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U T O P I A

Il grido possente del popolo in piedi in unico abbraccio, disarma la mano dei folli, che in cenere vorrebbero il mondo.

Maggio 2011

Università di Catania

IMMIGRAZIONE E RESPONSABILITA' Pietro Figuera

Si è molto parlato del fallimento dell'Unione Europea nella soluzione della crisi migratoria che ha interessato il nostro paese negli ultimi mesi. Sicuramente all'Europa sono imputabili molte mancanze e incoerenze dovute soprattutto allo scarso coordinamento politico dei 27 su un argomento così sensibile come le politiche migratorie. Pesa in questo senso la composizione di molti governi europei, formati da un numero sempre maggiore di forze xenofobe (vedi articolo a pag.7). Nonostante ciò, non dobbiamo dimenticare (come invece hanno fatto molti media nostrani) alcuni elementi che possono farci capire i motivi di tanta "freddezza" europea. L'Italia ha sbagliato praticamente tutto nella gestione dell'emergenza, e in modo così teatrale da far temere che dietro le apparenti incompetenze ci sia una precisa volontà politica di ingigantire il caso per fini elettorali. Quella iniziata quest'anno non è certamente la prima ondata migratoria a cui siamo soggetti, abbiamo alle spalle un'esperienza decennale di gestione più o meno ordinata dei flussi di stranieri: non dimentichiamo che poco più di 10 anni fa abbiamo controllato con successo passaggi di immigrati molto più imponenti, provenienti dalle regioni balcaniche martoriate dalla guerra. Eppure oggi, in piena rivoluzione tunisina, ci siamo fatti trovare col centro profughi di Lampedusa chiuso, e abbiamo perso tempo a inviare a Bruxelles la richiesta ufficiale di attivare l'intervento di Frontex. Abbiamo preteso una redistribuzione dei rifugiati. Forse però abbiamo dimenticato che l'anno scorso, REFERENDUM, UN VOTO FONDAMENTALE quando Malta si era trovata in una situazione simile alla nostra, Francia, Germania, Gran Bretagna, Federica Giadone Polonia, Ungheria, Romania, Slovacchia, Slovenia, Il referendum è uno strumento di democrazia semplice e diretto, che Portogallo e persino il Lussemburgo si sono fatti proprio per la sua natura consente a tutti i cittadini di partecipare alla carico di una parte dei richiedenti asilo, ma noi non vita politica in maniere attiva e decisiva. Il nostro ordinamento abbiamo mosso un dito. E mentre denunciamo il prevede che per essere valido, un referendum, deve essere supportato ricatto di Gheddafi che promette flussi biblici in dal voto di almeno il 50% +1 degli aventi diritto. Quest’anno si partenza dalle coste libiche, non ci rendiamo conto propongono quattro referendum di alta attrattiva sociale e politica: che Bossi minaccia più o meno la stessa cosa nei due sulla privatizzazione dell’acqua, uno sul nucleare ed uno sul confronti di Francia e Germania. Paesi che magari a legittimo impedimento. I temi sono attuali e concreti e quindi si ha la volte chiudono le frontiere, ma rispetto a noi netta sensazione che il cittadino abbia tutta la voglia e l’interesse a accolgono un numero molto superiore di stranieri, e recarsi alle urne. Il governo Berlusconi, che sa fiutare l'aria contraria, senza esibirsi in melodrammatici vittimismi. Se questa volta si è trovato in difficoltà. imparassimo ad essere più responsabili, forse recupereremmo un po' di considerazione europea. (continua con lo Speciale Referendum alle pagine 3, 4, 5 e 6)

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I COSTI DELLA GIUSTIZIA PER GLI STRANIERI

Elena Rivadero

La giustizia è spesso costosa per quanto riguarda le traduzioni, e l'UE ha deciso di intervenire. L'immigrazione fa crescere il budget delle spese per la giustizia, per i costi delle traduzioni nei processi in tutta Europa e l'aumento della libera circolazione. E' quanto risulta dal documento di lavoro presentato dalla Commissione europea due anni fa, in vista di una decisione quadro sul diritto a interpretare e alla traduzione nei procedimenti penali. In pratica Bruxelles prova a dettare regole comuni nel settore, partendo dall'analisi dei costi. Negli anni precedenti la spesa di traduzione dei documenti processuali, per i procedimenti penali degli stranieri è stata, in Italia, di circa 20 milioni di euro; la spesa riguarda i documenti utili all'imputato, tenendo conto di una media di provvedimenti di circa quaranta pagine e di una stima di costo approssimato a 1500 euro. L'Italia è stata preceduta solo da Regno Unito, Germania e Spagna. Occorre aggiungere il costo per gli interpreti sia nelle stazioni di polizia sia nei tribunali: spese destinate a crescere, osserva la Commissione europea, con un forte impatto economico sugli Stati membri. Aumentano poi i detenuti stranieri. In Italia, secondo i dati del Consiglio d'Europa e riportati dalla Commissione, nel 2009 il 40%

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della popolazione carceraria era costituito da stranieri che scontavano la pena e il 60% erano detenuti in custodia cautelare. Da qui la necessità di norme comuni agli stati UE per fissare garanzie minime nei procedimenti penali, partendo dagli interpreti nei processi. Diritti già previsti per gli imputati dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell'Uomo, secondo la quale ogni persona arrestata deve essere informata al più presto e in una lingua comprensibile dei motivi dell'arresto e di ogni accusa formulata a suo carico. Un diritto, però, poco applicato, tanto da costringere la Corte europea a intervenire in diverse occasioni. Un intervento in ambito UE potrebbe far risparmiare agli Stati i costi causati dalle condanne ricevute da Strasburgo. Bruxelles vorrebbe arrivare a non tradurre ogni singolo documento, ma solo gli atti che servono all'imputato per avere una conoscenza sufficiente della causa intentata contro di lui affinché possa difendersi. Per questo i funzionari europei intendono puntare anche sulla qualità proponendosi di fissare i requisiti fondamentali per un'adeguata traduzione. Arriverà a concretizzarsi questo diritto? Oppure finirà nel cassetto come tante altre leggi dimenticate?


REFERENDUM, UN VOTO FONDAMENTALE

Federica Giadone

(continua dalla prima pagina)

Per prima cosa ha separato le elezioni amministrative dai referendum spostando quest’ultimo alla data del 12 e 13 giugno con una spesa aggiuntiva per l’erario di 300 milioni. Poi è arrivato l’imprevisto: la tragedia Giapponese ha provocato una grave crisi nucleare che ha messo ulteriormente in dubbio la sicurezza delle centrali. Il disastro nucleare ha fatto aprire gli occhi anche degli italiani sul vero significato dell’utilizzo di tale energia. L’opinione pubblica è scossa e comprende quale enorme rischio si pone di fronte al suo futuro. Il governo resiste (anzi rilancia) sul tema nucleare ribadendo la scelta nucleare con toni duri, ma qualche giorno dopo, alla vista dei sondaggi, fa dietro-front assicurando che nulla è ancora deciso e che anzi, ripensandoci, forse, quasi quasi, il nucleare potrebbe essere pericoloso e bisogna studiare delle centrali più sicure. Quindi rinvia di un anno l’inizio dell’applicazione della legge tentando in questo modo di far saltare il referendum sul nucleare. Come è possibile che in solo 24 ore ci si accorga che il nucleare è pericoloso? Come è possibile che nessun tecnico o tecnocrate ministeriale si sia mai reso conto che

il nucleare è una bomba ad orologeria? La risposta l’abbiamo avuto dopo pochi giorni. Il candido sig. Berlusconi afferma che il nucleare si farà, ma non ora perché la gente è “scossa” dall’evento giapponese e potrebbe votare al referendum in balia di sentimenti ed emozioni momentanee. Come può un Presidente del Consiglio giudicare un semplice evento la immane catastrofe giapponese senza

porsi dei dubbi sull’effettivo valore economico e sociale del nucleare. Vale veramente la pena iniziare un percorso nucleare in Italia senza invece incentivare le energie alternative? Il governo a questa domanda ha già dato una risposta: taglio del 30% agli incentivi sul fotovoltaico, nuova leggina di

sospensione sul nucleare, annullamento del referendum e fra un anno faremo quello che ci pare. Ormai le date del voto si avvicinano e nessun tipo di pubblicizzazione e di diffusione di informazione si è attivato. Da qualche giorno la Rai trasmette lo spot che dovrebbe informare gli italiani sul referendum, ma non è facile vederlo: gli orari della messa in onda sono alquanto improbabili. Regna un silenzio imbarazzante da parte dei mezzi di comunicazione, se non fosse per i numerosi comitati che si sono attivati e che continuano a sensibilizzare gli animi non si parlerebbe affatto di questo importantissimo appuntamento. Berlusconi ha paura che il referendum possa avere un impatto devastante sulla politica del governo, anche più forte dei risultati delle elezioni amministrative. Ma in fondo, il terrore più grande di Berlusconi non è tanto il nucleare, quanto che i cittadini raggiungano il quorum nell’altro referendum sul Legittimo impedimento. Sicuramente quello che più interessa al "capo", uomo di 75 anni, non è tanto di non vedere il pianeta inquinato, radioattivo e con l'acqua a pagamento, quanto di non passare i prossimi anni in galera.

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NUCLEARE: IL FUTURO NEL V(U)OTO Claudia Cammarata

Correva l’anno 1987. Tramite referendum abrogativo, l’Italia sanciva l’abbandono di fatto del ricorso al nucleare come forma di approvvigionamento energetico. Era trascorso un anno dal disastro nucleare di Cernobyl, il mondo era ancora scosso dalle risonanze che questo drammatico evento aveva portato con sé. La posizione assunta dagli italiani non può dunque stupire. Ventun anni dopo (maggio 2008), l’ex(allora) ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha felicemente riproposto il ritorno all’atomo dell’Italia come fonte “alternativa” per l’indipendenza energetica del nostro paese. La proposta ha nettamente diviso le forze politiche e gli apparati statali e ha provocato la mobilitazione di numerosi gruppi ambientalisti a favore delle energie pulite. L’11 marzo 2011 il mondo ha conosciuto una nuova tragedia nucleare, conseguenza del disastroso terremoto che ha colpito il Giappone. L’esplosione di tre reattori attivi della centrale nucleare di Fukushima ha risollevato su scala mondiale il problema dell’energia atomica e dei suoi costi umani ed economici: in Germania il Cancelliere Angela Merkel ha bloccato due reattori e ha deciso di far slittare di tre mesi l’inizio dei lavori per l’estensione della vita operativa di diciassette reattori. Il Cancelliere ha dichiarato che "i fatti in Giappone ci insegnano che i rischi considerati completamente impensabili non sono totalmente improbabili". La Svizzera ha, dal canto suo, detto stop a nuove centrali, mentre sono stati attuati piani di emergenza in Belgio e in Finlandia dove, tra l’altro, è stata inserita tra le priorità di governo l’incentivazione alle energie rinnovabili. E l’Italia come ha gestito lo sgomento per i fatti del Giappone? “La linea italiana rispetto al programma nucleare chiaramente non cambia”, parola del Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. Ma il governo nelle settimane successive è tornato sui propri passi, sull'onda degli eventi e della mobilitazione antinucleare che ha subito preso piede tra la maggioranza degli italiani. Era già stato indetto un referendum sulla questione che, salvo annullamenti, dovrebbe aver luogo nei giorni 12 e 13 giugno. Ma perché i cittadini possano esprimersi consapevolmente in merito alla questione è necessario anzitutto che l’opinione pubblica sia adeguatamente informata in merito agli aspetti

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economici, ambientali e di sicurezza che ruotano attorno al tema “nucleare”. In primo luogo: a chi conviene veramente un eventuale ritorno all’energia atomica? E ancora, l’energia nucleare renderebbe DAVVERO l’Italia indipendente dal punto di vista energetico? Il nostro paese, è vero, dipende per il 90% dalle importazioni di corrente elettrica dalla Francia e dalla Svizzera, senza contare la dipendenza da altri fornitori stranieri per le materie prime utilizzate nelle nostre centrali elettriche, soprattutto petrolio e gas naturale (combustibili molto costosi). Con l’attuazione del piano nucleare, l’Italia dovrebbe in ogni caso fare ricorso ai mercati stranieri per il reperimento di un’altra materia prima, l’uranio, elemento esauribile nel tempo. Non solo: i costi per l’impianto delle centrali, per la loro manutenzione e per la gestione delle scorie graverebbero tanto al pubblico quanto al privato non meno di quelli sostenibili in caso di attuazione di impianti per l’energia rinnovabile. Inoltre, secondo la fonte Greenpeace, il rilancio del nucleare farà mancare al nostro paese gli obiettivi europei al 2020 per lo sviluppo delle rinnovabili, con ulteriori sanzioni per la collettività. Dal punto di vista ambientale, i costi dell’atomo ruotano principalmente attorno al problema “scorie”. Basti pensare al fatto che una scoria di terzo livello impiega circa 10.000 anni per dimezzare la sua radioattività e resta pericolosa per almeno un milione di anni. Ad oggi, nonostante le ricerche, non esistono processi di bonifica per i rifiuti radioattivi che possono solo essere stoccati (quindi depositati). Gli effetti dell’inquinamento radioattivo sulle persone e sugli animali sono altamente preoccupanti: secondo uno studio tedesco, nel raggio di 5 km di distanza da una centrale nucleare c’è un aumento del 60% dei casi di cancro e del 117% dei casi di leucemia rispetto alla media (soprattutto nei primi cinque anni di vita). Valutando, dunque, costi e rischi la domanda che un’Italia “democraticamente informata” dovrebbe porsi è la seguente: vale davvero la pena investire risorse ed energie per un sistema energetico che produce più costi che benefici? E ancora: perché non attuare piani di energia pulita, rinnovabile, dai costi relativamente alti ma ammortizzabili in modo da creare un habitat sostenibile per noi e per le generazioni future?


L'ACQUA, QUESTIONE DI "TRASPARENZA" Melania Cultraro

L’acqua, un bene essenziale per la nostra umanità, fonte di vita per l’essere vivente, oggi nel nostro Paese rischia di essere messa in vendita. Avete capito bene. Il nostro amato Governo (che si occupa di tutto, tranne delle cose di cui realmente si dovrebbe occupare) ha deciso, sine ira et odio, di realizzare attraverso il decreto Ronchi la nuova riforma sul servizio idrico. Per capire nel dettaglio le modifiche apportate con il nuovo decreto facciamo un piccolo passo indietro. In primo luogo delle innovazioni furono apportate dalla legge 36/94. La legge, che prese il nome del suo autore “Galli”, stabilì che tutte le acque sotterranee e superficiali venissero affidate al servizio pubblico. Pertanto il consumo umano con tale decreto divenne prioritario rispetto agli altri usi, che furono ammessi solo quando la risorsa idrica diventava sufficiente per poterli soddisfare. Tuttavia la norma ribadiva che gli usi non dovessero pregiudicare la qualità dell'acqua per il consumo umano. Tale legge oggi è stata superata dall’articolo 15 del Decreto Legge 135/09. L’articolo da un lato ribadisce come la proprietà dell'acqua sia pubblica; dall'altra però manda in soffitta tutte le gestioni in house entro il 31 dicembre 2011 a meno che entro questa data la società che gestisce il servizio non sia per il 40% affidata a privati. Ma scendiamo nel dettaglio. La legge stabilisce che la gestione del servizio idrico debba essere affidata ad un soggetto privato scelto tramite gara ad evidenza pubblica oppure ad una società mista (pubblico-privato) nella quale il privato sia stato scelto con gara. In via straordinaria, però, la gestione del servizio idrico può essere affidata in via diretta, vale a dire senza gara, ad una società privata o pubblica. Il nostro governo della trasparenza e della legalità tiene a precisare però che nei casi eccezionali previsti dalla legge, la società a cui venga affidata la gestione diretta debba essere innanzitutto in house, ossia una società su cui l'ente locale esercita un controllo molto stretto; in secondo luogo, l'ente locale deve presentare una relazione all'Antitrust in cui motiva la ragione dell'affidamento senza gara. In terzo luogo, l'Antitrust deve dare il proprio parere. Nel primo quesito i

cittadini dovranno decidere se abrogare questa norma per contrastare l’accelerazione sulle privatizzazioni imposta dal Governo e la definitiva consegna al mercato dei servizi idrici in questo Paese. Dal 2011 vedremo spegnere le nostre tante amate società pubbliche a meno che queste non cedano a privati ameno il 40% delle loro quote. Nel secondo quesito si chiederà l'abrogazione del comma 1 dell'art.154 del Decreto Legislativo n.152/2006, che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. Si avvierà così un meccanismo di gestione basato sul profitto. Ovviamente il primo effetto collaterale sarà l’aumento incontrollabile delle tariffe. Con questo nuovo sistema le imprese potranno modificare unilateralmente le tariffe per realizzare sempre più alti utili di gestione. Inoltre si scarica sui cittadini il costo degli investimenti. Ma dov'è finita la tutela del diritto fondamentale della persona alla piena e paritaria fruizione dei beni comuni, sancito dalla Costituzione? Pertanto il 12 e il 13 giugno abbiamo un grande impegno. Questo impegno non lo abbiamo preso né con i partiti, né con le coalizioni, né con le bandiere, né con i colori, ma con la nostra democrazia. Uniti tutti dobbiamo andare a votare al referendum. Non è possibile che nel nostro Paese si avvii un processo di mercificazione dell’acqua. L’acqua è un bene comune e come tale deve essere di tutti! Concludo invitandovi alla riflessione con dei versi del poeta siciliano Stefano Bissi: "Il grido possente del popolo in piedi in unico abbraccio, disarma la mano dei folli, che in cenere vorrebbero il mondo." (da "Il grido di dolore").

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L'(IL)LEGITTIMO IMPEDIMENTO Federica Meli

Con un referendum ormai alle porte e con un Berlusconi sempre più “legittimamente impedito”, incombe l’onere di fare il punto della situazione e capire per quale motivo bisogna rispondere con un sonoro SI (per dire NO) il 12 e 13 giugno prossimi. Innanzitutto, cos’è il legittimo impedimento tanto propugnato dal nostro premier? La legge sul legittimo impedimento è ascrivibile alle cosiddette leggi ad personam che, dal 1994 ad oggi, tanta gola fanno al nostro Presidente. Nello specifico, il legittimo impedimento, è una legge incostituzionale perché si scontra con l’Art.3 e l’Art.138 della nostra (amata?), purtroppo vilipesa e a volte ignorata, Costituzione. Il 12 e 13 giugno rappresentano la grande occasione per tutti gli italiani indignati di gridare a gran voce il dissenso per un Presidente del Consiglio difeso dai processi ma mai nei processi. Votare SI significherebbe dare un’altra speranza all’Italia di poter essere veramente e finalmente un Paese democratico, votare SI significherebbe aprire una seria prospettiva di cambiamento a discapito di uno stagnante Governo che tiene immobilizzato l’intero Paese con il solo scopo di risolvere questioni private del Papi (tra una Ruby rubacuori e un bunga-bunga), mostrando un assoluto disinteresse per i problemi dell’Italia e degli italiani. Per onestà intellettuale inserisco di seguito il testo della legge, affinché ognuno con la propria testa ma sapendo di avere una reale responsabilità verso il proprio Paese, possa recarsi alle urne avendo ben impresso nella mente il dogma che si trova a caratteri cubitali in ogni aula di tribunale: “LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI”.

Art.1

1 . Per il Presidente del Consiglio dei Ministri costituisce legittimo impedimento, ai sensi dell'articolo 420-ter del codice di procedura penale, a comparire nelle udienze dei procedimenti penali, quale imputato, il concomitante esercizio di una o più delle attribuzioni previste dalle leggi o dai regolamenti e in particolare dagli articoli 5, 6 e 1 2 della legge 23 agosto 1 988, n. 400, e successive modificazioni, dagli articoli 2, 3 e 4 del decreto legislativo 30 luglio 1 999, n. 303, e successive modificazioni, e dal regolamento interno del Consiglio dei Ministri, di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 1 0 novembre 1 993, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 268 del 1 5 novembre 1 993, e successive modificazioni, delle relative attività preparatorie e consequenziali, nonché di ogni attività comunque coessenziale alle funzioni di Governo. 2. Per i Ministri l'esercizio delle attività previste dalle leggi e dai regolamenti che ne disciplinano le attribuzioni, nonché di ogni attività comunque coessenziale alle funzioni di Governo, costituisce legittimo impedimento, ai sensi dell'articolo 420-ter del codice di procedura penale, a comparire nelle udienze dei procedimenti penali quali imputati. 3. Il giudice, su richiesta di parte, quando ricorrono le ipotesi di cui ai commi precedenti rinvia il processo ad altra udienza. 4. Ove la Presidenza del Consiglio dei Ministri attesti che

l'impedimento è continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni di cui alla presente legge, il giudice rinvia il processo a udienza successiva al periodo indicato, che non può essere superiore a sei mesi. 5. Il corso della prescrizione rimane sospeso per l'intera durata del rinvio, secondo quanto previsto dell'articolo 1 59, primo comma, numero 3), del codice penale, e si applica il terzo comma del medesimo articolo 1 59 del codice penale. 6. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o grado, alla data di entrata in vigore della presente legge. Art.2

1 . Le disposizioni di cui all'articolo 1 si applicano fino alla data di entrata in vigore della legge costituzionale recante la disciplina organica delle prerogative del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri, nonché della disciplina attuativa delle modalità di partecipazione degli stessi ai processi penali e, comunque, non oltre diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, salvi i casi previsti dall'articolo 96 della Costituzione, al fine di consentire al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai Ministri il sereno svolgimento delle funzioni loro attribuite dalla Costituzione e dalla legge. 2. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Non mi resta che invitare, tutti, ad andare a votare nei giorni 12 e 13 giugno, considerando ciò come un gesto di tutela personale. È di questi ultimi giorni, infatti, la notizia del tentato ritiro, da parte del Governo, di ben due dei quattro quesiti sottoposti a referendum (nucleare e acqua): un modo semplice ma turpe e machiavellico per indurre la gente, poiché ne vengono meno i presupposti, a non andare a votare; con questa scaltra mossa non verrebbe raggiunto il quorum e Berlusconi con il suo (il)legittimo impedimento sarebbe salvo.

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LA RINASCITA DELL'ESTREMA DESTRA IN EUROPA Edoardo Savoca

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro dell’estrema destra. La crisi dell’economia, delle finanze pubbliche e dell’occupazione richiama il clima degli anni ’30 che vide trionfare il fascismo e le destre nazionali in Europa e nel mondo. Senza dubbio, non siamo sull’orlo di una guerra mondiale fra stati occidentali, ma questa rinascita dell’estrema destra, grazie alle vittorie elettorali di diversi partiti della destra nazionale, si iscrive in una tradizione che riconduce agli anni della Contro-Rivoluzione. I liberali democratici sono intrappolati nelle loro istituzioni e nelle loro convinzioni. Disoccupazione e immigrazione sono diventati i grandi temi di una mobilitazione estremista che cerca dei colpevoli; accusato di lassismo e d’incompetenza, il regime parlamentare diventa il capro espiatorio ideale. Il nazionalismo dell’estrema destra europea è stato a lungo nutrito dall’antisemitismo; nonostante le non trascurabili tesi pseudo-scientifiche e negazioniste portate avanti fino ad oggi, il nemico numero uno sembra tuttavia rivendicato dalla destra islamofobica associata alla destra xenofoba e nazionalista. Le principali soluzioni proposte? La chiusura delle frontiere, la preferenza nazionale nell’ambito lavorativo, il divieto di costruzione di minareti, la riaffermazione dello stato nazionale a sfavore degli ordini politici internazionali, in primis dell’Unione Europea. Da un paese all’altro, i discorsi e le azioni variano, il folklore si mescola. Ma questi partiti rivelano lo stato di crisi di un intero continente. In sei paesi europei, infatti, l’estrema destra ha ottenuto importanti e considerevoli risultati elettorali sia a livello amministrativolocale sia a livello legislativo-nazionale. La spinta nazionalpopulista designa un arco dall’Olanda alla Serbia, senza tuttavia tralasciare Francia e Italia in cui hanno maggiore peso

politico, rispetto agli anni '70-'80, partiti come il Front National di Jean Marie Le Pen, la Lega Nord di Umberto Bossi, il nuovo MSI – Destra Nazionale e altri partiti radicali. Tuttavia sembrano cadute in questa spirale destrorsa anche Norvegia e Svezia, di antica e forte tradizione socialdemocratica. I partiti di estrema destra rivendicano tutti la lotta (ormai, e per ora, “democratizzata”) all’europeismo e ai flussi migratori, provenienti soprattutto dai paesi di cultura islamica e da realtà povere in cui non si ha più nulla da perdere. Allo stesso tempo incombono i grandi movimenti regionalistici che cercano di darsi maggiore autonomia all’interno dei governi nazionali promuovendo federalismo e maggiore autonomia nei confronti del potere centrale, è il caso dell’Italia e della Lega Nord. Nei Balcani, invece, la protesta delle destre si concentra maggiormente sul problema del decentramento, provocato dalla continua e non del tutto finita secessione dell’ex Jugoslavia titina: è il caso della Serbia, paese in bilico e ancora gravemente ferito dalle recenti guerre che, abbandonato il socialismo stato-centrico, abbraccia con sempre più entusiasmo l’idea di un grande nazionalismo serbo rivendicatore del possedimento di territori persi a causa della nascita di nuovi Stati come la Croazia, la Bosnia-Erzegovina, il Kosovo, il Montenegro e la Macedonia. In Francia e in altri paesi del Nord Europa e dell’Europa Centrale, invece, i movimenti della destra nazionale si concentrano soprattutto contro quel processo, da essi chiamato “islamizzazione dell’Europa”, considerato come il responsabile della contaminazione della cultura europea di matrice cristiana e come l’usurpatore del lavoro di manodopera che sottrae possibilità ad una grande fetta di popolazione europea autoctona. Nomi dei principali leaders e percentuali ottenute alle ultime elezioni Filip Dewinter (7,8%, 12 seggi in Belgio) Volen Siderov (8%, 21 seggi in Bulgaria) Pia Kjaesgaard (13,9%, 25 seggi in Danimarca) Jean Marie Le Pen (11,7% alle regionali in Francia) George Karatzaferis (5,63%, 5 seggi in Grecia) Krisztina Morvai (16,7%, 26 seggi in Ungheria) Umberto Bossi (8,3%, 60 seggi in Italia) Robert Zile (6,9%, 8 seggi in Lituania) Siv Jensen (22,9%, 41 seggi in Norvegia) Geert Wilders (15,5%, 24 seggi in Olanda) Vojislav Seselj (29,5%, 78 seggi in Serbia) Christoph Blocher (28,9%, 62 seggi in Svizzera)

Deputati di estrema destra nei parlamenti nazionali

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L'ITALIA: REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO?

In un mezzogiorno maglia nera per l’occupazione in Italia, un raggio di sole illumina lo sciopero del 6 maggio

Gianluca Scerri

Alla faccia di chi dice che i “terroni” sono fannulloni e che vota Lega Nord, i giovani del Sud sono famosi per le loro specializzazioni. Sarà che dalle nostre parti tutto è più difficile, e siamo quindi abituati alle sfide. Quella dello sciopero generale di giorno 6 Maggio rappresenta l’ennesima, anche per le giovani generazioni: protestare non ci basta più. Se ci rendiamo conto che chi governa non è in grado di farlo, beh, le proposte le facciamo noi. Se nel mezzogiorno il 42% dei giovani è disoccupato; se i giovani di oggi hanno già ben in mente quello che sarà e quello che vorrebbero che fosse il loro domani, il lavoro è l’unico modo per dare loro i mezzi e la dignità per costruirselo. Perché noi non aspettiamo nessuno. Soprattutto non aspettiamo che, a seguito della crisi, sia il mercato dei beni di consumo a ripartire: un modello già in crisi di suo nel mezzogiorno d’Italia, che dovrebbe imparare a valorizzare i propri beni, piuttosto che a imitare i modelli di sviluppo altrui. Inversione di tendenza può avvenire solo grazie alla cultura, che se secondo qualcuno non si mangia, di certo potrebbe dare da mangiare a molti. E non si parla qui dei termini forbiti per mezzo dei quali si identificano le varie “categorie” di disoccupati (Neet, poorly integrated, etc…). La mancanza di lavoro è uguale per tutti. Si parla delle domus che cadono a pezzi, della Valle dei Templi che è una discarica, e di un’Italia che “ha regalato al mondo il 50% dei beni artistici tutelati dall’Unesco”. E se c’è anche chi non sa che sono solo

il 5% (“lo sapevi?”), di certo gli stessi non sanno che, anche il 5% è già molto. E’ molto per far ripartire la locomotiva del Sud tramite il settore dei servizi, che attrae soldi da fuori, visto che al momento qui non ne abbiamo poi molti. Per non parlare di un sole e di un mare come il nostro, che ci invidiano tutti, ma non solo per la bellezza, quanto per la funzionalità: fonti rinnovabili. Una possibilità che viene spesso nominata, ma mai messa in pratica. Parliamo di quasi 3 milioni di posti di lavoro entro il 2020 in tutta Europa. Parliamo di risparmio nelle tasche delle famiglie, dei cassaintegrati, dei giovani che si distaccano dal nucleo familiare, che stentano ad arrivare alla terza settimana. E poi la Pubblica Amministrazione, la maggior impresa del Sud: assunzioni bloccate, sperpero di denaro e molte donne che rimangono a casa, arrecando un danno doppio all’occupazione forse. Ebbene sì, perché l’occupazione femminile ha un valore aggiunto: porta con sé, innata, un aumento di sviluppo dovuto a tutta la serie di servizi che sono necessari per mantenere famiglia, casa e bambini, quando entrambi i coniugi lavorano. Servizi, Pubblica Amministrazione, fonti rinnovabili, ma soprattutto, la consapevolezza che le bellezze della natura, l’arte, così come l’acqua, il sole ed il vento, sono bene comune ed inalienabile, così come comune dovrebbe essere la solidarietà reciproca che ci guida verso un futuro stabile e sereno. Per tutti. Ma soprattutto per noi.

Utopia - Stampato non periodico. Editore: UDU Catania. Direttore: Pietro Figuera. Redazione: Via Crociferi 40, Catania

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Utopia Giugno 2011