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Norina Wendy Di Blasio

LA SALUTE HA IL SAPORE DELLA FELICITÀ

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Norina Wendy Di Blasio Laureata in Filosofia della scienza, si occupa di comunicazione e divulgazione scientifica: da più di 13 anni riflette sulla medicina e sulla salute, provando a capirle e a renderle accessibili attraverso parole e immagini.

Prima edizione: marzo 2015 © 2015 Il Pensiero Scientifico Editore Via San Giovanni Valdarno 8, 00138 Roma Telefono: (+39) 06 862821 - Fax: (+39) 06 86282250 pensiero@pensiero.it www.pensiero.it - www.vapensiero.info www.facebook.com/PensieroScientifico Tutti i diritti sono riservati per tutti i Paesi Stampato in Italia Grafiche Dalpiaz Via Stella 11/b (Fraz. Ravina), 38123 Trento Realizzazione grafica e copertina: Typo, Roma Immagini: © Stock/Thinkstock ISBN 978-88-490-0525-7

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Che cos’è la salute? “La salute non è un’entità fissa. Essa varia per ogni individuo in relazione alle circostanze. La salute è definita non dal medico, ma dalla persona, in relazione ai suoi bisogni funzionali. Il ruolo del medico è quello di aiutare le persone ad adattarsi alle nuove condizioni.” Georges Canguilhem

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Perché dovremmo definire cos’è la salute? E, soprattutto, come dovremmo definirla, tenendo conto che non c’è un’unica definizione di salute possibile? Stare in salute, infatti, per alcuni può significare non essere malati affatto, mentre per altri è la capacità di convivere con la malattia, ponendosi come obiettivo comunque quello di una vita il più possibile felice e all’insegna del benessere. E, a proposito: di fronte alle malattie, alla sofferenza e allo stress quali strumenti possiamo mettere in campo per raggiungere comunque un equilibrio? Quando lo stress diventa costante e smette di essere una condizione anche positiva, la ricerca della felicità può essere uno strumento per ritrovare salute ed equilibrio? E così via…

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La salute ha il sapore della felicità

Porsi queste domande è utile e attuale, dal momento che la definizione di stare bene in salute non è univoca. Inoltre, a porsi domande simili ci ha pensato qualche anno fa un numero del British Medical Journal (BMJ) – stiamo parlando della rivista ufficiale dell’associazione dei medici inglesi – e a scomodarsi è stata la stessa direttrice, Fiona Godlee, una donna medico inglese che vive a Cambridge con un marito e due figli e che da 10 anni dirige egregiamente la rivista. Alla domanda “Che cos’è la salute?” Fiona ha risposto così: “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste soltanto in assenza di malattia”. Non molto lontano da lì, sulle pagine del Lancet – un’altra rivista scientifica internazionale molto ascoltata, il cui nome significa, appunto, bisturi, lo strumento medico per chirurghi - la salute è definita proprio come capacità di adattamento. Ma procediamo con ordine. Dare voce alle riviste, per quanto autorevoli non basta, perché qualsiasi tentativo di definire la salute deve confrontarsi con la definizione formulata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 1948 e ancora largamente accettata. Cos’è l’OMS? Avrete sentito sicuramente parlare di questa organizzazione internazionale per tutte le questioni a carattere mondiale che riguardano la salute. Semplicemente come esiste la NATO, in quanto organismo internazionale per la nostra Difesa sul piano militare, esiste l’OMS che si dovrebbe prendere cura a livello mondiale della nostra salute. Questo al punto che proprio l’OMS dichiara se un focolaio di malattia è una minaccia circoscritta o se rappresenta un pericolo per molti: è successo per il virus Ebola, ma anche per quello influenzale.

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Che cos’è la salute?

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Dicevamo che proprio l’OMS ha proposto la definizione che è da anni un riferimento per tutti di salute: “completo stato di benessere fisico, mentale e sociale”. In altre parole, ponendo l’accento sul termine “completo”, l’OMS rischia di spingerci a guardare la salute come assenza assoluta di malattia: un obiettivo e una condizione irraggiungibile per la maggior parte delle persone nel mondo. “Quella definizione di salute rischia di fare sentire la maggior parte di noi malata la maggior parte del tempo”, ha precisato Richard Smith, un altro, tanto eccentrico quanto illuminato, grande medico inglese che prima della Godlee ha diretto il BMJ. La definizione dell’OMS, nel guardare alla salute come assenza di malattia, potrebbe infatti aver contribuito involontariamente al fenomeno di “medicalizzazione” della società, dal momento che sempre più frequentemente caratteristiche umane – dalle abitudini ai dati biologici fino ad arrivare alle esperienze di vita – vengono indicate come fattori di rischio per la malattia. Cosa intendiamo per medicalizzazione della società proviamo a spiegarlo con qualche domanda: un bambino vivace che combina spesso guai è necessariamente un bambino malato? La timidezza con cui si affrontano persone o situazioni nuove deve per forza essere un sintomo di depressione? Il normale alternarsi di giorni sì e giorni no, di gioia e riflessività significa avere un disturbo bipolare? Avere il mal di testa prima del ciclo mestruale deve per forza essere un problema? Potremmo continuare, ma rischieremmo di allontanarci dall’obiettivo di questa guida. Tornando, dunque, a noi: perché dovremmo essere interessati a ri-definire la salute? Perché vivere in salute è l’obiettivo di ciascuna persona. Ma, di fronte all’invecchiamento della popolazione globale con una crescente diffusione delle malattie croniche, definire la salute come assenza di malattia non sembra dare il giusto peso: “alla capacità umana di adeguarsi autonomamente alle sfide fisiche, emotive, sociali cui la vita ci espone di continuo, e che ci spingono a funzionare al meglio e con un senso di benessere anche in presenza di malattie croniche o disabilità”. Almeno così si legge sulle pagine del BMJ.

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La salute ha il sapore della felicità

Si tratta, dunque, di spostare la definizione di salute dell’OMS da un concetto statico – il completo benessere – a una descrizione più dinamica e funzionale, basata sulla capacità di fronteggiare, mantenere e ripristinare il proprio equilibrio e il senso di benessere. Ma di cosa stiamo parlando? Parliamo del concetto di resilienza e per capire meglio di cosa si tratta nei prossimi capitoli dobbiamo sforzarci prima di tutto a guardare la salute come la capacità di adattarsi e di gestire se stessi di fronte alle sfide fisiche, emotive, sociali. Se la salute è il nostro obiettivo, e se la nuova definizione soddisfa le nostre realtà attuali, la domanda successiva è: come possiamo costruire e sostenere la capacità umana di adattarsi e far fronte alle difficoltà della vita? È possibile imparare a trasformare le esperienze più difficili in catalizzatori che serviranno a migliorarci? La resilienza può essere insegnata o rafforzata? Sempre sul BMJ (la rivista dei medici inglesi: ricordate?) troviamo un contributo al dibattito “Che cos’è la salute?” ed è la lettera di Gordon Pledger, medico anestesista in pensione che dalla ridente Morpeth, cittadina di 14.096 abitanti, capoluogo della contea del Northumberland, in Inghilterra, sostiene l’opportunità di una definizione di salute che faccia riferimento “all’abilità di lavorare, amare, dormire”, dando a queste parole un senso molto ampio. Vediamo quale. “Avendo rimpiazzato la perfezione con l’adattamento noi ci avviciniamo a un programma per la medicina più comprensivo, solidale e creativo, un programma al quale tutti noi possiamo contribuire”. Gavino Maciocco

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Che sapore ha la felicità? “Abbiamo in noi la capacità di produrre quella qualità di cui siamo costantemente a caccia” Daniel Gilbert

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Marta ha 40 anni ed è una donna realizzata e affermata. Ha un lavoro che le piace molto, si occupa di marketing e comunicazione scientifica, ha un compagno biologo che fa il ricercatore e due meravigliose bambine di 13 e 8 anni e riesce abbastanza egregiamente a fare l’equilibrista tra i vari scenari in cui si svolge la sua vita. Tutto procede per il meglio, nonostante i numerosi impegni, fino a che la vita non cambia repentinamente: il compagno cambia lavoro e questo prevede che lui sia in viaggio per il mondo, per due terzi dell’anno.

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La salute ha il sapore della felicità

Lo stress e l’adrenalina, che fino a quel momento sono stati lo strumento privilegiato a cui attingere e su cui far leva per affrontare le mille sfide quotidiane, diventano un’arma a doppio taglio. Una goccia continua e costante ad erodere e scalfire quotidianamente il faticoso equilibrio psicofisico di volta in volta raggiunto. Il corpo non tarda mai a darci segnali del fatto che abbiamo superato il limite. Così per Marta sono cominciati i mal di testa cronici. E poco dopo è arrivata una diagnosi di psoriasi lieve: “Signora non deve sentirsi in colpa, la psoriasi è una malattia genetica auto-immune che era nel suo corpo e che si è semplicemente attivata, sicuramente grazie alla complicità di una forte situazione di stress”. E ancora: “Il lato positivo è che con la giusta cura e alcuni cambiamenti nello stile di vita il problema è contenibile, quello negativo è che si tratta di una malattia imprevedibile che le farà compagnia per il resto della vita, tale che domani lei potrebbe essere ricoperta di chiazze nel 90% del suo corpo. Inoltre, la espone a qualche rischio in più sul fronte dell’ipertensione, del diabete e delle patologie metaboliche”. Così il dottor Bianchi ha emesso il suo verdetto, con empatia e affabilità, aggiungendo una pesante nota sul rischio di depressione, sempre in agguato per le persone che soffrono di questa malattia. Nulla di grave, insomma, ma per Marta all’inizio la sensazione di non aver dato retta ai segnali che il suo corpo ha provato a darle per ben 12 mesi è paralizzante: “Non mi sono presa abbastanza cura della mia salute e del mio benessere ed oggi mi trovo a gestire qualcosa di definitivo, irreversibile...” Ma la situazione è davvero così irreversibile? Quando lo stress diventa costante e smette di essere una condizione anche positiva, la ricerca della felicità può essere uno strumento per ritrovare salute ed equilibrio? La felicità può essere lo strumento per il raggiungimento di uno stato di benessere globale anche in presenza della malattia? Intendiamoci, essere felici e ricercare la propria felicità non significa solo sentirsi bene, ma anche essere più sani, più produttivi e più

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Che sapore ha la felicità?

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disponibili verso gli altri. Ma che sapore ha la felicità? Secondo Mark Williamson, ragazzone a capo dell’iniziativa Action for Happiness, che vive nel Surrey con la moglie e i loro tre figli (ama il ciclismo e il calcio, oltre ad essere appassionato di musica): la felicità conta e le evidenze scientifiche in favore di questa ipotesi sono convincenti. Per Williamson la ricerca della felicità è un punto di partenza per il singolo, ma non è un fatto egoistico: “Ha a che fare in modo profondo con l’aiutare le persone a vivere una vita migliore e con la creazione di una società più produttiva, sana e coesa”. La felicità, quindi, riguarda il come ci sentiamo, ma è molto più di un semplice stato d’animo passeggero. Siamo esseri emotivi e sperimentiamo una vasta gamma di sentimenti ogni giorno. Le emozioni negative – come la paura e la rabbia – ci aiutano a fuggire dai pericoli o a difenderci. Le emozioni positive – come il piacere e la speranza – ci aiutano a connetterci con gli altri e a costruire la nostra capacità di far fronte alle cose anche quando queste vanno male. Cercare di vivere una vita felice non significa negare a se stessi le emozioni negative o fingere di essere felici. Di fronte alle difficoltà è del tutto naturale provare sentimenti

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La salute ha il sapore della felicità

come rabbia, tristezza, frustrazione e altre emozioni negative. Essere felici significa essere in grado di sfruttare al massimo i momenti positivi, ma anche essere capaci di far fronte in modo efficace ai momenti difficili, inevitabili, al fine di riuscire sempre a vivere la migliore vita possibile. Nonostante le condizioni di equilibrio su cui abbiamo basato la vita fino a quel momento siano cambiate. Perché è così importante essere felici? Diamo di nuovo la parola alla letteratura scientifica. A questa domanda hanno provato a rispondere, tra gli altri, un gruppo di economisti della Warwick University, situata a Coventry in Gran Bretagna, che dopo aver mostrato a diversi gruppi di persone un filmato positivo o un filmato neutro hanno chiesto a ciascuno di svolgere un compito di lavoro standard in condizioni normali. Le persone felici erano dell’11% più produttive rispetto agli altri, anche dopo aggiustamento per età, quoziente intellettivo e altri fattori. Allo stesso modo, i ricercatori della Wharton Business School hanno scoperto che le aziende con dipendenti felici hanno ottime performance finanziarie di anno in anno e un team della University College London ha scoperto come le persone che sono felici da giovani

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Che sapore ha la felicità?

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tendono a guadagnare più dei loro coetanei meno felici anche negli anni a venire. Anche nel settore della sanità ci sono buone notizie: è stato dimostrato che i medici felici sono in grado di fare diagnosi più veloci e più accurate, anche quando la felicità è indotta con piccoli incentivi semplici. E in materia di istruzione? Anche: le scuole che si concentrano sul benessere sociale ed emotivo dei bambini sperimentano significativi aumenti sul piano della realizzazione accademica e miglioramenti nel comportamento degli alunni. La felicità è risultata correlata anche a un migliore processo decisionale e una maggiore creatività. Quando parliamo di felicità non ci riferiamo solo ai benefici che apporta al singolo aiutandolo a funzionare meglio: la felicità porta anche notevoli vantaggi per la società nel suo complesso. Ad esempio, una revisione di più di 160 studi ha trovato “prove chiare e convincenti” che le persone felici hanno una migliore salute generale e vivono più a lungo rispetto ai loro coetanei meno felici. Hanno circa la metà delle probabilità di prendere il raffreddore e hanno un rischio inferiore del 50% di vivere un evento cardiovascolare, come un infarto o un ictus.

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La salute ha il sapore della felicità

Le persone più felici sono anche meno propense a intraprendere comportamenti a rischio – ad esempio, hanno più probabilità di indossare le cinture di sicurezza e meno probabilità di essere coinvolti in incidenti stradali. E ancora, le persone più felici sono finanziariamente più responsabili, tendono a risparmiare di più e avere un maggiore controllo sulle loro spese. Ma forse più importante di tutte, le persone che sono più felici sono più propense a dare un contributo positivo alla società. In particolare, sono più propense a votare, impegnarsi in attività di volontariato e partecipare alle attività pubbliche. Hanno anche un maggior rispetto per la legge e l’ordine e sono più propensi ad aiutare gli altri. C’è solo una piccola controindicazione. La felicità è contagiosa e le persone più felici tendono ad aiutare gli altri intorno a loro a diventare più felici. Un ampio studio pubblicato sul BMJ ha scoperto che la felicità di una persona ha ripercussioni all’interno della sua rete di relazioni fino a “tre gradi di separazione”. In altre parole, quanto siamo felici abbiamo un impatto misurabile sullo stato d’animo di un amico di un amico di un nostro amico.

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Che sapore ha la felicità?

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Vi state chiedendo cosa ne è stato di Maria? Dopo alcuni mesi di adattamento, di umore discontinuo e lo spettro della depressione sempre dietro l’angolo ha provato a ridefinire i suoi scopi ponendo tra i suoi obiettivi irrinunciabili anche quello di essere felice. Ha cercato e trovato supporto nella rete delle persone a lei care per la gestione della quotidianità e per la condivisione di momenti di sconforto. Ma ha anche imparato come il tempo di qualità trascorso con le amiche non fosse un tempo sottratto alle sue bambine, ma un insieme di momenti in cui rigenerarsi per tornare a casa arricchita di un benessere da condividere. Ha ridimensionato il suo impegno lavorativo, con il risultato nel lungo periodo di aumentare la sua performance sul lavoro e di riuscire a ritagliarsi uno spazio anche per la formazione e la crescita professionale. Ha deciso di ritagliarsi uno spazio personale di ricerca del piacere e della felicità, ha ripreso a disegnare e si è iscritta ad un corso di fumetto, con il risultato di rielaborare in modo creativo la solitudine che avrebbe potuto rattristare le serate in cui il compagno non era li accanto a lei a vivere e condividere la quotidianità.

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La salute ha il sapore della felicità

L’evento negativo delle lunghe assenze del compagno è diventato un’occasione per riscoprire uno spazio interiore personale da cui attingere benessere e felicità per sé, per le sue bambine, per il suo compagno e per tutte le persone che hanno il piacere di incontrarla. Come diceva Aristotele: “La felicità è il significato e lo scopo della vita, scopo e fine unico dell’esistenza umana.” Le persone felici continuano ad ammalarsi, perdono i propri cari e non tutte le persone felici sono efficienti, creative o generose, ma la felicità porta vantaggi sostanziali e indubbi. Alleviare gli stati d’animo che rendono la vita triste... significa lavorare per costruire gli stati d’animo che rendono la vita degna di essere vissuta. Sono maturi i tempi per una scienza che cerchi di comprendere le emozioni positive, costruire la forza e la virtù e fornire punti di riferimento per la ricerca di quello che Aristotele chiamava la ‘bella vita’”. Martin Seligman

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La resilienza serve per reagire ai fallimenti?

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Pietro e Vittorio, sono due manager rispettivamente di 49 e 47 anni, sono stati licenziati dalle loro aziende circa 18 mesi fa. In prima battuta, la reazione di entrambi all’evento è stata quella del cortocircuito - tristezza, svogliatezza, indecisione e una sensazione di paralisi dovuta all’ansia per il futuro. Per Pietro, si è trattato di avere a che fare con un umore molto altalenante per un po’. Ma dopo due settimane dal licenziamento si è detto: “Non è colpa mia, è l’economia che sta attraversando un brutto momento. Io sono bravo in quello che faccio e ci sarà un mercato pronto ad accogliere le mie capacità”.

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La salute ha il sapore della felicità

Ha aggiornato il suo curriculum e lo ha inviato a dodici aziende lombarde, senza ricevere alcuna risposta. Nonostante la fredda accoglienza del mercato, ha prontamente cercato e individuato alcune società nella sua città natale – Roma – e infine ha trovato lì un nuovo lavoro. Che fine ha fatto Vittorio, vi starete chiedendo? È entrato in una spirale di disperazione: “Mi hanno licenziato perché non sono capace di lavorare sotto pressione”, si è detto. “Non sono tagliato per il mondo della finanza. Ci vorranno anni prima che l’economia si riprenda”. Dettosi questo, nonostante i segnali di ripresa del mercato, Vittorio ha smesso di cercare un lavoro ed è tornato a vivere con i suoi genitori, precipitando in un pericoloso stato di apatia. Pietro e Vittorio occupano posizioni opposte nel range delle possibili reazioni al fallimento. In generale le persone come Pietro tendono a riprendersi dopo un breve periodo anche di profondo disagio e a distanza di tempo escono accresciuti e arricchiti anche grazie all’esperienza negativa vissuta. Le persone come Vittorio finiscono per oscillare dalla tristezza alla depressione prigionieri di una paura del futuro paralizzante. Il fallimento è una parte quasi inevitabile della vita, soprattutto lavorativa, ed è una tra le più comuni esperienze che sperimentiamo nella vita. Ma come è possibile stabilire se nell’affrontare le difficoltà si è più come Pietro o più come Vittorio? Perché una persona o un sistema reagiscono a uno shock meglio di altri? Perché c’è chi riparte da una situazione critica ‘’ridisegnando’’ una strategia di

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La resilienza serve per reagire ai fallimenti?

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adattamento più in linea con le nuove sfide che si presentano e chi invece soccombe? La diversa capacità di adattamento e risposta alle situazioni difficili che si incontrano nella vita è funzione di quanto si è ‘’resilienti’’.

Come superare gli ostacoli che si incontrano nella vita? Alcune persone, come Pietro, sembrano avere la capacità innata di superare le battute d’arresto che incontrano durante la vita con relativa facilità ed elasticità; hanno un talento naturale, o per meglio dire una caratteristica, che gli esperti chiamano resilienza. Altre persone come Vittorio, prive di resilienza, sono sopraffatte e paralizzate dai traumi e dalle esperienze negative; sono distrutte e tendono a soffermarsi sui problemi, sentendosi vittime e diventando vittime di meccanismi di adattamento malsani, come ad esempio l’abuso di alcol, droghe e farmaci. La resilienza è la capacità di sopportare le difficoltà ed è una caratteristica che può essere costruita e rafforzata. A volere essere più precisi, la resilienza è la capacità di recupero dopo un evento negativo: la capacità di sfruttare la forza interiore che aiuta a riprendersi da eventi traumatici come ad esempio la perdita del lavoro, una malattia, un disastro o la morte di una persona cara. Non si tratta di rimuovere il problema ma di riuscire a vedere oltre, ritrovare e guardare i lati positivi e riuscire a vedere lo stress come strumento di cambiamento e di azione positiva. Nonostante i sentimenti di rabbia e dolore si resta in grado di mantenere l’equilibrio sia fisico sia psicologico, anche grazie alla capacità di restare in relazione con gli altri. “Le persone che hanno una pronta capacità di recupero hanno anche una maggiore capacità di controllo sulla propria vita”, spiega lo psicologo Robert Brooks, “questo li rende più disposti a correre rischi”. “Inoltre, grazie alla loro visione ottimistica, sono più propensi a sviluppare e mantenere relazioni positive con gli altri”.

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Robert Brooks è, come dicevamo, uno psicologo, ma anche uno scrittore, professore e direttore del Dipartimento di Psicologia presso il McLean Hospital di Boston. È un’indiscussa autorità in tema di autostima, motivazione, relazioni familiari e, soprattutto, resilienza, cioè la capacità degli individui di affrontare efficacemente le avversità della vita e trasformarle in opportunità. È coautore del libro The Power of Resilience: Achieving Balance, Confidence, and Personal Strength in Your Life. Ma, tornando alla nostra storia: Vittorio potrà mai diventare come Pietro? In altre parole, la resilienza può essere insegnata? È possibile imparare a trasformare le esperienze più difficili in catalizzatori che serviranno a migliorarci? Ecco 10 consigli per tutti che possono rendere più resilienti 1. Restate flessibili. Le persone resilienti si aspettano che dovranno affrontare le sfide difficili in momenti diversi della loro vita. Per questo sono in grado di adeguare i loro obiettivi e trovare il modo di adattarsi. 2. Imparate le lezioni. Quando si vive un’esperienza negativa, meglio concentrarsi sulle lezioni positive che si possono imparare da essa. Nell’affrontare una situazione difficile, non serve concentrarsi su di chi sia la colpa o continuare a chiedersi perché sta accadendo a noi. Piuttosto che continuare a sentirsi vittime, meglio chiedersi che cosa fare in modo diverso la prossima volta per avere un risultato migliore. 3. Agite. Pensare a che cosa si può fare per migliorare la propria esistenza o la situazione che si sta vivendo e poi farlo.”Le persone resilienti lavorano alla soluzione di un problema, piuttosto che lasciarsi paralizzare dalla negatività”, spiega Brooks. Ad esempio, se l’azienda riduce il vostro orario di lavoro, perché non vederla come possibilità di esplorare altre strade per il lavoro o per se stessi. Nel lungo periodo, potrebbe portare la crescita di carriera o personale.

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La resilienza serve per reagire ai fallimenti?

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4. Rimanete in contatto. Coltivare i propri rapporti con gli amici e

la famiglia. Quando si attraversa un momento difficile, non allontanarsi dagli altri. Accettare l’aiuto di coloro che si prendono cura di voi e che offrono un sostegno. 5. Lasciate andare la tensione. Assicurarsi di avere strumenti che vi permettano di esprimere le vostre emozioni e di allentare la tensione. Ad esempio questi: Tenere un diario o, per chi ha maggiore dimestichezza con il ^^ computer, un blog Disegnare ^^ Fare meditazione ^^ Parlare con un amico ^^ … ^^ 6. Coltivate uno scopo. Fare cose che danno significato alla vita. Ad esempio, passare più tempo con la famiglia, ma anche fare del volontariato o lavorare per una causa che possa farvi sentire più forti. Le persone che hanno avuto una grave malattia, ad esempio, spesso trovano che partecipare a una maratona o camminare per raccogliere fondi per un ente di beneficenza per il problema di salute che hanno vissuto li fa sentire meglio. “Il volontariato può aiutare ... dando un senso di scopo e spesso una sensazione di padronanza”, dice Brooks.

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7. Perseguite abitudini sane. I periodi di stress si possono gestire

meglio se si: Fa esercizio fisico regolarmente ^^ Segue una dieta equilibrata ^^ Riposa a sufficienza ^^ Le persone che si mantengono fisicamente forti tendono ad essere più emotivamente resilienti. 8. Credete in voi stessi. Riconoscere con orgoglio le proprie capacità e quello che è stato fatto. Riconoscere i propri punti di forza personali. 9. Ridete. Mantenere il senso dell’umorismo, anche quando i tempi sono duri, è fondamentale. Le risate alleviano lo stress e aiutano a mantenere le cose sotto controllo. 10. Siate ottimisti. La capacità di poggiare uno sguardo positivo e di speranza sulle cose vi renderà molto più resilienti. Molti dei problemi che si affrontano nella vita sono temporanei e se ci guardiamo indietro troveremo che siamo stati capaci di superare le difficoltà che abbiamo incontrato in passato.

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Educare i più giovani alla salute come capacità di adattamento?

Se siamo riusciti a convincerci che dobbiamo guardare alla salute come uno stato dinamico di benessere fisico, mentale e sociale che non può essere mera assenza di malattia, bene. Non ci resta adesso che ripartire dai bambini e dai ragazzi e provare ad educarli alla salute e alla prevenzione di essa in questa chiave. Anche in questo caso dobbiamo ripassare per Ginevra (dove risiedono gli uffici dell’OMS) e sentire quello che ha da dire l’autorità mondiale in campo di salute: per cui educare alla salute i più giovani può passare anche per il porsi come obiettivo l’acquisizione delle Life Skills.

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Cosa sono le Life Skills? Sono abilità personali e relazionali utili per mettersi in rapporto con gli altri e per affrontare i problemi, le pressioni e gli stress della vita di ogni giorno. Insomma, si tratta di strumenti utili per allenare quella capacità di adattamento positivo e attivo al cambiamento: la resilienza. Ma, soprattutto, sono abilità che dobbiamo tenere presenti quando proviamo a promuovere la salute e il benessere ai più giovani. In altre parole, si tratta di abilità cognitive, emotive e relazionali di base, che consentono alle persone di agire in maniera competente sul piano individuale e sociale.

Acquisire e applicare in modo efficace queste capacità può influenzare il modo in cui ci sentiamo rispetto a noi stessi e agli altri ed il modo in cui siamo percepiti dagli altri. Contribuiscono alla percezione di autoefficacia, autostima e fiducia in noi stessi, giocando un ruolo importante nella promozione del benessere mentale, che è una componente essenziale anche della salute fisica. Lo stato di benessere e armonia incrementa la nostra motivazione a prenderci cura di noi stessi e degli altri, alla prevenzione del disagio mentale e dei problemi comportamentali e di salute.

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Educare i più giovani alla salute come capacità di addattamento?

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Per farla semplice, sono abilità e capacità che ci permettono di acquisire un comportamento versatile e positivo, grazie al quale possiamo affrontare efficacemente le richieste e le sfide della vita, anche sul piano del benessere e della salute. Lo zoccolo duro delle Life Skills identificato dall’OMS è costituito da 10 competenze sulle quali forse varrebbe la pena soffermarsi: 1. Consapevolezza di sé, intesa come la capacità di guardare e leggere dentro se stessi. Conoscere noi stessi, dunque, i bisogni e desideri, i punti deboli e i punti di forza; perché è da qui che possiamo partire per costruire relazioni efficaci con gli altri e con il mondo. 2. Gestione delle emozioni, ovvero la capacità di riconoscere, saper leggere e saper esprimere (costruendo un vocabolario adeguato) le emozioni, e di conseguenza anche la capacità di saperle gestire, modulando di conseguenza il nostro comportamento in modo appropriato. 3. Gestione dello stress. Nell’affrontare situazioni stressanti, questa abilità aiuta a controllare le cause della tensione, operando su vari piani – ambiente, stile di vita –, oppure attingendo a tecniche efficaci di rilassamento. 4. Empatia, ovvero la capacità di ascoltare gli altri e di mettersi nei loro panni, dal loro punto di vista, anche di fronte a diversità sostanziali, accettandoli e comprendendoli. 5. Creatività, intesa come la capacità di affrontare in modo flessibile ogni situazione, trovando soluzioni inedite, idee originali, percorsi alternativi, senza rimanere vincolati rigidamente al modo consueto di affrontarle, all’abitudine e alla norma. 6. Senso critico che consiste nell’imparare a valutare le situazioni in modo oggettivo, passando in rassegna tutti gli aspetti positivi e negativi. In altre parole: essere in grado di soppesare le informazioni sulla base del contesto, delle fonti e di altri fattori significativi. 7. Prendere buone decisioni, ovvero la capacità di fare scelte e prendere decisioni, in modo consapevole e costruttivo nelle diverse situazioni e nei diversi contesti di vita. Essere in grado di

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elaborare in modo attivo il processo decisionale può avere implicazioni positive sulla salute e sulla prevenzione della salute, perché permette di valutare le diverse opzioni e le conseguenze che esse implicano. 8. Risolvere problemi, intesa come capacità di risolvere le situazioni critiche in modo costruttivo, tenendo presente che ignorare i problemi rischia di causare stress e tensioni psicofisiche. 9. Comunicazione efficace, ovvero la capacità di esprimere opinioni, desideri, emozioni e bisogni, sia a livello verbale che non verbale, e di farsi comprendere, anche in base a quello che è il contesto culturale e all’interlocutore che abbiamo davanti. Naturalmente ciò implica anche la capacità di ascoltare con attenzione ed eventualmente di chiedere aiuto: la comunicazione infatti è sempre bidirezionale. 10. Relazioni efficaci, come capacità di interagire e relazionarsi con gli altri in modo positivo, ovvero saper mantenere e far crescere le relazioni, ma anche saperle interrompere al bisogno. Ma non solo. Ciascun giorno che compone il percorso di crescita di ogni bambino è popolato di esperienze che lo portano ad un confronto con una vasta gamma di emozioni: rabbia, amore, attesa, paura, dispiacere, tenerezza, preoccupazione, gioia, confusione, ansia, serenità, tristezza, interesse, sorpresa e tante altre ancora. Imparare a riconoscere le emozioni, positive e negative, e quindi dare loro un nome, è il un passaggio fondamentale di un percorso di crescita che insegni loro a conviverci e gestirle. È importante imparare a riconoscere e dare un nome a emozioni proprie e altrui, così come imparare a gestirle e a comprendere come comportarsi in risposta ad un’emozione. Rispecchiarsi negli altri, indicare con una parola uno stato d’animo, diventano strumenti per potersi comprendere, condividere il proprio vissuto emozionale ed essere compresi. Un passaggio indispensabile di prevenzione e costruzione della salute emotiva e , di conseguenza, mentale e fisica.

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E noi adulti, da dove possiamo cominciare?

Sicuramente è utile fare lo sforzo di trovare il tempo per fare una vita più sana, per introdurre una nuova abitudine o abbracciare un nuovo punto di vista che sia un investimento per la nostra salute, vista anche come capacità di adattamento alla malattia e alle difficoltà della vita. Fare scelte sane può essere semplice, così come trovare il tempo per intraprenderle e perseguirle. Se siete convinti che le vostre giornate siano già troppo dense di impegni e attività da svolgere, ripensateci. Da qualche parte, apparentemente nascosti, ci sono sicuramente 10 minuti liberi che potete utilizzare per lavorare verso i vostri obiettivi di salute: mangiare meglio, muovervi di più, non fumare, bere meno, essere felici, gestire meglio lo stress e così via. I primi 10 minuti che riuscite a mettere da parte dedicateli a decidere cosa volete veramente e a ridefinire le priorità intorno alle quali impostare la vostra vita. Poi provate a seguire questi 5 consigli.

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1. Monitorate il vostro tempo Almeno per un giorno o due, meglio una settimana, tenete un diario sul quale scrivere quello che fate e a che ora lo fate, in tempo reale. Appuntate tutto. Ad esempio: oggi ho lavorato un’ora in più (17.30 18.30); la sveglia ha suonato 15 minuti (dalle 07.00 alle 07.15) prima che riuscissi a trovare il pulsante per spegnerla; ho trascorso la pausa pranzo davanti al computer (dalle 13.20 alle 14.10); ho chiacchierato al telefono un’ora con la mia amica Betti (dalle 21.30 alle 22.30); ho guardato la TV mentre preparavo la cena e prima di andare a letto (dalle 19.00 alle 20.00 e poi dalle 22.30 alle 24.30) …. Quindi, valutate, ponendovi domande semplici: la sveglia ha suonato più a lungo del solito? Tendo a restare a lavoro più a lungo troppo spesso? Quanto tempo passo solitamente al telefono con la Betti? Mangio sempre davanti allo schermo del PC? Guardo troppa TV?… Provate a darvi risposte

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ragionevoli, indagando dove c’è del tempo che potete risparmiare e mettere da parte per voi. Forse avevo davvero bisogno di quei 10 minuti in più di sonno. Oppure, potrei restare al lavoro 45 minuti invece di un’ora in più, almeno un paio di volte a settimana, e usare quel tempo guadagnato per cucinare una cena sana. Parlo a lungo con la Betti, quando la sento, ma davvero non potrei farne a meno. Potrei ritagliarmi 15 minuti della mia pausa pranzo, almeno 2 o 3 volte a settimana, per fare una piccola passeggiata intorno all’ufficio o per fare due chiacchiere con i colleghi. A volte, i minuti “extra” non saltano fuori così facilmente. Quindi tutte le volte che riguardate il vostro diario del tempo, chiedetevi: quali compiti prendono più tempo del dovuto? Sto sacrificando le mie priorità per fare cose che sembrano urgenti, ma sono davvero così importanti? Che cosa sto facendo che dovrebbe/potrebbe fare qualcun altro? A cosa posso dire di no qualche volta?

2. Create la vostra “Lista delle cose da fare” Se la vostra tendenza è quella di sopravvalutare ciò che è realistico riuscire a fare in un giorno, una lista fa al caso vostro. Anche le persone di successo hanno spesso l’abitudine di stilare brevi liste delle cose da fare. Nel creare la vostra, fate finta di avere a disposizione solo l’80% del tempo che avete stimato vi possa servire per fare tutto. È una piccola strategia che può impedirvi di assecondare la tendenza a sovraccaricarvi. Posizionate le priorità belle in vista all’inizio di ogni giornata, in modo da essere certi di portarle a termine e da poter valutare via via quello che manca e

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quanto tempo vi serve per riuscire a fare tutto. Nella prima stesura scrivete tutto ciò che “dovrebbe” essere fatto. Poi modificate la lista fino a lasciare solo poche cose che “devono” essere fatte, in cima alla lista, e assicuratevi che tra queste ci siano anche i vostri nuovi obiettivi di salute e di benessere. Spostate a domani o ad un altro giorno le cose che siete certi non riuscirete a fare oggi. Non è un delitto! Vale!

3. Siate più indulgenti con voi stessi Trascorrere ore a scegliere il tipo di carattere per la presentazione di PowerPoint. Smontare l’armadio per decidere quale vestito fare indossare alla vostra bambina per il compleanno dell’amichetta... Tutto questo tempo serve davvero o è sprecato? Il meglio è nemico del bene, dunque meglio concentrarsi sul portare a termine adeguatamente delle cose, che ricercare sempre la perfezione. Significa liberare del tempo imprigionato e poterlo dedicare alle vostre abitudini sane e ai vostri obiettivi di salute e benessere.

4. Andate a letto prima Se volete essere più produttivi durante la giornata, avete bisogno anche di riposo. Andare a letto troppo tardi, o più in generale dormire poco fa male alle vostre capacità decisionali, fa aumentare le probabilità che mangerete male e vede diminuire le probabilità che facciate più movimento/esercizio fisico. Il tempo che riuscite a mettere da parte durante il giorno da dedicare al sonno notturno vi restituisce molto di più di quanto vi sembra di perdere. Secondo lo Sleep Disorders Center del Northwestern Memorial Hospital di Chicago, dormire almeno 7 ore a notte si traduce nella capacità di allenarsi meglio e più a lungo (ottimo, se fare movimento ad esempio è tra i vostri obiettivi di salute). Dormire abbastanza ore favorisce anche la memoria, la coordinazione e l’umore.

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Controllate il vostro diario del tempo per capire se ci sono delle abitudini che sistematicamente vi tengono svegli fino a tarda notte. Guardate la TV dalle 21 a mezzanotte? State ore a navigare su internet? Non riuscite a spegnere il computer/tablet/telefonino prima di mezzanotte? Ăˆ sicuramente possibile sottrarre 10 minuti ad ogni 30 minuti di TV o di navigazione: avrete appena guadagnato 30 minuti da investire in salute.

5. Alzatevi presto La mattina è un grande momento per fare le cose che ritenete piÚ importanti, dedicatevi a quelle prima che il resto degli impegni si intromettano e si accumulino. Inoltre, alzarvi presto vi permetterà di iniziare la giornata con un grande segno di spunta sulla vostra lista di cose da fare.

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Un libro nato dalla collaborazione tra Unilife e Il Pensiero Scientifico Editore