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Bollettino ufficiale dell’UNEBA Unione Nazionale Istituzioni e Iniziative di Assistenza Sociale

FUGA NELLA FAMIGLIA

anno XXXVIII - n. 11/12 - 2012 Poste Italiane SpA spediz. in abb. post. 70% - C/RM/DBC


LA FUGA “Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì …” (Mt 2, 14). Una famiglia in fuga; a proteggerla non è sufficiente nemmeno la sua santità. Le mire del potere schiacciano ogni remora, anche morale. Erode è sempre presente; adatta al tempo volto e metodi –il costume, l’economia…- e provoca nuove fughe: della famiglia, nella famiglia. Prende forma così il nomadismo degli adulti attratti dal canto di nuove sirene –emozioni, amori …- e privi di impegno per la custodia di vincoli già esistenti; i giovani giustificano il proprio nomadismo con la ricerca di libertà che maschera spesso la fuga dell’assunzione delle responsabilità; si afferma in maniera strisciante il nomadismo della società (istituzioni comprese) in fuga dai doveri di protezione di genitori e bambini che hanno diritto alla serenità vissuta insieme; diventa realtà il nomadismo coatto dei vecchi… troppo lontani dai nuovi stili di vita. E intanto la famiglia che dovrebbe nascere è in fuga dal proprio progetto per la paura dell’incognito, per lo scoraggiamento di fronte alle disattenzioni altrui, per la scoperta delle calde comodità esistenti all’interno del proprio nucleo originario. Nucleo che diventa il porto di attracco per il rinvio delle partenze o per un più o meno rapido rientro. Il “cordone” cerca una nuova saldatura e i vecchi debbono assumersi il peso di una maternità-paternità di ritorno, gravata dall’onere di una educazione da inventare per ridurre il rischio della frustrazione depressiva dei giovani, indotta dal pensiero del fallimento. Così che accogliendo con l’amore di sempre i figli adulti che restano in casa o che ritornano, i vecchi scoprono di doversi porre - anche al di fuori della triste contingenza dell’handicap - un interrogativo mai immaginato: di nostro figlio, cosa sarà “dopo di noi”? GP. M.

SOMMARIO

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La Fuga Piccola bussola di orientamento politico Echi dal XIV Congresso Figli a tempo indeterminato Adozione/ adozioni Garante per l’infanzia: ecco il regolamento Spending review ed Enti non profit Dalla crisi al cambiamento Norme giuridiche e giurisprudenza Istat e non profit Colpo d’ala


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PICCOLA BUSSOLA DI ORIENTAMENTO POLITICO di Mari o Serafi n

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ropongo alcuni pensieri elementari, una piccola bussola per orientarci in questa stagione nella quale abbiamo tante ragioni per essere delusi e insoddisfatti dalla politica. Avvertiamo inadeguatezze e confusioni nelle scelte che ci si offrono per le prossime scadenze: elezioni amministrative in molti Comuni, elezioni regionali anticipate in Lazio, Lombardia e Molise (dopo quelle in Sicilia), elezioni politiche. Difficilmente potremo votare per Camera e Senato con una buona legge. Tuttavia la protesta, il populismo, l’astensione non recano rimedio alla situazione alla quale siamo stati portati. Con responsabilità chiaramente imputabili. Che qui non importa richiamare. Le idealità ci stimolano a maturare le nostre scelte con impegno a capire, con criteri di valore nel giudicare. Pri mo pens i ero , per chi è impegnato nel mondo della scuola, dell’assistenza sociale, del terzo settore e per chi, coinvolto come genitore o anche come nonno, guarda avanti, al futuro di figli e nipoti: l a fo rmazi o ne umana. Dobbiamo scoprire e favorire posizioni politiche consapevoli che, nella scala delle priorità, occorre destinare azioni e risorse adeguate alla scuola, a una seria preparazione culturale e professionale dei giovani, ad evitarne la dispersione, a prevenirne e curarne i disagi e le disabilità, a sostenere le famiglie nella loro fondamentale funzione educativa. Bisogna puntare a buone scuole per tutti, a scuole di eccellenza per la ricerca e lo sviluppo. Lo sforzo pubblico inadeguato per il sistema educativo è conseguenza non solo dell’insensibilità dei governanti, ma anche di una sottovalutazione a livello di opinione pubblica. Al t ro p un t o di o ri e n t ame n t o , secondo in questo mio elenco, e però Stella Polare: l a Co s t i t uz i o n e . C’è chi parla di terza Repubblica, dopo la seconda degli ultimi vent’anni. Ma la Repubblica italiana è sempre retta dalla Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Può essere modificata, specie nella sua seconda parte sull’ordinamento dei poteri, ma i principi fondamentali, gli ambiti di li-

bertà, responsabilità e solidarietà delineati sui diritti e doveri dei cittadini, sui loro rapporti civili, etico - sociali, economici, politici, restano riferimento tuttora valido e ineludibile per la nostra società. Un modo per giudicare candidature e posizioni politiche è quello di prestare attenzione alla simpatia, all’indifferenza o all’ostilità verso la nostra Costituzione: “la più bella del mondo”, nel racconto di Roberto Benigni e nella coscienza degli italiani che la conoscono e la sentono frutto mirabile dell’incontro tra culture radicate nella nostra storia, risultato del crogiolo tragico di una guerra tremenda, dal quale i costituenti hanno tratto un percorso ispiratore e programmatico lungo il quale c’è ancora tanta strada da fare. La Costituzione della Repubblica Italiana ci fa figurare tra i popoli che si sono dati per il loro ordinamento i principi del miglior costituzionalismo democratico. Per esempio, il principio che “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Ecco al l o ra un terzo punto cardi nal e: la presenza attiva i n Euro pa e nel mo ndo . E’ miope una politica che guardi solo al proprio “particulare” o sia attenta solo alle questioni di casa. Nel mondo siamo sempre più interdipendenti. In Europa l’integrazione è un traguardo alto, perseguito con tenacia dai nostri statisti più lungimiranti. Non si può regredire, specialmente dall’euro. Ma non è solo l’economia e la finanza, il risanamento dei conti, a dover motivare la collaborazione tra gli stati europei. Solo la loro unione, sempre più politica, sempre meno inceppata da nazionalismi anacronistici, può rendere l’Europa interlocutore dei paesi giganti, Stati Uniti e Cina, ma anche India, Brasile, Russia, può abilitare a svolgere un ruolo di promozione e crescita verso l’Africa e l’America Latina. La globalizzazione significa che il mondo è interconnesso. I problemi planetari richiedono integrazioni, e l’Italia - in Europa e nel mondo - è un crocevia dal quale gover-


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INCERTEZZA E INQUIETUDINE ...

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a società italiana sta attraversando una fase di profonda incertezza e inquietudine, nella quale forse sarebbe da rivisitare e più fortemente affermare la nozione di “ bene comune” o quella di “interesse generale”. E ciò non solo per proseguire, rafforzandola, la collaborazione tra Stato e Chiesa nell’ottica dell’Accordo del 1984, ma per suscitare tra gli italiani una più diffusa presa di coscienza e mobilitazione morale e civile. La profonda incertezza e inquietudine di cui dicevo nasce certamente dall’asprezza delle prove cui l’Italia, al pari di altri paesi, è sottoposta per effetto della crisi finanziaria ed economica nel contesto di un’Europa non abbastanza unita, solidale e lungimirante. E quel che in Italia acuisce l’incertezza, e produce grave disorientamento. È l’inadeguatezza del quadro politico a offrire punti di riferimento e prospettive, percorso com’è da spinte centrifughe e tendenze alla frammentazione. Per non parlare dei fenomeni di degrado del costume e di scivolamento nell’illegalità che, insieme con annose inefficienze istituzionali e amministrative, provocano una fuorviante rifiuto della politica. Quel che rischia di perdersi è proprio il senso del “ bene comune”, dell’“interesse generale”, che dovrebbe spingere a una larghissima assunzione di responsabilità, ad ogni livello della società, in funzione dei cambiamenti divenuti indispensabili non solo nel modo di essere delle istituzioni ma nei comportamenti individuali e collettivi, nei modi di concepire benessere e progresso e di cooperare all’avvio di un nuovo sviluppo del paese nel quadro dell’Europa unita, uno sviluppo sostenibile da tutti i punti di vista. Dall’interv ento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Conv egno di Assisi (Ottobre 2012) sul dialogo interreligioso. nanti autorevoli e forze politiche capaci di vista lunga possono contribuire al progresso e alla pace dei popoli. Occorre senso della storia, che ci fa apprezzare il premio Nobel per la pace dato all’Unione Europea e sperare che esso non sia solo riconoscimento dei traguardi raggiunti nella pacificazione tra Stati divisi e combattutisi in più guerre, ma valga anche come stimolo per un salto di qualità verso passi concreti di unione politica, verso collaborazioni di fronte agli andamenti demografici e all’esigenza di atteggiamenti lungimiranti riguardo alle migrazioni. E o cco rre co s ci enza che l a po l i ti ca non è migliore della società e della sua cultura. Ecco un quarto punto di orientamento: la circolarità, la corresponsabilità nei rappo rti tra s cuo l a, cul tura e s o ci età. E quindi anche con la politica. Ne sentii parlare, tanti anni fa, nel 1955, a un congresso nazionale del Movimento Studenti della Giac, la gioventù di Azione Cattolica, da Aldo Moro, un uomo che ha pagato con la vita il suo impegno politico. Su tale circolarità ci svolse un ragionamento che mi pare sempre valido e che qui riassumo. La scuola serve alla vita umana e sociale. Deve dare formazione personale, coscienza del valore di ciascuno e del valore di ogni altra persona. Così dà la consapevolezza della necessità ideale, morale, della collaborazione e della solidarietà sociale. Naturalmente, su questa base formativa, umana, “la scuola deve necessariamente, in funzione della società, far acquisire ai giovani anche

un’idoneità tecnica, deve dar loro, in vista del futuro compito sociale, delle nozioni, delle abilità, delle capacità di fare, di operare utilmente nell’ambito della vita sociale a servizio degli uomini”. E cos’è la cultura? Moro, in quel contesto, rispose così: “La cultura è creata dalla scuola, parte dalla scuola, anche se a formarla contribuiscono forze che non si possono ricondurre alla scuola”. La cultura è il complesso dei valori che sono perennemente trasmessi dalla scuola e dalla scuola vengono posti al servizio della società. La cultura che cos’è se non il volto che assume in concreto la società? “Togliete la cultura dalla società, togliete queste idee, queste esigenze morali, e la società è nulla. La società è perciò tale quale risulta dalla cultura in cui vive e cioè tale e quale la forma la scuola con il suo servizio costruttivo”. Ecco centrata, per Moro, la visione dei rapporti tra i tre termini: la scuola è cultura che si forma, che si aggiorna, che si arricchisce; la scuola è lo sforzo che la società compie per migliorarsi, accrescersi, perfezionarsi; la società è quale la fa la scuola, ma la scuola è quale la fa la società (e alla fine la politica) da cui essa è espressa. In questa piccola bussola mi pare che tutto si tiene. Detto in breve: il nostro stare insieme, di società e politica, è espressione della cultura che manifestiamo come popolo. Perché la nostra cultura di popolo sia migliore, occorre investire energie e attenzioni sulla scuola e sull’educazione. Per una formazione umana all’altezza delle esigenze e dei segni dei tempi, “torniamo alla Costituzione”.


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ECHI DAL XIV CONGRESSO di Mauri zi o Gi o rdano

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e mozioni, che abbiamo ora approvato nelle loro linee essenziali e che consegniamo al Consiglio nazionale per una loro definitiva formulazione alla luce del dibattito intercorso e, soprattutto, per la loro attuazione nel prossimo quadriennio, co s ti tui s co no l e v ere co ncl us i o ni di questo nostro XIV Congresso. Ma a me piace rileggerle secondo alcune indicazioni che mi sembra siano chiaramente emerse in questi giorni di intenso lavoro. Ernesto Burattin ha parlato di un nostro agire figlio dell’antropologia cristiana che è nel nostro DNA. Bassano Baroni e Luca Degani hanno affiancato la coerenza con i principi fondamentali di solidarietà, sussidiarietà, dovere di contribuire al progresso del Paese che sono alla base della nostra Costituzione. Entrambe queste fonti di ispirazione e queste radici sono presenti nel nostro Statuto e definiscono identità e valori dell’UNEBA; ad entrambe dobbiamo restare fedeli a pena di tradire i nostri “primi” sessantadue anni di vita, durante i quali abbiamo attraversato momenti difficili, abbiamo combattuto battaglie che molti davano per perse; ma sempre abbiamo tenuto la rotta, sempre abbiamo saputo lavorare insieme con spirito di fraternità e di servizio. E’ questa la pri ma i ndi cazi o ne che ci viene dal XIV Congresso ed è un forte invito a mantenere fermi i valori fondanti della nostra Associazione e salda l’amicizia che ci lega, pur nella diversità di esperienze, professionalità, provenienze anche geografiche. Nelle relazioni, tutte di alto livello ho intuito un comune filo conduttore: siamo nel pieno di una crisi planetaria, meno evidente in alcuni Paesi, grave in molti, molto grave in alcuni tra cui l’Italia. Certamente la supereremo (“ha da passà a nuttata!” diceva Eduardo De Filippo), ma anche quando riprenderemo a crescere – ma quale crescita vogliamo: dei consumi e delle produzioni o della qualità della vita e dell’equità distributiva? – le cose non saranno più come prima, i “tagli” non saranno ricuciti, le riduzioni resteranno; non avremo più le sentenze “additive” della Corte costituzionale, con le loro ricadute sulla finanza pubblica; l’art. 81 della Costituzione sarà

più cogente; le autonomie locali dovranno avere i conti in ordine e non ci sarà più lo Stato centrale a ripianarne i defict aumentando il debito pubblico nazionale. E’ una politica corretta nelle sue linee generali, ma che, almeno a breve-medio termine, non lascia spazio per maggiori finanziamenti al sistema di protezione sociale, nonostante che per incidenza sul PIL la nostra spesa sociale sia al di sotto della media europea. Dunque, e questa è la s eco nda i ndi cazi o ne del Congresso, dobbiamo impegnarci in un progetto culturale che promuova un riequilibrio interno con un diverso rapporto tra investimenti (giacché la spesa sociale è investimento e non peso o costo improduttivo!) in previdenza, sanità, assistenza: meno spesa per pensioni, meno trasferimenti monetari, più famiglia, più giovani, più servizi! Sarà una battaglia difficile e lunga, ma dobbiamo attrezzarci per vincerla, per fronteggiare i tanti interessi al mantenimento dello status quo. Ma anche noi dobbiamo cambiare, anche il non profit deve sapersi ripensare: questa è la terza i ndi cazi o ne che ci viene dal Congresso. Dobbiamo sistematizzare e razionalizzare la nostra presenza tenendo presente che esiste un’economia del non profit che,


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come tale, non può che essere basata sulla teoria della domanda e sulla teoria dell’offerta. Versante della domanda. Va considerato che in tutte le transazioni finanziarie esiste conflitto di interessi tra consumatori (domanda) e produttori (offerta) di beni e servizi: i primi chiedono qualità e quantità a prezzi ridotti; i secondi l’ottimizzazione dei risultati. Nei beni e servizi di interesse generale (tra i quali i servizi sociali) il mercato ha fallito incontra il suo limite nel fatto che le sue scelte non coincidono con l’interesse collettivo, ma sono determinate dalla possibilità di profitto; il pubblico, in parte ha fallito (quando si tratta di servizi a forte valenza personale), in parte ha deciso di fare un passo indietro o di non intervenire (difficoltà della finanza pubblica, eccesso di burocratizzazione, insoddisfacente motivazione). Versante dell’offerta. Il settore non profit: da un lato è simile a quello pubblico in quanto offre servizi collettivi e meritori; dall’altro è simile a quello privato perché non ha il potere di imporre tasse (è sul mercato) ed adotta logiche imprenditoriali (efficacia, efficienza, economicità). Ma un’organizzazione non profit può essere istituita soltanto in presenza di imprenditori che ritengono che il flusso di benefici futuri derivanti da essa possa essere maggiore di quello offerto da altre forme organizzative e da altri settori di intervento e questo dipende da molti fattori, sia “egoistici” che “altruistici”: tra i primi, la possibilità di operare forme di distribuzione di utili nascosti (economici, di immagine, politici, culturali, etc), godendo di vantaggi legislativi e fiscali; tra i secondi, le motivazioni ideologiche di tipo religioso, sociale, personale. Per tutti comunque valgono i criteri della meritorietà dei beni e servizi offerti dal non profit e questi soli giustificano trattamenti di favore fiscale e normative e prassi semplificate. Nel porre il problema dell’economia del terzo settore non possiamo però dimenticare che le tappe dell’evoluzione dello Stato sociale in Italia si sono snodate esclusivamente attraverso la via pubblica, facendosi coincidere l’esercizio della funzione pubblica con la fornitura diretta dei beni e servizi pubblici; e questo per tutte le sub-funzioni: formazione, programmazione, coordinamento, finanziamento, gestione del servizio, controllo. Ed è solo alla fine del Novecento (soprattutto con le leggi generali degli anni ‘90: fondazioni bancarie, volontariato, ON-

LUS, associazioni di promozione sociale, cooperative sociali fino alla configurazione giuridica dell’impresa sociale del 2005) che la sub-funzione “gestione” viene delegata, restando il resto in mani pubbliche e quasi totalmente decentrato a livello locale dove al massimo vengono realizzate forme di partecipazione consultiva e si fa spesso ricorso a formule di esternalizzazione fittizia. E’ qui che si pone la domanda se sia lecito parlare di aziende non profit o si debba continuare a usare il termine ambiguo di “organismi” non profit, facendosi, a torto, coincidere il concetto di azienda esclusivamente con quello di soggetto con finalità di massimizzazione del profitto. Ma se andiamo a vedere quali sono le caratteristiche fondamentali del concetto di azienda, possiamo riscontrare forti elementi di identità, essendo l’azienda contraddistinta da caratteristiche che sono proprie anche dei soggetti non lucrativi: autonomia, indipendenza economica, durabilità, produzione di ricchezza (non solo beni, anche servizi), organizzazione conforme alle finalità. Di queste caratteristiche solo quella dell’indipendenza economica può presentare problemi, data la forte componente di “commesse” pubbliche. Ma, agendo le nostre strutture in un’area che potremmo definire di “ben-essere”, siamo in presenza di un campo in cui il mercato è per sua natura inadeguato, proprio in virtù dei suoi fini di ricerca del massimo profitto. Sono quelli che Campiglio chiama i “peccati” del mercato, che traduce in un fortunato acrostico in lingua inglese (SINS appunto: peccati), in cui vengono individuate le domande di ben-essere cui il mercato non sa e non può rispondere. E sono: la domanda di Stabilità, l’eliminazione delle Ineguaglianze, la capacità di rispondere alle Necessità dei più fragili, il bisogno di Sicurezza. Questa terza indicazione, che raccoglie le sfide lanciate da Barbetta e da Foglietta, deve rappresentare il nostro maggiore impegno per ripensare, ricollocare, riqualificare il terzo settore e per sostenere il cambiamento dei soggetti che lo compongono in una logica “aziendale”, pur mantenendone l’essenziale condizione della mancanza di perseguimento di ogni forma di utile diretto o indiretto ed i valori e l’identità di cui abbiamo già parlato. Come ho già fatto rilevare in apertura di Congresso, è la prima volta che dedichiamo un’intera sessione alla discussione sul grado di capacità dell’UNEBA di corrispondere alle richieste degli associati ed all’analisi dei loro punti di vista, e lo abbiamo fatto sulla base


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dei dati contenuti nella scheda fatta loro pervenire e delle tabelle elaborate dall’ottimo Tommaso Bisagno (al cui lavoro di gestione del sito UNEBA e di pubblicazione della news letterdeve andare il nostro plauso ed il nostro riconoscimento). E’ una materia sulla quale dovremo tornare, tenendo conto anche delle osservazioni di Foglietta, per meglio leggere la nostra realtà, i nostri punti deboli, i nostri punti di forza. Mi ha piacevolmente sorpreso il giudizio sostanzialmente positivo che i nostri associati danno dell’azione dell’UNEBA: in una scala da 1 a 10, prendendo i giudizi compresi tra 7 e 10, il 59% valuta positivamente l’attività dell’associazione (il 14% da un voto negativo, da 1 a 4), il 42% valuta positivamente la presenza nelle sedi pubbliche e nelle istituzioni (17% dà un voto negativo compreso da 1 a 4), il 48% valuta positivamente l’incisività dell’azione (19% negativamente), il 66% valuta positivamente i servizi in favore degli associati (negativo il 12%). Ne potremmo desumere che siamo sulla buona strada. Penso comunque che lo specchio da un lato ci restituisca un’immagine un po’ troppo benevola quando si guardi all’intero territorio nazionale, dall’altro ci indichi la via per un nostro rafforzamento. La presenza, qui a Loano, di Regioni prima assenti (Umbria, Basilicata), i cambiamenti che stanno avvenendo in altre (Calabria, Puglia, Sicilia), il consolidamento di Sardegna e Campania (e ricordo l’apprezzamento e la solidarietà espressa da tutti per la decisa azione di Pirillo e Cicia nella drammatica situazione napoletana) fanno bene sperare per una maggiore rappresentatività dell’UNEBA in tutto il territorio nazionale. Abbiamo alcuni consolidati punti di forza: credibilità personale e associativa confermata da una lunga storia che fa di noi l’associazione più antica e rappresentativa

del settore; presenza nelle reti ecclesiali e civili di rilievo nazionale e locale; professionalità elevata e diversificata. Abbiamo strumenti ormai collaudati, quali l’Osservatorio del lavoro, il nucleo giuridico, un sito completo e sempre aggiornato, mezzi di comunicazione (il bimestrale Nuova Proposta e la news letter) apprezzati e a larga diffusione. Abbiamo elaborato e messo a disposizione degli associati una serie di manuali e testi di primaria importanza per la gestione delle strutture: il codice comportamentale e il codice etico necessari ai fini della delimitazione delle responsabilità degli amministratori e del personale in applicazione del decreto legislativo n. 231/2001, il mansionario, il manuale disciplinare, la raccolta dei quesiti in materia di diritto del lavoro e di applicazione del CCNL. Probabilmente è a questo complesso di fattori che si deve il giudizio sostanzialmente positivo dei nostri associati, ma ne va data – a mio parere – una lettura finalizzata al nostro sviluppo: quanto tutti insieme abbiamo fatto e stiamo facendo costituisce la base minima associativa, bisogna andare oltre non solo quanto ad efficacia ed efficienza nel corrispondere alle attese delle istituzioni e iniziative che fanno riferimento all’UNEBA, quanto e soprattutto nella capacità di condizionare le scelte legislative e programmatorie, nello sforzo di essere sempre più percepiti come l’organizzazione rappresentativa di questo mondo che costituisce parte significativa ed indispensabile del sistema sociale italiano, nell’elaborazione di idee, processi, tecniche, nell’essere movimento anticipatore dei tempi, nella circolazione di idee ed esperienze. Ma cosa è questo se non i contenuti dell’indicazione (la quarta i ndi cazi o ne) di mantenere aperto questo Congresso, nel senso di conservarne la tensione, di proseguire negli approfondimenti in questi giorni avviati attraverso una serie di seminari a tema, di verificare in ogni momento le nostre capacità di risposta, di sostenere con continuità le realtà regionali meno strutturate? Giovedì avevo aperto il Congresso, leggendo alcuni passi dell’omelia pronunciata nell’agosto del 2011 dal Cardinale Bagnasco al Santuario della Madonna della Guardia di


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Genova; oggi lo chiudo ricordando l’intervento del Cardinale Martini al Convegno organizzato a Milano dall’UNEBA il 17 marzo 1997 con l’allora anticipatore tema “La società italiana verso il 2000: opportunità e prospettive del Terzo settore”. Dopo essersi schermito denunciando con grande modestia la propria incompetenza, l’Arcivescovo di Milano espose otto tesi sui valori umani e cristiani degli enti non profit che così sintetizzo: 1) E’ tema antico nell’esperienza cristiana, connesso con essa. Va collocato in un quadro economico molto più ampio e non funzionale ad interessi di parte. E’ promozionale e seminale in quanto generatore di altri modelli di sviluppo; è globale; riconosce altre priorità; tocca da vicino l’esperienza della Chiesa. Tema antico nonostante i neologismi: si pensi al Medioevo, con le confraternite, i Monti di Pietà, le opere pie, o all’Ottocento con i santi sociali. Ma nuovo e complesso nel modo di considerare questa realtà, di porla nel contesto legislativo, fiscale, amministrativo, economico. 2) E’ realtà nativamente affine al sentire cristiano: gratuità e dono sono caratteristici dello spirito evangelico e “possiamo dire che tutta la Chiesa e tutta l’organizzazione ecclesiale è fondata sulla gratuità”: senza di loro cadrebbero tutte le istituzioni del cristianesimo. Ma non esclusiva del cristianesimo, anzi punto di incontro con altre sensibilità religiose e modi di vivere al servizio dell’uomo. 3) Si colloca in un contesto ampio e non deve comportare mancata attenzione ai settori dello Stato e dell’Impresa, né chiusura soltanto nel sociale rifiutando l’impegno nella politica o nell’economia. Impegno nell’economia, per fare spazio a quelle teorie economiche che guardano sì al profitto, ma siano anche attente ai problemi generali; e impegno nello Stato (e nella politica) inteso quale sede di progettazione, ricerca, studio, confronto, applicazioni per un ordinato ed equo convivere economico e sociale. 4) E’ realtà non funzionale a interessi particolari. E quindi non limitarsi a chiedere pur giusti riconoscimenti ed agevolazioni, ma sollecitare un’idea costituzionale di Stato che rimuove gli ostacoli (art. 2 e 3 della Costituzione), che fa spazio alla libertà e responsabilità delle persone singole e associate per la costruzione di una società equa e solidale. Né lo Stato né il mercato – entrambi necessari – sono suffi-

cienti; di qui l’urgenza di dare fiato e spazio alla società civile, intesa come insieme dei singoli, delle famiglie, dei corpi intermedi. “In tale prospettiva è assai importante valorizzare il Terzo settore e, più generalmente, tutte le diverse espressioni del pubblico libero e del privato imprenditivo nelle modalità di azione (anche se non orientato al profitto) e capace di innovarsi sul piano dell’innovazione sociale”. 5) E’ promozionale, o seminale, cioè capace di generare altri impegni e cammini nella società. Occasione preziosa per ricostruire un tessuto sociale, che rinnovi o proponga valori di solidarietà e di attenzione alla persona, di inventiva, di capacità di coinvolgimento. Promuove un comune sentire, fondamentale anche per garantire gli altri due settori (Stato, mercato). 6) Il non profit non opera solo nel campo solidaristico in senso stretto, ma abbraccia tutti i campi dello sviluppo della persona: culturale, sportivo, ricreativo, ambientale, etc. 7) Deve far emergere come primaria quella molteplice catena di relazioni che è il fondamento della società, in quanto è “derivato” rispetto a settori più radicali e può costituire lo sviluppo naturale della famiglia e delle mille modalità quotidiane e personali di volontariato e di relazionalità. 8) E’ un mondo nel quale rientrano una moltitudine di enti promossi da realtà umanistiche, religiose, ecclesiali (ed anche gli enti ecclesiastici stricto sensu). E’ di per sé espressione e realizzazione del pluralismo. Il cardinal Martini terminò citando la Centesimus annus: “Oggi più che mai la Chiesa è cosciente che il suo messaggio sociale troverà credibilità nella testimonianza delle opere, prima che nella sua coerenza e logica interna”. Concludiamo questo nostro Congresso parafrasando ed applicando questo concetto di testimonianza alla realtà civile; potremmo allora dire che ogni Nazione deve essere cosciente che la realizzazione delle sue fondamentali funzioni di promozione dello sviluppo del ben-essere della comunità e delle persone e di garanzia di equità dipende in gran parte dalla sua capacità di valorizzare ed agevolare tutte le forze economiche e sociali presenti nella società e di inclinarle concretamente verso il bene comune. E tra queste le iniziative che, senza scopi lucrativi, si pongono fini di interesse generale occupano un ruolo di assoluto rilievo.


FAMIGLIA 9

FIGLI A TEMPO INDETERMINATO di Renato Fri sanco

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’ comprovato che l’emancipazione dalla famiglia di origine è oggi il passaggio evolutivo che comporta le più grandi difficoltà per un figlio maggiorenne ed è tale da ritardare tutti gli eventi successivi come il matrimonio e la nascita del primo figlio. Alla solidità dei legami familiari, tipica del nostro Paese marcatamente familista, si aggiungono le asperità del mondo del lavoro, scarsamente inclusivo nei confronti dei giovani, relegati tuttalpiù a forme contrattuali a termine, a progetto, in condizione di precarietà continuata. Le difficoltà a realizzare un inserimento lavorativo fisiologico, ovvero al termine degli studi e dopo un normale tirocinio professionale, incidono anche sull’inserimento sociale e quindi sulla pienezza di esercizio di un ruolo adulto. E producono una connotazione negativa nell’immaginario collettivo di cui l’espressione più incisiva e semplicistica è sicuramente quella di “bamboccione”. La sci al uppa di sal vataggi o L’unica scialuppa di salvataggio per i giovani di oggi è la famiglia che è in grado di rendere meno traumatico il loro passaggio da un’adolescenza protratta - tra carriera scolastica e lungo tirocinio al lavoro - alle responsabilità adulte. Inoltre essa è un “capitale sociale” utilizzabile per dare un “aiutino” ai propri figli, fungendo da canale di invio, se non proprio da corsia preferenziale per collocarli al lavoro, la meta sociale oggi più preziosa e ambita perché merce rara. L’istituzione della “raccomandazione” è tipica proprio di un contesto dove la famiglia è forte e il mercato del lavoro è debole, dove la discrezionalità ha la meglio sul merito, l’appartenenza (“a chi appartieni?” o “chi ti manda?”) sulla competenza (“cosa sai fare?”). Tuttavia anche la famiglia ha oggi i suoi problemi

perché si è oggettivamente indebolita, frammentata in ragione dei fenomeni di assottigliamento (riduzione del numero medio dei suoi componenti), di dissoluzione (separazioni, divorzi), di frammentazione (crescita di nuclei di singoli e di famiglie atipiche per composizione) e quindi fa più fatica ad ammortizzare i fenomeni sociali caratterizzati da una lunga crisi economico-produttiva. Inoltre la famiglia è oggi paradossalmente sostenitrice dello Stato in quanto il principale finanziatore del debito pubblico, il terminale di tutte le politiche di sacrifici oggi richiesti alla popolazione. Si potrebbe parlare dell’affermazione di una “sussidiarietà alla rovescia”. A fronte di un welfare familiare essenziale per molti giovani e compensativo delle carenze dell’intervento pubblico, lo Stato, così come l’Unione Europea, non riescono ad esprimere una organica politica di sostegno delle funzioni familiari, essenziale soggetto intermedio tra il singolo e la comunità. E’ propri o una scel ta saggi a? La spesa per le famiglie è parte irrisoria del PIL e l’Italia nella graduatoria europea è il fanalino di coda. Solo in parte riescono a lenire questo vuoto le politiche regionali dalla fine degli anni ’80 sono state emanate


FAMIGLIA

da quasi tutte le Regioni specifiche leggi di promozione delle politiche familiari - e gli interventi degli enti locali. La pochezza realizzativa delle strategie nazionali family frendly - nonostante le invocazioni rituali nelle campagne elettorali e gli annunci dei partiti - espresse dai Piani nazionali per la famiglia (l’ultimo è quello del giugno 2011) e per l’Infanzia (strettamente correlato), si misura oggi con la pochezza degli investimenti e delle stesse risorse correnti. L’idea di una spesa sociale come aggravio del debito pubblico prevale decisamente sull’approccio alle politiche sociali come fattore di sviluppo della società e quindi anche economico. E’ evidente che un numero maggiore di asili nido favorirebbe l’occupazione femminile così come prevenire gli effetti assistenziali più conclamati della autosufficienza degli anziani, ne riduce nel lungo periodo la relativa spesa assistenziale. La ri cerca “Col di retti - Censi s” Tornando all’oggetto specifico di questo contributo la convivenza nelle famiglie tra giovani e loro genitori è oggi prolungata oltre i limiti fisiologici per la penuria delle condizioni esterne di acquisizione di un lavoro stabile e di una abitazione sostenibile economicamente da parte dei figli. E’ evidente quindi che un italiano su tre abiti con i genitori - secondo una recente indagine Coldiretti/Censis: “Crisi: vivere insieme, vivere meglio” - e il 42,3% ha comunque la madre che abita ad un massimo di trenta minuti dalla sua abitazione. L’ambito familiare costituisce un rifugio per i figli che tornano dagli studi universitari condotti in altra città e che sono in attesa di un lavoro o per coloro che vi fanno ritorno dopo aver sperimentano una rottura matrimoniale o del rapporto di convivenza (i cosiddetti “giovani boomerang”), oppure per giovani

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coppie in attesa di una sistemazione abitativa autonoma. La famiglia talvolta sostiene una spesa (ad esempio, il matrimonio del figlio o l’anticipo di un investimento sulla casa) e diviene l’interlocutore di garanzia presso le banche qualora sia necessario accedere ad un mutuo per la casa o chiedere un prestito. Genitori, nonni e zii, questi ultimi soprattutto se non coniugati, concorrono a sollevare i figli e i nipoti dalle preoccupazioni economiche e di inserimento sociale e ciò costituisce un fattore di rinsaldamento dei legami familiari, della famiglia allargata, per quanto costituita da membri non coabitanti. Oltre ad un fenomeno di soccorso nei confronti dei giovani in attesa di un inserimento socio-lavorativo autonomo, si nota una propensione della famiglia a ricomporsi dopo le smagliature di una stagione centrata sull’individualismo consumista e sulla esasperata ricerca dell’affermazione come single da parte dei suoi membri. Per cui vi sono percentuali importanti di adulti tra i 30 e i 45 anni, ma anche tra i 45 e i 64 anni che coabitano con altri membri della famiglia di origine o che li frequentano con regolarità. Sembra manifestarsi un crescente “desiderio di fare comunità”, come affermano i ricercatori Coldiretti/Censis, e tale desiderio riguarderebbe proprio buona parte delle persone sole. Non è questo in Italia un fenomeno nuovo ma è andato ad ampliarsi con la crisi determinando ricadute sia di segno positivo che negativo. Tra queste ultime segnaliamo la ripercussione sulle pari opportunità, per le differenziate possibilità d’aiuto ricevuto in famiglia, sul ruolo della donna che torna ad essere “angelo del focolare” e risorsa fondamentale per l’assistenza dei membri non autosufficienti, sul rischio di comportamenti familistici non coerenti con i valori di solidarietà e di merito. Le ricerche attestano che il clima familiare non è conflittuale o di-


FAMIGLIA

MODELLI E TIPOLOGIE FAMILIARI

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a famiglia italiana si trova oggi in una “transizione permanente” come rilevano gli studiosi di questa cellula fondamentale della convivenza umana. Essa è alle prese con l’incrociarsi di fenomeni demografici e socioeconomici presenti anche nel nostro Paese, peraltro caratterizzato più di altri da un contesto marcatamente familista. La prima tendenza determinata da tali fenomeni è la mi nor propensi one a sposarsi (da 7.5 matrimoni per 1.000 abitanti del 1971 al 3.8 del 2009) e una dilatazione nel tempo di questo cambio di status per il concorso di varie cause: il prolungamento della permanenza dei figli nella famiglia di origine, il loro ciclo di studi più lungo, in specie per le figlie, la diminuzione della popolazione giovanile (Tab. 1). Chi arriva al matrimonio ha un’età medi a pi ù avanzata (33 anni l’uomo e 30 la donna), diviene genitore in una fase matura della vita e nel pieno della carriera professionale, elementi che impediscono spesso alle coppie di avere più di due figli, che più spesso infatti ne hanno solo uno. Anche la laicizzazione della società determina via via un accostamento progressivamente maggiore al ri to ci vi l e del matri moni o (dal 3, 9% del 1971 al 37, 2% del 2009), a cui contribuisce la crescita di incidenza (14% del totale) di matrimoni misti tra autoctoni e stranieri (o di soli stranieri), di matrimoni successivi al primo per scioglimento della precedente unione (“famiglie ricostituite”), nonché della convivenza prematrimoniale (un quarto delle coppie, 2.1 anni in media di durata), anche se prevalentemente vissuta come periodo di prova (Tab. 2).

Tab. 1. NUMERO E VARIAZIONE % DI MATRIMONI NEL TEMPO, QUOZIENTE IN RELAZIONE ALLA POPOLAZIONE E PRINCIPALI CARATTERIS TICHE ANNO Numero Variazione % Matrimoni di cui % con % con almeno un matrimoni 1971=100 per 1.000 ab. rito civile coniuge straniero 1971 404.464 100 7, 5 3, 9 --1981 316.953 78, 4 5, 6 12, 7 --1991 312.061 77, 1 5, 5 17, 5 --2001 264.026 65, 3 4, 6 27, 1 8, 1 2007 250.360 61, 9 4, 2 34, 6 13, 8 2009 230.613 57, 0 3, 8 37, 2 13, 9 Fonte: elaborazione su dati ISTAT, Il matrimonio in Italia, 2009

TA B. 2. MATRIMONI PER TIPOLOGIA DI COPPIA, RITO E TIPO DI MATRIMONIO NEL 2009 TIPOLOGIA SPOSI ENTRAMBI ITALIANI TOTALE MATRIMONI Matrimoni Matrimoni Totale Matrimoni Matrimoni Totale Religiosi% Civili % % Religiosi% Civili % % Primi matrimoni 78, 6 21, 4 100 71, 7 28, 3 100 Matrimoni successivi 11, 2 88, 8 100 9, 1 90, 9 100 Totali 140.167 58.387 198.554 144.842 85.771 230.613 Fonte: elaborazione su dati ISTAT, Il matrimonio in Italia, 2009

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sarmonico in un contesto che garantisce ai figli anche gradi importanti di libertà e di autonomia. Si tratta di una convivenza tra adulti con aspettative reciproche di tolleranza, di mutuo aiuto e di recupero di aspetti e valori di convivialità che sembravano memoria del passato. Il dialogo tra le generazioni ci guadagna così come una reciproca trasmissione di saperi. La ricerca sopra citata rivela anche il “piacere di stare insieme”, condividere i riti del mangiare insieme, della preparazione di alimenti fatti in casa, con un “fai da te” che si associa alla propensione agli acquisti di pro-

dotti locali a chilometro zero, oltre ad una vita relazionale più intensa e meno esposta ai rischi di anomia, soprattutto nelle grandi città, in un’epoca di crisi induttrice di una maggiore chiusura e di ricerca del proprio tornaconto personale. E’ evidente che famiglia e comunità costituisce un binomio felice nella misura in cui la singola famiglia sa aprirsi anche alle altre per scopi di socializzazione così come di partecipazione alla vita della comunità e se i suoi membri recuperano, a partire dalla sicurezza del calore domestico, un rapporto fiduciario con la realtà esterna.


FAMIGLIA

ADOZIONE/ADOZIONI La legge 431/1967 introduce il principio che anche i bambini in situazione di abbandono definitivo hanno il diritto ad avere una famiglia.

di Gi ovanni S antone

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ul concetto di adozione c è stata nel tempo una evoluzione nelle forme e nei contenuti. Premesso che è del tutto più semplice decidere sull’adozione di un neo-nato abbandonato, ci dovrebbero essere invece attenzioni (non sempre tenute presenti) per il bambino dell’età della ragione, che, in quanto persona, ha diritto di dire la sua sui genitori che si vogliono scegliere per lui. Questo principio nelle leggi c’è, ma spesso con limiti non comprensibili (ad esempio al compimento dei 12 anni). Non penso che in queste note si debba entrare nei dettagli dell’età massima degli adottanti e della differenza di età con l’adottato, che le leggi determinano spesso in modo rigido. Non sarebbe meglio attenersi a quel saggio principio latino: adoptio sequitur naturam, che potremo tradurre liberamente: l’adozione segue le leggi della natura? E mi riferisco ai nostri giorni per quanto riguarda, ad esempio, l’età della fertilità.

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Dopo questi cenni passiamo a considerare, con riferimento alle leggi che hanno regolamentato l’adozione, le modalità per dare una famiglia al minore che non ce l’ha. Sull’argomento un anno importante è il 1967 con la legge 431 dal titolo “adozione speciale”, con la quale si mettono da parte gli articoli del Codice Civile sull’adozione ordinaria, di cui faremo cenno. Successivamente altre due leggi (184/ 1983 e la 149/2001) hanno ritoccato la precedente

sull’adozione speciale (non capisco perchè si sia usato l’aggettivo “ speciale”), abbinando all’adozione l’affidamento familiare. Andiamo secondo l’ordine temporale. La legge 431/1967 introduce il principio che anche i bambini in situazione di abbandono definitivo hanno il diritto ad avere una famiglia, con il limite (superato nelle successive leggi) che gli adottanti non abbiano discendenti legittimi. Ciò sta a significare che la legge ha una particolare attenzione perché si riempia il vuoto che ci sarebbe nei coniugi che non possono avere propri figli. Questo potrebbe significare anche che le famiglie adottive possono essere considerate di un livello inferiore. Che il legislatore abbia avuto una certa “prudenza” (o diffidenza?) verso questa nuova famiglia si evince anche dal fatto che il Tribunale per i minorenni, sia nel dichiarare lo stato di adottabilità, che nella prassi dispositiva dell’affidamento preadottivo (periodo di prova normalmente di un anno), in alcuni casi ha scelto procedure atte a ritardare, più che a favorire, l’iter per semplificare e accelerare il percorso al fine di consentire al bambino di avere una famiglia. Un esempio: nella legge si prevede che il Tribunale, prima di procedere alla pre-adozione come periodo di


FAMIGLIA

prova, debba sentire gli ascendenti degli adottanti. A parte ogni altra considerazione sulle modalità (occorre sentirli direttamente o non basterebbe un atto di assenso presso l’autorità locale di residenza?), un interrogativo che si pone è questo: per concepire i figli naturali c’è forse bisogno del consenso di estranei, anche se parenti stretti? Precedente a questa legge esisteva l’adozione ordinaria. Anche in questo caso non ho capito perché si definiva “ordinaria”. Tanto per ricordarne alcune finalità abnormi: nel diritto romano l’adozione consentiva di assicurarsi un erede e una discendenza. Si sa che alcuni imperatori, anche in presenza di figli naturali, con l’adozione scelsero i loro successori. La stessa cosa è avvenuta con l’adozione così detta ordinaria del codice civile. Un esempio tipico è stato quello di creare un erede per trasferire la titolarità di una farmacia.

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Le successive leggi (184/1983 e 149/2001) hanno regolamentato contestualmente adozione e affidamento familiare (quest’ultimo scatta nei casi in cui il bambino abbia difficoltà temporanee a vivere nella propria famiglia). L’affidamento è consentito anche ai single. Ma Soprattutto con la legge 149/2001 viene ribadito il principio che la famiglia in difficoltà va aiutata a tenere con sé i figli, con la seguente precisazione: le pubbliche amministrazioni, ai vari livelli (Stato, Regioni e Comuni), intervengono in base alle proprie competenze. Con tale affermazione - come prevedibile - c’è uno scarica barile che in effetti nega un intervento organico e certo. In sintesi con questi provvedimenti si stabilisce che: a) i figli sono persone e non proprietà degli adulti; b) si nasce figli anche con una paternità e una maternità non necessariamente biologica (adozione); c) vanno privilegiate forme di affidamento familiare per i minori in stato di abbandono temporaneo, che una volta trovavano una risposta spontanea (e positiva) nella famiglia patriarcale, ma anche nel ricovero in istituti, che per legge dal 2006 dovrebbero essere stati tutti chiusi. In ogni caso è importante che tra genitori adottivi (e affidatari) e bambini si sviluppino le relazioni affettive come è naturale per ogni famiglia. Osservazioni e problemi su tre punti: - i minori; - gli adottanti; - le istituzioni e gli operatori coinvolti.

Per quanto ri guarda i mi nori : 1- una tentazione è quella di far passare i bambini abbandonati alla nascita e non riconosciuti, pochi casi, come generati dagli adottanti. Sarebbe un errore, invece, appena è possibile, occorre dire al bambino che è stato adottato, senza esprimere alcuna condanna su chi l’ha abbandonato; infatti in ogni caso da adulto verrebbe a conoscenza delle sue origini (per esempio estratto atto di nascita in caso di matrimonio ai fini di evitare matrimonio tra consanguinei); 2- a prescindere dall’età del bambino in cui è avvenuta l’adozione, spesso scatta nell’adolescenza la curiosità di conoscere il proprio passato: anche in questo caso è saggio non esprimere giudizi negativi su chi l’ha generato; 3- informare che è possibile conoscere il proprio passato (salvo il caso di madre naturale che abbia dichiarato di non voler essere nominata); però la legge ha stabilito che ciò è consentito non prima di 25 anni di età con benestare del tribunale per i minorenni (francamente non capisco la ragione dei 25 anni; perché non alla maggiore età di 18 anni?); 4- specie all’età della frequenza della scuola può accadere che qualche compagno, complici i genitori, offenda il bambino adottato, come è successo, con un’uscita: tu non sei come noi altri, perchè quelli che hai non sono i tuoi genitori. A questa impertinenza qualcuno ha risposto: quelli che ho sono i genitori che mi hanno voluto, forse tu sei nato per caso. Per quanto ri guarda gl i adottanti dovrebbe esserci una severa selezione, anche perché le richieste sono molto superiori alla disponibilità di bambini: 1- in passato, ma anche di recente, vi sono domande di adozioni con riserva: ad esempio di poter avere un bambino con determinate caratteristiche fisiche; in questi casi non mi sembra si tenga conto dell’interesse del bambino ad avere una famiglia; 2- è possibile il passaggio all’adozione da parte della famiglia che ha il bambino in affidamento familiare? La legge non è propensa a questa operazione. Personalmente non sono contrario, anche perché come tutore ho proposto, sempre nell’interesse del minore, soluzioni del genere, che il giudice ha accolto con esito positivo; 3- è possibile l’adozione da parte di single?


FAMIGLIA

PROVVEDIMENTI ADOTTATI DAI TRIBUNALI PER I MINORENNI IN MATERIA DI ADOZIONE Dat i rel at i v i al l ’anno 2010, aggi ornat i al 20 febbrai o 2012. C onfront o con i l 2002 A - Pro v v edi menti i n materi a di ado zi o ne nazi o nal e 1 Dichiarazione di adottabilità minori con genitori ignoti 2 Dichiarazione di adottabilità minori con genitori noti 3 Affidamenti pre- adottivi nazionali 4 Sentenze di adozione nazionale 5 Sentenze di adozione in casi particolari

394 783 776 932 644

(nel 2002: 378) (nel 2002: 551) (nel 2002: 1.006) (nel 2002: 1.135) (nel 2002: 651)

I dati non comprendono quelli relativ i al tribunale di Napoli, che si fermano al 2008 e sono, nell’ordine delle colonne, 33, 34, 88, 93, 41. I genitori sono “ignori” quando – dopo un brev e periodo di riflessione – dichiarano di non v oler riconoscere il bambino, mentre la colonna n.2 specifica che lo stato di abbandono è sopraggiunto e dichiarato nei confronti di bambini che hanno il riconoscimento di chi li ha generati. Con la dizione “sentenze di adozione in casi particolari” si fa riferimento, ad esempio, ad adozione da parte di parenti o con v incolo stabile o di minore figlio adottiv o di altro coniuge... B - Pro v v edi menti i n materi a di ado zi o ne i nternazi o nal e 1 Decreti di idoneità all’adozione di minori stranieri 2 Affidamenti preadottivi di minori stranieri 3 Adozioni di minori stranieri

4.345 172 3.088

(nel 2002: 5.519) (nel 2002: dato non rilevato) (nel 2002: 3.321)

I dati non comprendono quelli relativ i al Tribunale di Napoli, che nel 2008 (dato disponibile) erano rispettiv amente: 307, 46, 107. C - Do mande di ado zi o ne nazi o nal e e i nternazi o nal e perv enute ai Tri bunal i 1 Domande di disponibilità all’adozione 11.075 (nel 2002: 13.265) 2 Domande di adozione ai sensi della legge 184/1983, art. 44 751 (nel 2002: 651) 3 Domande di disponibilità e idoneità all’adozione di minori stranieri 5.697 (nel 2002: 5.790) I dati non comprendono quelli relativ i al Tribunale di Napoli, che si fermano al 2008 e sono, nell’ordine: 546, 32, 324. Fonte dei dati: Mi ni s tero di Grazi a e Gi us ti zi a, Di parti mento Gi us ti zi a mi no ri l e, Serv i zi o Stati s ti ca No ta: Ho av uto una certa difficoltà a comparare i dati del 2010 con quelli del 2002, disponibili presso il Centro Documentazione dell’Istituto degli Innocenti di Firenze (v . quaderno edito nel 2006 dal titolo “Ogni bambino ha diritto a una famiglia”, dati riferiti in generale alla situazione del 2002, prima statistica elaborata in modo organico). I numeri fotografano la situazione dell’anno di riferimento, per cui la nota sugli ultimi dati che risulterebbero “aggiornati al 20 febbraio 2012”, tiene presente la v alidità delle domande di adozione, che è di soli tre anni. Dal confronto con il 2002 emerge una flessione nelle richieste. Ciò potrebbe dipendere dai tempi e dalle procedure che scoraggiano la richiesta di adozioni, anche per una situazione di obiettiv a riduzione di minori in stato di abbandono; per le adozioni internazionali si aggiungono anche costi notev oli e spesso un freno alla disponibilità di recarsi per un periodo nel Paese dov e v iv e il minore da adottare.

Gi. Sa. Non lo escluderei, in quanto anche il single è famiglia e come tale può avere un bambino in affidamento, cioè un minore in stato di difficoltà o di abbandono, anche se temporaneo. Mi fermerei qui. Non vedo altra tipologia di famiglia.

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A proposi to di i sti tuzi oni e operatori coi nvol ti occorre una prima osservazione: sono molti; oltre i giudici (tribunale per i minorenni, giudice tutelare, ma anche i giudici interessati a separazioni e divorzi), intervengono gli operatori sociali dei comuni e delle

istituzioni sanitarie o socio-sanitarie e altri, come le stesse forze dell’ordine. Sarebbero auspicabili una semplificazione e maggiori sinergie tra i diversi soggetti. In molti casi sono coinvolte le comunità, che ospitano i minori in attesa della dichiarazione dello stato di abbandono. Al riguardo si sottolinea la necessità che gli operatori sociali, come gli educatori, siano ascoltati sulla situazione dei bambini. Comunque necessita una solida preparazione di tutti, ivi compresi i giudici, e una semplificazione degli organi coinvolti: troppi e spesso scoordinati.


MINORI

GARANTE PER L’INFANZIA: ECCO IL REGOLAMENTO di Al es s i o Affanni

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l Regolamento è contenuto nel Decreto del Pres i dente del Co ns i g l i o dei Mi ni s tri n. 1 6 8 del 2 0 l ug l i o 2 0 1 2 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. n. 228 del 29/9/2012) e disciplina l’organizzazione dell’Ufficio dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, la sede e la gestione delle spese, a norma dell’articolo 5, comma 2, della legge 12 luglio 2011, n. 112 (legge che ha istituito l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza: ne abbiamo parlato sul numero 11-12/2011 di Nuova Proposta). Alla luce del Regolamento appena emanato, quindi, si possono delineare (e considerare attuabili) l e ul teri o ri funzi o ni che l a l eg g e attri bui s ce al Garante: a) determina gli indirizzi e i criteri generali ai quali si informa l’attività dell’ufficio e definisce gli obiettivi e i programmi da realizzare, verificandone l’attuazione; b) adotta il documento programmatico, il bilancio di previsione e il conto finanziario; c) adotta il Codice etico dell’ufficio, recante i principi guida del comportamento del Garante, dei componenti dell’ufficio e di tutti i soggetti che, a qualsiasi titolo, collaborano con il Garante. L’uffi ci o del Garante ha s ede i n Ro ma. Il Garante, con propria deliberazione, può però istituire, unità temporanee per svolgere compiti o perseguire obiettivi nel breve periodo; in relazione alle esigenze organizzative dell’ufficio, nel rispetto della normativa vigente, può inoltre stipulare apposite co nv enzi o ni per l o s v o l g i mento di ti ro ci ni fo rmati v i e di o ri entamento con scuole di specializzazione, facoltà universitarie, istituti di istruzione di ogni ordine e grado, ordini professionali ovvero con ogni altra organizzazione, nazionale o internazionale, che persegua finalità conformi a quelli di sua competenza. Al fine di favorire lo scambio di esperienze e la diffusione di buone prassi nei settori di competenza, i l Garante può anche av v al ers i , attraverso la stipula di apposite convenzioni, nei limiti delle risorse disponibili, di pers o nal e i n s erv i zi o pres s o i s ti tuzi o ni , o rg ani zzazi o ni o as s o ci azi o ni , pubbliche o private, nazionali o internazionali, preposte alla tutela dei diritti dei bambini e degli adolescenti. Nell’esercizio delle sue funzioni, il Garante potrà avvalersi della collaborazione di co mmi s s i o ni co ns ul ti v e istituite per l’analisi di questioni specifiche di particolare interesse. Le commissioni sono nominate dal Garante e possono essere composte da rappresentanti di istituzioni pubbliche e private, delle associazioni preposte alla tutela dei diritti delle

E’ stato emanato il Regolamento attuativo della legge 12 luglio 2011, n. 112 istitutiva dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. persone di minore età e dei loro familiari, delle associazioni di volontariato nonché da esperti qualificati nelle materie oggetto di consultazione. Ai lavori delle commissioni possono partecipare rappresentanze di bambini e adolescenti, individuate dal Garante stesso. Le commissioni possono formulare proposte sui temi da inserire nell’ordine del giorno e fornire contributi in merito alle attività. Sarà il Garante, sulla base degli obiettivi concreti da raggiungere caso per caso, a individuare le istituzioni e le associazioni da convocare alle riunioni delle commissioni. Il Reg o l amento di s ci pl i na anche l a Co nferenza nazi o nal e per l a g aranzi a dei di ri tti del l ’i nfanzi a e del l ’ado l es cenza: il Garante presiede la Conferenza, ne convoca le riunioni, stabilisce l’ordine del giorno e ne dirige i lavori. La Conferenza si riunisce almeno due volte l’anno e, in via straordinaria, ogni qualvolta ne faccia richiesta almeno la metà dei componenti a pieno titolo. Le riunioni sono valide con la partecipazione di almeno la metà più uno dei componenti stessi. La Conferenza può anche costituire gruppi di lavoro temporanei per approfondire specifiche tematiche, ai quali possono partecipare anche soggetti esterni. Al cune di s po s i zi o ni anche s ul l a Co ns ul ta nazi o nal e del l e as s o ci azi o ni e del l e o rg ani zzazi o ni . La Consulta è istituita, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, e vi partecipano le associazioni e le organizzazioni preposte alla promozione e alla tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. La Consulta si riunisce almeno due volte l’anno presso la sede del Garante. Le associazioni e le organizzazioni che compongono la Consulta sono individuate dal Garante tra quelle che dimostrino di svolgere continuativamente la loro attività nei settori dell’infanzia e dell’adolescenza, con maggiore attenzione a quelle che promuovono fattivamente la partecipazione e l’ascolto dei bambini e degli adolescenti. Nel corso dell’anno, le associazioni e le organizzazioni che compongono la Consulta possono anche richiederne la convocazione in via straordinaria. Per quanto riguarda gli aspetti amministrativi, l’Ufficio è dotato di autonomia organizzativa e conta-


NON PROFIT

bile nei limiti delle proprie risorse finanziarie. Il Garante comunica il bilancio di previsione ai Presidenti delle Camere quindici giorni dopo averlo approvato (deve farlo entro il 30 novembre di ogni anno) e, a seguire, viene trasmesso alla Corte dei conti ed al Ministero della giustizia per la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Presso l’ufficio verrà istituita una cas el l a di po s ta el ettro ni ca alla quale chi unque, nel rispetto della riser-

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vatezza dei dati personali, po trà i no l trare s eg nal azi o ni di v i o l azi o ni o v v ero di ri s chi o di v i o l azi o ne dei di ri tti dei mi no renni . Il Garante potrà inoltre stabilire collaborazioni per il raccordo con i soggetti, pubblici e privati, che gestiscono i numeri telefonici di pubblica utilità gratuiti. I rapporti tra il Garante nazionale ed i garanti regionali saranno regolati con protocollo d’intesa e verranno standardizzate le procedure di segnalazione.

SPENDING REVIEW ED ENTI NON PROFIT C

on la Legge 7 agosto 2012¸ n. 135 (pubblicata sul Supplemento ordinario n. 173 alla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 189 del 14 agosto 2012) è stato convertito il Decreto Legge 6 luglio 2012¸ n. 95 recante Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini (il decreto sulla spendi ng revi ew). Obiettivo del provvedimento è ottenere che lo Stato risparmi oltre 4 miliardi nel 2012¸ 10 miliardi nel 2013 e 11 miliardi nel 2013. All’art. 4, comma 6 si stabilisce che a decorrere dal 1° gennaio 2013 le pubbliche amministrazioni possono acquisire a titolo oneroso servizi di qualsiasi tipo, anche in base a convenzioni, da enti di diritto privato esclusivamente in base a procedure previste dalla normativa nazionale in conformità con la disciplina comunitaria. Gli enti privati che forniscono servizi a favore dell’amministrazione stessa, anche a titolo gratuito, non possono ricevere contributi a carico delle finanze pubbliche. S o no es cl us e da ques te di s po s i zi o ni le fondazioni e le associazioni operanti nel campo dei servizi socio-assistenziali e dei beni ed attività culturali, dell’istruzione e della formazione, le associazioni di promozione sociale di cui alla legge 383/2000¸ le organizzazioni di volontariato di cui alla legge 266/1991¸ le organizzazioni non governative di cui alla legge 49/1987¸ le cooperative sociali di cui alla legge 381/1991 e le associazioni sportive dilettantistiche. Al comma 7 del medesimo articolo si stabilisce che, al fine di evitare distorsioni della concorrenza e del mercato e di assicurare la parità degli operatori nel territorio nazionale, a decorrere dal 1° gennaio 2014 le pubbliche

amministrazioni acquisiscono sul mercato i beni e servizi strumentali alla propria attività mediante le procedure concorrenziali previste in materia (gare d’appalto). Viene tuttavia precisato che è ammessa l ’acqui si zi one i n vi a di retta di beni e servi zi tramite convenzioni realizzate con associazioni di promozione sociale, organizzazioni di volontariato, associazioni sportive dilettantistiche e cooperative sociali. Sono altresì ammesse le convenzioni siglate con le organizzazioni non governative per le acquisizioni di beni e servizi realizzate negli ambiti di cooperazione internazionale nei paesi in via di sviluppo. Si precisa, però, che sono possibili e fatte salve le acquisizioni in via diretta di beni e servizi il cui valore complessivo sia pari o inferiore a 200.000¸00 euro. Fortunatamente, grazie alla sollevazione del mondo del terzo settore, prima dell’approvazione del testo di legge è stato modi fi cato l ’emendamento che stabiliva che a decorrere dal 1° gennaio 2013 le pubbliche amministrazioni potevano acquisire a titolo oneroso servizi di qualsiasi tipo solo in base a procedure concorrenziali, anche se da enti di diritto privato in convenzione. Un grosso pericolo scongiurato, quindi, anche se alcuni (altri) problemi potrebbero sorgere da altre disposizioni correlate, all’interno del decreto che stiamo esaminando. All’art. 15¸ comma 13¸ infatti è stato stabilito il taglio del 5% sui budget dei contratti e servizi stipulati dalla pubblica amministrazione, incluse strutture come le ASL, con cui anche gli enti non profit hanno stabilito delle convenzioni o gestiscono servizi in affidamento o accreditamento: è possibile che di tale taglio di risorse non risentiranno anche i servizi in convenzione offerti dagli enti non profit?


VOLONTARIATO

DALLA CRISI AL CAMBIAMENTO di Al es s i o Affanni e Serg i o Zanarel l a

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i è svolta a L’Aquila dal 5 al 7 ottobre 2012 la VI Conferenza Nazionale del Volontariato, organizzata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in collaborazione con l’Osservatorio Nazionale per il Volontariato, in partenariato con la Provincia di L’Aquila e il Coordinamento Nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato - CSVnet. Tre giorni di condivisione, di confronto e di dibattito per riflettere sul ruolo che assume oggi il volontariato e su come possa rappresentare una possibile, valida risposta per uscire dalla crisi che coinvolge il nostro Paese. Per favorire una Conferenza che rispecchiasse le attese delle Organizzazioni di Volontariato (OdV), i promotori hanno ideato un percorso partecipato di incontri di approfondimento che ha attraversato in lungo e in largo tutta l’Italia. Per scoprire tutte le tappe della “maratona della solidarietà” si possono consultare i documenti prodotti, scaricabili dal sito internet del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, nella sezione dedicata alla Conferenza. I link: www. l av o ro . g o v . i t/ Lav o ro / Co nferenzaVo l o ntari ato / Do cumenti Per altri documenti, filmati e foto, si può visitare anche la pagina della Conferenza su Facebook www. facebo o k. co m/ pag es / Co nferenza-Nazi o nal e-del -Vo l o ntari ato -2 0 1 2 /

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I LAVORI NELLA CONFERENZA Con i saluti istituzionali del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Elsa Maria Fornero, e la lettura del Messaggio del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è aperta la Conferenza, a cui ha partecipato, in modo continuativo, anche il sottosegretario, Maria Cecilia Guerra, che ha seguito le attività e che è stata autrice di un’interessante intervento nella giornata conclusiva (riportato in sintesi nel comunicato stampa di chiusura), in cui vi sono anche risposte ad alcune richieste emerse dal testo finale della Conferenza. Nella seconda delle tre giornate era prevista la divisione dei partecipanti in Gruppi di lavoro, suddivisi per temi (I rapporti con le istituzioni, I rapporti intergenerazionali, Legalità: un v alore prioritario, La comunicazione come strumento culturale per il cambiamento, ecc.). I gruppi erano dislocati in diversi punti del territorio aquilano, proprio per dare il

senso dell’“abitare” i territori e dare modo ai partecipanti di esplorare e vivere i luoghi di questa bellissima città e dei suoi dintorni (Onna) dove le crepe nei muri diroccati sembrano ferite ancora sanguinanti. Così appare L’Aquila a un primo sguardo: tra muri puntellati e case pericolanti, deliziosi vicoli con molte (troppe) porte ancora sbarrate, case abitate e disabitate (un silenzio commovente aleggia lì dove c’era la Casa dello studente) e negozi ancora chiusi, tante persone che continuano instancabilmente la loro vita e tanti ragazzi che, con le loro voci mischiate ai colori forti e tenui della città, restituiscono vitalità a questi luoghi. Ogni Gruppo di lavoro ha elaborato una sintesi: traccia comune l’esigenza di formarsi per acquisire sempre più gli strumenti che permettano di abitare il cambiamento e di non subirne passivamente e negativamente le conseguenze. Sul piano della co muni cazi o ne, ad esempio, occorrono nuovi modi per far conoscere cos’è il volontariato a chi ancora ha un’idea vaga e pensa sia solo filantropia, ignorando che “volontariato” oltre che solidarietà significa anche valori etici, culturali e agire politico, positivamente contagioso, potere di azione e cambiamento delle coscienze e della società civile. Da qui l’esigenza di trovare nuove vie per comunicare, soprattutto ai giovani, conquistandoli, proponendo valori di riferimento dei quali spesso sono alla ricerca, attraendoli anche iniziando a parlare con gli stessi strumenti (sui social network, ad esempio). Dal Gruppo di lavoro sui rappo rti co n l e i s ti tuzi o ni , oltre al richiamo a non ridurre il volontariato a un prestatore di servizi, è emersa l’esigenza che vengano diffuse e condivise buone prassi di sussidiarietà applicata ed i casi di costruzione di reti territoriali tra associazioni. Emerge anche la fondamentale importanza della rappresentanza del volontariato: chi rappresenta il volontariato nei confronti delle istituzioni pubbliche, chi può esserne il portavoce delle istanze? Come superare tante visioni spesso diverse, la frammentarietà dei vari attori che agiscono nel mondo del volontariato?


VOLONTARIATO

DOCUMENTO FINALE Il testo che segue (anche questo consultabile integralmente sul sito del Ministero) sintetizza le richieste del volontariato nei confronti delle istituzioni e gli

impegni che il volontariato intende assumersi; il testo, in forma sintetica, è confluito anche in una “Lettera al paese” che due volontari hanno letto in chiusura dell’ultima giornata.

CI IMPEGNIAMO - ad “abitare” l’ordinarietà della v ita di questo Paese e ad “esserci” nello straordinario, nelle situazioni difficili, dov e i diritti sono negati, dov e la precarietà rischia di soffocare ogni possibilità di “sogno” per il futuro; - a produrre cambiamento, sia sui piani economici e sociali che su quelli culturali e v aloriali, ricercando e realizzando modelli di sv iluppo sostenibili e stili di v ita coerenti; - a essere protagonisti nell’attiv are percorsi di coesione sociale, rigenerando i tessuti relazionali e ricostruendo legami di comunità nel rispetto delle div erse identità; - all’ascolto e a riscoprire e rafforzare il nostro ruolo di denuncia, mettendo in ev idenza le inefficienze delle pubbliche istituzioni; - ad essere testimoni di trasparenza nel corretto utilizzo delle risorse, rendendo così ev idente l’impatto sociale ed economico della nostra azione; - a costruire reti nel Terzo Settore, per condiv idere processi e scelte sia a liv ello locale che globale; - a collaborare con il mondo del lav oro, al quale chiediamo che lasci più spazio e più tempo per la solidarietà, le relazioni e la cittadinanza attiv a; - ad essere più incisiv i sia sul piano politico che su quello sociale, rafforzando forme di rappresentanza autorev oli e unitarie; - ad affermare la legalità come bene comune; - a fav orire una maggiore partecipazione delle donne e un ricambio generazionale a tutti i liv elli di responsabilità; - in una comunicazione più efficace e più ampia, costruendo reti di comunicazione.

CHIEDIAMO

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- achi gov erna di rimettere al centro delle scelte politiche, economiche, culturali ed amministrativ e la persona umana, criterio e senso di ogni politica; - l’approv azione di una legge efficace contro la corruzione e il riutilizzo nel sociale delle risorse liberate e dei beni confiscati ai corrotti; - l’applicazione dei liv elli essenziali delle prestazioni socio-assistenziali, su tutto il territorio nazionale; - che il v olontariato sia riconosciuto, in modo sostanziale, come soggetto politico autonomo in grado di contribuire alla gov ernance delle nostre comunità e dei nostri territori e di incidere sulle politiche di welfare; - alle istituzioni pubbliche di non considerarci fornitori di serv izi a basso costo e una maggiore formazione dei dirigenti e dei funzionari pubblici sul mondo del v olontariato, rendendoci disponibili ad integrare questa formazione; - che la scuola e le agenzie di educazione permanente inseriscano nella loro programmazione i temi del v olontariato, v alorizzando le esperienze di impegno civ ile; - al Gov erno di aumentare i finanziamenti per il serv izio civ ile nazionale e, nel caso in cui non ci fossero risorse di non consentire più agli enti pubblici di av v alersi dei v olontari, destinandoli solo alle Onlus; - al Gov erno di far div entare il 5 per mille Legge dello Stato, e non più prev isione approv ata annualmente nella legge finanziaria, e di promuov ere anche altre forme di sussidiarietà fiscale, compreso l’abbattimento dell’IVA; - al Gov erno ed alla forze politiche di farsi carico dell’urgenza di riv edere, diminuendole, le spese militari e di aumentare le risorse per il Welfare; - alle istituzioni locali e nazionali di essere coinv olti nel processo di semplificazione relativ amente alle pratiche burocratiche e amministrativ e, che rischiano di soffocare soprattutto le piccole OdV; di inserire il parametro della reciprocità nelle relazioni con la pubblica amministrazione, per av ere certezza dei finanziamenti e dei tempi di erogazione; di concedere alcune esenzioni (Irap, tassa rifiuti, bollo auto, …) anche alla luce delle indicazioni dell’UE; - a tutti i politici e agli amministratori locali e nazionali che la legalità, l’etica del bene comune e della sobrietà siano alla base di qualsiasi comportamento personale e collettiv o; - l’istituzione del Registro delle Reti nazionali di v olontariato per una riforma più rappresentativ a e democratica dell’Osserv atorio Nazionale per il Volontariato; - che il Gov erno si attiv i, affinché il serv izio pubblico radiotelev isiv o presti maggior attenzione al v olontariato e alla comunicazione sociale, con un canale digitale gestito con il Volontariato e il Terzo Settore e che i media diano una comunicazione sul v olontariato e sul sociale più articolata e più rispondente alla realtà.


Norme giuridiche e Giurisprudenza a cura di Alessio Affanni e Sergio Zanarella

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STATO

sentazione della dichiarazione dei redditi). Qualora l’adempimento omesso rilevi esclusivamente ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, il termine cui occorre fare riferimento è quello di presentazione della prima dichiarazione IVA. Spi rato i l s uddetto termi ne, l a faco l tà prev i s ta no n può pi ù es s ere es erci tata e, qui ndi , i benefi ci di natura fi s cal e o l ’acces s o a reg i mi fi s cal i o pzi o nal i do v ranno ri teners i precl us i . L‘Agenzia delle Entrate, tuttavia, per quanto riguarda l’applicabilità della data limite all’anno in corso (essendo trascorsi i termini per l’invio del modello UNICO) stabilisce una proroga al 3 1 di cembre 2 0 1 2 . Così, ad esempio, un’associazione che si è costituita a gennaio 2012 e per la quale non sia stato inviato tempestivamente il modello EAS, potrà inviarlo non entro il 1° ottobre 2012 ma, eccezionalmente per quest’anno (in sede di prima applicazione della norma), entro il 31 dicembre 2012. La Circolare introduce, quindi, una particolare forma di ravvedimento operoso (c.d. remissione in bonis) volto ad evitare che mere dimenticanze o ad adempimenti formali non eseguiti tempestivamente precludano al contribuente, in possesso dei requisiti richiesti, la possibilità di fruire di benefici fiscali o di regimi opzionali. Con ciò, pertanto, si consente di sanare quei soli comportamenti che non abbiano prodotto danni per l’erario, nemmeno in termini di pregiudizio all’attività di accertamento. Di conseguenza, viene spiegato nella Circolare, soltanto in assenza di attività di accertamento avviate da parte dell’Amministrazione finanziaria e conosciute dal contribuente (cioè l’associazione interessata) è possibile adempiere tardivamente a tali obblighi e continuare a fruire del regime fiscale agevolato. Laddove, tuttavia, sia iniziata un’attività di accesso, ispezione, verifica o accertamento fiscale per altri motivi, ciò non è ostativo alla possibilità di avvalersi del beneficio della regolarizzazione mediante trasmissione tardiva del modello EAS.

INADEMPIENZE SUL MODELLO EAS: POSSIBILE RIMEDIARE Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 38/E del 28 settembre 2012 L’Agenzia delle Entrate ha fornito, con la del 28 settembre 2012, alcune importanti precisazioni circa le scadenze entro cui le associazioni possono sanare il mancato invio del modello EAS entro i termini previsti dalla legge. Ricordiamo che l’articolo 30 del ha stabilito che, per beneficiare della non imponibilità ai fini IRES e IVA dei corrispettivi, delle quote associative e dei contributi, gli enti di tipo associativo devono trasmettere i dati e le notizie fiscalmente rilevanti attraverso un apposito modello (EAS) da inoltrare telematicamente entro 60 giorni dalla data di costituzione dell’ente. Es o nerati da questo invio sono le Onlus iscritte all’anagrafe delle Onlus, le organizzazioni di volontariato iscritte al registro (salvo che non svolgano anche attività con partita IVA) e le associazioni sportive dilettantistiche iscritte ai registri del CONI (salvo che non esercitino attività commerciali). So no i nv ece tenute al l ’i nv i o ma co n co mpi l azi o ne s o l o parzi al e del modello EAS (righi 4, 5, 6, 25 e 26) le associazioni di promozione sociale iscritte nei rispettivi registri, le associazioni sportive esercenti anche attività commerciali (devono compilare in aggiunta anche il rigo 20), le organizzazioni di volontariato esercenti anche attività commerciali con partita IVA (il che, si badi, costituisce un’anomalia), le associazioni titolari di personalità giuridica iscritte nel registro delle persone giuridiche private tenuto dalla Prefettura, le associazioni religiose riconosciute dal Ministero dell’Interno e le associazioni riconosciute dalle confessioni religiose con le quali lo Stato ha stipulato patti, accordi o intese. Con l’articolo 2, comma 1, del , convertito in legge 44/2012 e in vigore dal 2 marzo 2012, il legislatore aveva previsto che i benefi ci fi s cal i res tas s ero frui bi l i anche i n pres enza di no n tempes ti v o as s o l v i mento deg l i o bbl i g hi , a patto che fossero presenti i requisiti sostanziali per il beneficio, si fosse adempiuto agli obblighi dichiarativi precedentemente non assolti e, contestualmente, si versasse l‘importo minimo della sanzione. Pertanto, l’organizzazione che si avvalga dei benefici sopra descritti, previsti dall’art. 148 del Testo unico imposte sui redditi (TUIR), ma che non abbia ottemperato all’obbligo dichiarativo entro i termini previsti, può inviare il modello EAS pagando contestualmente una sanzione di 258 euro con F24 (codice tributo 8114, come da Risoluzione Agenzia delle Entrate n. 46/E) entro il termine della prima dichiarazione utile, senza possibilità di effettuare la compensazione con crediti tributari eventualmente disponibili. Prima della Circolare 38/E non vi erano però esplicite indicazioni suquale potesse essere considerata la “prima dichiarazione utile”; nel testo della Circolare viene invece ora indicato che tal e termi ne co rri s po nde al termi ne v al i do per l ’i nv i o del mo del l o UNICO (cioè entro i termini della pre-

ESENZIONI IMU PER GLI ENTI NON PROFIT: STOP DAL CONSIGLIO DI STATO Consiglio di Stato, parere consultivo n. 4180 del 4 ottobre 2012 Con la Circolare del Ministero dell’Economia e delle Finanze n. 3/DF del 18 maggio 2012 erano stati forniti chiarimenti in materia di IMU e si specificava che sono esenti dall’IMU gli immobili (o le porzioni di immobili) utilizzati dagli enti non profit che fossero destinati esclusivamente allo svolgimento di attività non commerciali. Gli enti non profit sono trattati al paragrafo 8 della Circolare, relativo alle agevolazioni e alle esenzioni. Viene precisato che sono esenti dall’IMU gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all’art. 73 del Testo unico delle imposte sui redditi (TUIR) – cioè gli enti non commerciali, nei quali rientrano le associazioni – destinati esclusivamente allo svolgimento con modalità non commerciali di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive,

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do no nuo v e no rme al fi ne di es tendere ag l i enti eccl es i as ti ci e al no n pro fi t i l prel i ev o del tri buto co munal e s ug l i i mmo bi l i . Tra le soluzioni possibili: quella di modificare il decreto legge che incaricava il Ministro di emanare solo disposizioni regolamentari su modalità e termini di applicazione, introducendo perciò una norma che consentisse anche di disciplinare la materia con decreto ministeriale oppure, ipotesi alternativa, quella di riversare le disposizioni del decreto ministeriale in una legge (che, a differenza del regolamento, è fonte normativa primaria) approvata in Parlamento. La scelta intrapresa è quella di un reg o l amento del Go v erno , al momento non ancora reso noto, nel quale illustrare le modalità per tassare gli immobili commerciali degli enti non commerciali, quindi anche per i beni della Chiesa che hanno destinazioni commerciali (a partire da gennaio 2013). Per gli immobili che hanno utilizzazione mista, se sarà possibile individuare l’immobile o la porzione di immobile adibita ad attività non commerciale, tale frazione di immobile sarà esentata. Vi sono indicazioni circa le modalità per identificare le attività che assoggettano all’IMU. Tra questi, anche i cas i di atti v i tà, per l a cui frui zi o ne v i ene ri chi es ta ag l i utenti una retta di carattere s i mbo l i co o ppure a co pertura parzi al e del co s to effetti v o del s erv i zi o , anche s e i l s erv i zi o è s v o l to i n co nv enzi o ne co n enti pubbl i ci . Ad av v i s o del Co ns i g l i o di Stato , i nfatti , s tando al l e di retti v e del l ’Uni o ne euro pea, anche tal i atti v i tà hanno – co munque – carattere “eco no mi co ” e qui ndi , ri l ev erebbero , ai fi ni IMU. Prospettiva che ha provocato un forte dissenso da parte degli enti che compongono il mondo del terzo settore. Vi sono delle attività commerciali, però, che sono considerate de-commercializzate in base a specifiche disposizioni normative. Si pensi ad esempio a quelle previste del Decreto del Ministero delle Finanze del ’95 che elenca t ut t e l e at t i v i t à c o mme rc i al i e p ro dut t i v e marg i n al i re al i z z ab i l i da un ’ o rg an i z z az i o n e di v o l o n t ari at o a f i n i di rac c o l t a f o n di , cioè per ottenere proventi a sostegno dell’associazione. Tra queste la cessione di beni prodotti dagli assistiti e dai volontari, in occasione di ricorrenze, manifestazioni o campagne di sensibilizzazione, con vendita dei prodotti curata direttamente dall’organizzazione senza alcun intermediario. Per effetto del D. M. del ‘95, i proventi di tali attività eccezionalmente non rilevano ai fini del reddito imponibile (IRES) dell’organizzazione di volontariato, né rilevano ai fini IVA. In sostanza non generano un reddito che obbligherebbe altrimenti l’associazione a presentare, l’anno successivo, una dichiarazione dei redditi e non sono considerate entrate di natura commerciale. Pertanto l o s p az i o di f ab b ri c at o de s t i n at o a t al i at t i v i t à c o mme rc i al i marg i n al i n o n de v e ri e n t rare t ra que l l i s o g g e t t i ad IMU. In materia di IMU, si resta pertanto ancora in attesa di indicazioni definitive.

nonché delle attività di cui alla legge n. 222/1985 (cioè attività di religione o di culto quelle dirette all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana). L’art. 91-bis del D.L. n. 1 del 2012 dispone che qualora l’unità immobiliare abbia un’utilizzazione mista (un’attiv ità principale di tipo istituzionale e una secondaria di tipo commerciale) l ’es enz i o ne s i ap p l i ca s o l o al l a fraz i o ne di uni t à nel l a qual e s i s v o l g e l ’at t i v i t à di nat ura no n co mmerci al e, se identificabile indiv iduando gli immobili (o loro porzioni) adibiti esclusiv amente a tale attiv ità. Per tale restante parte dell’unità immobiliare l’IMU è quindi dovuta. Sempre nel D.L. n. 1 del 2012 si stabilisce, inoltre, che a partire dal 1º gennaio 2013, nel caso in cui non sia identificabile o indiv iduabile esattamente il fabbricato o le aree destinate ad attiv ità commerciale, l’esenzione si applica in proporzione all’utilizzazione non commerciale dell’immobile, in base ad apposita dichiarazione (del contribuente). Il decreto sulle ONLUS (D.Lgs. n. 460/97) all’art. 21 stabilisce che i comuni e gli altri enti locali possono deliberare nei confronti delle ONLUS la riduzione o l’esenzione dal pagamento dei tributi di loro pertinenza e i relativ i adempimenti. Tale disposizione (valida anche per le organizzazioni di volontariato) è applicabile anche all’IMU. Tuttavia, viene specificato nella circolare citata all’inizio, l’esenzione non può operare nei confronti della quota di imposta riservata allo Stato: i comuni, perciò, potrebbero eventualmente applicarla solo alla quota d’imposta a loro destinata (cioè ai tributi di loro pertinenza, ai quali difficilmente potranno rinunciare…). Per quanto riguarda l’applicabilità delle esenzioni fin qui esposte, si ritiene che il beneficio spetti per il periodo dell’anno durante il quale sussistono le condizioni che danno diritto all’esenzione. Ad es. se a partire da dicembre 2012 un’associazione inizia un’attività commerciale ha diritto all’esenzione da gennaio a novembre 2012, ma deve versare l’IMU (nella proporzione dovuta) per il mese di dicembre. Per la disciplina delle modalità e delle procedure concernenti l’applicazione di queste disposizioni si rinviava ad un decreto del Ministero dell’economia e delle finanze, recentemente emanato. Il Co ns i g l i o di Stato , però, con parere co ns ul ti v o n. 4 1 8 0 del 4 o tto bre 2 0 1 2 , ha bocciato il decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze per l’applicazione dell’IMU sugli enti non commerciali e sulle proprietà della Chiesa in quanto non e’ demandato al Ministero di dare generale attuazione alla nuova disciplina dell’esenzione IMU per gli immobili degli enti non commerciali. Parte dello schema in esame, sostiene il Consiglio di Stato, è diretta a definire i requisiti, generali e di settore, per qualificare le diverse attività come svolte con modalità non commerciali. In sostanza si ritiene che l’amministrazione abbia compiuto alcune scelte applicative, che non solo esulano dall’oggetto del potere regolamentare attribuito, ma che sono state effettuate in assenza di criteri o altre indicazione normative atte a specificare la natura non commerciale di una attività (si fa riferimento, ad esempio, ‘’al criterio dell’accreditamento o convenzionamento con lo Stato per le attività assistenziali e sanitarie o ai diversi criteri stabiliti per la compatibilità del versamento di rette con la natura non commerciale dell’attività, in quanto in alcuni casi è utilizzato il criterio della gratuità o del carattere simbolico della retta, in altri il criterio della non copertura integrale del costo effettivo del servizio”). Do po l a bo cci atura del Co ns i g l i o di Stato s i ri chi e-

AUMENTA LA DETRAIBILITA’ DELLE DONAZIONI IN FAVORE DELLE ONLUS Gazzetta Ufficiale Serie generale n.158 del 9 luglio 2012 Pubblicata la Legge n. 96 del 6 luglio 2012¸ entrata in vigore a partire dal 24 luglio 2012¸ contenente norme in materia di

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REGIONI

riduzione dei contributi pubblici in favore dei partiti e dei movimenti politici, nonché misure per garantire la trasparenza e i controlli dei rendiconti dei medesimi. In questa legge è stato stabilito che a parti re dal 2 0 1 3 le do nazi o ni al l e Onl us saranno fiscalmente detrai bi l i i n una percentual e pi ù al ta ed equiparata a quella per le erogazioni liberali ai partiti. L’articolo 15 estende infatti le nuove percentuali fissate per le erogazioni liberali in favore di partiti e movimenti politici a quelle effettuate nei confronti di Onlus e di iniziative umanitarie, religiose o laiche, gestite da fondazioni, associazioni e comitati: s i pas s a co s ì dal l ’attual e detrazi o ne 1 9 % al 2 4 % per l ’anno 2 0 1 3 e al 2 6 % a parti re dal 2 0 1 4 . Il limite massimo annuo su cui calcolare la detrazione resta comunque fissato al l i mi te mas s i mo di 2 . 0 6 5 ¸0 0 euro ed è confermato che il versamento dell’erogazione va effettuato tramite banca, ufficio postale o altri sistemi di pagamento tracciabili (assegno, carte di debito, di credito, prepagate, eccetera). Si segnala, a tal proposito, che rimane comunque possibile per coloro che effettuano donazioni in favore di Onlus (tra cui le organizzazioni di volontariato iscritte al registro) – optare, in via alternativa, per la deduci bi l i tà fi s cal e delle donazioni effettuate, stabilita con la Leg g e n. 8 0 / 2 0 0 5 e che risulta, attualmente, anche dopo l’approvazione di queste nuove disposizioni, maggiormente vantaggiosa.

ABRUZZO DISCIPLINA DELLE ASSOCIAZIONI DI PROMOZIONE SOCIALE Gazzetta Ufficiale Serie Regioni n. 18 del 5 maggio 2012 Con la Legge regionale n. 11 del 1° marzo 2012 la Regione Abruzzo ha disciplinato le associazioni di promozione sociale istituendo l’apposito registro regionale. Le disposizioni ricalcano quelle della Legge 383/2000 (legge nazionale sulle associazioni di promozione sociale). All’art. 3 della Legge regionale si stabilisce che le associazioni di promozione sociale, ai fini dell’iscrizione nell’apposito Registro regionale, devono essere formalmente costituite con atto pubblico o con scrittura privata autenticata o con scrittura privata registrata, recanti l’approvazione dello statuto, che deve espressamente prevedere, tra l’altro, l’oggetto sociale coerente con le finalità della presente legge, perseguite prevalentemente mediante prestazioni volontarie, libere e gratuite degli associati e le norme sull’ordinamento interno, che deve essere ispirato a principi di democrazia e di uguaglianza dei diritti di tutti gli associati e di elettività delle cariche associative, nonché l’obbligo di redigere il bilancio e il rendiconto annuale, con l’obbligo di devoluzione del patrimonio residuo in caso di scioglimento, cessazione o estinzione, dopo la liquidazione, a fini di utilità sociale. All’art. 4 si stabilisce che ai fini del perseguimento dell’oggetto sociale, le associazioni di promozione sociale devono avvalersi prevalentemente delle attività prestate in forma volontaria, libera e gratuita dai propri associati. L’associazione può rimborsare agli associati le spese effettivamente sostenute per l`attività prestata, entro limiti preventivamente stabiliti. Per particolari esigenze, le associazioni possono assumere lavoratori dipendenti o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo o occasionale, anche ricorrendo ai propri associati. Al fine di agevolare l’espletamento delle attività previste dalle convenzioni, i membri di associazioni iscritte nel Registro regionale, che prestino anche attività di lavoro subordinato, hanno diritto di usufruire delle forme di flessibilità dell’orario di lavoro o delle turnazioni previste dai contratti e dagli accordi collettivi, compatibilmente con le esigenze dell’organizzazione dalla quale dipendono. All’art. 6 si precisa che il Registro regionale delle associazioni di promozione sociale, distinto in due Sezioni, è tenuto dalla competente Direzione regionale. Le associazioni che ne fanno richiesta sono iscritte nel Registro regionale se dimostrano il possesso dei seguenti requisiti indicati dalla presente legge, che hanno sede legale (o in via alternativa sedi secondarie operative) in Abruzzo e sono costituite e operanti da almeno un anno. Possono richiedere l’iscrizione anche le associazioni di promozione sociale iscritte nel Registro nazionale e che abbiano attivato almeno una sede operativa nel territorio della Regione Abruzzo (la Sezione Seconda del Registro è, per l’appunto, quella in cui vengono iscritte le associazioni non aventi sede legale in Abruzzo). Ciascuna Sezione è organizzata in relazione alla tipologia di attività prevalentemente svolta dall’associazione. L’art. 8 chiarisce le procedure per l’iscrizione mentre all’art. 9 sono indicati gli adempimenti successivi all’iscrizione. Entro il 30 settembre di ogni anno, infatti, le associazioni iscritte

POSTA ELETTRONICA CERTIFICATA (PEC) PER GLI ENTI DI SERVIZIO CIVILE Circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento Gioventù e Servizio Civile Nazionale del 2 agosto 2012 Con una circolare pubblicata sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ufficio Nazionale per il Servizio Civile il 2 agosto 2012 è stata prevista una serie di adempimenti a carico degli enti di servizio civile, tra i quali quello di doversi adeguare, entro il 31/12/2012¸ alle disposizioni in materia di Posta Elettronica Certificata - PEC e di Firma Elettronica. Tutti g l i enti i s cri tti al l ’Al bo nazi o nal e o ag l i Al bi del l e reg i o ni e del l e Pro v i nce auto no me do v ranno qui ndi do tars i entro e no n o l tre i l 3 1 di cembre 2 0 1 2 del l a Po s ta El ettro ni ca Certi fi cata (PEC) e del l a fi rma el ettro ni ca aventi le caratteristiche previste dalla delibera ex CNIPA n. 45 del 9 novembre 2009¸ come modificata dalla determinazione DIGTPA del 28 luglio 2010¸ pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 191 del 17 agosto 2010. Con riferimento a tale procedimento è stato comunicato che: a) la competenza del procedimento è del Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale – Via Sicilia¸ 194 – 00187 Roma; b) il responsabile del procedimento è la Dr.ssa Patrizia De Bernardis. Per le comunicazioni via breve è possibile rivolgersi alla Dr.ssa Alessia Damizia tel. 06.49224283 o alla Dr.ssa Lucia Zafarana – tel. 06.49224232; c) avverso i provvedimenti adottati dall’Ufficio sarà possibile presentare ricorso innanzi al TAR Lazio. In caso di inerzia dell’Ufficio entro la data innanzi indicata si applicano le disposizioni di cui all’art. 20¸ comma 4¸ della legge n. 241/90.

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sono tenute a trasmettere al competente Servizio regionale la seguente documentazione: a) dichiarazione del legale rappresentante, resa nelle forme di legge, attestante la permanenza dei requisiti che hanno dato luogo all’iscrizione; b) relazione sull’attività svolta dall’associazione nel corso dell’anno precedente; c) comunicazione dell’avvenuta approvazione, con indicazione degli estremi dei relativi provvedimenti, del bilancio previsionale dell’anno in corso e del consuntivo riferito all’esercizio precedente. All’art. 12 sono illustrate le funzioni dell’Osservatorio regionale sull’associazionismo. Viene abrogata la precedente legge regionale n. 142 del 1996 (Promozione e riconoscimento dell’associazionismo).

stro regionale e i Registri provinciali delle organizzazioni di volontariato. La Regione Calabria provvede alla tenuta ed alla pubblicazione del Registro regionale quale aggregazione delle sezioni provinciali del Registro delle organizzazioni di volontariato. Per l’iscrizione nei registri le associazioni e le reti territoriali devono: a) avere sede legale in Calabria dove devono essere costituite ed operare da almeno sei mesi; b) essere in possesso dei requisiti stabiliti all’articolo 3 e, ove pertinenti, all’articolo 4 comma 1 (se si tratta di reti). Le organizzazioni di volontariato e le reti di volontariato territoriali sono iscritte, in base alla localizzazione della loro sede legale, nelle corrispondenti sezioni provinciali del Registro del volontariato istituito presso le province, fatte salve le reti con ambito territoriale regionale che si iscrivono direttamente al Registro regionale. Alla istruttoria e alla tenuta delle sezioni provinciali del Registro regionale provvedono le amministrazioni provinciali comunicandone l’esito alla Regione ai fini della iscrizione nel registro regionale del volontariato. Alla tenuta del Registro regionale del volontariato provvede il Settore Politiche Sociali della Regione Calabria. All’art. 6 vengono specificate le procedure di iscrizione nei Registri. L’articolo 8 stabilisce la possibilità per le organizzazioni di volontariato di stipulare convenzioni con la Regione e gli enti locali, con criteri informati al principio della sussidiarietà. Con una Legge regionale successiva (la n. 44 del 1° ottobre 2012) è stato tuttavia abrogato il comma che stabiliva che “alle organizzazioni di v olontariato è fatto div ieto di partecipare alle procedure di ev idenza pubblica relativ e a forniture, serv izi e lav ori, promosse dalle pubbliche amministrazioni nel territorio regionale, che non siano riserv ate alle organizzazioni medesime”. All’articolo 9 viene previsto l’accesso delle organizzazioni di volontariato alle strutture e ai servizi pubblici o convenzionati. L’articolo 10 riguarda il sostegno al volontariato, prevedendo iniziative di studio, ricerca e sperimentazione del settore, oltre a contributi finalizzati al sostegno del funzionamento ordinario delle organizzazioni di volontariato ed al finanziamento per specifici progetti o iniziative, nei limiti delle risorse finanziarie regionali destinate annualmente. L’articolo 11 riguarda i Centri di servizio per il volontariato. Agli articoli 12, 13 e 14 si stabilisce la partecipazione del volontariato alla programmazione degli interventi promossi dalla Regione e dagli enti locali, l’istituzione dell’Assemblea e della Consulta regionale del volontariato e della Conferenza regionale del volontariato. L’Assemblea regionale del volontariato, composta da tutte le associazioni iscritte al Registro, si riunisce annualmente per formulare proposte e pareri sulle politiche di interesse del volontariato ed elegge al suo interno la Consulta regionale del volontariato, con funzione rappresentativa del volontariato verso la Regione. Prevista anche la Conferenza regionale, convocata ogni tre anni dalla Regione per discutere sui temi proposti dall’assemblea (possibile, in questa sede, la partecipazione anche delle organizzazioni non iscritte al Registro). Il Capo V, è composto dagli articoli 15, 16 e 17. L’articolo 15 fissa le disposizioni finanziarie, istituendo il Fondo regionale per il volontariato. L’articolo 16 prescrive le norme transitorie e finali, mentre l’articolo 17 abroga la Legge regionale 19 aprile 1995, n. 18 e successive modifiche (Norme per il riconoscimento e per la promozione delle organizzazioni di v olontariato).

CALABRIA NUOVA LEGGE SUL VOLONTARIATO Supplemento straordinario n. 1 al Bollettino Ufficiale della Regione Calabria n. 14 del 1° agosto 2012 Pubblicata la Legge regionale n. 33 del 26 luglio 2012 intitolata “Norme per la promozione e la disciplina del v olontariato”. Consta di 5 capi suddivisi in 18 articoli. Il capo I, composto da 4 articoli, contiene le disposizioni generali e le norme di principio. All’art. 1 vengono elencate le finalità. In particolare, si riconoscono e valorizzano le iniziative di solidarietà e l’opera sociale svolta dalle associazioni di volontariato, promuovendo la conoscenza e l’attuazione della Carta dei valori del volontariato e incentivando lo sviluppo del volontariato come espressione di impegno civile, non limitandosi ai tradizionali ambiti della solidarietà sociale ma estendo alla promozione di forme e opportunità di animazione, educazione, orientamento delle giovani generazioni e degli adulti, nonché della promozione della cultura e della pratica del dialogo, della nonviolenza, della legalità, della cittadinanza responsabile e della solidarietà internazionale. L’art. 2 specifica il significato di attività di volontariato, distinguendo le seguenti tipologie di aderenti: a) volontari, che prestano la propria opera gratuitamente nello svolgimento delle attività istituzionali, oltre a provvedere al pagamento dell’eventuale quota annuale di adesione; b) sostenitori che non svolgono direttamente attività di volontariato limitando il proprio apporto al pagamento di una quota di adesione e senza ricoprire incarichi direttivi. Gli operatori volontari di cui alla lettera a) devono comunque essere presenti in maniera prevalente e in numero adeguato rispetto alle finalità perseguite dall’associazione. L’art. 3, invece, descrive le organizzazioni di volontariato. L’articolo 4 riconosce e definisce le reti territoriali e i coordinamenti regionali di volontariato. Si specifica che sono riconosciute e valorizzate le aggregazioni tra singole associazioni, dirette a favorire reti territoriali cui demandare specifiche funzioni operative (reti) e che sono altresì riconosciute e favorite forme di coordinamento regionale, presenti in almeno quattro province su cinque, promosse da singole associazioni, intorno ad aree tematiche comuni, con funzioni di rappresentanza e sensibilizzazione nei confronti delle istituzioni, secondo il principio di sussidiarietà. Il capo II, agli articoli 5, 6 e 7, prevede l’istituzione del Regi-

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ENTI NON PROFIT 23

ISTAT E NON PROFIT di Dani el a Rus s o

A

settembre 2012 ha preso il via il Censimento Istat degli enti non profit, che punta a rilevare dati sulle istituzioni non profit; il questionario è stato inviato mediante le Camere di Commercio ed è inoltre possibile compilarlo on line. Nel Piano Generale del censimento, l’istituzione non profit è definita come «unità giuridico economica dotata o meno di personalità giuridica, di natura priv ata, che produce beni e serv izi destinabili o non destinabili alla v endita e che, in base alle leggi v igenti o a proprie norme statutarie, non ha la facoltà di distribuire, anche indirettamente, profitti o altri guadagni div ersi dalla remunerazione del lav oro prestato ai soggetti che l’hanno istituita o ai soci». Secondo tale definizione, precisa il documento Istat, «costituiscono esempi di istituzioni non profit le associazioni, riconosciute e non riconosciute; le fondazioni, le cooperativ e sociali, i comitati. Rientrano tra le istituzioni non profit anche le ong, le organizzazioni di v olontariato, le onlus, i partiti politici, i sindacati, le associazioni di categoria, gli enti ecclesiastici civ ilmente riconosciuti». E’ stata una scelta precisa dell’Istituto di statistica quella di considerare tutte le realtà non profit nello stesso modo, in base a ciò che le accomuna: il fine ultimo, che non è il profitto ma la soddisfazione di un bisogno di rilevanza sociale. Questo a prescindere dalle forme giuridiche e organizzative, che sono tante e molto diverse. L’unica condizione richiesta dall’Istat all’organizzazione per essere inclusa nel censimento è il possesso del codice fiscale. Gli enti non profit coinvolti saranno oltre 470.000. La chiusura di tutte le attività di raccolta dei dati è prevista per il 20 dicembre, data ultima anche per la restituzione presso l competente per territorio e per la . Occorre sottolineare che è previsto l’obbligo di risposta, per tutti, entro il 20 dicembre 2012. Chi non provvederà a fornire una risposta entro il termine, sarà contattato dai rilevatori. I questionari, nelle intenzioni dell’ISTAT, dovrebbero consentire di rilevare più informazioni rispetto all’ultimo censimento av-

venuto nel 2001. Il questionario è strutturato in diverse sezioni: caratteristiche strutturali, attività, risorse economiche, risorse umane. Nel dettaglio, la sezione del questionario sulla struttura prevede dei quesiti sulla composizione dell’organo direttivo, sulla rete di collaborazioni con altre organizzazioni del settore non profit, con istituzioni pubbliche e imprese e nell’ambito territoriale di riferimento. Molti quesiti mirano a mettere a fuoco le attività e i servizi offerti nonché il tipo di utenti che ne beneficiano. Infine, sono state inserite nel questionario domande per rilevare le forme di comunicazione pubblica e la strategia adottata per la raccolta fondi, oltre a quesiti relativi alla composizione sociale, ai volontari, agli eventuali lavoratori retribuiti e alle risorse economiche dell’organizzazione. Lo scopo è di fornire una rappresentazione statistica ufficiale, aggiornata e affidabile del settore non profit in Italia e del contributo che esso fornisce allo sviluppo economico e sociale del Paese. Il Censimento consentirà anche di misurare l’entità del lavoro volontario secondo le linee guida stabilite dalle Nazioni Unite e dall’International Labour Organisation. Già dalla lista precensuaria sono emerse indicazioni interessanti sul modo in cui è strutturato l’universo del non profit in Italia. Per esempio, la maggioranza delle istituzioni è rappresentata in prevalenza da associazioni (79%), cooperative sociali (4%), organizzazioni di volontariato (3, 1%), istituzioni di rappresentanza (3%). Da un punto di vista geografico in Lombardia risiede il 14% delle realtà precensite, seguita da Lazio, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Sicilia. I risultati verranno diffusi entro la seconda metà del 2013, sarà molto interessante avere una lettura delle istituzioni non profit da un punto di vista quantitativo e qualitativo, tenuto soprattutto conto che, a parere di chi scrive le informazioni richieste sono senz’altro precise e dovute, ma rischiano di essere assai complesse per i compilatori, che operando nel campo della solidarietà spesso tendono a trascurare metodologie di rendicontazione sia sociale che economica.


COLPO D’ALA

Questa pagina vuole essere un “colpo d’ala”, cioè una proposta per un momento di riflessione.

VIAGGIATORI DISTRATTI Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle; e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi.

(S. Agostino)

Bollettino ufficiale dell’UNEBA - Unione Nazionale Istituzioni e Iniziative di Assistenza Sociale Direttore Responsabile: MAURIZIO GIORDANO Redazione ed Amministrazione: 00185 Roma - Via Gioberti, 60 - Tel. 065943091 - Fax 0659602303 e - mail: info@uneba.it - sito internet: www.uneba.org Autorizzazione del Tribunale di Roma N. 88 del 21/2/1991 Progetto e realizzazione grafica: www.fabiodesimone.it Stampa: Consorzio AGE Arti Grafiche Europa - Roma Il giornale è inviato gratuitamente agli associati dell’UNEBA Finito di stampare nel novembre 2012

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