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Indagato per concorso esterno in associazione mafiosa Vent'anni di omertà

Mario Ciancio Sanfilippo, editore, direttore, costruttore, muratore, proprietario assoluto della sua città.

Era ora POTERE Nello sfacelo e nel “si-salvi-chi-può” generale, finalmente qualcuno a Catania trova il coraggio di indagare formalmente sul potentissimo Mario Ciancio. Più di vent'anni son passati da quando i Siciliani hanno cominciato a denunciare i suoi affari, i suoi silenzi, il suo rapporto col sistema politico-mafioso della città STUDENTI/ Gulisano - Cose che un ministro non può capire ARMI/ Codrignani - Obiettare di nuovo || 1 dicembre 2009 || anno III n.96 || www.ucuntu.org ||


Emergenza informazione

“Parla, Santapaola!” Zitto tu, Fava!” La libertà di parola secondo Ciancio “Io, Vincenzo Santapaola, vi dico...”. Uno degli ultimi contenuti de La Sicilia di Catania, sotto forma di lettera, ma senza alcun interintervento redazionale, è un vero e proprio proprio editoriale di un boss mafiomafioso. Contemporaneamente, Contemporaneamente, e da oltre un anno, Ciancio vieta ai suoi cronisti di pubblicare dichiarazioni e notizie su Claudio Fava. Un episodio gravissimo, che segna un punto di non-ritorno. E la MagiMagistratura? Ponzio. E l'Ordine dei Giornalisti? Pilato

Il gravissimo episodio di Catania un esponente mafioso che usa il giornale di Ciancio per mandare i suoi messaggi - non ha suscitato le risposte istituzionali che sarebbero state prontamente date in ogni altra città. 1) La Procura di Catania, che da poco ha sequestrato per inadempienze burocratiche un povero foglio locale (“Catania Possibile”) di denuncia, non ha ritenuto di intervenire sul ricco e potente quotidiano che ha favoreggiato di fatto il clan Santapaola. 2) L'Ordine dei Giornalisti non ha incredibilmente preso alcun provvedimento disciplinare - e quando , allora? - nei confronti del favoreggiatore. 3) L'Associazione siciliana Stampa, che non è mai intervenuta in difesa di nessuno degli otto giornalisti siciliani trucidati dai Santapaola e dagli altri mafiosi, non ha avuto il coraggio di prendere adeguatamente posizione. 4) Il CdR de La Sicilia non ha denunciato né ha contestato (com'era suo preciso dovere) l'operato del direttore. 4) Non se n'è dissociato, nemmeno con tempestive dimissioni, neanche il vicedirettore, che evidentemente giudi-

ca incidente veniale la presenza di un Santapaola nel suo giornale. 5) Le forze politiche locali hanno reagito con estrema fiacchezza all'episodio gravissimo, che ufficializza la contiguità fra poteri e mafia (già vista in numerosi episodi: caso Avola, censura dei necrologi Montana e Fava, scuse al boss Ercolano, ecc.) nel campo dell'informazione. Non è affatto una vicenda catanese. E' nazionale. E' l'esempio più estremo, ma che non resterà insuperato, della catastrofe etica dell'informazione italiana. Saviano, parlando di giornali collusi, ha avuto torto solo nel limitare i suoi esempi alla Campania. *** Facciamo appello ai siti liberi locali, ai giovani che li animano con tanta passione, a non lasciare impunita questa vergogna. A reagire apertamente e duramente, e soprattutto tutti insieme. Avremo nelle prossime settimane (l'inizio del laboratorio di giornalismo) e nel prossimo mese (“Sbavaglio” numero tre) tempo e luogo per esaminare partitamente lo stato dell'informazione a Catania e in Sicilia, e per proporre i

rimedi. Ma adesso quello che è urgente è la ripulsa istintiva, etica, morale, nei confronti di quel “giornalismo” che insulta gli Alfano, le Cutuli, i Mario Francese, i Giuseppe Fava. Esprimiamo la nostra fraterna solidarietà a Claudio Fava, che i mafiosi intendevano uccidere, per la sua attività di giornalista libero, nello stesso luogo in cui avevano già ucciso suo padre; e nonostante questo, o forse proprio per questo, il suo nome oggi è tabù sullo stesso giornale che pubblica i comunicati dei Santapaola. Faccio appello infine, personalmente e da vecchio giornalista che mai avrebbe immaginato un tale degrado della professione, ai colleghi Lorenzo Del Boca e Roberto Natale, Presidenti Nazionali del nostro Ordine e del Sindacato: intervenite con tutti i vostri poteri su Catania! Difendete la nostra professione! Non lasciate soli i giovani che, con immensa generosità e a dispetto di tutto, qui impegnano le loro vite a fare un giornalismo di cui non vi dobbiate vergognare. Riccardo Orioles

|| 15 ottobre 2008 || pagina 02 || www.ucuntu.org ||


Mafia e affari

Dopo più di vent'anni finalmente indagato Mario Ciancio “Concorso esterno in associazione mafiosa” è l'intestatazione del fascicolo intestato dalla Procura di Catania all'imprenditore Mario Ciancio. Da decenni al centro centro delle inchieste dei pochi giornalisti liberi della città, l'editore catanese catanese - a lungo presidente degli editori italiani - era diventato uno degli degli uomini più potenti non solo della Sicilia ma di tutto un sottobosco italiano politico-imprenditoriale. Ai suoi piedi intellettuali e politici, mafiosi e principi del foro: vent'anni di servilismo, connivenza e omertà omertà Dopo più di vent'anni, finalmente alla Procura di Catania si accorgono che esiste un Mario Ciancio. Lo indagano, a quanto pare, per uno dei tanti centri commerciali; si parla di concorso per associazione mafiosa, ma alcuni sembrano anche orientati (se non cambieranno idea) a indagare sul terrificante episodio dell'editoriale di Vincenzo Santapaola, pubblicato su La Sicilia sotto forma di lettera al giornale. Vent'anni di articoli sui Siciliani, sui Siciliani nuovi, su Avvenimenti, sull'Isola Possibile, su Ucuntu e infine da qualche mese anche su altri giornali son dunque infine serviti a qualcosa? Riusciremo a vedere, nei prossimi vent'anni, non solo le prime indagini ma anche un po' di giustizia? Forse il clima politico, di si-salvi-chipuò e di sfacelo generale, potrebbe aiutare a vincere tante annose timidezze. Forse poiché nulla è impossibile - una genuina volontà di giustizia s'intrufola persino nei palazzi tradizionalmente più lontani da essa, come - a Catania - quello di Giustizia.

Chi lo sa. In ogni caso, a caval donato non si guarda in bocca. Descrivere tutte le imprese - in senso imprenditoriale e no - di Ciancio, i sui incontri e rapporti con mafiosi di vario genere, i suoi intrecci politici, i suoi interessati sostegni, di volta in volta, a tutti i politici catanesi - da Andò a Drago, da Bianco a Scapagnini - sarebbe troppo lungo per queste pagine; del resto l'abbiamo già scritto in tante pagine che chi ne ha voglia può rileggersele in santa pace. Per ora, vogliamo solo sottolineare l'estremo servilismo con cui il ceto intellettuale e politico di questa città si è prestato a fargli da corte e a difenderlo in ogni occasione, dall'elegante “fascista” Buttafuoco al feroce “compagno” Barcellona. Una vergogna che sarà difficile cancellare. R.O.

“IL TERMINALE E IL GARANTE DI UN SISTEMA DI POTERE”

Per vent'anni abbiamo indicato, fatti alla mano, Mario Ciancio come il terminale e il garante di un sistema di potere. Per vent'anni abbiamo denunziato le menzogne dei suoi giornali, le contiguità alla mafia, l'omissione quotidiana della verità. Ci rincuora apprendere che esiste un giudice anche a Catania. Claudio Fava

(Un bravo a Condorelli e Rizzo che sono riusciti a pubblicare per primi la notizia delle indagini in corso)

|| 1 dicembre 2010 || pagina 03 || www.ucuntu.org ||


Cose che un minictro non può capire

Quello “strano effetto” che si chiama famiglia «Francamente vedere gli studenti, i giovani manifestare a fianco dei pensionati mi fa uno strano effetto». Lo ha detto il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, commentando la manifestazione della Cgildel 27 novembre a Roma...

La capisco, la Gelmini, comprendo il suo stupore, ché l’idea di vedere insieme il passato – cioè l’esperienza, la memoria – e il futuro – gli studenti che protestano contro la sua controriforma di scuola, università e ricerca – non rientra nella logica di chi la memoria intende cancellarla fin dai banchi di scuola; non rientra nella logica di chi s’è intestata una “riforma” classista e miope ché dà un taglio al futuro dei giovani e del Paese tutto. *** La capisco, la Gelmini, persino quando aggiunge che quello «strano effetto» lo prova anche «quando vedo studenti, professori e baroni manifestare tutti dalla stessa parte», dichiarazione che fa il paio con quella di qualche giorno prima, in cui accusava gli studenti di essere «strumentalizzati dai centri sociali e dai baroni», ché, notoriamente, i

baroni sono assidui frequentatori di centri sociali. La capisco, la signora ministro, e penso che il suo stupore nel vedere insieme, oggi, l’Italia di ieri con quella di domani, sia autentico, ché quegli anziani manifestanti non hanno potere e, dunque, non è comprensibile che giovani donne e giovani uomini possano accompagnarsi a loro: non è così che si fa carriera, nell’Italia del bunga bunga, a Porcilandia. A Porcilandia i «meriti» forse si maturano in altro modo, se poi ci si ritrova con la stessa Gelmini che dà della «cagna» alla collega del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, o con la deputata Mussolini che apostrofa la compagna di partito e ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, con uno sprezzante termine napoletano: «vajassa». Non siamo più di fronte alle provo-

cazioni di Beppe, Grillo che va in Senato e le definisce «zoccole»; non è uno show di Sabina Guzzanti in cui si citano inconfessabili rapporti orali: no, ormai se le cantano fra loro, senza ritegno. E, al di là delle facili ironie, comprendo anche perché Mariastella Gelmini accosti gli studenti a baroni e centri sociali: strategia mediatica. *** Pura e semplice strategia mediatica. I centri sociali sono additati da questo governo – ma non solo – come covi di sovversivi e potenziali terroristi; i baroni universitari, nell’immaginario collettivo, sono l’emblema della conservazione e della perpetuazione del potere negli atenei per via familiare o per cooptazione. Peccato che la cosiddetta riforma Gelmini non intacchi minimamente questo stato di cose.

|| 1 dicembre 2010 || pagina 04 || www.ucuntu.org ||


Cose che un minictro non può capire

Foto di Sebastiano Gulisano

|| 1 dicembre 2010 || pagina 05 || www.ucuntu.org ||


Cose che un minictro non può capire

Gli studenti lo sanno. I baroni anche – loro protestano perché i tagli ai finanziamenti sono stati così poderosi che non riescono manco a chiudere i bilanci di facoltà o di ateneo – e la Gelmini, ovviamente, pure. Fino a pochi mesi fa, delle modifiche normative che hanno stravolto la scuola italiana e l’università, sapevo quanto qualsiasi italiano mediamente informato. Forse meno. Ché, non avendo figli, poco so della quotidianità di studenti e insegnanti. Da due anni li vedo protestare, partecipo alle loro manifestazioni, leggo i loro volantini, ascolto i loro slogan, vedo le loro facce. Ma un conto è solidarizzare, altro è calarsi nei problemi di scuola e università, cioè calarsi nei problemi di chi manifesta e guardarli – i problemi – coi loro occhi privi di orizzonti, privati del futuro.

So che vuol dire non avere futuro. Sono siciliano. Noi siciliani il futuro non lo abbiamo manco nel linguaggio, nel dialetto o lingua che sia (fate voi) i verbi non si declinano al futuro. Il futuro, semplicemente, non esiste. Il governo Berlusconi sta sicilianizzando l’Italia. *** Alla fine dell’estate mi è stato proposto di scrivere un libro «sulla riforma Gelmini», cioè sulle ricadute reali, concrete che tagli finanziari (nove miliardi e mezzo di euro in tre anni, fra scuola, università e ricerca) e nuove norme – incluse quelle in itinere –, hanno avuto, hanno e avranno sul sistema italiano dell’istruzione. Ho letto leggi, decreti, regolamenti, relazioni, dibattiti parlamentari, interviste e cronache quotidiane. Ho parlato con docenti, genitori, lavoratori precari,

dirigenti scolastici, sindacalisti e studenti. Ho rovistato nei siti internet di scuole, università, movimenti studenteschi, sindacati e di svariati soggetti collettivi che la scuola la vivono, da operatori o da utenti. Insomma: mi sono documentato come, da giornalista, ho imparato a fare. E l’ho toccata con mano, la scuola della Gelmini. Una scuola destinata ad accrescere il divario Nord-Sud, una scuola che non fa i conti con le specificità dei territori (si pensi alla trasformazione degli istituti d’arte in licei artistici, con conseguente taglio dei laboratori), una scuola che non fa i conti con i bisogni degli alunni svantaggiati, una scuola che ignora il merito (si pensi ai tagli, del novanta per cento in due anni, delle borse di studio agli universitari).

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Cose che un minictro non può capire

La scuola pubblica, ché è della scuola pubblica che stiamo parlando: per quella privata i fondi si trovano, sottraendoli dal cinque per mille delle tasse che i cittadini versano appositamente per le associazioni di volontariato. Al di là dell’illegittimità della sporca operazione tremontiana, questa storia delle tasse mi ricorda una dichiarazione di Silvio Berlusconi durante un faccia a faccia televisivo con Prodi, nel 2006: «Continuano a essere convinti (loro, i “comunisti”, ndr) che il fine del governo sia ridistribuire il reddito con le tasse, rendendo uguali il figlio del professionista e il figlio dell’operaio», con buona pace degli articoli 3 e 34 della Costituzione. A me, quella dichiarazione del premier sembra alla base dell’intero operato del governo e mi pare anche la filosofia di fondo della cosiddetta riforma Ge-

mini: mettere fine «all’egualitarismo del ’68», ripete da quando s’è insediata a viale Trastevere, la Gelmini. Lo stesso «egualitarismo» che intendeva rimuovere la loggia massonica P2. Tutto torna. E non mi meraviglio se a distanza di oltre quarant’anni i Modena City Ramblers incidono un classico di quella generazione studentesca, quel Contessa di Paolo Pietrangeli in cui si ironizza: «Del resto mia cara di che si stupisce / anche l’operaio vuole il figlio dottore / e pensi che ambiente che può venir fuori / non c’è più morale, contessa», diventato uno degli inni dell’Onda, dopo esserlo stati dei sessantottini. Ho parlato con tantissimi universitari, in questi mesi, incontrati ai cortei, ai sit in, nelle facoltà occupate, e tutti, nessuno escluso, mi hanno detto che faticano a immaginare il proprio futuro. A immaginarlo in Italia. «Emigrazione» è la

parola che torna regolarmente, a ogni colloquio. È la conseguenza obbligata della riforma Gelmini. È ciò che lei non capisce o finge di non capire. È il futuro che il governo Berlusconi vuole per l’Italia: un futuro in cui il sapere è di pochi, la precarietà di molti e i diritti compressi. Anche a manganellate, se occorre. Come ha esortato a fare, dallo studio del Tg4, Emilio Fede, confermando così le accuse che anni fa gli muoveva Nanni Moretti: «Uno squadrista mediatico». È a questo futuro che i giovani non intendono rassegnarsi ed è per tale motivo che scendono in piazza coi propri padri, le proprie madri e i propri nonni, perché, cara signora ministro, ciò che a lei fa «uno strano effetto» si chiama famiglia: sono le famiglie italiane a scendere in piazza contro i tagli al futuro. Sebastiano Gulisano www.gliitaliani.it

|| 1 dicembre 2010 || pagina 07 || www.ucuntu.org ||


Movimenti

Compagnia delle Lettere Srl Via Merulana 215 00185 Roma tel. 06.45426793 www.compagniadellettere.it

Verso il Primo Marzo 2011

L'anno scorso, con un tam tam partito da FaceBook, siamo riusciti a colorare l’Italia di giallo e a fare scendere in piazza oltre 300mila persone per dire NO al razzismo e alle politiche di esclusione, SI a un’Italia multiculturale e arcobaleno. Autoctoni, immigrati, seconde generazioni: abbiamo scelto di lavorare e manifestare insieme per superare la contrapposizione tra italiani e stranieri, tra “noi” e “loro”, questo schema che fa il gioco di chi punta a dividerci per calpestarci più facilmente. E la mixité, d’altra parte, è stata uno dei nostri principali punti di forza. L'anno prossimo vogliamo fare ancora di più! E pensando al 1° marzo 2011 (che non è così lontano), invitiamo scrittori e giornalisti, professionisti o no, italiani o “stranieri”, a inviarci dei brevi testi sul concetto di mixité e sulla necessità di andare oltre le parole che dividono per trovarne altre, nuove, che uniscano. Saranno raccolti in un libro che vedrà la luce alla vigilia del 1° marzo 2011. I diritti d’autore serviranno a finanziare il lavoro del comitato Primo Marzo. Mandate i testi (max 10 cartelle, su file) entro il 31 dicembre a: redazione@compagniadellelettere.it/ primomarzo2011@gmail.com (allegate una breve biografia, mail e numero di telefono).

|| 1 dicembre 2010 || pagina 08 || www.ucuntu.org ||


Società civile

Denunciare conviene

Addiopizzo Catania organizza periodicamente incontri di formazione e informazione sulla legalità. Lucia ci racconta l'ultimo, che ha visto come protagonista un giovane imprenditore siciliano e la sua storia di ribelione al racket delle estorsioni «Solo se denunci, riparti ». Sono le parole di Antonio, giovane imprenditore siciliano che ha raccontato la sua storia in occasione di un incontro formativo, organizzato dall’associazione Addiopizzo Catania. Una storia dai profili inevitabilmente drammatici per chi l’ha vissuta in prima persona ma, allo stesso tempo, contenente un messaggio di speranza per tutti coloro che si trovano in situazioni analoghe e trovano la forza di denunciare. Antonio ci racconta che nonostante la giovane età – aveva solo diciannove anni quando ha iniziato – era riuscito ad avviare un’attività “che procedeva bene”, talmente bene da destare l’interesse delle associazioni mafiose presenti su quel territorio e da intrappolarlo, ben presto, nella morsa del pizzo. Il pizzo può assumere tanti vesti: è pizzo la richiesta periodica di una somma di denaro che andrà ad incrementare le casse della mafia, ma pizzo è anche il fatto che la mafia penetra nell’azienda, inizia a gestirla e a dominarla, estromettendone di fatto il reale proprietario. «Ci sono tanti modi in cui la mafia può entrare nella tua azienda – racconta Antonio. Magari ti propone un affare, ti crea

dei problemi e poi si presenta come l’unica soluzione a quei problemi, che però vanno risolti alle sue condizioni ». In realtà, si tratta di una soluzione solo apparente: l’unico modo per risolvere definitivamente il problema dell’estorsione non è cedervi, ma contrastarla. Antonio, dopo diverse telefonate,trattative, minacce, che purtroppo si concretizzano in un incendio che distrugge la sua attività, decide di denunciare. «Nel momento – afferma – in cui ho deciso di fare questo passo importante, ho pensato: sarà la mia fine oppure la loro». Alle preoccupazioni su come pagare gli estorsori subentra nella sua mente il ricordo dei sacrifici fatti per avviare quella attività: ecco che la paura si trasforma in rabbia, alimentata dalla consapevolezza di essersi fatto da solo, di aver raggiunto una determinata posizione, anche economica, grazie alle proprie forze, alle proprie capacità e ad un costante impegno. Denunciare è una questione di dignità, di orgoglio personale, che può diventare anche di orgoglio sociale se tutti ci convincessimo che il racket si può e si deve sconfiggere. Spesso ci si trincera dietro frasi del tipo

“le cose sono andate sempre così e continueranno ad andare in questo modo” oppure “tanto non cambia niente”. Questi sono luoghi comuni, che non fanno altro che accrescere la forza della mafia. Per Antonio le cose sono cambiate: è solo grazie alla sua denuncia che i suoi estorsori sono stati arrestati ed è solo grazie al suo coraggio, unitamente alla voglia di ricominciare, che oggi Antonio ha avviato una nuova attività. Opporsi al racket è indubbiamente una scelta non facile, ma bisogna pensare che non si è soli: è possibile ridurre al minimo il rischio individuale grazie all’aiuto delle forze dell’ordine e delle varie associazioni antiracket e di categoria a cui è possibile rivolgersi. Inoltre, non bisogna dimenticare la possibilità concreta di ottenere un risarcimento dei danni economici subiti, accedendo al Fondo di Solidarietà per le vittime dell’estorsione e dell’usura. Entrare in contatto con queste realtà significa trovare una risposta collettiva a un problema che può sembrare, a chi lo subisce, solo individuale e che, invece, attraverso l’unione può essere combattuto con efficacia. Lucia Fuccio Sanzà

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Troppe armi in giro

Obiettare di nuovo La nostra società si militarizza sempre di più, in maniera diversa dal Novecento ma egualmente pericolosa. Spedizioni di polizia” in angoli remoti del globo, aumento delle spese militari e - ultimamente - il prereclutamento nelle scuole rappresentano qualcosa di molto diverso dalla “difesa della Patria” cui richiama la Costituzione. Don Milani (e Giancarla Codrignani, storica pacifista italiana) rispondeva: “Obiettate!”

L'obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio - prescindendo dagli opportunismi di chi la usava per evitare la perdita di un anno di studio o di inserimento lavorativo - non è stata una pratica antimilitarista anarcoide: rappresentava la coerenza con una filosofia di vita nonviolenta. Non è diventato convincimento comune che questa scelta radicale nulla avesse a che fare con altre pratiche che sono venute manifestandosi nel tempo, neppure con l'obiezione alle spese militari o con l'aborto. Infatti la contestazione alla formazione del bilancio generale dello stato consente dichiarazioni formali di scelte diverse, mentre non è obbligatorio lavorare nelle strutture del servizio sanitario che applicano la legge sull'interruzione volontaria di maternità. E, in ogni caso, le leggi sono riformabili, mentre la Costituzione è norma fondamentale. Le lotte dei giovani degli anni Sessanta, di un Piero Pinna per esempio, non interferivano con i modi critici con cui il cittadino può reagire all'emanazione di leggi non compatibili con le convinzioni etiche. Si ribellavano all'imposizione vincolante di una norma costituzionale: l'obbligo inesorabile del servizio militare come "sacro dovere" di

difesa della patria. In altri paesi l'obiezione alla difesa armata era prevista dalla Costituzione e in Germania la responsabilità della seconda guerra mondiale comportò un atteggiamento dei costituenti diverso da quello degli italiani, usciti da partiti che, tutti, avevano partecipato alla Resistenza armata. Con il trascorrere degli anni a schiere di giovani, laici e cristiani, via via crescenti, l'art. 52 quello dell'obbligo della difesa - appariva in qualche modo incompatibile con il ripudio della guerra dell'art. 11. Quei contestatori ponevano, dunque, una questione di civiltà e appaiono ancora incomprensibili le resistenze dei governi e dei ministri democristiani dell'epoca - e perfino di un presidente della Repubblica (Cossiga) - ad accogliere un principio assolutamente coerente con l'etica cattolica. Eppure furono gli stessi cappellani militari a portare in tribunale don Milani e p. Balducci per il senso, a loro giudizio, sacrale di un patriottismo che faceva dell'obiettore un vile che rifiutava la formazione, virile e cristiana autentica, nell'esplicazione del dovere militare e nella lealtà all'ordine costituito. Anche la sinistra, in genere, non aveva indulgenze per un servizio che diventava sempre più discutibile e per

questo, non per un superiore valore morale, avanzò qualche timida proposta di riforma. Tuttavia il numero crescente dei giovani processati e incarcerati produsse sia la legge di attuazione del servizio civile sostitutivo (punitivo per l'aggiunta di mesi compensativi, come se uno dovesse pagare lo scotto di volere a tutti i costi, almeno simbolicamente, per un suo atto libero, un mondo senza guerre), sia la successiva riforma; ma fu soprattutto la Corte costituzionale, in particolare con la sentenza che equiparava il servizio militare a quello civile, a dare una svolta alla più autentica concezione giuridica dell'obiezione e al rinnovamento del costume. In tempi più recenti la riforma che ha istituito la professionalità militare volontaria ha di fatto posto fine anche alla scelta di obiettare. Ma non ha cancellato il giuramento di fedeltà e, sostanzialmente, neppure il testo della Costituzione che potrebbe - in malaugurate circostanze - essere ricondotto alla lettura antica. Soprattutto, consente di dimenticare che il nuovo può riproporre ad altri livelli i valori antichi, se di valori si tratta. Oggi conosciamo le conseguenze che dall'universo militare ricadono sul civile: risorse investite in

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Troppe armi in giro

armamenti e stornate dal vivere decente e dalla salute di tutti, il nucleare dei grandi arsenali strategici in graduale smantellamento perché autodistruttivo e superato, rovesciamento degli obiettivi con massacri di popolazioni civili superiori alle perdite militari, innovazione tecnologica prima negli arsenali che nell'industria civile... Basterebbe la considerazione simbolica dell'invenzione dei "droni", gli aerei automatizzati, senza pilota, comandati a terra da un militare che, come il bambino che gioca con la playstation, premendo un tasto uccide senza sporcarsi la coscienza. Quando sarà operante il robot-soldato, non sarà finito il tempo del tradizionale "soldato robot" esecutore di ordini a coman do, anche se qualunque idea di eroismo sarà entrata definitivamente in crisi. Ai tempi dell'obiezione di coscienza e nel Sessantotto si ragionava sul danno della cosiddetta disciplina militare a cui erano sottoposti tutti i maschi adulti e sul senso dell'obbedienza alle autorità. Oggi non sembra facile riprendere il ragionamento, anche se una diversa alienazione ci rende violenti lasciandoci incolpevoli. I nonviolenti debbono domandarsi se non sia giunto il tempo di proporre ai militari di professione l'estensione della disso-

ciazione individuale da ogni tipo di violenza imposta per obbedienza giurata. Anche in democrazia possono essere emanate disposizioni inique da eseguire, piaccia o non piaccia: lo dimostra la normativa italiana che ha reso l'immigrazione un reato contro i principi del diritto costituzionale, della dichiarazione universale dei diritti umani e delle convenzioni sull'asilo. La nostra Marina e la Guardia di Finanza hanno eseguito ed eseguiranno operazioni di guerra nei confronti di esseri umani, uomini, donne, bambini, che, inermi, chiedono aiuto nel bisogno e nel pericolo estremo in mare. Altri vengono imbarcati sugli aerei e respinti ai paesi di provenienza senza considerare se sono esponenti politici o parenti di democratici ostili alle dittature locali o donne che hanno subito violenza, nonostante chiedano l'asilo di cui parla l'art.10 della nostra Costituzione. I militari professionisti non sono tutti disumani e si suppone si sentano costretti ad agire contro coscienza solo "per obbedienza". Per questo credo che si debba riprendere a ragionare sulla "coscienza" dei militari che sentono sulla propria pelle il disagio e la difficoltà di dover "essere cattivi" (come dice il ministro Maroni) nelle operazioni di respingimento: anche al militare profes-

sionista deve essere riconosciuto formalmente il diritto di rifiutarsi di eseguire ordini contrari ai diritti umani internazionalmente protetti. In Israele i "refusenik" hanno sfidato il carcere per non distruggere le case dei palestinesi e commettere atti di devastazione disumana. Forse è tempo che qualche parlamentare che eventualmente sia stato obiettore o che si consideri nonviolento/a avanzi una proposta di legge al riguardo. Ma soprattutto è tempo che a tutti i livelli gli italiani e le italiane pensino alla coscienza con cui, se restano nella passività, si fanno complici della violenza inutile delle "loro" istituzioni. Tanto più che, mentre in Inghilterra per tutelare gli adolescenti dallo sbandamento il governo propone dei "campus" di studio e di servizio civile durante le vacanze estive, il nostro ministro della Difesa Ignazio La Russa ha inserito nella manovra economica una sorta di mini-leva: stages per 4.000 giovani ("balilla e avanguardisti"?) selezionati da personale dell'esercito per invogliarli alla vita militare. Fortunatamente gli stessi militari, soggetti a drastici riduzioni di finanziamenti, non intendono fare baliatico a spese del proprio impoverimento. Giancarla Codrignani

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Catania

Spazi sociali e politici Da un paio d'anni Catania versa in uno stato di profonda crisi strutturale, è sotto gli occhi di tutti. La sinistra antagonista ha definito e studiato questa crisi in svariati modi, ponendo di volta in volta l'accento o sugli aspetti particolari delle sue manifestazioni (quello politico, quello sociale, quello culturale e così via) o sul suo carattere sistemico, senza però riuscire a costruire su di essi una pratica politica efficace, capace di incidere concretamente sulle condizioni materiali del proprio referente: giovani, studenti, lavoratori, precari, migranti, tutti spezzoni di una classe sempre più variegata e sempre più frammentata difficile da raggiungere, difficile da ricostruire. Questa difficoltà, tutta politica, ha prodotto la situazione evidenziata in maniera drammatica dalle recenti mobilitazioni: la manifestazione contro la presenza di Berlusconi e di mezzo Governo alle ciminiere, in occasione del convegno dell'UPI, e il presidio permanente al Palanitta per opporsi alla deportazione dei 131 ragazzini sbarcati a Catania dopo un rocambolesco viaggio per tutto il Medterraneo. In entrambe le occasioni, a fronte di due tematiche “storiche” della sinistra (l'antiberlusconismo puro e schietto e l'antirazzismo tout-court) potenzialmente aggreganti per via della loro estrema trasversalità, la risposta di piazza ha espresso numeri bassissimi, qualche centinaio di compagni per Berlusconi, poche decine di compagni per i migranti. Questi numeri ci devono fare riflettere. Siamo ben lontani dai 30.000 in piazza di appena due anni fa, sia in termini di presenze che di militanti capaci di costruire tali mobilitazioni. Il movimento studentesco universitario catanese langue (come dappertutto in Italia), quello studentesco “scolastico” ha subito una forte flessione (sono rimasti pochissimi collettivi di studenti medi e solo nelle scuole che storicamente sono state di sinistra) , i partiti di movimento sono stati buttati fuori da Parlamento e Senato, le realtà associative e cooperative non ricevono più alcun fondo da tempo, le realtà militanti che lavorano sul territorio sono sempre più isolate, quando non vengono violentemente represse come nel caso del CPO.

È grande il disordine sotto il cielo, ma la situazione è tutt'altro che eccellente: mancano spazi, strutture, militanti, forze nuove e, soprattutto, mobilitazioni. Tra l'altro, tale situazione rischia di peggiorare ulteriormente, col passare del tempo. La mancanza di spazi di aggregazione sociale, giovanile, politica e culturale riduce drammaticamente la possibilità di riprodursi politicamente nelle nuove generazioni. Nei momenti di piazza è sempre più raro incontrare volti nuovi, anche l'età media dei militanti che vi partecipano sta diventando sempre più alta.

Occorre invertire tale tendenza e occorre farlo velocemente. Per questo, come collettivo politico abbiamo preso la decisione di invitare tutte le realtà di movimento con le quali ci siamo confrontati e abbiamo lavorato in questi anni, alla costruzione di un “Comitato per gli spazi sociali e politici a Catania” col fine di rispondere a un'esigenza reale sentita da tutti: quella di prendersi uno spazio di aggregazione giovanile in città all'interno del quale potere tornare a fare politica attraverso: sport, concerti, dibattiti, riunioni, in totale opposizione alle logiche capitalistiche e di consumo dominanti. Un contenitore più grande di quelli esistenti sinora, capace di affiancare e potenziare le strutture che lottano in città, dando loro la possibilità di crescere sia in termini pratici che in termini politici e che, al contempo, sia capace di denunciare, sabotare e (si spera) capovolgere lo stato di cose esistente. Non siamo dei volontari. Se auto-organizziamo una palestra popolare è per denunciare la negazione di un diritto, quello

allo sport, che è ostaggio di politiche mafiose di speculazione e di sfruttamento. Se auto-organizziamo un doposcuola popolare è per dare una risposta di classe ai tagli e alla politiche scolastiche portate avanti dai governi di centrodestra e centrosinistra che si sono succeduti negli anni. Se auto-organizziamo un laboratorio medico per i migranti è per costruire assieme ai migranti un'esperienza di resistenza attiva alle politiche xenofobe del governo. E così via. Naturalmente tale spazio dovrà avere alcune regole, o meglio pregiudiziali che chiunque voglia lavorare al suo interno dovrà accettare, pena l'esclusione dallo spazio stesso. Innanzitutto l'antifascismo e l'anticapitalismo, come “minimo comun denominatore” di tutte le forze politiche che lo devono animare. Poi l'utilizzo di auto-organizzazione e occupazione come strumenti politici per portare avanti lotte e rivendicazioni. E infine il rifiuto netto della cultura dello sballo, vista come strumento dei padroni per indebolire la classe e il suo potenziale esplosivo. Teniamo, infine, a precisare che questa è una proposta politica e non logistica. Il problema non si riduce alla mera individuazione di uno spazio e alla sua successiva occupazione, ma è molto più ampio. Occorre riprendere le fila di un discorso che si è interrotto l'anno scorso dopo la fine della campagna per la ripresa dell'Experia; rilanciare alcune parole ordine; riflettere sugli strumenti e sulle pratiche da mettere in campo per costruire una nuova soggettività politica sul territorio; tornare a parlare di queste tematiche nelle scuole, nelle università, nei quartieri; aprire nuovi fronti di lotta e denunciare le speculazioni esistenti in città. Occorre, insomma, preparare politicamente l'acquisizione di un posto, renderlo parte integrante di un discorso politico più ampio, gettare le basi per una nuova fase alta di movimento. È ora che un vecchio spettro torni a girare per le strade di Catania. Comitato per gli spazi sociali e politici a Catania

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Catania

Undici domande al sindaco Dopo le 11 domande a cui non ha mai risposto gliene rivolgiamo altre 11 affinchè la città come suo diritto possa conoscere la verità 1) Da quando è a conoscenza della sanzione economica (già proposta il 21.05.2010) inflitta al Comune di Catania dalla Commissione europea per la Politica Regionale per non avere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’UE la gara all’appalto sui lavori della Villa Bellini, di cui peraltro da tempo la città attendeva una definitiva decisione? 2) Da dove pensa adesso di prelevare tale sanzione di € 2.718.393,78, ovvero il 25% di € 10.873.575,12 (ribasso del 26,037 % sulla base d’asta di € 14.530.000,00) quale importo di aggiudicazione per la realizzazione dei lavori? 3) E’ vero che i primi tre milioni di euro chiesti e avuti dal progettista e direttore dei lavori per il completamento dei lavori, o almeno così si diceva, sono stati prelevati dalle somme di bilancio destinate alla messa in sicurezza delle scuole comunali non in regola con le leggi anti-sismiche? 4) E’ vero che i lavori di recupero della Villa non sono rispettosi del Progetto esecutivo, e dunque della relativa gara d’appalto, oltre a non essere stata presentata alcuna variante al progetto agli organi competenti per la dovuta approvazione? 5) E’ vero (domanda che estendiamo anche alla Sovrintendenza di Catania) che essendo la Villa un bene culturale protetto dalla legge 42 del 2004 “Codice dei beni culturali e del paesaggio” non si potevano realizzare stravolgimenti, invece realizzati, sia sotto l’aspetto dell’assetto architettonico che botanico? 6) E’ vero che la progettista avrebbe chiesto altri 5 milioni di euro (così come apparso sulla stampa locale e dopo averne avuti già 3 di milioni) per completare i la-

vori di restauro del labirinto ipogeo del Biscari quanto invece questi lavori sarebbero stati già inclusi nella complessiva somma prevista dalla gara d’appalto? 7) Da dove pensa, se tale richiesta risultasse veritiera, di prelevare questi altri 5 milioni di euro così come i quasi 3 milioni della sanzione: dalle casse comunali, ovvero dai cittadini incolpevoli, o da coloro che eventualmente non sarebbero stati in grado di gestire e amministrare la gara e i lavori della Villa? 8) Quando pensa che i lavori di recupero della Villa, iniziati nel lontano 2007 e che dovevano avere termine il 28 ottobre del 2008 (imposizione POR 2000-2006), po-

tranno avere termine e a quanto ancora si dilateranno i costi che invece non dovevano superare, così come aggiudicazione della gara d’appalto, i 10.873.575,12 di euro? 9) Se, come i fatti a nostra conoscenza ci fanno dedurre, in molti aspetti i lavori effettuati alla Villa Bellini non collimassero con il progetto esecutivo andato in gara d’appalto, se non vi fosse alcun progetto di variante approvato dalle autorità compenti (Comune, Sovrintendenza, Assessorato regionale beni culturali e Commissione europea), se non fosse stata rispettata la normativa vigente in materia di beni culturali e paesaggistici, pensa di adoperarsi affinchè ogni luogo stravolto e deturpato della Villa possa essere riportato al suo antico splendore (come ad esempio l’impraticabile piano della collina sud ove sorge la casina della musica, la collina nord, l’occhio del labirinto, i mosaici floreali e di ciottoli di fiume, le panchine di ghisa scomparse, l’orologio a lancette e quello solare, il labirinto ipogeo di cui si sono perse le tracce, e così via). 10) Quando pensa di rendere pubblico, così come richiesto da più parti e così come prevedrebbe la legge, la rendicontazione di tutti i costi materiali e immateriali sui lavori realizzati ad oggi, e quelli che aspettano di essere ancora realizzati, alla Villa? 11) Pensa inoltre di inviare tutti i documenti riguardanti l’intero iter dei lavori di recupero e valorizzazione della Villa alla Corte dei Conti regionale affinchè i cittadini catanesi possano avere giustizia sotto l’aspetto delle responsabilità contabili e amministrative visto che i costi previsti (€ 10.873.575,12) sembrerebbero quasi raddoppiati il tutto a discapito del Comune che dovrebbe sborsare la stessa somma della gara? Alfio Lisi Comitato SOS Villa Bellini

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Antimafia

Terra di libertà La storia di Giuseppe, dalla cassa integrazione al lavoro sui beni confiscati «La mattina, questo bisogna dirlo, c'è sempre da fare levatacce, questo sì, ma hai presente quando, da bambino, ti svegli presto il giorno di Natale?». Siamo solo a novembre, ma da quasi un mese, Giuseppe, che bambino non è più, si gode il suo Natale ogni giorno. A quarantadue anni, lontano dalla sua Milano, si carica di energia al solo pensiero di svegliarsi e e assistere all'ormai rituale «spettacolo mattutino», come lo definisce lui, in quel di Mesagne, provincia di Brindisi. Prima di andare a “dare una mano” nei campi. Come sia finito lui, in Salento, sui terreni confiscati alla Sacra Corona Unita e ora gestiti dalla cooperativa Terre di Puglia, rimane una piccola storia, stupenda, da raccontare. Una di quelle storie che in un attimo raccontano tanto di un Paese, intersecando mille fili insieme, tracciando un ritratto tanto realista di quello che oggi succede in Italia. Reale come quella terra coltivata, figuriamoci, poi, per uno, come Giuseppe, che «di colture di cardi e olive ha sentito parlare solo nei documentari». Fino a poco tempo fa viveva al nord, Giuseppe. Un tecnico delle comunicazioni, presso una grande azienda, rappresentante sindacale Fiom e al tempo stesso molto attivo politicamente e nel sociale («sono termini desueti ma vorrei ricordare che sono antifascista e antirazzista» tiene a sottolineare). Lo spettro che aleggia su tanti lavoratori è alla fine arrivato. Una cassa integrazione di quattro mesi che lui e i colleghi sono stati costretti a firmare: «Era alle porte, nel nostro caso fortunatamente dopo

alcune trattative l'azienda ha deciso di corrisponderci 500 euro mensili per permetterci di vivere dignitosamente, sai molti hanno il mutuo da pagare ad esempio». Giuseppe si è così trovato di fronte a una scelta e prontamente ha preso la sua decisione, ovvero mettere a disposizione quel tempo, farlo fruttare, in attesa di essere richiamato al lavoro. Dopo aver conosciuto Libera e la sua realtà si è mosso per cercare alcuni contatti che gli permettessero di andare a dare una mano, volontariamente, senza retribuzione, in una cooperativa che gestisce i beni sottratti ai mafiosi. «Non avrei accettato un lavoro d'ufficio, volevo proprio andare nei campi, ora è un mese che sono qui, vivendo della cassa integrazione e dando un mano come posso, e penso che rimarrò anche per tutto dicembre» ci racconta, felice. Che sia un'esperienza unica ce lo ribadisce spesso al telefono, qualcosa che non si aspettava e per cui deve ringraziare lui i ragazzi, «fantastici», che l'hanno accolto. Non viceversa. Impossibile dimenticare per lui, che a Mesagne ci ha festeggiato anche il compleanno, qualche giorno fa, la manutenzione e la concimazione dei vigneti. Il recupero dell'impianto a goccia per i pomodori, la raccolta delle olive. Casse pesanti, tracimanti, spostate a spalla verso il camion. E se il gesto assume un chiaro valore “politico”, non è da tutti in un momento del genere voler fare una esperienza di tale spessore simbolico, la quotidianità rinsalda la volontà di vivere questi giorni con il regalo del confronto. Della scoperta. «Hanno qui un modo loro di fare le cose,

che io non conoscevo, una loro cultura, il modo in cui sentono la terra, per loro è vita» dice Giuseppe del rapporto con la gente del luogo. «Penso che ogni tanto si chiedano cosa ci faccio io lì, da volontario, a dare una mano, su quello che per loro è sacro». Si lui, proprio lui, che ora guarda il meteo per capire se il giorno dopo pioverà, quel Giuseppe che vivendo questa realtà dà segno tangibile di un responsabilità condivisa nell'essere consapevoli non solo della presenza mafiosa, ma anche dei mezzi e dei modi per riscattarsi da questa amare e dura realtà. Magari condividendo un lavoro con ragazzi che, la sera, tornano nella casa circondariale. Colleghi di lavoro, anche loro, animati e volenterosi. Senza contare che Giuseppe di consapevolezza della presenza di mafie al Nord, ne ha da vendere: «I ragazzi di Libera ovviamente sono informati, ma io, nel mio piccolo ho portato la mia conoscenza, da sindacalista, di quanto accade al nord. Inutile che ti parli di Buccinasco e dell'Expo, ma non solo lì, anche lavoro nero e nel caporalato che nella mia Lombardia c'è in maniera massiccia». Certo andare a lavorare su un campo ha un valore tutto suo, lo senti sulla schiena la sera. Buon lavoro, allora, Giuseppe. «Grazie, sai volevo ringraziare ancora questi ragazzi, amano questa terra, cosa che io non sentivo da tempo, le danno valore, sai questa è vita, far crescere qualcosa, beh ora l'ho sentita anche io». Stefano Fantino liberainformazione.org

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Amici

Una buona vita

Sono stati celebrati il 27 novembre a Preci (Pg) i funerali di Enzo Baldoni, il giornalista originario del paese umbro, rapito e ucciso in Iraq nel 2004. In occasione del funerale sono stati raccolti fondi da destinare a un orfanotrofio di Nazareth. Sulla tomba di Enzo: "Talvolta dico tra me e me che ho avuto la buona vita di un cane al sole con varie risse e qualche osso da rodere"

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220309

www.ucuntu.org

Mario Ciancio Sanfilippo, editore, direttore, costruttore, muratore, proprietario assoluto della sua città.

Miacittà

Dopo “Report” i catanesi, allibiti, scoprono di vivere non solo in una delle città più invivibili (e più mafiose) d'Italia ma anche in una città che è praticamente posseduta da un solo uomo: l'unico a informare, l'unico (o quasi) a prendersi i grossi affari, l'unico (coi politici al seguito) a decidere quasi tutto. “Com'è potuto accadere? - si chiedono ora perplessi i catanesi - Come abbiamo potuto essere manipolati così?”. Beh, veramente i Siciliani (e Casablanca, e Isola Possibile, e Città Insieme, e il Gapa, e Ucuntu) glielo dicevano da anni. Ma i catanesi sono troppo furbi per credere a gente così... || 22 marzo 2009 || anno II n.34 || www.ucuntu.org ||


Ucuntu n.96