VIVERE IL MISTERO DELL’INCARNAZIONE

Numero 188 - 2025
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Numero 188 - 2025
Numero 188, 2025
Per salvare il mondo Dio si fa uomo. C’è un’altra via per noi? 6
P. Carlos del Valle, SVD
Povertà subita e povertà scelta. Un approccio teologico al voto di povertà a partire dall’esperienza dei più poveri
Sr. Marie Desanges Kahindo Kavene, SM
Ascoltare la chiamata del silenzio, per una Vita Consacrata sinodale cosciente della sua origine e del suo destino
Dom Mauro-Giuseppe Lepori, Ocist
Un modo per stringere legami. Tentativo di riflessione su una caratteristica specifica della Vita Religiosa oggi.
Sr. Dr. Britta Müller-Schauenburg, CJ
La teologia conciliare e post-conciliare sulla Vita Consacrata e proposte per il futuro
Sr. Ianire Angulo Ordorika, ESSE
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Vivere il mistero dell’Incarnazione
In questo anno giubilare della speranza, tra le migliaia di pellegrini che hanno varcato la Porta Santa, anche le donne e gli uomini consacrati hanno celebrato il loro giubileo, nello scorso mese di Ottobre.
E’ stata una grande festa! Pellegrini tra i pellegrini, testimoni del mistero del Dio con noi , che vive e opera nel mondo, consacrati e consacrate si sono fatti messaggeri di una parola di Vita e di speranza per l’umanità ferita del nostro tempo.
Come umanità, abbiamo tutti bisogno di imparare ad amare e a lasciarci amare, e l’amore di Dio attende solo di essere accolto nel nostro cuore. Nessuno rimane escluso da questo amore misericordioso. Seguendo i passi di Gesù, contemplando il Suo Volto e la Sua Parola, che trasforma i cuori e i desideri, le consacrate e i consacrati si impegnano a testimoniare questo amore e a farsi sacramento di ascolto, di cura, di fratellanza verso tutti, in particolare verso i più deboli, gli ultimi, i poveri.
La vicinanza con i poveri ci aiuta infatti a scoprire l’umanità di Dio e a rimanere in sintonia con il suo Regno, mantenendo lo sguardo fisso su Gesù, che per amore “svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” ( Fil 2,7), e sui fratelli e le sorelle che incontriamo lungo il cammino. Uno sguardo che, come diceva Simone Weil, “prima di ogni cosa è uno sguardo attento con il quale l’anima si svuota completamente del proprio contenuto per accogliere in sé l’essere che sta guardando così com’è, in tutta la sua verità.” ( Simone Weil , in Attesa di Dio, Rusconi, Mi,1991, p.84)
Per salvare il mondo Dio si fa uomo. C’è un’altra via per noi?
P. Carlos del Valle, SVD
Gesù assume la natura umana e la condizione umana, la debolezza. Non si fa uomo in modo generico; si fa concretamente uomo debole (Fil 2, 6-11). Di fronte alla debolezza di Dio non ci sono parole, solo la passione di amare come Lui. Nella vita cristiana, la debolezza è una buona notizia; ci porta a stare insieme, ad avere bisogno degli altri, ci avvicina ai poveri, ci evangelizza. Nella missione, temiamo la debolezza o il potere?
« Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do ... » (At 3, 1-10). Il problema si pone quando ho effettivamente dell’oro, come sostegno nella missione, ma non ho nient’altro.
Povertà subita e povertà scelta. Un approccio teologico al voto di povertà a partire dall’esperienza dei più poveri
Sr. Marie Desanges Kahindo Kavene, SM
Partendo dall’esperienza delle persone che vivono in condizioni di estrema povertà, la sfida è riscoprire la dimensione profetica della vita consacrata in un mondo in cui il desiderio di esercitare il controllo sulle persone, sui loro beni e sulla loro vita sembra prevalere sulle relazioni sane e giuste. Oggi, vivere i voti di povertà significa scegliere di andare controcorrente rispetto a questo modo di concepire le relazioni interpersonali basate sul dominio. Infatti, pur essendo una scelta libera, la povertà religiosa rappresenta comunque una prova nelle relazioni interpersonali, in quanto comporta il rischio costante di voler possedere l’altro. “Possedere l’altro” significa più che dominarlo, è considerarlo un oggetto da manipolare. Il voto di povertà potrebbe quindi avere un rovescio diabolico: “non possedendo beni materiali, si finisce per cercare di possedere l’altro”.
Ascoltare la chiamata del silenzio, per una Vita Consacrata sinodale cosciente della sua origine e del suo destino
Dom Mauro-Giuseppe Lepori, Ocist
Abbiamo bisogno di un silenzio come quello in cui Gesù, in mezzo alla Passione, in mezzo all’odio della folla, ha ritrovato il rapporto eterno con il Padre; ha ritrovato la coscienza di sé come Figlio generato eternamente dal Padre. Anche noi, per grazia, siamo chiamati a questa vita, ad essere anche noi figli e figlie generati eternamente dal Padre. Se avessimo questa coscienza, se avessimo coscienza della Redenzione, del nostro Battesimo, ogni istante della nostra vita, fosse il più brutto, il più triste, il più buio, fosse l’istante della nostra morte, ci riempirebbe di silenzio di fronte a questo mistero in cui siamo immersi, di silenzio di fronte alla grazia, immersi nella grazia come nell’acqua del battesimo.
Un modo per stringere legami. Tentativo di riflessione su una caratteristica specifica della Vita Religiosa oggi.
Sr. Dr. Britta Müller-Schauenburg, CJ
La vita religiosa si basa sulla possibilità di creare legami comunitari con persone che prima erano estranee tra loro. Cristo ha chiamato i suoi discepoli ad essere uniti tra loro come Lui e il Padre sono uniti. Questa relazione o questo legame, che è uno degli obiettivi della vita religiosa, non è identico al legame che si crea all’interno delle famiglie o dei gruppi di amici. L’uso stesso della parola «legame» solleva quindi alcune questioni, ma qui viene utilizzata consapevolmente per descrivere il senso di relazione che si crea
nel tempo tra i membri delle comunità religiose. Ci proponiamo di riflettere sul legame nella vita religiosa analizzandolo da un punto di vista giuridico, discorsivo ed emotivo come forma essenziale di legame umano che si sviluppa lentamente, e non in risposta a un evento. Questo legame implica una relazione con persone, testi, uno stile di vita quotidiano che può condurre a Dio.
La teologia conciliare e post-conciliare sulla Vita Consacrata e proposte per il futuro
Sr. Ianire Angulo Ordorika, ESSE
Il Concilio Vaticano II ha indubbiamente segnato una svolta significativa nella riflessione teologica cattolica. Detto questo, non tutti i temi sono arrivati all’Assemblea capitolare con lo stesso livello di preoccupazione o, soprattutto, con lo stesso background teologico precedente al Concilio. Il modo in cui è stata trattata la questione della Vita Consacrata dimostra che i partecipanti al Concilio non consideravano questo tema particolarmente importante, ma piuttosto una questione periferica per loro. Ciò che viene affermato sulla Vita Consacrata sembra piuttosto essere il risultato di alcune intuizioni importanti, che tuttavia non hanno potuto essere sviluppate in profondità dall’assemblea conciliare e dalle quali non sono state tratte tutte le conseguenze che ne derivano.
P. Carlos del Valle, SVD
Padre Carlos del Valle è un missionario del Verbo Divino. Ha conseguito il dottorato in Teologia morale. E’ stato direttore della rivista “Testimonio” in Cile e Rettore del Pontificio Collegio San Pietro, a Roma.

1. “Gesù passò beneficando e risanando” (Atti 10, 38)
Tutti conosciamo persone buone, uomini e donne di Dio. Sono una benedizione per il luogo in cui viviamo; la loro vita riflette quella di Dio. Non ci si allontana da una persona buona senza portare con sé qualcosa di Dio. Guardiamo queste persone e desideriamo essere migliori. Impariamo il Vangelo, perché la loro vita è un commento al Vangelo, una lettera di Dio per noi. Gesù appare allora attraverso altre parole che riflettono le sue, attraverso altre vite che toccano le nostre.
L’importante non è essere un buon religioso, ma una buona persona. Nella vita consacrata troviamo spesso persone molto pie che sono anche molto sgradevoli. Religiosi che sono egoisti e centrati su loro stessi. Alcune persone sono come l’olio bollente: basta una goccia d’acqua e tutto esplode.
Dio si fa uomo. C’è un’altra via per noi?
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
Papa Francesco afferma che il popolo di Dio evangelizza se stesso (EG 139). Le persone buone ci evangelizzano. Dobbiamo crescere in sensibilità per accogliere il Vangelo che scopriamo negli altri, e non coprirlo con le nostre idee, pregiudizi, paure, insensibilità. Giacobbe dice a Esaù: “ Io sto alla tua presenza, come davanti a Dio, e tu mi hai gradito.” (Gen 33,10). Egli vede il volto di Dio nel fratello che perdona. La tua vita è il Vangelo che le persone intorno a te leggono di più.
Il figlio minore della parabola ritrova la vita grazie all’unico bene che non aveva potuto sperperare: la bontà di suo padre. Ciò che lo salva è l’essere stato amato con un amore che non aveva mai perso. La parabola del Samaritano collega la bontà con la missione: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”. Dare bontà e ricevere bontà ci rende felici. Nella missione, una persona che non è felice non può essere un buon pastore. Per sapere se si è un buon religioso, bisogna vedere se si è felici, perché quando si è felici si fa del bene, si è gentili e accoglienti.
Quando il cane si avvicina e scodinzola è felice, e non morde. Quando sono triste o arrabbiato, ferisco, reagisco male, mordo. Cerca di vivere in modo felice e gioioso, piuttosto che perfetto. La persona felice è grata, è buona, fa del bene e il Dio che predica è buono. La notizia più bella in una comunità religiosa è trovare sorelle e fratelli felici. La nostra missione è essere gaudium et spes per gli altri.
Il termine Pantokrator (onnipotente) compare solo nell’Apocalisse. Per parlare della grandezza di Dio, la Bibbia dice che è “Santo”; significa totalmente buono. Il Vangelo mostra che Dio non è per i buoni, ma per coloro che hanno bisogno di lui per essere buoni. La grandezza di Dio non è nella sua potenza, ma nella sua bontà. Eppure nella nostra liturgia ripetiamo “Dio onnipotente ed eterno”. Sottolineiamo la potenza, non la bontà.
Gesù ci permette di entrare nel Regno non in virtù di potere e onori che implicano l’essere migliori degli altri. Ci lascia il servizio come caratteristica del discepolo, sull’esempio di Sè stesso: “Sono venuto per servire” = sono un servo. La più strana definizione di Gesù. E la sua parola è legata all’esempio: “Si alzò da tavola, si tolse il mantello”. Si allontana dai luoghi di privilegio. Quando Pietro confessa: “Tu sei il Messia”, Gesù gli proibisce di dirlo ad altri. Non vuole che abbiano una falsa immagine di lui. Non avevano ancora compreso l’aspetto più importante di Gesù: il giovedì lava i piedi ai suoi discepoli e il venerdì va incontro alla croce.
UISGBollettino n. 188, 2025
La bontà risiede nell’umiltà. Amiamo vivere con una persona umile. La bontà è umiltà, non voler distinguersi. Al contrario del prete o della suora che meritano un rispetto a cui gli altri non hanno diritto. Sii così umile che gli altri vogliano stare con te. Amiamo una persona se vediamo in lei gratitudine e gioia; sono semi di umiltà.
Quando vediamo una persona piena di bontà, siamo toccati dalla sua umanità. La bontà è umanità. Chi incarna la bontà è umano, perché essere umani significa dimostrare solidarietà e tenerezza. L’incarnazione di Dio è l’umanizzazione di Dio. Ecco perché più siamo profondamente umani, più siamo vicini a Dio. Per coloro che non vivono l’incarnazione, il divino si trova nel religioso e l’umano nel profano. Il mistero dell’incarnazione non permette di associare il “sacro” alla presenza di Dio e il “profano”
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Dio si fa uomo.
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
all’assenza di Dio». Nell’incarnazione, Dio vuole essere umano, mentre noi vogliamo essere spirituali.
Il nostro peccato è lo spiritualismo, la spiritualità non incarnata. Siamo spirituali solo se siamo umani. È nella mia profonda umanità che vivo l’incontro con Dio. Papa Francesco pone l’accento sull’umano: la bontà e la misericordia, perché sono l’incarnazione del sacro per coloro che vivono la loro fede.
La bontà e la misericordia creano un legame con chi è nel bisogno. Essere misericordiosi verso gli altri, anche quando conosciamo i loro difetti. Dio si manifesta nei cuori misericordiosi. Vuole formare in noi il cuore di suo Figlio: “Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5). Ma quali sono questi sentimenti? Per i dottori della Legge, l’importante è rendere gloria a Dio attraverso la Legge, il sabato e il culto. Per Gesù, è la vita degli esseri umani che è importante. Giovanni Battista lava i peccati; Gesù guarisce i malati. Gesù pone innanzitutto lo sguardo sulla sofferenza delle persone. La sua missione è quella di reagire alla sofferenza: “Sono venuto perché abbiate la vita” (Gv 10,10). E questi sono i suoi sentimenti: che gli altri non soffrano, che abbiano la vita. Anche le persone si preoccupano della vita, del dolore, mentre le religioni si preoccupano del peccato. C’è una separazione tra i desideri umani (una vita felice) e le preoccupazioni delle religioni (il peccato).
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Il Vangelo sottolinea la sensibilità di Gesù nei confronti della sofferenza. Il grado della sua umanità si riflette nella sua reazione alla sofferenza degli altri. Siamo umani quando facciamo nostra la sofferenza degli altri. Diventiamo più umani stando con i deboli. Gesù ci dice: “Siate misericordiosi come il Padre è misericordioso” (Lc 6,36). Sostituisce: “Siate
Dio si fa uomo. C’è un’altra via per noi?
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
santi come Dio è santo” (Lev 19, 2). In Mt 5, 48 “siate perfetti”. In Luca, “siate misericordiosi”. “Misericordioso” equivale a completamente buono, è la stessa cosa che perfetto. Pensiamo di evangelizzare quando diffondiamo la religione. Ci lasciamo evangelizzare poco dall’umano, dalla bontà degli altri. Non ci lasciamo evangelizzare abbastanza dall’umanità di Gesù. Dobbiamo prendere sul serio la sua umanità, invocandola e scoprendola negli altri esseri umani. “Ecce homo” è la parola più profonda di Pilato. Ma noi viviamo più preoccupati della dottrina e della religiosità che dell’umanità di Gesù. E Dio si rivela nell’umanità di Gesù.
In Cile, una donna molto semplice mi ha detto: «Perché dovrei ascoltare questo prete che è meno umano di me?». Ciò riflette l’intuizione che il Vangelo è uno stile di vita umano, è l’incarnazione di relazioni che umanizzano. La spiritualità di Gesù è incentrata sul modo in cui entriamo in relazione con gli altri, sul modo in cui amiamo l’altro. Sembra che con i nostri amici sia più facile essere uomini e donne di Dio. Infatti, sono gli incontri, e non le idee, a cambiare la nostra vita. Se cambiamo poco, è perché ci incontriamo poco. Gesù mostra nel Vangelo tre preoccupazioni fondamentali: la salute, la condivisione del cibo e le relazioni umane che ci rendono buoni, che ci rendono fratelli e sorelle. Per Lui, c’è salvezza quando si condivide il proprio pane, quando si vestono coloro che sono nudi, quando si versa vino e olio sulle ferite.

Non si riconosce una persona di fede dal modo in cui parla di Dio (come facevano i farisei), ma dal modo in cui parla delle cose del mondo partendo da Dio (Gesù nelle sue parabole). Questo è ciò che la società si aspetta da noi. Una vita cristiana è una
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Dio si fa uomo.
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
vita esperta in umanità, tenerezza e sensibilità. Ci porta a constatare che cambiare non significa diventare qualcun altro, ma fare un’esperienza profonda di sé stessi. Significa diventare più umani, crescendo in sensibilità e tenerezza.
Giovanni ci offre il fondamento della nostra umanità: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1Gv 4, 16). Tutti possiamo credere nell’amore, credenti e non credenti, soprattutto i giovani. Credere nell’amore è una piattaforma evangelica di armonia nelle nostre relazioni con i giovani.

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Un’esperienza vissuta a Santiago del Cile mi ha segnato profondamente. Ero parroco e mi trovavo nel mio ufficio, impegnato e poco disposto a essere interrotto. Un giovane tossicodipendente, che era anche un mio amico, venne a chiedermi dei soldi. Gli diedi qualche moneta affinché mi lasciasse in pace. Ma lui, guardandomi negli occhi, mi disse: «Vuoi soltanto aiutarmi o mi vuoi anche bene?». Sono rimasto senza parole. Ho potuto solo abbracciarlo. Sono stato evangelizzato da un tossicodipendente che poi è morto prematuramente perché era povero. Ha fatto risuonare in me il Vangelo vivente. Gesù accoglie i peccatori perché li ama, non perché vuole convertirli.
Evangelizzare non le idee, ma la sensibilità, ci porta a incarnare Cristo nel cuore. Ci porta a vivere in profondità, nutrendo la nostra attenzione e i nostri desideri. La sensibilità nella fede ci porta a evangelizzare i nostri desideri, affinché siano in sintonia con quelli di Dio. Il discernimento è preghiera, ci immerge nel desiderio di Dio. Quando prego, i desideri di Dio mi raggiungono. Quando prego per una persona, nutro desideri buoni per
Dio si fa uomo. C’è un’altra via per noi? lei. Se Gesù entra nella tua vita, cambia i tuoi desideri. I religiosi e le religiose sono coloro che cercano di scoprire i desideri di Dio e di farli propri. Possiamo scoprirli nel Padre Nostro, nelle Beatitudini, nel Magnificat, nell’inno della lettera ai Filippesi 2, 5-11. Il Padre vuole fare di te e di me una persona che assomigli il più possibile a Gesù. Che il nostro grande desiderio nella missione sia quello di guardare la vita dalla prospettiva di Dio, di guardare gli altri come Dio li guarda: con gioia e misericordia. Se riesci a fare questo, sei puro di cuore.
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo

2. La Spiritualità di Gesù: la gioia di vivere per gli altri
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È la spiritualità incarnata della madre o del padre. “Tu, seguimi”: è questo che ci dà la nostra identità. Siamo discepoli di Gesù. Nel noviziato coltiviamo la nostra identità di discepoli, poi, con il tempo, ci dedichiamo a diventare maestri. Coloro che vivono il clericalismo (non è necessario essere chierici per essere clericali) hanno difficoltà a sentirsi discepoli. E coloro che non vivono come discepoli si dedicano alla predicazione e all’insegnamento. La nostra identità è quella di essere discepoli, amici, prima ancora che lavoratori. Ascoltare i bambini ci rende immuni. Durante una lezione di catechismo, un bambino mi ha detto: «Lei parla molto di Gesù, è suo amico o soltanto un suo collega?». Possiamo occuparci delle cose di Dio senza essere in Dio. È la caratteristica del funzionario del sacro, che si comporta come un dipendente che vende gioielli senza provare alcun amore per ciò che ha tra le mani, né per il capo per cui lavora.
Dio si fa uomo. C’è un’altra via per noi?
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
Non chiederti: chi è Gesù? Lo sai già: è il tuo modello come uomo, la tua forza come Dio. Chiediti piuttosto: chi è Gesù per me? È qualcuno che prendo sul serio o che mi sfiora solo superficialmente? Un cantante racconta la sua esperienza: Quando canti, all’inizio ti innamori di te stesso. Poi ti innamori del pubblico. Sarai un buon cantante solo se riuscirai a innamorarti della canzone. La canzone della tua vita è Gesù. Il discepolo è colui che corre il rischio di prendere Gesù sul serio. E seguire Gesù implica:
- La vocazione: sentirsi chiamati, rispondere alla chiamata.
- La fraternità: vivere con Lui e con il suo popolo
- Le beatitudini: vivere come Lui
- Il servizio: vivere per gli altri.
Possono gli altri “vedere” il Vangelo nel modo in cui entriamo in relazione con loro? Si ha l’impressione che non ci sia una grande differenza tra credenti e non credenti nel modo di vivere le loro relazioni. Anche nelle comunità esistono la vendetta, l’indifferenza, il rifiuto della parola. Ciò significa che il Vangelo è debole nelle nostre relazioni. Non prendiamo Gesù molto sul serio. Può darsi che nelle nostre idee Gesù sia al centro, ma nelle nostre esperienze di vita sono altre le cose che occupano questo posto. Possiamo avere valori chiari e vivere lo stesso secondo i nostri interessi e le nostre esigenze.
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La nostra identità di discepoli non risiede nel nostro ruolo o nel nostro status. Essere discepoli ci porta a riscoprire il piacere di essere fratelli e sorelle, di essere un popolo, senza cercare privilegi o fare distinzioni. Non siamo funzionari del sacro, ma uomini
C’è un’altra via per noi? e donne di Dio che trasmettono la vita di Dio. Le lezioni di spiritualità non contagiano l’esperienza di Dio. Siamo donne e uomini di Dio se amiamo, perché amare è orientare la nostra vita verso di Lui. Recita il versetto più importante della Bibbia: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4, 8). Chi segue Gesù è suo discepolo, suo amico. Quando si segue una persona senza stabilire un rapporto con essa, ci può essere soltanto entusiasmo, fanatismo, o fatica....
Dio si fa uomo.
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
Qualche decennio fa eravamo soliti distinguere tra conservatori e progressisti. È una distinzione ideologica, che divide e separa, anziché unire e integrare. Nel Vangelo la distinzione è tra quelli che vivono centrati su se stessi, sui propri interessi, e quelli che vivono centrati sul bene degli altri. Pensiamo alla madre concentrata sulla vita del suo bambino, o al pastore che pensa solo al suo gregge, in contrapposizione al servo.
Il Vangelo ci offre l’immagine speculare del Samaritano, che si avvicina, mentre gli altri passano oltre. Egli è toccato dall’uomo ferito e si sente responsabile della sua situazione. Cambia i suoi piani e interrompe il suo viaggio. Per lui la vita dell’altro è più importante. Mostra il meglio del suo cuore: un io liberato da se stesso. Il sacerdote e il levita sono liturgicamente corretti, precisi, come un treno ad alta velocità che non si ferma mai. Concentrati su se stessi, si preoccupano di sapere: “Cosa mi succederà se mi fermo ad aiutare il ferito? Il samaritano pensa all’altro e si chiede: “Cosa succederà al ferito se non mi fermo? La missione egocentrica è comoda, ma allontana i giovani. Non è forse questa una delle cause della siccità vocazionale?
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Dio si fa uomo. C’è un’altra via per noi?
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
I fiumi non bevono la loro acqua, gli alberi non mangiano i loro frutti, i fiori offrono a tutti il loro profumo. Vivere per gli altri sembra essere una regola della natura. La nostra missione è anche quella di dare la vita attraverso il nostro servizio. Più mi svuoto del mio ego, più la vita degli altri si radica in me. Se la disponibilità è il volto di una madre, la protezione quello di un padre, il volto di un religioso è quello di un volontario a tempo pieno.
Non ci sono persone egoiste e persone generose. Siamo tutti egoisti. Ma alcuni vivono centrati su se stessi e altri lottano per uscire da se stessi. La spiritualità in Gesù è passare dall’egoismo all’amore. È vivere per gli altri, perchè gli altri stiano bene, rinunciando a essere il centro. Al centro si sta comodi. Quando viviamo pieni di noi stessi e vuoti di Dio, la nostra stella brilla e la missione scompare. Nella quarta preghiera eucaristica chiediamo: “Affinché non vivessimo più per noi stessi...”. Non dimentichiamo che servire è il verbo che Gesù usa per descrivere l’identità del discepolo.

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Gesù dà agli apostoli l’autorità di “scacciare i demoni e guarire i malati” (Mt 10,1). Affida loro la missione di dare la vita. Non li manda dai peccatori per convertirli, ma dai malati per guarirli. Oggi c’è una forte sensibilità verso le vittime; lo vediamo nel volontariato e nelle ONG. Affrontare la sofferenza significa superare l’ossessione del peccato. Altrimenti corriamo il rischio di essere lontani da ciò che interessa alle persone.
La spiritualità in genere ci allena alle pratiche religiose più che alla sensibilità verso la sofferenza. Da qui il pericolo di trasformare il Vangelo in belle parole che registriamo nel nostro cervello senza che tocchino la nostra vita.
Dio si fa uomo. C’è un’altra via per noi?
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
Vediamo alcuni esempi su come vivere il Vangelo:
La vostra vita missionaria non vende pane; è lievito, sale che si perde per dare sapore. La missione è umiltà, non protagonismo. Possiamo essere abbastanza umili da servire i poveri a tavola (con un po’ di protagonismo), ma siamo abbastanza umili da sederci a tavola con loro (con maggiore uguaglianza)?
Chi soffre ha bisogno di aiuto. Chi aiuta si trova in una posizione di superiorità rispetto alla persona aiutata, che si sente più debole di quanto non sia. In una relazione di aiuto, io do qualcosa di cui l’altra persona ha bisogno. Nel rapporto di amicizia, invece, do me stesso. Dare qualcosa non mi complica la vita. Un rapporto d’amore, invece, non si sa mai fin dove può arrivare (madre-figlio). L’amore per i poveri mi porta a fare mia la loro vita. Chi riceve e dà affetto può toccare la radice della sofferenza. La si tocca a partire dal più piccolo, dal bisognoso, condividendo i suoi sentimenti, come ha fatto Gesù. Per alleviare il dolore di chi soffre, è necessario che questo dolore diventi mio. È ciò che fa Dio: entra nel dolore degli esseri umani. Questa è la misericordia, come prezioso contributo della Vita Consacrata nella storia dell’umanità. Un mondo senza compassione non è vivibile per gli esseri umani.
Gesù, “amico dei pubblicani”. Come possiamo parlare di divorziati e omosessuali senza un amico o un fratello divorziato e omosessuale? L’amicizia con i poveri ci rende simili a Gesù. Il missionario deve avere almeno un povero come amico per vivere la misericordia del Vangelo.
Crediamo in Gesù o crediamo “come” Gesù? Abbiamo fede in Gesù o abbiamo la fede di Gesù? Se credo come Gesù sono il Vangelo incarnato. Siamo persone di religione o persone di fede? Ci può essere molta religione e poca fede. Non bisogna dare per scontato che ogni religioso sia un credente. Vivere da consacrati in missione non è facile, perché non si tratta di parlare del Vangelo, ma di essere il Vangelo vissuto, non solo predicato. Questo è l’unico modo per aiutare gli altri affinché la loro vita diventi Vangelo. Il messaggero ha autorità quando si identifica con il messaggio che porta. Per essere coerenti con ciò che diciamo, il miglior disinfettante è il contatto con i bambini, i giovani e le persone semplici.
Noi religiosi ci presentiamo agli occhi degli altri come onesti, laboriosi, organizzati, austeri, disponibili, assidui negli esercizi di pietà, ma forse senza molta passione per il Vangelo, e persino con una mancanza di umanità e di entusiasmo. Possiamo vivere come degli eletti, dei privilegiati, chiusi in noi stessi. E Gesù si aspetta da voi e da me fede, entusiasmo e passione, perché vivere con passione significa essere santi. La santità non è una passione spenta, ma una passione convertita.
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A noi piace salire, a Dio piace scendere: nel grembo di una madre, in una mangiatoia, su una croce. Nel Vangelo ci sono tre verbi maledetti: possedere, salire, comandare. Gesù li contrappone a tre verbi benedetti: condividere, scendere, servire. Per avvicinarsi a Gesù, Bartimeo getta il suo mantello (la sua sicurezza). Noi abbiamo mantelli che ci rassicurano e che non siamo in grado di gettare via per avvicinarci a Lui: le nostre idee e verità esclusive, il nostro prestigio e protagonismo, il nostro conforto e rifugio nello status sociale.
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Dio si fa uomo.
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
3. Discepoli fedeli e creativi
A cosa siamo fedeli, al passato o a ciò che Dio ci chiede oggi? La fedeltà alla tradizione ci porta ad adorare la cenere o ad essere fuoco? La società di oggi ha meno bisogno delle nostre opere. Ma le stiamo offrendo ciò di cui ha più bisogno? Di essere persone diverse, con valori diversi, che non cercano benessere, denaro, carriera, fama, sicurezza, consumismo, potere, prestigio o onore. La società ha bisogno di una voce dello Spirito che indichi un altro modo di vivere in persone che trasmettano l’energia del Vangelo. La gente si aspetta che comunichiamo l’esperienza di Dio. La società ha bisogno di religiosi sani, uomini e donne di Dio, appassionati di Gesù, uomini e donne di fede, e fede significa vivere il Vangelo.

UISGBollettino n. 188, 2025
Viviamo in un mondo che ha bisogno di essere contagiato dalla nostra identità più profonda: la fraternità. Noi religiosi siamo qui per essere una famiglia di fratelli e sorelle che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica. La nostra missione di religiosi è quella di essere una famiglia di fratelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica. Ma il rischio è di vivere attaccati a una spiritualità mondana, di essere più funzionari del sacro e meno testimoni di Gesù, più maestri e meno discepoli, più capi e meno fratelli. Se Gesù ci chiede di “essere nel mondo senza essere del mondo”, non è per farci fuggire dal mondo, ma per incarnare il Vangelo. Si tratta di sentirsi chiamati a trasformare la nostra vita secondo il cuore di Dio. Per fare questo, dobbiamo scoprire Dio nell’umano, sapendo che il mondo è secolare e non ci mostra Dio; è la nostra fede che ci fa scoprire Dio nel mondo. Se, con sensibilità credente, contempliamo le cose dal punto di vista di Dio, tutto è sacramento, tutto rivela Dio.
C’è un’altra via per noi?
Dio si fa uomo.
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
Consacrati per la missione, con un’identità ben definita e una motivazione ben nutrita. Vogliamo rafforzare la nostra identità. Siamo discepoli-fratelli e missionari-testimoni. Il Vangelo che le persone intorno a noi leggono di più è la nostra vita. Per questo, anche nel parlare, dobbiamo essere più discepoli che maestri. Non c’è missione senza discepolifratelli e testimoni-missionari. Se un missionario non è un testimone, inganna se stesso.
La mia vita è il mio messaggio; nella missione non si tratta di parlare, ma di essere la Parola. Si può anche andare in un altro Paese, ma se non si è testimoni, non si è missionari. Si può fare un “safari” temporaneo... e poi lasciare la missione senza esserci mai arrivati. Tre elementi sono essenziali nella vita del missionario: l’esperienza della relazione con Cristo, da cui scaturisce un messaggio, che parla il linguaggio del servizio.

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La missione è ciò che sono e ciò che faccio a partire da Gesù e per il bene degli altri. Per produrre i frutti ci vuole tutto l’albero; per evangelizzare ci vuole tutto quello che sono. E’ per questo che noi non abbiamo una missione; noi siamo missione, viviamo per gli altri, a partire da un Altro. Viviamo con Gesù nel cuore, in modo chegli possa entrare nel cuore degli altri attraverso di noi, non solo attraverso la porta della chiesa. Se non sentiamo il Vangelo come una buona notizia, è perché lo abbiamo trasformato in un codice morale. Maria cammina in fretta per andare a trovare Elisabetta. È l’ostensorio della processione del Corpus Domini: Maria con Dio dentro di Lei. Rimane lì senza fretta, portando servizio e gioia. Questa è la nostra missione: camminare con Dio dentro, essere portatori di Dio, offrendo servizio e gioia.
Dio si fa uomo. C’è un’altra via per noi?
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
La vita del missionario è come la fiamma davanti al tabernacolo: ci ricorda la presenza di Gesù. La missione offre un modo di intendere la vita basato sul Vangelo. Per vivere insieme, gli esseri umani hanno bisogno di economia, politica, cultura, etica e religione. La missione consiste nel dare forma a tutte queste cose a partire dal Vangelo. Ma dobbiamo iniziare da noi stessi, essendo solidali, compassionevoli, disponibili, aperti al mistero, umani, fratelli e sorelle. Nel Vangelo ci sono diversi comandamenti missionari: “ Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28, 18ss). “ ... e di me sarete testimoni” (At 1, 8). “Amatevi gli uni gli altri” (Gv 15), “Siate samaritani”, “Va’ e anche tu fa’ così”. (Lc 10), “Siate tutti fratelli” (Mt 23, 8).

UISGBollettino n. 188, 2025
Vivere come discepoli rende uguali sacerdoti e fratelli, uomini e donne, chierici e laici. Tutti fratelli. Ma ai chierici interessa poco essere discepoli. Basano la loro identità sul loro ministero e dimenticano il loro battesimo. Si sentono diversi dagli altri, perché si identificano con il loro ruolo, il loro status e la loro dignità sacerdotale. Questo non solo impedisce loro di vivere in fraternità, ma nasconde la loro debolezza. Da qui gli abusi di ogni genere nella Chiesa. La cosa più difficile nella Chiesa sembra essere che i suoi rappresentanti vivano il Vangelo.
La nostra missione è essere discepoli per fare discepoli. Una comunità religiosa è una famiglia di discepoli che ascoltano la Parola e la mettono in pratica. Una comunità è una scuola dove impariamo a essere discepoli. Ma corriamo il rischio di vivere una vita
C’è un’altra via per noi? di discepolato funzionale piuttosto che personale, più concentrata sul lavoro che sulle relazioni. Ci identifichiamo con ciò che facciamo. Quando ci presentiamo a un nuovo gruppo, di solito diciamo: “Mi chiamo... e lavoro in...”. Io mi presento con quello che faccio, che spesso è simile alle piume di un pavone reale. Crediamo di essere ciò che facciamo. Questo rafforza la nostra tendenza a essere protagonisti della nostra missione.
Dio si fa uomo.
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
Se viviamo così, saremo come i pompieri che escono per spegnere un incendio e che, quando arrivano, si accorgono di avere i serbatoi vuoti. Siamo nelle cose di Dio o siamo in Dio? Siamo funzionari o testimoni? Paolo ci invita a costruire la nostra identità in Gesù con l’inno di Fil 2,6-11. La nostra identità, sempre verso l’interiorità e verso il basso.

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4. La nostra vita cambia se Gesù è presente in essa
La Vita Consacrata in missione soffre di anemia evangelica. Da qui l’irrilevanza e la mancanza di vocazioni. Non si tratta di crescere numericamente, perché potrebbe essere una ripetizione della stessa cosa. Anche le cellule cancerogene si moltiplicano. Soffriamo di anemia evangelica perché il nostro cuore è poco irrigato e cadiamo nella mediocrità, soddisfatti di una vita “light”. Di fronte alle parole di Gesù, rimaniamo come siamo. Questo succede anche alle persone molto religiose. Senza passione e senza entusiasmo, rimaniamo come siamo, stagnanti, insediati, senza gioia. Ci rifugiamo nelle pratiche religiose e diventiamo consumatori di cose sacre che ci rassicurano. Da qui una vita consacrata “light” nella preghiera, nella comunità e nella missione centrata sulle opere.
C’è un’altra via per noi?
Dio si fa uomo.
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
Possiamo cadere nell’ateismo pratico, quando ciò che pensiamo e ciò che facciamo non sono l’incarnazione della Parola.
La mia vita cambia se Gesù è presente in essa. Cambiare non significa abbandonare qualcosa, ma abbracciare qualcosa: la vita di Dio. Nella vita c’è fede se c’è adesione, e c’è adesione se c’è incontro con Gesù. La fede non è credere che Dio esista, anche i demoni ci credono. La fede è vivere il Vangelo. Significa guardare il mondo e parlare delle cose del mondo dal punto di vista di Dio, dal punto di vista del Vangelo. Viviamo con il pericolo di essere ideologi piuttosto che testimoni. La maggior parte dei credenti ha delle convinzioni e le pratica. Le pratiche religiose ci danno sicurezza, ma non sempre ci aiutano a vivere il Vangelo.

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Ciò che caratterizza un religioso è amare e pregare. Ciò che facciamo nella missione deve essere un riflesso della preghiera e della tenerezza. Siamo esseri umani con una passione per Gesù, la fratellanza umana e i poveri. Il resto è secondario. Nella missione, i poveri non sono gli unici, ma sono certamente i primi.
Il problema della fede non è riconoscere che Gesù è il Figlio di Dio, ma riconoscere che il Figlio di Dio è Gesù, umano, incarnato, debole, come gli altri. Scopriamo Dio nella generosità di chi dà, e ci è difficile vederlo nella dignità di chi chiede. È nella debolezza che Dio si incarna. Con la sensibilità della fede, possiamo scoprire Dio nella dignità di chi chiede e nella generosità di chi dà. Lo stesso Dio che tende la mano nella dignità di chi chiede, la tende nella generosità di chi dà.
C’è un’altra via per noi?
Dio si fa uomo.
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
Forse viviamo una frattura del Vangelo, quando collochiamo ciò che è spirituale nel tempio e ciò che è impegnato nella società. È la disincarnazione della Parola. La spiritualità, più che parlare di Dio, è parlare a partire da Dio. Il peccato clericale consiste nel predicare il Vangelo senza averlo prima pregato. Siamo specialisti dell’esperienza di Dio e sappiamo trasmetterla agli altri? Se no, siamo sale senza sapore, inutili di fronte alle sfide della società. Per essere specialisti dell’esperienza di Dio, l’incontro con Gesù deve essere come il fuoco e la legna, che diventano una cosa sola: legna che brucia.
Una vita mediocre implica un impegno parziale, l’individualismo, il consumismo, la ricerca di spazi affettivi che compensino la solitudine, senza entusiasmo. Senza il Vangelo, finiamo per sprofondare nell’edonismo, facendo quello che ci pare e vendendo superficialità. L’attaccamento ai beni materiali indurisce il cuore. Chiedetevi non solo cosa fate con il vostro denaro, ma anche cosa il vostro denaro ha fatto a voi. Vi rende più umani? Ai tralci non interessa il frutto, ma l’unione con la vite. E se vivete bene, ricordate che l’uccello ferito non può volare, ma nemmeno quello aggrappato al ramo.
Essere discepoli significa essere come un’ostrica, con il compito di cercare Dio fino a diventare una perla per gli altri. Gesù è appassionato di ciò che il Padre desidera. Senza la passione per Dio, la vita diventa routine. Abbiamo bisogno di vitamine, non di condimenti: di nutrire lo spirito, non solo di soddisfare il palato. Nel nostro modo di vivere, l’innamoramento è una vitamina, per evitare la malattia di essere un funzionario, stando in missione come Pilato nel Credo.
Mosè scese dal Sinai con le tavole di pietra sotto il braccio. Gli apostoli uscirono dal Cenacolo con lo Spirito nel cuore. Abbiamo bisogno dello Spirito per evangelizzare i nostri desideri, la nostra sensibilità, non solo le nostre idee. Quando Gesù entra nella vostra vita, cambia i vostri desideri. Ecco perché pregare non è cercare uno stato d’animo, ma è un atto di fede. Non prego per sentirmi bene, ma per allenare la mia fede, per renderla più forte. Pregare è amare, accogliere Gesù, perché i suoi desideri e ciò che ama possano entrare in me. La preghiera non serve per pensare a Dio o per sentire Dio (emozioni), ma per alimentare il nostro desiderio di Dio. Nella pratica della lectio divina, accogliamo la luce e la forza della Parola, facendo più esegesi della nostra vita che della Parola. Altrimenti, soffriremo di anemia spirituale e perderemo la passione per Gesù. Ci rimarrà allora solo il rifugio della pietà, che porta tranquillità e alimenta il senso del dovere compiuto.
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Ciò che conta nella missione è la vita degli altri, la sofferenza degli altri. Gesù ha detto: “Sento compassione per la folla” (Mc 8,2). Non si tratta di idee, ma di sensibilità. Abbiamo idee chiare, ma anestetizziamo la nostra sensibilità. Le idee non cambiano la vita. La grandezza del Vangelo sta nella sensibilità di Gesù. Non si tratta solo di evangelizzare le nostre idee, ma anche la nostra sensibilità. Una sensibilità evangelizzata nel discepolo lo porta a sentirsi responsabile della vita degli altri. Facendo l’esempio del samaritano, Gesù mostra la sua sensibilità, che lo porta a prendersi cura degli altri. Mostra la sua umanità nella sua sensibilità alla sofferenza di chi è nel bisogno. E incarna la tenerezza, la migliore espressione della sensibilità. La sensibilità nella fede porta a vedere con benevolenza le mie debolezze e quelle degli altri. Il contrario è l’indifferenza, la durezza di cuore e lo sguardo aggressivo.
Dio si fa uomo. C’è un’altra via per noi?
P. Carlos del Valle, SVDPer salvare il mondo
I religiosi sono esperti di sensibilità, di attenzione alle persone semplici che trasmettono il Vangelo. Se riuscite a vedere il bene negli altri, avete un cuore puro. Cercate di guardare gli altri con gioia e misericordia. Coltivate questo sguardo di benedizione. Pregate affinché coloro che vivono nella sofferenza e nella povertà possano vivere nella benedizione. Che cos’è per te la benedizione? Il successo, l’ascesa sociale, ricevere molto affetto, realizzare i tuoi desideri? Sarebbe una benedizione incentrata su te stesso, ben lontana dalle Beatitudini. Ma la benedizione non implica sempre una vita senza sofferenza. Il dolore ci offre il meglio, ci conduce all’amore. Una madre può dire che il meglio della sua vita è frutto del dolore. Non esiste vero amore che non maturi sulla croce.
Gesù assume la natura umana e la condizione umana, la debolezza. Non si fa uomo in modo generico; si fa concretamente uomo debole (Fil 2, 6-11). Di fronte alla debolezza di Dio non ci sono parole, solo la passione di amare come Lui. Nella vita cristiana, la debolezza è una buona notizia; ci porta a stare insieme, ad avere bisogno degli altri, ci avvicina ai poveri, ci evangelizza. Nella missione, temiamo la debolezza o il potere? « Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do... » (At 3, 1-10). Il problema si pone quando ho effettivamente dell’oro, come sostegno nella missione, ma non ho nient’altro.
Non sopportiamo di trovarci nel bisogno. Preferiamo dare piuttosto che ricevere, siamo più disposti ad aiutare che a chiedere aiuto, a insegnare piuttosto che ad imparare. Ma lasciarsi aiutare implica un livello spirituale superiore a quello di aiutare. Senza debolezza, non c’è essere umano e non c’è Dio-con-noi. Dio non ti dice semplicemente: “Ti amo”; ti dice: “Ti amo nella tua debolezza”. È sempre nella misericordia di Dio che ci si può sentire più al sicuro. La perla preziosa nasce dal dolore, se l’ostrica è ferita. Se non è ferita, non può produrre perle, che sono ferite cicatrizzate. Durante la mia missione, ho constatato che, in molte donne povere, la santità della sofferenza ha una logica più fondamentale della santità della virtù. Come dice Bonhoeffer: «Dobbiamo imparare a considerare meno le persone per ciò che fanno o non fanno, e più per ciò che soffrono».
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