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Mario Ciancio Sanfilippo, editore, direttore, costruttore, muratore, proprietario assoluto della sua città.

Miacittà

Dopo “Report” i catanesi, allibiti, scoprono di vivere non solo in una delle città più invivibili (e più mafiose) d'Italia ma anche in una città che è praticamente posseduta da un solo uomo: l'unico a informare, l'unico (o quasi) a prendersi i grossi affari, l'unico (coi politici al seguito) a decidere quasi tutto. “Com'è potuto accadere? - si chiedono ora perplessi i catanesi - Come abbiamo potuto essere manipolati così?”. Beh, veramente i Siciliani (e Casablanca, e Isola Possibile, e Città Insieme, e il Gapa, e Ucuntu) glielo dicevano da anni. Ma i catanesi sono troppo furbi per credere a gente così... || 22 marzo 2009 || anno II n.34 || www.ucuntu.org ||


Catania/ Silenzi e grida Anche a Catania, per quanto possa sembrare strano, si tengono le elezioni. Non sempre i candidati sindaci sono davvero “nemici” fra loro

Il duello tra l’On. Bianco e l’On. Scapagnini per l’ufficio di Sindaco di Catania si svolgeva senza dibattito su questioni concrete, quando l’associazione “Siciliani per la legalità” rivolse ai candidati, per costringerli a far note le rispettive posizioni, le domande che seguono: 1) Tutte le deliberazioni della Giunta Municipale e del Consiglio Comunale sono soggette a pubblicità mediante affissione di copia all’Albo Pretorio; ma non tutte le spese sono deliberate da qualcuno di quegli organi. Molte vengono ordinate dai dirigenti di vari servizi; e di questi loro atti non è prevista pubblicità. Ai cittadini non è dato di venirne a conoscenza. Come pensano, i singoli candidati, di assicurare, dal momento dell’entrata in carica, la possibilità di conoscenza che ora manca, e senza della quale non ci può essere partecipazione popolare alla amministrazione della Città? 2) Le delibere della Giunta Municipale e del Consiglio Comunale sono soggette ad annullamento da parte del Co.Re.Co., se affette da incompetenza o da violazione di legge o da eccesso di potere. Ma il Co.Re.Co. non c’è più: per cui G.M. e C.C. possono adottare atti illegittimi, senza che alcuno sia in grado di prontamente rimuoverli. Quale attività progettano di esplicare, i candidati, attraverso le rappresentanze assembleari di riferimento, perché questo vuoto, pernicioso alla legalità amministrativa, sia colmato? 3) In che modo, secondo i singoli candidati, va determinato il destino del territorio? Con quali strumenti: il P.R.G., o invece programmi riguardanti singole zone, presentati come varianti al piano vigente, o

Sette domande a una città smemorata come stralci del piano in progetto? E quali diversità possono ravvisarsi tra gli orientamenti e le scelte, in materia di urbanistica, del candidato che in atto ricopre la carica di Sindaco e del candidato che quella carica ha ricoperto prima di lui? 4) Quali candidati prendono impegno di rendere noti sia il numero dei consulenti che i motivi, per ciascuno di essi, dell’incarico, nonché l’ammontare della spesa mensile e l’entità delle prestazioni concretamente avutene dal Comune? 5) Il problema dei quartieri deprivati (antichi che siano o di recente formazione), il quale fu sollevato, sono quasi 25 anni, da addetti alla giustizia minorile catanese, può essere risolto solo con un lungo e debitamente programmato sforzo di riabilitazione. Come pensano i candidati di disegnare un tale programma, nei contenuti, nei mezzi, nel tempo di attuazione, e nelle intese con soggetti diversi dal Comune? E in quali termini han curato di programmarlo, i candidati con esperienza di Sindaco della città? 6) Quali candidati prendono impegno di render note, subito dopo l’eventuale elezione, le locazioni passive e le locazioni attive, contratte dal Comune, e i bisogni che hanno resa necessaria la stipula delle passive, e l’entità dei canoni che l’ente paga per esse a privati, e quella dei canoni che percepisce per quelle attive? Ch,i tra i candidati, si impegna a render nota la composizione del patrimonio immobiliare del Comune e l’attuale situazione dei singoli edifici o terreni? Quali di essi ritengono che per l’immagine del Comune, e di altri uffici, siano da evitare locazioni di beni appartenenti a pubblici ufficiali che esercitano particolari funzioni, o a loro

congiunti? 7) Gli Uffici Giudiziari che non hanno sede né all’interno del Palazzo di Giustizia (piazza Verga), né in Via Crispi, nello stabile a suo tempo costruito come sede della Pretura, sono allocati, a carico del Comune, in immobili di proprietà privata, con la sola eccezione degli Uffici minorili (Tribunale, Procura della Repubblica, C.P.A.) che han sede in un edificio appartenente al Comune. Gli altri, pei quali l’Ente paga rilevantissimi canoni, dovrebbero essere trasferiti nel complesso già delle Poste (Viale Africa), che il Comune ha acquistato, sono parecchi anni, per quasi 60 miliardi di lire, contraendo mutui. Come giudicano i singoli candidati l’attuale situazione di contemporanea erogazione di danaro per canoni di locazione e per interessi e rate di mutuo; e a quali cause la ricollegano, e in che modo ritengono di poterla fare cessare, e in quanto tempo? Lo scritto venne distribuito durante la riunione cui CittàInsieme aveva invitato tutti i concorrenti; Scapagnini non si presentò; Bianco rispose che avrebbe risposto. Sembra che non lo abbia mai fatto. È rimasto oscuro se qualcosa dividesse, sul piano dei programmi, i competitori, o se essi, divisi dalla gara per il timone, non lo fossero per nulla circa le rotte e le mete. L’importanza delle domande che furono lasciate senza risposta appare oggi ben netta alla luce dei fatti successivi: ossia dello sfascio o dissesto delle finanze comunali, delle cui cause si parla tanto, ma solo per non parlarne davvero. Giambattista Scidà, magistrato, già Presidente del Tribunale dei Minori

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Catania/ Silenzi e grida

Ma qui anche “Repubblica” suona la musica che vuole lui... All’ottima inchiesta di Report sulla nostra città mancava una voce. Quella del direttore de La Repubblica al quale andava fatta una semplicissima domanda: perché il suo giornale a Catania stringe accordi che violano la regola basilare della libera circolazione delle merci?

Chiunque ha potuto leggere, sull’edizione di lunedì scorso de “La Repubblica" l’articolo di Concetto Vecchio che riassume la puntata di Report su Catania. L’inviato l’ha scrupolosamente passata in rassegna: ha raccontato dei milioni di euro sprecati e dei debiti del Comune, dello tsunami e delle bollette dell’acqua, del rischio sismico e dei cani randagi, di Sant’Agata e di Santapaola, di vigili urbani e di nettezza urbana. Di tutto, insomma, fuorché del patto tra “La Repubblica” e l’editore de “La Sicilia” Mario Ciancio. Tecnicamente, si tratta di una notizia bucata. Tanto più che questo, per Report, non era affatto un dettaglio secondario. Salvo che si tratti di un caso di censura, o di autocensura. Ma questa mirata distrazione verso le vicende catanesi non è affatto un caso isolato. Un anno e mezzo fa, la magistratura mise sotto inchiesta la giunta locale di centrodestra per la vicenda dei parcheggi (un affare cui è interessata anche la famiglia Ciancio). A darne notizia non fu “La Sicilia” (e questo non stupisce nessuno), ma

nemmeno il quotidiano di Ezio Mauro. A raccontare per primo la storia fu invece il “Corriere della Sera”. Tecnicamente, si tratta di un altro buco. C’è dunque una domanda che Report ha dimenticato di fare. Non andava rivolta al vecchio sindaco di Catania, e nemmeno a quello nuovo. Non andava fatta all’impiegato dell’Asl che legge il giornale sul posto di lavoro. Nemmeno a Mario Ciancio, che d’altra parte non avrebbe risposto. Non andava fatta a nessun catanese. Bisognava fermarsi un attimo a Roma, bussare alla porta del direttore di Repubblica e chiedere, a lui in persona, di dare pubblicamente conto del perché il suo giornale stringa in Sicilia, a Catania, accordi che violano la regola basilare della libera circolazione delle merci. Bastava piazzare un microfono davanti a Ezio Mauro e chiedergli in base a quale logica di mercato un quotidiano nazionale, che in sei province siciliane vende, con discreto successo, una propria edizione siciliana, rinunci poi a venderla in altre tre (Catania, Ragusa e Siracusa).

Il caso di un giornale stampato a Catania, con delle pagine siciliane che a Catania non possono esser vendute, andrebbe spiegato più diffusamente ai telespettatori italiani. Sarebbe bello che in altri luoghi d’Italia – e dunque anche nella redazione di Repubblica – si cominciasse a parlare del fatto che, se il buio delle strade di Catania ha responsabili catanesi (o napoletani), il buio dell’informazione ha anche altri colpevoli. Editori, ma anche giornalisti altrove illuminati; ma che, dalle nostre parti, preferiscono tenere la luce spenta. Nota. Lo scorso cinque gennaio Roberto Natale, presidente nazionale del sindacato dei giornalisti, ha dato notizia della prossima presentazione di un ricorso all’Antitrust proprio sul caso Repubblica. Un segnale di attenzione di cui attendiamo di conoscere gli sviluppi. Gianfranco Faillaci, Step1

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Catania/ Silenzi e grida

La Sicilia degli anni '90 e le occasioni perdute C’è un’antimafia di cose conquistate. Ma c’è anche l’antimafia delle occasioni perdute. Nel suo nuovo libro, “I disarmati”, lo scrittore racconta la verità sugli errori e le viltà di chi avrebbe dovuto e potuto fare, ma ha preferito non fare. Pubblichiamo il capitolo iniziale, un quadro desolatamente attuale di piccoli e grandi silenzi, di contiguità criminali, di omertà

Negli anni Novanta la Sicilia non è più un’isola in guerra: è una terra invasa e occupata. L’80 per cento della spesa pubblica è controllato direttamente o indirettamente dalle cosche, la filiera dei subappalti è cosa loro, dai movimenti terra al mercato del calcestruzzo. Al brusco declino dei cavalieri del lavoro è subentrata direttamente Cosa Nostra: sono sue le imprese, create e smontate secondo la necessità, che vanno all’assalto degli appalti pubblici. E in quell’assalto, alla baionetta si preferiscono tecniche raffinate da capitalismo estremo, capaci di sfruttare tutte le pieghe dei bandi, di giocare al ribasso nelle offerte, di distribuire le commesse con la mano esperta di chi smazza le carte al tavolo da poker. Questo accade nel Paese reale. Ma nei lindi locali del suo giornale, Mario Ciancio vive e governa come se Catania fosse la città del sole e la Sicilia una terra benedetta dagli dei. Sulle colonne del suo quotidiano non si parla mai di amici dei mafiosi, di appalti saccheggiati, elezioni truccate, amministratori corrotti. E quando si è proprio costretti a darne notizia per ragioni giudiziarie, sono sempre le parole degli avvocati difensori a proporre la versione

dei fatti, a insinuare i dubbi sull’accusa, a recitare il rosario dell’equivoco. Un vizio antico, la reticenza. Quando ammazzano il generale Dalla Chiesa, i quotidiani di tutto il mondo pubblicano il nome di Nitto Santapaola come colui che probabilmente ha guidato l’assalto mafioso in via Carini. L’unico giornale che buca la notizia, tace sui mandati di cattura e omette il nome di Santapaola è La Sicilia. Che, il giorno dopo, di fronte all’evidenza dei fatti, s’inventerà nel titolo un imbarazzante virtuosismo verbale: «Un noto boss». Tutto, pur di non pronunciare invano il nome di Santapaola. Che in quegli anni verrà evocato solo in poche, commosse occasioni: per esempio, per dare notizia della morte del padre, ricordato in cronaca con parole di sofferto rispetto. Come si usa per gli uomini di Stato e per i padri della patria. C’è un episodio, all’inizio degli anni Novanta, che dà la cifra esatta del grado di subalternità alla mafia. Alla famiglia degli Ercolano, cognati di Santapaola, erano stati affidati due compiti: ad Aldo quello di ammazzare, eseguendo personalmente gli omicidi oppure distribuendoli alla sua squadretta di sicari; al padre Giuseppe spettava in-

vece il compito di riciclare i denari della Famiglia attraverso imprese di trasporti, supermercati, sale gioco. A volte accadeva che le due attività si sovrapponessero, per esempio quando c’era da scortare il grande capo Nitto Santapaola da un rifugio all’altro durante la sua latitanza. Era Giuseppe Ercolano che s’occupava di procurare un camion su cui il boss potesse viaggiare comodo, mentre il figlio Aldo si premurava di garantire il servizio d’ordine e la disponibilità di una gazzella dei carabinieri per far da battistrada, caso mai s’incappasse in un posto di blocco. È in questo clima senza pudori che il nome di Giuseppe Ercolano viene infilato, quasi per necessità, in un rapporto di polizia. Quel rapporto finisce nelle mani di un giovane cronista, un «biondino», come s’usava dire dei giornalisti precari, apprendisti senza contratto in attesa che in redazione s’aprisse uno spazio anche per loro. Il «biondino» si chiama Concetto Mannisi, dalla cronaca lo spediscono ogni mattina a fare il giro degli ospedali, a raccogliere i mattinali in questura, a mettere in fila le cifre sugli scippi e sui tabaccai rapinati.

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Catania/ Silenzi e grida

La sua corvée quel giorno è fortunata: gli capita tra le mani la denuncia all’autorità giudiziaria nei confronti di uno degli Ercolano. E Mannisi ne dà notizia, riportando fedelmente quanto sta scritto nel rapporto dei carabinieri. Il giorno dopo, appena il «biondino» mette piede nel giornale, il capocronista lo manda a chiamare e se lo trascina dietro nella stanza dell’editore. Ad aspettarlo, assieme a Mario Ciancio, c’è Giuseppe Ercolano. Denunciato ma ancora inspiegabilmente a piede libero. E dunque libero di venire a protestare con il padrone del quotidiano per quell’articolo così poco garbato nei suoi confronti. In qualunque altra redazione, se un mafioso fosse venuto a lamentarsi per una notizia (vera) che lo riguardava, il direttore avrebbe telefonato al 113. Mario Ciancio invece riceve Ercolano nel suo studio, convoca il cronista colpevole d’aver dato la notizia (vera) e, in presenza del capomafia, gli fa un solenne cazziatone: «Che mai più ti accada di chiamare mafioso il qui presente signor Ercolano!» Veramente l’hanno scritto i carabinieri, prova a giustificarsi il cronista. Noi non facciamo i carabinieri, replica Ciancio: e di quello che c’è scritto sul loro rapporto non gliene fre-

ga nulla. Ercolano, stravaccato sulla sua poltrona, annuisce con paterno silenzio. Sono i suoi ultimi giorni di gloria: lo arresteranno pochi mesi dopo con l’accusa di associazione mafiosa. Per i giudici, Ercolano è il reggente della Famiglia, il capo indiscusso della cosca per conto del cognato Santapaola. Per Ciancio è solo un onesto commerciante. In qualunque altra città del regno, appena il racconto di quella ridicola recita avesse varcato la soglia del giornale sarebbero intervenuti l’Associazione della stampa (per dare solidarietà al cronista che ha chiamato mafioso un mafioso), l’Ordine dei giornalisti (per farsi restituire il tesserino di giornalista da Mario Ciancio) e la Procura della Repubblica (per aprire nei suoi confronti un regolare procedimento penale). In qualsiasi altra città. Non a Catania, non nei confronti di Mario Ciancio. Per una ragione piuttosto ovvia: a rappresentare in quei giorni il sindacato dei giornalisti e l’Ordine in Sicilia sono dipendenti di Ciancio. E il procuratore della Repubblica è buon amico dell’editore che ne ha accompagnato con discrezione la carriera. Stupiti? E di cosa? Di una Procura addestrata a far le fusa come un gattino? O di un sindacato dei giornalisti incapace per

dodici anni di costituirsi parte civile nel processo contro gli assassini mafiosi di Giuseppe Fava? Ma poi, davvero crediamo d’aver il diritto di stupirci? Di guardare le cose oscene di questi tempi con l’animo leggero di chi non sa, non capisce, non immagina? L’abbiamo perduta, quella leggerezza, amici miei. Barattata in cambio di sonni tranquilli, di carriere quiete, di provvidenziali amnesie. Tanto per fare un esempio, quanti conservano memoria e sdegno di ciò che sta scritto nella sentenza che ha mandato assolto il senatore a vita Giulio Andreotti dopo averne prescritto i reati? Un padre della patria indicato come il garante politico, fino al 1980, delle famiglie mafiose di Palermo e graziato per il troppo tempo che è venuto a separare il processo da quei suoi peccati: ce ne sarebbe abbastanza per volerla riscrivere, la storia di questa patria. Non ne ha voglia nessuno. Meglio continuare a sorridere per le garbate apparizioni tv del senatore, riverirlo – da destra e da sinistra – come s’ha da fare con un vero statista e intanto dimenticare quella sentenza, le storie terribili che racconta. Claudio Fava, Itacanews

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Catania/ Silenzi e grida

Report: la difesa di Ciancio "Non ho accolto l’invito a partecipare alla trasmissione su Catania, mia sfortunata e molto amata citta’". Parla Mario Ciancio, dalla prima pagina del suo giornale: "Il motivo è semplice, ed è dato dalla conoscenza delle tecniche televisive che, con abili e formalmente impeccabili montaggi, riescono sovente a raggiungere l’obiettivo prefissato dal conduttore, in questo caso purtroppo raggiunto...” "In relazione a tutte le insinuazioni - scrive l’editore-direttore de La Sicilia - ritengo di nulla dovere precisare trattandosi di notizie artatamente deformate. E’ ovvio - conclude Mario Ciancio Sanfilippo - che sono invece a disposizione, con documenti alla mano, di chi è interessato a conoscere la verita’ su quanto riportato nella trasmissione". Insomma, in prima battuta l’editore-direttore de La Sicilia e delle tv locali, in totale monopolio a Catania, si difende denunciando ingenuamente quanto dunque viene fatto dai suoi media, dato che, ripetendo la sua battuta: "La conoscenza delle tecniche televisive, con abili e formalmente impeccabili montaggi, riesce sovente a raggiungere l’obiettivo prefissato dal conduttore". In seconda battuta, sarebbe ovvia la sua disponibilità a chi è interessato a conoscere la verità. Ma se il direttore Ciancio Sanfilippo aveva dei documenti validi, perchè non ha accettato di incontrare i giornalisti di Report? E poi, vista la sua sfiducia nei giornalisti, chi dovrebbe dare la sua versione dei fatti? La sua stessa televisone forse? Secondo Ciancio è falso quanto si dice su di lui, e cioè è falso il dato oggettivo: lui stampa la Repubblica a Catania, ma per un accordo con la Repubblica stessa, non stampa la cronaca locale (Repubblica Palermo). Non è un dato scientifico questo, quantomeno secondo Galileo Galilei? E le varianti sui terreni agricoli di Mario Ciancio, testimoniate dai verbali del consiglio

comunale catanese?Anche questo è un dato scientifico. E la lettera di Vincenzo Santapaola, mafioso incarcerato in regime 41 bis, pubblicata senza alcun filtro redazionale e non si sa come giunta in redazione, o il rifiuto di pubblicazione del necrologio di Montana, ucciso dalla mafia, o gli articoli denigratori di Tony Zermo dopo l’omicidio del giornalista Fava, o la costante censura del nome del figlio, Claudio Fava, sebbene il quotidiano sia obbligato dalla legge alla pubblicazione del suo nome, in quanto Claudio Fava è un europarlamentare? Anche tutto questo è un dato scientifico. Che documenti alla mano possiede, il direttore Mario Ciancio? Perchè non pubblicarli allora sul suo stesso giornale? Non gli costerebbe nemmeno la fatica di intercedere verso qualche editore, perchè è lui l’editore. Ecco come si è comportata La Sicilia dopo la trasmissione di Report: lunedì 16 compare un pezzo sul sito del giornale www.lasiciliaweb.it, dove viene sintetizzato il documentario di Sigfrido Ranucci e censurata la parte dedicata al direttore Mario Ciancio (come accadde nell’articolo di Repubblica, a testimoniare il patto tra le due testate). Il forum dell’articolo inizia a registrare vari commenti dei lettori e cominciano a fioccare i duri commenti alla censura su Ciancio. Molto duri. Due ore dopo scompare la pagina dei commenti dei lettori. Restano solo quelli dei politici, che, nemmeno a dirlo, sia a destra che a sinistra, tacciono su

Ciancio. Anzi, rispondono sul sito de La Sicilia e pure sul cartaceo. Stessa storia il giorno dopo, martedì 17, su La Sicilia: alla pagine delle lettere i lettori parlano di cani randagi e spazzatura. Non c’è un solo commento sulla trasmissione di Report. I commenti sono infatti affidati, in prima pagina, a Mario Ciancio, il quale sostiene che è tutto falso, e a Domenico Tempio, vicedirettore, che sostiene che: 1) Mario Ciancio, imprenditore pulito, non fugge ma scommette su questa terra (e certo, lui compra terreni agricoli e i politici glieli trasformano in oro con le varianti!) 2) E’ un’abile strumentalizzazione politica. 3) La Sicilia ha raccontato ogni giorno luci e ombre della città, lasciando totale libertà ai redattori (e pure ai mafiosi in 41 bis). 4) Report ha irriso Catania, è una vigliaccata. Quando Roberto Saviano pubblicò Gomorra, il sindaco Iervolino e il presidente della Regione Campania Bassolino dissero che il libro infangava Napoli e la Campania, che il libro danneggiava, che era meglio non pubblicarlo. Stessa cosa l’ha detta l’avvocato di Lombardo, Antonio Fiumefreddo, alla trasmissione Exit, di fronte ai patronati dell’Mpa che vendevano voti per pacchi di pasta e lavoretti. Stessa cosa disse Totò Cuffaro a chi raccontava la Sicilia mafiosa nel documetario "La mafia bianca". Stesse parole, stessa logica, stessa difesa. Francamente ridicola. Giuseppe Scatà

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Catania/ Silenzi e grida Report racconta frottole, gli affari non sono mai esistiti, l'informazione è libera e i mafiosi sono gente perbene. “Di tutto c'era bisogno – dice Lui - meno che di Report”. Eh già...

Dopo un giorno di riflessione (la notte porta consiglio?) l’editore-direttore-imprenditore Mario Ciancio Sanfilippo replica, finalmente, dalla prima pagina del suo quotidiano La Sicilia all’inchiesta di Report. Che Ciancio non debba averla presa bene traspare immediatamente dal titolo dell’editoriale "Insinuazioni e notizie deformate". Lo immaginiamo così, piccato, infastidito, seccato da quelle "insinuazioni" sul suo conto. Seduto sulla poltrona del suo studio all’ultimo piano del palazzaccio di viale Odorico da Pordenone; deve aver tamburellato nervoso le dita sulla sua scrivania in noce, certamente d’antiquariato, prima di decidersi a dare una risposta. Il vecchio adagio siciliano "calati juncu ca passa la china" questa volta non sembra aver funzionato: le agenzie scorrevano impietose sotto i suoi occhi. E poi i blog, i siti e le testate di base catanesi, i social network, i forum (anche quelli della versione web del suo giornale) tutti a parlare di lui. Di "Cianciopoli". Non lo consola neppure la pagina sulla trasmissione che i suoi amici di Repubblica hanno confezionato "edulcorata" dal caso Ciancio. La pezza peggio del buco. Un silenzio che sa di omertosa ammissione di colpevolezza. Peggio che se lo avessero citato. Tutti contro di lui. Tutta Catania, esclusa quella della neppure esigua corte del Conte Ciancio Sanfilippo, a puntare il dito verso quell’ufficio all’ultimo piano. E anche tra i suoi più fidati... quei sorrisetti, quelle espressioni di ipocrita comprensione, quei silenzi, quegli sguardi. Certo i politici locali tutti si sono ben guardati dal citarlo nelle loro dichiarazioni indignate, loro sono tutti "sotto scopa", ma fino a quando...? "Ingrati" deve avere pensato mentre svitava lentamente e di malavoglia la sua stilografica e sistemava gli occhiali. "Non ho accolto l’invito a partecipare alla

“La mia Catania sfortunata” Detto da lui... trasmissione su Catania, mia sfortunata e amata città". "L’invito a partecipare". Così considera Mario Ciancio Sanfilippo la richiesta della Gabanelli a fornire la sua versione sui gravi fatti emersi dall’inchiesta. Un invito. Quasi fosse un cocktail o una puntata di Insieme di Salvo La Rosa. Raramente Ciancio deve aver ricevuto richieste di chiarimenti, molti inviti, pochi chiarimenti. A questi ultimi non è abituato e ormai probabilmente non considera l’ipotesi che possa esistere qualcuno che non desideri invitarlo ma solo avere chiarimenti sui suoi affari e sulle modalità con cui questi vengono perpetuati. Come quei magistrati, nel dicembre del ’93, che ebbero la sfacciataggine di chiedergli chiarimenti sull’incontro, in quello stesso suo studio, con il boss Ercolano venuto a chiedere ragione di un giornalista che aveva avuto l’ardire di accostare l’appellativo "mafioso" al suo nome. "Si, l’ho incontrato" - aveva dovuto ammettere Ciancio - "Ma non ho subito intimidazioni". Non ne dubitiamo. C’è poi, nella risposta del proprietario de La Sicilia alla puntata di Report, l’accenno a quella "sua" Catania "sfortunata". Che Ciancio consideri Catania sua proprietà lo possiamo ben immaginare, ma è nel considerarla "sfortunata" che emerge tutta la linea editoriale portata avanti nel suo giornale di fronte al malaffare, alla mafia, agli appalti truccati, alla miseria, alle tangenti, al clientelarismo che affligge Catania: sfortuna. I 100 morti l’anno ammazzati? Sfortuna. Vincenzo Santapaola? Il figlio sfortunato di un uomo sfortunato. Il deficit delle casse comunali? Sfortuna. L’omicidio del giornalista Pippo Fava? Sfortuna. Le inchieste della magistratura sui parcheggi di piazza Europa? Sfortuna. Catania è una città sfortunata. E siccome sia-

mo un popolo di superstiziosi, cara signora Gabanelli, a noi pare porti male anche solo parlarne di questa "sfortuna": "Catania" - prosegue Ciancio - "di tutto aveva bisogno salvo che di una trasmissione come quella realizzata dallo staff di Report". Parlare dei mali di Catania porta male, meglio tacerne. La Sicilia docet. Quali siano le motivazioni che hanno spinto Mario Ciancio Sanfilippo a "declinare l’invito" della Gabanelli sono presto spiegate: il direttore, che ha "conoscenza delle tecniche televisive" ha avuto paura che queste potessero essere utilizzate per raggiungere l’obiettivo prefissato dal conduttore. Nel caso di Report - aggiunge Ciancio - obiettivo "purtroppo" raggiunto. Quale fosse l’obiettivo della Gabanelli Ciancio non lo spiega. Quindi possiamo legittimamente ipotizzare che l’obiettivo "purtroppo" raggiunto dalla Gabanelli sia stato semplicemente di raccontare la verità dei fatti. Ma ammettiamo anche che Ciancio non abbia voluto misurarsi in un campo da lui giudicato "nemico". Che abbia temuto di finire come la foto del povero Claudio Fava sulle pagine del suo giornale ritagliata ad arte per far spuntare solo una rotula dell’europarlamentare. Ciancio, per sua stessa ammissione, ha "conoscenza" di queste tecniche e, non essendo un ingenuo, è giusto che se ne voglia tenere alla larga. Ma allora perché non approfittare delle numerose pagine del giornale di cui è proprietario e delle sue reti televisive per spiegare a tutti i catanesi la sua verità dei fatti? Perché non smentire, con altrettanta dovizia di particolari, la meticolosa inchiesta della Gabanelli nella parte che lo riguarda personalmente? Perché limitarsi ad un trafiletto senza entrare nel merito delle accuse mosse dalla trasmissione? "Calati juncu ca passa la china". Massimiliano Nicosia, La Periferica

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Catania/ Silenzi e grida

“Quei manifestini che avete visto li abbiamo messi noi...” Non tutta Catania è come quella descritta da Report (e taciuta dalla stampa ufficiale). C'è una nuova generazione di giovani, che non vuole accettare la città degradata e impaurita che i loro padri gli hanno lasciato in eredità. Tre anni fa, per esempio, è nata “Addiopizzo”. E va avanti...

Ho visto assieme ad alcuni di voi la puntata di Report su Catania, ero a casa di amici. Avevamo organizzato una partita alla play station e una pizza, ma incredibilmente (con tanti amici non è facile prendere argomenti seri, chissà perché sembra quasi di metterli in imbarazzo) ci siamo concentrati su questa puntata. Sono rimasto senza parole fino alla fine. Sono in Addiopizzo da due anni e quei manifestini per la festa di Sant'Agata che hanno fatto vedere per qualche secondo li abbiamo messi noi. E' stato un bel da fare tra l'idearlo (anche inventarsi una frase, risulterà strano, per un impiegato non è semplice), lo stamparlo, l'organizzarlo, l'attacchinarlo, il crederci. Un lavoro di tanti ragazzi di Addiopizzo Catania tra studenti, lavoratori, disoccupati. Abbiamo manifestato che ci siamo. Come a dire: se volete, un'alternativa ci potrebbe essere. Anche solo un'alternativa di idee, un'alternativa concettuale, "noi vorremmo fare qualcosa, che ne dite, ci aiutate?". Vi risparmio su quello che avremmo potuto e voluto fare durante la festa e sul come le “autorità” ci abbiano aiutato in quell’occasione: ricorderemo per sempre frasi quali “No, non possiamo. La parola mafia è troppo generica e la parola pizzo è troppo specifica”. Non so. Non so che stato d'animo dovrei avere.

So solamente quello che ho. E sono giù. La verità è che non so dire se ci sono troppe poche speranze all'orizzonte: con Addiopizzo che va avanti e che cresce giorno dopo giorno in consensi e organizzazione; e come contraltare situazioni ed evidenze come queste che confermano ancora una volta che chi ci è sopra fa sempre le scelte sbagliate. Sempre, nel consenso generale. Perché ci vogliono come un branco di pecore da domare e tosare. Lo vedevate come ridevano? Come parlavano i di cose che ci cambiano la vita, di cose che ce la distruggono pian piano? Di cose che ci fanno diventare degli handicappati, rispetto al resto d’ Europa? E perché? Cosa abbiamo noi? Cosa abbiamo di diverso? Non lavoriamo e non ci spacchiamo la schiena come gli altri? Non facciamo continuamente sacrifici? Perché siamo destinati sempre e comunque ad essere soggiogati? Perché? Sono stanco di parlare. La verità è che se non trovate la forza dentro voi stessi di lottare per trovare il modo di vivere meglio, non ve la posso dare io con quattro parole ad effetto. Faccio parte di un'associazione che ha poco alla gente stanca e sorda. Quando questa gente si troverà tra le mani il disastro, il vuoto, gli effetti e la disperazione del loro non fare nulla (con tutte le loro giustissime ed elaboratissime

giustificazioni di questo mondo), allora rimpiangeranno di non aver fatto qualcosa quando potevano. Anche quando non sarebbe servito a nulla, anche solamente per svegliarsi la mattina e non avere la voglia di sputarsi in faccia allo specchio. Faccio parte di un'associazione di ragazzi e ragazze che rubano tanto tempo che potrebbero dedicare allo svago, al lavoro o alla famiglia, anche per voi. Ragazzi e ragazze, potenzialmente vostri fratelli o figli che si assumono i rischi di quello che fanno e si divertono anche. E che sono tanti, ogni giorno di più. Ma che purtroppo avrebbero bisogno anche di voi tantissimi che dormite, che ve ne fregate. Cosa volete fare? Continuare a demandare agli altri la capacità di superare i vostri/nostri problemi? Pensare che anche quella minoranza che lotta ci sarà per sempre e lo farà al vostro posto? Volete ripetere per tutta la vita le stesse inutili e sterili lamentele? Quale sarà per voi la goccia? Aspettate la solita? Aspettate il botto?La notizia non sarebbe qualche messaggio di apprezzamento, la notizia sarebbe che tutti vi alzaste dalla sedia, vi rimboccaste le maniche e ci chiedeste: cosa posso fare io? come vi posso aiutare? quando ci vediamo? Vedremo chi si arrenderà prima. Un ragazzo di Addiopizzo Catania

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Ucuntu n.34  

Il numero del 21 marzo 2009

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