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WILD CARD FOR WILD LIFE – LA SOLITUDINE DEI NON CLASSIFICATI.

Malavena Edizioni Dedicato a Jana Novotna 02.10. 1968 – 19.11.2017


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“Dajee daje le cipolle diventano aje” Detto popolare civitavecchiese

“Cuori leggendari che si fanno a pezzi con le storie del loro amore Il loro grande e trascendente amore Mentre noi siamo qui a lottare e perdere un'altra notte di amore leggendario” LegendaryHearts, LouReed


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PREFAZIONE di Teresa Anania

E’ il perdere che dà emozione al giocatore, questa perenne sensazione di potersi rifare. (Tommaso Landolfi) Dopo averci condotto tra i mondi psichedelici di “Luna Punk” e “Quel Bar sotto il Ring”, l’autore nonostante l’immancabile impronta grottesca e surreale, caratteristica peculiare della sua scrittura, ritorna con un taglio meno pulp e più maturo. Stile inconfondibile, abile manipolatore della parola, grazie ad un linguaggio profondamente alchemico, trascina con estrema facilità il lettore attraverso peripezie acrobatiche tra i cunicoli profondi dell’inconscio, alla ricerca di quel filo logico elastico in grado di reggere tenacemente il rincorrersi di pensieri sempre troppo veloci rispetto alla parola e provvedendo, ove necessario, a quella stretta decisiva che costringe inevitabilmente a fare un passo indietro.

Wild Card for Wild Life – La solitudine dei non classificati

è un percorso fatto di dialoghi e

soliloqui dove intreccia brillantemente il suo Alter Ego con le storie ed il vissuto di giocatori alle prese con scommesse e

vittorie, focalizzando questa volta l’attenzione sul mondo del tennis,

riuscendo con abilità di linguaggio e grande maestria di narrazione, ad applicarne le regole, con singolari metafore, alla vita quotidiana spesso pervasa da solitudine e misantropia : “il tennis è lo sport solitario per eccellenza” ….. “ alla fine è inutile che ci si affanni tanto: siamo tutti perdenti fin quando c’è una deadline al termine della vita.”….

Ma come nello sport così nella vita vi sono regole, metodi, accezioni, sconfitte, vittorie, vincitori e vinti; ogni regola ha la sua eccezione che in un giro vorticoso finisce sempre col confermarla ….


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-“Ama la vita più della sua logica, solo allora ne capirai il senso”. Fedor Dostoevskij “Il Giocatore” -“In quei pomeriggi con quei cieli grigi come cazzo li sconfiggi il pub mi srotola gli impicci” Noyz Narcos

“Ci vogliono i soldi per fare soldi” perché l’acqua va sempre verso il mare. Questa è una delle massime di quel dandy dei bassifondi

- Daniel Malignaggy:

gran maestro dell’ordine dei

biscazzieri, altresì detti giocatori d’azzardo. Dopo l’ennesimo spreco di spicci e di energie, proprio ora, mentre sto scrivendo questo incipit della storia, starà ancora rintanato dentro qualche centro scommesse: stanleybet ma potrebbe anche essere alabet, insomma in qualsiasi fottuto posto il cui finale è bet-scommessa. O forse alla Leadbet solo perché è leggermente più ventilato per via della correntina che si crea grazie ai rutti, gli scatarri o alle scoregge dei giocatori tubercolotici, soprattutto negli afosi mesi estivi. O magari si sarà bunkerato dentro la planet dove sparano un’aria in-condizionata che in quanto a freschezza e rumorosità ricorda il getto del phon scassa-minchia dei parrucchieri cinesi. Siamo di nuovo al verde! Dopo il solito Atp tour in cerca di un sogno, una svolta, che tarda sempre ad arrivare ma che, anzi, con l’afa di fine luglio si cementifica come napalm nel nero e catramoso asfalto di un vacuo incubo suburbano, che perenni giannizzeri perditempo venduti al demonio per pochi spicci solitamente lasciati per mancia. Il passo verso il mondo dei dannati è sempre più breve di quel che si pensi e noi abbiamo il breviario a portata di mano. In qualsiasi momento esibiamo il pass bell’e pronto per mutarci in quegli zombie psycoscemi che popolano le stazioni cancerose poco dopo l’alba, agganciati come storpi ai videopoker della demenza sedile. Dopodiché esiste solo la rovina, il gioco è sempre un azzardo, un auto-sequestro nel limbo tra il Lidl e la libido.


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Malignaggy è il prototipo dell’ebreo poco osservante e meno che mai ortodosso. Fotocopia sputata del pugile di Brooklyn siculo-americano Paulie Malignaggi: ci va giù forte con le scommesse sul Tennis, qualsiasi torneo planetario basta che ci sia una racchetta ed un set di palline: dai più quotati e prestigiosi Atp a quelli dell’ oratorio dietro casa, statene certi, ci sarà sempre e comunque una sua schedina pronta a sventolare nei rari casi di riscossione o, molto più di frequente, ad essere cibo riciclabile : cibo in pezzettini per l’etere. In fondo lo spirito primigenio dello scommettitore seriale è giocare sempre e comunque; ovunque in “ogni luogo, in ogni lago”, con qualsiasi temperatura corporea ed esterna, contro tutto e tutti, ma soprattutto contro il pronostico più favorevole. E’ una vera e propria guerra con e contro se stessi, questo non è un saggio sull’estetica del gioco o un surrogato allegorico, qui stiamo trattando di una lotta corpo a corpo con il proprio karma, con l’ineluttabile indeterminatezza del proprio destino, verso tare metagenetiche: la possibilità anche se statisticamente non provata che il ribaltare il pronostico della sorte non può e non deve restare un atto intentato per lo scommettitore puro. Quella mattina il Maly mi svegliò con una uozzappata molesta: “’Nciò capito un cazzo, s’è ritirato Dodig (Ivan) e lui ha perso con un altro ma sicuramente ce la daranno perdente, cioè Dodig ha fatto giocà un altro che ha perso con Stakhowsky (Sergiy), un bordello, io poi passo alla Stanley e vedemo se… porco Dio …nce va mai ‘na cosa liscia, sempre un casino”. Il gergo dialettale ed il fatto che il messaggio avesse toni così foschi e barbari non mi turbò affatto, conoscevo ormai i suoi up e inenarrabili down, montagne russe del sistema dopaminergico. Di lì a poco quella stessa mattina ci saremmo dovuti iscrivere all’annuale torneo di tennis della “Cavaccia”. Perché puntavamo dritti al primo premio, 500 lordosi euro; ci servivano soldi facili che


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poi come tutti sanno non sono mai così facili i soldi e neanche le strade che portano all’oro, molto più semplice invece raggiungere un “compro oro”. C’è sempre stato un tacito accordo tra me e lui. Di solito, infatti, ricambio gli improbabili s-favori di azzardo a perdere servendogli su un piatto d’argento, rimediato al“compro oro” e “vendo stagnole”, una collezione di casi psichiatrici, TSO femminili irrisolvibili che mettono a dura prova anche un “border over the line” come lui. Capita che lo sveglio nel bel mezzo della notte passandogli al telefono la squinternata di turno, veterana di insensati afterhours, avvinazzata, posseduta da fregole e smanie di cetriolo circonciso per una acuta rota psiconevrotica di bamba, e Daniel riesce sempre a salvarsi insperatamente con un passante incrociato alla Sampras, suo idolo, di giudee comuni e scomunicate origini, chiudendo subito il punto della conversazione con “Sto al paese, è tardi, non posso parlare ho mal di gola” lasciando

la

piagnucolosa

di

turno

stizzita

e

stecchita.

Questo al paese mio si chiama savoir-faire da minorati. Si diventa padroni della strada quando nessuno ti si mette fra i piedi. La nostra paranza si limitava alla direttrice Esso-terica che unisce il distributore appunto con le agenzie di scommesse: Stanleybet, Alabet e Planet. Il “Re Sinagoga” era solito sbracciarsi, inalberarsi, dare in escandescenze in un ambiente, quello delle scommesse, notoriamente silenzioso ai limiti dell’omertoso:

Maly impartisce dritte e dirige come un maestro di musica diarroicamente

dodecafonica l’orchestra dei malmostosi zombie delle sale a suon di soffiate, studi statistici, accanite ricerche su motori di ricerca albanesi, rigorosamente da effettuare nella free zone del wifi. Ci deve provare un godimento orgasmatronico nel fallimento collettivo, muoia il Giudeo con tutti i filisterici…


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Se Malignaggy si ispira per il suo lifestyle a Pete Sampras, il Federer ante-litteram, invincibile e maniacale serial killer delle wild card,da collezione, per quanto mi riguarda, mi riconosco come il figlio dimenticato degli anni ’90, assolutamente convinto che nella “Società dello Spettacolo” anche la rivoluzione ha bisogno della sua estetica e nel tennis questa rivoluzione aveva il nome di un punk dei circuiti Atp: il pirotecnico, imprevedibile e discontinuo Mr. “Trucco Parrucco”Andrè Agassi. Dal canto suo Daniel, è solito dividere i professionisti top 10 nel ranking mondiale in froci/non froci e scopatori/non scopatori. Ed anche in base a questo orientamento fenormonale imposta le sue scommesse: Ivanisievic , ad esempio, a sentir lui era un grande montatore libero. Pare infatti che prima della partita si imboscasse per breakkarsi la raccattapalle di turno. Per questo suo vizietto una volta arrivò addirittura in ritardo sul campo da gioco, prendendosi un warning dall’arbitro. Il tennis è lo sport solitario per eccellenza. Mancando il contatto fisico, si è condannati ad interminabili soliloqui, una continuativa alienazione fisica e mentale. Nel tennis avviene una trasfigurazione, cadono le impalcature e le sovrastrutture dell’ego e non si capisce più bene cosa rimane. L’urlo disumano mentre si colpisce la pallina con la racchetta ricorda il grido ancestrale dell’uomo primitivo che con una clava sferzava fendenti contro scheletri di mammuth. Oppure nel tennis femminile quell’ urletto strozzato pare più simile ad un orgasmo rubato. E Sigmund Freud muto! Un professionista della solitudine e del nomadismo come Agassi nella controversa biografia “Open”, liquida la faccenda esistenziale del tennista in campo: “Il tennis è lo sport in cui parli da solo. Nessun atleta parla da solo come i tennisti. I lanciatori di baseball, i golfisti, i portieri borbottano tra sé, ma i tennisti parlano con se stessi – e si rispondono”.


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Se è già insostenibile la solitudine, ed insopportabile il solipsismo del tennista che vince, figurarsi di quello che perde. Essere sconfitti perdere la partita che vanifica uno sforzo sovraumano nello psicodramma di un tie-break o nell’escatologia di un match point. L’homo cum racchettam è nel migliore dei casi un misantropo e nei peggiori un sociopatico. Il nostro Fabio “PsychoFogna” Fognini è un apologeta del TSO da Atp. Malignaggy invece è tutt’altra cosa: un abilissimo millantatore e allibratore, come ogni giudeo che si rispetti, e ce ne sono davvero pochi da rispettare… se soltanto si applicasse di più e avesse una missione esistenziale, sarebbe un Berlusconi 2.0. Ma incarna il prototipo dell’ ebreo errante, del traffichino, dell’ambulante, svolta giornata, a volte la mattinata, molto spesso anche solo qualche ora: è l’unico individuo che conosca che è riuscito a sfruttare le badanti rumene facendosi offrire cene, posti letto, qualche rapporto furtivo. Un vero parassita del sottomondo, un Emil Cioran più scaltro con dei porno aforismi che inneggiano alla vita invece che alla negazione di essa come per il plumbeo e mortifero scrocca-pensiero rumeno. L’intenzione di svoltare qualche spicciolo ci ha fatto iscrivere al torneo “La Cavaccia 2016”: torneo riservato anche ad esterni, non tesserati, del prestigiosissimo circolo locale dei Monti della Tolfa. Il premio per il primo classificato ammonta ad un buono da 500 euro da spendere da “Lallero” il norcino o da “Pellancica” nota pelletteria del paese. Ovviamente Malignaggy aveva in serbo uno dei suoi piani parabolici più che diabolici per svoltare ricchi premi e cotechini. Innanzitutto c’era da stabilire un piano scommesse considerando che le wild card erano nelle mani di due tiratori liberi già vincitori del torneo nell’ultimo decennio: Il Tigna, buttero butterato scontroso perennemente accigliato e tignoso come un mulo, erFojetta uno psicolabile protetto alle spalle da influenti poteri occulti in grado di manovrare le partite e far in modo che l’occhio di falco diventi umano, troppo umano da chiudere un occhio al momento giusto: il solito escamotage di


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assicurarsi due litri di vinello del contadino per corrompere l’arbitro del momento al momento giusto. La location è paradisiaca: una laguna blu ma nel verde. La Cavaccia era stata una cava per l’estrazione di allume, circondata da una densa vegetazione in cui prevalgono i faggi. Era anche servita da set cinematografico per “spaghetti western” minori negli anni ’70: un avamposto di frontiera dove nell’800 i minatori galeotti scavano a mani nude o con rudimentali picconi per estrarre la preziosa pietra suturatrice. Il Maly in quanto mio manager, mi impose l’ urgenza di una racchettaccia a buon mercato per affrontare il torneo dignitosamente e soprattutto, a suo dire, avevo bisogno di un corso accelerato di tennis, considerando il fatto che non scendevo in campo una decade e già su un campo da pingpong evidenziavo lacune e voragini tecniche da esclusione persino alle qualificazioni para-olimpioniche. C’era da scrostare la ruggine delle giunture e delle sinapsi, ma avevamo troppo poco tempo, qualcuno ci suggerì anche la scorciatoia del doping ma sembrava più onerosa della racchetta e non la prendemmo più in considerazione.

Mentre lasciavo a briglia sciolta Daniel intento a rimestare in ammuffiti scantinati adibiti a mercatini dell’usato, tra zingari con denti placcati in capsule d’oro e altri derelitti umanoidi, e smanettare sul p.c. della sala scommesse, cosa peraltro vietatissima, in cerca di annunci hot di manici di seconda mano su internet, me ne restavo in disparte sorseggiando un peroncino. Ripensavo a quel sogno recente in cui Malignaggy appariva a LouReed per predirgli la Vittoria di Fognini su Andy Murray mentre in sottofondo spernacchiava quel casino musicale, stridentissimo come un locale su rotaia Campobasso-Benevento, di Metal Music Machine, aggiungendo dogmaticamente con la sua tagliente e nasale voce metallica:”Metal Machine Music è come chi si sposa per provare l’ebrezza del divorzio, qualcosa che nella vita si deve fare/ascoltare.”


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Però adesso mi viene il dubbio che quell’ Andy non fosse Murray ma quell’altro frocio pervertito di Warhol.

Auguri Federer! Oggi, 8 agosto la leggenda “sfissera” compie 35 anni, il più grande dello slam, lo slam in persona, Mr. Wild Card: un campione molto riservato che chissà sui monti svizzeri invece di montare accordature di racchette quante montate di caprette “che fanno ciao”. Djokovic, sempre secondo quel genio del male, Maly, ha la tendenza e forte attrazione verso i tennisti biondi: ogni volta che incontra qualche bel biondo si dice in giro che venga sistematicamente eliminato, però sicuramente negli spogliatoi farà centro, anche se la cosa strana è che Del Potrot è biondo, ma forse sembra più un castano chiaro, ecco perché si sarebbe salvato. In lontananza scorgevo il Maly sbracciarsi ed agitare vecchi ruderi di legno, improbabili Spalding dell’era del legno e del fuoco, o Wilson che neppure come battipanni sarebbero andate bene, ma soprattutto mentre si agitava echeggiavano le sue perle da manuale da strada per circoncisi: “In tutti gli sport agonistici professionistici, e soprattutto nel tennis, allenandoti 8-9 ore al giorno, si va ad aumentare la frustrazione e quindi allenti la vita sessuale. Perciò lo stress e la mancanza di tempo ti portano a socializzare poco e spesso con gente dello stesso sesso negli spogliatoi, ecco come si spiega l’orientamento omosessuale negli sport, è una coercizione privilegiata… …comunque ci tengo a precisare che io ho tantissimi amici gay, anzi ci vado d’accordissimo, c’è meno concorrenza nel settore, sono sempre in compagnia di strafighe, anzi non ho proprio mai fatto battute tristi sul genere, magari fossero tutti gay! Tutte le donne sarebbero per me…


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…il tatuaggio è nato per essere una narrazione, un codice di strada, come puoi vedere questo veliero che ho tatuato sul collo l’ho fatto in memoria di LouReed che attraversava il mondo su questo veliero di carta mentre strimpellava e cantava la sua Heroin. Alla fine è inutile che ci si affanni tanto: siamo tutti perdenti fin quando c’è una deadline al termine della vita. Non riesco a smettere con le scommesse, ma in alcuni periodi allento molto, comunque mi tengo basso, dieci carte, e poi sai, se ci prendo, una gazosina al dispenser della Stazione io la offro sempre. Io perdo sempre, gioco ogni giorno, costantemente, ostinatamente, tutte le cifre possibili immaginabili, ma è un muro del pianto, sto sempre a prelevare. Se vi volete trombare la troietta cubana penso che oggi puntando cento euro su Stakowsky, grande stallone russo, vincerete ottanta euro puliti. Scommetto da quando avevo circa 12 o 13 anni, all’inizio solo sul calcio. Ho giocato qualche briscola con gli amici, ma niente di che, qualche bevuta. Se dovete proprio impiccarvi almeno fatelo per una giusta causa, non so, per una bella strafiga lituana. Io mi reputo dipendente dalle dipendenze: Sesso? Sesso h24. Alcool? Tutto il giorno ciucco… Scommesse? Mi sono venduto anche casa. All’inizio con le scommesse volevo soltanto svoltarmi la giornata, quella lavorativa intendo, perché non sono nato con la vocazione per lo schiavismo da due spicci, però alla fine il vero giocatore punta forte, altrimenti si finisce che invece si svoltare la giornata non accatti neanche un pasto alla caritas. Se tu sei un micro giocatore che giochi un euro, due euro, perdi a rate, aumenti soltanto il numero delle schedine perdenti, non c’è gusto nel controllarle, fai perdere tempo al gestore dell’agenzia scommesse. Quando te la senti calda devi caricare; male che va perdi in una botta sola, almeno ti godi la partita, la vivi intensamente, senti l’adrenalina che dal cazzo sale alla testa e viceversa, è questa febbre, è tutto qui giocare.


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Che poi alla fine io non sono neanche uno impulsivo, io mi studio le statistiche, passo notti insonni rivedendomi le partite di un tennista piuttosto che memorizzare le classifiche anche dei non classificati, bisogna essere sempre aggiornati soprattutto sui tornei minori, su giocatori sconosciuti, certo poi la botta vera, come scrive anche il vecchio zio Lou in heroin, te la da il fattore X, che sia culo o fatalismo. Poi di sicuro nella vita c’è solo la morte, dalle mie parti c’è questo modo di dire: “daje e daje le cipolle diventano aje”.

Un cane sciolto in preda ad una ruota libera: lo spettacolo del Maly volgeva finalmente al termine! Il Circo Malignaggy toglieva le tende, dopo un ora di flusso di coscienza verboso ed incontrollato verso un pubblico immaginario da grande slam della mitomania. Lo vedo risalire dallo scantinato senza nessun manico.

E’ tutto troppo caro qui nei bassifondi! Ad un fuoriclasse come me l’Atp dovrebbe regalare una Babolat d’oro!


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Le Tournament

Haikouscous “Incrostato di Creta e Sangue Il Totem Ghignante L' Ebbrezza della Caccia Il Terrore dei cheliceri dietro la Nuca Dove sono ora i 47 Ronin?” The Marvellous Gargiully

Il soliloquio del Maly è qualcosa di molto simile al sordo fastidio ininterrotto del mal di denti. Avevamo scroccato un passaggio da un contadino di paese, il cui soprannome è per nulla rassicurante “Marraccio”. Con il suo fiorino carico di bave di lumache e cicoria in cui rimbombava il rap monotono di Malignaggy che, non avrebbe dovuto rivolgersi all’autista come si conviene soprattutto su strade tortuose: “Tuo padre se non sbaglio era un 683 ranking atp, ma tu non hai ripreso niente di lui, purtroppo.” Marraccio manco si degna di rispondergli, scatarra dal finestrino dal suo lato guida e per uno strano gioco di corrente la traiettoria devia sul lato opposto del passeggero prendendo lo sputo denso di catarro in piena faccia.


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Eravamo lì in largo anticipo per studiare un po’ la location, le correnti, la luce, insomma respirare l’atmosfera ed anticipare le mosse degli avversari. Il torneo era alle porte, e avevamo stabilito che Malignaggy si sarebbe limitato a puntare easy cash e fare da manager, mentre il sottoscritto, nonostante una sciatica cronica, si sarebbe cimentato con la terra battuta. Un nasale sottofondo reedinao di Walk on wild side ronzava da una radiolina all’ingresso della Cavaccia, e il Maly con un tempismo da serve and volley sciorinò al custode alle cui spalle troneggiava un vecchio poster di Little Tony: “Lester Bangs era un vecchio trombone, un pazzo scatenato, lui era innamorato follemente di Lou Reed, era un giornalista da strapazzo invidioso del fatto che Lou si portava a letto le migliori strafighe di New York così Lester cercava di imitarlo in tutto e per tutto. Il padre musicale del gonzismolo ha celebrato con la famosa descrizione che cito a memoria: “Lou Reed è colui che ha dato una sfumatura di rock, un pizzico di dignità, di amore e di poesia alle amnfe, all’eroina, alla omosessualità, all’imbranataggine, all’omicidio e al suicidio”. Alla Cavaccia non avremmo avuto la wild card che è uno speciale invito di partecipazione, da parte degli organizzatori del torneo, a chi non avrebbe diritto a partecipare secondo la classifica; quindi dei “testa di serie” honoris causa, e permette un accesso già alla fase eliminatoria che poi conduce al tabellone dei tornei di tennis più prestigiosi. E’ anche vero che ultimamente la wild card viene concessa non per meriti sportivi ma per demeriti sociali che fanno tanto gossip e fanno bene tanto alle masse quanto alle casse. Ivanisevich è una wild card che ha vinto Wimbledon.


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Il custode schiacciava semi con unghie sudicie ed indicava, rivolgendo uno sguardo insolente a Malignaggy, il rutilante ciuffo dell’Elvis italico nell’effige inchiodata sopra, allora l’ebreo errante infastidito da cotanta meschinità rincarò la dose: “In uno di quei giornaletti di gossip che si trovano dal dentista ho letto che a quanto pare sembra che il nostro grande Lou Reed si faceva tra gli altri Naomi Cambpell e Luca Barbareschi dopo qualche doppio a Tennis col Duca Bianco ed Amanda Lear. Finalmente ci siamo seduti sugli spalti sgarrupati per studiare la situazione, mentre più in basso sul terriccio due pre-pensionati si molleggiavano stancamente con scambi di topspin al milkshake e chip and charge al caramello molle. Accanto a noi una distinta tarta-rugosa ex strafiga ai tempi di 007 pussygalore che Maly non si fece sfuggire, soffiando rettiliano all’orecchio, l’ultimo gossip sul suo global hero: “Fonti ben informate mi hanno riferito che Lou Reed giocava a tennis, tornei di buon livello, ha partecipato De Lorean Trophey, trofeo dedicato alla mitica macchina del film Ritorno al Futuro. Lui giocava sui tetti dei grattacieli: a New York ci sono dei veri e propri campi da tennis, anche indoor, molto belli. Lou ha alzato qualche coppa di un certo spessore negli anni ’70, ed era classificato. Comunque le rockstar ad un certo punto hanno questa vocazione sportiva, forse suggerita dal loro medico della mutua o dal maestro Zen. Lou Reed in età avanzata si è messo a praticare l’antica arte del Tai Chi diventando anche un maestro. Lo sport è risaputo aiuta a disintossicarsi, ad esempio Alice Cooper ed Iggy Pop si erano dati al golf rispettivamente per togliersi la scimmia della bottiglia e della roba.

A me piace coinvolgere amici e conoscenti nel

mondo delle scommesse, chi non mi conosce pensa che io sia un Lucignolo contemporaneo, ma perché ho la competenza e l’esperienza per sopravvivere in questa epoca di bolle economiche.


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Le faccio scoppiare queste bolle, con il gioco d’azzardo io guarisco il mondo da questo bubbone pestilenziale economico. Io mi reputo un portatore sano di fregna ma ogni mattina mi sveglio apro il portafogli ed è un pianto: tra soldi mancanti e schedine strappate al vento che diventano coriandoli sono costretto a rifugiarmi in quei frattoni di discariche di preservativi usati kleenex incrostati in cerca di calore.” La rossa uccide la povera multifilter con uno stiletto tacco 20, sbuffò l’ultimo fumo passivamente sagomando il mio manager.


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Lucky Loser Dopo i convenevoli di riscaldamento, palleggi snervanti da fondo campo, tipico dei pallettari, volè e demìvolè, smash, lob e battute, la sorte mi assegna il servizio al primo game. Mentre palleggiavo la pallina a terra, mi stavo prendendo tutto il tempo necessario, come da regolamento, per sbirciare di sottecchi il mio avversario. Lui si dondolava sulle gambe girando la racchetta come un mestolo nel minestrone. Bandana floreale e crine lungo al vento, il Fojetta è un Bjorn Borg col fegato più spappolato ed una tecnica tennistica da conciapelli, eppure sembrava stare sul pezzo, concentratissimo come non l’avevo visto neanche il giorno che arrivò quindicesimo al torneo dei Butteri anno domini 1991. La Cavaccia, denominata perché nel passato era stata una vera e propria cava di estrazione, è una location ideale per un torneo di tennis, sembra quasi un campo al coperto. Ma nonostante sia al riparo dal vento più sferzante, bisogna sempre considerare un qualche spiffero che soffia obliquo e contrario, inoltre essendo tutto molto isolato e coibentato, la pallina rimbomba tanto da risultare come una grancassa a doppio pedale suonata da Dave Lombardo degli Slayer. Il Tennis è concentrazione e alienazione continua allo stesso tempo, una mentalizzazione che non ammette distrazioni o una distrazione prolungata, simil trance, che dura fino a cinque set, tie break all inclusive: o sei dentro la partita o sei fuori. In altri sport puoi cavartela con una forma psicofisica al cinquanta per cento e portare comunque a casa la pelle, nel tennis no. Non solo si perde, ma si viene umiliati, ridicolizzati, annientati, ematomi pesanti come un karma-coma.


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Spettatori sugli spalti scalcinati, compreso il custode ed il giardiniere, dieci unità circa. Temperatura esterna 25 gradi circa. Mi prendo dunque, tutto il tempo per battere, venti miserabili secondi, come da ultime circolari disposte dall’ATP (Association of Tennis Professional) sul limite di tempo tra un punto ed un altro; nonostante il Torneo in questione non rientri neanche nei trafiletti della cronaca nera locale. Quindi alzo lo sguardo, ErFojetta si sta dondolando ancora in maniera alternata da una gamba all’altra, le ginocchia sono leggermente piegate come da “manuale del tennis” di Renè Lacoste; intravedo persino i calzettoni in spugna di pessima qualità, presi al mercato da qualche Bangla a pochi spiccioli, t-shirt scolorita tarocca, Fred Porry che sgocciola ancora varecchina, una messa ed una buttata, in compenso ha una racchetta customizzata Head che vale quanto la mia Lancia Delta HF integrale super vintage. Alzo la mia Stan Smith dal terreno, carico tutto il peso inarcando la schiena come una catapulta di vertebre ed esplodo una prima di servizio che si staglia sul nastro rimbalzando sul mio campo. “Merda!” Esclamo. Siamo ancora ai titoli di testa, ma a volte i presagi iniziali, e le indicibili scaramanzie ti condizionano la mente contagiandola fino all’inesorabile epilogo.

E’ in questi

momenti che si vede il fuori-classe, colui che riesce a ribaltare l’inerzia della scalognata sorte, del voodoo affatturato e primordiale, del magnetismo di sfighe-karmico che cospira puntualmente alle spalle di uno dei due sfidanti per chissà quale legge del caos, ying/yang, cabalistica e affini…


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Avevo avuto qualche piccolo presagio. Sarebbe stata una giornata sfavorevole e, come osserva San Zeman da Boemia, “non importa quanto corri ma dove corri e perché corri”. Quella mattina prima del match mi sembrava di correre a vuoto. La chiave aveva girato a vuoto nel blocco accensione, io giravo a vuoto nello spoglio spogliatoio in cerca di una vuota concentrazione ed il mio braccio girava a vuoto caricando bene ma distribuendo male. Ripeto, mi inarco, carico, sparo. Out! Doppio fallo. Mi vedo riflesso nei Carrera bangla del Malignaggy che, dopo il segno della croce, mi fa segno di battere da sotto per ingannare il Fojetta. In effetti continuava a dondolarsi molto distante dalla linea di fondo campo e pensai di giocarmi subito il jolly, a la mandarino Chang contro Ivan “Il Terribile” Lendl nella mitologica finale del Roland Gaross anno domini 1989, recuperando un 15/15 ed un provvisorio dominio psicologico sul mio avversario. Poi lo sento cantilenare distante nel solito soliloquio con o senza spettatori: “…E’ un periodo negativo. Io tante volte penso che dalle difficoltà nascono delle opportunità, bisogna rilanciare, accelerare in curva invece che frenare per non finire in cunetta. Bisogna completare la curva, risolvere il karma dando gas e non impiantarsi col freno tirato.

Quando

capita nel tennis che il numero 200 vince col top player, quando non hai niente non hai nulla da perdere …

Il croato Dodig si è ritirato nel torneo di Atlanta, quindi quota void, rimborso delle

giocate. E’ successo che delle fan gli facevano delle foto, si è innervosito, è scoppiato in un pianto a dirotto, ha spaccato 3 racchette, bestemmie in lingua slava, ma anche questo è il tennis. Ivanisevic ha detto che è fiero di lui.”


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Mentre mi inarco scorgo con la coda dell’occhio una chioma rossa fosforescente che oscura il profilo giudeo del Malignaggy. Lascio cadere la pallina come da regolamento e prendo tempo per osservarla meglio; è un cazzotto in un occhio in quell’ambiente a-meno della Cavaccia: “Questa femme fatale è roba che scotta, da tornei di ATP che cazzo ci fa qui?”. Esclamo sputando catarro dal naso e smoccolando dalla bocca. Malignaggy come da copione abbandona gli spalti. Ci scambiamo un segno di intesa, lui mi manda un bacio gay affettuoso mentre si allontana sulla A 112 abarth modificata del cognato verso il centro scommesse più vicino. E’questo il momento stabilito. Tutto è stato predisposto per un All In insindacabile. Vincere facile puntando su un umiliante 6-0, 6-0 a favore del Fojetta. Il mio compito si limitava a rosicchiare qualche punticino di tanto in tanto per non dare troppo nell’occhio senza rischiare di arrivare su un pericolosissimo 40-40.

Alterno una simulata furia agonistica in cui

faccio punti agevolmente a plateali errori sotto e sopra rete. La partita procede stancamente tra sbadigli dell’arbitro e del pubblico sempre più raro.

Aspetto soltanto il ritorno del mio manager

che fa svolazzare la sua puntata con cui ci saremmo aggiudicati il premio maggiore perdendo il torneo al primo turno. Torneo che mi vedeva ampiamente favorito dai bookmakers indigeni. E’ cosa nota che un forestiero che partecipa a qualsiasi torneo di paese, fosse anche di bocce, è il campione indiscusso. Il texano dagli occhi di ghiaccio viene sempre dalla remota e sconosciuta frontiera. La nostra distava 10 chilometri, si escludeva qualche inutile tornante. Ma seppure avessi cominciato a giocare da pallettaro, rallentando fino ad un osceno moviolone l’andamento della partita, un catenaccio tennistico da squalifica, in attesa dell’ebreo errante con la schedina vincente, nessuna traccia del Malignaggy all’orizzonte. La rossa intanto si affannava a violentare con una mano il suo smartphone e a strizzare nell’altra una multifilter fumante.


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Un altro set era andato. Perso, come da copione. I rarissimi spettatori stavano diventando sporadici come i pochi ciuffi che il Fojetta aveva insperatamente allacciato alla bandana. Perdo il set e mi perdo ipnotizzato nel cicaleggio estivo che, ritmico e rauco, mi ipnotizza lo sguardo come le litanie dei Dead Skeletons che diventano una insidiosa cantilena saldata con lo spartitraffico mentre sei al volante. Chi ha paura della morte non può godersi la vita? “Ma chi teme la Vita è già morto a metà!” Aggiungo.

Dove cazzo è finito il figlio illeggittimo di Sion? E chi è la rossa?


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Antonio Ghetti : Che notte memorabile

“Che notte, Che botte quella notte Mi ricordo di sei mascelle rotte Ho un sinistro da un quintale Ed il destro, vi dirò Solo un altro ce l' ha eguale Ma l' ho messo Kappa O” Fred Buscaglione

Adagio l’asciugamano intorno al collo. Iconico, come l’ultimo Elvis a Las Vegas, faccio roteare la racchetta con un abilissimo gioco polso - avambraccio – polpastrelli. sudo tutte le Red Bull del giorno prima, slitto la schiena sulla poltroncina, abbandono la testa all’indietro come nel film “il cacciatore” dopo l’ultimo colpo a segno alla roulette russa; quindi chiudo gli occhi e mi metto a russare.

L’ inaspettato dormiveglia, stato di ottundente semi incoscienza in cui si galleggia tra i

fasci di sogni ancora scomposti,mi porta un’ illuminazione: la rossa appariscente l’avevo vista undici anni prima sotto ring ad Atlantic City mentre entrambi incitavamo fino a sgolarci il leggendario pugile italo-americano Antonio Ghetti. Che notte memorabile!


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Epica allo stato puro: in un clima incandescente che faceva togliere la cravatta anche ai giudici inamidati a bordo del quadrato; ventimila presenze tra scommettitori e mafiosi biscazzieri pronti per la battaglia. Malignaggy mi aveva suggerito di puntare big money su l’irlandese Mick Watt sfidante per il titolo W.B.C. dei pesi medi, una specie di cornucopia dublinese di Ghetti. Lo davano 10 ad 1. Vinse Ghetti dopo uno scontro feroce senza esclusioni di colpi in cui il fighter originario di Orta Nova riuscì ad indovinare un k.o. da manuale, al dodicesimo round, nonostante una frattura scomposta alla mano che lo tenne lontano dalle corde per diversi mesi. Anche Malignaggy fu irreperibile per quasi un anno a dire il vero. Il cliente da lei chiamato sarà irraggiungibile a tempo indeterminato. Ma quanto tempo è passato? Devo tornare in campo prima che l’arbitro mi penalizzi con un warning… ancora un momento a stare qui a riposare e sognare il gong dell’ultimo round… Capolinea. A questo pensava Antonio Ghetti, “The Bomber” per la sua gente, dopo il suo ultimo rovinoso incontro contro Bobby “The Rude” Boser. Si immaginava un finale diverso. Invece l’epilogo sul quadrato era lontano mille miglia dall’essere l’happy end, paradigma del sogno americano. Lui che aveva dato tanto alla boxe, anzi tutto, litri di sudore, ettolitri di sangue, vagonate di sogni: sacrificio, passione, immolazione lo avevano reso dopo una carriera trentennale una specie di mistico, qualcosa simile ad un Cristo con una corona di spine WBC superleggeri: Ma cosa aveva ricevuto in cambio? Mentre si levava il paradenti incrostato e sporco di saliva color ruggine ematica, rimuginava sul fatto che la Noble Art con lui era stata poco nobile.

Ancora gli

rimbombavano come bombardieri B-52 i fischi ad Atlantic City. Calava il sipario e si spegnevano i riflettori sul quadrato/ring. Per Antonio Ghetti si sarebbero riaccese soltanto le luci della leggenda ma per ora in quel tunnel buio che gli si presentava davanti c’era soltanto il bagliore di un destino beffardo.


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Dopo una carriera quasi trentennale, divisa tra i 10 anni nei dilettanti e 20 nei professionisti, The Bomber, così come era stato soprannominato dai suoi amici ai tempi delle scazzottate di quartiere in cui ne usciva sempre integro e vincitore, era diventato il Campione del popolo per il suo approccio naif senza pose da antico guerriero, che gli avrebbe valso la prestigiosa Hall of Fame, consentendogli l’immortalità nella storia della boxe mondiale.

Divenne presto noto, da

professionista, nel giro del grande pubblico della boxe mondiale, per un atteggiamento spregiudicato nel suo modo di boxare. Grande incassatore con una guardia spericolata e bassa. Antonio conservava oltre i connotati anagrafici di chiare origini italiane, nato ad Orta Nova provincia di Foggia, Capitanata, nonostante gli innumerevoli incontri, (150 per la precisione), ancora i tratti angelici del fanciullo imberbe. Sapeva nascondere con esperienza ormai le cicatrici, le ferite, i dolori cronici alle ossa: incontestabile fatto che il suo corpo fosse letteralmente alla frutta e la sua mente al dessert.

Non è semplice, dopo che si è stati sul tetto del mondo, scendere dal

carrozzone del successo senza precipitare. The Bomber aveva vinto veramente tutto, in poco tempo, aveva avuto il riscatto di un’ adolescenza bruciata a colpi di miseria, piccoli furti, risse di strada: la sola e solita alternativa che spettava agli immigrati, soprattutto agli italo americani che erano stati ghettizzati e messi in riserve di cemento, proprio come i pellerossa, dagli yankees autoctoni già dai primi grandi sbarchi di fine ‘800. Antonio aveva assorbito, come la maggioranza dei suoi coetanei italiani di prima generazione, la cultura sudista del tavoliere entro le mura domestiche, una micro Little Italy nella macro Big Italy: era cresciuto a suon di mazzell e mazzate, la pasta fatta in casa ogni maledetta Domenica dalla mamma Filomena detta “Mena”, e le partite di football americano o di boxe in bianco e nero davanti la televisione insieme al papà Saverio, mentre questi si faceva un cicchetto fumandosi ‘napagliarell’.


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E’ stato proprio Don Saverio a trasmettere al figlio la passione per la boxe, scorpacciate di mais tostato, burro di arachidi, parmigiana fatta in casa ed incontri leggendari tra Roberto “Manos de Piedra” Duran e Sugar Ray Leonard, o tra Marvin “The Marvelous” Hagler e Thomas “the Hitman” Hearns, ma anche quelli indimenticabili dell’ultima Era del regno di Alì “The Greatest”. Il salotto di casa Ghetti era in perfetto Italian style anni ’60. La madre e il padre parlavano in dialetto pugliese ed Antonio aveva assorbito determinati modi di dire che si erano poi andati mischiando con lo slang della strada. Con l’immancabile capezza d’oro della cresima al collo e le tute appariscenti della Australian, mafia style, Ghetti si fece largo nel New Jersey. Un ragazzo da rispettare, un guappo mangia-spaghetti, con un curriculum da Rusty il Selvaggio: qualche rissa in strada, scazzottate fuori scuola per uno sguardo di troppo alla fidanzata di un altro, ed interminabili ore passate col padre sbracati sul divano di casa a bere lattine di Becks. Su tutto capeggiavano le sessioni estenuanti di boxe fino a farsi sanguinare gli occhi. Qual è la molla che spinge un ragazzo medio a perseguire un sogno che soltanto lui può vedere? Sicuramente, la scomparsa di Don Saverio si era rivelata la motivazione metagenetica di perseguire e proseguire il sogno del padre. Il Giovane Ghetti si è incarnato sogno: il sogno di Don Saverio è diventato il suo, non poteva essere altrimenti, il karma avrebbe punito lui e castigato le generazioni a seguire. Una volontà di potenza per tentare di stabilire una comunicazione post mortem ed ultraterrena che per Antonio era diventata una ossessionante eco della coscienza: mantenere il padreancora in vita attraverso la sua impresa. O forse c’è di più? Magari anche un ego ipertrofico da nutrire con estenuanti allenamenti professionistici, con l’odore dei soldi, la ribalta, in una sola parola: Il Sogno Americano che a fine anni ’80, in piena golden age yuppista, non lasciava ancora intravvedere l’incubo psicotico in cui si sarebbe trasformato un domani.


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Resta davvero un enigma capire se i pugili siano animali con sembianze umane, narcisi del ring che si mirano allo specchio sanguinanti e malconci durante la shadowboxing, dotati di proto emozioni e sopportazioni a stress da età della pietra, o se invece nascondano una ipersensibilità da qualche parte, magari tra il paradenti e le capsule d’oro che sostituiscono i molari persi ad esempio! Ed è proprio grazie a questa sovra eccitazione sensoriale che sono destinati a bruciare le loro esistenze solitamente prima della campana dell’ultimo round. Che notte memorabile! Quella in cui persi 10.000 dollari in un sol colpo ma, esausto a bordo ring, abbracciai la rossa stringendola fino ad intrecciare le nostre lingue come serpenti a sonagli mentre Antonio Ghetti veniva incoronato di nuovo indiscusso campione WBC dei Superleggeri. Una volta riemerso da queste interminabili divagazioni fase r.e.m., che in realtà erano durate poco più del tempo di intervallo tra un set e l’altro, ed una volta redarguito bonariamente senza ombra di warning dall’arbitro, punto dritto il mio avversario ancora alle prese con un gatorade. Riprendo conoscenza, miro verso la tribuna senza più centrare la sagoma della rossa. Evaporata. Insieme ad Antonio Ghetti proprio come quella volta ad Atlantic City. Che notte leggendaria… In effetti la presenza della rouge undici anni dopo l’ultimo incontro di Ghetti e poco prima della sua misteriosa morte non era di sicuro un segnale portatore di un buon vento bensì presagio di guai, e quelli non finiscono mai. Maledetti guai… Guai. Maledetti guai


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“Se non riesci ad individuare il pollo nella prima mezz’ora di gioco, allora il pollo sei tu”. “ Il posto più inquietante del mondo? La mente abitata dai fantasmi” Daniel Malignaggy

Sappiate individuare gli highlights da visitare in ogni città che si rispetti, i capisaldi: il bar della stazione, il bordello periferico a cielo aperto, il centro scommesse. Sono le arterie urbanistiche dove il sangue sporco si lava nelle fogne. Il mio manager circonciso ci aggiungerebbe anche la farmacia comunale in cui una volta venne cacciato fuori dopo questa breve boutade: "Sono andato a comprare i preservativi; il farmacista mi ha detto lo vuole senza o con serbat? Io gli detto sì fammi pure un pieno e cambio d'olio già che ci stai"

Malignaggy è il prototipo del cyborg contemporaneo nella vischiosa realtà di liquami baumaniana: il ManuChao di Sion, fratello massone dei testimoni di Jeovah, opportunista occasionale, sino fobico. Lou Reed senza discografia ma con la medesima sediziosa perversione di capire cosa succede nel lato selvaggio del mondo, nelle frattone di capacotta dove, tra le dune, i ricchioni si sollazzano l’uccello raggrinzito e abbrustolito in cerca di forniture di negroni, “cazzi e canculi”, parafrasando Busi, insomma un contro-break della sorte. Uno scommettitore vincente è sempre affetto da uno stato allucinatorio che dura il tempo di riscuotere la vincita in cassa per poi perdere di nuovo.


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La partita col Fojetta era stata persa, come da scommessa, con un under secco e definitivo 6-0 /6-0. Gli sparuti spettatori avevano abbandonato gli spalti. Della femme fatale in red nessuna traccia. Mentre er Fojetta era impegnato a scambiare quattro chiacchiere con l’arbitro, che scoprimmo essere suo lontano parente, a proposito del tabellone del torneo e dei possibili candidati per la finale, Malignaggy finalmente mi raggiunse negli spogliatoi, tachicardico e madido. Biascicava qualcosa in aramaico, era forse un incitamento a sbrigarmi ed andare a riscuotere la vincita. Spiegò il suo ritardo a causa di una gomma forata con la A112 del cognato. A quanto pare quest’ultimo si stava dirigendo col cric verso il veicolo abbandonato sul ciglio della strada, ma, essendo chiare le sue intenzioni, il Malignaggy aveva preferito darsi alla fuga, cosa che gli riusciva sempre alla grande. Ormai non facevo neanche più caso alle sue iperboli mitomani miscelate con spruzzi di realtà. Sta di fatto che il suo ritardo era clamoroso e visto e considerato che il centro scommessa era prossimo alla chiusura, poi ci sarebbero state le ferie, insomma la valuta si sarebbe svalutata. A tutta birra con la mia Lancia HF integrale ci buttammo per i tornanti che ritornano verso il paese e, forse per un calo di glucosio, mi si appannò la vista. Mentre Malignaggy mi raccontava l’aneddoto di Nastase, iperbolico tennista rumeno. Un giornalista lo stuzzicava sempre affermando che non era bravo ma solo fortunato, si salvava sempre a rete, allora Nastase stufo di queste frecciatine gli lanciò una sfida: - “ Io gioco col manico di scopa e tu con la racchetta, vincendolo 6-0, 6-0”. Poi come suo solito, dirottò il discorso sul torneo del Rolex, il torneo dei tornei del grande Slam: “Wimbledon con i fratelli Callaghan in tribuna d’onore, quasi più antipatici di Connors. I fratelli Oasis hanno fatto qualche torneo negli ambienti gay vip di Chelsea. Certo mai stati ai livelli di Lou Reed che faceva questi tornei privati extra lusso sopra i tetti dei grattacieli della New York bene.


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Anche se non è mai stato verbalizzato e non risulta in alcun manuale tennistico, risulta che Lou abbia battuto Pancho Gonzeles, ex numero uno del mondo. Oltre a doppi misti con Amanda Lear e Dalì, anche se Amanda era abbastanza lenta di manico grippato, mentre veloce col manico in pelle.” Il tennis ad alti livelli è un isolamento sportivo, un’auto reclusione, al di fuori dai consumi sessuali, ti chiudi nei campi in sezioni esclusivamente maschili e femminili, che slatentizzano situazioni omosessuali a discapito di quelle più promiscue ed in voga. “Nadal ormai è andata ha preso una cannonata da k.o. dopo che si è lasciato con la moglie, invece prendi il belga Balemans, un pennellone di due metri con una battuta a 280 km/h, lui è un vero scroccafregna, c’è un filo neanche troppo sottile, anzi un net ben definito, tra prestazioni sessuali e ranking atp.

Nella mia esperienza da scommettitore, ti ripeto, ho visto sempre gente in perdita.

Ci vorrebbe un idraulico liquido per recuperare tutte le somme perdute. Il cash viene e va ….. il giocatore che si salva è quello che non gioca, o almeno quello che non segue la corrente: il mainstream dei bookmakers, ma scova percorsi ancora non battuti su cui puntare.” Che cos’è la svolta? La svolta è recuperare sul 5-0, quando l’avversario finisce la benzina proprio nel momento in cui dovrebbe dare il colpo di grazia. Invece comincia a fare doppi falli e smorzate a rete timorate da Dio; gli viene il “braccetto”, la paura di vincere. Così come avviene negli ultimi round di un tiratissimo incontro di boxe, in cui inaspettatamente viene fuori il pugile che fino a quel momento avevo incassato di brutto: è questa la svolta,per il grande pubblico sembra il compiersi di un miracolo. Ma non è un miracolo, non è altro che l’istinto del killer! Quel retaggio primordiale dei grandi predatori, segnato da un tratto psicopatico, scevro da qualsiasi surplus emotivo deve prevalere e manda avanti la specie, fa vincere il match.


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La vista si appanna, mi rendo conto di non essere più il giaguaro del ‘99, raddrizziamo di colpo una curva, la Delta HF integrale perde improvvisamente aderenza, sento le bridgestone abbandonare la presa, calo di zuccheri o colpo di sonno, il botto fa sempre lo stesso rumore: Bang! A volte bisogna dare retta alle credenze popolari. Una in particolare afferma che “le rosse” non sono portatrici di buona sorte, in effetti con la flebo attaccata in vena mi stavo scolando una bella bionda alla faccia del personale medico, delle fratture molto poco composte, e della sfiga. Maledetta sfortuna!

Sentivo una sordida comunione con l’esercito dei non classificati. Tutti quei giocatori di cui si è perduta traccia e memoria. Quella moltitudine che seppur partecipando alla storia dello sport non rientra negli almanacchi, nelle biografie, nelle classifiche che virtuali e cartacee occupano gli spazi della cultura atletica di nazioni e continenti. Anche io sarei stato afflitto dall’irreversibile morbo della damnatio memoriae? Che poi, quanti sono i non classificati? E come fanno a sopportare il peso di tutta quella solitudine? Nel coma farmacologico indotto, passo in rassegna sullo schermo neurocorticale il volto di Hermann Spummaker, incorniciato nella figurina dell’album delle nazionali del Mondiale Spagna 82..

Indimenticato numero uno della nazionale Tedesca degli anni ’80 e del Colonia. Un vero

numero uno, ma anche un autentico loser: due volte in finale mondiale, due volte sconfitto, criminale nelle uscite, epica quella assassina sull’attaccante francese Culatton: “Non ho voglia di andare su YouTube a guardare quelle immagini, altrimenti finisce che comincio a sentirmi in colpa. Invece non voglio, invece non devo”.


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E' successo e basta, ma all'epoca io non volevo costruirci intorno tutto il teatro che fecero. Flaminì era una decina di metri oltre la metà campo. Lui era di quelli che sanno vedere uno spazio di campo prima degli altri. Toccò due volte il pallone e lanciò lungo verso la mia area, dove stava arrivando Eric. Lo chiamo Eric perché oggi siamo amici, insomma, amici no, ma dopo l'incidente abbiamo ricominciato a parlarci, mi ha anche invitato al suo matrimonio. E comunque. Eric, cioè Culatton, stava correndo verso la mia porta. Poco fuori l'area, o poco dentro, questo non importa, lui tocca la palla in corsa e la fa ballonzolare in avanti. Io non ero già più lì, ero addosso a lui, lo avevo abbattuto con un colpo dell'anca quando era troppo tardi per prendere il pallone e ancora troppo presto per pentirsi. La palla era fuori. La prima cosa che davvero mi importava. Cioè. Ci stavamo giocando il posto in finale, la finale della Coppa del mondo del 1982. Francia 1, Germania ovest 1. Figurarsi se volevo prendere gol a mezz'ora dalla fine. Juavanise e Rochfield si avvicinarono a Culatton che se ne stava sdraiato a terra, poi arrivarono medici, massaggiatori, tutta quella banda lì. Io andai a recuperare il pallone e lo sistemai nell'area piccola: c'era da battere una rimessa dal fondo, era quello il mio lavoro. Chi piangeva, chi infilava un dito nella bocca del francese, mi hanno poi detto che aveva degli spasmi, si contorceva, non lo so, non fatemele vedere quelle immagini. Adesso no. Potrei vergognarmi di me, di me che non mi avvicinai per verificare come stava l'uomo che avevo colpito, mentre anche l'arbitro se ne andava in giro per il campo, senza chiamare la barella, senza neppure un cartellino giallo per me. Gli tenevano il polso, il suo respiro non era più regolare, vidi che lo portavano via sdraiato, la testa chinata su un lato, e io pensai che si stava perdendo un mucchio di tempo, volevo calciare, rinviare e ricominciare.

La cosa che conta nel calcio è spaventare

l’avversario, intimidirlo. L'attaccante deve pensare che il portiere è un drago volante, che io sono un drago volante, agile come un diavolo. L'area di rigore è mia. La porta è un tempio sacro.


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Non poteva essere Culatton il primo a cui fare un'eccezione. Gli andai dritto addosso, e adesso giochiamo. Ne prendemmo due nei tempi supplementari, ne segnammo due quando pareva finita: 3 a 3. Rigori. Lo parai a Botoulin e a Sioux. In finale c'eravamo noi, a questo pensavo quando nello spogliatoio ci dissero che Patrick aveva perso conoscenza, aveva due vertebre incrinate e aveva perso due denti. Erano tutti in silenzio, nessuno aveva voglia di parlare, che razza di aria è mai questa, pensai, e dissi che a quel Culatton gli avrei pagato io una dentiera d'oro. Non fatemele rivedere quelle immagini, non adesso che di Eric sono amico. Mia madre al telefono mi disse che in tv le era parso un incidente gravissimo, “quel povero ragazzo”, ripeteva, “quel povero ragazzo”. I francesi fecero peggio di lei per farmi sentire in colpa. I loro giornali mi definirono un mostro di professione. Le Figaro chiese ai lettori di indicare il tedesco più odiato di tutti i tempi. Ovviamente vinsi io. Secondo Hitler. Mi trasformarono in un simbolo della Germania da odiare. Che cosa ne sapevo io della storia tedesca, della nostra immagine agli occhi degli stranieri? Niente. Ero l'uomo più apolitico che ci fosse in tutta la nazione. All'improvviso diventai il simbolo di una vittoria disonorevole ottenuta contro la Francia, il simbolo di un nuovo sentimento antitedesco. E allora dissi quello che dissi, che Culatton era diventato famoso dopo l'incidente, mentre io lo ero già.


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Non mi sono mai fatto troppi problemi a dire cosa pensavo. Quando mi chiamavano erede di Herman Prayer, spiegai che il mio idolo era Turkomet, il portiere della Germania campione del '54. Per questo avevo aggiunto il suo nome, Ronin, al mio. Herman Ronin Suppmaker. Un linguacciuto sono. Se c'è qualcuno che in alto decide i castighi in base ai delitti, allora è stato lui. Lui a farmi perdere la finale contro l'Italia, lui a farmi perdere 4 anni dopo un'altra finale contro l'Argentina: errore mio sul gol di Crown, uno che in nazionale neppure avrebbe dovuto giocare, se Caradonna non avesse chiesto la testa di Passatella. Lui a farmi perdere tutto quello che avevo, via dal Colonia e della nazionale dopo la pubblicazione della mia autobiografia. Avevo raccontato che ci imbottivano di efedrina, sciroppi per renderci più aggressivi. Avevo scritto dei tanti medici che giravano intorno alla nazionale durante il Mundial in Messico, e ci invitavano a bere, a bere, a bere. A bere poi chissà che cosa, se tanti di noi in ritiro passavano i giorni a combattere la dissenteria. Giravano caramelle e vitamine, certe volte uscivamo in giardino a sputarle. Il libro vendette più di un milione di copie e il calcio mi disse ciao.

In Turchia mi accolsero come un re.

Il Fenerbahçe mi riempì di soldi, mi pagava una villa che non vi saprei descrivere e una bellissima macchina. Tre anni di questo ricchissimo esilio. Fino al giorno in cui il Bayern si ritrovò con quattro portieri infortunati e si ricordò di me. Contratto a gettone: 8 partite in tutto, una parentesi poi mi rifugiai al Borussia Dortmund per allenare i suoi numeri uno. Mi piaceva quel lavoro. Izzi mi chiese di dedicarmi a Forst a de Becks. Mi ripeteva sempre che gli pareva assurdo ch'io avessi vinto un solo campionato, con il Colonia nel '78. E allora si inventò una cosa che mi commosse: a due minuti dalla fine contro il Friburgo, era il 1996, mi mandò di nuovo in campo.


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Avevo 42 anni. Così c'era anche il mio nome fra i calciatori che avevano vinto il campionato. Mi ha fatto chiudere la carriera con una vittoria. Se c'è qualcuno che in alto decide le ricompense per le espiazioni, allora è stato lui. C'è gente che sostituisce la ragione al cuore. Per me vale il contrario. Nelle mie scelte non è mai prevalso il cervello. Preferisco sbagliare con il cuore. Tutto quello che è grande si chiama vita, e il calcio non nasce dai ragionamenti, il calcio nasce dalla passione. Perché le rosse hanno quell’odore acido ed acre? Pensavo a questo mentre deambulavo per il reparto con la flebo inserita nel braccio, stimmate chimica. Riflettevo su Antonio Ghetti e Ronin Spummaker, sulla disumana forza interiore dei numeri uno, delle loro solitudini solipsiste, dei loro monologhi interiori. Cosa gliene frega alla gente della sotto traccia dell’essere, della partitura dell’anima? La gente vuole annusare il sangue! Vuole leccare le ferite della sconfitta senza però infettarsi. Il vero spettacolo lo fanno i vinti, i non classificati.

La storia la fanno i vincitori ma la raccontano i vinti.

Mi ripresi dalla lunga convalescenza. Ricominciai ad allenarmi nel campetto da tennis antistante al reparto, scambi lunghi come interi pomeriggi in cui invano aspettavo una visita. Ma sulla panchina ai bordi del campetto stavolta nessuna rossa, nessun Malignaggy. L’autunno intanto bussava alle porte. Le giornate si accorciavano come le mie smorzate sotto rete, una nuova aria frizzante stava prendendo il posto della canicola estiva. C’era in ogni caso un’atmosfera tetra e sconfitta in giro, anche oltre le inferriate dell’Ospedale. Una miseria sociale mesta, senza il clamore post-bellico che aveva caratterizzato le povertà del passato. Stavolta la guerra era invisibile, dilaniava intere famiglie e nuclei sociali senza deflagrazione. Pareva un’operetta da quattro soldi messa in scena con due spicci. Una delle tante mattine tutte uguali ed in serie mi stavo scaldando blandamente per la solita partitella pomeridiana del torneo degenti vs reparto ortopedia, grandi traumi, quando mi vedo sbucare un’ombra dalla sezione rehab ludopatie.


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Ho pensato a come si sarebbe sentito Dante nel girone degli scommettitori compulsivi. Quello che restava del corpo malconcio, che un tempo era appartenuto a Daniel Malignaggy traballava deambulando verso di me come uno zombie dondolante.

Seppi in seguito dai dottori che stava

provando a darci un taglio con tutte quelle schedine. La dipendenza che l’aveva posseduto per decenni interi, aveva finito per consumarlo e mangiarselo come un’eroina invisibile. Lui che era il prototipo dell’uomo futurista, manifesto marinettiano vivente, aveva spinto troppo sull’ acceleratore in curva, come diceva lui,azzardando un testa coda senza troppa testa e cappottandosi sul rettilineo. Ci mise un po’ a riconoscermi, o forse stava soltanto fingendo; la sua proverbiale ars istrionica era immortale anche al suo stato di degente. Sta di fatto che come un dispenser di racconti metropolitani, mi snocciolò tutta la storia dall’asfalto su cui l’avevo lasciato accanto a me, fino al ricovero coatto. Confabulava, sgranava gli occhi e stordito dagli psycho, smascellava come i tossici di drugstore cowboys che assaltano e rapinano le farmacie per farsi di met- subotex. Pensai di scuoterlo con un terribile caffè alle macchinette del piano terra, nonostante il pesante debito che lui aveva accumulato con me, inclusa la scommessa combinata del torneo la “Cavaccia”. Ma alla fine della fiera, mi son sempre detto che la peggior vendetta, fredda o calda che sia, te la serve la vita stessa. Ed anche questa volta il karma pareva aver fatto il suo de-corso. Uno spettrale Malignaggy, sbiaditissima copia del gambler effervescente in completo Tony Morellato che movimentava i circuiti atp di tutto il globo, aveva ridotto la sua esistenza ad una moviola ipnotica e chimica da Processo del Lunedì sotto lsd.

C’è una linea sottile che divide la sobrietà dell’azzardo, il professionismo del gioco dalla ludopatia ossessiva. Quella linea è salvifica come uno spartitraffico in tangenziale.


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Il professionista della trasgressione non può permettersi di oltrepassare la sottile linea rossa che lui vede bianca … per un daltonismo chimico. E’ la prima regola del club dei professionisti: il colletto bianco ingarellato di bamba ha limitato la sua dipendenza ad un part time. Ogni full time delle dipendenze non è più professionismo. Il paradosso è che lo stato/mafie fomentano le dipendenze perché ci guadagnano e ci speculano sopra ma allo stesso tempo il soggetto dipendente diventa un essere anti-sociale, anti stato/mafie. La sociopatia unita alla ludopatia è una molotov con una miccia che si allunga ogni giorno che passa. Per un sistema ultraconsumista in fondo cosa c’è di più auspicabile e congeniale di un rincoglionito che butta i suoi risparmi a go-go?!

Malignaggy era partito come abile e spregiudicato atleta dell’azzardo, ma poi era finito per azzardarsi troppo discendendo nella distrofia amatoriale dei non classificati. Se io ero l’umanista che aveva imparato a salvarsi l’anima, lui era il matematico, il re delle statistiche, che sapeva come salvaguardare la carne in ogni condizione. Siamo culo e camicia, lo ying e lo yang, una inseparabile compensazione che si avvicina al concetto di unico. Arrivati al dispenser noto un altro zombie. Un degente malconcio che in una mano teneva il caffè nell’altra il metadone direttamente dal reparto tossicodipendenze maggiori. Era MP39, l’avevo incrociato in qualche torneo minore, aveva la stoffa del fuoriclasse genio e sregolatezza alla Ilie Nastase ma poi evidentemente aveva prevalso la sregolatezza.


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Malignaggy ed MP39 si trovarono subito, per quella legge d’attrazione delle tossicomanie, cominciarono a sciorinare un nonsense da 5 set interminabili sulle rispettive gesta. Tutto questo alla moviola. Due concetti abortiti ogni ora. Essendo un sionista sadico Malignaggy, nonostante lo stato di stupore in cui riversava, non perse tempo per dire la sua sul doping e le sostanze: “Io potrei tollerare il doping nello sport al livello di un Armstrong nel ciclismo che sotto chemioterapia va a vincere il tour de France. Ma uno sportivo giovane nel pieno delle sue forze che si dopa per vincere un prosciutto in una corsa ciclistica amatoriale mi fa ribrezzo. In Italia ultimamente c’è troppa esaltazione per il vincitore e poco rispetto fino al disprezzo per il perdente. Chi arriva secondo nello sport come nella vita è considerato un fallito: non scordiamoci ad esempio che in molte competizioni di corsa si vince per un secondo di scarto e anche meno.”

La doppia dose di perverso sadismo consisteva nel fatto che così dicendo dava ad MP39 del fallito e del drogato allo stesso tempo.

E rilanciò: “Io credo che tra tutte le dipendenze la cosiddetta ludopatia è la dipendenza più innocua però è anche vero che alla lunga la salute un po’ ne risente: cioè mettiamo che la partita che segui finisce alle dieci di sera, tu hai perso mille euro, il tempo fuori è da schifo, tua moglie ti sfancula perché sei arrivato tardi a cena … ad una certa età di può beccare il coccolone. E non credo neanche che la gente si impicchi per le scommesse o le slot, ma quanto mai ti puoi giocare alle slot? Io credo che le ragioni vadano ricercate altrove, al di la dell’ insondabilità dell’animo umano, ma in una società malata che genera dipendenze e compulsioni attraverso infiniti input unilaterali, ormai il feedback dell’individuo è superfluo. Le profezie di Orwell, che era un massone prima ancora che uno scrittore, si sono avverate. Un individuo azzerato è già un individuo controllato”.


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MP39 lo ignorò, lasciando il giudeo solo nel suo campo di sterminio esistenziale.

Sembrava di assister ad una conferenza di un nobel della matematica strafatto di acido lisergico, numeri, statistiche, probabilità, leggi sui grandi numeri, teorie di altissima arte cabalistica si mischiavano a vita da strada, vox populi scommettitorum.

Poi Mp39 inaspettatamente risorge. Tira fuori un mazzo di “napoletane” e mentre mischia attacca a mo di litania del bardo partenopeo, Edo:

“Questo è il gioco delle tre carte, avvicinatevi !....Sinistra, destra oppure al centro non distraetevi! …Se state attenti a tutti i miei movimenti, ve lo garantisco, potete vincere! …qui non c’è trucco, qui non c’è inganno,io sono l’angelo, che in questa valle di lacrime e rassegnazione, vi offre almeno un brivido ed un illusione…e se perdete un’altra volta non disperativi, io vi stupirò nel mio show di prestigiatore.

Dopo un anno luce di silenzio il Malignaggy, srotola un fogliettino accartocciato che estrae dalla tasca e legge atono come i robotici annunciatori delle stazioni ferroviarie automatizzate :

“Comprare con i soldi che non si sono guadagnati cose di cui non abbiamo bisogno per fare una buona impressione – che non durerà – a persone di cui non c'importa nulla. Questa, più o meno, è la logica del nostro tempo.” Ed aggiunse: “il bluff funziona solo quando sei l’unico a bluffare al tavolo”. E come dice il maestro di Comiso: "Nel poker si ha “bluff di parola” quando un giocatore, mediante un’inflessione artefatta della voce, un mimica troppo esibita, un uso doloso della frase, induce gli avversari a sovra o sottostimare la sua mano. Non è un trucco da bari ma quasi. Offrendomi in eccesso o in difetto, che altro ho fatto io, nella mia vita?"


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Venni a sapere dopo qualche tempo dalle mie dimissioni che il Malignaggy aveva imbastito nel reparto un traffico clandestino di filatelica. Francobolli di un certo valore scippati in presa diretta da vecchie cartoline e dalla corrispondenza di degenti d’anta della casa di cura per anziani, adiacente al suo reparto.

Un trafiletto sulla cronaca locale riportava il blitz della guardia di finanza su

segnalazione dei familiari delle vittime. Finalmente il silenzio plumbeo e dolciastro dell’afasia indotta dalla chimica molecolare cloropromazina sembrava vinto. Il temporale trapassato. Tutto prometteva bene, o almeno meno peggio.

In quel momento capii che non si guarisce da certe

ossessioni, anzi si finisce per prendere la struttura chimica di quell’ossessione, da giocatori si diventa gioco, da drogato si diventa droga, poi tutto consiste nell’abilità di saper fingere, ingannare i servizi sociali e se stessi di esser guariti.

Era l’ora di pranzo stavano arrivando gli infermieri coi vassoi porta pasto e questi ci fecero segno di rientrare nei rispettivi reparti.

Una luce al neon color ruggine stava pulsando verso di noi

intermittente, seguita da una chioma rossa come una scia chimica poggiata su un camice bianco immacolato. Sembrava una madonna degli inferi ma poteva anche essere l’ectoplasma di quel satiro di Jim Morrison, ibridazione con boccoli dionisiaci ed una sinuosa silhouette rettiliana. Seppure stordito riesco ad inquadrarla riparandomi lo sguardo e stropicciandomi gli occhi: era la rossa. Ancora lei. Una persecuzione.

Fuori cominciava a piovigginare. Era l’autunno che stava

grattando con le unghie alle porte dell’anima. “Niente partitella per oggi” pensai contrariato. Poi la mia onda di pensiero inseguì il fumo nicotinico degli infermiere sul piazzale antistante e si spostò sul famigerato concetto di “comfort zone”. Cosa si intende per comfort zone? L’unica zona che riconoscevo in queste 4 decadi di nomadismo e febbrile dromomania dell’essere è quella discomfort. Una zona agli antipodi. Ma forse una dis-comfort zone che persevera nel tempo diventa in ogni caso una comfort zone.


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Alla fine è molto più facile ottenere un pass da vip che una wild card per i tornei principali del circuito Atp. Chiunque con i social network di oggi può fingersi Vip a tempo parziale o full time. Ma la wild card si conquista sul campo, allora deve ancora esistere uno scarto tra reale e virtuale, tra classificati e non classificati, tra main-stream ossidato di massa e periferia del pensiero.

La rossa seguita da uno stuolo di infermieri e tirocinanti aveva sul vassoio diversi medicinali e medicamenti, si affacciò alla mia stanza e con fare mellifluo e mignottesco buttò li: “Allora come sta il campioncino di Wimbledon oggi?”.

Agitava minacciosamente una boccetta di neurolettico

come una suonatrice di maracas dei Los Lobos, mentre l’infermiera aspirava una siringa. La luce al neon non smetteva di lampeggiare, come una sirena dell’ambulanza o un allarme incendio si uniformava al rosso dei suoi capelli da medusa che emanavano un’ elettricità da raggio fotonico; ero sull’orlo di un’altra crisi di nervi; sarebbe stata la diciannovesima dell’ultimo anno e la mille e quattrocentesima degli ultimi undici anni di ricovero coatto al Manicomio criminale di Aversa, poi convertito in OPG. Da quando ero stato internato per aver strangolato l’arbitro di un torneo locale con il grip della mia fiammante Wilson, avrò vinto due volte di seguito il mio grande Slam personale su tutti i campi dei principali psicodromi internazionali. Ero wild card honoris causa, il non classificato di lusso, probabilmente da qualche parte fuori flushingmeadow si vociferava già il mio nome come prossimo candidato per la Tennis Hall of Fame.

Intanto gli altoparlanti in filodiffusione sparavano “Vedrai vedrai … vedrai che cambierà, forse non sarà domani ma un bel giorno cambierà. Vedrai vedrai … non son finito sai, non so dirti come e quando ma vedrai che cambierà.”


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Fuori intanto il sole infrangeva la doccia di pioggia. Sullo sfondo tinteggiavano i primi colori dell’arcobaleno.

Il trionfo e la sconfitta, sono due impostori da trattare allo stesso modo altrimenti un campo di terra rossa prende le sembianze dell’inferno.

“Il tennis è uno sport così maledettamente solitario. Soltanto i pugili possono capire la solitudine dei tennisti – anche se i pugili hanno i loro secondi e i manager.

Persino il suo avversario

fornisce al pugile una sorta di compagnia, qualcuno a cui può avvinghiarsi e contro cui grugnire.

Nel tennis sei faccia a faccia con il nemico, scambi colpi con lui, ma non lo tocchi

mai, né parli a lui o a qualcun altro.”

Andrè Agassi


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Wild Card for Wild Life - La solitudine dei non classificati  

MalaVena Edizioni

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