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IN PIAZZA A REGGIO IL 25 SETTEMBRE ALL'INTERNO: AVAMPOSTO/ ROBERTO ROSSI E ROBERTA MANI

Precari chi? Va bene, saremo precari ma per lo meno non ci rassegniamo, lottiamo per il lavoro e la scuola e questa ad esempio è la grande manifestazione a Messina e a Villa. Oggi lavoro e scuola, domani potremmo lottare anche per il resto. E voi? Non vi sentite un po' precari, di questi tempi, voialtri del governo?

Rubano ai poveri per dare ai ricchi: Robin Hood alla catanese CLAUDIA URZÌ/DANIELE ANDALORO/ GIOVANNI CARUSO/TOTI DOMINA/ LUCIANO BRUNO/VALERIO MARLETTA/ ANTONIO MAZZEO/ CARLO BARBERA/ CARLO GUBITOSA/ GIULIO CAVALLI/ MAURO BIANI/ MARCO SCALIA/

Italie Carlo Ruta/ Così è cominciata l'Unità || 19 settembre 2010 || anno III n.86 || www.ucuntu.org ||


Mediterraneo

Regia Marina Carlo Fecia di Cossato, comandante di sommergibile, operava in Atlantico, e dunque sotto il comando dei tedeschi. I tedeschi a un certo punto misero fuori un ordine: per nessun motivo perdere tempo a salvare i naufraghi delle navi silurate, la guerra è una cosa seria, non una roba sentimentale all’italiana. Cossato, come tutti gli altri comandanti italiani, prese il cablogramma di Doenitz e ne fece carta da cesso. Pochi giorni dopo gli capitò di silurare un cargo inglese: nessuna vittima fra i due equipaggi, i marinai del cargo raccolti alla meno peggio su tre scialuppe, il sommergibile pronto all’immersione. Però l’Atlantico cresceva, mare lungo di poppa, e difficilmente – pensò Cossato – ce l’avrebbero fatta a raggiungere una qualunque terraferma. Allora: stop immersione, aprire i boccaporti, gettare una cima. E un’ora dopo eccoti un sommergibile italiano, in pieno Atlantico centrale e in tempo di guerra, che se ne va lentamente a otto nodi trascinandosi dietro la cordata delle scialuppe gremite di “nemici”. Questa faccenda durò tre giorni. Ogni tanto si sentiva il ronzio di un ricognitore:

allora Cossato mollava la cima e s’immergeva; passato il pericolo, riveniva su e si rimetteva a trainare. All’alba del quarto giorno, un’alba livida di brutto mare, Cossato si affiancò alle scialuppe e afferrò il portavoce: «Le Azzorre a venti miglia sulla vostra destra. Vi lascio qui. Venti miglia a ovest e buona fortuna!». Un «God bless you» arrivò dall’altra parte. Poi gli inglesi si misero a remare verso la foschia grigio-viola a ovest, e l’italiano s’immerse alla svelta perché i bombardieri non scherzavano e il sommergibile era particolarmente vulnerabile a causa della torretta di comando molto alta (nei sottomarini italiani c’era un cesso degli ufficiali distinto da quello della truppa, e questo secondo cesso faceva un paio di metri di sagoma emersa in più). Passano gli anni, e arriva l’otto settembre. Il re scappa, i generali scappano, Cossato – che non ha fatto carriera – è di guarnigione su un'isola con un paio di motovedette. I tedeschi mandano un paio di trasporti, scortati da mezza dozzina di siluranti, per occupare l’isola. Cossato esce colle sue due bagnarole, si fa sotto ai tedes-

chi e a uno a uno li manda giù tutti. Passano ancora un paio di mesi e stavolta il capitano di corvetta Carlo Fecia di Cossato, R.M., S.P.E., è in una camera d’albergo, a Napoli. Il re è scappato, la Marina non c’è più, le strade di Napoli sono un brulichio di puttane, borsaneristi e marinai. Cossato è un tizio semplice, non ce la fa a fare ragionamenti complicati. Scrive un paio di lettere, una alla sua Regia Marina e una alla moglie. E poi si spara. Questa storia, che qui evidentemente non c’entra un cazzo, me l’ha raccontata un casino d’anni fa un marinaio che si chiamava Walter Ghetti e che era stato pure lui nei sommergibili a quei tempi. Io ce la metto perché ho letto sul giornale che adesso la marina italiana, per ordine di uno che si chiama Bossi, serve a combattere i poveracci che vanno per mare sulle carrette alla ricerca di una terra dove campare. Così, se qualche marinaio o ufficiale della marina di ora mi legge, saprà come regolarsi quando dall’ Oberkommando arrivano ordini stronzi: carta da cesso. *

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Paese

Parlare di “politica”? Bravo chi ci riesce Da Catania una buona notizia: qualche imprenditore tira su i pantaloni. E' una svolta E' diventato impossibile parlare di “politica” perché ormai la divaricazione fra il mondo Vip e quello nostro è tale, che pare di ragionare con gente di pianeti diversi. I nostri problemi (di noi di questo pianeta) sono i seguenti: 1) E' morto il sistema industriale con cui l'Italia era uscita dal Terzo Mondo. Morto ammazzato, con l'eliminazione di Keynes, la fine (teorizzata) del sindacato, la riduzione (proclamata) del rapporto di lavoro a mero fatto occupazionale, “militare”. Tutto ciò, naturalmente, ricaccerebbe in dieci anni l'Italia fuori dell'Occidente (l'Argentina “prima” era un paese prospero e avanzato) ma ai grandi manager non gliene frega niente perché loro – individualmente e come ceto - non sono italiani, sono multinazionali. La Fiat, che comanda in Italia, non è italiana affatto. 2) Il potere politico (anzitutto la finanza, e poi anche la “politica” e le regioni) in metà del Paese è tout-court mafioso e nell'altra metà assedia le poche roccaforti ancora indipendenti. A questi due problemi, ciascuno dei quali basterebbe a a distruggerci come Nazione, si aggiunge quello della Lega, cioè di un potere dichiaratamente eversivo che siede alla pari con gli altri poteri. Le interviste di Bossi qui non ci fanno ridere affatto; ci fanno pensare invece a titoli del tipo “Il Presidente della Repubblica (o il sindaco di Peretola, o l'ambasciatore del Belgio, o chi volete voi) si è incontrato ieri col capo delle Brigate Rosse Renato Curcio” ecc. I danni della Lega risultano per fortuna limitati dalla sua povertà culturale. Riesce semplicemente ad assorbire e “politicizzare” inciviltà preesistenti. In più, tradisce il

nord - senza neanche accorgersene aprendo le porte alla mafia, che per lei è semplicemente uno dei tanti poteri con cui far “politica” furbesca all'italiana. (Senza accorgersene, certamente. Ma si è accorta benissimo, e l'ha portato a fine cinicamente, del primo tradimento, quello fondativo, con cui ha permesso la deindustrializzazione del nord svendendo cent'anni e passa di civiltà – operaia e industriale – questa sì “padana”). Di questi due problemi (due e mezzo) nella “politica” italiana non si ritrova traccia, se non formale. La Fiat non ha avuto oppositori. L'Espresso dedica una copertina molto benevola a Marchionne (e questi sono i liberal, figuriamoci gli altri). Il resto degl'industriali s'è già accodato. Quanto alla mafia...beh, lasciamo andare. Soltanto nelle assemblee dei ragazzi, oramai, si trova la politica reale. Nel paesino sperduto, alla prima assemblea antimafiosa, vengono rudimentalmente dibattuti i problemi reali del Paese. A Roma no. Nei convegni, nelle redazioni, nei precongressi, nei partiti si parla sempre e disperatamente – weimarianamente – d'altro. E uno dovrebbe mettersi seriamente a commentare il nuovo partito, o non-partito, di Veltroni, o la precisazione di Chiamparino, o l'ultima intervista di Renzi,?

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A Catania, una buona notizia (una notizia improvvisa, eppure attesa): è nato un giornale nuovo, al di fuori di Ciancio, e per la prima volta non è uno di quelli fatti da noi ma ha degli imprenditori che lo finanziano. La notizia non è il giornale (si chiama “Sud”; il direttore, non nostro, è un bravo ragazzo; esce ogni due settimane), la noti-

zia sono gli imprenditori. Per la prima volta dopo secoli degli imprenditori catanesi si son tirati su mutande e brache e hanno timidamente iniziato a fare il loro mestiere. Questa è una svolta. Comincia, con questa piccola storia, il dopo-Ciancio. Ci coglie con sentimenti diversi: simpatia, diffidenza, sorrisi, scuotimenti di testa... Adesso, il cammino sarà in discesa. Non sarà breve o facile, ma sarà la seconda parte della strada. La prima è durata venticinque anni. Io spero che i colleghi di “Sud”, e persino i loro imprenditori, abbiano un buon successo in questa impresa, che certo non sopravvaluto ma nemmeno voglio sottovalutare. Il suo valore di segnale è indiscutibile, conferma le nostre analisi, c'incoraggia nel lavoro; ma potrà avere anche – lo vedremo nei prossimi mesi – un buon peso anche di per sé, giornalisticamente; ed è ciò che auguriamo. Quanto a noi, abbiamo avuto una fortuna grandissima in tutti questi anni ed è stata quella di avere accanto – dopo il gruppo iniziale dei Siciliani – dei colleghi e compagni molto superiori a quel che meritavamo. Coraggiosi, costanti, solidali, amici: nello sfacelo generale, essi pochi hanno tenuto duro. E sono ancora qui al loro posto, all'inizio – speriamo – di una stagione meno dura, nata soprattutto grazie a loro Non mi ricordo più, alle volte, qual era l'obbiettivo finale dei Siciliani. Forse semplicemente questo: essere degni del nome, essere i Siciliani. Non c'è dubbio che Fabio, Graziella, Piero, Giovanni, Toti, Maurizio, Luca, Sonia, Massimiliano, Lillo, Sebastiano e tutti gli altri l'abbiano conseguito. Riccardo Orioles

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Precari sì, rassegnati no

Un ponte umano per salvare la nostra scuola “La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mez zi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubbli ca rende effettivo questo diritto...”. Cazzate. L'istruzione si paga, i poveri re stino poveri, i ricchi sempre più ricchi: i Vip la pensano così, oggigior no. Ma hanno trovato sulla loro strada la nostra vecchia maestra, e questi ra gazzi...

Domenica 12 settembre, sullo stretto, da una parte e dall’altra, a bloccare i traghetti e poi i treni, le strade... c’era la Scuola, la scuola pubblica! E c’era il Sud. Il sud di questo paese: la Sicilia, tutta, la più massacrata dai tagli dopo la Campania, e c’erano Napoli, Caserta, Potenza, Bari, Reggio Calabria, Roma…per dire ancora una volta NO, per urlare ancora con forza NO, a questa scellerata “riforma”, NO alla scuola della Gelmini!

Una scuola antidemocratica che ci fa tornare indietro di quarant’anni alle scuole per i ricchi e alle scuole per i poveri, che, strizzando l’occhio alla Lega, mette un tetto massimo alla presenza degli alunni stranieri in classe, che “fa cassa” sulla Scuola Pubblica, la scuola per tutti, e sul’ Università,

espropriando 8 miliardi di euro alla prima e più di un miliardo alla seconda, facendo tagli dissennati e operando il più grande licenziamento di massa mai realizzato da questo Stato. Una scuola, quella della Gelmini, che toglie l’insegnante di sostegno ai ragazzi diversamente abili, negando loro il diritto allo studio, che ci fa regredire al “maestro unico” alle scuole elementari, fiore all’occhiello della scuola italiana nell’era pre-gelmini, che arriva ad incastrare nelle classi fino a 40 alunni ( è di qualche giorno fa, infatti, la notizia di una scuola di Licata nell’ agrigentino!), creando delle vere e proprie classi-pollaio e mettendo a rischio la sicurezza dei nostri ragazzi. Una scuola che non spende una lira per gli edifici scolastici, in gran parte d’Italia,

soprattutto al sud, fatiscenti, assolutamente inadeguati e fuori norma. Una scuola che definisce il precariato una “piaga sociale” e di fronte a 220.000 precari, di fatto disoccupati dopo anche 20-25 anni d’insegnamento e colonne portanti delle scuole italiane, se ne lava le mani e non pensa ad alcun tipo di soluzione. Domenica a Messina da una parte e a Villa San Giovanni dall’altra, eravamo più di 4.000! Insegnanti, bidelli…ops, collaboratori scolastici, personale ATA, precari, di ruolo, disoccupati, studenti, genitori, bambini e semplici cittadini a difendere la Scuola Pubblica, l’istruzione pubblica, la scuola della Repubblica e della Costituzione, la nostra scuola, la scuola per tutti! Abbiamo urlato tutta la nostra rabbia, disperazione, frustrazione, contro chi ha distrutto i nostri sogni, il nostro futuro, il nostro presente e ha ucciso le nostre speranze, denigrandoci, umiliandoci, rendendoci invisibili. Ma noi, quel giorno, volevamo farci vedere. Volevamo gridare a questo paese indifferente, spietato, spento, che non spera più... che noi esistiamo, ci siamo, dissentiamo, scegliamo e resistiamo! E allora, sfruttando l’attenzione sulla scuola, grazie ai 3 anni di lotta, proteste,

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Precari sì, rassegnati no

manifestazioni, scioperi in tutta Italia e ad una fine d’agosto che ha visto lo sciopero della fame dei colleghi di Palermo, Benevento, Milano, Pordenone, Roma, giunti ad un gesto estremo e disperato, abbiamo unito le nostre forze e ci siamo ritrovati a Messina, porta della Sicilia, sullo stretto, e l’abbiamo invaso!

A Messina, sullo stretto, abbiamo dato vita ad un ponte umano che ha unito le rivendicazioni di noi lavoratori contro alla lotta contro quel ponte degli sprechi che dovrebbe unire Sicilia e Calabria, ma che di fatto unirebbe solo due cosche e non due coste. La scuola pubblica è di tutti, aiutateci a difenderla. Claudia Urzì

PERSONE NORMAN E L'ITALIA Norman Zarcone, 27 anni, dottorando in filosofia non confermato a Palermo, ha scelto di togliersi la vita gettandosi nel vuoto dalle finestre della Facoltà di Lettere il 14 settembre 2010 Un ragazzo è stato ucciso da un Paese incapace di intendere e di volere, non in possesso delle sue facoltà. Quindi non imputabile per le sue azioni, non condannabile. Il padre di Norman Zarcone ha detto che si tratta di "omicidio di Stato". Ma chi è lo Stato? Se chiedete in giro nessuno vi dirà: "Sono io lo Stato!", magari con fierezza oppure vergognandosi, ma almeno con un'assunzione di responsabilità. Lo Stato è sempre qualcun altro e chi si fa i cazzi suoi campa cent'anni. Norman è stato ucciso da decine di milioni di italiani, è stato un omicidio di

massa, di indifferenti che muovono il culo solo se sono toccati direttamente. Un corpaccione amorfo che ha come stella cometa l'istinto di sopravvivenza e come orizzonte il prossimo fine settimana. I giovani migliori se ne vanno dall'Italia, emigrano, qualche volta si suicidano come Norman o rinunciano a un progetto per il futuro. Un Paese di vecchi che divora i propri figli come Saturno, di raccomandati, di prostituti e di prostitute, del proprio corpo o della propria coscienza. Un Paese che vive sul calcolo delle probabilità, sul fatto che la morte sul lavoro, il pizzo, la malasanità, la disoccupazione riguardino sempre gli altri. L'Italia è spaccata in due, non tra Nord e Sud, tra Sinistra e Destra, ma tra giovani e vecchi. I giovani non hanno nulla perché i vecchi hanno tutto. Daniele Andaloro

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Avamposto

ROBERTO ROSSI E ROBERTA MANI

“Attento a cosa scrivi. Sei un morto che cammina” Continuano gli attacchi ai giornalisti calabresi che lottano contro la 'ndrangheta, abbandonati dal resto d'Italia ma decisi a continuare. “Sono ancora più motivato” dice uno di loro, poco dopo aver ricevuto una lettera minatoria con cinque pallottole calibro 8. Il 25 manifestazione a Reggio Calabria. Continua l'inchiesta calabrese di Rossi & Mani, i primi e quasi gli unici a tenere i contatti fra l'avamposto del giornalismo libero e tutti noi

“Oggi sono ancora più motivato, questi signori mi hanno dato una spinta in più a continuare nel mio lavoro”. Ha le idee chiare Ferdinando Piccolo, 23 anni, corrispondente da San Luca di questo giornale. Quando l’ho chiamato, ieri pomeriggio, aveva da poco trovato una busta con dentro cinque pallottole calibro 9 e un biglietto: “Stai attento a quello che scrivi o sarai un morto che cammina… con la ‘ndrangheta non si scherza”. Il biglietto era scritto a macchina. Abbandonato sotto la vetrina del negozio del padre, barbiere di Bovalino. Un negozio che Ferdinando frequenta spesso, dà un mano al padre, specialmente di Sabato con tutta la gente che c’è. Ferdinando ha scritto di Polsi, ha seguito “l’ultimo retorico via vai di politici e amministratori pellegrini per un giorno al santuario – ci dice – tutti presenti a parole per strappare la madonnina alla ‘ndrangheta e restituirla ai calabresi onesti e devoti”. E proprio per non buttarla solo su Osso, Mastrosso e Carcagnosso, in quei giorni, il 4 settembre, la sua firma esce in calce a un articolo sulla strada che collega Polsi a San Luca. Una strada tutta rovinata, da sistemare, da almeno un ventennio. Scrive di un appalto di 12 milioni di euro vinto nel 96 da una ditta di Crotone che prende i soldi

(fallisce) e scappa. E del subappalto concesso a un’altra ditta, tutta sanluchese, il cui proprietario dice di non aver mai visto il becco di un quattrino.

Scene di Calabria. Scene da Sud. L’appalto, il subappalto, miliardi di lire spariti nel nulla, il santuario di Polsi, il barbiere, il sabato pomeriggio, padre e figlio e una minaccia di morte al giovane corrispondente. Ingredienti per un romanzo, scene ordinarie, note al punto da potersene abituare. I numeri d’altronde parlano di una prassi: 14 giornalisti calabresi minacciati dall’inizio dell’anno. Minacciare un giornalista in Calabria sembra essere diventato normale. E’ proprio quello che non possiamo permettere, che tutto questo diventi normalità. Non dobbiamo abituarci alla violenza e al malaffare, da italiani, oltre che da calabresi. Perché questa è una delle questioni vitali.

La ndrangheta riguarda tutti, non solo i calabresi. "Mi deve scusare signorina. Ma perché parlate sempre e solo di 'ndrangheta?". Il signore è sulla sessantina. Ci avvicina dopo una delle presentazioni di Avamposto, il libro sui cronisti minacciati in Calabria che ho scritto con Roberto Rossi. L'atteggiamento cortese, ma di sfida. Il mento alzato. "Perché non parlate delle spiagge, del sole, della bellezza della Calabria. La 'ndrangheta qui non c'è. Siamo troppo poveri. Qui soldi non ce ne sono. La 'ndrangheta l'avete al Nord". Silenzio. Ancora una volta. Il silenzio del “tanto è così”, il silenzio della paura, il silenzio che teme il giudizio, “del guardate in casa vostra”. Ma ormai non c’è più casa vostra o nostra. E non è più tempo di silenzio. C’è una mafia in Italia che corrode, corrompe, sbriciola. Che striscia subdola nella vita quotidiana, che compra soldati e vende morte, che attecchisce nei palazzi del potere, che soffoca impresa, voto, libertà di espressione. Non è un problema della Calabria, non è un problema regionale. Non più, da diversi anni. Anzi, non lo è mai stato. Le ultime inchieste lo hanno dimostrato. Altre ne arriveranno a confermare.

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Avamposto

Eppure ancora non lo abbiamo capito. Se ne parla poco, troppo poco. Le notizie assumono dignità nazionale solo dopo casi eclatanti: quando è il tritolo a raccontare, o il piombo dell’omicidio eccellente, o la rivolta dei disperati nei campi di arance. Ma la guerra si combatte ogni giorno. Magistrati, amministratori, giornalisti, imprenditori, cittadini. Chi non ci sta a tacere, è a rischio. Minacciato, tacciato, isolato, circondato da un cancro mal diagnosticato, che cresce succhiando energie. Non è un giudizio sui calabresi, vorrei che fosse chiaro, non è la voglia di denigrare, non è l’ostinazione di voler vedere a tutti i costi solo il marcio. E’ vero, la Calabria è bellissima, caro signore che muove la critica di parlare solo di ‘ndrangheta, ma, come il resto d’Italia, ha bisogno di prendere coscienza. Ha bisogno di fermare il tumore, di farlo regredire. Cominciamo a farlo. Cominciamo dal 25 settembre a Reggio. Proviamoci. Cominciamo con la manifestazione organizzata dal Quotidiano della Calabria. E’ un passo importante. Un passo verso la consapevolezza e contro la solitudine. Un passo verso quella coscienza civile che sembra sopita, vinta, per indifferenza, per impotenza o forse per sfinimento.

“Dobbiamo aspettare che si uccida qualcuno di noi? – ci ha detto un magistrato calabrese antimafia, fissandoci dritto negli occhi. Dobbiamo ripetere l’esperienza della Sicilia? Cerchiamo di arrivare prima”. Arriviamo prima. Ammettiamo che il problema c’è, senza vergogna. E’ un atto di forza che qualunque italiano, qualunque cittadino italiano deve sottoscrivere, senza strumentalizzazioni, senza colori politici, senza bandiere di sorta. E’ la voglia di svoltare, di riprendersi la propria vita, di cacciare la malapolitica, la connivenza, gli affari sporchi, i padroni del territorio. Di dire no alla ‘ndrangheta. La ‘ndrangheta c’è, esiste, a più livelli. E’ il momento di gridarlo. Un corteo non è la cura. Ma è un modo per individuare la malattia. Per provare a inventarsi un’altra Calabria, un’altra Italia. Un posto dove i giornalisti come Ferdinando, e non solo, smettano di rischiare la vita. Roberta Mani

ROBERTO ROSSI E ROBERTA MANI

NO 'NDRANGHETA TUTTI A REGGIO IL 25 Definiti i dettagli della manifestazione generale contro la mafia, proposta dal direttore del Quotidiano della Calabria Matteo Cosenza all’indomani della bomba esplosa sotto l’abitazione del procuratore Salvatore Di Landro. L’appuntamento è per sabato 25 settembre a Reggio Calabria alle 9:30 nel Piazzale della Libertà. Da lì, alle 10:30, il corteo muoverà verso Piazza de Nava e, dopo aver attraversato Corso Garibaldi, si chiuderà a Piazza Duomo con gli interventi dal palco. «E’ un momento importante ma è di tutti – scrive il Quotidiano – per questo ci saranno tanti striscioni, ma non le bandiere delle categorie, per sottolineare che nessuno vuole mettere un cappello su un corteo che deve essere di tanti e di nessuno in particolare. Sarà il corteo della Calabria che vuole dire: No ‘Ndrangheta». Dall palco quindi non parleranno leader né politici. Ad intervenire saranno i rappresentati dei “mondi”: un imprenditore, un lavoratore, un disoccupato, un commerciante, uno studente, un esponente della Chiesa, ecc. La Calabria delle storie, non delle sigle. La manifestazione non sarà fine a sé stessa. Dal 25 settembre, ci si impegnerà per «creare – scrive ancora il Quotidiano – una rete di soggetti in grado di continuare ad elaborare iniziative e momenti di studio e di approfondimento.» Roberto Rossi

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I Signori del Ponte

Hanno scippato ai giovani il centro d'eccellenza dell'Ateneo di Messina I neolaureati dell’area dello Stretto non si erano mai illusi che col Ponte avrebbero trovato stabile occupazione, ma certo non potevano immagina re che con l’avvio dei lavori sarebbero stati scippati dell’unica infrastruttu ra creata a sostegno di attività imprenditoriali giovanili. Ma il 10 settembre, nel cuore del Polo scientifico di Papardo dell’Università di Messina, arriva l’ultima beffa dei Signori del Ponte Un’intera palazzina dell’Ateneo, realizzata con i fondi della legge 208 del 1998 riservati «agli interventi di promozione, occupazione e impresa nelle aree depresse», è destinata a fare da “Incubatore” di 46 aziende di giovani imprenditori e ricercatori universitari, convertita nei “Nuovi Uffici Direzionali del Ponte”. Vi s’insedieranno la società concessionaria Stretto di Messina, Eurolink (il consorzio general contractor per la progettazione e i lavori), il gruppo statunitense Parsons Transportation (impegnato nel “project management” dell’opera). Il cambio di destinazione delle finalità d’uso dell’incubatore mai nato avverrà con un “protocollo d’intesa” che l’Università di Messina firmerà alla presenza del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Altero Matteoli e del plenipotenziario Pietro Ciucci, commissario straordinario del Ponte e presidente ANAS e della Stretto Spa. L’evento, in verità, era stato programmato per il 10 luglio scorso, ma alla vigilia della dismissione dei locali ci si rese conto che per la fretta si erano bypassati alcuni delicati passaggi burocratici. Non fu sufficiente la convocazione, qualche ora prima della firma del protocollo, del Senato Accademico e del Consiglio d’amministrazione dell’Università per approvare congiuntamente la bozza d’accordo. Matteoli annullò il suo viaggio a Messina e si decise di posticipare il tutto di un paio

di mesi. Il Rettore, Francesco Tomasello, non ha mai nascosto di essere stato tra coloro che più hanno caldeggiato la concessione dello stabile ai Signori del Ponte. «Io considero il Papardo un’area fortemente strategica. Chi fa polemica per aver prestato l’incubatore d’impresa ad Eurolink mi fa solo sorridere. Lasciarlo come testimonianza di opera incompiuta sarebbe stato meglio?», ha commentato Tomasello, che in precedenza aveva ottenuto una proroga dell’incarico di dodici mesi al termine dell’ultimo mandato come rettore, nonostante una richiesta di rinvio a giudizio e due provvedimenti di sospensione dall’incarico per due mesi, ordinati dal Tribunale di Messina nell’ambito di un’inchiesta su un presunto concorso “pilotato”. Le finalità dell’incubatore di contrada Papardo, concesso in uso a Sviluppo Italia Sicilia, puntavano all’«offerta di spazi ai giovani per esprimere la propria capacità d'impresa in una città poco competitiva» e «all’ospitalità di spin-off industriali derivanti dalla ricerca scientifica». Nonostante i ritardi nel decollo della struttura, nella “Relazione sui risultati delle attività di ricerca, di formazione e di trasferimento tecnologico nell’anno 2008”, l’Università degli Studi rifocalizzava la propria attenzione al «crescente interesse dell’Ateneo messinese per il tema del trasferimento tecnologico e della creazione di nuove imprese, nell’ambito di un ampliamento e raf-

forzamento delle interazioni già esistenti con il sistema produttivo». Nel sottolineare l’esistenza di cinque imprese sostenute dall’Ateneo nei settori dell’elettronica, high-tech, scienza della separazione, la Relazione annunciava il «completamento» dell’incubatore, che finalmente potrà offrire «possibilità concrete di promozione al territorio nel quale l’Università opera, e in generale a coloro, potenziali imprenditori, che ne facciano richiesta». La riconversione pontista dell’infrastruttura destinata all’imprenditoria giovanile non ha scandalizzato nessuno all’interno dell’asfittico mondo universitario dello Stretto. Solo l’economista Guido Signorino, docente della facoltà di Scienze Politiche, si è rivolto al Senato Accademico con una lettera aperta. «L’utilizzo di spazi per finalità non previste dall’atto di concessione dell’incubatore ne rappresenta una violazione», afferma Signorino. «È ovvio che Eurolink e società collegate non presentano alcuna caratteristica idonea a consentire loro di diventare ospiti-beneficiari della struttura. Non possono essere considerate “imprese nascenti” e non abbisognano di alcun “accompagnamento al mercato” da chicchessia. Inoltre, la durata dell’utilizzo dei locali non appare commisurata ai limiti indicati nell’atto di concessione. La permanenza nell’incubatore era definito in 36 mesi, eccezionalmente prorogabili fino a 60, in modo da generare

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I Signori del Ponte

un flusso continuo di imprese nuove e innovative. I lavori per il Ponte avranno invece una durata minima di sei anni». A rendere più amaro il sapore della beffa, l’evidenza che nessuna delle società di costruzioni che compongono l’ATI per i lavori del Ponte ha sedi o filiali nell’area dello Stretto (alcune sono, anzi, straniere) e che sono tutte di antica formazione e nella titolarità di corporation e gruppi azionari di rilevanza nazionale (famiglie Benetton, Gavio e Ligresti per Impregilo, società capofila Eurolink). Ancora più insostenibile dal punto di vista formale ed etico, la concessione dei locali universitari al Parsons Transportation Group che seguirà la progettazione definitiva del Ponte di Messina. Colosso statunitense del settore ingegneristico, Parsons ha sede in California e filiali in oltre 80 paesi del mondo. Si tratta di una delle società chiave del complesso bellico industriale statunitense. In Iraq sono stati affidati a Parsons contratti per svariati milioni di dollari per la ricostruzione di decine d’infrastrutture civili e militari. Parsons Transportation Group, che per il regime di Saddam Hussein aveva realizzato il ponte “14 luglio” sul Tigri e una megacentrale elettrica, è stato pure contrattato dal Corpo d’Ingegneria dell’Esercito USA per lo «sminamento e la distruzione di armi» ed il recupero delle maggiori reti petrolifere e dei gasdotti iracheni. Per

conto dell’US Air Force, il gruppo Parsons ha riabilitato le infrastrutture della base di Taji, una delle più importanti aree operative delle forze armate della coalizione alleata. «Ancora una volta il bene comune viene calpestato per lasciare spazio a chi fa profitti senza rischiare nulla», dichiara Gino Sturniolo della Rete No Ponte. «L’affaire sintetizza il corollario del Ponte sullo Stretto: operazioni basate sulla sottrazione di spazi pubblici, sulla negazione di vere prospettive occupazionali alle giovani generazioni in nome degli interessi privati e dei contractor più attivi nei teatri di guerra internazionali». Sturniolo ricorda che la Rete si è più volte mobilitata contro l’Incubatore del Ponte e che continuerà a farlo anche nei prossimi giorni. «Questa struttura deve restare a sostegno dei progetti dei giovani laureati ma riteniamo pure che vadano favorite quelle iniziative ad alta innovazione e sostenibili dal punto di vista ambientale. Non condividiamo cioè la visione tutta spinta sul “mercato” e le “imprese profit”. Molte esperienze internazionali sono meglio puntate verso incubatori accademici preposti all’accompagnamento, formazione, ricerca e sostegno delle cosiddetta “economia solidale” (no profit, cooperativismo, ecc.). Perché queste esperienze funzionano con esito mentre a Messina falliscono miseramente e l’Università abdica al proprio ruolo guida a favore dei colossi d’argilla del capitalismo

made in Italy?». Intanto si riaccendono i riflettori sull’iter organizzativo che condurrà alla firma del protocollo Università-società Ponte del 10 settembre. Ai preparativi della kermesse con il ministro Matteoli è prevedibile che collaborerà direttamente l’ANAS, azionista di maggioranza della Stretto di Messina Spa, esattamente come avvenuto due mesi fa in occasione della prima fallita inaugurazione del General Office. Allora, numerosi mezzi ed operai ANAS furono impiegati in opere di scerbatura all’interno del Polo universitario di contrada Papardo. Una vicenda approdata in Procura grazie ad un esposto-denuncia della Confederazione Unitaria di Base (CUB) di Messina. «Risorse preziose come quelle dell’ANAS non vengono impiegate per finalità proprie dell’Ente ma per l’abbellimento di aiuole in aree non di propria pertinenza», scriveva la CUB. «Questa organizzazione sindacale non può esimersi dal rappresentare alle Autorità competenti fatti che si ritengono fortemente lesivi degli interessi prioritari della collettività ai quali troppo spesso vengono anteposti interessi di pochi singoli individui. Tutto ciò premesso, chiediamo di perseguire e punire i soggetti ritenuti responsabili per tutte le ipotesi di reato previste e ravvisabili alla luce di quanto esposto e documentato». Di quella denuncia si è persa ogni traccia. Antonio Mazzeo

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Storie dalla città di Catania

Robin Hood 2010: rubare ai poveri per dare ai ricchi Catania è piena di storie terribili di povertà e degradazione. Nel vecchio centro storico i quartieri più poveri sono come isole di Terzo Mondo. E lo Stato? E il Comune? Aiutano i più poveri, come prescrive la legge? Mac ché. L'assistenza sociale, qui, è un business come tanti altri Questa inchiesta inizia con una storia che può sembrare incredibile, strappalacrime. Una storia di ordinario disagio e degrado, ed invece è reale, vissuta a pochi passi da dove voi vivete. La storia si consuma, e continua a consumarsi in un quartiere di Catania, più precisamente, nel quartiere di San Cristoforo. Una vicenda che potrebbe avere un finale diverso se ci fosse uno "stato sociale e sanitario" efficiente. Ma circa un mese fa "lo stato sociale" pubblico e privato ha buttato giù la maschera, rivelando la sua disonestà e inadeguatezza in alcuni suoi funzionari e in barba a tutti quegli onesti operatori sociali che lavorano in condizioni veramente precarie. Infatti, sono stati effettuati diversi arresti dai carabinieri dei n.a.s. di Catania, verso ,politici ,funzionari pubblici e privati,con l'accusa di aver "pilotato” appalti a favore di organizzazioni del "terzo settore sociale" privato che, con squallido cinismo, non si sono posti il problema di rubare denaro e diritti alle famiglie, anziani, minori delle fasce più deboli e disagiate della città. *** Giulia è una ragazza di 19 anni con qualche disturbo mentale, vive nel quartiere di San Cristoforo in un basso, pochi metri quadri, un soppalco che fa da stanza da letto, anonimo, freddo o caldo a seconda della stagione, senza nessun “colore”, dove Giulia con le sue tre sorelle e la madre vive, dove c’è un unico bagno per tutti senza porta. La mamma di Giulia è l’unico punto di riferimento naturale per le quattro ragazze,

combattuta fra l’essere madre e compagna di un uomo che vive il degrado della povertà, dell’alcol e della violenza. Giulia era una bella ragazzina, da piccola già mostrava i primi problemi, parlava poco e aveva difficoltà a scuola, ma riusciva sempre ad essere simpatica ed allegra, scoprì che le piaceva recitare e questo le fu utile perché acquistò una certa proprietà nel linguaggio. Legata alle sue sorelle e alla madre, procedeva una vita di stenti e di degrado nel quartiere di San Cristoforo come tante altre donne che portano avanti e da sole nuclei familiari, vivendo in case dove prima o poi vengono sfrattate. La mamma di Giulia incontra un uomo, e nel quartiere per una donna sola e abbandonata avere un uomo accanto è importante anche se la maltratta, perché il maltrattamento viene vissuto come atto “d’amore”, ma un giorno il compagno esagera, lei fugge e per ventiquattro ore abbandona le figlie, un giorno di tensione per le ragazze che credevano di aver perso la madre, provando l’angoscia dell’abbandono che le segna. Per fortuna dura poco, la famiglia si riunisce e viene ricoverata in un istituto convenzionato con i servizi sociali. Paradossalmente in quel luogo hanno una vita tranquilla, hanno da mangiare, vanno a scuola, fanno i compiti, sono più serene, ma il compagno della madre ritorna, si riappacificano “con il benestare istituzionale”. Una nuova casa, un lavoro come uomo di fatica, precario e mal pagato, unica fonte di sostegno per questa famiglia.

Giulia cresce e un paio di anni prima della maggiore età va in “crisi” e viene ricoverata in un reparto di neuro psichiatria infantile,viene curata,dimessa e inviata in un istituto per minorenni che necessitano di cure psichiatriche e sostegno psicologico. Ma Giulia compie diciotto anni e per lo stato italiano Giulia è maggiorenne, va dimessa dall’istituto per minorenni, rinviata a casa, da questo momento sarà seguita da una neuropsichiatra dell’asl e dalle assistenti sociali del comune di Catania. Di fatto ciò non accade o accade in modo saltuario o inadeguato. Giulia tornando a casa, in quella casa senza luce, vive il cortile, vive la strada, come un prolungamento della casa. Vive la strada facendo nuove amicizie, giocand, crescendo con radiosa bellezza, civettando e diventando preda di adolescenti che vivono il disagio giovanile e si credono già uomini e donne. L’amore è facile in strada ma anche pericoloso, il maschio a cavallo del suo motorino si crede forte, non va a scuola perché la scuola è dei fessi e non ti fa guadagnare, mentre lo spaccio, quello sì che ti fa guadagnare! Porti le dosi da un punto all’altro del quartiere e quei quattro soldi ti fanno sentire forte, le ragazze vengono facilmente sui motorini e facilmente amano perché è un modo per sentirsi vive, per essere più simili ai personaggi delle telenovele o della musica neomelodica che narrano storie di quartiere di amori e di carcere. Tutto questo è ancor più facile per Giulia, che è una bella ragazza, attraente, ma che

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Storie dalla città di Catania “In questa città per le famiglie dei quartieri arrivare alla fine del mese è una battaglia che richiede abilità e coraggio”

non ha coscienza di sé e del suo corpo, che ha qualcosa nella mente che non funziona. Giulia da donna diventa facile da conquistare, dentro di lei nasce una vita e Giulia, bambina nella mente, si crede pronta per essere madre, una maternità fisiologica, non scelta, con una madre rassegnata e disperata e uno stato sociale che non l’ha protetta. Cosa ne sarà di Giulia e del bambino che per salvarlo probabilmente le sarà tolto? Questo stato sociale se funzionasse sarebbe un supporto per la sua famiglia, darebbe un lavoro alla madre, una casa dignitosa e un’istruzione alle sorelle, un’assistenza sanitaria e sociale, secondo i parametri di uno stato democratico e civile, così come prevede la legge e la Costituzione. Ben dodici milioni di euro, secondo i Nas dei carabinieri sono stati tolti a tutti coloro che vivono disagio e indigenza. Dodici milioni che sarebbero potuti essere trasformati in progetti a sostegno delle famiglie più disagiate, in scolarizzazione, in anziani e anziane che vivono vite precarie, in adolescenti che vivono la strada alla mercé della manovalanza mafiosa. Dodici milioni di euro che noi tutti abbiamo affidato allo stato affinché esprimesse la nostra solidarietà aiutando, non con criteri assistenzialistici ma per dare autodeterminazione, queste tante Giulie, queste tante madri, questi tanti adolescenti che invece sono stati traditi da coloro che detengono posti di responsabilità utilizzandoli solo per ottenere una cinica ricchezza. Giovanni Caruso I Cordai

ASSOCIAZIONE PENELOPE RAPPORTO SUL DISAGIO DELLE FAMIGLIE IN ITALIA, IN SICILIA E A CATANIA La povertà è un'inaccettabile privazione del benessere cui ha diritto un essere umano, l'esperienza della povertà non si lega esclusivamente alle carenti condizioni di reddito ma anche alla difficoltà di accesso alla vita di tutti i giorni, alla possibilità di progettare il proprio futuro su binari indipendenti da ogni bisogno. Assodata la multidimensionalità del fenomeno, esso va osservato mediante una serie di indicatori economici e sociali che determinano lo stato di vulnerabilità ed il livello di accesso alla vita. Tutti gli indicatori rilevati dall'istituto di statistica, nell'indagine annuale su un campione di 28 mila famiglie, mostrano un peggioramento delle condizioni di vita delle stesse. Condizioni di difficoltà che riguardano in particolare i nuclei familiari con tre o più figli, gli anziani soli soprattutto se donne, e le famiglie mono-genitore in particolare per le donne sole, divorziate o vedove. Se il quadro nazionale appare allarmante con il 15,4% delle famiglie che arrivano con enorme difficoltà a fine mese, quello della regione sicilia rappresenta una fetta sostanziale delle dimensioni assunte dal fenomeno. Il 70% delle famiglie povere italiane risiede al sud, la sicilia si attesta così al 1° posto con il 30,8% (istat 2005). Novanta mila dei tre milioni e mezzo di

poveri italiani risiedono a Catania. Ad oggi, infatti, nel panorama cittadino catanese, risultano essere numerosi i quartieri toccati da forte disagio economico e sociale, altrettanto numerosi diventano i rischi e le difficoltà che le famiglie residenti nel territorio devono fronteggiare. Riuscire ad arrivare a fine mese diventa il risultato di un abile lavoro di gestione delle spese, del tempo e del lavoro che spesso però non ha un esito positivo anche a causa di una carente rete di servizi a sostegno della famiglia nella sua complessa totalità. Solo nella Prima Municipalità (la più grande municipalità cittadina) su un totale di 19.616 famiglie, ben 4.588 vivono con la persona di riferimento ritirata dal lavoro. A tutto questo si aggiunge un aspetto del fenomeno, oltremodo maggiormente diffuso nel mezzogiorno, rappresentato da forme di povertà legate alla condizione femminile all'interno dei nuclei familiari. Una lettura del dato a livello territoriale, appunto, consente ancora una volta di mettere in luce il grave divario che esiste tra le diverse aree geografiche del paese e come nelle regioni del mezzogiorno la presenza di madri povere sia particolarmente accentuata. L'incidenza della povertà tra le madri al sud è particolarmente grave, pari al 27% circa se queste vivono all'interno di una coppia e del 27,6% se invece sono sole (elab. Cittalia su dati Istat. estratto report a cura di Save the Children 2008).

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Storie dalla città di Catania “Il business dell'assistenza ai poveri nella città di Zappalà e dei suoi compari” SCHEDA CHI HA SACCHEGGIATO E DISTRUTTO I SERVIZI SOCIALI Questa è la lista dei nomi degli arrestati e degli indagati dello scorso mese di luglio. Le accuse sono: associazione a delinquere, turbativa d’asta, peculato, abuso d’ufficio, falso e truffa aggravata. Tra gli arrestati dai carabinieri del Nas nell'ambito dell'inchiesta su appalti nei servizi sociali nel capoluogo etneo: Giuseppe Zappalà, 61 anni, ex assessore alle Politiche sociali della giunta di centrodestra di Umberto Scapagnini; Nunzio Parrinello, 52 anni, consigliere del Mpa alla Provincia di Catania; Isaia Ubaldo Camerini, 62 anni, responsabile del distretto socio-sanitario n° 16; l'avvocato Antonino Novello, 53 anni, consigliere della sezione etnea dell'Unione nazionale ciechi; Paolo Guglielmino, 42 anni, legale rappresentante della cooperativa “Socio sanitaria”. Per loro il Gip, accogliendo le richieste del sostituto procuratore Lucio Setola, ha emesso ordine di custodia cautelare in carcere. Il giudice ha concesso i “domiciliari” a altri undici indagati. Maria Brunetto, 53 anni, consigliere comunale di una lista civica a Calatabiano; a cinque dipendenti del Comune di Catania: Maria Teresa Cavalieri, 51 anni, Vincenza Lipani, di 55, Lucia Rosto, di 58, Carmela Merola, di 62, Carmela Vampa, di 55. Anna Donatelli, 48 anni, presidente della cooperativa sociale “Orizzonti”; Salvatore Falletta, 54 anni, vice presidente della Lega cooperative della provincia etnea; Carmelo Reale, di 58 anni, componente una delle commissioni aggiudicatrici di gare di appalto; Concetta Santangelo, di 46 anni, di Adrano; e Renato Briante, di 55 anni, consulente nel 2007 dell'assessorato regionale alla Famiglia. *** Una banda di politici ed amministratori compiacenti e corrotti che avrebbe messo in atto un meccanismo di spartizione a tavolino dei fondi statali destinati ai più bisognosi, anziani, minori, donne e nullatenenti che vivono nella più totale povertà.

I fondi statali per le fasce deboli arrivavano sul tavolo degli appalti utilizzando il vecchio sistema per aggiudicarli, poi venivano organizzati una serie di progetti ed operazioni di propaganda per giustificare le spese, in seguito conteggiate regolarmente. Protagonisti di questo sistema sarebbero l’ex assessore ai servizi sociali Giuseppe Zappalà del Mpa (giunta Scapagnini), Nunzio Parrinello, consigliere provinciale dello stesso partito e braccio destro di Lino Leanza, parlamentare e assessore regionale alle Politiche sociali, l’ex direttore del distretto socio sanitario Ubaldo Camerini e altri amministratori compiacenti. Zappalà è uno che con i servizi sociali ha fatto anche la scalata politica. Alle ultime elezioni regionali inviava al suo indirizzario di bisognosi le comunicazioni che gli riguardavano accompagnate da volantini a sostegno della propria candidatura. Come ha sottolineato il procuratore Lucio Setola, Zappalà avrebbe creato una realtà parallela nella gestione dei servizi sociali “utilizzando la sua posizione istituzionale per il proprio tornaconto personale”. Tutti i dati erano falsi o inventati, a partire dal protocollo che non era cartaceo, ma elettronico e quindi poteva essere cambiato a piacere in qualunque momento. Dai documenti acquisiti dai giudici figurano anche presunte firme false in verbali di riunioni mai avvenute. Come quella cui avrebbe partecipato, solo sulla “carta”, il sindaco di Misterbianco, Ninella Caruso. Secondo i giudici questi movimenti sarebbero serviti alla “banda dei politici amministratori catanesi” per spostare soldi pubblici verso altri progetti dove vi erano interessi economici. La Procura sta ora esaminando venti faldoni che contengono gare truccate in cui si riscontra una certa “fantasia criminale”. “Chi era fuori dal losco giro - spiega il procuratore Setola - perdeva le gare e non veniva pagato dal comune”. *** Agli arresti domiciliari è finito anche Carmelo Reale, uno degli uomini più vicini al presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo per il ruolo avuto in alcune commissioni di appalto. Reale era dirigente del personale nel co-

mune di Catania, la stessa carica la ricopriva al consiglio provinciale quando, a guidarla era l’onorevole Lombardo. Spesso, per confermare gli incarichi di alcuni dipendenti, Reale scriveva a se stesso e si rispondeva. Il dirigente era anche presidente provinciale dell’Efal, l’ente di formazione professionale del Movimento cristiano lavoratori che, nell’ultimo anno, aveva ricevuto dalla Regione oltre sei milioni di euro di contributi. Tra gli indagati risulta anche il sindaco di Catania Raffaele Stancanelli. L’ipotesi a suo carico è di abuso d’ufficio e concorso in peculato e riguarda il suo operato come assessore regionale alla Famiglia ai tempi della giunta Cuffaro. La notizia era stata diffusa a luglio, ma, come ha tenuto a sottolineare il procuratore aggiunto Michelangelo Patanè, il suo sarebbe stato un “ruolo marginale”. Il sindaco ha comunque rivendicato la correttezza del proprio operato minacciando querele a chiunque provasse a diffamarlo. Stancanelli avrebbe indicato un solo componente delle commissioni che valutavano gli appalti dei servizi sociali. Ma dagli atti dell’indagine risulterebbero invece undici indicazioni di nominativi tutti inseriti nelle commissioni che, secondo i giudici, “vanno contro le norme per formare le commissioni di gara e come tali illegittimi ed illeciti in quanto l’assessorato regionale non aveva titolo a designare o indicare eventuali componenti della commissione”. Stancanelli si limitava a scrivere “come già comunicato per le vie brevi” prima di indicare il nome del designato, per questo le nomine sarebbero prive dei “necessari chiarimenti in ordine ai criteri seguiti nell’individuazione dei soggetti designati ovvero delle loro competenze in materia”. Nel mese scorso tutti gli arrestati sono stati messi in libertà ma rimangono indagati e probabilmente subiranno il regolare processo. Crediamo che le indagini si allargheranno ed altri politici, amministratori, del servizio sociale pubblico e del terzo settore privato saranno investiti da questo scandalo vergognoso che va a discapito di tutti noi, ma soprattutto dei cittadini e cittadine delle fasce più deboli e bisognose.

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Storie dalla città di Catania

Così abbiamo vinto la lotta per salvare l' Andrea Doria La lunga attesa sotto la porta dell'assessore. La mobilitazione della mamme. L'ostinazione. E così, alla fine, siamo riusciti a non far chiudere la nostra scuola, l'unica del quartiere Ci sono bimbi che giocano tra le transenne della scivola dell'androne o dormono nei passeggini, adulti che discutono nel corridoio laterale, altri rilasciano interviste alle poche televisioni locali che riconoscono l'importanza dell'evento. Tutti a controllare l'arrivo dell'Assessore Prof.ssa Cinquegrana. Siamo dentro i locali dell'Assessorato alle Politiche Scolastiche di Catania, è la mattina del primo luglio e tra permessi lavorativi e rinunce di rinfrescanti bagni a mare, un gruppo di catanesi si ritrova insieme. Insieme per "pretendere", dopo tante richieste cadute nel nulla, un incontro con l'assessore, per rivendicare forte e chiaro che è fondamentale trovare un accordo per salvare la scuola Doria, è fondamentale trovare le risorse per rispettare gli impegni con la proprietà dell'immobile di via Cordai e rinnovare il contratto di affitto. Un gruppo sale al primo piano dietro la stanza dell'assessore a far sentire ancora di più il fiato sul collo, a far sentire che lì

c'erano uomini e donne che non chiedevano favori per se, che non cercavano un aiuto per risolvere situazioni personali. Erano lì per difendere il diritto all'istruzione a S.Cristoforo, per riconoscere e valorizzare il grande lavoro che ogni giorno docenti e non docenti fanno con i ragazzini del quartiere. Dopo qualche ora, senza mai mollare la presa, l'assessore non può sfuggire dall'incontrarci ed è costretta ad ascoltare le istanze di un quartiere e le conseguenze terribili che la chiusura della scuola avrebbe comportato. Quanto meno è stata avvisata, avvisata anche delle eventuali azioni forti che la società civile avrebbe intrapreso se non avessero fatto il loro dovere. Da quel giorno il controllo è stato quotidiano, abbiamo seguito passo passo le trattative anche attraverso l'Avv. Giuffrida legale delle Orsoline, proprietarie dell'immobile. Giorno 6 settembre finalmente la firma, 6 anni di affitto più 6, circa 18.000 euro al

mese di canone, alcuni mesi di anticipo per mettere in sicurezza la scuola. Tutti adesso si sono presi i meriti, soprattutto i governanti di questa città. Ma questa classe politica non ha capito che avere una scuola in un quartiere è una cosa normale e non possono esultare e vantarsi per aver garantito un normale diritto. Forse devono esultare per aver evitato, per ora, la vergogna e il fango che gli uomini e le donne di una società civile, ancora faticosamente presente nel quartiere e in città, avrebbe tirato loro addosso. Una classe politica abituata a elargire favori ed elemosine anche ad associazioni di volontariato e del terzo settore che fanno anticamera dietro le loro porte anche solo per poche briciole. Noi del Gapa no, le nostre anticamere sono diverse e siamo già pronti e determinati a farne altre, soprattutto per la Doria, soprattutto se avete in mente di non rispettare gli impegni firmati il 6 settembre. Toti Domina, I Cordai

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Giornali

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Quartieri

Vandalismo a Librino (soprattutto del Comune) Si può lasciare distruggere una struttura pubblica, che servirebbe allo sport? Qui si può Per raccontare la storia del centro polifunzionale San Teodoro nel quartiere di Librino, bisogna tornare indietro nel tempo quando c'era solo lo Stradale San Teodoro, quando passavi da lì e quello che vedevi erano tanti terreni agricoli, il profumo delle arance; e alla fine del viale c'erano una collina, un vigneto ed un uliveto grandissimo dove i bambini del quartiere andavano a giocare.

Poi un bel giorno arrivarono le ruspe, furono spesi svariati miliardi per spianare il terreno. Fu costruita una grande struttura sportiva che avrebbe dovuto ospitare le Universiadi del 1997. Inaugurata ma mai consegnata. Secondo il progetto dovevano esserci un campo da calcio, due da calcetto e uno da rugby e all'interno due palestre con spogliatoi e bagni. Costo della struttura: 12 milioni di euro. Il campo da rugby non è stato mai completato, hanno passato i ciottoli per il drenaggio ma poi i lavori non sono andati

avanti. Per un periodo il terreno è stato usato dalla squadra di rugby del quartiere, i “Briganti”. Ma purtroppo il campo è stato invaso dalle zecche, e i briganti sono dovuti ritornare ad allenarsi nel parcheggio adiacente al centro Iqbal Masih, stando attenti a non danneggiare le reti dei pescatori e le macchine. La squadra dei briganti con il campo a due passi è ancora oggi costretta a chiedere di allenarsi presso altri campi della città. Lo scorso giugno ho fatto un sopralluogo. Quello che doveva essere il campo da rugby adesso è solo sterpaglie e erba secca. *** Entrando nella struttura ho provato solo rabbia, tanta rabbia. Dentro non esiste più nulla. La prima palestra doveva essere un campo di pallavolo provvista di spogliatoi. Invece tutto è distrutto, ridotto all'abbandono più totale, vandalizzato. Mancano i servizi igenici, i lavandini, l'impianto elettrico e quello idraulico, non c'è più neppure un cavo. Gli spogliatoi della seconda palestra sono ridotti ancora peggio, le pareti sono bucate (peccato perché erano state fatte a regola d'arte cioè con mattoni, polistirolo e poi altri mattoni!), si cammina tra le macerie. L'unica parte fruibile del Pala San Teodoro è oggi il campetto da calcio, dove i bambini del quartiere vanno a giocare.

Camminando mi sono accorto che anche qui, come a Villa Fazio o nelle tante torri per l'edilizia economico-popolare mai completate, la gente del mio quartiere non si è comportata bene. Hanno vandalizzato tutto, hanno rubato i piatti delle docce, i lavandini, l'impianto idrico, l'impianto elettrico, spaccato le pareti. *** Una cosa a favore della gente di Librino bisogna dirla però, cioè che fino a quando le istituzioni non renderanno partecipe la gente sui progetti e i cambiamenti del quartiere, le persone continueranno a vederli come delle imposizioni, quindi non li sentiranno propri e li distruggeranno. Poi c'è anche l'indifferenza dell' amministrazione comunale che inaugura le strutture,e poi li lascia a l'abbandono e al degrado. Allora mi chiedo: non sarebbe stato meglio se fossero rimasti la collina, l'uliveto e il vigneto, e i loro profumi? Luciano Bruno

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Ordine

Non c'è più Crispi, non c'è più Scelba, ma se stai coi braccianti passi ancora i tuoi guai Può capitare in pieno duemila e dieci che un comunista venga incriminato per aver partecipato a una lotta bracciantile? Sì, può capitare...

Giorno 19 Novembre mi è stato notificato un avviso di chiusura delle indagini preliminari nei miei confronti. Due fogli di carta firmati da un magistrato che riportano l'accusa: violenza privata aggravata! La mia prima reazione incredula si è trasformata in una lucida presa d'atto dell'ennesimo episodio repressivo ne confronti di chi continua a ribellarsi all'ingiustizia sociale. Ma andiamo ai fatti: il 24 Luglio 2007 centinaia di braccianti agricoli di Palagonia ( prov Ct ) decidono di iniziare una lotta per il riconoscimento del sussidio di disoccupazione, un diritto sacrosanto negato a centinaia di lavoratori e lavoratrici che durante la stagione agrumicola si spaccano la schiena in condizioni salariali vergognose! Nel pomeriggio si tiene una assemblea nell'aula consiliare del palazzo comunale e i lavoratori decidono di iniziare la protesta. Nella notte a centinaia si ritrovano a protestare per le vie di Palagonia e verso le 4 del mattino la protesta si sposta sulla strada Statale 417( Catania/Gela ). I compagni e le compagne di Rifondazione Comunista appoggiano la protesta e solidarizzano con i lavoratori passando con loro la notte ai blocchi stradali. Una notte difficile da dimenticare per chi come noi continua incessantemente a reclamare diritti e giustizia sociale per i

braccianti. Una bella notte d'estate passata tra chi è protagonista delle lotte sociali e vede nello strumento della lotta l'unica via d'uscita alla crisi di un settore che diventa la crisi di una intera comunità. I lavoratori sono determinati e solo la notizia dell'apertura di un tavolo di trattative in prefettura li convince a togliere il blocco stradale e tornare a casa. Felice di aver contribuito alla riuscita della protesta saluto i compagni e dopo la lunga notte insonne mi dirigo verso casa. Abbiamo più volte partecipato in seguito alle manifestazioni dei lavoratori del comparto bracciantile, peraltro la lunga vertenza è tuttora in corso. Questa è la cronaca oggettiva dei fatti che risalgono ormai a più di due anni fa! La giustizia, meglio chiamarla repressione, si fa attendere e arriva la denuncia e l'avviso della chiusura delle indagini. Dal fascicolo in mio possesso emerge che i carabinieri di Palagonia hanno segnalato 20 persone che si sono macchiate del "grave" delitto di "interruzione di pubblico servizio" e "violenza privata aggravata"! egnalazioni avvenute per "conoscenza diretta" dei presunti "sovversivi", senza "fermo" o richiesta di documenti. Non sapevo di essere così "famoso" da meritarmi l'attenzione dei carabinieri. L'accusa si basa sulle denuncie contro

ignoti di alcuni automobilisti che a causa del blocco stradale hanno subito "disagi" e quindi un torto. Dovremo sulla base di queste "accuse" subire un processo e con fierezza lo affronteremo. Quando non si è allergici alle piazze, alle manifestazioni, alle occupazioni si mette in contro che prima o poi una denuncia la puoi anche prendere, e personalmente non ne faccio una tragedia. Ma le accuse ridicole, il privare i cittadini del diritto al dissenso e all'agibilità democratica mi fanno pensare e preoccupare. Le accuse parlano di violenza privata e noi le rispediamo al mittente! Non è forse un atto di violenza privare lavoratori degli ammortizzatori sociali? Non è violento privarli della loro dignità e dei loro diritti? La vera violenza è rappresentata da questo sistema dove l'individuo diventa una merce e come tale può essere venduto e magari dismesso! La violenza dello stato, la violenza dei padroni che lincenziano o non rispettano i contratti collettivi nazionali e privano tutti e tutte dei basilari diritti sindacali. Piuttosto che perdere tempo inutilmente a "segnalare" pericolosi sovversivi, le forze dell'ordine farebbero bene a controllare i luoghi di lavoro dove perdono ogni hanno la vita in migliaia. Valerio Marletta consigliere provinciale Prc

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Il cantastorie

“Lasciatemi cantare” “Storie per i nipoti e per i nonni, per padre, madre, compare e commare...”. Carlo Barbera è uno degli ultimi cantastorie dell'Isola, erede di una tradizione antichissima che per secoli ha dato voce al popolo siciliano "Storii p'i niputeddi e pi li nonni, pi patri, matri, cumpari e cummari", sono questi alcuni versi di una ballata che ho scritto un paio d'anni fa e che canto sempre con piacere. Io, il Cantastorie, l'affabulatore, colui che sale sul palco o sul basolato d'una piazza o sul selciato d'una strada, ovunque, pronto a narrare la vita e l'uomo in tutte le sue parti, soprattutto quelle scandalosamente malefiche. Avevo bisogno un mezzo per parlare male di me stesso in qualità di individuo, facendomi capire il più possibile, perchè a volte la prosa non riesce in questo intento in maniera immediata, affaccendata com'è a dover attirare la gente con espedienti di tipo spettacolare.

Lasciatemi in mano questo strumento per combattere contro l'ingiustizia, che impera ovunque nel mondo. Lasciatemi questa spada per dare giù sferzate all'ipocrisia vergognosa della gente.

Così cominciai a scrivere satire e musicarle, diventando un Cantastorie, appellativo che mi piace tantissimo, perchè racchiude diversi momenti della mia attività: attore, cantante, musicista, poeta. Mica è facile tutto questo... Anche perchè molti pensano che fare il Cantastorie significhi fare folklore. Non è così e lo abbiamo dimostrato, andando in giro per la nostra terra, ed anche oltre, a dire le cose come stanno.

"Lasciatemi cantare con la chitarra in mano" diceva un tempo un mediocre cantautore, ma ottimo autore e compositore. Ve lo chiedo anch'io di lasciarmi cantare, perchè chi ha paura della satira, in fondo, ha paura di se stesso, poichè la satira altro non fa se non mettere in evidenza i nostri difetti. Carlo Barbera carlobarbera@tele2.it

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Rassegnazione o rivolta?

Parlando di nonviolenza e libertà Ci sono pochi argomenti più fuorimoda della pace – e della nonviolenza – oggi. Il mondo, apparentemente, va avanti col “sano realismo” della guerra, della violenza e dell'ordine imposto con la forza. Ma è proprio così? Quasi tutte le principali conquiste umane, a ben guardare, sono state raggiunte con metodi nonviolenti. E chi si è dimostrato più realista, alla fine: Gandhi o Hitler, Martin Luther King o il povero Dabbliù Bush?

C'è un'alternativa tra la rassegnazione e la rivolta? Che cosa fare qui e ora, nel tempo storico in cui viviamo, per combattere le ingiustizie e le violenze che condizionano la nostra vita? Che spazi di espressione possono avere la rabbia, l'indignazione e la voglia di ribellarsi? Come occupare questi spazi senza innescare spirali di scontro? A 141 anni dalla nascita di Mohandas Gandhi, la sua figura ci interroga su tutte queste domande, attualissime come attuale è il conflitto che da sempre contrappone gli uomini potenti ai popoli su cui si fonda il loro potere. *** Osservo quanta strada si sia fatta in questi 141 anni. Osservo la politica, inizialmente incapace di accettare un servizio alla patria diverso da quello armato, che oggi si ritrova concorde nell'affermare l'inutilità della coscrizione obbligatoria. Osservo idee come l'obiezione di coscienza, la disobbedienza civile e il boicottaggio, che hanno da tempo abbandonato il mondo delle teorie per diventare concetti popolari e diffusi nella pratica quotidiana. Osservo il pensiero di grandi uomini come Gandhi e di grandi italiani come don Milani, Aldo Capitini e Danilo Dolci che acquistano sempre più forza col passare del tempo, mentre la traccia lasciata dai rivolu-

zionari armati si affievolisce sempre di più con il passare degli anni, perché nella lotta armata alla lunga ha sempre vinto il potere. Osservo tutto questo e provo speranza. Ma poi osservo quanta strada ci sia ancora da fare, e mi sento voce nel deserto quando sostengo l'urgenza di organizzare la resistenza alle strutture di dominio con gruppi di azione nonviolenta, preparati e addestrati al conflitto meglio di quanto gli eserciti siano addestrati alla guerra. Osservo la protesta popolare che si coagula in iniziative tanto genuine quanto disorganizzate, prestando il fianco a chi vorrebbe tacciare di "squadrismo" qualsiasi iniziativa di contestazione al potere e ai suoi abusi. I nostri leader politici sembrano preparati su ogni possibile questione: l'economia, l'occupazione, l'energia, l'ambiente, e su questi temi hanno riflettuto e studiato per costruire teorie complesse in grado di renderli credibili agli occhi dei loro elettori. E allora come mai dopo aver studiato tutte queste cose non sentono il bisogno di approfondire lo studio della cultura nonviolenta? Come mai una folla disarmata e composta che fischia a mani nude viene tacciata di squadrismo per aver tolto la parola a un uomo che può parlare a piacimento su tutte

le televisioni nazionali con un semplice schiocco di dita? Come mai su un settore così cruciale e delicato come quello della gestione dei conflitti sociali si naviga in un oscuro pantano di ignoranza? E allora ci fa bene ripartire da Gandhi, e ripercorrere le tappe storiche della nonviolenza per essere preparati ad affrontare le sfide del futuro. *** Se i capi e capetti di partito avessero studiato la nonviolenza quanto il liberismo, anziché combattere i fischi e i pernacchi lanciati dal popolo scoprirebbero che in molti casi la resistenza dal basso si traduce in un "pernacchio al potere", scoprirebbero che la forza di un leader sta nell'ascoltare, interpretare e capire i pernacchi del suo popolo, e scoprirebbero infine che alcuni tra i più grandi pernacchi fatti al potere nella storia della nonviolenza sono stati azioni di irriverente sfottò verso le regole di "buona educazione" e di "convivenza civile" stabilite dai potenti di turno. Gandhi ha fatto la "marcia del sale", invitando le folle a seguirlo per produrre gratis col proprio lavoro quel sale, e si è fatto beffe delle tasse imposte dalla potenza coloniale britannica, che usava questa materia prima per mettere le mani in tasca ai più poveri, e sfruttare chi era già sfruttato.

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Rassegnazione o rivolta?

Henri Matisse, La Dance

Martin Luther King ha risvegliato la coscienza dei neri d'America grazie all'irriverenza di Rosa Parks, che un bel giorno ha deciso di salire sull'autobus per sedersi nei posti riservati ai bianchi, dimostrando che il suo senso di giustizia era più forte e legittimo delle regole scritte dall'"autorità", e che ogni uomo e donna ha il diritto di farsi beffe delle leggi stabilite "democraticamente" quando la sua coscienza le considera ingiuste. *** Aldo Capitini fece il suo pernacchio al potere rifiutando di prendere la tessera del partito fascista, una scelta che gli costò il posto di segretario alla normale di Pisa. Danilo Dolci organizzò uno dei più grandi sberleffi della storia italiana con lo "sciopero al contrario", al quale parteciparono centinaia di braccianti e contadini decisi ad affermare il diritto al lavoro. Vecchie strade di campagna (le cosiddette "trazzere") furono rimesse in sesto dagli "scioperanti", per dimostrare che in Sicilia non mancava il lavoro da fare, ma la volontà politica di combattere la disoccupazione. I partecipanti allo "sciopero al contrario" vennero processati per occupazione abusiva di suolo pubblico, e Danilo Dolci fu messo in carcere per due mesi assieme ai sindacalisti che avevano appoggiato l'iniziativa.

Ma proprio quando sei perdente agli occhi del potere, e il carcere viene usato come strumento di massima repressione e privazione della libertà, i semi piantati dalla lotta nonviolenta iniziano a dare i loro frutti. L'eco dello "sciopero al contrario" raggiunse vari paesi del mondo, e i più noti intellettuali italiani e stranieri dell'epoca si coalizzarono attorno alle lotte nonviolente di Danilo. Perfino Gesù Cristo (anche lui arrestato e incarcerato come Dolci, Gandhi e Capitini) è stato condannato a morte per i suoi sberleffi al potere, dopo aver preso in giro l'ipocrisia di scribi e farisei chiamando "sepolcri imbiancati" uomini potenti e meschini che sostenevano di agire in nome di Dio. Tutte queste azioni sono state dei pernacchi rivolti al potere, dei gesti irriverenti considerati pericolosissimi per il loro valore simbolico, politico, culturale, etico e filosofico. E ci dimostrano che ognuno di noi, anche senza eserciti, partiti o leader alle spalle, può cambiare la storia con un pernacchio al potere fatto con l'animo orientato alla nonviolenza. Ogni momento della storia in cui uomini disarmati e appassionati hanno fatto sentire la loro voce, guidati unicamente dalla loro coscienza e dalle loro persuasioni interiori, sta lì a dimostrare che c'è un alternativa tra

la rassegnazione e l'insurrezione. Le esperienze di vita delle deboli creature umane trasformate in grandi leader dalla forza della verità ci dimostrano che l'azione diretta nonviolenta è la cosa migliore da fare qui e ora, nel tempo storico in cui viviamo, per combattere le ingiustizie e le violenze che condizionano la nostra vita. *** L'eredità culturale, letteraria e morale, lasciata da chi ci ha preceduto nell'azione nonviolenta, ci rivela che spazi di espressione possono avere la rabbia, l'indignazione e la voglia di ribellarsi, e ci insegna come occupare questi spazi senza innescare spirali di scontro. Abbiamo tutti gli strumenti in mano per cambiare il mondo lottando contro la violenza, la povertà, lo sfruttamento di popoli e nazioni. Ma per farlo la prima lotta da vincere è quella contro la nostra ignoranza della cultura nonviolenta, la nostra impreparazione nell'oganizzare azioni dirette conformi ai principi della nonviolenza e la nostra paura nell'assumerci le inevitabili conseguenze di ogni seria lotta nonviolenta. La scommessa da fare sul genere umano è che tutti questi ostacoli possano essere superati. Carlo Gubitosa www.mamma.am

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“Qua si fa l'Italia o...”

Come è cominciata l'Unità Molto prima di Cota e Borghezio, nel 1862 la classe dirigente “piemontese” (ma in realtà fondata sui notabili di tutta Italia) inaugura lquella che poi sarà chiamata questione meridionale. Molte cose sono cambiate da allora. E molte no Dopo i contadini massacrati a Bronte da Nino Bixio, il generale Govone fa sapere a Torino che “i meridionali vanno considerati inferiori per natura”. Guido Fortuzzi, emiliano, scrive che “i siciliani non sono propriamente umani”, mentre a Napoli si impacchettano gli impianti industriali da rimpiantare a nord La prospettiva unitaria non era solo nelle aspettative del ceto dirigente sabaudo e dell’industria del nord, penalizzata quest’ultima dalle barriere doganali che, lungo la penisola, deprimevano la circolazione delle merci. Veniva reclamata dal mondo intellettuale, che si riconosceva in una lingua comune e in un secolare patrimonio di tradizioni, scientifiche, letterarie e non solo. Correlata a istanze di tipo federalistico, veniva presa in considerazione da sicilianisti come Domenico Scinà, Pietro Lanza di Scordia, Isidoro La Lumia, Michele Amari. Fu tenuta in debito conto da Ruggero Settimo e dagli altri capi del ‘48 palermitano, prima della inevitabile sconfitta. Su tale prospettiva, rivendicata pure dai locali padroni del vapore, dai Florio agli inglesi Woodhouse e Ingham, convergeva altresì, negli anni cinquanta, il radicalismo democratico che, lungo i tracciati mazziniani e garibaldini, andava diffondendosi fra i ceti medi e popolari dell’isola, sotto l’egida di personalità come Francesco Crispi e Rosolino Pilo. Tutto questo, associato ad alcuni iter in corso nel continente europeo, dovrebbe

confortare la tesi di una storia tutto sommato coerente e liberale dell’unità d’Italia. Esistono nondimeno fatti, controversi, che tanto più oggi sollecitano a nuovi impegni interpretativi. Agli esordi dell’impresa siciliana, Garibaldi e i suoi referenti dell’isola presero in seria considerazione l’argomento della terra. Nel vivo dei combattimenti, il 2 giugno 1860, un decreto firmato da Francesco Crispi ne prometteva infatti l’assegnazione ai contadini, a partire da coloro che si sarebbero battuti “per la patria”. In realtà, i fatti di Bronte, Alcara, e altri centri, che per la loro gravità hanno gettato ombre sul garibaldismo di quei frangenti, testimoniano come andarono le cose. L’anno clou, che aprì realmente la questione meridionale fu comunque il 1862, quando, in un contesto del tutto diverso, sullo sfondo del nuovo regno sabaudo, il radicalismo democratico, che avrebbe potuto sorreggere le istanze civili nel sud, con l’attuazione di una riforma agraria e non solo, venne sbaragliato. La resa dei conti venne quando Garibaldi mosse dalla Sicilia per risolvere militarmente la questione romana, giacché il capo del governo Rattazzi, apparso di primo acchito interlocutorio, non esitò a proclamare nell’isola lo stato d’assedio, conferendo il comando delle truppe a Raffaele Cadorna. Ne seguirono rastrellamenti e repressioni,

a Girgenti, Racalmuto, Alcamo, Bagheria, Siculiana, Grotte, Casteltermini, culminanti in autunno con l’eccidio di Fantina. In tutto il Mezzogiorno, attraversato dalla guerriglia legittimista, l’anno si chiudeva d’altronde, come veniva espresso in un rapporto della Camera, con oltre 15 mila fucilazioni e circa mille uccisi in combattimento. Entrava così nel vivo l’offensiva di Cadorna, che avrebbe avuto un momento decisivo nel 1866, quando la rivoluzione detta del Sette e Mezzo sarebbe stata repressa con il cannoneggiamento di Palermo. Lo statuto, mutuato da quello albertino del 1848, al sud venne violato da allora regolarmente, con un uso metodico della forza. In tutto il Mezzogiorno, proposta dal deputato della destra Giuseppe Pica, dal 15 agosto 1863 veniva resa operativa, e sarebbe durata oltre due anni, la legge marziale, che prevedeva la sospensione dei diritti costituzionali, la punizione collettiva per i reati dei singoli e la rappresaglia contro i centri abitati. Precisi atteggiamenti culturali, con o senza cautele, intervenivano a legittimare intanto, pure in sedi ufficiali, ogni eccesso repressivo. Il generale Giuseppe Govone, i cui metodi, quando ebbe conferiti in Sicilia i pieni poteri, furono denunciati già allora come criminosi, non esitò a sostenere che i meridionali andavano considerati inferiori per natura.

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“Qua si fa l'Italia o...”

Una vignetta di Scalarini del 1898. E lo scandalo che ne derivò, pure in Parlamento, non impedì al medesimo di passare di promozione in promozione, fino a ottenere, seppure per poco, sotto il governo Lanza, il prestigioso dicastero della Guerra. Si trattava, evidentemente, di un humus, cui aderivano del resto gran parte dei prefetti del tempo, a partire da quel Guido Fortuzzi, emiliano, che riteneva i siciliani non propriamente umani. Ma quali furono le cause di tale deriva, negli orizzonti di uno Stato che si ispirava al liberalismo? Come in altre aree del sud, in Sicilia il nocciolo della questione continuava ad essere la terra. Le strutture del latifondo, che avevano retto alle leggi del 1812, con cui il parlamento dell’isola aveva abolito formalmente il feudalesimo, erano rimaste pressoché intatte, mentre le terre confiscate agli ordini religiosi finivano nelle mani del ceto agrario più spregiudicato. In sostanza, con il rifiuto di una riforma della proprietà rurale, che avrebbe potuto rimescolare le carte nelle politiche del Regno, equilibrando le opportunità e le risorse dei diversi territori, abortiva in quei decenni il disegno di una coesistenza equa di nord e sud. Sulla traccia di Cavour, contrario alle autonomie regionali, i governi sabaudi della Destra, da Ricasoli a Minghetti, convennero altresì su una linea centralistica, autoritaria, che, destinata a perpetuarsi pure dopo del 1876, quando il

governo passò alla Sinistra, avrebbe annichilito ogni autentica aspirazione democratica. Lo scollamento nell’isola fu avvertito dalle popolazioni a tutti i livelli: anche dal ceto aristocratico-terriero, che pure da decenni aveva perduto il privilegio di un parlamento a propria misura. Ambienti in bilico fra luce e ombra, sullo sfondo dell’emergenza militare, poterono trarre tuttavia guadagno dalla situazione, coinvolgendosi nelle cospirazioni della corte sabauda, che crebbero ancora dal 1862, quando, con l’accoltellamento di tredici persone in diversi punti di Palermo, in simultanea, esordiva nell’isola una sorta di strategia della tensione. La vicenda, oscura ancora oggi, rimane sintomatica. Identificato uno dei sicari, i sospetti, sin da subito, ricaddero sul principe Raimondo Trigona di Sant’Elia, senatore del regno, e sul reggente dalla questura palermitana Giovanni Bolis, mentre venivano adombrati contatti ancora più in alto, tali da coinvolgere lo stesso governo sabaudo. Il sostituto procuratore del re Guido Giocosa in un rapporto annotava altresì il possibile movente: quello di sconvolgere l’ordine della città e del circondario per giustificare misure repressive. Si corse allora ai ripari. L’inchiesta venne prima ostacolata, poi fermata d’autorità. I conti con le fazioni garibaldine e repubblicane dell’isola venivano saldati comunque, nel medesimo orizzonte

strategico, con l’assassinio del generale Giovanni Corrao, avvenuto, ancora a Palermo, il 3 agosto dell’anno successivo. E anche in questo caso le indagini, che minacciavano di lambire il governo e la corte sabauda, vennero chiuse anzitempo. Su quegli sfondi, che nelle grandi città siciliane ricalcavano, per certi versi, lo Stato di polizia borbonico, esponenti pubblici di varia estrazione ideale si ponevano altresì a disposizione di consorterie vecchie e nuove, le quali, profittando anch’esse del fossato civile che separava le popolazioni dall’autorità pubblica e dalle leggi, tanto più si ergevano nei circondari come potere parallelo. Già adombrato nel 1876 da Raimondo Franchetti, viene ritenuto emblematico il caso del barone Nicolò Turrisi-Colonna, indipendentista nel 1848, capo della guardia nazionale e deputato filo-garibaldino nel 1861, infine, negli anni successivi, senatore del Regno. Il nobiluomo siciliano pare che riuscisse a coniugare senza problemi la difesa teorica dei principi di legalità, con la difesa, sul terreno, di associazioni propriamente criminali, come quella, già allora famigerata, che faceva capo a Antonino Giammona. Lungo gli anni sessanta e settanta, negli orizzonti di una questione meridionale che insisteva tragicamente, magistrati, inquirenti parlamentari, sociologi e cronisti, non soltanto italiani, scoprivano la mafia. Carlo Ruta

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Movimenti z

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In questo Stato

“Non mi ha minacciato nessuno. Eppure...”

“Non dire qualcosa di sinistra. Falla”

Frediano Manzi è uno di quei tipi umani che difficilmente riesce a farsi voler bene dalla politica: parla troppo, scrive nomi e cognomi e spesso finisce per mettere il dito nelle piaghe di una Milano che preferirebbe non sapere. I nemici di Frediano non funzionano per scrivere di epopee mafiose: stanno nell’arroganza di periferia dei Tatone a Quartoggiaro o nelle ciabatte unte dei Pesco-Cardinale e nei polsini bianchi del “cartello” delle pompe funebri milanese che riesce ad avere lo stomaco per pasteggiare anche sui morti. Boss mica buoni per farci una copertina, piuttosto quattro guappi sgarruppati che sembrano non interessare a nessuno. Nonostante loro siano molto interessati a Manzi. Aggiungiamoci anche Frediano non ha imparato in fretta e bene la postura elegante, sempre spettinato e di corsa nel cuore dei quartieri di Milano. Frediano Manzi (e la sua associazione) non è stato minacciato ieri. Frediano Manzi è stato lasciato solo da un pezzo, supportato solo da qualche volontario e circondato dai politici nel tempo di una telecamera. Ha chiesto una sede e ha ottenuto qualche straccio di comunicato stampa, ha chiesto una mano per distribuire i propri questionari e si è sentito rispondere che bisognava capire quanti voti portassero, ha provocato ed urlato e si è meritato al massimo qualche querela. Frediano Manzi non lamenta minacce dalla mafia, Frediano Manzi è stato lasciato solo dalle istituzioni. Quando l’ho conosciuto qualche anno fa mi sono sempre chiesto chi glielo facesse fare, cosa avesse da guadagnarci. Nulla. Sai, Frediano, ce lo siamo detti spesso che quello che conta a Milano è essere chic e non rompere alle persone sbagliate. E so benissimo che ormai la lezione non la impari più. Ma non preoccuparti, vedrai che alla fine l’odore di elezioni su Milano trasformerà tutti (da una parte e dall’altra) in paladini in tua difesa almeno fino al ballottaggio. Così almeno riusciremo a non lasciare in pace queste quattro fecce sparse per la città. Almeno fino alla prossima inevitabile parentesi di minacce e solitudine. Giulio Cavalli

Mentre arriva la notizia dell’uccisione di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica e bandiera della legalità e della salvaguardia del Cilento, sto ancora con la bocca dolce di un piccolo viaggio. Ancora Campania, e Succivo, tra Caserta e Napoli, a due passi da Casal di Principe, Castel Volturno, Pomigliano, etc. Da 9 anni tanti ragazzi associati dalla passione per la musica e l’arte, danno vita all’Atellana Festival, rassegna di musica indipendente, che cresce di anno in anno, senza finanziamenti (perché lontani da padroni e padrini), autofinanziata dal contributo di piccoli sponsor e soprattutto dal loro lavoro appassionato.

Nelle zone smarrite tra costruzioni spaiate e cementi a vista, fantasmi di quello che temi: la conferma di quello già letto, già sentito. E invece poi entri in questa “oasi” di lavoro e progetto, di cose fatte. Perbacco, fatte bene. Vince il bello sul brutto, l’estetica è etica. E ti commuovi persino, trovando tra gli stand quelle riviste di vera informazione di vera satira perché sudata e vissuta sul territorio. La musica, gli incontri, centinaia di persone che arrivano dalla Campania ma anche da tante regioni di tutta Italia, sono importanti perché riconoscono e scelgono il bello. La domanda vera è come si fa nelle “normalità” ad accontentarsi, ad adeguarsi, a rassegnarsi al brutto. E così non chiacchierano cose di sinistra, ma fanno cose di sinistra. Grazie. Ancora parecchio. Mauro Biani

COME FAR CAPIRE A UN GIORNALISTA CHE E' MEGLIO CHE NON SCRIVA «Stanotte, intorno alle 23, qualcuno è entrato in casa mia dal terrazzo e, sfondando una porta metallica, ha rubato i miei due computer, un fisso 24 pollici e un portatile. Ho perso tutti i miei scritti, appunti, contatti, documenti. Non è stato preso il notebook di servizio, non mio, contenente diverso materiale. Ero uscito alle 21,15 e rientrato verso mezzanotte. Grazie a chi mi ha espresso vicinanza e solidarietà». L’episodio del furto in casa di Emiliano Morrone – giornalista e scrittore da sempre impegnato contro le mafie, fondatore del laboratorio di produzione culturale online “La Voce di Fiore” del quale è anche direttore responsabile, e poi di ndrangheta.it, di emigrati.it, ed altri siti web – così precisamente mirato alle sue inchieste giornalistiche – hanno rubato solo i suoi computer personali e non quello che usa per lavoro per un altro tipo di attività, hanno aperto diverse borse ma hanno portato via solo quella con documenti d’inchiesta e stampati vari, hanno aperto una piccola cassaforte dopo aver cercato e trovato le chiavi – assume connotati assolutamente inquietanti e preoccupanti. Sono “menti raffinatissime” quelle che hanno violato la soglia di casa di Emiliano Morrone. Lasciano messaggi precisi. Chiedo a tutti di tenere altissima la guardia intorno a quest’uomo. Francesco Saverio Alessio

SE IL COMUNE SI SPAVENTA A DIRE “BENI CONFISCATI”

La gestione dei terreni confiscati alla camorra a Pignataro Maggiore è uno scandalo che si aggrava ogni giorno di più. Voglio qui sottolineare che per quanto riguarda i beni del fascicolo “Vincenzo Simonelli + 3”, a distanza di oltre sette anni e mezzo dall’acquisizione, il Comune di Pignataro Maggiore ha provveduto a far apporre i cartelli con la scritta: “Proprietà del Comune di Pignataro Maggiore – Bene confiscato alla camorra”. Un caso di cui si discusse anche in una riunione tenutasi al Comune il 25 settembre 2008. Preparati finalmente i cartelli nel 2008, impiegando quindi oltre cinque anni e mezzo dall’acquisizione dei terreni (una volta gestiti dall’Acli-Terra e oggi da Libera), gli stessi cartelli hanno fatto solo una fugace apparizione sui beni confiscati in questione il 22 luglio 2010, appoggiarti per terra per qualche foto e poi riportarli nella sede dei Vigili urbani. Enzo Palmesano

|| 19 agosto 2010 || pagina 23 || www.ucuntu.org ||


Satira

Noi ci abbiamo Paz vivo e a volte ci pare normale Ecologia, Chitarre e Impronte. Ha pubblicato i libri E chi se ne frega, I tipacci di piazza Stracci, Cossiga the best, Totò, Scalfaro e la Malafemmena, Le dieci piccole infamie e realizzato le copertine e le vignette di tutti i Per noi di Mamma, passati da essere suoi libri della collana degli Stupidari editi da fan a suoi compari di scorribande, Marco Mondadori.Più un sacco di altre cose che Scalia è giovane ma vecchio, e lo diciamo non è il caso di stare qui a fare gli sboròni. con una certa invidia, non foss’altro perché Ma ascoltiamo la motivazione del Premio ha pubblicato su Alter Alter, Il Male, Corto Forte dei Marmi: Maltese, Cuore, Linus, Il Mago, Comix, Zut, "Tutto quello che poteva fare nel campo Boxer, Paparazzin, Mamma! (e ne è uno dei dell’illustrazione satirica, della pittura, del padri fondatori) e come illustratore di teatro, dei comics e perfino dei cartoons: Avvenimenti, Rassegna Sindacale, Nuova Marco Scalia l’ha fatto. Compreso firmare il Il “Premio Forte dei Marmi”, il massimo premio della satira italiana, è stato vinto quest'anno da Marco Scalia di www.mamma.am

libro “Fuoco Amico”, lui vignettista di Paparazzin inserto di Liberazione, con cui ha dimostrato di essere spirito libero, in grado di satireggiare sapientemente anche contro la Sinistra. Il suo mondo disegnato, appartiene alla realtà delle cose, le sue battute all’universalità della satira quando diventa essenza, distillato, dell’umorismo. Di sicuro Pino Zac non l’avrebbe catalogato tra gli scarabocchioni." Daje Marcone! e regalace ancora 100 anni della tua arte! (anche 50 vabbene). La Redazione di Mamma.am

|| 19 agosto 2010 || pagina 24 || www.ucuntu.org ||

Ucuntu n.87  

Il numero del 19 settembre 2010

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