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251011

www.ucuntu.org – redazione.lavoriincorso@gmail.com

“Le associazioni sottoscritte, nel momento in cui vengono da più partiriportati episodi sconcertanti che coinvolgono fra l'altro aspiranti al posto di procuratore capo, sottolineano la necessità che chi assumerà l’incarico riesca finalmente a disvelare e a rendere pubblico l’intreccio fra poteri economici, politici e mafiosi che ormai è noto come il Caso Catania”

Catania/ Perché la Giustizia torni al suo Palazzo

G.B.SCIDA'

LETTERA

APERTA AL PRESIDENTE NAPOLITANO

Cittadini “Perché il Csm nomini un Giudice al di sopra delle parti” Appuntamento a Catania davanti al Palazzo di Giustizia sabato 29 alle 10.30

Fra pochi giorni il Csm eleggerà il nuovo Procuratore della Repubblica di Catania. A differenza di Palermo, qui il Palazzo di Giustizia raramente si è posto in contrasto – a livello effettivo e non superficiale – coi poteri che dominano la città. Da tempo i cittadini chiedono che venga un giudice da fuori, estraneo a qualunque rapporto con gli ambienti locali. Non è politica, questa. E' che qui di giustizia c'è più bisogno che del pane

e

L'appello della società civile per il giudice Salvi

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Orsatti Gubitosa Fernandez-Diaz D'Urso Mazzeo Mafia e Ponte || 25 ottobre 2011 || anno IV n.120 || www.ucuntu.org ||


Caso Catania Le associazioni sottoscritte,

nel momento in cui vengono da più parti riportati episodi sconcertanti che coinvolgono fra l'altro aspiranti al posto di procuratore capo al Tribunale di Catania, manifestano la propria preoccupazione per la nomina prevista in conseguenza del pensionamento del Dott. Vincenzo D’Agata e sottolineano la necessità che chi assumerà l’incarico riesca finalmente a disvelare e a rendere pubblico l’intreccio fra poteri economici, politici e mafiosi che, anche in campo nazionale, ormai è noto come il “ Caso Catania”. Come cittadini abbiamo il diritto di sperare in un futuro di legalità e giustizia per la nostra città. A questo scopo le Associazioni firmatarie del presente appello, così come già richiesto, auspicano che la nomina a procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Catania ricada su una personalità di alto spessore che eserciti l'autonomia della magistratura rispetto al potere politico, che sia capace di operare al di fuori delle logiche proprie del sistema politico-affaristico della città, che possibilmente sia del tutto estranea all'ambiente cittadino, che provenga cioè da realtà lontane dall’humus siciliano e catanese in particolare, una personalità che favorisca il riscatto civile della nostra città e che contribuisca a restituirle orgoglio e dignità. Associazione Centro Astalli, AS.A.A.E., Assoc.CittàInsieme”, Assoc. Domenicani Giustizia e Pace, Laboratorio della Politica Onlus, La Città Felice, Assoc. Studentesca e Culturale "Nike", Comitato NO-TRIV, Assoc. Oltre la Periferica, Librino, Punto Pace Pax Christi Catania, Sicilia e Futuro, Associazione Talità Kum

*** La Sicilia è la regione dove si trova la maggior economia sommersa del paese, come recenti e qualificati studi hanno evidenziato, e gran parte dell’imprenditoria cheopera nell’isola usufruisce di complicità o alleanze con le organizzazioni criminali. La mafia ha esteso da tempo i suoi interessi nell'economia “legale”, dove l'accumulazione della ricchezza avviene attraverso relazioni e attività costruite sulla base del coinvolgimento diretto e dei favori scambiati con potentati economici, politici, professionali. Si è creato così uno spazio dove lecito e illecito finiscono per entrare in commistione. L'epicentro di questa "area grigia", dove si intrecciano gli interessi di mafia ed economia, è oggi Catania, come ribadito anche dal Presidente di Confindustria Sicilia.

APPELLI PER LA GIUSTIZIA A CATANIA delle associazioni e dei singoli della società civile catanese Una città dove, da anni, diversamente che a Palermo o Caltanissetta, l'azione di contrasto della Procura è stata assolutamente inefficace. Emblematica, da questo punto di vista, è apparsa la gestione dell’inchiesta che ha coinvolto il governatore Lombardo e il fratello Angelo. Gli inquirenti si sono divisi sui provvedimenti da assumere in merito all'esito delle indagini sul Presidente della Regione. Il Procuratore D'Agata, nelle prese di posizione pubbliche, ha dato l’impressione di un evidente imbarazzo e fastidio nei confronti dell’inchiesta; in un'intervista rilasciata a Zermo, sul quotidiano di Ciancio (a sua volta indagato in altro procedimento), sembra esprimere contrarietà per le considerazioni espresse da Ivan Lo Bello sul peso dell'imprenditoria mafiosa a Catania. Infine, una fotografia pubblicata in questi giorni ha riacceso i riflettori sul “caso Catania”, una vicenda giudiziaria nata dalla denunzia di Giambattista Scidà che lanciò l’allarme di contiguità tra criminalità mafiosa e frange della magistratura etnea. Alla luce di tutti questi fatti e alla vigilia della nomina del nuovo Procuratore della Repubblica, facciamo appello al Csm affinché la Procura di Catania abbia finalmente un Procuratore capo assolutamente estraneo ai giochi di Palazzo e all’intreccio delle poco chiare vicende catanesi. Un magistrato che non subisca le forti interferenze esterne che hanno condizionato da decenni la direzione della Procura catanese. Giolì Vindigni, Gabriele Centineo, Mimmo Cosentino, Angela Faro, Santa Giunta, Vincenza Venezia, Salvatore Cuccia, Luciano Carini, Giuseppe Di Filippo, Enrico Giuffrida, Lillo Venezia, Claudio Novembre, Massimo Blandini, Marzia Gelardi, Maria Concetta Siracusano, Francesco Duro, Margherita Ragusa, Antonella Inserra, Mario Pugliese, Giovanni Caruso, Elena Maiorana, Tuccio Giuffrè, Rosa Spataro, Paolo Parisi, Marcella Giammusso, Giuseppe Pappalardo, Raffaella Montalto, Giovanni Grasso, Federico Di Fazio, Claudio Gibilisco, Riccardo Orioles, Elio Impellizzeri, Ignazio Grima, Angelo Morales, Pippo Lamartina, Andrea Alba, Matteo Iannitti, Valerio Marletta,

Marcello Failla, Alberto Rotondo, Riccardo Gentile, Barbara Crivelli,Massimo Malerba, Enrico Mirabella, Maria Lucia Battiato, Mauro Viscuso, Sebastiano Gulisano, Aldo Toscano, Anna Bonforte, Grazia Loria, Pierpaolo Montalto, Toti Domina, Fabio Gaudioso, Giovanni Puglisi, Titta Prato, Maria Rosaria Boscotrecase, Lucia Aliffi, Fausta La Monica, Salvatore Pelligra, Anna Interdonato, Lucia Sardella, Federica Ragusa, Alfio Ferrara, Federico Urso, Paolo Castorina, Giusi Viglianisi, Laura Parisi, Gaetano Pace, Luigi Izzo, Alberta Dionisi, Carmelo Urzì, Pina De Gaetani, Giusi Mascali, Marcello Tringali, Daniela Carcò, Giulia D’Angelo, Alessandro Veroux, Ionella Paterniti, Francesco Schillirò, Francesco Fazio, Tony Fede, Antonio Presti, Luigi Savoca, Salvatore D’Antoni, Alessandro Barbera, Vito Fichera, Stefano Veneziano, Pinelda Garozzo, Francesca Scardino, Irina Cassaro, Carmelo Russo, Franco Barbuto, Maria Luisa Barcellona, Nicola Musumarra, Angela Maria Inferrera, Michele Spataro, Giuseppe Foti Rossitto, Irene Cummaudo, Carla Maria Puglisi, Milena Pizzo, Ada Mollica, Maria Ficara, Rosanna Aiello, Rosamaria Costanzo, Mario Iraci, Giuseppe Strazzulla, M. C. Pagana, Vincenzo Tedeschi, Nunzio Cinquemani, Francesco Giuffrida, Maria Concetta Tringali, Maria Laura Sultana, Giovanni Repetto, Giusi Santonocito, Marco Sciuto, Tiziana Cosentino, Emma Baeri, Renato Scifo, Luca Cangemi, Elisa Russo, Angela Ciccia, Alfio Fichera, Giampiero Gobbi, Domenico Stimolo, Piero Cannistraci, Roberto Visalli, Mario Bonica, Claudio Fava, Giancarlo Consoli, Maria Giovanna Italia, Riccardo Occhipinti, Giuseppe Gambera, Orazio Aloisi, Antonio Napoli, Giovanni Maria Consoli, Elsa Monteleone, Francesco Minnella, Antonia Cosentino, Sigismonda Bertini, Giusi D’Angelo, Lucia Coco, Fabrizio Frixa, Santina Sconza, Felice Rappazzo, Concetto De Luca, Maria Luisa Nocerino, Alessio Leonardi, Renato Camarda, Angelo Borzì, Chiara Arena, Alberto Frosina, Gianfranco Faillaci, Daniela Scalia, Lucia Lorella Lombardo, Pippo Impellizzeri, Giuseppe Malaponte, Antonio Mazzeo, Marco Luppi, Ezio Tancini, Aldo Cirmi, Luca Lecardane, Rocco Ministeri, Gabriele Savoca, Fulvia Privitera, Daniela Trombetta, Vanessa Marchese, Edoardo Boi, Stefano Leonardi, Ivano Luca, Maria Crivelli, Guglielmo Rappoccio, Grazia Rannisi, Elio Camilleri, Rosanna Fiume, Alfio Furnari, Claudia Urzi, Luigi Zaccaro, Daniela Di Dio, Gigi Cascone, Ettore Palazzolo, Nunzio Cosentino, Matilde Mangano, Andrea D'Urso, Daniela Pagana, Stefania Zingale, Concetta Calcerano, Luana Vita, Maria Scaccianoce, Costantino Laureanti, Pierangelo Spadaro, Paola Sardella, Luisa Gentile, Antonio Salemi, Antonino Sgroi...

|| 25 ottobre 2011 || pagina 02 || www.ucuntu.org ||


Caso Catania Al Signor Presidente della Repubblica on. Giorgio Napolitano Presidente del CSM Attorno a questa mia voce, la stampa, tutta, farà il vuoto pneumatico, come sempre accade quando qualcuno parli di fatti di Catania, e non per compiere riti di servilismo, esaltando l'arcangelo Antimafia della Procura Repubblica, o le svanite primavere cittadine, né per darsi ad esercizi maramaldeschi sull'ex Scapagnini; com'è accaduto persino quando il Tribunale di Roma (giudice Terranova, 10 febbraio 2011) ha assolto i giornalisti Travaglio e Giustolisi, querelati per un articolo su MICROMEGA 3/2006, ed ha condannato il querelante alle spese. Io scrivo per la verità, e debbo aspettarmi censura. Il nostro Paese è come la Francia dei tempi dell'Affaire, nel quale però non si stampa, se si tratta di Catania, niente di dreyfusardo. *** Fra pochi giorni il CSM potrebbe nominare il Procuratore della Repubblica di Catania. Chiunque vinca la gara, la sconfitta della legalità sarà certa. Essa si è consumata presso il Ministero della Giustizia, allorché il Ministro ha dato consenso per ciascuno dei tre magistrati proposti dalla Commissione V, pur essendo a conoscenza di fatti che non solo imponevano rifiuto, per uno dei tre, ma davano ragione di ritenere l'incompatibilità di costui con l'ambiente catanese e con la stessa funzione che in atto egli vi esercita. Riporto in appendice il testo tempestivamente sottoposto al Ministro, eliminandone solo il cognome del magistrato. Com'è chiarissimo, si tratta di fatti , ognuno dei quali è legato a tutti i precedenti, da strettissima relazione: essi sono un tutto omogeneo, compatto, che nel suo insieme, rivela tremenda rilevanza. Chi si limita ad accennare a qualcuno dei fatti, senza evocarli tutti, si procura l'apparenza del coraggioso, mentre evita di condursi davvero secondo coraggio, come la situazione richiede. C'è poi chi agisce in malafede. Tra quelli che hanno dato e danno mano alla rotta

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE NAPOLITANO del Presidente Emerito del Tribunale per i Minori di Catania

della legalità, sono proprio coloro che si sbracciano, ostentatamente, per un Procuratore estraneo a Catania, ma sorvolano sui comportamenti del magistrato locale. Lo aiutano con il loro silenzio, mentre si mascherano da fautori di una nomina diversa. Sono i suoi amici più preziosi. La distruzione della legalità avviene, da questo stesso lato e da altri, in CSM, nelle Commissioni, e nel plenum. Si asside a Capo dell'assemblea l'on. Vietti, che avrebbe ragione di decisamente astenersene. Componente del consesso in altra consiliatura egli volle essermi nemico, con aperta ingiustizia, nell'interesse di altri: dapprima (anno 2000) per reprimere le mie istanze di verità, a proposito dello scandalo giudiziario di viale Africa, e impedire che il magistrato, gestore di quel processo, e lui pure eletto al CSM, per quello stesso quadriennio, ne venisse pregiudicato; e poi (2001) per riparare l'odierno aspirante Procuratore dalla mia giusta accusa davanti alla Commissione Antimafia (seduta del 7-12-2000: ....ha acquistato casa da un mafioso....): I fatti di esso avv. Vietti, in tali circostanze, sono consacrati del processo verbale di seduta plenaria del CSM, del giorno 22 marzo 2001. Come può egli assere arbitro, ora, non fosse altro che dirigendo la discussione, tra le ragioni fatte valere dai miei scritti e gli opposti interessi di quel magistrato? Ella sa tutto, Signor Presidente della Repubblica, anche da una mia lettera recente. Non posso credere che voglia consentire, restando ancora indifferente, allo scempio in corso. Giambattista Scidà

APPENDICE IL TESTO TRASMESSO AL MINISTRO Il magistrato indicato sopra versa in situazione di incompatibilità con l'Ufficio che attualmente detiene, di Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catania. La delibera del CSM, 16/06/2011, ha potuto non accorgersi della incompatibilità, solo a condizione di ignorare i fatti qui di seguito radunati, sotto i nn. da 1 a 10. Essa irrimediabilmente viziata anche dall'avere ignorato la sentenza, definitiva, del Tribunale di Roma, 10/02/2011, giudice Terranova di assoluzione con la formula più piena dei giornalisti Giustolisi e Travaglio, querelati per diffamazione, e di condanna del querelante alle spese. Di tale delibera è stata segnalata al CSM l'urgente necessità di rimozione, in via di autotutela. E' pertanto inconcepibile che proprio il detto magistrato sia proposto per la nomina a Procuratore Capo. Il Ministro non può consentire alla nomina in parola; ed ha ragione di revocare il consenso che abbia già dato, perché all'oscuro dei fatti. Il sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catania, si rende promissario acquirente di parte preponderante di una delle ville bifamiliari che la “società Di Stefano” della quale è socio, attraverso la moglie l'imprenditore Rizzo Carmelo, affiliato al clan Laudani, prende a costruire in S. G. la Punta. Il fatto scandalizza un poliziotto residente in San Giovanni, che ne avverte altro magistrato della Procura, dal 1987 in aspettativa per mandato parlamentare. Il magistrato–deputato assicura che ne parlerà al collega. Nell'atto definitivo di compravendita fa figura di costruttore e di venditore, invece che la società costruttrice e venditrice, altro soggetto, estraneo alla mafia, che nulla ha costruito e nulla riscuote del prezzo. La dissimulazione, sfruttata dal magistrato compratore per smentire le dichiarazioni a suo carico fatte dal magistrato Scidà, il 7/12/2000, davanti alla Commissione Antimafia (“ha comprato casa da mafiosi”) e per ingannare il CSM, e indurlo ad avventurarsi in un voto a sua tutela (plenum del 20/3/2001), è già crollata, grazie alle pronte rivelazioni del simulato costruttore e venditore, quando interviene una sopravvenienza di ingente rilievo. Proprio l'Ufficio del compratore (proprio la Procura Repubblica di Catania, nella quale egli ha dalla metà del 2000 ruolo di Procuratore Aggiunto) è costretto a promuovere azione penale ex art. 12 quinquies legge 356/92 contro i capi del clan Laudani, per falsa intestazione, alle società Rizzo, o a società delle quali Rizzo era socio attraverso la moglie, come la società Di Stefano, di edifici costruiti in vari luoghi, tra cui le ville bifamiliari di S. G. la Punta. Gli imputati,

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Caso Catania --> Laudani Alfio e Di Giacomo, suo luogotenente, vengono infine rinviati a giudizio. Del procedimento non viene mai informata la Procura della Repubblica di Messina, che dal 2002 ha in corso indagine sull'acquirente, ex art. 416 bis c.p., a seguito delle suaccennate rivelazioni dell'apparente costruttore e venditore. Prima di rendersi promittente acquirente della villa, il magistrato ha gestito quale PM un processo di mafia ed altro, nel quale erano coinvolti il padre di Alfio Laudani, Sebastiano, a quel tempo capo del clan (come sino alla morte) e il figlio Gaetano. Tutti e due avevano tentato di uccidere l'eponimo di un clan avverso, col quale il clan Laudani era in lotta sanguinosa per il predominio (così i più importanti rapporti dei Carabinieri inclusi nell'incarto, e ricordati espressamente, proprio per questo, dalla sentenza di Corte d'Assise che definì il processo). Il nostro perseguì i due Laudani per tentato omicidio e reati connessi in materia di armi, ma non per mafia. Nessuna spiegazione è mai venuta da lui, circa le ragioni di tale sua scelta. Il processo, a carico di Aiello + 94, fu definito con sentenza della Corte d'Assise, Presidente Curasì, depositata in cancelleria il 4/5/1993. A quale prezzo poté diventare, il magistrato, proprietario della villa di S. Giovanni?ognuno degli acquirenti di alloggio, nelle ville bifamiliari costruite dalla Di Stefano corrispose 250 milioni di lire, se oggetto dell'acquisto fu un'entità simmetrica all'entità contigua: se oggetto dell'acquisto fu la metà giusta di una villa bifamiliare. Ma l'alloggio acquistato dal Sostituto ebbe consistenza diversa e maggiore che quella dell'alloggio restante: molto maggiore in superficie e quindi in volume ed in pregio. La dissimmetria e la sua misura (cospicua) risultano con precisione dalla perizia ordinata dal GIP di Catania, dott. Ferrara, in procedimento per mafia a carico di Scuto Sebastiano: la quale perizia non venne mai a conoscenza né del PM di Messina né del GIP, nella indagine a carico del compratore (archiviata nel 2004).Il magistrato avrebbe dovuto dunque pagare ben più che 250 milioni, laddove dall'atto di compravendita risulta che ne pagò solo 165. Sino a prova contraria, egli spese molto meno degli altri acquirenti per avere molto di più. La problematica prova contraria offerta da lui al PM di Messina o messa insieme da quel PM, non ha mai preteso di andare oltre i 250 milioni, pagati da ciascuno dei compratori di alloggi simmetrici. È certo dunque che il magistrato Gennaro fu favorito dai costruttori e venditori. Nell'affare della falsa intestazione alla Di Stefano di ville costruite in S. G. La Punta, il Procuratore Aggiunto aveva privato personale interesse all'assoluzione degli imputati Laudani e Di Giacomo; egli aveva interesse, intanto, a che ne fosse ritardato al massimo il rinvio a giudizio. Quest'ultimo fu ritardato in effetti

dall'Ufficio di Procura, con affermazioni, in alacre concorso con la difesa, di infermità mentale del Laudani e con richieste al GIP di disporre consulenze: le quali più volte lo predicarono infermo, in contrasto con rapporti della Casa Circondariale di Parma, che lo dimostravano simulatore di malattia. L'impegno della Procura nell'ostacolare il rinvio a giudizio, tocco l'acme nell'ottobre 2005, col fatto che si trova riferito in un capitolo di un mio scritto sul caso Catania: il Procuratore della Repubblica pretese che il Capo dell'Ufficio GIP impedisse l'udienza preliminare (fissata dal giudice previa revoca della sospensione del procedimento, perché insussistente lo stato di malattia), revocando ogni autorizzazione alla necessaria trasferta, “inutile”: o l'avrebbe impedita lui, vietando ai Sostituti di prendervi parte; e persino prospettò, in alternativa a tale misura, denuncia della spesa alla magistratura contabile. Il destinatario della inaudita intimazione e minaccia reagì nei termini, indignati, che riporto in quel mio scritto. L'udienza ebbe luogo; fu disposto rinvio; il Procuratore interpose elaboratissimo ricorso per Cassazione contro il provvedimento del GIP, che aveva preceduto la fissazione di udienza, revocando la sospensione del procedimento a suo tempo disposta per opinata malattia del Laudani; la ponderosa impugnazione fu dichiarata inammissibile. Nel 2006 venne portato a dibattimento il Di Giacomo (solo il Di Giacomo); il Pm di udienza ne provocò l'assoluzione enunciando un dubbio mai concepito da alcuno, in 18 anni, che Rizzo fosse stato socio della Di Stefano: circostanza di pubblica ragione, certa, non dubitata mai da nessuno, proclamata dallo stesso Rizzo (che in un dépliant del 1986, illustrativo della sua attività di imprenditore, aveva incluso immagine della villa acquistata dal dott. Gennaro); circostanza incontroversa sempre e da tutti presupposta, anche nel procedimento per misure di prevenzione, svoltosi davanti al Tribunale di Catania negli anni 2002/2003; circostanza pacifica anche nel procedimento, svoltosi davanti al Tribunale di Monza, sez. Di Desio, a carico del giornalista Chiocci, che venne assolto in quello stesso 2006: querelante Di Loreto, socio della Di Stefano, che si diceva diffamato da articoli, nei quali il consocio Rizzo era detto mafioso. Ma per il PM di Catania, sorprendentemente ignaro di tutto ciò, l'unica prova che Rizzo fosse socio della Di Stefano consisteva nel fatto che socia ne fosse la moglie; e questa prova (più che bastevole, anche da sola, la donna non essendo che una casalinga), era per il PM insufficiente. Non ci fu impugnazione della sentenza. Quando, nel 2009, fu finalmente processato Laudani il PM di udienza (persona diversa dal PM del 2006) produsse la sentenza di assoluzione del Di Giacomo, e concluse chiedendo decisione conforme a quella. Il Tribunale scrisse in motivazione che non trovava motivo di discostarsi da quel

precedente, ma non seppe proferire nel dispositivo la parola assolve. Proferì condanna, come per il Di Giacomo nel 2006, per le intestazioni ad altre società, ma nessuna statuizione recò per le intestazioni alla Di Stefano. La villa promessa in vendita al magistrato e costruita per lui (la prima fra quante ne costruì la Di Stefano, in San Giovanni, nel quadro di quella lottizzazione) fu voluta difforme (notabilmente difforme) dalla concessione edilizia; al seguito di essa, tutte le altre furono realizzate in difformità. Nessuno degli acquirenti aveva ottenuto sanatoria, nel 2000, quando sanatoria fu concessa a lui, da poco rientrato in Procura, come Procuratore Aggiunto: a firma di due funzionari, mentre il Sindaco di San Giovanni era soggetto ad indagini, non importa se coordinate o no dall'autorevole magistrato. Quale giudizio meritano i due fatti (la violazione delle regole urbanistiche al tempo della costruzione: trasgressore un magistrato della locale Procura della Repubblica; la sanatoria, nella congiuntura anzidetta)? Durante la costruzione della villa, l'acquirente ebbe rapporti – com'è ovvio – col Rizzo. Fu il Rizzo a presentargli il fornitore degli infissi, Guglielmino, cui raccomandò di trattar bene il giudice compratore. C'è una relazione dei CC di Catania, Nucleo Operativo, che per cause misteriose rimase ignota alla Giustizia di Messina, durante l'indagine a carico di Gennaro. Ma essa è sempre reperibile presso i detti CC e anche altrove. I rapporti che l'ormai famigerata fotografia del 1991 documenta in modo irrefutabile, per chiunque non voglia prestarsi alla negazione dell'innegabile, sono rapporti formatisi negli anni precedenti. Finocchiaro, uno dei tre effigiati, non era soltanto il vicino di Gennaro: era, col Di Loreto, uno dei due soci originari della Di Stefano, ed era stato consocio del terzo, ossia del Rizzo, da quando (1988) costui penetrò nella società, sotto nome della moglie, e sino al momento in cui proprio lo spadroneggiare del nuovo venuto lo aveva indotto a recedere (tutto questo risulta dalla richiesta di archiviazione dell'indagine a carico di Gennaro, formulata dalla Procura della Repubblica di Messina). Nonostante tutto, egli nega, dovunque, di aver mai conosciuto il Rizzo. Non era forse teste, in processo contro Chiocci (altro processo che quello citato sub 8), quando negò davanti al Tribunale di Monza, sez. di Desio? C'è da chiedersi che cosa sia più grave, che egli abbia avuto col Rizzo i rapporti che ebbe, o il fatto che li neghi, con la pretesa di trovare annuenza in chi lo ascolta; o il fatto di chi tale annuenza gli favorisce. *** Ai fatti come sopra esposti al Ministro se ne connettono altri, da me portati alla luce con lo scritto “Parcheggi”, leggibile sul mio blog scida.wordpress.com G.S.

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Siciliani

“Un giornalismo fatto di verità” Caso Catania: cosa ci insegna oggi

“Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”. Questa è la nostra idea di giornalismo, non quella degli effetti facili e del clamore. Un giornalismo neutrale, non dipendente – neanche come favori leciti – da alcuno, ma apertamente schierato per gli interessi essenziali dei cittadini (fra cui una giustizia indiscussa, assolutamente al di là di ogni sospetto) e pronto, ogni volta che occorre, a prendere posizione. Perché al lettore va data la “notizia”, ovviamente; ma questo ancora non basta: accanto alla notizia bisogna dare il contesto, senza di cui la notizia resta monca e incompleta e, in taluni casi, ambigua per difetto di completezza. A questo ci siamo attenuti, nel “Caso Catania”, in questi anni e mesi. Insieme con pochi colleghi (Finocchiaro, Giustolisi, Travaglio e non molti altri) abbiamo cercato di fornire al lettore i dati essenziali della malattia della giustizia a Catania, dove - diversamente che a Palermo – la parola “Palazzo” ha sempre evocato complicatissime e non sempre innocenti manovre e non una semplice e secca applicazione della legge. E' una malattia che viene da lontano, e che non può essere curata dal suo interno. Perciò sempre più numerosi cittadini e soggetti della società civile si sono via via accodati alla soluzione proposta, ormai da anni, dal vecchio e integerrimo

magistrato Scidà: chiamare un giudice terzo, uno non intromesso; dare a un “uomo di fuori” la cura del bene essenziale, la giustizia, che i vari locali notabili tirano ognuno a sé, privandone i cittadini; e poi andare avanti. Questa opinione, isolata dapprima e poi sempre più popolare, è stata da noi sostenuta apertamente e ora, in questi giorni, verrà approvata o respinta da chi ne ha il potere.

Il Csm, fra pochi giorni, nominerà finalmente, dopo ogni rinvio possibile, il nuovo magistrato a Catania; e qui comincerà una stagione nuova. O migliore dell'altra, essendovi finalmente un Palazzo efficiente; o sprofondata nel peggio, ribadendo la prassi della giustizia come potere dei potenti, o per atto o per omissione. In entrambi i casi, noi avremo fatto il nostro dovere.

***

Questa storia, che non è affatto locale, serve anche per illustrare, senza troppe parole, come intendiamo fare (rifare) i Siciliani. I Siciliani Giovani proseguirà, semplicemente, sulla stessa strada. Informazione e servizio pubblico, lotta ai poteri asociali e ricostruzione della società. Non inventiamo niente, di nuovo c'è solo l'internet, col suo concetto di rete che va ben al di là delle tecnologie e che profondamente s'inserisce (forse più che in ogni altro caso in Italia) nella nostra

storia. Attenzione: siamo già in fase operativa, nel senso che da alcuni giorni è già aperto il palinsesto del numero uno, quello che uscirà il primo dicembre. Pertanto è necessaria un'accelerazione di tutto. Finora è stato sostanzialmente il gruppo di progettazione (Salici, Gubitosa, Guglielmino e Nicosia) a fare il lavoro di fondazione, e l'ha fatto nei tempi previsti e bene. Ora bisogna completare il lavoro di base (siti, ezine, link, struttura aziendale, tipografia) e farlo mentre già si comincia a lavorare sui contenuti. Nei prossimi giorni e settimane contatteremo quindi, nelle varie città, i colleghi, gli amici, le testate e i gruppi che sono interlocutori e co-protagonisti di questa impresa. Ma vorremmo che già prima, spontaneamente, essi stessi cominciassero a fare proposte, a buttar giù idee, a mettere in cantiere servizi e iniziative. Senza bisogno di chiedere permesso a nessuno, e meno che mai a noi stessi, perché questa non è un'impresa nostra, ma di tutti. Tutti coloro che lottano per una società più civile, da oggi o da trent'anni, a Palermo o a Milano, giovani d'età o di testa, hanno il diritto di starci dentro. Con l'obbligo di starci dentro degnamente, ché non è un gioco. E' un momento magnifico, per mettersi in cammino. La notte sta terminando, amici che non conosciamo ci aspettano; lo zaino è quasi pronto. Nel buio che a poco a poco s'illumina, la strada ancora una volta ci chiama. Riccardo Orioles

Ucuntu.org/ supplemento telematico a “i Cordai”/ Dir.respons. Riccardo Orioles/ Reg. Trib. Catania 6/10/2006 nº26/ Progetto grafico: Luca Salici e R.Orioles da un'idea di Piergiorgio Maoloni

|| 25 ottobre 2011 || pagina 05 || www.ucuntu.org ||


Politica

Di Pietro, la ragion di Stato e la democrazia Lettera a un politico italiano Caro Di Pietro, Le scrivo davvero molto preoccupato dalla sua ultima e devastante presa di posizione politica. Quella di invocare una riedizione della legge Reale del 1975 dopo i fatti di Roma del 15 ottobre. Fatti che nonostante gli scimmiottamenti messi in atto da 500 fra ragazzini annoiati, qualche vecchia cariatide dei vecchi gruppi antagonisti e una manciata di ultrà, nulla hanno a che fare con gli anni ’70, con quel paese che era allora l’Italia, con le stragi, il terrorismo nero, rosso e di stato, con la logica dei blocchi contrapposti e con le violenze di piazza. Nulla ha a che fare, e lei lo sa benissimo. Lei quelle cose se non l’ha vissute direttamente l’ha quantomeno studiate. La sua carriera prima in polizia e poi in magistratura qualcosa deve aver rappresentato. Lei, caro Di Pietro, sa anche perfettamente che a nulla servì quella legge per affrontare davvero la questione della violenza e dell’eversione. Anzi, dovrebbe sapere benissimo che dopo la sua entrata in vigore andò ad alimentare un clima nel paese che condusse soltanto all’aumentare delle violenze, a legittimare davanti agli occhi di molti i gruppi più estremisti e armati e a ingrossare le file dei terroristi. Le centinaia di lutti (e di questo stiamo parlando) non le ricordano nulla? Una generazione intera criminalizzata non le ricorda nulla? I tantissimi abusi che quella legge consenti la lasciano indifferente? Le faccio un esempio di quello che potrebbe produrre, nell’immediato, l’applicazione di quello che lei ieri incautamente ha proposto. Dopo la macelleria messicana della scuola Diaz nel 2001 a Genova, le vittime della furia non cieca ma calcolata in una logica da ultrà durante un raid per presunta vendetta di pezzi delle forze dell’ordine (che arrivarono perfino a produrre pro-

ve false per coprire l’orrore che avevano messo in atto) vennero non solo pestati a sangue con violenza inaudita mentre erano totalmente inermi ma subirono anche un’incriminazione. La legge italiana ordinaria, quella che lei vorrebbe sospendere con provvedimenti straordinari, riuscì, purtroppo con lentezza ma alla fine con giustizia, a ribaltare la loro posizione, sottraendoli da ogni accusa e tutelando davvero i loro diritti. Niente di straordinario. Quello che deve fare una democrazia. Tutelare i diritti dei cittadini. Tutti i diritti e di tutti i cittadini. Se il provvedimento da lei invocato ieri fosse stato in vigore nel 2001 ora ci sarebbero decine di vittime innocenti condannate a reati gravissimi, probabilmente ancora in carcere, e i responsabili di quell’orrore si sarebbero sentiti legittimati a proseguire il loro eversivo e feroce metodo di imposizione di un potere militare e poliziesco che nulla ha a che fare con la democrazia. Io non so quale logica l’abbia spinta a fare quelle dichiarazioni che hanno offerto l’occasione alla destra di trovare sponda per trovare l’occasione di proporre una roba che non avevano il coraggio di annun-

ciare loro stessi. Spero davvero che sia stata soltanto una sottovalutazione dovuta alla fretta di trovare spazi sui titoli dei Tg e dei giornali. Un errore madornale in ogni caso. Peggio sarebbe, caro Di Pietro, se lei avesse risposto in qualche modo alle richieste di quei pezzi di apparato che dalle ricadute di quel disastro per la democrazia fu il G8 di Genova sono sfuggiti e che non hanno perso la voglia di dare una stretta ai diritti dei cittadini per gestire in chiave autoritaria il paese e mettere in mora la democrazia. Quei 500 imbecilli, pericolosi ma solo 500, andavano e vanno bloccati e condannati. Vanno respinte e indicate e rifiutate tutte le violenze. Vanno individuate le responsabilità. Con leggi ordinarie e garantendo giusti processi e il diritto di critica, manifestazione, protesta ai cittadini italiani. Non ci sono altri modi. Non esiste nessuna ragione di Stato che consenta la sospensione dei diritti e della democrazia. Se lei questo non lo capisce siede al posto sbagliato. Un saluto Pietro Orsatti www.gliitaliani.it

|| 25 ottobre 2011 || pagina 06 || www.ucuntu.org ||


Politica

Dieci cose che so sulla violenza Funziona meglio Gandhi dei black-bloc Sono contrario alla violenza. Sempre, ovunque e in ogni modo. Specie quella "mascherata" per giustizia, in realtà esercitata per reprimere, tarpare, reprimere, castrare e impedire alla gente di manifestare ed esprimere le proprie opinioni. Se poi la "violenza" è autorizzata da forse dello Stato, allora la trovo davvero deprecabile, odiosa... e a sua volta, da contro-combattere. 1) In Italia e nel mondo esiste una violenza economica, finanziaria, politica culturale e sociale che si alimenta di guerre, sfruttamento, negazione dei diritti umani, oppressione delle minoranze e repressione del dissenso. Questo è il dato di base da cui partire, il nodo politico da sciogliere, la sfida che i popoli si trovano ad affrontare in una precarietà che per la prima volta accomuna il terzo mondo a Roma, Pechino, New York e Parigi. 2) Questa violenza sta togliendo futuro, speranza, lavoro e dignità di vita a milioni di persone, e per questo moltissime persone lottano con cuore puro e onestà di intenzioni affinché questo non avvenga. 3) La lotta nonviolenta è lo strumento più evoluto che abbiamo a disposizione per combattere questa violenza. Quello più primitivo è la lotta violenta. Quello più inutile sono le chiacchiere di chi non lotta ma critica la lotta degli altri. 4) Che la reazione violenta alle ingiustizie sia preferibile all'inazione impotente quando non c'è la possibilità di lottare in modo nonviolento è un principio sostenuto dallo stesso Gandhi: "It is better to be violent, if there is violence in our hearts, than to put on the cloak of non-violence to cover impotence. Violence is any day preferable to impotence. There is hope for a violent man to become non-violent. There is no such hope for the impotent". In sintesi: chi è impotente e non lotta non deve travestirsi da nonviolento per nascondere la sua inazione puntando il dito contro gli altri. Chi lotta in modo violento deve sapere che esiste una forma di lotta migliore. 5) In ogni caso la violenza di strada che abbiamo visto in azione a Roma non c'entra nulla con la lotta alle ingiustizie di cui parlava Gandhi. Può essere considerata come uno sfogo sociale, come un termometro di un disagio che la politica ha il dovere di in-

tercettare rispondendo ai bisogni delle persone prima che alle sollecitazioni dei "mercati", sarebbe meglio capirla che demonizzarla, ma in nessun caso può essere elevata al rango di lotta violenta contro l'oppressione del sistema politico/economico/militare. Infatti questa violenza non produce risultati efficaci sul piano concreto e fornisce al sistema strumenti culturali e simbolici per legittimare la propria violenza. Una madonna di gesso spaccata è una foglia di fico per fetta per nascondere le vite spaccate dalle "guerre umanitarie" e dallo sfruttamento. 6) Anche di fronte ad una violenza di strada discutibile sotto molti aspetti, la critica all'inutilità, all'inefficacia o all'ingiustizia di questa violenza non è accettabile se priva di coerenza e onestà intellettuale. Ci vuole infatti coerenza e onestà intellettuale per dare la giusta proporzione tra il sasso lanciato a Roma e la bomba lanciata a Kabul, e per affermare senza ipocrisia che peggio della violenza individuale a mani nude c'è la violenza armata di stato contro i cittadini, e peggio di questa c'è la guerra, violenza armata degli eserciti e dei governanti contro popolazioni che non li hanno eletti. 7) Purtroppo le voci dei movimenti nonviolenti sono censurate, così come il pensiero anarchico libertario, quello a cui si riferiva Gandhi quando diceva "The ideally non-violent state will be an ordered anarchy. That State is the best governed which is governed the least". Per questa ragione il discorso su etica e violenza rimane prerogativa di una classe intellettuale e mediatica zeppa di ipocriti dalla doppia morale, forti contro le violenze dei deboli e muti contro le guerre dei forti. Gente che magari nel '68 non lanciava sassi, ma si portava le P38 da casa, e oggi si straccia le vesti sdegnate contro la violenza dei cittadini tappandosi gli occhi di fronte alle guerre degli stati. 8) Per questa ragione condividerò e farò mia ogni critica alle azioni violente di Roma che arrivi da persone stimabili e impegnate in azioni dirette nonviolente che lottano da sempre contro ogni forma di violenza, appoggiando ogni forma di resistenza nonviolenta al potere che sta schiacciando i popoli come mai era capitato nella storia recente. Guarderò con diffidenza alle

critiche della gente che sta con le mani in mano a casa propria, e pretenderò che oltre alle critiche suggeriscano anche delle alternative praticabili di lotta nonviolenta, impegnandosi a realzzarle in prima persona anche rischiando manganelli e carcere come chi fa violenza di strada oggi e come chi ha fatto lotta nonviolenta ieri ai tempi di Gandhi e Martin Luther King. Respingerò al mittente le critiche dei guerrafondai perbenisti e ipocriti che si mettono la "maschera della nonviolenza" per riempirsi la bocca di grandi principi, quando in realtà sono complici sul piano culturale, morale, politico e giornalistico di una violenza ben superiore a quella che criticano. 9) Tutto ciò premesso, sono convinto che il settore dell'antagonismo, che ho avuto modo di conoscere direttamente e di stimare per tantissime ragioni è purtroppo pieno di colossali teste di minchia che non vedono l'ora di menare le mani per sfogare le loro frustrazioni facendo i capetti delle masse popolari. E in tanti anni che li seguo, non ho mai visto un grande leader antagonista sanguinare per i manganelli tanto quanto i ragazzi onestamente indignati e stufi del potere e delle sue violenze, mandati al macello sul fronte dello scontro sociale assieme alla loro voglia di cambiare il mondo. 10) Aggiungo anche che il settore del giornalismo, che ho avuto modo di conoscere direttamente e di stimare per tantissime ragioni, è purtroppo pieno di venduti e sepolcri imbiancati, che strillano a comando come galline spennate quando i cassonetti bruciano a Roma, e festeggiano le grandi conquiste della democrazia quando i cassonetti bruciano in guerra assieme alle case e alle persone. E in tanti anni che li seguo, non ho mai visto un grande opinionista consumarsi le scarpe per raccontare le guerre e le tensioni sociali rischiando tanto quanto i cronisti onestamente indignati e stufi del potere e delle sue violenze, mandati al macello sul fronte delle guerre umanitarie assieme alla loro voglia di raccontare il mondo. Carlo Gubitosa www.mamma.am www.mamma.am

|| 25 ottobre 2011 || pagina 07 || www.ucuntu.org ||


Pianeta

L'emigrazione e i suoi mercanti Perché da sempre si spostano gli esseri umani Dacché l'essere umano è essere umano il suo destino è stato quello di girovagare da un territorio all’altro. I nostri antenati cacciatori cercavano prede per assicurarsi la sopravvivenza, finché le nostre antenate, consacrate alla conservazione dei prodotti, alla raccolta e, insomma, allo sviscerato rapporto con i loro pezzi di terra, imposero ai maschi un modo di vita sedentario. Cioè: bellissima la partita di caccia, ma ancora più bello, a notte fonda, ritornare a casa, alla caverna, al rifugio dove la vita si concentra in spazi abitudinari e tempi rituali. Dopo la creazione della domestichezza e territorialità, è vero che l'essere umano intraprese grandi spostamenti, da solo o in gruppo, e per le ragioni più dissimili. In realtà potremmo scrivere la storia dell'umanità, non in termini di epidemie, come suggerí Lacan, ma in termini di diaspore, esili, spedizioni e movimenti. Diversamente dall’emigrazione animale, che ubbidisce ad un acuto istinto di sopravvivenza, dell’allevamento e la propria, che ha soggiogato il nostro spirito fino al punto che le mitologe antiche riservano un luogo d’onore all'apparizione e sparizione regolari o periodiche di alcuni animali, quello che è irrevocabilmente vero è che l'essere umano si sposta non solo per obbligo, alla ricerca di migliori condizioni per la sua esistenza, ma anche –e sopra tutto- per curiosità, per sete di conoscenza, per necessità di scambio, per affetti o per affinità. Niente di nuovo. È così dacché i primati che ci precedettero lasciarono gli alberi per addentrarsi nel bosco. I gruppi umani si sistemavano qui e là per godere di climi temperati, controllare meglio le loro frontiere -i loro territori- e, in definitiva, sviluppare rapporti comunitari basati sulla dignità e sull'efficacia: ancora niente di nuovo. Nel medioevo gli studenti chiamati goliardi, predecessori dei nostri attuali borsisti sovvenzionati dagli stati e benedetti dalla società, andavano di università in unversità, acquisendo conoscenza nelle aule e svergognati stratagemmi dal superstite conciato, una volta fuori. Fino a non molti decenni fa, i braccianti del sud della Spagna transitavano per diversi feudi, con la speranza di trovare qualcuno che li assumesse come avventizi per la semina o il raccolto. Ci rimangono piccoli gruppi dedicati alla transumanza, che vivono di e per i loro bestiame, postumi abitanti di cammini non disegnati sulle mappe, per

assicurare i migliori pascoli che, alla fine, hanno importanti guadagni negli implacabili mercati moderni. E forse suona strano, ma nella Spagna del nord, molto avanzato il complesso ed indescrivibile XX secolo, i maestri di scuola facevano il fagotto e si mettevano in rotta verso una specie di fiera, dove erano sorteggiati per esercitare la loro opera docente in paesini remoti. Come una fiera equina, ma con modesti insegnanti, ultimi trasumanti esemplari ed involontari: mangiavano a casa dei potentati o dei preti. Di passaggio per tutta la loro brutta vita; di passaggio nella loro stessa esistenza e le sue legature. Ecco qui l’avvertimento di quello che fummo. In Europa si parla d’immigrazione come se fosse una piaga repentina –o peggio: una malattia contagiosa, mai vista prima- e si dimentica si quei rampolli affamati che arrivarono alle Americhe, del nord, del centro o del sud, per ricomporre i pezzi di una vita distrutta dalla fame, la barbarie e le ferite delle guerre incivili e fratricide. Ci sono due aspetti -ed ambedue imporeviscono estremamente la realtà- ai quali ci riferiamo ogni volta che si parla d’immigrazione: uno, i disturbi che causa. I giornali si occupano di transformare in problema la differenza ed in conflitto lo sguardo e la parola. L'altro, più idealista ma ugualmente errato, quello che esalta i valori dell’interculturalità. Nel primo caso c’entra solo la conoscenza. È l'unica cura rispettabile contro il pregiudizio. Ma non quella conoscenza di “seconda mano”, quella che quasi tutti noi siamo abbituati ad usare e capire. Né tantomeno l’informazione, che non sarà mai altro che una specie di sapere greggio e che necessita di qualcosa di più che buon senso per diventare vera conoscenza: la conoscenza di colui che rischia tutto, che, capace di disimparare quello che aveva imparato per tornare ad imparare in modo più giusto e più integro, guarda l’altro di fronte a lui e si riconosce nei suoi occhi, perché sono anche i suoi. Nel secondo, c’è solo da ricordare che interculturali lo siamop sempre stati, anche quando non lo sapevamo. Quando arrivarono gli immigranti italiani ad Argentina, fucinando identità sulle navi, non sappevano che interculturalizzavano il continente con la loro lingua e i suoi suoni, con la loro gastronomia e le loro malinconie, né sappevano che si interculturalizza-

vano loro stessi, mettendo a dura prova i vincoli del tempo e dello spazio, che erano cambiati per farsi più generosi e flessibili. Mi fa ridere questa scoperta improvvisa dell’interculturalità, che probabilmente sta dando da mangiare a tutti quelli che pensano, forse in modo benintenzionato, che si può iniettare capsulette di integrazione a quelli appena arrivati, con la scusa di far loro il favore di catapultarli al progresso. Questo è il midollo del mio discorso: l’immigrazione che arriva su barchette miserabili alle vane, fiammanti ed urbanizzate coste europee non solo è stata oggetto di uno spiegamento senza precedenti di istituzioni di carità, che sono cresciute come funghi; suppone anche l’irruzione di commercianti di ogni specie e colore: dai mediatori culturali fino al grappolo variato di facchini di piazza facendo la ronda per gli aeroporti latinoamericani più diversi, imbarcati nell'impegno di impartire lezioni di “europeismo” alle indianette, affinché cessino di stare curve e comincino a camminare come sulla Passarella Cibeles, con la testa alta, come si suppone che si cammina in Europa –terra dove sembrano non esistere i sottomessi...-. Si offrono anche parrucchieri, per cambiare il look dell’altipiano con le trecce, per altro più accettabile nelle grandi urbi del vecchio continente. E meglio non dire niente di tutta la serie di avvocati abusatori, che fingono di occuparsi delle carte di residenza, mentre vogliono solo il denaro di chi non ha niente. O gli imprenditori usurai, che spesso tengono i loro lavoratori non solo senza documenti, senza contratto e senza diritti, ma rinchiusi, in condizioni non lontane da quelle della schiavitù coloniale, che se la memoria non mi sbaglia, si abolí molto, molto tempo fa. Non c'è nessuno che possa denunciare queste truffe? Ne trae beneficio qualcuno di coloro che dovrebbero star facendo qualcosa per cercare soluzioni? Tutti siamo emigranti appena usciti di casa: alcuni camminano pochi passi ed altri un pianeta intero. Se noi ci permettiamo il lusso di inviare i nostri nonni a cercare terre di prosperità, quelle terre di accoglienza ci invieranno loro nipoti. Il ritratto di famiglia ci abbraccia tutti, nonostante la volontà dei venditori di tolleranza e degli altri sfruttatori del dolore degli sradicati. Natalia Fernández-Díaz

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Persone

Addio Enzo Ricordo di Enzo Mazzi (Firenze 11 Marzo 1927-22 ottobre 2011) “E a ogni scelta da fare, telefonare a tutti per sapere che ne pensano” Addio Enzo, sei morto, nel silenzio di una notte, nel riserbo della tua malattia, lavorando fino alla fine, pensando, scrivendo e testimoniando un' altra chiesa , fedele al Vangelo e ai poveri. Addio Enzo Mazzi, sei stato prete del rinnovamento post conciliare. Sei stato ordinato presbitero della chiesa cattolica nel 1954; e fino al 1968 hai svolto lì il tuo incarico di parroco della comunità dell'Isolotto. Addio don Mazzi. A partire dagli anni sessanta, ti sei preso il carico di quel quartiere dormitorio chiamato Isolotto, nella periferia di Firenze, lì dove mancavano i mezzi di trasporto, le scuole, l'ambulatorio medico, la farmacia, e i primi anni persino la chiesa; lì di cui hai visto nascere casa dopo casa, strade, e hai vissuto tutta la vita; prima da prete poi da operaio, da persona comune. Lì, tra la gente e la solidarietà, è nata la tua chiesa di base, il tuo popolo di esclusi.

Dall'Isolotto, con la tua comunità hai chiesto per tutti una chiesa cattolica povera, libera dall’autoritarismo e dalla collusione con il potere. Hai scritto costantemente: con la vita, gli articoli. Ma sopratutto hai scritto insieme alle persone con cui hai lottato. (“E ogni volta, caro Fabio, - mi hai detto al telefono- devo prendermi la fatica, di chiamare tutti, e di sapere che ne pensano!”) Con forza hai spiegato come contrapporci alla gerarchia ecclesiale. Da subito, ti è stato riposto:“o ritratti o ti dimetti”. Così che, tu da allora non hai fatto altro che dimetterti dal potere, tracciare il Vangelo con azioni concrete, abbracciando la vita, la lotta, le primavere, i sogni della gente comune, degli operai, delle donne, delle generazioni incontrate.

Una data segna l'inizio di questa lotta, é la tua prima esclusione dalla chiesa: quel 4 dicembre del 1968, in cui ti son state chieste le chiavi della parrocchia; ma quelle data è anche l'inizio di un concerto, ben organizzato, col popolo di Dio, che concretamente son stati individui, gruppi e comunità di base dell'Italia. Così dopo “l'occupazione della chiesa dell’Isolotto, e lo sgombero della polizia, e le celebrazioni domenicali in piazza, fuori della chiesa”, per decenni hai continuato a lottare ogni volta che, sei andato incontro agli avvenimenti. Così, come in una liturgia da rinnovare giorno per giorno: il lavoro manuale, la fedeltà al mondo che soffre, il sorriso per tutti, il Vangelo spiegato con ragionevolezza, la solidarietà, le azioni pastorali con tante altre comunità di base. Sono passato così 40 anni, in cui hai reso le ragioni della resurezzione del popolo di Dio: con la denuncia delle esclusioni, delle repressioni, di ogni violenza; come a trasformare ogni avvenimento in pane spezzato e cemento di una nuova società. Addio Enzo. Fabio D'Urso

|| 25 ottobre 2011 || pagina 09 || www.ucuntu.org ||


Documenti

Il crimine organizzato e il Ponte di Messina Relazione al workshop internazionale “Formal, Informal and Criminal Economy” Il Padre di tutte le Grandi Opere, monumento-cattedrale allo spreco delle risorse e al consumo di territorio, delirio d’onnipotenza di una classe politica inetta e parassitaria. È il Ponte sullo Stretto di Messina, l’Ecomostro i cui lavori dovrebbero iniziare entro la fine del prossimo anno e che ha già battuto tutti i possibili record: il progetto più costoso della storia dei lavori pubblici, il più lento mai partorito, quello che richiederà la più grande gittata di cemento e calcestruzzo e che avrà la campata unica più lunga del pianeta, 3.360 metri, 1.400 in più del gioiello tecnologico giapponese di Akashi Kaikyo. Nell’incantevole scenario di Scilla e Cariddi, i mitologici mostri decantati da Omero, si chiede di realizzare due torri di cemento e acciaio alte 382,60 metri, formata ognuna da due piloni del diametro di oltre 50 metri, rette da quattro tiranti di acciaio per un peso totale di 166.600 tonnellate. Il volume delle fondazioni in Sicilia sarà di 86.000 metri cubi, mentre in Calabria di 72.000. Oltre al Ponte vero e proprio saranno realizzati 40 chilometri di raccordi stradali e ferroviari (2 km su viadotto e 20,6 km in galleria), mega-discariche, cave e strutture di raccordo. L’Opera investirà superfici territoriali vastissime nelle province di Messina e Reggio Calabria: la somma delle aree destinante ai cantieri ammonterà a 514.000 metri quadri, a cui si aggiungeranno le aree destinate a discariche finali, distanti anche più di 50 km dall’infrastruttura, per un valore complessivo di 764.500 mq. La realizzazione del Ponte e delle opere connesse comporterà un fabbisogno complessivo di materiali pari a 3.540.000 metri cubi e una produzione di materiali provenienti dagli scavi per un totale di 6.800.000 mc. Altra insostenibile colata di cemento è programmata per completare alcune infrastrutture di “servizio” al Ponte (un centro direzionale, un centro commerciale con albergo, ristoranti, un anfiteatro e un museo in Calabria, un’area di servizio in Sicilia) per altri 117.000 mc. Un affare stimato dalla Società Stretto di Messina Spa, concessionaria pubblica per la realizzazione del Ponte, in 8,5 miliardi di euro (almeno 10 secondo la rete No Ponte), che fa gola da più di trent’anni alle più efferate cosche criminali nazionali ed internazionali.

Commissioni parlamentari d’inchiesta, magistrati, organi di polizia, servizi segreti, studiosi ed esperti hanno posto ripetutamente l’accento sugli interessi della criminalità organizzata nella realizzazione del Ponte. Il primo allarme degli organi inquirenti risale al 1998, quando la Direzione Investigativa Antimafia denunciò la “grande attenzione” di ‘ndrangheta e Cosa Nostra per il progetto di costruzione dell’infrastruttura. Da allora, il tema dell’infiltrazione criminale nei lavori compare costantemente nelle relazioni semestrali presentate dalla DIA. Il connubio Mafia-Ponte è pure al centro delle attenzioni delle diverse agenzie d’intelligence. “Grazie alle capacità strategiche dei capi carismatici, alle elevate doti di mimetizzazione e all’abilità nella gestione dei capitali di provenienza illecita e nell’infiltrazione di imprese impegnate nella realizzazione di opere viarie, la ‘ndrangheta ha evidenziato crescente dinamismo nei tentativi di contaminazione dei processi economico-imprenditoriali relativi ai cosiddetti grandi lavori. In tale quadro è stata rilevata, tra l’altro, una convergenza di interessi con le cosche siciliane in vista della possibile intercettazione dei flussi finanziari destinati alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina”, si legge nella Relazione sulla politica informativa e della sicurezza, presentata in Parlamento dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, a fine 2002. Nel luglio dello stesso anno, anche il magistrato Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, si soffermava sui rischi di penetrazione mafiosa nei lavori per il Ponte. “Esistono elementi concreti sotto il profilo investigativo per affermare che la ’ndrangheta si sta preparando ad approfittare dell’affare miliardario”, dichiarava Cisterna. “Molte cosche calabresi starebbero per entrare in cordate di impresa che potranno avere parte negli appalti al momento in cui saranno chiamate dal general contractor. Tra queste, quelle che si occupano di attività legate all’edilizia: gli Alvaro, gli Iamonte, i Latella, i Libri, i Molè, gli Araniti, i Garonfolo ma anche i Raso–Gullace– Albanese, i Bellocco, i Serraino e i Rosmini, oltre alla potente cosca dei Piromalli. Queste potrebbero comprare o entrare in

società pulite già costituite nel centro-nord e in particolar modo nei grandi distretti industriali del nord Italia. Un modello comportamentale aggiornato alle esigenze di una grande opera infrastrutturale, che porterà le cosche a trovare un accordo per guadagnare tutte del grande affare”. Sul cosiddetto “impatto criminale del Ponte”, esiste uno studio del 2000, mantenuto in buona parte segreto sino ad oggi, realizzato dal centro Nomos del Gruppo Abele di Torino per conto dagli advisor nominati dal Ministero dei lavori pubblici per valutare la fattibilità dell’opera. I passaggi chiave della ricerca sono stati rivelati dal sociologo Rocco Sciarrone sulla rivista Meridiana. Partendo dall’analisi di alcune grandi opere pubbliche realizzate in Calabria (l’autostrada Salerno-Reggio, il porto e la centrale di Gioia Tauro, ecc.), il rapporto Nomos ha rilevato la notevole capacità dei gruppi criminali d’inserirsi in questi appalti. A causa delle relazioni intercorse ed al controllo pressoché totale del territorio da parte della ’ndrangheta, scrive Sciarrone, “è pienamente fondato il rischio criminalità della localizzazione dell’infrastruttura in quest’area mentre si prefigura un rapporto di cooperazione tra le cosche per l’accaparramento degli appalti”. “A tal fine – aggiunge lo studioso – la ’ndrangheta si è dotata, sul modello della struttura organizzativa della mafia siciliana, di un organismo unitario e centralizzato di coordinamento in grado di appianare le controversie interne”. Il rapporto Nomos si è pure soffermato sulle strategie individuate dai gruppi mafiosi per impossessarsi dell’enorme flusso finanziario previsto. La prima “ha a che fare direttamente con il controllo del territorio e si sostanzia concretamente nel meccanismo della estorsione-protezione. La seconda riguarda l’attività imprenditoriale dei mafiosi e di loro eventuali soci e si traduce empiricamente nell’inserimento dei lavori da eseguire”. È stata fatta una stima di massima degli interventi che per le loro caratteristiche potrebbero subire un “maggior grado di permeabilità all’azione di gruppi criminali”. Si tratterebbe – sempre secondo Nomos – di circa il 40% dei lavori: “movimenti terra, trasporti, forniture di materiali inerti e calcestruzzi, in cui è più facile glissare normative e certificazioni antimafia”.

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Le attività più prevedibili “appaiono dunque il pagamento del pizzo sui lavori affidati in appalto o in concessione, la protezione su scambi e accordi pattuiti da terzi, il controllo e l’intermediazione rispetto al mercato locale del lavoro, il collegamento e la mediazione con i circuiti politico-amministrativi”. È comunque nell’ambito dei lavori ferroviari e stradali e delle rampe di accesso al Ponte che, secondo Nomos, il rischio criminalità è più alto ed evidente. Tali lavori prevedono notevoli volumi di scavo e discarica, oltre al fabbisogno di inerti lapidei per calcestruzzi. Altro settore particolarmente “sensibile”, quello relativo alla costruzione delle differenti infrastrutture di servizio al Ponte. La criminalità mafiosa potrebbe esercitare la sua forza pure sull’offerta di servizi necessari per il funzionamento dei cantieri. Oltre alla tradizionale guardianìa, “i mafiosi cercheranno con molta probabilità di inserirsi nelle fasi di installazione e organizzazione dei cantieri, e successivamente anche nella gestione dei loro canali di approvvigionamento. È dunque ipotizzabile il tentativo di controllare il rifornimento idrico e quello di carburante, la manutenzione di macchine e impianti e la relativa fornitura di pezzi di ricambio, il trasporto di merci e persone”. In ultimo, il ruolo che i mafiosi potrebbero cercare di assumere - in termini di intermediazione e speculazione - sui terreni da espropriare per la costruzione delle infrastrutture di collegamento e di servizio. Ciononostante il rapporto Nomos, nelle sue conclusioni, ha sostenuto che “il grado avanzato di tecnologia richiesto per la costruzione del Ponte può costituire una barriera all’entrata di imprese mafiose”. Lo status symbol della mafia finanziaria Quella di Nomos, come evidenziato da Umberto Santino (presidente del Centro di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo), è tuttavia un’analisi “inadeguata”, perché “inadeguata è l’idea di mafia che si limita a un ruolo parassitario-predatorio”. Per lo studioso, la penetrazione criminale nell’economia è un fenomeno assai più articolato e complesso e più che di “mafia imprenditrice” si deve parlare di “mafia finanziaria” che, a seguito dello sviluppo dell’accumulazione illegale, è in

grado di “giocare un ruolo da protagonista e non da parente povero dei grandi gruppi imprenditoriali”. “Le grandi opere sono uno dei terreni principali in cui si cementano i blocchi sociali e si formano e consolidano le borghesie mafiose”, scrive ancora Umberto Santino. “Tutto questo si consuma in un contesto, come quello in cui viviamo, in cui l’illegalità è una risorsa, la sua legalizzazione è un programma, l’impunità è una bandiera e uno status symbol. E il consenso non manca”. L’evoluzione dell’impresa mafiosa, delle sue capacità tecnico-operative e della sua forza finanziaria e d’inserimento nei mercati “legali” risale perlomeno alla seconda metà degli anni ’70 quando fu dato l’assalto ai pacchetti azionari di grandi gruppi industriali (vedi il controllo di Cosa Nostra sulla holding finanziaria “Ferruzzi” o, per restare nell’ambito geografico dello Stretto di Messina, il tentativo - abortito - dei clan di Africo Nuovo d’investire cinquemila miliardi di vecchie lire per acquisire il colosso “Italstrade Spa”, Gruppo IRI). Ancora più inquietante quanto avvenuto proprio con il progetto di realizzazione del Ponte. Una recente inchiesta giudiziaria ha rivelato come le organizzazioni criminali si siano organizzate per partecipare non solo alla realizzazione diretta del manufatto e delle opere complementari ma soprattutto come elemento chiave del loro co-finanziamento. Nella seconda relazione semestrale 2005 trasmessa al Parlamento, la Direzione Investigativa Antimafia affermava che “la mafia è pronta a investire il denaro del narcotraffico nella costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina”. La DIA specificava che le indagini della Procura della Repubblica di Roma “hanno accertato che ingenti capitali illecitamente acquisiti da un’organizzazione mafiosa a carattere transnazionale sarebbero stati reinvestiti nella realizzazione di importanti opere pubbliche, con particolare riguardo a quelle finalizzate alla costruzione del Ponte”. L’inchiesta, denominata Brooklin, sulla base di numerose intercettazioni, aveva individuato l’operazione concepita dalla famiglia mafiosa dei Rizzuto di Montreal (Canada), per riciclare cinque miliardi di dollari provenienti dal traffico di droga nei lavori del Ponte. Secondo i magistrati, il

boss Vito Rizzuto si sarebbe avvalso di un noto professionista italo-canadese, l’ingegnere Giuseppe Zappia (poi condannato in primo grado) per costituire una società schermo e partecipare, nella primavera del 2004, alla gara preliminare per il general contractor. Nonostante l’impresa venisse poi esclusa dalla gara perché non in possesso dei requisiti richiesti, Zappia fu in grado di accreditarsi di fronte ad importanti rappresentanti del governo, alla Società Stretto di Messina e ad alcune delle maggiori società di costruzioni partecipanti al bando, come l’operatore in grado di anticipare la quota di finanziamento che il general contractor deve ricercare sul mercato ma che, ad oggi, nessun istituto bancario e/o finanziario è disponibile ad offrire, causa l’insostenibilità economica dell’opera. Come è stato evidenziato da Stefano Lenzi, responsabile dell’Ufficio istituzionale del WWF Italia, “l’attuale salto di qualità vede la holding mafiosa mettere sul tavolo dei suoi rapporti con le imprese il suo ruolo di intermediatore finanziario, con enormi disponibilità economiche. Un mediatore che non ha nemmeno bisogno di condizionare il general contractor per realizzare l’opera, ma che tenta, addirittura, di diventare esso stesso (attraverso le necessarie coperture) l’elemento centrale di garanzia del GC, che dovrà redigere la progettazione definitiva ed esecutiva e realizzare l’infrastruttura”. Quella del clan Rizzuto e dell’ingegnere Zappia non va intesa però come una mera operazione di riciclaggio. Appare strategico per la criminalità organizzata infatti, appropriarsi dell’enorme valore simbolico dell’opera, tentando di ottenerne utili effetti di rilegittimazione politica e consolidare la propria immagine di fronte alle istituzioni, ai media e all’opinione pubblica. La mafia, cioè, raccoglie gli appelli e i messaggi trasversali provenienti da concessionarie pubbliche, gruppi imprenditoriali e settori governativi, secondo i quali se la mafia è in grado di costruire il ponte, ben venga la mafia (come ebbe a dire il più alto dirigente della Stretto di Messina in un’intervista televisiva a Sciuscià, diretta da Michele Santoro) o che al Sud, le imprese devono imparare a convivere con le organizzazioni criminali (affermazione dell’ex ministro alle

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Infrastrutture, Pietro Lunardi). “Quando farò il ponte – dice in una telefonata l’imprenditore Zappia – con il potere politico che avrò io in mano, l’amico (il boss Rizzuto ndr) lo faccio ritornare…”. Quindici anni dopo le efferate stragi di Capaci e via d’Amelio e la trattativa Stato-Antistato che ha spianato la strada alla Seconda repubblica di stampo neoliberista e autoritario, la grande mafia riemerge per affermare la piena signoria sui territori e sugli affari, a partire dal Ponte, vero emblema delle contraddizioni del sistema glocal globale-locale. Opera-modello, cioè, dei rapporti economici e sociali nell’era della globalizzazione liberista dove intanto si ristrutturano le economie e le gerarchie sociali a livello locale. In una realtà “periferica”, quella dello Stretto di Messina, ad altissima densità criminale, da decenni laboratorio di una borghesia mafiosa al centro di vasti traffici internazionali di droga ed armi in combutta con i poteri più o meno occulti. A Messina e Reggio Calabria si sono sviluppati più che altrove intrecci fra eversione nera, cosche criminali, logge massoniche deviate e non, istituzioni (apparati dello Stato, forze dell’ordine, magistratura, servizi segreti e finanche nuclei dell’organizza zione militare Gladio). Non sarà certo un caso che tra gli operatori più intraprendenti pro-Ponte compaiano proprio le ‘ndrine di Africo e la “famiglia” di Barcellona Pozzo di Gotto, quest’ultima con un ruolo tutt’altro che secondario nella preparazione delle stragi del biennio 1992-93, anche grazie alle trame ordite dai suoi boss con le più agguerrite organizzazioni neofasciste. L’area dello Stretto è una vera “zona franca” dove hanno operato ed operano impunemente quelli che abbiamo voluto definire I Padrini del Ponte: “speculatori e faccendieri; piccoli, medi e grandi trafficanti; sovrani o aspiranti tali; amanti incalliti del gioco d’azzardo; accumulatori e dilapidatori d’insperate fortune; frammassoni e cavalieri d’ogni ordine e grado; conservatori, liberali e finanche ex comunisti; banchieri, ingegneri ed editori; traghettatori di anime e costruttori di immonde nefandezze”. L’identità criminogena del neoliberismo Gli anni del berlusconismo sono stati segnati dal rilancio delle Grandi Opere, devastanti per i territori e il bilancio pubblico, e

dall’entrata in vigore di nuove disposizioni legislative in materia di appalti pubblici che hanno pesantemente condizionato gli strumenti di contrasto alle infiltrazioni mafiose. Si pensi innanzitutto alla cosiddetta Legge Obiettivo varata dall’esecutivo che vedeva ministro delle Infrastrutture, Pietro Lunardi. Come segnalato nella Relazione di minoranza della Commissione antimafia della XIV legislatura, “il fatto che un’opera venga riconosciuta come obiettivo strategico per il Governo giustifica la disapplicazione di tutte le altre norme che con fatica, nel corso degli anni, sono state emanate al fine di creare un sistema normativo che, nel rispetto dei principi posti in sede comunitaria, fosse altresì funzionale a prevenire il rischio di infiltrazione della criminalità organizzata negli appalti pubblici”. Tra le norme della Legge Obiettivo maggiormente criticate c’è quella che prevede l’affidamento della realizzazione delle infrastrutture strategiche ad un unico contraente generale o concessionario, esattamente come accaduto con il bando di gara per il Ponte. “La stessa definizione della figura del contraente generale fornita dalla norma di attuazione – si legge ancora nella Relazione di minoranza – è chiaramente mirata a liberare il soggetto dall’obbligo di rispetto a valle delle norme dell’evidenza pubblica. Il general contractor può scegliere liberamente i sub-appaltatori, senza alcun vincolo normativo di quelli tradizionalmente posti a presidio dell’imparzialità e della correttezza della scelta del contraente da parte della Pubblica Amministrazione...”. Norme ad alto valore criminogeno, non abrogate dall’effimero governo di centro-sinistra, a cui si aggiungono adesso i “colpi di coda” del governo Berlusconi in materia di appalti pubblici. Nell’agosto 2009, con il ricorso al voto di fiducia, è stato approvato un “decreto anti-crisi” che ha modificato il Codice dei contratti pubblici, riducendo pericolosamente da 90 a 60 giorni i termini per l’approvazione del progetto preliminare e definitivo delle opere concorrenti le infrastrutture strategiche (quelle cioè della Legge Obiettivo). L’ordine generale è dunque quello di ridurre all’osso i controlli preventivi, offrendo sempre più illimitate libertà di manovra a grandi e medie imprese. Negli ultimi mesi, in nome del dio mercato

e del “rilancio dell’economia”, l’esecutivo ha elaborato alcune proposte di revisione e snellimento delle procedure per gli appalti pubblici che non potranno che rafforzare il dominio dell’illegalità e della mafia finanziaria. Il ministro Altero Matteoli, in particolare, ha chiesto di estendere la trattativa privata senza bando, alzando l’attuale limite di 500 mila euro a un milione, e di puntare sulla “finanza di progetto di terza generazione” affinché i privati “diventino realmente i protagonisti nella realizzazione di lavori pubblici non previsti nella programmazione pluriannuale”. “Quindi maggiore dinamicità nelle procedure e al contempo maggiore competizione”, ha aggiunto Matteoli. “Stiamo lavorando a una sistematica riduzione dei termini di svolgimento di alcune importanti fasi procedurali nelle grandi opere, dall’approvazione dei progetti alle valutazioni ambientali”. Relativamente alle opere strategiche, il ministro delle Infrastrutture pensa ad “un’approvazione unica del progetto sul preliminare e verifiche relative all’avanzamento dei lavori”. Il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), procederebbe cioè all’approvazione, “su richiesta dell’impresa aggiudicatrice”, del solo progetto preliminare, senza dunque dover esaminare successivamente il progetto definitivo “se esso è coerente con quello preliminare, in particolare con riferimento al rispetto del medesimo limite di finanziamento”. Dulcis in fundo, a settembre è giunto l’annuncio choc del ministro Brunetta sull’intenzione di abrogare l’obbligatorietà della presentazione dei certificati antimafia da parte delle imprese in gara per le opere pubbliche. Le certificazioni antimafia rilasciate dalle Prefetture consentono di accertare l’assenza di cause di decadenza, di sospensione o di divieto e di tentativi di infiltrazione mafiosa nei confronti dei soggetti che intendono instaurare rapporti con la pubblica amministrazione. Dopo le leggi ad personam, quelle per l’ingiusto processo e il bavaglio della libera informazione, l’abrogazione del certificato antimafia sarebbe il sigillo del golpe bianco dell’ultimo ventennio. I Padrini del Ponte e delle saghe nostrane del cemento sapranno certamente approfittarsene. Antonio Mazzeo

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Antimafia sociale

gapa@associazionegapa.org

Sabato 29 ottobre alle ore 17:30 al GAPA (Via Cordai 47, Catania)

presentazione della guida "Fa' la cosa giusta - Guida al consumo critico e agli stili di vita sostenibili in Sicilia” Interviene Giovanni Abbagnato del comitato “Fa' la cosa giusta Sicilia” "Fa' la cosa giusta! Sicilia" è una guida al consumo critico e agli stili di vita sostenibili con centinaia di indirizzi di aziende agricole biologiche, di botteghe del commercio equo, gruppi d'acquisto solidali, negozi che vendono prodotti biologici, biodiversi e a chilometro zero per una spesa più giusta e associazioni e gruppi per le energie rinnovabili. Puoi affidare i tuoi risparmi alla finanza etica, andare in vacanza con il turismo responsabile, scegliere solo realtà "pizzo free", scaldare e illuminare la tua casa con energie alternative, vestirti con abiti naturali e scoprire come ridurre i consumi. Fa' la cosa giusta! Sicilia censisce inoltre associazioni e fonti di informazione alternativa che ogni giorno lavorano sul territorio per "riappropriarsi" dell'isola. Tantissime scelte quotidiane di giustizia per diventare con ogni nostra azione la leva capace di cambiare il mondo. Fa' la cosa giusta! Guida al consumo critico e agli stili di vita sostenibili in Sicilia, 2011, 242 p., Editore: Terre di mezzo (collana Guide. Stili di vita).

gapa@associazionegapa.org

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Satira

Si salvi chi può

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Satira

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Satira

La r-esistenza dei precari

SATIRA, GIORNALISMO, FUMETTO “Mamma!” è una rivista che unisce fumetto, giornalismo e satira. Nasce dalla rete su www.mamma.am, che dopo aver vinto il prestigioso premio di satira Politica di Forte dei Marmi oggi è una vera e propria agenzia di stampa satirica quotidiana. E'diffusa su abbonamento con numeri tematici, uno "slow food dell'informazione" di approfondimento e spazi per riflettere. La rivista si chiama Mamma! perchè i suoi autori condividono un progetto ambizioso: realizzare la prima rivista italiana di giornalismo illustrato e satira d'inchiesta libera da Padrini, Padroni, Pubblicità, Prestiti bancari e Partiti politici, le "P" che inquinano e avvelenano l'informazione italiana. Nessun intermediario, nessun finanziatore occulto: solo il rapporto tra una redazione e i suoi lettori, con gli autori della rivista che diventano"editori puri" di se stessi, capaci di mettere in gioco lavoro volontario e sudati risparmi per scommettere sul sogno di un'altra informazione possibile. Un'avventura editoriale che nasce all'interno dell'associazione culturale "Altrinformazione", per aprire al giornalismo spazi diversi da quelli dell'editoria commerciale, orientati alla comunicazione e non al profitto. "Se ci leggi e' giornalismo, se ci quereli e' satira": con questo slogan "Mamma!" sta cercando di dare spazio ad una generazione di autori schiacciata tra la crisi editoriale e la gerontocrazia che ha occupato tutti i posti-chiave dell'informazione.

L'Associazione Altrinformazione presenta Nicola, l'antieroe precario del terzo millennio. Un piccolo manuale di socio-economia travestito da fumetto. NICOLA/ R-ESISTENZA PRECARIA Come perdere con stile contro il grande capitale Di Marco "MP" Pinna, con una prefazione disegnata di Altan e Cipputi

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Satira

Aiuta il tuo politico preferito!

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Siciliani

“A che serve essere vivi, se non c'è il coraggio di lottare?”

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Ucuntu n.120