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Maggio Fra pochi giorni lo sciopero generale. Fra tanti partiti, ce n'è uno di cui nessuno parla mai: quello della Fiom e di Libera, dei lavoratori dei call-center e delle fabbriche e dei giovani antimafiosi che lottano contro il Sistema da Milano a Locri. E se andasse al governo lui?

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Mirone L'isola di Mario Ciancio

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Inchiesta Mazzeo I pericoli di Sigonella || 1 maggio 2011 || anno IV n.109 || www.ucuntu.org ||


Persone

L'ossigeno della libertà Voci da dentro il Campo di Mineo

“Questa terra non è né mia né tua, e neppure di Berlusconi o di Obama. Se voglio respirare l’aria dell’Italia o quella del Canada sono libero di respirarla. Io non sono qui per fare il trafficante di droga né tantomeno per rubare, se io sono qui è solo perché voglio l’ossigeno della libertà”. Così grida un uomo da dietro la recinzione del Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo di Mineo. Sono soprattutto afgani, pakistani, tunisini, eritrei, somali, scappati da regimi autoritari alla ricerca di democrazia e libertà. Tanti i racconti e le testimonianze raccolti davanti al centro. I. è uno dei 1800 immigrati che oggi si trovano lì e questo è quanto ci ha raccontato. *** Perché hai abbandonato la Tunisia? In Tunisia non avevo una vita completa. Nel mio paese non puoi parlare se c’è la polizia, non puoi fare la preghiera. Non puoi votare chi vuoi. Se vuoi scegliere il tuo presedente, ti dicono: “Va bene, hai già votato. Ben Ali”. E intanto non sei neppure uscito di casa. Io non so cosa sia la democrazia; se sono partito, è perché voglio cambiare vita. Per troppi anni abbiamo sofferto e vissuto come animali. Per esempio, io ho 27 anni e nella mia vita non ho conosciuto la democrazia. Quanto mi resta ancora da vivere? 20-30 anni… ma vorrei viverli bene, non come gli ultimi 27 anni. E che cosa hai trovato in Italia? Ci hanno rinchiuso in questo centro dove possiamo solo fare la fila, mangiare e dormire. Attorno non c’è nulla, solo le montagne. Mineo dista a 11 km, e la strada è tutta in salita. E qua dentro non c’è nulla, neanche una postazione internet. Ci proibiscono di vedere la televisione. Inoltre qui, come nel C.A.R.A di Restinco a Brindisi, in cui sono stato dopo Lampedusa, ho finora assistito ad abusi da parte della polizia. Che vuoi dire?

Vedi lui per esempio (I. mi indica suo cugino con le stampelle)… È stato picchiato dalla polizia in Tunisia e gli avevano fatto davvero male alla gamba. Una sera al CARA di Restinco di Brindisi, lui era tornato un po’ tardi (nei CARA bisogna infatti rientrare prima delle 20) e, dato che non parla italiano, a gesti ha cercato di scusarsi con gli agenti. Ma loro hanno iniziato a picchiarlo dandogli calci proprio lì dove la polizia tunisina gli aveva fatto male… E ora non riesce a camminare. Ma a Brindisi e a Mineo gli sono state offerte le cure mediche necessarie? No… niente, la prossima settimana dovrebbe avere una visita a Catania. Speriamo che non la rimandino. Ma la situazione è complicata e ci sono altri casi molto più gravi del suo. Guarda lui, si chiama M., ha fatto la “rivoluzione” in Tunisia con noi. Durante gli scontri, la polizia gli ha sparato al ginocchio. La pallottola è entrata da un lato ed uscita dall’altro. La settimana scorsa finalmente l’hanno visitato, e hanno detto che il suo caso è gravissimo che necessita di un’operazione immediata. Vediamo che cosa succederà nei prossimi giorni… Intanto lui teme che la gamba vada in cancrena, teme di perderla per sempre a causa del mancato soccorso dei vostri medici. E poi ce n’è un altro, te lo presento domani. Si chiama N. ed è arrivato a Mineo un paio di giorni fa. Lui è sbarcato a Lampedusa all’inizio di aprile, ma è dal 13 gennaio che ha una pallottola dentro la caviglia. I giorni passano e anche per lui non si fa nulla. Ma cosa pensi di fare quando ti daranno il permesso di soggiorno temporaneo? Io da qui vado via, vado via dall’Italia. Pensavo di trovare la democrazia ma invece ho trovato un governo razzista. Io qui non ci voglio più stare. Qualsiasi paese va bene per me, ma in Italia non ci rimango. Sonia Giardina, I Cordai

www.vociumane.org UNA VOCE LIBERA DAL TELEFONINO A DAPPERTUTTO Lavori in corso, Ucuntu e il Linux User Group di Catania stanno mettendo in piedi una rete per consentire agli immigrati di raccontare liberamente le loro storie (senza microfoni e giornalisti) e di comunicare con le famiglie riraste in patria. Ci sonoproblemi tecnici per convertire I vari alfabeti (arabo, pashtu, ecc.) ma a poco a poco li stiamo risolvendo tutti. Fra pochi giorni le storie degli immigrati dovrebbero essere in rete.su: www.vociumane.org

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Politica

Grazie a Renzi e Moratti, è Primo Maggio Di nuovo una giornata seria, uno sciopero

Grazie Renzi, grazie Moratti, grazie tutti voialtri tromboni: grazie a voi il primo maggio, nonostante il concerto, è tornato una giornata seria, un quarantotto, uno sciopero, un niente-di-regalato. Ai bempensanti e ai monarchici fa di nuovo paura. “Sciopero, sempre sciopero! Approfittano che il governo è troppo buono…”. “Glielo darei io, il primo maggio! Tutti in Russia da Putin, li manderei!”. “Eppoi, dove sono tutti ‘sti operai, oggigiorno? Tutti signori sono diventati, stanno meglio di noi, stanno!”. “La verità è che non c’è più voglia di lavorare, signora mia”. Ma sì. Aggiungi guerre di Libia, nozze di principi, contrasti diplomatici con la vicina Francia, miliardari bavosi, corazzate, papi, pellegrinaggi: ma siamo nell’Ottocento! Un bellissimo Primo Maggio fin-de-siècle, in cui la Fiat non è ancora (o non è più) una Fabbrica ma una marca di cioccolatini o un club di finanza allegra: Ottocento! Il Corriere, nell’ultimo elzeviro, richiama pensosamente all’ordine, ché il momento è complesso; replicano i giolittiani che bisogna pur pensare anche al progresso; Sua Maestà ammonisce questi e quelli e in talune città, ma mille difficoltà ma tutto sommato con sicurezza, nasce una cosa strana, il sindacato. “Ma davvero potremmo chiedere… venti lire?”. “Ma certo! Tutti insieme, che ci possono fare?”. “Compagni! In questa giornata noi lavoratori…”. “Tenente! Favorisca schierare la prima fila!”. “Dammi un bacio, dai!”. “Perché in tutta la civile Europa le otto ore…”. “Per la seconda volta, sciogliere l’assembramento!”. “No, no… Leva le mani…”. “Francesi come prussiani nostri fratelli…”. “In nome della legge, scioglie-

fisicamente, sei tu che tieni fermo te stesso con un sorriso felice sul viso assente. Se batti le mani abbastanza forte – così, un bel “ciaff!” da bambino – magari il rumore ti sveglia. Quello, o qualche cosa di simile: non una rivelazione o un’idea (che altro avresti bisogno di sapere?) ma semplicemente uno svegliarti. Un momento simbolico, basterà questo.

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tevi!”. “Disordini fomentati da agitatori socialisti…”. “Gli storici interessi dell’Italia nel Mediterraneo…”. “Ohhh….”. “E dai tanto poi ci sposiamo…”. “Tienila su! Tieni su quella bandiera!”. “Com’è verde l’erba”. “Me la consegni!”. “No, è nostro diritto!”. Buio. Colori dietro le palpebre. Corpi in terra. Tempo che passa. Treni, trincee, rumori. Tempo che passa ancora. Tempo…

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Bene, nell’Ottocento – per amore o per forza – ci si organizzava. Lo sciopero. Il sindacato. Il partito. I discorsi insieme. La rivoluzione. Non si può fare più? Chiedilo alla Tunisia. E’ solo che è una cosa diversa, un’altra cosa. Non c’è più zar nel Palazzo, è nello specchio. E’ in quel mondo fasullo in cui ti fanno vivere fra tv e droga. Non usano più baionette ma favole, non sono più forti di te

Lo sciopero generale, contro la mafia e Marchionne. Il nostro “partito”, che è la Fiom e Libera e tutto ciò che vive intorno ad essi. Il nostro governo, i nomi dei nostri ministri e presidenti – gente come Pertini o Caselli, non gente elucubrata nei palazzi -, la nostra unità nazionale che è quella di Parri e De Gasperi, del comandante Longo e del Cln. La nostra rivoluzione, coi lavoratori e le donne in prima fila (disarmati e tranquilli, perché è una rivoluzione e non un gioco) e le file dei carabinieri che si aprono lentamente per lasciarli passare. Con una fucilazione di pernacchie, una grande e liberatoria sghignazzata collettiva. Coi vecchi che si guardano allo specchio, le puttane che arrossiscono, i procacciatori e i magnaccia che corrono a nascondersi per un sentimento mai percepito. Non è possibile, dici? Chiedilo ad Ahmed, a Ridah, ai nostri concittadini tunisini. O anche a me se ti va, a me che ho visto quei venti mesi del Sessantotto. Ci uccisero con Piazza Fontana, quella volta. Ma forse quest’altra volta non ci riusciranno (ora, fra le altre cose, c’è Obama). Riccardo Orioles www.ucuntu.org www.gliitaliani.it

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Poteri

L'isola di Mario Ciancio L'uomo più potente della Sicilia non è un politico. E nemmeno... È l’uomo più potente della Sicilia, più di Cuffaro o Lombardo, più di Pippo Baudo, di cui è stato testimone di nozze. Basti pensare che fino al 2001 occupava la poltrona di presidente della Fieg, la Federazione degli editori italiani. Poi su quella poltrona si accomodò Luca Cordero di Montezemolo e lui non batté ciglio, si alzò e se ne tornò a Catania dove dal primo piano del suo quotidiano - dove da tanti anni ricopre la doppia carica di padrone e direttore - continua a mantenere i contatti con l’establishment nazionale. Non tanto per il gusto di comandare, quanto soprattutto di “fottere”, che nell’accezione catanese vuol dire farsi gli affari propri. Un verbo che nella città più mercantile del Meridione si attribuisce comunemente agli “sperti”, ai furbi. E lui, Mario Ciancio Sanfilippo, settant’anni, editore de La Sicilia - unico quotidiano del capoluogo etneo -, “sperto” lo è veramente: un padrone che non fa mai pesare la sua superiorità, al punto che all’interno del giornale lo chiamano affettuosamente lo “zio Mario”. Cordiale, discreto, una passione quasi morbosa per l’antiquariato, non rilascia interviste, non firma mai un editoriale. Ma in compenso regna. Condiziona sindaci, consiglieri comunali e provinciali, deputati, presidenti di enti pubblici. I quali per ottenere un briciolo di visibilità devono andare da lui, pagandolo profumatamente non solo sotto forma di intere pagine di pubblicità, ma di delibere, di appalti, di varianti, di acquisti, di commesse. I politici sgraditi vengono semplicemente ignorati. Un esempio per tutti, Claudio Fava, da oltre un ventennio suo massimo oppositore, che alle elezioni europee qualche anno fa risultò il primo degli eletti nell’isola. I siciliani seppero la notizia dai giornali nazionali. Si dice che Ciancio riesca a controllare perfino le agenzie di distribuzione dei giornali: quelle rare volte che in città nasce un nuovo quotidiano - che regolarmente muore nello spazio di un mattino - gli edicolanti, invece di esporlo, lo tengono sotto il bancone. Tanto per non tradire lo “zio Mario”.

L’editore della Sicilia possiede anche smisurati ettari di terreni, alberghi, una casa editrice che pubblica costosissimi volumi regolarmente acquistati dagli enti pubblici, e ovviamente tutte le emittenti televisive locali che trasmettono nell’isola. Qualche anno fa, assieme a Cesare Romiti, ha messo le mani pure su Mtv. Da poco tempo è vicepresidente dell’Ansa, la terza agenzia d’informazione del mondo. Un potere che crea potere, che a sua volta consente di fare affari. L’ultimo, in ordine di tempo, la trasformazione di un terreno agricolo di 240mila metri quadrati - di cui Ciancio risulta proprietario - in area commerciale. Tutto questo grazie alla variante votata dalla maggioranza di centrodestra presente in Consiglio comunale, che su quei terreni ha deciso di far costruire uno dei centri commerciali più grandi d’Italia, il cui progetto è stato presentato da una società di cui l’ex presidente della Fieg fa parte. Ma queste sono quisquilie, direbbe Totò. Quel che bisogna chiedersi è come mai il proprietario di un quotidiano di provincia sia riuscito a diventare il punto di convergenza dei grandi editori nazionali, diventando addirittura il loro presidente. Sulla potenza di Mario Ciancio circolano varie leggende metropolitane, mai verificate, non ultima la sua presunta appartenenza alla massoneria, su cui non ci sono prove. La verità è che il potere lui se l’è guadagnato giorno per giorno, lavorando anche di notte per far crescere il suo impero editoriale. Attraverso una precisa strategia: stare sempre dalla parte dei potenti, sia di destra che di sinistra, “narcotizzare” la città attraverso dosi massicce di cronache addomesticate, spargere veleni contro qualcuno inviso al sistema. Come è accaduto nei confronti di Giuseppe Fava, direttore della rivista I Siciliani, ucciso dalla mafia nel 1984, unico a raccontare i perversi legami fra le organizzazioni criminali, la P2 e i quattro Cavalieri del lavoro (Rendo, Graci, Finocchiaro e Costanzo), quando ancora il giornale di Ciancio negava perfino l’esistenza di Cosa

nostra a Catania. All’epoca Ciancio non era l’uomo potente di oggi. Coltivava i suoi interessi ma divideva il potere con i quattro Cavalieri, che avevano appalti in tutto il mondo. Aveva già acquistato quote del Giornale di Sicilia di Palermo, della Gazzetta del Sud di Messina, e del quotidiano pugliese La Gazzetta del Mezzogiorno, nonché alcune azioni di Repubblica e dell’Espresso. Quando il giornale di Eugenio Scalfari decise di aprire una redazione a Catania, lui riuscì a bloccare il progetto proponendo di stampare nel suo stabilimento. A prezzi stracciati. La redazione di Repubblica si fece, ma a Palermo. Ogni giorno nell’inserto siciliano si possono leggere le notizie di tutta la Sicilia, tranne quelle delle province di Catania, Siracusa e Ragusa dove, guarda caso, l’editore della Sicilia ha il monopolio assoluto dell’informazione e dove riesce a rastrellare il massimo della pubblicità. Mario Ciancio si sdebitò qualche anno dopo, allorquando scoppiò la guerra tra Berlusconi e De Benedetti per l’acquisizione del Gruppo L’Espresso. Fu proprio lui a non vendere la sua quota a Sua Emittenza decisiva ai fini del controllo editoriale schierandosi dalla parte del patron dell’Olivetti. Quando, alla fine degli anni Ottanta, pensò di rilanciare il giornale, decise di cedere la carica di direttore al catanese Nino Milazzo, all’epoca vicedirettore del Corriere della Sera, ma giornalisticamente nato nella redazione della Sicilia. Sotto la guida Milazzo - che aveva lasciato via Solferino “per un atto d’amore” verso la sua città - La Sicilia migliorò notevolmente. Ma il matrimonio durò poco: diversi mesi dopo, l’ex vice di Piero Ostellino venne licenziato. Alcuni dicono per screzi avvenuti con un giornalista, altri per le censure che Milazzo non avrebbe accettato su certi scandali che riguardavano i Cavalieri del lavoro. In poco tempo, Nino Milazzo si ritrovò dalle stelle alle stalle, dal Corriere della Sera a disoccupato di lusso. Ciancio capì la lezione e da quel momento blindò la poltrona di direttore. Quando i

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Poteri

Cavalieri del lavoro caddero in disgrazia per via di Mani pulite, lui diventò il padrone assoluto di Catania. Non c’è carica istituzionale - presidenti della Repubblica, presidenti del Consiglio, ministri, sottosegretari - che, sbarcata nel capoluogo etneo, non vada a fargli visita. Certo, non solo loro. Qualche volta può capitare che in redazione si rechi qualche pezzo da novanta del crimine organizzato. Per esempio il padre di Aldo Ercolano (il killer di Giuseppe Fava), cognato del capomafia Nitto Santapaola. Poi un giorno a Catania scoppiò il caso dell’appalto dell’ospedale Garibaldi, una storia di tangenti in cui erano implicati parlamentari, mafiosi, faccendieri, e anche il braccio destro di Ciancio. Lui, lo “zio Mario”, conservò una calma olimpica facendo intendere di avere fiducia nella giustizia. Il processo è in atto. Laddove, invece, la giustizia si è dimostrata assolutamente impotente è stato anni fa a Taormina, quando Ciancio costruì l’hotel Villa San Pietro, un albergo di dieci piani in una zona dove la Regione, la Sovrintendenza ai beni culturali e il Consiglio comunale avevano apposto un vincolo di totale inedificabilità. Un divieto che valeva per tutti, ma non per l’ex presidente della Fieg, che grazie alla provvidenziale rimozione del vincolo da parte degli stessi organi che lo avevano imposto, ha potuto realizzare l’hotel, malgrado i ricorsi, le proteste e le denunce di chi - albergatori compresi - si erano ritenuti danneggiati dalla struttura. Malgrado un’ordinanza del della giustizia amministrativa che aveva sospeso i lavori. Lui dice che l’albergo lo ha realizzato per dare lavoro. Più o meno lo stesso ritornello che viene ripetuto negli editoriali riguardanti il Ponte sullo Stretto. Che Ciancio affida spesso alla penna del giornalista di punta della Sicilia, Tony Zermo, il quale non perde occasione per decantare «le magnifiche sorti progressive» che un’opera del genere porterebbe all’economia della regione. Ovviamente, senza ospitare un articolo che spieghi le tesi opposte. Luciano Mirone

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Eserciti

L'enorme pericolo di volare a Sigonella Una serie di drammatici incidenti nella base Rompere il muro di silenzio imposto dalle autorità militari statunitensi è impossibile, ma è probabilissimo che mercoledì 27 aprile nella base militare di Sigonella si sia sfiorata, ancora una volta, la tragedia. Alle ore 11,35 circa, durante la fase di atterraggio, un cacciabombardiere F-16 è uscito di pista e il pilota si è salvato lanciandosi con un paracadute un attimo prima dell’impatto del velivolo con il terreno. A seguito dell’incidente è stata ordinata la chiusura dello scalo e i velivoli impegnati nelle operazioni di guerra alla Libia sono stati dirottati sull’aeroporto di Trapani-Birgi. Il comando NATO si è rifiutato di divulgare la nazionalità del caccia, anche se ha riconosciuto trattarsi di un mezzo “di un paese non aderente all’Alleanza atlantica che tuttavia sta supportando la missione Unified Protector”. Il mistero è stato rivelato dall’agenzia France-Press: l’F-16 appartiene all’Al-Imarat al-‘Arabiyya al-Muttahida, l’aeronautica militare degli Emirati Arabi Uniti ed era decollato qualche ora prima da un aeroporto greco. L’aereo è uno dei dodici cacciabombardieri (sei F-16 e sei “Mirage”) che gli Emirati hanno trasferito il 27 marzo nell’aeroporto sardo di Decimomannu per partecipare con la “coalizione dei volenterosi” a guida NATO ai bombardamenti contro le forze armate filo-Gheddafi. In forza allo Stormo caccia della base aerea di Al Dhafra, l’F-16 “Desert Falcon” è configurato nella versione monoposto “E”, prodotta in esclusiva per gli Emirati Arabi: con un radar AN/APG-80 che fornisce la capacità di tracciare e distruggere simultaneamente bersagli aerei, il velivolo è armato di missili AIM-132 ASRAAM ed AGM84E SLAM. Per lo sviluppo di questi sofisticatissimi strumenti di morte, gli emiri hanno sborsato più di 3 miliardi di dollari. Il loro battesimo di fuoco risale all’agosto 2009: insieme ai bombardieri strategici dell’US Air Force e ai caccia AMX del 51° Stormo di Istrana e dal 32° Stormo di Amendola dell’AMI, furono eseguiti

combattimenti aerei e veri e propri bombardamenti nei vasti poligoni desertici prossimi alla base Usa di Nellis, Las Vegas. Quello del 27 aprile è solo l’ultimo di una lunga lista d’incidenti che hanno interessato i velivoli militari schierati sullo salo siciliano di Sigonella. Il 17 febbraio 2005, un elicottero da trasporto MH-53 “Sea Dragon” assegnato all’Helicopter Support Squadron 4 della US Navy, si schiantò su una delle piste durante un addestramento all’interno della base. I quattro membri dell’equipaggio riportarono gravi ferite e furono ricoverati d’urgenza in ospedale. Meno di un anno prima, il 27 agosto 2004, all’interno di un altro elicottero MH-53E si sviluppò un incendio mentre era parcheggiato nella stazione di rifornimento idrico di Sigonella. Il velivolo era rientrato da una missione di volo; gli uomini dell’equipaggio fuggirono miracolosamente dalle fiamme riportando però gravi ustioni e furono costretti al ricovero in rianimazione all’ospedale Garibaldi di Catania. Si era concluso tragicamente invece l’incidente capitato il 16 luglio 2003 ad un terzo elicottero da trasporto dello Squadrone HC-4: nell’impatto del velivolo con un terreno nei pressi di un distributore di benzina fuori il centro abitato di Ramacca (Catania), persero la vita quattro marines USA. Secondo un testimone oculare, prima di precipitare al suolo il mezzo militare avrebbe tentato senza successo di atterrare presso un invaso per irrigazione. Attorno ai resti del velivolo fu creato un vero e proprio cordone sanitario: le autorità statunitensi vietarono ai Vigili del fuoco e ai Carabinieri di avvicinarsi alla zona d’impatto e a domare le fiamme e transennare l’area intervenne solo una squadra specializzata della US Navy. Alcuni testimoni oculari denunciarono la presenza tra i soccorritori di una unità di controllo per l’inquinamento chimico e batteriologico. Il rapporto ufficiale della marina militare statunitense affermò che a causare l’incidente era stato un incendio

scoppiato nel vano motore n. 2 dell’elicottero “a causa del danneggiamento di un bullone An3”. “Altri fattori che potrebbero aver causato lo schianto – si legge ancora nel report – i forti venti e il mancato coordinamento tra la cabina di pilotaggio e il resto dell’equipaggio. Il pilota non riuscì inoltre ad accrescere la potenza per arrestare la discesa dell’elicottero prima dell’impatto”. L’inchiesta accertò però che gli incendi ai motori dell’MH-53 erano tutt’altro che un evento raro. Il 27 giugno 2002, durante un atterraggio a Sigonella, forse proprio per le fiamme sviluppatesi accidentalmente a bordo, un quarto MH53E dell’Helicopter Support Squadron 4 si era schiantato sulla pista: l’elicottero andò interamente distrutto ma l’equipaggio se la cavò con qualche lieve ferita. Il 5 luglio 1990 fu la volta di un cacciaintercettore F-104 del 4° Stormo dell’Aeronautica militare italiana a precipitare nelle vicinanze della città di Caltagirone (Catania), subito dopo il decollo dalla base di Sigonella. Il pilota, Sergio Scalmana di 30 anni, morì sul colpo. Il caccia si era levato in volo insieme ad un altro F-104 per un’esercitazione sul Canale di Sicilia, quando improvvisamente il capitano Scalmana comunicò alla torre di controllo di avere noie al motore e di essere in procinto di tentare un atterraggio di emergenza sulla Statale 417 Catania-Gela. Il pilota perdeva però il controllo del mezzo che si schiantava in aperta campagna, prendendo fuoco. Ancora più dietro negli anni, tra gli incidenti ai velivoli della stazione aeronavale siciliana, si ricorda quello avvenuto il 19 novembre 1998 ad un elicottero CH-46 “Sea Knight”, precipitato per cause ignote al largo di Riposto, cittadina ad una trentina di chilometri a nord di Catania. Quattro le vittime. Anche stavolta i militari USA invitarono con un messaggio scritto Carabinieri, Marina militare e Guardia costiera italiana “a non prestare assistenza” al velivolo scomparso in mare, “perché autonomi”.

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Eserciti

Gravissimi i rischi di dispersione nell’ambiente di radioattività ed altri agenti inquinanti in occasione di due incidenti verificatisi nella seconda metà degli anni ottanta nella baia di Augusta (Siracusa), utilizzata per gli scali delle unità navali e dei sottomarini a propulsione nucleare USA e NATO. Il primo avvenne l’1 aprile 1986, quando a bordo della portaerei “USS America”, ormeggiata in rada, un caccia si scontrò con un elicottero presumibilmente del tipo SH-3H “Sea King”. Le autorità si rifiutarono di fornire le dinamiche dell’incidente ma ammisero che per i danni subiti l’elicottero fu trasportato alla base di Sigonella per essere sottoposto a complesse riparazioni. Il “Sea King”, utilizzato dalla US Navy per la guerra sottomarina, al tempo era adibito al trasporto di testate nucleari di profondità del tipo B57, con una potenza distruttiva variabile dal mezzo kiloton ai 20 kiloton. Il 22 aprile 1988 un altro elicottero CH46 si schiantò sul ponte di volo della nave munizioni “USS Mount Baker” durante le operazioni di rifornimento presso il pontile NATO di Augusta. Restò ferito un operaio italiano che stava effettuando sull’unità statunitense dei lavori di manutenzione. La “Mount Baker”, utilizzata al trasporto di carburante e altri materiali infiammabili, era pure adibita allo stoccaggio di testate (convenzionali e nucleari) destinate alle imbarcazioni e ai velivoli d’attacco della marina militare USA. Anche in questo caso le indagini furono precluse all’autorità giudiziaria italiana. Ventisei anni fa, il 12 luglio 1984, un’identica impenetrabile cortina fu innalzata attorno ai resti del quadrigetto C141B “Starlifter” dell’US Air Force precipitato in contrada Biviere, nel comune di Lentini, Siracusa (nell’incidente morirono i nove militari a bordo). Ancora una volta i militari statunitensi di Sigonella vietarono il soccorso ai mezzi locali e impedirono con la forza che giornalisti e fotoreporter si avvi-

cinassero all’area. “Sentii improvvisamente il rumore di un aereo che volava a bassa quota”, ha raccontato un residente di contrada Biviere. “Presi la macchina fotografica e riuscii a scattare qualche fotogramma appena qualche secondo dopo l’assordante boato. Nel breve volgere di alcuni minuti giunsero i mezzi di soccorso americani. Ricordo che da un automezzo dei pompieri, forse per il forte calore che emanavano i resti del velivolo, esplose un serbatoio contenente una sostanza schiumosa investendo un po’ tutti quelli che erano accorsi. Un militare americano, armato di un grosso fucile a pompa, accortosi che io stavo scattando delle foto, si avventò verso di me tentando di strapparmi dalle mani la macchina fotografica. Non vi riuscì perché ebbi il tempo di scappare”. Massimo fu il riserbo sul carico trasportato dal velivolo e il segreto militare fu esteso pure alle cause di incidente. Per una quarantina di giorni, la strada statale 194 che collega Catania a Ragusa fu interdetta al traffico veicolare. Solo a seguito di uno studio del colonnello dell’US Air Force Paul M. Hansen sugli incidenti con oggetto i C141B (ottobre 2004), la Flight Safety Foundation di Washington ha pubblicato sul proprio data base una scheda descrittiva di quanto accaduto a Lentini. La fondazione segnala che la destinazione del volo era la base aeronavale di Diego Garcia, Oceano indiano. “Immediatamente dopo il decollo da Sigonella – si legge nella scheda della Flight Safety Foundation – il motore n. 3 del velivolo accusava una grave avaria. Il motore iniziava ad emettere dei rottami che causavano il danneggiamento del motore n. 4. I rottami entravano pure all’interno del compartimento di cargo, incendiando un pallet contenente vernici. L’incendio alle merci trasportate produceva uno spesso fumo velenoso che rendeva il controllo visivo dell’aereo estremamente difficoltoso.

L’aereo finiva su un ripido terrapieno ed esplodeva ad appena 198 secondi dal decollo. Gli esami tossicologici effettuati dopo l’incidente indicavano che i membri dell’equipaggio avevano ricevuto potenzialmente livelli fatali di cianuro dal fumo assorbito prima dell’impatto”. Sono dovuti trascorre più di vent’anni perché sull’incidente aereo di Lentini venisse aperta un’inchiesta da parte della Procura delal Repubblica di Siracusa. L’avvocato Santi Terranova, legale dell’Associazione per bambini leucemici “Manuela e Michele”, ha chiesto di accertare le cause dell’altissimo tasso di malformazioni congenite e dell’anomalo aumento di patologie leucemiche, tumori al cervello e alla tiroide, registrati tra il 1992 e il 1995 nel comprensorio dei comuni di Lentini, Carlentini e Francofonte. Secondo il Registro Tumori della Usl di Siracusa, infatti, il tasso di mortalità in quest’area è tre volte maggiore che nel resto d'Italia. A legare la vicenda del C-141B e lo sviluppo delle patologie oncologiche, l’ipotesi che a bordo del velivolo USA ci fosse un carico di centinaia di chili di uranio impoverito, utilizzato come contrappeso. Secondo il professore Elio Insirello, biologo dell’Istituto di Ricerca Medica e Ambientale di Acireale (Catania) e docente di genetica molecolare all’Università di Messina, esisterebbero “chiare correlazioni tra la presenza di uranio impoverito nell’aereo, il tempo trascorso tra l’incidente e l’entità delle patologie tumorali” riscontrate a Lentini. “Alcuni testimoni oculari affermano inoltre che subito dopo l’impatto fu prelevato uno strato di terreno nell’area interessata, procedura utilizzata per la decontaminazione delle zone colpite da radioattività”, aggiunge Insirello. Gli scuri contorni della vicenda sono oggetto dello straordinario film-documentario Morire a Lentini, recentemente prodotto dai giornalisti Giacomo Grasso e Natya Migliori della “Gemini Movie” di Catania. Antonio Mazzeo

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Caso Catania Le associazioni sottoscritte,

nel momento in cui vengono da più parti riportati episodi sconcertanti che coinvolgono fra l'altro aspiranti al posto di procuratore capo al Tribunale di Catania, manifestano la propria preoccupazione per la nomina prevista in conseguenza del pensionamento del Dott. Vincenzo D’Agata e sottolineano la necessità che chi assumerà l’incarico riesca finalmente a disvelare e a rendere pubblico l’intreccio fra poteri economici, politici e mafiosi che, anche in campo nazionale, ormai è noto come il “ Caso Catania”. Come cittadini abbiamo il diritto di sperare in un futuro di legalità e giustizia per la nostra città. A questo scopo le Associazioni firmatarie del presente appello, così come già richiesto, auspicano che la nomina a procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Catania ricada su una personalità di alto spessore che eserciti l'autonomia della magistratura rispetto al potere politico, che sia capace di operare al di fuori delle logiche proprie del sistema politico-affaristico della città, che possibilmente sia del tutto estranea all'ambiente cittadino, che provenga cioè da realtà lontane dall’humus siciliano e catanese in particolare, una personalità che favorisca il riscatto civile della nostra città e che contribuisca a restituirle orgoglio e dignità. Associazione Centro Astalli, AS.A.A.E., Assoc.CittàInsieme”, Assoc. Domenicani Giustizia e Pace, Laboratorio della Politica Onlus, La Città Felice, Assoc. Studentesca e Culturale "Nike", Comitato NO-TRIV, Assoc. Oltre la Periferica, Librino, Punto Pace Pax Christi Catania, Sicilia e Futuro, Associazione Talità Kum

*** La Sicilia è la regione dove si trova la maggior economia sommersa del paese, come recenti e qualificati studi hanno evidenziato, e gran parte dell’imprenditoria cheopera nell’isola usufruisce di complicità o alleanze con le organizzazioni criminali. La mafia ha esteso da tempo i suoi interessi nell'economia “legale”, dove l'accumulazione della ricchezza avviene attraverso relazioni e attività costruite sulla base del coinvolgimento diretto e dei favori scambiati con potentati economici, politici, professionali. Si è creato così uno spazio dove lecito e illecito finiscono per entrare in commistione. L'epicentro di questa "area grigia", dove si intrecciano gli interessi di mafia ed economia, è oggi Catania, come ribadito anche dal Presidente di Confindustria Sicilia.

APPELLI PER LA GIUSTIZIA A CATANIA Al Vicepresidente del CSM Alla Commissione Uffici Direttivi e p.c. Presidente Repubblica che UnaAlcittà dove, da della anni, diversamente a Palermo o Caltanissetta, l'azione di contrasto della Procura è stata assolutamente inefficace. Emblematica, da questo punto di vista, è apparsa la gestione dell’inchiesta che ha coinvolto il governatore Lombardo e il fratello Angelo. Gli inquirenti si sono divisi sui provvedimenti da assumere in merito all'esito delle indagini sul Presidente della Regione. Il Procuratore D'Agata, nelle prese di posizione pubbliche, ha dato l’impressione di un evidente imbarazzo e fastidio nei confronti dell’inchiesta; in un'intervista rilasciata a Zermo, sul quotidiano di Ciancio (a sua volta indagato in altro procedimento), sembra esprimere contrarietà per le considerazioni espresse da Ivan Lo Bello sul peso dell'imprenditoria mafiosa a Catania. Infine, una fotografia pubblicata in questi giorni ha riacceso i riflettori sul “caso Catania”, una vicenda giudiziaria nata dalla denunzia di Giambattista Scidà che lanciò l’allarme di contiguità tra criminalità mafiosa e frange della magistratura etnea. Alla luce di tutti questi fatti e alla vigilia della nomina del nuovo Procuratore della Repubblica, facciamo appello al Csm affinché la Procura di Catania abbia finalmente un Procuratore capo assolutamente estraneo ai giochi di Palazzo e all’intreccio delle poco chiare vicende catanesi. Un magistrato che non subisca le forti interferenze esterne che hanno condizionato da decenni la direzione della Procura catanese. Giolì Vindigni, Gabriele Centineo, Mimmo Cosentino, Angela Faro, Santa Giunta, Vincenza Venezia, Salvatore Cuccia, Luciano Carini, Giuseppe Di Filippo, Enrico Giuffrida, Lillo Venezia, Claudio Novembre, Massimo Blandini, Marzia Gelardi, Maria Concetta Siracusano, Francesco Duro, Margherita Ragusa, Antonella Inserra, Mario Pugliese, Giovanni Caruso, Elena Maiorana, Tuccio Giuffrè, Rosa Spataro, Paolo Parisi, Marcella Giammusso, Giuseppe Pappalardo, Raffaella Montalto, Giovanni Grasso, Federico Di Fazio, Claudio Gibilisco, Riccardo Orioles, Elio Impellizzeri, Ignazio Grima, Angelo Morales, Pippo Lamartina, Andrea Alba, Matteo Iannitti, Valerio Marletta,

Marcello Failla, Alberto Rotondo, Riccardo Gentile, Barbara Crivelli,Massimo Malerba, Enrico Mirabella, Maria Lucia Battiato, Mauro Viscuso, Sebastiano Gulisano, Aldo Toscano, Anna Bonforte, Grazia Loria, Pierpaolo Montalto, Toti Domina, Fabio Gaudioso, Giovanni Puglisi, Titta Prato, Maria Rosaria Boscotrecase, Lucia Aliffi, Fausta La Monica, Salvatore Pelligra, Anna Interdonato, Lucia Sardella, Federica Ragusa, Alfio Ferrara, Federico Urso, Paolo Castorina, Giusi Viglianisi, Laura Parisi, Gaetano Pace, Luigi Izzo, Alberta Dionisi, Carmelo Urzì, Pina De Gaetani, Giusi Mascali, Marcello Tringali, Daniela Carcò, Giulia D’Angelo, Alessandro Veroux, Ionella Paterniti, Francesco Schillirò, Francesco Fazio, Tony Fede, Antonio Presti, Luigi Savoca, Salvatore D’Antoni, Alessandro Barbera, Vito Fichera, Stefano Veneziano, Pinelda Garozzo, Francesca Scardino, Irina Cassaro, Carmelo Russo, Franco Barbuto, Maria Luisa Barcellona, Nicola Musumarra, Angela Maria Inferrera, Michele Spataro, Giuseppe Foti Rossitto, Irene Cummaudo, Carla Maria Puglisi, Milena Pizzo, Ada Mollica, Maria Ficara, Rosanna Aiello, Rosamaria Costanzo, Mario Iraci, Giuseppe Strazzulla, M. C. Pagana, Vincenzo Tedeschi, Nunzio Cinquemani, Francesco Giuffrida, Maria Concetta Tringali, Maria Laura Sultana, Giovanni Repetto, Giusi Santonocito, Marco Sciuto, Tiziana Cosentino, Emma Baeri, Renato Scifo, Luca Cangemi, Elisa Russo, Angela Ciccia, Alfio Fichera, Giampiero Gobbi, Domenico Stimolo, Piero Cannistraci, Roberto Visalli, Mario Bonica, Claudio Fava, Giancarlo Consoli, Maria Giovanna Italia, Riccardo Occhipinti, Giuseppe Gambera, Orazio Aloisi, Antonio Napoli, Giovanni Maria Consoli, Elsa Monteleone, Francesco Minnella, Antonia Cosentino, Sigismonda Bertini, Giusi D’Angelo, Lucia Coco, Fabrizio Frixa, Santina Sconza, Felice Rappazzo, Concetto De Luca, Maria Luisa Nocerino, Alessio Leonardi, Renato Camarda, Angelo Borzì, Chiara Arena, Alberto Frosina, Gianfranco Faillaci, Daniela Scalia, Lucia Lorella Lombardo, Pippo Impellizzeri, Giuseppe Malaponte, Antonio Mazzeo, Marco Luppi, Ezio Tancini, Aldo Cirmi, Luca Lecardane, Rocco Ministeri, Gabriele Savoca, Fulvia Privitera, Daniela Trombetta, Vanessa Marchese, Edoardo Boi, Stefano Leonardi, Ivano Luca, Maria Crivelli, Guglielmo Rappoccio, Grazia Rannisi, Elio Camilleri, Rosanna Fiume, Alfio Furnari, Claudia Urzi, Luigi Zaccaro, Daniela Di Dio, Gigi Cascone, Ettore Palazzolo, Nunzio Cosentino, Matilde Mangano, Andrea D'Urso, Daniela Pagana, Stefania Zingale, Concetta Calcerano, Luana Vita, Maria Scaccianoce, Costantino Laureanti, Pierangelo Spadaro, Paola Sardella, Luisa Gentile, Antonio Salemi, Antonino Sgroi...

|| 1 maggio 2011 || pagina 08 || www.ucuntu.org ||


Antimafia

Caselli, Ingroia e i ragazzi di Libera. Una continuità Neanche l’ultima pioggia invernale riesce a fermare i giovani di Libera. In 60 mila da tutta Italia giorno 19 Marzo, lì a Potenza dove per molti è scontato che “qui, come altrove, la mafia non esiste”. Quindi, che senso ha radunare gli antimafiosi che da tutta Italia non perdono questa occasione per marciare insieme ai 500 familiari delle vittime innocenti di mafia, chiamandole una ad una per nome in occasione della XVI Giornata della Memoria e dell’Impegno? Se lo chiedono in tanti ma in migliaia, accorsi da Aosta a Ragusa in quell’avamposto di terra lucana, sanno che un nome, invece, la mafia tradizionale ce l’ha: “i Basilischi”, nati a metà degli anni novanta sul modello delle ‘ndrine calabresi. Una mafia che possiede anche un “contesto”, come testimonia l’impegno di don Marcello Cozzi, referente regionale di Libera, nelle sue denunce di come gli intrecci con massoneria deviata e politica trovino nella Corruzione uno snodo fondamentale per praticare quello “spirito d’impunità” alla base di ogni infiltrazione criminale anche nei territori dove la mafia, come in Basilicata, non spara. Sarà per questo che nel pomeriggio, dopo l’estenuante marcia in salita per le strade di Potenza durata più di un’ora e mezza e la manifestazione conclusasi con il solito incontenibile Luigi Ciotti, nonostante il maltempo ti ritrovi l’auditorium del seminario tematico “Mafie e Corruzione” assediato da chi vuole entrare e partecipare a ogni costo. Ospiti di eccellenza proprio due magistrati, tanto invisi al Potere perché hanno osato sfidarlo a viso aperto: Giancarlo Caselli, il procuratore capo di Torino, che nel Gennaio ’93 è l’unico giudice a dare disponibilità volontaria per guidare la procura di Palermo che fu di Falcone e Borsellino, allora fresca di magistrati e poliziotti saltati

per aria. L’altro ospite d’onore, Antonio Ingroia, che di Borsellino era l’allievo più promettente e fidato. A stento, tra qualche spintone e molti dubbi , la sicurezza fa entrare chi è venuto per ascoltare i due magistrati “antropologicamente diversi”. Diversi per fortuna e grazie-a-dio, secondo il popolo di Libera, che in Caselli e Ingroia ha due punti di riferimento indiscutibili, non a caso in mattinata entrambi accanto a Ciotti tra i lettori dei 900 nomi delle vittime innocenti, insieme a Pino Maniaci, Nando Dalla Chiesa, Elena Fava e tanti altri giornalisti e familiari di chi ha dato la vita per la Giustizia. “Aggressione alla Magistratura e inascoltato appello a una legislazione anticorruzione degna di questo nome”, di mattina ha graffiato con tono profetico don Ciotti davanti alla folla, fiera e determinata anche sotto la pioggia. E proprio di questo si parla nel piccolo auditorium gremito da centinaia di studenti, insegnanti, scouts, preti, associazioni, talmente straripante di gente che non ti senti neanche al sicuro. Per ognuno dei dieci e più applausi che interrompono i due magistrati senti infatti tremare letteralmente il pavimento. Applausi che suonano di fiducia sincera per l’anziano giudice Caselli che in passato ha già vinto il terrorismo insieme al grande generale dalla Chiesa e ha processato financo l’intoccabile Andreotti. Applausi di fiducia e incoraggiamento per il più giovane Ingroia che ha osato processare e far condannare – in primo, con conferma in secondo grado – uomini come Dell’Utri. Incoraggiamento ad andare avanti e non fermarsi nonostante gli attacchi di un’informazione compiacente ai potenti, come dimostra la moderazione dell’incontro affidata per scelta a uno dei coordinatori di Libe-

rainformazione, Lorenzo Frigerio. “Almeno in una cosa con il ministro dell’Interno Maroni siamo d’accordo”, dice Ingroia: “oggi la repressione all’ala militare delle mafie è più incisiva che nel passato. Ma non di certo per meriti di chi governa quanto di quei magistrati e forze dell’ordine che ogni giorno rischiano la vita per assicurare alla giustizia i latitanti più pericolosi”! Secondo il magistrato, tuttavia, gli strumenti messi a disposizione dalla politica per vincere sulla mafia finanziaria, su colletti bianchi e corrotti, vera forza del protrarsi del fenomeno criminale, sono del tutto insufficienti. “E’ tragico che dopo 150 anni di mafia, siamo ancora alla domanda “cos’è la mafia”: se essa è solo coppole storte e lupare oppure se la corruzione altro non è che l’altra faccia delle mafie sempre meno estranee ai poteri legali, con le intercettazioni quindi strumento d’indagine essenziale per disvelarne i legami. Caselli insiste sul costo della Corruzione: 60 miliardi l’anno accertati dal Ministero della Funzione Pubblica, che se recuperati significherebbero il funzionamento di servizi, scuole e ospedali, una vita migliore per ognuno di noi insomma. Non può mancare il riferimento alla tentata controriforma della Giustizia che parte male in questo clima da guerra civile. “L’autonomia della magistratura prevista dalla Costituzione continua Caselli - non può essere infatti modificata con legge ordinaria ma solo con larghe intese, come successe per la redazione della nostra Carta fondamentale che rappresenta il più alto e avanzato compromesso tra culture – liberale, cattolica, di sinistra – completamente diverse fra loro”. Volano due ore di dibattito, Ingroia si scusa per dover abbandonare il seminario ancora in corso: tutti in piedi nell’abbraccio collettivo dell’ultimo e lungo applauso per ricordargli, a lui come a Caselli “da che parte sta” il popolo di Libera, non ancora stanco di essere per questo apostrofato come il partito, formalmente mai esistito, dei “ragazzini” di Falcone. Gianluca Floridia

|| 1 maggio 2011 || pagina 09 || www.ucuntu.org ||


Modica

Incendiati più di cento cassonetti. Un avvertimento? Continuano le indagini sulla serdi atti incendiari ai danni dei cassonetti per la raccolta dei rifiuti solidi urbani della Ditta Puccia, impresa che opera nel territorio di Modica. Ad occuparsi del caso sono gli uomini del commissariato di Modica, in collaborazione con le fiamme gialle. È passato più di un anno dal primo incendio e adesso la conta dei cassonetti bruciati supera quota 100. Le fiamme continuano a divampare e le ipotesi sulla matrice dei roghi sono tante. La Ditta Puccia ha cominciato il servizio di nettezza urbana, tramite un affidamento temporaneo firmato dal sindaco di Modica Antonello Buscema, nell’ottobre 2009. L’impresa modicana comincia a lavorare in città dopo il nefasto periodo in cui a gestire il servizio raccolta rifiuti era la ditta Busso. Proprio questa impresa fu travolta dagli arresti del luglio 2008. Nell’estate di due anni fa, a pochi giorni dall’insediamento del sindaco Buscema, sentirono il tintinnio delle manette il titolare dell’azienda, l’imprenditore di Giarratana, Giuseppe Busso, e l’ex dirigente del settore ecologia del comune di Modica, Anita Portelli. L’arresto avvenne per l’accusa di peculato, frode nelle pubbliche forniture ed abuso d’ufficio. I problemi per Giuseppe Busso proseguono nel settembre del 2009, quando il Tribunale di Caltagirone emette un ordine di custodia cautelare nei suoi

confronti, a seguito dell’operazione “Full trash”. L’indagine, ancora una volta, riguarda l’affidamento e l’esecuzione del servizio di smaltimento dei rifiuti solidi urbani del Comune di Palagonia, nel periodo 2004-2008. Assieme a lui finì in cella il suo collaboratore Riccardo Squadrito. Dopo il caos rifiuti con Busso la situazione pare sia migliorata in città. Non ci sono cumuli di immondizia a Modica e il servizio di rivela efficace. Ma dopo l’ermergenza rifiuti arriva l’emergenza incendi. Tutti i quartieri della città hanno sentito l’odore acre dei cassonetti in fiamme. Da Modica alta fino alle campagne, passando per il centro storico e per Modica sorda. Chi incendia i cassonetti? All’inizio della vicenda si pensava a dei semplici vandali ma la durata e le modalità di intervento hanno fatto cadere l’ipotesi avanzata inizialmente. Altre due strade parevano avvicinarsi alla risoluzione del caso. La prima: una ritorsione di alcuni dipendenti transitati dalla Ditta Busso alla Puccia. La causa potrebbe risiedere nei mancati pagamenti o nelle nuove condizioni lavorative. Ma ci chiediamo il senso logico di questi atti. I pagamenti dipendono essenzialmente dal Comune e poi i lavoratori che attaccherebbero il fuoco metterebbero a rischio la salute di altri colleghi, il loro posto di lavoro e il carcere.

L’altra ipotesi è quella delle mancate assunzioni nel passaggio tra la Ditta Busso e la Puccia. Cioè chi è restato a casa si sarebbe armato di tanica e fiammiferi e avrebbe incendiato i cassonetti di Puccia. I motivi di rancore sarebbero tanti ma un elemento fa riflettere: un licenziato perderebbe più di un anno ad incendiare cassonetti, in maniera meticolosamente organizzata, sapendo di non poter ottenere nulla? Anche questa pista pare debole. L’altra pista, forse quella che sul piano logico pare più attendibile, è quella della ritorsione da parte di una ditta concorrente. Basta riflettere sul fatto che l’incendio di ogni cassonetto costa alla ditta Puccia intorno ai 150 euro. Moltiplichiamo questa cifra per 100 e viene fuori un danno di 15000 euro. L’altro elemento da tener presente è che la ditta Puccia non ha vinto l’appalto ma bensì è stata beneficiaria di un affidamento temporaneo firmato dal sindaco di Modica. E questo potrebbe dar fastidio a qualche escluso. Queste sono solo tre ipotesi ma resta il dato certo che ad appiccare gli incendi c’è un gruppo criminale organizzato, possibilmente con un suo capo e una sua gerarchia. A Modica la puzza di bruciato dei cassonetti accende la questione legalità Francesco Ruta e Giorgio Ruta

|| 1 maggio 2011 || pagina 10 || www.ucuntu.org ||


Malasanità

Un calvario di tredici anni per una protesi sbagliata Tredici anni, 4 interventi chirurgici e tanta tenacia. Sono questi alcuni numeri e una parte di storia di Salvatore Tanasi, trent'anni, di Palazzolo Acreide, cui sono occorsi tredici anni per ritornare a camminare senza l’ausilio delle stampelle. Tredici anni di trafile mediche e viaggi della speranza a Bologna per rimettersi in piedi dopo un’operazione al ginocchio per l’asportazione di un tumore osseo e l’impianto di una protesi. Aveva diciassette anni Salvatore, nel 1997 quando gli fu diagnosticato un osteosarcoma al ginocchio. Per l’operazione oncologica prima e la successiva di recupero della mobilità dell’arto, si era rivolto ad uno dei centri d’eccellenza italiani, l’ospedale Rizzoli di Bologna, senza immaginare che dopo quel primo intervento, sarebbe iniziata una lunga serie di visite, fisioterapia e operazioni. “Dopo circa quattro mesi dall’intervento iniziai la chemio e la riabilitazione e i primi controlli ma avevo sempre dei dolori alla caviglia persistiti in forma lieve fino a fine 99”. Dolori cui nessuno dà troppa importanza e mai passati del tutto; Nel 2000 le radiografie diagnosticano un’usura della protesi a soli quattro anni dal suo impianto ed uno di effettivo utilizzo. I dolori diventano così forti che diventa necessario un secondo intervento. La protesi, spiega Salvatore, è costituita da uno stelo d'acciaio a durata trentennale e una parte in polietilene soggetta a usura che viene sostituita in media ogni quindici anni conducendo regolare vita attiva. Invece, appena quattro anni dopo l’ impianto, senza mai aver lasciato le stampelle, e peggio, conducendo una vita molto sedentaria, era già necessario un secondo intervento.

“La prima cosa che mi chiesero i medici, era se avessi giocato a pallone perché per loro la rottura era inspiegabile. Sostituirono un cilindro e la parte in polietilene e dissero che l’usura derivava senz’altro da un cattivo utilizzo della protesi. “ Operato nell’agosto del 2001, esattamente un anno dopo il secondo intervento, ricominciano gli stessi disturbi di ” instabilità in varo valgo”. “A casa mentre mi recavo a rispondere al telefono il ginocchio mi si piegò in modo anomalo, avevo fastidio alla caviglia e camminavo poco ma, ancora una volta, venne sottovalutato il problema” Era il 2003, ma, solo nel 2004, quando la protesi è nuovamente usurata già eccessivamente ed in modo anomalo, gli viene preconizzato un nuovo intervento. “Insinuavano che avessi giocato a pallone e ricominciarono a tempestarmi di domande;specificai di non aver fatto nulla; né ballato né giocato a calcio e trattato la protesi con il massimo riguardo, avevo persino richiesto l’esonero dalla frequenza alle lezioni universitarie per evitare di muovermi” Passa un anno tra la diagnosi e il terzo intervento, nel 2005, durante il quale Salvo deve stringere i denti e resistere al dolore in attesa dell’operazione. Si limita ad uscire, conduce una vita sedentaria per timore di un danno più serio e irreversibile. “Vengo operato, i medici decidono di sostituire solamente il nocciolo e il polietilene". Passano ancora due anni e mezzo, tra riabilitazione, fisioterapia e controlli e con la speranza che sia “la volta buona” e che le operazioni al ginocchio siano terminate; invece i soliti dolori e la solita diagnosi. Tre interventi in dieci anni e un quarto in arrivo; Non ci sta, Salvatore, non riesce a

spiegarsi perché nonostante la vita limitata e le attenzioni, la sua protesi si usuri così rapidamente. In attesa al Rizzoli per l’operazione, decide di sottoporsi ad altre visite specialistiche. Arriva a Firenze; lo visita un’equipe di medici francesi i quali contattano la casa produttrice della protesi e programmano insieme un intervento esplorativo congiunto con due dei suoi ingegneri. Nel 2008, sostituiscono per la quarta volta quel polietilene e capiscono perché si usura in modo anomalo. Capito il problema, vi trovano finalmente una soluzione a lungo termine che tutt’oggi lo fa guardare con ottimismo al futuro. E’ la fine di un incubo:con l’utilizzo di una ginocchiera esterna che alleggerisce il peso sulla protesi, Salvo lascia le stampelle e cammina senza paura. E’ una soluzione che lo riporta alla vita normale di un trentenne. Una ginocchiera che non sarebbe dovuta esserci se tutto fosse andato al meglio sin dal primo intervento ma che gli evita, al momento, ulteriori operazioni e quei dolori e quella vita di timori. Intanto chiede risposte;chiede giustizia;s’intesta una battaglia contro quell’ospedale: “Voglio trovare altri ragazzi che hanno lo stesso problema e dimostrare che si tratta di un errore medico”. Sollecita giornali e televisione. L’onda di informazione che ha generato a mezzo stampa per far conoscere la sua storia, suscita la pronta risposta dell’ospedale bolognese che si difende dall’accusa di un montaggio non corretto con un comunicato: “Nessun montaggio sbagliato ma forse un difetto di fabbricazione”. Mentre il caso approda in tribunale, il botta e risposta continua a distanza. Salvatore non si convince e di rimando dice:”Se, come dicono, si tratta di un difetto di fabbricazione, perché proprio il Rizzoli , non ha segnalato il problema alla ditta produttrice al Ministero della Salute e agli organi competenti in materia?” Gabriella Galizia

|| 1 maggio 2011 || pagina 11 || www.ucuntu.org ||


Satira

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Cronaca

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Persone

Gianluca Costantini, 2011

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Ucuntu n.109  

il numero del 1 maggio 2011

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