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280309

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Quanti Ciancio?

Non si sono fatti attendere più di tanto. Baroni, politici, sindaci, lettera marinai e attaccabrighe, tutti in difesa di sua maestà Mario Ciancio Sanfilippo, urtato da una inchiesta trasmessa in prima serata sulle reti nazionali. Lui ha chiesto un risarcimento da 10 milioni di euro. In verità dovrebbe essere lui a risarcirci da questa informazione mutilata. A Repubblica intanto arrivano le firme di 600 persone che vogliono la democrazia in città. Su questa vicenda interrogata anche l'antitrust.

|| 28 marzo 2009 || anno II n.35 || www.ucuntu.org ||


Antimafia

Beni confiscati gettati in “Fondo” al passato La legge n. 14 del 27 febbraio 2009 segna un passo indietro nella lotta antimafia. I beni confiscati ai boss non saranno più restituiti alla società civile, ma lasceranno la nostra terra per “sostenere” le casse dei ministeri… E nessuno denuncia! Vi ricordate la bellissima legge sull’utilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia? Beh… da adesso potete raccontare ai vostri figli che «…c’era una volta una legge, ottenuta dopo dure battaglie, che sanciva la restituzione alla società civile dei patrimoni confiscati. Ma, questa cosa non piaceva a molti… Così un bel giorno, nel febbraio 2009, fu varata una nuova legge che tra le varie “disposizioni legislative e finanziarie urgenti” affidava la gestione del Fondo Unico Giustizia, di fresca istituzione, a Equitalia Giustizia S.p.a., nuovo rampollo di Equitalia (holding partecipata dall’Agenzia delle Entrate e dall’INPS), nata per amministrare le “risorse oggetto di sequestro penale o amministrativo” confluite nel Fondo Unico. Queste risorse sarebbero poi servite a finanziare il Ministero dell’Interno, il Ministero della Giustizia e il bilancio statale». A questo punto vostro figlio vi chiederà: «Ma che vuol dire tutta questa storia? Che c’entrano i beni confiscati? Non ci capisco più nulla!». E allora con molta calma gli spiegherete che da quel momento «si iniziarono a dirottare ai

ministeri e alle spese correnti non solo le somme liquide o investite in prodotti bancari o finanziari, oggetto di provvedimenti di sequestro, ma anche le somme di denaro o proventi derivanti dai beni confiscati o sequestrati. Insomma, i beni che la mafia aveva strappato al territorio smisero di ritornare alle collettività locali, ma monetizzati volarono in alto, nell’olimpo dei ministeri, dando inoltre l’occasione, attraverso aste pubbliche, a chi aveva perso un bene di riappropriarsene magari grazie a un prestanome. Le organizzazioni sociali, che per anni avevano lavorato per uno sviluppo del territorio libero dai poteri mafiosi, si videro di colpo estromesse in nome di un fantomatico risanamento del bilancio pubblico». «Inoltre – gli direte- nella legge i termini “sequestro” (misura temporanea in attesa di sentenza conclusiva) e “confisca” (il cui carattere è invece definitivo) venivano distrattamente mescolati in maniera equivoca. Non pochi furono i casi di sequestro in cui i diretti interessati ottennero la revoca con risarcimento».

«Ma allora -esclamerà vostro figlio-, se era la mafia a beneficiarne, dove era finito l’interesse per il bene comune?». E con un sorriso amaro gli direte che «purtroppo non finiva lì la vicenda, perché i lavoratori delle aziende in attività, poste sotto sequestro o confisca, subirono in prima persona le conseguenze nefande della legge: infatti il 90 % dei bilanci dei profitti e dei fondi liquidi delle imprese amministrate su delega del Tribunale andarono direttamente a rimpinguare le casse dei ministeri. Private di liquidità, le aziende finirono presto in passivo e chiusero battenti. Fallimenti, lavoratori a spasso e duro colpo all’economia non solo locale furono figlie di questa insensata normativa». «E poi, papà, che accadde? Nessuno si mosse?» «Nessuno disse nulla. Tutto passò nel più quieto silenzio, anche il provvedimento dell’Assemblea Regionale Siciliana sul contrasto alla criminalità organizzata che stranamente trascurava la definizione dei criteri di concessione dei beni confiscati».

|| 28 marzo 2009 || pagina 02 || www.ucuntu.org ||

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Antimafia

Detto questo gli occhi di vostro figlio vi faranno intendere che il mondo procede alla rovescia e che la lotta alla legalità spesso marcia al contrario; quindi col suo silenzio pensoso vi chiederà dove stiamo andando. Vorreste tranquillizzarlo, ma non sapete come. Allora fisserete le sue orbite dubitative e concluderete: «Ti racconto l’ultima di quegli anni e poi andiamo a letto… Era nato, pensa un po’, il “Consorzio per la legalità e lo sviluppo”, composto da una decina di Comuni etnei, al fine di garantire pratiche trasparenti e rapide nell’assegnazione dei beni, ma guarda caso il presidente era Raffaele Giuseppe Nicotra, primo cittadino di Acicatena, deputato dell’Ars, re dei supermercati, nonché indagato nell’inchiesta su voti di

scambio “Euroracket” che portò nel 2001 all’arresto di 44 persone, presunti appartenenti al clan Santapaola, … ma alla fine il suo caso fu archiviato. Il vicepresidente del Consorzio era Salvatore Maugeri, sindaco di Mascalucia, che nel 2006, poco dopo l’incendio della sua auto, vietò un corteo cittadino antimafia promosso in suo sostegno. Certo probabilmente, nel frattempo, entrambi si saranno redenti, ma restano pesanti interrogativi sulle loro nomine». «E poi papà… Raccontami ancora?» «Il resto lo sai già… È ciò che stai vivendo oggi…» Sonia Giardina

|| 28 marzo 2009 || pagina 03 || www.ucuntu.org ||


Catania: conti pubblici

Miracolo in Comune... o è solo un miraggio? Nel 2007 Scapagnini avrebbe portato in attivo il bilancio comunale. Peccato che sia stato sborsato solo il 40 per cento delle somme che si era impegnato a pagare. Anche sulla validità dei crediti vantati nasce più di un dubbio...

Sembra non finire mai. I netturbini protestano per i ritardi negli stipendi, i creditori non sanno quando avranno i loro denari, le buche fanno la gioia dei gommisti e la goccia dei 140 milioni promessi da Berlusconi rischia di perdersi nel mare dei debiti insoddisfatti che circonda il Comune di Catania. Dopo il baccano che è stato fatto sulla crisi finanziaria, dopo l'aumento della tassa sui rifiuti, dopo il taglio dei servizi pubblici... sembrava scontato

che gli amministratori catanesi dovessero cambiare modo di gestire i soldi dei loro cittadini. Appena si accendevano le telecamere, i politici locali ripetevano le nuove parole d'ordine: trasparenza ed efficienza. Sotto la pressione della Corte dei Conti, un anno fa, c'è stato anche un timido tentativo di ripulitura e messa in ordine dei dati contabili. Ma adesso cosa sta succedendo? I segnali che arrivano dal Comune di Catania dicono che c'è poco da stare

tranquilli: una cosa sono le parole ed un'altra i fatti. In realtà il vecchio modo di amministrare, quello stesso che ha portato le casse municipali al disastro, non è stato mai abbandonato. Ecco così che l'undici marzo, appena pochi giorni fa, il Consiglio Comunale si è riunito ed ha approvato il rendiconto del 2007, il documento che avrebbe dovuto fotografare le condizioni in cui Umberto Scapagnini ha lasciato la città, prima di abbandonarla al suo destino in cambio

|| 28 marzo 2009 || pagina 04 || www.ucuntu.org ||


Catania: conti pubblici

foto di Daniela Siciliano

di una poltrona in Parlamento. La proposta di rendiconto era già pronta da tempo, solo che il sindaco, Raffaele Stancanelli, temendo di ingoiare un boccone avvelenato lasciatogli in eredità dall'amico Umberto, non ne ha voluto sapere di firmarlo. Aveva paura di finire sul banco degli imputati insieme alla precedente giunta e, soprattutto, di essere chiamato in causa per l'eventuale scorrettezza dei dati contabili riportati nei documenti finanziari. Poteva fare due cose: lavarsene le mani, come ha fatto, oppure chiamare il suo nuovo ragioniere ed ordinargli di riscrivere un rendiconto più credibile rischiando, però, di rendere inevitabile la dichiarazione di dissesto. Meglio lavarsene le mani, meglio ancora passare di mano la patata bollente. È toccato, quindi, a Letizia Di Liberti, commissario appositamente nominato dalla Regione, afferrare la patata bollente e portare la proposta in Consiglio. A questo punto, con 25 voti favorevoli e 7 contrari, l'assemblea cittadina ha diligentemente approvato. Basta però dare una semplice occhiata al “quadro riassuntivo” del rendiconto per farsi un'idea del livello di correttezza con cui è stato preparato.

Secondo il rendiconto, dopo un passivo ufficiale di quasi sessanta milioni di euro registrato nell'anno precedente, nel 2007 si sarebbe prodotto un attivo di oltre tredici milioni. Difficile spiegarlo ai tanti creditori che, ogni giorno, bussano a Palazzo degli Elefanti e se ne tornano a casa a mani vuote. Si può anche notare che, nel 2007 il Comune ha preso impegni per circa un miliardo e settecento milioni di euro. Ha sborsato, invece, solo settecento milioni, oltre un miliardo in meno del dovuto. Tecnicamente questi mancati pagamenti si chiamano residui passivi e possono essere compensati con i residui attivi, cioè con quelle somme che indicano gli incassi previsti ma non realizzati. Se però i residui passivi diventano debiti, non è detto che quelli attivi possano essere considerati crediti e sarebbe troppo semplicistico affermare che 1.020.404.477 di euro di residui attivi compensino abbondantemente 1.008.519.819 di euro di quelli passivi. Lo si potrebbe fare se prima si fosse eseguito un accurato “riaccertamento dei residui”, cioè se fosse stata fatta una reale verifica sull'ammontare e sulla validità dei titoli di credito. Per capirci meglio: basta che

un'amministrazione si inventi un po' di “cartelle pazze”, non cancelli i crediti andati in prescrizione o non rettifichi le previsioni di incasso inesatte, per sbandierare un avanzo di amministrazione inesistente. Tredici milioni, ad esempio. In verità, un anno fa, Francesco Bruno, allora ragioniere generale, ci provò a mettere un po' di ordine cancellando i primi 125 milioni di crediti inesistenti. La nuova amministrazione, invece di cercare di fare ancora più chiarezza, sembra avere fatto un passo indietro, visto che l'ammontare dei residui attivi ha ripreso a crescere, invece che continuare a diminuire. È difficile sapere se Ponzio Pilato avrebbe permesso tanto. È altrettanto difficile prevedere se i contribuenti catanesi scopriranno il miraggio dietro un presunto miracolo. Intanto i creditori del Comune, più o meno amici dell'amministrazione, si fidano poco dei miracoli. Sanno che i 140 milioni, sottratti al Fondo per le Aree Sottoutilizzate, non potranno accontentare tutti e promuovono azioni giudiziarie per riuscire ad incassare quanto preteso, aumentato di interessi e spese legali. Piero Cimaglia

|| 28 marzo 2009 || pagina 05 || www.ucuntu.org ||


Monopolio

Mario Ciancio non ha «querelato» Report Non ci sarà nessun duello giudiziario rapido e spettacolare sui contenuti dell’inchiesta Rai. Quella annunciata dall’editore della Sicilia è infatti una causa civile. Un tipo di processo che per l’opinione pubblica è quasi impossibile da seguire. E che potrebbe protrarsi per un tempo infinito «Il direttore ed editore del quotidiano “La Sicilia” di Catania, Mario Ciancio Sanfilippo, ha dato mandato ai propri legali di querelare la Rai per il contenuto diffamatorio derivante dalla trasmissione Report andata in onda il 15 marzo scorso su Rai3. Nella querela è chiesto un risarcimento per danni di 10 milioni di euro da destinare in beneficenza». La notizia viene letta sabato 21 marzo, al Tg1 delle 13.30, dallo speaker Francesco Giorgino. E si tratta di una notizia strana. Non falsa, ma strana. Per due ragioni. Anzitutto, lo speaker Rai dà per scontato che il programma trasmesso dalla stessa azienda per cui lavora abbia avuto (oggettivamente, e non solo a parere di Ciancio) «un contenuto diffamatorio». Se un simile sbilanciamento a favore del querelante avesse riguardato una qualsiasi altra causa, si sarebbe anche potuto trattare di una veniale distrazione. Ma chi ha letto la notizia è la Rai, dunque l’azienda “querelata”. Possibile che un editore rinunci a tutelare i suoi interessi, al punto che i suoi stessi giornalisti possano dare per scontata la sua colpevolezza?

La seconda stranezza è data dall’uso del termine “querela”. “Querelare” significa denunciare qualcuno alla magistratura penale, per un reato non perseguibile d’ufficio. Si aprirà un processo. Il giornalista, se colpevole, sarà condannato (in questo caso per diffamazione), e assolto se innocente. In un processo del genere l’accusa è sostenuta dal pubblico ministero, ossia da un magistrato il cui compito istituzionale non è fare gli interessi del querelante, ma cercare la verità. Potrebbe anche accadere – non capita spesso, ma capita – che il Pm si convinca che il giornalista ha ragione e ne chieda l'assoluzione. Il querelante può intervenire solo costituendosi parte civile. Se, a processo cominciato, chi presenta la querela ci ripensa e vuol tornare indietro – tecnicamente si chiama “remissione” – non può farlo senza il consenso del giornalista; e se quest’ultimo pretende ormai di essere processato – per esempio, perché è convinto di poter vincere – il querelante non potrà impedirlo e dovrà affrontare il rischio di una sconfitta. La querela è dunque il guanto di sfida di

un duello giudiziario, spiacevole ma, a suo modo, cavalleresco. Una battaglia che si svolge sotto gli occhi dell’opinione pubblica (le udienze penali sono a porte aperte, chiunque può assistere al dibattimento e all’interrogatorio dei testimoni), che ha come oggetto la verità dei fatti e il corretto esercizio del diritto di cronaca. Tuttavia Ciancio non ha presentato né annunciato alcuna querela. Il direttore ed editore della Sicilia ha invece annunciato una richiesta di risarcimento in denaro, sia pur precisando che ha l’intenzione di devolverlo in beneficenza. Una causa civile, insomma: Ciancio lamenta un danno all’immagine e chiede che esso sia accertato in un processo destinato a protrarsi per un tempo infinito (come tutti i processi civili), per sua natura tutt’altro che spettacolare (qualcuno ha mai visto una causa civile in Tv?), senza l’intervento di un Pm tenuto a cercare la verità, e costruito in modo che, in qualsiasi momento, chi ha chiesto il risarcimento possa rinunciare alla causa, senza che occorra il permesso dei giornalisti.

|| 28 marzo 2009 || pagina 06 || www.ucuntu.org ||


Monopolio

La Filologia

Una procedura, quella del risarcimento danni, che in genere giornalisti ed editori criticano aspramente. Poco male. Perché nelle orecchie e nella memoria del pubblico resterà ormai la parola “querela”. Già nella tarda mattinata di sabato, prima dunque che andasse in onda il Tg1, le agenzie avevano corretto l’errata notizia. Alle 13.11 l’Ansa nazionale ha diramato una rettifica al lancio originariamente confezionato dalla redazione catanese: «Attenzione: nella notizia dal titolo “Comuni: Catania, Ciancio querela la Rai per contenuti Report”, proveniente da Catania, si prega di correggere come segue: “Comuni: Catania, Ciancio, azione giudiziaria contro Report”. Si prega altresì di correggere all’inizio del secondo capoverso del testo come segue. «Nell'azione giudiziaria (RPT: azione giudiziaria E NON: querela) è chiesto...». Chiaro? Chiaro. Ma chissà quanti ci hanno fatto caso. Giorgino, di sicuro, no. G.F. Step1

Ecco il testo del primo lancio Ansa di cui si parla nell’articolo: COMUNI: CATANIA; CIANCIO QUERELA LA RAI PER CONTENUTI REPORT (ANSA) - CATANIA, 21 MAR - Il direttore e editore del quotidiano La Sicilia di Catania, Mario Ciancio Sanfilippo, ha dato mandato ai suoi legali di «convenire in giudizio la Rai per risarcimento danni per il contenuto diffamatorio derivante dalla trasmissione Report andata in onda il 15 marzo scorso» su Raitre. Nella querela è chiesto anche un risarcimento per danni di 10 milioni di euro. «La somma - è stato precisato - sarà data in beneficenza a un istituto di assistenza agli anziani». (ANSA). Ed ecco la versione corretta della notizia, con annesso avviso di rettifica: COMUNI:CATANIA;CIANCIO,AZI ONE GIUDIZIARIA CONTRO REPORT+RPT+ (RIPETIZIONE CON TITOLO E TESTO CORRETTI) (ANSA) - CATANIA, 21 MAR Il direttore e editore del quotidiano

La Sicilia di Catania, Mario Ciancio Sanfilippo, ha dato mandato ai suoi legali di «convenire in giudizio la Rai per risarcimento danni per il contenuto diffamatorio derivante dalla trasmissione Report andata in onda il 15 marzo scorso» su Raitre. Nell'azione giudiziaria (RPT: azione giudiziaria) è chiesto anche un risarcimento per danni di 10 milioni di euro. «La somma - è stato precisato - sarà data in beneficenza a un istituto di assistenza agli anziani». (ANSA). COMUNI: CATANIA; CIANCIO... +++ RETTIFICA +++ (ANSA) - CATANIA, 21 MAR - +++ ATTENZIONE +++ Nella notizia dal titolo COMUNI: CATANIA; CIANCIO QUERELA LA RAI PER CONTENUTI REPORT proveniente da Catania, si prega di correggere il titolo come segue: COMUNI: CATANIA; CIANCIO, AZIONE GIUDIZIARIA CONTRO REPORT. Si prega altresì di correggere all'inizio del secondo capoverso del testo come segue: «Nell'azione giudiziaria (RPT: azione giudiziaria E NON: querela) è chiesto...». (ANSA).

|| 28 marzo 2009 || pagina 07 || www.ucuntu.org ||


Ridi, ridi...

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Ucuntu n.35