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RECENSIONI

ANY FACE

“Perpetual Motion Of Deceit” GENERE: Death Metal ETICHETTA: Nadir Music VOTO: 80/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

Nuovo album per gli Any face dal titolo “Perpetual motion of deceit”. Questo nuovo album arriva a quattro anni di distanza da “The Cult Of Sickness” e devo dire che il tempo di attesa è stato più che giustificato. Una bordata di death metal carico di tecnica e di feeling che lascerà con la mandibola disarticolata più di una presona. La band mi ricorda in certi passaggi sia i Pestilence che i Cynic, accanto alla violenza sonora e ultratecnica alla quale il combo ci aveva abituati, in quasi tutte le tracce del nuovo platter trovano ampio spazio escursioni in territori musicali completamente avulsi all’assalto sonoro fine a se stesso. Tecnicamente un lavoro molto interessante, tecnica a strafottere e cattiveria gratuita sparata nelle orecchie all’ascoltatore. Forti i rimandi dei mostri sacri del death e del thrash anni 80 e 90, specie in certe risoluzioni vocali; batteria devastante, chitarre affilatissime; peccato per il basso un filino sottotono rispetto alle mie aspettative (ma è quasi più un piacere personale che non un discorso di errore vero e proprio) e la voce che crea dei dubbi in alcuni punti. Poderosa nei growls, interessanti nelle parti “arrabbiate”, ma poco incisiva nelle parti melodiche e pare che addirittura non vi sia stata una vera e propria post produzione in quelle parti ed è la parte claudicante di tutto il lavoro. Spiace perché le parti ruvide e cattive del cantato sono veramente evocative e incisive come il resto della strumentazione. Parlando sempre di voce c’è anche il cameo di Dorotea Mele, che entra come guest star all’interno del cd (ma non vi dico dove, dovete ascoltarvelo tutto). Emozionalmente sono stato colpito da la opener “Twisted motion of deceit”, “The hell of future”, la title track “Perpetual motion of deceit” e “Locked up”. Come sempre ascoltate anche voi il cd e fatevi la vostra top songs. “Perpetual motion of deceit”, concludendo, è un ottimo lavoro nel complesso, la band si ripropone al pubblico in modo più che interessante; il mio consiglio è se vi piace la tecnica e vi piace il death dovete avere questo cd. Alla band consiglio di dare un filino di accuratezza in più sulle parti melodiche vocali, se si vogliono inserire anche in futuro e per il resto di continuare così che state facendo un buonissimo lavoro.

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BED TOYS “Celebration”

GENERE: Hard rock ETICHETTA: Alka records VOTO: 45/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

Ascoltando l’EP di esordio dei Bed toys un dubbio mi assale, scrivo quello che penso oppure provo ad edulcorare il mio pensiero? Purtroppo per i Bed toys di edulcorare il mio pensiero non è possibile, non perché voglia essere cattivo nei loro confronti, ma per rispetto delle band che ho recensito in questi quasi quindici anni. Specie poi se dovessi mettere a comparazione il loro prodotto con quello di altre band, sia con contratto discografico come loro che band in autoproduzione, dello stesso genere loro sarebbero annichiliti… Ma andiamo per gradi. La band nasce dalle ceneri dei Fury and grace (da non confondere con i lombardi Fury ‘n’ grace) con il nome di Dioniso, cambiano il nome nel 2007 con l’uscita del loro primo EP ed entrano a far parte della Alka records. L’anno successivo il loro EP esce col titolo di “Bottlenaked”. Come spesso accade riassetto di lineup e uscita del loro cd “Celebration”. A livello di immagini nulla da dire, in pieno stile glam anni 90 e hard rock di quello più sleaze, ma il tutto si ferma alle immagini. Composizioni banali, arrangiamenti prevedibili e la cosa più brutta una post produzione ed un mastering di dubbia natura. Ho provato ad ascoltare il cd su diversi lettori e su diversi impianti, dai più infimi a quelli più blasonati ed il risultato è lo stesso chitarre piatte persino durante i soli e la voce troppo avanti rispetto a tutti gli strumenti ed acuti assolutamente imbarazzanti. Poi permettetemi, sono un appassionato di glam e di metal a cavallo tra anni 80 e 90, ma una canzone glam o hard rock sleaze prevedrebbe un refrain che rimane in testa, il “gingle” del ritornello ti si dovrebbe stampare in testa ancorché siamo in ambito scanzonato, ma la ripetizione a mantra di due parole del ritornello non basta. Un paio di tette e dei gemiti non fanno una canzone glam. La scelta di (ri)arrangiare in quel modo la cover delle Blondie “Call me” è stata ancora più affossante.

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A me spiace sempre dover affossare un qualsiasi album, EP o demo, ma quando le cose vengono fatte male o vengono fatte meno bene, specie se in presenza di un contratto discografico, rispetto a quello che dovrebbe essere, non mi si lascia scampo. Ancor di più che i Bed toys a loro dire, dalla bio ovviamente, non sono “nuovi di questi boschi” sia per le precedenti opere e per il loro trascorso in altre band, ma ripeto quello che ho scritto come incipit, ci sono un sacco di altre band e alcune neppure senza etichetta che hanno proposto materiale di qualità superiore pur restando nello stesso ambito e dimostrando nei fatti le capacità. Mi spiace ma questo album non è un buon lavoro, magari la band ha più alte potenzialità da live, quello che mi viene da dire alla band è di lavorar più sulle composizioni e sul mastering in modo da poter presentare un lavoro buono che possa essere apprezzato.

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BLOODRED “The lost ones”

GENERE: Death/black ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 69/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

Bloodred è un progetto da di studio nato ad Oberstenfeld in Germania nel 2009 da un uomo di nome Ron Merz. Mentre la ricerca di musicisti è stata dura, Ron ha mobilitato Alexander Krull (Atrocity, Leaves ‘Eyes) per registrare e produrre questo debutto “The Lost Ones” ma anche chiesto di gestire le batterie per mano di Joris Nijenhuis (Atrocity e Leave’ Eyes). Questo singolo ha due tracce veramente devastanti, ma entriamo meglio nelle specifiche. La proposta è un death black di alta qualità e con delle specifiche sonore molto interessanti. La mano di Krull è percepibile, ma non invasiva, le sonorità sono compatte e ben calibrate. Ovvio lo stilema classico del death black è riproposto in entrambe le canzoni, pur non essendo così innovativo e così fuori dagli schemi abbiamo comunque due brani molto interessanti. Forse le chitarre leggermente più alte sarebbe stato un ottimo lavoro. Purtroppo essendoci solo due tracce non potremmo dare un voto alto, ma sappiate che in attesa del nuovo lavoro e dell’esordio “sulla lunga distanza” il singolo “The lost one” si fa ascoltare in modo ottimo e anche “Spirits of the dead” rende parecchio. Concludendo questo debutto da poco meno di dieci minuti è interessante e vale la pena averlo tra le mani, anche se in forma digitale, “The Lost Ones” non è solo per gli amanti del metal estremo, ma potrebbe entrare anche nelle “corde” di chi cerca delle novità e delle sonorità più forti. Attendiamo che esca un lavoro con più brani in modo da poter valutare al meglio la proposta di Merz e dei suoi “Bloodred”.

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BLOODSTRIKE “Necrobirth”

GENERE: Death metal ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 70/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

La band proviene da Denver e ci propone un EP di pura violenza. La loro proposta è quella di una rivisitazione del death metal vecchia scuola e con forti influenze derivanti dallo swedish death anni 90, quello che fu definito anche death ‘n’ roll. La band è formata da Holly Wedel alla voce (ex Nexhymn), Jeff Alexis alla chitarra (ex Silencer), Joe Pike alla chitarra (ex Dripfed e ex Clusterfux), Rhiannon Wisniewski al basso (Moth, ex Sumnus e ex Trambar) e Ryan Bloom alla batteria (ex Havok). Che sia chiaro alla voce, così potente e cavernosa, c’è una donna, la quale dimostra come si possa essere parte fattiva di una band metal estremo senza aver nulla da imparare dai “maschietti”. Strutturalmente lo fanno quello che dicono ovvero propongono un vecchio meccanismo ma con chiave di rinnovamento e di freschezza. Il loro death metal è oggettivamente portentoso, chitarre che tagliano l’aria, un basso devastante ed una batteria la fulmicotone e una voce assolutamente distruttiva. Le registrazioni sono state curate in modo ottimo, le composizioni sono concrete e ben strutturate. Inoltre la band dimostra con questo Necrobirth che facendo metal estremo si riesce comunque a registrare tutti gli strumenti e poterli far sentire tutti senza nessuno che risulti impastato o annichilito dagli altri. Dei tre brani che compongono questo EP d’esordio ho apprezzato moltissimo “Skeletal remains” e “Serpent son”. Certo mi direte voi, hai lasciato fuori “In death we rot” cosa vorresti far intendere? Nulla. Anche “In death…” ha un bel potenziale ma volendo trovare le più significative una rimaneva di poco sottotono. Concludendo questo esordio è un portentoso biglietto da visita per questa band che di certo ha ed avrà molte altre sorpese da proporci nel futuro. Se siete amanti del death vecchio stile, alla Entombed alla Dismember e non solo, non potrete far a meno di avere questo Necrobirth. Come sovente segnalo il voto sarebbe stato più alto se fosse un album intero, purtroppo un EP di soli tre brani non permette di dare un voto più alto, ma fidatevi che la band ha delle potenzialità altissime.

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CHIRAL “Abisso”

GENERE: Black metal ETICHETTA: Autoprodotto/

Black plague records VOTO: 60/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

Nuovo lavoro per i Chiral, band di recentissima formazione ma con all’attivo già una demo “Winter Eternal” uscita qualche mese fa e recensito sempre su queste pagine. La matrice principale è quella del black metal, già presente nel precedente lavoro della one man band ma notiamo alcune varianti rispetto al passato. La band ha curato meglio le composizioni e alcuni, non tutti, aspetti della post produzione. Purtroppo ancora una volta abbiamo la chitarra troppo alta rispetto agli altri strumenti e si notano alcune imperfezioni che potevano esser gestite meglio con un occhio più attento in post registrazione. Altra cosa che salta all’orecchio è un uso troppo lineare e prevedibile della batteria (o meglio della drum machine). VA comunque detto che alcuni stacchi ed alcuni interludi dimostrano grandi abilità e capacità dei Chiral, ma che forse sarebbe bastato un paio di settimane in più in vase di mastering e di post produzione per ottenere un lavoro sopra la media e di certo con pathos più alto. La title track “Abisso” se pur particolarmente lunga ha un certo appeal ed un certo groove che rimane più delle altre canzoni. “Abisso” appare, concludendo questa mia recensione, un lavoro ancora un pelino sbilanciato, ci sono stati miglioramenti rispetto al primo lavoro, ma non sono stati abbastanza a mio avviso e par quasi che la band si sia involuta in se e non abbia fatto evoluzione. Consiglio spassionato, visto che quello sulla copertina della vechcia recensione è stato recepito, non aver fretta a far uscire materiale, ma farlo quando il lavoro è alla sua massima espressione; magari anche dandolo in pre ascolto a persone estranee alla band che possano dare un proprio valore aggiunto con critiche costruttive. Nota importante questo album uscirà nel 2015 sotto Black plague records mentre per ora è autoprodotto dai Chiral stessi.

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DIE ABETE “Tutto o niente”

GENERE: (post)Hardcore ETICHETTA: Fallo dischi V4V-Records VOTO: 70/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

Die abete nasce nel 2013. Sono 2 chitarre, 2 batterie, 3 voci, ogni tanto anche 4. Si chiamano Marco, Eugenio, Lukas e Michele e vengono dal Sud-Est dell’Umbria per la precisione vengono da Terni. Da poco è entrato in formazione stabile Riccardo. Il loro primo disco è quello che andremo a recensire ora dal titolo “Tutto o Niente”. Tutto o niente è uscito ad aprile in edizione limitata, autoprodotto da Punkaiano records, da Giugno in free download per V4V e Fallo dischi che a Novembre ne cureranno la ristampa con 2 pezzi inediti. Interessante un loro motto: “ E così abbiamo sempre pensato che ci fosse tutto dovuto? Crudi come le ossa, senza ombra, senza tomba.” Ed effettivamente sono diretti, crudi e violenti. E fanno hardcore, o meglio loro lo definiscono post hardcore con rimandi screamo. A me ricordano molto i “The dillinger escape plan” ma con testi e cantato anche in italiano e non solo in inglese. Il lavoro è strutturato in modo assolutamente “non conforme”, nel senso che stanno in minutaggi molto ristretti, tipici più del grindcore e del punk hardcore vecchio stile, ma danno bordate veramente intense. Un album di poco meno di quindici minuti di aggressività sonora e dimostrano che pur andando verso lidi estremi, violenti ed aggressivi i suoni si sentono e non si perdono per la strada. Ottime registrazioni e buone le post produzioni , tipiche di questo genere. Ammetto che la doppia batteria è caratteristica ma non determinante, quantomeno non da cd. Interessante la loro versione di “Ragazzo di strada”, interessanti anche “Tommy was Superman”, “Per un pugno di pugni” e “Scrittore verace”. Vere e proprie bordate di violenza sonora di alta qualità. Concludendo buono l’esordio dei Die abete, vi consiglio di dargli un ascolto oltretutto è il free download e quindi non avreste neppure la scusa che “costa troppo”. Bell’esordio per la band, magari per il prossimo cd qualche traccia in più in modo da poter avere per un tempo più prolungato la rabbia dei Die abete. Dato che non l’ho scritto sopra lo faccio ora, ascoltate tutti e otto i brani e datevi una personale top list delle tracce, ne vale la pena. Complimenti e continuate così.

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ENTROPIA

“Pànik sagnant” GENERE: Drone-doom ETICHETTA: AnarkoSatanisme records

Voliac rock productions VOTO: s.v. RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

L’ultimo lavoro di Entropia “Panik Sagnant” è uscito da poco più di un paio di mesi e ammetto non essere la cosa più semplice da recensire. Io e il drone in genere, non solo il drone doom, fatico a capirlo fino in fondo. Quantomeno quelle che sono alcune proposte musicali del genere, quando sono non particolarmente caustiche, le accomuno all’arte concettuale ovvero quel filone di espressione artistica che ha un concetto a supportare e a giustificarne la forma non comune e non “conforme”. Ma andiamo per gradi. La band è attiva dal 1994 e dal 1995 che sforna lavori che passano dall’autoproduzione, come sovente accade nell’ambito della musica tutt’altro che mainstream, fino a raggiungere le case discografiche a tema che permettono una distribuzione più ad ampio raggio. Panik Sagnant non ha una struttura “normale” delle tracce, e di conseguenza è piuttosto un ossimoro parlare di composizione nella forma classica. Siamo di fronte più ad un insieme di linee strumentali, a volte dissonanti e a volte consonante. Le tracce variano da poco più di sei minuti a quasi diciotto. Il tutto formato ed assemblato in modo da poter essere certamente in linea con il Drone ma troppo lontano da un metro di misura per me e potergli dare il giusto peso ed il giusto apporto. Va detto che nelle parti “capibili” delle canzoni la band dimostra oltre ogni ragionevole dubbio di avere capacità e abilità oltre che stoffa da vendere come musicisti, ma la cosa che non comprendo è proprio questa gestione delle abilità trasformata in materiale dissonante, oppressivo e quasi cacofonico. Purtroppo, come ho già scritto, ammetto il mio limite e devo dire che con buona probabilità non è propriamente il mio genere. Di certo gli appassionati di Sunn O))) e di Masaru Sato sapranno apprezzare molto e più di quanto abbia fatto io. Personalmente non darò voto, perché non ne comprendo fino in fondo il concetto che sta dietro a queste quattro tracce. Vien da se che oltre venti anni di carriera musicale, vogliono dire certamente qualche cosa, di sicuro gli appassionati del Drone sapranno di che gioire e come gustare al meglio questa uscita.

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ESCAPETOR “Fear”

GENERE: Thrash metal ETICHETTA: Crime Records VOTO: 72/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

Band Norvegese dedita ad un thrash metal con rimandi al heavy classico. La band è in giro dagli anni 90, o meglio dal 99. Al loro attivo ci sono quattro demo: “Demo I”, “Drop the system”, “No one will survive” e “Water” rispettivamente 1999, 2000, 2002 e 2003; quindi la band ha sfornato due cd: “Moments…” del 2005 e il cd che andremo a recensire “Fear” del 2014 e due EP “Misantrophia” 2009 e “Decennium” nel 2010. La band non se l’è passata bene in questi anni con problemi di lineup, ma ora pare aver trovato una quadra ed hanno deciso di far uscire questo nuovo album. Musicalmente come riportano a certi periodi di Megadeth e sotto un certo aspetto anche leggermente gli Annihilator, ma sento anche rimandi ai Rage. La band non presenta alcuna novità e alcuna risoluzione musicale che sia oltre gli standard di thrash e di heavy classico, ma questo non è sempre un demerito, come spesso scrivo, la band fa il suo e tutto sommato lo fa bene. Canzoni tirate, altre in midtempo e il tutto con una produzione dignitosa e interessante e con un occhio alle sonorità odierne, pur non snaturando il suono complessivo. Forse qualche cambio vocale e qualche variazione in più avrebbe giovato, ma solo per poter variare e non rischiare di risultare oltremodo “monotonico” . Inoltre la cassa la sento un pochino troppo secca. Personalmente ho apprezzato moltissimo tracce come “Dark past”, “Mr Hyde”, “Shadow” e la title track “Fear”. Direi che alla fine “nulla di nuovo sotto il sole” proposto da questa band, ma alla fine non nascondiamoci il fatto che suonare old school (sai il thrash che il caro vecchio heavy) o lo si suona con certi stilemi ben definiti o è altro; questo implica ovviamente variabili e varianti che possono essere inserite ed altre che non possono essere previste. Direi che questo “Fear” può essere un lavoro per gli appassionati del heavy anni ’90 e per chi vuole avere un’idea di come si possa suonare alla vecchia maniera stando oramai nella seconda decade del 2000.

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GODSMACK “1000 HP”

GENERE: Hard rock ETICHETTA: Spinefarm/Universal VOTO: 89/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

Dalla “vicina” Boston, tornano i Godsmack che, con il loro nuovo disco “1000Hp”, ci portano e riportano a certe sonorità primordiali, grezze e veraci di un certo hard rock e di un certo far musica. Su chi siano e cosa abbiano fatto i Godsmack non mi prolungo molto dato che se non avete idea di chi siano avete perso un bel pezzo di storia della musica contemporanea. Sappiate solo che sono in giro dal lontano 1996, hanno fatto un bel po’ di album e di live in giro per il mondo. Ma giusto per darvi un’idea: Quattro nomination ai Grammy, quattro dischi di platino, venti milioni di album venduti, tre consecutivi primi posti nella classifica americana ed il loro primo singolo “1000HP” che sta mietendo vittime nelle US Charts. Questo giusto per dire chi erano e chi sono questi quattro “ragazzi” provenienti dalla costa est degli Usa. Per chi non li conosce, e ripeto fate male, i Godsmack sono sempre stati accumunati sia all’hard rock che al grunge di “seconda ondata” per il loro modo di mischiare un genere con l’altro e creando di fatto una miscela intensa di suoni e di emozioni. Sulla produzione nulla da dire, prodotto ottimo grandi composizioni, arrangiamenti ottimali e strumenti che “cantano” le loro parti. Dimostrazione delle abilità e delle capacità della band. Si potrebbe tranquillamente sostenere che essendo “mainstream” è facile avere una produzione atomica, ma carissimi la cosa non è assolutamente così semplice. Se le idee non sono buone la produzione e la post produzione non può far nulla. In questi undici brani le idee ci sono e sono molto corpose. La band si presenta con una badilata in faccia tramite il singolo e titletrack “1000 hp”, ma le sonorità primeve vicine a band del Seattle sound e di una frangia del “nu metal” come i Deftones si sentono subito esempio “FML”, “What’s next” ricorda la loro celeberrima “I Stand Alone” per stile e per attitudine (per la serie le mele non cadono troppo lontano dall’albero). “Locked and loaded” altro brano assolutamente spettacolare e con rimandi di un metallica sound dei tempi andati. Altro marchio di fabbrica con “I don’t belong” e “Turning to stone”.

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La versione Europea dell’album ha anche una Bonus Track: “Life is good” brano che rimanda vagamente a del southern rock leggermente appesantito “Something different” canzone atomica con arrangiamento di archi che aumenta il pathos della traccia. Che dire… Album da avere e ottimo ritorno sulle scende. Un album che merita veramente, dimostrazione che si può fare musica di qualità e che prende le persone senza piegarsi a ceri stilemi di moda. Il suono nudo e crudo della band con la loro carica adrenalinica e con la loro potenza.

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GORY BLISTER “The fifth fury”

GENERE: Death metal ETICHETTA: Sliptrick records VOTO: 75/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

I Gory Blister, gruppo technical death metal, si sono formati all’inizio degli anni novanta. Dopo alcuni demo “Spoilt by greed” e “Hanging down the sound”, hanno prodotto il loro EP “Cognitive sinergy” sono arrivati a creare un album vero e proprio dal titolo “Art bleeds” e questo accadeva tra il 1991 e il 1999. Dopo il primo c’è stato il secondo “Skymorphosis”, il terzo “Graveyard of angels” ed il quarto “Earth-sick” nel lasso di tempo che copre dal 2006 ad oggi e ora siamo al quinto “The fifth fury”. Nel frattempo la band ha partecipato anche ad un tributo ai Death con la loro versione di “1000 eyes”. Va detto che la band, con una vita così lunga non è stata scevra dai cambi di lineup, i problemi più pesanti si sono riscontrati con la voce e con il basso. Ma la cosa non li ha minimamente fermati tanto che ora propongono un album di inediti di una certa caratura ed una certa qualità. Compositivamente parlando ottime le proposte, ed in linea con il lavoro precedente, le registrazioni buone anche se a tratti il basso si fatica a percepire e coerenti le post produzioni. Devo dire che sia la passione per i Carcass che per i Death si sentono in modo marcato. Va comunque detto che la band ha un suo personale modus operandi e non fa il copia e incolla con le band sopracitate. Il suono è oggettivamente granitico e le canzoni vi passeranno sopra come uno schiacciasassi. Buoni anche i cambi di tempo, piuttosto inaspettati in alcuni casi, che rendono più accattivanti i brani. Unica pecca a mio avviso l’artwork scelto per la copertina. Vistosamente artefatto, nel senso che la computer grafica utilizzata è in linea con le tecnologie degli anni 90 e dei primissimi anni del 2000, ma ora come ora si è andatio avanti e la copertina con le furie così spigolose e con un mostruoso “odore” di pixellatura grossolana è punto di caduta.

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Personalmente sono stato colpito da tracce quali “Devouring me”, “The grey machine” (e la sua la ghost track), “Prometheus Scars” e “Psycho crave”. Come spesso dico ascoltate questo album e fatevi la vostra personale top songs. Quello che voglio però aggiungere è che la band merita attenzione per il lavoro che ha fatto fino ad oggi e per quello che è questo album in particolare, a mio avviso particolarmente maturo evariegato. The Fifth Fury è sicuramente un buon album, ma è mancante di un “quid” che possa far fare un nuovo salto di qualità alla band, speriamo che con il prossimo album ciò possa accadere. Alla band dico di continuare verso la trasformazione che hanno cominciato con “Earth-sick” in modo da potersi differenziare da molte altre band di death tecnico. Album consigliato agli amanti del death e della musica fatta come si deve.

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HARD TENSION “Fear and guilt”

GENERE: Prog metal ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 75/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

La band proveniente dalle terre lusitane si porpone a noi con un EP di cinque pezzi di prog ben composto e ben eseguito, ma andiamo per gradi, come sempre un minimo di bio della band dato che è per noi la prima volta che li recensiamo. La band nasce nel 2011 a Portimão e un anno dopo la loro nascita escono con il loro primo EP dal titolo “Perception”, EP a cui fanno seguire la presenza loro in una compilation con la traccia “Fire (is in you)” e questo cd “Fear and guilt”. La proposta, come ho scritto, è di un prog metal con rimandi a certi componimenti di musica classica e neoclassica. Il quartetto si presenta in modo molto interessante, buonissime le composizioni, belli gli arrangiamenti e discrete le proposte di post produzione. Le tracce non sono particolarmente lunghe e prolisse e quindi si fanno ascoltare in modo più che dignitoso. La batteria in alcuni punti resta leggermente indietro, nello specifico la cassa, e la cosa avviene in alcuni punti anche alle chitarre che restano troppo basse a mio avviso. Capisco durate le parti cantate che le chitarre non debbano sovrastare la voce, ma durante i soli o le parti strumentali sarebbe stato meglio spingere di più le chitarre. Nel complesso comunque è un lavoro più che dignitoso. Personalmente mi è piaciuta molto “Harder faster”, “Lords of Salem” e la titletrack “Fear and guilt”. Questi come sempre sono i miei gusti personali e vi esorto ad ascoltare il cd per farvi il vostro personale giudizio sulle cinque tracce che compongono “Fear and guilt”. Concludendo buona la prova della band portoghese, un minimo di accortezza in più per i livelli ed i volumi e il risultato sarà più che ottimo. Questo non è un album solo per gli amanti del prog, sia chiaro la band si è articolata in modo da poter essere apprezzata, senza cedimenti di sorta, ad un vasto spettro di ascoltatori.

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HATEFUL DESOLATION “Withering in dust”

Depressive atmospheric black metal ETICHETTA: Autoprodotto GENERE:

VOTO: 65/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

Hateful desolation è una band Depressive atmospheric Black Metal; va detto che era stato pensato come progetto solista di Void “Lord Mist” dei Frostagrath e Hecate nel 2013. Il progetto poi si è trasformato in una band a due uomini nel 2014 dopo essere entrato come vocalist Gray Ravenmoon. Il progetto ci è stato presentato come progetto Egitto/italico e la band di fatto è da considerarsi in quel filone di progetti a distanza e progetti da studio. La band quindi si propone a noi con “Withering in dust” come EP di esordio. Devo dire che tendenzialmente le band depressive black metal sono parecchio ostiche alle mie orecchie, ho bisogno di parecchi ascolti prima di trovare una linea da cui trarre il filo conduttore. Per questo EP devo ammettere che la cosa non è stata così lunga e macchinosa, ma anzi i brani se pur mediamente lunghi e con i criteri tipici del DBM, mi ha dato sensazioni interessanti e rimandi immediati, a dimostrazione che se vi sono le idee gli arrangiamenti aiutano solo ad aumentare il pathos. Rispetto al depressive “classico” la band inserisce ed arricchisce i brani con parti atmosferiche di grande impatto e di malsana passione Void fa veramente un ottimo lavoro per quanto riguarda le composizioni, veramente ben congegnate e opportunamente arrangiate, la voce di Gray caustica e violenta aumenta notevolmente la malia che assale l’ascoltatore. Dimostrazione che pur restando in situazioni di “oscurità” e di suono “minimale” si ottengono grandi risultati. Unica pecca a mio avviso la batteria leggermente troppo sintetica, ma per il resto pillice in alto per quello che le tre tracce propongono. Va ammesso però che le tre tracce alla fine sarebbero due, dato che la terza traccia è la prima in versione strumentale. Direi che le due versioni di “Your memory will never fade” e “Withering away in solitude” sono l’emblema di cosa questa band voglia porporre anche per il futuro. Direi che queto è un cd per chi è appassionato di metal estremo, non solo per i black metallers. Concludendo ho dato un voto poco più che sufficiente, per la sola proposta di due brani (anche se uno in versione strumentale) vi fossero stati più brani credo che avrei dato una votazione molto più alta. Alla band dico solo di continuare così, perché la proposta è più che ottima e che li attendo per un album intero.

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HELLCRAWLER / WÖLFE “ The End of humanity”

GENERE: Death Metal / Black / Grind ETICHETTA: Hollow earth records VOTO: 70/100 RECENSORE: Alessandro

Schumperlin

HELLCRAWLER WÖLFE Split vinile da 12” per gli Hellcrawler, provenienti dalla Slovenia, e i Wölfe, dall’Australia, e pubblicato per la Hollow earth records. Sul lato degli Hellcrawler ci sono tre tracce, due canzoni proprie: “Zombie Crawlers “e” Overthrown Paradise “ e la terza traccia è una cover dei Kyuss” Green Machine “. Gli Hellcrawler fanno death metal mescolato con la tipica attitudine death and roll di Hellacopters e Entombed. Le voci sono un mix tra ringhi death metal e gridano hardcore-metalcore, le batterie spettacolari e con il basso fanno un groove di tutto rispetto; il suono delle chitarre è tipico del periodo degli Entombed di “Wolverine blues” e di “DCLXVI: To Ride Shoot Straight and Speak the Truth” ma con dei rimandi in più punti ai Dismember di “Death metal”. Musicalmente ottimo lavoro e buon lavoro anche per quello che compete la preproduzione, anche se c’è ancora da lavorare a parer mio. Diciamo che la voce è un filino troppo orientata verso un certo tipo di metalcore e non è il massimo rispetto alle poderose musiche proposte dalla band slovena. Propongo a loro di rivedere il cantato per il prossimo futuro, per non risultare troppo vicini al metalcore. Il lato dei Wölfe, band australiana, dispone di 4 brani originali dal titolo VIII, IX, X, XI. Con la band del lato A hanno poco a che spartire, se non il fatto che c’è nel grindcore proposto dai Wölfe dei portentosi rimandi ad una certa scena death e hardcore europea della seconda metà degli anni ottanta e del primo quinquennio degli anni novanta. Strutturalmente le loro tracce sono hardcore vecchio stile con schiaffi regalati a tutto spiano. Batteria che non lascia un secondo di respiro, chitarre che non sono da meno e voce al vetriolo. Unica problematica che il basso si confonde con le chitarre e non si sente. I brani dei Wölfe, se non piace il grindcore e l’hardcore vecchio stile, sono piuttosto caustici. La voce urla e vomita tutto il disprezzo e odio possibile e le strumentazioni fanno da supporto a questo odio sonoro. Concludendo devo dire che oggettivamente questo dodici pollici è la dimostrazione delle due facce della stessa medaglia. Un lavoro aprezzabile per gli appassionati di metal estremo e del vinile. Per poterlo prenotare e ricevere o contattate la casa discografica oppure contattate gli Hellcrawler.

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HYPERBOREAN

“Mythos of the great pestilence” GENERE: Black metal ETICHETTA: Autoprodotto/Abyss VOTO: 79/100 RECENSORE: Alessandro

Records

Schümperlin

Band svedese nata nel 2000 dal nome Hyperborean, fautrice di tre demo autoprodotti, un album sotto abyss records e questo nuovo lavoro anch’esso in auto produzione come album digitale. La proposta è quella di un black metal dalle sfumature particolarmente tecniche e con delle abilità non comuni. La band è composta da Magnus Persson alla voce e Andreas Blomgvist per basso e chitarra. I due si avvalgono della abilità di Fredrik Widigs, per chi non sapesse è membro dei Marduk, come drum session e portano a noi questo album di cattiveria primordiale e di gelida violenza. Inoltre la band per le registrazioni di questo album si è avvalsa della abili mani di Magnus Devo Andersson, sempre Marduk, nel 2013 dando alla luce solo ora questo platter. La proposta compositiva è interessante ed articolata in più punti e in diversificate risposte sonore. Siamo di fronte ad una nuova visione del black metal, sempre diretto, sempre malefico e sempre violento, ma con delle abilità superiori per proposta non solo compositiva e post produttiva, ma anche per attitudine e per sonorità. La band fa un reale salto in quello che potremmo definire “prog” black metal o più semplicemente nel blakc metal sperimentale. I due creano intrecci tra voci e strumenti non comuni e di certa compattezza e intensa risposta empatica. Nulla da dire su quanto fatto a livello tecnico dalla band, grande produzione, grandi idee e grande risultato. Brani come “On the nature of mankind”, “Ethics of the conqueror”, “Bring forth the dead man” e la (quasi) titletrack “The great pestilence” sono dimostrazioni delle capacità della band che passano da blastbeat a tempi rallentati e da rasoiate con le chitarre a rimandi di arpeggi e soli interessantissimi e tutt’altro che scontati. Inoltre c’è una bonus track ascoltabile solo su youtube o sulla versione digitale di soundcloud “(Don’t fear)the reaper” cover conosciutissima dei Blue öyster cult. Concludendo, buona la prova della band e direi che se siete appassionati del metal estremo dovreste ascoltare questo album. Unica cosa che mi sfugge è avendo (almeno così risulta da Facebook) una label non capisco perché far uscire l’album in autoproduzione, ma questa è solo una mia curiosità che non ha nulla a che vedere con la qualità del cd.

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INNSMOUTH

“The shadows over Innsmouth” GENERE: Death metal ETICHETTA: Crime Records VOTO: 88/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

La band arriva dalle fredde lande della Danimarca, le capacità di questi ragazzi si sentono già sulle primissime note della prima traccia di questo esordio sulla “lunga distanza”. Loro sono l’incarnazione del termine “Techical death metal”. Boradate di violenza inserite in schemi veramente complicati e ultra tecnici. Va detto che buona parte del lavoro per la parte compositiva è di Thor Sejersen ‘Krieg’ Riis, potremmo definirlo un vero Deus Ex Machina degli Innsmouth, dato che dopo la dipartita del batterista e del tastierista, ha fatto lui le veci di tastiere e batteria oltre a fare la sua parte di chitarrista e compositore. Questo album è qualche cosa di veramente devastante e mostruoso. Una macchina da guerra che macina qualsiasi cosa gli passi davanti. In un’orgia di violenza a profusione e di caos primordiale chi non poteva mancare? Ovviamente le divintià esterne. Non è solo il nome Innsmouth che riprende gli scritti di Lovecraft, ma anche le tematiche e le liriche di questo album ripercorrono a più riprese i temi cari a H.P. Lovecraft. Oltre al nome della band ed al titolo dell’album”Shadows over innsmouth” , non che nome di una delle tracks, per gli appassionati (come il sottoscritto) troviamo “Reanimator”, “The colours out of space” e un “Klaatu verata nicto” che ricorda l’armata delle tenebre ed il Necronomicon (altro tema ricorrente di Lovecraft). Ma la band non è monotematica, ovvero altre canzoni parlano di tematiche orrorifiche ed oscure senza dover pescare per forza da H.P.L. Strutturalmente la band presenta canzoni solide e ben composte, registrate in modo ottimo e con in buon feeling anche per le post produzioni. Onore e merito al trio per le capacità inserite alta qualità in un album al limite del brutal death pur restando parecchio brutali e distruttivi. Concludendo, ottimo esordio per questo trio danese, vi esorto ad ascoltare questo album dato che non è solo violenza sonora fine a se stessa, ma un ottimo esempio di abilità tecnica e capacità empatica. Alla band consiglio di continuare così. Ottimo lavoro.

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INSIDE THE HOLE “Impressions”

GENERE: Hard rock ETICHETTA: logic(il)logic

Records Andromeda Dischi

VOTO: 78/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

Gli Inside The Hole sono un terzetto siciliano che suona un rock n’roll saldamente ancorato alla tradizione hard rock e blues, con una spiccata attitudine al suono degli stati del sud degli USA. Sinceramente se non sapessi che sono Palermitani direi che arrivano dagli Usa. Nota aggiuntiva a sentire il cantato ho come delle reminiscenze a cavallo tra ZZ Top e Motörhead (quelli più bluseggianti ovviamente), ma andiamo per gradi. La band si forma nel 2010 ed un anno dopo sono già in studio per il loro primo album, che poi sarebbe questo ma ne parleremo meglio dopo, e grazie a “Beer! Sex! ...And Fuckin’Roll” (il primo album) ottengono buoni rimandi di critica e di fans. Entrano in diverse compilation italiane e americane e fanno un tour in giro per l’Europa. A marzo di quest’anno firmano per la logic(il)logic ed entrano negli Atomic stuff studio per poter ri registrare alcune parti del primo cd e poterlo quindi riproporre. Quindi a tutti gli effetti questo non è altro che un re-release con un nuovo nome e con un certo groove più corposo rispetto al lavoro fatto nel 2012. Le dieci tracce che compongono questo “Impressions” sono, come già anticipato, hard rock blues addicted e sono fatte veramente bene. Un plauso va a tutta la band che riesce a far trasparire abilità e capacità tutt’altro che comuni e tutt’altro che scontate. Buone le batterie, ottime le chitarre, coinvolgente il basso e sopra le righe la voce. Unica pecca a mio avviso, la ristampa del primo cd sarebbe logico, a mio avviso, affiancarla magari a brani nuovi o a versioni alternative aggiuntive, in modo da giustificarne nuovamente l’uscita, in questo caso le tracce erano quelle e quelle son rimaste. CERTO sono state riviste e ri registrate alcune parti, ma dopo due anni far uscire nuovamente il primo cd non mi pare un forte passo avanti. Canzoni come “I Pay for You”, “Love me Baby!”, “Baby song”, “We’ll Be Free” e la title track “Impression” vi daranno tranquillamente la direzione in cui la band si muove e in che modo suona. Ovviamente come sempre ascoltate tutto il cd e fatevi la vostra “Top songs”.

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Concludendo se cercate novità assolute o formule mai viste, non è questo il cd per voi. Nel senso che qui non ci si inventa nulla, ma si porta avanti un genere che si avvale della semplicità, del feeling e del groove che porta con pochi accordi e con poche scale. Gli inside the hole cercano di mettere certamente del loro e ci riescono molto bene a mio avviso. Il cd fluisce in modo ottimo e con una certa piacevolezza. Direi che potrebbe essere la colonna sonora per le vostre ferie. Ottima (ri)proposta degli Inside the hole, ve li consiglio e a loro consiglio di uscire il prima possibile con un album di inediti.

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LATTE+

“No more than three chords” GENERE: ETICHETTA: Rocket VOTO: 78/100

man records

RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

I Latte+ sono una band in attività dal ‘97 ed hanno alle spalle ben cinque album; provengono da Empoli e suonano un punk rock piuttosto orecchiabile e ”catchy”. La loro ultima fatica si intola “No More Than Three Chords”. Sinceramente se non sapessi che sono Italiani li avrei scambiati per una band americana sia per attitudine che per sound. Quel mix tra Misfits, Ramones e Bowling for a soup. Inoltre questa “novità” del cantanto in inglese è particolarmente interessante dato che di solito i Latte+ cantano in italiano, ma direi chela lingua con cui si canta non inficia nulla, anzi in alcuni casi permette di essere apprezzati anche oltre i nostri confini. Il disco scorre alla grande senza mai perdere colpi e restando fedele al detto dei Ramones “se hai da cantare qualche cosa lo devi fare in 2 minuti”. Compositivamente parlando siamo di fronte ad una cosa assurda, tre accordi per canzone, refrain molto facili da ricordare e se pur usando questa formula di tre accordi le composizioni non risultano ne banali ne scontate. Arrangiamenti piuttosto old style pur non rincorrendo nessuno e post produzione piuttosto grezza come il punk rock pretende. Certamente delle diciotto tracce che comprendono questo “No more than three chords” ho apprezzato la opener e title track, appunto, “No more than three chords”, poi “Anyway i wanna be with you”, “Armanda”, “Jhonny Ramone”, “She gone today”, “your time is over” e “Teenage schizoid”. Come sempre date un ascolto e fatevi il vostro personale giudizio empatico Concludendo prova superata per i Latte+, album veramente godibile e fresco pur restando particolarmente semplice eretrò. Secondo il mio modesto parere questo è un album per tutte le stagioni e per tutti i gusti, potrebbe tranquillamente portarvi in vacanza sia al mare che come compagno di ritorno da una serata di bisboccia. Complimenti.

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LETHAL VICE “Thrash converters” GENERE: Thrash ETICHETTA: Suspirie VOTO: 69/100

records

RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

I Lethal Vice provengono dalla Galizia, in Spagna, e giungono al debutto ufficiale dopo quasi dieci anni dalla formazione della band (nati nel 2005). Il loro percorso, è stato rallentato da una miriade di difficoltà, principalmente nel trovare una stabilità di line-up, quindi la band riesce a partire con un demo,” Here Comes The Reaper” auto prodotto e molto vicino all’Heavy classico e stampato nel 2008 a far capolino sul mercato; ma è solo dopo il 2012 che raggiungono la definitiva stabilità di formazione, quella che li ha condotti al contratto discografico con la Susperia records ed alla pubblicazione del loro esordio discografico “Thrash Converters”. Resto perplesso dalal proposta della cover, anche i Lethal vice vengono ammagliati da questa mania per la copertina “old school” ovvero copertine tipiche degli anni 80 e primi novanta in ambito thrash piuttosto abbozzate e non particolarmente curate. Capisco fare le cose in versione old school, ma persino i dinosauri del genere si sono “evoluti” per quanto riguarda le copertine, ma andiamo oltre. Musicalmente abbiamo i classici suoni del Thrash costa est, Anthrax in primis, ma senza disdegnare rimandi tipici di Testament e Metallica dei primi tempi. Va detto che pur essendo band Spagnola, non ha risentito molto delle influenze tipiche del thrash europeo (e Tedesco principalmente) ma rimanda alle sonorità delle band di cui sopra, facendo comunque un proprio modus operandi. Inoltre la band dimostra a più riprese di prendere la musica e il thrash non solo dalla parte della serietà e delle denunce sociali, ma anche sul frangente della goliardia e della burla (Vedi “Insert coin” e “Lethal thrashing madness”). Per la parte tecnica trovo troppo alte le chitarre ritmiche, anche durante gli assoli, e poco incisiva la batteria che rimane a livello di volumi un filino troppo bassa il che è poco funzionale per la band e assolutamente non in linea con il genere e con l’attitudine. Per il resto buna la composizione, discreta la registrazione e interessante la post produzione, eccetto quei problemi di volumi, nota di merito va alla durata delle canzoni che pur rimanendo in media oltre i quattro minuti propongono dei cambi di tempo e delle variazioni all’ascoltatore.

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Direi che le canzoni che mi hanno preso più di altre sono “NWO”, la sopra citata “Lethal thrashing madness”, “In greed we trust” e “Operation warehouse”. Come sempre ascoltate il cd e fatevi una vostra personale idea delle canzoni migliori. Concludendo auspico che la band faccia qualche passo pi più per quanto riguarda la produzione e la post produzione, il loro cd d’esordio è un “classico” del thrash. Questo vuol dire che se cercate cose “strane” quali innovazioni o variazioni sul tema “thrash” avete sbagliato, loro sono tutto sommato una band onesta che dimostra la propria passione verso un genere vecchio stile e quindi così decidono di comporre. Consigliatissimo per i thrasher più incalliti.

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NOTHGARD “Age of pandora”

GENERE: Melodic death metal ETICHETTA: TrollZorn VOTO: 90/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

I Nothgard sono la prima band di Dom R. Crey, recentemente subentrato negli Equilibrium. Potrebbero i più lungimiranti fare la connessione e darsi la motivazione del fatto che ora stiano facendo un tour congiunto delle due formazioni e transiterà anche l’Italia; saranno (lo scrivo al futuro dato che ora che sto scrivendo è ancora settembre) al Colony di Brescia il 14 ottobre con anche i Trollfest. “Age of Pandora” è il loro secondo disco, e la presenza di ben tre chitarristi in organico crea un bel muro compatto. A livello tecnico nulla da dire, la band dimostra, ovviamente, maturità e capacità compositiva interessante anche parte della post produzione e degli arrangiamenti. Tuttavia, noto che alcuni brani non siano di immediata assimilazione, forse derivante dal fatto che sono più complessi di quanto ci si aspetti e di quanto mediamente si sente in ambito death e death melodico. Questo non è un demerito, a semplicemente obbliga l’ascoltatore a non afre un ascolto “distratto” ma vi deve dare parecchia attenzione. La tripla chitarra, arrivata dai Wolfchant, crea una devastante sensazione e permette di assaporare delle rasoiate mica da ridere. La batteria compatta e distruttiva in concomitanza di un basso in linea ma forse un pochino in ombra rende il tutto ancora più amalgamato ottimo per poter accogliere una voce aggressiva e dei sinth che non appesantiscono minimamente e non sono invadenti per nulla. Inoltre le incursioni di voci femminili non in lirico rendono ancor di più il pathos. Ho fatto parecchi fatica a trovare le tracce più caratteristiche dato che potrei indicare tranquillamente tutte e dieci le tracce, ma provando a fare uno sforzo vi direi “In blood remained”, “Obey the king”, “Black witch venture”, “Blackened seed”, “No one holds the crown” e la titletrack “Age of pandora”. Ancor più di altre volte vi consiglio di ascoltare il cd e farvi un vostro personale giudizio sulle top songs. Concludendo ottimo lavoro e di grande qualità. Sinceramente è un must per chi ha piacere nella musica suonata, composta e proposta in modo ottimo. PROMOSSI!

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OBAKE

“Mutations” GENERE: Drone/Doom/Avantgarde ETICHETTA: RareNoise records VOTO: 80/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

Tre anni dopo il loro esordio gli Obake di Eraldo Bernocchi e Lorenzo Esposito Fornasari ( conosciuto anche come LEF) tornano con un nuovo album e una novità. La più evidente è sicuramente il cambio al basso elettrico, con l’uscita di Massimo Pupillo (tornato negli Zu) e l’ingresso di Colin Edwin, già nei Porcupine Tree e Balazs Pandi alla batteria. La band a livello tecnico è oltremodo sopra le righe. In otto tracce riescono a modificare i suoni ed il groove per ogni singola traccia pur restando fedeli e coerenti nel loro complesso. Album molto interessante in ambito tecnico sia per le composizioni di qualità che le risposte in arrangiamenti, post produzione e feeling che la band riesce a dare all’ascoltatore. Brani mediamente lunghi, tutti ampiamente oltre i quattro minuti, che non perdono di tono e di lucidità. La cosa particolare è che rispetto alle attitudini del primo lavoro presentato come grind core sperimentale, qui troviamo si la sperimentazione ma non più grind core, ma più delle sonorità tra il doom e il drone e lo sludge con un pizzico di avantgarde a completare il tutto. Trovo molto intriganti pezzi come “Transfiguration”, “Thanatos”, “Second death of foreg” e “Seth light”. Come sempre vi esorto ad ascoltare il cd e farlo vostro in modo da trovare le canzoni che più riusciranno a toccare il vostro animo e suscitare le vostre emozioni. In conclusione questo nuovo capitolo della “saga” denominata Obake ha un nuovo capitolo ed è assolutamente un capitolo intenso ed importante, valido e con ottimi rimandi sonori ed emozionali. Album consigliatissimo a chi ha passione per il doom, per lo stoner e lo sludge e per chi ha piacere di ascoltare un album che sta fuori dalle righe e che sta al di fuori di schemi conosciuti e prestabiliti. Complimenti.

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PSYCODELIC TRIP “God save the rabbit”

GENERE: Rock Stoner Funk ETICHETTA: Downtothetrip rec. VOTO: 75/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

Band particolare con una bio ancor più particolare. Si presentano dicendo che questo è un progetto “terapeutico sorto nel 2006 mirato al consumo delle tossine accumulate dall’elevata esposizione al periodo storico. Libero sfogo musicale di emozioni stoner funk e rock. Ci ispiriamo a band quali: Funkowl, Mogsy, Ex-kgb e Panicorama. Le foto rigorosamente loske sono di Paola Mischiatti i testi visionari di Luca Rizzatello.”Formalmente la band è un trio ma in questo album ci sono un sacco di guest Massimiliano Ferrari: vocals, B.L.H.O.: vocals, Graziano Beggio: vocals, Emanuele Cirani: vocals & chapman stick, Federica Baccaglini: vocals e Davide Gazzi: guitars & bouzouki. Detto questo “God save the rabbit”è un lavoro molto più vicino alla psichedelica e all’alternative rock con alcune venature di stoner che non allo stoner nudo e puro. Ma questo non è ne un male ne una pecca. La contaminazione è di fatto il modo migliore per poter evolvere ed allargare gli orizzonti della musica stessa. Strutturalmente le canzoni hanno una buona resa a livello compositivo e di prestazione emozionale, forse avrei preferito le chitarre meno “zanzarose”, ma è una questione di mero gusto personale. Ottime le risoluzioni sonore applicate in questi cinque brani che compongono l’EP. Forse il fatto che duri poco è la vera pecca. Solo cinque brani sono poco per questo viaggio tra il serio ed il faceto fatto dal trio. “Medusa”, “Strange ide”a e “White march” le canzoni che più mi sono piaciute, anche se anche le atre due canzoni avevano ed hanno un certo potenziale ed un certo “corpo”. Concludendo direi che questo è in EP interessante, dalle molte sfaccettature e con molteplici chiavi di lettura pur restando all’interno di quelli che sono gli stilemi dei filoni da cui traggono. EP che certamente interesserà più persone e che permetterà di apprezzare le reciproche peculiarità. Complimenti alla band e spero che possiate continuare così.

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SECOND CHANCE “One by One”

GENERE: Alternative rock ETICHETTA: Autoprodotto/Blanco records VOTO: 69/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

Nuovo debutto per una nuova band italiana. Il nucleo del combo è nato nel 2011 a Seveso, e dopo alcuni periodi di assestamento compositivo, ecco l’esordio con questo EP titolato “One By One”. Il loro genere potrebbe esser definito semplicemente come alternative, alla fine la band mischia in modo dignitoso sonorità grunge hard rock e un pizzico, molto piccolo per altro, di metal. Ma come sempre andiamo per gradi. La proposta, dicevo, è un mix di sottogeneri con la radice comune del hard rock. La loro propensione per Alter bridge e Nickelback è piuttosto palese, ma detto questo le abilità della band si sentono già dalle prime note ed hanno un buon rimando emotivo. La composizione è ottima, buone anche le post produzioni, forse un filino troppo di riverbero per i miei gusti, gli arrangiamenti molto buoni per essere un EP di esordio. I cinque brani che si trovano sul cd sono un buon biglietto da visita, se a band continua su questi canoni direi prorpio che possono avere un buon futuro. Ovviamente la cosa da fare è “lasciare il nido” e spiccare il volo, ovvero lasciare il prima possibile i rimandi apertamente legati a band sopracitate e anche alla scena del vecchio grunge (vedi Pearl jam e vedi Alice in chains). Altra cosa che mi viene da dire è provare ad osare di più con la “pesantezza”, nel senso che ok i pezzi “soft” ma i brani “arrabbiati” osar di più con le distorsioni, fa bene alla canzone e fa bene all’ascoltatore. “Silence calls”, “Home” e “The end” per avere idea delle potenzialità della band, come sempre recuperate il cd e date un vostro ascolto e valutate voi cosa è meglio per voi di questo “One by one”. Una bella prova da parte dei Second Chance, concludendo questa mia recensione, direi un buon biglietto da visita, ripeto magari più arrabbiati ma per il resto ci siamo. Ovviamente vi esorto a seguire questi ragazzi che hanno dimostrato con questo EP di avere le capacità, ora li aspetta la prova più complessa ovvero un cd completo.

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SECRET SIGHT “Day.Night.Life”

GENERE: Dark wave ETICHETTA: Red cat records VOTO: 95/100 RECENSORE: Alessandro

Schümperlin

I Secret Sight sono stati capaci di far riaffiorare in me una miriade di emozioni e di sentimenti che veramente pochi gruppi sono stati in grado di fare. La band nasce dalle “spoglie” dei Coldwave, cambiano nome fanno uscire un EP autoprodotto e si muovono bene nell’underground italico aprendo i concerti di band del calibro di “Soviet Soviet”, di “Cut” e di “Schonwald” (giusto per fare qualche nome) e a giugno scorso la band entra in studio per creare il loro esordio che è questo “Day.Night.Life”, firmando tra le altre cose con la red cat records, ed è un concentrato di atmosfere rarefatte e retrò con l’accortezza e la lungimiranza odierna. Un dark wave vecchio stile con delle sonorità moderne. Un piccolo capolavoro cesellato e forgiato in quel di Ancona (per origine della band)e di Pesaro (località dove è stato registrato il disco sotto la mano esperta do Paolo Rossi già conosciuto per aver aiutato nella produzione dei “Soviet Soviet”, dei “Be forest” e dei “Brothers in law”). I Secret sight dimostrano che la dark wave italiana è ancora viva e che se si vuole ascoltare del dark fatto in un certo modo non è necessario andare sempre e comunque a pescare all’estero. Composizioni ottime, registrazioni impeccabili ed arrangiamenti sublimi. Inoltre una post produzione ottima ed in linea con il groove della band ed il mood del genere e delle emozioni dei quattro ragazzi di Ancona. La band ha fatto un lavoro eccelso, mi sono ritrovato ad ascoltare suoni ed emozioni veramente spettacolari, Schipsi ha una voce straordinaria, Poli ha creato delle armonie con la chitarra assolutamente notevoli e Cristino con il basso ha dato una marcia in più alle tracce e assolutamente nulla da dire sulle prestazioni eccellenti di Bartolini dietro alle pelli. La band ha dimostrato di aver fatto tesoro delle precedenti esperienze e dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio di che abilità sono composti i loro brani.

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Sinceramente faccio molta fatica a trovare canzoni che mi abbiano più altre colpito, sarei qui a snocciolarvi tutte e otto le tracce dell’album. Unica pecca, dura troppo poco. Per fortuna che c’è l’opzione “loop” per poter continuare ad assaporare le loro canzoni. Come sempre però voglio darvi alcuni brani sopra la media (ed è lavoro arduo e difficoltoso) e direi tranquillamente “Need”, “Earth overflow”, “Life” e “Long line”. Concludendo, ottimo lavoro, bellissime canzoni esordio con il botto, Un applauso alla band per le loro canzoni e per le emozioni che mi hanno trasmesso, un plauso alla red cat records che li ha messi sotto contratto e ora spetta a voi cari lettori di fare altrettanto. Entrare in possesso del cd (è uscito il 6 ottobre scorso) ascoltarlo a più non posso e a supportare una band che ha dimostrato abilità e feeling verso l’arte. Complimentissimi ragazzi, continuate così.

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WOLFANG

GENERE: Folk metal ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: S.V. RECENSORE: Alessandro

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Come NON si deve fare per promuovere la propria band: I WolFang lo fanno in modo preciso. Non hanno materiale da proporre in modo serio, o quantomeno non al limite dell’accettabile. Non hanno un EP, un CD, un singolo. Non hanno da proporre molto anche nella loro biografia, che arriva a 3 pagine perché ci si inseriscono il logo che tiene una pagina e una foto di loro durante un live, ma ci tengono a far sapere che dal 2012 ad oggi hanno suonato ben 4 volte in festival veneti, e nello specifico in zona Vicenza. Sinceramente con tutto il rispetto per le proposte live “minori”, ma non stiamo parlando di che ne so Wacken. Ma quello che vogliono come band è una recensione… Detto questo va spiegato che la band ha dato di fatto la possibilità di aver un solo brano loro da “recensire” a meno di dover andare sul soundcloud e far “recensione” di altri tre brani di cui uno null’altro è che la versione da live di un brano già proposto. Senza dare ne una copertina, senza dare risposte certe a domande precise e queste sono cose che assolutamente non vanno bene se si vuole proporre e promuovere la propria band. La cosa ancora più sconcertante è che la traccia che ci hanno PERMESSO di avere ed ascoltare “Wild forest” è comunque molto interessante, un folk metal influenzato in modo palese da sonorità alla Elvenking e dagli stilemi classici del folk metal di questo scorcio di 2000. Buone le chitarre e le batterie, gli strumenti classici inseriti con le tastiere interessanti e la voce che per lo scream e il rauco va bene, un pelino meno per le parti melodiche. Nel complesso è una traccia che ha del potenziale e potrebbe valer la pena seguire questa band, ma consiglio spassionato alla band PRIMA fate un EP un singolo o un cd, POI chiedete la recensione per promuovere il vostro lavoro. Se vi accorgete di aver fatto un errore, magari rispondere alle mail di chiarimento non sarebbe male, serve a voi la recensione non a noi. Per i lettori che dirvi… In attesa che decidano il da farsi delle loro “gesta” aspettate.

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GHOST MANTRA “Chandrabindu”

GENERE: Alternative rock ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 66/100 RECENSORE: DroB

Rock duro ed eccessivo, per gli amanti delle atmosfere ruvide con riferimenti chiari e diretti all’oriente. Un mix incisivo quindi, brani ricchi di cambi ritmici - la batteria ed il basso non tradiscono mai la voglia di scuotere la testa - che ispessiscono le armonie delle chitarre e degli altri strumenti, a volte in forma quasi progressiva (Shape to Burn) a volte più crossover (Dopeself). Riferimenti e radici nei primi vagiti grunge, crossover appunto, e qualcosa che lontanamente rimanda ai primi Faith no More. La tracklist è davvero ricca, episodi anche acustici e di spessore (Shelter in Hell), solide -anche se a volte poco fuori registro- le melodie, molto accattivanti come in Sterilize, ben supportata da strutture hard rock. Per gli amanti del genere e per chi ricerca sonorità pesanti senza rinunciare alla melodia.

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ICE SCREAM “The flow”

GENERE: Alternative rock ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 73/100 RECENSORE: DroB

Come prima osservazione in questo caso esuliamo leggermente dal contesto musicale. Questa band ha una marcia in più dal punto di vista auto-promozionale. Non un papiello di presentazione in cui districarsi a cercare link o genere. L’essenzialità e la chiarezza nel presentarsi, ogni notizia diretta davanti agli occhi. Bene. Procediamo con l’EP: purtroppo poco materiale all’ascolto, solamente 3 brani, ma ben fatti. Strutture ed orchestrazioni solide, di una band ben amalgamata che riesce ad elaborare i dettami del genere di riferimento senza rimanerne schiava. Le influenze si sentono, rock moderno come i Foo Fighters o i Muse ma gli Ice Scream si districano bene all’interno del vasto panorama. Unica debolezza forse alcune parti nelle melodie della voce, a volte troppo statiche o stirate verso un modello Bellamy che non rende totale giustizia alla stesura dei brani. Rielaborando anche questo tipo di approccio avranno sicuramente trovato un linguaggio efficace e di larghe vedute.

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THE FABBRICA

“Come vento in faccia” GENERE: Alternative rock italiano ETICHETTA: Octopus Records VOTO: 60/100 RECENSORE: DroB

The Fabbrica è un trio di indie rock italiano, diretto e semplice ma non troppo. I testi intimi e personali trasmessi non proprio sottovoce come se volessero esser comunicati agli amici davanti ad una birra. Riferimenti netti all’indie di oltremanica, ma senza mai dimenticare e tralasciare la composizione più mediterranea, le proprie forti radici. Un viaggio di esperienze ed impressioni costruito su brani variegati -acustici, sintetici,rock- sempre attuali e popolari. Il bisogno di comunicare è forte, i linguaggi quindi sono molteplici e tutti da scoprire. La voce e le melodie in generale suonano un po’ troppo fuori ed in primo piano all’avviso di chi scrive ma sempre con spessore in quel che si dice, si tratti di intimità o denuncia sociale. Importante però è che lo svolgimento dell’album sia ben supportato da arrangiamenti maturi (Le cose cambiano, Prospettive) e variopinti come ad esempio Ci vuole tempo, esempio lampante di quella commistione tra popolare italiano e rock alternativo da forestieri.

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TITO ESPOSITO “Estro ci Vorrà”

GENERE: Cantautorato reggae ETICHETTA: Autoprodotto - La Fame Dischi VOTO: 67/100 RECENSORE: DroB

Come da testo critico ci troviamo davanti ad un cantautore davvero potente. Potente nel senso dell’importanza che può avere saper scrivere di musica abbracciando senza difficoltà generi davvero diversi, in cui cimentarsi fluidamente senza cadute. Si ascolta reggae si, in Estro ci vorrà, ma l’album è variopinto e affonda le radici in tanto altro (Toccami Destino, Breakin Down) passando per blues e folk senza mai dimenticare del tutto la modernità dei suoni e l’attenzione alle liriche che scorrono morbide e non scontate. Non avrete bisogno di dreadlock per appassionarvi all’ascolto di questo lavoro, solamente una mente molto aperta e la voglia di relazionarsi ad altre esperienze ed ascoltare molte idee, tutte insieme.

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ZEROVOLUME “Il nodo del seno”

GENERE: Alternative/electro ETICHETTA: Autoprodotto VOTO: 62/100 RECENSORE: DroB

Falso il nome della band, che di volume ne dispensa parecchio. Un excursus che va dal cantautorato rock moderno italiano (Benvegnù ad esempio in Vivide Trame) all’electro più violenta, un album sintetico ma molto vivo, da scoprire perché mai scontato, pieno di suoni di cui si riesce facilmente a seguire il filo. Arrangiamenti pesanti alternati a momenti più romantici (Rossovivo), ballad pur sempre infarcite di suoni digitali, taglienti ed interessanti come anche in Notte viennese. Le melodie che di impatto possono sembrare fredde e distanti si tingono presto di rosso ed i migliori momenti sono proprio queli in cui la composizione lascia più spazio alla voce. Progetto intrigante per questa costante commistione di generi che speriamo non sia troppo destabilizzante per gli ascoltatori (Anime porta verso un rock non proprio innovativo in cui le armonie non convincono del tutto, Consapevolezza Sovrasensoriale vira verso una debole attitudine hard rock italiano con chitarre e voce che si inseguono senza sostenere l’intero brano), una tracklist potente e generosa che può disperdere l’attenzione per la mole di informazioni che dispensa. A volte, si sa, la potenza è nulla senza il controllo.

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DEAD BARKING DOGS “Sangue”

GENERE: Stoner/ Rock ETICHETTA: VOTO: 70/100 RECENSORE: Lidel

I Dead Barking Dogs sono una band con influenze stoner con cantato in italiano. Il primo pezzo “Free” parte con una musica molto tosta, avvincente ma alle mie orecchie l’italiano penalizza un pò la canzone (in inglese avrebbe reso molto di piu’), “Rabbia e polvere” mette dentro anche parti blues e mi son venuti in mente i Litfiba dei primi anni 90 (il che è un complimento). “Sono il tuo cane” parte bella stronza, con questo odore di deserto ad accompagnare tutta la canzone, “K is back to town” ha qualcosa preso dai Kyuss e la scelta di cantare in inglese è perfetta, andando avanti si arriva alla canzone piu’ tirata dell’album “Media mente”, gran pezzo. Gli ultimi 3 pezzi nulla tolgono e nulla aggiungono all’album anche se merita menzione l’ultima traccia “Sangue”. Album onesto, niente di trascendentale ma godibile.

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DEL NEGRO

GENERE: Rock/Psichedelia/Alternative ETICHETTA: VOTO: 90/100 RECENSORE: Lidel

Del Negro è il nome di una band strumentale, nei vari pezzi ci sono richiami al rock ed al punk come “Emoglobina”, intro demenziali come in “Catarro feat luigi”, alternative rock di gran classe in “Ursa minor”, una bellissima ballata in “Umidità”, pezzi con tempi dispari in “Emicrania” e psichedelia in “Aritmia”. Dal punto di vista musicale, uno degli album piu’ belli per me di questo 2014.

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RECENSIONI

FEED MY DISEASE “Feed my disease” GENERE: Thrash ETICHETTA: VOTO: 65/100

hardcore

RECENSORE: Lidel

I Feed My Disease sono una band thrash metal con influenze hardcore moderne, la bravura della band a livello tecnico è fuori discussione, a stroncarli (ecco perchè il voto è così basso) è la voce, orribile, sembra di sentire un maiale con le emorroidi. Generalmente i pezzi prendono sia dalla scuola americana che da quella scandinava, quindi Lamb of god \ Haunted e compagnia simile. Il suono di per sè non è male per essere un ep, non è ultra leccato come certe produzioni e questo è un enorme vantaggio. Vi dò un consiglio: cercate di far cantare le canzoni con una voce piu’ normale, spesso e volentieri si è piu’ estremi e redditizi usando un timbro pulito, per tutto il resto: solo complimenti per i pezzi. Vi attendo speranzoso con una voce nuova, sarà un piacere per me recensirvi ancora.

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RECENSIONI

THANX 4 ALL THE SHOES “This world is not yours” GENERE: Hardcore melodico ETICHETTA: VOTO: 75/100

RECENSORE: Lidel

I “Thanx 4 all the shoes” sono una band di hardcore melodico tecnico con rimandi ai Lagwagon, Rise against. L’album di 11 pezzi si chiama “This world is not yours” e già dall’opening “Walk the plank” le coordinate (e la bravura dei singoli musicisti) sono ben evidenti, la seconda canzone “This world is not yours” assomiglia troppo alla prima ed ho dovuto un paio di volte controllare se stavo erroneamente ascoltando la prima canzone (non è per niente positiva questa cosa), il terzo pezzo è geniale sin dal titolo “I’m going to hell for listening to slayer” e qui ci si ritrova rimandi dei Strung out nelle chitarre, proseguendo l’ascolto dell’album non ho trovato canzoni in grado di elevare l’idea che mi son fatto del gruppo. Concludendo si ha a che fare con una band sicuramente devastante in sede live, preparatissima, sound giusto e che farà strage tra gli amanti di questo genere, voce ok e cori adeguati. Tutto perfetto tranne in una cosa: c’è una tendenza a ripetersi, capisco che il genere è così, ma da band di classe come i Thanx 4 all the shoes è lecito pretendere di più.

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LIVE REPORT - SPECIALE HALLOWEEN CON... MILKSNAKE DAY AFTER RULES @ TERMINAL 1 – CODOGNO (lo) – Il Terminal 1 di Lodi ha ospitato il Concerto di due gruppi Underground per la notte più spettrale dell’anno: i MILKSNAKE e i DAY AFTER RULES. Due band che meritano tutta la nostra attenzione!!!!! I MILKSNAKE sono una band PUNK ROCK di Padova, che ha da poco festeggiato 4 anni di carriera e 200 concerti all’attivo, fra Italia ed Estero. Con un EP all’attivo ed un altro in preparazione, questi tre ragazzi non deludono le aspettative, regalandoci uno show adrenalinico. I DAY AFTER RULES ci presentano invece il loro ultimo LP, “INNOCENCE”, in cui traccia dopo traccia si percepisce il loro Cammino alla ricerca del difficile equilibrio fra “dolcezza e abrasività, tra pesantezza e velocità, tra rabbia e passione”. www.facebook.com/milksnakeband

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UundergroundZine novembre 2014  

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