

Pantai
LA VALLE STURA TRA SOGNO E REALTÀ
Editoriale
Non c’è il due senza il tre…
Pantai / pantais, n.m. dal verbo latino phantasior, a sua volta dal greco phaínomai, apparire, da cui l’italiano fantasia, visione, immaginazione. Il termine, presente in tutta la regione occitana transalpina, è impiegato in Valle Stura per sogno, in luogo di sònh o sumi, più di usi nelle altre valli1
Ed eccoci qua, quasi pronti per stampare il terzo numero di Pantai, quando una nuova primavera accarezza la Valle e la natura intorno a noi si tinge di ogni gradazione di verde… Alcuni già lo sanno, altri lo scopriranno tra poco. Pantai è una rivista la cui narrazione è a data a parole e immagini, due linguaggi che qui procedono talvolta in modo parallelo, per poi incontrarsi, osservarsi, parlarsi, allontanarsi e poi ancora ritrovarsi.
Per questo numero Marco Paschetta, autore delle illustrazioni, ha costruito un’ambientazione sulle rapide di un ume dove si muovono gli stessi personaggi che vivono tra le pagine della rivista sin dal primo numero. Stessi personaggi - o quasi - che si fanno vieppiù gure dinamiche in trasformazione: l’invito è ancora una volta ad aguzzare la vista e confrontare i 3 numeri per scovare particolari, dettagli e variazioni.
Nell’occitano della Valle Stura non esiste un termine corrispondente all’italiano “ ume”; di ume in valle ce n’è uno solo e per questo lo si chiama utilizzando il suo nome proprio: “(E)stura”.
La Stura, e l’acqua in genere, nei loro molteplici signi cati e rimandi metaforici, sono stati d’ispirazione in questo numero anche per la realizzazione di diversi contenuti testuali.
E così potrete perdervi tra le ri essioni etnolinguistiche intorno alle diverse declinazioni occitane della parola “aiga”, alle espressioni, ai proverbi, alle poesie e ai modi di dire che la contengono. E quando leggerete dell’aiga dòuça e dell’aigo boulido un senso di gratitudine e leggerezza vi pervaderà. La Stura verrà raccontata anche attraverso il punto di vista di chi il ume lo vive per lavoro e per passione e una nuova voce alimenterà la narrazione delle memorie legate al periodo della costruzione della centrale idroelettrica di Vinadio. Questo numero vuole poi introdurvi ad alcuni momenti rituali per la Valle, a partire da Sant Joan, San Giovanni, per parlare poi di erbe dalle proprietà magiche e di minuscoli ori gialli che brillano tra le mani di un’anziana signora, che, forse, i lettori assidui di Pantai riconosceranno come familiare… E mentre dai laboratori didattici nelle scuole di valle continuano a raggiungerci le sonorità dell’occitano e delle tante lingue che lì si parlano, dalla biblioteca-u cio turistico di Demonte giunge la splendida notizia della creazione di una nuova preziosa sezione all’interno del catalogo librario… A voi il piacere di scoprire di cosa si tratta!
E un’altra volta ancora: buona visione, tra sogno e realtà!
1. Va sottolineato che nelle varietà d’oltralpe è più spesso sinonimo di incubo. Il vocabolo è già utilizzato, nell’accezione di a anno e tormento, dal trovatore dell’alta Garonna Aimeric de Peguilhan ( . 1190-1225) nel componimento En greu pantais m’a tengut longamen
Sommario
BAMBINO CON VESSILLO /ANIMA DEL LUOGO (1)
E l’aiga passa e vira di LUCA FRANCO PAG. 3
ABC SU ZATTERA (2)
Dove (e come) i libri aprono spazi di CHIARA BASSANELLI PAG. 3
La grafia utilizzata PAG. 4

























DONNA CARDATRICE (3) EREMITA (4)
Il “fiume” Stura di ANDREA CELAURO PAG. 4
CONTRABBANDIERE DI PAROLE (5) Anar a l’aiga di CATERINA RAMONDA PAG. 5
LEPRE IN VASO (6) Capisaldi di SARA RUBEIS PAG. 6
GIGANTE MUSICANTE (7)


Para-diauls di MIRIAM RUBEIS PAG. 6
CULLA E CICOGNA (8)
Joan, Ana e Julian: temp de festa en valada di ROSELLA PELLERINO PAG. 7
SCALE (9)
Amanda, l’escuela e la tuba di CATERINA RAMONDA PAG. 7
Crucipantai di FRANCESCA VEGLIO PAG. 8 4 2 9 7 5 3 1 8 6





E l’aiga passa e vira
de LUCA FRANCO
Siu asetat aicí as Gravièras, la mùsica ent’es escúfias. En chantaire buta en rima e poesia lo paisatge emb un’estròfa que fai: «I fiumi sono ferite sulla terra nuda e aprono tagli sulla pelle della pianura, tra le due rive, sparsi, i ponti sono punti di sutura, impediscono alla fessura di allargarsi».
Tupo e escòuto Estura. L’aiga cor. Baro li uèlhs e las paraulas de la chançon donon vita a un quadre enté mùsica e natura se mesclon. Buto li pè ent l’aiga e la ment part darrier ai recòrds. Li laisso córrer, un per viatge. Mai 2023, emb lo kayak siem partits, mi e Stefano, per calar Estura, coma fasem tuchi ans, un viatge l’an, de prima. Un pichòt rite de chambi d’estajon. Li èra gaire d’aiga e un baron de pèiras. Que adrenalina aquel viatge! Uvèrn 2020. Covid. Gràcias au brevet de guida ra ing polem anar ent’Estura emb Steve, Eli e


Nina per nos exercitar, decò en “zòna rossa”. Un viatge per setmana, per respirar, per víver. Un’autre viatge avem menat sau kayak Elia. Plovia fòrt, Elia a perdut lo contròl e a tombat ent’Estura. S’es rot darèn, ma s’es fach bèn mal. L’avem recuperat 200 mt pu lèns. La pagaia a fach 2 km. Un an denant èro istat mi a far-me mal. Me siu dubèrt la tèsta còntra una pèira, ent’au tòc d’Estura entre Pralònc e Vinai. Que patèla! Segurament me siu ganhat una nuèch au prònto. E pi totas las jornaas de trabalh emb li gomons, las diamenjas d’istaa emb li clients, li banhs au lac de la Ròca, lo tomple estremat a Aison… Non, aquel Estura es pi pa tant una “feissura”. Partatja pròpi darèn. Au contrari. Es un pòst viu, de rescontres, un pòst emb un’ànima. Un pòst enté d’istaa pòs trobar la frèida òca fondua de l’uvèrn. Es lo pòst que nos dona aiga e vita, un pòst enté li òmes embastisson d’òbras per esfruchar aquela energia. L’’istes pòst que sièrv da casa ai babis, ai pèis, ai gambres. Lo pòst que sièrv d’autovia ai aucèls que passon




















d’aicí de prima e d’auton, quora parton o reculon de l’Africa. Nos, bèstias de tèrra, lo viem coma bòina, coma “ferita sulla terra nuda”. Mas basta chambiar









ponch de vista per s’adonar qu’aquela rea facha d’aiga pòl èsser au mesme tèmp una draia, una casa, una mina d’energia. Es un pòst deferent dai autri; lònc e estre-









ch, timide. Atravèrsa la valada e nòstras vitas. Es sempre present, sènsa que nos se n’adonem. E alora penso an aquel tòc de chançon qu’escòutavo denant. Mi l’escrivario deferenta: «I umi sono linfa sulla terra nuda e aprono vie dalla montagna alla pianura, tra le due rive, sparsi, i ponti sono punti in cui si scruta e si ammira un luogo che chiede cura».




Luca Franco Guida escursionistica, innamorato della sua terra ma curioso di scoprire il mondo; ha viaggiato per tanti anni prima di tornare stabilmente. Vive due passioni molto diverse tra loro: quella per l’outdoor affiancata alla cultura e storia della propria valle.


Dove (e come) i libri aprono spazi
di CHIARA BASSANELLI Avere risorse signi ca poter scegliere.
Ci sono opportunità che arrivano in punta di piedi e che spalancano finestre.
I Fondi Ministeriali per le biblioteche, per una realtà piccola come la nostra, sono stati entrambe le cose: una possibilità concreta e insieme un invito a immaginare più in grande.








E la scelta, oggi più che mai, è un atto profondamente politico. Abbiamo, quindi, deciso di rivolgerci a librerie indipendenti, luoghi vivi, abitati da persone appassionate da cui i libri non si comprano soltanto, ma si incontrano. Signi ca sostenere un ecosistema fatto di piccole case editrici attente, di sguardi plurali, di








cura. Signi ca anche prendersi il tempo di sfogliare, ascoltare, confrontarsi.
Da queste scelte è nata la sezione femminista della Biblioteca Civica di Demonte. Un gesto semplice, ma necessario: portare temi troppo spesso con nati altrove dentro uno spazio di comunità, accessibile a tutte e tutti. Perché parlare di diritti, linguaggi, rispetto, corpi e relazioni non è qualcosa che riguarda solo le città o luoghi dedicati: è qualcosa che ci attraversa.

L’inaugurazione è stata un pomeriggio di voci.

C’era chi leggeva, chi ascoltava, chi trovava il coraggio di condividere un pensiero. Donne e uomi-


ni, persone della valle e arrivate da fuori, età diverse, storie diverse. Intorno ai libri si è creata una trama sottile e resistente.
Dopo, un aperitivo generoso e il concerto delle Triorà, tre voci capaci di nutrire, di aprire spazi.
E contemporaneamente, mani che ritagliavano, incollavano, disegnavano: emozioni che prendevano forma.
Quella giornata ci ha lasciato molto più di un ricordo.
La consapevolezza che anche in montagna si possano creare momenti potenti e contemporanei, che si può parlare di futuro in modo concreto, immaginare insieme come vogliamo abitare i nostri luoghi, sentirci al sicuro nel confronto.
Ha lasciato un gruppo di donne con il desiderio di continuare, di dare vita a un gruppo di lettura e a nuove occasioni di parola condivisa. Ha ra orzato una rete in valle (con l’Istituto Comprensivo Lalla Romano, la Biblioteca di Vinadio e quella di Vignolo) fat-


ta di scambi, elenchi di libri che viaggiano, idee che si intrecciano. E poi ha lasciato tracce più silenziose ma altrettanto profonde: un grazie sussurrato tornando in biblioteca nei giorni successivi, la scoperta di albi illustrati sulla parità e il rispetto da portare a una nipotina, il desiderio di continuare a sfogliare, capire, raccontare.
Forse è proprio questo il senso: aprire spazi in cui le persone possano riconoscersi, sentirsi meno sole e, insieme, immaginare nuovi modi di stare al mondo. Anche, e soprattutto, partendo da una piccola biblioteca di montagna.
Chiara Bassanelli
Ha conosciuto la Valle Stura da turista, poi ha scelto di restare. Gestisce una casa vacanze in alta valle e lavora per il Consorzio Valle Stura Experience tra biblioteca, ufficio turistico, progettazione e promozione del territorio.











La grafia utilizzata
In questa rivista per rendere gra camente l’occitano della Valle Stura si è scelto di utilizzare, quando non diversamente indicato, la cosiddetta “Gra a Classica” o “Normalizzata” elaborata dall’I.E.O. (Institut d’Estudis Occitans).
Tale scelta, rispetto alla gra a dell’Escolo dou Po, sicuramente più di usa nelle valli occitane italiane, è dovuta al fatto che quest’ultima non sarebbe stata rappresentativa di tutte le varianti di occitano presenti in Valle Stura. Per questo motivo si è scelto di adottare una gra a di tipo etimologico, cioè che risale all’origine della parola, che contiene al suo interno la possibilità di pronunciare in maniera diversa una singola parola, a seconda della provenienza del lettore.

Il “fiume” Stura
Se sei curioso di conoscere il dettaglio delle indicazioni sulla pronuncia inquadra il QR code.












di ANDREA CELAURO













































“Siu tornat amont a escotar la nùech la chançon dal beal” A. Barrel















































Antropologia Culturale ed Etnologia, studioso di etnolinguistica








Negli scorsi numeri di Pantai abbiamo parlato di terra e di territorio, questa volta invece parliamo dell’altro elemento base della Valle Stura ovvero l’acqua. Anzitutto il termine acqua in occitano è aiga, che viene localmente pronunciato /aiga, aigo, eiga/, e, direttamente da esso, derivano alcuni toponimi come per esempio Aigosa, una zona in cui scorre un rio o una zona umida. L’acqua si ritrova presente in molti posti della nostra valle: per esempio nei torrenti chiamati riu oppure beal, a seconda dei luoghi, nei laghi detti lac o laus oppure nelle cascate chiamate saut d’aiga o semplicemente pissai. Tuttavia il luogo in cui più comunemente possiamo ritrovarla nella nostra valle è sicuramente nel ume Stura. Un aspetto interessante, a tal riguardo, è il fatto che nell’occitano della Valle Stura non esiste un termine speci co per dire “ ume”, poiché, essendocene solamente uno, la Stura appunto, essa viene semplicemente chiamata (E) stura, cioè si fa riferimento direttamente al suo nome. In ogni caso, al giorno d’oggi, a seguito dell’in usso del piemontese prima e dell’italiano poi, è giunta a noi anche la parola um, la quale però viene poco impiegata. Esiste, tuttavia, un modo locale per indicare il concetto di ume, cristallizzatosi semplicemente in un modo di dire usato per fare riferimento a due fra-
zioni facenti parti del comune di Vinadio, ovvero Pratolungo e Roviera. Infatti, quando si parla di queste due frazioni, e, di conseguenza, dei loro abitanti, viene impiegata l’espressione “delai de l’aiga”, ovvero “(al) di là dell’acqua”, ovvero proprio della Stura. In questo modo si può vedere come la semplice parola per indicare “l’acqua”, giustappunto aiga, si carichi in questo particolare contesto anche del concetto di “ ume”, assumendo così un valore più esteso rispetto al suo signicato originario. Tale fenomeno infatti non risulta essere così estraneo all’occitano, poiché in altre valli si ritrovano espressioni come grand’aiga o aiga gròsa, per indicare un ume

oppure, in mancanza di questo, un torrente principale. Anche questa volta abbiamo mostrato il legame che si forma tra una lingua locale e il territorio in cui si è sviluppata e in cui vive e come oggi venga mantenuto tale rapporto, seppur l’integrazione di altre lingue “esterne” abbia cambiato e/o introdotto nuovi termini o concetti un tempo estranei alla vita e alla parlata locale.
“Me manca lo beal Me manca lo beal, la vòus dal miu beal que chanta la nùech la pus bèla chançon que me cunava, ilamont.”
A. Barrel
Andrea Celauro
Ha studiato
occitana dell’alta Valle Stura e da diversi anni collaboratore dello sportello linguistico-culturale dell’Unione Montana Valle Stura, si occupa di ricerca sul territorio, traduzioni e divulgazione. Vive ad Aisone.
Anar a l’aiga

di CATERINA RAMONDA





Ah, ‘l’aiga’. ‘L’aiga de font’, che può indicare sia l’acqua che sgorga dalla fonte che quella che si incanala nelle fontane. E l’aiga de plueia, piovana, e l’aiga neu, che scende dal cielo mista a neve perché la temperatura non è abbastanza bassa da trasformarla in occhi. Ma anche l’aiga dòuça, bevanda squisita ottenuta facendo sciogliere in un bicchiere d’acqua un po’ di liquirizia, o ancora l’aiga bòrnia, minestra povera delle nostre montagne preparata aggiungendo un uovo sbattuto all’acqua bollente e poi pane o grissini, a cui fa eco in Provenza l’aigo boulido (o aigabolida), un brodo chiaro aromatizzato con aglio, timo, salvia e servito con olio d’oliva e crostini su cui si è sfregato (ancora!) dell’aglio. Servito come rimedio digestivo all’indomani dei pasti di festa, pare salvi la vita, come recita un vecchio adagio: L’aigo boulido sauvo la vido. Tant qu’en mangeara sia pas mort








Tra le espressioni che contengono il termine occitano a cui ci rifacciamo su queste pagine, anar a l’aiga signi ca andare alla fontana a prendere l’acqua. Il che ci ricorda anche il ruolo sociale che le fontane di un villaggio, come i lavatoi, hanno avuto nei secoli passati. Luoghi di incontro, di scambio, di chiacchiere e di pettegolezzi, dove si va ad approvvigionarsi di acqua, a portare gli animali a bere, a lavare i panni o semplicemente nella speranza di incontrare qualcuno. Tante canzoni della tradizione occitana raccontano di incontri fortuiti o amori più o meno felici nati nei pressi di una font, sotto un ponte dove le lavandaie prendevano







posto alle lavoires, le lose inclinate su cui sfregavano lenzuola e abiti, o ai lavaor pubblici coperti. Joana s’en vai querre d’aiga, d’aiga, l’aiga per pastar e trova le risposte giuste per ribattere all’uomo che le chiede prima di abbeverare il suo cavallo e poi di regalargli un bacio. Invece al pont de Mirabèl, Catarina lavava. Tre cavalieri si presentano e le regalano un anello che l’acqua trascina via come la vita di uno di loro, lasciando la ragazza in lacrime. Più fortunato un bergier se promenava tot al long d’un riu: il pastore che passeggiava lungo un ruscello per ascoltare la pastora che cantava sulla sponda opposta. Non c’è battello né arcata di ponte che






colleghi le due rive, ma la promessa d’amore supera l’ostacolo sico del non potersi raggiungere nell’immediato.

Altre canzoni, decisamente dai toni più leggeri, scherzano sulla qualità dell’acqua di sorgente comparata col vino. A qualcuno di voi sarà capitato di ballare uno scottish sulla ben conosciuta aria de L’aiga de ròcha:
L’aiga de ròcha te farà murir, pecaire
L’aiga de ròcha te farà murir
T’en cal mal sar d’aquel’aiga, pecaire
T’en cal mal sar beu un còp de bon vin
S’una lheta se vòl maridar, pecaire
S’una lheta se vòl maridar
Li cal pa donar






d’aquel’aiga, pecaire Aimarà milhor beure un còp de bon vin
L’acqua di roccia ti farà morire, povero te!
L’acqua di roccia ti farà morire

Devi di dare di quell’acqua, poverino
Devi di dare, bevi un sorso di buon vino
Se una ragazza si vuole sposare, perbacco
Se una ragazza si vuole sposare
Non bisogna darle quell’acqua, povero te!
Preferirà bere un sorso di buon vino
In alta Valle Varaita la medesima contrapposizione viene recitata in una di quelle lastrocche che servono per far saltare i bambini sulle ginocchia dell’adulto






che canta per loro: suggerisce di versare l’acqua e bere vino, facendo anche una di erenza tra l’acqua delle diverse sorgenti. L’aiga che arriva da Tavèrno - dice - ci sostenta, ma l’aiga che scende dal valon è così fredda che mette i brividi e ci fa fare fruisson fruisson fruisson, una bella scusa per accelerare il ritmo di voce e movimento e ridere insieme sul nale della lastrocca!

Caterina Ramonda Si occupa di narrazione orale e di sensibilizzazione al plurilinguismo. Dal 2020, per l’Unione Montana Valle Stura, progetta e realizza i laboratori per le scuole primarie della valle intorno all’occitano, nell’ambito della legge 482/99, attività da cui è nato il libro Abbecedario Occitano, illustrato da Marco Paschetta. www.caterinaramonda.it
Capisaldi
di SARA RUBEIS
“Partivo con qualcosa da mangiare, una lattina di minio rosso, un pennellino, un po’ di cemento “da pronta” e dei bulloncini. Avevo anche un martelletto e uno spuntone…”
Nel primo numero di Pantai ho raccontato cosa sta dietro la creazione del documentario in lingua d’òc di Andrea Fantino “La memòria de l’aiga” con protagonisti alcuni abitanti della Valle; l’articolo si chiudeva con una sorta di augurio: che il racconto audiovisivo potesse rimanere in qualche modo aperto, per stimolare e accogliere, a partire dall’acqua, oltre a quelli già contenuti, altri sguardi sulla Valle.
Le parole in esergo appartengono a Edmondo Soldà, che, dopo aver letto l’articolo “Filmare la Valle. Primo Tempo”, ha sentito di voler alimentare il “racconto della Stura”, per ri-
prendere il titolo del corto che Ermanno Olmi realizzò per Edison nel 1955 per documentare la costruzione della centrale idroelettrica di Vinadio, raccontandomi in che modo anche lui ha partecipato attivamente alla sua realizzazione.
Ascolto a ascinata quest’uomo, classe 1939, che, allora quindicenne, per diversi mesi, ha percorso a piedi o in bicicletta, al seguito di un geometra, la strada militare per i forti Serziera e Piroat, la strada per Sant’Anna di Vinadio, e poi ancora quella per Sambuco, per realizzare sul campo le misurazioni necessarie alla predisposizione dei rilievi topogra ci:
“quando si trovava una roccetta ssa, con un martelletto e uno spuntone facevo un piccolo buco nella roccia, ci mettevo il bullone e con il cemento lo ssavo. Accanto scrivevo CS N.: “CAPOSALDO NUMERO …”. E così via.
Un lavoro di costruzione di una rete di punti stabili di riferimento che racconta di un’epoca ancora lontana dall’utilizzo dei sistemi di navigazione satellitari.
Para-diables
de MIRIAM RUBEIS
Conte de Miriam Rubeis
Revirat d’Andrea Celauro
Revision de Rosella Pellerino
Vos la navisètz la vielhòta de Petronilla? La vièlha frema que gardava li secrets de la Vila dai dui Solelhs? Aquela que dion sieie una maissa e que aie l’atge dal Mèlze Gròs?
L’i a un pauc de tèmp que l’ai rescontraa. O benlèu l’ai pantaisaa. Es gaire emportant: la bòina entre pantai e realtat, o sabètz bèn vosautri lectors de Pantai, es prima. Èra una matinaa al principi de l’istaa: solelh aut, cièl chelent, vènt lengier. Èro en tren a córrer sus una vièlha rota militara, au jorn d’encui barraa e laissaa a l’abandon. Un luec enté la natura, emb paciéncia, es en camin a se reprene son espaci.
De rare rescontro quarqu’uns aquí, sortós a n aquel’ora. E au
Un lavoro manuale, minuzioso, piccolo, quasi invisibile, impalpabile, rispetto ai macroscopici evidenti lavori di costruzione di dighe e sbarramenti di quegli anni: un lavoro di pazienza e cura che trovo importante nominare, far emergere, un po’ alla maniera degli archeologi quando, da uno scavo, portano alla luce manufatti di epoche che ci hanno preceduto. Edmondo mi racconta poi di come quegli anni abbiano visto il paese di Vinadio e la Valle popolarsi, in maniera piuttosto improvvisa, di persone provenienti da altre regioni e, con la stessa velocità, svuotarsi: le case probabilmente non sarebbero mai più state così piene e la fase di grande spopolamento delle montagne sarebbe iniziata da lì a poco.
Edmondo è mio zio.
Penso che se ho sviluppato uno spirito curioso nei confronti di ciò che mi circonda devo molto ai momenti trascorsi insieme a lui:
“Sulla strada di Sant’Anna, dopo la Puà, c’è una specie di rettilineo e poi due tornanti; prima di quei tornanti c’è un muretto, dove inizia


contrari l’ai vista: una frema aclina sus la bonda de la rota, en tren a culhir quarquaren dins una un cavanh de bosams. Me siu aprochaa amentaa. Entre li sius dèts lusion de pichòtas ors jaunas, coma pichòts solelhs.
“Bonjorn, qu’es que culhètz?”.
A levat l’esgard, emb un sorís just aboçat. «Èrbas salvatjas. Tota estajon a las sias”.
M’a fach vèire aquelas ors.
“Aquesta es l’èrba de Sant Joan, l’èrba de la brusèira, e vai culhiaa pròpi encui, lo 24 de junh, a l’aviron de miègjorn: es èira que son messatge es mai fòrt e li sius principis pus actius.”
A l’entorn de nosautres lo viòl tremolava de vita: lo clar passava entre las brondas, li grigris chantavon, li parpalhons dançavon, li ausèls se respondion de n’àrbol a l’autre, mentre lo riu moroneava sus l’esfond.
“Las èrbas pus preciosas creisson dins li luècs eissubliats”, a contineat. “Se tot foguessa redreissat, trobaries daren. L’erbasèri d’encui


l’accorciatoia; probabilmente adesso non c’è più, ma per tanti anni ho visto ancora quello che avevo scritto: CS NUMERO…”.
Capisaldi. Basi, fondamenti, punti essenziali.








Sara Rubeis

Laureata in antropologia culturale, ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza a Vinadio e ora continua a muoversi tra montagna e pianura. Fa parte del team di noau e per l’Unione Montana Valle Stura si occupa del coordinamento delle attività culturali intorno alla lingua occitana.
















pòl devenir la meisina de deman. Lo desia decò mon char amic Francesco de Assisi”.


Contineavo a agachar aquelas ors, e ela se n’èra nadonaa.










“Dins l’Atge-Mejan li desion «para-diables». Gandisson las maisons: se pendon as pòrtas, dessobre li lièches, dins li estables. Mas siervon decò a d’autre. Per l’aiga de Sant Joan, ensem a l’isòp, lo malmetge e la salvia, per exèmple.”






E parier m’a contat dal rite: las èrbas culhiaas al solstici, laissaas dins l’aiga a la serana la nuech entre lo 23 e lo 24 de junh. E après, al matin, se lavar lo morre.

“Dona santat, belessa e proteccion. O deferent se pòl far decò l’uèli de Sant Joan: cicatrizant, antin amatòri, analgesic… Es mon elixir de longa vita!”
S’es arrestaa e m’a agachaa coma se me conoissessa de sempre.
“Mas te pòi ren dire tot”.
Lo vènt s’es ausat lengier. A levat l’esgard per un pichòt moment, destraveaa da un tapatge dins lo







































boscatge, e quora me siu viraa, èra despareissua. Lengiera come un so e, coma es sa costuma. Provètz decò vosautres a promenar dins aqueli luecs abandonats... qui lo sap se aiètz ren la chança de la rescontrar!






















Miriam Rubeis


Classe 1989, laureata in “Sviluppo, Ambiente e Cooperazione” all’Università degli Studi di Torino. Vive nelle montagne del cuneese, in Valle Stura, dove si occupa di progettazione culturale. Da sempre affascinata dal senso profondo dei luoghi, dalle persone che li abitano e dalle storie, intime e collettive, che custodiscono. Ogni tanto ne inventa qualcuna.



Joan, Ana e Julian: temp de festa en valada





S’avesina lo mes de junh, dich en occitan Sant Joan. La festa del sant al temp di cristians pren lo pòst di rites pagans del solstici, gardant lhi simbols liats a la protecien d’la campanha e di pastres.
Lo 24 era lo jorn ente se montanhava: la sera drant era tradicien, dau Borg ns a l’Argentièra, pariar un fuèc pòrta-bonaür per la culhía, dich en bassa valada e a Aison farò, a Valauria la jòia Contavon que las erbas culhías aquela nuech, sobretot la risèta e l’erba d’la brusèira (dicha pròpi d’Sant’Joan), eron mai potentas perqué la rosaa era “magica”. La fe popolara pensava que lo farò faseisse clar a las mainaas del Limbo, qu’avion mai vist lo clar, e se pendia a l’uis ‘na rama d’notzal per parar-se da las maschas. Entas valadas lulh se chamava la Madalena, mas cò d’autres sants
eron importants aqueste mes: Sant Manh, protector di cabeals, era celebrat a Festiona d’Demont da la Baía del pòst, companhìa medievala d’òmes organizats per defendre, far de trabalhs per la comunitat e organizar la festa. La seconda diamenja d’avost après la Messa lhi massièrs, emè alabardas e chapèls dal pimacho colorat (ros per pòrtabandiera, jaun per prior, argent per massièrs ordinaris) pòrton l’estatua del sant en processien per la ruaa, passant per de viòls pas chambiats da secols. Tres cavanhs dichs charitat, cubèrts de bindèls e ors portats da de lhas (solèta presença feminila), son plens de pan benedet, que ven donat a totas las maisons e gardats coma meisina per las bestias malatas.
Lo 26 del mes per Sant’Ana, que gandìs maires e mainaas, despuèi de secols lhi fedels italians e francés van en processien emè l’estatua d’la Santa a la Ròcha d’l’Aparicien, resua dai portairi de Prat Long e la Rovièra.














de ROSELLA PELLERINO di CATERINA RAMONDA











Tra febbraio e marzo sono tornati i laboratori didattici nelle scuole primarie della valle, organizzati dall’Unione Montana grazie ai finanziamenti della legge statale 482/99 in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche.














La Baía del Sambuc, arfacha despuèi lo 2001 après 40 ans, sòrt a l’entorn del 28 d’avost, festa patronala d’Sant Julian, e l’estatua ven portaa en processien da la Glèisa d’la Madòna a la Ruaa ns al Cementièri. Un viatge la festa era liaa al rite d’la colomba: un pan a forma d’colomba, mincatant cubèrt de ors, era esmonut da las lhas de totas las maisons truchaas dal cortèu, e puèi era en liaa dai joves s’la poncha des alabardas, belèu per navisar lo






pan que las Vestalas presentavon a Cerere. Lhi gurants pòrton una devisa ornaa da preciós bindèls colorats, e un chapèl a feluca emè lo pimacho ros e blanc: Abat e Tenent Abat pòrton a bandolièra una faissa doraa e ricams d’argent sal braç; Abat e Pòrtabandièra tenon una espada, lhi autres membres una alabarda.
Amanda, l’escuela e la tuba
Come già raccontato, incontro le classi per sensibilizzare all’occitano e alle sue sonorità, fornendo curiosità tra storia, geogra a e pronuncia attraverso attività che variano di anno in anno.
A questo giro, il lo rosso era la deduzione: appoggiarci su quel che già conosciamo per provare a scoprire il signi cato di parole ed espressioni in occitano.




Rosella Pellerino


Di Borgo S. D., dopo la laurea sulla poesia in Piemonte nel Seicento ha conseguito il Master biennale in Lingua, cultura e società nella tutela delle minoranze linguistiche del Piemonte. Direttore Scientifico di Espaci Occitan, è docente di occitano e ha pubblicato saggi e dizionari con atenei ed editori in Italia e all’estero.




Con alcune classi invece abbiamo provato a divertirci intorno al tema dei falsi amici, partendo da quel che succede in altre lingue che frequentiamo: in inglese se dico cold ho freddo;





in spagnolo il burro non ha nulla a che fare col latte, ma raglia; in francese si va alla cantine nella pausa scolastica di mezzogiorno. Insomma, quelle parole che ti sembrano facili, immediate in una lingua diversa dall’italiano e invece ti fanno prendere grandi abbagli. Divisi in piccoli gruppi, i ragazzi hanno collaborato per capire perché in occitano la tuba non è un cappello, la escuela non è un edi cio e che tutti noi umani siamo forniti di artelhs pur non essendo bestie feroci! È interessante vedere come le lingue del territorio possano venirci in aiuto per capire quell’occitano che per molti di loro è distante o quasi sconosciuto: l’italiano, il francese che molti hanno nelle orecchie, soprattutto il piemontese. Parecchi bambini che ho incontrato non solo lo sentono parlare quotidianamente in famiglia e lo capiscono, ma lo sanno utilizzare. Uno scenario di valle di certo ben lontano dai dati dell’indagine Istat pubblicata in
gennaio che registra una diminuzione drastica dell’uso del dialetto un po’ dappertutto in Italia. Ma anche una dimostrazione pratica del pari statuto di tutte le lingue: negli stereotipi che talvolta abbiamo in testa i termini “dialetto”, “lingua regionale”, “patois” sminuiscono quelle che sono lingue a tutti gli e etti, tanto quanto l’urdu, il tamil o lo scontato inglese. Proprio il piemontese che ci è servito da lingua-ponte per arrivare al signi cato di altre parole occitane anche nel gioco dei nomi composti, dove ci siamo divertiti in una passeggiata tra gratacul, sautaprat, virasolelh e altri. Per poi a rontare il livello più di cile: collaborare per trovare la de nizione di una parola occitana che non assomiglia a null’altro, testare le opzioni, presentarle ai compagni, farsi prendere dai dubbi, veri care sul dizionario. E Amanda? In occitano lo trovi anche con l’iniziale minuscola, nome comune con cui, lettore, puoi giocare come abbiamo fatto noi.
Crucipantai: trova le soluzioni tra le pagine della rivista!
di FRANCESCA VEGLIO
Orizzontali
2. Nipote di Edmondo
3. Ferite e linfa sulla terra nuda
5. Cascata occitana
8. Magica soltanto a San Giovanni
9. Le ceste del pane benedetto
11. Breve citazione all’inizio di un capitolo
13. Alle porte nel Medioevo
16. Brodo chiaro aromatizzato con aglio, timo, salvia
17. Zona in cui scorre un rio o una zona umida
18. L’elemento base della Valle Stura
19. Festa tradizionale a Sambuco intorno a ne agosto
PANTAI è una rivista-fanzine bilingue (italiano e occitano) realizzata con il contributo della “Presidenza del Consiglio dei ministri - Dipartimento per gli affari regionali e le autonomie” grazie ai fondi della Legge 482/99 (“Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”).
Verticali
1. La nuova sezione della biblioteca di Demonte
4. L’erba di San Giovanni
6. La pira propiziatoria di Valloriate
7. Protettrice di mamme e neonati
10. Cima
12. Il Soldá dei capisaldi
14. Fianco montano
15. Luogo di incontro, scambio, chiacchiere e approvvigionamento
Questo numero è stato realizzato all’interno del progetto dell’Unione
Montana Valle Stura “Votz e estòrias de las tèrras occitanas” (Voci e storie delle terre occitane) in collaborazione con: l’Ecomuseo della Pastorizia, l’associazione Espaci Occitan, Noau Officina Culturale e il Consorzio Valle Stura Experience.










Coordinamento
Sara Rubeis - collaboratrice sportello linguistico e culturale dell’Unione
Montana Valle Stura
Redazione
Chiara Bassanelli
Andrea Celauro
Luca Franco
Rosella Pellerino
Caterina Ramonda
Miriam Rubeis
Sara Rubeis
Le soluzioni del cruciverba
dello scorso numero
1 MA TERRA – 2 FROID DE CANARD
3 CHASTANHIER – 4 PASTRAGE – 5 GHIACCIAIO
6 LAKE OF LOCH – 7 TECADIDE – 8 NOVE’
9 CASSETTA POSTALE – 10 BERNARD
11 GIGANTE – 12 FAIA – 13 UE
14 COL DE LARCHE – 15 CHALENDAS.
Traduzione testi in lingua occitana
Andrea Celauro
Supervisione testi in lingua occitana
Rosella Pellerino
Illustrazioni
Marco Paschetta
Progettazione grafica Noau - Officina Culturale
Tiratura 500 copie





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