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Bollettino ufficiale dell’UNEBA Unione Nazionale Istituzioni e Iniziative di Assistenza Sociale

compagni tutti i miei nisia, come Tu a ll grazie a da lo o e so ì, veng to viaggio ut br Mi chiamo Al e o ng eme. lu to anno insi frontare un eggiare ques ho dovuto af st fe r famipe re st tti qui oggi se, dalle no Dio siamo tu e nostre ca ll ucada Ed i e, an on nt rs siamo lo i da tante pe Da due anni ngrastati accolt ri o am mo si ia a gl un i vo fort i a tutti vo glie, ma per atelli. oggi davant gli, a dei fr ori che noi fi at i er de Op a , ri me to i co no a vivere o r at te ns po hanno pe e vogliamo ziare perché 17, 18 anni tti i , tu a 16 o di nn i da si ragazz ibilità che Oggi siamo ss po se es nia con le st anche a Cata piena di iani. al gra, sempre giovani it grande, alle à, tt non posci i a no a bell ci lavoro ma ir fr Catania è un of be eb aiutare crescere e ramente potr gente e sicu non possiamo di in rno si qu io e lavorare essi di sogg siamo ancora rché i perm pe vuole e i ch qu an , da miglie ssuno fuori ne hé le nostre fa rc pe e facennoi stanno are a lungo … ma molti di fanno aspett ci ar ut ai noi e quindi to! credere in più complica una vita tutto sarà e ni an rridiamo ad to so i do diciot ete visto no vere di av vi e r ch te to po le fo co, vorremmo po Attraverso o lt mo fre ai of di te e fatta che Catania spesso tris tutto quello re za iz il città, ut più questa i. zz ga ra suoi aiutarci. te te po i Vo Amri Alì ltato averci asco Grazie per

n. 1/2 - 2013 anno XXXIX Poste Italiane SpA spediz. in abb. post. 70% - C/RM/DBC


I nuovi organi UNEBA Nominati dal Consiglio Nazionale dell’1.12.2012

Pres i dent e: dott. Maurizio Giordano Vi ce pres i dent i : don Enzo Bugea, dott. Franco Massi, dott. Carlo Alberto Orvietani S egret ari o general e: dott. Luciano Conforti C om i t at o es ecut i v o: oltre ai membri di diritto (Presidente, Vice presidenti, Segretario generale), avv. Bassano Baroni, rag. Severino Cantamessa, dott. Salvatore Caruso, dott. Francesco Facci, dott. Giuseppe Grigoni, dott. Dario Rinaldi Pres i dent e del C ol l egi o dei rev i s ori dei cont i : dott.ssa Patrizia Scalabrin Tes ori ere: dott. Alessandro Baccelli Os s erv at ori o naz i onal e del l av oro: presidente dott. Ernesto Burattin, vice presidente dott. Alessandro Palladini Il Consiglio nazionale ha anche nominato, per i loro meriti nel campo dell’assistenza e per la assidua e competente presenza nella storia dell’UNEBA, cinque nuovi membri del C om i t at o d’onore che vengono ad affiancarsi a Fratel Domenico Carena: mons. Antonino Calanna, dott. Luigi Fagà, mons. Carlo Pinto, mons. Pier Giorgio Ragazzoni, on. Anna Maria Vietti

I.P.A.B. Istituti femminili riuniti Provvidenza e S. Maria del Lume - Catania

Minori stranieri non accompagnati Dall’Emergenza all’Accoglienza continua

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l servizio di accoglienza e le attività sociali e di integrazione che l’Ipab “Istituti Femminili Riuniti Provvidenza e Santa Maria del Lume” di Catania offre oggi ai minori stranieri non accompagnati inizia nel marzo 2011 quando, a seguito dell’emergenza umanitaria con gli sbarchi a Lampedusa di migliaia di immigrati nordafricani, l’ente si rese fin da subito disponibile all’urgente richiesta di ospitalità per i tanti giovani e minori arrivati nella nostra terra, provati dalla drammatica esperienza della traversata, ma forti della speranza di raggiungere i parenti al nord e di trovare un lavoro per aiutare e sostenere le loro famiglie di origine. Da quell’emergenza, oggi la nostra Ipab, minori stranieri non accompagnati, con la sua ormai accreditata Comunità per MSNA, si presenta come un modello di “Buona Pratica”, capace di sostenere e di guidare - pur in presenza di condizioni di svantaggio derivanti dalle evidenti difficoltà psicologiche, della lontananza affettiva dalla famiglia, di un contesto nuovo, delle problematiche dovute all’integrazione con una cultura diversa dalla loro, delle difficoltà dovute alla lingua - percorsi integrativi in linea con gli obbiettivi dell’accoglienza continua e della progettualità d’integrazione dei minori ospiti. In tale contesto la Comunità, coordinata da una equipe multidisciplinare di alto profilo professionale oltre che umano e con il supporto operativo di figure educative e assistenziali, ospita e segue undici minori che, sulla base di un progetto specifico e personalizzato (P.E.I: Piano Educativo Individuale), sono inseriti in attività scolastiche e formative (scuola pubblica, laboratori di alfabetizzazione per l’apprendimento della lingua italiana, laboratori d’informatica, altro) oltre che in attività extrascolastiche (tornei di calcio, attività sportive, gite e partecipazione a centri di aggregazione), così da favorirne e svilupparne la piena integrazione sociale e lavorativa. Marcella E. M. D’Arrigo – IPAB Istituti Femminili Riuniti

SOMMARIO In copertina: alunni dell’IPAB di Catania, in festa.

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Tra fuga, solitudine e impegno Apprendimento… al lavoro Il lavoro di pubblica utilità E’ un’impresa fare associazione Detenzione senza dignità Spazi comuni di cittadinanza Falso allarme immigrazione? I dati dicono altro IMU… nizzati gli enti non profit Norme giuridiche e giurisprudenza Quote adesione UNEBA anno 2013 Colpo d’ala


FAMIGLIA

Tra fuga, solitudine e impegno di Paola Springhetti

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a fantasia non ha confini, quando si tratta di forme di convivenza. L’ultima sigla è LAT, dall’inglese Living Apart Toghether, che si potrebbe tradurre “vivere insieme a parte” e indica quelle coppie che tali si considerano, anche se ognuno decide di continuare a vivere a casa propria. Insomma, i LAT sono il contrario dei “separati in casa”, diciamo che sono “uniti fuori casa”, e sono in genere di due tipi: giovani che ancora vivono con i genitori e non se la sentono di imbarcarsi in una convivenza o non ne hanno le possibilità economiche, adulti che hanno già alle spalle un matrimonio o una convivenza, falliti e non se la sentono di ricominciare. Chissà poi se è possibile e se è vero, che “si sta insieme” anche se non si vive insieme. Chissà se è un modo per mantenere vivo il rapporto senza farlo cadere nell’abitudinarietà

– come sostiene chi fa questa scelta – o se è semplicemente un modo per avere alcuni vantaggi della vita di coppia, senza assumersi responsabilità nei confronti dell’altro. O magari per rendere indolore l’eventuale futura separazione.

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Già, perché ormai sono proprio in tanti, a mettere in conto che l’amore forse non è eterno, ma la vita di coppia lo è ancora meno. L’amore è liquido, come dice Bauman, e quindi sfugge via appena trova una fessura, e il matrimonio non è più vissuto come un’istituzione, ma come una scelta, individuale e romantica, fatta per realizzare se stessi senza mettere in discussione la propria auto-

nomia e libertà. La dimensione egoistica prevale su quella del dono, e permette di archiviare l’esperienza, se l’impulso amoroso si affievolisce e l’autonomia si sente limitata. Per i giovani, quello della famiglia tradizionale non è un modello particolarmente appetibile. Non più di altri, almeno. E, tanto per cominciare lo si rimanda sempre più, a dopo che si sono finiti gli studi e dopo che ci si è stabilizzati col lavoro, cioè tardissimo, o forse mai. Quando finalmente si decide di lasciare la casa avita, non è detto che lo si faccia sposandosi, anzi: tra il 2000 e il 2010 i matrimoni sono diminuiti quasi del 24%. Prima comunque ci si sperimenta nella convivenza, e spesso quando ci si decide al grande passo il curriculum ha già cominciato ad allungarsi. A volte la convivenza sfocia nel matrimonio: spesso la coppia si decide quando sente che è arrivato il momento di fare un figlio. Ma non è detto che per fare un figlio sia necessario essere sposati, e non è necessario neanche essere in due: oggi un bambino su 4 nasce al di fuori del matrimonio. Anche quando si decide per il matrimonio, comunque, la scelta non è definitiva: nel 30% dei casi, infatti, si conclude con una separazione. Se un tempo la separazione e il divorzio erano appannaggio delle coppie di reddito medio-alto, soprattutto residenti al Nord, oggi sono fenomeni normalizzati, alla portata di tutti. In media il matrimonio dura 15 anni e nella maggior parte dei casi (85%) è consensuale. L’età media in cui ci si separa è di 45 anni per gli uomini e 42 per le donne: in tempo per riannodare nuovi legami e ricostituire nuove famiglie. Da notare che sono più che raddoppiate le separazioni tra ultrasessantenni: nel 2010 si è separato il 10% degli uomini di questa età e il 6% delle donne (Istat 2010). Insomma il modello tradizionale di famiglia fondato sul matrimonio, religioso o civile che sia, è adottato da un numero limitato di coppie e per un periodo limitato di tempo. Invece sono aumentate, in questo decennio, le unioni li-


FAMIGLIA 4

bere, che si calcola siano 880.000: coinvolgono 2,5 milioni di persone, figli compresi. Nonostante tutto questo, però, il matrimonio resta un punto di riferimento, tant’è vero che anche chi ha fallito tende a riprovarci: sono aumentate e arrivate a 1.070.000 le famiglie ricostituite, cioè formate da partner con un matrimonio alle spalle. Famiglie dalle organizzazioni complicate, in cui devono accettare e abituarsi alle nuove convivenze non solo i genitori (che l’hanno scelto), ma anche i figli (che non l’hanno scelto) e in qualche modo anche gli ex partner, che sono ancora genitori e che vedono moltiplicarsi le figure adulte con cui i figli hanno a che fare. Probabilmente il secondo o terzo matrimonio risponde ad un desiderio di stabilità, e forse anche a qualche cosa di più: la consapevolezza che l’unione matrimoniale è qualche cosa che ha ancora valore, come una regola da rispettare. Libere scelte, ma forse non sempre. Per esempio, è un fatto che in genere le donne dicono di desiderare due figli, ma poi ne fanno uno solo. Se è vero che l’autorealizzazione è l’obiettivo primario che l’individuo si propone nella società di oggi, perché le donne mortificano il proprio desiderio di maternità? In genere si addossa la colpa al lavoro, che oggi è un’aspirazione, oltre che una necessità, per molte di loro. Ma allora perché Paesi in cui la percentuale di donne che lavora è molto più alta della nostra (non ci vuole molto, abbiamo una delle percentuali più basse tra quelle europee) hanno anche un indice di natalità più alto? Insomma, non tutto ciò che gira intorno alla parola “famiglia” è sempre frutto di una libera scelta: bisognerebbe capire quanto c’entrano fattori sociali, culturali, educativi. Ma resta il fatto che le giovani generazioni sembrano amare la leggerezza dei rapporti non formalizzati dal matrimonio. Una leggerezza limitata, se vogliamo, visto che poi chiedono che vengano riconosciuti i diritti delle coppie di fatto (il che presuppone dei doveri e mette le convivenze sulla strada dell’istituzionalizzazione). Come sostiene Chiara Saraceno, è questa leggerezza, che le coppie eterosessuali ricercano anche sul piano giuridico, che ha aperto la strada anche al riconoscimento delle coppie omosessuali o lesbiche, perché si è ormai portata a compimento la scissione tra famiglia e matrimonio, e anche tra famiglia e coppia eterosessuale. L’espressione “famiglia naturale” ha ormai perso significato, nell’esperienza di molte persone. Le conseguenze sono molte, e forse non le

possiamo vedere ancora tutte. Una però è già visibile e presente: il crescente numero di persone sole, destinate ad invecchiare senza figli, senza partner, senza una famiglia – di qualunque tipo – che dia affetto, sostegno, assistenza. Un over 65 su tre, soprattutto nelle città del Nord, vive solo, con una pensione che non raggiunge i mille euro. È un problema esistenziale, ma anche sociale ed economico. Un prezzo da pagare alla libertà di scelta? Forse piuttosto all’incapacità di coltivare rapporti. Su un versante opposto a tutto questo si collocano altre scelte di convivenza, sicuramente minoritarie, ma molto più profetiche. Sono quelle coppie e quelle famiglie che sperimentano forme di vita comunitaria o semicomunitaria, aprendosi a stili di vita accoglienti e solidali, coltivando i rapporti interpersonali non solo al proprio interno, per renderli durevoli e stabili, ma anche all’esterno, formando reti che arricchiscono il tessuto sociale. Sono esperienze che mostrano in una luce diversa quello che la famiglia tradizionale potrebbe essere, e che la cambiano dall’interno, fortificandola. Insomma, indicano una strada per il futuro proprio perché contraddicono il presente, segnato dalla prevalenza dell’individualismo, riproponendo la dimensione comunitaria della vita. Le nuove generazioni hanno bisogno di riscoprire soprattutto questo: la bellezza dei rapporti anche impegnativi, il gusto di assumersi responsabilità nei confronti degli altri. Possono sembrare fardelli pesanti da portare, ma in realtà sono progetti di vita, solidi investimenti sul futuro. Come ha scritto Marta Brancatisano, «è perlomeno curioso constatare che l’essere umano è abituato alla fatica e al dolore, in ogni sua esperienza: sia il lavoro che lo sport, ma anche il perseguimento di una ideologia, per non parlare di obiettivi come la ricchezza e il successo, ci impongono quotidianamente fatiche, rinunce e dolori che sopportiamo con assoluta naturalezza, consapevoli che nulla si ottiene senza sforzo e dispendio di sé. Solo di fronte all’amore ci si scandalizza delle difficoltà e si è indotti a rifiutarle». Educare, oggi, significa proprio queste due cose: da una parte rimettere le persone in contatto con un futuro che non è “dato”, ma costruito giorno per giorno, e dall’altra aiutarle a riscoprire le proprie solide radici nella comunità in cui vivono, da cui prendono e alla quale danno. La stabilità che si costruisce per la propria famiglia, contribuisce alla stabilità della comunità e viceversa.


LAVORO

Apprendimento… al lavoro di Alessio Affanni

La riforma del mercato del lavoro promossa dal ministro Elsa Fornero (nota come “riforma Fornero”) è in vigore. E’ contenuta nella Legge n. 92 del 28 giugno 2012, pubblicata sul Supplemento ordinario n. 136 alla Gazzetta Ufficiale - Serie generale n.153 del 3 luglio 2012

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o s co p o del l a l eg g e “Disposizioni in m ateria di riform a del m ercato del lavoro in una prospettiva di crescita” è sintetizzato dal suo art. 1: “realizzare un m ercato del lavoro inclusivo e dinam ico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione” favorendo “l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili e ribadendo il rilievo prioritario del lavoro subordinato a tem po indeterm inato”, affinché torni ad essere la forma contrattuale lavorativa più adottata, laddove ve ne siano le condizioni, limitando “l’uso im proprio e strum entale degli

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elem enti di flessibilità progressivam ente introdotti nell’ordinam ento con riguardo alle tipologie contrattuali”. Di verse di sposi zi oni sono a tutel a del l e fasce debol i : quelle sull’Assicurazione sociale per l’impiego (ASPI) (art.2) e i provvedimenti per ostacolare l’elusione da parte delle aziende del rispetto del collocamento obbligatorio; inoltre le disposizioni che incentivano le aziende ad assumere persone over 50 e svantaggiate, nonché le norme per contrastare il lavoro irregolare degli immigrati (art. 4). Altre disposizioni mirano a tutel are maggi ormente l a materni tà e paterni tà, quali, ad esempio, quelle per contrastare le “dimissioni in bianco” fatte firmare soprattutto nei casi di maternità, quelle a sostegno del congedo di paternità obbligatorio e la possibilità di servizio di baby sitting a favore della mamma lavoratrice, in alternativa al congedo facoltativo (art. 2). Un intento ambizioso della riforma Fornero,è però, l’introduzione, nell’ordinamento italia-


LAVORO 6

no, del concetto di “apprendi mento permanente”, in cui rientra “qualsiasi attività intrapresa dalle persone in modo formale, non formale e informale, nelle varie fasi della vita, al fine di migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze, in una prospettiva personale, civica, sociale e occupazionale”, chiamando tutte le istituzioni (nazionali e locali) a svolgere un ruolo fondamentale nell’accompagnare il lavoratore o futuro lavoratore a sviluppare le proprie capacità. La legge 92/2012 distingue tre tipi di apprendimento: • l ’apprendi mento formal e è quello basato sui servizi offerti da scuole, università e altri enti di formazione che rilascino titoli di studio, qualifiche, diplomi professionali (anche in apprendistato) o certificazioni riconosciute; • l ’apprendi mento non formal e è quello derivante da una scelta intenzionale della persona al di fuori dei predetti sistemi in ogni organismo che persegua scopi educativi o formativi, compresi il volontariato, il servizio civile nazionale, il privato sociale o le imprese; • l ’apprendi mento i nformal e è quello che, anche a prescindere da una scelta intenzionale, si realizza nello svolgimento, da parte di ogni persona, di attività nelle situazioni di vita quotidiana e nelle interazioni che in essa hanno luogo, nell’ambito del contesto di lavoro, familiare e del tempo libero. Un aspetto di particolare interesse della nuova legge è, quindi, l a possi bi l i tà del ri conosci mento, ai fi ni l avorati vi , del l e competenze acqui si te anche nei percorsi di apprendi mento non formal e, i ncl use l e esperi enze svol te nel vol ontari ato e nel servi zi o ci vi l e vol ontari o. Della certificazione delle competenze si parla nel capo VII della legge (più precisamente nell’articolo 4, comma 53) in cui si dice che le attività nel volontariato e nel privato sociale vengono riconosciute come apprendimento non formale. Ma queste disposizioni sono importanti enunciazioni di princìpio, che dovranno trovare attuazione in provvedimenti governativi successivi: la legge 92/2012 stabilisce, infatti, che entro sei mesi dall’approvazione della riforma dovranno essere individuati e validati dal governo gli apprendimenti formali, non formali e informali, offrendo al cittadino un sistema di competenze certificabili e crediti formativi riconoscibili.

In particolare si stabilisce che su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro dell’istruzione, di concerto con altri Ministeri e d’intesa con la Conferenza unificata Stato-Regioni, sentite le parti sociali, dovranno essere emanati uno o pi ù decreti l egi sl ati vi per l ’i ndi vi duazi one e val i dazi one degl i apprendi menti non formal i e i nformal i , con riferimento al sistema nazionale di certificazione delle competenze, sulla base dei seguenti criteri direttivi: • i ndi vi duazi one e val i dazi one degl i apprendi menti non formal i e i nformal i acquisiti, in modo da valorizzare il patrimonio culturale e professionale di ciascuno e per rendere comparabili le competenze certificate acquisite; • definizione dei livelli essenziali nei servizi di individuazione e validazione da parte dei soggetti istituzionalmente competenti, incluse le imprese; • possi bi l i tà di ri conosci mento degl i apprendi menti non formal i e i nformal i convalidati come credi ti formati vi nei titoli di istruzione e formazione; • previsione di procedure di convalida valide per tutto il territorio nazionale, ispirate a principi di semplicità e trasparenza (rifacendosi a sistemi di referenziazione dell’Unione europea). Al fine di attuare tali strategie, in coerenza con il principio di sussidiarietà e sentite le parti sociali, saranno definiti gli indirizzi per la realizzazione di reti terri tori al i di enti di istruzione, formazione e lavoro, dando priorità: a) a sostenere le persone nella costruzione dei propri percorsi di apprendimento, collegandole alle competenze richieste dai sistemi produttivi presenti nel territorio di riferimento, con particolare attenzione alle competenze linguistiche e digitali; b) al riconoscimento di crediti formativi e alla certificazione degli apprendimenti acquisiti; c) alla fruizione di servizi di orientamento lungo tutto il corso della vita. Alla realizzazione e allo sviluppo delle reti territoriali dei servizi sono chiamate a concorrere, oltre alle imprese, anche le università, onde offrire agli studenti anche idonei servizi di orientamento. In tal senso, anche la Commissione Europea si è attivata per far sì che nei Paesi membri venga adottato un Passaporto europeo delle Competenze “affinché le capacità acquisite attraverso il volontariato siano ufficialmente


LAVORO riconosciute sia a scopo professionale sia di apprendimento, elemento essenziale per la motivazione dei potenziali volontari e per creare un tramite fra l’apprendimento non formale e l’istruzione formale”. Gl i enti del vol ontari ato, del terzo settore e del pri vato soci al e devono pertanto prestare molta attenzione affinché queste disposizioni si traducano, in concreto, in nuovi strumenti effettivamente utilizzabili.

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Con riferimento a questi temi, già numerose ricerche (le prime sono state effettuate in America) hanno dimostrato quanto grande sia l’apprendimento al di fuori dei contesti dove si realizza l’insegnamento istituzionalizzato. Da queste premesse sono nati anche interessanti progetti, come quello sulla mi surazi one del vol ontari ato e del suo i mpatto soci al e ed economi co, che ha portato alla creazione di un apposito Manual e, con indicatori utilizzabili anche dagli stessi enti del terzo settore (realizzato dalla Johns Hopkins University in collaborazione con l’OIL - Organizzazione Internazionale del Lavoro); così come (European Volunteer Measurement Project) che si propone di giungere all’adozi one di questi strumenti negl i i sti tuti stati sti ci nazi onal i . Il documento è scaricabile in italiano da questo sito www.evmp.eu In Italia, secondo Eurispes, la stima dei volontari presenti nelle organizzazioni solidaristiche a maggio 2010 è di circa 1.100.000 unità e la maggioranza opera con continuità. Ad essi si aggiungono i 4 milioni di volontari che operano individualmente o in qualsiasi tipo di organizzazione e istituzione, in modo non continuativo. Il tema del ri conosci mento del l e competenze acqui si te nel vol ontari ato è,

pertanto, un tema senti to e la “riforma Fornero” vuole andare in questa direzione. Si segnala, in proposito, che il 26 Ottobre 2012 il Forum Europeo dei Giovani ha presentato un nuovo studio intitolato “L’impatto sull’occupabilità dei giovani dell’Educazione Non-Formale nelle Organizzazioni Giovanili”. Gli autori dello studio hanno consultato 245 organizzazioni giovanili e realizzato un’indagine con più di 1.300 giovani e gruppi di discussione con datori di lavoro di tutta Europa. Lo studio ha valutato che le competenze acqui si te attraverso l ’educazi one non-formal e nelle organizzazioni giovanili possono contribuire all’occupabilità dei giovani, perché coincidenti con le competenze maggiormente richieste dai datori di lavoro: comunicazione, lavoro di gruppo, capacità di prendere decisioni, capacità organizzative e auto-stima. Per i giovani che hanno partecipato ad attività all’estero, bisogna considerare inoltre un alto sviluppo di competenze linguistiche, interculturali e di leadership. L’esperi enza e l a competenza acqui si bi l i nel l e organi zzazi oni del terzo settore e del vol ontari ato, qui ndi , potranno di veni re sempre pi ù apprezzabi l i per i datori di l avoro, anche quando i giovani hanno poca (o nessuna) esperienza lavorativa di tipo formale, contribuendo alla transizione dei giovani dall’istruzione al mercato di lavoro. Queste prospettive potrebbero anche creare un effetto virtuoso, stimolando nuove vocazioni all’apprendimento soprattutto tra i NEET (coloro che non lavorano né studiano), tra coloro che hanno abbandonato gli studi e nei giovani migranti (questo, per lo meno, è l’auspicio).


LAVORO

Il lavoro di pubblica utilità Estratto dal sito del Ministero della Giustizia www.giustizia.it • Che cos ’è Introdotto dall’art. 73 comma 5-bis del d.p.r. 309/1990, il lavoro di pubblica utilità, consiste nella prestazione di un’attività non retribuita a favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o pres s o enti e o rg ani zzazi o ni di as s i s tenza s o ci al e o v o l o ntari ato . La prestazione di lavoro, ai sensi del decreto ministeriale 26 marzo 2001, viene svolta a favore di persone affette da HIV, portatori di handicap, malati, anziani, minori, ex detenuti o extracomunitari; nel settore della protezione civile, nella tutela del patrimonio pubblico e ambientale o in altre attività pertinenti alla specifica professionalità del condannato. Gli articoli 186 comma 9-bis e 187 comma 8-bis del d.lgs.285/1992, Nuovo codice della strada, come modificati, prevedono che la pena detentiva e pecuniaria per la guida in stato di ebbrezza può essere sosti tui ta, se non vi è opposizione da parte dell’imputato, con quella del lavoro di pubblica utilità di cui all’articolo 54 d. lgs. 274/2000, secondo le modalità ivi previste e consistente nella prestazione di un’attività non retribuita a favore della collettività da svolgere, in via prioritaria, nel campo della sicurezza e dell’educazione stradale presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, o presso i centri specializzati di lotta alle dipendenze.

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• Chi vi è ammes s o La sanzione è applicata all’imputato per i reati previsti dal comma 5 dell’art. 73 (produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti di lieve entità), quando non può essere concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena; viene comminata in alternativa alla pena detenti-

va e alla pena pecuniaria, con le modalità previste dall’art. 54 del decreto legislativo 28 agosto 2000 n. 274. • Come vi s i accede La sanzione viene disposta dal giudice su richiesta dell’imputato, con la sentenza di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’art 444 del codice di procedura penale (patteggiamento). Con la sentenza di condanna il giudice individua il tipo di attività, nonché l’ente o l’amministrazione dove deve essere svolto il lavoro di pubblica utilità. La prestazione di lavoro non retribuita ha una durata corrispondente alla sanzione detentiva irrogata. • Dove vi ene s vol to L’attività di lavoro non retribuita viene svolta presso gli enti pubblici territoriali e le organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato individuati attraverso appos i te convenzi oni stipulate dal ministero della Giustizia o, su delega di quest’ultimo, dal Presidente del tribunale, a norma dell’art. 2 del decreto ministeriale 26 marzo 2001. Nelle convenzioni sono indicate le attività in cui può consistere il lavoro di pubblica utilità, i soggetti incaricati di coordinare la prestazione lavorativa e le modalità di copertura assicurativa. L’elenco degli enti convenzionati è affisso presso le cancellerie di ogni Tribunale. • Modalità di prestazione dell’attività l avorati va L’attività viene svolta nell’ambito della provincia in cui risiede il condannato e


LAVORO

comporta la prestazione di non più di sei ore di lavoro settimanale da svolgere con modalità e tempi che non pregiudichino le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute del condannato. Tuttavia, se il condannato lo richiede, il giudice può ammetterlo a svolgere il lavoro di pubblica utilità per un tempo superiore alle sei ore settimanali. La durata giornaliera della prestazione non può comunque oltrepassare le otto ore. Le amministrazioni e gli enti presso cui viene svolta l’attività lavorativa, assicurano il rispetto delle norme e la predisposizione delle misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e morale dei condannati. • Compi ti del l ’Uepe (Uffi ci o es ecuzi one penal e es terna) Il giudice, con la sentenza di condanna, incarica l’ufficio di esecuzione penale esterna di verificare l’effettivo svolgimento del lavoro di pubblica utilità. L’ufficio riferisce periodicamente al giudice. • Revoca In caso di violazione degli obblighi connessi allo svolgimento del lavoro di pubblica utilità, su richiesta del pubblico ministero, il giudice che procede o quello dell’esecuzione (con le formalità di cui all’art. 666 del codice di procedura penale), tenuto conto dell’entità dei motivi e delle circostanze della violazione, dispone la revoca della sanzione con il conseguente ripristino della pena che era stata sostituita. Avverso al provvedimento di revoca è ammesso il ricorso in Cassazione, che non ha

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effetto sospensivo. Il lavoro di pubblica utilità può sostituire la pena per non più di due volte. Con Circolare del Ministero della Giustizia dell’11 aprile 2011, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha impartito ulteriori disposizioni. Data l’attuale scarsa applicazione dell’istituto ed al fine di contribuire a promuoverne una più ampia applicazione, le strutture istituzionali interessate sono state, infatti, invitate a stimolare e coordinare la realizzazione, da parte degli uffici locali, di iniziative volte alla promozione del ricorso all’istituto in argomento. In particolare l’invito è di rinnovare ai soggetti istituzionali interessati l‘offerta di collaborazione per coordinare gli interventi in maniera efficace rispetto agli obiettivi che la legge persegue, attivando reti territoriali al fine di promuovere: a. la costituzione di tavoli, che coinvolgano gli attori esterni (tribunali ordinari, enti locali e privato sociale, camere penali) nell’attività di raccordo e sviluppo dell’applicazione del lavoro di pubblica utilità; b. la concreta individuazione, di concerto con gli Enti Locali, le Associazioni di volontariato e del privato sociale, delle opportunità di collocazione e degli ambiti di impiego di coloro che saranno sottoposti al lavoro di utilità pubblica; c. la stipula di apposite convenzioni tra i Tribunali ordinari, gli Uepe e gli Enti locali, finalizzate alla concreta esecuzione della sanzione.

Cooperative (comprese quelle sociali): si tratta di imprese ex L. 59/’92 e L. 381/’91. *** E’ possibile affermare che la differenza che intercorre fra il mercato e il terzo settore è la stessa che passa tra il terzo settore e le organizzazioni di volontariato. Infatti, prescindendo dalle attività, le quali possono essere svolte da qualsiasi settore, pubblico o privato, e limitando il raffronto al solo elemento possibile, cioè quello dei componenti dei vari organismi, risulta che: - se facenti capo al mercato possono essere retribuiti e possono partecipare alla ripartizione degli utili; - se appartenenti al terzo settore possono essere retribuiti ma non possono partecipare alla ripartizione degli utili; - se appartenenti alle organizzazioni di volontariato non possono essere retribuiti né partecipare alla ripartizione degli utili. Un discorso a parte va fatto per l’impresa sociale, disciplinata dal D.Lgs. 155/2006.


TERZO SETTORE 10

E’ un’impresa fare associazione di Sergio Zanarella

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e proposte di trasformazione della Croce Rossa Italiana da persona giuridica di diritto pubblico a persona giuridica di diritto privato offre lo spunto per formulare riflessioni su alcuni termini rimasti poco chiari, ma, al tempo stesso, usati come concetti cardini di tutto il terzo settore: volontario e associato. L’esempio della Croce Rossa Italiana riassume e ricomprende tutte le possibili distorsioni e usi promiscui che possono essere fatti dei due termini elencati; basti considerare che leggere lo statuto della Croce Rossa non è semplice e già volerne dare la denominazione corretta può risultare difficile: lo statuto e il decreto che lo modificano riportano l’espressa dicitura di “Associazione Italiana della Croce Rossa”, nelle comunicazioni esterne e anche in altre parti dello statuto prevale la tendenza ad identificarsi con il simbolo, per cui viene chiamata Croce Rossa Italiana. La categoria degli enti senza scopo di lucro è frutto dell’elaborazione dottrinale e giurisprudenziale, in quanto il codice civile non formula una definizione di tali enti collettivi. Tradizionalmente, in giurisprudenza e in dottrina, gli ���enti senza scopo di lucro” sono individuati dalle figure regolate dalle norme delle associazioni, fondazioni e comitati, di cui agli artt. 14 - 42 del libro I del c.c. Tali organizzazioni vengono nell’insieme contrapposte alla categoria degli enti collettivi con scopo di lucro, costituita dai diversi tipi di società regolamentati, invece, dagli artt. 2247 e ss. del libro V del codice civile. La disciplina civilistica si presenta sostanzialmente scarna ed essenziale. Nel nostro ordinamento vige il principio della tipicità, in quanto i privati non possono, differentemente da quanto avviene in materia contrattuale, dar vita a uno schema giuridico-organizzativo per il raggiungimen-

to di scopi ideali, dovendo obbligatoriamente optare per uno di quelli normativamente esistenti. Di conseguenza, uno s co po no n l ucrati v o s i po trà pers eg ui re co s ti tuendo : una associazione (riconosciuta o non riconosciuta); una fondazione; un comitato. Un’associazione può essere definita come un’organizzazione collettiva per il perseguimento di uno scopo ideale, l’associazione al tempo stesso deve essere inserita nel novero dei contratti: essa prende vita dal contratto associativo (atto costituivo) e inoltre è un contratto plurilaterale aperto (adesione successiva) con comunione di scopo. Non è escl usa i nvece dal concetto di associ azi one l a commerci al i tà del l e atti vi tà poste i n essere dalla stessa, per cui è possibile che una realtà associativa venda beni e servizi pagando tutte le imposte dovute per l’esercizio di attività commerciale. Ciò che spesso genera fraintendimenti sono le forzature al fine di ottenere agevolazioni fiscali. Il caso che viene subito in mente è la possibilità di ottenere la decommercializzazione delle attività svolte a favore degli associati, cosa che di fatto è possibile, purché vi sia effettività del rapporto associativo: la qualifica di socio non deve avere natura temporanea e tutti i soci godano degli stessi diritti e doveri, in particolare modo l’elettorato attivo e passivo. I circoli e i club non sono le uniche alternative a cui il modello associativo può condurre, lo schema di associazione può essere anche usato per attività di natura esclusivamente commerciale, senza però avere sgravi fiscali di nessun tipo, sperimentando in questo caso una via democratica all’impresa basata non sulla quantità di quote possedute ma sul principio di “una testa un voto”, fermo restando ovviamente il divieto di distribuzione degli utili. Un discorso ben dettagliato merita anche il concetto di vol ontari ato delineato dal


TERZO SETTORE 11

nostro ordinamento, difatti anche qui per lo stesso termine vengono dati significati e valori diversi a seconda del contesto normativo cui è riferito. Il volontario puro, quello previsto dalla L. 266/91, presta la propria attività in modo personale, spontaneo e gratuito e può richiedere solo il rimborso delle spese effettivamente sostenute, qualora autorizzate dall’associazione di appartenenza; credo che questa sia nella visione comune l’idea di volontariato che abbiamo tutti in mente. Diversa invece è la definizione di vol ontari o forni ta dal l a di sci pl i na del l a cooperazi one del l ’Ital i a con i Paesi i n vi a di svi l uppo; in questo caso per i volontari deve essere, per contratto, disciplinato il rapporto economico, previdenziale, assicurativo e assistenziale della durata di almeno due anni. E’ per me tale definizione assimilabile alle figura di volontario dell’esercito italiano, piuttosto che a un volontario di una associazione con fini di solidarietà. Altro uso distante dall’immaginario comune del termine vol ontari o è quello previsto dalla normativa del servi zi o ci vi l e, in cui vengono definiti tali i ragazzi che scelgono di fare un’esperienza formativa presso gli enti del terzo settore e vengono retribuiti, seppur poco, dall’ufficio nazionale del servizio civile; anche in questo caso il termine volontario si riferisce al momento della scelta e non allo svolgimento delle attività e ha una connessine con l’alternativa al servizio di leva che una volta era obbligatorio. Se poi riportiamo il termine volontariato anche nell’ambito associativo si posso trovare delle sorprese inaspettate. Ad esempio la legge 266/91 parla di volontario come di colui che svolge la propria attività tramite l’organizzazione di cui fa parte, quindi esclude espressamente l’ipotesi di volontario esterno all’associazione; inoltre sempre per la legge 266/91 il rapporto di gratuità deve sussistere fra socio e associazione e fra socio e beneficiario dell’attività, ma non viene mai ribadita la gratuità nel rapporto fra associazione e beneficiari dell’attività, cosa che permette di non escludere la possibilità di svolgere i servizi a pagamento anche da parte delle organizzazioni di volontariato, nella forma di attività commerciali e produttive marginali espressamente disciplinate dal decreto ministeriale del 1995. C’è da dire che anche da questo punto di vista il sistema della Croce Rossa Italiana ha una visione particolare del con-

cetto di volontariato. “La Croce Rossa è un’istituzione di soccorso, disinteressata e basata sul principio volontaristico; volontario è la persona che aderisce all’organizzazione di sua spontanea volontà e senza alcuna costrizione, questo però non toglie che alcune prestazioni possano essere retribuite per i dipendenti, ovvero quanti fanno una scelta di vita professionale di aderire ai principi C.R.I. e soprattutto di aiutare il prossimo sofferente” (cfr. principi fondamentali – dal sito della c.r.i.). Rimane il dubbio del perché il termine volontario non viene affiancato a quello di gratuità, pur essendocene tanti di volontari che dedicano il proprio tempo gratuitamente all’ente Croce Rossa. Rimane inoltre astratto il concetto di istituzione fondata sul principio volontaristico: un principio deve essere applicato e dallo statuto della Croce Rossa non emerge il vincolo di una prevalenza della attività di volontariato prestata dagli associati. Risulta fra l’altro comprensibile allo stato attuale delle cose la difficoltà ad inquadrare l’Ente in una associazione di diritto privato e in particolare all’interno della normativa prevista per le associazioni di promozione sociale, se giustamente bisogna garantire la tutela dei lavoratori, 4000 in tutto, 1000 militari e circa 3.000 civili. C’è da dire per contro che per la prima volta la Croce Rossa Italiana è destinataria di un provvedimento normativo che va contro i propri interessi, dopo una serie di provvedimenti, senza fondamento giuridico, che l’hanno equiparata, ai fini di ottenere agevolazioni, alle altre organizzazioni non profit. Ne è un esempio nel Lazio la possibilità di iscrivere i gruppi di donatori di sangue della Croce Rossa al registro regionale del volontariato, permettendo a gruppi di fatto privi di autonomia e soggettività giuridica di ottenere le agevolazioni fiscali delle onlus di diritto: si pensi al cinque per mille e alla possibilità di stipulare convenzioni con gli ospedali per la raccolta sangue. Rimane da capire alla luce dell’analisi svolta se la Croce Rossa Italiana, nel caso diventi un soggetto di diritto privato, possa mantenere il principio volontaristico, inteso questa volta nel rapporto fra personale dipendente - personale volontario e prevalenza delle attività svolte dai volontari, oppure sia meglio che diventi una realtà del terzo settore con possibilità di svolgere in modo più ampio attività commerciali in regime agevolato.


CARCERE

Detenzione senza dignità di Renato Frisanco

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el gennaio del 2010 è stato dichiarato lo “stato di emergenza” per il sovraffollamento carcerario: i detenuti erano 64.791. Quasi due anni dopo, al 31.10.2012, sono quasi duemila in più (66.685). Come a dire che lo stato di emergenza è fallito, nonostante la legge n. 199/2010 e il successivo decreto “svuota carceri” del dicembre 2010. Lo rivela l’Associ azi one Anti gone che dal 2000 pubblica un rapporto periodico sulle condizioni della detenzione in Italia avendo costituito un Osservatorio nazionale che permette ai suoi ricercatori il monitoraggio della situazione attraverso un contatto diretto con i 206 istituti penitenziari italiani. L’autorizzazione alle visite di tali operatori ha rappresentato la rottura di un tabù nella impenetrabilità della istituzione carceraria, tanto che il primo rapporto ha come titolo emblematico “Il carcere trasparente”. Siamo ormai alla nona edizione del rapporto e quello di quest’anno è tuttaltro che incoraggiante, come emblematicamente esplicitato dal titolo: “Senza dignità”, a rappresentare una condizione di detenzione al minimo storico in termini di diritti. Il carcere come “luogo dei diritti negati”, oltre quello temporaneo della privazione della libertà, in continuità con l’analisi del precedente rapporto - l’ottavo che non a caso titolava: “Le prigioni malate”.

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Cosa non va nel l e carceri ? Non si tratta di un malessere acuto, generato da cause inedite o emergenziali, contingenti e straordinarie, ma è la cronicizzazione di una lunga stagione caratterizzata da insufficienti politiche giudiziarie e penitenziarie, le prime, caratterizzate da un ricorso al carcere per ogni tipo di reato, le seconde, da incertezze nell’applicazione di strumenti riformatori, di alleggerimento delle strutture, di adeguamento degli organici - storica è la tara dell’insufficienza di operatori dell’area pedagogica - di scarsa manutenzione di un’edilizia carceraria, spesso fatiscente oltre che insufficiente. Per entrambi i versanti -giustizia e apparato penitenziario- è prevalso fin dalla fine

degli anni ’90 del secolo scorso il tema della sicurezza (l’“ossessione securitaria” come si legge nel primo rapporto Antigone): per la giustizia, nell’irrogazione facile di pene a quote considerevoli di tossicodipendenti (uno su quattro) e di immigrati (36 su 100) -con il solo risultato di ribadirne l’esclusione sociale- e per il sistema penitenziario, restringendo spazi interni di “libertà” e facendo così recedere ogni tentativo di rendere l’esperienza di detenzione più umana, vivibile e formativa, ma scivolando sempre più verso l’afflizione delle persone a scapito del loro recupero sociale, richiesto invece dalla Costituzione (art. 27). Qual i sono i probl emi croni ci del l e carceri i tal i ane, oggetto di anal i si ormai noi ose nel l a l oro ossessi va ri peti ti vi tà? Sono soprattutto il sovraffollamento che si somma all’inadeguatezza delle strutture e dell’organico, criticità che si riverberano sulle scarse opportunità di trattamento educativo, di lavoro e di formazione al loro interno che peraltro costringono i detenuti a rimanere in cella in media 20 ore su 24. Tutto ciò determina un tasso di mortalità interna elevato e molteplici fenomeni di violenza e di autolesionismo (3.617 casi nel primo semestre del 2012). A un mese dalla fine dell’anno si contano 93 morti, di cui 50 per suicidio (nello stesso periodo del 2011 erano 91; 1 morto ogni 25 tentati suicidi, spesso sventati dall’intervento della polizia penitenziaria), un’ecatombe se leggiamo i dati in serie storica. L’ultimo era un ragazzo italiano di 22 anni, una vita sprecata, senza responsabilità presunta di alcuno, in un silenzio “assordante” per le nostre coscienze di cittadini. Il carcere è luogo di sofferenza anche per gli agenti penitenziari, anch’essi non immuni da episodi ricorrenti di suicidio (8, come nell’anno precedente). Se questi dati sono i più drammatici altri, impietosamente, li spiegano, a partire dal disinvestimento finanziario nei confronti del sistema carcerario, pur a fronte di una crescita costante di presenze per cui abbiamo oggi un tasso di affollamento pari al 142,5%, vale a dire che vi sono 142 detenuti


CARCERE 13

ogni 100 posti disponibili, che non ha eguali nei Paesi dell’UE, dove la media è del 99,6%. La scure degli ultimi governi si è abbattuta in modo “lineare” anche su questo settore riducendone significativamente i finanziamenti. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) ha visto ridursi il proprio budget di 228 milioni di euro dal 2007 al 2012. I tagli hanno fatto ridimensionare anche l’irrealistico Piano carceri che prevedeva 17.00 nuovi posti entro il 2012, mentre 5.000 posti sono al momento non disponibili per ristrutturazione. Il bilancio del Dipartimento per le mercedi dei detenuti (vedi buste paga dei detenuti per il lavoro in carcere) si è ridotto negli ultimi anni del 71%: dagli 11 milioni di euro del 2010 ai 3,1 milioni del 2012. In questo scenario, scuola, formazione professionale e lavoro sono opportunità complessivamente rare. Meno di un quarto dei detenuti presenti in carcere alla fine del 2010 era impegnato in attività scolastiche e solo poco più di un decimo dei presenti ha portato a termine con successo un percorso di studio. Le cose vanno ancora peggio per la formazione professionale. A fine giugno 2012 un misero 4,4% dei detenuti presenti ha partecipato ad uno dei 237 corsi realizzati. Molto dolente è anche la nota sul lavoro in carcere che impegna due detenuti su dieci (34 su 100 condannati) con buste paga che nella maggior parte dei casi assomigliano più a rimborsi spesa forfettari per attività di volontariato: 30 euro al mese. Anche la recente proposta di legge che intende estendere le agevolazioni fiscali e contributive e incrementare il credito di imposta per ogni lavoratore detenuto assunto si è arenata per mancanza di copertura finanziaria. E’una Caporetto. Così il carcere, luogo elettivo di raccolta della diseguaglianza e della deprivazione sociale, non fa che aggravare e sancire il destino sociale avverso di tante persone. Da qui l’indicatore più eclatante del suo fallimento: il tasso di recidiva per cui su 100 persone che vi entrano per la prima volta, 68 vi ritornano. Di fronte a tal e scenari o cosa si può fare? Occorre che tutti, istituzioni ai vari livelli di responsabilità e cittadini, ne siamo consapevoli e ce ne facciamo carico. Innanzitutto sollecitando le modifiche normative e le soluzioni organizzative che sono a portata di mano, ragionevoli, fattibili. Occorre affrontare con determinazione, a livello di governo e Parlamento, la “questione penitenziaria” nella sua globalità e complessità e in tutti i punti di criticità, con gli obiettivi di estendere l’uso

delle misure alternative alla detenzione (che vuol dire spostare sul territorio il recupero dei soggetti sanzionati), unitamente alla depenalizzazione dei reati minori e quelli connessi con l’attuale normativa sulle droghe (motore produttore di carcerazione anche per chi è accusato di reati di lieve entità), al maggior uso delle sanzioni non detentive, della mediazione penale e dei progetti individualizzati di giustizia riparativa. Rivedere il sistema delle sanzioni significa restituire alla pena detentiva la sua natura residuale, come si è fatto con i minorenni, per cui l’Italia vanta un primato nel mondo. Insomma occorre favorire le uscite, limitare gli ingressi, ridurre i detenuti in custodia cautelare (il 40,1% dei detenuti, a fronte del 28,5% della media dell’UE), favorire il passaggio dalla detenzione alle misure alternative, in preoccupante decrescita dal 2005, nonostante i dati ne indichino il successo (drastica riduzione del tasso di recidiva, solo lo 0,6% di revoche nel 2012 per commissione di un nuovo reato). Migliorare la condizione interna dei detenuti con interventi di prevenzione del disagio e della malattia (sportelli dedicati e screening generale dei reclusi), ridurre drasticamente le ore trascorse in cella a vantaggio delle ore trascorse in ambienti stimolanti, allargando la possibilità (prevista da una recente circolare del DAP) di regimi aperti, basati su progetti innovativi di sorveglianza dinamica e su patti di responsabilità dei detenuti, dando così al carcere una connotazione rieducativa effettiva. Un ruolo importante spetta anche al volontariato (circa 10 mila volontari operativi nelle 200 strutture detentive e nei 44 UEPE dell’area penale esterna) e alle varie componenti del Terzo Settore per i progetti e le forme di sostegno ai detenuti che realizzano e per l’azione di sensibilizzazione oggi necessaria nei confronti dei giovani, soprattutto nel l e scuol e, sui temi del l a “gi usti zi a mi te” -non vendi cati va- e del l a cul tura del l a ri educazi one. Importante è anche il ruolo delle Regioni che hanno siglato dei protocolli di intesa con i Provveditorati Regionali dell’Amministrazione Penitenziaria e degli Enti locali nel rendere permeabile il rapporto tra territorio e carcere. Se questo deve cambiare al suo interno, sulla base di una concezione non meramente retributiva o affittiva della pena, da solo non è tuttavia in grado di umanizzarsi e di superare la logica mortificatrice della persona che lo caratterizza, ma ha bisogno dello stimolo costante della società civile e delle istituzioni locali attraverso un sistematico impegno sia all’interno delle istituzioni detentive che all’esterno.


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Spazi comuni di cittadinanza L di Federica Volpi

e varie espressioni del Terzo settore in Italia hanno lunga tradizione: nel tempo si sono ramificate nel tessuto sociale del Paese e, pur nella diversità delle vocazioni e delle ispirazioni, rappresentano l’aspirazione della società alla solidarietà e al mutuo soccorso. L’affermarsi del fenomeno migratorio e l’arrivo nelle nostre comunità dei cittadini immigrati hanno creato nuovi bisogni e ne hanno ampliati altri. A questi ha subito tentato di rispondere quel mondo dell’associazionismo che, come spesso accade, ha per primo colto i segnali dell’emergenza sociale attrezzandosi per agire con tempestività rispetto all’emergenza. I servizi di prima necessità, spesso utilizzati dagli immigrati per le condizioni precarie in cui vivono, sono stati sviluppati precocemente dal Terzo settore. È noto come il settore pubblico, in questo ambito, abbia lasciato ampi margini di intervento, per una duplice ragione: da una parte a causa dell’urgenza del problema, che non sempre si è manifestato secondo i modi e i tempi di reazione degli enti pubblici, dall’altra perché un’area della popolazione straniera è più facilmente raggiungibile dal privato sociale. La consuetudine con il mondo dell’immigrazione ha consentito agli enti di Terzo settore di non limitarsi a un’azione di soccorso e di assistenza, ma di espandere le proprie attività in direzione di effettivi processi di integrazione: così nel tempo si è passati da servizi di assistenza di vario tipo (materiale, psicologica, burocratica, legale, informativa, ecc.) ai più complessi servizi di formazione e valorizzazione delle competenze per l’inserimento lavorativo, di orientamento e accompagnamento ai servizi sul territorio, di promozione di gruppi particolarmente svantaggiati, (p.e. le donne immigrate),di organizzazione di eventi per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui temi delle differenze e del dialogo. Si è progressiva-

mente passati, secondo gli studi più accreditati, da un associazionismo caritativo e assistenziale a un associazionismo rivendicativo, che tutela i diritti degli immigrati e realizza iniziative antirazziste e di integrazione sociale, attirando l’attenzione delle istituzioni sui problemi emergenti e sulle misure da prendere. Le iniziative solidaristiche e l’azione di advocacy del Terzo settore, dei sindacati e delle realtà ecclesiali, degli enti scolastici e di quelli locali hanno prodotto risultati rilevanti, che rappresentano – come sostiene Ambrosini, esperto della materia – “tasselli di integrazione” nei confronti degli immigrati e ridefiniscono i rapporti con le istituzioni sulla base di una più definita, benché incompiuta,governance del fenomeno. Tuttavia, oggi che l’immigrazione è strutturale, diversificata e complessa non possono essere trascurate le associazioni degli immigrati: si tratta di organizzazioni di mutuo aiuto, che spesso mirano a salvaguardare l’identità culturale di provenienza. In Italia di solito, però, sono fragili e a scarsa struttura organizzativa. Il loro contributo appare più importante per la costruzione di beni relazionali, di capitale sociale e di rapporti fiduciari, mentre in altri Paesi svolgono il ruolo di soggetto politico e di mediazione, cui viene attribuita dalle istituzioni pubbliche locali l’implementazione di alcune politiche sociali. Ma proprio per l’evoluzione del fenomeno immigrazione non si può trascurare la collaborazione con le associazioni di stranieri. Esse svolgono un ruolo di rappresentanza verso le istituzioni e nei processi di integrazione e di intermediazione tra i singoli immigrati e la società di accoglienza, nonché di dialogo interculturale.Il passo decisivo per il futuro, infatti, riguarda la promozione e la condivisione di vere esperienze di interculturalità, nelle quali le associazioni degli immigrati giocano un ruolo fondamentale anche come vettori di partecipazione dei cittadini immigrati alla vita della società ospitante; purché riescano ad entrare nei processi decisionali come attori in dialogo con altri soggetti. Promuovere

l’interculturalità avrebbe un triplice vantaggio: mi g l i o re co mprens i o ne dei bi s o g ni e, quindi, maggiore adeguatezza delle risposte offerte a fronte di problematiche in continua evoluzione; ri mo zi o ne del l ’ o s taco l o per cui l’assenza di integrazione diventa causa di ulteriore emarginazione condizionando negativamente l’accesso degli stranieri alle strutture e alle attività dei soggetti del Terzo Settore; mi g l i o re i nterazi o ne tra i di v ers i atto ri del pri v ato s o ci al e e del v o l o ntari ato l o cal e, in quanto consentirebbe una maggiore consapevolezza della trasversalità e della multidimensionalità del fenomeno dell’immigrazione, per le quali sono richiesti interventi integrati. Per s v i l uppare s i nerg i e e v era i ntercul tural i tà ri s ul ta es s enzi al e i l ruo l o dei v o l o ntari e deg l i o perato ri del s o ci al e, che hanno una particolare sensibilità nel leggere i mutamenti in corso, nel comprendere le necessità del territorio, nell’adeguare buone pratiche ai nuovi bisogni, nell’inventare e sperimentare percorsi di successo. Ciò comporta un serio investimento sugli operatori e sui mediatori culturali e linguistici, italiani e stranieri. Valorizzare gli stranieri come educatori ed operatori rappresenterebbe un esempio per gli utenti stranieri di una più profonda integrazione, ma anche una base concreta di partecipazione diretta e democratica per promuovere i loro diritti dall’interno della società civile; e sarebbe uno stimolo culturale per gli stessi operatori, anche in termini di crescente professionalizzazionenell’erogare servizi sempre più qualificati in linea con la stabilizzazione delle presenze straniere. A fronte di più stabilità sta la ricerca di una cittadinanza più garantita e la richiesta di spazi adeguati di partecipazione e il riconoscimento dei diritti politici. Il Terzo settore e le comunità educativo-assistenziali, da questo punto di vista, potrebbero assumere una funzione pubblica responsabile, essere attori consapevoli di processi partecipativi e culturali oltre che fornitori di servizi di utilità sociale.


IMMIGRAZIONE

Falso allarme immigrazione? I dati dicono altro di David Recchia

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eggendo i dati relativi ai migranti residenti nel nostro Paese dal 1971 in poi ci si accorge immediatamente di quanto il fenomeno sia cresciuto secondo una progressione tutt’altro che lineare. Quaranta anni fa, infatti, gli immigrati residenti in Italia erano soltanto 121.116, nel 1991 erano aumentati di oltre 235.000 unità, per superare nel 2001 la soglia psicologia del milione, raggiungendo la cifra record (per allora) di 1.334.889 persone. L’anno scorso (ultimo dato disponibile) gl i i mmi grati resi denti erano ben 3.865.385: un numero di poco superiore a tutti gli abitanti toscani, solo per fare un esempio comparativo. Il costante aumento della popolazione immigrata ha registrato fasi alterne, in particolare si sono verificati dei picchi nel 2002, dovuti alla sanatoria avviata a seguito della legge Bossi-Fini. Un’ulteriore accelerazione della crescita si rileva anche in corrispondenza del 2007, anno in cui è entrata in vigore la normativa europea relativa alla libera circolazione. Infine, una nuova accelerazione delle iscrizioni alle anagrafi comunali si è verificata nel 2009, in corrispondenza della sanatoria rivolta a colf e badanti. I dati citati, tratti dal Dossier statistico sull’immigrazione prodotto da Caritas e Mi-

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grantes nel 2012, presentano due tipi di considerazioni: l a pri ma, che l’atipico andamento sinusoidale dei flussi migratori verso l’Italia sembra essere soprattutto il frutto di provvedimenti singoli fatti negli anni e non il risultato di un piano volto a governare il fenomeno; l a seconda, che l’immigrazione, visti i suoi numeri, non può più essere gestita con “provvedimenti spot”, varati più sull’onda dell’emergenza e della paura che non sulla base di una proficua riflessione politica e culturale di lungo periodo. È necessario cominciare a pensare agli immigrati come un dato di fatto, un aspetto peculiare delle società moderne. Purtroppo sono ancora molto diffuse idee e convincimenti che derubricano il fenomeno immigratorio a mero problema da contenere o respingere. Spesso tali convinzioni si basano su dati di dubbia provenienza e statistiche a dir poco grossolane, che sarebbe utile mettere quantomeno in discussione; è quanto si propone questo articolo. Uno degli stereotipi più diffusi descrive l’immigrazione in Italia come un fenomeno sostanzialmente fallimentare sotto il profilo economico e pericoloso sotto il profilo della sicurezza sociale. Possi amo confutare questo ul ti mo pregi udi zi o con il sempli-


IMMIGRAZIONE

ce ausilio della logica: se una popolazione più numerosa di quella residente in Toscana fosse effettivamente formata da delinquenti, il nostro Paese sarebbe, non da ora, in preda al disordine più totale. Inoltre, pur senza sottovalutare il problema della diffusione della criminalità tra gli immigrati, possiamo sottrarre il fondamento empirico all’equazione immigrazione = crimine ragionando anche su alcuni dati pubblicati di recente dalla Caritas. È vero che il numero di stranieri in carcere è effettivamente sempre molto elevato rispetto a quello degli italiani e, purtroppo, in crescita. In pochi sanno però che molto spesso questa situazione è anche il frutto, da una parte dell’impossibilità dei migranti di usufruire di pene alternative (essi sono quindi costretti e rimanere quasi sempre in carcere), dall’altra, del fatto che l’immigrazione stessa sia uno dei reati contestati agli stranieri. Infine, stando ai dati disponibili, a dispetto del sentire comune, emerge che negli ultimi lustri, tra gli immigrati sono diminuiti sia i reati gravi come l’omicidio, sia quelli più odiosi come le rapine e gli scippi. Concludendo su questo punto, mi sembra chiaro che gli stranieri non siano immuni dal crimine, ma mi pare altrettanto chiaro che la popolazione di immigrati presente in Italia non sia naturalmente incline a delinquere, come vorrebbero far credere alcune versioni strumentali. Sul fatto poi che quella italiana sia

un’esperienza fallimentare, basta proporre alcune cifre per dimostrare quanto invece essa sia vivace e dinamica, soprattutto sotto il profilo economico. Gli immigrati nel 2010 hanno versato 7,5 miliardi di euro in contributi previdenziali. Sottraendo a questa cifra i costi sanitari, per l’istruzione e per i servizi sociali dei comuni, il saldo sarebbe positivo: 1,5 miliardi di euro (Caritas-Migrantes 2012). Per finire, un accenno al dato sull’apporto del lavoro degli immigrati al valore aggiunto italiano (totale): nel 2006 il contributo degli stranieri era di poco superiore al 9%; tre anni dopo (ultimo dato a disposizione) lo stesso superava il 12%. È evidente, dunque, che la partecipazione degli immigrati all’economia italiana sia significativa. Al termine di questa breve riflessione, sembra sostanzialmente poco corretto pensare all’immigrazione soltanto come a un problema; da una lettura dei dati più attenta e non ideologica, essa invece si presenta effettivamente come una risorsa economica, oltre che demografica e umana, da non sottovalutare in tempi di crisi.

Stranieri: l’esperienza della Caritas Italiana

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ra le organizzazioni che si occupano di assistenza, la Caritas è senza dubbio quella maggiormente presente e conosciuta sul territorio nazionale. Essa infatti vanta una ramificazione capillare che copre l’intera penisola da Nord a Sud e costituisce un punto di riferimento per chiunque si trovi in difficoltà. L’organizzazione, di chiara ispirazione Cattolica, nel 2011, ha ricevuto nei propri Centri di Ascolto circa 30.000 persone, di cui ben i l 70% di ori gi ne non i tal i ana. Gran parte degli stranieri che si sono rivolti alla Caritas ha richiesto beni e servizi materiali, in circa 2 casi su 10 lavoro. Interessante è anche il fatto che quasi un quinto della popolazione straniera abbia richiesto agli operatori semplicemente di essere ascoltato. Utenti dei centri d’ascolto Caritas Cittadinanza straniera Cittadinanza italiana Altro

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Fonte: Caritas-Migrantes, 2012

(%) 70,7 28,9 4,0 Altro

Utenti stranieri per tipo di richiesta Beni e servizi materiali Ascolto Lavoro 23,3

(%) 42,9 16,8 17,0


FISCO

IMU… nizzati gli enti non profit di Alessio Affanni

Il Ministero dell’economia e delle finanze ha emanato il Regolamento IMU: è il Decreto ministeriale n. 200 del 19 novembre 2012, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale Serie Generale n. 274 del 23 novembre 2012

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stato pubblicato il Decreto del Mi ni stero del l ’economi a n. 200 del 19 novembre 2012, ossia il Regol amento di attuazione dell’art. 91-bis, comma 3, del Decreto Legge n. 1/2012 (convertito nella L. n. 27/2012), riguardante la disciplina IMU per gl i enti non commerci al i . Il provvedimento è entrato i n vi gore dall’8 di cembre 2012. La lunga vicenda dell’IMU per gli immobili posseduti e utilizzati dagli enti non profit è quindi giunto ad una definizione conclusiva. Il Regolamento definisce, infatti, i casi di esenzione, chiarendo quando l’attività può essere considerata “non commerciale“ e indica come procedere al calcolo dell’imposta quando invece l’immobile è adibito a uso misto fra attività istituzionali e commerciali. Il Decreto ministeriale recepisce il parere consul ti vo n. 4180 del 4 ottobre 2012 del Consi gl i o di S tato, conformandosi alle raccomandazioni formulate: ricordiamo infatti che, per il Consiglio di Stato, il precedente Decreto ministeriale andava modificato in modo da essere coerente con i pri nci pi delineati dall’Uni one europea e, in particolare, con la nozione comunitaria di atti vi tà economi ca, onde evitare una procedura d’infrazione. Il Consiglio di Stato aveva anche ritenuto che il Ministero non poteva dare generale attuazione alla nuova disciplina dell’esenzione IMU per gli immobili degli enti non commerciali, compiendo scelte applicative (di esenzione) che esulavano dal proprio potere regolamentare (cfr. Nuova Proposta n. 11-12/2012). Il nuovo Decreto defi ni sce attività non commerciali quelle che, per loro natura, non si pongono in concorrenza con altri operatori del mercato e che siano espressione del perseguimento di principi di solidarietà e sussidiarietà.

Nel dettaglio il provvedimento individua i casi di esenzi one dal l ’IMU e stabilisce modal i tà e procedure per i l pagamento del l ’i mposta, a parti re dal 1° gennai o 2013. Affinché le attività svolte da un ente non profit possano definirsi “non commerciali” occorrono due condizioni. La prima, preliminare, è che l’atto costitutivo o lo statuto dell’ente prevedano: - il di vi eto di di stri bui re uti l i e avanzi di gesti one durante la vita dell’ente, in favore di amministratori, soci, partecipanti, lavoratori o collaboratori; - l’obbl i go di rei nvesti re gl i eventual i uti l i e avanzi di gesti one solo per sviluppare attività funzionali allo scopo istituzionale di sol i dari età soci al e; - l’obbl i go di devol vere i l patri moni o del l ’ente non commerciale, in caso di suo sci ogl i mento per qualunque causa, ad al tro ente non commerciale che svolga analoga attività. In presenza di questi requisiti preliminari, la seconda condizione per la “non commercialità” è che le attività svolte (assistenziali e sanitarie, didattiche, ricettive, culturali e ricreative, sportive) abbiano ul teri ori requi si ti , fissati dall’art. 4 del Decreto ministeriale; e cioè: - Per le atti vi tà assi stenzi al i e/ o sani tari e se l’ente è accreditato o convenzionato con Stato, Regioni o Enti locali, le attività devono essere gratuite o possono essere richiesti “eventuali importi di partecipazione alla spesa previsti dall’ordinamento per la copertura del servizio universale” (per es. il pagamento dei ticket previsti dalle leggi). In questo caso, l’ente locale può quindi consentire all’ente convenzionato di richiedere eventuali somme che coprano i costi. Se l’ente non è accreditato né convenzionato, le attività devono essere gratuite o può essere chiesto “versamento di corrispettivi di importo simbolico e, comunque, non superiore alla metà dei corrispettivi medi previsti


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per analoghe attività svolte con modalità concorrenziali nello stesso ambito territoriale, tenuto anche conto dell’assenza di relazione con il costo effettivo del servizio”. - Per le atti vi tà di datti che viene richiesto che le scuole siano paritarie, non vi siano discriminazioni in fase di accettazione degli alunni, vengano accolti i portatori di handicap, le strutture siano adeguate e il personale docente e non docente sia contrattualizzato. Oltre alla richiesta attività didattica paritaria e non discriminante, si richiede, anche in questo caso, o la gratuità dei servizi o “corrispettivi di importo simbolico e tali da coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio, tenuto anche conto dell’assenza di relazione con lo stesso”. - Per le atti vi tà ri cetti ve si parla di “attività che prevedono l’accessibilità limitata ai destinatari propri delle attività istituzionali e la discontinuità nell’apertura nonché, relativamente alla ricettività sociale, quelle dirette a garantire l’esigenza di sistemazioni abitative anche temporanee per bisogni speciali, ovvero svolte nei confronti di persone svantaggiate in ragione di condizioni fisiche, psichiche, economiche, sociali o familiari, escluse in ogni caso le attività svolte in strutture alberghiere e paralberghiere”. In merito alle condizioni di non commercialità, si ribadisce il concetto di gratuità delle prestazioni o la richiesta di un corrispettivo simbolico o che non superi del 50% prezzi praticati dal mercato nello stesso ambito territoriale. - Per le atti vi tà cul tural i , ri creati ve e sporti ve si richiede, anche qui, la gratuità delle prestazioni effettuate dall’ente o richieste di corrispettivi simbolici o che comunque non superino il 50% dei prezzi praticati dal mercato nello stesso ambito territoriale. Numerosi i dubbi sol l evati su queste di sposi zi oni . Molto interessante l’analisi di Carlo Mazzini, pubblicata il 24 novembre 2012 sul suo sito www.quinonprofit.it, alla quale si rinvia, nella quale l’Autore rileva, giustamente, anzitutto che il riferimento all’assenza di scopo di lucro nello statuto, cioè la non distribuzione di utili tra i soci, nulla ha a che fare con la natura commerciale di alcune attività che l’associazione può svolgere… Condivisibile è anche la perplessità sul limite ai corrispettivi che l’ente può richiedere per i propri servizi, determinando così la loro configurabilità come commerciali o meno ai fini IMU. I corrispettivi si configu-

rano non commerciali se non superano il 50% dei prezzi praticati dal mercato nello stesso ambito territoriale: ma qual è l’ambito territoriale? E se i concorrenti di riferimento fossero altri enti con finalità analoghe che hanno già ridotto del 50% il loro prezzo? Si creerebbe un effetto a cascata verso il ribasso… Punti molto delicati e contestati del Regolamento, soprattutto perché gli enti non profit già ora riescono a malapena a coprire i costi d’esercizio. Per quanto riguarda il cal col o del l ’i mposta quando l’immobile viene usato anche per attività commerciali, il Decreto stabilisce che si determina con riferimento a tre elementi: spazio dell’immobile destinato a tale uso, numero di soggetti nei confronti dei quali vengono svolte le attività con modalità commerciali e tempo dedicato a tale attività. - i l pri mo, e pri ori tari o el emento, è l a superfi ci e: va calcolata quanta porzione di immobile è adibita a uso commerciale, sulla quale va pagata l’imposta; - per le unità indistintamente oggetto di un’utilizzazione mista, la proporzione è determinata in base al secondo el emento, cioè al numero dei soggetti nei confronti dei quali le attività sono svolte con modalità commerciali, in rapporto al numero complessivo dei soggetti destinatari dell’attività (nel caso di associazione, per esempio, sono non commerciali le attività istituzionali svolte a pagamento nei confronti dei soci, mentre si configurano come commerciali le attività istituzionali svolte a pagamento per i non soci e quelle non istituzionali svolte a pagamento per i soci); - nel caso in cui l’utilizzazione mista sia effettuata solo per specifici periodi dell’anno, la proporzione è determinata con il terzo, residuale criterio, cioè in base ai giorni durante i quali l’immobile è usato per attività commerciali. Di conseguenza, gli enti non commerciali devono di chi arare gli immobili per i quali è dovuta l’imposta e/o gli immobili per i quali l’esenzione IMU si applica in proporzione all’utilizzazione non commerciale. Nel corso degli anni l’ente dovrà effettuare una nuova dichiarazione solo se ci saranno variazioni rispetto a quanto già comunicato. Gli enti non commerciali che vogliano beneficiare dell’esenzione IMU devono, comunque, predi sporre o adeguare il proprio statuto a quanto previsto dal Regolamento.


a cura di Alessio Affanni e Sergio Zanarella

Norme giuridiche e Giurisprudenza n.150 REGIONI

di organizzazioni non governative, associazioni, gruppi di associazioni e/o cooperative anche tramite l’invio di volontari e di proprio personale nei PVS; - l’attuazione di interventi specifici per il miglioramento della condizione femminile e dell’infanzia, per promuovere lo sviluppo sociale e culturale della donna con la sua diretta partecipazione ai programmi; - la promozione e il sostegno al commercio equo e solidale; - iniziative volte a realizzare scambi con i produttori dei Paesi partner che valorizzano le produzioni autoctone, con particolare riguardo alle coltivazioni biologiche e a basso impatto ambientale; - l’adozione di programmi di riconversione agricola per ostacolare la produzione della droga nei Paesi in via di sviluppo; - la promozione di esperienze di microcredito per uno sviluppo endogeno sul lungo periodo; - la partecipazione a programmi di cooperazione umanitaria, di ricostruzione e riabilitazione e a programmi di rafforzamento dei processi di pace e di rafforzamento democratico; - la promozione e il sostegno di gemellaggi tra istituzioni locali finalizzati a una evoluzione in accordi di cooperazione allo sviluppo e partenariato internazionale, nel rispetto della vigente normativa nazionale; - la promozione di rapporti di collaborazione tra le associazioni degli immigrati presenti nel proprio territorio e i loro Stati di origine; - la promozione di momenti di consultazione e di incontro dell’Amministrazione regionale con i soggetti della cooperazione e i competenti Organismi e Autorità nazionali, comunitari e internazionali. Sono ammissibili a contributo le seguenti tipologie di progetti: a) progetti-quadro di durata minima di 1 anno e massima di 3 anni, di dimensione finanziaria minima di 100.000,00 euro e massima di 150.000,00 euro, nei quali è prevista la partecipazione di almeno 2 partner presenti sul territorio regionale e almeno due partner presenti sul territorio del Paese beneficiario dell’intervento; b) micro-progetti di durata non superiore ad un anno, di dimensione finanziaria massima di 50.000,00 euro nei quali è prevista la partecipazione di almeno un partner locale nel Paese beneficiario dell’intervento, oltre al soggetto proponente. I progetti sono presentati da un unico soggetto proponente e prevedono che ad ogni partner sia affidata l’esecuzione di parte delle attività previste. Sono ammissibili le seguenti tipologie di spesa: a) spese relative a studi di fattibilità nel limite del 10% del costo complessivo del progetto, unicamente nell’ipotesi di progetti pluriennali. Lo studio di fattibilità deve essere presentato congiuntamente alla domanda o con la prima relazione quadrimestrale, a pena di inammissibilità della spesa; b) spese per personale o volontari italiani nel limite massimo del 30% del costo complessivo del progetto: rientrano in questa voce anche le spese di viaggio sostenute dal proponente o dai partners per proprio personale o referenti italiani; c) spese per attività di educazione allo sviluppo e sensibilizzazione, nel limite massimo del 10% del costo

FRIULI VENEZIA GIULIA REGOLAMENTO RECANTE CRITERI E MODALITA PER LA CONCESSIONE DI CONTRIBUTI IN MATERIA DI COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO Gazzetta Ufficiale Serie Regioni n. 43 del 3 novembre 2012 Con Decreto del Presidente della Regione n. 189 del 18 settembre 2012 è stato approvato il regolamento che disciplina criteri e modalità per la concessione di contributi per iniziative di cooperazione allo sviluppo in attuazione dell’articolo 4 della legge regionale 30 ottobre 2000 n. 19 (Interventi per la promozione, a livello regionale e locale, delle attività di cooperazione allo sviluppo e partenariato internazionale). Possono beneficiare dei contributi di cui al presente regolamento i seguenti soggetti: a) Enti locali; b) Istituzioni pubbliche e private, inclusi gli istituti di ricerca e le associazioni e le istituzioni di rilievo sanitario e culturale; c) Università e loro Consorzi; d) Organizzazioni non governative; e) Organizzazioni di volontariato; f) ONLUS; g) Organizzazioni sindacali e imprenditoriali; h) Associazioni dei corregionali all’estero; i) Associazioni di immigrati. I soggetti beneficiari devono avere la sede legale o una sede operativa sul territorio regionale e hanno almeno un anno di esperienza di attività realizzate nei Paesi Terzi. Ogni soggetto proponente può presentare una sola domanda di contributo. La partecipazione al progetto di soggetti non inclusi di cui al comma 1 o non aventi sede legale o operativa nel territorio regionale è permessa in qualità di “Partner Associati”. I Partner Associati andranno individuati nella domanda e il loro contributo dovrà essere indicato nella descrizione del progetto. Gli Associati non possono altresì agire in qualità di sub-fornitori nell’attuazione del progetto. Ai sensi dell’articolo 2 della legge regionale 19/2000, sono ammissibili a contributo i progetti riguardanti: - l’elaborazione di studi, la progettazione, la fornitura e costruzione di impianti, infrastrutture, attrezzature e servizi e la realizzazione di progetti di sviluppo integrati e l’attuazione delle iniziative anche a carattere finanziario in linea con la legge regionale 19/2000; - l’impiego, anche attraverso convenzioni con associazioni o strutture finanziarie, di personale qualificato con compiti di assistenza tecnica, amministrazione e gestione, valutazione e monitoraggio dell’attività di cooperazione allo sviluppo e partenariato internazionale; - la formazione professionale e la promozione sociale di cittadini dei Paesi in via di sviluppo, in loco e in Friuli Venezia Giulia, anche al fine di favorirne il rientro nei Paesi di origine, nonché la formazione di personale residente in Italia destinato a svolgere attività di cooperazione allo sviluppo; - il sostegno alla realizzazione di progetti e di interventi ad opera

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complessivo del progetto. Non sono ammissibili le spese per attività pubblicitarie finalizzate esclusivamente o prevalentemente alla raccolta di fondi; d) spese generali di gestione del progetto nel limite del 5% del costo complessivo del progetto; e) spese per costruzioni, attrezzature, acquisto terreni, lavori, personale locale nel limite del 50% del costo complessivo del progetto; f) spese di formazione in loco nel paese partner nel limite massimo del 30% del costo complessivo del progetto. Per spese di formazione si intendono spese relative alla formazione scolastica di primo e secondo grado e professionale. Sono ammissibili le spese per le attività di progetto sostenute dopo la presentazione della domanda e in ogni caso a partire dalla data di effettivo avvio del progetto. La domanda, predisposta secondo il modello di cui all’allegato A per i progetti-quadro e di cui all’allegato B per i microprogetti può essere presentata entro il 31 marzo di ogni anno. La domanda, completa della documentazione richiesta, deve essere sottoscritta in originale, a pena di esclusione, e può essere presentata a mano o spedita tramite posta ordinaria, corriere o lettera raccomandata recante la dicitura “LR 19/2000. DOMANDA DI CONTRIBUTO PER INIZIATIVE DI COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO” al Servizio competente in materia di affari internazionali ed integrazione europea. In tal caso la data di presentazione della domanda è determinata dal timbro datario apposto dall’Ufficio protocollo della Direzione centrale competente. Per le domande presentate a mezzo raccomandata fa fede la data del timbro postale. La domanda può altresì essere inviata tramite posta elettronica certificata (PEC) in conformità alle norme vigenti in materia. In tal caso, la domanda, sottoscritta con firma digitale a pena di esclusione e corredata dalla documentazione indicata, va inoltrata all’indirizzo di PEC: cultura.relazioninternazionali.sport@certregione.fvg.it . Il regolamento spiega anche i criteri di valutazione e i punteggi attribuibili ai progetti presentati, le modalità di erogazione dei contributi e le procedure di rendicontazione per i progetti finanziati. Per consultare il regolamento e scaricare la modulistica si può visitare il sito http://www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/fondi-europei-fvginternazionale/cooperazione-sviluppo/FOGLIA11/ .

EMILIA ROMAGNA MODIFICHE ALLE NORME IN MATERIA DI SERVIZI EDUCATIVI PER LA PRIMA INFANZIA Bollettino Ufficiale Emilia Romagna n. 104 del 22. 6. 2012 Con la Legge Regionale n. 6 del 22 giugno 2012 sono state modificate alcune disposizioni della Legge regionale n. 1 del 2000. In particolare si stabilisce che i nidi d’infanzia sono servizi educativi e sociali di interesse pubblico, aperti a tutti i bambini e le bambine in età compresa tra i tre mesi e i tre anni, che concorrono con le famiglie alla loro crescita e formazione, nel quadro di una politica per la prima infanzia e della garanzia del diritto all’educazione, nel rispetto dell’identità individuale, culturale e religiosa. I nidi hanno finalità di:

a) formazione e socializzazione dei bambini, nella prospettiva del loro benessere psicofisico e dello sviluppo delle loro potenzialità cognitive, affettive, relazionali e sociali; b) cura dei bambini che comporti un affidamento continuativo a figure diverse da quelle parentali in un contesto esterno a quello familiare; c) sostegno alle famiglie nella cura dei figli e nelle scelte educative. Si prevede che i soggetti gestori possano individuare moduli organizzativi e strutturali differenziati rispetto ai tempi di apertura dei servizi e alla loro ricettività, ferma restando l’elaborazione di progetti pedagogici specifici in rapporto ai diversi moduli organizzativi. I nidi d’infanzia, anche a tempo parziale, garantiscono i servizi di mensa e di riposo dei bambini. Per quanto riguarda gli altri servizi educativi, al fine di garantire, anche nei luoghi di lavoro, risposte flessibili e differenziate alle esigenze dei bambini e delle famiglie, possono essere istituiti i seguenti servizi educativi per la prima infanzia: a) servizi domiciliari, che privilegiano il rapporto personalizzato di piccolo gruppo; b) servizi integrativi, che prevedono modalità strutturali, organizzative e di funzionamento diversificate, per l’accoglienza di bambini, anche accompagnati dai genitori o da altri adulti; c) servizi sperimentali, per far fronte a emergenti bisogni o in particolari situazioni sociali e territoriali. Fanno parte del sistema integrato dell’offerta di tali servizi anche le iniziative autonome delle famiglie disponibili a stare in rete con i servizi di cui alla presente legge, anche tramite il coinvolgimento del coordinatore pedagogico. Le tipologie e le caratteristiche di questo tipo di servizi saranno definiti con direttiva regionale, nella quale sarà anche stabilita la procedura per il riconoscimento della sperimentalità dei servizi. Per quanto concerne il sistema integrato e l’offerta diffusa di servizi educativi per la prima infanzia, la legge afferma che i nidi d‘infanzia e gli altri servizi educativi, in quanto centri educativi territoriali, costituiscono il sistema educativo dei servizi per la prima infanzia, con l’obiettivo di garantire una pluralità di offerte, promuovere il confronto tra i genitori e l’elaborazione della cultura dell‘infanzia, anche attraverso il coinvolgimento delle famiglie e della comunità locale. La Regione promuove azioni e programmi per la messa in rete dei servizi all’infanzia, per la stipula di convenzioni tra comuni limitrofi, in particolare quelli in zona montana, per l’utilizzo degli asili nido e che favoriscano la più ampia scelta di servizi e orari di apertura. La Regione e gli enti locali perseguono l’integrazione tra le diverse tipologie di servizi per la prima infanzia e la collaborazione tra i soggetti gestori e garantiscono la qualità e la coerenza del sistema anche attraverso l’omogeneità dei titoli di studio del personale dei servizi, ivi compresi quelli sperimentali. La Regione e gli enti locali promuovono inoltre l’integrazione e la collaborazione con le università e gli enti di ricerca in materia e promuovono altresì la continuità di tutti i servizi educativi per la prima infanzia con le altre agenzie educative, in particolare con la scuola dell’infanzia, con i servizi culturali, ricreativi, sanitari e sociali, secondo principi di coerenza e di integrazione degli interventi e delle competenze. Nei nidi d’infanzia e nei servizi pubblici e a finanziamento pubblico l’accesso è aperto ai bambini e alle bambine fino ai tre anni di età, senza distinzione di sesso, religione, etnia e gruppo

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sociale, anche se di nazionalità straniera o apolidi. Tali servizi favoriscono in particolare l’inserimento dei bambini disabili o in situazione di svantaggio sociale e culturale e promuovono la multiculturalità. Per quanto attiene all’integrazione dei bambini disabili, nell’ambito di quanto previsto dalla legge regionale 28 luglio 2008, n. 14 (Norme in materia di politiche per le giovani generazioni) e, in particolare, dall’articolo 26 (Bambini e adolescenti disabili), i servizi educativi per la prima infanzia garantiscono il diritto all’integrazione dei bambini disabili, nonché di bambini in situazione di disagio relazionale e socio culturale, anche per prevenire ogni forma di svantaggio e di emarginazione. I servizi educativi per la prima infanzia, le aziende USL e i comuni individuano forme specifiche di collaborazione al fine di garantire la piena integrazione dei bambini disabili e con disagio socio-culturale e di realizzare interventi di educazione alla salute. La Giunta regionale, ai fini dell’attuazione del programma, assegna alle province i contributi per il riparto e le risorse per il sostegno contributivo ai coordinamenti pedagogici provinciali. I fondi regionali per spese di investimento relativi a interventi di manutenzione straordinaria, nuova costruzione, acquisto, restauro e risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia, ripristino tipologico di edifici da destinare a servizi educativi per la prima infanzia, nonché arredo degli stessi, sono erogati dalle province: a) ai comuni e agli altri soggetti gestori pubblici, sentito, per questi ultimi, il comune interessato; b) a soggetti privati, sentito il comune interessato. Gli edifici da ristrutturare o le aree sulle quali costruire devono risultare, all’atto della concessione del contributo, in proprietà, oppure in diritto di superficie, o in comodato d’uso, o in concessione dei richiedenti l’ammissione a contributo, con scadenza non antecedente al termine del vincolo di destinazione. I finanziamenti concessi ai soggetti gestori privati sono revocati se i relativi servizi non ottengono l’autorizzazione al funzionamento entro il termine stabilito dal Comune, oppure se l’autorizzazione è revocata. Nell’ambito dei programmi provinciali i fondi regionali per spese correnti sono erogati dalle province ai soggetti gestori, singoli o associati, per la gestione e la qualificazione dei servizi, il sostegno a figure di coordinamento pedagogico, la formazione degli operatori e degli stessi coordinatori pedagogici, nonché per la realizzazione di servizi sperimentali. La Giunta regionale, con proprio atto, determinerà le modalità e le procedure per la concessione di tali fondi. La legge parla anche del sistema informativo sui servizi educativi per la prima infanzia. La Regione, gli enti locali e i soggetti gestori dei servizi per la prima infanzia, sono infatti tenuti a fornirsi reciprocamente e a richiesta informazioni, dati statistici ed ogni altro elemento utile allo sviluppo del sistema educativo integrato, anche ai fini dell’implementazione delle banche dati statali, nel rispetto della protezione dei dati personali. Vengono istituiti i Registri provinciali dei servizi per la prima infanzia. Presso ciascuna Provincia vengono infatti istituiti i registri dei servizi educativi per la prima infanzia autorizzati, accreditati, e dei servizi ricreativi attivati mediante segnalazione certificata d’inizio attività. L’elenco dei servizi registrati a livello provinciale è pubblicato annualmente sul Bollettino Ufficiale Telematico della Regione (BURERT). Stabilite anche le sanzioni. Chiunque, infatti, eroghi un servizio

educativo per la prima infanzia senza avere ottenuto la preventiva autorizzazione al funzionamento, o gestisca un servizio ricreativo senza avere presentato la segnalazione certificata di inizio attività, è soggetto ad una sanzione amministrativa da Euro 2.000,00 a Euro 10.000,00. Entro tali limiti, il regolamento comunale stabilisce la sanzione da applicarsi per la mancanza o la perdita di ciascun requisito richiesto. Se la violazione persiste, il Comune assegna al soggetto gestore un termine per provvedere, trascorso inutilmente il quale, procede alla sospensione dell’autorizzazione o all’emanazione del divieto di prosecuzione dell’attività e alla chiusura del servizio. Presso ciascun ambito distrettuale socio sanitario, è istituita la Commissione tecnica distrettuale con funzioni istruttorie, a supporto delle funzioni dei comuni. La Commissione ha i seguenti compiti: a) esprime parere obbligatorio in relazione alle richieste di autorizzazione al funzionamento e di accreditamento dei servizi privati, nonché parere vincolante in relazione all’accreditamento di servizi pubblici; b) svolge attività di consulenza a favore dei comuni e degli altri soggetti interessati in merito alle procedure autorizzatorie e di accreditamento dei servizi educativi. La legge stabilisce inoltre che nella predisposizione degli strumenti di pianificazione urbanistica i comuni programmino il fabbisogno e individuino le aree da destinare ai servizi per la prima infanzia, che devono essere ubicati in aree accessibili, soleggiate, idonee morfologicamente, adeguatamente protette da fonti di inquinamento, di norma caratterizzate dalla presenza di zone verdi. Nel rispetto dei requisiti fissati dallo Stato per la determinazione dei profili professionali, il funzionamento dei servizi educativi per la prima infanzia è assicurato dal personale educatore e dal personale addetto ai servizi generali. L’Assemblea legislativa regionale definisce il rapporto numerico tra personale e bambini all’interno dei servizi domiciliari, integrativi e sperimentali, in relazione alle caratteristiche specifiche del servizio offerto. I coordinatori pedagogici hanno il compito di assicurare l’organizzazione del personale e il funzionamento dell’équipe sul versante pedagogico e gestionale. Svolgono, in particolare, compiti di indirizzo e sostegno tecnico al lavoro degli operatori, anche in rapporto alla loro formazione permanente, di promozione e valutazione, nonché di monitoraggio e documentazione delle esperienze, di sperimentazione, di raccordo tra i servizi educativi, sociali e sanitari. Supportano inoltre il personale per quanto riguarda la collaborazione con le famiglie e la comunità locale, anche al fine di promuovere la cultura dell’infanzia e della genitorialità, in un’ottica di comunità educante. Ciascuna Provincia istituisce un Coordinamento pedagogico provinciale, formato dai coordinatori pedagogici dei servizi per l’infanzia accreditati.

LIGURIA ACCESSO GRATUITO A INTERNET PER I PAZIENTI DELLE STRUTTURE SANITARIE Gazzetta Ufficiale Serie Regioni n. 42 del 27 ottobre 2012 Con Legge Regionale n. 25 del 30 luglio 2012 è stato disposto che le aziende sanitarie e strutture convenzionate pongono a

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disposizione, a titolo gratuito, dei pazienti ivi ospitati, anche per periodi di tempo non superiori a un giorno, le connessioni internet senza fili (connessioni wireless) di cui sono dotate, a qualunque titolo, anche se tali connessioni hanno ampiezza solo parziale rispetto all’estensione della struttura stessa. Le strutture che dispongono di connessioni wireless utilizzabili dai pazienti ai sensi della presente legge continuano ad avere la facoltà di istituire anche connessioni wireless distinte e riservate al personale. La connessione da parte dei pazienti si attua mediante procedura di accreditamento. L’accreditamento è rilasciato su richiesta del paziente con le modalità stabilite da apposito regolamento di disciplina all’accesso alle connessioni internet senza fili che verrà emanato dalla Giunta regionale entro sei mesi dalla pubblicazione della presente legge. L’accreditamento può essere negato o revocato in ogni momento.

PIEMONTE PROMOZIONE DEL RICONOSCIMENTO DELLA LINGUA DEI SEGNI ITALIANA (LIS) Bollettino Ufficiale Regione Piemonte n. 31 del 2 agosto 2012 Con Legge regionale n. 9 del 30 luglio 2012 sono state pubblicate disposizioni per la promozione del riconoscimento della lingua dei segni italiana e per la piena partecipazione delle persone sorde alla vita collettiva. La Regione Piemonte, nel garantire la piena integrazione delle persone sorde mediante il sostegno di tutte le iniziative utili a favorire l’acquisizione da parte loro della lingua orale e scritta, promuove altresì l’acquisizione e l’uso della LIS. Nel favorire la ricerca e garantire l’utilizzo delle tecnologie disponibili per il recupero delle capacità uditive, la Regione: a) promuove l’applicazione dell’impianto cocleare o di altre tecnologie disponibili; b) agevola il supporto formativo delle persone sia impiantate sia protesizzate, così come l’insegnamento della LIS nelle scuole primarie e secondarie, anche attraverso attività di sostegno e servizi specialistici, al fine di rendere effettivo per i sordi l’adempimento dell’obbligo scolastico e il perseguimento delle successive scelte di istruzione, ferma restando l’autonomia delle istituzioni scolastiche; c) prevede la facoltà per gli enti locali di utilizzare la LIS nei rapporti con le pubbliche amministrazioni; d) sostiene forme di collaborazione con associazioni e istituti culturali e universitari volte ad incrementare l’uso della LIS; e) promuove e attua, d’intesa con le emittenti pubbliche e private, trasmissioni televisive con traduzione simultanea nella LIS e promuove la realizzazione di trasmissioni fornite di adeguata sottotitolazione. Nell’ambito di queste finalità, la Giunta regionale, sentita la commissione consiliare competente, emanerà un apposito regolamento contenente le disposizioni per l’attuazione degli interventi previsti.

TRENTINO-ALTO ADIGE PROVINCIA DI TRENTO INTERVENTI A SOSTEGNO DEL SISTEMA ECONOMICO E DELLE FAMIGLIE Supplemento straordinario n. 2 al Bollettino Ufficiale regionale n. 20 del 17 maggio 2012 Con Legge Provinciale n. 9 del 16 maggio 2012, la Provincia di Trento per l’anno 2012 ha istituito un fondo da destinare ad interventi volti al sostegno del potere d’acquisto dei nuclei familiari che si trovano in difficoltà a seguito della situazione di crisi economico-finanziaria del Paese e della conseguente riduzione dei redditi familiari. A tale fine la Provincia può concedere un contributo ai nuclei familiari la cui condizione economico-patrimoniale risulta inferiore alla soglia determinata con deliberazione della Giunta provinciale, sentita la competente commissione permanente del Consiglio provinciale, che si esprime entro dieci giorni dalla richiesta. La somma è concessa a un solo componente per nucleo familiare e può essere diversificata, rispetto ai beneficiari, anche in relazione alla composizione del nucleo familiare e all’eventuale nascita di un figlio verificatasi nell’anno antecedente alla data di adozione della deliberazione e all’impatto di fattori che hanno determinato la riduzione del potere d’acquisto. Con deliberazione della Giunta provinciale, sentita la competente commissione permanente del Consiglio provinciale che si esprime entro dieci giorni dalla richiesta, sono stabiliti condizioni, criteri e modalità per l’attuazione di quest’articolo, comprese le modalità per l’erogazione del contributo. Le funzioni e i compiti per l’attuazione di quest’articolo possono essere affidati dalla medesima deliberazione alle agenzie o agli enti strumentali previsti.

VENETO PROMOZIONE DEI DIRITTI ETICI E DELLA VITA NELLE STRUTTURE SANITARIE E SOCIO-SANITARIE Gazzetta Ufficiale Serie Regioni n. 40 del 13 ottobre 2012 Pubblicata la Legge Regionale n. 27 del 27 luglio 2012, con cui la Regione del Veneto promuove e garantisce nelle strutture sanitarie e socio−sanitarie e nei consultori la diffusione e la divulgazione dell’informazione sui diritti dei cittadini con riferimento alle questioni etiche e della vita, riconoscendo a tutte le associazioni, pari opportunità di comunicazione. Per le finalità citate e nel rispetto della privacy, la Giunta regionale, sentita la commissione consiliare competente in materia socio−sanitaria, entro novanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, individuerà con regolamento le modalità di diffusione e di divulgazione da parte delle associazioni di volontariato, iscritte nell’albo regionale o riconosciute a livello nazionale.

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UNEBA

Quote adesione uneba anno 2013 QUOTE NAZIONALI Val i de per: Val l e d’Ao s ta, Fri ul i Venezi a Gi ul i a, Trenti no Al to Adi g e, Emi l i a Ro mag na, Umbri a, Marche, Lazi o , Abruzzo , Mo l i s e, Campani a, Pug l i a, Bas i l i cata, Si ci l i a, Sardeg na • Scuole materne, euro 50 • Istituti fino a 50 assistiti, euro 130 • Istituti da 50 a 100 assistiti, euro 165 • Istituti da 100 a 200 assistiti, euro 270 • Istituti con oltre 200 assistiti, euro 320 • Sostenitori, euro 600 Le quote possono essere versate con una di queste modalità: • sul conto corrente postale 18680009 intestato a Uneba - Via Gioberti, 60 - 00185 Roma, utilizzando bollettini postali o con bonifico postale. Codice Iban: IT 45 Z 07601 03200 000018680009 • sul conto corrente bancario presso Credito Valtellinese, ag.14 di Roma, intestato a Uneba. Codice Iban: IT40D0521603214000000081783. Si racco manda, al mo ment o del p ag ament o , di s p eci fi care ci t t à e p ro v i nci a i n cui ha s ede i l v o s t ro ent e, o nde ev i t are di s g ui di do v ut i a cas i di ent i co n l o s t es s o no me. QUOTE REGIONE LIGURIA (comprensive della quota nazionale) • Scuole materne, euro 80 • Istituti fino a 50 assistiti, euro 230 • Istituti da 50 a 100 assistiti, euro 265 • Istituti da 100 a 200 assistiti, euro 470 • Istituti con oltre 200 assistiti, euro 540 • Sostenitori, euro 850 Le quote devono essere versate sul conto corrente postale 43151281 intestato a Uneba - Via Pisa, 9/1 - 16146 Genova. Per informazioni: info@unebaliguria.it QUOTE REGIONE CALABRIA. La quo ta reg i o nal e annua è da s o mmare al l a quo ta nazi o nal e. • per enti che erogano servizi a carattere sociale: euro 5 a posto letto • per enti che erogano servizi a carattere sociosanitario: euro 10 a posto letto • per enti e associazioni di volontariato: 100 euro Le quote devono essere versate sul conto corrente bancario presso Banca Popolare del Mezzogiorno, agenzia di Santa Maria, interessato a Federazione regionale Uneba Calabria, Iban IT56B0525604401000000926170. E’ possibile versare assieme quota nazionale e quota regionale a Uneba Calabria, specificandolo nella causale. Per informazioni: Massimo Torregrossa, segreteria Uneba Calabria, mtorregrossa@betania. it, 0961 763169

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QUOTE REGIONE LOMBARDIA (comprensive della quota nazionale) • Scuole materne, euro 90 • Istituti per minori con meno di 50 assistiti, euro 200 • Istituti con meno di 50 assistiti, euro 430

• Istituti da 50 a 100 assistiti, euro 470 • Istituti da 101 a 200 assistiti, euro 750 • Istituti con oltre 200 assistiti, euro 950 • Sostenitori, euro 1400 Le quote possono essere versate con una di queste modalità: • sul conto corrente postale 17738204 intestato a Uneba - Piazza Fontana, 2 - 20122 Milano • sul conto corrente bancario intestato a Uneba Lombardia presso Credito Artigiano, agenzia di via Larga 7, Milano. Codice Iban: IT 45 X 0351201602000000088126 Per informazioni rivolgersi alla segreteria di Uneba Lombardia, aperta da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13. Tel. 02.7200.20.18 02.8556.361 fax 02.8556.361, uneba.milano@tin.it

QUOTE REGIONE PIEMONTE (comprensive della quota nazionale) • Scuole materne, euro 80 • Istituti con meno di 50 assistiti, euro 220 • Istituti da 50 a 100 assistiti, euro 280 • Istituti da 101 a 200 assistiti, euro 450 • Istituti con oltre 200 assistiti, euro 550 • Sostenitori, euro 1200 Le quote devono essere versate sul conto corrente postale 97389514 intestato a Uneba – Ass. Prov. TO – via San Giuseppe Benedetto Cottolengo 14 - 10152 Torino. Iban: IT55V0760101000000097389514 . Per informazioni contattare Uneba Piemonte: 011 5225560, info.piemonte@uneba.org QUOTE REGIONE TOSCANA (comprensive della quota nazionale) • Scuole materne, euro 55 • Istituti fino a 50 assistiti, euro 150 • Istituti da 50 a 100 assistiti, euro 185 • Istituti da 100 a 200 assistiti, euro 290 • Istituti con oltre 200 assistiti, euro 340 • Sostenitori, euro 650 Le quote devono essere versate sul conto corrente dell’UNEBA nazionale – Roma. QUOTE REGIONE VENETO (comprensive della quota nazionale) Per chi si iscrive per il primo anno a Uneba Veneto le quote sono ridotte del 50%. • Istituti con meno di 50 assistiti, euro 410. I° anno di iscrizione a Uneba Veneto: euro 205 • Istituti da 50 a 99 assistiti, euro 765. I° anno: euro 382,5 • Istituti da 100 a 199 assistiti, euro 1170. I° anno: euro 585 • Istituti oltre i 200 assistiti, euro 1520 . I° anno: euro 760 • Sostenitore, da euro 2500 Le quote di iscrizione vanno versate con bonifico bancario a favore di Uneba- Federazione Regionale Veneto, Codice IBAN: IT 28 E033 5901 6001 0000 0001 599 c/o Banca Prossima; causale: iscrizione Uneba 2013. Su www.uneba.org troverete la scheda di iscrizione, da inviare, assieme a copia dell’avvenuto bonifico, a info.veneto@uneba.org o al fax 049.6683013.


COLPO D’ALA

Questa pagina vuole essere un “colpo d’ala”, cioè una proposta per un momento di riflessione.

Da ciò che vuoi conoscere e misurare devi prendere congedo, almeno per un certo tempo. Solo quando avrai lasciato la città potrai vedere quanto alte si ergono le sue torri sopra le case.

Friederich Wilhelm Nietzsche

Bollettino ufficiale dell’UNEBA - Unione Nazionale Istituzioni e Iniziative di Assistenza Sociale Direttore Responsabile: MAURIZIO GIORDANO Redazione ed Amministrazione: 00185 Roma - Via Gioberti, 60 - Tel. 065943091 - Fax 0659602303 e - mail: info@uneba.it - sito internet: www.uneba.org Autorizzazione del Tribunale di Roma N. 88 del 21/2/1991 Progetto e realizzazione grafica: www.fabiodesimone.it Stampa: Consorzio AGE Arti Grafiche Europa - Roma

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Il giornale è inviato gratuitamente agli associati dell’UNEBA Finito di stampare nel dicembre 2012


Nuova Proposta gennaio febbraio 2013