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U T O P I A

Gran brutta malattia il razzismo. Più che altro strana: colpisce i bianchi, ma fa fuori i neri.

Università di Catania

Gennaio - Febbraio 201 2

Pietro Figuera

In meno di dieci giorni due battute micidiali, sulla "sfiga" dei laureandi ultraventottenni e sulla "monotonia" del posto fisso, ci riportano all'allegra sfrontatezza dell'era berlusconiana. Il problema è che, a differenza del passato, queste battute non ci fanno ridere o vergognare, ma ci spaventano. Anche perchè non sono battute (scherzare non è consuetudine di questo governo, e di certo non è il momento più adatto), ma dichiarazioni serie. I messaggi incautamente lanciati possono anche avere un fondo di verità, ma non tengono affatto conto dell'umore e della sensibilità popolari. Stupiscono perchè esulano del tutto dal politically correct, profilo che il Professore finora sembrava tenere a cuore. Sulla "sfiga" degli studenti fuori corso, mi limito a sottoscrivere ciò che già la nostra Elvira Ricotta Adamo ha ribattuto al viceministro Martone, durante la trasmissione Otto e Mezzo di Lilli Gruber. Il merito si deve tutelare, ma con la ferita ancora aperta dei tagli della Gelmini, la questione ormai drammatica del diritto allo studio forse meriterebbe più attenzione. Invece, per quanto riguarda l'infelice battuta del Presidente del Consiglio, qualcuno ha già ironicamente osservato come le banche preferiscano la monotonia del posto fisso, quando si tratta di elargire mutui. Al di là di questo, emerge con una certa evidenza come la Federica Meli Melania Cultraro formazione politico­economica di Monti sia improntata ad un approccio "americano", molto «Ogni volta che l'uomo si è «La semplicità è mettersi nudi vicino al modello neoliberista della flessibilità. incontrato con l'altro, ha sempre davanti agli altri … E noi abbiamo Come questa visione possa coniugarsi con la società avuto davanti a sè tre possibilità di tanta difficoltà ad essere veri con italiana, è un dibattito ancora aperto, ma si spera scelta: fargli guerra, isolarsi dietro gli altri. Abbiamo timore di essere ancora per poco. Vent'anni di politiche di flessibilità a un muro o stabilire un dialogo. fraintesi, di apparire fragili, di finire del lavoro sono fallite in una struttura socio­ (...) L'esperienza di tanti anni alla mercè di chi ci sta di fronte. Non ci esponiamo mai. Perché ci occupazionale come la nostra, e sarebbe ora che gli trascorsi in mezzo agli altri di manca la forza di essere uomini, strenui sostenitori ne prendessero atto. Da un paesi lontani mi insegna che la quella che ci fa accettare i nostri Professore chiamato in causa per salvare benevolenza nei loro confronti è limiti, che ci fa comprendere, l'economia italiana, francamente ci aspettiamo di l'unico atteggiamento capace di dandogli senso e trasformandoli in più e di meglio. Del tutto encomiabili le far vibrare le corde dell'umanità». energia, in forza appunto». liberalizzazioni e i blitz anti­evasione, ma purtroppo (continua a pagina 3) (continua alle pagine 2 e 3) non bastano a togliere la brutta impressione di un governo poco vicino alla gente. Certo, Monti non cerca il consenso popolare, ma deve fare attenzione pag. 11 pag. 4 pag. 6 a non tirare troppo la corda: potrebbe spezzarsi.

La protesta dei Forconi

Egitto un anno dopo

Congresso Udu Catania

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Catania ricorda i senegalesi Samb Modou e Diop Mor, un mese dopo la loro barbara uccisione a Firenze

Una fiaccolata per non dimenticare, perchè non esistono morti di serie A o di serie B, ma solo esseri umani di pari dignità. Questo è stato lo scopo del corteo organizzato dall'UdU Catania, per la sera del 13 gennaio 2012. Una processione in memoria di Samb Modou e Diop Mor, i due uomini senegalesi uccisi esattamente un mese prima a Firenze da un militante esaltato di estrema destra. E' stata un'occasione per rilanciare il ruolo attivo della società civile, unico baluardo contro la diffusione dell'ignoranza e dei pregiudizi razziali, sempre pronti a riaffiorare nella debolezza degli uomini. All'iniziativa hanno aderito, oltre i promotori dell'Unione degli Universitari e del Dipartimento Immigrazione della CGIL, diverse comunità di immigrati (bengalesi, mauriziani, eritrei, iraniani, rumeni), comunità religiose (indù e ortodossi), e altre associazioni no-profit e organizzazioni non governative (Arci, Onda Libera, Mani Tese, Arcigay,

Federconsumatori, Amnesty International, Croce Rossa, CO.PE.). La fiaccolata, partita alle 20.30 da Piazza Università, si è snodata lungo via Vittorio Emanuele fino a raggiungere Piazza Cutelli. Con lo slogan "Integrazione è Civiltà" si è voluto fortemente rimarcare come il primo passo per l'abolizione di ogni forma di violenza razziale è costituito dalla volontà di costruire ponti, anzichè barriere. Gli stranieri spesso anche involontariamente vengono dipinti come malvagi o 'intrusi', ma ci si dimentica troppe volte dei Paesi e delle situazioni da cui provengono. Con quest'iniziativa, abbiamo voluto gettare un sasso nello stagno della coscienza civile catanese. "Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza" (art. 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo). (continua dalla prima pagina)

«Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.(…) Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima. Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo. Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore». Ho deciso di esordire dedicando al lettore un celebre scritto di Alda Merini, per raccontare il viaggio di dieci ragazzi immigrati approdati in terra sicula il 3 agosto scorso. La loro storia è ricca di cruenti particolari e costellata di forti emozioni; quelle emozioni che si trascinano con sé la dignità dell’essere liberi e dell’essere ancora uomini. Sono sicura che tramite l’ascolto della loro esperienza, non ne trarremo solo semplice informazione, ma solidale arricchimento. Informo i ragazzi dell’intervista e sin da subito decidono di mettersi a nudo raccontandomi le loro paure e i loro progetti. D: «Da dove venite?»

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R: D: R:

«Alcuni Libia, altri Burkina Faso». «Perché avete deciso di partire?» «Noi non volere fare guerra. La guerra si avvicinava verso i nostri paesi. Non siamo riusciti a salutare famiglia, non ci facevano tornare indietro. Meglio partire. Noi, poteva scegliere se morire in Libia o in mare. In Libia però noi sicuro morire, in mare forse vivere». D: «Come siete arrivati in Sicilia?» R: «Noi abbiamo pagato 100 dinari per biglietto. Qualcuno di noi anche di più. Abbiamo preso barca e messi in mare». D: «Come è stato il viaggio?» R: «Il viaggio è durato due notti e tre giorni. La barca ha finito carburante. Noi rimasti da soli in mezzo al mare. Gente, tanta tanta gente. Tutti messi stretti, non si poteva muovere. Poi iniziava a morire qualcuno.. . (lungo silenzio, seguito da sospiri). Chi moriva, noi buttavamo in mare».


(continua dalla prima pagina)

Questo brevissimo ma significativo pensiero, estrapolato da "L'altro", uno dei più interessanti libri di Ryszard Kapuscinski, reporter polacco, morto qualche anno fa a Varsavia, fa da apripista a una riflessione, quanto mai doverosa, che prende le mosse dai fatti di cronaca che hanno insanguinato la città di Firenze il 13 dicembre scorso, ad appena pochi giorni dall'attacco al campo rom di Torino. I due fatti sono stati immediatamente configurati, dalla stampa sia locale che nazionale, come due episodi di stampo xenofobo e che quindi in quanto tali andavano all'unanimità condannati. Ma andiamo con ordine: è il 10 dicembre scorso quando a Torino viene incendiato un campo rom. Il tutto parte dalla diffusione della notizia riguardante uno stupro, che poi si rivelerà falso, denunciato da una ragazza; si sa che di fronte a un estremo gesto di violenza risultati positivi non se ne ottengono mai, eppure lo stupro, falso, denunciato dalla giovane diventa un movente sufficiente e valido per incendiare un campo rom (in questo caso, oltre a farlo giustamente per il gesto di stampo razzista, bisognerebbe inorridirsi anche per la pericolosa denuncia della ragazza che inscena una violenza sessuale), pone all'attenzione dell'opinione pubblica e dei media il grave problema del razzismo. Problema, quest'ultimo, che sembra acutizzarsi ancora di più se si attendono pochi giorni e se si passa a Firenze. Nel capoluogo toscano, infatti, ad essere attaccati sono due senegalesi, Samb Modou, 40 anni, e Diop Mor, 54 anni, uccisi sul colpo dall'ingiustificata e incontrollata violenza di Gianluca Casseri, grande appassionato di fumetti e autore anche di alcuni testi di recente pubblicazione, definito subito dalla stampa nazionale come un "antisemita" (Corriere della sera), "simpatizzante di estrema destra con la passione per il fantasy" nonchè "fascista del terzo millennio" (Il fatto quotidiano). Casseri decide poi di uccidersi con un fatale colpo alla gola, partito dalla stessa magnum 357 con cui aveva poco prima consumato l'assassinio. Il killer viene subito identificato come un collaboratore attivo di CasaPound Italia, associazione di promozione sociale, regolarmente riconosciuta e costituita, che propaganda avanzate visioni sociali e che propugna la libertà dell'uomo e l'affrancamento dell'anima dal mercato (descrizione, questa, nella quale ci si può pressapoco imbattere nel sito ufficiale dell'associazione. Rileggendo tali parole dopo i fatti di Firenze, l'affresco in apparenza innocuo dipinto nel sito, sembra nascondere un latente ma sinistro messaggio antirazziale). Casapound ad ogni modo decide di dissociarsi dal gesto inconsulto del Casseri: “Con noi non c’entra nulla. Era un cane sciolto”; "Nel dna di CasaPound Italia la xenofobia non è contemplata, così come non ha luogo di esistere la violenza discriminatoria, tanto che mai a nessuno di noi è stata contestata una qualche aggravante per motivi razziali, etnici o religiosi". Il fatto, gravissimo per il bieco coraggio con cui il Casseri è stato in grado di scaricare una cieca e brutale violenza su due uonimi senegalesi, deve inevitabilemente interrogarci sull'impoverimento culturale e sociale su cui versa il nostro paese. Bisognerebbe attribuire un fondamentale significato alla diversità, considerandola una ricchezza, un bene e un valore, proprio per la sua alterità. Riuscire a riconoscere la multiculturalità del mondo sarebbe ovviamente un passo in favore di un progresso, innanzitutto sociale, creando quel clima favorevole che si confà all'idea di un progresso di culture fino a ieri calpestate e offese. Vorrei chiudere il discorso esattamente come l'ho iniziato, con le parole di Kapuscinski che dà una bella immagine dell'umanità: "Ho sempre visto il mondo come una grande torre di Babele. Ma una torre dove Dio ha mescolato non solo le lingue, ma anche culture e costumi, passioni e interessi, facendo del suo abitare una creatura ambivalente, comprendente in sè l'io e il non io, se stesso e l'altro, il simile e l'estraneo". Un simile auspicio, dopo Firenze, diventa ancora più forte. Federica Meli

«Avevamo fame e sete. Noi bere acqua mare. Tunisia ha visto noi e ci ha detto che dopo veniva Italia. Italia arrivata dopo tre giorni. Poi arrivati a Lampedusa». D: «Come vi trovate in Italia?» R: «Noi dire grazie a Italia. Italia accolto noi come figli. Solo noi problema. Noi non fare niente qui. Solo studiare lingua italiana. Noi volere lavorare. Perché in Italia no lavoro?? In Africa c’è lavoro, qui no». D: «Volete ancora rimanere in Italia?» R: «Si, voilà. Noi rimanere in Italia, volere trovare lavoro qui. Non no tornare in Africa». Alla vista del mio pc, si avvicinano e mi chiedono se posso fargli vedere la loro terra. Cliccando Burkina Faso su youtube, nei laterali, compare un discorso di Thomas Sankara sul debito pubblico. Alcuni esultano, altri un po’ meno. Ascoltano con attenzione il discorso, sollevano la

mano sinistra e tengono il pugno chiuso, si abbracciano e si commuovono. Mi spiegano che le idee del giovane leader tragicamente scomparso prematuramente li ha portati fin qui. Dopo aver ascoltato la loro storia , mi torna in mente il monologo di Erri de Luca, dove l’autore si rifiuta di accordarsi alla concezione geografica “a forma di stivale” dell’Italia. Dovremmo invece vedere l’Italia come un braccio, che si stacca dalla spalla muscolosa delle Alpi e se ne va verso sud-est nel Mediterraneo. La Puglia e la Calabria sono le estremità di una mano aperta e la Sicilia è un fazzoletto al vento che saluta. Tramite questa immagine metaforica, possiamo capire che l’Italia è per conformazione geografica una terra aperta. Una terra che deve necessariamente aprirsi deve accogliere e deve dare il benvenuto. Ostinarsi alla chiusura sarebbe come andare “contro natura”. Melania Cultraro

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Francesco Vasta

Lunedì 16 gennaio la pagina Facebook “Movimento dei Forconi” contava circa 4000 sostenitori: mentre scrivo, una settimana dopo, ha raggiunto la cifra di 51.508 “mi piace”, quasi dieci volte di più. D’altronde in sette giorni in Sicilia è accaduto di tutto e d’altronde internet, soprattutto nelle sue declinazioni “social”, ha rappresentato uno dei principali campi di battaglia nel quadro di una mobilitazione che ha causato danni all’economia isolana per diverse centinaia di milioni di euro. Ma anche senza il riferimento strettamente monetario, il grande impatto della protesta nata dall’alleanza di agricoltori, pastori, autotrasportatori, commercianti, pescatori, sotto l’inequivocabile simbolo del forcone, è stato tangibile nella quotidianità degli oltre 5 milioni di siciliani: strade e città di colpo deserte, psicosi collettiva da paura di supermercati e serbatoi della benzina vuoti, un dibattito pubblico improvvisamente diventato aspro, dominato dalla radicalità delle posizioni e delle richieste di chi ha bloccato caselli autostradali e vie d’accesso: si va dalla comprensibile defiscalizzazione dei carburanti, all’inquietante “moneta popolare”, passando per elementi di protezionismo e svariate rivendicazioni economiche e di stampo corporativo. A far da sfondo a tutto questo è la crisi dell’economia italiana ed occidentale, tanto spietata quanto insormontabile per tante, troppe persone che così affidano rancori e speranze alla piazza, non più luogo di democrazia, ma vettore di drastica antipolitica, di suggestioni reazionarie, di un certo tipo di “ribellismo meridionale buono a preparare ogni conservazione” (Provenzano, “IlPost”). Un quadro incerto, convulso, buono per l’addensarsi di nuvole nere: violenze, intimidazioni documentate nei confronti di chi non protesta, “infiltrazioni mafiose” tra gli agitatori e tra i vari volti, “sdentati” per Aldo Cazzullo, protagonisti delle manifestazioni. E ancora, il ruolo di primissimo piano avuto dalla galassia neofascista, dall’accozzaglia autonomista, da vari pezzi di destra Pdl nel ruolo di capipopolo improvvisamente “apartitici” al servizio della “rivoluzione dei siciliani”. E’ la retorica del fascismo, profittatore storico del malcontento popolare, puntellata con le argomentazioni del revisionismo meridionalista e la sacrosanta difesa dei portafogli di tutti. All’iniziale low profile dei media nazionali, inversamente proporzionale all’entità dell’adesione, se non altro emotiva, di tanti siciliani soprattutto via internet, ha fatto seguito un quotidiano bollettino di guerra sulla protesta, minacciosa anche per la verosimile capacità di espandersi ad altre regioni del sud, eclissata soltanto dalla tragedia della Costa Concordia all’isola del Giglio. E tuttavia all’aumentare della copertura mediatica, diminuiva la partecipazione popolare. Di pari passo infatti all’esaurirsi della benzina nelle auto, il turbinio di proclami che

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copyright Francesco Vasta

aveva intasato social network e sale d’attesa si tramutava rapido in invettiva contro i forconi ribelli, “il danno è solo nostro, è una guerra tra poveri”. Sicilia, terra di contraddizioni. Tra sabato e domenica le code ai distributori, tornati a funzionare dopo la sospensione dei blocchi, sancivano la ritrovata unità tra l’organismo assoggettato e la sua dipendenza, tra la gente e la benzina. Le opinioni più autorevoli hanno accostato gli avvenimenti ora alla Vandea rivoluzionaria, ora alla rivolta di Reggio Calabria, in generale riconoscendo ai “poveri padri di famiglia” il diritto di protestare per la situazione oggettivamente drammatica in cui versa il Mezzogiorno, prendendo però le distanze dalle modalità scelte e da tutto quello che la rivolta ha significato. Del resto, c’è davvero da chiedersi quale legittimità, quale attendibilità possa reclamare la protesta del “popolo siciliano”, senza che quest’ultimo abbia prima reciso ogni legame con la criminalità organizzata, con le classi dirigenti più devote al clientelismo, con i potentati parassitari ed i notabilati più reazionari. Tutti quei centri di controllo e di interesse direttamente responsabili dell’indigente immobilità del Sud, una grande e permanente “unità interclassista” al servizio della stagnazione e dell’egoismo. Così, la presa di coscienza è ancora una volta contumace, tra la gente ma soprattutto presso quelle classi dirigenti non compromesse e tuttavia, per la loro solerte inerzia, coinvolte nella sconfitta della politica e della rappresentatività democratica che si è già compiuta.


Claudia Cammarata

Nuovo colpo alla democrazia? Non sono mancate le polemiche dopo la bocciatura di entrambi i quesiti referendari da parte della Corte Costituzionale che, con un doppio no ha dichiarato inammissibili le richieste di abrogazione dell’attuale legge elettorale, la Legge Calderoli n.270 meglio conosciuta come “porcellum”. Per i giudici della Corte, infatti, non ci sono “aspetti di merito rilevanti” nei due quesiti di illegittimità proposti dal comitato elettorale. Nonostante il verdetto della Corte sia stato indicato come frutto di una scelta politica anziché strettamente giuridica, i quindici giudici hanno esortato il Parlamento a sostituire al più presto la legge, sollecito che però non ha appagato gli sforzi dei comitati referendari (1 milione e 200 mila le firme raccolte) e continua a mantenere in vita (o in agonia) un sistema da tutti considerato ingiusto e antidemocratico. Nonostante le aspettative deluse e lo sprono della Corte Costituzionale, Andrea Morrone (presidente del comitato promotore) ha dichiarato che la battaglia per il sistema maggioritario e la democrazia in Italia non subirà alcuna battuta d’arresto. Altrettanto ferma la reazione di Arturo Parisi del PD (promotore della raccolta firme): “Ora tocca ai partiti e ai leader dei partiti. Quelli che questa legge hanno voluto, quelli che hanno goduto di questa legge e che poi, sotto l' onda delle firme che abbiamo raccolto, hanno dichiarato indifendibile”.

Questo era il contenuto dei due quesiti: - Il primo proponeva l’abrogazione integrale di tutte le disposizioni di modifica della disciplina elettorale per la Camera e per il Senato introdotte dalla legge n. 270 del 2005. - Il secondo era di tipo “parziale”, perché abrogava non l’intera “Legge Calderoli” ma le singole disposizioni della stessa, precisamente le disposizioni che sostituiscono le due leggi approvate il 4 agosto 1993, rispettivamente n.277 (“Nuove norme per l’elezione della Camera dei deputati”) e n.276 (“Norme per l’elezione del Senato della Repubblica”). Queste due leggi introducevano al posto della disciplina precedente (di tipo proporzionale), un sistema misto, in base al quale i seggi della Camera e del Senato erano assegnati per il 75% mediante l’elezione di candidati in altrettanti collegi uninominali, e per il restante 25% con metodo proporzionale. La legge è comunemente conosciuta come “Mattarellum”, dal nome del deputato Sergio Mattarella, relatore del testo. Se è vero che la battaglia per un sistema elettorale più giusto e democratico non si deve fermare, è anche vero che è necessario indirizzare nel verso giusto le voci di dissenso al sistema, ossia verso chi ha voluto questa legge e di conseguenza ne ha tratto benefici. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ribadito che “ora tocca ai partiti e alle Camere”, ma come ha affermato Parisi “non vorrei essere nei loro panni”.

La bocciatura dei quesiti referendari desta clamore in tutta Italia, ma non tra gli addetti ai lavori. Una decisione, quella della Corte, forse non scontata (altrimenti non si spiegherebbe il giorno e mezzo di camera di consiglio prima del verdetto), ma almeno presumibile. Le motivazioni della Corte riprendono tre sentenze del 1978, del 1987 e del 1995, per affermare che, essendo la reviviscenza un concetto inapplicabile, c'era la possibilità concreta che un'eventuale vittoria dei SI' al referendum formasse un pericoloso vuoto normativo. Il vuoto normativo è insostenibile in materie fondamentali (come quella elettorale appunto), perchè "gli organi costituzionali o di rilevanza costituzionale non possono essere esposti neppure temporaneamente alla eventualità di paralisi di funzionamento, anche soltanto teorica" (sent. C.Cost. n.29, 1987). A rischiare dunque non è una legge, ma la stessa effettività della democrazia. La teoria della reviviscenza è da oltre trent'anni respinta dalle sentenze della Corte Costituzionale. Per dirla con le parole di Michele Ainis, costituzionalista, "sarebbe come dire che abrogando la Costituzione tornerebbe in vigore lo Statuto Albertino”. Dunque non una questione politica, come qualcuno vorrebbe farci credere, ma di puri principi giuridici (e non per questo meno rilevanti nella sostanza). Resta da capire come mai il comitato promotore, composto anche da autorevoli costituzionalisti (come Onida e Zagrebelsky), sia andato avanti con la raccolta delle firme senza nemmeno considerare i moniti che pur si erano levati. Il rischio di un simile esito era prevedibile, e oggi i promotori si dovrebbero prendere tutte le responsabilità della disfatta, anzichè rigettarle sulle spalle dei giudici. P. F.

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Roberto Fischetti

La primavera araba dello scorso anno porta l’Egitto in una fase storica, in una fase di apertura politica. Il regime dittatoriale di Hosni Mubarak dopo 30 lunghi anni di attività viene finalmente fatto crollare, dando riscatto alla popolazione egiziana. Finiscono i soprusi, finisce la corruzione e la violenza, per dare ai cittadini una vita più giusta, fatta di giustizia sociale, di democrazia e libertà. In molti vorremmo che quest’ultima frase fosse già realtà, ma non è ancora così. L’esercito, che ha preso la guida del paese dopo le dimissioni dell’ex dittatore, viene spesso accusato di aver continuato con la politica del regime, e i recenti scontri a piazza Tahrir ne sono un esempio. La folla protesta perché ha rabbia dentro, perché non vuole che ci sia solo un cambio di testimone, e perché vuole vedere la differenza, dopo averla fatta. E proprio questa potrebbe essere data dalle nuove elezioni legislative, il primo passo in senso democratico. Il 29 novembre scorso, per l’appunto, sono iniziate le prime votazioni di questo lungo processo elettorale che porterà alla nomina dei deputati delle due camere egiziane: l’Assemblea Popolare, o camera bassa, e la Shura, o camera alta. I partiti sono circa 40, per oltre 6 mila candidati, coalizzati in 4 grandi gruppi. Sono presenti in netta maggioranza forze religiose, ma anche forze liberali, progressiste e laiche. E in tutto questo gioco di candidati,

partiti e coalizioni, il popolo non smette di farsi sentire. Si contesta il lungo periodo per cui andranno avanti le elezioni, la poca informazione su come bisogna votare e la disorganizzazione riscontrata in questi giorni di votazione, temendo anche brogli come nelle scorse elezioni del novembre 2010. Nonostante tutto questo c’è voglia di andare a votare, perché c’è voglia di cambiare la propria vita, facendo si che la dittatura sia solo un ricordo, orrendo, nella

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storia d’Egitto. E proprio nei giorni scorsi abbiamo preso conoscenza dei primi risultati ufficiali, per quanto riguarda la nuova formazione dell’Assemblea Popolare, ma bisogna fare una precisazione. Fin da quando era ancora presente il regime, le forze religiose islamiche dei Fratelli Musulmani sono state tra le più presenti tra la popolazione, per dare un sostegno e un aiuto laddove fosse stato necessario, garantendo, per così dire, una minima forma di walfare state, completamente assente nella politica del dittatore. Successivamente hanno appoggiato la rivoluzione, facendo aumentare non di poco i loro consensi. Tutto questo fece si che i Fratelli Musulmani, e la componente islamica in generale, fossero tra i partiti più favoriti di queste legislative. Non è un caso, infatti, che abbiano ottenuto la netta maggioranza con il 47% dei voti e 237 seggi in Assemblea, seguiti dai Salafiti (altro movimento di natura islamica, anche se più estremista) e dai liberali. Tutto questo, però, non piace alle forze laiche del paese, che temono la degenerazione della futura democrazia in uno stato teocratico. Ma adesso, può realmente rappresentare un male questo risultato? Può, per esempio, concretizzarsi quanto ipotizzano i laici? Sicuramente è possibile. Ma i Fratelli Musulmani negano questa previsione e, inoltre, dichiarano che faranno rinascere moralmente l’Egitto, utilizzando la strada religiosa si, ma senza imporla e senza essere intolleranti verso nessun’ altra forma di culto o politica. Ora, per quanto possa esserci dentro di noi quell’idea di stato laico, e per quanto magari si possa preferire quest’ultima, alla luce dei risultati elettorali, la soluzione religiosa egiziana potrebbe essere una strada non pericolosa, purché si diminuisca il clientelismo e la corruzione, la violenza e la discriminazione, per una maggiore libertà di convivenza pacifica e crescita del paese in senso democratico. In nome della primavera araba: “i dittatori non sono mai forti come vogliono far credere e la gente non è mai così debole come pensa”, Gene Sharp.


Pietro Figuera

Agli imponenti funerali del dittatore nordcoreano Kim JongIl, avvenuti il 28 dicembre, un'immensa folla ha accompagnato il feretro del "Caro Leader" per tutti i 40 chilometri di strada innevata che portavano al Mausoleo di Kumsusan. Nessuno può aver fatto a meno di notare le scene di disperazione manifestate dagli spettatori della cerimonia funebre. Cosa rappresentano davvero quelle lacrime? La sofferenza di persone realmente addolorate per la fine dell'esistenza terrena di un "semi-dio", oppure l'ennesima montatura propagandistica ben orchestrata? Gli opinionisti occidentali hanno propeso in larga maggioranza per la seconda ipotesi, ed è probabile che non abbiano torto. Ma vi è una naturale tendenza a riflettere secondo il proprio modo di vedere le cose, che impedisce la comprensione degli eventi sociali di realtà diverse dalla nostra. Dal nostro punto di vista, è inconcepibile la dolorosa reazione di chi è stato vessato per tutta la vita dai vizi e dalla crudeltà di un dittatore che ha portato un'intera nazione sull'orlo dell'abisso. Ma noi guardiamo la Corea nella trasparenza della libera informazione, senza indossare le lenti della 'Juche', la filosofia di stato comunista che ha preso il posto del confucianesimo e delle altre religioni. E' probabile che il governo nordcoreano abbia ingaggiato dei figuranti, quelli che si davano alle scene più disperate al passaggio delle telecamere. D'altronde, è davvero importante saperlo? Simulazione o meno, siamo sempre spettatori di un dramma nazionale. Se da un lato è sicuro che una manifestazione di sentimenti diversi, da parte dei cittadini nordcoreani, sarebbe stata severamente punita, dall'altro è certo che la macchina propagandistica locale, attiva da oltre 60 anni, abbia manipolato le menti di generazioni di persone. I coreani delle ultime due generazioni sono nati con l'immagine del Caro Leader o del suo predecessore, il "Presidente Eterno", nelle loro case, un'immagine di fatto sacra e venerata. A scuola hanno studiato i suoi scritti, all'università si sono laureati in "Kim Il Sung pensiero", alla radio hanno ascoltato le sue lodi "per l'immenso amore e dedizione con cui si dedica al suo popolo". La manipolazione psicologica e culturale che hanno dovuto subire i nordcoreani è inimmaginabile per noi occidentali. Nonostante le condizioni indigenti della popolazione, un'economia chiusa e arretrata e una carestia che da alcuni anni sta distruggendo l'agricoltura del Paese, i coreani non sono portati a ribellarsi perchè sono convinti di essere fortunati rispetto al resto del mondo. La censura del regime opera come uno specchio deformato. All'esterno, cerca di mostrare un'immagine felice della propria società e della propria economia (per fortuna senza successo); al proprio interno, all'opposto, cerca di convincere i propri cittadini che la Corea è l'unico luogo pacifico e ordinato del

pianeta. Tiziano Terzani, che visitò la Corea del Nord nel 1980, scrisse: “Il fatto che la gente creda davvero di vivere in Paradiso è il più grosso successo del regime. La gente è davvero convinta che il muro di 240 chilometri che corre lungo la zona smilitarizzata tra Nord e Sud sia stato costruito dai terribili americani per impedire ai sudcoreani di andare a vivere nello splendido Nord…”. La telefonia mobile è proibita dal 2004. Internet praticamente non esiste: al suo posto vi è 'Kwangmyong' ovvero una rete nazionale intranet che collega le principali realtà istituzionali e universitarie del Paese, soprattutto con siti di apologia e propaganda del regime. Ma anche questo strumento rimane ignoto per la maggior parte della popolazione. La domanda è: quanto durerà questo sistema di occultamento? La successione di Kim Jong-Un non ha aperto finora spiragli incoraggianti. E' probabile che, se il regime cadrà, sarà merito delle gerarchie militari e difficilmente di un'insurrezione popolare, per almeno due motivi. Primo, l'infiltrazione della polizia tra la popolazione è ai livelli della Stasi nell'ex Germania dell'Est e scoraggia qualsiasi tentativo di disobbedienza civile (punibile con torture e detenzione nei campi di rieducazione); secondo, la gente non ha un'effettiva conoscenza di ciò che accade nel mondo esterno. L'unica speranza è che il regime, constatato il fallimento della sua politica di ricatto nucleare internazionale (richieste d'aiuti in cambio della neutralità nucleare con la Corea del Sud e gli altri vicini), abbandoni l'isolamento in favore di una graduale apertura politica ed economica. Non dimentichiamo che vi è la forte pressione delle multinazionali che non vedono l'ora di sfruttare le enormi potenzialità di un territorio ancora vergine. Ma il regime e la dinastia Kim si reggono sull'idea del pericolo costante, dello stato di emergenza bellica permanente. Distesi i rapporti con il Sud, e quindi svanito il pericolo di una guerra, non si giustificherebbero più le restrizioni imposte alla popolazione: il regime vacillerebbe. Ecco perchè la tensione internazionale continua e non è stato ancora firmato un Trattato di Pace dal 1953, anno della fine della Guerra di Corea.

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Duecento anni dopo la conquista del West la nuova inumana corsa all'accaparramento delle terre in Africa Giorgia Musmeci

Agli inizi dell'ottocento si leggeva questo motto sui giornali americani: “West una terra dove tutto è ancora da scoprire, da costruire, dove la legge ancora non è arrivata e si può essere liberi”. Liberi e senza legge i coloni potevano guadagnarsi con qualche colpo di pistola un appezzamento di terra, poco importava se quella terra era la terra coltivata da generazioni dalle tribù indiane che, non avendo un Catasto, non potevano dimostrare i diritti di proprietà su quella terra. Come non lo erano gli indiani d'America, non sono dotati di uffici catastali nemmeno i contadini africani che, oltre duecento anni dopo, oggi si ritrovano nella medesima condizione, protagonisti di un triste remake di qualche vecchio film western. Tutto nasce il 23 Aprile del 2009, quando la direttiva 28/09 del Parlamento Europeo impone nella sua strategia 2020 che “Ogni stato membro assicuri la propria quota di energia da fonti rinnovabili in tutte le forme di trasporto pari almeno al 10%”. Nessuna direttiva sulla natura delle fonti di energia; il mercato punta così sulle due più convenienti, l'olio di palma ed i carburanti estratti da mais ed altri cereali, ben 4 volte più redditizie di qualsiasi altra forma di energia. Questi Biocarburanti, prodotti da fonti naturali alternative al petrolio, producono meno CO2 ma hanno un unico difetto: per essere prodotti necessitano di vastissimi appezzamenti di terra, (solo per raggiungere il 4% della soglia, ai paesi europei servirebbe una superficie agricola pari a quella dell'intero stato del Belgio). Scatta quindi la corsa alla terra, che diventa per i mercati internazionali un bene preziosissimo. In Europa la terra coltivabile è in esaurimento, soppiantata da città, fabbriche ed infrastrutture; ma nel nuovo West è possibile trovarne milioni e milioni di ettari: stiamo parlando dell'Africa. In Africa la terra costa pochissimo, l'affitto di un ettaro di terra costa a Dakar 2,53€ l'anno, nel Mali (una delle zone più fertili) meno di 100€ l'anno ed in alcune zone più aride addirittura 0,14€ l'anno; lo stesso ettaro di terra affittato in Inghilterra o negli USA costerebbe più di

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22.000$ l'anno. Ciò che rasenta l'inverosimile, però, è la facilità nell'ottenere la concessione statale di tali territori, un normale contratto d'affitto supera abbondantemente le 1.000 pagine, i contratti d'affitto per la concessione di queste terre non superano le 4 pagine; firmati, il più delle volte, da società fittizie con sedi irrintracciabili. Le terre concesse dai governi africani (per periodi a volte superiori a 90 anni) alle grandi società, risultano essere terre vergini, abitate da nessuno. Peccato che dietro questo “nessuno” ci siano stati due secoli fa i pellerossa e le loro famiglie, oggi ci sono i contadini delle tribù africane (ben il 75% della popolazione), che quelle terre le coltivano da generazioni, ma non hanno nessun documento per dimostrarlo; chi protesta finisce in galera. Tra il 2008 ed il 2009 sono stati vittime di questo fenomeno chiamato “land grabbing” (accaparramento di terre), ben 30 milioni di ettari, circa 2 volte e mezzo la superficie della Thailandia, finiti nelle mani delle grandi compagnie. Quei 30 milioni di ettari, che prima producevano sorgo e miglio per sfamare centinaia di tribù, adesso, e per i prossimi 90 anni, produrranno biodiesel e bioetanolo. E le coltivazioni delle tribù? Nei contratti le società promettono numerosi posti di lavoro, nella realtà il lavoro lo fanno le macchine ed i contadini sfrattati non possono far altro che assistere in silenzio alla distruzione del proprio lavoro. Dove avviene, allora, la produzione del cibo per sfamare le tribù? Semplicemente non viene più prodotto; gli stati non hanno capitali per investire sulla produzione di cibo e chi i capitali li possiede, non ha interesse a farlo. Meglio coltivare cereali, il cui prezzo sale e scende ormai di pari passo al petrolio, per produrre bioetanolo al mercato mondiale che investire sul frumento per soddisfare il fabbisogno alimentare locale, difficilmente vendibile ai prezzi internazionali perché troppo caro per il mercato africano. Se non i governi, allora dovrebbero investire sul sostentamento dell'Africa le organizzazioni di tutela mondiale, come la Banca Mondiale.


Filippo Biondi

Si è svolto giorno 29 novembre presso l'Aula Magna della Facoltà di Scienze Politiche il convegno, coordinato dal professore R. Mangiameli e che ha visto la presenza di numerosi e autorevoli relatori, che aveva come tema “Mafia ed Economia” a partire dalla presentazione del volume “Alleanze nell'ombra. Mafia ed economie locali in Sicilia e nel Mezzogiorno” a cura di Rocco Sciarrone, docente di Sociologia all'Università di Torino. L'indagine che si sviluppa nel libro mira a comprendere i meccanismi attraverso cui le organizzazioni criminali si inseriscono nei mercati leciti e nelle economie locali, in diversi contesti come quelli siciliani, calabresi e campani. Ci si è soffermati in particolare sulla presenza di un' “area grigia”, quella che permette alla mafia di avere successo, composta da politici, professionisti, imprenditori, manager e burocrati che fanno affari nell'ombra. Dopo la presentazione iniziale di Rocco Sciarrone, ha preso la parola Raimondo Catanzaro, sociologo, docente presso l'Università di Bologna, che ha posto l'accento sulla capacità dei mafiosi di stabilire contatti a livello transazionale con soggetti dell'area grigia: si instaurano cosi dei “giochi a somma positiva”, in cui cioè tutti i partecipanti hanno qualcosa da guadagnare. Giovan Battista Tona, Consigliere di Corte di Appello di Caltanissetta, si interroga su quali siano le zone d'ombra in cui agisce la mafia. Bisogna notare come tutti i boss mafiosi crescono e prediligono la provincia (l'ombra appunto) e poi investono in città. Nonostante la globalizzazione dei mercati, le economie locali sono importanti in quanto permettono alla mafia di essere presente e controllare il territorio: anche le zone apparentemente più insignificanti sono significative per

la mafia. Il professore Aleo, penalista, è stato critico nei confronti dei sociologi, in quanto, a suo avviso, questi ultimi non hanno ancora chiarito quale sia il vero ruolo dei professionisti, medici e avvocati nel rapporto con la criminalità organizzata, in un contesto in cui la mafia ha cambiato strategia di azione: non ci sono più i 100 morti ammazzati degli anni '80 a Catania, ma abbiamo molti più “colletti bianchi” e ciò spiega la presenza in Sicilia di un numero elevatissimo di sportelli bancari e (a Catania soprattutto) di centri commerciali. Giuseppe Strazzulla, coordinatore Provinciale di Libera, Associazione fondata da Don Ciotti, parla dell'importanza dell'antimafia sociale, dell'esigenza di costruire reti per fronteggiare ogni tipo di illegalità, e si sofferma, infine, su alcune lacune del Codice Antimafia approvato dal governo uscente Berlusconi, come ad esempio la vendita all'asta dei beni confiscati ai mafiosi. La professoressa Rita Palidda ha riportato l'esempio di Vittoria, un'area in cui clan catanesi (Santapaola ed Ercolano) e clan dei Casalesi si sono uniti per controllare il settore dell'ortofrutta e dei trasporti. Il professore M. Avola, infine, si è soffermato sul problema della grande distribuzione commerciale e sull'anomalia catanese, cioè l'intreccio di interessi economico-politico-mafiosi (situazione che aveva già denunciato Giuseppe Fava), e che quindi bisogna vedere l'imprenditore non come vittima ma come attore attivo che beneficia di queste collusioni. Sono fondamentali, dunque, momenti di riflessioni come questi, per comprendere a fondo il fenomeno mafioso e la sua penetrazione all'interno dei settori vitali della società e dell'economia del nostro paese.

Difatti la World Bank crea un fondo d'investimento Private Equity, investito e registrato però nel paradiso fiscale delle isole Cayman, ben lontano dalle bisognose terre africane, sulle quali tra l'altro la WB specula copiosamente, figurando come partner del progetto di accaparramento Sosumar per la produzione di mais e zucchero in Mali. Risultato? Un numero sempre maggiore di Africani sta perdendo la propria terra e con essa l'accesso alle risorse primarie come l'acqua, il cibo ed i servizi pubblici; le foreste disboscate vengono trasformate in campi da coltivare e la popolazione africana si ritrova a produrre biocarburanti,

essenziali per le altre nazioni, senza poter produrre il pane necessario a sfamare i loro figli. Il tutto in nome di una riduzione della CO2 che difatti nemmeno esiste, perché gli stabilimenti che producono il biodiesel che emette meno smog nelle nostre strade, ne emettono il doppio durante la lavorazione. Non è necessario cambiare o riorganizzare questa forma meschina d'investimento, è necessario debellarla e cancellarla, come dovrebbe essere cancellata ogni abominevole forma d'ingiustizia fatta dall'uomo sull'uomo.

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Valentina Oliveri

Carica di sentimento e misteri è la vicenda biografica di George Sand, pseudonimo letterario della francese Amantine Aurore Lucile Dupin. Figura anticonformista che amava il suo essere donna e lo difendeva con la penna e le parole. I suoi scritti velati da un femminismo sempre rispettoso, inneggiavano a ideali di modernità ed erano attratti dalla scia di profumo socialista, della quale fu sostenitrice fin dagli albori. George Sand fu una donna passionale ma selettiva, come dimostrano le relazioni sentimentali che intreccià con lo scrittore Alfred de Musset e il musicista Fryderyk Chopin. “La società non deve esigere nulla da chi non si aspetta nulla dalla società.”, recita una dei suoi motti di più di largo respiro e testimonia il suo interesse e l’attività politica; fece anche parte – senza ricoprire comunque un ruolo di primo pianodel governo provvisorio del 1848, facendo valere il concetto di quote rosa ante-litteram. Nel dicembre del 1863 i suoi scritti vennero inseriti nell’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa Cattolica, perché si ponevano in modo nettamente critico nei confronti del papato e di tutto l’operato clericale del tempo. Aurore, discendeva da una nobile famiglia francese e nel 1822 sposò il barone Casimir Dudevant, del quale lei stessa diceva che non facilmente si lasciava andare in gesti passionali ma col quale piuttosto aveva un rapporto di tenera amicizia. Infelice col suo uomo, preferiva allettarsi con la compagnia degli amici Roettiers, a Plessis e del figlio Maurice, nato il 30 Giugno del 1823. Lo pseudonimo George Sand trova ispirazione dal nome di Jules Sandeau, il giornalista parigino della quale si innamorò dopo la rottura del suo matrimonio col barone Dudevant. A Parigi collaborò con lui al giornale Le Figaro. Da quel periodo nascono i primi romanzi a quattro mani della sua fiorente produzione letteraria, fra cui Le Commissionnaire e la Rose et Blanche; siamo nel 1831 e la firma sulla loro copertina è quella di J.Sand. L’utilizzo dello pseudonimo maschile, poi adottato in tutti i suoi libri, fu un’arma di difesa dal pregiudizio verso una scrittrice di sesso femminile –spesso considerate di qualità inferiore- e unito al modo di abbigliarsi di George, fu motivo di infondate accuse di lesbismo per la donna. Siamo nel 1848, lo scenario è quello della Rivoluzione parigina e George Sand, come il figlio Maurice, che era all'epoca il

sindaco di Nohant, si dimostra favorevole mantenendosi sulla riga sempre moderata dei suoi ideali. Si legge da una sua intervista: “Sono comunista così come si era cristiani nell'anno 50 della nostra era. Il comunismo è per me l'ideale delle società in progresso, la religione che vivrà tra qualche secolo. Non posso dunque aggrapparmi a nessuna delle formule di comunismo attuali, perché esse sono tutte piuttosto dittatoriali e credono di potersi affermare senza il concorso dei costumi, delle abitudini, delle convinzioni. Nessuna religione si stabilisce con la forza”. Nel 1871 collaborò con la rivista La Revue des deux mondes e con la rivista protestante Le Temps, mentre si poteva già stilare una lista di fortunate opere destinate a diventare pietre miliari della letteratura femminista e di genere, quali Francois le Champi, Histoire de ma vie e Jean de la Roche, nonché 31 opere teatrali di carattere didattico e serio portate in scena nel suo teatro privato nella tenuta di Nohant e poi postume nei maggiori teatri di Parigi. Morì l’8 giugno del 1876, ebbe funerali religiosi e fu sepolta a Nohant. Le sue nipoti stringevano orgogliose tra le mani Novelle di una nonna.

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UDU CATANIA, IL TERZO CONGRESSO Cristopher Gaziano

Il 6 Dicembre scorso si è Svolto il III Congresso dell'UDU Catania nella Sala Riunioni “Sebastiano Russo” presso la locale sede CGIL. Dopo una breve introduzione del moderatore Gianluca Scerri è intervenuto il Coordinatore uscente Fabio Tasinato che ha, tra le varie cose, prodotto un lucido resoconto sulla situazione universitaria in città e sull'impegno che l'UDU ha messo e mette tutt'ora nella tutela dei diritti degli studenti, come si può evincere dalle battaglie sostenute con successo negli ultimi anni. Non sono mancati i saluti e gli auguri di Pina Palella, responsabile organizzativo CGIL Catania, Giacomo Rota, segretario confederale, Elvira Ricotta Adamo, membro dell'esecutivo nazionale UDU che ha portato i saluti del Coordinatore Nazionale Michele Orezzi, Salvo Nicosia e Daniele Sorelli per i Giovani Democratici, Jacopo Torrisi per il Partito Democratico, Salvo Nicosia, vice-presidente Federconsumatori Etna Sud, Emmanuel Sammartino che ha raccontato la sua esperienza all'interno del sindacato e Matteo Iannitti in rappresentanza del Movimento Studentesco Catanese. Hanno poi preso la parola Elvira Celardi, Luca Tasinato, Elviana Palermo e Pietro Figuera, i quali hanno ringraziato il Coordinatore uscente per l'impegno profuso negli ultimi anni ed hanno espresso i propri pareri sul lavoro svolto dal sindacato insieme a proposte e suggerimenti per il lavoro da svolgere da qui in avanti. Si è poi votato l'esecutivo che, con voto unanime, ha visto la nomina di Giuseppe Campisi come nuovo Coordinatore d'Ateneo, Simone Chisari come responsabile organizzativo, Claudia Cammarata come responsabile per il diritto allo studio ed Elviana Palermo come responsabile per le pari opportunità. Con questo ennesimo congresso l'Unione degli Universitari ha senza dubbio lanciato un messaggio importante alla città: il sindacato c'è stato, c'è e ci sarà, e siamo sicuri che il nuovo esecutivo sarà in grado di svolgere con competenza ed entusiasmo il proprio dovere per tutelare i diritti degli studenti e portare avanti le piccole, grandi battaglie che si presenteranno. In bocca al lupo anche da parte della nostra redazione! Dall'alto in basso, vari momenti del Congresso: i saluti di Giacomo Rota, la relazione del Coordinatore uscente Tasinato, un applauso della platea e la presentazione del nuovo Esecutivo (nell'ordine: Claudia Cammarata, Simone Chisari, Giuseppe Campisi, Elviana Palermo).

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L'UDU VINCE RICORSO AL TAR DEL LAZIO: "BOCCIATA" LA GELMINI Altra battaglia vinta per l'Unione degli Universitari. Sono stati ammessi alla Facoltà di Medicina della Sapienza di Roma 1 2 studenti extracomunitari rimasti esclusi a causa di un provvedimento dello scorso anno della Gelmini, dichiarato lo scorso 1 4 gennaio illegittimo da parte dei giudici amministrativi del Tar del Lazio, che prevedeva un punteggio minimo di 20/80esimi per il superamento dei test di ammissione alle facoltà a numero chiuso. L'Udu, attraverso il suo avvocato Michele Bonetti, ha ritenuto illegittima questa soglia per almeno due motivi: i test di ammissione prevedono 40 domande, sulle 80 totali, di cultura generale italiana. E gli stranieri sono ovviamente svantaggiati. Ma, soprattutto, gli studenti extracomunitari che si sono rivolti al Tar Lazio hanno presentato la domanda per i corsi di ammissione prima che venisse pubblicato il decreto che impone lo sbarramento di 20 punti. Inoltre il limite non ha ragione di esistere perché i posti riservati agli studenti extracomunitari nel 2011 sono stati 1 .21 0, ma le domande appena 859. Secondo l'Udu, non c'era ragione di imporre un limite di punteggio per essere ammessi. Anche perché a superare il test, con le regole della Gelmini, sono stati in 352. Gli oltre 500 posti non assegnati sono rimasti vacanti, non sono stati riassegnati neppure agli studenti comunitari. "E' un colpo duro alla gestione ministeriale di

Mariastella Gelmini", dichiarano i ragazzi dell’Udu. "Era stato posto in essere un sistema con una soglia di punteggio per l'ammissione che ha lasciato liberi mille posti. Da sempre combattiamo la selezione degli studenti con un test di ingresso aprioristico ma in questo caso specifico la situazione era paradossale: gli studenti extracomunitari non potevano accedere a posti riservati proprio per loro, lasciando i posti vacanti anche per gli studenti comunitari in una facoltà come medicina dove gli esclusi dai test ogni anno sono migliaia". Lo stesso Ministro dell’Istruzione qualche tempo prima di Natale ha dichiarato che in Italia sono presenti troppo pochi studenti stranieri. Ora che il decreto Gelmini è stato "bocciato" è auspicabile che il problema si possa risolvere alla radice. "La vittoria al TAR va a tutelare il diritto allo studio costituzionalmente garantito - concludono - ma come sindacato studentesco non possiamo fermarci qui: chiediamo ora al Ministro Profumo di risolvere il problema degli altri studenti extracomunitari esclusi, e di aprire un tavolo di riforma sull'ingresso nelle università del nostro Paese, auspicando che questo sistema iniquo di sbarramento aprioristico cessi definitivamente di esistere". Elvira Ricotta Adamo

Esecutivo Nazionale UDU

in programmazione su Radio Sunshine:

COFFEE AND RADIO (Chiara Iuculano & Cesare Trentuno) ­ Musiche dal mondo ROCK OUT (Giovanni Timpanaro & Fabrizio Canale) ­ Rock e artisti emergenti

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Utopia - Stampato non periodico. Catania, gennaio 201 2. Stampatore: UDU Catania. Direttore: Pietro Figuera. Redazione: Via Crociferi 40, Catania

Utopia Gennaio 2012  

"Emergenza razzismo"

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