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U T O P I A

come ciuri di campo muristi na sira i maju chi stiddi tristi

Università di Catania

Giugno 201 0

SCACCO MATTO IN TRE MOSSE

Numero 0 in attesa di iscrizione all'Albo

Pietro Figuera Lo scacchista lo sa bene. Quando un ‘matto’ si avvicina, ci sono poche contromosse possibili per evitarlo. Ma, prima di esse, bisogna fiutare il pericolo. E in Italia troppo pochi l’hanno fiutato finora. E così la grande partita sta volgendo al termine con l’esito peggiore. La partita del governo non è, come si potrebbe pensare, contro l’opposizione. L’opposizione, quella parlamentare, è solo una pedina, con le mosse limitate, prevedibili e poco efficaci. L’avversario invece è il Paese. E in gioco c’è la democrazia. La partita del governo è stata chiara, lineare. Prima, come mossa d’attacco, ha cercato di ledere la magistratura e il suo operato, delegittimando verbalmente i giudici. Poi, con un’accorta mossa difensiva, ha coperto il suo Re (Silvio) tramite l’immunità. E adesso l’ultima mossa, quella dello scacco (matto?): il ddl sulle intercettazioni sembra in grado di poter dare il colpo di grazia alla nostra già malconcia giustizia. Doppio, in gergo scacchistico: in una mossa sola, infatti, si legano le mani alla giustizia e si imbavaglia la stampa. Bel colpo, davvero, dobbiamo sportivamente riconoscere all’avversario. Ma ora tocca a noi, cosa muoviamo? Confidare soltanto nell’opposizione, pedina impedita e messa all’angolo della scacchiera, appare poco saggio: di certo da sola non può stravolgere la partita. E allora, a mali estremi, estremi rimedi: il Paese deve uscire fuori tutti i suoi pezzi, non solo l’opposizione, ma anche la stampa, le associazioni, i partiti extra­parlamentari, gli organi di garanzia e infine il Presidente della Repubblica, che non deve firmare una legge, o meglio scempio, palesemente incostituzionale. E’ l’unico modo per salvare una partita che sembra già persa. Ma bisogna agire subito, prima che sia troppo tardi.

L’ECO DI PEPPINO Giuseppe "URokku" D'Amico

9 MAGGIO 1978: una calda sera di Maggio, proprio alle soglie dell’umida stagione estiva, in un piccolo paesino alle prossimità di Palermo, Cinisi, la notte viene illuminata da un bagliore di luce, il canto delle cicale stroncato da un boato assordante, la linea di una ferrovia tranciata da tonnellate di esplosivo, un giovane dai capelli arruffati e la barba incolta troverà la morte, che poco meno di quindici anni dopo apparterrà agli "eccellenti” della sua stessa terra ma che nel pieno degli anni di piombo puzza di terrorismo, proprio lui che con sé non aveva mai portato nemmeno un coltellino per non assomigliare ai nemici che combatteva. Quella notte rimarrà tristemente famosa nelle pagine di storia del nostro paese per il più simbolico “attacco allo Stato” mai compiuto in quegli anni, la notte di “Via Caetani”, il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, segretario della DC assassinato dalle Brigate Rosse.

(continua a pagina 2)

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(continua dalla prima pagina)

Quella stessa notte il boss di Cinisi Gaetano Badalamenti, Don Tano Seduto, firmerà la condanna a morte della lingua più tagliente dell’antimafia siciliana, del giovane “comunista” Peppino Impastato; la mattina dopo l’Italia sarà troppo scossa e paralizzata per ricordarsi di questo piccolo eroe di provincia e lo Stato talmente colpito e immobilizzato da restituirgli giustizia solamente vent’anni più tardi. Ancora oggi però, lo sforzo della ragione e l’impegno della memoria possono trasformarsi in lotta di resistenza, con Peppino e come Peppino; basterebbe salire su quei monti dal profilo tagliente che guardano la piana di Cinisi, quei monti che servivano a Peppino per fotografare lo spazio oggi occupato da un aeroporto per alcuni di proprietà mafiosa, dove poteva sognare un mondo migliore e una Cinisi migliore fatta di giustizia e legalità; basterebbe salirci per gridare il suo nome e sentirne l’eco ritornare indietro, immaginando la sua voce: Peppi-NO … No al compromesso, al sopruso, all’arroganza,

IL NOSTRO NO ALLA MAFIA Cinisi, 9 maggio 2010: noi c’eravamo. Virginia Alescio

“La mafia è una montagna di merda”. Questo lo slogan appeso sul balcone della casa di Peppino Impastato, un ragazzo siciliano come pochi in quegli anni (’70) che ha detto no ai dettami della cultura dell’omertà, ai silenzi, alle omissioni, alle regole dettate da uomini “d’onore”, dai capifamiglia, dai mafiosi, e che con la propria vita ha pagato caro il prezzo del suo coraggio. Sembra solo storia, lontana dalla nostra quotidianità, finché non ti trovi lì, in mezzo ad un corteo carico di quella energia e di quella voglia di lottare contro una realtà corrotta e meschina a cui nulla importa quale sia il colore delle tue idee. Insieme per dire no a questo cancro che soffoca la nostra amata terra! Ore 18: appuntamento a Terrasini alla sede di radio aut, dalla quale Peppino e i suoi amici a gran voce iniziarono una “guerra” contro i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e dal quale Peppino uscì per l’ultima volta nel maggio del ’78 per non ritornarci mai più. Musica, striscioni, ragazzi, famiglie,autorità, amici e parenti, e via verso Cinisi. Un corteo ordinato “capeggiato” da Giovanni Impastato, fratello di Peppino. Mi avvicino a lui con la curiosità di una studentessa siciliana e subito con l’umiltà e la cordialità di ogni isolano iniziamo a chiacchierare: < nessuna rabbia né vendetta e mai odio, solo ribrezzo e disprezzo verso questi uomini di mafia > continua < vedi, oggi ai miei concittadini chiusi in casa e a voi giovani direi di allontanare, ripudiare la rassegnazione, e di non tacere> ed infine alla mia domanda su cosa vorrebbe oggi dire a suo fratello se fosse ancora tra noi, risponde così < gli direi di continuare e non fermarsi mai >. Ore 20 arriviamo a Cinisi, corso Umberto 220, casa di Peppino Impastato; un grande applauso, una grande emozione. Entriamo e troviamo una casa ricca di storia, di testimonianze, di onori, di ringraziamenti, di lotte e sembra quasi di respirare uno di quei profumi rari da trovare in quei

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alla prepotenza, al favore chiamato clientelismo. No la risposta di Peppino al mondo che vedeva e non voleva, lo stesso No che dovrebbe appartenere a tutti i siciliani che sognano la loro terra diversa, migliore; Peppino è vivo.

luoghi, profumo di giustizia e voglia di cambiare! Quasi cento passi e arriviamo a casa di uno degli uomini che hanno scritto la storia della mafia siciliana: don Tano Badalamenti. Inutile il paragone di questa “reggia” a dispetto degli immobili presenti in questo piccolo paese di dodicimila abitanti o poco più. Certo però una casa vuota, nessun ricordo e soprattutto nessun profumo. Vuota di tutto. È proprio qui che incontro uno degli amici più cari di Peppino, Faro di Maggio, che con l’amico ha convissuto vittorie e sconfitte, gioie e dolori. Fermi nella stanza dove venne catturato “Don Tano”, che non è una fiaba ma vita vissuta, attirata dalla verve del suo racconto lo interrompo e gli chiedo dove trova la forza, a distanza di 32 anni, di continuare a combattere nonostante l’omertà silenziosa in primis dei suoi concittadini, e così mi risponde: < non mi sono mai rassegnato e mai lo farò, e poi…> con uno sguardo ed un sorriso che cela la sua tristezza continua < ho perso un amico combattendo la mafia e non permetterò che la mafia ne faccia perdere il suo ricordo >. Sull’ uscio della porta ecco il sindaco (Avv. Salvatore Palazzolo). Saluti e onori di circostanza e via con domande a volte “scomode”. Se la cava bene, i cittadini sembrano essere contenti, e a dispetto dei suoi predecessori è riuscito a portare avanti diversi progetti “no mafia". Grazie al suo impegno oggi la casa di Don Tano Badalamenti è stata consegnata (15 maggio 2010) all’Ass. culturale Peppino Impastato, che l’adibirà a museo e sala lettura. Poi poco prima di chiudere la porta gli chiedo se ha mai avuto minacce o intimidazioni, ed ecco la risposta: <mai, ho sempre fatto il mio dovere di primo cittadino, abbiamo dato spazio ai cinisiani senza imporre il nostro operato>. Al lettore i pensieri, le conclusioni, le critiche, le idee, e che la testimonianza di Peppino sia un input per dire no a questa montagna di merda che è la mafia! E un regalo dallo scrittore Paolo Valenti che così ha voluto ricordare Peppino e la madre Felicia, unica donna che ha sostenuto sempre il figlio in questa lunga lotta: “Pippunu e Felicia, matri e figghiu, vuci mai astutati, trasuti n’ ta storia di l’ommini senza vulillu, lassanu memoria ca nuddu po ancillari pi sempri”


EPPURE E' STATA UNA VITTORIA

ILLEGALITA' LIBERA ED ECCELLENTE

Seby Puglia

Gianluca Scerri

Come tutti sapranno, alle elezioni del consiglio di facoltà svoltesi nel mese di maggio, tra le file dell’UDU sono stati eletti due candidati: Orazio Arena e Alfio Spoto. Il nostro gruppo è stato premiato per il lavoro fatto sinora e per tutto ciò che vogliamo fare in futuro; tra gli altri gruppi, alcuni che hanno lavorato non sono stati premiati e quest’anno a sorpresa sono state premiate persone che mai prima hanno fatto qualcosa per gli studenti, ma che sinceramente spero non deludano coloro che gli hanno dato fiducia. Come ad ogni elezione, l’atmosfera è stata sempre la stessa: ragazzi che chiedono sostegno agli amici, agli amici di amici, ai parenti, sostegno per portare avanti un qualche progetto personale o futuro. Questa la parte bella dell’atmosfera presente in quei giorni, poi dobbiamo fare i conti anche con la parte brutta, cioè tutti quegli accordi fatti sotto banco tra gli “studenti politici” che vanno a minare il senso genuino della sfida tra i candidati. Vi porto a conoscenza di un episodio, nato dal nulla con un mio collega: si parlava di chi votare o non votare e questi mi ha detto che avrebbe votato Tizio, perché gli aveva fatto un favore, ed in particolare gli aveva permesso di partecipare ad un convegno. Questo mi ha fatto riflettere, sia perché praticamente alcune persone strumentalizzano le cose, per avere poi un ritorno personale, ma soprattutto perché a volte non è chiara una cosa, e cioè che se si tratta sempre di diritti che ogni studente ha e che gli devono essere garantiti, questi non devono passare come favori. Soprattutto in un periodo di grandi cambiamenti e di poche certezze come questo, serve che il rappresentante si faccia carico delle preoccupazioni degli studenti e ne porti avanti la voce, altrimenti non avrebbe senso la carica di “rappresentante”. Un rappresentante che si faccia sentire o vedere solo in periodo di elezioni, non serve allo studente. Noi ci attestiamo come seconda forza all’interno della facoltà, da sempre ci siamo battuti per gli studenti e per i loro diritti e sempre lo faremo. Siamo fieri delle nostre 330 preferenze, frutto dell’impegno passato, presente e futuro. Sempre dalla parte dello studente! Servi mai, liberi sempre!

Che è quel loco così pieno di fogne e di fetore? Quella è rettopoli, loco disgraziato perché ogni giovanotto che ci vive non riesce a fare a meno di essere fregato E quello è il puzzo del compromesso morale olezzo tanto attraente che gli studenti non ci rinunciano manco per niente Così si mosse in quel fioco lume finchè arrivammo sulle rive di un fiume Lì trovammo Rebecca che abbracciava una tanica colma di secrezioni del Leviatano che nottetempo versava nei condotti di questo loco inumano Perchè, gli chiesti, di questo loco le acque inquini? Perchè per diventare sindaco di questa città, corromperei studenti, partiti e cittadini Ma la mia attenzione fu attirata, dal rumore di una roba come pestata Erano i giovani di sinistra che rimbalzavano contro se stessi come si fossero fatti una pista Cos'è che fate, mentre la roba vi pestate? Nati dallo stesso polo di una calamita ci respingiamo, è il nostro stile di vita Ed il rumore che senti plateale è quello di martello e genitali Questo è il nostro unico ideale Ma ecco avvicinarsi Manolesta scriba e ragioniere, dalla foresta Vergognandosi delle cose fituse riesce a fare il conteggio solo a porte chiuse A certa gente forse non piace ma certe volte sa esser davvero audace E se Rebecca corromperebbe i cittadini e di più Forse Manolesta scenderebbe anche più giù Una luce sempre più fioca accompagnava la mia voce ormai roca Era la democrazia, che da questo loco, disfiziata andava via. [Liberamente ispirata dalla "Cretina Commedia" di Peppino Impastato]

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AD ESEMPIO A ME PIACE IL SUD Giuseppe "U'Rokku" D'Amico

Era il 1974 quando Rino Gaetano cantava questa canzone e tra le sue parole si poteva intuire quanto lui amasse i “fichi d’India e le spine dei cardi(…)la donna nel nero nel lutto di sempre(…)l’acqua, che in quella terra è più del pane”, ad esempio a lui, piaceva il Sud. E’ da poco trascorso il 150esimo anniversario dall’Unità d’Italia e proprio nei mesi scorsi (tra ipocrisia e perbenismo), da destra e da sinistra, si è sentito parlare troppo di sviluppo, integrità, fierezza e orgoglio nazionale, mentre le ultime novità politiche vedono una Sicilia dominata sempre più dal “magnate Borbone” per l’autonomia, Raffaele Lombardo, e un Nord in cui le vecchie roccaforti comuniste e cattoliche di Piemonte e Veneto vengono travolte dal “fenomeno Lega” che precipita vertiginosamente sempre più a Sud, verso i confini romagnoli; un’Italia che celebra l’Unità Nazionale ma che viene incantata, da Milano a Palermo, dai “notabili” dell’autonomia, del federalismo, del secessionismo, del regionalismo. La storia ci insegna che tra il 5 e il 6 maggio del 1860, circa mille volontari garibaldini sbarcarono da Quarto, Genova, alla volta della Sicilia per costruire l’Italia;

oggi sono più di mille quei “volontari” che lasciano il Sud per “trovare” l’Italia al Nord. Giovani laureati e specializzati lasciano la loro terra povera, pietrificata, disperata, sfruttata, oziosa al sole delle sue calde stagioni estive; bellissimo il libro di Bianchi e Provenzano, “Ma il cielo è sempre più su?”, che racconta la storia del Sud, di figli che partono, madri che preparano le valigie, telefonate una volta al giorno, famiglie divise, un Nord che attrae e un Sud che caccia. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha detto <Chi si trova a immaginare o prospettare una nuova frammentazione dello Stato Nazionale, attraverso secessioni o separazioni comunque concepite, coltiva un autentico salto nel buio>; queste però sono solo parole di cerimonia, di ricorrenza, mentre la realtà concreta e quotidiana è leggermente diversa, è fatta di bagagli e separazioni, di treni che partono alle stazioni, di disoccupazione e casse integrazione. La realtà è più dura e più cruda della celebrazione, che senza una prospettiva politica e un alternativa credibile, diventa solo un palcoscenico per il politico di turno, noiosa per chi vive ogni giorno i disagi di un paese “troppo lungo”; oggi da Quarto alla volta della Sicilia non troveremmo più nessuno, perché i volontari la stanno abbandonando per garantirsi un futuro. A me, ad esempio, piace ancora il Sud.

FIDUCIA NELLE FORZE DELL' ORDINE? Chiara Pane

L’articolo di Alessandro Cavalli “Giovani non protagonisti” pubblicato nella rivista Il Mulino n 3/2007 riporta in sintesi i risultati di alcune indagini sulla fiducia dei giovani verso le istituzioni. L’articolo sottolinea la scarsa fiducia che i giovani mostrano verso gli attori politici (Parlamento, governo, partiti e sindacati) ed al contrario la fiducia accordata alle agenzie d’ordine (esercito, carabinieri, polizia). Io mi chiedo: è ancora così nonostante i molteplici scandali che vedono coinvolte le forze dell’ordine? Dai tentativi di estorsione che vedono coinvolti cinque carabinieri nel caso Marrazzo, alle pesanti denuncie contro le tre guardie carcerarie accusate del pestaggio del giovane Stefano Cucchi, arrestato per possesso di droga il 15 ottobre scorso e deceduto il 22 dello stesso mese all’ospedale Pertini di Roma. Nel fascicolo d’inchiesta le tre guardie carcerarie, che avrebbero operato il pestaggio fra le 13:00 e le 14:00 del 16 ottobre nei sotterranei del Tribunale di Piazzale Clodio, come da ricostruzione dei periti, risultano iscritte per omicidio preterintenzionale. E ancora, lo scorso 5 maggio il giovane Stefano Gugliotta, 25 anni, fu picchiato da alcuni poliziotti e poi arrestato con la sola colpa di indossare un giubbino

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rosso! Fu infatti scambiato per un tifoso che al termine della partita di Coppa Italia Inter - Roma era stato coinvolto in alcuni scontri. Del pestaggio c’è il video, registrato da un vicino, diffuso sul web e trasmesso anche dal Tg3, che mostra chiaramente il pugno sferrato da un poliziotto contro il giovane e altri agenti infierire sul ragazzo. Questi sono solo tre dei numerosi esempi che vedono coinvolte le forze dell’ordine in atti riprovevoli che vanno giustamente indagati e puniti. Con ciò non voglio certo attaccare tutti coloro che operano nelle agenzie dell’ordine, ma è certo che così la fiducia di cui parlava Cavalli nel suo articolo andrà sicuramente scemando!


LA SCELTA BRITANNICA Emanuela Cavaleri

Dalla sera di martedì 11 maggio il nuovo inquilino del numero 10 di Downing Street è David Cameron, leader del Partito Conservatore, subentrato al potere dopo tredici anni di governo del New Labour. Il dato di assoluta novità è però il fatto che il governo guidato da Cameron non è un governo monocolore, ma un governo di coalizione con i liberal-democratici, eterno ‘terzo partito’ accanto ai due maggiori schieramenti che tradizionalmente si alternano alla guida del paese. Nonostante non abbiano conquistato il largo consenso che ci si sarebbe aspettati dalla popolarità del giovane leader Nick Clegg, i LibDems hanno comunque ottenuto un numero di seggi in parlamento tale da impedire a ciascuno dei due maggiori partiti di raggiungere, da solo, la maggioranza per governare, secondo il classico e solitamente automatico meccanismo del ‘first past the post’. Una vera e propria rivoluzione copernicana si è quindi prodotta nella politica britannica: un risultato elettorale del genere è infatti estremamente raro oltremanica, e non si registrava dal lontano 1974. Nell’enigma della formazione del nuovo governo, proprio i Lib-Dems sono stati l’ago della bilancia, una bilancia che poteva pendere tanto dal lato dei laburisti quanto da quello dei conservatori: infatti, pur avendo ottenuto la maggioranza numerica dei voti, i conservatori avrebbero potuto essere estromessi dal governo qualora laburisti e liberal-democratici, politicamente vicini su un numero notevole di tematiche - dall’istruzione all’economia, alla riforma elettorale - avessero raggiunto un fattivo accordo, e avessero potuto contare sul sostegno di alcuni partiti minori come i Verdi e il Partito Nazionale Scozzese, formando una ‘rainbow coalition’. Ma l’accordo non c’è stato, nonostante le clamorose dimissioni di Gordon Brown, la cui presenza era vista come un ostacolo ad un avvicinamento con i liberaldemocratici, dalla guida del Partito Laburista, arrivate proprio

nel momento più caldo delle frenetiche trattative fra i partiti. Nel fallimento dei negoziati fra ‘Lib’ e ‘Lab’ ha pesato tra le altre cose anche la volontà di molti tra i più autorevoli esponenti del partito di Brown, come l’ex ministro degli Esteri Jack Straw, risoluti a farsi da parte accettando il verdetto degli elettori piuttosto che a cercare ad ogni costo uno storico quarto mandato consecutivo alla guida del Paese. Così, nello spazio di poche ore, è giunto il compromesso decisivo fra conservatori e liberal-democratici, siglato dall’apertura di Cameron alla possibilità di indire un referendum su una riforma elettorale in senso proporzionale, fortemente caldeggiata da Clegg (divenuto vice-premier) e sulla cui necessità permangono ormai pochi dubbi. La storia di questo nuovo capitolo della politica britannica rimane ancora tutta da scrivere: le differenze ideologiche e sostanziali fra i due partiti di governo rimangono, nonostante appaia incrollabile la fiducia di entrambi i leaders nella solidità della neonata coalizione. Guardando i primissimi passi già compiuti, può far sperare il fatto che il primo provvedimento voluto dal nuovo governo nell’ambito delle misure di austerità annunciate per risollevare economicamente il Paese sia consistito proprio in un taglio ai salari dei ministri. Comunque vada, c’è già abbastanza da cui trarre alcune importanti lezioni di civiltà.

TORNA L' “ORDINE” IN THAILANDIA Angelo Cosentino

E’ tornato l’ordine in Thailandia. O, almeno, così dicono le autorità thailandesi. Un ordine costato la vita ad 82 persone, tra cui il giornalista italiano Fabio Polenghi, 45 anni, rimasto ucciso durante gli scontri tra manifestanti e militari a Bangkok. Dopo settimane di scontri l’esercito thailandese è penetrato nella cosiddetta “zona rossa”, al centro della città di Bangkok, dove si erano concentrate le camicie rosse. Ma chi sono le camicie rosse? Rappresentano la classe più povera del paese, di estrazione rurale, e rivendicano con orgoglio le loro umili origini, opponendosi alla classe dirigente che governa il Paese. Più che di guerriglia urbana, quindi, possiamo parlare di guerra di classe tra le due realtà che dominano la Thailandia, ovvero prai (plebei) e ammat (aristocratici). Tutto è nato dal golpe che ha deposto l’ex primo ministro Thaksin Shinawatra nel 2006, tutt'ora il punto di riferimento delle camicie rosse. Thaksin, durante il suo governo, garantì loro programmi di microcredito, oltre che una sanità pubblica quasi gratuita - cose che l'attuale governo non si sogna nemmeno di considerare. Così il paese è caduto nel caos: le strade sono diventate veri e propri campi di battaglia; l’esercito, dopo vari avvertimenti, ha cominciato a sparare sulla gente e, come si dice dalle nostre parti, ci è scappato il morto…anzi i morti, dato che, oltre i civili, non sono

stati risparmiati nemmeno i giornalisti (oltre il nostro è stato ferito un giornalista olandese). E’ subito arrivato il messaggio di cordoglio alla famiglia del nostro fotoreporter da parte del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Dopo questa carneficina i ribelli si sono arresi: i leader della protesta si sono consegnati alle autorità, invitando le camicie rosse a ritirarsi pacificamente dalla zona. Ecco il conto finale di tutta la vicenda: 82 morti, centinaia di feriti, diversi arresti, un paese bloccato economicamente (la Borsa è stata bruciata dai manifestanti e il turismo in Thailandia è letteralmente crollato). E adesso sono tornati l’ordine e la pace: viene subito in mente la frase di Tacito: “Dove fanno il deserto, lo chiamano "pace".” La situazione per ora si è stabilizzata ma per quanto tempo durerà questo equilibrio precario? In uno stato dove la ricchezza è distribuita in maniera fortemente diseguale, di certo il malcontento della gente tornerà a farsi sentire: non sappiamo in quali forme si manifesterà, ma una cosa è certa: se un Paese si riduce in una situazione del genere, forse le autorità dovrebbero porsi il problema di risolvere pacificamente tale dissenso attraverso incontri con i rappresentanti del popolo piuttosto che sparare sulla folla. Ora le camicie sono davvero rosse, sì, ma del sangue della gente che non ne può più di un governo corrotto e che non si fa più garante del benessere dei suoi cittadini.

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L'EMANCIPAZIONE FEMMINILE OGGI Claudia Cammarata

Quali sono gli strumenti di emancipazione utilizzati oggi dalle donne? In Senegal la lotta contro le mutilazioni genitali, mentre in Italia… partiti e gruppi studenteschi tutti al femminile dove le donne si riuniscono sventolando la solidarietà tra donne (non per le donne). Ma questa solidarietà è davvero così necessaria nella nostra società? Oggi è superata la visione della donna che si aveva negli anni ’50, si è raggiunta quell’emancipazione che trova la sua massima espressione nel lavoro (diritto-dovere tanto per gli uomini quanto per le donne). È il lavoro la vera emancipazione della donna, non la pizza con le amiche il sabato sera. Eppure in Italia oggi sembra che ciò non è sufficiente: mentre altrove le donne, attiviste o parlamentari lottano affinché i loro governi attuino delle leggi che permettano loro quell’integrità fisica tradizionalmente violata, in Italia reclamano quell’emancipazione che ormai è stata raggiunta ma di cui non tutte hanno saputo coglierne i frutti. Ma non sono solo le donne a limitare i loro stessi confini, ma anche l’attuale politica non aiuta: “Una donna può essere brava in politica anche per il solo fatto di essere giovane e magari gradevole. Siamo felici di aver messo in campo un esercito di donne che sono gradevoli, brave”. Parole del premier Silvio Berlusconi. Vogliamo parlare delle cosiddette “quote rosa” (negli altri paesi conosciute come “quote di genere”)? Le quote rosa consistono nell’assegnazione di una percentuale fissa alle sole donne al momento della stesura delle liste elettorali. Io credo che più che dar ampio spazio alle donne questa “regola” sia la prova che siamo rimasti indietro di cinquant’anni. Questa percentuale rappresenta infatti un limite a mio parere, una visione della donna non ancora realizzata.

L’appello che qui voglio fare è rivolto sia alle donne in generale che alla politica (e di conseguenza anche alle donne della politica): donne e uomini non sono uguali né biologicamente né socialmente, hanno però diritto agli stessi diritti, primo fra tutti il lavoro in cui una donna non deve essere trattata diversamente in quanto donna, ma in quanto un soggetto che ha esigenze diverse dagli uomini. Le porte della politica devono essere aperte alle donne capaci di fare questo lavoro (chiamiamola pure missione), non alle donne solo perché tali. Superiamo la concezione per cui le donne per far sentire la propria voce debbano organizzarsi in partiti e gruppi composti da sole donne, ma diamo il via al vero confronto. La nostra società è composta in modo tale che le donne hanno la libertà di espressione ma spesso per puro “fanatismo di genere” o per una visione stereotipata (sia degli uomini che delle donne stesse) si fa finta di vivere in un altro mondo, stereotipato anch’esso. Libro suggerito: Sotto falso nome – Scienziate italiane ebree (19381945) di Raffaella Simili (Edizioni Pendragon, 2010).

LA PAROLA COME BOMBOLA D'OSSIGENO Carmelinda Cimino

Cos’è la parola? È un’immagine, un ricordo, un’idea, un’informazione, comunicazione, espressione di libertà. La parola letteraria ha un potere materiale, politico e anche magico perché evocativo: può trasportarci in uno spazio immaginario, ci fa essere un certo personaggio, allontanandoci così dalla realtà, il tempo reale diventa il tempo della lettura; tutto finisce appena la lettura si interrompe. Rappresentare la realtà attraverso la parola è difficile perché l’ informazione è manipolata dal potere politico, basti pensare ai vari giornali, ai giornalisti che lavorano non più per l’informazione oggettiva ma per “l’ informazione di convenienza” : “la penna obbedisce ai partiti politici” e non alla verità così come si presenta; la tv è piena zeppa di programmi intellettualmente minorati: la pupa e il secchione, il grande fratello, o chissà quale altro ridicolo reality, questo per distrarre gli italiani dai veri problemi che questo paese sta vivendo. Occorre lavorare alle spalle della

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comunicazione normale, per far prendere coscienza ai lettori dei codici secondo cui un certo messaggio è costruito dell’ideologia che veicola, delle manipolazioni effettuate da chi scrive per suscitare risposte determinate o inibirle; se il lettore comprende questi meccanismi può scoprire anche dietro le pagine dei quotidiani squarci di verità inattesi (principi di controinformazione definiti da Eco, 1970). La verità è necessaria per vivere con pienezza, uscendo da uno stato di minorità, al tempo stesso la verità è da sempre osteggiata, odiata, perché “uscire dalla caverna” (facendo riferimento al mito della caverna di Platone) è scomodo, rischioso, fa paura, fa male agli occhi, espone, fa passare per pazzi. Nel mondo d’oggi c'è abbastanza luce per chi vuole vedere e abbastanza buio per chi si ostina a restare nella caverna, sta a noi saper scegliere, dirigerci verso la luce, osservare, prendere coscienza e urlare il nostro pensiero perché la parola è come una bombola d’ ossigeno.


LA STORIA DEL TRI NATIONS Giuseppe Gennaro

Il Tri Nations è il torneo di rugby dove si affrontano le tre squadre più forti dell’emisfero sud, ovvero: Nuova Zelanda (conosciuti anche come All Blacks), Sud Africa (Springboks) e Australia (Wallabies). Il torneo si svolge nel mese di luglio dal 1996 e ha visto trionfare ben 9 volte la Nuova Zelanda, 3 volte il Sud Africa (detentore dell’edizione 2009) e 2 volte l’Australia (dati relativi fino al 2009). Il rugby, però, nell’emisfero australe ha origini ben più antiche. Fin dal 1903 Australia e Nuova Zelanda si affrontavano in match amichevoli mentre il Sud Africa cominciò a far parte delle “Tre grandi” a partire dal 1921. Le tre partecipanti si affrontano tre volte tra andata e ritorno e vince chi ha più punti, punti che vengono stabiliti così: in caso di vittoria vengono assegnati 4 punti, 2 in caso di pareggio e 0 in caso di sconfitta. Inoltre viene assegnato 1 punto di bonus nel caso in cui la squadra segni 4 mete in un match e 1 punto di bonus nel caso in cui la squadra perda con 7 punti o meno. Famosissima è l’“Haka”, ovvero la danza maori che gli atleti neozelandesi ballano prima di ogni match con coreografie spettacolari. Erroneamente si pensa che sia una danza di guerra, ma è semplicemente un rituale che cerca di impressionare gli avversari spalancando gli occhi, digrignando i denti, mostrando la lingua e battendo violentemente le mani al petto e alle cosce. Prima della danza vera e propria,colui che guida la danza urla ai compagni un ritornello di incitamento. Le parole servono non

INVICTUS, SPORT E UMANITA' AL DI LA' DELLA RETORICA Gabriele Catania

“Invictus”, film diretto da Clint Eastwood e sceneggiato da Anthony Peckman (già sceneggiatore del recente “Sherlock Holmes”), racconta dei mesi che precedettero la Coppa del mondo di rugby svoltasi in Sudafrica nel 1995, e del rapporto instauratosi tra il Presidente Nelson Mandela ed il capitano della squadra Francois Pienaar per far diventare la tanto insperata quanto auspicata vittoria in quella manifestazione un occasione di unione per il popolo sudafricano. Operazione assai complicata considerando che gli Spingbocks, la squadra di rugby sudafricana, era odiata dalla popolazione di colore che li considerava uno dei simboli del potere oppressivo dei bianchi. Nel film possiamo trovare anche una “storia nella storia” che analizza le figure private dei due protagonisti, Nelson Mandela ed il capitano della squadra di rugby Pienaar. Ed è in questo momento che scende in “campo” (proprio il caso di dirlo) la regia di Clint Eastwood che riesce a restituirci un ritratto di commovente umanità venato da quell’ombra di amara malinconia così tipica ed amata dal regista americano. La figura di Nelson Mandela viene interpretata da un mostro

solo ad incitare chi si appresta ad eseguire il ballo, ma anche a ricordare loro il comportamento da tenere nel corso della danza. Spesso il tono in cui viene urlato il ritornello, che è poi lo stesso tenuto nel corso di tutta l'esibizione, è aggressivo, feroce e brutale, per caricare il gruppo ancora di più. La prima performance avvenne nel 1905. La nazionale neozelandese inoltre gioca sempre in tenuta nera (per tale motivo vengono chiamati All Blacks). La nazionale sudafricana, invece, prende il nome di “Springboks” per l’antilope disegnata anche nello stemma ufficiale. La nazionale ha origini antiche ma il boom lo fa dopo la seconda guerra mondiale cominciando a vincere trofei. Gli atleti australiani vengono chiamati Wallabies per un marsupiale della zona. Da sempre l’Australia è al top del rugby mondiale ma ha spesso deluso in quanto non ha un palmarès ampio, o comunque minore rispetto a molte altre nazionali di rugby. A partire dal 2012 dovrebbe fare il suo ingresso nella competizione anche la nazionale argentina, i Pumas, sempre che vengano risolte alcune difficoltà di ordine economico e gestionale. Luglio sta per arrivare, non auguro altro che un buon divertimento. sacro come Morgan Freeman, accompagnato da un volenteroso Matt Damon che del rugbista ha il piglio, un po’ meno il fisico. Tutto il film tende ai minuti finali del match decisivo della Coppa del Mondo di rugby tra sudafricani e neozelandesi. Nell’arrivarci passeremo minuti di altissima poesia, con tratti di flashback commoventi, come la visita al carcere dove Nelson Mandela fu rinchiuso lunghi anni o gli allenamenti dei giocatori di rugby nella bidonville (abbandonata da tutti fino a quel momento) e pronta a restituire a quei bambini la loro giornata di gloria condita solo dal fatto di vedere dal vivo e allenarsi con quei giocatori che da lì a breve sarebbero diventati i loro idoli. Il tutto per giungere ai “ruggiti” animaleschi delle mischie durante la partita finale che segnerà, per l’appunto, il destino di una nazione. Il film provoca una grande partecipazione nello spettatore anche perché ispirato ad una storia realmente avvenuta. E questa storia “vera” è accaduta durante i mondiali del 1995, quando noi ragazzi, noi studenti, eravamo poco più che bambini con quella spensieratezza e purezza che si rivedranno negli occhi abbaglianti di Nelson Mandela nella voglia di cambiare, anche con una sola partita, una problematica che da troppi anni ha accompagnato il popolo sudafricano: l’Apartheid. E Nelson Mandela in questo film dimostra come lo sport PUO’!!..Può unire tutti indiscriminatamente nel realizzare il sogno di una nazione..e non deve sembrare moralismo e nemmeno retorica ma solo SPORT e voglia di combattere, tutti insieme, come tutti le grandi squadre, per qualcosa, al di là di ogni difficoltà, perché “non importa quanto sia stretta la porta, quanto piena di castighi la vita, io sono il padrone del mio destino, io sono il capitano della mia anima” (Nelson

Mandela).

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Calcio: al via il mondiale per squadre nazionali. L’Italia campione del mondo è in campo per difendere il proprio titolo. Daniele Picciolo

Al via l’11 giugno 2010 la più grande manifestazione calcistica mondiale, che abbraccia ben 32 nazionali da tutti i continenti. Essa si svolgerà in un paese africano, ma tale scelta ha suscitato non pochi dubbi sulle capacità organizzative e sullo stato di sicurezza di un Paese che per la prima volta ospiterà un così grande evento rappresentativo, di caratura internazionale. La scelta del paese ospitante Il logo di Sudafrica 201 0 è stata chiara fin dall’inizio, nel 2004 il comitato esecutivo della FIFA ha valutato la posizione di ben quattro candidature di stati africani, tra cui Egitto, Libia e Tunisia (per una candidatura congiunta), Marocco e Sudafrica. Alla fine la decisione, grazie ai voti del comitato organizzatore, è caduta sul Sudafrica. Per entrare nello specifico del torneo sportivo, le 32 nazionali (che hanno superato i rispettivi tornei di qualificazione) sono state sorteggiate il 4 dicembre 2009 a Città Del Capo, in otto gironi che formeranno la fase finale del torneo. Le squadre erano già state suddivise due giorni prima in quattro gironi (per formare le urne per il sorteggio). Il criterio per il sorteggio è molto complesso, infatti le nazioni partecipanti vengono suddivise in 4 urne; nella prima vi sono le cosiddette “teste di serie”, composte dalle sette migliori al mondo più il paese organizzatore. Nella seconda urna vi sono le nazionali che geograficamente fanno parte dei paesi asiatici, centro e nordamericani e oceanici, nella terza vi sono quelle dei paesi africani e sudamericani, nella quarta le restanti nazioni europee. Il sorteggio ha portato alla composizione di otto gironi che parteciperanno al torneo mondiale più seguito e amato.

Nel cerchio delle favorite per la vittoria finale del torneo vengono segnalate le nazioni che vantano all’interno di esse giocatori di livello mondiale, che militano nei club più prestigiosi al mondo. I nomi che circolano tra gli appassionati sportivi rimangono sempre questi: Italia, Germania, Brasile, Inghilterra, Argentina, Francia, Olanda e Spagna. Si avvicina l’inizio di un campionato del mondo, aperto ad ogni pronostico, con i bookmaker di tutto il mondo pronti ad aprire i circuiti di scommesse per il possibile vincitore. La nostra nazionale, che detiene la coppa vinta in Germania nel 2006, si presenta al torneo dopo due settimane di ritiro sulle altitudini vertiginose del Sestriere (circa 2000 metri), con carichi di lavoro molto pesanti, per poter abituare il fisico dei calciatori all’ambiente e al clima del Sudafrica, in cui i ragazzi allenati da Marcello Lippi si troveranno. Per quanto riguarda le convocazioni del mister, sicuramente in Italia le proteste e i mugugni da parte del mondo sportivo non sono venute a mancare, dopo l’esclusione preventiva dalla lista dei 27 azzurri di gente come Antonio Cassano, Mario Balotelli e Fabrizio Miccoli, autori di grandi prestazioni con i loro club. Un’ulteriore selezione è stata fatta per cinque giocatori (Sirigu, Cossu, Cassani, Borriello, Rossi) così da ridurre il gruppo azzurro a 23 elementi. Noi tutti italiani speriamo di poter rivivere le emozioni del 2006 vedendo una vittoria già nella prima partita dei nostri azzurri il 14 giugno contro il Paraguay a Città del Capo, senza dimenticare la difficoltà di questo torneo, che realmente decreta la nazionale più forte del globo a livello calcistico.

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Utopia 2 Numero  

Mensile a cura dell'Unione degli Universitari

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