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architetture contemporanee enzo venturelli

destra Enzo Venturelli, Studio per futuri edifici staccati dal suolo urbano, 1957, carboncino su carta, cm 69x99, Archivio di Stato di Torino, Fondo Venturelli, cart. 1

Alle poche opere portate a compimento nella carriera di Venturelli corrisponde un ingente patrimonio di progetti, disegni, modelli, dipinti, lettere e documenti conservati dall’Archivio di Stato di Torino: il suo più importante lascito a una città che non lo amò, e che a lungo non gli ha riservato adeguata attenzione critica. Già nel 1989 Venturelli esprime il desiderio

Enzo Venturelli, Teatro Tartaruga (teatro staccato da terra), anni ’50, chine colorate su carta, cm 65,4x97,3 Archivio di Stato di Torino, Fondo Venturelli, cart. 1, foto Studioelletorino

verbo “atomico” di Baj e Dangelo: edifici sopraelevati, traffico veicolare sotto la linea di terra, elicotteri in volo. Una città che sembra uscita da un film di sciencefiction di là da venire. La mostra parigina all’Office National Italien du Tourisme, nel 1958, segna l’inizio di un successo che solo la ritrosia e la scelta di restare a Torino mancheranno di alimentare. Venturelli incontra il favore di Michel Ragon, scrittore, critico d’arte e d’architettura, autorevole studioso di utopie urbane, e della stampa più accreditata. Su “Le Monde” André Chastel parla di “un’architettura che risponde ai bisogni del secolo.Questa aspirazione non è nuova”, scrive, “le soluzioni di Venturelli talvolta lo sono”. Nell’occasione viene presentato il Manifesto dell’architettura

nucleare e gran parte dei progetti -di abitazioni, edifici pubblici, ville, chieseche saranno alla base dell’ampio disegno di urbanistica spaziale documentato dall’omonimo volume del 1960. Progetti eseguiti fin dai primi anni ’50, quando firma, nell’anno del Manifesto del movimento spaziale per la televisione, il 1952, una Stazione radio-televisiva fatta di capsule sferiche simili a bulbi oculari e l’antropomorfa Villa nell’abetaia, del 1953, i cui ambienti ovoidali richiamano gli spazi uterini della Endless House di Frederick Kiesler. Costruzioni con strutture a ponte -un teatro, un padiglione espositivo, una Chiesa spaziale- passerelle sospese, e poi torri a dischi sovrapposti e nuclei abitativi fondati su modelli cellulari che sembrano prefigurare visioni metaboliste

come la Spiral Housing di Kiyonori Kikutake o la Nakagin Tower di Kisho Kurokawa, piani sfalsati per “aggregazioni tridimensionali dove la differenza d’uso dei piani permette una maggiore fruibilità degli spazi” che ritroveremo nell’utopia sociale dell’Habitat di Moshe Safdie. Anche se la loro radice è da ricercare nelle prefigurazioni urbane di Antonio Sant’Elia e Virgilio Marchi, innestate su una visione apocalittica della città: ammorbata dal traffico, dall’inquinamento, dalla mancanza di spazi idonei alla vita individuale e collettiva, dalla solitudine e dalla nevrosi dei suoi abitanti, all’accezione “romantica della ville tentaculaire”, cara ai futuristi e buona a suo dire per gli “ideali del borghese cittadino”, Venturelli contrappone una città a misura d’uomo,

con “modelli urbani e abitativi in cui separazione fra traffico veicolare e pedonale, il rigoroso rispetto dei principi di soleggiamento, l’aria, la luce diventano il tema dominante nella redazione di immaginari piani urbanistici” come scrivono Magnaghi, Monge e Re. Venata da una forte tensione utopica, e dalla fede nella tecnologia propria del periodo, la città di Venturelli si collega, in chiave anticipatoria, al filone dell’urbanisme spatial, secondo la definizione utilizzata negli anni ’60 da Michel Ragon. Un filone che annovera figure come l’altro torinese eretico, Paolo Soleri, impegnato a coltivare la sua immaginazione megastrutturale nel deserto dell’Arizona e il franco-ungherese Yona Friedman, che darà dell’urbanisme spatial una definizione legata al concetto di architettura mobile. Marco Parenti, da anni esegeta dell’opera di Venturelli, ritiene che la locuzione urbanistica spaziale “fosse da tempo nell’aria e che Enzo Venturelli possa essere considerato l’antesignano ideatore di questa terminologia”. Ragon e Friedman sono i fondatori, nel 1965, con Paul Maymont, Walter Jonas, Nicolas Schöffer e altri, del GIAP, Groupe International d’Architecture Prospective, che annovera tra i suoi membri Jacques Polieri. Scenografo e teorico della scenografia, fondatore con Le Corbusier dei Festivals de l’art d’avantgarde, Polieri firma con Venturelli il progetto di un Teatro di movimento totale, esposto a Parigi nel 1963, concepito come una forma circolare dinamica. Troppo “anzitempo”, come lui stesso ebbe a dire, poche furono le architetture di Venturelli a vedere la luce. Gli edifici di civile abitazione e le ville in Piemonte e Liguria, stabilimenti e ambientazioni non restituiscono lo slancio creativo dei progetti “non realizzabili”. Fa eccezione l’originale acquario-rettilario dello Zoo di Parco Michelotti; ideato nel 1958 e realizzato nel 1960, è considerato dagli specialisti il lavoro principale di Venturelli, ma in seguito al quale la sua speranza progettuale si affievolisce. Negli anni ’70, anche per ragioni di salute, si dedica alla pittura: lontano da vincoli progettuali, libera visioni di fantascienza pura. Nel 1975 Raffaele De Grada scrive che mutanti, cavalieri dello spazio, robot nani, colonnelli galattici “sembrano esseri immaginati per vivere nella ‘città futura’”, quella che lui aveva sognato.

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“L’era moderna, iniziatasi dalla rivoluzione francese, si esaurisce alle soglie dell’attuale formidabile periodo delle scoperte nucleari. La nostra vita, le nostre forme sociali, cambieranno ancora, useremo altre forme di energia, ed anche l’arte userà un altro linguaggio, così l’architettura”. Sono parole di Enzo Venturelli, scritte nel 1958 al culmine di un’attività totalmente proiettata nel futuro, della città e delle sue funzioni. Il linguaggio di Venturelli è già altro nel panorama torinese di allora. Nato a Torino nel 1910 e precoce apprendista nello studio dell’ingegnere Arrigo Tedesco-Rocca, dal 1936 Venturelli collabora con vari professionisti tra i quali gli architetti Melis e Demunari, fino alla laurea del 1939. L’influenza del razionalismo ne informa le prime opere, come il cinema-teatro Principe, del 1945, nella cui limpida composizione echeggiano geometrie neoplastiche e concrete, e la sala da ballo Eden, del 1947-1948, bizzarra commistione di eleganza ed estro eccentrico. Se all’inizio il suo lavoro passa piuttosto inosservato, segna un’inversione di rotta, anche linguistica, la casa-studio per lo scultore Umberto Mastroianni, del 1953-1954. Sulla collina di Cavoretto, è un complesso plastico-dinamico di ascendenza futurista in cui Venturelli esplicita la propria “visione artistico-idealistica dell’architettura” con cui reagisce al dettato modernista e alle “abusate forme scatolate lineari e piatte” dell’edilizia dilagante nel periodo postbellico. È un’architettura esplosa, di impronta organica, caratterizzata da volumi aggettanti che nelle intenzioni corrispondono a una distribuzione interna più idonea alle esigenze d’uso, intenzioni che tuttavia si scontrano con le richieste del committente e l’insufficienza di mezzi. Se in Italia subisce l’influente stroncatura di Bruno Zevi, che quarant’anni dopo rivedrà il suo giudizio, definendolo “opera stravagante, nel senso positivo del termine, di rottura linguistica che cresce con il tempo”, l’edificio suscita l’interesse degli ambienti internazionali. Ma non è che la punta di un iceberg. In quegli anni Venturelli lavora a forme dell’abitare “in grado di soddisfare le esigenze fisiche e psicologiche della vita moderna”, mettendo a punto una concezione di architettura per l’era nucleare che mostra sorprendenti analogie, sebbene non formali, con la “città nucleare” del Joe Colombo folgorato dal

autunno-inverno 2007

di donare questo materiale all’Archivio di Stato, “con sensibilità e lungimiranza, rare per i tempi in cui agli archivi si preferivano altri luoghi di conservazione per le proprie carte”, come scrive l’allora Direttore Isabella Ricci Massabò nel 1999 nel volume Enzo Venturelli architetto a cura di Marco Parenti e Angelo Mistrangelo, edito dalle Edizioni dell’Orso. “La decisione, vista a posteriori”, continua, “era in piena sintonia con il carattere di modernità che ha improntato la sua produzione”. La realizzazione del desiderio di Venturelli si compie, a seguito della sua scomparsa nel 1996, grazie all’impegno della moglie, Piera Portino, e di Nazario Droghetti, responsabile del primo riordino dei materiali. Tutta la sua storia di architetto e di artista è oggi accessibile al pubblico presso la sala di studio dell’Archivio di Stato, insieme ai volumi della biblioteca personale dell’architetto, che testimonia, nelle dediche degli autori, della sua vasta rete di relazioni nel mondo dell’architettura e della cultura a livello internazionale. L.P. Tutte le immagini qui riprodotte sono pubblicate su autorizzazione dell’Archivio di Stato di Torino.

Le nuove forme architettoniche... devono già essere considerate del periodo nucleare che ormai ha iniziato a pulsare

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Enzo Venturelli Manifeste sur l'architecture Paris 1958 Veduta della mostra Sculpture Architecturale, Parigi 1963, in primo piano plastico e progetti della Chiesa spaziale di Enzo Venturelli, foto Augustin Dumage Archivio di Stato di Torino, Fondo Venturelli

“Il y a autre chose que le cube et le parallélepipède-rectangle!”, lo dimostrano i progetti e le opere dei trentaquattro architetti e scultori di dodici paesi, tra i quali Enzo Venturelli, presenti nella mostra Sculptures Architecturales et Architectures Sculpture alla Galerie AndersonMayer nell’ambito della Biennale di Parigi del 1963. Curata da Michel Ragon e M. Tony Piteris, la mostra si prefigge l’obiettivo di riunire le più originali declinazioni del rapporto tra linguaggio plastico e architettura di quegli anni, alla base di una nuova tendenza architettonica “organique, vivante”. “Une architecture qui suive un chemin parallèle à l’évolution de la sculpture”, individuando il suo capolavoro nella cappella di Notre-Damesur-Haut, realizzata a Ronchamp da le Corbusier nel decennio precedente,

per Ragon “ne remplacera donc pas forcément l’architecture mathématique. Mais elle pourra lui apporter un élément concurrentiel toujour profitable au développement de courants nouevaux”. Nel catalogo della mostra, pubblicato per la tappa seguente al Théâtre-Maison de la Culture di Caen, Oscar Niemeyer, reduce dalla recente impresa di Brasilia, parla di un’architettura contraddistinta da una “liberté plastique presque illimitée, qui, au lieu de se plier servillement à des raisons tecniques ou fonctionelles déterminées, constitue, en premier lieu, une invitation à l’imagination, et qui crée une atmosphere d’extase, de rêve et de poesie”. Nelle pagine del catalogo si apprende anche come per la Chiesa spaziale, ardita struttura “a ponte” concepita per essere realizzata in cemento armato, Venturelli prevedesse un rivoluzionario rivestimento in materiale plastico bianco. Oltre a Niemeyer, un capostipite della tendenza in cui Venturelli è annoverato a buon diritto tra gli iniziatori, figurano nella mostra, che concluderà il suo tour al Rotterdamsche Kunstring di Rotterdam, due tra i più illustri fautori della “sintesi delle arti” postbellica. Fondatori nel 1951 del Groupe Espace -cui aderiranno anche i membri del MAC italiano- André Bloc, campione della scultura architettonica, e Nicolas Schöffer, padre dell’arte cibernetica, affiancano alcuni futuri membri del GIAP: lo stesso Schöffer, Paul Maymont, Ionel Schein, Pascal Haussermann e Jacques Polieri, sulle cui concezioni scenografiche si fonda

il progetto di Teatro di movimento totale di Venturelli presentato nell’occasione. Molto di più che una buona compagnia, l’autorevole compagine articola una geografia dei rapporti fra l’opera di Venturelli e la cultura artistica e architettonica transalpina -in particolare con il milieu dell’architecture visionnaire di cui parlerà Ragon- ancora tutta da esplorare. L.P. Enzo Venturelli, Studio per progetto di Teatro di movimento totale – veduta prospettica, anni ’50-’60 concezione scenografica di Jacques Polieri chine colorate su carta, cm 42,3x35,4 (particolare), Archivio di Stato di Torino Fondo Venturelli, cart. 5, foto Studioelletorino

Copertina del volume Urbanistica spaziale di Enzo Venturelli, Fratelli Pozzo Editori, Torino 1960, Archivio SSAA, Torino

Le nuove concezioni urbanistiche di Venturelli partivano dal“presupposto di cercare, e trovare, delle soluzioni che investivano problemi di architettura, di spazio, aria, luce e viabilità nei centri urbani; ricerche tese al fine di ovviare ai molti inconvenienti dell’attuale vita sociale residenziale collettiva urbana”, come scrive nell’introduzione al volume Urbanistica spaziale, pubblicato dalle edizioni Fratelli Pozzo nel 1960. Nel 1958, la mostra presentata a Parigi fu ospitata, con eco minore, a Torino al Salone de “La Stampa” e a Milano alla Galleria d’Arte e Selezione: “Le mie proposte, con i progetti che esponevo”, ricorda Venturelli, “apparvero allora, in un primo tempo audaci e sconcertanti (…). Si dovette constatare poi che queste soluzioni riguardanti tanto i problemi di architettura quanto di innovazioni edilizie, e quelle atte a svincolare il traffico e la viabilità dalle esistenti costrizioni, costituivano uno spiraglio aperto nel blocco chiuso del formalismo attuale, e indicavano possibili soluzioni atte a risolvere le difficoltà del traffico delle città e le incertezze dell’edilizia urbana”. Il volume è la risposta alle perplessità del pubblico e degli specialisti che giunge a epilogo dell’alacre lavoro del decennio precedente. “Noi dobbiamo convincerci”, vi si legge, “dell’importanza della città come fattore di condizionamento della vita sociale. Le inumane condizioni di esistenza in agglomerati urbani privi di sole e di luce, d’aria e di zone verdi, provocano una rottura nell’accordo fra l’uomo e l’ambiente, e perciò generano un tragico isolamento dell’individuo. Le nostre metropoli viste dall’alto, si presentano come una ulcerazione del suolo terrestre: ulcere create dal microbo umano, si cui la terra è ormai passivamente portatrice”. In alternativa Venturelli propone un nuovo piano regolatore, che comporta la sostituzione dell’uso del diritto di proprietà con il diritto di costruzione, per rendere più agile l’organizzazione urbana, e nuove disposizioni per gli isolati. Immagina soluzioni di doppia viabilità, citando Leonardo e Le Corbusier, mediante la sopraelevazione del piano stradale ed edifici staccati dal suolo. Già presago dei nefasti effetti delle polveri sottili prevede la creazione di sottovie e svuotamento dei primi piani nei centri storici e finanche un sistema, regolarmente brevettato, per l’eliminazione delle polveri e dei fumi dall’atmosfera. La Città futura, per Enzo Venturelli, dovrà essere “oltre che sana e luminosa, alberata ‘non solo orizzontalmente, ma anche verticalmente’, igienicamente efficiente per la vita umana. Dovrà dare al pedone la possibilità di muoversi agevolmente e tranquillamente senza apprensioni e tensioni nervose dovute al traffico dei veicoli, e, fattore importante, evitargli il pericolo della respirazione diretta delle polveri e gas di scarico prodotte dal traffico”. Il progetto per il nuovo piano regolatore, accanto agli altri progetti già esposti a Parigi, viene presentato per la prima volta, nel maggio del 1959, a Biella, su invito del Circolo degli Artisti nella sede dell’Automobile Club. L.P.

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