Strutture biologiche - Ecosistemiche Connotazioni sociologiche: Estensione - Popolazione e sua distribuzione - Attività - Flussi migratori Connotazioni strutturali ed infrastrutturali: Strutture insediative - Viabilità e trasporti – Localizzazione delle industrie Connotazioni giuridiche : Giurisdizioni amministrative – Normative e vincoli ambientali Connotazioni produttive: Attività primarie, secondarie, terziarie.

Le Fasi: Conoscenze - Interpretazioni delle diverse realtà - Valutazione delle priorità Conoscenza dei mezzi disponibili - Scelte degli interventi - Scelte delle modalità attuative degli interventi.

I sussidi: Giuridici - Amministrativi e strutturali - Economici.

L’operatività: 1. Riassumere le principali connotazioni territoriali (in sede comunale) attraverso la cartografia tematica. Definire, in mancanza di una documentazione necessaria, nuove documentazioni tematiche.

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2. Esaminare lo stato dell'arte esistente: piano regolatore, piani provinciali e locali e situazioni derivanti dalla loro esecuzione. 3. Rilevare punti critici, classificandoli in relazione alla criticità, all’urgenza, al tipo di intervento, al probabile costo. 4. Identificare possibilità di sviluppo in ordine alle diverse necessità e proporre (e/o predisporre) linea di massima degli interventi. 5. Classificare il territorio (zonale, comunale, intercomunale) in base a potenzialità produttive-trasformative, commerciali, turistiche. 6. Caratterizzare gli aspetti paesaggistici sottolineando le peculiarità. 7. Valorizzare produzioni locali, tradizione ed aspetti folkloristici. 8. Identificare modalità ed interventi per migliorare l'ambiente.

Territorio Linguisti: Porzione di terra di estensione abbastanza considerevole. Tecnici: Contenitore in cui si esplicano molteplici attività settorialmente distinte ma sempre più interconnesse, talvolta con finalità multiple.

Pianificazione territoriale Operazione con le quali la collettività ed i singoli precisano le finalità e gli obiettivi del proprio operare e scelgono le modalità per conseguirle (programmazione) e da queste derivano le norme di azione e le indicazioni degli interventi (pianificazione).

Paesaggio Linguisti: Parte di territorio che si abbraccia con lo sguardo da un punto determinato Tecnici: Complesso di elementi che costituiscono i tratti fisionomici di una certa parte della superficie terrestre: sistema di ecosistemi. Un sistema di cellule non si può definire come cellula di maggiori dimensioni bensì un tessuto; un sistema di ecosistemi non si può definire un ecosistema bensì un ecotessuto o paesaggio.

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Ecologia del paesaggio Studio sistemico del paesaggio inteso come complesso di interazioni e scambi tra vari ecosistemi (sistema complesso). È una scienza olistica, trans-disciplinare, che accomuna aspetti ecologici, umanistici, storici, applicandoli alla pianificazione, alla gestione e conservazione del paesaggio. L’ecologia del paesaggio si occupa di ecosistemi presenti in una regione geograficamente definita, mentre l’ecologia dell’ecosistema si occupa dei rapporti tra gli esseri viventi e non viventi di un dato luogo. Lo studio sistemico si compone di 3 campi d’indagine necessari: − Scienze della terra (geologia, pedologia, geomorfologia). − Scienze della vita (ecologia, botanica). − Scienze dell'uomo (economia, sociologia).

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LO SVILUPPO SOSTENIBILE: RASSEGNA DI DEFINIZIONI Sebbene sia stato scritto molto sullo sviluppo sostenibile, è difficile trovare definizioni rigorose di tale concetto. La seguente rassegna illustra vari punti di vista sullo sviluppo sostenibile. «Sviluppo sostenibile – uno sviluppo che permette di ottenere una duratura soddisfazione dei bisogni umani e un miglioramento della qualità della vita umana». Robert Allen, How to Save The World, London, Kogan Page, 1980, p. 23 (sunto di The World Conservation Strategy). «Il concetto di sviluppo economico sostenibile applicato al terzo mondo [...] è quindi direttamente connesso al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni povere al livello più basso, miglioramento che può essere misurato quantitativamente in termini di migliore alimentazione, reddito reale, istruzione, assistenza e strutture sanitarie, servizi igienici e approvvigionamento idrico, scorte di cibo e denaro per le emergenze, etc., ed è solo indirettamente connesso con la crescita economica a livello aggregato, normalmente a livello nazionale. In termini generali, l’obiettivo primario è di ridurre la povertà assoluta delle popolazioni povere del mondo provvedendo livelli di sostentamento sicuri e duraturi che riducano lo sfruttamento delle risorse, il degrado ambientale e culturale e l’instabilità sociale». Edward Barbier, The Concept of Sustainable Economic Development, in «Environmental Conservation», 14, n. 2, p. 103, 1987. «Esiste un ampio consenso riguardo alle condizioni necessarie per uno sviluppo economico sostenibile. Attualmente stanno emergendo due interpretazioni: un concetto più ampio che comprende uno sviluppo economico, ecologico e sociale sostenibile e un concetto più ristretto che comprende prevalentemente uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale (cioè una gestione delle risorse e dell'ambiente ottimale nel tempo). La visione più ampia, fortemente normativa dello sviluppo sostenibile (espressa dalla World Commission on Environment and Development) definisce tale concetto come uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni. Per contro l’interesse per una gestione delle risorse e dell’ambiente ottimale nel tempo – il concetto più ristretto di sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale – richiede una massimizzazione dei benefici netti dello sviluppo economico, subordinatamente al mantenimento dei servizi e della qualità delle risorse naturali».

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Edward Barbier, Economics, Natural Resources, Scarcity and Development, London, Earthscan, 1989. «La Commissione Mondiale non crede che un tetro scenario di crescente distruzione del potenziale globale di sviluppo – vale a dire la capacità del nostro pianeta di rendere possibile la vita – sia un destino inevitabile. I problemi sono planetari ma non sono insolubili. Credo che la storia ricorderà che in questa crisi le due più grandi risorse, la terra e le persone, manterranno la promessa dello sviluppo. Se ci prenderemo cura della natura, la natura si prenderà cura di noi. La conservazione è diventata veramente matura nel momento in cui si riconosce che se vogliamo salvare parte del sistema dobbiamo salvare il sistema stesso nella sua interezza. Questa è l’essenza di ciò che chiamiamo sviluppo sostenibile. Esistono diverse dimensioni della sostenibilità. Primo, essa richiede l’eliminazione della povertà e della privazione. Secondo, essa richiede la conservazione e l’aumento del fondo di risorse che solo può assicurare che l’eliminazione della povertà sia permanente. Terzo, essa richiede un ampliamento del concetto di sviluppo affinché esso comprenda non solo la crescita economica ma anche lo sviluppo sociale e culturale. Quarto, e più importante, essa richiede l’integrazione di economia ed ecologia nelle procedure decisionali a ogni livello». Intervento del Primo Ministro Gro Harlem Brundtland alla conferenza Sir Peter Scott, Bristol, 8 ottobre 1986. «Una grande sfida dei decenni a venire sarà imparare come gestire meglio le interazioni a lungo termine e su larga scala tra ambiente e sviluppo in modo da accrescere le prospettive di miglioramenti ecologicamente sostenibili del benessere umano». W. Clark e R. Munn, Sustanaible Development of the Biosphere, Cambridge, Cambridge University Press, 1986, p. 5. «Più difficile è definire la sostenibilità. L’uso comune della parola “sostenibile” suggerisce l’idea di una capacità di continuare un’attività in presenza di stress – per esempio sostenere un esercizio fisico, come correre o fare le flessioni – e questo ci sembra il significato tecnicamente più accettabile. Così definiamo la sostenibilità agricola come la capacità di mantenere la produttività, vuoi di un campo o di una fattoria o di un’intera nazione, in presenza di stress o shock». Gordon Conway e Edward Barbier, After the Green Revolution: Sustainable and Equitable Agricoltural Development, in «Futures», 20, n. 6, 1988, p. 653. «La società sostenibile è quella che vive entro i limiti “autoperpetuantesi” del proprio ambiente. Quella società [...] non è una società a “crescita zero” [...] Essa è, piuttosto, una società che riconosce i limiti alla crescita [...] e cerca modi alternativi per crescere». James Coomer (a cura di), Quest for a Sustainable Society, Oxford, Pergamon Press, 1979.

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«Lo sviluppo sostenibile è qui definito come un modello di trasformazioni sociali, strutturali ed economiche (cioè di “sviluppo”) che ottimizza i benefici economici e sociali disponibili nel presente, senza mettere a repentaglio il probabile potenziale di benefici simili nel futuro. Uno scopo primario dello sviluppo sostenibile è quello di raggiungere un livello di benessere economico ragionevole (comunque sia definito) ed equamente distribuito che può essere perpetuato continuamente per molte generazioni. [...] Lo sviluppo sostenibile implica l'utilizzo delle risorse naturali rinnovabili in modo da non eliminarle o degradarle o altrimenti diminuire la loro utilità per le generazioni future [...]. Lo sviluppo sostenibile implica anche lo sfruttamento delle risorse energetiche non rinnovabili a un saggio sufficientemente basso in modo da assicurare un’alta probabilità di una transizione sociale ordinata verso risorse energetiche rinnovabili. Robert Goodland e G. Ledoc, Neoclassical Economics and Principles of Sustainable Development, in «Ecological Modelling», 38, 1987. «Indicazioni per una politica responsabile delle risorse naturali». «[...] dovrebbero essere prese in considerazione le attività volte a mantenere costante nel tempo un effettivo fondo di risorse naturali. Questo concetto fu proposto da Page [1977] e non implica un fondo di risorse immutabili, ma un insieme di scorte di risorse, di tecnologie e di controlli politici che mantengano o espandano le possibilità produttive delle generazioni future». Charles Howe, Natural Resource Economics, New York, Wiley, 1979. «L’idea fondamentale [dello sviluppo sostenibile] è semplice nel contesto delle risorse naturali (escluse quelle esauribili) e degli ambienti: l’impiego di questi input nel processo di sviluppo dovrebbe essere sostenibile nel tempo [...]. Se noi ora applichiamo l’idea alle risorse, la sostenibilità dovrebbe implicare che un dato stock di risorse – alberi, qualità del suolo, acqua e così via – non dovrebbe diminuire. [...] la sostenibilità potrebbe essere ridefinita come un requisito in base al quale l’uso attuale delle risorse non dovrebbe ridurre i redditi reali nel futuro». Anil Markandya e David Pearce, Natural Environment and Social Rate of Discount, in «Project Appraisal», 3, n. 1, 1988. «Che cosa dovrebbe fare l’UNCTAD per rendere lo sviluppo sostenibile? Sarebbe sulla strada giusta per ridurre l’inerzia internazionale che ostacola lo sviluppo sostenibile se prendesse alcuni dei provvedimenti indicati qui di seguito. L’UNCTAD dovrebbe: − includere le questioni ambientali come una voce sulla propria agenda; − prestare maggiore attenzione ai concetti di “ambiente” e “sviluppo sostenibile”; − studiare in dettaglio le relazioni tra ambiente e sviluppo e tra crescita e utilizzazione delle risorse naturali. Quali sono gli effetti sull’ambiente di

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diverse strategie di sviluppo? È possibile una crescita senza un grave sfruttamento delle risorse naturali globali? Possono le organizzazioni internazionali e i paesi che le sostengono garantire che gli aiuti futuri non saranno usati per attività che danneggiano l'ambiente? introdurre un nuovo obiettivo per lo sviluppo, un ambiente migliore, adottando prospettive a più lungo termine riguardo alle questioni di sviluppo. Un uso migliore delle risorse naturali è già oggetto di negoziati; tener conto delle esigenze ambientali e dello sviluppo sostenibile a ogni livello dei negoziati; stabilire una commissione speciale o un gruppo di lavoro sulle questioni ambientali. Lo sviluppo sostenibile può essere oggetto di discussione in tutte le commissioni e i gruppi di lavoro esistenti, specialmente nella Committee on Commodities; fornire informazioni agli altri attori internazionali, iniziare e coordinare azioni internazionali e perseguire la realizzazione di azioni riguardanti l’ambiente e lo sviluppo sostenibile». Tuija Meisaari-Polsa, UNCTAD and Sustainable Development – A Case Study of Difficulties in Large International Organisations, in Perspectives on Sustainable Development, a cura del Stockholm Group for Studies on Natural Resources Management, Stockholm, 1988.

«Dobbiamo così fissare il concetto di sviluppo sostenibile. Propongo cinque definizioni via via più ampie. Primo, possiamo cominciare a livello locale e chiederci semplicemente se le attività agricole e industriali di una data regione possano continuare indefinitamente. Esse distruggeranno il fondo di risorse e l’ambiente locali o, cosa altrettanto grave, le persone e il sistema culturale locali? Oppure il fondo di risorse, l’ambiente, le tecnologie e la cultura evolveranno nel tempo in un processo di reciproco rafforzamento? Questa prima definizione ignora possibili sussidi alla regione – la possibilità che input materiali ed energetici o input sociali, come l’offerta di nuove conoscenze, tecnologie e servizi istituzionali, siano forniti dall’esterno. Secondo, possiamo chiederci se la regione dipenda da input, energetici e materiali, non rinnovabili importati da fuori. Oppure se la regione in questione dipenda da risorse rinnovabili importate da fuori che non vengono gestite in modo sostenibile. Terzo, possiamo diventare ancora più sofisticati e considerare se la regione sia in qualche senso culturalmente sostenibile, se stia contribuendo alla conoscenza e alle basi istituzionali delle altre regioni nello stesso modo in cui essa è culturalmente dipendente da altri. Quarto, possiamo anche domandarci in che misura la regione stia contribuendo al cambiamento climatico globale, costringendo altre regioni a cambiare il loro comportamento, così come se essa abbia alternative disponibili per adattarsi al cambiamento climatico e alle «sorprese» imposte da altri. Da un punto di vista globale, questa quarta definizione di sviluppo sostenibile prende in considerazione le difficoltà del passaggio da stock di energia basati sugli idrocarburi a fonti di

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energia rinnovabili simultaneamente all’adattamento alle complicazioni del cambiamento climatico globale indotte dall’ossidazione netta transizionale degli idrocarburi. Quinto e ultimo, possiamo interrogarci sulla stabilità culturale di tutte le regioni considerate nell’insieme, chiedendoci se si stanno evolvendo lungo sentieri reciprocamente compatibili oppure se si distruggeranno l’un l’altra con la guerra? Queste definizioni sono via via più generali. Tutte, comunque, prendono in considerazione la sostenibilità delle mutevoli interazioni tra le persone e il loro ambiente nel tempo». Richard Norgaard, Sustainable Development: a Co-Evolutionary View, in «Futures», 20, n. 6, 1988. «Il criterio di sostenibilità richiede che le condizioni necessarie per un equo accesso al fondo di risorse siano garantite a ogni generazione». David Pearce, Foundations of an Ecological Economics, «Ecological Modelling», 38, 1987. «In termini semplici [lo sviluppo sostenibile] auspica a) uno sviluppo soggetto a un insieme di vincoli che fissino i tassi di sfruttamento delle risorse a livelli non superiori ai tassi di rigenerazione – naturale o controllata dall'uomo – delle risorse stesse e b) un utilizzo dell'ambiente come “luogo di discarica dei rifiuti” sulla base del principio secondo cui i tassi di eliminazione dei rifiuti non dovrebbero eccedere i tassi di assimilazione (naturale o controllata dall'uomo) da parte degli ecosistemi corrispondenti [...]. Esistono evidenti problemi nel proporre tassi sostenibili di sfruttamento per le risorse esauribili, cosicché i “sostenibilisti” tendono a pensare in termini di un insieme di risorse che comprenda la possibilità di sostituzione tra risorse rinnovabili e risorse esauribili. Altrettanto evidente è l'ipotesi implicita che la sostenibilità sia una “cosa buona” – cioè che l'ottimizzazione entro i limiti di tassi sostenibili di utilizzo delle risorse sia un obiettivo desiderabile. In questi termini, la sostenibilità potrebbe implicare l'utilizzo dei servizi ambientali per periodi di tempo molto lunghi e, in teoria, a tempo indefinito». David Pearce, Optimal Prices for Sustainable Development, in Economics, Growth and Sustainable Environment, a cura di D. Collard, D. Pearce e D. Ulph, London, Macmillan, 1988. «Il concetto chiave [in riferimento al degrado delle risorse naturali nei paesi in via di sviluppo] è quello di “sostenibilità”. I cambiamenti nei metodi di gestione delle risorse volti a conseguire un uso sostenibile delle risorse potrebbero come minimo contribuire alla conservazione del fondo delle risorse rinnovabili e quindi all’immediato benessere della popolazione e al futuro della macroeconomia». David Pearce, The Sustainable Use of Natural Resources in Developing Countries, in Sustainable Environmental Management, a cura di R.K. Turner, London, Belhaven Press, 1988.

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«Noi consideriamo lo sviluppo come un vettore di obiettivi sociali desiderabili i cui elementi potrebbero includere: − aumenti dei redditi reali pro capite − miglioramenti in campo sanitario e alimentare − miglioramenti nel campo dell'istruzione − accesso alle risorse − una distribuzione del reddito “più equa” − aumenti delle libertà fondamentali. [...] Lo sviluppo sostenibile è quindi una situazione in cui il vettore dello sviluppo aumenta monotonicamente nel tempo. Riassumiamo le condizioni necessarie [per lo sviluppo sostenibile] nell'espressione “costanza dello stock di capitale naturale”, o più precisamente, come il requisito di variazioni non negative dello stock di risorse naturali quali il suolo e la qualità del suolo, le acque di superficie e la loro qualità, la biomassa terrestre, la biomassa acquatica e la capacità dell'ambiente di assimilazione dei rifiuti». David Pearce, Edward Barbier, Anil Markandya, Sustainable Development and Cost-Benefit Analysis, London Environmental Economics Center, Paper 88-01, 1988. «La nostra definizione standard di sviluppo sostenibile è quella di una utilità procapite non-decrescente – poiché è di per sé evidente l'auspicabilità di tale criterio come criterio di equità intergenerazionale». John Pezzey, Economic Analysis of Sustanaible Growth and Sustainable Development, World Bank, Environment Department, Working Paper n. 15, Washington D.C., maggio 1989. («Utilità» in questo contesto significa semplicemente «benessere» o «soddisfazione»; N.d.A.). «Il termine “sviluppo sostenibile” suggerisce che le lezioni dell’ecologia possono e dovrebbero essere applicate ai processi economici. Esso comprende le idee della World Conservation Strategy, fornendo dei principi fondamentali di tipo ambientale in base ai quali le pretese dello sviluppo di migliorare la qualità della vita possono essere confrontate e verificate». Michael Reidift, Sustainable Development, London, Methuen,1987. «Il nucleo dell’idea di sostenibilità dunque è il concetto che le decisioni attuali non dovrebbero peggiorare le prospettive di mantenimento o miglioramento dei futuri standard di vita [...] Questo implica che i nostri sistemi economici dovrebbero essere gestiti in modo tale da permetterci di vivere dei proventi delle nostre risorse, mantenendo e migliorando il patrimonio di risorse. Questo principio inoltre ha molto in comune con il concetto ideale di reddito che gli statistici economici cercano di determinare: la quantità massima che può essere consumata nel periodo presente senza ridurre le prospettive di consumo nel futuro».

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«Questo non significa che lo sviluppo sostenibile richieda la conservazione dello stock attuale di risorse naturali o di una particolare combinazione di risorse umane, fisiche e naturali. Man mano che lo sviluppo procede la composizione del patrimonio fondamentale di risorse cambia. Vi è ampio consenso sul fatto che perseguire politiche che mettono a repentaglio il benessere delle generazioni future, che non sono rappresentate in alcun organo politico o economico, non è equo». Robert Repetto, World Enough and Time, New Haven, Yale University Press, 1986. «Il criterio di sostenibilità suggerisce che, come minimo, le generazioni future dovrebbero essere lasciate in condizioni non peggiori delle generazioni attuali». «Piuttosto che eliminare il tasso di sconto [positivo], il criterio del valore attuale dovrebbe essere integrato da altri criteri, come quello di sostenibilità [...] Per esempio, potremmo scegliere di massimizzare il valore attuale subordinatamente al vincolo che non vengano peggiorate le condizioni delle generazioni future». Tom Tietenberg, Environmental and Natural Resource Economics, Glenview, Ill., Scott, Foremans and Co., 1984. «Il governo accoglie il concetto di sviluppo economico sostenibile. Una prosperità stabile può essere realizzata in tutto il mondo a patto che l’ambiente sia protetto e salvaguardato». Primo ministro Margaret Tatcher, Discorso alla Royal Society, 27 settembre 1988. «[Lo sviluppo sostenibile] è diventato un articolo di fede, una teoria screditata: spesso usato ma poco spiegato. Consiste in una strategia? È applicabile solo alle risorse rinnovabili? Che cosa significa effettivamente il termine? In termini generali il concetto di sviluppo sostenibile comprende: 1. l’aiuto alle popolazioni povere poiché ad esse non è lasciata altra scelta che quella di distruggere il loro ambiente; 2. l’idea di uno sviluppo autosufficiente entro i limiti posti dalle risorse naturali; 3. l’idea di uno sviluppo efficace in termini di costi che usi criteri economici diversi dall’approccio tradizionale; ciò equivale a dire che lo sviluppo non dovrebbe degradare la qualità ambientale né ridurre la produttività nel lungo periodo; 4. le grandi questioni del controllo sanitario, delle tecnologie appropriate, dell'autosufficienza alimentare, dell'acqua pulita e della possibilità di un alloggio per tutti; 5. l’idea che sono necessarie iniziative indirizzate alle persone; in altre parole, gli esseri umani sono le risorse del concetto di sviluppo sostenibile». Mustafa Tolba, Sustanaible Development - Constraints and Opportunities, London, Butterworth, 1987.

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«In teoria, una tale politica ottimale [di crescita sostenibile] cercherebbe di mantenere un tasso “accettabile” di crescita dei redditi reali pro capite senza esaurire lo stock di capitale nazionale o lo stock di risorse ambientali naturali. Non ha senso parlare di utilizzo sostenibile delle risorse non rinnovabili (anche tenendo conto del tentativo sostanziale di riciclaggio e dei tassi di riutilizzo). Qualsiasi tasso positivo di sfruttamento porterà alla fine all’esaurimento dello stock limitato di risorse. […] In questa prospettiva [di sviluppo sostenibile] [...] la conservazione diventa la sola base per definire un criterio con il quale giudicare la desiderabilità di allocazioni alternative delle risorse naturali». R. Kerry Turner, Sustainability, Resource Conservation and Pollution Control: an overview, in Sustainable Environmental Management: Principles and Practice, a cura di R. K. Turner, London, Belhaven Press, 1988, pp. 12, 13 e 21. «Siamo giunti a comprendere la necessità di un nuovo sentiero di sviluppo, uno sviluppo che sostenga il progresso umano non soltanto in alcuni luoghi per alcuni anni, ma per l’intero pianeta in prospettiva di un futuro lontano. Così lo “sviluppo sostenibile” diventa un obiettivo non solo per le nazioni “in via di sviluppo”, ma anche per quelle industrializzate. Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni. Esso contiene due concetti chiave: − il concetto di “bisogni”, in particolare i bisogni essenziali della parte povera del mondo ai quali dovrebbe essere data priorità assoluta; e l’idea delle limitazioni imposte dallo stato della tecnologia e dall’organizzazione sociale alla capacità dell’ambiente di soddisfare i bisogni presenti e futuri. Persino la nozione più ristretta di sostenibilità fisica implica un interesse per l’equità sociale tra generazioni, un interesse che deve essere logicamente esteso alla equità all’interno di ciascuna generazione. Gli standard di vita che superano il livello minimo di base sono sostenibili solo se gli standard di consumo tengono conto ovunque della sostenibilità a lungo termine. Tuttavia molti di noi vivono in un modo che non tiene conto delle risorse e possibilità ecologiche del mondo, per esempio nei nostri modelli di consumo energetico. La percezione dei bisogni è determinata socialmente e culturalmente e lo sviluppo sostenibile richiede la promozione di valori che incoraggino standard di consumo che siano entro i confini di ciò che è ecologicamente possibile e ai quali tutti possiamo ragionevolmente aspirare. La crescita economica e lo sviluppo economico ovviamente comportano dei cambiamenti nell’ecosistema fisico. Nessun ecosistema può essere conservato intatto. La perdita (cioè l’estinzione) di specie animali e vegetali può limitare notevolmente le possibilità di scelta delle generazioni future; quindi lo sviluppo sostenibile richiede la conservazione delle specie animali e vegetali.

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Il perseguimento dello sviluppo sostenibile richiede [...] un sistema di produzione che rispetti l’obbligo di preservare la base ecologica per lo sviluppo stesso. World Commission on Environment and Development, Our Common Future, London, Oxford University Press, 1987.

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SISTEMI INFORMATIVI GEOGRAFICI (GIS) NELLO STUDIO DEL TERRITORIO I Sistemi Informativi Geografici offrono una tecnologia in aiuto a quanti operano nelle attività di gestione del territorio, che, per la loro complessità, non sono più gestibili in termini di semplificazioni lineari facilmente risolvibili. Ma che cos’è in pratica un GIS, e come viene realizzato? Diverse sono le definizioni di GIS presenti in letteratura: − «Un potente strumento per archiviare ed elaborare a piacere, trasformare e visualizzare dati spaziali dal mondo reale per particolari finalità» (BURROUGH P. A., 1986). − «Un tipo di sistema informativo dove il database consiste di osservazioni su dati spaziali distribuiti, attività od eventi che sono definiti nello spazio secondo punti, linee o aree. Il Sistema elabora dati su questi punti, linee o aree per recuperare dati per interrogazioni ed analisi dedicate» (DUECKER K. J., 1979). − «Un modello spaziale di archiviazione ed elaborazione di dati, eventi ed attività spaziali, finalizzato all'interpretazione del paesaggio, dal sito al territorio, dal costruito all’insediato, dalla microscala alla macroscala; nel sistema tutto è maggiore della somma delle parti, cioè il valore informativo delle interazioni fra le varie parti è superiore al contributo di ciascuna di esse» (FORTE M., 2002). Il GIS, è quindi una tecnologia digitale integrata per l’archiviazione, l’analisi, l’organizzazione e la comunicazione di dati spaziali georeferenziati; in pratica è tutto ciò che può essere integrabile con una base cartografica o topologicamente riferita; città, strade, fiumi, monumenti, siti, ogni elemento spazialmente identificabile e codificabile può essere inserito e rappresentato in un GIS. Il GIS è una rappresentazione a più livelli di tematismi cartografici, una «torta» a più strati sovrapponibili nello stesso sistema spaziale. Gli strati sono tra loro trasparenti e comprendono qualunque tipo di informazione spaziale: foto aeree, dati geofisici e da satellite, tematismi cartografici e qualsiasi altro tipo di informazione rappresentabile in coordinate spaziali. Altra caratteristica peculiare è quella della agevole modificabilità dei vari strati informativi che permette un veloce aggiornamento dei dati adeguandoli alla realtà del territorio e concretizzando così l’utopia di generazioni di

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cartografi e geografi della rappresentazione (quasi) in tempo reale dell'evoluzione della Terra e del suo paesaggio. L’informazione geografica è un riferimento essenziale per numerosi settori di primario interesse della Pubblica Amministrazione. Per le Regioni: per la programmazione e pianificazione territoriale. Per le Province: per i piani territoriali di coordinamento, finalizzati all’indicazione degli indirizzi generali di assetto del territorio: destinazione del suolo, localizzazioni infrastrutturali, linee di intervento per il consolidamento del suolo, definizione degli ambiti da destinare a parco o a riserva naturale. Per i Comuni: per i piani regolatori generali, i piani di recupero, i piani degli insediamenti produttivi, i piani particolareggiati, i piani del traffico, i piani per l’edilizia economica e popolare; per la gestione del territorio: i piani per le opere pubbliche, le concessioni, i servizi a rete. Il GIS dimostra tutta la sua potenzialità nell’effettuare analisi spaziali. Operazioni di interrogazione e di analisi possono essere eseguite sui dati geografici, sugli attributi o in modo integrato sugli uni e sugli altri, su un singolo livello tematico o sulla combinazione di più livelli, in modo da ottenere piani dal contenuto informativo diverso da quelli originari. Il GIS può rispondere ad interrogazioni come: − Dove sono le zone ad uso agricolo? − Quale è la destinazione d’uso dell’area corrispondente a queste coordinate? − Quanti canali di irrigazione ci sono in una determinata zona agricola? − Quanto è lungo questo sentiero? − Quali sono gli spazi più idonei per l’edificazione di una nuova area residenziale? − Quale è l’area di rispetto che bisogna prevedere intorno al corso di un fiume per la costruzione di edifici? − Quale è il percorso minimo per raggiungere un’area boschiva in caso di incendi? − Quale è l’impatto della costruzione di una nuova autostrada sulle preesistenze antiche in un territorio ad alto interesse archeologico?

Le caratteristiche di un GIS I Sistemi Informativi sono nati dall’esigenza di poter disporre di potenti strumenti per la raccolta e l’elaborazione delle informazioni, al fine di poter mettere a disposizione dei responsabili di decisioni operative, tutte le informazioni necessarie per effettuare le migliori scelte possibili. Alla base di qualsivoglia ponderata decisione c’è la necessità di poter consultare un insieme di informazioni organizzate. In generale, possiamo definire un Sistema Informativo (SI) come l’insieme delle apparecchiature, del software, delle applicazioni e delle persone necessari per acquisire, organizzare, elaborare e restituire i dati relativi ad una organizzazione

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per consentire una gestione ottimizzata di un fenomeno del mondo reale di specifico interesse. Il Sistema Informativo Geografico, in particolare, consente una gestione di entità o eventi riferiti ad un determinato territorio. Infatti, un moderno GIS deve essere in grado di gestire non solo dati di cartografia numerica georeferenziata e dati descrittivi, direttamente associati agli elementi rappresentati sulla cartografia, ma anche qualsiasi altro dato indirettamente georiferibile. I GIS si distinguono da tutte le altre tipologie di sistemi informativi per la capacità di integrare i dati georiferiti attraverso strumenti d’analisi quali: − la selezione e la ricerca spaziale; − la sovrapposizione automatica di livelli geografici (map overlay); − la generazione di aree di rispetto o di influenza (buffer); − la generazione di modelli digitali di elevazione del terreno (Digital Terrain Model - DTM, Digital Elevation Model DEM), ecc. Non si tratta semplicemente di sistemi di cartografia computerizzata e nemmeno di un insieme di procedure informatiche che elaborano dati cartografici; questi sono, invece, strumenti indispensabili per mettere in relazione tra loro le banche dati. Una volta realizzato un GIS sarà possibile, ad esempio, visualizzare su un’unica rappresentazione tutti gli impianti che attraversano il sottosuolo di una determinata area della città, relativi ad acqua, elettricità, gas, telecomunicazioni. Questo consentirà di razionalizzare e pianificare gli interventi sul territorio, tra i quali possiamo evidenziare, ad esempio, le operazioni di escavazione sulle strade, riducendo, in questo caso, i disagi per la popolazione. L’elemento d’unificazione delle diverse banche dati è il territorio di riferimento. Per realizzare un GIS occorrono: − cartografia di base, al giusto livello di dettaglio; − elementi geografici (numeri civici, isolati, particelle catastali); − tematismi di interesse generale (viabilità, idrografia, edifici d’interesse, ecc.); − banche dati alfanumeriche, georeferenziabili sul territorio (popolazione, attività economiche, indici, ecc); − metodi per l’aggiornamento sistematico delle informazioni; − infrastruttura HW/SW per la distribuzione e fruizione delle informazioni; I benefici di un GIS, così realizzato, saranno: − pianificazione dei servizi (sicurezza, trasporti, attività economiche, ecc.); − coordinamento degli interventi, risparmio e ottimizzazione delle risorse, maggiore efficienza, miglior servizio al cittadino; − monitoraggio dell’ambiente (inquinamento, verde pubblico, rischi, ecc); − salvaguardia del patrimonio ambientale, artistico-culturale, ecc; − analisi dei rapporti tra tematismi rappresentativi del territorio; In definitiva, possiamo affermare che un GIS serve per:

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− − − −

rappresentare la struttura (naturale, antropica); conoscere gli eventi (naturali e indotti dall’uomo); gestire le norme (e-governement, cioè governo del territorio); pianificare le risorse per gli interventi (sicurezza, protezione civile, ecc.).

Il rapido aumento degli utenti collegati a Internet ha aperto agli enti locali un nuovo ed importante canale di comunicazione: l’integrazione delle tecnologie del web e degli elementi multimediali in applicazioni GIS, che ha assunto un ruolo significativo nella comunicazione costruttiva tra il comune cittadino, i politici e gli esperti di pianificazione, come mostrano soprattutto alcune esperienze condotte all’estero. Le tecnologie del web presentano, tra l’altro, diverse potenzialità, tra cui l’integrazione di banche dati decentralizzate nel sistema d’informazione – così da rendere possibili aggiornamenti permanenti direttamente alla fonte – e la possibilità di collegare i dati territoriali ad altre applicazioni: immediato il riferimento, per le pubbliche amministrazioni, alla gestione delle pratiche edilizie on-line, procedure presenti in pochissimi comuni e comunque attualmente prive di collegamenti cartografici. Anche se esistono diverse soluzioni commerciali per sistemi GIS su Internet, la loro diffusione presenta ancora difficoltà di carattere pratico, essenzialmente determinate dalla notevole eterogeneità e varietà dei formati dei dati alla base dei GIS sviluppati, dai differenti approcci alla diffusione in rete e infine dall’onerosità del servizio (linea veloce, web-server dedicato, competenze e personale interno).

Le componenti Un GIS può essere significativamente considerato un sistema finalizzato alla gestione di informazioni del territorio avente come componenti: − l’hardware; − il software; − i dati geografici e alfanumerici, per l’alimentazione del sistema; − la componente umana (i gestori e gli utenti del sistema). Hardware – S’intende l’insieme di tutte le apparecchiature elettroniche necessarie a raggiungere gli obiettivi prefissati. Software – Costituiscono i programmi per il computer capaci di gestire informazioni a carattere geografico. Questi programmi sono ormai evoluti ed in grado di gestire diverse tipologie

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d’informazioni come: dati vettoriali e raster, modelli numerici del terreno, tabelle dati, ecc. Dati – I dati costituiscono la componente fondamentale di un GIS in quanto sono gli oggetti delle elaborazioni e delle trasformazioni che vengono effettuate all’interno del sistema di cui rappresentano un elemento critico; infatti, anche se disponibili ed in quantità sufficiente, possono essere privi di elementi conoscitivi che ne possono inficiare la corretta utilizzazione. Il buon esito di un lavoro dipende quindi dall’accuratezza, precisione e, non ultimo, dall’omogeneità dei dati. I GIS sono caratterizzati dalla capacità di trattare due tipi di dati: − il dato geografico: sistema di archiviazione di dati grafici secondo il quale gli oggetti vengono memorizzati in base alle coordinate cartesiane dei punti e linee che li compongono in un sistema di coordinate georiferito; − il dato alfanumerico: informazione, descritta mediante caratteri o numeri, non legata ad un sistema di coordinate ma associata ai dati spaziali, ossia a dati geometrici caratterizzati da un riferimento geografico. La finalità di questa tipologia di dati, strettamente collegati con i dati geografici, è quella di descrivere «cosa» questi rappresentino. Componente Umana – Il termine va inteso nella sua completezza, comprendendo sia la «componente di gestione» (specialisti informatici in grado di organizzare e gestire il sistema), sia la «componente utenza» (professionisti, studiosi, semplici utilizzatori) che può estrarre i dati per trasformarli in informazione attraverso una specifica competenza professionale, o per analisi sul territorio o per semplice consultazione delle banche dati.

Gli approcci ai Sistemi Informativi Geografici Concettualmente, gli approcci ai GIS possono essere schematizzati in tre livelli. Il più semplice ed intuitivo prevede l’utilizzazione di una serie di immagini già pronte: in base ad una selezione alfanumerica, l’utente riceve la vista corrispondente ad una porzione predeterminata di una mappa. Un’applicazione tipica è lo stradario, sia nelle forme più semplici sia in forme più evolute, in cui viene calcolato e visualizzato il percorso pedonale tra due punti assegnati, in base al grafo della rete viaria. Un livello intermedio è rappresentato dalle mappe in cui sono inseriti punti d’interesse (economico, urbanistico, ambientale, ecc): si tratta essenzialmente di immagini raster su cui sono stati posizionati entità, puntuali o areali, a cui sono associati collegamenti ipertestuali, che forniscono informazioni di vario genere sull’elemento geografico. Il livello più complesso è quello interattivo, tipico di un’applicazione GIS, in cui l’utente ottiene la rielaborazione della mappa evidenziata in base alle funzioni attivate; ad esempio, interrogazioni, operazioni di «pan» e «zoom» su una mappa comportano non solo il ridimensionamento dell’immagine, ma anche

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l’identificazione degli oggetti geografici, pertinenti all’area richiesta, presenti in archivio: questo è il caso del GISTOR ‘06, allestito presso l’I.G.M.

La struttura dati nei GIS I Sistemi Informativi Geografici hanno la peculiarità di operare su dati geografici e descrittivi attraverso funzioni di analisi spaziale al fine di rispondere a domande sul mondo reale; i dati contenuti in questi sistemi sono quindi dei modelli che evidenziano determinati aspetti della realtà. Il modello deve rappresentare le entità presenti nel mondo reale e le relazioni che intercorrono tra di esse. È importante sottolineare che i modelli sono progettati per evidenziare solo determinati aspetti della realtà: quelli utili alle nostre analisi; infatti modelli molto complessi risulterebbero difficili da gestire e molto costosi da aggiornare e mantenere. Il modello dati è quindi un insieme di costrutti che descrivono e rappresentano particolari aspetti del mondo reale in un computer, e possiamo considerarlo un’astrazione della realtà. L’utilizzo principale dei modelli è quello di ricavare informazioni che altrimenti bisognerebbe rilevare direttamente sul campo con notevole spreco di risorse. La struttura dei dati può dipendere: − dalla modalità di reperimento delle informazioni; − dalla disponibilità del software capace di trattarla e di sfruttarne appieno le potenzialità; − dai risultati che si vogliono ottenere. L’informazione geografica trova due principali forme di organizzazione, strutturazione e/o rappresentazione: − struttura vettoriale; − struttura raster.

La struttura vettoriale Il disegno manuale di una carta comporta l’uso di semplificazioni del mondo reale che derivano dalle limitazioni grafiche degli strumenti tradizionali; infatti, dovendo rappresentare una città su una carta a piccola scala, individueremo la sua posizione con un punto, per tracciare una strada di collegamento tra due città, disegneremo una linea che

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segua l’andamento reale del percorso, mentre per acquisire i confini amministrativi di un comune disegneremo un poligono chiuso, e così via. Con le tecnologie usate per la generazione di cartografia numerica, si producono informazioni geografiche molto vicine ai concetti del disegno geometrico. La struttura vettoriale segue questa stessa logica ed individua gli elementi del territorio rappresentandoli fisicamente come punti, linee e poligoni. L’area d’interesse cartografico sarà assunta essere uno spazio di coordinate continuo, dove una posizione potrà essere definita in funzione della precisione richiesta. Pertanto, nel GIS con un modello di dati vettoriali, il territorio viene descritto utilizzando gli elementi propri della cartografia numerica: − punti, che rappresentano oggetti descritti da una coppia di coordinate (es.: un albero, una sorgente,...); − linee rappresentate da un insieme di punti connessi (es.: una strada, un confine e/o limite,...); − poligoni, area racchiusa da una spezzata in cui il primo e l’ultimo punto coincidono (es.: una particella catastale, un’area boschiva, un centro abitato,...).

Possiamo affermare che, in generale il formato vettoriale presenta i seguenti vantaggi: − è economico, nel fornire una struttura del dato più compatta sia per la precisione di acquisizione richiesta sia per la dimensione della memoria occupata; − è efficiente nella rappresentazione e analisi di elementi lineari come per esempio la topografia, la rete stradale e idrografica, o i tracciati delle reti tecnologiche e di distribuzione. Di contro, presenta i seguenti svantaggi: − ha costi di creazione e di aggiornamento molto elevati e non riducibili significativamente con l’uso di un’acquisizione automatica;

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ha difficoltà ad avere dati cartografici aggiornati in tempo reale, da cui scaturisce un ritardo nella gestione per monitoraggi di fenomeni a rapida evoluzione. Nei sistemi GIS al dato geometrico viene associato il dato alfanumerico; questa è un’informazione, descritta mediante caratteri e/o numeri, non legata ad un sistema di coordinate, ma associata ai dati spaziali tramite specifici campi identificativi. Essa è organizzata in una o più tabelle all’interno di database. Un dato alfanumerico, descrittivo di un determinato elemento spaziale, è comunemente detto «attributo». Gli attributi permettono di realizzare tabelle e grafici riassuntivi da cui ricavare, tra l’altro, campionamenti, informazioni specifiche o indagini statistiche; inoltre, le informazioni presenti nelle tabelle permettono di assegnare al particolare geografico a cui è riferito, per es. una strada (codifica FACC => AP030), la sua classificazione che, con un opportuno segno convenzionale, permetterà di rappresentare il dato così come lo ritroviamo nella tradizionale carta topografica, per es. «A2 - Strada a quattro corsie» sarà definita inequivocabilmente da una serie di attributi tra i quali WD1 = 170 (larghezza minima pari a 170 cm) e LTN = 4 (corsie di marcia = 4). Quindi la finalità degli attributi è quella di descrivere le caratteristiche dei dati geografici rappresentati cui sono relazionati. La vettorializzazione può avvenire sia a partire da cartografia di base già rasterizzata sia da cartografia disponibile su supporto cartaceo. La vettorializzazione a partire da cartografia di base rasterizzata può essere sia di tipo automatico sia manuale; nel primo vengono utilizzati software molto sofisticati che riconoscono automaticamente le simbologie e gli oggetti e li trasformano in linee e punti. Nel secondo caso viene effettuata una più comune digitalizzazione manuale a monitor sulla base cartografica raster georiferita; tale metodo non richiede software specifici, in quanto qualsiasi software GIS con funzioni di editing permette questo tipo di operazioni. Se la base cartografica è stata georeferenziata con buona accuratezza, il prodotto risultante potrà essere di ottima qualità, grazie anche al fatto che l’operatore può ingrandire a piacere la base cartografica, riducendo notevolmente l’errore di posizione del cursore. La vettorializzazione da cartografia disponibile su supporto cartaceo si effettua mediante digitalizzazione manuale; attraverso un tavolo digitalizzatore su cui si applica la carta, sulla quale l’operatore muove un cursore elettronico di precisione puntando gli elementi lineari e puntuali presenti sull’elemento da vettorializzare.

La struttura raster La struttura raster è considerata la più semplice ed intuitiva tra le forme di organizzazione di dati geometrici ed è largamente usata nei Sistemi Informativi Geografici.

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Una carta raster è una matrice di valori numerici la cui dimensione (numero di righe per numero di colonne) dipende sia dalle dimensioni del foglio che dal passo della scansione. Questa carta può essere dunque assimilata ad una griglia, costituita da «n» (x righe per y colonne) cellette elementari, denominate pixel, ciascuna delle quali contiene un numero che esprime una determinata tonalità di colore.

Gli elementi caratteristici dei dati raster La cartografia raster può essere ottenuta attraverso procedimenti diversi, e in particolare: − può risultare dalla rasterizzazione via scanner di una foto o di una carta; − può essere l’immagine di una porzione di superficie terrestre trasmessa da satelliti artificiali; − può essere il risultato di elaborazioni intermedie (anche miste con la cartografia vettoriale) effettuate in ambiente GIS. Nel primo caso ciascun pixel (o celletta) contiene un numero che esprime la tonalità di colore incontrata al momento della rasterizzazione, mentre nel secondo caso il colore corrisponde all’energia emessa dalla superficie terrestre vista attraverso uno spettroscopio e nel terzo può assumere valori simbolici relativi alle caratteristiche del terreno, oppure essere il risultato di sovrapposizioni tematiche. La qualità delle immagini rasterizzate si misura in termini di risoluzione e compressione. La risoluzione dipende dalla fonte di acquisizione dei dati, e pertanto può variare moltissimo: ad esempio i dati provenienti da satellite possono avere una risoluzione fino a 1 x 1 metri al suolo, che è da considerarsi ottima; la compressione aumenta la capacità da parte del sistema di memorizzare le informazioni utilizzando una minore quantità di dati, con evidenti vantaggi, quali risparmio di memoria e maggiore rapidità nell’accesso alle informazioni. La tecnica di rasterizzazione è indicata per l’allestimento di cartografia a scale elevate, in cui sono riportate grandi quantità di informazioni senza la necessità di rappresentarle a un livello di dettaglio particolarmente spinto. I vantaggi di questa struttura sono: − l’uso immediato di immagini digitali provenienti da satellite, che consentono un aggiornamento periodico, permettendo la continua attualizzazione del GIS;

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il gestire i dati tematici, in quanto è possibile associare ad ogni cella un numero infinito di attributi per i differenti layer di riferimento. Di contro, si evidenziano i seguenti aspetti negativi: − il potenziamento delle capacità d’immagazzinamento dei computer (storage), per le ragguardevoli dimensioni che le immagini digitali possono raggiungere, tramite l’individuazione di archivi digitali e supporti magnetici necessari ad effettuare copie di salvataggio. Inoltre, la ragguardevole dimensione dell’immagine, che è funzione anche della risoluzione desiderata (oggi si arriva a risoluzione intorno al metro), costringe a ricorrere a workstation di elevate prestazioni per gestire il dato in tempo reale; − il trattamento dell’immagine per la rappresentazione e l’analisi delle informazioni lineari; − le immagini rasterizzate non sono accompagnate da informazioni topologiche, che identifichino le relazioni fra i diversi elementi, a differenza di quanto avviene con la cartografia vettoriale. Una carta rasterizzata può assolvere generalmente diversi scopi, fra i quali si possono rilevare: − come base iconografica di riferimento, non utilizzabile ai fini dell’analisi modellistica, ma solo ed unicamente come sfondo a dati vettoriali; − per acquisire alcuni elementi in formato vettoriale con software specifici capaci di interpretare l’immagine raster ed «inseguire» i tratti indicati sulla cartografia; − per acquisire in formato vettoriale, digitalizzando manualmente a monitor, elementi rappresentati sullo sfondo raster.

Acquisizione dei dati geografici I dati geografici rappresentano il cuore dei Sistemi Informativi Geografici. Essi sono la componente sulla quale vengono effettuate le interrogazioni e le varie analisi; è quindi evidente la loro importanza sia in termini quantitativi che qualitativi. Varie possono essere le fonti da cui provengono i dati e di seguito se ne analizzeranno le principali.

Acquisizione di dati da basi informative già esistenti La tecnica di acquisizione dei dati necessari ad un GIS più immediata ed apparentemente più semplice prevede l’estrazione da basi informative già esistenti e disponibili sul mercato.

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È però evidente che l’utilizzo di dati così acquisiti presuppone un’attenta analisi e un approfondito test di adattabilità al sistema in tutti i suoi aspetti. Per rendere congruente una base dati acquisita al proprio modello occorre verificare: − il sistema di coordinate di riferimento; − il formato dei dati; − la fonte di acquisizione (cartografia, rilievi di campagna, ortofoto, ecc.); − le componenti di qualità (precisione geometrica, aggiornamento dell’informazione); − la copertura geografica (estensione e grado di omogeneità); − il modello fisico dei dati (strati informativi e relativi attributi); − le limitazioni d’uso.

Acquisizione di dati tramite rilievo indiretto La fotogrammetria è ormai la tecnica più comune per l’acquisizione di dati geografici, suscettibili di essere rappresentati nella forma cartacea tradizionale o in accordo a specifiche tecniche per la realizzazione di database. La fotogrammetria ha raggiunto oggi metodologie estremamente raffinate e complesse sia per quanto attiene alle apparecchiature hardware che ai software dedicati. In linea di massima le fasi di rilievo aerofotogrammetrico, si possono così schematizzare: − acquisizione di strisciate di fotogrammi (ripresa aerea); − realizzazione, tramite sistemi fotogrammetrici digitali, del modello digitale del terreno; − fotointerpretazione e restituzione di primitive geometriche rappresentanti gli oggetti topografici che fanno parte del contenuto informativo d’interesse. Nella «ripresa aerea» l’acquisizione è eseguita da una camera aerofotogrammetrica trasportata a bordo di un aereo. In questo caso si eseguono delle strisciate di fotogrammi che si sovrappongono reciprocamente per circa il 60% del terreno (overlap). Di norma per coprire la regione interessata occorreranno più strisciate che verranno eseguite parallelamente con una sovrapposizione laterale di circa il 20-25% (sidelap).

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Per ogni coppia di fotogrammi vengono ricostruite, mediante operazioni di rilievo in campagna ed in laboratorio, finalizzate alla georeferenzazione di ogni modello, le mutue posizioni al momento della ripresa. Opportunamente orientati i fotogrammi, viene ricostruito il modello stereoscopico del terreno esplorabile con strumenti analogici, analitici o digitali. Questa esplorazione si espleta nel fotointerpretare ed acquisire, in coordinate espresse nel sistema di riferimento scelto, i vertici delle primitive geometriche, punti, linee ed aree che rappresentano gli oggetti del mondo reale. In particolare gli apparati di restituzione fotogrammetrica digitale, sfruttano gli stessi principi degli altri apparati, utilizzando immagini digitali, opportunamente normalizzate e visualizzate a monitor con opportuni strumenti hardware come sovraschermi ed occhiali polarizzati, in modo da esplorare stereoscopicamente il terreno.

Acquisizione di dati da cartografia preesistente La produzione di cartografica ha origini antichissime ed ha sempre rappresentato la sintesi ottimale delle informazioni territoriali; a tutt’oggi la cartografia risulta essere la fonte maggiormente utilizzata per la produzione di dati territoriali georiferiti. La carta topografica rappresenta già sotto forma di simboli georiferiti una sintesi del mondo reale. Se confrontiamo un’immagine fotografica ripresa dall’aereo con una carta geografica della stessa zona, ci rendiamo subito conto che l’immagine ha bisogno di un lavoro d’interpretazione per potere classificare gli elementi del territorio, mentre sulla carta gli oggetti sono stati già isolati e rappresentati con simboli facilmente distinguibili; inoltre sulle carte sono riportate informazioni non direttamente rilevabili dall’immagine e che sono state desunte effettuando sopralluoghi e indagini sul campo o elaborando dati di primo livello (curve di livello, limiti amministrativi, toponomastica, ecc.). Quindi si può affermare che una carta topografica rappresenta già un modello del territorio che si adatta abbastanza bene ad un sottoinsieme del modello dati di molti GIS; perciò, acquisendo da cartografia, si riesce ad eliminare, o almeno a ridurre, l’attività di rilievo e di sintesi, abbassando, in termini significativi, il costo di acquisizione del dato.

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Modelli altimetrici digitali del terreno (DTM) L’esigenza di rappresentare la terza dimensione in un ambito cartografico ha portato alla creazione di metodologie per determinare modelli che meglio permettano di seguire l’andamento morfologico del territorio, in modo gestibile dal punto di vista informatico. Nasce così il «modello numerico del terreno»; tipo di dato che, affiancandosi ai dati vettoriali orografici, ne offre una rappresentazione più dettagliata.

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I GRANDI SPAZI LIBERI I paesaggi rurali La colonizzazione del territorio, dovuta all’attività agricola dell’uomo che da pastore si è fatto contadino, è avvenuta utilizzando tecniche e metodi diversi aventi in comune l’obiettivo di mettere a proprio servizio tanto il mondo vegetale quanto quello animale. L’ordine territoriale che ne è derivato risente della situazione naturale e geografica propria delle varie regioni della Terra nonché del periodo storico durante il quale il fenomeno si è prodotto e sviluppato. Questa stretta interdipendenza fra natura e campagna è all’origine della complessità delle relazioni fra il territorio agricolo e le attività umane che tendono a utilizzarlo. I sistemi colturali che costituiscono la fisionomia della campagna, infatti, non sono strettamente determinati dalla natura, ma restano sempre il risultato di una scelta umana fra le diverse possibilità che l’ambiente naturale propone. Questa scelta è per larga parte influenzata da fattori economici; basta pensare al grande divario fra agricoltura di sussistenza e agricoltura di mercato. La prima – ormai in via di estinzione – è caratterizzata dalla grande varietà delle specie coltivate e determina pertanto un paesaggio policolturale assai vario mentre la seconda determina monotone distese a monocoltura destinate al commercio, fonte di ricchezza ed espressione di modernità di gestione agricola. Ne deriva così una grande varietà di paesaggi rurali sempre in connessione con le fasce climatiche e con gli opportuni adeguamenti alla forma del terreno, alla natura dei suoli, allo sfruttamento delle acque. Altro elemento determinante per la caratterizzazione del paesaggio rurale è la dimensione della proprietà, che si ripercuote direttamente su quella delle colture. Anche fattori di carattere giuridico e sociale influenzano le caratteristiche della campagna. Il diritto di successione latino porta alla frammentazione progressiva delle terre mentre l’istituto germanico del maso chiuso, con la legge del maggiorascato, conserva intatta la proprietà. Regole comunitarie e usi civici si riflettono nel paesaggio a campi aperti, senza alberature né delimitazioni (open field), mentre principi individualistici portano ai campi chiusi da muri o da altri tipi di recinzione.

L’attività agricola Nella caratterizzazione da regione a regione dell’attività agricola gioca un ruolo importante la presenza di infrastrutture come le strade, i corsi d’acqua artificiali, gli impianti per produrre e trasportare energia, ma soprattutto la presenza degli insediamenti, essendo questi ultimi parte integrante del paesaggio rurale. Dalle

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“borgate” dell’arco alpino, alle grandi aziende agricole della pianura padana; dalla fattoria dell’Italia centrale alla masseria del latifondo del Sud è un continuo variare di colture e di costumi, segno indelebile del permanere della civiltà contadina le cui tracce sul territorio sono evidenti nonostante il modificarsi delle tecniche di produzione, conservazione e commercializzazione dei prodotti agricoli.

La programmazione dell’agricoltura Alla fine del XX secolo, l’Italia, non meno degli altri Paesi europei del bacino mediterraneo, si è trovata di fronte al problema di recuperare il ruolo svolto in passato dall’agricoltura nel processo di coesione economico-sociale, ruolo giudicato importante per ricostituire un corretto rapporto tra territorio e ambiente. A sostegno di questa finalità in numerosi documenti elaborati dalla Commissione Europea in tema di recupero e sviluppo dell’agricoltura sono presenti due concetti basilari per rilanciare l'attività agricola: − il concetto di competitività secondo il quale le aziende agricole sono tenute a rinnovare modalità e strumenti delle rispettive produzioni per competere con la concorrenza che nel mercato esercitano le altre agricolture, specie quelle esterne all’Unione Europea; − il concetto di multifunzionalità secondo il quale l’agricoltura ha attitudine a svolgere anche compiti diversi da quelli produttivi. Tali concetti sono presenti nelle iniziative di programmazione agricola che consentono di: − tutelare i paesaggi rurali; − accentuare la polifunzionalità e biodiversità dei suoli agricoli; − attuare politiche di settore a favore delle aziende agricole per remunerarne il servizio di presidio che esse svolgono sulle aree agricole critiche e marginali. Le organizzazioni degli agricoltori, prima avvalendosi dei Piani zonali di sviluppo agricolo e successivamente dei Decreti per la modernizzazione dell’agricoltura, hanno ottenuto che l’attività agricola (sia quella ricca della pianura padana sia quelle più povere appartenenti al sistema appenninico centro-meridionale e insulare) operasse utilizzando le opportunità offerte dalla modernizzazione al fine di porre un freno ai processi di spopolamento e di degrado del territorio; di promuovere lo sviluppo del turismo rurale sotto diverse forme; di contribuire alla valorizzazione delle qualità estetico-paesaggistiche delle aree agricole; di favorire la gestione di aziende didattiche e sperimentali. −

In particolare il D. Lgs. 18.05.2001, n. 228 Orientamento e modernizzazione del settore agricolo.

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La contrapposizione città-campagna La campagna non è solo paesaggio rurale e luogo di produzione agricola, ma anche fonte di confronto culturale che si esprime nel binomio città-campagna. Questa contrapposizione ha origine, almeno in Europa, con il formarsi della città industriale. È infatti a partire dal XVIII secolo che la differenza fra i due tipi di spazio, quello urbano e quello rurale, si approfondisce e si aggrava. Lo spazio urbano si identifica sempre più con il potere, il progresso e la cultura, mentre quello rurale rappresenta il dominato, il povero, l’analfabeta. Solo in tempi recenti e in paesi a elevato sviluppo industriale questo confronto si è andato attenuando mentre un altro motivo di scontro si è aperto: la competizione fra usi urbani e usi agricoli del territorio. L’eccessivo consumo di suolo agricolo fertile che si è verificato e che ancora si verifica, nei Paesi industrializzati, a vantaggio di una espansione urbana non sempre giustificata, ha mutato radicalmente gli scenari territoriali segnando la fine di un’epoca storica e l’inizio di una nuova epoca, contraddistinta dalla diffusione del fatto urbano e dalla lenta erosione del mondo rurale sotto l’aspetto sia fisico sia produttivo. Ma in questa nuova epoca si va anche lentamente affermando il tentativo di ritrovare l’equilibrio armonico, progressivamente spezzatosi, fra energie umane e risorse naturali. Vengono riconosciuti i valori culturali di cui sono portatrici le aree agricole e il contributo che l’agricoltura può offrire alla conservazione dell’ambiente. L’agricoltura, da parte sua, acquisisce sempre maggior dinamicità organizzativa, maggior capacità di innovazione e maggiore sensibilità ai problemi ambientali; mentre le politiche agricole dell’Unione Europea incoraggiano la diffusione, fra gli agricoltori, di pratiche agricole eco-compatibili attraverso l’erogazione di contributi specifici per la conservazione dell’ecosistema agricolo. L’obiettivo è duplice: limitare i rischi di inquinamento di origine agricola favorendo tecniche di produzione meno intensive e incentivare la cura del territorio con misure che tendano a prevenire l’abbandono dei terreni, i fenomeni di erosione, di inondazione e gli incendi boschivi. La figura evidenzia le cause principali del consumo di suolo agricolo (risorsa terra): sviluppo degli insediamenti e delle infrastrutture, erosione intensa delle aree abbandonate dalla popolazione o lavorate in modo inadeguato, calo di fertilità e inquinamento.

I parchi e le riserve naturali I parchi occupano un posto di rilievo nella struttura urbanistica del territorio perché svolgono all’interno di esso importanti funzioni come quella della salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio, della conservazione delle preesistenze storiche e

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culturali, dell’educazione, della didattica e dell’offerta di attrezzature per lo svago, lo sport e il tempo libero. Morfologicamente, il parco può ospitare al suo interno altri elementi della struttura territoriale: insediamenti e spazi coltivati, infrastrutture di rete, corsi d’acqua, laghi, ghiacciai; però dal punto di vista funzionale ha una sua ben precisa fisionomia. Si parla comunemente di parchi, riserve naturali, oasi faunistiche, ma la terminologia è tuttora oggetto di discussioni. Nel rapporto del 1945 che preparò la legge del 1949 sui parchi nazionali inglesi si trova questa definizione: «I parchi sono grandi superfici di territorio bello e relativamente selvaggio in cui, per il beneficio della nazione, il paesaggio è strettamente tutelato, gli edifici e i luoghi di interesse storico-artistico sono protetti, le attività agricole già esistenti mantenute e vi sono predisposte strutture per la ricreazione all’aperto». Le ragioni che hanno portato – e che portano – all’istituzione di parchi e riserve naturali nel mondo sono fondamentalmente quattro. Una prima ragione è quella scientifica; la natura è infatti un laboratorio vivente indispensabile alla sperimentazione e alla ricerca, da cui trarre tutte le applicazioni necessarie alla tutela dell’uomo: alimentazione, farmaci, energia. Una seconda ragione è pratica, poiché i parchi e le riserve naturali sono i capisaldi della pianificazione urbanistica, un freno al proliferare inconsulto dell’asfalto e del cemento, una destinazione d’uso che esalta la vocazione dei luoghi e quindi anche una garanzia essenziale per la difesa del suolo, un baluardo contro l’erosione, le frane, le alluvioni. La terza ragione è culturale, nel senso che è indescrivibile l’emozione che procura allo spirito umano la contemplazione della natura; essa aiuta a vivere, rende più sensibili e intelligenti gli uomini, non altrimenti dalle opere d’arte. Infine la quarta ragione è economica, poiché parchi e riserve naturali sono incentivo e stimolo per il turismo moderno, cioè quella ricreazione all’aria aperta che comprende le più svariate attività del tempo libero: esercizio fisico, osservazione della vita animale e vegetale, contemplazione del paesaggio ecc. Incrementando il turismo moderno, i parchi e le riserve naturali favoriscono l’occupazione sia con l’assunzione di personale per la guardia e la vigilanza, sia impiegando mano d’opera locale in tutti i lavori che un’efficiente gestione comporta (manutenzione di strade e sentieri, costruzione di rifugi e di aree per la sosta, risanamento ambientale ecc.), sia promuovendo la formazione di cooperative di giovani per tutti i necessari servizi (visite guidate su particolari itinerari naturalistici, gestione di centri per visitatori, iniziative culturali di vario genere). Secondo gli esperti del Comitato Italiano per i parchi nazionali, i parchi si distinguono come illustrato di seguito.

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•SOTTRAZIONE DI SUOLO DA SISTEMI INSEDIATIVI

Abbandono della terra Aumento delle superfici urbanizzate da residenza, industria ed infrastrutture

da parte della popolazione agricola

Superficie urbanizzata nelle zone agricole

Lavorazioni profonde e/o non adatte alla natura geomorfologica dei terreni

Aree in attesa di urbanizzazione e/o comunque interessate da processi di margnalizzazione

Eliminazione della rete idraulico - agraria per l'estensione delle colture e di sistemi di lavorazione

Surplus di anticrittogamici o pesticidi

Sfruttamento della terra con colture esigenti o per avvicendamenti errati

Surplus di concimi chimici Smaltimento incontrollato dei liquami zootecnici

Diminuzione del livello di fertilità per riduzione di attività zootecnica Calo del tenore di fertilità organica del suolo

•SOTTRAZIONE DI SUOLO PER INQUINAMENTO

•SOTTRAZIONE DI SUOLO PER EROSIONE

•SOTTRAZIONE DI SUOLO PER CALO DI FERTILITA'

Schematizzazione della cause principali che determinano un consumo della “risorsa terra”

Parchi nazionali Si tratta di aree di eccezionale importanza e complessità naturalistica, di vasta estensione, nsione, di valore e interesse nazionale, rappresentative di ambienti unici o tipici di un certo territorio, famosi anche per la presenza di particolari entità o associazioni vegetali o animali. Fino all’agosto 1989 i parchi nazionali italiani erano cinque: Gran Paradiso, Stelvio, Abruzzo, Circeo e Calabria. A questi parchi nazionali che possiamo definire “storici” si sono aggiunti quelli di più recente istituzione cioè: − i parchi nazionali delle Dolomiti Bellunesi, delle Foreste Casentinesi, dell’Arcipelago Toscano, dei Monti Sibillini, del Pollino, dell’Aspromonte (1989);

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i parchi nazionali del Cilento e Vallo di Diano, del Gargano, del Gran Sasso e Monti della Laga, della Maiella, della Val Grande, del Vesuvio, dell’Isola dell’Asinara (1992); − il parco nazionale dell’arcipelago della Maddalena (1996); − il parco nazionale della Sila (1997); − il parco delle Cinque Terre (1999), il più piccolo parco nazionale italiano; − il parco dell’Appennino tosco-emiliano (2001). Altri parchi nazionali sono in via di istituzione come quello dell’Alta Murgia, della Val d’Agri e Lagonegrese, del Gennargentu, del Delta del Po.

Parchi regionali Aree di notevole estensione, spesso coincidenti con un comprensorio naturale non ancora trasformato dalla civiltà industriale metropolitana, idoneo per vocazione ad assolvere finalità composite fra le quali, accanto all’esigenza prioritaria della conservazione, trovino giusto posto anche gli scopi della ricreazione, dell’educazione, del tempo libero. Tra le decine di parchi regionali istituiti in Italia si citano alcuni dei più noti: Paneveggio-Pale di S. Martino (Trentino); Migliarino-San Rossore e Uccellina (Toscana); Ticino (Piemonte-Lombardia); La Mandria e Gran Bosco di Salbertrand (Piemonte); Monti Simbruini (Lazio); Portofino (Liguria); Colli Euganei (Veneto), Lattari (Campania), Cilento e Vallo di Diano.

Riserve naturali e oasi faunistiche Sono aree di estensione limitata, a volte addirittura identificabili con un singolo biotopo, fenomeno o entità naturale, pregevoli sul piano ecologico e paesaggistico, significative dal punto di vista scientifico e rappresentative di aspetti di determinati territori. Ne sono esempi: Bolgheri (Livorno), Lago di Burano (Grosseto), Fusine (Udine), Isola di Montecristo (Livorno), Alpe Veglia (Novara).

Parchi urbani Un cenno a parte meritano i parchi urbani, così definiti perché ubicati all’interno degli insediamenti. Essi sono generalmente di limitate dimensioni e dovuti all’iniziativa di uno o più comuni; sono importantissimi per il loro valore educativo. Emblematici sono i parchi inglesi, molto frequentati dalla popolazione e mantenuti sempre in perfette condizioni.

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Sintesi −

Le aree agricole sono costituite dai suoli messi a coltura e la loro fisionomia è determinata non solo dalla natura ma, in larga misura, dall’intervento dell’uomo. Vi è infatti una grande quantità di paesaggi rurali sulla cui formazione influiscono non solo fattori naturali (climatici, altimetrici, idrogeologici) ma anche fattori economici (dimensioni aziendali, tipo e varietà di colture) giuridici e sociali (dimensione della proprietà, infrastrutturazione, tecniche di produzione ecc.).

L’urbanistica ha il compito di difendere le aree agricole messe a coltura da insediamenti extragricoli che deturpano il paesaggio e riducono la dimensione dei terreni coltivati.

Da parte sua l’agricoltura italiana si trova a competere con altre agricolture per cui le aziende agricole devono rinnovare modalità e strumenti di produzione e affrontare anche compiti diversi da quelli strettamente produttivi.

I parchi sono grandi porzioni di territorio bello e relativamente selvaggio i cui valori naturali paesaggistici e culturali vengono protetti.

I parchi svolgono importanti funzioni come quella della salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio, della conservazione delle preesistenze storiche e culturali, dell’educazione, della didattica e dell’offerta di attrezzature per lo sport e il tempo libero.

Le ragioni che hanno portato all’istituzione dei parchi e delle riserve naturali sono di ordine scientifico, culturale, economico, di difesa del suolo, di tutela del territorio.

I parchi si distinguono in: - parchi nazionali cioè aree di eccezionale importanza e complessità naturalistica, di vasta estensione, di valore e interesse nazionale che registrano la presenza di ambienti tipici e di particolari entità o associazioni vegetali e animali; - parchi regionali cioè aree di notevole estensione degne di essere salvaguardate per le loro peculiarità naturali e idonee ad assolvere le funzioni legate alla ricreazione, all’educazione, al tempo libero; - riserve naturali e oasi faunistiche cioè aree di estensione limitata, pregevoli sul piano ecologico e paesaggistico, importanti per la conservazione e la messa in evidenza di aspetti particolari del territorio.

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L’istituzione dei parchi ha inizio in America e in Europa nella seconda metà del XIX secolo. In Italia i primi tentativi di salvaguardia delle risorse naturali si devono ai monaci (pineta di Ravenna) e alla Repubblica Veneta che già nel 1471 pose vincoli di tutela sui boschi del Montello.

Dopo l’unità d’Italia l’attenzione riservata alla conservazione della natura fu assai scarsa. Il primo parco nazionale italiano, quello del Gran Paradiso, fu istituito nel 1922 cui seguirà nel 1923 il Parco nazionale d’Abruzzo. Il Parco nazionale del Circeo è del 1934 e quello dello Stelvio del 1935. Nel 1968 fu istituito il Parco nazionale della Calabria. Oggi nel nostro paese vi sono 22 parchi nazionali istituiti e 2 in attesa dei provvedimenti attuativi.

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L’ORGANIZZAZIONE SPAZIALE DELL’AGRICOLTURA Dai paesaggi agrari tradizionali all’organizzazione spaziale per il mercato Il passaggio dell’attività agricola da una situazione di prevalente autoconsumo all’apertura verso mercati sempre più vasti e lontani ha profondamente trasformato l’organizzazione funzionale e l’aspetto paesaggistico degli spazi agrari. Questi restano formalmente prevalenti come forma di occupazione del suolo, anche nei paesi avanzati, ma sono soggetti a processi di standardizzazione e di specializzazione e a crescenti aperture agli input tecnologici proposti dall’innovazione industriale: soprattutto prodotti chimici e macchine. A loro volta, gli insediamenti rurali sempre più diffusamente vengono distolti dalla loro destinazione originaria, per divenire (prima o seconda) residenza di popolazione con attività extra-agricola.

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I paesaggi agrari e gli insediamenti tradizionali L’agricoltura è stata per secoli la principale attività «costruttrice» di paesaggi e, perciò, la geografia classica ne ha fatto oggetto fondamentale di osservazione e di studio, ivi incluse le forme degli insediamenti agricoli, veicolo di indagine sia sull’organizzazione produttiva sia sulle forme della vita familiare e sociale. L’uso generalmente policolturale del suolo, differenziato da regione a regione sulla base di precise scelte, connesse all’ambiente fisico e alle tradizioni alimentari, e le diversità delle strutture fondiarie plasmavano, al di sopra del paesaggio naturale, paesaggi rurali umanizzati caratteristici dei luoghi e lentamente varianti nel corso del tempo. Ad esempio, l’ambiente mediterraneo, caratterizzato da un’agricoltura tipicamente composita dal punto di vista colturale [Nice 1982], era anche quello con costante contrapposizione fra piccolissime e grandi proprietà, e dunque fra agricoltura intensiva ed estensiva, fra terrazzamenti di terreni quasi impervi ed estese aree incolte, fra aridocolture e plaghe irrigate. La tendenza, nell’epoca moderna, è stata quella del progressivo frazionamento, per appoderamento mezzadrile o diffusione delle piccole proprietà coltivatrici e, con la crescente commercializzazione dell’attività agricola, questo ambiente si è mostrato meno adatto di altri ad elaborare le trasformazioni richieste dai processi di specializzazione colturale e di meccanizzazione. Più interessante e razionale era l’organizzazione policulturale espressa dal paesaggio dell’open field, tipico dell’Europa centro-occidentale. Qui l’allevamento si associava alle coltivazioni, in una policoltura di sussistenza organizzata comunitariamente a livello di villaggio, che garantiva un livello di vita relativamente elevato, con i vincoli imposti dalla variabile critica della pressione demografica. Le colture erano a rotazione triennale, con due anni a coltura e un terzo a maggese; la proprietà era individuale per gli orti e i terreni in rotazione, organizzati in fondi lunghi e stretti intorno al villaggio, e comunitaria per i boschi e i pascoli, relativamente più lontani dal villaggio. I fondi di proprietà erano distribuiti in modo che ogni famiglia potesse partecipare ogni anno a tutte le fasi della rotazione e non erano recintati, cosicché ognuno di essi poteva essere attraversato per accedere agli altri campi e il bestiame vi poteva pascolare liberamente nella parte destinata al maggese e, dopo il raccolto, dovunque. Un’organizzazione dell’uso agricolo del suolo complessa e delicata, che fu messa in crisi, in Inghilterra, dalle enclosures, ossia dall’estendersi della proprietà privata recintata, incoraggiata dallo Stato a favore dei grossi proprietari, ai quali furono assegnati i common fields; le enclosures misero in crisi la classe contadina inglese e, poiché furono applicate con particolare rigore tra la metà del XVIII e la metà del XIX secolo, la sospinsero verso il lavoro operaio nelle fabbriche. All’avvio del decollo industriale del nostro paese, invece, si sovrappose una «riforma fondiaria» nel Mezzogiorno ancora rurale, che frantumò «latifondi» tradizionali e distribuì le terre alla classe contadina, ma questo non servì che in modesta misura a trattenere la popolazione nei campi: i più partirono per le città e le industrie del Centro-nord, rinunciando all’attività agricola di sussistenza, ormai

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anacronistica, che veniva loro offerta. In un sistema economico-sociale economico non arcaico, caico, infatti, la destinazione principale della produzione dell’azienda agricola non può essere l’autosostentamento della famiglia rurale, perché i consumi si fanno compositi e includono i prodotti dell’attività industriale e i servizi. Ecco perché lo spopolamento polamento dell’Italia riguardò, prima e più radicalmente, la «campagna profonda», mentre restò abitata – frequentemente da famiglie con redditi misti, parzialmente extra-agricoli – la campagna vicina alle città, che costituivano i luoghi del mercato di vendita dita dei prodotti della campagna e di offerta di servizi e prodotti extra-agricoli.

Rappresentazione schematica dell’open dell’ field Legenda: I numeri da 1 a 6 indicano l’ubicazione delle strisce di terreno di ipotetici proprietari; I-II-III, i settori della rotazione triennale; l’area tratteggiata, la superficie coperta dalle case e dagli orti.

Il modello di von Thünen Proprio la crescente apertura dell’agricoltura ai mercati, che nell’Europa centrocentro settentrionale cominciava già a farsi intensa all’inizio del secolo scorso – più che la

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trasformazione delle forme dei «paesaggi agrari tradizionali», sempre relativamente più lenta dell’evoluzione dell’organizzazione economica – suggerì a von Thünen, agronomo e studioso prussiano, il suo modello teorico-intuitivo sull’uso del suolo agricolo, ancor oggi sorprendentemente esplicativo nei confronti di diversi aspetti dell’uso agricolo del suolo. A partire dall’osservazione dell’impiego del suolo nel Mecklenburg (Germania orientale) all’inizio dell’Ottocento, von Thünen pubblicò nel 1826 un volume dal titolo Lo stato isolato, nel quale ipotizzava gli effetti della presenza di un unico mercato urbano centrale sulla distribuzione delle colture in uno spazio omogeneo. Alcune importanti ipotesi teoriche consentono il funzionamento del modello: la forma concorrenziale del mercato, la totale commercializzazione dei prodotti a scopo di profitto, l’uniforme fertilità e l’uguale percorribilità dello spazio in tutte le direzioni, a partire dal luogo del mercato.

Il modello di von Thünen Legenda: 1. ortofrutticoltura; 2. boschi; 3. colture intensive; 4. coltura estensiva e allevamento; 5. coltura con un terzo a maggese; 6. pastorizia.

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Il modello si presenta nella forma di una serie di anelli concentrici, in uno spazio circolare che ha al centro la città-mercato. Gli anelli si succedono secondo una logica che sconta le tecniche di produzione e la composizione della domanda all’epoca nella quale von Thünen scriveva. È così che si spiega la relativa vicinanza della «zona boschiva» alla città, allorché il legno costituiva materia prima fondamentale per il riscaldamento e la produzione. Lo stesso von Thünen introdusse un’approssimazione alla realtà, ipotizzando l’esistenza nel suo «Stato» di un fiume navigabile, in qualità di via di comunicazione privilegiata. A parte ciò, proprio la forte astrattezza del modello consentì al von Thünen di rilevare una cosa importante: la rendita di posizione fa sì che uno spazio fisicamente uniforme si articoli in zone caratterizzate da specifici usi del suolo, in corrispondenza a calcolabili fasce di distanza da un luogo centrale, al quale la posizione è riferita. Tali usi sono determinati dall’equazione = R (p-c) – Rtd dove dato.

è la rendita monetaria dell’unità di superficie in un dato punto dello spazio

L’agricoltura e il problema ambientale La produzione di eccedenze rispetto alla domanda di mercato non è solo criticabile sul piano della «politica finanziaria interna» (oneri per il bilancio dello Stato) e della «politica di cooperazione internazionale» (invasione di mercati deboli da posizioni protezionistiche), ma lo è anche sul piano di una corretta «gestione dell’ambiente». Infatti l’agricoltura moderna è un’attività «a forte impatto ambientale», a causa della crescente necessità di immettere input artificiali per la fertilizzazione del suolo e per la difesa antiparassitaria delle coltivazioni. La cultura agronomica ha ormai luoghi di maturazione e di comando quasi esclusivamente extrasettoriali e, se questo indebolisce l’agricoltura di fronte agli altri settori, perché essa ne importa le tecnologie con modalità di dipendenza e non realizza che in misura esigua autonomi processi di ricerca, tanto più gravi ne sono gli effetti in termini di impatto ambientale dell’agricoltura stessa sul sistema globale. I dati forniti a questo proposito dal Council for Environmental Quality per l’agricoltura statunitense sono impressionanti. Nel periodo che va dal 1950 alla metà degli anni Settanta, l’uso di fertilizzanti inorganici azotati è aumentato di sette volte, ed ancor più è aumentato l’uso di insetticidi, mentre le rese sono aumentate in misura assai inferiore. È evidente, pertanto, che una parte molto importante di questi input chimici addizionali ha alimentato esclusivamente l’inquinamento da nitrati del terreno, dei fiumi e dei laghi, mentre gli insetti nocivi aggrediti da dosi crescenti di pesticidi hanno sviluppato ceppi resistenti a una o più delle sostanze chimiche impiegate e

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spingono all’utilizzazione di quantità sempre maggiori di sostanze sempre più potenti. L’effetto a lungo termine sul terreno agrario appare a sua volta deleterio, perché l’annullamento delle qualità batteriche e biologiche del suolo ne altera la struttura, riducendone la fertilità e aumentandone l’erodibilità. L’«erosione» del suolo superficiale, calcolata in quantità spaventose dal Council for Agricoltural Science e dalla National Academy of Science degli Stati Uniti, richiede l’immissione di crescenti quantità di fertilizzanti chimici nel terreno coltivato. La CEE ha espresso di recente un orientamento alla «riduzione delle aree coltivate», una tendenza che è già stata deliberata negli Stati Uniti. Si tratta di un’importante occasione per ripensare al ruolo generale, regionale e locale dell’agricoltura in una società a elevato livello di consumi e a tecnologia avanzata, post-rurale e post-industriale. È una società, la nostra, che ha lasciato la campagna nel giro di poche generazioni, con un po’ di nostalgia e molto sollievo; poi la città e l’industria hanno occupato la campagna e gli abitanti della città hanno maturato il desiderio (utopico) di una «natura» dove tornare, magari soltanto per il tempo libero. Questo atteggiamento psico-sociale è certamente un’importante componente del «problema ambientale», così come è sentito oggi dalle popolazioni ad alto reddito dei paesi sviluppati. Non a caso il problema è sentito molto meno dagli agricoltori, che ne subiscono piuttosto le conseguenze politiche e comportamentali – e più rischiano di subirle in futuro – all’interno degli stessi paesi avanzati. Nei paesi arretrati l’ecologismo è addirittura sogguardato con sospetto, come possibile manovra diversiva rispetto alle scelte e agli investimenti più fondamentali, per la crescita della produzione e del reddito. Stante ciò, il soggetto economico-sociale al bivio è proprio l’agricoltura dei paesi avanzati; ma è un bivio che sembra imporre una scelta obbligata, solo che si ponga mente alle implicazioni dei due percorsi teoricamente possibili. La crescita della sensibilità per la questione ambientale nell’opinione pubblica renderà sempre più arduo per l’agricoltura moderna il proseguimento sulla strada della produzione eccedentaria, bisognosa di misure di salvaguardia e di garanzia istituzionale. Saranno precisamente queste misure a trovare sempre più difficile copertura finanziaria, in un contesto politico-sociale dove le istanze ambientalistiche siano in espansione. D’altronde non è neppure consentito, all’agricoltura contemporanea, di battere la strada della mera riduzione degli input, a parità di suolo impegnato, sia perché la sua economicità si fonda sull’ottima utilizzazione delle economie di scala, sia perché le diseconomie ambientali già accumulate sin qui sono un fattore di aggressione per le colture, difficilmente aggirabile senza un mutamento di strategia. Né è d’altronde pensabile che vi sia un’espansione della domanda di prodotti agricoli da parte dei sistemi economici avanzati, ché anzi la rigidità dei consumi alimentari insieme all’avvenuta transizione demografica danno una sostanziale certezza del contrario. Altro può avvenire, o si può utilmente decidere che avvenga, sul piano della destinazione dei terreni e della qualità dei prodotti nel settore agricolo.

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Se, come appare probabile, l’orientamento alla riduzione delle aree coltivate rappresenta un segnale di una nuova strategia ambientale e non soltanto una misura finanziaria volta ad alleggerire gli oneri della Politica agricola comunitaria, allora si porrà il problema di individuare le aree, in una logica di riorganizzazione territoriale a scala regionale, e non in una logica di mero ridimensionamento aziendale (una quota percentuale in meno per ogni azienda censita?). In Italia toccherà alle Regioni esplicare attività di rilievo internazionale, come studi e scambi di conoscenze con omologhi organismi esteri, e attuare i regolamenti della PAC in via amministrativa e legislativa. È una decisione importante, perché il contesto regionale consente scelte più ricche di positive interazioni ambientali, in particolare per l’individuazione delle aree e delle forme del «riposo» delle terre, grazie a una (ipotizzabile) miglior conoscenza dei sistemi insediativi e produttivi nella loro concreta configurazione territoriale. Infatti, da una mera somma di decisioni aziendali di abbandono di terre al margine, potrebbero derivare esiti indesiderati (aumento del dissesto idrogeologico) o poco significativi (intensificazione delle colture residue), mentre sarebbero socialmente desiderabili soluzioni legate all’uso del tempo libero o alla salvaguardia di pericolose situazioni di impatto multiplo – agricolo, residenziale e industriale – sulla nostra sempre più fragile biosfera. D’altro canto l’agricoltura moderna avrebbe la possibilità di riaccostare le lame della forbice fra esigenze produttive ed esigenze ambientalistiche, utilizzando opportunamente modelli di differenziazione produttiva analoghi a quelli già sperimentati nel settore industriale. Come per i prodotti industriali coesistono, nello stesso settore (si pensi all’abbigliamento, ad esempio), prodotti standardizzati, caratterizzati da produzioni di massa e prezzi relativamente bassi, e prodotti pregiati, destinati a mercati frammentati ed esigenti, così nel settore agricolo si potrebbe pensare ad incrementare ed incoraggiare politicamente la tendenza – già presente, seppure in misura esigua – ad offrire sui mercati urbani (ad alto reddito) alimenti prodotti da un’«agricoltura ecologica», più costosa ma meno colpevole di deterioramento di risorse rinnovabili, come la terra e l’acqua; un’agricoltura che sostituisca la selezione biologica agli antiparassitari, che riduca o elimini le concimazioni artificiali, che non usi i conservanti, e così via. Si otterrebbe l’effetto di «abituare» i consumatori a «pagare» le decisioni di salvaguardia ambientale. Inoltre l’imprenditorialità agricola potrebbe essere promossa e utilizzata nella gestione di infrastrutture e di servizi di intervento ambientale, come le ricerche e le realizzazioni nei campi della costruzione e della gestione di impianti di trattamento di rifiuti, del riassetto idrogeologico, delle valutazioni impiantistiche, urbanistiche e di impatto ambientale, della ricerca per l’igiene ambientale. L’agricoltura si sposterebbe, così, dal settore «primario», e dalla posizione di sostanziale dipendenza che ne deriva nel sistema economico generale, ad un settore terziario di «servizi avanzati», ordinatori di ricerca e di integrazioni inter-settoriali. Qualche iniziativa in Italia si sta già muovendo in questa direzione.

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AMBIENTE E GESTIONE DEL TERRITORIO DIRITTI, VINCOLI E RESPONSABILITÀ Al giorno d’oggi, il contesto teorico universalmente condiviso riguardo a tutti i sistemi di gestione del territorio è il raggiungimento di uno sviluppo sostenibile (nei suoi tre principi di base: sviluppo economico, sociale e ambientale e con l’aggiunta del quarto requisito di una corretta amministrazione). I Sistemi di Gestione del Territorio sono alla base della definizione dei diritti, dei vincoli e delle responsabilità che coinvolgono le persone, le politiche di gestione e gli spazi antropizzati. I diritti di proprietà sono solitamente legati al possesso e alla titolarità. I vincoli, invece, riguardano l’uso e le attività svolte sul territorio. Parlando di “responsabilità” ci si riferisce più che altro ad un coinvolgimento sociale ed etico e ad una propensione verso la gestione sostenibile dell’ambiente e verso una sua corretta antropizzazione. Questo nostro contributo vuole fornire un quadro generale che consenta di comprendere il concetto di “sistemi di gestione del territorio” tale da poter affrontare i problemi connessi ai diritti, ai vincoli e alle responsabilità per ogni futura amministrazione dei vari tipi di spazi definiti.

Diritti di proprietà “La vita sociale nelle economie di mercato non è semplicemente dovuta alla maggior prosperità, ma all’ordine derivante da leggi formali sui diritti di proprietà” (Hernando de Soto, 1993). Questa citazione è tratta dal famoso articolo “The Missing Ingredient” – L’ingrediente mancante –, nel The Economist, 1993. Tale citazione può essere utilizzata quale espressione dell’importanza che le organizzazioni come l’ONU, la FAO, e l’Habitat attribuiscono all’istituzione di sistemi catastali. Anche la Banca Mondiale ha riconosciuto l’importanza di costituire appropriati sistemi di amministrazione del territorio come base per lo sviluppo economico, per la coesione sociale e per la sostenibilità ambientale. L’accertamento esatto dei diritti fondiari è visto come l’elemento di fondo in un processo in cui la “terra” è sempre maggiormente il “bene fondamentale”. Nella cultura occidentale sarebbe difficile concepire una società priva di diritti fondiari come un motore per lo sviluppo e la crescita economica. La proprietà non è solo un “bene economico”. Consolidati diritti di proprietà forniscono un senso di identità e di appartenenza che va ben oltre e sorregge i valori di democrazia e di libertà umana. Va detto anche che, da un punto di vista storico, i diritti fondiari si sono evoluti in modo tale da incentivare il mantenimento della fertilità del suolo, gli investimenti legati al mercato dei terreni e la gestione sostenibile delle risorse.

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Di conseguenza, i diritti di proprietà vengono normalmente gestiti bene nelle economie moderne. Tra i diritti umani riconosciuti universalmente ci sono quelli relativi al possesso ed ai contratti d’affitto a lungo termine. Solitamente, tali diritti sono amministrati attraverso i sistemi di registrazione catastale sviluppatisi nei secoli. Anche altri diritti, come il comodato e il prestito ipotecario, vengono spesso inclusi in tali procedure formali. Nel mondo, i sistemi catastali sono organizzati in diversi modi, soprattutto se si considera la componente della Registrazione Catastale vera e propria. Di base, se ne possono identificare due tipi: il sistema contrattuale e il sistema basato sui diritti sul territorio. La differenza tra i due riguarda lo sviluppo culturale ed il contesto giuridico del paese. Il distinguo principale, comunque, sta nel fatto che solo la transazione venga registrata (sistema contrattuale) o che invece ogni diritto venga documentato e accertato ufficialmente (sistema basato sui diritti sul territorio). Il primo sistema non è altro che un registro di proprietari che s’incentra su “chi possiede cosa”, mentre il secondo è un registro delle proprietà che illustra “cosa è posseduto da chi”. Gli aspetti culturali e giuridici dipendono dal fatto che un paese si basi su un codice legislativo derivante dal Diritto Romano (il primo caso) o su un ordinamento basato sulla Common Law di origine anglogermanica (il secondo caso). Ovviamente, tale distinzione è legata anche alla complessa storia delle varie colonizzazioni. In ogni caso, questi sistemi – legali o formali che siano – non sono utili alle tante persone i cui diritti sulla proprietà fondiaria sono legati agli aspetti sociali piuttosto che a quelli legali. “I diritti di proprietà fondiaria (assoluta) e di proprietà concessa (relativa) e i sistemi catastali convenzionali, così come attualmente strutturati, non possono garantire titoli certi alla maggioranza dei gruppi a basso reddito e/o fornire adeguate risposte ai problemi sempre maggiori delle realtà urbane. È necessario sviluppare nuovi approcci” (UN - Habitat 2003). Tutto ciò va realizzato attraverso una serie di “tappe”, passi graduali che conducano da diritti fondiari informali a titoli formalmente strutturati. Un tale processo non significa certo che tutte le società debbano evolversi verso un sistema di titoli assoluti di proprietà della terra.

Confronto tra i Sistemi Catastali Per confrontare i sistemi catastali a livello mondiale, è stato creato il seguente sito web: http://www.cadastraltemplate.org. Attualmente vi sono inclusi 40 paesi (Agosto 2007) ed il numero è ancora in aumento. Questo sito web è il risultato diretto dell’operato del terzo gruppo di lavoro, “Catasto”, del PCGIAP (Comitato Permanente sulle Infrastrutture GIS di Asia e Pacifico). Il sito presenta sostanzialmente un formulario che deve essere compilato dalle istituzioni catastali, presentando il proprio sistema catastale nazionale. L’obiettivo è comprendere il ruolo che il catasto riveste in ogni Stato o in ciascun NSDI (National Spatial Data Infrastructure). Ciò al fine di confrontare le iniziative più efficaci e migliorare i

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singoli sistemi catastali come componenti fondamentali di tutte le NSDI. Tale progetto viene realizzato in collaborazione con la VII Commissione FIG (“Catasto e Gestione del Territorio”), dotata di una vasta esperienza nel campo degli studi comparativi di differenti sistemi catastali. È risaputo che si ha un buon diritto fondiario laddove il comune cittadino può inserirsi nei meccanismi del mercato, essendo in possesso di titoli di proprietà riconosciuti, e può compiere transazioni e registrare i propri diritti. L’infrastruttura che deve sostenere le transazioni deve essere semplice, veloce, economica, affidabile e scevra da corruzione. Un tale sistema deve garantire sicurezza negli alloggi, negli investimenti e nei capitali. Si ritiene che questi criteri siano applicati solo in 2030 nazioni nel mondo.

Vincoli riguardanti la proprietà La proprietà e le concessioni a lungo termine sono i diritti fondiari più importanti. Il contenuto specifico di questi diritti può variare a seconda dei paesi e delle giurisdizioni, ma in generale esso è ben definito. I diritti fondiari comprendono anche i vincoli d’uso. Tali diritti possono essere limitati dalle leggi e dalle restrizioni relative al demanio statale, da vincoli d’uso di parti del territorio e da vari tipi di vincoli d’uso di proprietà privata, quali il comodato, accordi formali, ecc. Di fatto, molti diritti fondiari sono vincoli che condizionano il possibile utilizzo del territorio in futuro. Pianificazione dell’utilizzo del territorio e vincoli stanno diventando sempre più degli strumenti in grado di garantirne un’efficace gestione, di fornire servizi ed infrastrutture, di proteggere e valorizzare l’ambiente urbano e rurale, di prevenire l’inquinamento e di perseguire uno sviluppo sostenibile. La pianificazione e le norme sulle attività del territorio possono cancellare i sistemi di gestione fondiaria e i diritti che questi ultimi sostengono. Questo conflitto si può spiegare illustrando due opposti punti di vista: l’approccio cosiddetto del libero mercato e quello della pianificazione centralizzata.

Libero mercato vs pianificazione centralizzata I sostenitori del diritto di proprietà sono dell’opinione che i proprietari non abbiano alcun obbligo verso chicchessia e debbano avere completa sovranità sui propri beni. Estremizzando questa visione, la possibilità di un governo di espropriare o di istituire vincoli d’uso (attraverso sistemi di pianificazione), o anche soltanto decidere la destinazione del terreno (piano catastale), potrebbe non esistere o essere fortemente limitata. I sostenitori di questa posizione argomentano che dei vincoli potrebbero essere imposti solo a fronte di un compenso pagato per la mancata opportunità di trarre profitti (Jacobs 2007).

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Tuttavia, in Europa è presente anche un altro approccio. In base a questo secondo punto di vista, il ruolo di un governo democratico prevede la creazione di norme e pianificazioni del territorio ai fini della pubblica utilità. La pianificazione regolamentata è teoricamente ben distinta dall’idea di esproprio di un bene privato a fronte di un compenso per un utilizzo ai fini pubblici. In questi ordinamenti, il presupposto storico in base al quale un proprietario terriero può fare qualsiasi cosa che non sia espressamente vietata dalle norme si tramuta nel principio secondo cui i proprietari possono fare soltanto ciò che è espressamente consentito, poiché tutto il resto è vietato. La contrapposizione tra questi due orientamenti è fortemente avvertita nelle nazioni in cerca di una stabilità economica. Il problema, tuttavia, consiste nel raggiungere il giusto equilibrio tra diritti dei proprietari e necessità e autorità del governo a regolamentare l’uso e lo sviluppo del territorio per il bene della società. Una risposta al dilemma va trovata in una politica di gestione del territorio nazionale che sappia equilibrare in modo ragionevole la facoltà dei proprietari di gestire i loro beni e quella del governo di fornire servizi e regolamentare la crescita per uno sviluppo sostenibile.

Questioni ambientali Le politiche ambientali dovrebbero evidenziare il fatto che la crescita economica può andare di pari passo con la valorizzazione dell’ambiente. Nel loro sviluppo, le industrie devono tener ben presenti (dal punto di vista tecnico ed economico) le esigenze dell’ambiente. Ogni politica di sviluppo dovrebbe basarsi sul principio universalmente riconosciuto del “chi inquina, paga”. Le industrie dovrebbero essere situate in quei luoghi dove possano causare il minor inquinamento possibile e dovrebbero adottare le misure necessarie per prevenire al massimo tale inquinamento. Questi principi stanno alla base delle recenti iniziative sul commercio del carbone a livello nazionale e mondiale. Solitamente, le politiche ambientali includono provvedimenti che prevengono e controllano l’inquinamento dell’aria, del terreno e dell’acqua, così come norme che regolino l’inquinamento acustico e lo smaltimento dei rifiuti. Dovrebbero però essere comprese anche leggi riguardanti l’uso di tecnologie meno inquinanti. Norme simili possono essere applicate tramite l’obbligo di un’approvazione/autorizzazione preventiva per la creazione di ogni genere di industrie o attività considerate potenziali fonti di inquinamento. Tale approvazione dovrebbe garantire che le imprese soddisfino determinati standard ambientali e tecnologici e, in tal modo, l’inquinamento di suolo, aria e acqua sia il minore possibile. Le politiche ambientali devono anche ricomprendere il trattamento delle acque di scarico attraverso protocolli che salvaguardino la qualità dei corsi d’acqua.

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Sviluppo “informale” Lo sviluppo cosiddetto “informale” può prendere varie forme: l’occupazione di proprietà pubbliche vacanti, oppure l’occupazione e l’uso abusivo di proprietà privata a scopo edilizio senza le appropriate autorizzazioni da parte delle autorità preposte. Non esiste una soluzione semplice ai problemi di prevenzione e regolamentazione dello sviluppo informale. Le questioni riguardano soprattutto il rapporto tra benessere economico a livello nazionale e grado di equità economica e sociale. Le soluzioni dei problemi hanno invece a che fare con la presenza di coerenti politiche di gestione del territorio, con un’amministrazione efficace e con istituzioni solide. Una direzione verso le soluzioni può essere costituita dal concetto di gestione integrata del territorio come presentata in seguito, con un’attenzione particolare per le modalità di decentralizzazione, pianificazione unitaria e partecipazione pubblica. Sebbene alcune situazioni di sviluppo abusivo, come nel caso di realtà postbelliche, siano difficili da arrestare, molte altre potrebbero essere di gran lunga ridotte attraverso interventi del governo, col supporto dei cittadini. Alla base di un simile intervento è il concetto di una gestione integrata del territorio, intesa come strumento fondamentale per favorire uno sviluppo sostenibile e, al contempo, per prevenire e regolarizzare lo sviluppo abusivo (Enemark-McLaren 2008).

Gestione integrata del territorio La gestione integrata del territorio si basa sulle politiche delineate nella più generale normativa di riferimento, compresa la legislazione relativa al catasto e alla pianificazione edilizia. Queste leggi stabiliscono i principi istituzionali e le procedure per le aree soggette ad accatastamento, a pianificazione dell’uso e ai progetti di sviluppo del territorio. Politiche territoriali più specifiche sono previste nella normativa di settore in aree quali agricoltura, patrimonio boschivo, edilizia abitativa, risorse naturali, protezione ambientale, approvvigionamento idrico, patrimonio artistico e così via. Tali leggi stabiliscono gli obiettivi nei vari settori e i dispositivi istituzionali per attuarli (concessioni, informative, patteggiamenti, ecc). In questi ambiti specifici si creano dei programmi di settore che comprendono la raccolta di informazioni rilevanti per poter deliberare in ciascuno di essi. Tali programmi si collocano all’interno di una più generale pianificazione ai livelli nazionale, statale/regionale e locale. È importante che un sistema integrato di controllo della pianificazione si basi su dati catastali appropriati e aggiornati, soprattutto quando parliamo di registro catastale, registro territoriale, registro immobiliare, registro delle costruzioni e delle abitazioni. Tali registri devono essere organizzati in modo da costituire una rete di sottosistemi integrati, connessi alle mappe catastali e topo grafiche, per creare

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un’infrastruttura di dati a livello nazionale, sia per il territorio in sé, sia per le aree urbanizzate. Nell’ambito del sistema di gestione del territorio (sistema di controllo della pianificazione), i vari interessi di settore dovrebbero trovarsi in equilibrio con gli obiettivi di sviluppo generale di un determinato luogo e, conseguentemente, costituire la base delle norme circa il suo futuro utilizzo (attraverso permessi edilizi, concessioni e permessi vincolati per i diversi settori, conformemente alle varie normative in vigore). Tali scelte si basano su dati di rilievo e quindi rispecchiano quelle che saranno le conseguenze spaziali per il territorio e per la società stessa. In linea di massima, si potrebbe affermare che la loro attuazione sta alla base dello sviluppo sostenibile.

Responsabilità sulla proprietà Le responsabilità inerenti la proprietà riguardano fondamentalmente l’impegno e l’atteggiamento sociale ed etico verso la sostenibilità ambientale e la corretta gestione dell’agricoltura. Gli individui e tutti i soggetti coinvolti dovrebbero trattare il territorio e la proprietà in conformità alle tradizioni culturali ed alle condotte eticamente corrette. Ciò rispecchia quanto giuridicamente e socialmente riconosciuto. Di conseguenza, nel mondo, i sistemi di gestione del territorio variano a seconda dello sviluppo storico e delle tradizioni culturali. Più in generale, le relazioni tra gruppi umani e territori in cui vivono sono in parte determinati dallo sviluppo culturale e dai sistemi di potere dei rispettivi paesi o aree amministrative. Tutto ciò ci riporta alle dimensioni culturali descritte dallo studioso olandese Gert Hofstede. In particolare alle dimensioni della “Rinuncia per dubbio”, ossia il preferire situazioni strutturate rispetto ad altre destrutturate o flessibili, e la “Distanza di potere”, cioè il grado di disuguaglianza fra gli individui che può essere accettato socialmente (Gert Hofstede 2001). Queste dimensioni culturali sono il motore del comportamento sociale ed etico delle persone anche rispetto a come un territorio possa essere posseduto e utilizzato all’interno di una determinata cultura. Sistemi fondiari e controllo dell’uso del suolo, di conseguenza, variano nel mondo sulla base di tali differenze culturali. Le responsabilità sociali dei proprietari terrieri hanno una lunga storia in Europa. In Germania, ad esempio, la Costituzione insiste fortemente sul ruolo sociale del proprietario terriero. Più in generale, l’Europa sta assumendo un atteggiamento più lungimirante e globale nei confronti della gestione del territorio, istituendo sistemi integrati di dati e strutture amministrative compatibili fra loro. In altre parti del mondo, come in Australia, vengono creati “beni” separati dal concetto di “terra”, utilizzando invece il concetto di “diritti fondiari de-costruttivi”, adattando, cioè, i sistemi di gestione del territorio a transazioni di diritti prive di un approccio a livello nazionale (Williamson-Wallace 2007).

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Paradigma della gestione del territorio Gestione del territorio sottintende distribuzione e amministrazione di un bene fondamentale in ogni società: la terra. Nelle democrazie occidentali, con i loro meccanismi economici ben oliati, la gestione del territorio è un’attività di base sia per i governi, sia per il settore privato. Essa, specialmente per quanto riguarda l’amministrazione centralizzata, ha lo scopo di fornire un mercato efficiente e una gestione efficace rispetto a finalità economiche, sociali e di sostenibilità ambientale. Il paradigma di gestione del territorio permette a ciascuno di comprendere il ruolo dei vari aspetti dell’amministrazione territoriale (titolarità, valore, uso e profittabilità) e come le istituzioni amministrative siano espressione delle vicissitudini storiche e delle decisioni politiche di un paese. Ciò che è importante è il fatto che il paradigma fornisca una struttura tale da facilitare l’integrazione di nuove necessità nell’ambito di sistemi organizzati in modo tradizionale, senza influire sulla solidità di base che questi sistemi forniscono. Un tale Sistema Amministrativo costituisce la colonna della società ed è essenziale per una buona gestione, in quanto fornisce informazioni dettagliate e garantisce una amministrazione sicura del territorio. Ciò a partire dal livello base dei singoli appezzamenti di terreno, fino all’attuazione delle politiche a livello nazionale. Questo sistema comprende tutti i diritti, i vincoli e le responsabilità.

Governo e territorio Nell’ambito del governo del territorio, particolare importanza rivestono le modalità con cui i dati topografici e non vengono resi disponibili ai cittadini ed alle imprese, anche al fine di incoraggiarne lo spirito imprenditoriale. Google Earth è un buon esempio su come fornire informazioni facilmente accessibili all’utente. A riguardo, dovremmo considerare la possibilità che le informazioni geografiche tratte da Google Earth vengano combinate con altre concernenti l’ambiente naturale e urbanizzato. Ciò amplifica le capacità di entrambe le tecnologie al fine della protezione civile, della valutazione fiscale, del monitoraggio e della protezione ambientale, della valutazione e pianificazione economica, della strutturazione dei servizi sociali, della creazione di infrastrutture, ecc. Tutto questo include anche la costituzione e la messa in atto di un adeguato servizio IT – una struttura in grado di organizzare le informazioni geo-spaziali che possa migliorare la comunicazione fra le varie amministrazioni e fornire dati più attendibili (basati su originali, e non su copie). Accedere allo spazio offre l’opportunità di visualizzarlo, metterlo in scala, usufruirne da parte dell’utente. Sono queste le sfide istituzionali che coinvolgono vari attori sociali in grado di vantare dei diritti. Vale a dire: Ministeri/Dipartimenti come quelli della Giustizia, del Fisco, dei Lavori Pubblici, dell’Ambiente, dei Trasporti, dell’Agricoltura,

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dell’Urbanistica, dell’Interno (istituzioni regionali e locali) e privati (quali aziende e singoli cittadini). Creare la consapevolezza dei benefici dell’istituire una base per un Sistema Integrato di Gestione dei Dati riguardanti il territorio (IUM) richiede tempo e pazienza. Le istituzioni catastali e di mappatura del territorio svolgono in proposito un ruolo chiave. Il nocciolo del rapporto tra amministrazione e spazio amministrato è un catasto incentrato su tale spazio.

Importanza del Catasto Il paradigma della gestione del territorio fa del Catasto nazionale il motore dell’intero sistema di amministrazione territoriale (LAS), supportando la capacità di un Paese di assicurare uno sviluppo sostenibile. Il ruolo del Catasto, così inteso, si sposa con l’evoluzione storica dei sistemi di qualsiasi nazione, nonostante approcci come quello anglo/tedesco siano più facilmente rivolti alla gestione del territorio rispetto a quelli di origine franco/latina. Una rappresentazione catastale digitale dei livelli di urbanizzazione e antropizzazione e la comprensione delle strategie operanti nell’utilizzo del territorio per le aziende, agricole e non, per l’edilizia privata e per ogni altra forma di attività, formano il nucleo degli elementi di informazione principali che facilitano in un Paese la costruzione di strutture amministrative condivise in grado di assicurare uno sviluppo sostenibile. Solo il Catasto ha il merito di poter identificare un appezzamento di terreno, sia fisicamente che in termini astratti, cui il proprietario possa far riferimento. Ciò equivale ad una localizzazione e ad una identificazione (dato che le localizzazioni sono spesso ambivalenti o imprecise da altri punti di vista). Di conseguenza, il nocciolo delle informazioni catastali riguardanti singoli appezzamenti, proprietà, edifici e, in molti casi, vie di accesso, diviene la base dei dati delle SDI. Su di essi si fondano a loro volta classificazioni riguardanti infrastrutture, idrologia, patrimonio boschivo, rappresentazioni topografiche e molte altre ancora.

Amministrazione efficiente Il termine “governance”, “governo”, si riferisce al modo in cui il potere viene esercitato dai governi nella gestione delle risorse sociali, economiche e territoriali di un Paese. Tale termine indica semplicemente i processi decisionali e quelli che consentono l’attuazione delle norme stabilite. In altre parole, il Governo è solo uno degli attori protagonisti del “governo”. Il “governo” (o gestione) coinvolge istituzioni e soggetti in grado di influire sulle normative e la loro applicazione, nonché le strutture formali o informali create per prendere e portare avanti tali provvedimenti. Il “Buon governo” implica una valutazione qualitativa, ovvero un ideale che potrebbe essere difficile da raggiungere. Tale termine presenta molte sfaccettature

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(identificate nel Manuale Universale dell’Amministrazione Urbanistica dell’UNHabitat). I criteri di base sono i seguenti (adattamento di quelli presentati in FAO 2007): − sostenibile e in grado di agire a livello locale: è in grado di mantenere un equilibrio fra le esigenze economiche, sociali e ambientali delle generazioni presenti e future e offre i propri servizi ad un livello il più vicino possibile al cittadino; − legittimo ed equo: il potere gli viene conferito dalla società tramite procedure democratiche. Opera con giustizia e imparzialità nei confronti di individui e gruppi, fornendo senza discriminazioni accesso ai servizi; − efficiente, efficace e competente: vara politiche operative e le attua in modo sistematico, erogando servizi di alta qualità; − trasparente, affidabile e responsabile: è aperto e responsabile. Risponde alle richieste e prende decisioni conformi alle norme ed ai regolamenti; − partecipe e garante di stabilità: permette ai cittadini di partecipare all’amministrazione e offre la sicurezza del sostentamento, dell’assenza di criminalità e discriminazioni; − moralmente integro: i funzionari adempiono ai loro doveri senza corruzione, fornendo suggerimenti e valutazioni obiettive e rispettando la privacy. Vi è una separazione netta tra la sfera degli interessi privati dei funzionari e dei politici e quella del pubblico interesse. Aggiungendo l’aggettivo “buon”, si passa al dibattito normativo. In ogni caso, quasi tutti i tipi di amministrazione devono includere una componente legata allo spazio geografico. In altre parole, un “buon governo” e uno sviluppo sostenibile non si possono conseguire senza una solida amministrazione o, meglio ancora, senza una solida gestione del territorio.

Agenda Mondiale La Federazione Internazionale Geometri (FIG) si interessa vivamente all’ “Agenda Mondiale”, così come presentata attraverso “Obiettivi dello Sviluppo del Millennio” (Millenium Development Goals -MDGs- ONU 2000). I geometri rivestono, a livello mondiale, un ruolo chiave nel raggiungimento di tali obiettivi, grazie al loro ruolo professionale teso a garantire un mercato fondiario efficiente e una gestione del territorio efficace. Queste funzioni sostengono lo sviluppo e l’innovazione ai fini della giustizia sociale, della crescita economica e della sostenibilità ambientale. La FIG è anche coinvolta nei programmi di UN-Habitat riguardanti il Global Land Tool Network - GLTN - (Rete Mondiale degli Strumenti Territoriali). Tale progetto è finalizzato a realizzare gli MDGs attraverso una migliore gestione del territorio e tecniche amministrative in grado di alleviare la povertà e di migliorare la qualità di vita dei paesi del Terzo Mondo (UN-Habitat 2006).

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Obiettivi del Millenium Development: − obiettivo 1: sradicare la povertà estrema e la fame; − obiettivo 2: raggiungere l’educazione elementare universale; − obiettivo 3: promuovere l’eguaglianza sessuale e rafforzare il ruolo delle donne; − obiettivo 4: ridurre la mortalità infantile; − obiettivo 5: migliorare la salute delle madri; − obiettivo 6: combattere l’HIV/AIDS, la malaria ed altre malattie; − obiettivo 7: garantire la sostenibilità ambientale; − obiettivo 8: valorizzare una collaborazione globale per lo sviluppo. Questi otto MDGs formano un programma condiviso da tutti i Paesi del mondo e dalle maggiori istituzioni internazionali. I primi sette obiettivi si rafforzano vicendevolmente ed hanno come fine ultimo quello di ridurre la povertà in tutte le sue forme. L’ottavo, invece, riguarda i mezzi per ottenere i primi sette. Gli MDGs rappresentano una più vasta visione del futuro. Una visione per realizzare la quale il contributo dei geometri è fondamentale. La professione è in grado di fornire importanti informazioni geografiche attraverso mappe e database riguardanti ambienti urbanizzati e non. Può garantire stabili sistemi di diritto fondiario, di stima, di gestione e sviluppo territoriale. Il lavoro dei geometri è una sorta di “spina dorsale” della società: sostiene la giustizia sociale, la crescita economica e la sostenibilità ambientale. Questi aspetti sono tutte componenti essenziali al conseguimento degli MDGs. In generale, rilevamento topografico e gestione del territorio riguardano principalmente le persone, la politica ed i luoghi. Le persone per quanto concerne i diritti umani, il coinvolgimento e la dignità; la politica in termini di norme e “buon governo”; i luoghi come ripari, terra e risorse naturali. Di fronte ad un’Agenda Mondiale, dunque, la FIG (l’intera comunità dei geometri) deve: 1. chiarire il ruolo della professione e delle discipline del geometra in termini di contributo ai MDGs. Una tale affermazione servirebbe a chiarire l’importanza della professione agli occhi di più ampi scenari politici; 2. sviluppare e divulgare conoscenze, politiche e metodi atti a migliorare e conseguire i MDGs – a questo proposito, già molte pubblicazioni della FIG hanno apportato contributi significativi –; 3. collaborare con le Agenzie dell’ONU e con la Banca Mondiale al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati. Un risultato di tutti questi sforzi è di certo la collaborazione con UN-Habitat per lo sviluppo di un modello in grado di garantire uno stabile diritto fondiario alle popolazioni più povere. La FIG già condivide l’impegno a livello mondiale e ha ora stabilito una proficua collaborazione, sia con la Banca Mondiale, sia con UN-Habitat, per affrontare tali sfide.

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Osservazioni conclusive Nessuna nazione può costituire istituzioni per la gestione territoriale senza pensare all’integrazione delle attività, delle politiche e dei punti di vista. Le opportunità tecnologiche forniscono un’ulteriore incentivo. Un’attenta gestione delle concrete attività legate al territorio è cruciale nella creazione di sistemi sostenibili. Di fondo, i sistemi di amministrazione territoriale rispecchiano i rapporti sociali tra gli individui ed il territorio, gli stessi rapporti riconosciuti da ogni singolo stato o ordinamento giuridico. Tale sistema non è semplicemente un GIS. D’altro canto, i sistemi di amministrazione del territorio non sono fini a sé stessi, ma facilitano l’attuazione delle relative politiche, nel contesto di una più ampia struttura di gestione territoriale a livello nazionale. Le attività di gestione del territorio non riguardano solo ed esclusivamente le procedure tecniche o amministrative. Esse sono soprattutto di natura politica e rispecchiano i concetti fondamentali socialmente accettati riguardo alle persone, ai diritti, e all’essenza del diritto fondiario, delle leggi del mercato, del sistema fiscale, del controllo, etc…

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CLASSIFICAZIONE DEI PAESAGGI Struttura e classificazione Il mosaico di eco tessuti che copre un territorio mostra un ordine superiore di paesaggi formati dall’incontro di differenti tipi di eco tessuti coevoluti in presenza di entità catalizzanti, che possono essere discontinuità forti del gradiente ambientale e conseguente presenza di elementi comuni a più eco tessuti. L’esatta individuazione dei paesaggi non è sempre facile, in quanto essi non sono sempre del tutto delimitabili. I paesaggi si possono infatti assimilare a nicchie territoriali-paesistiche che formano dei campi di polarizzazione sovrapposti al mosaico degli eco tessuti. D’altra parte la loro riconoscibilità è fuori dubbio, come si può sperimentare nell’analisi ecologica del territorio e come si può osservare dall’utilizzazione del territorio da parte delle popolazioni dominanti di uomini e animali. Per una buona individuazione dei paesaggi, oltre ai dati strettamente ecologici, assumono la massima importanza gli attributi fisionomici di insieme e le caratteristiche storico-ambientali.

Ordinazione per grado di antropizzazione Un primo sistema di classificazione (Naveh, 1984) prevede la suddivisione del territorio sulla base della dominanza degli artefatti umani (rurali e urbani) e di trasformazione d’uso degli ecosistemi naturali, secondo una serie di sette insiemi caratteristici, denominati: − naturale, ad esempio formato da ecotopi di foresta climax e paludi; − semi-naturale, ad esempio una foresta con aree di rimboschimento e con strade taglia-fuoco; − semi-agricolo, ad esempio boschi da legna con pascoli semi-artificiali; − agricolo, ad esempio campi arabili con filari e lago artificiale (per irrigazione e/o piscicoltura); − rurale, ad esempio fattorie con rustici e orti, o villaggio agricolo; − suburbano, ad esempio misto rurale e industriale, con aree residenziali frequenti; − urbano-industriale, città e aree metropolitane. I primi quattro insiemi corrispondono a paesaggi denominati “aperti”, gli altri tre a paesaggi “costruiti”. Il costruito più l’agricolo costituiscono una classe di paesaggio “culturale”. Per Zev Naveh, il “Total Human Ecosystem” sostituisce il concetto di paesaggio, che viene visto come sistema naturale governato dall’uomo

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e del quale l’uomo fa parte. L’ecologia del paesaggio di conseguenza viene definita come “Human Ecosystem Science”.

Ordinazione per criteri fitosociologici Un’altra scuola di ecologia del paesaggio, che deriva dalla fitosociologia, cerca di classificare i paesaggi per complessi di vegetazione, col nome dell’associazione più diffusa, a scala di “piastrella territoriale”, cioè di un elemento paesistico locale (scala topologica), e per sistemi vegetazionali, a scala più vasta (corologica) (Pignatti, 1989). Detta scuola deriva dagli studi di Tuxen (1973) e di Gehu, (1979), cioè dall’idea di associazione di associazioni. Queste possono essere rilevate in due modi complementari. In primo luogo, in una stessa unità geomorfologica suscettibile di portare la stessa vegetazione potenziale, è verosimile che si trovino riuniti i raggruppamenti climax e tutti o parte dei diversi insiemi di sostituzione. Un tale insieme di insiemi di una stessa serie è chiamato sigma-associazione o sigmetum. In secondo luogo, quando un territorio riunisce diverse unità geomorfologiche, vi è in correlazione un insieme di rappresentanti di diverse sigmeta corrispondenti a quelle unità, insieme che forma una geosigma-associazione o geosigmetum. Pignatti sottolinea che il paesaggio è la risultante dei caratteri geomorfologici del substrato e dei caratteri della vegetazione che lo ricopre. La vegetazione può essere naturale oppure risultare dall’opera dell’uomo, comunque deve mantenere il carattere di “manto vegetale”. Non viene però preso in considerazione il paesaggio di tipo urbano. Così, la vegetazione di un sistema territoriale (inteso come substrato) è formata da molti complessi di vegetazione e costituisce il sistema vegetazionale. Se considerati in correlazione, i sistemi suddetti formano un sistema paesaggistico, classificabile come unità di paesaggio ad estensione regionale. Pedrotti (1988) propone anche carte della vegetazione con criteri paesaggistici. Vengono messe in evidenza le associazioni che fanno parte di una medesima serie dinamica (sigmetum) con l’intento di sottolineare l’appartenenza a un determinato climax. Si rischia però di confondere il concetto di paesaggio con quello di serie dinamica.

Ordinazione per gerarchie di attributi a) Un importante criterio di classificazione si basa invece sull’assunzione che per stabilire una tipologia è necessario cercare gli attributi opportuni e poi evidenziarne la gerarchia (Forman, Godron, 1986). Una gerarchia di attributi di importanza decrescente, articolata in 5 livelli di influenza nel processo di formazione dei paesaggi, è la seguente:

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− − −

− −

zone climatiche, (climi principali della biosfera) ad esempio temperatoumido con stagione secca.; regioni climatiche, (sotto climi specifici) ad esempio riviera ligure; fasce vegetazionali, (unità bioclimatiche) ad esempio per la sottoregione ipomesaxerica ( e cioè temperata, con curva termica media mensile non inferiore a 0°c) della regione precedente la formazione con dominanza di roverella; unità geomorfologiche, (struttura terreni) ad esempio suoli rossi mediterranei; (fisiografia) ad esempio conoide progressa; influenze antropiche, (colture e insediamenti) ad esempio villaggi sparsi con fasce terrazzate nei pendii meglio esposti.

Sulla base di questi livelli di influenza, vengono identificate altre 5 configurazioni distinte di mosaici ecologici, che possono aiutare a precisare i caratteri dei paesaggi da classificare. Queste configurazioni sono: − regolare, con uniforme distanza fra gli elementi, anche se gli ecotopi sono diversificati; ad esempio, campi, vigneti, cascinali, castagneti, con uniforme distribuzione; − aggregato, con addensamenti tipici di elementi, ad esempio grandi macchie di aree agricole, villaggi rurali, boschi, con prevalenza o assenza di qualche tipo di elemento paesistico; − lineare, formato lungo corridoi, ad esempio fasce boschive di crinale, villaggi lungo strada, terrazzamenti a settore; − parallelo, con ripetizione lineare di elementi, ad esempio torrenti, fasce boscate, fasce terrazzate, che si ripetono in senso parallelo; − spazialmente legato, con associazioni caratteristiche fra elementi paesistici, ad esempio le risaie con i canali, o campi e siepi frangivento, o torbiere e piccoli laghi. Le associazioni possono essere anche negative: dove c’è vigneto manca il seminativo, o dove ci sono villaggi mancano cascinali sparsi. In base ai criteri precedenti, vengono distinti 5 tipi di paesaggi, identificabili lungo un gradiente di trasformazione antropica, analogamente ad Haber (1990): − − −

naturale, senza significativa influenza antropica (foresta, palude, tundra alpina); seminaturale, dove le specie native sono controllate e utilizzate (pascolo,bosco); coltivato, con villaggi e macchie di ecosistemi naturali o seminaturali dispersi in una matrice paesistica di colture dominanti (seminativo,viticolo);

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− −

suburbano, con macchie miste residenziali, industriali, agricole, seminaturali (periferico, semiurbanizzato ); urbano, con macchie residuali a parco disperse in una matrice densamente edificata (città, metropoli).

b) Un ulteriore sistema di classificazione (Zonneveld, 1990) è quello che cerca di tipizzare il paesaggio attraverso i sistemi di classificazione delle componenti principali: − regioni (o subregioni) climatiche; − unità geomorfologiche; − complessi vegetazionali; − comprensori di uso antropico; − tipi di suolo; − habitat zoologici; Bisogna tuttavia evitare di considerare una unità paesaggistica come somma dei suddetti attributi, ricordando che essa è un sistema integrato. È quindi necessario dare a una unità il suo nome ad hoc. Questo nome può derivare solamente da nomi di siti specifici associati a nomi tipici di (o dei) sottosistemi più caratterizzanti. Definiremo quindi il paesaggio, nella sua accezione “generale”, come: L’insieme eterogeneo di tutti gli elementi, i processi e le interrelazioni che costituiscono l’ecosfera (o una determinata porzione di essa), considerato nella sua struttura: − unitaria e differenziata, che ne fa un complesso unico, compiuto e complesso; − ecologico-sistemica, che lo definisce come un aggregato superiore di ecosistemi, o sistema di ecosistemi, naturali e antropici; − dinamica, che lo identifica con un processo evolutivo, nel quale si integrano le attività spontanee della natura e quelle derivanti dall’azione della collettività umana, nella loro dimensione storica, materiale e culturale.

L’articolazione della pianificazione Non illustreremo analiticamente le metodologie dei diversi tipi di pianificazione, ma forniremo una visione generale di come si articolano i programmi. Esiste un Piano Territoriale regionale, derivazione di un piano territoriale di coordinamento previsto dalla legge del 1942. Dovrebbe essere l’indicatore fondamentale per la definizione degli obiettivi relativi all’assetto ed all’uso del territorio e connotare gli Orientamenti relativi ai sistemi territoriali, vale a dire il sistema ambientale, quello insediativo e quello relazionale. Ad essi Province e Comuni dovrebbero adeguare i loro progetti.

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A livello sottostante dovrebbe essere attivato il piano di coordinamento provinciale e quindi il piano territoriale paesaggistico. A livello comunale deve realizzarsi il piano regolatore generale, vero strumento dello sviluppo locale, comprendente l’uso del suolo mediante la zonizzazione e la previsione localizzativa dei servizi e delle principali infrastrutture. A seguito illustreremo le caratteristiche dei piani paesistici per i quali, oltre ad una cultura strettamente urbanistica sono necessarie competenze biologiche-vegetariali ed agronomiche.

Pianificazione paesistica Il rapporto tra l’attuale pianificazione territoriale (economica, tecnica, sociale) e lo studio ecologico ed eco antropico, che alle volte può assumere i caratteri di una quasi-pianificazione, è dunque in prevalenza un rapporto di complementarietà e la sua importanza appare assai mutevole, a seconda delle condizioni, dei fini e della sensibilità del pianificatore. Volendo illustrare tale rapporto, otterremo il grafico rappresentato nella fig. 1. Esso ci mostra come la pianificazione territoriale, com’è oggi ancora intesa, si applica alla totalità dello spazio considerato, pur nella riduttiva accezione di “territorio” cui abbiamo già accennato. Da essa deriva strettamente la pianificazione urbanistica, che, se dal punto di vista spaziale o geografico dovrebbe essere compresa nell’ambito della pianificazione territoriale, sotto il profilo metodologico, procedurale e istituzionale ne è distaccata. È poi evidente la collocazione nella quale queste due pianificazioni confinano gli studi e la stessa pianificazione ecologica (o ambientale che sia): una collocazione da Architettura del paesaggio: complementare, ben separata, con funzioni di supporto o di occasionale riferimento specialistico. Anche i vari tentativi di impostare una pianificazione coniugata (territoriale-ecologica) o di legare in qualche modo le scelte della pianificazione alle esigenze naturali (come ad esempio la citata pianificazione ecologica iniziata da McHarg), mantengono questa separazione. Pianificazione territoriale Socio-economica Pianificazione ecologica e/o ambientale (paesistica) Pianificazione urbanistica

Figura1:

Spazio = Territorio

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Ciò che invece stiamo qui proponendo, peraltro ben consapevoli delle difficoltà di attuazione, è come il lettore avrà ormai compreso, una cosa assai diversa. Per usare la stessa esemplificazione ideo-grammatica possiamo raffigurare tale proposta con il grafico della fig. 2. Appare chiaro, in questo caso, come sia la pianificazione paesistica a comprendere la totalità dello spazio considerato, e quindi come essa costituisca la pianificazione globale, includendo tutti gli aspetti, i fenomeni, gli elementi e le attività possibili. È, di fatto, la pianificazione della totalità e quindi comprende, ed a sua volta informa, ogni altro “tipo” di pianificazione, in particolare quella territoriale e quella urbanistica, notiamo inoltre nel grafico altri significati. In primo luogo la totalità non è più semplicemente “lo spazio”, o più rudemente il “territorio”, bensì il paesaggio, nella definizione che abbiamo qui fornito. Ciò cambia notevolmente i termini del problema: obbliga cioè a tener conto di tutti gli elementi del sistema globale, nello stesso momento e con la medesima importanza. Beninteso, esiste una gerarchia di valori fra tali elementi che potrebbe apparire come una disparità, ma è invece una organizzazione “interna” del sistema stesso. Così come esiste una differenza gerarchica tra relazioni, di cui va tenuto conto in sede analiticovalutativa. Portata a compimento la pianificazione paesistica, e quindi ordinato e programmato il paesaggio nel suo complesso a seconda del grado di approssimazione ritenuto opportuno, si ottiene un piano globale che costituisce un ordinamento integrato dell’assetto naturale, di quello economico e di quello urbanistico e tecnicoinfrastrutturale.

Pianificazione paesistica

Pianificazione territoriale

Urbanistica

Figura 2: Spazio = Paesaggio

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Tale piano potrà avere una struttura assai più elastica e dei caratteri procedurali e operativi assai più flessibili del consueto piano territoriale. Ma soprattutto sarà generato da princìpi e da studi che coniugano istanze naturali e istanze umane, così come esse sono reciprocamente relazionate nella realtà. Volendo però redigere solamente un piano territoriale (il che resta sempre possibile e legittimo), si dovrà comunque condurre un’analisi paesistica preliminare, sviluppando poi nel dettaglio la parte economico-sociale. Il piano territoriale costituirà in tal caso un approfondimento specialistico del piano paesistico. Medesima osservazione può farsi per la pianificazione urbanistica, che è “interna” a quella territoriale e quindi a quella paesistica. Anche in questo caso l’urbanistica assume la natura di approfondimento tecnico delle pianificazioni ad essa prevalenti. Così ognuna delle due pianificazioni subordinate può essere svolta anche autonomamente, purché resti in seno all’ordinamento paesistico che ne informa i contenuti e i metodi, e ne plasma direttamente o indirettamente gli assunti decisionali. Si è detto “plasma” e non “condiziona”, poiché se esisteranno certamente casi di condizionamento da parte dell’impostazione paesistica, questi non saranno certamente la regola. La parte più delicata del piano è intuitivamente la prima, quella cioè dove si giunge, attraverso le analisi, alla costruzione del sistema reale, attuando quell’integrazione dei “dati” antropici e naturali di cui si è già parlato e che costituisce la maggiore peculiarità del piano stesso, sia sotto l’aspetto concettuale che sotto quello strutturale e funzionale. Non solo più delicata, ma anche più difficile tecnicamente, poiché è necessario effettuare analisi sistemiche, con le difficoltà cui si è accennato, di un sistema misto naturale-umano, le cui interazioni e i cui rapporti con l’esterno sono scarsamente noti, variabili e soggetti ad interpretazione, poiché, all’interno del Sistema totale (l’ecosfera), costituisce “sistema” ciò che l’osservatore delimita e definisce come tale, a partire da presupposti non certo soggettivi, ma certamente relativi. In ciò fra l’altro, consiste la cosiddetta “scalarità” del paesaggio, per la quale, ad ogni scala di osservazione, esso mostra organizzazioni sistemiche compiute e definibili. Da qui l’uso, in Ecologia del paesaggio, della geometria dei frattali, quale ausilio alla comprensione dei fenomeni complessi. È possibile, peraltro, in sostituzione di un’analisi sistemica troppo vasta e complessa, prendere in esame una serie di sub sistemi componenti, sfruttando il principio di scalarità, che faciliti lo studio, fatta salva la necessità finale di ricomporli in un sistema unitario. Appare comunque fuor di dubbio che solo attraverso uno studio e una elaborazione “per sistemi” è possibile ottenere l’integrazione dei due principali campi di studio e di pianificazione, tecnico-economico e naturalistico, nonché la costruzione del sistema reale integrato. Sono infatti i legami relazionali, le funzioni di influenza reciproca, i meccanismi omeostatici di compensazione e autoregolazione, le retroazioni positive, i processi di accelerazione e di inibizione, le influenze esterne e le disfunzioni interne, ecc. che permettono di comprendere come nella realtà i

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sistemi naturali siano legati a quelli umani, e quindi di redigere sia l’organigramma funzionale che i lineamenti essenziali della stessa struttura logico-fisica del sistema complessivo. In una parola, se un sistema è un insieme di elementi interrelati, sarà proprio lo studio di tali interazioni a chiarire il funzionamento del sistema stesso e non l’elenco dei suoi elementi. I fini della pianificazione paesistica non differiscono nella sostanza da quelli della pianificazione territoriale, ma sono più ricchi e più vasti. Inoltre sono più numerosi, poiché agli obiettivi tecnico-economici si sommano, sempre in stretta correlazione, quelli ecologici, in senso lato. Le finalità sono più ricche e di più ampia portata, poiché includono strategie naturalistiche pure o integrate con l’azione umana, oppure perché influenzano, in positivo o in negativo, le finalità prettamente antropiche. È evidente, infatti, che nell’espressione “piano = ottimizzazione del rapporto uso/risorsa”, il termine “risorsa” si dilata a comprendere sia i beni e i valori naturali e culturali, mentre lo stesso termine “uso” dovrà interpretarsi come un insieme di azioni a vantaggio sia del sistema insediativo umano che del sistema ecologico. Così come l’obiettivo di conseguire la migliore “qualità di vita” non può prescindere dal comprendere anche il migliore assetto possibile dei geobiosistemi naturali che sono parte integrante del quadro di vita stesso. Più che di una dilatazione o arricchimento degli obiettivi, dovremmo allora parlare di una loro “maturazione” in rapporto ad un universo complessivo di superiore livello. I caratteri peculiari di un piano paesistico sono stati ormai ampiamente illustrati. La sua globalità e la sua integralità ne fanno uno strumento complesso e completo, che può rispondere alle istanze di una programmazione in continua, concitata evoluzione. Oltre a ciò essa può essere impiegata anche per settori, e quindi con finalità limitate o specifiche, mostrando quindi di possedere una flessibilità pressoché totale ed una capacità di generare strumenti settoriali in ogni campo della pianificazione, della progettazione, della disciplina d’uso ed eventualmente della verifica di eventi naturali, seminaturali, umani e della loro fusione.

La qualità del paesaggio Per raggiungere l’obiettivo di qualificazione del paesaggio costituiranno imprescindibile riferimento i regimi di tutela proposti o in atto, le dichiarazioni di interesse presente nei piani paesistici e negli strumenti urbanistici a scala comunale o sovra-comunale. In assenza di tali indicazioni o come interpretazione e specificazione delle stesse – qualora non siano espresse a scala congruente con quella dell’intervento – dovrà essere definita la qualità del paesaggio attuale sulla base di criteri espliciti, tenendo conto sia degli aspetti valoriali (presenza di singoli elementi di particolare interesse intrinseco e caratteri compositivi d’insieme), sia del livello di eventuale degrado. Fra i criteri generalmente utilizzati per le valutazioni di qualità del paesaggio si elencano:

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− − − − − − − −

rilevanza per valore intrinseco delle componenti o caratteri compositivi; qualità visiva; rarità a diverse scale territoriali; tipicità (rappresentatività nell’ambito di un tipo); sacralizzazione storica, artistica, letteraria; importanza come risorsa economica e sociale; fruizione turistica tradizionale; ricostruibilità e rigenerabilità.

Dovrà essere posta particolare attenzione a : − paesaggi in stato di degrado; − paesaggi contraddistinti da fragilità negli elementi compositivi e nei loro equilibri; − paesaggi di particolare valore antropico-ambientale per il loro aspetto compositivo ed altresì per la presenza di singoli elementi culturali. La definizione della qualità del paesaggio presenta un alto grado di complessità che dipende, in primo luogo, dalla pluralità e diversità dei valori che ad esso vengono riconosciuti dai soggetti percepenti. Ne consegue un carattere di convenzionalità per qualsiasi valutazione prodotta. Esistono una varietà di metodi disponibili che possono essere distinti in metodi di valutazione diretta o indiretta. I metodi di valutazione diretta presuppongono l’espressione di un giudizio sulla qualità del paesaggio (globalmente o su singoli suoi aspetti) formulato da osservatori, che possono essere rappresentati da membri generici del pubblico (nel caso di valutazione sulla qualità visiva) o da esperti (nel caso di valutazione delle qualità storico-artistiche, documentali, ecologiche). A sua volta il paesaggio può essere osservato “dal vero” o in fotografia (la scelta dipende, in generale, dal numero degli osservatori). È richiesta particolare attenzione per la costruzione della scala di valutazione e l’aggregazione dei singoli giudizi. I metodi indiretti usano quantità oggettivamente misurabili come indicazione di valore (per es. il numero di citazioni letterarie, il numero di visitatori...) sostituendo alla valutazione diretta un indicatore opportunamente scelto o un insieme di indicatori combinati in un indice composito. La scelta del metodo dovrà essere computa in funzione degli obiettivi propri allo studio di impatto, alla scala e stato di definizione progettuale. Pur non avendo propriamente carattere predittivo, i metodi di valutazione forniscono utili informazioni e possibilità di operare comparazioni fra localizzazioni alternative (sulla base dei valori ecologici, culturali, visivi che verranno danneggiati dall’intervento) nei casi in cui non possa essere previsto il cambiamento che si realizzerà concretamente nell’ambiente.

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LA PIANIFICAZIONE Il processo della pianificazione urbanistica si articola in tre fasi: − conoscitiva; − programmatica; − progettuale. La fase conoscitiva consiste nell’analisi del territorio da pianificare attraverso lo studio dei fatti e dati fisici, storici, demografici, economici e sociali ecc. che concorrono a caratterizzarlo. La fase programmatica traduce le conoscenze acquisite in valutazione dei bisogni concreti e definizione del programma di intervento. Ciò avviene spesso attraverso mediazioni fra previsioni ideali e situazioni oggettive. La fase progettuale individua gli strumenti operativi (piani) necessari alla realizzazione dei programmi formulati. Le tre fasi di cui sopra non esauriscono l’intero processo di pianificazione urbanistica; esiste infatti una quarta fase costituita dalla formalizzazione (o approvazione) degli strumenti urbanistici senza la quale questi ultimi non hanno efficacia giuridica. Questa quarta fase segue le precedenti perché richiede la partecipazione diretta di una o più figure istituzionali diverse da quella che promuove e progetta lo strumento urbanistico. In questo inizio secolo si è cercato di migliorare il protocollo per la formalizzazione degli strumenti urbanistici specie da quando alle Regioni sono stati conferiti maggiori poteri legislativi in materia urbanistica. Alcune Regioni, fra cui la Toscana, hanno previsto un modello di formalizzazione degli strumenti urbanistici locali diverso da quello tradizionale. Caratteristiche della pianificazione Una possibile definizione di pianificazione urbanistica è la seguente: “la pianificazione urbanistica è l'attività sociale e organizzativa avente per oggetto il territorio, volta allo sviluppo di una strategia ottimale dell’azione futura allo scopo di conseguire un desiderato insieme di obiettivi e di risolvere problemi nuovi in contesti complessi, congiunta al potere e all’intenzione di impegnare le risorse e le attività necessarie per realizzare la strategia scelta”. La pianificazione urbanistica è dunque un’attività svolta da individui con lo scopo di influenzare l’azione di gruppi, organizzazioni o governi. Essa non è orientata verso il presente ma tende a estendersi nel futuro. In ogni caso la pianificazione urbanistica riguarda azioni future e ciò comporta un significativo elemento di incertezza. Di conseguenza la pianificazione richiede sia la previsione sia il controllo dei risultati. La pianificazione urbanistica non si limita però a immaginare futuri desiderabili. La distinzione tra pianificazione e pensiero utopistico è tanto importante quanto il loro legame. La pianificazione urbanistica, infine, non è soltanto sviluppo di piani.

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Gli strumenti operativi della pianificazione urbanistica sono i cosiddetti piani urbanistici, che si distinguono per livello e tipologia. In Italia, a partire dalla promulgazione della legge del 17.08.1942 n. 1150, la pianificazione urbanistica è gerarchicamente ordinata in due livelli: territoriale e locale. Al livello territoriale corrispondono i Piani Territoriali di Coordinamento (o di area vasta) che in numerose leggi urbanistiche regionali e in alcune proposte di legge urbanistica nazionale sono suddivisi in: − − −

Piano Territoriale Regionale (PTR); Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP); Piano territoriale paesaggistico (Ptp).

I primi due stabiliscono le linee generali di indirizzo e di assetto di un territorio; il terzo stabilisce direttive per la tutela e valorizzazione della natura e dei valori paesistici e ambientali. Al livello locale corrispondono i piani urbanistici di interesse locale che disciplinano le modalità d’uso e di trasformazione del territorio e comprendono: −

− −

il Piano Regolatore Generale (PRG) che in numerose leggi urbanistiche regionali e in alcune proposte di legge urbanistica nazionale è suddiviso in: Piano Strutturale Comunale (PSC); Piano Operativo Comunale (POC); il Regolamento Edilizio (RE); gli strumenti attuativi (piani esecutivi o particolareggiati) che attuano le prescrizioni del POC e con tengono i dettagli tecnici propri della fase esecutiva.

Sono strumenti urbanistici attuativi: -

i Piani Particolareggiati Esecutivi (PPE); il Piano esecutivo convenzionato (PEC); il Piano di zona per l’Edilizia Economica e Popolare (PEEP); il Piano per Insediamenti Produttivi (PIP); il Piano di Recupero del patrimonio edilizio esistente (PdR).

La pianificazione urbanistica del territorio è operazione molto complessa, il cui obiettivo è quello di dare una risposta razionale e organica a molteplici esigenze. Essa, come ogni scienza umana, fonda le sue scelte sull’ampio patrimonio di esperienze tramandate dal passato: nessun piano, per innovatore che esso sia, può esimersi dal confronto con la storia, ed è, anzi, proprio attraverso questo confronto che ogni proposta innovativa può trovare giustificazione.

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Ma il dato storico non è sufficiente al pianificatore: ogni scelta culturale deve infatti poggiare sulla profonda conoscenza del territorio, dei fenomeni che lo caratterizzano e dei loro prevedibili sviluppi. Infine, per tradursi in strumento operativo, deve trovare armonica collocazione all’interno del quadro legislativo e giuridico. In sintesi, è dunque possibile individuare i capisaldi della pianificazione nei tre “supporti” che racchiudono l’insieme dei dati, delle conoscenze, delle operazioni e dei vincoli mediante i quali essa si esprime: i supporti teorici, quelli giuridici e quelli tecnici. Supporti teorici sono quelli forniti dall’ampio patrimonio culturale e storico su cui poggia la disciplina urbanistica. Supporti giuridici sono quelli forniti dalla legislazione di carattere urbanistico – nazionale e regionale – in vigore nel nostro Paese, nonché dalla giurisprudenza che si è andata formando sull’argomento. Infine i supporti tecnici si possono individuare: − −

nella cartografia alle varie scale, che viene utilizzata sia per ricavare una serie di dati e informazioni, sia come supporto per le indicazioni progettuali; nel processo informativo, cioè nelle operazioni attraverso le quali si rilevano i fatti e i dati concernenti gli aspetti fisici del territorio, la dinamica demografica, la situazione abitativa, la struttura dell’apparato produttivo, l’uso del suolo, le condizioni e l’estensione della rete infrastrutturale primaria e del sistema delle attrezzature e dei servizi.

Il Programma di Fabbricazione La legge urbanistica nazionale del 1942 prevede il Programma di fabbricazione ossia uno strumento urbanistico più semplice del Piano Regolatore Generale destinato a integrare la normativa del Regolamento Edilizio. Per la sua limitatissima efficacia operativa e quindi per l’inadeguatezza di tale strumento ad affrontare le problematiche territoriali diventate via via sempre più complesse, il Programma di Fabbricazione è caduto in disuso ed escluso in pratica dal novero degli strumenti urbanistici generali. Altri strumenti della pianificazione urbanistica La pianificazione si avvale di numerosi altri piani che pur non essendo strumenti urbanistici in senso stretto, tuttavia hanno un ruolo nella politica di riqualificazione urbana. Essi si definiscono “Programmi complessi” e sono: il Programma di Riqualificazione Urbana (PRIU); il Programma di Recupero Urbano (PRU); il Programma di Riqualificazione e di Sviluppo Sostenibile del Territorio (PRUSST), i Programmi integrati di intervento (Pii). Altri strumenti che hanno a che fare con la pianificazione urbanistica

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sono: il Patto Territoriale e il Contratto d’area. Vanno considerati a parte i cosiddetti Piani di settore come: il Piano dei trasporti, il Piano Urbano del Traffico* e il Piano di Bacino idrografico, i Piani di assetto idrogeologico, i Piani di localizzazione degli impianti fissi per la telefonia cellulare, i Piani di classificazione acustica che hanno implicazioni territoriali, ma non rientrano fra gli strumenti urbanistici propriamente detti. * Con l’entrata in vigore del Nuovo Codice della Strada i Comuni con popolazione superiore a 30000 abitanti o comunque interessati da elevate problematiche di circolazione stradale sono tenuti a formare il Piano Urbano del Traffico (PUT). Il PUT è uno strumento tecnico-amministrativo di breve periodo (due anni) finalizzato al miglioramento della circolazione e della sicurezza stradale, alla riduzione dell’inquinamento acustico, al contenimento dei consumi energetici e al rispetto dei valori ambientali. Esso deve essere coordinato con il PRG, con i Piani del traffico per la viabilità extraurbana e con i Piani dei trasporti.

Strumenti della pianificazione urbanistica Contenuti − − − − − − − −

gli strumenti della pianificazione urbanistica; il Piano Territoriale Regionale; il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale; i Piani territoriali paesaggistici; il Piano Regolatore Generale; i Piani attuativi del Piano Regolatore Generale; il Regolamento Edilizio; i Programmi urbani complessi.

Obiettivi −

Descrivere gli strumenti della pianificazione urbanistica, ivi compresi quelli non propriamente urbanistici di più recente concezione essenzialmente se preordinati alla riqualificazione e al recupero degli insediamenti e dell’ambiente. Illustrare degli strumenti propriamente urbanistici la loro origine, i contenuti, le finalità, le procedure di approvazione, la loro evoluzione a partire dalla Legge Urbanistica n. 1150 del 1942 fino alla terza regionalizzazione dello Stato conseguente la riforma costituzionale del 2001 (la prima di dette regionalizzazioni si colloca fra il 1970 e il 1977; la seconda avviene all’insegna di un federalismo amministrativo a Costituzione invariata e si situa fra il 1997 e il 1998).

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«Un piano è un atto attraverso il quale la città, nel senso di civitas, si dà “una regola” che condizioni, solleciti, limiti i comportamenti e gli atteggiamenti attraverso i quali i concreti soggetti sociali modificano, trasformano o costruiscono la propria città». Da un brano della Relazione illustrativa del Piano Regolatore di Siena (1990). Per strumenti della pianificazione urbanistica si intende l’insieme degli atti di pianificazione disciplinati dalle singole legislazioni regionali, che sono volti a tutelare il territorio ovvero a regolarne l’uso e i processi di trasformazione. L’aggiornamento e la sperimentazione della pianificazione urbanistica hanno messo in discussione l’impostazione e i contenuti degli strumenti urbanistici introdotti dalla Legge Urbanistica n. 1150 del 1942. I tradizionali strumenti urbanistici sono stati oggetto di continue interpretazioni; alcuni di essi sono caduti in disuso come il Programma di Fabbricazione e i Piani di zona per l’edilizia economica e popolare, mentre altri come il Piano Regolatore Intercomunale sono praticamente scomparsi superati da nuovi strumenti di concertazione fra Enti pubblici. Nel corso del decennio 1995-2005 l’approvazione delle leggi urbanistiche di alcune Regioni e le numerose proposte legislative in tema di “riforma urbanistica nazionale” hanno modificato il panorama originario degli strumenti della pianificazione urbanistica. Nelle pagine che seguono sono descritti sinteticamente i principali strumenti della pianificazione urbanistica. Azioni che sostanziano la formazione degli strumenti urbanistici Tenuto conto della natura e dei contenuti dei diversi strumenti urbanistici, la formazione degli stessi si sostanzia nelle azioni seguenti: − individuazione degli obiettivi (per lo sviluppo socioeconomico e di tutela e riequilibrio del territorio); − elaborazione del “quadro conoscitivo” dello stato attuale del territorio e dei processi evolutivi che lo caratterizzano; − determinazione delle “politiche” idonee alla realizzazione degli obiettivi; − regolamentazione degli interventi e programmazione della loro attuazione; − monitoraggio e “bilancio” degli effetti sul territorio conseguenti l’attuazione dei piani. Per assicurare uno sviluppo coordinato e omogeneo delle azioni dianzi dette, l’istituzione pubblica, che promuove lo strumento urbanistico, stabilisce le modalità di coordinamento e di collaborazione tra i soggetti pubblici interessati.

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Il Piano Territoriale Regionale (PTR) costituisce lo strumento fondamentale della pianificazione urbanistica che ha natura di indirizzo e di coordinamento, volta prevalentemente a indicare gli obiettivi strategici generali di uso e assetto del territorio. Tra gli strumenti urbanistici il Piano Territoriale Regionale è certamente quello più complesso perché non solo coinvolge vasti territori e una molteplicità di centri decisionali ma è chiamato a coordinare le attività economiche e sociali, pubbliche e private, e a creare le condizioni più idonee per fare scaturire nuove attività nel territorio cui fa riferimento. Il Piano Territoriale Regionale deriva dal Piano Territoriale di Coordinamento (PTC) previsto dalla legge urbanistica 1150/1942 ma che per anni non aveva trovato pratica applicazione. Con l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario negli anni '70 e la conseguente formazione degli statuti regionali, la pianificazione territoriale viene rilanciata attraverso la formazione di Piani Territoriali di Coordinamento di “porzioni”di territori regionali denominati comprensori. Nei successivi anni '80 e primi anni '90 si registra la formazione dei primi Piani Territoriali Regionali. Si distinguono in questa attività alcune Regioni come il Piemonte e la Valle d’Aosta, il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia, l’EmiliaRomagna, le Province Autonome di Trento e Bolzano. In seguito, parallelamente all’aggiornamento di alcuni dei piani testé accennati, si aggiungono i Piani Territoriali Regionali di altre regioni: la Toscana, l’Umbria, le Marche, il Lazio e l’Abruzzo. Altre Regioni dopo l’anno 2000 hanno messo in cantiere studi e progetti di piani territoriali regionali come la Campania, la Puglia, la Sicilia, la Lombardia. Rapporto della Conferenza delle Regioni Periferiche e Marittime del 2004 Un Piano Territoriale Regionale deve essere redatto tenendo conto anche delle prospettive territoriali e delle analisi socioeconomiche a livello europeo. A questo proposito, un importante riferimento è il “Rapporto” prodotto durante la Conferenza delle Regioni Periferiche e Marittime (CRPM, 2004) che definisce i capisaldi di una programmazione volta a rafforzare le regioni periferiche dell’Unione Europea nei confronti dell’area centrale dell’Europa (nota come pentagono) che concentra le principali funzioni di comando politico ed economico. Il “Rapporto” individua le principali zone di integrazione economica mondiale esterne all’Europa sulla base di quattro indicatori: − la “massa” (capitale umano, capacità produttiva); − la competitività economica; − le dinamiche evolutive e la connettività; sia interna sia con il resto dell’Europa.

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Contenuto del PTR Il contenuto di un PTR – predisposto in coerenza con le strategie europee e nazionali di sviluppo del territorio e con le disposizioni legislative regionali in materia urbanistica – è costituito dagli indirizzi e dalle direttive necessarie alla progettazione dei Piani Territoriali di Coordinamento Provinciali; dei Piani paesaggistici; dei Piani Regolatori Generali Comunali; dei Piani di settore. La specificità di un PTR il cui contenuto corrisponda alle caratteristiche dianzi dette si inscrive entro un quadro di rilevanti cambiamenti nell’assetto istituzionale e amministrativo del nostro Paese intervenuti a partire dal 1970 (anno in cui furono istituite le Regioni a Statuto Ordinario) e proseguiti fino alla riforma del titolo V della Parte seconda della Costituzione (legge n.3/2001). Come in precedenza è stato ricordato sono numerose le Regioni italiane che allo scadere del 2006 hanno posto mano alla revisione dei propri PTR. Non si tratta soltanto di processi di adeguamento di precedenti piani territoriali a realtà regionali profondamente mutate, quanto di tentativi, molto diversificati tra loro nell’impostazione e negli esiti, di ridefinizione delle finalità e delle modalità con cui pervenire a uno strumento aggiornato di pianificazione urbanistica del territorio regionale. In linea di principio le trasformazioni territoriali prefigurate da un nuovo tipo di PTR sono supportate da uno studio di “sostenibilità ambientale” contenente le seguenti indicazioni: − le alternative considerate; − la sostenibilità delle previsioni; − i potenziali impatti sull’ambiente e le eventuali opere di mitigazione; − l’esito della valutazione ambientale. Il PTR stabilisce: − gli orientamenti per l’identificazione dei “Sistemi territoriali” cioè: - sistema naturalistico-ambientale (territorio non urbanizzato); - sistema insediativo (insediamenti urbani, periurbani e diffusi); - sistema relazionale (rete stradale, ferrovie, porti, aeroporti, elettrodotti, metanodotti, oleodotti, telecomunicazioni, smaltimento rifiuti ecc.); − le prescrizioni riguardanti: - l’uso e la tutela delle risorse essenziali specifiche - per ciascun sistema e i rispettivi livelli di tutela e/o di trasformazione: - i “Piani di settore” che rientrano nella programmazione dello sviluppo socio economico della Regione; - la regolamentazione dei siti di riconosciuto valore paesistico; − la documentazione comprovante l’avvenuta applicazione al PTR della Direttiva 200l/42/CE riguardante l’esito della Valutazione Ambientale Strategica (VAS);

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i termini temporali entro i quali le Province e i Comuni sono tenuti ad adeguare i rispettivi Piani. Ciascun PTR deve essere “verificato” entro un predeterminato periodo di tempo che varia da Regione a Regione.

L’iter di approvazione del PTR L’iter di approvazione di un PTR è stabilito dalle singole leggi urbanistiche regionali e le modalità di svolgimento sono di norma le seguenti: − predisposizione da parte della Giunta Regionale del “progetto preliminare” di PTR; − convocazione da parte della Giunta Regionale della “Conferenza di Pianificazione” allo scopo di ottenere un parere iniziale sul progetto da parte delle Province, della Città metropolitana, delle Comunità Montane e dei Comuni; − adozione da parte della Giunta Regionale del “progetto preliminare” di PTR; − deposito del “progetto preliminare” di PTR e avvio dei termini per la presentazione delle osservazioni; − esame e discussione delle osservazioni nell’ambito della “Conferenza di Pianificazione”; − acquisizione del parere da parte sia di esperti nel campo urbanistico, ambientale, paesistico, storico-artistico, economico e sociale (comitato scientifico, commissione tecnica urbanistica, comitato per il territorio ecc.) e sia di tecnici di valutazione ambientale; − approvazione del “progetto definitivo” di PTR da parte: del Consiglio Regionale e pubblicazione per estratto del progetto sul Bollettino Ufficiale della Regione (BUR). Dalla data di adozione del “progetto preliminare” di PTR si applicano le misure di salvaguardia esclusivamente alle “norme” specificatamente individuate dalla Giunta Regionale nel’atto di adozione, pena la non efficacia delle misure stesse. Il “progetto definitivo” di PTR “può” contenere disposizioni cogenti per i piani a livello provinciale, metropolitano e comunale. In questo caso dette disposizioni sono immediatamente prevalenti sulla vigente disciplina di livello comunale e vincolanti anche nei confronti degli interventi settoriali e dei privati.

Il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) costituisce l’atto di programmazione con cui l’Amministrazione provinciale esercita l’attività di governo del territorio nel duplice ruolo di responsabile del coordinamento programmatico e di responsabile del raccordo tra le politiche territoriali della Regione e la pianificazione urbanistica comunale e/o intercomunale. A tal fine il PTCP è chiamato a svolgere due compiti principali: − definire i principi circa l’uso e la tutela delle “risorse” territoriali e ambientali, e stabilire gli obiettivi per la loro utilizzazione indicando le azioni necessarie per la loro tutela e/o per la loro trasformazione; − specificare la disciplina delle dotazioni territoriali (infrastrutture a servizio degli insediamenti, le attrezzature e gli spazi collettivi) e delle dotazioni ecologico-ambientali (le opere volte alla gestione del ciclo dell’acqua, alla prevenzione dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, alla riduzione dell’inquinamento acustico ed elettromagnetico, al

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mantenimento della permeabilità dei suoli, alla raccolta e smaltimento dei rifiuti). Inoltre il PTCP: − individua le caratteristiche di vulnerabilità, criticità e potenzialità dei sistemi naturalistici-ambientali, insediativi e relazionali del territorio; − recepisce gli interventi infrastrutturali e le opere rilevanti di interesse nazionale e regionale; − definisce i criteri per la localizzazione e il dimensionamento delle strutture e dei servizi di interesse provinciale; − definisce i bilanci delle “risorse” territoriali e ambientali, i criteri e le soglie del loro uso, le condizioni e i limiti di sostenibilità territoriale e ambientale delle previsioni urbanistiche comunali e/o intercomunali. − formula ipotesi di sviluppo comprendente le linee di assetto del territorio.

Contenuto del PTCP Il PTCP – predisposto in coerenza con il PTR e con le disposizioni legislative regionali in materia urbanistica – è costituito dagli indirizzi e dalle direttive necessarie alla progettazione dei Piani Regolatori Generali Comunali (PRG) e/o intercomunali e dei Piani di settore. Il PTCP in linea di massima contiene: − il quadro conoscitivo di riferimento per la definizione degli obiettivi e di attuazione dei procedimenti valutativi di sostenibilità del piano contenente: - gli aspetti fisici e morfologici del territorio; - l’utilizzazione dei suoli; - la presenza di eventuali valori naturalistici, paesaggistici, culturali; - le dinamiche dei processi di sviluppo economico e sociale; - la mosaicatura dei piani regolatori comunali e/o intercomunali; - i vincoli e le prescrizioni derivanti dalle leggi statali e regionali; − l’individuazione dei sistemi territoriali riguardanti l’intero territorio provinciale; − l’individuazione degli ambiti urbanizzati, agricoli, infrastrutturali, di tutela, compresi nei sistemi territoriali; − la localizzazione di impianti, e opere previste dai piani provinciali di settore; − la registrazione di eventuali intese, accordi di programma e quant’altro produca effetti diretti sull’uso e la tutela delle risorse territoriali e ambientali; − i termini temporali entro i quali i Comuni sono tenuti ad adeguare i rispettivi PRG al PTCP.

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Iter di approvazione del PTCP L’iter di approvazione di un PTCP varia da Regione a Regione. In linea di massima i passaggi operativi previsti dalle leggi urbanistiche regionali sono i seguenti: − predisposizione da parte della Giunta Provinciale di un “documento di lavoro” preliminare all’elaborazione del progetto di PTCP. Il documento di norma oltre a tener conto delle indicazioni urbanistiche dei Piani dei Comuni, delle Comunità Montane e delle Città metropolitane contiene: i parametri per la valutazione di compatibilità tra le varie forme di utilizzazione delle risorse del territorio; gli obiettivi generali da assumere nell'uso e nella tutela delle stesse; i criteri di valutazione per verificare la conformità del PTCP al PTR; − convocazione da parte della Giunta Provinciale di una “Conferenza di Pianificazione” chiamata a esprimere un giudizio sul “documento di lavoro”. Alla Conferenza partecipa come uditrice la Regione; − elaborazione da parte della Giunta Provinciale del “progetto di PTCP” a cui fa seguito una seconda convocazione della “Conferenza di Pianificazione”. In sede di Conferenza il parere della Regione circa la compatibilità del “progetto di PTCP” con il PTR è vincolante; − invio da parte della Giunta Provinciale del “progetto di PTCP” al Consiglio Provinciale per l’adozione e successiva pubblicazione del progetto adottato sul BUR e sui giornali di maggior diffusione locale. AI progetto di PTCP chiunque può muovere delle “osservazioni” nei tempi stabiliti di trenta giorni successivi alla data di adozione per prendere visione della documentazione, e di altri trenta giorni entro i quali far pervenire le osservazioni; − convocazione da parte della Giunta Provinciale di una terza “Conferenza di Pianificazione” per un parere definitivo sul progetto. Alla Conferenza partecipa la Regione con facoltà di chiedere delle modifiche; − approvazione da parte del Consiglio Provinciale del “progetto definitivo” di PTCP e pubblicazione per estratto sul BUR. Da tale data entra in vigore e assume efficacia.

I Piani territoriali paesaggistici sono strumenti urbanistici di livello territoriale contenenti le prescrizioni per la salvaguardia e lo sviluppo armonico di intere parti di territorio (ambiti) che si vogliono tutelare a motivo delle loro caratteristiche naturali e storiche e alla presenza di valori paesaggistici. I Ptp sono normati dal Codice dei beni culturali e del paesaggio entrato in vigore il 1 maggio 2004 il quale prevede che le Regioni regolamentino parti anche molto estese dei rispettivi territori attraverso la formazione dei Ptp. È compito dei Ptp individuare e regolamentare le trasformazioni urbanistiche rendendole compatibili con la tutela dei valori paesaggistici.

Contenuti dei Ptp I Ptp hanno contenuti di tipo: descrittivo, prescrittivo e propositivo e la loro elaborazione si articola nelle seguenti fasi:

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ricognizione del territorio, attraverso l’analisi delle caratteristiche storiche, naturali, estetiche e delle loro interrelazioni e la conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare; − analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità del paesaggio, la comparazione con gli altri atti di programmazione, di pianificazione e di difesa del suolo; − individuazione degli ambiti da tutelare e i relativi obiettivi di qualità paesaggistica; − definizione di prescrizioni generali e operative per la tutela e l’uso del territorio compreso negli ambiti individuati; − determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e, ove necessario, dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico; − individuazione degli interventi di recupero e riqualificazione delle aree significativamente compromesse o degradate; − individuazione delle misure necessarie al corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, alle quali debbono riferirsi le azioni e gli investimenti finalizzati allo sviluppo sostenibile delle aree interessate; − individuazione di eventuali categorie di immobili o di aree non tutelati per legge o non riconosciuti ufficialmente di notevole interesse pubblico, da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione. I Ptp ripartiscono il territorio in ambiti omogenei in base alle caratteristiche naturali e storiche e in relazione ai valori paesaggistici, indicandone gli obiettivi, quali: − mantenimento delle caratteristiche morfologiche degli ambiti che si intende tutelare, tenuto conto anche delle tipologie architettoniche, delle tecniche e dei materiali costruttivi consolidatesi nel tempo; − previsione di linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibili con i diversi livelli di valore e tali da non diminuire il pregio paesaggistico dell’ambito cui esse sono riferite; − recupero e riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela compromessi o degradati, al fine di reintegrare i valori preesistenti ovvero di realizzarne di nuovi. I Ptp prevedono misure di coordinamento con gli strumenti di pianificazione territoriale e di settore, nonché con gli strumenti nazionali e regionali di sviluppo economico. Le previsioni dei Ptp sono cogenti per gli strumenti urbanistici dei Comuni, delle Comunità Montane, delle Città metropolitane e delle Province e sono immediatamente prevalenti sulle disposizioni difformi eventualmente contenute in tali strumenti urbanistici.

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I precedenti legislativi del Ptp I Ptp già previsti e regolati dalla legge 29.06.1939, n. 1497 sulla protezione delle bellezze naturali e dal suo regolamento di attuazione, furono in seguito riproposti dalla legge 8.09.1985, n. 431 per la Tutela delle zone di particolare interesse ambientale, ripresi nel Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di Beni culturali e ambientali (D. lgs 29.10.1999, n. 490) e infine regolamentati dal D. lgs 22.01.2004 Codice dei Beni culturali e del paesaggio costituente il corpus della disciplina statale in materia di beni culturali e di paesaggio, dopo la riforma del titolo V della parte II della Costituzione della Repubblica (legge costituzionale 3/2001).

Il Piano Regolatore Generale (PRG) è lo strumento fondamentale della disciplina urbanistica di un Comune. Esso delinea non solo le scelte strategiche di assetto e sviluppo del territorio comunale, tutelandone l’integrità fisica e ambientali e l’identità culturale, ma individua e disciplina gli interventi di organizzazione e trasformazione urbanistica ed edilizia da realizzare in un limitato arco di tempo.

Origine ed evoluzione del PRG Le vicende che hanno portato all’istituzione del Piano Regolatore Generale prendono le mosse dalla legge 25 giugno 1865 n. 2359, che presupponeva soltanto piani di carattere viario senza modificazioni di uso del suolo e senza un criterio di organizzazione della città. L’insufficienza della legge a interpretare le nuove esigenze di ordine culturale, giuridico e sociale che si andavano affermando non tardò però a manifestarsi e molti piani regolatori di città grandi e meno grandi, elaborati dalla fine dell’Ottocento all’inizio della seconda guerra mondiale, richiesero leggi speciali che rendessero possibile, caso per caso, la formazione di un Piano Regolatore. Emerse quindi con sempre maggiore urgenza la necessità di nuove disposizioni legislative nazionali. Si pervenne così alla legge urbanistica 17.08.1942 n.1150.

Il PRG dopo il trasferimento delle competenze in materia urbanistica alle Regioni Negli anni '70 il trasferimento delle competenze in materia urbanistica alle Regioni consentì a queste ultime di legiferare sull’argomento e il PRG venne ridefinito nelle sue finalità, contenuti e procedure, dalle nuove leggi urbanistiche regionali pur nel rispetto dei criteri generali fissati dalla legislazione nazionale. Da allora in poi si rafforzò e si diffuse il concetto di Piano Regolatore Generale che regola con precisione l’uso del suolo dell’intero territorio comunale attraverso lo “Zoning” (in italiano zonizzazione o azzonamento) piuttosto che un concetto di piano generale analogo al masterplan di origine razionalista o al piano strutturale adottato da molti Paesi europei.

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La conseguenza fu un sostanziale irrigidimento della figura del Piano Regolatore tutta basata su una precisa localizzazione dei servizi e delle infrastrutture a loro volta risultanti da minuziosi calcoli e verifiche degli standard urbanistici. Nonostante lo sforzo effettuato in molte Regioni di porre fine alla situazione di un PRG eccessivamente rigido sottoposto a continue varianti, il Piano Regolatore tradizionale continuò per un lungo tempo a essere proposto e ciò almeno fino a quando nella seconda metà degli anni '80 entrò in crisi il modello attuativo espropriativo su cui esso si basava. Intanto parallelamente alla crisi del Piano Regolatore tradizionale si andava sempre più diffondendo la richiesta di un complessivo cambiamento di indirizzo circa il modo di praticare la pianificazione urbanistica e di conseguenza anche il modo di concepire i Piani Regolatori. Evoluzione del quadro legislativo riguardante il PRG La legge n. 1150/1942 conferiva al Comune il compito sia di predisporre il PRG sia di attuarlo, ma la mancanza da parte dei Comuni di adeguati mezzi tecnici e finanziari, le difficoltà procedurali e gli scarsi strumenti di intervento si sono rivelati ostacoli oggettivi per la piena applicazione della legge. Per tutti gli anni '50 e '60, in pratica fino alla legge n. 765/1967, i Piani Regolatori furono attuati semplicemente subordinando la costruzione degli edifici (riconosciuta peraltro come diritto inalienabile della proprietà privata) al rilascio delle licenze edilizie, mentre i piani di lottizzazione di iniziativa privata sostituivano i piani particolareggiati esecutivi di iniziativa pubblica. Lo sviluppo urbanistico risultò quindi governato, per molti anni, con intenti e finalità ben diverse rispetto a quelli espressi dalla legge urbanistica del 1942. Nei primi anni '60 ebbe inizio un profondo ripensamento sulla natura e sulle caratteristiche della strumentazione urbanistica, in coincidenza sia di un rinnovamento politico sia sotto la pressione di un rinnovamento culturale in campo urbanistico e non. Il concetto di programmazione divenne centrale per diverse discipline, soprattutto sociali ed economiche: anche il Piano Regolatore rafforzò il proprio significato di strumento di programmazione dello sviluppo locale attraverso un processo di definizione e approfondimento che ebbe come tappe la legge n. 167/1962 istitutiva dei Piani di zona per l’Edilizia Economica e Popolare, la legge n. 765/1967, la legge n. 865/1971, la legge n. 457/1978 e la legge n. 10/1977.

Il nuovo PRG All’inizio del XXI sec. la figura del PRG risulta notevolmente diversa da quella concepita dal legislatore degli anni '40 e assume le caratteristiche di uno strumento di disciplina complessiva del territorio comunale ricomprendendo e coordinando, con opportune modifiche, ogni disposizione dei piani territoriali e dei piani settoriali. Il nuovo PRG che si differenzia da quello ereditato dalla legge urbanistica n. 1150/1942, e che numerose Regioni hanno già fatto proprio, si configura come un unico piano dai due volti: uno più propriamente strutturale e uno più propriamente operativo.

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D’altra parte tutte le leggi urbanistiche regionali più aggiornate riconoscono che i contenuti strutturali di un piano attengono tanto alle previsioni di lungo periodo (per esempio le grandi infrastrutture) quanto agli elementi e contenuti meno negoziabili del piano stesso (per esempio la tutela e la conservazione del centro storico). La componente strategica della pianificazione ha infatti natura politicoprogrammatica e si caratterizza come rapporto tra obiettivi, strategie, politiche e visioni del presente e del futuro per trasformare queste ultime in altrettante realtà. Diversa la natura della componente operativa della pianificazione, essa infatti riguarda sia la capacità di conseguire gli obiettivi e gli esiti su cui il piano, nella sua componente strutturale, ha ottenuto il consenso, sia di promuoverne gli interventi di trasformazione previsti. Le due nuove figure di PRG a cui fanno capo rispettivamente la componente strategica e quella operativa della pianificazione urbanistica locale sono: il Piano Strutturale Comunale (PSC) e il Piano Operativo Comunale (POC). Il Piano Strutturale Comunale (PSC) è lo strumento urbanistico di prevalente natura strategica e regolamentare che recepisce gli indirizzi e le previsioni di pianificazione urbanistica contenute nei piani territoriali e predispone un programma di azioni volto a tutelare l’integrità fisica-ambientale e l’identità culturale del territorio comunale, nonché a stabilire le linee fondamentali per la sua organizzazione e infrastrutturazione. Di questo strumento si avvale l’Amministrazione comunale per: − programmare le strategie per il governo del proprio territorio comunale elaborandole: in parte in base ai contenuti dei Piani di area vasta (PTR, PTCP e Ptp), in parte a quelli dei Piani di settore (per esempio Piano Stralcio per l’Assetto Idrogeologico) e in parte alle problematiche locali e sovralocali irrisolte in attesa di ricevere adeguate soluzioni; − attuare le politiche urbane, per esempio quelle che hanno per obiettivo il risparmio dei suoli agricoli fertili da destinazioni extragricole oppure quelle che hanno come obiettivo lo sviluppo delle piccole e medie aziende industriali e artigianali ovvero allo sviluppo del turismo, e così via. Il Piano Operativo Comunale (POC) è lo strumento urbanistico di natura operativa e regolamentare, che recepisce le previsioni del Piano Strutturale Comunale (PSC) nell’ambito delle quali individua gli immobili (terreni e fabbricati) oggetto di trasformazione, stabilisce tutti gli elementi necessari per garantire gli interventi operativi di tutela, organizzazione e trasformazione del territorio comunale. Di questo strumento si avvale l’Amministrazione Comunale per: − compiere le necessarie azioni amministrative volte a trasformare le politiche in “programmi dettagliati” di valore prescrittivo e a regolamentare le attività edilizie locali di trasformazione del territorio; − decidere dove e quando intervenire per attuare il PSC sulla scorta di:

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-

-

preliminari verifiche dello stato di attuazione della pianificazione vigente (bilanci urbanistici) e della sostenibilità ambientale degli interventi progettati (bilanci ambientali); previsioni di spesa stabilite in base a una programmazione triennale dei lavori pubblici; proposte di intervento formulate da privati in sede di concorso pubblico bandito dal Comune, ovvero in alternativa al concorso, da società aventi come oggetto la trasformazione di aree urbane.

Progettazione del nuovo PRG La progettazione sia del PSC sia del POC è di competenza del Comune, il quale può affidare tale compito al proprio ufficio tecnico ovvero avvalersi di liberi professionisti, architetti o ingegneri, singoli o associati, assistiti da numerose altre figure professionali competenti nei settori specialistici come la cartografia, l’agrimensura, l’estimo, l’economia, le infrastrutture primarie ecc. Le fasi relative al progetto del PRG, tanto nella versione PSC che POC, sono quattro: − l’orientamento e impostazione; − elaborazione e redazione; − consultazione, adozione, approvazione; − attuazione e gestione. L’orientamento e l’impostazione del piano richiedono una serie di analisi conoscitive finalizzate alla conoscenza della situazione esistente sul territorio da pianificare sia dal punto di vista paesistico-ambientale sia della struttura insediativa in tutte le sue componenti. Esse sono il presupposto per disporre di un quadro esauriente dello stato di fatto, dei problemi emergenti generali e specifici, cioè di quanto è necessario per giungere alle scelte di piano. Tali scelte sono in primo luogo scelte politiche, di competenza degli Amministratori locali mentre spetta ai progettisti individuare le modalità tecniche per la loro attuazione. La fase di elaborazione e redazione (fase progettuale) quella in cui le scelte del piano si traducono in indicazioni specifiche attraverso la stesura della relazione, della normativa e degli elaborati cartografici. Contro il PRG approvato può sempre essere presentato ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) oppure ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.

Caratteristiche del Piano Strutturale Comunale (PSC) Il PSC contiene: − il rapporto sulla situazione locale e sulle dinamiche in atto. Esso è costituito da una ricognizione sulla struttura demografica, economica e sociale del Comune; − lo statuto dei luoghi, cioè il documento che basandosi su specifiche analisi consente di certificare i caratteri strutturanti del territorio e dell’ambiente

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− −

naturale e di specificare le condizioni necessarie per la loro tutela e valorizzazione; la relazione riguardante: - gli obiettivi del piano; - le linee guida del progetto di piano; - gli indirizzi di pianificazione di area vasta recepiti dal piano; - i criteri adottati per la valutazione dei Piani e dei Programmi di settore influenti sul piano; - gli elementi per la valutazione ambientale degli effetti conseguenti l’applicazione del piano; le norme tecniche di attuazione distinte in norme immediatamente vincolanti nei confronti del PSC, e norme la cui applicazione è demandata all’approvazione del POC; la valutazione della sostenibilità ambientale delle previsioni del PSC.

Il PSC stabilisce: − gli indirizzi e i parametri urbanistici ed edilizi in vista della progettazione del POC; − i criteri e le modalità per una corretta applicazione del principio dell’equità urbanistica in sede di progettazione del PSC; − la natura delle analisi, necessarie per effettuare una valutazione di sostenibilità ambientale delle scelte urbanistiche del PSC; − le misure di salvaguardia che il PSC intende siano applicate sino all’approvazione del POC e comunque non oltre i tre anni dalla data dell’adozione di quest’ultimo. Il PSC individua: − gli ambiti di conservazione, di riqualificazione, di trasformazione e per ciascuno di essi stabilisce il fabbisogno di attrezzature e spazi collettivi da realizzare e i relativi requisiti funzionali di accessibilità e fruibilità sociale, articolati per bacini di utenza; − le parti costruite del territorio comunale da conservare (per esempio Centro Storico), quelle che necessitano di riqualificazione, quelle che richiedono sostituzioni anche rilevanti del costruito, quelle destinate ad accogliere possibili espansioni del tessuto urbano; − le parti del territorio comunale di elevato valore paesistico da tutelare; − le parti del territorio comunale agricole e forestali da preservare da insediamenti impropri; − le aree ritenute idonee ad accogliere le attrezzature e spazi collettivi di interesse sovracomunale se, e in quanto, previsti dal PTR e/o dal PTCP; − il sistema delle principali vie di comunicazione stradali e ferroviarie e dei relativi nodi di interscambio;

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le fasce di rispetto delle infrastrutture afferenti la mobilità delle merci e delle persone.

Il PSC prevede: − il numero di abitanti futuri (previsione di norma decennale) conformandosi alle modalità di calcolo stabilite dalla Regione tenendo conto delle previsioni del PTCP; − la riorganizzazione delle attività produttive, comprese quelle agricole, le attività di servizio, direzionali, commerciali e turistiche nel lungo periodo. In linea di massima gli elaborati del PSC sono i seguenti: − la Relazione illustrativa dei criteri e delle scelte di piano; − le Tavole di piano, redatte a scala idonea (sono consigliate le scale 1:25000, 1: 10000, 1:5000); − le Norme Tecniche di Attuazione; − la valutazione della sostenibilità ambientale delle previsioni del PSC. Valutazione di sostenibilità ambientale. Valutazione di sostenibilità ambientale si avvale di analisi ad ampio spettro sullo stato dell’ambiente e sulle linee di programmazione territoriale e locale; da tali analisi derivano gli obiettivi ambientali generali che devono essere integrati negli obiettivi del piano. Fissati tali obiettivi e identificati i possibili interventi e le linee di azione, si procede all’analisi degli effetti ambientali dovuti alle scelte di piano e delle possibili alternative, selezionando l’alternativa più sostenibile. La valutazione si conclude con un “rapporto ambientale” che registra il modo nel quale si è sviluppato il processo di valutazione ambientale ed è stata selezionata l’alternativa più sostenibile tra quelle possibili.

Caratteristiche del Piano Operativo Comunale (POC) Il POC provvede a: −

− −

selezionare fra ambiti da riqualificare e ambiti da trasformare su cui – nell’arco dei cinque anni di validità del POC – il Comune prevede che si concentrino in modo esclusivo gli interventi sia pubblici sia privati. Per questo motivo il POC può essere formato anche progressivamente per parti del territorio sino a interessare l’intero territorio comunale; regolare e definire le modalità di trasferimento e di compensazione dei diritti edificatori in ossequio al principio della perequazione urbanistica; definire le modalità di attuazione degli interventi dal punto di vista morfologico, sociale ed economico;

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− −

indicare gli interventi che per estensione e qualità richiedono di essere assoggettati a specifiche valutazioni di sostenibilità e fattibilità e a eventuali interventi di mitigazione degli impatti; definire dal punto di vista quantitativo – in ragione del tipo e dimensione dell’intervento; dell’assetto urbanistico, delle destinazioni d’uso, degli indici edificatori ed edilizi cui l’intervento stesso è tenuto a rispettare – le dotazioni territoriali che concorrono a realizzare lo “standard di qualità urbana e di qualità ecologico ambientale”; localizzare le opere e i servizi pubblici e di interesse pubblico.

Gli elaborati del POC sono i seguenti: − − − − −

la Relazione illustrativa degli elementi descrittivi, normativi e cartografici comprovanti la compatibilità del POC con il PSC, anche sotto il profilo ambientale; le Tavole di piano, redatte a scala idonea (è consigliata la scala 1:2000 per i centri e nuclei abitati, 1:5000 per le parti esterne agli stessi, e 1: 1000 per eventuali indicazioni di dettaglio); le Norme Tecniche di Attuazione aderenti al Regolamento Edilizio; l’Analisi di coerenza, documento che consente di verificare le potenzialità e le debolezze del POC, stabilendo il grado di rispondenza tra obiettivi e azioni; gli Approfondimenti di natura geotecnica e idrogeologica eventuali.

L’approvazione del PSC e del POC L’approvazione del PSC segue un percorso stabilito dalle leggi regionali nel corso del quale la Giunta Comunale assume le seguenti decisioni: − predispone un “documento preliminare” al PSC e su di esso effettua tutte le consultazioni che ritiene necessarie per migliorarlo; − convoca una “Conferenza di Pianificazione” al cui esame sottopone per un primo giudizio il “documento preliminare”; − adotta il “documento preliminare” e dell’avvenuta adozione dà notizia con pubblicazione per estratto sull’Albo Pretorio; − esamina e controdeduce alle osservazioni mosse al “documento preliminare” apportandovi le necessarie modifiche. AI termine di questa operazione il “documento preliminare” si trasforma in Piano Strutturale Comunale (PSC); − convoca nuovamente una “Conferenza di Pianificazione” al cui giudizio sottopone il PSC. Nel corso di svolgimento di detta Conferenza, la Provincia esprime il proprio parere vincolante sulla compatibilità del PSC con il PTCP; − dà il proprio consenso alla stesura finale del PSC previa modifica degli elaborati in recepimento delle eventuali variazioni richieste dalla “Conferenza di Pianificazione”; − invia al Consiglio Comunale il PSC per la definitiva approvazione. Il PSC viene pubblicato per estratto sul Bollettino Ufficiale della Regione e a partire dalla data di quest’ultimo il PSC entra in vigore e assume efficacia giuridica.

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L’approvazione del POC avviene secondo un percorso stabilito dalle leggi regionali. Generalmente la successione dei passaggi per addivenire all’approvazione di un POC è la seguente: − la Giunta Comunale approva con apposita deliberazione il “documento preliminare” al POC conforme alle previsioni contenute nei documenti di programmazione triennale del Comune nel settore delle opere pubbliche e ne dà la massima pubblicizzazione possibile attraverso giornali e manifesti; − gli Operatori pubblici e privati hanno facoltà di presentare le loro proposte impegnandosi ad attuare gli interventi entro l’arco di tempo di cinque anni corrispondenti al periodo di tempo stabilito per la validità del POC; − la Giunta Comunale vaglia le proposte dianzi dette ed entro circa tre mesi dalla fine della consultazione sottopone all’approvazione del Consiglio Comunale il “progetto preliminare del POC”. Al progetto chiunque ha diritto di muovere delle osservazioni nei tempi stabiliti (normalmente: 30 giorni dalla pubblicazione e altri 30 giorni per presentare le osservazioni); − la Giunta Comunale al termine del periodo stabilito per presentare le osservazioni avvia la fase di controdeduzione a queste ultime; − la Giunta Comunale presenta al Consiglio Comunale il “progetto definitivo del POC” per l’approvazione; − la Giunta Comunale trasmette per conoscenza alla Regione, alla Provincia, alla Città metropolitana e, ove il caso anche alla Comunità Montana, la deliberazione di approvazione; − il POC è pubblicato per estratto sul BUR e da tale data entra in vigore e assume efficacia giuridica.

Piani attuativi del Piano Regolatore Generale Il PRG nel suo duplice aspetto di Piano Strutturale Comunale (PSC) e di Piano Operativo Comunale (POC) definisce all’interno degli ambiti territoriali di conservazione, riqualificazione e di trasformazione le parti in cui è ammesso l’intervento diretto e quelle in cui l’intervento è subordinato alla formazione e approvazione di strumenti attuativi. In difetto di tale definizione, le parti del territorio da assoggettare alla formazione e all’approvazione degli strumenti attuativi sono delimitate con specifici provvedimenti amministrativi che non costituiscano varianti al PRG. Sono strumenti attuativi del PRG: − il Piano Esecutivo di iniziativa pubblica sottoforma di: - Piano Particolareggiato Esecutivo (PPE); - Piano per l'Edilizia Economica e Popolare (PEEP); - Piano di Recupero del patrimonio edilizio Esistente (PdR); - Piano per Insediamenti Produttivi (PIP); − il Piano Esecutivo di iniziativa privata sottoforma di: - Piano Esecutivo Convenzionato (PEC).

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Il Piano Particolareggiato Esecutivo (PPE) Il Piano Particolareggiato Esecutivo è uno strumento di iniziativa pubblica di attuazione del PRG. Fatto salvo quanto previsto dalle singole leggi regionali il PPE deve dare indicazioni circa: − la rete stradale; − i dati altimetrici principali; − le masse e le altezze delle costruzioni lungo le principali strade o piazze; − gli spazi riservati a opere o impianti di interesse pubblico; − gli edifici destinati a demolizione e ricostruzione o soggetti a restauro o a bonifica edilizia; − la suddivisione degli isolati in lotti fabbricabili; − gli elenchi catastali delle proprietà da espropriare o da vincolare. Il PPE deve essere corredato da una relazione di previsione di massima delle spese occorrenti per l’acquisizione delle aree e per le sistemazioni necessarie per l’attuazione del piano e da una relazione di compatibilità ambientale. Il PPE è sempre corredato da una rappresentazione planivolumetrica molto dettagliata anche per quanto riguarda l’ambiente circostante, allo scopo di conciliare il rispetto delle norme dettate dal PRG con una corretta composizione dei volumi e degli spazi liberi, premessa indispensabile alla successiva fase di progettazione architettonica degli edifici previsti. L’iniziativa per la formazione del PPE spetta al Comune. È tuttavia facoltà della Regione prefiggere un termine per la compilazione dei PPE riguardanti zone di particolare interesse.

Procedura di formazione di un PPE La procedura di formazione e approvazione di un PPE si può ricondurre alle seguenti fasi: − compilazione del Piano a cura del Comune; − adozione del Piano con deliberazione del Consiglio Comunale; − deposito del Piano adottato presso la Segreteria Comunale e pubblicazione per estratto all’Albo Pretorio del Comune per 30 giorni consecutivi durante i quali chiunque può prenderne visione e presentare, nei successivi 30 giorni, osservazioni nel pubblico interesse. Sulle osservazioni è chiamato a esprimersi il Consiglio Comunale in sede di approvazione apportando eventuali modifiche.

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Efficacia e validità nel tempo di un PPE Il PPE assume efficacia con la pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione della deliberazione di approvazione divenuta esecutiva ai sensi di legge. L’approvazione del PPE equivale a dichiarazione di pubblica utilità delle opere ivi previste, per cui gli immobili necessari per la realizzazione dei servizi e degli impianti pubblici previsti dal piano possono essere sottoposti a procedimento di esproprio. La validità di un PPE è fissata in 10 anni, trascorsi i quali esso diventa inefficace per le parti non attuate, rimanendo fermo a tempo indeterminato l’obbligo di rispettare gli allineamenti stradali da esso stabiliti. Se nel PPE sono compresi immobili vincolati ai sensi del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, il Piano adottato dev’essere sottoposto al parere vincolante della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici o altro organo regionale avente specifica competenza in materia. A decorrere dalla data di adozione del PPE da parte del Consiglio Comunale, sono applicate le misure di salvaguardia di cui alla legge n. 1902/1952 e successive modificazioni. I comparti edificatori Nei termini di validità del PPE il Comune può procedere alla formazione di comparti edificatori intesi come singole unità di intervento comprendenti fabbricati da trasformare e/o da edificare ex-novo nel rispetto delle prescrizioni del PPE da cui dipendono. La formazione del comparto consente al Sindaco di invitare i proprietari degli immobili compresi nel comparto a dichiarare, entro un dato termine, la propria disponibilità a procedere alle trasformazioni stabilite dal PPE, da soli o riuniti in consorzio. Il consorzio è valido ove aderiscano almeno i proprietari di 3/4 del valore del comparto, in base all’imponibile catastale, e gli stessi possono conseguire la disponibilità di tutto il comparto mediante l’espropriazione delle aree e delle costruzioni dei proprietari non aderenti.

Il Piano di zona per l’Edilizia Economica e Popolare (PEEP) Il Piano per l’Edilizia Economica e Popolare è uno strumento urbanistico esecutivo istituito dalla legge n. 167/1962 contenente le Disposizioni per favorire l’acquisizione di aree fabbricabili per l’edilizia economica e popolare. Le finalità della legge 167 erano essenzialmente due: assicurare ai Comuni la disponibilità di aree per interventi di edilizia abitativa a basso costo e fare in modo che tali interventi non avvenissero in modo episodico e casuale, ma in base a programmi e progetti ben definiti e adeguatamente inseriti nell’ambiente. La legge prevedeva che le aree da comprendere nei PEEP fossero scelte nelle aree residenziali previste dai piani regolatori vigenti o adottati. I contenuti e l’iter procedurale del PEEP sono gli stessi previsti per il PPE.

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Il PEEP approvato ha una validità di 18 anni che può essere prorogata, per non più di due anni, con provvedimento regionale. Al pari del Piano Particolareggiato Esecutivo, l’adozione del PEEP determina l’applicazione delle misure di salvaguardia di cui alla legge n. 1902/1952 e successive modificazioni. Caratteristiche dei PEEP Giuridicamente il PEEP ha lo stesso valore del PPE e per questo motivo comporta la dichiarazione di pubblica utilità delle opere nonché quella di indifferibilità e urgenza delle medesime. Perciò le aree comprese nel PEEP sono soggette a procedimento di esproprio. A esproprio avvenuto i Comuni possono: concedere il diritto di superficie sulle aree espropriate a favore di enti e cooperative edilizie; cederle in proprietà a cooperative edilizie o singoli operatori (con preferenza per i proprietari espropriati) nei limiti di una quota non inferiore al 20% e non superiore al 40% in termini volumetrici. I concessionari o gli assegnatari di tali aree possono utilizzarle esclusivamente per la costruzione di abitazioni di tipo economico e popolare.

Il Piano per Insediamenti Produttivi (PIP) Il Piano per Insediamenti Produttivi è finalizzato alla razionale organizzazione dei nuovi insediamenti industriali e/o artigianali di produzione (talvolta anche attività terziarie) nonché al riordino di quelli esistenti. L’iniziativa per la formazione del PIP spetta al Comune, previa autorizzazione della Regione. Le aree da comprendere nel PIP devono essere scelte fra quelle destinate a insediamenti produttivi dal PRG in vigore.

Contenuti del PIP I contenuti fondamentali del PIP sono: − la delimitazione del territorio interessato dal Piano; − i progetti di massima delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria e di eventuali impianti tecnici di uso comune; − l’organizzazione della viabilità interna ed esterna e dei relativi collegamenti; − l’individuazione di eventuali insediamenti produttivi esistenti da mantenere, ristrutturare, ampliare; − la delimitazione dei lotti da destinare alla costruzione di nuovi fabbricati ovvero di quelli esistenti da riordinare; − le norme tecniche atte a disciplinare gli interventi previsti; − i programmi e i tempi di attuazione del Piano; − la previsione della spesa occorrente;

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una relazione di compatibilità ambientale comprendente un’accurata analisi degli impatti.

Il PIP ha validità decennale a partire dalla data del decreto regionale che lo approva e, al pari del Piano Particolareggiato Esecutivo, la sua adozione determina l’applicazione delle misure di salvaguardia di cui alla legge n. 1902/1952 e successive modificazioni. Caratteristiche del PIP Giuridicamente il PIP ha la stessa efficacia del PPE e le aree in esso comprese sono soggette a procedimento espropriativo. A esproprio avvenuto il Comune promuove l’utilizzazione di dette aree per la realizzazione di impianti produttivi cedendole in proprietà in misura non superiore al 50% e concedendo la rimanente parte in diritto di superficie con preferenza per gli enti pubblici. L’approvazione del PIP equivale a dichiarazione di pubblica utilità delle opere in esso previste. La procedura di formazione e approvazione del PIP è analoga a quella prevista per il PEEP.

Il Piano Esecutivo Convenzionato (PEC) Il Piano Esecutivo Convenzionato si differenzia dal PPE, oltre che per la figura giuridica di chi lo promuove, (i privati nel caso del PEC, il Comune nel caso del PPE) per il fatto che non può imporre limitazioni efficaci sulla proprietà privata da cui scaturisca il potere da parte dell’Ente pubblico di espropriare gli immobili necessari per le sistemazioni urbanistiche in esso previste. I PEC possono essere di “libera iniziativa” ovvero “imposti” qualora l’obbligo di proporli sia espressamente prevista dal PRG.

Elementi fondanti del PEC Elementi fondanti del PEC sono: − la convenzione fra Comune e privati proponenti il PEC per stabilire modalità di intervento, oneri e relative garanzie, tempi di attuazione; − la verifica degli standard urbanistici stabiliti dal PRG riferiti alla capacità insediativa del PEC (espressa in vani o abitanti se trattasi di insediamento residenziale; in superficie coperta se trattasi di insediamenti produttivi; in superficie lorda di pavimento se trattasi di insediamenti direzionali-commerciali). Per capacità insediativa del PEC si intende la quantità di edificazione realizzabile sulle aree assoggettate a PEC, nell’arco di validità dello stesso, nel rispetto delle prescrizioni del Piano Regolatore Generale; − il rispetto dei parametri e degli indici distinguendo fra quelli che si riferiscono alla quantificazione dell’edificazione ammessa (per esempio

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indice di densità territoriale) stabiliti dal PRG e quelli più propriamente riguardanti la qualità ambientale dei manufatti (per esempio fabbricati alti e bassi, chioschi e recinzioni) previsti dal Regolamento Edilizio; la traduzione grafica delle scelte urbanistiche riguardanti la viabilità interna, l’ubicazione dei fabbricati, la sistemazione delle attrezzature pubbliche negli appositi spazi a esse riservati, la forma e l’estensione dei lotti da edificare.

Caratteristiche del PEC I PEC sono approvati con deliberazione del Consiglio Comunale; e sono operativi all’atto in cui detta deliberazione diviene esecutiva ai sensi di legge. Le destinazioni d’uso delle aree e dei fabbricati fissati dal PEC hanno efficacia nei confronti di chiunque. Va sottolineata la necessità che anche in presenza di un PEC approvato, esiste comunque da parte dei privati l’obbligo di chiedere il permesso di costruire per gli interventi in esso previsti, nonché l’obbligo di attendere il rilascio dello stesso prima di dare inizio ai lavori. Contenuti della convenzione La convenzione di un PEC deve contenere: − la cessione gratuita, entro termini prestabiliti, delle aree necessarie per le opere di urbanizzazione primaria e secondaria; in determinate situazioni la cessione delle aree può essere sostituita dal pagamento al Comune di una somma corrispondente al valore delle stesse (“monetizzazione”); − l’assunzione a carico dei proprietari degli oneri relativi alle opere di urbanizzazione primaria, alla parte di opere di urbanizzazione secondaria relative al PEC e a quelle opere che siano necessarie per allacciare la zona ai pubblici servizi, nonché alle opere di urbanizzazione indotta (comunemente i suddetti oneri vengono quantificati dal Comune sulla base di Tabelle parametriche regionali, ferma restando la possibilità per i privati di realizzare in proprio parte di esse a scomputo dell’importo da corrispondere al Comune per oneri di urbanizzazione); − il termine non superiore a 10 anni entro il quale dev’essere ultimata l’esecuzione delle opere inerenti alle urbanizzazioni; − le congrue garanzie finanziarie per gli obblighi derivanti al privato per effetto della stipula della convenzione.

Il Regolamento Edilizio è uno strumento normativo avente vigore nell’ambito del Comune, e ha lo scopo di limitare e orientare l’attività edificatoria. Il Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia stabilisce che i Comuni adottino un Regolamento Edilizio che disciplini l’attività costruttiva “con particolare riguardo al rispetto delle norme tecnico-estetiche, igienico-sanitarie, di sicurezza e vivibilità degli immobili e delle pertinenze degli stessi”.

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L’antefatto L’attuale Regolamento edilizio è stato preceduto nel corso del XIX secolo da alcuni strumenti che hanno fatto da apri pista alle forme di regolamentazione edilizia di conservazione e ampliamento di numerose città del nostro Paese. Un cenno particolare lo meritano i Regolamenti dei piani di abbellimento degli abitati e di istituzione delle Commissioni d’onorato che furono prodotti e applicati a seguito dei regi biglietti dell’allora Re di Sardegna, Carlo Alberto, che prima ancora che venisse promulgato lo Statuto Albertino del 1848 si era dimostrato interessato ai temi della regolamentazione edilizia e dell’abbellimento delle città del proprio regno. Con la proclamazione del Regno d’Italia del 1861, e in modo particolare con la legge n. 2248 del 1865, il Regolamento Edilizio ha assunto la configurazione che conservò pressoché intatta fino alla promulgazione della legge urbanistica n. 1150 del 1942. Con l’entrata in vigore di quest’ultima al Regolamento Edilizio fu associato il “Programma di Fabbricazione”. Successivamente i Piani Regolatori e le relative norme tecniche di attuazione sostituirono di fatto i Programmi di Fabbricazione e i Regolamenti Edilizi.

Le Norme Generali Le norme del Regolamento Edilizio si suddividono generalmente in tre gruppi: − norme di procedura riguardanti le modalità per la richiesta e il rilascio del permesso di costruire, per la presentazione della Denuncia di inizio attività (DIA), per la presentazione e l’esame dei progetti edilizi, per la vigilanza sui lavori ecc.; − norme di carattere edilizio e urbanistico riguardanti la definizione degli indici e dei parametri edilizi e urbanistici, la tipologia e le caratteristiche degli edifici secondo le varie zone, l’aspetto estetico degli stessi, i tracciati stradali, i profili delle piazze ecc.; − norme di carattere igienico-sanitario riguardanti le dimensioni dei locali, l’illuminazione e l’areazione degli stessi, i servizi tecnici e igienici, le opere per il superamento delle barriere architettoniche ecc.

L’approvazione Il Regolamento Edilizio è adottato con deliberazione del Consiglio Comunale e trasmesso all’Azienda Sanitaria Locale (ASL) che esprime il proprio parere sugli aspetti igienico-sanitari del regolamento. Successivamente il Regolamento Edilizio è inviato alla Regione per l’approvazione. La Giunta Regionale può introdurre modifiche d’ufficio per correggere errori, chiarire prescrizioni e operare

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adeguamenti a norma di legge. Il Regolamento Edilizio assume efficacia con la sua pubblicazione, per estratto, sul Bollettino Ufficiale della Regione. Nel riconfigurare il Regolamento Edilizio è diventata prassi ordinaria mantenere una netta separazione tra le prescrizioni che riguardano la regolamentazione edilizia e le prescrizioni urbanistiche proprie di un Piano Regolatore Generale. Alcune Regioni hanno elaborato “Regolamenti Edilizi Tipo” che i Comuni possono adottare con eventuali integrazioni e adeguamenti alle situazioni locali. Regolamento Edilizio e Codice Civile Alcune norme del Regolamento Edilizio possono essere integrative del Codice Civile con particolare riferimento alla disciplina: − della proprietà edilizia (artt. 869, 872); − delle distanze nelle costruzioni (artt. 873 e segg.; − delle luci e vedute (artt. 900, 907); − dello stillicidio (art. 908). La violazione delle norme integrative o modificative del Codice Civile comporta il risarcimento del danno a favore di chi lo ha subito e l’eliminazione dello stato di cose abusivamente creato.

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L’UNIVERSO DEI RIFIUTI Sempre più spesso in primo piano tra le notizie di cronaca, i rifiuti sembrano essere il tormentone dell’era moderna. Ad ogni attività umana, anche la più naturale e consolidata, è associata una sempre più preoccupante produzione di rifiuti. Rifiuti di ogni tipo, solidi, liquidi, gassosi... spam, che vengono prodotti ogni giorno in ogni settore e per qualsiasi attività. Dalla pattumiera domestica, al fusto di olio esausto, allo scarico della lavatrice, dai fumi grigi che fuoriescono dal camino di una centrale elettrica a carbone, ai vapori di benzene che si inalano quando si rifornisce di benzina l’autovettura, ai gas di scarico delle automobili che si respirano attraversando una strada trafficata. Invadono il mondo. Lo immondano. Ne sono una parte ineliminabile, ma una “parte” che non smette di confondersi col “tutto”. Si manifestano nella forma della fastidiosità e della repellenza. I rifiuti infastidiscono. Si vorrebbe evitare di averci a che fare. Si vorrebbe nasconderli, ma saltano sempre di nuovo fuori. Non si sa dove metterli e si vorrebbe fare a meno di doverci pensare. Si tratta di una persecuzione che manifesta un aspetto spettrale. E gli spettri ritornano sempre, per quel che se ne sa, fino a quando la loro richiesta non sia soddisfatta. Tentare una definizione di rifiuto non è cosa banale e ovvia. Si tratta, spesso, di una categoria difficile da socializzare e da definire in modo condiviso. Noi ci ispireremo a quello che le norme attualmente in vigore considerano rifiuto: “qualsiasi sostanza o oggetto che rientra nella categorie riportate nell’allegato A e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsene”. Così si legge alla lettera a dell’articolo 6 del D. Lgs. n. 22 del 1997 (il c.d. decreto Ronchi) testo di legge quadro in materia di inquinamento da rifiuti solidi, liquidi ed aeriformi. La definizione, tuttavia, non è stata esente da numerose interpretazioni che hanno portato nel 2002 a formulare delle precisazioni in merito. In particolare l’art. 14 del D.l. n.138 del 8 luglio 2002 specifica quello che deve intendersi per “si disfi”, “abbia deciso di disfarsi” e “abbia l’obbligo di disfarsi” di cui all’art.6 comma 1, lettera a) del decreto Ronchi. Il testo stabilisce che per: “si disfi” va inteso: qualsiasi comportamento attraverso il quale in modo diretto o indiretto una sostanza, un materiale o un bene sono avviati o sottoposti ad attività di smaltimento o di recupero, secondo gli allegati B e C del decreto Ronchi; “abbia deciso” va inteso: la volontà di destinare ad operazioni di smaltimento e di recupero, secondo gli allegati B e C del decreto Ronchi sostanze, materiali o beni; “abbia l’obbligo di disfarsi” va inteso: l’obbligo di avviare un materiale, una sostanza o un bene ad operazioni di recupero o di smaltimento, stabilito da una disposizione di legge o da un provvedimento delle pubbliche autorità o imposto dalla natura stessa del materiale, della sostanza e del bene o dal fatto che i medesimi siano compresi nell’elenco D del decreto Ronchi.

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Tralasciando i complessi problemi giurisprudenziali che hanno caratterizzato la materia in merito tanto alla definizione di rifiuto quanto al contenuto degli allegati a cui si riferisce, si ritiene significativo confrontare la definizione di rifiuto attualmente in vigore con quella precedentemente enunciata dal Dpr n. 915 del 10 settembre 1982: “si chiama rifiuto qualsiasi sostanza o oggetto derivante da attività umane o da cicli naturali, abbandonato o destinato all’abbandono”. Il rifiuto sembra tale in quanto tale e non perché risultato dell’azione “di disfarsi” voluta o dovuta a carico di un preciso soggetto. Risulta ben evidente l’associazione tra il concetto di rifiuto e quello di abbandono, che rispecchia appieno la mentalità che ha sorretto e approvato ogni attività relativa ai rifiuti negli ultimi quindici anni. Da questa definizione potrebbe derivare una visione dei rifiuti come elemento a sé stante e non come parte di una rete invisibile di trasfomazioni legate ai processi produttivi, alle modalità di consumo e all’uso delle risorse. Non solo, vi si potrebbe leggere anche una sorta di legittimazione del singolo a non sentirsi coinvolto né responsabile della produzione e della destinazione dei propri rifiuti; segno evidente di una rottura di relazioni tra il cittadino ed il territorio in cui vive. In media ogni persona produce in un solo giorno: − − −

300 litri di rifiuti liquidi; 15 kg di rifiuti gassosi; 1,2 kg di rifiuti solidi.

Le attività umane ed i rifiuti prodotti: consumo di acqua e scarichi Ogni abitante consuma mediamente 300 l di acqua potabile al giorno. Si tratta di acqua particolarmente pregiata che viene utilizzata più o meno consapevolmente per soddisfare ogni esigenza domestica. Dalle esigenze alimentari, a quelle igieniche a quelle hobbistiche (lavaggio dell’automobile, irrigazione del giardino), spesso con sprechi molto consistenti (circa il 50%). L’acqua prelevata dalle sorgenti, dagli invasi o captata dai pozzi non senza costi sociali e consumi di energia, viene trattata in appositi impianti di potabilizzazione per poi essere distribuita, attraverso la rete idrica, a quasi tutte le utenze domestiche che possono beneficiare della risorsa idrica senza limitazioni, in qualsiasi momento e per tutto il tempo necessario a soddisfare ogni esigenza. Questo si traduce, oltre che in alti costi di approvvigionamento per una risorsa preziosa e non certo illimitata, anche nella produzione di rifiuti. Per ogni litro di acqua utilizzata, almeno l’80% si trasforma istantaneamente in rifiuto da raccogliere e smaltire opportunamente. Certo basta premere un pulsante per allontanarla da casa, senza cattivi odori né ingombri. Basta l’allacciamento alla rete fognaria per non preoccuparsi più della destinazione ultima che il rifiuto avrà e perdere la percezione della pericolosità e della quantità del rifiuto prodotto.

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Se per i rifiuti solidi la percezione della quantità e della pericolosità è legata al rapporto fatto di cattivi odori, sacchetti pesanti e insudiciati, tra il produttore e i siti di raccolta, per i rifiuti liquidi risulta difficile immaginare che una famiglia di 4 persone produce quotidianamente circa 1200 litri di reflui altrettanto maleodoranti e pericolosi per l’ambiente. Per ridurre e controllare gli effetti sull’ambiente dello smaltimento dei reflui civili si ricorre a sistemi di raccolta a rete (la fognatura) o singoli (le fosse Imhoff) per poi convogliare il rifiuto in appositi impianti di depurazione che riducono la pericolosità iniziale rendendo compatibile lo scarico con un corpo idrico ricettore (fiume, lago o mare) senza recare pregiudizio all’ecosistema. Si tratta di impianti complessi costituiti da diverse unità che funzionano in successione operando trattamenti fisici, biologici e chimici finalizzati all’allontanamento di buona parte delle sostanze inquinanti. Consumi d’acqua per persona e per anno Litri d’acqua Doccia

25.000

Bagno

50.000

Rubinetto tradizionale

44.000

Rubinetto a risparmio d’acqua

23.400

Lavatrice tradizionale

4.700

Lavatrice a basso consumo

2.600

Lavastoviglie tradizionale

7.300

Lavastoviglie a basso consumo

3.650

Consumi energetici

Riscaldamento, trasporto ed industria come produttori di gas di scarico Anche la produzione di rifiuti gassosi non è da sottovalutare. Molte le attività responsabili di tali produzioni, tanti i rischi sanitari e ambientali indotti dalle enormi quantità di fumi che ogni giorno vengono immesse in atmosfera. Dal riscaldamento domestico, alle mega centrali per la produzione di energia elettrica, al trasporto pubblico e privato, non c’è settore, al giorno d’oggi, che non sia responsabile direttamente o indirettamente di un’aliquota più o meno consistente di emissioni in atmosfera. Emissioni inquinanti con pericolosi effetti sia a livello locale sia a livello globale. Si pensi al benzene (un idrocarburo policiclico aromatico, cancerogeno) emesso dai motori a benzina delle autovetture e alle ingenti quantità di gas serra (metano e anidride carbonica) responsabili dei cambiamenti climatici a scala planetaria.

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Per minimizzare l’impatto sull’ambiente delle emissioni gassose si agisce su due fronti: da un lato si cercano combustibili e fonti energetiche meno impattanti (fonti rinnovabili o combustibili fossili “puliti” come il gas naturale), dall’altro si migliora, anno dopo anno, l’efficienza e le prestazioni dei sistemi di combustione e dei sistemi per l’abbattimento delle emissioni (veri e propri depuratori per fumi). È utile citare, ad esempio, il caso del mercato automobilistico in cui, in attesa di motori alimentabili con combustibili alternativi (idrogeno), si stanno diffondendo motori alimentati con combustibili non convenzionali e a basso impatto ambientale (gpl, metano, biodiesel), motori ad alta efficienza (Euro 5) e con sistemi di abbattimento delle emissioni (marmitte catalitiche). Emissioni di CO2 Autovettura

Emissioni specifiche

100 km

1.000km

10.000 Km

Utilitaria

135 g CO2/km

13,5 kg CO2

135 kg CO2

1.350 kg CO2

Berlina

170 g CO2/km

17 kg CO2

170 kg CO2

1.700 kg CO2

SUV

380 g CO2/km

38 kg CO2

380 kg CO2

3.800 kg CO2

Non sfugge il diverso impatto provocato, in termini di emissioni di anidride carbonica (gas serra, responsabile dei cambiamenti climatici), dalle differenti tipologie di autovetture. I dati, forniti da una nota casa produttrice tedesca, non lasciano dubbi: a seconda del tipo di motorizzazione le emissioni cambiano e in modo consistente. Si passa dai 135 g di anidride carbonica emessa per ogni km percorso a bordo di un’utilitaria ai 170 g di una berlina e ai quasi 400 g di una sport utility vagon. Considerando un utilizzo medio per 20.000 km in un anno e che un albero è in grado di assorbire per fotosintesi circa 10 kg di CO2 in un anno, per compensare le emissioni annuali di una Suv sono necessari circa 760 alberi che occupano una superficie di circa 1,5 ha (15.000 m2). Stufa elettrica Condizionatore Scalda bagno

2000 W * 5 ore al dì = 10 KW * 120 g = 1200 KW anno 1800 W * 5 ore al dì = 9 KW * 60 g = 540 KW anno 1500 W * 8 ore al dì = 12 KW * 350 g = 4200 KW anno

720 kg di CO2 324 kg di CO2 2520 kg di CO2

Approfondimento sui rifiuti solidi (urbani, industriali, da costruzione, ecc) Il decreto Ronchi classifica i rifiuti in base all’origine e alla pericolosità.

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In base all’origine si dividono in urbani (quelli di origine domestica, i rifiuti provenienti dallo spazzamento delle strade, i rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, i rifiuti provenienti da esumazioni ed estumulazioni, ecc.) e in speciali (come ad esempio i rifiuti da lavorazioni industriali, artigianali, commerciali e di servizio, da attività agricole e agro-industriali, i rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, costruzione e scavo, da attività sanitarie, i macchinari obsoleti, i veicoli a motore fuori uso, nonché i rifiuti derivanti da trattamento di rifiuti, acque di rifiuto ed emissioni gassose). In base alla pericolosità, invece, sono distinti in pericolosi e non pericolosi.

Non pericolosi

URBANI Pericolosi

ORIGINE Non pericolosi

SPECIALI Pericolosi

I rifiuti solidi costituiscono una delle più grandi minacce per l’ambiente dell’ultimo periodo. La loro produzione, correlata al benessere delle società moderne, è in costante aumento, insieme alla pericolosità e alla consapevolezza della popolazione rispetto al problema. Quest’ultimo aspetto sembra paradossale: essere consapevoli della gravità del problema e dei rischi che ne derivano e non far nulla per invertire la tendenza e diminuire la produzione e la pericolosità dei rifiuti. Quanti riescono ad immaginare che per produrre uno spazzolino da denti dal peso complessivo di circa 20g occorre generare, in fase di produzione, circa 1,5 kg di rifiuti speciali? Che dire allora per i telefonini, altro bene ormai considerato usa e getta con una vita media di circa un anno. Pesano qualche etto a fronte di ben 75 kg di rifiuti speciali prodotti in fase di produzione di un solo esemplare. E un Pc? Vita media 2 anni. Peso: 10 kg. Rifiuti generati in fase di produzione: 1500 kg.

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Se da un lato non sembra possibile reagire alla “calamità naturale” dei rifiuti solidi, dall’altro le comunità locali si organizzano, più o meno consapevolmente, per opporsi alla realizzazione degli impianti per il trattamento e lo smaltimento dei residui solidi. Da un lato, dunque, non sembra possibile rinunciare ai piaceri offerti dalla tecnologia, dalle innovazioni, dalle novità del mercato e delle grandi marche che prendono per mano dalla tenera età e accompagnano per tutta la vita, dall’altro si pretende, sempre più spesso, che tecnici e amministratori, quasi per magia, facciano scomparire l’immondizia dalle case e dalle strade senza costruire i temibili impianti che, per i più, appaiono come dannosi per la salute e per l’ambiente. Ma molto spesso si tratta di reazioni emotive irrazionali e del tutto infondate che hanno origine da una percezione del rischio del tutto sensazionalista. Insomma la stessa percezione che si traduce in un atteggiamento di esclusione e di scarto definitivo e violento verso oggetti con cui fino a qualche attimo prima si avevano rapporti molto ravvicinati e che dopo il loro utilizzo ultimo diventano improvvisamente inutili, sporchi e terribilmente dannosi. Ripartizione popolazione italiana per macroaree (Istat 2001) Abitanti

Percentuale sul totale

Nord

25.773.807

45%

Centro

10.976.433

19%

Sud

20.550.610

36%

Italia

57.300.850

Andamento della produzione RU suddivisa per macroaree Quantità in kton

1996

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

Nord

12.550

11.889

12.245

12.856

13.276

13.401

13.632

13.609

Centro

5.383

5.618

5.841

6.068

6.214

6.501

6.594

6.586

Sud

9.027

9.098

8.760

9.440

9.469

9.506

9.637

9.844

Italia

25.960

26.605

26.846

28.364

28.959

29.408

29.864

30.038

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Variazioni della produzione RU per macroaree: anni 2001-2002-2003 QuantitĂ (kton)

2001

2002

Variaz. % 01/02

Nord Centro Sud Italia

13.401 6.501 9.506 29.406

13.632 6.594 9.637 29.864

1,73 % 1,44 % 1,38 % 1,55 %

Perc. Su tot. RU 02 45,6 % 22,1 % 32,3 %

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2003

Variaz. % 02/03

13.609 6.586 9.844 30.038

- 0,17 % -0,13 % 2,14 % 0,58 %

Perc. Su tot. RU 02 45,3 % 21,9 % 32,8 %


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RIFIUTI: OLTRE LA DISCARICA Il problema dei rifiuti costituisce uno dei punti chiave per la gestione della cosa pubblica; su di esso si concentra l’interesse di vari settori della scienza, dell’opinione pubblica e, purtroppo, anche della malavita. Un itinerario didattico rigoroso comporta alcune difficoltà di natura politica. È infatti facile stabilire alcuni punti fermi (ad esempio il principio di conservazione della materia); in questo modo si rischia però di andare contro opinioni assai diffuse che non tengono alcun conto gli aspetti scientifici del problema.

Classificazione dei rifiuti Vediamo sinteticamente alcuni dati riguardo alla classificazione dei rifiuti, classificazione utile per indirizzare verso una corretta modalità di smaltimento. Rifiuti solidi urbani. Costituiscono i rifiuti che vengono posti nei cassonetti e che vengono periodicamente inviati allo smaltimento o al riciclaggio. Rifiuti speciali. Derivano dalle attività produttive, dagli ospedali, dalle attività di demolizione (edilizia e meccanica). Necessitano di un trattamento differenziato anche se non hanno particolari caratteri di pericolosità. Rifiuti pericolosi. Sono quelli che contengono sostanze nocive per la salute e per l’ambiente; fra di essi abbiamo le pile scariche e i medicinali scaduti.

Diverse modalità di smaltimento Le modalità principali di smaltimento dei rifiuti solidi urbani sono la discarica, la termodistruzione, il riciclaggio. Analizziamole con un minimo di dettaglio.

Discarica Alle discariche dovrebbe essere conferita solo la piccola parte di rifiuti che non è possibile smaltire in altri modi; nella realtà italiana invece finisce in discarica la maggior parte dei rifiuti prodotti. I problemi posti da questo stato di cose sono evidenti: visti i quantitativi in gioco, una discarica si esaurisce in un tempo relativamente breve, e la ricerca di luoghi adatti a nuove discariche è spesso fonte di problemi.

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Termodistruzione Quello della termodistruzione è il tema che più contrappone il punto di vista scientifico con quello degli ambientalisti: i rifiuti vengono in qualche modo bruciati, e l’associazione mentale fra rifiuti che bruciano e inquinamento è immediata; in più c’è da rilevare come i primi impianti di termodistruzione non fossero dotati di un adeguato controllo dei prodotti e avessero quindi un effetto molto sensibile sull’ambiente. Da un punto di vista chimico è invece perfettamente possibile realizzare impianti di termodistruzione nei quali le emissioni di gas nocivi sono abbattute ampiamente oltre i limiti previsti dalle vigenti leggi. Da qualche parte si obietta che queste emissioni devono essere ridotte completamente a zero, ma su questo punto devono essere fatte due considerazioni: − l’emissione zero è un limite ideale non raggiungibile. La riduzione oltre un certo limite (mai a zero) comporta un costo che cresce man mano che il limite si abbassa; un onorevole compromesso limita le emissioni a quantitativi perfettamente tollerabili e può avere un costo ragionevole; − è sbagliato paragonare l’effetto della termodistruzione con il nulla: dato che i rifiuti devono essere in qualche modo smaltiti dobbiamo, almeno per la frazione non riciclabile, fare il paragone con la discarica. Una volta innescata la combustione, i rifiuti bruciano da soli; può essere conveniente lo sfruttamento del calore sviluppato. Vediamo qualche dato al guardo: bruciando i rifiuti così come vengono prodotti, la resa termica è di circa 9000 kJ/kg; − eliminando la frazione umida e i metalli, si ottiene una frazione secca il cui potere calorifico medio è di circa 16000 kJ/kg; − attraverso procedimenti meccanici di triturazione, compattazione ed essiccamento si ottiene un combustibile (RDF, Refuse Derived Fuel) il cui potere calorifico può arrivare a 20000 kJ/kg; − selezionando le sole materie plastiche si ottiene un combustibile (PDF, Plastic Derived Fuel) che produce temperature molto elevate e che risulta quindi adatto a utilizzi quali la produzione di cemento. Ci sono anche punti a sfavore della termodistruzione. Il principale è quello dei costi: necessitano caldaie apposite, che prevedano il recupero continuo dei residui solidi e soprattutto che consentano il controllo dei fumi emessi. Per gli inquinanti si può effettuare una prima distinzione fra macroinquinanti (ordine di grandezza mg/m3) e microinquinanti (µg/m3 o ng/m3). I macroinquinanti sono costituiti da ossidi di zolfo e di azoto, monossido di carbonio, acido cloridrico; già da tempo sono disponibili apparati che tengono il livello di queste emissioni molto al di sotto di quanto previsto dalle normative vigenti.

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Per i microinquinanti viene immediatamente fuori la diossina; evitando atteggiamenti emotivi, su questo punto è opportuno fare un minimo di chiarezza. Dopo l’episodio di Seveso, sono stati messi a punto sistemi di analisi che permettono di individuare la diossina anche quando è presente in quantitativi veramente minimi, e il risultato è stato sconcertante: praticamente dappertutto è diffuso un «fondo» naturale di diossina. Si forma infatti diossina tutte le volte che viene bruciata materia organica a una temperatura non particolarmente elevata; il contributo maggiore deriva probabilmente dagli incendi boschivi. In conclusione, è perfettamente inutile pretendere la famigerata «emissione zero»: occorre invece stabilire limiti ben precisi di contenuto delle emissioni e farli rispettare; fra l’altro un atteggiamento di questo tipo può far capire al grande pubblico che non esiste solo la diossina, ma che nei fumi di qualsiasi origine è contenuta una gran varietà di sostanze tossiche e inquinanti, i cui livelli devono essere tenuti sempre sotto controllo.

Recupero e riciclaggio Il moderno riciclaggio consiste nel riutilizzo di ciò che viene recuperato non come oggetto, ma come materia prima; i principali materiali recuperati sono carta e cartone, lattine, vetro, plastica. Analizziamo punto per punto vantaggi e svantaggi delle operazioni di riciclaggio. Per lattine e vetro i vantaggi sono tanti, gli svantaggi pochi. La gran maggioranza delle lattine è di alluminio, e da esse si può ricavare un metallo perfettamente puro, con un risparmio energetico elevatissimo rispetto all’estrazione dell’alluminio dal minerale (ricordiamo che questa estrazione ha luogo attraverso elettrolisi del minerale fuso). Anche il riciclaggio del vetro è estremamente utile, in quanto è opportuno limitare l’utilizzo di materiale di primo impiego (sabbia silicea). Il riciclaggio della carta ha assunto una connotazione fortemente emotiva («per fabbricare questa carta non sono stati abbattuti alberi»); i risultati di un’analisi scientificamente ben condotta possono però essere inaspettati. I punti che emergono sono i seguenti: − se la carta è preparata a partire da alberi appositamente coltivati, all’abbattimento seguirà una nuova coltivazione, senza alcun danno ambientale; − il riciclaggio porta alla produzione di acqua con inquinamento non elevato, ma in quantitativi ingenti; un impianto per il riciclo della carta può quindi essere inquinante in modo significativo; − occorre quindi puntare decisamente alla limitazione dell’uso della carta. Nei paesi sviluppati lo spreco è ingentissima: come facile esempio, avere tutti i giorni un giornale di 40-60 pagine non serve assolutamente a nulla.

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Per le materie plastiche, il maggior problema che deriva dalla raccolta differenziata è quello del quantitativo, dovuto soprattutto ai contenitori per liquidi. Qualche numero: nel 1996 sono stati utilizzati oltre 8 miliardi di contenitori per un totale di 358.000 tonnellate; la raccolta differenziata ha riguardato il 21%, mentre il rimanente 79% è finito in discarica. Si tratta evidentemente di una situazione insostenibile. La lentezza del degrado delle materie plastiche pone gravi problemi per le discariche; la raccolta differenziata, se completamente indirizzata verso il riciclaggio, provocherebbe giocoforza una sovrapproduzione del materiale derivante dal riciclo. La conclusione è evidente: o si limita drasticamente l’uso dei flaconi di plastica, o si deve ricorrere alla termodistruzione con recupero energetico (termovalorizzazione).

Materiale organico: produzione di compost Il materiale organico contenuto nei rifiuti può essere vantaggiosamente trasformato in un ottimo concime, al quale viene dato il nome di compost. La produzione di compost è favorita da specie selezionate di lombrichi che si nutrono dei rifiuti effettuandone rapidamente la trasformazione; il concime che si ottiene è di ottima qualità, e il suo prezzo risulta abbastanza remunerativo. Naturalmente, a favore della produzione di compost non gioca solo il fattore economico, ma anche (e forse soprattutto) l’eliminazione di una frazione di rifiuti che dovrebbe finire in discarica. Oltretutto è proprio nella frazione organica che possono avvenire processi fermentativi e putrefattivi che, producendo una quantità apprezzabile di calore, possono innescare pericolosi fenomeni di autocombustione.

Quanta energia dai rifiuti? Sul fatto che si possa ottenere energia dai rifiuti, si è già detto; è però opportuno, a livello didattico, provare a fare qualche semplice conto. Vediamo qualche esempio, limitando l’esame alle materie plastiche. a) Combustione di una bottiglia di plastica. Assumendo una resa termica di 20.000 kJ/kg (dato approssimato per difetto), per una bottiglia di plastica di 50 g il calore ricavato è di 106 J. Se questo calore viene utilizzato come tale, non ci sono problemi; se invece viene utilizzato per azionare un alternatore per la produzione di energia elettrica, occorre tener conto del secondo principio della termodinamica. Mettendo nel conto tutte le perdite fino ad arrivare al consumatore, possiamo pensare di ottenere un rendimento complessivo del 30%, per cui si ottengono 3 · 105 J di energia elettrica. Con un simile quantitativo di energia (derivante dalla combustione di una sola bottiglia) si può tenere accesa per 3000 s una lampadina da incandescenza da 100 W.

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b) Un ciclo di lavatrice. Per un ciclo completo possiamo calcolare un assorbimento medio di 1000 W per un tempo di 2 ore, quindi un consumo di circa 7 · 106 J. Se dalla combustione di una bottiglia di plastica si ricavano 3 · 105 J di energia elettrica, per 1 intero ciclo di lavatrice sono sufficienti 24 bottiglie. c) Supponiamo che la raccolta differenziata dei flaconi di plastica raggiunga livelli soddisfacenti, per un totale di 200.000 tonnellate da destinare alla termovalorizzazione: il quantitativo totale di energia che se ne potrebbe ricavare è di 4 · 1015 J; sotto forma di energia elettrica, più di 1015 J. Dato che un anno è composto da 3 · 107 s, la potenza costante complessiva a disposizione sarebbe di 3 · 107 W, ovvero di 30 MW: un risparmio piccolo, ma apprezzabile, sulla bolletta petrolifera.

Considerazioni conclusive Il lavoro didattico sui rifiuti permette, come si è visto, di mettere insieme considerazioni di tipo chimico, fisico, tecnologico e ambientale in un contesto che può facilmente essere esteso ad altre aree disciplinari non solo di natura scientifica. Nel corso dell’articolo sono emersi i principali concetti scientifici sui quali è necessario far leva; fra questi vogliamo ancora una volta sottolineare il principio di conservazione della materia: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. È importante che nella formazione di un cittadino vengano affrontati quei temi la cui ignoranza può produrre danni piuttosto seri; è però anche importante che questi temi vengano affrontati in modo scientificamente corretto, svincolandosi da posizioni preconcette di tipo falsamente ambientalista o politico.

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ENERGIA DAI RIFIUTI Un passo verso lo sviluppo sostenibile È curioso osservare come, spesso, le opinioni comuni si alternino tra estremi opposti, incapaci di raggiungere un giusto equilibrio. Quello che alcuni anni fa veniva acclamato come panacea di tutti i mali, liberatore dalle nostre ristrettezze, ci riferiamo al progresso tecnologico, viene oggi, da più parti, additato come causa principale di tutti i guai, responsabile delle nostre limitatezze (stress, malattie, degrado ambientale, ecc.). Il progresso tecnologico, per sé considerato compiendo una mera astrazione, è un processo virtuoso capace di evolvere naturalmente verso il miglioramento continuo. È semmai l’egoismo umano, potremmo affermare con estrema sèmplificazione, che talvolta ne devia il corso naturale con conseguenze negative sull’ambiente. La sfida quindi che dobbiamo cogliere è quella di saper coniugare il progresso tecnologico con una visione globale, estesa cioè ad ampi orizzonti spaziali e temporali, in modo che si possa attuare ciò che viene definito come «sviluppo sostenibile»; in altre parole un modello di sviluppo che non comprometta la disponibilità di risorse e la qualità dell’ambiente per le generazioni future. In questa direzione uno dei temi più complessi da affrontare riguarda l’utilizzo razionale delle risorse naturali non rinnovabili (quali sono le materie prime e i combustibili fossili) che, mantenendo gli attuali ritmi di sfruttamento, si esauriranno in alcuni decenni, oltre a provocare seri danni all’ambiente. In questo quadro si colloca l’esperienza che la città di Brescia ha avviato nel 1991, con la realizzazione di un sistema di gestione integrata dei rifiuti solidi urbani. Con una svolta radicale, anche a livello culturale, i rifiuti assurgono da entità scomoda di cui occorre disfarsi, a preziosa risorsa rinnovabile (che si alimenta cioè in un ciclo chiuso inesauribile) dalla quale si ricavano materiali ed energia, con conseguente risparmio di risorse naturali non rinnovabili.

Il sistema integrato Il sistema integrato di gestione dei rifiuti solidi urbani di Brescia, così definito per sottolinearne l’impostazione globale, si ispira alle più recenti linee guida dettate in materia dall’Unione Europea: − limitazione della produzione; − recupero di materiali ed energia; − sviluppo di processi di fabbricazione che utilizzino materiali recuperati; − adozione di sistemi di smaltimento compatibili con la salute dell’uomo e con la tutela dell’ambiente. Il sistema integrato muove quindi i suoi passi su due direttrici principali:

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− −

la raccolta differenziata finalizzata al recupero dei materiali; il recupero energetico (con produzione di energia elettrica e calore) dai rifiuti rimanenti non utilmente riciclabili. La raccolta differenziata nel comune di Brescia ha mantenuto nell’ultimo decennio un trend di crescita costante, passando dal 9% (percentuale di materiali recuperati rispetto al totale dei rifiuti) del 1991 al 37% del 1999. L’impianto di recupero energetico è stato avviato nel marzo del 1998 dopo un lungo percorso, durato sette anni, che ne ha visto prima l’ideazione e la condivisione pubblica e successivamente la formale approvazione e la costruzione. Alla fine del 1999 esso ha trattato 560.000 tonnellate di rifiuti, producendo energia elettrica e calore in quantità tali da risparmiare 120.000 tonnellate di petrolio.

Il termoutilizzatore Così è stato chiamato, con una giustificata licenza letteraria che lo contrappone al termine inceneritore, l’impianto di recupero energetico. Con ciò si è voluto sottolineare come il suo ruolo non sia tanto quello di bruciare i rifiuti minimizzandone l’impatto ambientale, bensì di utilizzarli come combustibile rinnovabile per la produzione di energia elettrica e calore, contribuendo così in modo positivo alla salvaguardia dell’ambiente

Come funziona Visto da un osservatore che si colloca all’esterno, analizzandone semplicemente i flussi in ingresso e in uscita, il termoutilizzatore può essere schematizzato sommariamente come un’entità che riceve in ingresso rifiuti, aria comburente e sostanze reagenti, producendo in uscita energia elettrica e calore, gas di combustione depurati e residui sicuri. Riferendone i flussi alla produzione annua media di una famiglia (di 4 persone) si ottiene che per 1000 kg di rifiuti vengono utilizzati 3700 m3 di aria e circa 20 kg di sostanze reagenti, per produrre 650 kWh di energia elettrica e 1100 kWh di calore, 4500 m3 di gas depurati e 270 kg di residui inerti sicuri (pari al 10% in volume dei rifiuti in ingresso). L’energia elettrica e termica prodotta corrispondono rispettivamente al 20% e al 7% circa del fabbisogno energetico dell’abitazione in cui vive la famiglia, consentendo un risparmio di fonti energetiche primarie pari a 140 kg di petrolio e 150 m3 di metano. I residui inerti possono essere utilizzati come materiali da costruzione, salvo una minima parte che viene collocata in discariche controllate. Volendo analizzare più da vicino il funzionamento del termoutilizzatore possiamo seguirne al suo interno i flussi di materia e di energia (avvalendoci dello schema

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semplificato) al fine di comprendere come queste si trasformano per originare i prodotti di uscita sopra menzionati. A tale scopo è utile schematizzare l’impianto in quattro circuiti principali: . − un circuito aperto costituito dai gas di combustione dei rifiuti; − un circuito chiuso acqua vapore che evolve all’interno dell’impianto (denominato ciclo termico); − un secondo circuito chiuso ad acqua, che effettua la distribuzione del calore alle abitazioni della città (circuito di teleriscaldamento); − un circuito elettrico che effettua la distribuzione dell’energia elettrica. I processi di trasformazione e di trasferimento di energia tra i vari circuiti sono governati dai componenti principali dell’impianto: - il sistema di combustione (o combustore); - il generatore di vapore (o caldaia); - il sistema di depurazione dei gas di combustione; - il gruppo turbina-alternatore; - gli scambiatori di calore del teleriscaldamento.

ARIA 3700 m3

RIFIUT I 1000 kg

SOSTANZ E REAGENT I

GAS DEPURA TI 4500 m3

T E R M O U T I L I Z Z A T O R E

ENERGIA ELETTRIC A 650 kWh CALORE 1000 kWh

RESIDUI SICURI 10% del volume rifiuti

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Il flusso di materia I principali flussi di materia che interessano l’impianto evolvono lungo il primo circuito (quello dei gas di combustione) che ha inizio con la combustione dei rifiuti e termina con l’immissione in atmosfera dei gas depurati. I rifiuti vengono conferiti all’impianto, a valle del processo di raccolta differenziata, mediante gli automezzi che ne effettuano la raccolta sul territorio. Dopo la pesatura sono scaricati in una grossa vasca di deposito dalla quale, per mezzo di due gru a ponte dotate di grosse pinze a forma di polipo, sono caricati nella tramoggia di alimentazione del combustore. Il combustore, attraverso un sofisticato sistema automatico che controlla accuratamente il dosaggio tra i rifiuti e l’aria comburente, attua il processo di combustione che si sviluppa su una gradinata metallica chiamata griglia. Il movimento alterno controllato dei gradini della griglia conferisce ai rifiuti un movimento particolare assicurandone un contatto uniforme con l’aria, soffiata da un ventilatore sotto la griglia e dosata in 30 diversi settori. A questo punto il flusso di materia si divide in due: da un lato i gas caldi sviluppati dalla combustione, dall’altro i materiali non combustibili che rimangono in fondo alla griglia, che sono pari a circa il 10% in volume dei rifiuti trattati. Dopo opportuno raffreddamento in un bagno d’acqua, i residui non combustibili vengono convogliati da appositi nastri trasportatori all’impianto deferizzatore, che separa e convoglia in due vasche di stoccaggio distinte i materiali ferrosi e i restanti materiali inerti. Il ferro viene inviato alle fonderie per il riutilizzo, mentre i materiali inerti sono utilizzati in una discarica controllata per la copertura dei rifiuti; sono attualmente in fase di studio sistemi di selezione dei materiali inerti che consentiranno un’ulteriore possibilità di riutilizzo degli stessi come materiale da costruzione in sostituzione della ghiaia estratta dalle cave. I gas di combustione, adeguatamente miscelati per uniformarne il contenuto di ossigeno, permangono, per un tempo sufficientemente lungo, ad una elevata temperatura (oltre 950 °C) evitando la produzione di sostanze organiche dannose (es. diossine). Essi contengono però particelle solide sospese (sulle quali sono depositati i metalli pesanti presenti nei rifiuti di origine) e gas nocivi (principalmente ossidi di azoto, ossidi di zolfo e acido cloridrico) e necessitano pertanto di una adeguata depurazione prima di essere immessi in atmosfera. Il processo di depurazione dei fiumi avviene in due fasi: la prima si svolge immediatamente dopo la combustione e consiste nella riduzione degli ossidi di azoto; la seconda avviene all’uscita del generatore di vapore, dopo che i fumi sono stati raffreddati alla temperatura di 130 °C, ed effettua l’assorbimento dei gas acidi e il filtraggio delle polveri. L’abbattimento degli ossidi di azoto viene attuato mediante l’immissione nei gas combusti ad alta temperatura (900 °C) di ammoniaca, che reagendo con tali ossidi li trasforma in azoto e acqua. L’assorbimento dei gas acidi avviene per mezzo di un sistema di depurazione fumi del tipo a secco, così definito per evidenziare la totale assenza di consumi e

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scarichi d’acqua. Esso prevede la miscelazione dei gas combusti con calce idrata e carbone attivo e quindi il loro successivo filtraggio in un filtro composto da maniche di tessuto, il cui principio di funzionamento è simile a quello di un aspirapolvere. Le polveri trattenute dal filtro (pari al 4% circa in volume dei rifiuti trattati) vengono rimosse con sistemi automatici di pulizia e quindi inviate in appositi serbatoi chiusi. Dopo un processo di inertizzazione che ne assicura l’innocuità per l’ambiente vengono avviate alla collocazione finale in discariche controllate.

Il flusso di energia Il flusso di energia interessa tutti i quattro circuiti sopra menzionati. L’energia contenuta nei rifiuti, prevalentemente sotto forma di legami chimici carbonio-idrogeno, viene trasformata, mediante il processo di combustione, in energia termica che riscalda i gas combusti fino ad una temperatura di circa 1100°C. Attraversando il generatore di vapore, i gas cedono l’energia termica al circuito acqua-vapore e si raffreddano fino ad una temperatura di 130 °C. Nel generatore di vapore l’acqua passa dallo stato liquido allo stato gassoso (vapore) raggiungendo la temperatura di 450 °C alla pressione di 60 bar. La turbina, attraverso l’azione del vapore che soffia sulle sue pale, trasforma l’energia termica in energia meccanica. La turbina a sua volta trascina in rotazione l’alternatore che trasforma l’energia meccanica in energia elettrica che viene immessa nella rete di distribuzione nazionale, salvo una modesta quota utilizzata per i consumi interni dell'impianto. Il vapore a bassa pressione che esce dalla turbina cede la sua energia residua al circuito di teleriscaldamento, attraverso gli scambiatori di calore, trasformandosi nuovamente in acqua. L’acqua viene quindi pompata ad alta pressione nel generatore di vapore. Attraverso il circuito di teleriscaldamento il calore viene distribuito alle abitazioni, dov’è utilizzato per il riscaldamento degli abitanti e dell’acqua sanitaria. In termini quantitativi, fatto 100 il contenuto energetico dei rifiuti in ingresso, il 25% viene trasformato in energia elettrica utile, il 60% viene immesso nel circuito di teleriscaldamento, mentre il rimanente 15%, per motivi fisici e tecnologici, non è recuperabile.

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Tab. A – limiti di emissione dell’impianto e confronto con i limiti fissati dalle normative (mg/Nm3) Unione Europea Componenti

DIR 89/369

Autorizz. regionale

Italia impianti esistenti

40001/93

DM 503/97 30 #

Polveri

30 #

10 #

Ossido di zolfo (SO2)

300 *

150 #

Ossido di azoto (NOx) Cloruro di idrogeno (HCI) Floruro di idrogeno (HF) Monossido di carbonio (CO) Piombo + Cromo + Rame +Manganese (Pb+Cr+Cu+Mn) Nichel + Arsenico

300# 600#

Italia impianti di futura autorizz.

Valori di progetto adottati da ASM

Primi risultato di esercizio

10 **

5 **

<1

100 **

100 **

< 30

200 **

< 100 **

< 100

DM 503/97

-

200 #

50 #

30 #

50 #

20 **

20 **

5 – 20

2*

1 * (+ Hbr)

2*

1 **

1 * (HBr)

< 0,2

100 *

100 #

100 #

50 **

50 *

20

5*

5 (a) * 2*

1*

0,5*

1 (b) *

(Ni+As) 0,1

Cadmio (Cd)

0,2 *

Mercurio (Hg) IPA (Idrocarburi

0,015

0,5 (c) *

0,05

(+Cd+Hg) 0,2 * (+ TI)

0,1

0,05*(+TI)

0,05

0,05*

< 0,001 < 0,001

-

0,05 *

-

0,01 ***

0,01 ***

-

0,1 *

-

0,1 ***

0,1 ***

Policiclici Aromatici) Microinquinanti clorurati (TCDD Teq) – ng/Nm3

< 0,001

Legenda DIR 369/89 DIM 503/97

Direttiva CE 8-6 1989 «Prevenzione dell’inquinamento atmosferico provocato dai nuovi impianti di incenerimento dei rifiuti urbani». Decreto Ministeriale 19-11-1997 (GU 29-1-98) « regolamento recente norme per l’attuazione delle direttive 89/369 CEE e 89/429/CEE» Impianti esistenti: con costruzione autorizzata prima del 13-2-98, data di entrata in vigore del decreto Impianti di futura autorizzazione: autorizzati dopo il 13-2-98

TCDD Teq < mg ng Nm3

Tossicità equivalente calcolata con le modalità di cui alla direttiva europea n.94/67/CE Minore di Milligrammo Nanogrammo ( 0 = miliardesimo di grammo) 1 m3 di gas alle condizioni normali (0 °C – 1,013 bar)

(a) + Sb + Sn +V; Cr solo trivalente (b) + Cr esavalente + Co (c) + Sb + Co + V + Sn HBr = Bromuro di idrogeno Ti = Tallio Sb = Antimonio Sn = Stagno Co = Cobalto V = Vanadio * = valori orari ** = valori giornalieri *** valori su 8 ore # = media mobile settimanale

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La classificazione dei rifiuti In base alla normativa vigente (D.lgs.152/06) i rifiuti vengono classificati: – secondo l’origine in: - rifiuti urbani - rifiuti speciali – secondo le caratteristiche di pericolosità in: - rifiuti pericolosi e non pericolosi. Tutti i rifiuti sono identificati da un codice a sei cifre. L’elenco dei codici identificativi (denominato CER 2002 e allegato alla parte quarta del D.lgs. 152/06) è articolato in 20 classi: ogni classe raggruppa rifiuti che derivano da uno stesso ciclo produttivo. All’interno dell’elenco, i rifiuti pericolosi sono contrassegnati da un asterisco.

I rifiuti urbani Il comma 2 dell’articolo 184 del D.lgs. 152/06 stabilisce che sono rifiuti urbani: a) i rifiuti domestici, anche ingombranti, provenienti da locali e luoghi adibiti ad uso di civile abitazione; b) i rifiuti non pericolosi provenienti da locali e luoghi adibiti ad usi diversi da quelli di cui alla lettera a), assimilati ai rifiuti urbani per qualità e quantità; c) i rifiuti provenienti dallo spazzamento delle strade; d) i rifiuti di qualunque natura o provenienza, giacenti sulle strade ed aree pubbliche o sulle strade private comunque soggette ad uso pubblico o sulle spiagge marittime e lacuali e sulle rive dei corsi d’acqua; e) i rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali; f) i rifiuti provenienti da esumazioni ed estumulazioni nonché gli altri rifiuti provenienti da attività cimiteriale

I rifiuti speciali Il comma 3 dell'articolo 184 del D.lgs. 152/06 stabilisce che sono rifiuti speciali: a) i rifiuti da attività agricole e agro-industriali;

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b) i rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, costruzione, nonché i rifiuti pericolosi che derivano dalle attività di scavo, fermo restando quanto disposto dall’articolo 186; c) i rifiuti da lavorazioni industriali, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 185, comma1, lettera i); d) i rifiuti da lavorazioni artigianali; e) i rifiuti da attività commerciali; f) i rifiuti da attività di servizio; g)

i rifiuti derivanti dalla attività di recupero e smaltimento di rifiuti, i fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento di fumi;

h) i rifiuti derivanti da attività sanitarie; i)

i macchinari e le apparecchiature deteriorati ed obsoleti;

j)

i veicoli a motore, rimorchi e simili fuori uso e loro parti;

k) il combustibile derivato da rifiuti; l) i rifiuti derivati dalle attività di selezione meccanica dei rifiuti solidi urbani.

Rifiuti pericolosi e non pericolosi Secondo il D.lgs. 152/06 (art. 184, comma 5), sono rifiuti pericolosi quelli contrassegnati da apposito asterisco nell’elenco CER2002. In tale elenco alcune tipologie di rifiuti sono classificate come pericolose o non pericolose fin dall’origine, mentre per altre la pericolosità dipende dalla concentrazione di sostanze pericolose e/o metalli pesanti presenti nel rifiuto. Per “sostanza pericolosa” si intende qualsiasi sostanza classificata come pericolosa ai sensi della direttiva 67/548/CEE e successive modifiche: questa classificazione è soggetta ad aggiornamenti, in quanto la ricerca e le conoscenze in questo campo sono in continua evoluzione. I “metalli pesanti” sono antimonio, arsenico, cadmio, cromo (VI), rame, piombo, mercurio, nichel, selenio, tellurio, tallio e stagno: possono essere presenti sia puri che, combinati con altri elementi, in composti chimici.

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Le classi di rifiuti secondo l’elenco CER 2002 Classe CER 01 02 03 04

Descrizione Rifiuti derivanti da prospezione, estrazione da miniera o cava, nonché dal trattamento fisico o chimico di minerali Rifiuti prodotti da agricoltura, orticoltura, acquacoltura, selvicoltura, caccia e pesca Rifiuti della lavorazione del legno e della produzione di pannelli, mobili, polpa, carta e cartone Rifiuti della lavorazione di pelli e pellicce e dell’industria tessile

05

Rifiuti della raffinazione del petrolio, purificazione del gas naturale e trattamento pirolitico del carbone

06

Rifiuti dei processi chimici inorganici

07

Rifiuti dei processi chimici organici

08

Rifiuti della produzione, formulazione, fornitura ed uso di rivestimenti (pitture, vernici e smalti vetrati), adesivi, sigillanti e inchiostri per stampa

09

Rifiuti dell’industria fotografica

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Rifiuti provenienti da processi termici

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Rifiuti prodotti dal trattamento chimico superficiale e dal rivestimento di metalli ed altri materiali

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Rifiuti prodotti dalla lavorazione e dal trattamento fisico e meccanico superficiale di metalli e plastica

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Solventi organici, refrigeranti e propellenti di scarto (tranne le voci 07 e 08)

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Rifiuti di imballaggio, assorbenti, stracci, materiali filtranti e indumenti protettivi (non specificati altrimenti) .

15

Rifiuti non specificati altrimenti nell’elenco

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Rifiuti delle operazione di costruzione e demolizione (compreso il terreno proveniente da siti contaminati) Rifiuti prodotti dal sistema sanitario e veterinario o da attività di ricerca collegate (tranne i rifiuti di cucina e ristorazione che non derivino direttamente da trattamento terapeutico) Rifiuti prodotti da impianti di trattamento dei rifiuti, impianti di trattamento delle acque reflue fuori sito, nonché dalla potabilizzazione dell’acqua e dalla sua preparazione per uso industriale Rifiuti urbani (rifiuti domestici e assimilabili prodotti da attività commerciali e industriali nonché dalle istituzioni) inclusi i rifiuti della raccolta differenziata

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Glossario Biodegradabile: una sostanza che si può decomporre in parti più semplici grazie all’azione di piccoli animali e microrganismi. Biogas: è una miscela di metano, anidride carbonica e altri gas ottenuta per mezzo della fermentazione di rifiuti organici. Campana: il contenitore colorato (la sua forma ricorda quella di una campana!) posto lungo le strade. Serve alla raccolta di rifiuti recuperabili come vetro, carta, plastica, metallo. Cassonetto: il contenitore posto lungo le strade per raccogliere, ben chiusi in un sacco, i rifiuti domestici. Combustione: la reazione chimica che porta alla completa distruzione attraverso il fuoco. Conferimento: sono le operazioni compiute dai produttori di rifiuti per consegnarli ai servizi di raccolta. Compost: è un materiale simile a terriccio soffice e bruno, ottenuto attraverso la lavorazione della parte organica dei rifiuti urbani. Si utilizza in agricoltura e nei vivai come fertilizzante. Decompositori: sono piccoli animali, batteri e funghi microscopici che vivono nel terreno e si nutrono di sostanze organiche disgregandole. Depuratore: l’impianto predisposto per purificare le acque di scarico convogliate con le fognature, in senso ampio è l’apparecchio predisposto per l’eliminazione di sostanze nocive. Discarica: un’area adibita allo smaltimento di rifiuti. Ecologia: la scienza che studia i rapporti tra esseri viventi e ambiente. Oggi si usa, ma sarebbe un errore, anche per indicare la sensibilità per i problemi ambientali. Ecopunto: l’insieme di contenitori destinati alla raccolta di diversi tipi di rifiuti, posti in luoghi in cui tutti possono arrivare. Ecopunto è spesso usato come sinonimo di Isola Ecologica. Gas: un elemento (o un composto) allo stato aeriforme che non ha forma e volume propri, e che è in grado di diffondersi in maniera pressoché illimitata.

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Gas biologico: come Biogas, cioè una miscela di metano, anidride carbonica e altri gas ottenuta per mezzo della fermentazione di rifiuti organici. Inceneritore: l’impianto per la combustione dei rifiuti. Inorganico: quello che non riguarda gli esseri viventi. Inquinare: alterare l’ambiente naturale con sostanze dannose o con rifiuti modificandone l’equilibrio. Isola Ecologica: è un luogo sempre accessibile dai cittadini in cui sono presenti i contenitori necessari per la raccolta differenziata. (Leggi anche la definizione di Ecopunto). Organico: quello che riguarda gli esseri viventi. Piattaforma ecologica: un impianto di deposito e trattamento dei materiali della raccolta differenziata; da qui essi escono per essere avviati al riciclaggio, al recupero energetico, allo smaltimento. Raccolta: le operazioni di prelievo e raggruppamento dei rifiuti per il loro trasporto. Raccolta differenziata: l’insieme delle operazioni che servono per raccogliere (o prelevare) separatamente e in modo selezionato i rifiuti urbani destinati al riutilizzo, al riciclaggio e al recupero di materia prima. Raccolta itinerante: le operazioni di prelievo di alcuni rifiuti eseguite periodicamente in luoghi pubblici prestabiliti o presso le abitazioni dei cittadini. In quei luoghi ci sono automezzi appositamente attrezzati che restano disponibili per un certo tempo. Recupero (di materia o di energia): si tratta della valorizzazione di materiali che possono essere utilizzati in nuove produzioni o per ottenere energia (un esempio? la bottiglia di vetro usata per produrre oggetti in vetro). Riciclare: usare un rifiuto nello stesso ciclo produttivo di provenienza (esempio: la bottiglia di vetro usata per produrre nuovamente bottiglie). Rifiuti speciali recuperabili: sono i rifiuti che provengono da attività industriali, commerciali, artigianali, da macchinari fuori uso, ecc. Riutilizzo: l’uso di un rifiuto con le stesse funzioni del prodotto di partenza (esempio: la bottiglia di vetro lavata e sterilizzata e poi riempita nuovamente).

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Scoria: ogni residuo inutile o dannoso. Scoria radioattiva: il materiale radioattivo di rifiuto, formatosi durante una reazione nucleare. Stazione Ecologica di base: un luogo attrezzato con contenitori adatti per diversi rifiuti della raccolta differenziata (esempio: una campana per il vetro, una per la carta, una per le lattine) posto in corrispondenza di una piazzola stradale e sempre accessibile ai cittadini. Stazione Ecologica Attrezzata: un’area attrezzata con contenitori adatti per i materiali della raccolta differenziata, più grande rispetto alla stazione ecologica di base, ad accessibile in giorni e orari prestabiliti. Termovalorizzazione (termodistruzione): il metodo di smaltimento dei rifiuti che consiste nella combustione degli stessi.

I rifiuti I rifiuti sono lo scarto di tutti i prodotti. I rifiuti riciclabili sono: la carta, la plastica, il vetro e l’alluminio. I rifiuti prodotti dall’industria e dal settore commerciale vengono riciclati con maggiore facilità rispetto a quelli prodotti dei privati cittadini: in Italia ad esempio, attualmente viene riciclato il 15% dei rifiuti industriali e solo il 7% di quelli domestici. La spazzatura domestica formata da un miscuglio di materiali, nel nostro paese è composta in media per il 28% da carta, per il 16% di materie plastiche, per il 4% di tessili e legno, per l’8% di vetro, per il 4% di metalli, per il 29% di materie organiche decomponibili, per l’11% di polveri, ceneri ecc. Ogni anno, ogni cittadino consuma una quantità di carta pari all’abbattimento di due alberi. Per ridurre i rifiuti, per non far succedere questo si hanno delle regole: 1) 2) 3) 4) 5) 6) 7) 8)

rifiutare i prodotti superflui e non veramente utili; riutilizzare il più possibile gli oggetti; riparare i prodotti per prolungarne la durata; riciclare i materiali per diminuire la produzione dei rifiuti; preferire prodotti riciclati; scegliere prodotti con meno imballaggio; non usare i prodotti usa e getta; diminuire il consumo dei prodotti inquinanti.

La raccolta differenziata dei rifiuti può essere attuata in diversi modi: può essere fatta direttamente dai cittadini che selezionano ed eliminano i diversi tipi di rifiuti

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in contenitori separati o in alternativa, in appositi impianti di smistamento, dopo la raccolta di rifiuti misti. Quest’ultimo metodo, fu il primo ad essere applicato, consiste nella separazione dei rifiuti da parte di operai addetti che li prelevano da un nastro trasportatore. Il riciclaggio della carta è quello che da oggi funziona in modo efficiente: già nel 1993 in Italia il 50% della materia prima utilizzata dall’industria della carta, era rappresentata da materiale da macero riciclato. Dal punto di vista ecologico l’uso della carta riciclata viene importata dall’estero. Per quanto riguarda il vetro, la forma di riciclaggio più economica ed efficiente è quella del vuoto a rendere, che permette di riutilizzare una bottiglia fino a 50 volte. Il riciclaggio dell’alluminio, utilizzato per produrre le lattine è altamente vantaggioso: permette infatti un notevole risparmio energetico e un minor consumo di bauxite , il materiale da cui l’alluminio viene estratto. Il sistema di raccolta della plastica attualmente in vigore, non sufficientemente selettivo, non è tanto vantaggioso quanto sarebbe se si potessero separare i diversi tipi di materie plastiche: polietilene, tereftalato, cloruro polivinile e il polistirolo. I rifiuti e il riciclaggio I rifiuti sono tutto ciò che è di scarto dei prodotti. Questi si dividono in varie categorie: – rifiuti biodegradabili: prodotti organici e prodotti agricoli; – rifiuti riciclabili: vetro, plastica, carta ed alluminio; – rifiuti secchi non riciclabili: nylon, polistirolo, – rifiuti ingombranti e recuperabili: televisori, armadi, frigoriferi, computer, spalliere dei letti; – rifiuti urbani pericolosi: pile esaurite, farmaci scaduti, oli. Rifiuti biodegradabili: rifiuti organici Rifiuti organici sono anche le foglie secche ed erba. I rifiuti organici vengono raccolti in sacchi prodotti con una sostanza derivata da mais, questi vengono portati nelle industrie di compostaggio, cioè i rifiuti vengono triturati e attaccati da dei batteri che producono dell’humus chiamato compost usato come fertilizzante in agricoltura. Rifiuti riciclabili Sono carta, vetro e lattine. La carta è un prodotto riciclabile tranne che per le carte assorbenti e le carte plastificate perché queste non sono riciclabili. Il vetro è tutto riciclabile ma bisogna stare attenti a non mischiarlo con la ceramica e la porcellana. Riciclando una lattina si risparmia energia pari a 3 ore di televisione. Riciclando la plastica e bruciando si può risparmiare molta energia.

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Rifiuti non riciclabili Sono nylon, polistirolo, ceramica e porcellana. La ceramica e la porcellana non sono riciclabili perchÊ sono formate da piÚ sostanze che non possono essere divise. Rifiuti ingombranti Da un frigorifero si può recuperare il rame, il vetro, ICFC, plastica ed alluminio. Le lavatrici e le reti metalliche sono usate come materie prime nelle fonderie. I farmaci scaduti e le pile esaurite devono essere messi negli appositi cassonetti. Gli oli dei motori possono essere riciclati producendo: piombo, oli minerali e plastica per altre batterie.

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INQUINAMENTI Inquinamento idrico Le acque di scarico derivanti da attività industriali o civili, comprese quelle agricole, rappresentano una fonte di inquinamento sia del suolo che dei fiumi, dei laghi e delle acque costiere. Altra fonte è costituita dai rifiuti, sia solidi che liquidi, di origine urbana, agricola o industriale, nonché da sostanze usate in agricoltura per esaltare le produzioni ed eliminare l’attività di parassiti ed erbe infestanti. Concimi, antiparassitari (o pesticidi), diserbanti infatti originano seri motivi di preoccupazione in quanto inquinano falde acquifere, torrenti, fiumi e contribuiscono ad alterare equilibri che si ripercuotono anche sui cicli di vita marina. Le acque naturali comprendono quelle meteoriche, le superficiali e le sotterranee. Le meteoriche contengono bassissime quantità di sali e presentano, in sospensione od in soluzione, gas e pulviscolo derivato dall’atmosfera. Le acque superficiali, comprendenti sia quelle ferme che scorrenti sulla superficie terrestre, sono più ricche di sali, presentando tra i cationi calcio, magnesio, sodio e fra gli anioni l’idrocarbonico, il solforico, l’ione cloro. Le acque di mare presentano una salinità media di circa il 3,5% costituita in prevalenza da cloruro di sodio. Naturalmente la pericolosità degli inquinamenti, pur essendo elevata per tutti i corpi d’acqua, diventa massima allorquando investe le acque potabili. Si intende per acqua potabile quell’acqua incolore, limpida, inodore e insapore, fresca e gustosa al palato, esente da sostanze sospese, che può essere bevuta senza danno per la salute. Essa proviene da falde acquifere sotterranee a mezzo di sorgenti o pozzi, oppure da acque dolci superficiali quali fiumi o laghi. L’inquinamento delle falde può dipendere da intermittenza e discontinuità degli strati argillosi di terreno che possono lasciare passare materiale inquinante proveniente dalla superficie ed, in senso più generale, è in correlazione con la permeabilità delle rocce. Gli accumuli d’acqua, cioè quelle che vengono indicate come strutture acquifere, possono generarsi sia attraverso rocce coerenti fessurate, sia attraverso rocce incoerenti, permeabili. Risultano in effetti molto permeabili gli strati di ghiaia e sabbia grossa, mediamente permeabili le sabbie miste a limo ed argilla, poco permeabili i limi e le argille. Allorché le masse d’acqua si accumulano su strati impermeabili danno origine ad una falda acquifera, detta freatica (frear = pozzo) se relativamente superficiale, profonda se situata al di sotto dello strato impermeabile più superficiale.

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La logica della gestione delle acque consiste nell’utilizzare al massimo le riserve idriche senza compromettere gli equilibri, evitando cioè che i prelievi producano sensibili abbassamenti delle falde. Si ottengono buoni risultati studiando accortamente l’ubicazione dei pozzi, evitando di attingere acqua in zone già intensamente sfruttate, contenendo i prelievi in rapporto alla capacità della falda.

Ciclo dell’acqua in natura

È stato già detto che generalmente sono gli scarichi, rappresentati da acque reflue di processi civili, agricoli o industriali, a costituire le fonti più pericolose di inquinamento. La loro pericolosità dipende dalla massa, che è ovviamente in relazione alla grandezza degli insediamenti o delle industrie o alla intensità delle attività agrozootecniche, nonché dalle sostanze chimiche contenute. Si tratta di un numero considerevole di molecole organiche, di sali, di metalli pesanti in combinazioni organiche ed inorganiche. Azione inquinante producono anche i rifiuti solidi che agiscono sul suolo e tramite esso interessano le falde acquifere. Non è possibile indicare la estesa gamma di composti od elementi inquinanti presenti spesso nei diversi tipi di acque. Risultano assai pericolosi: i solventi, specialmente quelli alogenati contenenti bromo o iodio, derivanti da processi estrattivi, lavaggio di tessuti, sgrassaggio di

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superfici diverse, pulizia di attrezzature ecc...; i residui di pesticidi, specie se clorurati o fosfoorganici o molecole di diserbanti; i solventi semplici, tipo benzene, solfuro di carbonio, esano; l’esaclorofene, antibatterico, il pentaclorofenolo usato come conservante, il cloruro di vinile, composto per la sintesi di molecole plastiche; gli olii minerali, i fenoli, i mercaptani, i coloranti, i polifosfati, gli alchilbenzen-solfonati (polveri detergenti). Tra i composti inorganici il cadmio, usato nell’industria galvanica, il cromo sotto forma esavalente soprattutto, usato in galvanotecnica e nelle attività conciarie, il mercurio, il piombo, l’arsenico, il selenio. Anche i risultati di trattamenti con cloro come disinfettante di acque per usi civili possono provocare la formazione di composti ad azione tossica. Le conseguenze dell’inquinamento delle acque naturali comportano la morte dei microorganismi aerobi e di tutta la serie di invertebrati e vertebrati presenti nelle diverse formazioni acquatiche nonché la riduzione di sviluppo o la morte delle piante acquatiche; lo sviluppo di microorganismi dannosi; la presenza di schiume, di strati oleosi, di patine organiche, di odori puteolenti. Conseguentemente si ha impossibilità di uso diretto di dette acque per scopi industriali ed elevazione dei costi per trattamenti migliorativi o di potabilizzazione. Sotto un profilo più generale l’alterazione degli equilibri biologici anche se a carico di sole poche specie animali o vegetali genera modifiche nei rapporti fra le entità viventi, altera le catene alimentari, porta a variazioni che con il tempo sconvolgono completamente gli ecosistemi.

La valutazione degli inquinamenti L’esistenza di sostanze dannose o tossiche in corpi di acqua in quantità superiori a quelle normali può essere rilevata: – con metodi chimici e fisico-chimici; – con metodi microbiologici; – con metodi biologici. Un primo esame, tendente a definire i caratteri organolettici, serve a rilevare la temperatura, il colore, l’odore, il sapore e la torbidità dell’acqua. Gli odori più significativi di una situazione inquinata sono: – i putridi, dovuti generalmente a presenza di idrogeno solforato; – gli odori terrosi, dovuti alle sostanze umiche del terreno; – gli odori di pesce, riferibili alla presenza di ammine aromatiche; – gli odori di verme, dovuti a sostanze fosforate. L’esame chimico, da effettuare in laboratori specializzati, tende a determinare analiticamente la presenza di sostanze o composti particolari, in relazione ai limiti posti o ammessi dalle norme vigenti. I parametri di prima valutazione, atti a fornire indicazioni sommarie ma utili, sono rappresentati dal pH e dal C.O.D.

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Inquinamento termico In linea generale aumentando le combustioni ed i consumi di energia su tutta la superficie terrestre il riscaldamento superficiale della terra tende ad aumentare. Ma le previsioni dell’aumento medio di circa mezzo grado nei prossimi sessanta anni non destano eccessive preoccupazioni. Sotto un altro profilo il fenomeno preoccupa di più: l’aumento delle combustioni significa maggior consumo di ossigeno ed immissione di quantità più elevate di anidride carbonica nell’atmosfera, con prospettive di incremento dell’effetto serra che può agire in maniera accentuata sul valore della temperatura media del pianeta. L’inquinamento dovuto ad immissioni di energia termica interessa di più ecosistemi locali, ben definiti, nei quali le variazioni di temperatura ambientali possono provocare incidenti sulla vita animale o vegetale. Esso di solito è definito da scarichi in fiumi o laghi di acque a temperatura più elevata che agiscono sulle condizioni esistenti sia per l’aumento termico sia perché tale variazione incide sulle quantità di ossigeno, diminuendole, e crea problemi agli organismi che a tale elemento sono strettamente collegati. Morie di crostacei, molluschi e pesci in acque in cui pervengono scarichi di acque di raffreddamento di processi industriali, centrali elettriche, insediamenti civili sono all’ordine del giorno; altrettanto frequenti anche se rilevabili in tempi più lunghi sono le rarefazioni della fauna ittica in corpi d’acqua nei quali le variazioni della temperatura e dell’ossigeno hanno causato rotture di equilibri lente ma progressive e quindi insorgenza di condizioni sgradite a certe faune viventi. Tra le specie ittiche fluviali maggiormente sensibili verso gli aumenti di temperatura vi sono le trote, mentre più resistenti risultano il luccio morbido ed il pesce persico e molto resistenti sono i Cyprinodon. In realtà tutte le specie stenoterme, quelle cioè che non sopportano variazioni di temperatura, risentono della influenza di scarichi di acque calde nelle zone in cui vivono.

L’inquinamento del suolo e delle falde acquifere Per lungo tempo il suolo è stato considerato un substrato attivo, capace non solo di ricevere materiali e rifiuti diversi, ma anche in grado di trasformare, sia in virtù di processi di adsorbimento e assorbimento sia per l’attività microorganica in esso assai sviluppata, materiali e rifiuti in prodotti non nocivi. È la concezione del terreno serbatoio o del terreno naturalmente trasformatore. Purtroppo è stato constatato come tali ottimistiche considerazioni non rispondano alla realtà, come il suolo abbia dei limiti naturali alle sue capacità digestivotrasformative, come il suo inquinamento ponga problemi assai gravi per le collettività.

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Il sistema terreno, l’assieme cioè di quei rapporti fra natura chimico-litologica, sostanza organica, flora e fauna edafica (edafos = suolo) ha una propria fisiologia e quindi può mantenere il proprio assetto e la propria vitalità entro determinati limiti. Allorché in tale sistema si producono grosse perturbazioni causate sia direttamente, cioè con pratiche agricole irrazionali varianti da lavorazioni estemporanee che provocano l’arrabbiaticcio, ad immissione di eccessi di rifiuti quali residui civili, letame suino ecc. o ad eccessi squilibrati di concimi oppure a sostanze chimiche particolari quali pesticidi e diserbanti, sia indirettamente tramite l’adduzione di acque inquinate o tossiche o tramite conseguenze dell’inquinamento atmosferico (ad es. Seveso), si hanno conseguenze gravi. Se nel caso dell’arrabbiaticcio un breve passare del tempo risana rapidamente l’assetto strutturale del terreno in altri casi possono aversi danni duraturi. Fra quelli più gravi sono da lamentare gli inquinamenti delle falde acquifere sottostanti, dovuti ad eccessi di sostanze concimanti, soprattutto nitrati e fosfati, a prodotti anti-parassitari, dal vecchio ed ormai non più usato DDT ad altri idrocarburi clorurati, ai prodotti fosfoorganici, ai diserbanti tipo atrazina e simazina. Gli effetti dell’inquinamento sul suolo si manifestano innanzitutto come riduzione di fertilità. Sia che riducano l’attività microorganica, sia che influiscano sulla struttura, sia che interferiscano direttamente su processi di assorbimento nutrizionale delle piante, le sostanze inquinanti riducono, in una prima fase, la attitudine alla produzione. Tutto ciò si verifica tanto più frequentemente in quanto i sistemi culturali più avanzati da un punto di vista dell’utilità immediata tendono a ridurre gli apporti di sostanza organica al terreno, e quindi a limitare l’effetto tampone che detta sostanza è in grado di svolgere, sia per caratteristiche fisico-chimiche sia microbiologiche. Rifiuti urbani sparsi, discariche di rifiuti, acque luride, residui di lavorazioni industriali rappresentano l’apporto negativo che l’organizzazione civile-industriale fa gravare sui suoli, i quali peraltro a volte possono venir danneggiati da eccessi di liquami e deiezioni zootecniche particolari. Per quanto riguarda scarichi di industrie agro-alimentari, certamente fra i meno nocivi, vale il principio che essi, considerati nei loro vari costituenti, devono essere immessi sul sistema terreno-pianta in periodi limitati ed in dosi controllate. Particolare attenzione va posta ai metalli pesanti contenuti negli scarichi; il rame, ad es., è presente in dosi notevoli nel letame suino e negli scarichi civili. Stabilito che rame e nichel sono rispettivamente due volte ed otto volte più tossici dello zinco, si raccomanda di non immettere sul terreno dosi superiori ai livelli equivalenti di zinco uguali al 5% della capacità di scambio cationico rilevata.

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Le sostanze inquinanti nel suolo

Le sostanze inquinanti nel suolo

La capacità di scambio di un terreno, come è noto, dipende essenzialmente dalla sua frazione colloidale ed è più elevata nelle terre ricche di sostanze argillose, soprattutto se costituite da montmorilloniti, beidelliti, illiti. I contenuti massimi di metalli pesanti accettabili nei terreni dovrebbero aggirarsi sui seguenti quantitativi: Rame. Zinco Nichel Piombo Cromo Manganese

50 p.p.m. 300 p.p.m. 50 p.p.m. 200 p.p.m. 100 p.p.m. 400 p.p.m.

= = = = = =

150 kg/ha 900 kg/ha 150 kg/ha 600 kg/ha 300 kg/ha 1200 kg/ha

In linea generale la mobilità di tali metalli nel suolo è influenzata dai valori di pH, nel senso che a valori più bassi, cioè in suoli più acidi, la mobilità è maggiore e quindi tali metalli più facilmente possono raggiungere falde acquifere sottostanti. Per quanto concerne l’utilizzazione di sottoprodotti industriali occorre, per la loro immissione nell’ambiente agrario, accertare che: a) non contengano sostanze fitotossiche; b) non contengano molecole non biodegradabili in breve tempo; c) non alterino le caratteristiche fisicochimiche e microorganiche del terreno; d) non contengano prodotti pericolosi per gli operatori agricoli.

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Alcuni di tali sottoprodotti o residui possono diventare utilizzabili dopo opportune manipolazioni; ad es. i residui delle lavorazioni della concia delle pelli diventano utilizzabili dopo opportuni processi fermentativi che tendono a trasformare la sostanza organica. Per ciò che concerne il difficile problema dei rifiuti, la cui soluzione preoccupa tutti i paesi moderni per l’enorme quantità da smaltire “si pensi che l’Europa annualmente è afflitta da un miliardo e mezzo di metri cubi di prodotti residui” si tratta di individuare sistemi e tecniche che rispettino il più possibile l’ambiente, giacché dalla trasformazione di tali materiali i danni possibili appaiono molto elevati. Lo spargimento diretto sui suoli, almeno che non si tratti di apposite discariche fornite dei necessari requisiti, è dannoso, così come dannoso ai terreni coltivabili appare ogni apporto di sostanza organica che non abbia subito processi di umificazione. Abbiamo già detto che le falde acquifere sono costituite da corpi d’acqua sotterranei poggianti su strati rocciosi impermeabili, sui quali a volte scorrono. Se le masse idriche sono in rapporto con le acque superficiali, giacché gli strati sopra di esse sono permeabili, diconsi freatiche; se scorrono tra strati impermeabili e quindi si muovono in pressione sono definite artesiane. Di solito esse sono poverissime di microorganismi giacché gli strati di terreno e di rocce porose che attraversano svolgono una funzione filtrante molto efficace. Si comprende intuitivamente che se il terreno sovrastante le falde viene ad essere inquinato in maniera grave, tale da superare le capacità fisico-chimiche e biologiche di depurazione naturale, specialmente in dipendenza di piogge persistenti che trasportano in basso le molecole meno trattenute o più solubili, i corpi d’acqua sotterranei risentono della situazione anomala e lentamente si inquinano. Zone particolarmente pericolose sono rappresentate dalle discariche di rifiuti, soprattutto se insediate in terreni non godenti delle caratteristiche necessarie, cioè di strati poco permeabili e molto spessi, che impediscano il percolamento degli inquinanti. Per definire le caratteristiche dei suoli da destinare a discariche occorre accertare estesamente lo spessore e la natura degli strati profondi, giacché è stato rilevato che in diverse zone tali strati non risultano continui ma lentiformi, sono cioè limitati nello spazio. Occorre altresì definire con precisione anche la natura dei terreni laterali alle discariche, giacché i fenomeni naturali di percolazione, cioè il movimento naturale dei liquidi nella massa di terreno, possono spostare altrove quantità di liquido inquinato. Laddove poi le falde sono piuttosto superficiali ed i terreni poco argillosi, come si verifica in diverse pianure alluvionali, le cautele sull’uso del suolo, anche agricolo, devono essere maggiori.

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Concimi, diserbanti, antiparassitari dovranno essere sparsi sempre in quantità limitate ed in dosi ridotte, mentre impianti di trasformazione o ammassi di rifiuti dovranno essere realizzati con particolari e complessi sistemi protettivi.

Gli inquinamenti nel tempo e nello spazio L’esempio del DDT e del Mercurio È noto che la sintesi del DDT, composto organico clorurato con notevoli capacità insetticide, risolse, all’inizio degli anni «quaranta», molti problemi civili ed agricoli giacché rappresentò un notevole passo avanti nella lotta chimica contro gli insetti; particolarmente utile riuscì nel debellare la malaria, mostrandosi attivissimo nel distruggere le zanzare che nel ciclo della malattia rappresentano il diffusore del contagio. Ad un periodo di euforia seguì, dopo non molti anni, una fase di perplessità, giacché venne notato che, tramite meccanismi enzimatici specifici, alcuni insetti, a partire dalla mosca domestica, cominciavano ad inattivare le proprietà tossiche del composto e a selezionare ceppi resistenti. Le perplessità divennero ancor più notevoli allorché si potette rilevare la grande stabilità della molecola del composto negli organismi superiori i quali, in maniera varia ma ingerendole soprattutto attraverso derrate inquinate, ne contenevano dosi in misura variabile. Una serie di studiosi allora accentuò la propria attenzione per definire la diffusione, l’accumulo, la distribuzione dell’insetticida sull’ecosfera; e molti dati furono riassunti da I. Randers in uno studio elaborato a cura del MIT (Massachusset Institute of Technology). Da esso sintetizziamo lo schema fondamentale, chiarendo nel contempo che il prodotto, assieme ad altri pesticidi clorurati di sintesi, non viene da tempo più impiegato in agricoltura né in disinfestazioni civili. Delle quantità che venivano usate per i trattamenti antiparassitari una piccola porzione rimaneva sul prodotto, altre quantità cadevano sul terreno, altre infine passavano nell’atmosfera. Sia la seconda che la terza porzione, attraverso la falda idrica o direttamente, si ritrovavano nei fiumi e nel mare, passando nel plancton e quindi nei pesci, nel cui organismo avveniva una prima fase di accumulo; poi passava in altre specie ittiche oppure in uccelli marini. I processi degradativi della molecola di questo composto, di natura chimica, biochimica e fotolitica, procedono molto lentamente: nel terreno il tempo di dimezzamento, necessario a decomporre il 50% del prodotto, mediamente è risultato di dieci anni, ma in alcuni campioni si è protratto per 35 anni. Si ritiene che nell’oceano, per lo strato superficiale di circa 90 metri, la concentrazione sia dell’ordine di 0,05 parti per miliardo. È solubile in grassi ed idrocarburi. Sembra che nel plancton sia presente per 10 parti per miliardo, ma in alcune zone

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tale dose è apparsa quattro volte maggiore; nei pesci varia da 10 a 100 volte in più della concentrazione planctonica, così come mediamente l’aumento raggiunge valori da 10 a 100 volte più elevati negli uccelli marini. Attraverso tali meccanismi la diffusione del clorurato sintetico è stato enorme: è noto che tracce di esso sono state rilevate in uccelli ed in mammiferi di latitudini elevate dove l’impiego diretto del pesticida non è mai avvenuto. Secondo diversi studiosi, pur essendo il DDT stato escluso da diverso tempo in tantissimi Paesi, sino al primo decennio del 2000 vi sono stati vegetali ed animali con residui della molecola nel loro organismo; e giacché si sospetta che tali residui non siano innocui, ne deriva che gli effetti nocivi di esso saranno subiti da specie che erano ben lontane dal nascere nel momento in cui gli ultimi spargimenti venivano effettuati.

Il ciclo del D.D.T. nell’ambiente

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Il ciclo del Mercurio Dosi superiori alla norma, del metallo, riscontrati in pesci ed uccelli di paesi nordici d’Europa e d’America misero in allarme, all’inizio degli anni ’70, molti ecologisti e diversi studiosi. Taluni, con riferimento alla fauna marina, espressero l’avviso che l’aumento del livello del mercurio fosse conseguenza di aumento delle concentrazioni di esso nell’ecosfera, senza che ciò costituisse minaccia per gli equilibri biologici. Nell’ambiente naturale il metallo è reperibile nelle rocce, nell’atmosfera, nei fiumi, nel mare. Dalle rocce nelle quali è presente sotto forma diverse, ma principalmente di cinabro, passa nelle acque o, per degassazione e per fenomeni di vulcanesimo, nell’atmosfera; da questa, trasportata dalle piogge, ritorna sul terreno o passa nell’idrosfera. Nell’atmosfera le quantità rilevate oscillerebbero da 2 a 20 ng/m3, ma dosaggi più accurati e recenti ne riducono le quantità a 0,5; nel suolo e nelle acque le quantità naturali oscillerebbero attorno a 100 p.p.b. Esse sarebbero più stabili nel primo caso, giacché i colloidi del terreno, sia organici che minerali, assorbono intimamente il metallo. Sia che passi dalle acque fluviali o lacustri nell’atmosfera e ricada poi negli oceani, sia che vi arrivi direttamente attraverso le acque fluviali, nello strato oceanico superficiale pare che si trovino 0,1 p.p.b., che diventano 0,02 nei pesci. Il mercurio inorganico viene organicato sia dai batteri che dai pesci: la trasformazione avviene attraverso la metilazione dell’elemento che in tale forma risulta più solubile e più volatile. Il ciclo naturale esposto porta alla conclusione che senza aumenti dovuti a processi di inquinamento le dosi naturali non destano preoccupazioni e non potrebbero diventare, salvo fatti abnormi, pericolosi per gli ecosistemi. Gli afflussi esterni di mercurio nell’ambiente provengono da attività industriali: dai processi elettrolitici per la produzione di cloro dove non solo agisce come conduttore di elettricità ma amalgama il sodio, all’industria della carta, delle vernici, dalla combustione del carbone e del petrolio. Nei carboni fossili infatti il contenuto si aggira sulle 2 p.p.m, negli olii combustibili su 1 p.p.m. Gli scarichi dell’industria sono direttamente responsabili di avvelenamenti o comunque contaminazione di piante e di pesci. Nel lago St.Clair il rapporto diretto fra scarichi ed avvelenamenti venne chiaramente dimostrato. Siccome i livelli di consumo di certi prodotti aumentano notevolmente – negli Usa dal 1946 al 1971 l’uso di mercurio per la produzione di cloro aumentò di 21 volte (2100%) – ed il ciclo quindi avviene su livelli crescenti, è stato previsto che per la fine del secolo il mercurio nei pesci possa superare il valore di 0,5 p.p.m, il massimo tollerabile secondo le autorità sanitarie. Anche per questo caso gli effetti inquinanti saranno avvertiti per decenni dopo la improbabile fine delle attività inquinanti.

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ECONOMIA: ASPETTI PROPEDEUTICI Macroeconomia Domanda aggregata Offerta aggregata

=

insieme di consumi ed investimenti

=

produzione annuale di beni di consumo di servizi e di beni di investimento

Le imprese di produzione remunerano tutti i fattori produttivi che impiegano: si genera così un flusso di redditi aggregati: redditi

di lavoro di capitali di imprese

ai privati

al consumo

imprese - (beni di consumo e servizi)

al risparmio

imprese - (investimenti)

Redditi Privati =

Equilibrio macroeconomico = eguaglianza fra risparmio ed investimento cioè fra domanda aggregata ed offerta aggregata D = O;

D = C + I;

O = C+R;

R=I

Se il risparmio è maggiore degli investimenti si ha Recessione da domanda Se la domanda supera l’espansione dell’offerta (da investimenti) si ha Inflazione La macroeconomia studia il comportamento dell’insieme dei consumatori e dell’insieme dei produttori. Essa quindi non si occupa di domanda e di offerta e di singoli produttori o consumatori ma di domanda aggregata e di offerta aggregata. Essa analizza il ruolo di altri aggregati nell’economia nazionale, come l’occupazione e la disoccupazione, le importazioni e le esportazioni di beni e servizi, la circolazione monetaria. Studia anche i rapporti tra settore primario, secondario e terziario.

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Domanda e offerta aggregata La domanda aggregata è costituita dall’insieme di domande di beni di consumo, di servizi e di beni strumentali, cioè investimenti. Domanda aggregata = insieme di consumi e investimenti L’offerta aggregata è data dalla produzione annuale di beni di consumo e servizi e di beni di investimento. Le imprese di produzione corrispondono una remunerazione ai fattori produttivi impiegati, per cui si genera un flusso aggregato di redditi: redditi di lavoro, di capitali, di imprese che vanno ai privati. al consumo I privati destinano tali redditi al risparmio I consumi tornano alle imprese sotto forma di domanda di beni di consumo e di servizi. Il risparmio torna alle imprese sotto forma di investimento. L’equilibrio macroeconomico consiste nell’eguaglianza tra investimento, cioè fra domanda aggregata ed offerta aggregata. – – – –

risparmio

ed

D=O D = C+I O = C+R R=I

Se il risparmio è maggiore degli investimenti si ha recessione della domanda. Il mercato non assorbe tutti i prodotti, i prezzi calano, le imprese licenziano. Rimedi (teorici): − diminuzione dei prezzi − riduzione dei salari − diminuzione dei tassi di interesse in modo da contrarre il risparmio e favorire gli investimenti.

Come politica economica: − riduzione delle imposte −

aumento degli investimenti in opere pubbliche

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L’inflazione da domanda si verifica quando il ritmo di aumento della domanda è superiore a quello di espansione dell’offerta, quando cioè vengono richiesti più beni e servizi di quanto un Paese possa produrre, sicché i prezzi rincarano. Per attenuare gli effetti negativi di tale situazione si aumentano i salari. Si innesca così la spirale inflazionistica prezzi-salari: D >O

I >R

Rimedi: – diminuzione della massa di moneta circolante, ottenuta da aumenti delle quote di riserva obbligatoria delle aziende di credito presso la Banca Centrale; – aumento del tasso di sconto, cioè aumento del costo del denaro; – aumenti delle imposizioni fiscali; – riduzione delle spese della pubblica amministrazione. La moneta è un bene indifferenziato, poiché può essere cambiato con qualsiasi altro bene. La sua funzione principale è quella di essere un bene di scambio, consentendo di acquistare beni, servizi e diritti di qualsiasi genere. Rappresenta anche una riserva di valore, poiché può essere accantonata per usi futuri. Il tipo di circolazione della moneta costituisce il sistema monetario di un Paese. Può esistere: – un sistema metallico, con moneta in oro, in argento, plurimetallico; – un sistema cartaceo, con circolazione di carta-moneta; – un sistema misto, metallico-cartaceo; Fino al periodo fra le due ultime guerre mondiali il valore della moneta era garantito da coperture in oro. In seguito venne istituito il CORSO forzoso, in cui la moneta ha un valore molto superiore a quello intrinseco ed è moneta che lo Stato ha dichiarato come valida in cambio di beni, diritti e servizi e come mezzo legale per estinguere i debiti.

La contabilità nazionale La contabilità nazionale costituisce un riferimento fondamentale per conoscere i risultati macro economici del sistema di uno Stato. Il sistema produttivo dell’intero Stato è paragonato ad una grande azienda il cui prodotti finale complessivo costituisce il Prodotto Interno Lordo o PIL. Per ottenere tali prodotti si determinano salari e profitti che nel loro insieme costituiscono il valore aggiunto. In un’economia chiusa, senza cioè rapporti con l’estero, il PIL rappresenta l’insieme dei redditi distribuiti ed equivale alle vendite di prodotti interno lordo, cioè ai consumi e agli investimenti PIL = Consumi + Investimenti

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Se invece si opera in un’economia aperta con l’estero, l’uguaglianza è la seguente PIL + Importazioni = Consumi + Investimenti + Esportazioni Ma in effetti da cosa derivano gli investimenti? Dai risparmi, sicché in senso macro economico Risparmi = Investimenti Esaminiamo il seguente esempio –

analizziamo un sistema economico semplificato, costituito da una azienda e da un panificio.

I dati relativi alle attività sono: Azienda agricola

Sementi (5q.li di grano) Salari Valore del grano prodotto Profitto

€ 200 € 1600 € 2500 € 700

Panificio

Acquisto grano Salari Valore del pane prodotto Profitto

€ 1000 € 1600 € 3500 € 900

In ciascuna delle imprese la somma dei salari e profitti costituisce il valore aggiunto: il totale di esso è di € 1600. Esso rappresenta il reddito di quel sistema economico in quanto è la somma di due redditi (di salari e di profitti). Lavoratori (salari) e imprenditori (profitto) utilizzeranno i propri redditi o per acquisire beni di consumo o per investimenti, come ad esempio scorte di prodotti. Continuiamo con il precedente esempio –

immaginiamo che i lavoratori investano i loro redditi in pane, acquisteranno in totale pane per € 3200; il restante pane, per € 300, sarà acquistato dall’imprenditore panificatore e da quello dell’azienda agricola.

Il panificatore disporrà ancora di 750 € (= 900 - 150) che investirà in scorte di grano; l’imprenditore agricolo di € 550 (=700 - 150) che investirà in sementi di scorta per le future produzioni.

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Nei conti della contabilità nazionale potremo illustrare ciò che abbiamo descritto nel seguente modo: Conti della distribuzione del prodotto interno lordo Salari

€ 3.200

Consumi

(pane venduto)

€ 3.200

Profitti

€ 1.600

Scorte e reintegro sementi

€ 1.300

Ammortamenti sementi

€ 550

Conti di utilizzazione del reddito Reddito netto

€ 4.800

Consumo

€ 3.200

Ammortamenti

€ 550

Risparmio

€ 1300

Reddito lordo

€ 5.350

Possiamo schematizzare e generalizzare l’esempio riportato come co flusso circolare del reddito

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Banche e Moneta Alle sue origini l’economia si basava sullo scambi di merci; con il tempo apparve più pratico avere una merce standard di cui si riconosceva il valore: prevalentemente pezzi di oro o di argento. Nacque così la moneta “mezzo di pagamento generalmente accettato”. La moneta risponde a tre caratteristiche: – è intermediaria negli scambi; – è una riserva di valore; – è misura del valore di altri beni. Può essere metallica o cartacea. La quantità di moneta che un individuo, un’azienda od un Ente possiede costituisce la liquidità di chi ne è in possesso e serve non solo per facilitare gli scambi ma anche per favorire (rendere facile) la distribuzione del reddito fra i fattori della produzione. Il negozio del denaro avviene attraverso le Banche, aziende nelle quali si acquista e si vende moneta. La concessione di denaro da parte delle Banche (o di altre entità) costituisce un credito per la banca, un debito per chi riceve il denaro. Esistono crediti a lunga scadenza, rimborsabili in tempi successivi, cioè a rate; crediti commerciali, tramite cambiali che vengono “scontate”; crediti concessi attraverso aperture di conti correnti. In ogni Paese il sistema delle Banche, controllato da una Banca centrale che è un organo statale, regola i processi finanziari, vale a dire concede crediti in denaro per le attività produttive. Si origina una moneta bancaria garantita dai depositi che i privati offrono alle banche in cambio di un premio che viene chiamato interesse. Le Banche devono costituire delle riserve in denaro (dal 20% al 30% dei depositi) per garantire improvvise richieste del risparmiatore.

Microeconomia La microeconomia si occupa dei problemi economici dei singoli o delle piccole entità: l’uomo, la famiglia, l’impresa, ecc. cioè studia il comportamento dell’uomo quando è consumatore o produttore. Se i mezzi necessari a soddisfare i bisogni dell’uomo fossero disponibili in quantità illimitata non vi sarebbe alcun problema economico. Il problema sussiste proprio perché i mezzi sono disponibili in quantità limitata. Lo squilibrio tra la molteplicità dei bisogni e limitatezza dei mezzi disponibili per soddisfarli mette l’uomo nella necessità di effettuare scelte: l’attività economica è quindi un’attività di scelte nella quale l’individuo si lascia guidare dal criterio della convenienza economica che porta a perseguire la via del massimo vantaggio con il minimo costo (“principio del minimo mezzo”). Se le scelte riguardano il consumo dei beni si riferiscono al comportamento economico dell’unità di consumo, cioè della famiglia che è capeggiata dal capo famiglia; analogamente, se le scelte riguardano la produzione di beni si riferiscono

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al comportamento economico dell’unità di produzione, cioè dell’azienda a cui fa capo l’imprenditore.

Economia dell’azienda agraria Schema di bilancio preventivo Attivo - passivo = utile Attivo = prodotti diretti più eventuali servizi (per esempio servizi di aratura su aziende altrui comportano delle entrate che fanno parte dell’attivo) Passivo = costi diretti e indiretti. I costi diretti sono le spese per materiale, lavoro, assicurazioni, amministrazione, interessi, eventuale fitto dell’azienda (se l’azienda è di proprietà del conduttore si ipotizza un fitto o canone appropriato). I costi indiretti di solito sono quote di ammortamento di capitali (fabbricati, macchine e attrezzi, impianti arborei). Possiamo perciò dire che: PV - (SV + SA + ST + FI + Qass. + Qamm. + I) = utile dell’esercizio aziendale Nel bilancio preventivo i dati contabili dovrebbero essere la media dei prodotti e delle spese di almeno il triennio precedente, essere cioè dati conguagliati. Nel bilancio consuntivo, invece, i prodotti e le somme direttamente pagate devono essere quelle reali, cioè effettivamente sostenute o misurate. Se il conduttore è anche proprietario dell’azienda, nel bilancio può anche non calcolare il fitto: in tal caso il suo utile si chiama reddito fondiario giacché comprende sia l’utile che il compenso per l’uso dell’azienda.

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L’azienda agraria È l’insieme dei fattori della produzione necessari al processo produttivo. L’azienda è dunque l’insieme dei mezzi che l’imprenditore organizza per l’attuazione del processo produttivo. La gestione dell’azienda da parte dell’imprenditore, dà luogo all’impresa. Per questo motivo l’azienda viene anche definita “il luogo in cui si attua l’impresa”.

Caratteristiche della produzione agraria Le principali caratteristiche della produzione agraria che nettamente la differenziano dalle altre attività produttive, sono le seguenti: – la produzione si realizza su estese superfici; – la produzione è sempre condizionata, qualitativamente e quantitativamente, dall’ambiente (terreno e clima) della zona; – in agricoltura, il periodo di tempo necessario per ottenere il prodotto è sempre costante e lungo; annuale (es. uva ogni anno in settembre-ottobre) o poliannuale (es. tronchi di alberi dai boschi ogni 15-20-30-50 e più anni); – in agricoltura, l’ordinamento tecnico-economico varia da zona a zona e, per la stessa zona, da coltura a coltura; – in agricoltura non è possibile una eccessiva specializzazione.

Ciclo produttivo È il periodo di tempo necessario per poter conseguire i prodotti, o anche il periodo di tempo occorrente perché il fondo ritorni nelle condizioni in cui si trovava all’inizio del ciclo. L’inizio del ciclo produttivo è fissato, per ragioni pratiche, per la maggior parte delle regioni agricole italiane, all’11 novembre, S. Martino. Detta data riveste grandissima importanza in agricoltura perché: a) la contabilità agraria si apre all’11 novembre e si chiude al 10 novembre dell’anno successivo. Esempio: Annata agraria 2002-03: inizio 11 novembre 2002; fine 10 novembre 2003; b) la stima dei fondi, cioè l’eventuale cambio di gestione,viene di regola, riferita a tale data; c) i contratti di affitto e di colonia hanno inizio e scadenza in tale data. In Ucraina il ciclo va dal 01/01 al 31/12.

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Ciò premesso, precisiamo ora che il ciclo produttivo può essere: 1) annuo,, quando il fondo ritorna ogni anno ann nelle condizioni iniziali. È il caso tipico e comune dei fondi a colture erbacee; 2) poliannuale o periodico.. Si ha quando il fondo ritorna, ogni n anni (n = a un numero qualsiasi di anni), i), nelle condizioni iniziali. È il caso degli arboreti coetanei (frutteti, vigneti e boschi), periodicamente rinnovabili. Ciclo poliannuale Es. bosco perpetuamente rinnovabile (n = 40 anni)

Capitali dell’azienda agraria Sono fondamentalmente due e precisamente: 1) il capitale fondiario; 2) il capitale agrario o industriale o di esercizio. Poiché già conosciamo il capitale fondiario (beni naturali + miglioramenti fondiari), vediamo qui di chiarire il concetto di capitale agrario. agrario In una qualsivoglia azienda agraria, il capitale agrario o industriale o di esercizio risulta sempre costituito dall’insiemee delle seguenti voci: 1) capitale scorte vive (= valore di tutti gli animali presenti in azienda); 2) capitale scorte morte (= valore: macchine e attrezzi, mangimi, lettimi, concimi, sementi, anticrittogamici, ecc. presenti in azienda); 3) capitale di anticipazione ne (= valore denaro liquido occorrente per affrontare le spese di produzione e cioè: lavoro, acquisto materie prime, pagamento imposte, ecc.). Al proprietario del capitale agrario compete un compenso detto beneficio industriale (simbolo Bi).

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Persone economiche dellâ&#x20AC;&#x2122;azienda agraria Sono, teoricamente, le cinque che, con le opportune indicazioni, vengono riportate nello specchietto seguente: Persone economiche 1) Proprietario del cap. fondiario 2) Proprietario del cap. agrario

Servigi produttivi Conferisce il Cap. fondiario

3) Lavoratore intellettuale

Conferisce il lavoro di: direzione, amministrazione e sorveglianza

Stipendio

St

4) Lavoratore manuale

Conferisce il lavoro manuale

Salario

Sa

5) Imprenditore

Conferisce il coordinamento dei fattori della produzione, attua la produzione e se ne assume il rischio

Tornaconto o profitto

ÂąT

Conferisce il Cap. agrario

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Compensi Nomi Simboli Beneficio Bf fondiario Beneficio Bi industriale


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Facciamo qui subito rilevare che l’imprenditore che conferisce al processo produttivo solamente l’organizzazione (compenso ± T ), nella realtà non esiste. Ecco perché detto tipo di imprenditore prende, in economia, la denominazione di imprenditore astratto. La realtà economica ci fornisce, invece, numerosi esempi di imprenditori concreti, di imprenditori cioè che riuniscono, in un’unica persona fisica, due o più persone economiche dello specchietto di cui sopra. Esempi: 1) Imprenditore che conferisce anche il capitale fondiario. Ha diritto ai compensi: Bf ± T 2) Imprenditore che conferisce anche: capitale fondiario e capitale agrario. Ha diritto ai compensi: Bf + Bi ± T 3) Imprenditore che conferisce anche: capitale fondiario,capitale agrario e lavoro intellettuale. Ha diritto ai compensi Bf + Bi + St ± T 4) Imprenditore che conferisce anche: capitale fondiario, capitale agrario, lavoro intellettuale e lavoro manuale. Ha diritto ai compensi: Bf + Bi + St + Sa ± T (È quest’ultimo il caso del piccolo proprietario coltivatore diretto)

Produzione e fattori produttivi TERRA Risorse naturali che concorrono produzione

LAVORO

CAPITALE

Applicazione delle facoltà umane al processo produttivo

Bene prodotto e destinato a sua volta alla produzione di altri beni

Direttivo

Esecutivo

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Fissi a logorio parziale

Circolanti a logorio totale


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Caratteristiche dei fattori produttivi VARIABILI SI POSSONO AGEVOLMENTE AUMENTARE O DIMINUIRE DURANTE IL CICLO PRODUTTIVO (SIA NEL BREVE CHE NEL LUNGO PERIODO) Concimi, acqua irrigua, carburante, lavoro avventizio, ecc

FISSI NON SI POSSONO VARIARE FACILMENTE NEL BREVE PERIODO MA SOLO NEL LUNGO PERIODO

Originano COSTI VARIABILI

Originano COSTI FISSI

Impianti, macchinari, dimensioni aziendali, ecc

LlMITAZIONALI

SOSTITUZIONALI

A sostituzione nulla: devono essere per forza impiegati nel processo produttivo (es. latte per il caseificio)

A sostituzione o parziale: possono essere parzialmente sostituiti fra loro (es. macchine con manodopera)

LIMITATI

ALTERNATIVI A sostituzione parziale: possono essere totalmente sostituiti con altri (es. l’esecuzione dell’aratura aziendale o il ricorso al noleggio)

ILLIMITATI Quelli non facilmente reperibili sul mercato, presenti o prodotti nella stessa azienda in misura limitata (es. letame per un'azienda non zootecnica)

Quelli che l’imprenditore può liberamente acquistare sul mercato. (es. concimi) IMPRESA Combinazione dei fattori produttivi per ottenere prodotti o servizi da offrire sul mercato in cambio di un prezzo

AZIENDA Combinazione tecnica dei fattori produttivi

È l’unità di gestione della produzione È l’attività dell’imprenditore che organizza e gestisce l’azienda con le finalità di ottenere un profitto, assumendosene i rischi relativi alle scelte che effettua

È l’unità tecnica di organizzazione della produzione La finalità dell’azienda è l’ottenimento di una produzione

La produzione È il risultato di qualunque attività che determini un aumento dell’utilità dei beni. È un processo di trasformazione di materie prime e servizi in altri beni e servizi chiamati prodotti.

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Forme Trasformazione fisica della materia

Trasferimento nello spazio

Trasferimento nel tempo

Il grano viene trasformato in farina

Grano trasportato al luogo di consumo

Il grano è messo in magazzino per venderlo nel periodo di maggior richiesta

Produttività È la quantità di produzione riferita ad un’unità di fattore produttivo Produttività totale – Quantità complessiva di produzione dovuta all’impiego di una certa quantità del fattore produttivo. Es: la produzione aziendale ottenibile con 10 dosi di fattore produttivo è di € 100 Produttività media – È data dal rapporto tra la produzione totale conseguita e la quantità di mezzo produttivo impiegato. Es: la produzione aziendale è pari a 78.000 € con l’impiego di 3 ULU pari a 900 giornate lavorative. Pm per addetto = 78.000 €/3ULU=26.000 € ULU Pro giornaliera = 78.000 € /900 gg = 867 €/gg Produttività marginale – È l’aumento della produzione totale dovuto all’impiego nella produzione di un’ulteriore unità di un dato fattore produttivo. Es: un’ulteriore ora di lavoro aziendale fa aumentare la produzione di € 26.000 = Produttività marginale del lavoro ULU = unità lavorative uomo (1 ULU annua = 300 giornate).

Produzione e processi produttivi Costo prezzo valore: – – –

costo: l’interesse delle spese sostenute per acquistare o produrre un bene; prezzo: somma pagata sul mercato per acquistare qualcosa; somma offerta dal mercato in cambio di un bene o di un servizio; valore ipotetico prezzo o costo previsto per acquistare, vendere o produrre qualcosa (un bene).

In un processo produttivo il totale dei costi sostenuti per ottenere una determinata produzione viene indicato come costo di produzione. In tale processo i costi

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possono riguardare fattori produttivi aziendali (fitto o equivalente per l’azienda, interessi, salari) e fattori extra aziendali (imposte, spese varie, quote di ammortamento e manutenzione, eventuali assicurazioni). Per il modo in cui incidono nella produzione i costi possono essere costanti (imposte, fitto o equivalente, assicurazioni) o variabili in dipendenza della quantità di lavoro o di prodotto che viene realizzata. Le quote di ammortamento di una macchina variano giacché se la macchina lavora di più dura meno, se lavora poco dura di più. Se dividiamo la quantità totale del bene prodotto con il costo totale sostenuto per la produzione otteniamo il costo medio unitario: se per produrre 100 q di grano spendo € 1.100 il costo medio unitario è dato da 1.100/100 = 11 costo medio del quintale di grano. Il costo medio dà un’idea di come ci si deve regolare rispetto al mercato: se produco a € 11 al quintale posso vendere a € 14. È questo un criterio adottato; l’agricoltore in tal caso cerca di ottenere quanto più può di prodotto. Ma il processo produttivo non è rettilineo, in quanto segue una curva. Ad un certo momento il costo di un quintale di grano, quello che riesco ad ottenere forzando (con concimi, con lavoro) la produzione sarà simile al suo valore di mercato. Il processo diventa marginale. Il costo marginale si ha quando il valore del processo e il costo della sua produzione tendono ad essere uguali.

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ANALISI COSTI-BENEFICI È una metodologia di valutazione degli interventi pubblici

Natura e obiettivi dell’ACB − − −

L’ACB nasce come metodo per stimare, in modo sistematico ed ordinato, gli effetti finanziari e/o economici derivanti dalla realizzazione di progetti di investimento; la logica è squisitamente economica; l’unità di misura è il prezzo di mercato o Problemi che ne derivano…

Problemi −

L’ambito pubblico, nel quale l’ACB ha trovato il miglior terreno di sviluppo, non riguarda soltanto situazioni caratterizzate da mercati perfettamente concorrenziali e funzionanti: - l’esistenza di beni pubblici costringe lo stato ad intervenire direttamente nel sistema socioeconomico per garantirne la produzione e la fornitura.

Struttura e obiettivi – –

– –

Natura dell’analisi costi-benefici; l’approccio metodologico tradizionale: - Analisi finanziaria - Analisi economica - Analisi sociale limiti della metodologia; beni pubblici e ACB.

In sintesi, l’ACB, nell’accezione più “moderna”, può definirsi Un metodo per valutare e scegliere Risulta perfettamente compatibile con una logica economica e sociale che supera la dimensione finanziaria, cioè senza limitarsi ai soli “flussi di cassa”. È un complesso di procedure e regole che forniscono adeguato supporto informativo ai Decisori degli Enti Pubblici.

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L’ACB ha la natura di supporto informativo poiché fornisce ai decisori un semplice criterio per identificare, valutare e confrontare i vantaggi e gli svantaggi di un dato investimento-spesa dell’Ente Pubblico; essa è quindi classificabile come strumento per valutare e scegliere.

Definizione –

L’ACB è un approccio analitico che consente di organizzare le informazioni riguardanti i benefici ed i costi associati ad un intervento (investimento) pubblico.

Essa è cioè un set di regole operative, volte a guidare le scelte del decisore pubblico tra ipotesi alternative di intervento La decisione da prendere è sempre relativa ad un determinato set di possibili interventi alternativi, consentendo la scelta della migliore alternativa disponibile fra quelle esaminate.

Obiettivo metodologico Comparazione di benefici e costi (effetti), associati alla realizzazione di un progetto, per determinare se il progetto produce un incremento (o riduzione) nel livello di benessere di una collettività, tale da consigliarne (o sconsigliarne) la realizzazione. Ma esiste un paradigma economico che consenta di prendere in considerazione anche quelle risorse o quei beni che non hanno un adeguato prezzo di mercato (o non lo hanno del tutto)? La valutazione dei benefici o dei costi, per i beni senza prezzo di mercato, può essere ottenuta attraverso la valutazione della disponibilità a pagare degli individui. L’ACB è uno strumento di valutazione ed analisi da utilizzare specificatamente per la valutazione di progetti e/o programmi pubblici di investimento-spesa. Si pensi che – nella valutazione dei progetti privati di investimento, le regole guida delle decisioni è la massimizzazione del profitto; – nella valutazione dei progetti pubblici di investimento, le regole guida sono legate al benessere della collettività. La valutazione di un progetto pubblico d’investimento-spesa si traduce nella considerazione dei costi e dei benefici sociali generati dal progetto, cioè con una decisione sulla desiderabilità del progetto stesso.

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Tipologie di ACB Tipologia

Finanziaria

Economica

Sociale

Contenuti Approccio di carattere privatistico-imprenditoriale. Obiettivo di massimizzazione del profitto, secondo criteri di efficienza finanziaria. Utilizzo dei prezzi di mercato. Ammissibilità degli interventi stabilita dalle preferenze dell’imprenditore. Approccio di carattere pubblico. Obiettivo di massimizzazione del benessere sociale, secondo criteri di efficienza economica. Utilizzo dei prezzi efficienti. Ammissibilità degli interventi stabilita dalle preferenze del consumatore. Approccio di carattere pubblico. Obiettivo di redistribuzione della ricchezza. Utilizzo dei prezzi efficienti. Ammissibilità degli interventi stabilita dal decisore pubblico.

Comparazione di costi e benefici nel tempo Pur ipotizzando che tutti gli elementi del progetto/investimento siano già stati tutti calcolati in modo efficiente, l’aspetto di primaria importanza per un’ACB è quello legato al modo in cui i benefici e i costi dovranno essere tra di loro confrontati, al fine di ottenere indicazioni circa l’opportunità della realizzazione dello specifico progetto esaminato. Un’ACB è una metodologia in grado di confrontare grandezze solo se fra di loro sono omogenee, anche e soprattutto dal punto di vista temporale, questo perché due effetti, seppure identici sotto tutti i punti di vista, tranne per l’epoca in cui avvengono, non possono essere considerati analoghi.

Flusso di cassa scontato (DCF) è l’approccio operativo necessario per rendere omogenea e confrontabile la successione temporale di costi e benefici legati all’attuazione di un progetto, nell’arco del suo ciclo di vita. Sebbene il flusso di cassa scontato sia un’operazione tipicamente finanziaria, l’approccio implica l’accettazione del postulato neoclassico denominato della “razionalità delle preferenze individuali”, cioè a dire la propensione comportamentale dell’agente economico ad assegnare al consumo attuale un’utilità superiore rispetto a quella di un identico ammontare di consumo differito nel tempo.

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Ciclo di Vita del progetto

Le fasi di raccolta delle informazioni e d’assunzione delle decisioni che intercorrono tra l’inizio ed il completamento di un progetto. Per inizio di un progetto si intende la fase in cui il soggetto proponente identifica l’intervento da realizzare ed il/i soggetto/i a cui sono destinati i benefici. Per completamento di un progetto si intende il momento in cui lo stesso cessa di produrre effetti economici/sociali nei confronti del/i beneficiario/i a cui è destinato.

Fasi del ciclo di vita

Identificazione

Risultato finale del processo di pianificazione e/o programmazione complessivo del soggetto proponente; consiste nell’individuazione di obiettivi, beneficiari e risultati attesi.

Pre-fattibilità

Risultato finale della preparazione di uno studio ex ante sulla validità di un progetto, intesa come ottenimento di risposte positive agli obiettivi ed ai risultati attesi individuati nella precedente fase d’identificazione.

Fattibilità

Valutazione tecnica, finanziaria ed economica delle alternative di progetto, intesa come ottenimento di risposte positive agli obiettivi ed ai risultati attesi individuati nella precedente fase d’identificazione e di pre-fattibilità.

Pre-investimento

Reperimento delle risorse finanziarie e disponibilità delle competenze necessarie per la realizzazione e la gestione del progetto.

Investimento

Realizzazione esecutiva del progetto, detta anche fase di cantiere.

Gestione

Fase operativa in cui il progetto realizza i benefici previsti.

Controllo ex post

Fase operativa di controllo in cui verificare se il progetto ha raggiunto gli obiettivi previsti.

Criteri di investimento La comparazione fra i costi e i benefici rilevati può essere fatta ricorrendo a criteri diversi il cui risultato determina l’opportunità della realizzazione del progetto stesso. È possibile definire i criteri di investimento come gli indicatori sintetici finali dell’ACB, il cui obiettivo è quello di permettere al decisore (pubblico o privato) di

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definire un ordine di preferibilità tra più alternative di progetto, cioè a dire sulla loro attuabilità. Nel caso in cui il decisore debba valutare non una serie di progetti tra loro alternativi, ma un unico progetto, i criteri di investimento saranno mirati alla scelta tra “il fare ed il non fare”, cioè tra modificare una situazione esistente oppure continuare a mantenere lo status quo.

Criteri di investimento Denominazione

Definizione

Valore attuale netto

VAN

Differenza fra i flussi dei benefici e dei costi.

Rapporto benefici costi

B/C

Rapporto fra i flussi dei benefici e dei costi.

Tasso interno di rendimento

TIR

Tasso di sconto che permette di uguagliare i flussi dei costi e dei benefici.

Periodo di recupero del capitale

PBP

Tempo necessario perché il progetto sia in grado di produrre un reddito netto pari al capitale investito.

Limiti principali della metodologia – – – – – – –

valutazione della vita umana; valutazione dei beni pubblici; gli effetti ambientali; l’incertezza e il rischio; reperimento dati e informazioni; il ruolo del decisore pubblico; scelte e vincoli politici.

La monetarizzazione –

La valutazione, attraverso la metodologia ACB tradizionale, è possibile solo se esistono dei prezzi per tutti i tipi di risorse che devono essere considerate.

Fasi procedurali di una ACB di progetti pubblici – –

informazioni generali; analisi domanda / offerta; - (senza e con intervento);

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– –

analisi costi e benefici; - (senza e con intervento); analisi finanziaria ed economica.

Informazioni generali – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

titolo dell’intervento; amministrazione proponente; costo totale (compreso accantonamenti); costo delle singole opere; natura dell’intervento (unitario, integrato, composito, lotti funzionali); tipologia dell’intervento (nuovo, completamento, ampliamento, ristrutturazione); settore di intervento; area di realizzazione (locale, comunale, provinciale, regionale, nazionale, europeo); programma settoriale/territoriale in cui si inserisce l’intervento; soggetto che realizzerà l’opera; soggetto che gestirà l’opera; soggetto che resterà proprietario dell’opera; fasi procedurali tecnico-amministrative per la realizzazione dell’opera; procedura di affidamento dei lavori; tempi di realizzazione dei lavori; tempo complessivo dell’intervento; livello progettuale raggiunto: studio fattibilità, progetto di massima, progetto esecutivo; descrizione sintetica dell’intervento; altri interventi in corso di realizzazione o programmati che entreranno in relazione con l’intervento.

Il primo passo per sviluppare un ACB di un progetto pubblico è l’architettura tipologica del progetto,cioè verificare se il progetto è: –

un intervento unitario non divisibile in lotti funzionali si analizzano i costi ed i benefici nel suo complesso;

un intervento unitario divisibile in lotti funzionali (intervento integrato) si analizzano i costi ed i benefici nel suo complesso;

un intervento sommatoria di lotti funzionali (intervento composito) si analizzano i costi ed i benefici complessivi e di singole parti.

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Tabella di sintesi delle tipologie di intervento progettuale Tipologia

Definizione

Intervento unitario

Tipologia progettuale caratterizzata da una chiara indivisibilità, sia dal punto di vista tecnico che da quello funzionale ed economico.

Intervento composito

Tipologia progettuale caratterizzata da un insieme di “comparti”, tra i quali coesistono interrelazioni e retroazioni relativamente ai beni/servizi offerti ed alla domanda soddisfatta.

Intervento integrato

Tipologia progettuale caratterizzata da un insieme di lotti funzionali autonomi dal punto di vista della realizzazione tecnica e dei flussi costi/benefici, ma comunque tutti facenti parte di un’unica mission progettuale.

Lotto funzionale

Parte di un intervento caratterizzata da una propria mission individuale, da un bilancio di costi e benefici autonomo, ma con una architettura tecnica e funzionale basata sulla mission del progetto complessivo a cui appartiene.

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VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE (VIA) E VALUTAZIONE AMBIENTALE STRATEGICA (VAS) I progetti di opere urbanistiche o di viabilità potrebbero provocare, al momento della loro realizzazione, un impatto con l’ambiente, ossia potrebbero alterare l’ambiente e modificare il paesaggio. Pertanto, prima di procedere alla realizzazione del progetto, si deve valutare l’impatto ambientale tramite lo studio dell’impatto, che deve essere eseguito da chi propone il progetto in modo che possa essere poi valutato. Nello studio dell’impatto il tecnico deve relazionare in modo accurato, con la descrizione di ciò che intende realizzare, prevedendo gli effetti sull’ambiente e rappresentando gli interventi idonei a mitigare gli effetti negativi, indicando inoltre eventuali soluzioni alternative. Lo studio di impatto ambientale è strutturato in tre quadri di riferimento: 1. quadro di riferimento programmatico: nel quale viene fornito il rapporto esistente tra l’opera in oggetto e gli atti di pianificazione e programmazione territoriale; 2. quadro di riferimento progettuale: nel quale viene descritto il progetto e le soluzioni adottate inquadrando il progetto nell’ambito territoriale; 3. quadro di riferimento ambientale: che, analizzando i fattori ambientali (quali atmosfera, ambiente idrico, suolo e sottosuolo, flora e fauna, ecosistemi, salute pubblica, radiazioni ionizzanti e non, rumore e vibrazioni, paesaggio), individua gli strumenti gestionali e di controllo, nonché i sistemi di intervento per fronteggiare eventuali emergenze. La Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) viene introdotta nel nostro ordinamento giuridico attraverso la legge n. 349/1986; in recepimento della direttiva CEE 337/85. RICORDA:“la partecipazione al processo decisionale delle componenti sociali interessate, rappresenta la caratteristica procedurale principale della VIA, che si può considerare come una verifica della compatibilità ambientale di un progetto”.

Gli obiettivi principali sono: 1. salvaguardare la salute umana e il miglioramento della qualità della vita, considerazioni principali nella valutazione decisionale di una determinata opera che può avere ripercussioni negative sull’ambiente; 2. valutare a priori gli effetti del piano, del programma o del progetto sulla salute dell’uomo e sull’ambiente. Circa la valutazione di impatto

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ambientale, la Direttiva CEE 337/85, nei tre allegati che la integrano, oltre a prendere in considerazione gli elementi fondamentali per la VIA di un progetto, indica: -

-

nell’allegato 1, l’elenco dei progetti di opere da sottoporre obbligatoriamente alla VIA; nell’allegato 2, l’elenco dei progetti la cui attuazione prevede prima della VIA una verifica preliminare da parte degli stati membri, in base alle caratteristiche tecniche, progettuali e di localizzazione territoriale; nell’allegato 3, sono specificate le informazioni relative al progetto e agli effetti provocati sull’ambiente, che devono essere fornite dal committente dell’opera oggetto di valutazione nel corso della redazione dello Studio di Impatto Ambientale (SIA).

La direttiva comunitaria attualmente vigente è la Direttiva CE 11/97 che, integrando la precedente dell’85, estende le categorie dei progetti contenuti negli allegati n. 1 e n. 2 e inserisce un nuovo allegato relativo ai criteri da impiegare nella selezione dei progetti contenuti nell’allegato n. 2. L’allegato n. 1 contiene l’elenco dei progetti per i quali, indipendentemente dalla normativa nazionale e regionale di appartenenza, risulta obbligatoria, ai sensi dell’art. 4, paragrafo 1 della direttiva comunitaria, la valutazione di impatto ambientale. Gli Stati membri devono valutare obbligatoriamente l’impatto ambientale dei progetti contenuti nell’elenco di cui all’allegato n. 1 oppure essere più restrittivi abbassando, ad esempio, i limiti dimensionali o estensivi. Gli adempimenti tecnico-procedurali per la valutazione ambientale di un progetto o di un piano sono: 1. la redazione di un rapporto di impatto ambientale, contenente informazioni generali, informazioni tecnico-scientifiche ed eventualmente dati relativi allo stato, alla struttura e al funzionamento complessivo dell’ambiente coinvolto; 2. consultazione degli individui interessati a vario titolo dall’intervento di trasformazione territoriale, che può essere costituito da singole persone fisiche o giuridiche, da loro associazioni o gruppi operanti stabilmente nel territorio interessato dal progetto di trasformazione; 3. la valutazione del rapporto di cui al punto 1 e della consultazione pubblica di cui al punto 2; 4. la pubblicazione delle informazioni e delle decisioni. Il Parlamento Europeo e il Consiglio dell’Unione Europea hanno emanato il 27/06/2001 la direttiva 2001/42/CE preposta alla valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente. La direttiva CE impone la procedura di valutazione a piani e programmi relativi all’assetto del territorio urbano e rurale, alla destinazione dei suoli, ai trasporti, all’energia, alle telecomunicazioni, alla

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gestione delle acque e dei rifiuti, all’industria e all’agricoltura, alla selvicoltura, lla pesca e al turismo. La direttiva si applica inoltre per l’adozione di piani e programmi riguardanti siti tutelati dalla già menzionata direttiva 92/43/CEE, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, della flora e della fauna selvatica. Tale valutazione, denominata Valutazione Ambientale e Strategica (VAS), deve essere e effettuata durante la fase preparatoria del piano o del programma. Le direttive specifiche per la valutazione ambientale sono: 1. l’elaborazione di un rapporto d’Impatto ambientale; 2. la realizzazione delle consultazioni; 3. la valutazione del rapporto ambientale e dei risultati delle consultazioni nell’iter decisionale; 4. la messa a disposizione delle informazioni. La direttiva stabilisce modi e termini di stesura del Rapporto Ambientale, che deve individuare, descrivere e valutare gli effetti significativi che l’attuazione del piano o del programma potrebbe avere sull’ambiente. RICORDA: “Sono esclusi dal VAS i piani di programmi destinati esclusivamente a scopi di difesa o di emergenza civile, e i piani o i programmi finanziari o di bilancio”.

Categorie di progetti inclusi nell’allegato 1 alla Direttiva CE 11/97. 1. Raffinerie di petrolio (escluse le imprese che producono solo lubrificanti dal petrolio greggio), nonché impianti di gassificazione e di liquefazione di almeno 500 tonnellate al giorno di carbone o di scisti bitumasi. 2. Centrali termiche ed altri impianti di combustione con potenza termica da 300 MW in poi, centrali nucleari, compreso lo smantellamento e lo smontaggio di tali centrali. 3. Impianti per il ritrattamento di combustibili nucleari irradiati. 4. Acciaierie integrate di prima fusione della ghisa e dell’acciaio. 5. Impianti di estrazione di amianto, nonché quelli relativi alla sua trasformazione. 6. Impianti chimici per la produzione su scala industriale di prodotti che prevedano la vicinanza di vari stabilimenti funzionalmente connessi tra loro. 7. Opere relative alla realizzazione di: - tronchi ferroviari a grande distanza; - aeroporti con piste di atterraggio e decollo lunghe almeno 2.100 m; - costruzione di strade e autostrade e vie di rapida comunicazione; - costruzione di nuove strade a quattro e più corsie, raddrizzamento o allargamento di strade preesistenti, qualora la nuova strada abbia una lunghezza ininterrotta di almeno 10 km.

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8. Infrastrutture varie: - vie navigabili e porti di navigazione interna che consentano il passaggio di navi di stazza superiore a 1.350 tonnellate; - porti marittimi e commerciali, moli di carico e scarico collegati con la terraferma e l’esterno dei porti, che possano accogliere navi di stazza superiore a 1.350 tonnellate. 9. Impianti di smaltimento rifiuti pericolosi previsti dalla direttiva 91/689/CEE mediante incenerimento, trattamento chimico definito nell’allegato 2 bis, punto D9 della direttiva 75/442/CEE, o interramento di rifiuti pericolosi. 10. Impianti di smaltimento dei rifiuti non pericolosi mediante incenerimento o trattamento chimico con una capacità superiore a 100 tonnellate al giorno. 11. Sistemi di estrazione o ricarica artificiale delle acque freatiche, il cui volume annuale dell’acqua estratta o ricaricata sia pari o superiore a 10.000,000 di metri cubi. 12. Opere idriche quali: - trasferimento idrico tra bacini imbriferi con lo scopo di prevenire una carenza d’acqua per un volume superiore a 100.000,000 di metri cubi annui; - opere di trasferimento di risorse idriche tra bacini imbriferi con un’erogazione media pluriennale del bacino in questione superiore a 2.000.000.000 metri cubi all’anno e per un volume di acque trasferite superiore al 5% di detta erogazione. Sono esclusi dai precedenti casi i trasferimenti di acqua potabile convogliata in tubazioni. 13. Impianti di depurazione delle acque reflue con una capacità superiore a 150.000 abitanti o equivalenti, come definiti all’Art. 2, punto 6 della Direttiva 91/271/CEE. 14. Estrazione di petrolio e gas naturale a fini commerciali, per un quantitativo estratto superiore a 500.000 m3 giornalieri per il gas naturale. 15. Dighe e altri impianti finalizzati a trattenere le acque o ad accumularle in modo durevole, per un quantitativo superiore a 10.000.000 di m3. 16. Gasdotti, oleodotti o condutture per prodotti chimici, di diametro superiore a 800 mm e di lunghezza superiore a 40 km. 17. Impianti per l’allevamento di suini e di pollame con più di: - posti di suini da produzione (di oltre 30 kg); - 900 posti per scrofe; - 85.000 posti per polli da ingrasso e 60.000 posti per galline. 18. Impianti industriali per la fabbricazione di: - pasta per carta a partire dal legno o da altre materie fibrose; - di carta e cartoni con capacità superiore a 200 tonn. al giorno. 19. Cave e attività minerarie a cielo aperto, di superficie superiore a 150 ha. 20. Costruzione di elettrodotti aerei con voltaggio di 220 kV o superiore e di lunghezza superiore a 15 km.

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21. Impianti per lo stoccaggio del petrolio, prodotti petrolchimici o prodotti chimici, con una capacità superiore a 200.000 tonnellate. Al predetto elenco, le categorie di progetti per i quali gli Stati membri devono esprimere un parere di valutazione, caso per caso attraverso soglie o criteri da loro stabiliti, sono inclusi ai sensi dell’allegato n. 2 alla direttiva CE 11/1997 i progetti di seguito elencati sinteticamente. 22. Agricoltura, selvicoltura e acquicoltura: - progetti di ricomposizione rurale; - progetti tendenti a destinare terre incolte o estensioni seminaturali alla coltivazione intensiva; - progetti di gestione delle risorse idriche per l’agricoltura, compresi progetti di irrigazione e di drenaggio delle terre; - primi rimboschimenti e disboscamento a scopo di conversione di un altro tipo di sfruttamento del suolo; - impianti di allevamento intensivo di animali (progetti non compresi nell’allegato n. 1); - piscicoltura intensiva; - recupero di terre dal mare. 23. Industria estrattiva (mineraria). 24. Industria energetica. 25. Produzione e trasformazione dei metalli. 26. Industria dei prodotti minerali: - cokerie (distillati a secco del carbone); - cementifici; - impianti destinati alla produzione di amianto e alla fabbricazione di prodotti a base di amianto (progetti non compresi nell’allegato n. 1); - impianti per la fabbricazione del vetro compresi quelli destinati alla produzione delle fibre di vetro; - impianti per la fusione di sostanze minerali, compresi quelli destinati alla produzione di fibre minerali; - fabbricazione di prodotti ceramici mediante cottura, in particolare tegole, mattoni refrattari, piastrelle, gres o porcellane. 27. Industria chimica (progetti non compresi nell’allegato n. 1). 28. Industria dei prodotti alimentari: - fabbricazione di oli e grassi vegetali e animali; - fabbricazione di conserve di prodotti animali e vegetali; - fabbricazione di prodotti lattiero-caseari; - industria della birra e del malto; - fabbricazione di dolciumi e sciroppi; - impianti per la macellazione di animali; - industrie per la produzione della fecola; - stabilimenti per la produzione di farina di pesce e olio di pesce;

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- zuccherifici. 29. Industria dei tessili, del cuoio, del legno e della carta progetti non compresi nell’allegato n.1: - impianti per il pretrattamento (lavaggio, imbiancamento, mercerizzazione) o tintura di fibre tessili; impianti per la concia delle pelli; impianti per la produzione e la lavorazione della cellulosa. 30. Industria della gomma: - fabbricazione e trattamento di prodotti a base di elastomeri. 31. Progetti e infrastrutture: - progetti di sviluppo di zone industriali; - progetti di riassetto urbano, compresa la costruzione di centri commerciali e parcheggi; - costruzione di ferrovie, di piattaforme intermodali e di terminali intermodali (progetti non compresi nell’allegato n. 1); - costruzione di aerodromi (progetti non compresi nell’allegato n. 1); - costruzione di strade, porti e impianti portuali, compresi porti di pesca - (progetti non compresi nell’allegato n. 1); - costruzione di vie navigabili interne (non comprese nel l’allegato n. 1); - dighe e altri impianti destinati a trattenere le acque o ad accumularle in modo durevole (progetti non compresi nell’allegato n. 1); - tram, metropolitane sopraelevate e sotterranee, funivie o linee simili di tipo particolare, esclusivamente o principalmente adibite al trasporto di persone; - installazione di oleodotti e gasdotti (non comprese nell’allegato n. 1); - installazione di acquedotti a lunga distanza; - opere destinate a combattere l’erosione e lavori marittimi volti a modificare la costa mediante costruzioni (dighe, gettate, moli e altri lavori di difesa dal mare) esclusa la manutenzione e la ricostruzione di tali opere; - progetti di estrazione o di ricarica artificiale delle acque freatiche (non comprese nell’allegato1); - opere per il trasferimento di risorse idriche tra bacini imbriferi (non comprese nell’allegato 1). 32. Altri progetti: - piste permanenti per corse o prove di veicoli a motore; - impianti di smaltimento di rifiuti (non compresi nell’allegato n. 1); - impianti di depurazione delle acque reflue (non compresi nell’allegato n. 1);

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-

depositi di fanghi; immagazzinamento di rottami di ferro, comprese le carcasse di veicoli; - banchi di prova per veicoli a motore, turbine e reattori; - impianti per la produzione di fibre minerali artificiali; - impianti per il recupero o per la distruzione di sostanze esplosive; - stabilimenti di squartamento. 33. Turismo e attività ricreative: - piste da sci, impianti di risalita, funivie e strutture connesse; - porti turistici; - villaggi di vacanza e complessi alberghieri situati fuori dalle zone urbane e strutture connesse; - terreni da campeggio e caravaning a carattere permanente; - parchi tematici. 34. Varie: - modifiche o estensioni di progetti di cui all’allegato n. 1 o all’allegato n. 2 già autorizzati, realizzati o in fase di realizzazione, che possono avere notevoli ripercussioni negative sull’ambiente; - progetti di cui all'allegato n. 1 che servono esclusivamente o essenzialmente per lo sviluppo e il collaudo di nuovi metodi o prodotti che non sono utilizzati per più di due anni.

Disposizioni di cui al D.M. 13 dicembre 2004, n. 5406: disposizioni ed impegni regionali integrativi per l’attuazione della condizionalità. 1. Campo di condizionalità: ambiente Atto A1 - Direttiva 79/409/CEE, concernente la conservazione degli uccelli selvatici. Art. 3, Art. 4, paragrafi 1, 2, 4, Artt. 5, 7, 8. Recepimento nazionale - Legge 11 febbraio 1992, n. 157 2. Atto A 2 - Direttiva 80/68/CEE, concernente la protezione delle acque sotterrane e dall'inquinamento provocato da certe sostanze pericolose. Articoli 4 e 5 Recepimento nazionale - Decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152 3. Atto A 3 - Direttiva 86/278/CEE, concernente la protezione del suolo, dell’utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura. Articolo 3: - Recepimento nazionale - Decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99 4. Atto A 4 - Direttiva 91/676/CEE, relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole.

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Articoli 4 e 5 Recepimento nazionale - Decreto legislativo 11 maggio 1999, n.152 5. Atto A 5 - Direttiva 92/43/CEE Conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche. Articoli 6, 13, 15, e 22, lettera di Recepimento nazionale - Legge 11 febbraio 1992, n.157

Allegato 2. Elenco delle norme per il mantenimento dei terreni agricoli in buone condizioni agronomiche e ambientali (Art. 5, reg. CE 1782/03). Obiettivo 1: erosione del suolo, proteggere il suolo mediante misure idonee. Norma 1.1: Interventi di regimazione temporanea delle acque superficiali di terreni in pendio. Obiettivo 2: sostanza organica del suolo, mantenere i livelli di sostanza organica del suolo mediante opportune pratiche. Norma 2.1: gestione delle stoppie e dei residui vegetali. Obiettivo 3: mantenere la struttura del suolo mediante misure adeguate. Norma 3.1: Difesa della struttura del suolo col mantenimento in efficienza della rete di sgrondo delle acque superficiali. Obiettivo 4: struttura del paesaggio. Norma 4.3: Manutenzione degli oliveti. Norma 4.4: Mantenimento degli elementi caratteristici del paesaggio.

Interventi a favore del territorio definiti in Finanziaria 2007: conservazione e difesa di ambiente e paesaggio Difesa del suolo

Controlli ambientali

Messa in sicurezza del territorio da frane e alluvioni: per il 2007-200 milioni di € per il 2008-265 milioni di € per il 2009-265 milioni di € 10% dei fondi destinati al ponte sullo stretto di Messina verranno utilizzati per opere di difesa in Calabria e in Sicilia Combattere il rischio idrogeologico: 670 milioni di € nel triennio sottoforma di contributo agli enti locali Bonifica ambientale:

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Ecomafia

Parchi e aree protette Abusivismo edilizio

Inquinamento urbano

Rispetto delle norme europee

65 milioni di € per il 2007 100 milioni di € per il 2008 100 milioni di € per il 2009 Protocollo di Kyoto: combattere l’inquinamento e promuovere lo sviluppo sostenibile: 600 milioni di € per 3 anni per ridurre la CO2 75 milioni di € per progetti sulla sostenibilità Difesa del mare (si introduce il principio che “chi inquina paga” pertanto risarcimento per le spese sostenute per il disinquinamento): 122 milioni di € per i prossimi 3 anni per le attività di disinquinamento 30 milioni di € per i prossimi 3 anni per programmi di difesa nell’ambito della Convenzione di Barcellona Tutela ambientale (riorganizzazione e potenziamento dell’Agenzia per la protezione dell'ambiente): 250 milioni di € nel triennio Potenziamento del Corpo dei Carabinieri: realizzazione di nuova struttura operativa contro l’ecomafia 210 milioni di € per i prossimi 3 anni Attuazione di un programma triennale straordinario di demolizione delle opere abusive nelle aree protette nazionali Lotta all’inquinamento urbano. Promozione del trasporto pubblico: 140 milioni di € ogni anno per la qualità dell’aria; 90 milioni di € ogni anno per 3 anni per abbattimento delle polveri sottili destinazione di una parte del “Fondo per Kyoto” per interventi sul trasporto pubblico elettrificato Rivalsa dello Stato sugli enti locali che non si adeguano alle norme europee riguardanti la tutela europee dell’ambiente

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SISTEMA DI GESTIONE AMBIENTALE

REALIZZAZIONE E OPERATIVITÀ - STRUTTURA (organizzativa) E RESPONSABILITA’ - ADDESTRAMENTO, CONSAPEVOLEZZA E COMPETENZA - COMUNICAZIONE - DOCUMENTAZIONE DEL SISTEMA DI GESTIONE AMBIENTALE - CONTROLLO DELLA DOCUMENTAZIONE - CONTROLLO OPERATIVO - ADDESTRAMENTO E RELAZIONI ALLE EMERGENZE

Sintesi del requisito L’azienda deve predisporre documentazione, in forma cartacea o informatica, per descrivere le parti essenziali del sistema di gestione ambientale, le relative interazioni e per fornire le correlazioni tra documenti e attività.

Commenti Come per i sistemi qualità si chiede di definire e documentare il sistema di gestione ambientale, le sue parti essenziali, le interfacce e relazioni tenendo conto di dover soddisfare tutti i requisiti ambientali della norma ISO 14001. Il numero di documenti e il livello di dettaglio degli stessi dipenderà dalla complessità, dimensioni e organizzazione dell’azienda, dai suoi processi, dagli aspetti ambientali dei propri prodotti, materie prime, rifiuti, emissioni, dall’esistenza di altri sistemi di gestione dai quali eventualmente attingere parte dei documenti o informazioni comunque utilizzabili nel sistema di gestione ambientale.

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Tipologie di documenti del sistema di gestione ambientale Le tipologie di documenti da predisporre per i sistemi di gestione ambientali ambienta sono gli stessi dei sistemi di gestione qualità. Esse possono essere ripartite su tre livelli: – il manuale (di gestione) ambientale (M.A.) di livello 1 (L.1) ovvero il documento che enuncia la politica ambientale, descrive il sistema di gestione ambientale le e la relativa organizzazione;

Architettura del SGA

le procedure gestionali ambientali P.G. di livello 2 (L.2) ovvero i documenti che descrivono come si articolano i processi o tutto quanto attiene un requisito precisando CHI FA, COSA FA tra le unità, unit funzioni e reparti coinvolti; le istruzioni operative ambientali (I.O.) I.O.) di livello 3 (L.3) ( ovvero i documenti che descrivono COME devono essere svolte singole attività.

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Per comodità converrebbe creare la scaletta dei contenuti per ognuno delle tipologie di documenti in modo da avere un criterio univoco di preparazione dei documenti, in modo indipendente da chi li prepara ed emette. Lo stesso si può dire per gli aspetti di approvazione e distribuzione dei documenti che possono essere definite sul frontespizio del documento stesso. Altro aspetto importante è quello di definire a priori un criterio per la numerazione e/o identificazione dei documenti per procedere, ancora una volta, in modo regolare su tutta la documentazione ambientale. Compatibilmente con la disponibilità di altri documenti esistenti e sempreché essi possano essere utilizzati si farà in modo da collegare tali documenti ai requisiti della norma. A tale proposito come già capitava per i sistemi qualità niente di più facile che gli ispettori di organismi di certificazione chiedano di correlare la documentazione del sistema di gestione ambientale ai requisiti della norma. Per gestire in modo ottimale l’argomento conviene predisporre una tabella di correlazione tra i requisiti della norma e la documentazione del sistema di gestione ambientale evidenziando, per ogni documento, quali sono i requisiti soddisfatti o qualche sistema simile. In tal modo è evidente se tutti i requisiti della norma sono stati presi in considerazione e trattati all’interno della documentazione ambientale, facilitando la gestione e il controllo sia al responsabile del sistema di gestione ambientale dell’azienda che al valutatore del sistema di gestione ambientale dell’organismo di certificazione nella fase di valutazione e/o sorveglianza. I documenti del sistema di gestione ambientale devono essere sufficientemente dettagliati per permettere il loro utilizzo durante gli audit interni ed esterni, essi devono essere chiari e privi di qualsiasi ambiguità. Per quanto riguarda il manuale ambientale si consiglia di preparare l’indice degli argomenti per i diversi capitoli e di procedere piuttosto velocemente al loro esame e descrizione realizzando un documento non “autoportante” ma con continui rimandi alle procedure, istruzioni ambientali e a quelle applicabili del sistema qualità. Si ricorda che in questo punto è necessario aggiungere procedure di sicurezza, igiene industriale, piani di emergenza, documenti autorizzativi, analisi di rischi, schede di sicurezza e così via.

Stralcio di istruzione operativa “Sistema di gestione ambientale”

TAKE CARE

MANUALE DEL SISTEMA DI GESTIONE INTEGRATO L. 3

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1.0. ENV 4.4/1

EDIZIONE N. 1

REVISIONE N. 0 DEL 04/05/95 Pag. 1 di 1


ELEMENTI DI GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE

1. Scopo Scopo di questa istruzione è di descrivere l’architettura della documentazione del sistema di gestione ambientale, nonché le modalità operative per la preparazione, verifica, approvazione e gestione di tale documentazione.

2. Modalità operative 2.1. Struttura e numerazione della documentazione Il sistema di gestione ambientale è formalizzato in un insieme organico di documenti che comprendono il manuale, le procedure e le istruzioni operative ambientali. a. Il manuale ambientale è il documento del I livello che sintetizza l’organizzazione e la struttura del sistema di gestione ambientale. Esso è costituito da 12 capitoli (in accordo alla BS 7750): – il primo di carattere generale descrive le principali attività, processi e produzioni dello stabilimento, una sintesi della storia dello stabilimento, una descrizione dell’ambiente e dei centri urbani circostanti; – gli altri capitoli sono numerati da 1 a 11, e fanno riferimento ai requisiti della norma. b. Le Procedure gestionali del SGA sono classificate attraverso la sigla ENV seguita dal numero del requisito della norma BS 7750 “Specification for Environmental Management System” ed. 1994 e da una numerazione indipendente che va da 1 a 10. c. Le istruzioni operative del SGA sono identificate attraverso la sigla ENV seguita dal numero del requisito della norma BS 7750 “Specification for Environmental Management System” Ed. 1994 e da una numerazione indipendente che va da 11 a 20.

3. Aspetti gestionali Le responsabilità e gli aspetti gestionali per la emissione e approvazione dei documenti del sistema di gestione ambientale sono descritti in altra procedura.

Unità Ambiente e Sicurezza

Altre Aree

Documento del SGA Manuale ambientale Procedure Istruzioni operative

Emesso

Approvato

Archiviato

Distribuzione LdD LdD LdD LdD LdD LdD LdD LdD

Procedure Istruzioni operative

Tabella: Quadro gestionale documenti SGA

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Check list “Documenti del sistema di gestione ambientale” Valutazioni documenti

Documenti di riferimento

Valutazione in azienda

1

Esiste una procedura per la gestione della documentazione del SGA ?

no

si

NA

no

si

NA

2

La documentazione descrive gli elementi essenziali del SGA?

no

si

NA

no

si

NA

3

La documentazione fa riferimento, dove applicabile, ad altri sistemi di gestione aziendale?

no

si

NA

no

si

NA

4

Esiste un elenco della documentazione del SGA?

no

si

NA

no

si

NA

5

Tale elenco richiama l’elenco delle leggi e quello delle autorizzazioni?

no

si

NA

no

si

NA

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ELEMENTI DI GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE

Diagramma a radar “Documenti del sistema di gestione ambientale”

Controllo della documentazione Sintesi del requisito L’azienda deve predisporre e applicare procedure per controllare tutti i documenti del sistema di gestione ambientale, previsti dalla norma ISO 14001 per garantire che siano: – –

riesaminati periodicamente e/o modificati secondo le necessità intercorse e approvati per il contenuto da personale responsabile e autorizzato; disponibili nei luoghi di lavoro, reparti, linee, laboratori aziendali, solo le ultime revisioni dei documenti del sistema di gestione ambientali e in particolare nei luoghi dove sono realizzate attività importanti per lo sviluppo a attuazione del sistema di gestione ambientale; eliminati con tempestività i documenti superati dai suddetti luoghi di lavoro o di emissione oppure in alternativa siano identificati con idonei sistemi per impedire l’utilizzo involontario; opportunamente identificati tutti i documenti superati eventualmente conservati per motivi legali o per preservare le informazioni in essi contenute; localizzati nei rispettivi archivi.

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ELEMENTI DI GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE

La documentazione deve essere in buono stato, leggibile, datata (con le date di revisione) e facilmente identificabile, archiviata in modo ordinato e conservato per periodi di tempo definiti. Devono essere predisposte e attuate procedure relative alla elaborazione e modifica dei vari tipi di documento.

Commenti Ancora una volta è conveniente fare riferimento al controllo dei documenti all’interno dei sistemi qualità. La finalità del requisito “controllo della documentazione” è quello di avere delle regole aziendali per gestire tutta la documentazione di un sistema di gestione in modo controllato e regolare, per cui in ogni istante è possibile conoscere quali sono i documenti validi del sistema, chi li ha emessi e chi li ha ricevuti, dov’è l’archivio di riferimento, per quanto tempo devono essere conservati tali documenti. Inoltre, poiché l’azienda e la sua organizzazione non sono statiche ma evolvono in accordo alle capacità produttive, agli andamenti dei mercati, agli obiettivi e politiche ambientali, anche i sistemi di gestione delle qualità e/o ambientale, possono subire modifiche riguardanti l’organizzazione, le procedure interne, i processi, i prodotti realizzati le emissioni, i tipi e le quantità di rifiuti e così via. Nasce pertanto, sulla base delle modifiche intercorse, la necessità di adeguare la documentazione del sistema di gestione in quelle parti interessate dalle modifiche. Di conseguenza le norme ISO 14001, come le ISO 9000 per la qualità, richiedono in questo requisito che l’azienda abbia un modo univoco e documentato di modificare e riemettere i documenti del sistema di gestione ambientale. Con l’emissione di un documento revisionato emerge il compito di distribuirlo alle stesse persone, unità, funzioni che avevano già ricevuto l’edizione precedente. Quindi diventa necessario definire a priori le modalità di ridistribuzione dei documenti revisionati e di ritiro dei documenti non più validi, tenendo conto, nei casi di necessità di conservazione di documenti superati, di identificare il loro stato. Normalmente in questi casi si può utilizzare un timbro “superato” con eventuali annotazioni di riferimento del documento valido. Gli altri temi discussi in questo paragrafo possono essere facilmente sintetizzati in tabelle riassuntive che danno per ogni tipologia di documento i riferimenti a: – chi emette; – chi verifica; – chi approva; – come avviene la distribuzione; – dove avviene l’archiviazione; – per quanto tempo viene conservato il documento.

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ELEMENTI DI GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE

Nei casi di realtà complesse, confidando sull’aiuto di sistemi informatici, si può produrre un elenco di documenti per ogni tipologia, indicando inoltre per ognuno di essi lo stato di revisione. Presso ogni archivio dovrebbe essere disponibile un elenco e la serie completa di documenti in esso contenuto e, ad evitare prelievi casuali, può essere utile dare delle regole anche per l’accesso e il prelievo di tali documenti. Simili problemi non esistono negli archivi informatici. D’altra parte in questi sistemi può essere necessario regolamentare attraverso “password”, firme o altro, i criteri di: – – –

accesso ad un file per esaminare i documenti; accesso ad un file per modificare i documenti; accesso ad un file per approvare i documenti, con firme elettroniche.

Il controllo dei documenti riguarda tutta la documentazione del sistema di gestione ambientale. Prendiamo in considerazione i documenti che possono subire modifiche e aggiornamenti per motivi organizzativi o di processo o per adeguamenti legislativi; per queste tipologie di documenti è necessario definire le modalità di gestione delle modifiche. Ad esempio per le procedure o il manuale o le istruzioni si può descrivere l’indicazione dell’avvenuta revisione aumentando l’indice di revisione nel frontespizio della pagina mentre il testo modificato può essere espresso con tutto maiuscolo, grassetto, sottolineatura, cambio caratteri e altri ancora. A questa tipologia di documenti si devono aggiungere anche i disegni impiantistici che mappano le emissioni, gli scarichi, i punti di raccolta rifiuti e le regolazioni di processo che possono avere influenza per la sicurezza e/o l’ambiente. Ogni modifica, aggiunta, eliminazione, deve essere documentata e, come per gli altri documenti, anche per i disegni devono essere definite le regole per evidenziare le modifiche. Altri documenti da tenere aggiornati sono: – – – – – – –

le procedure gestionali ambientali, con lo stato di revisione; le istruzioni operative ambientali, con lo stato di revisione; la legislazione ambientale applicabile al processo; le autorizzazioni; i fornitori valutati; i catasti delle emissioni; le schede di sicurezza;

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ELEMENTI DI GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE

Stralcio di procedura â&#x20AC;&#x153;Controllo dei documenti del sistema di gestione ambientaleâ&#x20AC;?

Tipo di documento del SGA

Emesso Approvato Distribuito Elenco Archiviato

Layout emissioni Layout scarichi H2O reflue Layout raccolta Rifiuti Piano dei controlli operativi Legislazione ambientale Autorizzazioni Schede di sicurezza

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Tempo di conservazione


ELEMENTI DI GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE

Check list “Controllo dei documenti del sistema di gestione ambientale”

Valutazioni documenti

Documenti Valutazione in di azienda riferimento

1 Esiste una procedura per il controllo dei documenti del SGA ?

no

si

NA

no

si

NA

2 La documentazione può essere identificata con i rispettivi reparti, funzioni, attività?

no

si

NA

no

si

NA

3 Essa è verificata sistematicamente per eventuali aggiornamenti, da parte di persone incaricate?

no

si

NA

no

si

NA

4 Le modifiche alla documentazione sono proceduralizzate e identificabili?

no

si

NA

no

si

NA

5 I documenti disponibili sono quelli aggiornati?

no

si

NA

no

si

NA

6 I documenti superati vengono ritirati?

no

si

NA

no

si

NA

7 I documenti superati conservati per motivi legali (o altri) vengono identificati?

no

si

NA

no

si

NA

8 E’ definito il periodo di conservazione dei documenti?

no

si

NA

no

si

NA

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ELEMENTI DI GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE

9 La documentazione è datata, identificata e gestita correttamente?

no

si

NA

no

si

NA

10 I documenti da conservare per motivi legali sono previsti adeguati sistemi di protezione dal deterioramento?

no

si

NA

no

si

NA

Diagramma “Controllo dei documenti del sistema di gestione ambientale”

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ELEMENTI DI GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE

UFFICIO DEL TERRITORIO

A cosa serve l’Ufficio del territorio? L’Ufficio del territorio non è altro che il vecchio Catasto; è cambiato soltanto il nome e si è evoluto tecnologicamente con l’utilizzo della telematica; come il vecchio Catasto si divide in due settori: Ufficio del territorio sezione terreni ed Ufficio del territorio sezione urbanistica (Catasto terreni e Catasto urbano). La parola “catasto” deriva da un termine latino che significa “elenco dei beni”; infatti non è altro che un inventario dei beni immobili presenti sul territorio dello Stato. Per “beni immobili” si intendono i terreni agricoli coltivati, i terreni improduttivi senza un reddito e i fabbricati con le loro pertinenze. Il Catasto nasce già alla metà del '700, con lo scopo prevalente di controllare il gettito fiscale: l’imposta fondiaria diaria gravante sulla proprietà delle terre era infatti il maggior gettito fiscale; per questo nasce prima il Catasto terreni che aveva la funzione di censire la proprietà terriera. Al tempo dell’unità d’Italia Italia erano in vigore nel nuovo Stato ben 22 catasti catast caratterizzati da profonde differenze: alcuni erano descrittivi, altri geometrici, alcuni particellari, altri per proprietà, con grosse differenze di reddito che creavano una forte sperequazione.

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Rendita imponibile = parte di prodotto totale del fondo che resta al proprietario dopo aver sottratto le spese e le eventuali perdite. Tariffa d'estimo = esprime, secondo la legge, in moneta legale la rendita imponibile di un ettaro per ciascuna qualità e classe.

Nel nuovo Regno era importante creare un Catasto uguale per tutti che si basava sulla Legge della Perequazione Fondiaria emanata nel 1886, il cui Art. 11 precisa che il motivo della stima dell’immobile è quello di stabilire la rendita imponibile sulla quale ripartire l’imposta mediante la formazione di tariffe d’estimo. Il Catasto fabbricati nasce nel 1865 separandolo da quello dei terreni e l’imposta viene calcolata partendo dal reddito lordo, accertato tramite denuncia dei possessori, diminuito di una quota fissa a titolo di spese padronali. Solo nel 1951 con la legge n. 1259 vengono fissate frazioni di detrazione diverse in relazione all’anno di costruzione dei fabbricati. Con la legge del 1939 n. 1249 si dispone l’accertamento generale dei fabbricati e delle altre costruzioni non censite al Catasto terreni allo scopo di: 1) accertare le proprietà immobiliari urbane e determinarne la rendita; 2) formare un Catasto generale dei fabbricati e degli altri immobili urbani, che prende il nome di Nuovo Catasto Edilizio Urbano (NCEU). Questo nuovo Catasto censiva però solo i fabbricati urbani e non quelli rurali che restavano censiti al Catasto terreni, senza avere un proprio reddito perché parti integranti dell’attività agricola. Nel 1994 con la legge 133 viene sostituito il NCEU con il Catasto dei fabbricati al fine di realizzare un inventario completo ed uniforme del patrimonio edilizio: i fabbricati rurali restano censiti nel Catasto terreni, ma sono inseriti nel Catasto fabbricati in modo da consentire accertamenti fiscali e permettere che le “ville” costruite su terreno agricolo e non allo scopo di immobili connessi all’esercizio dell’agricoltura, siano sottoposte a tassazione. Al tempo della legge sulla perequazione, il reddito, che costituiva la base imponibile sulla quale calcolare le imposte, riguardava la sola imposta fondiaria; successivamente furono introdotte una imposta sui fabbricati e una doppia imposta sui terreni: una riguardante la proprietà e l’altra riguardante la fruttuosità del capitale e del lavoro umano. Pertanto attualmente gli estimi catastali, ossia i redditi che costituiscono la base imponibile, si differenziano in: a) Reddito dominicale (RD), che è il reddito del proprietario del fondo su cui calcolare l’ICI; b) Reddito agrario (RA), che è il reddito spettante alla persona che lavora e investe i capitali sul fondo su cui calcolare l’IRPEF; c) Rendita imponibile dei fabbricati, che costituisce la base imponibile sulla quale calcolare l’imposta sulla proprietà dei fabbricati (ICI). MEMO: “ il RD corrisponde al RLp diminuito delle Quote fondiarie”. II RA corrisponde agli Interessi sul capitale agrario sommato allo Stipendio come emolumento della sola direzione” .

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Formazione del Catasto Le operazioni necessarie per la formazione del Catasto terreni hanno come oggetto del rilievo la particella, cioè una porzione continua di terreno, situata in un medesimo Comune, appartenente al medesimo possessore e della medesima qualità e classe. Un terreno può essere accatastato sotto forma di una o più particelle, in quanto esse non hanno una dimensione ben precisa e, nello stesso tempo, può appartenere ai catasti di province diverse se il suddetto terreno è ubicato ai confini di due o più province. Le operazioni necessarie per la formazione del Catasto fabbricati hanno come oggetto di accertamento l’unità immobiliare (a ciascuna particella corrisponde quindi un numero) che il D.M. 2/1/1988 definisce come una porzione di fabbricato o un insieme di fabbricati, ovvero un’area che, nello stato in cui si trova e secondo l’uso locale, è potenzialmente autonoma sia sotto l’aspetto funzionale che reddituale. I fabbricati possono essere composti da più unità immobiliari, ad esempio un palazzo composto da abitazioni, da box, e anche da uffici e negozi. Non possono essere considerate unità immobiliari: – manufatti di superficie inferiore a 8 m2; – serre per la coltivazione delle piante su suolo naturale; – vasche per l’acquacoltura o di accumulo per l’irrigazione dei terreni; – manufatti isolati privi di copertura; – tettoie, porcilaie, pollai, casotti, concimaie, pozzi e simili di altezza utile inferiore a 1,80 m, purché di volumetria inferiore a 150 m3; – manufatti precari, privi di fondazione, non stabilmente fissi al suolo. RICORDA: “A ciascuna unità immobiliare è attribuito un identificativo catastale costituito dal numero della particella catastale seguito da un subalterno (ad es. un palazzo: è identificato dalla particella catastale sulla quale insiste e i vari appartamenti sono i subalterni). La particella edilizia è costituita dall’area coperta dal fabbricato e dalle sue eventuali attinenze scoperte appartenenti ad un unico possessore (ad es. casa con giardino)”.

Per la formazione del Catasto nelle due sezioni, terreni e fabbricati, sono necessarie due operazioni: di formazione e di conservazione. La formazione del Catasto terreni si svolge attraverso le seguenti operazioni –

Rilevamento topografico, (la rappresentazione in mappa utilizza la scala 1:2000) con procedimento geometrico o aerofotogrammetrico, che ha lo scopo di rilevare la configurazione delle particelle catastali e di rappresentarle in mappe planimetriche collegate a punti trigonometrici. Il rilevamento è stato fatto mediante triangolazioni e poligonazioni avvalendosi dell’Istituto Geografico Militare; oggi si adopera il metodo aerofotogrammetrico.

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ELEMENTI DI GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE

Operazioni estimative, che hanno lo scopo di attribuire ad ogni particella la qualità e la classe e di determinare gli estimi, ossia i redditi imponibili attribuibili alle proprietà fondiarie. Le rendite imponibili sono accertate in modo indiretto, tramite un procedimento di classi e tariffe (stima censuaria).

MEMO: “ La rappresentazione in mappa utilizza la scala 1:2000”.

Le operazioni estimative comprendono: 1. la Qualificazione: consiste nel distinguere i terreni di ciascun comune secondo la qualità di coltura; 2. la Classificazione: consiste nel suddividere ogni qualità in tante classi quanti sono i gradi diversi di produttività (massimo 5, la prima classe è la migliore e il salto di produttività tra due classi contigue è del 20%); 3. il Classamento: consiste nell’assegnare a ciascuna particella di ciascun comune la qualità e la classe che le competono, questa operazione è agevolata dalla scelta preventiva di una particella tipo (è come sistemare per argomento e per autore i libri negli scaffali di una libreria); 4. la Determinazione delle tariffe d’estimo: esprimono il reddito domenicale e il reddito agrario per ogni qualità e classe, per ettaro di superficie, in moneta legale, con riferimento all’epoca censuaria; 5. le scale di merito: esprimono con un punteggio il merito delle qualità e classi presenti in un comune tipo; le scale di collegamento che consistono nell’attribuire un punteggio di merito alle qualità e classi presenti nei Comuni di un circolo censuario sulla base dei punteggi attribuiti al comune tipo. In questo modo si possono calcolare le tariffe da applicare ai diversi Comuni partendo dalle tariffe già calcolate nell’azienda tipo, La stima censuaria (la prima revisione degli estimi risale al 1923; la seconda al 1939; la terza e la quarta al 1982) fu eseguita dividendo il territorio nazionale in 21 zone economico-agrarie caratterizzate da una certa omogeneità; ogni zona fu divisa in circoli censuari, in tutto circa 300, che comprendevano comuni limitrofi e omogenei. In ogni circolo si identificò un comune tipo ed in ogni comune tipo si identificò una azienda tipo sulla quale eseguire le operazioni estimative. RICORDA: “La prima revisione degli estimi risale al 1923, la seconda al 1939; la terza e la quarta al 1982”.

Le operazioni di formazione del Catasto fabbricati sono continuamente operative perché il patrimonio immobiliare edilizio è costantemente in aumento, cosa che chiaramente non può avvenire con il terreno.

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RICORDA: “La divisione in microzone ha lo scopo di individuare zone di mercato omogeneo sia dal punto di vista del reddito dell’immobile che del suo valore”.

La formazione del Catasto fabbricati si svolge attraverso le seguenti operazioni –

Rilievo geometrico che ha come scopo la determinazione dell’ubicazione e della consistenza del fabbricato. L’ubicazione è determinata dalla mappa urbana che rappresenta in fogli numerati il territorio del comune e dove sono rappresentate le particelle edilizie. La consistenza del fabbricato è determinata dalle planimetrie delle singole unità immobiliari. Operazioni estimative che prevedono la divisione del territorio in zone omogenee: zona censuaria definita come porzione omogenea del territorio provinciale, che può comprendere un solo comune o gruppi di comuni aventi simili caratteristiche ambientali e socio-economiche. La zona censuaria è ulteriormente divisa in microzone in cui le unità immobiliari saranno uniformi per caratteristiche tipologiche, per epoca di costruzione e destinazione prevalente.

RICORDA: “La prima revisione degli estimi è del 1990”.

Le fasi che costituiscono la formazione del Catasto sono: 1. la qualificazione che consiste nell’individuare le differenti categorie di unità immobiliare; 2. la classificazione che consiste nel suddividere ciascuna categoria in tante classi quanti sono i gradi delle rispettive capacità di reddito (differenza del 20% come nel Catasto terreni); 3. il classamento che consiste nell’assegnare a ciascuna unità immobiliare la categoria che le compete; 4. la formazione delle tariffe, cioè la determinazione della rendita imponibile dell’unità di consistenza catastale di ciascuna categoria e classe espressa in tariffa: Tariffa (T) = Rpl (Reddito padronale lordo) – Spp (Spese di parte padronale) MEMO: “Le spese di parte padronale sono le spese di amministrazione, gli oneri di manutenzione,reintegrazione ed assicurazione, la perdita per il rischio di sfitto o inesigibilità del canone”.

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Conservazione del Catasto Concluse le operazioni di formazione, si procede alla pubblicazione, all’albo di ciascun comune, dei risultati del rilevamento sotto forma di mappe e delle operazioni estimative. Dopo aver aspettato un certo periodo di tempo, durante il quale i possessori possono reclamare, si passa all’attivazione, ossia vengono allestiti i documenti, ormai definitivi: la mappa particellare e l’archivio elettronico (i dati contenuti sono resi noti al pubblico tramite le visure catastali). Conservare il Catasto significa quindi tenere materialmente gli atti catastali e mantenerli aggiornati sia per le variazioni che avvengono nell’intestazione dei beni (ad esempio quando una particella o una unità immobiliare passa da una partita ad un’altra in seguito ad una compravendita, una successione ereditaria, un esproprio, una donazione o altro), sia per le variazioni nello stato e nel reddito delle particelle (ad esempio per variazione di coltura, di categoria, ecc.). RICORDA: “Le variazioni sono comunicate al Catasto con una domanda di voltura utilizzando un apposito modello (Mod. 13 TP/A) quando sono mutazioni soggettive, cioè riguardano i titolari dei diritti reali di godimento dei fondi; mediante le verificazioni periodiche e le denunce dei possessori quando sono variazioni oggettive, cioè riguardano lo Stato e le rendite dei beni”. MEMO: “La denuncia della variazione dei redditi è fatta sul modello 26A o sul modello 3/SPC se riguarda la costruzione di fabbricati su particelle del C.T.

Ogni possessore ha l’obbligo di denunciare all’Ufficio dell’Agenzia del territorio qualsiasi variazione dei redditi catastali entro il 31 gennaio dell’anno successivo. La divisione di una particella in due o più particelle prende il nome di frazionamento e viene eseguita da un tecnico, iscritto all’Albo professionale, su estratto di mappa presentando un insieme di elaborati tecnici di aggiornamento compilando il modello 51. Quando invece si deve costruire un fabbricato su una particella terreni l’elaborato grafico da produrre è il tipo mappale redatto sempre sul modello 51. RICORDA: “Gli elaborati tecnici necessari per la redazione degli aggiornamenti sono stati predisposti dal Ministero delle Finanze in un software di standardizzazione di rilievo catastale e di informazioni topografiche, detto programma PREGEO. Attualmente è in vigore un programma informatico DOCFA (Documenti Catasto Fabbricati) che si occupa sia delle dichiarazioni di nuove unità immobiliari sia di denunce di variazione dei fabbricati esistenti”.

Per quanto riguarda il Catasto fabbricati, le operazioni di conservazione non si limitano alle denunce dei fabbricati già esistenti e alle mutazioni relative all’intestazione dei beni, ma comprendono anche le dichiarazioni di nuove unità

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immobiliari perché, al contrario di quanto accade per il terreno che è irriproducibile, i fabbricati sono in continuo incremento. I proprietari delle unità immobiliari sono tenuti a denunciare all’Ufficio del Territorio tutte le mutazioni che avvengono, dovute a modifiche della forma, della consistenza, del grado di rifinitura e di impiantistica, della destinazione e della loro rendita. Quando la mutazione avviene nell’intestazione dei beni, l’interessato deve presentare domanda di voltura entro 30 giorni dall’avvenuta registrazione degli atti o delle denunce di successione utilizzando il software VOLTURA.

Atti catastali Con l’introduzione del sistema informatico, le informazioni relative agli atti catastali non sono più contenute in documenti cartacei, ma raccolte in un archivio generale dal quale si possono estrarre: 1. la mappa catasta le (mappa particellare e mappa urbana); 2. la partita dall’archivio delle partite; 3. le particelle dall’archivio delle particelle; 4. la misura per soggetto. La mappa particellare consiste in una rappresentazione planimetrica, mancano curve di livello e piani quotati, l’oggetto del rilievo topografico è la particella; consiste in fogli di mappa numerati, scala 1:2000. L’insieme dei fogli di mappa forma il quadro di unione in scala 1:25.000, 1:20.000. L’insieme delle particelle che risultano intestate ad un determinato possessore, o a più possessori in forma indivisa, costituisce la partita catastale e questo archivio è definito visura per partita, l’archivio delle particelle è l’elenco, in ordine progressivo, di tutte le particelle di ciascun foglio di mappa del comune. Questo archivio è definito misura per immobile. Questa misura rappresenta tutti i dati catastali degli immobili. L’archivio degli intestatari è l’elenco alfabetico dei possessori di un Comune. Oggi questo archivio è costituito dalla misura per soggetto che individua il complesso degli immobili, con relativi atti catastali, nonché i dati anagrafici e il codice affidatogli. RICORDA: “Il Catasto non è probatorio in quanto non fornisce la prova giuridica della proprietà”.

I Modelli Catastali Le visure e le certificazioni La richiesta di certificazione deve essere effettuata in base alle seguenti chiavi di ricerca:

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a) ricerca per immobile: mediante identificativo catastale del bene (particella catastale per il Catasto terreni o unità immobiliare per il Catasto fabbricati). La ricerca è limitata al solo Catasto terreni o Catasto fabbricati; b) ricerca per soggetto: intestato (o cointestato), effettuata mediante dati anagrafici: cognome, nome, sesso, codice fiscale se persona fisica o denominazione e sede legale se persona giuridica. La ricerca è svolta negli archivi sia del Catasto terreni che del Catasto fabbricati; c) ricerca per partita: (numero identificativo della ditta intestataria di uno o più beni). La ricerca è limitata al solo Catasto terreni o Catasto fabbricati. Si ribadisce l’aleatorietà di questa visura poiché, con le attuali procedure informatizzate, le vecchie partite catastali non vengono più aggiornate; d) ricerca per elenco: limitata ai fabbricati, dà l’elenco dei subalterni di una particella; e) ricerca per indirizzo: dà l’elenco degli immobili in base all’indirizzo; f) ricerca per nota: dà l’elenco degli immobili interessati a una dichiarazione o a una voltura. In relazione al periodo di riferimento, la certificazione può essere: − attuale: vriferita alla situazione catastale corrente − storica: riferita e tutte le situazioni cronologicamente afferenti il periodo richiesto: decennale, ventennale, dall’impianto del catasto. Per quanto riguarda il contenuto, le certificazioni possono essere: − complete, se contengono tutti i dati censuari; − sintetiche, se contengono solo gli elementi essenziali. In merito all’oggetto dell’informazione, i documenti rilasciabili sono: a) situazione (attuale o storica) di: - singoli immobili; - immobili contenuti in una partita catastale; - immobili intestati (o cointestati) al soggetto richiesto; b) estratti di mappa per tipo di frazionamento (necessario per il frazionamento di particelle in vista di trasferimenti di diritti), per tipo mappale (necessario per la denuncia di nuova costruzione) o per altri scopi (non catastali); c) copia di tipi di frazionamento; d) copia di planimetrie catastali di unità immobiliari (richieste dai titolari di diritti reali sull’immobile o loro delegati); e) coordinate di vertici desunte da mappa catastale d’impianto; f) copia di monografie di punti trigonometrici catastali; g) sono, inoltre, rilasciabili copie di interi fogli di mappa del Catasto terreni.

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SUSSIDI BIBLIOGRAFICI

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Ecologia e Applicazioni R. Vismara – Ecologia applicata, Milano, Hoepli, 1988 E.P. Odum – Basi di ecologia,Padova, Piccin, 1988 G. La Torre – Scienze dell’ambiente, Ferraro, 1997 F. Caporali – Ecologia per l’agricoltura, Torino, UTET, 2000 De Marchi – Ecologia funzionale, Milano, Garzanti, 1992 E. Augusti-M. Baglini-A. D’Amico – Elementi di ecologia generale ed agraria, Bologna, Zanichelli, 1997 R. Daioz – Manuale di ecologia, Milao, Isedi, 1977 A.A. Del Grosso – Analisi e gestione dei sistemi aziendali, Clup D. Giombi-M. Lucarelli-F. Terranova – Igiene ambientale, Roma, NIS, 1989 S. Oggioni, S. Patelli, R. Zarrelli – Moduli di ecologia, Agroecologia e applicazioni, Reda, 2004 H. Dieter – Atlante di ecologia, Milano, Hoepli, 2002 R. Marchelli – L’antropizzazione, F. Angeli R. Ricklefs – L’economia della natura, Bologna, Zanichelli, 1999 R. Pozzi-C. Sorlini-E. Vaghi

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ELEMENTI DI GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE

L. Butti – Inquinamento idrico, Padova, Cedam, 1993 L. Masotti – Depurazione delle acque, Calderini, 1987 D. Ferranti-A. Pascolini – La qualità della vita e l’ambiente, Milano, Giuffré, 1989 C. Contardi , M. Gay , A. Ghisotti , G. Robastro , G. Tabasso – Guida tecnica sui trattamenti delle acque, Milano, F. Angeli, 1982 E. Polcari – Aziende agricole e liquami zootecnici, Padova, Cedam, 1993 Regione Emilia Romagna – Manuale per la gestione di reflui zootecnici

Economia ambientale e territoriale D.W. Pearce-R.K. Turner – Economia delle risorse naturali e dell’ambiente, Bologna, Il Mulino, 1991 M. Tinacci Mossello – Geografia economica,Bologna, Il Mulino, 1990 D.W. Pearce-A. Markandya-E. Barbier – Progetto per un’economia verde, Bologna, Il Mulino, 1991 G. Casoni-P. Polidori – Economia dell’ambiente e metodi di valutazione, Roma, Carocci, 2002 C. Carraro-M. Galeotti – Ambiente, occupazione e progetto tecnico: un modello per l’Europa, Bologna, Il Mulino E. Gerelli – Economia e tutela dell’ambiente, Bologna, Il Mulino, 1974 F. Nuti – Analisi costi-benefici, Bologna, Il Mulino, 2001 Fomer – ACB, 1° Aspetti e problemi generali, 2° Esperimenti e applicazioni E.J. Mishan – Analisi costi-benefici, Milano, Etas, 1974 AA.VV. – Valutazione delle risorse ambientali, Bologna, Edagrocole, 1993 A.H. Cottrel – Ambiente ed economia delle risorse, Bologna, Il Mulino, 1997 R. Molesti – Economia dell’ambiente, Pisa, Ipem,1988

Pedologia R. Rasio – I suoli, Bologna, Ed. GEM s.r.l/Cappelli Editore, 2003

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F. Marsan, R. Torchio – Ecologia e suolo, Firenze, Bulgarini, 1998 M. Cremaschi-G. Ridolfi – Il suolo. Pedologia e scienza della terra e nella valutazione del territorio. NIS, 1991 C. Battisti – Frammentazione e Connettività, Torino, Città Studi, 2008 M. Murolo – Elementi di Ecologia e Pedologia B. Monbureau - Vers une agriculture urbaine, Dijon, EDUCAGRI, 2007 L. Vilain - La méthode IDEA, Dijon, EDUCAGRI H. Michel - Diagnostic d’un territoire, Dijon, EDUCAGRI, 2000 J. De La Bouëre - L’ecologie du paysage, Dijon, EDUCAGRI, 2009 R. Ambroise, F. Bonnevaux, V. Brunet - Agricultures et paysage, Dijon, EDUCAGRI, 2000 F. Aubert , P. Dodet - La mise en mouvement d’un territoire, Dijon, EDUCAGRI, 2004 La formation au service du developpement durable, Dijon, EDUCAGRI, 2007 D. Michel - Art, culture et territoires ruraux, Dijon, EDUCAGRI, 2002 C. par Pierre-Yves Guihéneuf, F. Cauchoix, P. Barrett, P. Cayre - La formation au dialogue territorial, Dijon, EDUCAGRI, 2006 D. Menu, Y. Morvan, I. Papieau, CH. Peltier - Les service en milieu rural et les besoins des usagers, Dijon, EDUCAGRI, 2006 Atti della R. Acc. Nazionale dei Licei - Il suolo. Fabbri-Giordano-Rotatri, Prima e seconda nota sull’informatica applicata allo studio del suolo, Società Italiana Sciave del Suolo, Firenze C. de Rose - L’analisi del territorio nella programmazione degli interventi di sviluppo agricolo, INEA, Roma, 2000

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ELEMENTI DI GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE

INDICE

PRESENTAZIONE ..................................................................................... 5 INTRODUZIONE ........................................................................................ 6 IL SIGNIFICATO DI GESTIONE DEL TERRITORIO ........................ 5 Concetto di territorio ............................................................................................ 5 Le Fasi: ................................................................................................................. 5 I sussidi: ................................................................................................................ 5 L’operatività: ........................................................................................................ 5 Territorio............................................................................................................... 6 Pianificazione territoriale ..................................................................................... 6 Paesaggio .............................................................................................................. 6 Ecologia del paesaggio ......................................................................................... 7

LO SVILUPPO SOSTENIBILE: RASSEGNA DI DEFINIZIONI ........ 8 SISTEMI INFORMATIVI GEOGRAFICI (GIS) .................................. 17 NELLO STUDIO DEL TERRITORIO ................................................... 17 Le caratteristiche di un GIS ................................................................................ 18 Le componenti .................................................................................................... 20 Gli approcci ai Sistemi Informativi Geografici .................................................. 21 La struttura dati nei GIS ..................................................................................... 22 La struttura vettoriale ......................................................................................... 22 La struttura raster................................................................................................ 24 Gli elementi caratteristici dei dati raster ............................................................. 25 Acquisizione dei dati geografici ......................................................................... 26 Acquisizione di dati da basi informative già esistenti ........................................ 26 Acquisizione di dati tramite rilievo indiretto ...................................................... 27 Acquisizione di dati da cartografia preesistente ................................................. 28

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Modelli altimetrici digitali del terreno (DTM) ................................................... 29

I GRANDI SPAZI LIBERI ....................................................................... 30 I paesaggi rurali .................................................................................................. 30 L’attività agricola ............................................................................................... 30 La programmazione dell’agricoltura .................................................................. 31 La contrapposizione città-campagna .................................................................. 32 I parchi e le riserve naturali ................................................................................ 32 Parchi nazionali .................................................................................................. 34 Parchi regionali................................................................................................... 35 Riserve naturali e oasi faunistiche ...................................................................... 35 Parchi urbani....................................................................................................... 35 Sintesi ................................................................................................................. 36

L’ORGANIZZAZIONE SPAZIALE DELL’AGRICOLTURA ........... 38 Dai paesaggi agrari tradizionali all’organizzazione spaziale per il mercato ...... 38 I paesaggi agrari e gli insediamenti tradizionali ................................................. 39 Il modello di von Thünen ................................................................................... 40 L’agricoltura e il problema ambientale .............................................................. 42

AMBIENTE E GESTIONE DEL TERRITORIO .................................. 45 DIRITTI, VINCOLI E RESPONSABILITÀ .......................................... 45 Diritti di proprietà ............................................................................................... 45 Confronto tra i Sistemi Catastali ........................................................................ 46 Vincoli riguardanti la proprietà .......................................................................... 47 Libero mercato vs pianificazione centralizzata .................................................. 47 Questioni ambientali ........................................................................................... 48 Sviluppo “informale”.......................................................................................... 49 Gestione integrata del territorio .......................................................................... 49 Responsabilità sulla proprietà............................................................................. 50 Paradigma della gestione del territorio ............................................................... 51 Governo e territorio ............................................................................................ 51

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Importanza del Catasto ....................................................................................... 52 Amministrazione efficiente ................................................................................ 52 Agenda Mondiale ............................................................................................... 53 Osservazioni conclusive ..................................................................................... 55

CLASSIFICAZIONE DEI PAESAGGI .................................................. 56 Struttura e classificazione ................................................................................... 56 Ordinazione per grado di antropizzazione .......................................................... 56 Ordinazione per criteri fitosociologici................................................................ 57 Ordinazione per gerarchie di attributi ................................................................. 57 L’articolazione della pianificazione ................................................................... 59 Pianificazione paesistica ..................................................................................... 60 La qualità del paesaggio ..................................................................................... 63

LA PIANIFICAZIONE ............................................................................ 65 Strumenti della pianificazione urbanistica....................................................... 68 Contenuto del PTR ............................................................................................. 71 Contenuto del PTCP ........................................................................................... 73 Contenuti dei Ptp ................................................................................................ 74 Origine ed evoluzione del PRG .......................................................................... 76 Il PRG dopo il trasferimento delle competenze in materia urbanistica alle Regioni ............................................................................................................... 76 Il nuovo PRG ...................................................................................................... 77 Caratteristiche del Piano Strutturale Comunale (PSC) ....................................... 79 Caratteristiche del Piano Operativo Comunale (POC) ....................................... 81 Piani attuativi del Piano Regolatore Generale .................................................... 83 Il Piano Particolareggiato Esecutivo (PPE) ........................................................ 84 Procedura di formazione di un PPE .................................................................... 84 Efficacia e validità nel tempo di un PPE ............................................................ 85 Il Piano di zona per l’Edilizia Economica e Popolare (PEEP) ........................... 85 Il Piano per Insediamenti Produttivi (PIP) ......................................................... 86

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Contenuti del PIP ................................................................................................ 86 Il Piano Esecutivo Convenzionato (PEC) ........................................................... 87 Elementi fondanti del PEC ................................................................................. 87 Caratteristiche del PEC....................................................................................... 88 L’antefatto .......................................................................................................... 89 Le Norme Generali ............................................................................................. 89 L’approvazione ................................................................................................... 89

L’UNIVERSO DEI RIFIUTI .................................................................... 91 Le attività umane ed i rifiuti prodotti: consumo di acqua e scarichi................... 92 Riscaldamento, trasporto ed industria come produttori di gas di scarico ........... 93 Approfondimento sui rifiuti solidi (urbani, industriali, da costruzione, ecc) ..... 94

RIFIUTI: OLTRE LA DISCARICA ....................................................... 98 Classificazione dei rifiuti .................................................................................... 98 Diverse modalità di smaltimento ........................................................................ 98 Discarica ............................................................................................................. 98 Termodistruzione................................................................................................ 99 Recupero e riciclaggio ...................................................................................... 100 Materiale organico: produzione di compost ..................................................... 101 Quanta energia dai rifiuti? ................................................................................ 101 Considerazioni conclusive ................................................................................ 102

ENERGIA DAI RIFIUTI ........................................................................ 103 Un passo verso lo sviluppo sostenibile.................................................... 103 Il sistema integrato ........................................................................................... 103 Il termoutilizzatore ........................................................................................... 104 Come funziona.................................................................................................. 104 Il flusso di materia ............................................................................................ 106 Il flusso di energia ............................................................................................ 107 La classificazione dei rifiuti ............................................................................. 109 I rifiuti urbani ................................................................................................... 109

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I rifiuti speciali ................................................................................................. 109 Rifiuti pericolosi e non pericolosi .................................................................... 110 Le classi di rifiuti secondo l’elenco CER 2002 ................................................ 111 Glossario ........................................................................................................... 112 I rifiuti............................................................................................................... 114

INQUINAMENTI .................................................................................... 117 Inquinamento idrico.......................................................................................... 117 La valutazione degli inquinamenti ................................................................... 119 Inquinamento termico ....................................................................................... 120 L’inquinamento del suolo e delle falde acquifere............................................. 120 Gli inquinamenti nel tempo e nello spazio ....................................................... 124 Il ciclo del Mercurio ......................................................................................... 126

ECONOMIA: ASPETTI PROPEDEUTICI.......................................... 127 Macroeconomia ................................................................................................ 127 Domanda e offerta aggregata ........................................................................ 128 La contabilità nazionale ................................................................................ 129 Banche e Moneta .......................................................................................... 132 Microeconomia ................................................................................................. 132 Economia dell’azienda agraria ......................................................................... 133 Schema di bilancio preventivo ......................................................................... 133 L’azienda agraria .......................................................................................... 135 Caratteristiche della produzione agraria ....................................................... 135 Ciclo produttivo ................................................................................................ 135 Capitali dell’azienda agraria ......................................................................... 136 Persone economiche dell’azienda agraria..................................................... 137 Produzione e fattori produttivi....................................................................... 138 Caratteristiche dei fattori produttivi ............................................................. 139 La produzione ............................................................................................... 139 Produttività ................................................................................................... 140

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Produzione e processi produttivi .................................................................. 140

ANALISI COSTI-BENEFICI ................................................................. 142 È una metodologia di valutazione degli interventi pubblici ................. 142 Natura e obiettivi dell’ACB.............................................................................. 142 Problemi ........................................................................................................... 142 Struttura e obiettivi ........................................................................................... 142 Definizione ....................................................................................................... 143 Obiettivo metodologico .................................................................................... 143 Tipologie di ACB ............................................................................................. 144 Comparazione di costi e benefici nel tempo ..................................................... 144 Flusso di cassa scontato .................................................................................... 144 Fasi del ciclo di vita .......................................................................................... 145 Criteri di investimento ...................................................................................... 145 Criteri di investimento ...................................................................................... 146 Limiti principali della metodologia .................................................................. 146 La monetarizzazione ......................................................................................... 146 Fasi procedurali di una ACB di progetti pubblici............................................. 146 Informazioni generali ....................................................................................... 147

VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE (VIA) ..................... 149 E VALUTAZIONE AMBIENTALE STRATEGICA (VAS)............... 149 Categorie di progetti inclusi nell’allegato 1 alla Direttiva CE 11/97. .............. 151 Disposizioni di cui al D.M. 13 dicembre 2004, n. 5406: disposizioni ed impegni regionali integrativi per l’attuazione della condizionalità. ............................... 155 Allegato 2. Elenco delle norme per il mantenimento dei terreni agricoli in buone condizioni agronomiche e ambientali (Art. 5, reg. CE 1782/03)...................... 156 Interventi a favore del territorio definiti in Finanziaria 2007: conservazione e difesa di ambiente e paesaggio ......................................................................... 156

SISTEMA DI GESTIONE AMBIENTALE .......................................... 158 Sintesi del requisito .......................................................................................... 158

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ELEMENTI DI GESTIONE DEL TERRITORIO RURALE

Commenti ......................................................................................................... 158 Tipologie di documenti del sistema di gestione ambientale ............................. 159 Stralcio di istruzione operativa “Sistema di gestione ambientale” .................. 160 1. Scopo ........................................................................................................ 161 2. Modalità operative .................................................................................... 161 3. Aspetti gestionali ...................................................................................... 161 Check list “Documenti del sistema di gestione ambientale” ........................... 162 Diagramma a radar “Documenti del sistema di gestione ambientale” ........... 163 Controllo della documentazione ....................................................................... 163 Sintesi del requisito .......................................................................................... 163 Commenti ......................................................................................................... 164 Stralcio di procedura “Controllo dei documenti del sistema di gestione ambientale” ....................................................................................................... 166 Check list “Controllo dei documenti del sistema di gestione ambientale” ...... 167 Diagramma “Controllo dei documenti del sistema di gestione ambientale” .... 168

UFFICIO DEL TERRITORIO .............................................................. 169 A cosa serve l’Ufficio del territorio? ................................................................ 169 Formazione del Catasto ................................................................................... 171 Conservazione del Catasto ............................................................................... 174 Atti catastali ...................................................................................................... 175

SUSSIDI BIBLIOGRAFICI ................................................................... 177 Cartografia ........................................................................................................ 177 Ambiente e diritto ............................................................................................. 178 Paesaggio e territorio ........................................................................................ 178 Ecologia e Applicazioni ................................................................................... 181 Economia ambientale e territoriale ................................................................... 182 Pedologia .......................................................................................................... 182

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Elementi di gestione del territorio rurale  

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