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Mediterraneo diviso

Noi del Sud Ieri c'era il Muro di Berlino, oggi c'è quello di Sicilia. Chi vuole fuggire deve scavalcarlo. Noi da che parte stiamo? Reportage/ Fabio D'Urso e Sonia Giardina Satira Jack Daniel/ Il tocco di Re Mida

|| 1 novembre 2010 || anno III n.92 || www.ucuntu.org ||


Italia

Giuliano, Mori, Ciancimino, la trattativa e le stragi Capire la nostra storia, a partire dai suoi misteri

George Grosz, Le colonne della società, Weimar, 1928.

Qualcosa sta succedendo. Di grave e importante. A Palermo e Caltanissetta e anche a Firenze. Si sta arrivando a una fase cruciale di quella serie di indagini e processi che ruotano attorno, e non solo, alle stragi del 1992/93. E soprattutto al ruolo che hanno avuto pezzi deviati dello Stato in quel periodo drammatico. *** La prima notizia risale a una vicenda dell’inizio della storia repubblicana e riguarda la riesumazione nel piccolo comune di Montelepre del corpo di Salvatore Giuliano. Non è cosa da poco. La riesumazione è statta motivata da un dubbio su cui da alcuni mesi i pm di Palermo, che hanno aperto un’ indagine per omicidio e sostituzione di cadavere, vogliono vedere chiaro. Il sospetto era che quello seppellito nel cimitero del paesino sia il corpo di un sosia, messo apposta per consentire a Giuliano, ricercato dai carabinieri, di scappare per lasciare l’Italia. Una vicenda mai completamente svelata e compresa quella della banda del bandito Giuliano, responsabile della strage di Portella della ginestra e non solo. Fatti di sangue e misteri che nonostante anni di inchieste non sono arrivati a soluzione. E anche qui, mai del tutto svelato, il ruolo che vi ebbero pezzi di apparati della

neonata Repubblica e forse anche dei servizi di intelligence degli alleati. Poi ancora l’iscrizione nel registro degli indagati di due dei protagonisti della cronaca giudiziaria di questi ultimi mesi, Massimo Ciancimino, figlio del sindaco e assessore degli anni del sacco di Palermo Vito, e del generale Mario Mori, già capo dei Ros e del Sisde. Iscrizione per entrambe, anche su indagini differenti, per concorso esterno in associazione mafiosa. Un terremoto. Uno è accusato (e ha un processo in corso) per aver favorito la fuga di un boss del calibro di Bernardo Provenzano e di essere stato parte attiva nella trattativa fra pezzi dello Stato e Cosa nostra, l’altro, Ciancimino, è stato iscritto al registro degli indagati (la notifica gli è arrivata lunedì scorso) anche grazie alle dichiarazioni da lui stesse fatte negli ultimi due anni. *** Ma c’è un’altra notizia che forse è ancora più devastante. Quella del riconoscimento da parte del pentito Gaspare Spatuzza, avvenuto sempre ieri, di un agente dei Servizi tuttora in servizio all’Aise, Lorenzo Naracci. Spatuzza ha dichiarato ai magistrati “Somiglia all’estraneo presente nel garage dove fu preparato l’attentato”. E l’attentato

in questione è quello al giudice Paolo Borsellino del 19 luglio 1992. La strage di via d’Amelio. Ora, ovviamente, si aprono tutt’altri scenari. Si passa dai sospetti a qualcosa di più. Ovviamente non sappiamo come queste quattro vicende giudiziarie andranno a finire, ma è ovvio che si è aperta una nuova fase nella ricostruzione di quello che furono i rapporti fra pezzi dello Stato e Cosa nostra e eversione. E per capire eventualmente quali interessi politici (nazionali e internazionali) portarono a 40 anni di relazioni che finora sono state solo (in piccoli casi e anche marginali) dimostrate *** La vicenda Giuliano, la trattativa, le stragi. Questi tre sono i punti chiave di questa relazioni. Compreso se ci furono o meno relazioni fra apparati e mafia, e in che modo e a quale livello e con quali responsabilità istituzionali e politiche, ci permetterebbe di cancellare più di mezzo secolo di dubbi, sospetti incrociati e mezze verità che hanno inquinato la vita e le istituzioni di questo nostro Paese per più di mezzo secolo. E fare, finalmente i conti, con l’oggi. Pietro Orsatti www.gliitaliani.it

|| 1 novembre 2010 || pagina 02 || www.ucuntu.org ||


Scavalcare, emigrare

Il Muro di Sicilia e il Muro di Berlino Qual è peggio dei due? Mah. Intanto la gente crepa su tutt'e due Ci sono poche cose più inutili di questo numero di Ucuntu, in questo buffo paese in cui il principale argomento di politica è il numero e l'età delle ragazzine comprate dal rimbambito monarca. Leggetelo, se proprio volete, come una semplice testimonianza: fra gli italiani, e siciliani, del duemila e rotti non tutti erano del tutti privi di vergogna, non tutti prendevano atto. Leggete questo, ora o fra vent'anni, e non confondeteci con gli altri. Perché quel che è successo a Catania in questi giorni è, nella sua ordinarietà, assoluatamente nitido come segnale; equivalente a quello dei buoni cittadini di Berlino o Vienna che, sorridendo distrattamente, guardavano gli ebrei afferrati e portati via. Succede, e anche questo è significativo, a Catania, cioè in una delle due o tre città d'Italia in cui il potere mafioso è totalmente integrato, da tre decenni ormai, in quello dello Stato. Succede anche in citttà, d'accordo, d'inciviltà più recente. Ma parlino gli altri, se vogliono, delle loro vergogne; noi, delle nostre. *** La storia è molto semplice: più di cento profughi, di cui metà bambini, arrivano dopo pene indicibili da noi in Sicilia, sbarcano sulla nostra terra. Un tempo, le donne si sarebbero affrettate a portare coperte e viveri, e gli uomini vino. Adesso, l'affare è di competenza della forza pubblica. Rastrellano i disgraziati, li chiudono in uno stadio, inventano qualche chiacchiera per tenere a bada i pochi cittadini accorsi, e rimandano le pecore al lupo. Che è uno dei tanti tiranni africani, odiati dal popolo ma con una buona polizia: tutti, da qualche anno in qua, fraterni amici dell'Italia o almeno dei suoi governanti.

Il rapporto fra noi e l'egiziano Mubarak, o il librico Gheddafi, è infatti chiarissimo su questo punto: l'Italia paga; essi impediscono con ogni mezzo, comprese tortura e morte, ai loro infelici sudditi di venire e infastidire noi ricchi. Cento o duecento vittime, uccise mentre fuggivano dal Muro di Berlino, disonorarono - e giustamente - i regimi orientali, concorsero al loro crollo e furono e sono invocate come prova della disumanità e tirannia di quei regimi. Oggi le vittime si contano a migliaia e decine di migliaia, e noi tutti italiani – meno chi vi si oppone – ne siamo conniventi. Vergogna, vergogna, vergogna. E vergogna maggiore su chi, come noi sicilaini, ha conosciuto la fame, come i poveretti di ora, e ha dovuto emigrare. Ma le angherie degli svizzeri - e dei tedeschi, e dei francesi, e dei belgi, e di tutti quei popoli presso cui la necessità ci costringeva a emigrare – non furono mai paragonabili a quelle che gli emigranti di ora subiscono da noi italiani degenerati. Peggio delle violenze (che non mancano) è odiosa l'indifferenza, e la Sicilia e l'Italia ne danno adesso - diversamente da ancora pochi anni fa - triste prova. *** Non saprei che altro aggiungere. E' futile, di fronte a questo, dilungarsi sulle politiche nazionali e locali che al confronto appaiono sempre più esercitazioni di notabili più o meno incartapecoriti; l'unico partito che fa politica, a quanto pare, è la Fiom e tutti gli altri sono struzzi che differiscono per il diverso livello di profondità a cui seppelliscono la testa. Due osservazioni soltanto. La prima riguarda la quasi totale indifferenza con cui la stampa nazionale ha accolto questa tragi-

ca vicenda, con l'unica benemerita eccezione del (fuori moda) Manifesto. A Catania, quasi contemporaneamente ai fatti, si svolgeva uno dei tanti periodici dibattiti sull'informazione. Nessuno degli intervenuti ha ritenuto opportuno mentovare i poveri emigranti che proprio in quelle ore andavano incontro al loro tragico destino. Né alcuno dei valorosi politici piombati giù da Roma ad aprire nell'occasione la campagna elettorale ha perso tempo a recarsi immediatamente allo stadio o all'aeroporto, a difendere i poveretti, che se ne sarebbero giovati. Liberali sì ma “galantuomini”, nell'accezione veghiana. *** L'altra considerazione riguarda invece i nostri ragazzi, i miei colleghi di Ucuntu. Che dalle primissime ore, senza porsi il problema di cosa sia o non sia l'informazione, si sono fiondati sul posto, a dare “copertura giornalistica” - come si dice - all'evento, che subito avevano percepito come importantissimo, e per solidarizzare con gli emigranti. Fatiche e coraggio sprecati, perché dal punto di vista dei media il loro piccolo giornale, non ripreso dai grossi, non basterà certo a mutare l'opinione pubblica; e dal punto di vista civile le poche decine di cittadini presenti, fra cui essi stessi, non hanno potuto fare molto di più che richiamare i diritti e prendersi qualche spintone.in mezzo agli altri. Non sono stati furbi per niente, i miei colleghi e amici: potevano andare ai dibattiti, o in qualche carriera politica, invece di perdere tempo così per niente. Salvo che per una cosa che un tempo era importante, fra di noi siciliani: la dignità. Riccardo Orioles

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Noi del Sud

“Mi chiamo Mohammed” Ma avrebbe potuto chiamarsi Alfio, Salvo. Marcolìn,Turiddu, uno qualunque dei nomi con cui, due generazioni fa, noi italiani affrontavamo il mondo armati solo della nostra speranza e della nostra voglia di campare. Adesso siamo noi a cacciare gli altri, senza pietà né vergogna. Italia ricca e spietata, Italia con la valigia di cartone

Mi chiamo Mohammed Nabil, sono uno dei ragazzi sbarcati a Catania questo 26 ottobre a Catania. Uno di quelli ritornati al Cairo, nel giro di due giorni, con un operazione rigorosa della vostra polizia. Mi chiamo Mohammed, e vi scrivo da lontano, nella speranza che di me vi ricordiate. Perchè del mio viaggio, e della mia vita, nient'altro vi è può esser rimasto. Vi scrivo per ricordarmi le ragioni della mia speranza. E per continuare a credere che nella vita bisogna osare, per superare ogni confine. Come sapete, dopo due giorni di permanenza nella vostra terra, sono stato riportato al Cairo, insieme a altri ragazzi, giovani come me. Più della metà del nostro gruppo di persone è stato riportato in Egitto. Siamo partiti che eravamo più di 128 esseri umani. Di questi una sessantina è rimasto da voi in Italia. I più piccoli. E i più sfortunati, incriminati come criminali. Tra questi tre non hanno raggiunto il diciottesimo anno d'età. A proposito di età e di diritti di accoglienza. Io ho appena compiuto diciotto anni. Il mio compleanno l'ho festeggiato a mare, al quinto giorno della traversata della speranza per arrivare in occidente.

Le foto di queste pagine sono di Daniela e Claudio Pagano

Mi avevano spiegato che il viaggio, una volta partiti da Alessandria D'Egitto sarebbe durato due giorni. E che avrei festeggiato nella terra della Sicilia i miei diciotto anni. Mi avevano spiegato che da li, sarei potuto partire e avrei potuto riveredere i miei genitori che lavorano a Milano. Mio padre lavora in una pizzeria del centro a Brera, è lì fa le migliore pizze, che la lievitazione non è mai abbastanza e noi egiziani, in quella città abbiamo di certo il lavoro, per quanta volontà e costanza sappiamo avere. Perciò per questo una quindicina di giorni fa, io mi sono imbarcato, con la speranza di arrivare sino alla vostra terra, dove vi trovate voi. Nella vostra terra ho sognato di trovare una salvezza, e una felicità sognata da quando la vita non mi ha separato dalla mia famiglia. Vi scrivo appunto per questo, nella speranza che capiate la mia solitudine e il mio dolore. Io sono un ragazzo. Non so se nel vostro paese sono considerato tale. Nel luogo dove ci hanno portati, ci hanno misurato le ossa dei polsi per vericare quanti hanni avevamo, ci hanno messi dei numeri sui vestiti.

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Noi del Sud

Ci hanno guardati, tenendoci a distanza. Come si fa con i cani randagi, con quegli esseri che portano malattie. Io sono semplicemente un ragazzo egiziano, non sono molto diverso da quei ragazzi che ho visto correre da quel palazzo di fronte al palazzetto da in cui siamo rimasti per due giorni. Ho una pelle simile a quella di questi ragazzini, e uscendo ho sognato di correre insieme a a loro verso la mia felicità. Sono un ragazzo, non sono ne un cane, ne un numero. Come ha detto qualcuno di voi, gridandoci i nostri diritti, da dietro quel portone, avremmo dovuto essere accolti come esseri umani. Uscendo dal palazzetto dove siamo stati rinchiusi, invece ci hanno portati via per andare direttamente all'aereoporto militare della vostra città. Li ci aspettavano altri militari che ci hanno fatti salire su quell'aereo che ci ha riportati al Cairo. Eravamo spaventati, continuavamo ad essere spaventati. La dentro quel palazzetto eravamo rimasti altri due giorni.E adesso ci facevano ritornare. Perchè mai? Molti di noi, come venivano dall'Egitto. Pochi altri invece, una decina in tutto,

avevano raggiunto l'Egitto da altri paesi vicini... Alcuni di noi, avevano raccontato durante la traversata come avevano passato la striscia di Gaza, quanta strada e dolore avevano dovuto percorrerre, quanto avevano dovuto pagare per imbarcarsi. Ci dicevano anche, che una volta arrivati in Italia, avremmo potuto richiedere una speciale accoglienza chiamata col nome di asilo. La maggior parte di noi, è un po' più grande di me, chi venti, chi ventuno, chi ventidue, chi ventitrè. Ma molti altri, hanno la mia stessa età. C'era tra noi un'altro ragazzo chè ancora deve fare ancora i suoi diociotto anni. Ricordo il suo pianto, quando la polizia in quel palazzetto non gli ha creduto. Ricordo che la dentro nelle operazioni di verifica dell'età, a lui così alto e sviluppato, invece gliene avevano dato diciannove di anni. Si chiamava Kaled; era di nazionalità del Marrocco ed era il più alto e il bello di noi. Ricordo che durante la traversata, gli scafisti lo rasssicuravano. Gli dicevano: “Non preoccuparti, che

quando arrivi in quella terra, per te ci sarà lavoro, e uomini e soldi”. E ridevano. Lui però, non capiva. Di Kaled adesso non so più niente. Ma ancora mi domando se rientrare nell'inferno della sua povertà, fosse per lui , peggio, o meglio. O se rimasto poi, nella vostra terra, avrebbe trovato insieme alla libertà che cercava anche enormi sofferenze. Lui però innanzi ai sorrisi degli scafisti, chiudeva le mani. E guardava altrove. Come quando, la dentro, nella prigione di quel palazzetto dove poi siamo stati rinchiusi, ad un certo momento, abbiamo sentito la porta che sbatteva e le voci delle persone che gridavano”Freedom, Hurria, Libertà”. Ricordo che abbiamo sentito il portone sbattere sempre più forte, sempre più forte. Ricordo che allora uno di noi ha cominciato a dirci, che avremmo dovuto ribellarci. Fuori la gente gridava. Poi abbiamo sentito un poliziotto fare un segnale, come per dire che la maggior parte di loro sarebbero dovuti andare fuori. Come se volessero aprire il portone e farci scappare tutti.

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Noi del Sud

Mentre alcuni poliziotti, ci tenevano d'occhio, la maggior parte era andata fuori a caricare la gente. Abbiamo sentito voci, urla. Allora alcuni dei più piccoli hanno cominciato a piangere. La paura ci ha impedito di ribbellarci. Ora a pensarci, sarebbe stato così facile... Ricordo che non smettavamo di sperare che qualcuno sarebbe entrato per parlare con noi, e rassicurarci. Noi non capivamo perchè non eravamo liberi, ma prigionieri la dentro. Ora vi scrivo dal mio paese, perchè mentre ci portavano via da quel palazzetto freddo, mentre ci mettevano nei pulmman, ho visto un centinaio di persone che ci rincorreva e ci salutava.

Questa folla che gridava e si ribellava per noi. Allora, solo allora ho pianto dopo giorni e giorni di fatica. Ho pianto, sperando che almeno mi avrebbero riportato qui in Egitto. E non sarei rimasto in questra strana prigione, dove mi avevamo portato. Gridavano nella mia lingua, che avevamo il diritto di restare anche noi, anche tutti. Perchè allora non siamo rimasti liberi? Perchè ci hanno trattato come animali? Perchè ci hanno fatto rimanere in quella prigione? Perchè qualcuno non ci ha parlato dei nostri diritti, guandandoci negli occhi ? Perchè le mascherine, e tutti quegli uomini in divisa che rimanevano distanti?

Perchè non hanno avuto piètà di noi? C'era freddo in quella prigione così grande. Ma noi sentivamo molto più una enorme paura di perdere qualunque libertà. Ci avevano trasferito li, il pomeriggio in cui siamo arrivati nella vostra terra. Quella prigione stava dentro un quartiere con degli enormi palazzi e strade larghe. C'era freddo anche in mare. Eravamo arrivati con una grandissima paura, avevamo fatto quella lunga traversata in silenzio e obbedienti ai tre che avevano organizzato il viaggio. A un certo punto, mi ricordo che avevamo visto la costa della Sicilia e tutti noi ci dicevamo l'un, l'altro che stava per iniziare una nuova nuova vita, per ognuno di noi.

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Noi del Sud

Poi c'erano stati degli spari che ci avevano terrorizzati. Eravamo appena giunti nella vostra terra. E già avebamo intuito come potesse finire ogni nostra speranza di una vita migliore. Allora abbiamo pensato che ci avrebbero ammazzati tutti. Che il nostro viaggio sarebbe finito in tragedia. Non avrei rivisto i miei genitori. Non sarei potuto diventare un uomo libero. Là ho capito che non avrei potuto far altro che aspettare. Da quegli spari sulla costa al momento in cui siamo arrivati nella vostra terra, tutto per noi è stato un susseguirsi di umiliazioni, di speranze di volta in volta arrese alla realtà.

Quando hanno verificato la nostra nazionalità, e la nostra provenienza, molti di noi spiegavano serenamente di essere qui perchè sognavamo una vita migliore. Ma perchè allora sedici ragazzi della nostra imbarcazione sono stati portati via dalle forze dell''ordine e trattati come criminali? Come funzionano le vostre leggi? Come funziona il vostro diritto? E che cosa è mai stato della libertà di circolazione nella vostra terra? Perchè mai non ci avete accolti? Siamo Egiziani, siamo Marocchini, siamo Somali, siamo Eritrei, siamo Palestinesi. Ma sopratutto siamo profughi. E siamo bambini, ragazzi, uomini, alla ricerca della

speranza. Non abbiamo trovato nessuna accoglienza. Nessun aiuto. Ma in tutta questa stanchezza, in tutto questo dolore, ho capito di non avere paura del male che ci è stato fatto. Perchè nella nostra terra non siamo più liberi che nella vostra. E perchè uomini si diventa atravversando ogni barriera. Per questo sto già aspettando la prossima imbarcazione. E quella sarà la mia rivoluzione. Fabio D'Urso Luciano Bruno

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Noi del Sud

Così li hanno rimandati dai loro torturatori Chi dice che non funzionano? Lo Stato, le leggi, l'Italia che consegna se stessa metà alla mafia metà al bunga bunga, funzionano benissimo contro i poveracci. Ecco come nel giro di trentasei ore, illegalmente e di nascosto, sessantotto esseri umani sono stati afferrati, caricati e rispediti a un governo noto per il rifiuto degli accordi internazionali e la pratica della tortura. Ma chi mai pagherà pertutto questo?

In meno di trentasei ore, 68 dei 128 immigrati sbarcati il 26 ottobre a Catania sono stati rispediti in Egitto, mentre 46 minorenni sono stati trasferiti in centri di accoglienza. Tutto è avvenuto in piena violazione dei diritti umani e civili. Rinchiusi nel centro sportivo Palanitta a Librino, sono stati identificati senza controlli accurati della nazionalità (palestinesi o egiziani? Non si sa). Nessuno ha potuto incontrare un mediatore culturale né un avvocato. A nessuno sono state illustrate le procedure per la richiesta di asilo politico. Sono state tagliate fuori le organizzazioni umanitarie. La Prefettura ha interdetto a Save the children, Acnur, Iom e Arci l’accesso al Palanitta. Un divieto che ha significato, da un lato, la negazione di ogni forma di assistenza e di tutela dei migranti, dall’altro l’assenza di informazione sullo status di protezione internazionale. Ma queste irregolarità non sono passate sotto silenzio, perché sin dall’arrivo del peschereccio al porto di Catania, decine di persone si sono mobilitate facendo un presidio permanente davanti al Palanitta per ottenere il rispetto dei diritti civili e quindi l’accesso delle associazioni umanitarie all’interno della struttura. La Prefettura è rimasta però irremovibile nel diniego. Gli antirazzisti hanno fatto di tutto per ottenere almeno la verifica della

nazionalità in presenza di un legale dell’Arci e di un mediatore culturale. Hanno fatto di tutto, dal blocco dei pullman all’occupazione dei varchi di accesso per la sala imbarchi in aeroporto. Nonostante ciò, in tarda serata è decollato lo charter forzato per Il Cairo. In tutta questa vicenda permangono pesanti interrogativi per le irregolarità commesse, e in particolare: l’estromissione delle associazioni umanitarie, la mancanza di assistenza al Palanitta, l’attribuzione esatta della nazionalità e dell’età in tempi così celeri; la possibile presenza di richiedenti asilo politico; il numero stranamente elevato di “scafisti” arrestati (18 per un barcone sembrano un po’ tanti); il divieto di avere un avvocato e l’impossibilità di presentare un ricorso davanti al Tribunale. Perché prassi ormai è questa: il “contrasto all’immigrazione illegale” si traduce di fatto in espulsioni di massa barbare e inumane, vere deportazioni in contrasto con i diritti umani e civili, con la Costituzione della Repubblica e coi trattati internazionali cui l'Italia ha aderito. In questo caso tutto è stato semplificato dagli accordi italo-egiziani sui “clandestini”: che che procedono parallelamente a quelli in cui si parla di denaro. Ma l’Egitto, che non riconosce alcuna forma di

protezione internazionale, resta un paese in cui sono consentite le torture e mancano norme a tutela dei diritti umani. Solo pochi mesi fa Khaled Said, un egiziano di 28 anni, è stato torturato da due poliziotti fino alla morte. Dove sono adesso i sessantotto emigranti deportati? Cosa stanno vivendo in questo istante? Venivano dall’inferno, hanno attraversato l’inferno in una stiva per 10 giorni, hanno trovato un’accoglienza infernale nell'Italia civile. Sono stati rigettati all’inferno della miseria feroce e dell’assenza di libertà. Sonia Giardina

SCHEDA FORTEZZA ITALIA Anno

Sbarchi Differenza anno prec.

2005

22.939

+9.304 ( + 68%)

2006

22.016

-923 ( - 4%)

2007

20.455

-1.561 ( - 7%)

2008

36.951

+16.496 (+ 81%)

2009

9.573

- 27.378 (- 74%)

RIMPATRI FORZATI Dal 2005 al 2009: 169.129 Dal 2008 al 2009:

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42.595

(Fonte: Ministero Interno)


Noi del Sud

XXXX DEPORTAZIONE MIGRANTI PALESTINESI IN EGITTO: DALLO STATO DI DIRITTO ALLO STATO DI POLIZIA In merito alla vicenda umana e giuridica dei 128 cittadini stranieri sbarcati a Catania il 26 Ottobre scorso, le associazioni antirazziste Catanesi esprimono sentimenti di profonda indignazione. I comportamenti illegittimi e scorretti mantenuti dai rappresentanti territoriali del governo sono indegni di uno stato democratico. Sin dalle prime operazioni di intercettazione del barcone, avvenuta con ripetuti spari al largo di Riposto, si è capita la scelta governativa della tolleranza zero alla ripresa degli sbarchi nelle coste siciliane, in violazione delle leggi vigenti e di numerosi trattati internazionali. Dalla mattina del 26 alla sera del 27, 128 cittadini stranieri – tra i quali 46 minori dichiaratisi palestinesi, sono stati detenuti coattivamente nei locali del Palanitta a Librino. I citatdini antirazzisti radunatisi in presidio spontaneo davanti al Palanitta hanno richiesto l’ingresso dei legali dell'Arci, ente di tutela riconosciuto dalla legge, o degli altri enti accreditati: Acnur, Iom e Save the children, per informare i migranti coinvolti sulla possibilità di richiedere la protezione internazionale. La prefettura ha negato l’accesso per una presunta incompatibilità con le indagini della Procura. Ma la mattina del 27 ottobre,

il PM Agata Consoli, incaricato delle indagini, ha firmato un nulla osta all’accesso dei legali, ritenendo insussistenti le particolari ragioni di segretezza addotte dalla Prefettura. Quest’ultima , non ha ottemperato al provvedimento del magistrato, adducendo un presunto “ripensamento”. Quanto avvenuto è grave perché: -All’interno del Pala Nitta non abbiamo avuto conferma della presenza né di indagati (già stati condotti altrove) né di personale di polizia impegnato nelle indagini. Non risultando i locali della truttura sotto sequestro, non erano ravvisabili incompatibilità di sorta rispetto all’accesso dei nostri legali. - Il diniego di accesso prolungato ai legali ha leso i diritti all’informazione e all’assistenza, precludendo di fatto ai migranti, fra cui molti minori, la possibilità di richiedere asilo; - I 46 minori present, contrariamente a quanto previsto dalla normativa vigente, hanno pernottato con gli adulti, senza mediatori, assistenti sociali ed educatori. L’affermazione delle forze dell’ordine secondo cui tutti gli stranieri hanno dichiarato di essere cittadini egiziani non è stata in alcun modo verificata. Essa non avrebbe comunque preclusoil diritto di richiedere la protezione internazionale. - 10 stranieri tra il 26 e il 27 ottobre sono stati ricoverati in ospedalie della città, visitati senza interprete e quindi senza poter di esprimere il loro vero malessere fisico, e subito dimessi pur presentando condizioni di salute assai precarie.

- L’arresto di 19 presunti scafisti di un barcone di media grandezza ci sembra ridicolo; - Ci troviamo in uno stato di polizia che sospende o annulla a suo piacimento i diritti umani, a partire da quello d’asilo (art.10 della Costituzione); nel quale si decide a Roma la nazionalità dei migranti in base ad accordi di riammissione con i peggiori regimi del Nordafrica( Libia, Egitto, Tunisia); impedisce la verifica del rispetto delle procedure alle associazioni umanitarie indipendenti, praticando espulsioni collettive; tenta di oscurare le sempre più frequenti violazioni dei diritti umani. Alle ore 20 all’arrivo degli autobus il presidio antirazzista ha tentato d’intervenire con un blocco, ma è stato immediatamente caricato dai carabinieri, subito dopo ci è stata offerta dalla Prefettura una “mediazione” basata sulla possibilità di raccogliere con un nostro avvocato, all’aeroporto Fontanarossa, le procure per difendere i migranti, ma c’è voluto poco per verificare che si trattava di una ridicola falsità. Il presidio antirazzista si è allora spostato all’aeroporto, bloccandolo per quasi un’ora e denunciando alle centinaia di passeggeri ed ai lavoratori aeroportuali il crimine contro l’umanità che questo governo razzista stava perpetrando a pochi metri ed in quel momento. Ci facciamo promotori della richiesta di dimissioni del Prefetto. Rete Antirazzista Catanese, Arci, Experia, Cobas, Comitato di solidarietà con il popolo palestinese, ASGI, Prc

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Movimenti

|| 1 novembre 2010 || pagina 10 || www.ucuntu.org ||


Movimenti

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Satira

“Mamma!” a Lucca Comics Eccoci nella mecca del fumetto! E c'è anche un nuovo libro

Quando si parte da zero, anche arrivare a una fiera è un piccolo trionfo. Quest'anno a Lucca Comics c'è anche Mamma!, la rivista di satira che fa giornalismo a fumetti, e da oggi anche libri. "No alla guerra, no al nucleare" è il titolo di un manga giapponese abbiamo presentato a Lucca Comics, un progetto realizzato in collaborazione con il centro di documentazione "Semi sotto la neve", che ha realizzato la traduzione di questo libro condividendo con noi l'impegno di mandarlo in tipografia. Un manga impietoso e documentato, realizzato da Rokuro Haku, figlio di una vittima delle radiazioni atomiche a Nagasaki. In questo libro le vittime delle armi all'uranio impoverito sono

per la prima volta protagoniste di un fumetto, e si denunciano fuori da ogni "propaganda energetica" anche i rischi del nucleare civile, gli incidenti che non avete trovato sulle pagine dei giornali, le lotte dei cittadini, le responsabilità dei governi che chiudono gli occhi di fronte all'evidenza. Siamo grati a chi ci ha permesso di arrivare fin qui: gli abbonati, gli autori e un po' anche la nostra testardaggine. Il prossimo numero di "Mamma!" cartaceo sarà in distribuzione fra breve. La redazione di "Mamma!" www.mamma.am

|| 1 novembre 2010 || pagina 12 || www.ucuntu.org ||


Satira

|| 1 novembre 2010 || pagina 13 || www.ucuntu.org ||


Satira

Il tocco di Re Mida (ma alla rovescia)

Tutto ciò che il Nullocrinito di Arcore toccava si trasformava in... http://dajackdaniel.blogspot.com/ Cantami o Diva del nullocrinito d’ Arcore la triste sorte che infiniti guai agl’Itali causò sin da quando, giovinetto, s’accorse che ciò che toccava, per burla degli dei, in merda si mutava. Suoi amici libri d’eroi leggevan, e d’avventure, ma non lui, ché subito acre odor di fogna prendea la carta, in mani sue tosto resasi igienica, e usata anche; calciavan quelli il pallone, ma al cimento uno scarabeo egli parea, che in sua vita sferici sterchi spinge per li campi; l’altri bimbi traevan diletto dal costruir castelli per fate e cavalieri, ma a lui nulla riusciva, se non cloache e densi letamai. Il denaro solo, allo sfiorar di dita, medesimo restava poiché, mi sien testimoni poeti e savi antichi, del demonio è sterco, e mutar non si puote in quel che già si è. Solingo e scansato, nello strame e nel denaro immerso sino al mento, ormai divenuto adulto, s’avvide che television guardar potea, senza toccare. E una ne acquistò, e poi un’altra, e poi due, e cento e cento ad ingrassar magion sua. E quando poi ne fu sazia e spazio più non v’era, principiò a comprar antenne, e poi studi, e poi canali ché la moneta, come ben sappiamo, proprio non difettava. E prima ancora alle costruzioni dedicato s’era, non certo di man sua, ché nessuno, eccetto lui, desìa l’abitar cloaca, ma architetti pagò e ingegneri e muratori e città intere edificò. Libri non potea leggere, né interesse avea nel farlo, ma editori comprò, e giornali e riviste e persin del calcio s’appagò, non nel giuocarlo, ché gl’era divieto, ma nel collezionar giuocatori e squadre. Tatto suo fecale non cangiava sol oggetti

o cose, oh no: se persona, per accidente o caso, da lui venia toccata, s’anche l’aspetto non mutava, l’animo n’era perturbato e torto. Virginal fanciulla da lui lambita, tosto femmina lussuriosa assai pareva, e a’ vizi assuefatta e usa: vita sua perdeva e null’altro doman era a lei dischiuso se non lo divenir ministra. Uomo onesto, di leggi e tasse rispettoso, in amen divenia, al tocco suo, a tutti gli inganni rotto e cupidigie, di null’altro voglioso se non d’impilar sterco su sterco, sibben dimoniaco, piegando a sue brame leggi e decreti, regolamenti e sentenze, homini e caporali. Di tal regno era l’imperator supremo, da’ suoi olezzanti sudditi in excelsis elevato, da sue televisioni circondato, quando, per sorte, una finestra s’aprì che dava in su la

campagna. Un vento gentile, che pria carezzato avea dolci gigli de’ campi e verdi fronde dei monti e chiari e freschi ruscelli alpestri, irruppe in la merdosa reggia il tanfo spazzando e la fecal corte prostrando. S’avvide allor l’imperator supremo che, fuor di cloaca sua, un Paese v’era, se non lindo, almen pulito e se non profumato, di certo non fetente. Intuir ciò e ragionar di come farlo fogna per intiero fu tutt’uno. Presidente dovea diventar, e Presidente diventò e per lunghi e lunghi anni s’intraprese, il toccabile toccando. Le genti mutarono e se avante, non tutte oneste, ma almen compite erano, sfacciate divennero, e il paese cangiò e se pria del “bel” si fregiava, al suo passaggio condonata discarica divenne, sì da schifar anco lo sterminator Vesevo. Leggi avea il Paese, non tutte giuste, ma almen garbate. Qual tempesta distruttrice abbattesi su gracil capanna, sì egli tastò e manipolò norme e Costituzioni che, in breve, sua immagine e odoranza divennero. Tutto egli toccò, e tutto il Paese cangiò. Anni passarono e un dì, alfin, riaperse quella finestra che tanti lutti provocò. Non più d’alpestri fronde, non di fresche acque di gentil rivi, ma di sozza concimaia sapeva l’aere. Pago e sazio fu allora come mai in vita sua, ché simil tra simili ormai era, e, alfin, tanfo nel tanfo. Jack Daniel

|| 1 novembre 2010 || pagina 14 || www.ucuntu.org ||


Ucuntu n.92