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141011

www.ucuntu.org – redazione.lavoriincorso@gmail.com LIBERTA' DI TV .

“Santoro, una mano a Telejato!”

Chi va, chi viene Sembra che sia arrivato il momento. Fra sei mesi magari torneranno a comandare i gattopardi, quelli che “maledetto Berlusconi, chi ti ha sostenuto?”. Ma per intanto forse gli operai e i ragazzi avranno qualcona da dire, fra la partenza dei vecchi baroni e l'arrivo (se ce la fanno) di quelli nuovi. Proprio il momento giusto per I Siciliani...

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L'appello della società civile per il giudice Salvi

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Scidà Per la nomina del nuovo Procuratore della Repubblica a Catania || 14 ottobre 2011 || anno IV n.119 || www.ucuntu.org ||


Televisioni

Telejato e Santoro Una bella notizia dal nuovo sito di Santoro, www. serviziopubblico.it: in tre giorni hano raccolto circa 400mila euri di donazioni! Un attestato di stima, affetto e anche voglia di non avere bavagli, di informazione libera. Ma l'informazione libera (e strangolata) c'è anche altrove: per esempio nel cuore della mafia, a Partinico. La fa Pino Maniaci, con Telejato. Picchiato dai mafiosi, minacciato sui muri ("W la mafia -

sei lo schifo della terra" - e bara accanto) e alla fine ora pure imbavagliato, colla nuova leggina anti-piccole tv. E allora? Sentiamo un lettore del Fatto, "Mario 75": < Il Fatto parteciperà alla realizzazione del nuovo programma di Santoro. Non sarebbe una buona idea quella di creare nell’ambito del programma una rubrica, un qualsiasi tipo di collegamento con Telejato? > "Mario 75" non è una persona impor-

tante, e non lo è neanche Pino Maniaci: però l'idea non è male. Ehi, Santoro, ce lo facciamo un pensierino? Se lo merita, il collega Maniaci, uno piccolo spazio nel servizio pubblico oppure no? (Ma prima che lo facciamo fuori, per favore. Non aspettiamo ogni volta i funerali, come per Mauro, come per Peppino…). Mauro Biani e Riccardo Orioles

|| 14 ottobre 2011 || pagina 02 || www.ucuntu.org || Ucuntu.org/ supplemento telematico a “i Cordai”/ Dirett.respons. Riccardo Orioles, Reg. Trib. Catania 6/10/2006 nº26/ Progetto grafico: Luca Salici e R.Orioles, da un'idea di Piergiorgio Maoloni


Politica

Questi mesi

Si preparano i gattopardi. Ma...

A Barletta le operaie muoiono per 4 euri l'ora. A Torino, per decisione di un tale, se ne va la Fiat. A Roma si discute di molte cose, ma non – soprattutto – di questa. E' la classica uscita all'italiana. Dopo i Borboni, Crispi. Dopo Mussolini, Badoglio. E dopo Berlusconi Montezemolo, Letta, un qualunque banchiere o un qualunque imprenditore. Vent'anni di governo-imprenditore di destra, e poi altri venti - secondo loro - di governo-imprenditore di... di che cosa? Esiste una maggioranza in Italia, che vince nei referendum, vince nei sindaci e vincerebbe alla grande, se la lasciassero votare, in qualunque altra elezione.E' una maggioranza sociale, molto prima che politica. Se la politica si adeguerà (Pd, Idv, Sel e compagnia) bene. Se no, questa maggioranza farà la sua politica lo stesso. La farà più lentamente, magari con più inciampi, ma che la farà – al tempo di internet – ormai è fuori discussione.

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Parlare dei Siciliani, in un momento come questo, ha un significato preciso. I Siciliani sono stati una delle primissime voci, e dei primi soggetti militanti, della società civile. Non si parlava delle troie di Berlusconi, a quel tempo, si parlava degli imprenditori mafiosi – e cioé del potere. Se ne parlava direttamente e senza mediazioni, muro contor muro. Se ne parlava all'interno di un blocco sociale preciso, i giovani delle facoltà e delle scuole, il ceto medio più civile, e – per brevi momenti – nel corpo della plebe siciliana. Pochi operai, poche fabbriche, ma emarginazione e miseria e un'atavica storia, non dimenticata, di ribellioni. Non era ovvio il legame, a quel tempo, fra le fabbriche del nord e i nostri quartieri. Gli operai siciliani in Fiat lottavano come tutti gli altri. Ma tornando in Sicilia trovavano un altro mondo. Da allora sono passati trent'anni. La mafia, il potere mafioso, non è più siciliano. Sta dilagando a Milano, a Roma è nel partito di governo. La fabbrica - Marchionne

insegna - non è più la patria intangibile, ma il luogo dell'insicurezza e del nondiritto. “Lavoratore” vuol dire, a nord e a sud, tante cose, ma principalmente non avere un posto fisso e dei diritti legali. Sempre più spesso, “precario” sostituisce “impiegato” e “operaio”.

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La lotta radicalissima di trent'anni fa, contro la mafia imprenditrice e tutto il suo potere è quindi più attuale ancora di prima. Ci manca, quella lotta. Ci manca un'antimafia complessiva, terreno per l'unità delle forze - dei giovani, dei precari, di tutti i non-cannibali del Paese - e per un nuovo patto di generazione. Per un nuovo rapporto col nostro Stato, che dobbiamo difendere ma che dev'essere nostro, com'era stato fondato. L'antimafia, la militanza antimafia, la cultura antimafia, il governo antimafia, in questo preciso senso sono il possibile inizio di qualcosa.

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I Siciliani era un giornale, e anche Siciliani Giovani vuol esser tale. Ma i Siciliani erano molto più di un giornale, erano un punto di partenza ed un motore. E anche noi, ora, vorremmo essere tali. In Sicilia? No. Nel Paese. Da soli? No. In rete con altri, con serietà e modestia, tutti insieme. “Siciliani” per noi non indica un pezzo di terra, una regione, ma il simbolo di una lotta di tutti, il luogo dove la lotta è iniziata – ma non dove sarà decisa. A Milano come a Catania, a Modica come a Ovada, in questo siamo tutti Siciliani.

APPUNTAMENTI

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E' terminata la prima fase di progettazione, e da domani cominciamo a lavorare al numero uno di questo nuovo/antico giornale. Rinasce con la rinascita del Paese, nelle stesse settimane e negli stessi mesi. Guarda davanti a sé, senza voltarsi indietro. Con una parola di lotta – la Marsigliese, i Siciliani – ed una di speranza. Quel giovani è la storia d'Italia, quante volte tradita dai patriarchi, quante volte salvata dai giovani senza-potere. Riccardo Orioles

PADRE GRECO Giorno 21 ottobre alle ore 17.00, nella Parrocchia S. Giuseppe al Pigno a Catania, ci sarà una messa in ricordo di Padre Greco.

|| 14 ottobre 2011 || pagina 03 || www.ucuntu.org ||


Caso Catania Le associazioni sottoscritte,

nel momento in cui vengono da più parti riportati episodi sconcertanti che coinvolgono fra l'altro aspiranti al posto di procuratore capo al Tribunale di Catania, manifestano la propria preoccupazione per la nomina prevista in conseguenza del pensionamento del Dott. Vincenzo D’Agata e sottolineano la necessità che chi assumerà l’incarico riesca finalmente a disvelare e a rendere pubblico l’intreccio fra poteri economici, politici e mafiosi che, anche in campo nazionale, ormai è noto come il “ Caso Catania”. Come cittadini abbiamo il diritto di sperare in un futuro di legalità e giustizia per la nostra città. A questo scopo le Associazioni firmatarie del presente appello, così come già richiesto, auspicano che la nomina a procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Catania ricada su una personalità di alto spessore che eserciti l'autonomia della magistratura rispetto al potere politico, che sia capace di operare al di fuori delle logiche proprie del sistema politico-affaristico della città, che possibilmente sia del tutto estranea all'ambiente cittadino, che provenga cioè da realtà lontane dall’humus siciliano e catanese in particolare, una personalità che favorisca il riscatto civile della nostra città e che contribuisca a restituirle orgoglio e dignità. Associazione Centro Astalli, AS.A.A.E., Assoc.CittàInsieme”, Assoc. Domenicani Giustizia e Pace, Laboratorio della Politica Onlus, La Città Felice, Assoc. Studentesca e Culturale "Nike", Comitato NO-TRIV, Assoc. Oltre la Periferica, Librino, Punto Pace Pax Christi Catania, Sicilia e Futuro, Associazione Talità Kum

*** La Sicilia è la regione dove si trova la maggior economia sommersa del paese, come recenti e qualificati studi hanno evidenziato, e gran parte dell’imprenditoria cheopera nell’isola usufruisce di complicità o alleanze con le organizzazioni criminali. La mafia ha esteso da tempo i suoi interessi nell'economia “legale”, dove l'accumulazione della ricchezza avviene attraverso relazioni e attività costruite sulla base del coinvolgimento diretto e dei favori scambiati con potentati economici, politici, professionali. Si è creato così uno spazio dove lecito e illecito finiscono per entrare in commistione. L'epicentro di questa "area grigia", dove si intrecciano gli interessi di mafia ed economia, è oggi Catania, come ribadito anche dal Presidente di Confindustria Sicilia.

APPELLI PER LA GIUSTIZIA A CATANIA Al Vicepresidente del CSM Alla Commissione Uffici Direttivi e p.c. Presidente Repubblica che UnaAlcittà dove, da della anni, diversamente a Palermo o Caltanissetta, l'azione di contrasto della Procura è stata assolutamente inefficace. Emblematica, da questo punto di vista, è apparsa la gestione dell’inchiesta che ha coinvolto il governatore Lombardo e il fratello Angelo. Gli inquirenti si sono divisi sui provvedimenti da assumere in merito all'esito delle indagini sul Presidente della Regione. Il Procuratore D'Agata, nelle prese di posizione pubbliche, ha dato l’impressione di un evidente imbarazzo e fastidio nei confronti dell’inchiesta; in un'intervista rilasciata a Zermo, sul quotidiano di Ciancio (a sua volta indagato in altro procedimento), sembra esprimere contrarietà per le considerazioni espresse da Ivan Lo Bello sul peso dell'imprenditoria mafiosa a Catania. Infine, una fotografia pubblicata in questi giorni ha riacceso i riflettori sul “caso Catania”, una vicenda giudiziaria nata dalla denunzia di Giambattista Scidà che lanciò l’allarme di contiguità tra criminalità mafiosa e frange della magistratura etnea. Alla luce di tutti questi fatti e alla vigilia della nomina del nuovo Procuratore della Repubblica, facciamo appello al Csm affinché la Procura di Catania abbia finalmente un Procuratore capo assolutamente estraneo ai giochi di Palazzo e all’intreccio delle poco chiare vicende catanesi. Un magistrato che non subisca le forti interferenze esterne che hanno condizionato da decenni la direzione della Procura catanese. Giolì Vindigni, Gabriele Centineo, Mimmo Cosentino, Angela Faro, Santa Giunta, Vincenza Venezia, Salvatore Cuccia, Luciano Carini, Giuseppe Di Filippo, Enrico Giuffrida, Lillo Venezia, Claudio Novembre, Massimo Blandini, Marzia Gelardi, Maria Concetta Siracusano, Francesco Duro, Margherita Ragusa, Antonella Inserra, Mario Pugliese, Giovanni Caruso, Elena Maiorana, Tuccio Giuffrè, Rosa Spataro, Paolo Parisi, Marcella Giammusso, Giuseppe Pappalardo, Raffaella Montalto, Giovanni Grasso, Federico Di Fazio, Claudio Gibilisco, Riccardo Orioles, Elio Impellizzeri, Ignazio Grima, Angelo Morales, Pippo Lamartina, Andrea Alba, Matteo Iannitti, Valerio Marletta,

Marcello Failla, Alberto Rotondo, Riccardo Gentile, Barbara Crivelli,Massimo Malerba, Enrico Mirabella, Maria Lucia Battiato, Mauro Viscuso, Sebastiano Gulisano, Aldo Toscano, Anna Bonforte, Grazia Loria, Pierpaolo Montalto, Toti Domina, Fabio Gaudioso, Giovanni Puglisi, Titta Prato, Maria Rosaria Boscotrecase, Lucia Aliffi, Fausta La Monica, Salvatore Pelligra, Anna Interdonato, Lucia Sardella, Federica Ragusa, Alfio Ferrara, Federico Urso, Paolo Castorina, Giusi Viglianisi, Laura Parisi, Gaetano Pace, Luigi Izzo, Alberta Dionisi, Carmelo Urzì, Pina De Gaetani, Giusi Mascali, Marcello Tringali, Daniela Carcò, Giulia D’Angelo, Alessandro Veroux, Ionella Paterniti, Francesco Schillirò, Francesco Fazio, Tony Fede, Antonio Presti, Luigi Savoca, Salvatore D’Antoni, Alessandro Barbera, Vito Fichera, Stefano Veneziano, Pinelda Garozzo, Francesca Scardino, Irina Cassaro, Carmelo Russo, Franco Barbuto, Maria Luisa Barcellona, Nicola Musumarra, Angela Maria Inferrera, Michele Spataro, Giuseppe Foti Rossitto, Irene Cummaudo, Carla Maria Puglisi, Milena Pizzo, Ada Mollica, Maria Ficara, Rosanna Aiello, Rosamaria Costanzo, Mario Iraci, Giuseppe Strazzulla, M. C. Pagana, Vincenzo Tedeschi, Nunzio Cinquemani, Francesco Giuffrida, Maria Concetta Tringali, Maria Laura Sultana, Giovanni Repetto, Giusi Santonocito, Marco Sciuto, Tiziana Cosentino, Emma Baeri, Renato Scifo, Luca Cangemi, Elisa Russo, Angela Ciccia, Alfio Fichera, Giampiero Gobbi, Domenico Stimolo, Piero Cannistraci, Roberto Visalli, Mario Bonica, Claudio Fava, Giancarlo Consoli, Maria Giovanna Italia, Riccardo Occhipinti, Giuseppe Gambera, Orazio Aloisi, Antonio Napoli, Giovanni Maria Consoli, Elsa Monteleone, Francesco Minnella, Antonia Cosentino, Sigismonda Bertini, Giusi D’Angelo, Lucia Coco, Fabrizio Frixa, Santina Sconza, Felice Rappazzo, Concetto De Luca, Maria Luisa Nocerino, Alessio Leonardi, Renato Camarda, Angelo Borzì, Chiara Arena, Alberto Frosina, Gianfranco Faillaci, Daniela Scalia, Lucia Lorella Lombardo, Pippo Impellizzeri, Giuseppe Malaponte, Antonio Mazzeo, Marco Luppi, Ezio Tancini, Aldo Cirmi, Luca Lecardane, Rocco Ministeri, Gabriele Savoca, Fulvia Privitera, Daniela Trombetta, Vanessa Marchese, Edoardo Boi, Stefano Leonardi, Ivano Luca, Maria Crivelli, Guglielmo Rappoccio, Grazia Rannisi, Elio Camilleri, Rosanna Fiume, Alfio Furnari, Claudia Urzi, Luigi Zaccaro, Daniela Di Dio, Gigi Cascone, Ettore Palazzolo, Nunzio Cosentino, Matilde Mangano, Andrea D'Urso, Daniela Pagana, Stefania Zingale, Concetta Calcerano, Luana Vita, Maria Scaccianoce, Costantino Laureanti, Pierangelo Spadaro, Paola Sardella, Luisa Gentile, Antonio Salemi, Antonino Sgroi...

|| 14 ottobre 2011 || pagina 04 || www.ucuntu.org ||


Giustizia

Per la nomina di nuovo Procuratore della Repubblica a Catania

Com'è noto, la Commissione V del CSM ha proposto per la nomina a Procuratore della Repubblica di Catania tre aspiranti. Ad uno di questi è andato un voto su sei; un altro ne ha avuti due, e l'altro ancora tre. Spetta al Ministro della Giustizia dare o negare consenso per ciascuno dei candidati. Ho indirizzato una comunicazione al Ministro, rassegnandogli circostanze che concernono uno dei tre; ho scritto al Vicepresidente del CSM, per rammentargliene altre che sono scolpite dal processo verbale di seduta plenaria in data 22 marzo 200, alla quale egli partecipò come membro eletto dal Parlamento; ho sottoposto altre osservazioni ai Consiglieri che si riuniranno per la nomina, in seduta plenaria; ed ho pregato il Presidente della Repubblica, Presidente del CSM, di presiedere Lui, nella ormai imminente occasione, l'alto Consesso: “illuminata dal suo magistero, l'aula farebbe esercizio non già di rude aritmetica dei voti, ma di umana geometria delle ragioni”. Giambattista Scidà

|| 14 ottobre 2011 || pagina 05 || www.ucuntu.org ||


“Fondazione per il Sud”

Si chiudono i progetti Rimangono i debiti Il bando prevedeva un investimento di 270.000 euro per risollevare Librino, ma a pochi giorni dalla presentazione dei bilanci i poveri abitanti del quartiere devono mettere di tasca loro 10.000 euro Catania. Sono circa 10.000 euro di debito l’eredità che il progetto finanziato dalla Fondazione con il Sud lascia alla parrocchia del Borgo Antico di Librino e che adesso gli allibiti residenti, convocati dal parroco in una assemblea straordinaria, rischiano di dover tirare fuori dalle loro tasche. Il risultato paradossale è che ciò che era pensato per risollevare le sorti di un territorio disagiato, costituendo una opportunità per alcuni, forse finirà per gravare sul già magro bilancio familiare di altre famiglie di Librino. A gennaio del 2009 la Fondazione con il Sud aveva inteso finanziare, tramite un bando apposito, progetti di sviluppo del territorio nell’ambito dell’educazione dei giovani e sviluppo del capitale umano di eccellenza; tutela e valorizzazione dei beni comuni; mediazione culturale e accoglienza/integrazione degli immigrati; sviluppo, qualificazione e innovazione dei servizi socio-sanitari. Tra i diversi progetti proposti la Fondazione ha infine scelto quello presentato dall’area cattolica. Otto i soggetti promotori che si sono suddivisi il finanziamento di 270.000 euro: la parrocchia del Borgo Antico, retta da don Salvo Lo Cascio fino a settembre del 2010 e poi repentinamente trasferito, l’oratorio Giovanni Paolo II di suor Lucia, la caritas diocesana di Catania, la parrocchia Resurrezione del Signore di viale Castagnola, le Acli, la cooperativa Marianella Garcia, il Centro Orizzonte Lavoro Cooperativa Sociale Onlus e la Confcooperative. Dall’avvio del progetto, i soggetti promotori insieme ad altri soggetti aderenti, hanno previsto l’avvio di un servizio presso le scuole del territorio inviando due operatori per ogni scuola per seguire 5 bambini in difficoltà su indicazione del Preside, quattro centri di aggregazione nelle 2 parrocchie e nei 2 oratori sostenuti da 2 operatori pagati dal progetto insieme ai volontari già presenti, quattro botteghe di formazione lavoro (arredo casa, alluminio, gastronomia e cucito) che prevedevano un compenso per i formatori e i partecipanti, più alcune esperienze che non sono andate ancora in porto: la formazione di alcune cooperative sociali, un gruppo di acquisto solidale, un coordinamento permanente per Librino, stoppato però dal Comune perchè visto come un doppione degli Stati Generali. Don Aristide Raimondi, parroco del borgo antico dalla fine dall’ottobre del 2010 quel progetto non l’ha scelto ma lo ha trovato già avviato al suo arrivo, nonostante le sue contrarietà, ha dovuto portarlo avanti in seguito all’impegno del precedente parroco don Salvo Lo Cascio e da allora la ripianazione del debito è stata una delle

tutto, che in parte abbiamo accumulato in questi 2 anni e in parte sono stati prestati, devono essere restituiti perchè sono soldi da destinare ai poveri”. “Ma la curia non può aiutarci? L’Arcivescovo che dice?”. “Attendo risposta sospira Aristide che quando è arrivato ha dovuto pagare anche bollette insolute dal 2006 - ma per ora nessun segnale, se la curia non può donarceli chiederò almeno che ce li presti senza interesse, ma intanto dobbiamo sbrigarcela da soli perché abbiamo pochissimo tempo”. Massimiliano Nicosia La Periferica

sue principali preoccupazioni. “Io non avrei mai aderito a questo progetto e fin quando sarò parroco la parrocchia non aderirà ad altri progetti di questo tipo”. “Noi non possiamo impegnarci per quella cifra - protesta una parrocchiana - qui chi è fortunato campa una famiglia con una pensione. Questi soldi li deve uscire chi aveva deciso di partecipare al progetto, non noi, chiedeteli a don Lo Cascio!”. “Il problema principale - spiega all’assemblea parrocchiale suor Lucia Ragusa, che con il suo oratorio Giovanni Paolo II è l’ente capofila del progetto finanziato - “è che quel progetto della Fondazione prevedeva una compartecipazione alle spese dei progetti promotori consistente nel 20%/25% circa del totale, e questa somma non era possibile giustificarla attraverso le nostre utenze come avviene adesso per altri finanziamenti”. In sostanza, aggiunge suor Lucia, nella maggior parte dei progetti è possibile raggiungere la propria quota considerando le spese delle bollette della luce dell’oratorio o valutare l’utilizzo dei nostri locali che mettiamo a disposizione del progetto ma in questo caso gli 8 enti dovevano mettere la quota di partecipazione di tasca propria. Suor Lucia spiega all’assemblea che loro, come capofila, hanno impegnato più risorse di tutti ma alla fine hanno raccolto la cifra necessaria a chiudere il progetto. “Ma se questi 10.000 euro che mancano non ce li mettiamo che succede?”. “Succede che salta tutto” chiarisce Cristina, commercialista incaricata da don Aristide per sbrogliare la matassa dei debiti, “e se salta tutto la Fondazione non salda l’ultima parte del finanziamento a tutti gli enti promotori e la parrocchia ci rimette anche i soldi che ha anticipato per conto della Fondazione”. “Altri soldi? - si meraviglia un’anziana signora - e quanti sono?” “Circa 50.000 euro in

SCHEDA/ TERZO SETTORE I FONDI EROGATI IN PROVINCIA DI CATANIA Queste di seguito sono le organizzazioni di terzo settore, della sola provincia di Catania, per lo più cattoliche e di matrice cattolica che hanno usufruito dei fondi regionali ( 14 milioni di euro ) erogati dall’assessorato della famiglia, delle Politiche sociali e del Lavoro per arginare le gravi povertà nelle “sacche più disagiate” della Sicilia fra cui anche Catania. E’ chiaro che una somma così importante, secondo noi, avrebbe potuto finanziare le piccole imprese artigiane in crisi, esercizi commerciali in crisi, l’imprenditoria femminile e quella giovanile, con il valore aggiunto di dare dignità ai soldi pubblici e alle persone che non vogliono la carità ma vogliono guadagnare attraverso il proprio lavoro con dignità, così come pensiamo che questa operazione a cui si dà delega alle associazioni del terzo settore soprattutto quelle in “grazia di dio” creeranno dipendenza che potrebbe tornare buona agli uomini politici nelle prossime tornate elettorali. BANCO ALIMENTARE SICILIA ONLUS: 419 MILA EURO ARCIDIOCESI DI CATANIA CONFRATERNITA M. SS. DEL SOCCORSO: 419 MILA EURO ACLI: 49 MILA EURO PARROCCHIA RESURR. DEL SIGNORE: 45 MILA EURO SOLCO: 377 MILA EURO COOPERATIVA SOCIALE DELFINO: 45 MILA EURO COOP.SOCIALE MARIANELLA GARCIA: 150 MILA EURO ASSOC.COSPES-CIOFS LAURA VICUNA: 45 MILA EURO

|| 14 ottobre 2011 || pagina 06 || www.ucuntu.org ||

G.C.


“Fondazione per il Sud”

Quanti progetti “in grazia di Dio” Dopo Librino, anche San Cristoforo teatro di un massiccio intervento, dai contorni indefiniti ma con una caratteristica ben precisa: gira molto denaro, elargito dall'alto e senza trasparenza. Elezioni? In un contesto dominato dallo smantellamento dei servizi sociali nella città di Catania che colpisce specialmente i quartieri a maggior rischio di marginalità, esclusione sociale e criminalità mafiosa come il quartiere di San Cristoforo, la “Fondazione per il Sud” all’inizio del 2010 lanciò un bando rivolto alle organizzazioni di terzo settore per esprimere idee e proposte di intervento volte allo sviluppo del territorio sui temi dell’educazione e dell’integrazione in alcune aree circoscritte del Sud, tra cui il quartiere di San Cristoforo. Il bando prevedeva due fasi di selezione, una prima fase di selezione di un’idea progettuale per ciascuna area territoriale individuata dal bando e una seconda fase di selezione dei progetti veri e propri, con l’attribuzione di un contributo economico laddove il progetto sullo sviluppo locale di una determinata area fosse stato selezionato. La notizia che leggerete anche su altri giornali è che il quartiere di San Cristoforo ha avuto la “fortuna” di essere tra le 5 aree i cui progetti saranno sostenuti dalla “Fondazione per il Sud” per un progetto denominato “San Cristoforo: un quartiere da vivere: viviamolo insieme!” di importo pari a 950.000 euro che saranno integrati da altri 250.000 euro da parte di enti pubblici per cui soldi nostri, per un totale di 1.200.000 euro. Il progetto verrà gestito da una rete di 34 tra enti pubblici, scuole, associazioni, cooperative sociali, fondazioni. Fin qui tutto bene, apparentemente una buona notizia per il quartiere: quello che invece non leggerete su altri giornali, è cosa si nasconde dietro questa apparente buona notizia, che probabilmente rischia di essere l’ennesima occasione persa per il quartiere di San Cristoforo.Il progetto selezionato infatti è frutto di una coalizione di enti di terzo settore assolutamente rigida e blindata dal punto vista culturale, in quanto totalmente composta da enti di matrice cattolica.Tra gli enti che fanno parte di questa coalizione vi sono parecchi trai giganti del sociale catanese che più hanno beneficiato in questi anni del supporto degli enti locali, della Regione e dello Stato nella città di Catania. L’ente capofila sono i salesiani dell’Oratorio delle Salette (San Cristoforo) e a seguire il Movimento Cristiano Lavoratori, l’associazione il cui leader Giuseppe Liga

fu arrestato alcuni mesi fa per associazione mafiosa, e ancora il Comune di Catania, la Provincia Regionale, la Caritas Diocesana, le ACLI, la CISL, l’ Università di Catania, Confartigianato, Confcooperative e il Consorzio Elios etc... Da sottolineare come gli Enti Religiosi ricevono già tanto attraverso il canale dell’8 per mille , dei fondi della Conferenza Episcopale Italiana e dei fondi della Diocesi di Catania. In un paese normale e laico forse questo sarebbe abbastanza, ma non in Italia. Nella nostra città, la “Fondazione per il Sud”, che gestisce fondi del Sud di natura privata provenienti dalle Fondazioni Bancarie ma vincolate per legge a finalità pubbliche quali l’infrastrutturazione sociale delle Regioni Meridionali, decide ancora una volta di finanziare i soliti noti anziché scegliere coraggiosamente chi aveva tentato di unire l’associazionismo laico e cattolico su un ipotesi di sviluppo per il quartiere di San Cristoforo. Ci riferiamo qui alla coalizione di enti che si era riunita attorno all’esperienza ventennale del GAPA nel quartiere di San Cristoforo per proporre un’idea progettuale diversa denominata “I carusi di San Cristoforo: il riscatto di un quartiere tra memoria e

futuro” che non è stata ritenuta meritevole di supporto dalla Fondazione. Una scelta di per sé inspiegabile considerando che alla base del bando vi era l’idea di riunire un ampia fetta di terzo settore e associazionismo attorno ad un’idea forte di sviluppo locale superando barriere culturali e di appartenenza. Un’idea progettuale sviluppata da un blocco ostinatamente solo cattolico non avrebbe dovuto trovare il supporto della Fondazione. Eppure è successo e non è la prima volta neanche per la “Fondazione per il Sud” che negli anni scorsi ha avvallato una simile operazione in un analogo bando che riguardava il quartiere di Librino. Dinanzi a tutto questo ci chiediamo perché , nessuno degli enti che hanno sviluppato il progetto supportato dalla Fondazione ha sentito il bisogno in questi mesi di coinvolgere realtà come il Gapa fortemente radicate nel quartiere e impegnate sui temi del bando. Forse non è possibile portare avanti un impegno civile in questo quartiere in modo laico? Ci chiediamo anche come verranno utilizzate queste risorse : si lavorerà veramente per sperimentare, coltivare una speranza per lo sviluppo del quartiere o per l’ennesima volta questo progetto servirà a sostenere la macchina organizzativa delle parrocchie, delle istituzioni religiose delle associazioni cattoliche ? Si tratterebbe di sviluppo locale o dell’ennesima occasione persa? Ci chiediamo e speriamo che alla fine del progetto, che durerà 2 anni, e se saranno fatte delle cose importanti, rimanga a San Cristoforo un qualcosa che dia continuità, sulla base delle cose che indicava il bando permanente. Vorremmo capire il perché né “ la Fondazione per il Sud” né i salesiani dell’oratorio delle salette di San Cristoforo non ci spiegano nei dettagli, e non genericamente come è accaduto fino ad oggi, i vari progetti che sono dentro “ San Cristoforo: un quartiere da vivere, viviamolo insieme!” ed infine vorremmo sapere alla fine di questi 2 anni, e in modo preciso, come sono stati spesi questi soldi e che lo si faccia in modo trasparente in modo da rispettare uno dei principi sottolineati nel bando quello della legalità. Giovanni Caruso I Cordai

|| 14 ottobre 2011 || pagina 07 || www.ucuntu.org ||


Antimafia al nord

“Mia mamma, Lea Garofalo” Parla la figlia Denise A Milano il processo per la donna disciolta nell'acido dai mafiosi «Mia mamma mi ha avuta a 17 anni, eravamo amiche. Era il mio punto di riferimento, avevamo gli stessi gusti musicali tant'è vero che andammo insieme al concerto del primo maggio a Roma, ci scambiavamo persino i vestiti. Lei diceva che fino a quando ci sarei stata io, non le sarebbe successo niente». Eppure la presenza di Denise Cosco, la notte tra il 24 e 25 novembre 2009, non ha impedito alla madre Lea Garofalo di andare incontro al suo destino che qualcuno aveva disegnato per lei in maniera efferata. Quel “qualcuno” ha il volto e il nome di Carlo Cosco, padre di Denise, accusato di aver progettato e organizzato il sequestro e l'omicidio della donna. Aiutato dai suoi fratelli Giuseppe e Vito Cosco, che hanno interrogato prima e ucciso con un colpo di pistola poi la vittima, dopo che Massimo Sabatino e Carmine Venturino l'avevano sequestrata. Su tutti pende l'accusa di distruzione di cadavere mediante scioglimento nell'acido. Nell'aula di Palazzo di Giustizia di Milano, a pochi passi da loro Denise Cosco ha coraggiosamente ripercorso la sua vita, scandendo in maniera meticolosa l'ultima giornata vissuta con sua madre e i giorni immediatamente successivi. A pochi passi il padre, gli zii, l'amico paterno Massimo e il fidanzato Carmine, che aveva conosciuto «nel 2009, al matrimonio di mio zio. «Mi confortava, di lui mi fidavo». Non poteva immaginare Denise che in realtà il giovane era stato assoldato da Carlo Cosco affinché controllasse la figlia. Fisicamente li divideva un paravento, di fatto era come se i loro sguardi penetrassero quella protezione. Denise Cosco lucidamente ha raccontato al pm Marcello Tatangelo di quando suo padre fu arrestato con l'accusa di omicidio: era il 1995, lei aveva cinque anni. In quegli anni con il padre intrattenne solo rapporti epistolari durante l'anno scolastico, mentre d'estate si recava in carcere per andarlo a trovare, accompa-

gnata dai parenti paterni. «Mia madre non era d'accordo – ricorda – non voleva che io andassi in prigione da lui; me lo faceva presente, però non mi ha mai impedito di farlo». Nel 2002 Lea Garofalo decide di collaborare con la giustizia, di testimoniare, di raccontare fatti e dinamiche a lei note. In seguito alle sue dichiarazioni lei e la figlia vengono inserite nel programma di protezione.

«Mi è sembrata la logica conseguenza delle denunce che aveva fatto mia madre e di una serie di minacce che avevamo subite, come l'auto incendiata dopo che lei aveva parlato con mio zio Vito dicendogli che non voleva più che io andassi in carcere a trovare mio padre». Da allora iniziano per madre e figlia sette anni di continui trasferimenti, private della loro identità ma senza averne una di copertura (e questo impedirà alla donna di trovarsi un lavoro), lontane dalla loro terra e famiglia d'origine. Lea Garofalo infatti con la madre e la sorella si sentiva sporadicamente solo per telefono, ma senza mai rivelare il luogo dove si trovavano. «Io mi ero ambientata, andavo a scuola, avevo una vita sociale – ricorda Denise Cosco – ma mia mamma aveva una vita molto solitaria. Era sfiduciata verso lo Stato, si chiedeva perché non ci fosse un processo dopo le denunce che lei aveva sporto, dopo ciò che aveva raccontato. Voleva solo andare via, garantirmi un futuro migliore: so-

gnava di trasferirsi in Australia». Nel 2008 l'incontro con l'associazione Libera e l'avvocato Enza Rando, nel 2009 il reintegro nel sistema di protezione dal quale Lea Garofalo e la figlia erano state cancellate e la decisione, nel mese di maggio, di tornare in Calabria. Nel mese di novembre di quell'anno madre e figlia tornano a Firenze per prendere parte a un processo che vedeva Lea Garofalo accusata di lesioni a danno di una ragazza: aveva schiaffeggiato in pubblico la parte offesa, dopo che questa aveva insultato Denise, accusandola di rivolgere sguardi particolari al suo fidanzato. Era il 20 novembre 2009: quel giorno Enza Rando conobbe Denise, ma fu anche l'ultima volta che vide Lea Garofalo. Quel giorno le due donne partirono per Milano dove si trovava Carlo Cosco. «Quando siamo partite dalla Calabria non avevamo intenzione di andare da lui, ma poi mia madre disse che gli voleva parlare per mettere in chiaro alcune questioni. Parlare insomma del passato ma anche del futuro, soprattutto del mio futuro». Carlo Cosco si era offerto di trovare loro una sistemazione in un albergo a Milano, e in quei giorni i tre passano diverse ore insieme. «Era già successo che i miei genitori restassero insieme da soli, per quello quando mio padre mi ha detto che mi avrebbe accompagnato dai miei zii per cena e poi sarebbe passato a prendere mia madre non mi sono preoccupata. Adesso però penso che non l'avrei dovuta lasciare da sola». Di quelle ore Denise ricorda «di aver provato a chiamare mia madre intorno alle 20, ma il telefono era irraggiungibile. Strano, perché lei prima di staccarlo mi mandava un sms per avvertirmi. Abbiamo mangiato a cena ma mio zio non c'era, è rincasato verso le 21.30 per poi uscire nuovamente. Ho notato che mia zia non l'ha cercato per sapere se fosse venuto a cena, come invece era accaduto qualche sera prima. Quando mio padre è rientrato siamo

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Antimafia al nord

usciti perché mia madre ed io saremmo dovuti partire alle 23.30 con un treno che ci avrebbe riportate in Calabria, ma mia madre sul luogo dell'appuntamento non c'era». Iniziano le ricerche di padre e figlia, che racconta: «Mio padre in quell'occasione non mi guardò nemmeno una volta in faccia, diceva solo che se mia madre non si era presentata era perché mi aveva voluto abbandonare. Era impassibile». All'una e trenta di notte si recano dai Carabinieri ma non è ancora possibile sporgere una denuncia di scomparsa, sono passate troppe poche ore. Sarà Marisa Garofalo, che nel frattempo si era sentita con la nipote – mia zia aveva la sensazione che fosse successo qualcosa, mi disse: «L'hanno fatta sparire» – a sbloccare la situazione, chiamando le forze dell'ordine operanti a Petilia Policastro e facendo presente che Lea Garofalo, inserita nel programma di protezione, era scomparsa. Il giorno dopo Denise sarà contattata dagli stessi carabinieri e invitata a raccontare quanto avvenuto, «però sapevo che mio padre avrebbe fatto pressioni per leggere quei verbali ed evitai di far scrivere nero su

bianco che sospettavo di lui e della sua famiglia. Perché in questi casi o lasci che ti uccidano, oppure queste persone te le fai amiche». La ragazza rivela che due giorni dopo, il 26 novembre, incontra Elisa, la fidanzata di Rosario Curcio, la quale le spiega che la sera del 24 aspettava il fidanzato che però non si è presentato all'appuntamento. Come giustificazione aveva addotto di aver dovuto aggiustare un'auto, insieme a Carmine Venturino. Denise capisce, anche se non può immaginare l'atrocità di quanto accaduto. È una combattente coraggiosa: per un anno dall'omicidio di sua madre racconta di aver «mangiato con queste persone (la famiglia di suo padre, n.d.r.), di essere andata in vacanza con loro, di aver giocato con i miei cugini. Io sapevo, l'avevo capito dalla sera stessa, ma cosa avrei dovuto fare? Non volevo fare la stessa fine di mia madre». Un destino purtroppo solo allontanato di qualche mese: il 5 maggio 2009 Massimo Sabatino tentò infatti di uccidere Lea Garofalo. Lei e la figlia erano tornate a Campobasso, dove Carlo Cosco si era impegnato a trovare loro un appartamento pagando l'affitto. Unico neo: la lavatrice non funzionante, ma l'uomo si offre di chiamare un idraulico. Di fatto il giorno dopo alla porta busserà Massimo Sabatino, con l'intento di uccidere Lea Garofalo. Le urla della donna sveglieranno Denise che quella mattina era rimasta a casa da scuola e che riesce ad andare in soccorso della madre. Spaventate, per due giorni le due donne dormono in una tenda sulla piazza del Comune, sentendosi più al sicuro lì, in mezzo alla gente, che non a casa dove

era avvenuto il fatto. La ragazza dovrà tornare a deporre nel corso della prossima udienza, sottoponendosi agli sguardi dei suoi famigliari, compatti nel sostenere gli imputati che appaiono ridanciani e sereni all'interno delle gabbie, ma anche al fuoco di fila della difesa. In quell'occasione però ci sarà anche l'interrogatorio delle parti civili, rappresentate dagli avvocati Roberto D'Ippolito (per la madre e la sorella di Lea Garofalo) e da Ilaria Ramoni e Enza Rando (in difesa di Denise). È stata proprio quest'ultima a dare il via alle deposizioni dei teste, iniziando il personale racconto ricordando quando per la prima vide Lea Garofalo: «La incontrai per la prima volta intorno al 2008, lei aveva contattato l'associazione di cui faccio parte spiegando che era una collaboratrice di giustizia: ci incontrammo a Roma, ma lei non aveva con sé alcun materiale, quindi fu più una sorta di incontro-sfogo». Da allora le due donne si scambiano solo qualche telefonata e sms, per poi rivedersi il 20 novembre 2009 in occasione del processo a Firenze. Per l'ultima volta con Lea, per la prima volta con Denise, senza immaginare che avrebbero iniziato a camminare insieme alla ricerca della verità per la morte di Lea Garofalo. Marika Demaria www.stampoantimafioso.it

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Società civile

Vent'anni e addiopizzina Parla una ragazza impegnata nell'antimafia a Catania La Sicilia è una terra strana. Come già Bufalino aveva intuito questa terra è una “mischia di lutto e luce”: è la terra degli ossimori, delle fulgide bellezze e dei più atroci orrori. Ogni siciliano vive quasi spezzato, spezzato fra l’orgoglio di sentirsi figlio di Falcone e la vergogna d’aver qualcosa a che spartire con Riina. Ed è quando ti ritrovi ad avere vent’anni, con l’entusiasmo che ti squarcia il cuore ed un po’ di sana incoscienza, che la contraddizione della Sicilia diventa la contraddizione della tua stessa vita. È a vent’anni che hai quell’ingenuità che ti fa vedere l’ovvietà che passa davanti agli occhi dei più invisibile, e ti fa semplicemente pensare che le ingiustizie sono sbagliate. Allora non poni limiti alla tua mente che corre alla stessa velocità dei tuoi sogni, e non freni le tue mani che trasudano dei tuoi ideali. Avere vent’anni, in una terra come la Sicilia, significa viverne l’essenza nella tua stessa esistenza. Quando un gruppo di ragazzi attaccarono, per le vie di Palermo, il primo volantino recante la frase “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità” l’impeto del cuore non immaginava neppure cosa ne sarebbe scaturito, eppure, oggi, centinaia di persone di tutte le età, estrazioni sociali, inclinazioni personali, si riuniscono con un pizzico d’orgoglio dietro il nome Addiopizzo. Ed è quando smetti d’essere spettatore e decidi di diventare attore, che ti rapisce la promessa dell’homo faber fortunae suae , e pensi d’averla in mano la tua esistenza, e pensi, come puoi, di difenderla davvero la tua terra. Addiopizzo, in una città come Catania, ha l’ardente profumo del mare e il gelo dell’Etna, e non c’è difficoltà che ti possa fermare, perché dopo anni ed anni riesci ad ottenerli quei venti mila euro introvabili per ristrutturare il bene confiscato che ti è stato assegnato, e con le casse dell’associazione sempre in rosso riesci ugualmente a realizzarlo quel murale con i sorrisi degli uomini a cui pensi di dovere un po’ di dignità, che son morti a Capaci per la tua libertà. Nella

città dove la lava bacia le onde del mare e sembra quasi volersi liberare dalla terra che l’ha generata, ma allo stesso tempo sembra volerla prolungare questa terra, darle più vita, protenderla, avere vent’anni non è semplice, ed avere vent’anni ed essere un’addiopizzina lo è ancor meno. Arriva il momento in cui la contraddizione colpisce anche te, e, come animale bifronte, ami la terra della quale e nella quale vuoi perdurare l’esistenza, ma odi quel luogo dove ogni cosa puzza di compromesso morale, e te ne vorresti allontanare, abbandonarlo per sempre. Lasciare la Sicilia da addiopizzina vuol dire avere il cuore spezzato per tutte le manifestazioni alle quali non parteciperai, i magistrati che non ascolterai, gli imprenditori antiracket che non incoraggerai, i bambini difficili ai quali non potrai più insegnare chi era Peppino Impastato, le conferenze con le vittime di mafia che non potrai organizzare. Dover lasciare la Sicilia perché hai vent’anni e devi costruirti un futuro che in Sicilia non puoi avere, un futuro all’altezza dei sogni che hai e che nessuno è riuscito a calpestarti, vuol dire essersi scontrati con quella mafiosità di pensiero che tu stessa hai a lungo combattuto, e aver perso. Ma lasciarla vuol dire anche non aver accettato la raccomandazione di turno, non esserti asservito al potere, e non aver permesso al clientelismo e alle disoccupazioni di abbassare le tue pretese, abbattere i tuoi sogni, contaminare la tua morale, e, quindi, in parte, vuol dire aver vinto. Lasciare la Sicilia da addiopizzina vuol dire partire con gli occhi lucidi dal dolore e il giubilo rapimento per le speranze del diverso, vuol dire avere la certezza che, comunque vada, quel che di meglio c’è in questa terra continuerai strenuamente a difenderlo e stingerlo forte fra le dita, perché hai imparato da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Libero Grassi, Beppe Alfano, Pippo Fava, Pino Puglisi, e mille altri cos’è la libertà. E nulla ormai può più sottrartela. Irene Di Nora

LIBRI “MARCA ELEFANTE NON PAGA PIZZO” Capita spesso, ultimamente ancora di più, che leggendo i quotidiani, guardando i telegiornali una sensazione di sconforto ci assalga, tutto intorno a noi è precario: il lavoro, le relazioni interpersonali, il futuro e a volte anche gli ideali, purtroppo. E questo sconforto aumenta quando leggiamo o sentiamo che chi cerca realmente di fare qualcosa per cambiare in meglio la propria città viene ostacolato, perché scomodo, perché è più facile sostenere i progetti meno impegnativi e più semplici da gestire. E allora che fare? Aspettare che le cose pian piano migliorino da sole o che qualcuno le sistemi al posto nostro? Assolutamente no! Dobbiamo tirar fuori il Don Chisciotte che è dentro di noi, il lato folle che ci fa agire con l’entusiasmo di un bambino, che ci fa credere fino in fondo in quello che stiamo facendo e che anche se non vedremo direttamente i risultati, incoraggerà e farà sperare le generazioni future. È questo spirito che l’autore del libro “Marca Elefante non paga pizzo”, Tommaso Maria Patti, ha visto in noi ragazzi di Addiopizzo Catania e che racconta nel suo libro: ragazzi che si trovano ad affrontare le problematiche comuni di qualsiasi altro coetaneo, ma che insieme desiderano portare avanti un progetto per diffondere la legalità. Tommaso racconta del Don Chisciotte di ogni ragazzo/ragazza che ha fatto, fa e farà parte dell’associazione, spirito un po’ folle che del resto è presente anche nell’autore, che crede spassionatamente al progetto di questi giovani e che, addirittura, ci scrive su un libro. Sarà anche un po’ matto questo Don Chisciotte, ma è vitale, ci fa sperare e ci fa crescere. Ci fa condividere delle esperienze fuori dal normale, che, per fortuna, non si fermano solo a una condivisione di ideali, ma portano a dei risultati concreti: basta pensare che vent’anni fa era difficile immaginare che degli imprenditori potessero riunirsi per parlare di problemi quali le estorsioni mafiose, e dichiarare pubblicamente di non piegarsi al pizzo. L’augurio che mi faccio è quello che il Don Chisciotte presente in me non muoia mai, che continui a vivere nei miei compagni di esperienza, in chi crede, come Tommaso, che unendo le forze è veramente possibile cambiare le cose, e che chi ancora non ha avuto modo di farlo dica: “Don Chisciotte vieni fuori!”. Angela Bellomo

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Società civile

Fra politica e impegno sociale “La mafia non ha colore politico, secondo me” Addiopizzo è un'associazione antimafia apartitica. I suoi membri credono fermamente che combattere la mafia non possa avere un colore politico. La lotta deve essere fatta da tutti, da ogni cittadino e con le divisioni non si può andar lontano in questi casi. è quanto spiega Davide, membro dell'associazione, nel contributo di questa settimana. Prendo spunto da quanto accaduto ai ragazzi dello Spazio libero Cervantes - l'imbrattamento del murales che con tanto impegno ed entusiasmo avevano realizzato a Catania nella zona tra Via Galermo e Via S. Sofia - per far riflettere su un argomento che più volte mi sono trovato a trattare con chi si avvicina ai nostri banchetti. La scritta comparsa sul murales recita "FASCISMO + MAFIA = MERDA". Con essa si inserisce quindi l’aspetto partitico, e non politico, all’interno della lotta ad un fenomeno che non ha colore politico, che non ha coordinate precise, e che quindi deve essere combattuto in maniera uguale da qualsiasi persona, di qualsiasi credo politico sia. Ma non tutti la pensano così, purtroppo. Qualche giorno fa, durante un banchetto informativo, un ragazzo mi ha detto chiaramente che per lui prima o poi la nostra associazione dovrà assumere una posizione politica, perché solo in questo modo, con la politica, si possono davvero cambiare le cose. Peccato che, dopo circa mezz’ora di discussione e belle parole su come, secondo lui, politicamente si potrebbero risolvere tutti i problemi, nel momento in cui gli è stato chiesto di firmare per il nostro progetto, cioè di prendere un impegno serio con il Consumo Critico mettendo da parte le parole, la sua risposta è stata negativa. Noi guardiamo ai fatti e non alle parole. In più di cinque anni di attività, Addiopizzo ha partecipato ad eventi organizzati da ogni schieramento politico: abbiamo partecipato a banchetti organizzati da gruppi di destra e gruppi di sinistra, da persone animate seria-

mente - al di là del colore del partito - dalla voglia di cambiare le cose, di affrontare questo male che da sempre rende la nostra terra schiava di gente ignorante. Abbiamo visto ragazzi di destra organizzare manifestazioni stupende, informare, diffondere splendidi messaggi; la stessa cosa che abbiamo visto fare a tanti giovani di sinistra. Ci siamo più volte sentiti dire che non dovevamo partecipare a quel o a quell’altro evento perché dietro c’era quel o quell’altro partito, e puntualmente abbiamo rispedito al mittente ogni parola. Fin quando la gente non si renderà conto che ci sono argomenti che riguardano tutti, lotte che vanno al di là dei colori e delle differenze, allora sarà sempre facile per la mafia avere la meglio, puntare su lotte che dividono la gente per bene e che rendono debole il movimento antimafia. Non vogliamo certo sminuire l’importanza di argomenti politici che riguardano tutti noi, che regolano la nostra vita, ma pensiamo che la lotta alla mafia sia la PRIORITA’ per la nostra terra, e dovrebbe essere il primo punto di ogni agenda politica e il primo obiettivo di ogni cittadino. Dobbiamo unire le nostre forze, tutti, lasciare stare ad altri le belle parole, usare il nostro fiato per informare e formare, dobbiamo scendere sul campo ed agire, lasciare perdere contrapposizioni e divisioni nella lotta contro chi infanga e offende la nostra terra. Bisogna essere compatti. Gli ideali che muovono il nostro comitato, come anche tante altre associazioni sono profondi e importanti: non posso credere che ci sia, tra la gente che fa politica in maniera pulita e con animo, chi non senta il dovere di agire, di fare di più, di impegnarsi senza tregua in una causa che potrebbe essere davvero il rilancio della nostra regione e della nostra nazione. Io credo in questo rilancio. Davide Siracusa

STAMPA LIBERA/ 1 LILLO CONTINUA Torna Lillo Venezia, il mitico direttore del “Male” anni'70, il giornalista più querelato d'Italia e anche l'unico a finire in galera in quegli anni per aver fatto satira senza compromessi. Adesso è direttore responsabile del nuovo “Il Male” di Vincino e Vauro. Nei pochi secoli trascorsi dal vecchio “Male”, Vauro ha lavorato lodevolmente per il Manifeto e Santoro, mentre Vincino (un tempo di Lotta Continua) ha preferito non farsi troppi problemi, lavorando per il Corriere della Sera, per il Foglio di Ferrara e per altri giornali non esattamente rivoluzionari. Lillo Venezia invece non ha mai ceduto di un millimetro, e noi lo ricordiamo con orgoglio nella vecchia redazione dei Siciliani. Dei “vecchi” dei Siciliani è stato anche il primo a dichiararsi senza tanche chiacchiere a disposizione per i Siciliani Giovani, la nostra nuova avventura. Perciò auguri a Lillo, pernacchie a Vincino, e avanti che il Sessantotto è vicino. Alla faccia vostra :-) R.O. STAMPA LIBERA/ 2 REDAZIONE SOTTO SFRATTO E' online "Una redazione sotto sfratto", blog creato dal gruppo di redattori "storici" di Step1. Come si legge nell’editoriale, sarà "uno spazio per sbirciare nel nostro cantiere aperto e per riprendere il racconto della città da dove ci hanno interrotti". Del resto, l'avevano promesso già a pochi giorni dallo sfratto dell'aula 24: "Catania non si libererà facilmente degli steppini"

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Smemoria

Viale Giorgio Almirante 98100 Messina Riscrivere la storia: qualcuno ci prova ancora Di vie “Giorgio Almirante” ce ne sono a Foggia, Lecce, Ragusa, Francavilla Fontana (Br), Locorotondo (Ba), Praia a Mare (Cs), San Severo (Fg) e Santa Caterina Villarmosa (Cl). A Viterbo esiste una “circonvallazione Giorgio Almirante” e a Corato (Ba) finanche una piazza. Ma sino ad oggi nessuno ha intitolato un intero viale all’ex repubblichino di Salò, fondatore del primo dei partiti neofascisti, il Movimento sociale italiano (Msi). Quattro anni fa, in verità, i nostalgici militanti de La Destra di Francesco Storace insieme ai post-fascisti di Alleanza Nazionale avevano apposto provocatoriamente alcune targhe “viale Giorgio Almirante” nella grande arteria romana dedicata al leader del Partito comunista Palmiro Togliatti, dopo la bocciatura da parte del Campidoglio della richiesta d’intitolare una via all’intrepido Almirante. Se tutto andrà però come previsto, in Italia ci sarà presto un lungo asse stradale in sua memoria. A Messina, la città del ponte senza ponte, sventrata dai bombardamenti nella seconda guerra mondiale, il consiglio della 2^ circoscrizione ha approvato con il voto unanime di centro-destra e centro-sinistra una delibera che chiede all’amministrazione comunale d’intitolare il “grande viale nella parte alta del villaggio Minissale” al fondatore del partito-movimento disciolto da Fini ma che oggi rivive grazie all’ultranazionalista messinese Gaetano Saya, per sua diretta ammissione fascista, agente segreto Gladio e massone alla corte del venerabile Licio Gelli. “Il consiglio circoscrizionale – recita una nota a firma del presidente Giovanni Di Blasi - ha valutato la bontà di tale iniziativa ritenendo che Giorgio Almirante, come si evince dalla biografia, debba ritenersi non solo un politico, ma soprattutto un uomo che ha lasciato un segno tangibile nella storia recente italiana”. Chi si attendeva a Messina una mezza sollevazione popolare o perlomeno le proteste delle forze politiche e sociali antifasciste, si è dovuto ricredere. La delibera, pubblicata sul quotidiano locale, è passata inosservata e le voci critiche, come sempre, sono meno delle dita di una mano. “Nella città del primo parlamentare

siciliano comunista, l’avvocato Francesco Lo Sardo, che morì nelle galere di Mussolini, apprendiamo sbalorditi e indignati che il fascista Giorgio Almirante sarebbe stato una delle figure di spicco della politica italiana del dopoguerra”, commenta con amarezza il professore Citto Saija, critico cinematografico ed ex segretario provinciale di Democrazia proletaria. “Se si volesse sottilizzare potremmo tacciare l’iniziativa della circoscrizione di “apologia di fascismo”. Purtroppo tantissimi eredi della subcultura fascista, sdoganati anche dai partiti del cosiddetto centro-sinistra, imperversano nelle nostre amministrazioni a cominciare dal Comune di Messina. Mi chiedo a questo punto cosa intenda fare il Partito democratico all’opposizione o come intendano muoversi i sindacati e i partiti della Sinistra radicale. L’università vuole dire qualcosa? Esistono intellettuali di sinistra o liberali o solo democratici che intendono opporsi all’assurda provocazione?”. E in un accorato appello apparso sul quotidiano on line Il nuovo Soldo, Citto Saija ha chiesto alla commissione toponomastica e alla Società messinese di Storia patria di “bloccare sul nascere l’evidente rigurgito neofascista”. “A razzisti e boia non si dedicano strade”, ha prontamente risposto Giuseppe Restifo, docente di Storia moderna dell’Università di Messina e membro della commissione toponomastica. “Da storico nato nello stesso anno della Costituzione repubblicana, voglio ricordare che nel 1942 Almirante scriveva “Esclusivamente e gelosamente fascisti noi siamo nella teoria e nella pratica del razzismo”, un teorema che per tre anni ancora avrebbe messo in pratica, con estrema coerenza. Il ruolo di tenente della brigata nera del Minculpop lo portò a essere fucilatore di partigiani e complice della deportazione degli Ebrei. Momenti emblematici che hanno segnato la giovinezza del fondatore dell’Msi, di cui però non si fa cenno alcuno nell’edulcorata biografia allegata alla delibera della 2^ circoscrizione”. La “biografia” che tanto ha impressionato

i consiglieri è lunga poco meno di una paginetta ed elenca solo gli incarichi professionali e parlamentari ricoperti da Almirante. “Nato a Salsomaggiore, fondò l’Msi nel 1946. Iniziò la sua carriera come cronista presso Il Tevere e allo scoppiare della seconda guerra mondiale fu arruolato, combattendo nella Campagna di Nordafrica”, vi si legge. Sul suo rapporto organico con il fascismo si ricorda appena che “alla creazione della Repubblica Sociale Italiana, egli si arruolò nella Guardia Nazionale Repubblicana e successivamente ricoprì il ruolo di Capo gabinetto del Ministro della Cultura popolare di Mussolini”. “Si distinse in diverse battaglie per la difesa dell’italianità sul territorio nazionale, pronunciando discorsi-fiume (anche di nove ore) a favore del ritorno all’Italia di Trieste”, il gran “merito” (l’unico) assunto dai consiglieri circoscrizionali a giustificazione della delibera. In Internet, wikipedia ricorda ben altre gesta di Giorgio Almirante. “Firmatario nel 1938 del Manifesto della razza, dal 1938 al 1942 collaborò alla rivista La difesa della razza come segretario di redazione. Su questa rivista si occupò di far penetrare in Italia le tesi razziste provenienti dalla Germania nazista, che già avevano portato all’approvazione nel 1938 delle leggi razziali fasciste”. “A Salò, si arruolò nella Guardia nazionale Repubblicana con il grado di capomanipolo. Successivamente passò al ruolo di tenente della brigata nera dipendente dal Ministero della Cultura Popolare. In questa veste, al pari delle altre camicie nere, si impegnò nella lotta ai partigiani in particolare in Val d’Ossola e nel grossetano. Qui, il 10 aprile 1944, apparve un manifesto firmato da Almirante in cui si decretava la pena della fucilazione per tutti i partigiani che non avessero deposto le armi e non si fossero prontamente arresi. Nel 1971 il manifesto - ritrovato nell’archivio comunale di Massa Marittima, pubblicato da l’Unità il 27 giugno 1971 e poi riconosciuto come autentico in sede giudiziale - susciterà roventi polemiche per via della feroce repressione antipartigiana compiuta dai fascisti in

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Smemoria

quelle zone: a titolo di esempio basti ricordare che nella sola frazione di Niccioleta, a Massa Marittima, tra il 13 ed il 14 giugno 1944 vennero passati per le armi 83 minatori”. Wikipedia riporta pure integralmente, il comunicato emesso dalla Questura di Roma nell’autunno del 1947 in cui si segnala il deferimento di Giorgio Almirante, “segretario della giunta esecutiva del Movimento Sociale italiano”, alla Commissione Provinciale per il confino “quale elemento pericoloso all’esercizio delle libertà democratiche, non solo per l’acceso fanatismo fascista dimostrato sotto il passato regime e particolarmente in periodo repubblichino, ma più ancora per le sue recenti manifestazioni politiche di esaltazione dell’infausto ventennio fascista e di propaganda di principi sovvertitori delle istituzioni democratiche ai quali informa la sua attività, tendente a far rivivere istituzioni deleterie alle pubbliche libertà e alla dignità del paese”. L’anima nera di Messina e provincia ha i suoi buoni motivi per commemorare ed onorare questa “figura di spicco della politica italiana”. Negli anni della strategia della tensione e della controffensiva reazionaria contro le trasformazioni sociali e democratiche dell’Italia repubblicana, il cuore di migliaia di messinesi batteva per Almirante

e i proconsoli locali dell’Msi, premiati con valanghe di voti alle elezioni amministrative e nazionali. Tanti a Messina ricordano ancora la giornata del 9 aprile 1972 quando al comizio di Almirante in piazza Università, accorsero oltre quindicimila persone. Alla fine, centinaia di giovani in camicia nera e bastoni diedero vita ad un tetro corteo per le vie principali al grido “il comunismo non passerà”. Qualche giorno più tardi si sarebbe votato per il rinnovo del Parlamento italiano: per l’Msi fu l’apoteosi, il 23,5% dei consensi al Senato e il 23,9% alla Camera dei deputati, il secondo partito più votato in città dopo la Democrazia cristiana. Fu eletto a palazzo Madama l’industriale Uberto Bonino, editore della Gazzetta del Sud, già parlamentare Pli e dei monarchici. Due seggi a Montecitorio per il consigliere provinciale Giuseppe Tortorella e l’oncologo Saverio d’Aquino (poi sottosegretario agli interni dal 1987 al ‘94), intoccabile politico e onnipotente docente universitario “grazie anche al ruolo di sostituto procuratore della Repubblica ricoperto dal fratello Luigi d’Aquino che, caso unico in tutta Italia, esercitava le sue funzioni in un distretto che coincideva con il collegio elettorale del fratello on. Saverio”, come sottolinea il Comitato messinese per la pace e il disarmo unilaterale nel prezioso volume Le mani sull’Università. Borghesi, mafiosi e massoni nell’Ateneo messinese (Armando Siciliano editore, 1998). “L’anno del trionfo della fiamma tricolore è anche quello delle bombe neofasciste all’università di Messina”, aggiungono i pacifisti peloritani. “L’osmosi tra gli estremisti di Ordine Nuovo e i camerati in doppio petto dell’Msi era ben visibile. I militanti del Fuan e delle cellule ordinoviste condividono le stesse sedi”. Il team di Ordine Nuovo nello Stretto era uno dei più agguerriti del paese al punto di richiamare l’attenzione del pubblico ministero romano Vittorio Occorsio, poi assassinato da elementi provenienti da ambienti massomafiosi e dell’estrema destra. Poco prima della sua morte, il magistrato si recò a Messina per interrogare una ventina di

neofascisti locali, compreso il commissario della federazione provinciale dell’Msi, Oscar Marino, uomo di fiducia dell’onorevole D’Aquino e speaker-presentatore dell’oceanico comizio di Giorgio Almirante il 9 aprile 1972. “Che gli anni ‘70 abbiano rappresentato per l’università di Messina il luogo di socializzazione criminale per gli estremisti di destra e per i giovani della ‘ndrangheta è ormai un fatto storico-giudiziario”, si legge ancora nel volume del Comitato per la pace. “Fondamentale è stata la fase in cui Reggio Calabria fu sede dell’aspra rivolta dei boia chi molla, quando molti dei mafiofascisti calabresi operavano a Messina nelle inedite e poco probabili vesti di studenti universitari. È così che la città dello Stretto viene utilizzata dai gruppi neofascisti quale avamposto per una serie di attentati eseguiti in Calabria nel corso dei moti per Reggio capoluogo”. Tra i protagonisti delle incursioni armate all’interno dell’ateneo messinese c’erano, tra gli altri, due personaggi che avrebbero assunto un ruolo strategico di congiunzione tra gli ambienti criminali e l’estrema destra, l’allora vicesegretario del Fuan Rosario Cattafi e Pietro Rampulla. Secondo il boss Angelo Epaminonda, negli anni ‘80 Cattafi avrebbe gestito per conto del clan Santapaola la scalata al casinò di Saint Vincent. Condannato a undici anni e sei mesi per la vicenda dell’autoparco della mafia di via Salomone a Milano, Cattafi è stato poi “graziato” da una sentenza della Cassazione che ha annullato il processo per incompetenza territoriale. Oggi viene indicato da alcuni collaboratori di giustizia come il “capo dei capi” di Cosa nostra nel messinese. Pietro Rampulla, originario di Mistretta, verrà invece condannato con sentenza passato in giudicato per essere stato l’artificiere della strage di Capaci, quando furono assassinati il giudice Falcone, la moglie e i poliziotti di scorta. Nella provincia dello Stretto, la criminalità organizzata ha chiare e profonde matrici di estrema destra. Antonio Mazzeo

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Ambiente

E la spiaggia non c'è più Storie di ordinarie prepotenze: vietato raggiungere il mare Sorpresa: la spiaggia non c’è più. O meglio, la spiaggia c’è ma non è più accessibile, almeno non a tutti. Perché per privatizzare un bene pubblico non bisogna per forza avere una concessione, basta semplicemente recitare l’accesso. La storia di originale ha poco. In una cittadina affacciata sul mare, in questo caso Milazzo, c’è una zona particolarmente bella: una piccola insenatura, a picco sul mare, con una spiaggia raggiungibile da mare oppure tramite una scalinata, costruita chissà quando e chissà da chi. Un luogo accessibile a tutti o quasi: lo conoscono solo gli autoctoni e i gradini sono numerosi e scoscesi, ma la bellezza del posto è anche questa. La spiaggia è quella di Villa Speranza, dal nome della casa che dominava solitaria il golfo.Negli anni, lungo la strada, vengono costruiti appartamenti e complessi residenziali e Villa Speranza diventa molto meno solitaria. Uno di questi complessi, il Covo degli Dei, si trova proprio di fronte la scalinata. Il recinto in-

torno al complesso non finisce a picco sul mare, ma lascia lo spazio necessario per il passaggio delle persone verso l’accesso alla spiaggia pubblica.

E’ la legge, articolo 822 e articolo 823 del Codice Civile. “Appartengono allo Stato e fanno parte del demanio pubblico il lido del mare, la spiaggia” “I beni che fanno parte del demanio pubblico sono inalienabili e non possono formare oggetto di diritti a favore di terzi, se non nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi che li riguardano. Spetta all'autorità amministrativa la tutela dei beni che fanno parte del demanio pubblico.” A questo punto tutti avete già capito come finisce la storia. Improvvisamente, anzitempo, il recinto si allunga furbescamente. Non per tutta la lunghezza, per carità. Un quadratino in più, un “terrazzino” di pochi metri che si affaccia sulla baia, quelli necessari ad ostruire il passaggio. La scalinata rimane là, oltre il recinto. Sotto i piedi, irraggiungibili, la spiaggia ed il mare chiamano: ostaggi dell’umana avidità. Andrea La Malfa

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Catania/ Cemento

I vandali di Corso Martiri Vogliono cancellare il futuro della città contro gli interessi dei cittadini presenti e futuri. Fermiamo la cementificazione con un referendum: colata di cemento o parco attrezzato? Il più grande investimento edilizio del secolo, dopo quello degli anni 60, che inesorabilmente, e contro il volere della città, cadrà sulla testa dei cittadini catanesi dei loro figli e delle generazioni future, non è altro che la prevista speculazione edilizia (spacciata cinicamente per “risanamento" e durata in vita per ben 60 anni grazie alle leggi ad hoc di proroga regionali) su Corso Martiri della Libertà ovvero le aree desertificate dallo sventramento di quello che fu il quartiere di S. Berillo raso al suolo grazie alla complicità di amministratori che si sono svenduti la città e i loro cittadini. Da non dimenticare i 40 miliardi di lire (ma ne avrebbero chiesti altri 78 come se parlassero di noccioline) che noi cittadini attraverso il Comune abbiamo versato nel 1991 ai proprietari dell’area per ‘ripagarlì, guarda caso, del ridimensionamento della cubatura cementizia restando l’area privatizzata e senza averne noi cittadini alcun vantaggio patrimoniale. Qualche mese addietro abbiamo lanciato una più che fattibile idea che , se realizzata anche contro il volere della speculazione, ci metterebbe al passo con le metropoli più evolute e civili del mondo. Abbiamo chiesto di trasformare le aree ancora libere di Corso M. della Libertà in un vero e proprio Central-Park dotato di strutture pubbliche leggere ed eco-compatibili di pertinenza di un parco e per iniziative culturali, ricreative, sportive, musicali, didattiche, scientifiche, teatrali, per ogni età e di ampio respiro sfruttandone anche i fossati esistenti (altro che progetto Furkas richiesto dai privati!). Sicuramente tale proposta avrà avuto il consenso di ogni abitante di questa città, cittadino che non attende altro che poter esprimere tale assenso attraverso un referendum che l’Amministrazione comunale dovrà indire in quanto non spetta ai singoli politici decidere il futuro della nostra città. Ma sono passati mesi e nè il Sindaco nè i vari leader di questa città hanno avuto l’accortezza e il coraggio di rispondere o fare propria tale proposta peraltro in una città con la più bassa densità di spazi verdi fra città italiane (sempre ultimi nelle cose posi-

tive e sempre primi in quelle che ci fanno ridere addosso). Tutti, o quasi, quelli che avevano il dovere morale e politico, come se avessero interessi da tutelare, hanno meschinamente taciuto e continuano a farlo anche dopo l’annunciata dichiarazione del Sindaco che comunicava che il 30 settembre sottoscriverà un “accordo di transazione” con i soggetti proprietari di parte dell’area (che peraltro nasce da un piano di edificazione approvato nel maggio del 2008, in piene elezioni amministrative, da un Commissario straordinario). È ciò come se si parlasse di un’area astratta e non invece di un territorio che si trova nel cuore della città e che ad essa dovrebbe appartenere. Non una proposta diversa dal progetto di cementificazione previsto (con relativo abbattimento della scuola pubblica presente nella zona e cancellazione della vasta area di insediamento di strutture di soccorso prevista dal piano di emergenza terremoto) nè un accenno per evitare quella colata di cemento che coprirà in largo, in lungo e in altezza corso Martiri della Libertà, e parte di quello che resta di S.Berillo, e mettendo così un ulteriore muraglione invalicabile tra il centro storico e il mare , tra l’ agognata voglia di vivere in una città a misura d’uomo e di bambini e l’ inevitabile condanna a restare rinchiusi nella caotica e inquinata città per i secoli a venire. Ancora una volta questa è la sola consuetudine in questa città, tra gli interessi di ogni cittadino presente e futuro e coloro che grazie a certi amministratori e politici locale e regionali , e non da oggi ma da quando le ruspe, nel 1954, rasero al suolo S. Berillo deportando fuori dalle mura della città, con la forza decine di migliaia di residenti senza diritti e senza difesa. Ancora una volta i potenti, politici e non (dimenticando la denuncia del coraggioso e dimenticato deputato catanese Pezzino nei confronti dell’allora Sindaco Magrì, nel 1968). scelgono gli interessi economici di pochi singoli condannando la città a non avere un parco cittadino ed ovviamente negandone un futuro da città europea. Alfio Lisi

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ROMA/ APPUNTAMENTI OLTRE IL MARKETING. COMUNICAZIONE, INCHIESTA, REPORTAGE E NARRAZIONE Un percorso teorico e pratico sulla creazione di un oggetto informativo Cinque incontri formativi dal 29 ottobre al 26 novembre, 30 ore in sede e 10 ORE sul campo per realizzare una grande inchiesta/racconto multimediale sul lavoro dello spettacolo e della cultura a Roma Conducono il progetto: Sonia Ferrarotti (psicologa della comunicazione e della formazione) Sebastiano Gulisano (giornalista, scrittore e fotografo) Pietro Orsatti (scrittore, regista e giornalista) Organizzazione: Associazione EleMentiConTorti Media partner Rassegna.It e Dazebao News PROGRAMMA 29/10 – INTRODUZIONE E MODULO SULLA COMUNICAZIONE 5/11 – DALLA COMUNICAZIONE COMMERCIALE A QUELLA SOCIALE 12/11 – LA SCRITTURA. CRONACA E INCHIESTA 19/11 – REPORTAGE E RACCONTO 26/11 – LA “MACCHINA” E LA COSTRUZIONE DI UN OGGETTO INFORMATIVO Nel percorso formativo sono previste dieci ore di esercitazioni pratiche sul campo seguite dai conduttori. SEDE DEGLI INCONTRI Roma – Via Efeso 2/a (metro San Paolo) presso la sala dell’associazione “L’Isola che c’è”


Satira

Made in Italy

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Satira

La r-esistenza dei precari

SATIRA, GIORNALISMO, FUMETTO “Mamma!” è una rivista che unisce fumetto, giornalismo e satira. Nasce dalla rete su www.mamma.am, che dopo aver vinto il prestigioso premio di satira Politica di Forte dei Marmi oggi è una vera e propria agenzia di stampa satirica quotidiana. E'diffusa su abbonamento con numeri tematici, uno "slow food dell'informazione" di approfondimento e spazi per riflettere. La rivista si chiama Mamma! perchè i suoi autori condividono un progetto ambizioso: realizzare la prima rivista italiana di giornalismo illustrato e satira d'inchiesta libera da Padrini, Padroni, Pubblicità, Prestiti bancari e Partiti politici, le "P" che inquinano e avvelenano l'informazione italiana. Nessun intermediario, nessun finanziatore occulto: solo il rapporto tra una redazione e i suoi lettori, con gli autori della rivista che diventano"editori puri" di se stessi, capaci di mettere in gioco lavoro volontario e sudati risparmi per scommettere sul sogno di un'altra informazione possibile. Un'avventura editoriale che nasce all'interno dell'associazione culturale "Altrinformazione", per aprire al giornalismo spazi diversi da quelli dell'editoria commerciale, orientati alla comunicazione e non al profitto. "Se ci leggi e' giornalismo, se ci quereli e' satira": con questo slogan "Mamma!" sta cercando di dare spazio ad una generazione di autori schiacciata tra la crisi editoriale e la gerontocrazia che ha occupato tutti i posti-chiave dell'informazione.

L'Associazione Altrinformazione presenta Nicola, l'antieroe precario del terzo millennio. Un piccolo manuale di socio-economia travestito da fumetto. NICOLA/ R-ESISTENZA PRECARIA Come perdere con stile contro il grande capitale Di Marco "MP" Pinna, con una prefazione disegnata di Altan e Cipputi

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Satira

A Mauro Biani il premio â&#x20AC;&#x153;Una vignetta per l'Europaâ&#x20AC;?

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Schegge di storia siciliana

Le rivoluzionarie, una repubblica e quattro conti ”Cari tutti, a causa dello squallore di questo periodo preferisco rifarmi alla Storia e quindi avrò il piacere di inviarvi settimanalmente schegge di storia siciliana. Croce diceva che la Storia è viva e la cronaca è morta. La cronaca vale un giorno, mentre la storia vale sempre...”. Così l'autore, che è un vecchio militante del movimento antimafia: antimafia: ma forse non siamo d'accordo. d'accordo. La storia è un insieme di cronache di tante persone persone comuni. E tutte diventano anch'esse anch'esse storia, prima o poi. Comunque, Comunque, ecco le storie che Elio Camilleri fa girare su internet. Antiche e attualissime, attualissime, siciliane << Mi piacerebbe tanto tanto che i destinatari "adulti" delle mie schegge le facessero leggere ai giovani e che i destinatari "giovani” le facessero leggere agli adulti >> eliocamilleri@libero.it L'AUTISTA DI WOJTYLA Il 21 novembre 1982, in una Palermo tristissima dove “la speranza dei siciliani onesti” era stata uccisa con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, arrivò Karol Wojtyla. Era la prima vota che arrivava in Sicilia e i cristiani buoni e onesti lo accolsero con gioia e si sentirono meno soli e meno disgraziati. Lui ebbe parole giuste, ferme e piene di coraggio per i malati dell’Ospedale Civico e per gli operai del Cantiere navale; era andato pure all’Università per incontrare il corpo accademico e pure per i prof. trovò le parole giuste. Le cronache raccontano della visita alla comunità greco – ortodossa di Piana degli Albanesi e ai “terremotati” della valle del Belice. Ma la cronaca è morta, diceva Benedetto Croce, e spira ogni giorno con le pagine del quotidiano che la riporta ed invece la Storia è viva ed essa ci pone alcune domande, ancora oggi, a distanza di tanti anni dal giorno di quella visita. Ma quanto era forte la mafia a Palermo nel !982? E chi comandava a Palermo? I Carabinieri o la Questura. E la Chiesa? E il Cardinale Pappalardo che appena un mese prima aveva pronunciato l’indimenticabile omelia di “Sagunto che brucia” quanto “contava” nell’organizzazione del viaggio del Papa? Chi ha gestito i trasferimenti del

Papa, chi ha ritenuto di garantire la sicurezza di Wojtyla, che già il 13 maggio dell’anno precedente era stato raggiunto da due colpi di pistola sparati da Mehmet Ali Ağca? Chi ha scelto, in definitiva, l’autista della “papa mobile”? Chi ha permesso che la persona del Capo della Chiesa Cattolica fosse affidata, per tutto il tempo della visita a uno dei personaggi più importanti di Cosa nostra?. Sembra proprio incredibile, ma è così: l’autista di Karol Wojtyla fu Angelo Siino, detto Bronson, pilota di rally e ministro delle finanze e dei lavori pubblici di Cosa nostra, braccio destro di Bernardo Provenzano e dispensatore, per conto della Cupola, di appalti e tangenti, i primi per gli imprenditori “amici”, le seconde per gli “amici” politici. Naturalmente, Karol Wojtyla di tutte queste storie non ne sapeva niente. Vero? LE RIVOLUZIONARIE DI PALAGONIA La gente di Catania accolse con grande calore, partecipazione e solidarietà il corteo guidato dalle donne di Palagonia quel 4 aprile del 1904. Esse guidarono la marcia su Catania, attraversando a piedi “la piana” con i loro uomini in una schiera di circa ottocento persone.

Cantavano l’inno dei lavoratori e la gente le salutava e le applaudiva dai balconi e, per la strada, centinaia di catanesi ingrossarono il corteo. Fu una manifestazione imponente, indimenticabile. Il Sindaco Giuseppe De Felice fece distribuire più di dieci quintali di pane ed il Prefetto Emilio Bedendo dette disposizioni di fare rientrare gratuitamente i manifestanti a Palagonia. Erano venute a Catania per denunciare le persecuzioni subite a seguito delle lotte contro lo sfruttamento mafioso perpetrato dai gabelloti. Sette di loro erano state incarcerate per diversi mesi dopo le lotte contadine culminate nella protesta a Palagonia del 14 agosto 1902. Erano gli anni in cui, già soffocato il movimento dei Fasci dei lavoratori, Bernardino Verro, Nicola Alongi ed altri percorrevano la nuova via delle “affittanze collettive”: un sistema di gestione del latifondo tendente ad eliminare l’intermediazione parassitaria, mafiosa e violenta dei gabelloti. I contadini volevano riuscire, quindi, a stipulare direttamente con i proprietari del latifondo contratti più equi e rispettosi del loro lavoro. Il principe Gravina di Palagonia, rimasto senza eredi, aveva lasciato il suo feudo all’Opera Pia di Palermo che, a sua volta, ne aveva affidato la gestione ai gabelloti. A seguito delle manifestazioni e della straordinaria partecipazione di migliaia di

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Schegge di storia siciliana

persone, dell’impressione destata nell’opinione pubblica, l’Opera Pia di Palermo, il 16 novembre 1904, stipulò nuovi contratti certamente più equi, accogliendo le giuste richieste delle rivoluzionarie di Palagonia. LA REPUBBLICA DI COMISO Tutto iniziò la sera del 5 gennaio 1945 con l’assedio alla caserma dei carabinieri e del commissariato di polizia. La mattina del 6 i rivoltosi del “non si parte”, tra i quali, secondo la testimonianza di Giacomo Cagnes, in posizione preminente i comunisti e con la partecipazione di fascisti e separatisti pur senza incidenza organizzativa, né capacità egemonica, ottennero la resa e occuparono tutti gli uffici pubblici, costituirono posti di blocco e interruppero le comunicazioni telefoniche e telegrafiche. Nessuno arrivò a Comiso a causa delle altre sommosse che si svolgevano nelle stesse ore in numerosi altri centri. “Comiso, in realtà, mentre l’intera provincia ribolliva, era stata abbandonata alla sua sorte” (S. Nicolosi. Sicilia contro Italia. Edizioni Tringale. Catania. 1981. p. 252 Quelli del “non si parte” ormai padroni della cittadina, costituirono un “comitato provvisorio del popolo” che si insediò nel palazzo municipale. Tra i primissimi atti, il comitato produsse uno Statuto che forma-

lizzò la destituzione dei titolari di tutte le funzioni pubbliche; proclamò la “Repubblica di Comiso” le cui rappresentanze istituzionali sarebbero state presto elette democraticamente. Cinque studenti universitari, tra i 20 e i 25 anni, costituirono il Comitato provvisorio e uno di loro, Francesco Marziano di 22 anni, fu il sindaco. Per la tutela dell’ordine pubblico si costituì una milizia cittadina formata da barbieri, macellai, commercianti, carrettieri tutti, in genere, molto giovani. L’11 gennaio 1945, il generale Brisotto, ricevuto da Bonomi, tramite Aldisio, l’ordine perentorio e categorico di ristabilire l’ordine, minacciò di marciare con il suo battaglione contro la città di Comiso e di bombardarla se essa avesse opposto resistenza. E fu così che i rivoltosi ottenute promesse, poi non mantenute, di non essere incarcerati, deposero le armi e sancirono,dopo sei giorni dalla nascita, la fine della Repubblica di Comiso. MATEMATICA SOCIALE No, non sono impazzito, ma, ogni tanto, per essere chiari e precisi, per non avere dubbi o incertezze, come non li abbiamo quando diciamo che 2+2=4 vale la pena di utilizzare le due fondamentali operazioni dell’aritmetica, l’addizione e la sottrazione,

per spiegare cos’è la mafia. Nando dalla Chiesa, in “La convergenza”, presenta il breve elenco dei fattori in gioco, costitutivi di Cosa nostra, camorra e ndrangheta, preceduti, ciascuno, da una lettera: A: controllo capillare, politico e/o elettorale del territorio B: costruzione e governo di rapporti di dipendenza personali C: violenza come suprema regolatrice dei conflitti (politici, sociali, economici) D: rapporti organici, privilegiati e sistematici con la politica I quattro fattori generano la seguente operazione: A+B+C+D= MAFIA Inoltre, ciascun fattore è interdipendente ad un altro: non ci può essere A se non c’è B, non ci può essere B se manca C, non ci può essere D se mancano A, B e C. “In assenza di un solo di questi elementi non si può parlare di modello mafioso”.(N. d. Chiesa. La convergenza. Melampo. Milano. 2010. p. 35) Infatti: A+B= CLIENTELISMO B+C= DELINQUENZA ORGANIZZATA Verrebbe da concludere che D= (A+B)+ (B+C) cioè, fuori dal linguaggio della matematica che il modello mafioso ci restituisce una politica che è essa stessa clientelismo e criminalità organizzata in quanto contigua, interdipendente fattore ineliminabile del modello mafioso.

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Siciliani

Allonsanfan, ragazzi! Perché c'è bisogno del nostro “nuovo” giornale “Allonsanfan” ragazzi, ripartono i Siciliani! Aspettate un attimo, però. Si riparte, certo, ma non nel senso del reducismo, di chi sopravvissuto a una guerra desidera tornare in trincea. Perché in prima linea, i protagonisti della straordinaria stagione di giornalismo civile che è stata “I Siciliani”, ci sono sempre stati: da Giovanni Caruso a Maurizio Parisi, da Miki Gambino e Claudio Fava a Sebastiano Gulisano fino a tutte le testate di base espressione di quella lotta per il cambiamento e la costruzione di una società un giorno finalmente libera da mafie e malaffare. Siciliani, quindi, per scelta e per amore di un’ eredità scomoda ma da sempre condivisa coi più giovani delle nuove generazioni che credono nel “concetto etico del giornalismo” che animò il Direttore. Il Direttore, sì, perché “I Siciliani hanno avuto - e continueranno ad avere, spiega categorico Orioles - un solo Direttore: Giuseppe Fava”. I “carusi” di Fava oggi sono cresciuti, ognuno portando valorosamente nel proprio lavoro la ricchezza di averne incontrato lo spessore umano e intellettuale, ed invece alcuni dei giovani che oggi si avvicinano al giornalismo grazie a Fava non erano neanche nati, quando cinque revolverate tentarono, comunque senza successo, quella sera del 5 Gennaio 1984, di spezzare un Sogno. Il Sogno di un’informazione “senza padrini né padroni���, autonoma dai desiderata dei cavalieri dell’apocalisse mafiosa, dai ministri collusi e dai mafiosi loro protetti. Oggi i “carusi” sono Fabio, Sonia, Gabriella, Giorgio, Norma. C’è la rete “Lavori in corso” di Catania, prima esperienza di coordinamento tra le diverse testate di base, e ci sono i ragazzi “di Stampo antimafioso” di Milano. C’è Liberainformazione, il coordinamento Fava di Palazzolo Acreide (Sr) e i giovanissimi de Il Clandestino di Modica. Tutti ogni anno impegnati nella creazione di preziose inchieste, video, dossier, labora-

tori e strumenti di lavoro nella consapevolezza che la Memoria non può non costruire che l’impegno. Allora qualcuno si è domandato: perché non tutti insieme? Perché non sfidare ancora una volta l’atavico e rassicurante individualismo di chi pensa che in fondo fare ognuno per conto proprio è più semplice e magari dà risultati più immediati? A questa, visto i tempi, ambiziosa domanda si proverà a rispondere tramite i “Siciliani giovani”, il nome della testata che avrà un formato internet e uno cartaceo. Siciliani, perché la Sicilia, dicono, è la terra che più di ogni altra è la degna metafora del bel paese. Giovani, perché siamo nel 2011, e la Memoria va rispettata anche nel senso che i giovani non possono vivere di gloria altrui. Nel nuovo incontro per “l’avanzata” dei Siciliani i magistrati Giancarlo Caselli e Gianbattista Scidà, il prof. Nando dalla Chiesa daranno un supporto indispensabile insieme a Enza Rando, avvocato di Libera. Il resto è tutto da scrivere. Senza formule preconfezionate né retorica, in un vero e proprio mosaico di responsabilità. Responsabilità che ci rimanda alle parole di chi, trovatosi in un recente passato a un passo dalla vittoria sulla mafia, afferma che è il nostro turno. Il turno di chi non può rimanere ignavo rispetto al sempre attuale interrogativo, profondamente esistenziale ma

non teorico: e tu, da che parte stai? Rispondere anche oggi, quindi, per scegliere, soprattutto chi ha ancora non l’avesse fatto o non ne avuto il coraggio, se è il caso di mettersi in gioco e sfidare la capacità di sentire “quel profondo dolore umano” che attanaglia il prossimo. E sentirlo come fosse il nostro, quel dolore. Rispondere a questo vero e proprio appello significa voler incarnare in una dimensione di rete, senza nulla togliere alle preziosissime individualità già presenti, quello spirito di un giornale con cui Giuseppe Fava trent’anni fa spiegava che un giornalismo fatto di verità impedisce le molte corruzioni di cui oggi è malata non solo la nostra terra ma l’intero paese. Intrecci tra mafia e politica che rendono profetiche le parole del suo testamento: “i mafiosi non sono quelli che sparano, quelli sono gli esecutori, anche al massimo livello. I mafiosi veri sono quelli che comandano: i mafiosi talvolta sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi stanno in parlamento. I mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione”. Mai come oggi risultano attualissime queste parole, pronunciate da Fava appena una settimana prima di morire per mano mafiosa. Mai come oggi c’è bisogno di pronunciarle insieme! Parole come pietre taglienti, lanciate apposta per graffiare la madre di tutte le mafie, di tutte le violenze, la nostra indifferenza: “se un giornale non è capace di fare questo, se non è capace cioè di accelerare opere pubbliche indispensabili, pretendere il funzionamento dei servizi sociali, della sanità, imporre ai politici il buon governo, si fa carico anche di vite umane” (G. Fava, Lo spirito di un giornale) Se le riascoltiamo queste parole, leggendole con attenzione, comprendiamo come oggi, forse più dei tempi di Giuseppe Fava, c’è ancora bisogno de I Siciliani. Gianluca Floridia

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Siciliani

Appunti sull'informazione ai tempi dell'internet Un appuntamento che viene da lontano xxxxxxxxxxxxxx 1. Le due rivoluzioni: - i soldi fanno un sacco di soldi (Aol-Time ecc); - i ragazzini ricominciano a scrivere lettere d'amore (e-mail, sms). *** 2. Le "nuove" tecnologie non sono più nuove da un pezzo e ormai hanno individuato un universo abbastanza preciso. Gli internet in realtà sono due: - il web-tv; - il web interattivo. L'interattività è il fatto nuovo e il tasso di interattività è l'elemento decisivo. *** 3. Il mondo come comunicazione/rete (l'informazione come caso particolare). Il mondo di cui si parla e il mondo di cui non si parla. Il mondo che parla e il mondo che non parla. Quanto costa realmente lêaccesso alla comunicazione? Chi lo decide? Atomi e bytes: chi è il "padrone" dei bytes? Fisiologicamente, i bytes possono avere un padrone? Che cosa in realtà "padroneggiano" allora, in questo campo, i "padroni"? *** 4. Da tempo le imprese fanno cultura in proprio (pubblicità = culture). Ma adesso le imprese fanno informazione in proprio. Prima l'industriale faceva anche l'editore. Ora l'industriale dev'essere innanzitutto un editore

*** 5. In questa situazione, che cosa c'entra più il giornalista? Anzi, direttamente: chi è il giornalista? C'è ancora una specifica tecnologia che lo caratterizza? Che cosa lo caratterizza, allora? (Il medico un tempo faceva i salassi, oggi deve sapere che cos'è il Dna. Tecnologie completamente cambiate: che cos'è rimasto immutato? L'approccio umanistico al malato. Il medico è quel professionista che, nel variare delle tecnologie, fornisce all'utente le garanzie culturali contenute nel giuramento di Esculapio). Il giornalista è semplicemente, nel variare illimitato delle tecnologie, il detentore del giuramento di Ippocrate. *** 6. Ieri garantiva che l'informazione fosse "veritiera e corretta". Oggi garantisce che l'informazione sia anche, nel nuovo quadro tecnologico: - distinta dalla pubblicità; - sufficientemente interattiva. Entrambe queste caratteristiche possono essere oggettivamente quantizzate. *** 7. L'interattivita è il nuovo diritto del lettore nel mondo dell'informazione attuale. La correttezza pubblicitaria (informazione distinta alla promozione, e le fonti

d'informazione distinte dalle fonti di promozione) è il secondo diritto. La privacy il terzo. Di questi tre diritti le organizzazioni dei giornalisti debbono rendersi garanti. Ma la funzione di garanzia tocca soprattutto al singolo giornalista e ne è anzi l'elemento costitutivo. È la funzione di garanzia nei confronti del lettore, e non questa o quella (necessaria) competenza tecnica che distingue chi è giornalista da chi non lo è. Essa distingue, in particolare, il giornalista dall'operatore dell'informazione per conto delle imprese. *** 8. Le figure professionali specifiche a cui dare dei nomi. Chi deve farlo? In questo momento, di fatto, lo stanno facendo le imprese. Se lo facessimo noi giornalisti sarebbe meglio (ieri: il reporter, il writer, l'inviato, il deskista... ). Non tanto per un fatto sindacale quanto per difendere una cultura. *** 9. L'accesso alla professione - ma quale professione? Anche qui: di fatto, chi decide? Al tempo delle radio libere, dei meccanismi precisi alla fine hanno prodotto i berlusconi. È il caso di aspettare che si formino (se non si sono già formati) i webbusconi? (San Libero, 16 aprile 2000)

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Siciliani

“A che serve essere vivi, se non c'è il coraggio di lottare?”

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Ucuntu n.119