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120211

www.ucuntu.org – redazione.lavoriincorso@gmail.com

Inchieste Sigonella la mafia e i Lombardo Ndrangheta 40 anni di sequestri CASO CATANIA ASSOLTO IL CRONISTA QUERELATO DA GENNARO

Xxxx

Strike! Mubarak: e uno. Berlusca: e due. Manca pochissimo ormai. Solo l'ultima botta. Gliela dà Fini? Gliela dà Tremonti? O ci vuole uno strike, uno sciopero generale? Domani: le donne in piazza per cominciare

e

Satira/ Jack Daniel e Giustolisi Mazzeo Bonofiglio Gubitosa Bruno Nastasi Biani || 12 febbraio 2011 || anno IV n.103 || www.ucuntu.org ||


Caso Catania

Quel Palazzo detto di giustizia Assolto a Roma il cronista querelato dal giudice Gennaro

Assolti. Mi suona strana come parola, perché presuppone un processo, le udienze, l’incubo di anni in cui in ti senti come cuocere a fuoco lento. E sei un potenziale diffamatore. Per di più ti ha querelato un giudice e mica si scherza. Strano parlare di se stessi. Non mi sento a mio agio in questi panni. Per molti è facilissimo coniugare in prima persona. E promuoversi: io, io e poi ancora io. Dicono che sia sapersi vendere. A me fa un po’ ridere. Ma stavolta ci sono i misteri del nostro palazzaccio che superano gli accidenti privati del cronista. E non si ride per niente. La storia è vecchia di vent’anni. Un giudice, Giuseppe Gennaro da Catania, che di lì a qualche anno sarebbe diventato Presidente di tutti i magistrati italiani, compra una casa, inizio anni novanta, costruita da un’impresa, la Di Stefano costruzioni, che ha dentro come socio la moglie di un prestanome del clan Laudani, il costruttore Carmelo Rizzo. Marco Travaglio ed io lo scriviamo su Micromega. Siamo gli unici a parlare di questa storia sulla stampa nazionale, svelandone tutti i particolari. E fu querela. Processati davanti al Tribunale di Roma. In questi anni molti silenzi. Tace la politica (a parte Sonia Alfano). La società civile è troppo impegnata a far le pulci ai bilanci di Stancanelli, (dimenticando le consulenze folli dell’era Bianco). “Ancora con questo Caso Catania?”. “Ma basta!”. Insomma un tabù. Un’eresia in terra fidelium. Un cosiddetto collega scrive nella sua Pravda d’appendice che avevamo sparso fango per tornaconto personale. Non vorremmo essere al suo posto in questo momento. Un altro cosiddetto ha scritto che sì, certo, la foto,

va bene, ma che dire dei trascorsi di Tinebra? Come se uno che parla delle escort di Berlusconi, ogni volta dovesse ricordare i trans di Marrazzo. Del resto Tinebra non fa forse il procuratore generale a Catania (proveniente da Caltanissetta, su cui Catania ha competenza per fatti che riguardano magistrati) da quattro anni, nel silenzio di tutti e coi voti in Csm di destra, sinistra e centro? A proposito, che fine ha fatto in Procura generale il processo contro il boss Alfio Laudani per intestazione fittizia di beni? Tra questi beni c’era anche la Di Stefano costruzioni, per la quale Laudani è stato assolto in primo grado (e condannato per le altre società, tra cui la Rizzo costruzioni). Di questo processo ha parlato e ha scritto in lungo e in largo il presidente Scidà, in assoluta solitudine. Mai smentito da alcuno. Intanto il processo di Roma contro di noi continua. Sfilano i testimoni. Nicolò Marino conferma tutto quello che abbiamo scritto. Ma nessuno ne parla. E anche noi stiamo zitti. Non ci piacciono i martiri e i piagnistei. Poi salta fuori una foto, qualche mese fa. La foto ritrae Rizzo seduto accanto a Gennaro, a una festa di cresima e risale ai primi anni novanta. Ne parla Pino Finocchiaro, in un convegno antimafia. La riprende Il Fatto quotidiano e Gennaro querela ancora. Querela chi da’ per primo la notizia? No, querela chi l’ha ripresa. Cioé il sottoscritto. Produciamo la foto al processo, ma per la cronaca il giudice non l’ammette. Non è la foto che ci farà assolvere. Tony Zermo, sempre lui, dedica alla notizia dell’ennesima querela di Gennaro mezza pagina. E si fa riferimento anche al processo contro me e Travaglio. Certo se Catania è ridotta in questo

modo lo si deve anche a chi non scrive le cose come stanno. Per viltà, per onor di portafoglio. O anche, semplicemente, perché se te la prendi con chi professa fede antiberlusconiana fai il gioco di Berlusconi. Storia vecchia anche questa. E Catania è quella che è adesso. Una volta c’era la Sicilia da una parte e i Siciliani dall’altra, l’unico vero giornalismo d’opposizione che sia mai esistito in città, il resto son chiacchiere. C’erano da un lato i Cavalieri e dall’altra un sindacato mai domo. E una società civile che i Cavalieri li affrontava a brutto muso. Da un lato i giudici dell’ancien regime e dall’altra i pretori d’assalto. Adesso è tutta una marmellata indistinta. Arrestano per mafia il milionario re dei supermercati Sebastiano Scuto e addirittura il Procuratore dell’epoca in persona lo difende sul giornale. La Sicilia, ovviamente. Scuto viene poi condannato, ma ai catanesi non interessa. I Siciliani di Fava non ci sono più. La Sicilia c’e’ ancora. Come quel magistrato che da quasi quarant’anni incarna la giustizia requirente a Catania. E’ l’attuale procuratore (ancora per pochi giorni) Enzo D’Agata. Arriviamo al giorno della sentenza, 10 febbraio 2011: assolti perché il fatto non costituisce reato. Sei righe sulla Sicilia. “Non diffamarono Gennaro”. Il caso Catania non è una follia. Un riconoscimento devo darlo ed è a un avvocato onesto e bravo. Il migliore che c’è su piazza. Si chiama Ugo Colonna. Ha preso in mano alle battute finali un processo diventato difficile, e con sapienza l’ha condotto in porto senza pathos di maniera. E’entrato in zona Cesarini, come il vecchio Altafini della mia Juventus anni settanta, e ha messo in rete. Giuseppe Giustolisi

|| 12 febbraio 2011 || pagina 02 || www.ucuntu.org ||


Politica

Il golpe di Berlusconi e quello di Marchionne E l'uomo di Obama in Calabria ha detto... Renzi, alle soluzioni indolori. ai dopoberlu-

Catania: sono bastati pochi giornalisti e cit-

viamo, e stanno preparando il dopoberlu-

Stanno salvando l'Italia, ora mentre scri-

sconi tranquilli, con tutto che resta com'è

tadini coraggiosi - ma al culmine di una ca-

sconi. Dove? A Milano. Chi? i congressisti

salvo (forse) Berlusconi. Chi parla più della

tena lunghissima, lunga trent'anni – per

del nuovo partito di Fini, i “futuristi”. A

Fiat? Chi pensa più agli operai? Eppure è

mettere in crisi la camera di compensazione

loro l'Italia perbene, giornalisti e politici, si

stato appena deciso (anche qui, esattamente

del Sistema locale, a Palazzo di giustizia.

affida. Il capo, proprio a Milano, o almeno

come sotto il fascismo) che di diritti non ne

Vorrà dire qualcosa, politicamente?

il portavoce, era quella Tiziana Maiolo che,

hanno più, neanche uno. Ma la “politica”, a

dopo brillanti e varie carriere “di sinistra”,

quanto pare, è un'altra cosa.

alla fine è approdata ai berlusconiani; e da

Informazione libera e movimenti, lavorando insieme, possono sperare di vincere,

Il golpe è questo qua, ed è bilaterale. C'è

in questa città. E' già quasi successo una

questi ai finiani, sempre rispettatissima e ri-

il golpe di Berlusconi, vecchio imbecille vi-

vita, coi Siciliani. Perché non riprovare?

verita. E' quella che l'altro giorno, di fronte

zioso, che minaccia e ricatta e mobilita i

Per l'informazione, in particolare, è arri-

alla morte atroce di quattro zingarelli: “Più

suoi puttani. Ma c'è anche quello di Mar-

vato il momento della verità. Il caso Procu-

facile educare dei cani - ha commentato -

chionne e soci, che vogliono fare miliardi

ra di Catania ha fatto da cartina di tornaso-

che degli zingari bambini”.

sulla pelle dei ragazzi. Nessuno, sotto i

le: chi si è schierato e chi si è messo da par-

trent'anni, sa più come sarà il suo avvenire.

te, chi ha detto la verità e chi l'ha nascosta.

*** Si chiamavano Raul, Fernando, Patrizia e Sebastian. Erano nella loro baracca, morti

*** Ma c'è un'altra politica, quella vera. La

Chi se l'è presa coi funzionari infedeli e chi coi “dossieraggi” che li smascheravano.

bruciati mentre si riparavano dal freddo.

politica che ha appena mandato via Muba-

Adessso, bisogna scegliere. O da una parte

Quattro bare a via Appia Nuova. Quattro

rak, senza violenza. La politica che non è

o dall'altra.

rom bambini. Attorno alle bare le famiglie.

affatto isolata (che dite, ora, di Obama?) e

E', finito, fra l'altro, l'equivoco di Sud-

Soli da sempre. Campi zeppi di topi. Oggi

che sa cogliere le occasioni. “Qua bisogna

press, diviso fra l'onesta ingenuità dei gior-

come dieci anni fa a Casilino 700, nell'an-

puntare sui ragazzi di Ammazzateci Tutti”

nalisti e le grevi ambizioni dei proprietari.

no del Giubileo, quando era vietato raccon-

ha detto - secondo Wikileaks - l'uomo di

Ora è il momento di riprendere la strada dei

tare le stragi dei ragazzini nei ghetti, e quel-

Obama in Calabria. Chi se ne è accorto?

Siciliani, tutti insieme. A questo sta serven-

l'anno là ne morirono almeno dieci.

Vorrà dire qualcosa, politicamente?

do, da tre anni in qua, questo nostro giorna-

A Roma ci sono più case sfitte che in

Sono momenti incredibili, in cui davvero

le, con tutto ciò – e non è poco – che gli

ogni altra città d'Europa: centomila alloggi,

è possibile il cambiamento. Purché sia cam-

dieci milioni di metri cubi di case vuote,

biamento vero – a cominciare dallo spazza-

come mille stadi di serie A. Ma per i pove-

re via i mafiosi, che sono il cuore del Siste-

sufficienti. Ma abbiamo una storia e delle

ri, per i Rom non c'è posto. Ghetti, tendo-

ma – e purché si sia disposti a far sul serio

idee chiarissime e decise, le uniche che

poli, miseria e spesso morte. Ma quale gior-

e non solo balletti “politici”. Perché il mon-

nessuno qui potrà mai equivocare. E' un pa-

nale, quale politico lo dice? Stiamo perse-

do è cambiato. I vecchi non se ne accorgo-

trimonio per tutti, per tutta la comunità che

guitando gli zingari esattamente come ieri

no, ma i giovani sì. L'Egitto è un paese gio-

ci appartiene: cerchiamo di usarlo bene,

perseguitavamo gli ebrei. Ma la “politica”,

vane. E ha vinto, alla faccia di tutti.

con decisione e tutti insieme ed essendone

***

a quanto sembra, è un'altra cosa. La “politica” si affida alle Maiolo e ai

vive attorno. Non siamo, e non vorremmo essere, auto-

sempre degni.

Sicilia: qua tutto è lento. Ma si muove.

|| 12 febbraio 2011 || pagina 03 || www.ucuntu.org ||

Riccardo Orioles


Società civile

Appelli per la giustizia a Catania

Al Vicepresidente del CSM Alla Commissione Uffici Direttivi p.c. al Presidente della Repubblica

Le associazioni sottoscritte, nel momento in cui vengono da più parti riportati episodi sconcertanti che coinvolgono fra l'altro aspiranti al posto di procuratore capo al Tribunale di Catania, manifestano la propria preoccupazione per la nomina prevista in conseguenza del pensionamento del Dott. Vincenzo D’Agata e sottolineano la necessità che chi assumerà l’incarico riesca finalmente a disvelare e a rendere pubblico l’intreccio fra poteri economici, politici e mafiosi che, anche in campo nazionale, ormai è noto come il “ Caso Catania”. Come cittadini abbiamo il diritto di sperare in un futuro di legalità e giustizia per la nostra città. A questo scopo le Associazioni firmatarie del presente appello, così come già richiesto, auspicano che la nomina a procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Catania ricada su una personalità di alto spessore che eserciti l'autonomia della magistratura rispetto al potere politico, che sia capace di operare al di fuori delle logiche proprie del sistema politico-affaristico della città, che possibilmente sia del tutto estranea all'ambiente cittadino, che provenga cioè da realtà lontane dall’humus siciliano e catanese in particolare, una personalità che favorisca il riscatto civile della nostra città e che contribuisca a restituirle orgoglio e dignità. Associazione Centro Astalli,AS.A.A.E., Associazione “CittàInsieme”, Assoc. Domenicani Giustizia e Pace, Laboratorio della Politica Onlus, La Città Felice, Assoc. Studentesca e Culturale "Nike", Comitato NO-TRIV contro le trivellazioni gaspetrolifere in Sicilia, Associazione Oltre la Periferica, Librino, Punto Pace Pax Christi Catania, Sicilia e Futuro, Associazione Talità Kum

***

La Sicilia è la regione dove si trova la maggior economia sommersa del paese, come recenti e qualificati studi hanno evidenziato, e gran parte dell’imprenditoria cheopera nell’isola usufruisce di complicità o alleanze con le organizzazioni criminali. La mafia ha esteso da tempo i suoi interessi nell'economia “legale”, dove l'accumulazione della ricchezza avviene attraverso relazioni e attività costruite sulla base del coinvolgimento diretto e dei favori

scambiati con potentati economici, politici, professionali. Si è creato così uno spazio dove lecito e illecito finiscono per entrare in commistione. L'epicentro di questa "area grigia", dove si intrecciano gli interessi di mafia ed economia, è oggi Catania, come ribadito anche dal Presidente di Confindustria Sicilia. Una città dove, da anni, diversamente che a Palermo o Caltanissetta, l'azione di contrasto della Procura è stata assolutamente inefficace. Emblematica, da questo punto di vista, è apparsa la gestione dell’inchiesta che ha coinvolto il governatore Lombardo e il fratello Angelo. Gli inquirenti si sono divisi sui provvedimenti da assumere in merito all'esito delle indagini sul Presidente della Regione e, il Procuratore D'Agata, nelle prese di posizione pubbliche, ha dato l’impressione di un evidente imbarazzo e fastidio nei confronti dell’inchiesta. Inoltre nell'intervista rilasciata a Zermo, sul quotidiano di Mario Ciancio (a sua volta indagato in altro procedimento), il Procuratore sembra esprimere contrarietà per le considerazioni espresse da Ivan Lo Bello sul peso della imprenditoria mafiosa a Catania. Infine, una fotografia di diversi anni fa pubblicata in questi giorni ha riacceso i riflettori sul cosiddetto “caso Catania”, una vicenda giudiziaria nata dalla denunzia di Giambattista Scidà che lanciò l’allarme di contiguità tra criminalità mafiosa e frange della magistratura etnea. Alla luce di tutti questi fatti e alla vigilia della nomina del nuovo Procuratore della Repubblica, facciamo appello al Csm affinché la Procura di Catania abbia finalmente un Procuratore capo assolutamente estraneo ai giochi di Palazzo e all’intreccio delle poco chiare vicende catanesi. Un magistrato che non subisca le forti interferenze esterne che hanno condizionato da decenni la direzione della Procura catanese. Giolì Vindigni, Gabriele Centineo, Mimmo Cosentino, Angela Faro, Santa Giunta, Vincenza Venezia, Salvatore Cuccia, Luciano Carini, Giuseppe Di Filippo, Enrico Giuffrida, Lillo Venezia, Claudio Novembre, Massimo Blandini, Marzia Gelardi, Maria Concetta Siracusano, Francesco Duro, Margherita Ragusa, Antonella Inserra, Mario Pugliese, Giovanni Caruso, Elena Maiorana, Tuccio Giuffrè, Rosa Spataro, Paolo Parisi, Marcella Giammusso, Giuseppe Pappalardo, Raffaella Montalto, Giovanni Grasso, Federico Di Fazio, Claudio Gibilisco, Riccardo Orioles, Elio Impellizzeri, Ignazio Grima, Angelo Morales, Pippo Lamartina, Andrea Alba, Matteo Iannitti, Valerio Marletta, Marcello Failla, Alberto Rotondo, Riccardo Gentile, Barbara Crivelli,Massimo Malerba, Enrico Mi-

rabella, Maria Lucia Battiato, Mauro Viscuso, Sebastiano Gulisano, Aldo Toscano, Anna Bonforte, Grazia Loria, Pierpaolo Montalto, Toti Domina, Fabio Gaudioso, Giovanni Puglisi, Titta Prato, Maria Rosaria Boscotrecase, Lucia Aliffi, Fausta La Monica, Salvatore Pelligra, Anna Interdonato, Lucia Sardella, Federica Ragusa, Alfio Ferrara, Federico Urso, Paolo Castorina, Giusi Viglianisi, Laura Parisi, Gaetano Pace, Luigi Izzo, Alberta Dionisi, Carmelo Urzì, Pina De Gaetani, Giusi Mascali, Marcello Tringali, Daniela Carcò, Giulia D’Angelo, Alessandro Veroux, Ionella Paterniti, Francesco Schillirò, Francesco Fazio, Tony Fede, Antonio Presti, Luigi Savoca, Salvatore D’Antoni, Alessandro Barbera, Vito Fichera, Stefano Veneziano, Pinelda Garozzo, Francesca Scardino, Irina Cassaro, Carmelo Russo, Franco Barbuto, Maria Luisa Barcellona, Nicola Musumarra, Angela Maria Inferrera, Michele Spataro, Giuseppe Foti Rossitto, Irene Cummaudo, Carla Maria Puglisi, Milena Pizzo, Ada Mollica, Maria Ficara, Rosanna Aiello, Rosamaria Costanzo, Mario Iraci, Giuseppe Strazzulla, M. C. Pagana, Vincenzo Tedeschi, Nunzio Cinquemani, Francesco Giuffrida, Maria Concetta Tringali, Maria Laura Sultana, Giovanni Repetto, Giusi Santonocito, Marco Sciuto, Tiziana Cosentino, Emma Baeri, Renato Scifo, Luca Cangemi, Elisa Russo, Angela Ciccia, Alfio Fichera, Giampiero Gobbi, Domenico Stimolo, Piero Cannistraci, Roberto Visalli, Mario Bonica, Claudio Fava, Giancarlo Consoli, Maria Giovanna Italia, Riccardo Occhipinti, Giuseppe Gambera, Orazio Aloisi, Antonio Napoli, Giovanni Maria Consoli, Elsa Monteleone, Francesco Minnella, Antonia Cosentino, Sigismonda Bertini, Giusi D’Angelo, Lucia Coco, Fabrizio Frixa, Santina Sconza, Felice Rappazzo, Concetto De Luca, Maria Luisa Nocerino, Alessio Leonardi, Renato Camarda, Angelo Borzì, Chiara Arena, Alberto Frosina, Gianfranco Faillaci, Daniela Scalia, Lucia Lorella Lombardo, Pippo Impellizzeri, Giuseppe Malaponte, Antonio Mazzeo, Marco Luppi, Ezio Tancini, Aldo Cirmi, Luca Lecardane, Rocco Ministeri, Gabriele Savoca, Fulvia Privitera, Daniela Trombetta, Vanessa Marchese, Edoardo Boi, Stefano Leonardi, Ivano Luca, Maria Crivelli, Guglielmo Rappoccio, Grazia Rannisi, Elio Camilleri, Rosanna Fiume, Alfio Furnari, Claudia Urzi, Luigi Zaccaro, Daniela Di Dio, Gigi Cascone, Ettore Palazzolo, Nunzio Cosentino, Matilde Mangano, Andrea D'Urso, Daniela Pagana, Stefania Zingale, Concetta Calcerano, Luana Vita, Maria Scaccianoce, Costantino Laureanti, Pierangelo Spadaro, Paola Sardella, Luisa Gentile, Antonio Salemi, Antonino Sgroi…

|| 12 febbraio 2011 || pagina 04 || www.ucuntu.org ||


Chi si ribella e chi no

Siamo più schiavi di quelli che hanno fatto le piramidi Vent'anni di teleberlusconismo ci hanno ridotto così Grecia, Tunisia e ora l'Egitto si ribellano a questo titanic dell'economia, dove la terza classe affoga senza scialuppe mentre in prima classe l'orchestrina dei media suona le trombe della propaganda. Cosa ci vuole per farci reagire? Il teatrino della finta democrazia sta gettando la maschera: i nostri sistemi di governo sono più simili alle aristocrazie dell'800 che all'ideale di "governo del popolo" dell'antica Grecia. E sono stati proprio i Greci i primi a ribellarsi, seguiti a ruota dai tunisini e ora anche dagli egiziani, che stanno rialzando la testa dopo anni di regime, registrando nell'intellighenzia ribelle nostrana solo un tiepido sostegno, a conferma che l'unica rivoluzione popolare accettabile per l'antisistema è quella fatta con garbo e buona educazione, senza scalmanarsi troppo e possibilmente passando per le procure e i talkshow televisivi. Ma oggi più che mai è ben chiaro chi è il nemico che abbiamo davanti, e non si tratta di un nano pelato mafioso e massone con evidenti disturbi del comportamento a livello sessuale e relazionale. Il vero bersaglio per chiunque abbia a cuore la propria sopravvivenza e il proprio futuro è quell'intreccio trasversale e bipartisan di cricche, lobby, micropotentati e gruppi di potere che stanno spolpando l'Italia dall'interno, e gettano le basi per un probabile collasso sociale ed economico che ci porterebbe a scannarci tra di noi in una situazione simile a quella della Yugoslavia, dove altri cacicchi e signori della guerra hanno camminato sui cadaveri dei loro connazionali per costruire i propri personalissimi potentati economici. Pensate davvero che gente pronta a trasformare i lavoratori in schiavi per il proprio tornaconto avrebbe scrupoli a farli diventare carne da cannone? Siete ancora così illusi sulla bontà, nobiltà, civiltà ed educazione di una casta che ha tenuto per le palle un'intera nazione a cavallo di due millenni?

Non sentite echeggiare nell'aria la voce di Fantozzi che dice "com'è umano lei..." ad ogni ossequio riservato a queste bande di malfattori? I traditori della patria che vanno messi in condizione di non nuocere prima di trascinarci in una guerra civile sono gli esponenti di quella nobiltà capitalista che vuole rubarci i soldi di tasca in mille modi, succhiando ogni centesimo prodotto dal nostro lavoro. Sono i banchieri ladri che ci hanno rubato i risparmi vendendoci carta straccia certificata da consulenti prezzolati e spacciata per investimenti sicuri, sono gli strozzini che mettono il cappio dei mutui al collo di chiunque sogni di dare un tetto alla propria famiglia, sono i padroncini di turno e le loro marionette piazzate in parlamento, che rubano i soldi delle nostre tasse e predicano il libero mercato attaccandosi alla tetta delle provvidenze statali, sono i potentati mercantili, quelli che ci truffano con i loro prodotti fuffa ogni volta che compriamo cose inutili, usiamo cellulari a tariffe demenziali, compriamo biglietti carissimi per trasporti scadenti, facciamo benzina a prezzi gonfiati, assicuriamo per cifre assurde macchine di cui non riusciremo mai a completare le rate. E sono anche i finti intellettuali antisistema che nel sistema ci sguazzano e

ci vivono alla grande, pronti a storcere il naso col loro perbenismo ipocrita appena qualcuno si fa scappare un fischio, una pernacchia, un fumogeno, un graffito sui muri o un atto di ribellione non controllabile dalla retorica del ribellismo al caviale. Li avete davanti agli occhi, sono tutti lì: Confindustria, massoneria, cartelli bancari e assicurativi, grandi capitali, partiti di governo e di finta opposizione, sindacati gialli e giallorossi, capi e capetti della finta alternativa, borghesucci a pancia piena incistiti nelle loro rendite di posizione. Li trovate dovunque, e li riconoscete facilmente perché sono vecchi, hanno il culo parato, non hanno mai avuto problemi di soldi e ostacolano con tutti gli strumenti a loro disposizione ogni possibile iniziativa dal basso. Dopo aver spinto pietroni per secoli, e inghiottito bile durante l'oppressione, oggi gli egiziani si stanno finalmente ribellando a chiunque voglia negare il loro diritto di costruire liberamente il propro destino. E noi, che da rincoglioniti o da indignati restiamo comunque zitti e buoni davanti alla TV e ben lontani da piazze troppo rumorose e maleducate per i nostri gusti, stiamo dimostrando di essere mentalmente e culturalmente più schiavi dei loro antenati. Non cercate ricette da proporre, ognuno faccia del suo senza aspettare guru, capi, leader o condottieri. Noi stiamo facendo una rivista dove abbiamo cacciato via a calci in culo i padroni, le banche, i partiti e la pubblicità, per un'editoria di alto profilo a dispetto della bassa tiratura. Voi rimboccatevi le maniche e fate anche voi ciò che sapete fare meglio. Poi scriveteci e noi lo raccontiamo. Se proprio non sapete che fare, abbonatevi a Mamma! (www.mamma.am/abbonati) e magari leggendoci vi verranno in mente idee meravigliose. A me, per esempio, l'idea di questo articolo è venuta in mente guardando una vignetta di Mauro Biani. Carlo Gubitosa

|| 12 febbraio 2011 || pagina 05 || www.ucuntu.org ||


Inchieste

La mafia, Sigonella e i Lombardo Brothers Affari nella base americana Un affare da centinaia di milioni di euro, la realizzazione a Belpasso, in provincia di Catania, di un nuovo villaggio per i militari della base di Sigonella. In pista ci sono proprio tutti: una grande impresa edile che ha fatto della Sicilia il suo Eldorado, il professionista-cerniera tra legale e illegale, il boss di una cosca mafiosa, l’intero stato maggiore del movimento politico del governatore dell’isola, Raffaele Lombardo. Il progetto, però, incide su un terreno ad alto rischio idrogeologico e qualche funzionario locale storce il muso. Ma da Palazzo dei Normanni arriva un suggerimento: “Ci pensi l’amico di Catania a risolvere ‘sta storia!”. All’ennesimo scempio edilizio ordito per accaparrarsi l’oro americano di Sigonella è dedicato uno dei capitoli dell’ultima inchiesta su mafia e appalti in Sicilia orientale (Operazione Iblis), che nel novembre 2010 ha visto la procura distrettuale antimafia di Catania emettere 48 mandati di custodia cautelare contro politici, amministratori, imprenditori e boss mafiosi. A predisporre il progetto, la SAFAB - Società Appalti e Forniture per Acquedotti e Bonifiche, Spa con sede a Roma e un invidiabile portafoglio lavori in Sicilia, dal parcheggio multipiano del Palazzo di Giustizia di Palermo all’ampliamento della strada Gela-Aragona, dai lavori di costruzione della diga Desueri di Gela e delle reti irrigue dell’invaso di Lentini alla realizzazione di un termovalorizzatore e due discariche rifiuti a Bellolampo (Palermo). In vista dei lavori per il complesso USA, la SAFAB aveva costituito due società, la Volcano Housing e la Volcano Inn , nelle quali aveva una partecipazione Paolo Ciarrocca, ex membro del consiglio d’amministrazione e direttore tecnico dell’azienda madre. “Fatte le società con i proprietari dei terreni - ha raccontato Ciarrocca – il progetto però si era arenato presso l’ufficio del Genio civile di Catania perché vi era un conflitto di competenza con l’Assessorato regionale territorio ed ambiente anche in relazione al mutamento di destinazione d’uso dei terreni”. L’ufficio del Genio civile non aveva rilasciato le necessarie autorizzazioni in quanto il terreno in cui doveva sorgere il residence risultava particolarmente predisposto a dissesto idrogeologico, iden-

tificato a “pericolosità P2”, cioè a “probabilità elevata di riattivazione dei fenomeni franosi quiescenti e inattivi”. Al fine di agevolare la SAFAB nel portare a termine l’affaire di Sigonella fu chiesto l’intervento del geologo di Aci Castello, Giovanni Barbagallo, militante dell’Mpa (il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo) e, secondo gli inquirenti, personaggio legato agli “esponenti di primo piano della criminalità organizzata catanese e, specialmente, con Vincenzo Aiello, reggente provinciale di Cosa Nostra”. Tramite Barbagallo, gli amministratori della SAFAB entravano in contatto con i dirigenti dell’ufficio del Genio civile di Catania e con alcuni uomini politici, “quali l’on. Angelo Lombardo o il presidente della Regione Raffaele Lombardo”. “Il dottor Barbagallo si è occupato di seguire la pratica presso il Genio civile, anzi ricordo che mi disse che l’ingegnere capo, in quanto iscritto all’MPA, era particolarmente sensibile alle indicazioni dei suoi politici di riferimento”, ha spiegato Paolo Ciarrocca. “Barbagallo mi disse che sarebbe stato opportuno prendere contatti con un politico e poiché all’opera era comunque interessata l’amministrazione regionale siciliana, mi suggerì di prendere contatti con Angelo Lombardo dal momento che, mi disse, che parlare con lui era come parlare con suo fratello Raffaele, che invece era molto impegnato essendo stato eletto da pochissimo tempo ed era sostanzialmente irraggiungibile”. L’on. Angelo Lombardo aveva appena assunto l’incarico di segretario di Presidenza della Camera e di membro della Commissione parlamentare difesa. Fu lo stesso Barbagallo a procurare al direttore tecnico della società di costruzioni un primo appuntamento con il parlamentare, subito dopo le elezioni del 2008. “Andammo presso la segreteria di Catania, ma non riuscimmo a parlare con Lombardo per l’eccessiva confusione”, ha raccontato Ciarrocca. “Ricordo che Barbagallo entrò da solo nella stanza dell’onorevole e che subito dopo uscì e mi disse che sarebbe stato meglio incontrarlo con più calma a Roma. In effetti qualche giorno dopo presi appuntamento con la sua segreteria romana, ed ebbi l’incontro. Spiegai al Lombardo i

termini della questione ma non ottenni altro se non generiche assicurazioni di disponibilità e la promessa di parlarne con il fratello e di farmi incontrare il capo del Genio civile di Catania, ingegnere Ragusa. Incontrai il Lombardo in altra occasione, sempre presso la sua segreteria romana. Mi suggerì di presentarmi ad un convegno del partito che si sarebbe tenuto presso l’hotel Marriot a Roma qualche tempo dopo. Nel febbraio 2009, andai al convegno, parlai con l’ingegner Ragusa alla presenza di Angelo Lombardo, ma il Ragusa mi disse che non sarebbe stato possibile in alcun modo autorizzare il cambio di destinazione urbanistica dell’area perché si trattava di zona a rischio esondazione. Il rischio paventato dall’ingegnere capo del Genio civile era del tutto inesistente e peraltro nel luogo esiste un altro villaggio degli americani”. Prima ancora d’incontrarsi con Lombardo, Paolo Ciarrocca aveva tentato di risolvere il problema relativo ai terreni di Belpasso con l’allora assessore regionale al territorio e ambiente, Rosanna Interlandi, segretaria provinciale dell’MPA a Caltanissetta. “ La Interlandi mi fece incontrare il suo capo di Gabinetto che mi confermò che la competenza era effettivamente del Genio civile di Catania”, ha aggiunto Ciarrocca. Intanto si facevano più “frequenti” i contatti tra l’assessore regionale, tale Salvatore Cavaleri (persona di sua stretta fiducia), il geologo Barbagallo e i dirigenti della SAFAB. Il 16 maggio 2008 Giovanni Barbagallo comunicava telefonicamente all’ingegnere Fabio Vargiu, direttore dei cantieri della società romana, di essere riuscito a fissare un appuntamento a Catania con Angelo Lombardo. “Ho anche parlato con un mio amico, il geologo Placido, funzionario del Genio civile, proprio colui che sta istruendo la pratica per la realizzazione del villaggio a Belpasso”, aggiungeva Barbagallo. Il professionista si premurava di tenere costantemente aggiornato su tutti gli sviluppi dell’affare pure il “reggente” locale di Cosa nostra, Vincenzo Aiello. In particolare, nel week-end del 24 e 25 maggio, Barbagallo ospitava nella sua casa di campagna l’Aiello per informarlo sui contatti presi con gli amministratori della SAFAB.

|| 12 febbraio 2011 || pagina 06 || www.ucuntu.org ||


Inchieste

“Posso parlare sia con Angelo (Lombardo) che con l’ex assessore Interlandi, quella di Niscemi”, affermava Barbagallo. “ La Interlandi mi ha mandato una grossa impresa di Roma, si chiama SAFAB, è venuto l’amministratore per parlargli, perché debbono fare un villaggio per gli americani... Loro sono venuti da me perchè hanno difficoltà con il Genio civile e con l’Assessorato territorio e ambiente e l’Interlandi come assessore non gliel’ha potuti risolvere. Gli ha detto però all’amministratore, l’unico che ti può risolvere questa storia ... una persona che è vicina a Raffaele, è Giovanni Barbagallo… E lui mi dice: di lei ci hanno parlato molto bene, cerchiamo una paternità politica.... Una paternità politica ve la do io, non vi preoccupate, gli ho detto. Tanto è vero che io ho parlato con Angelo, gli ho detto: “Angelo vedi che sono venuti quelli, ti interessa la discussione?” Dice: “Sì!...”. Il 29 maggio 2008 Barbagallo si recava personalmente dal deputato MPA, ottenendo un appuntamento per i dirigenti SAFAB per il successivo 2 giugno nella segreteria politica di Viale Africa a Catania. All’incontro, come accertato dai magistrati, avrebbero poi partecipato il geologo, l’on. Lombardo, Paolo Ciarrocca e “forse, altre persone”.I rapporti tra il factotum e i dirigenti della società romana sarebbero poi proseguiti nei giorni successivi. Il 23 giugno Barbagallo si incontrava con l’ingegnere Vargiu nel distributore AGIP che sorge nei pressi della base di Sigonella per poi recarsi a visitare i terreni destinati ad ospitare il residence per i militari. Undici giorni dopo, in una conversazione telefonica con il geologo, Paolo Ciarrocca ribadiva ancora una volta che “l’interesse primario della SAFAB era risolvere i problemi insorti con il Genio civile” e che “aveva fissato un appuntamento a Roma con Angelo Lombardo”. Nel corso della telefonata, Barbagallo consigliava di ricordare al parlamentare di far prima una telefonata all’ingegnere capo del Genio civile, in modo che poi, andando lui stesso a parlare con i funzionari, “si sarebbe trovato la strada un poco spianata”. In realtà, l’iter per l’approvazione del progetto si arenava anche a seguito delle gravi vicende giudiziarie che avrebbero colpito da lì a poco la società edile e i suoi

due amministratori-titolari, i fratelli Luigi e Ferdinando Masciotta. A seguito di un’ispezione della Prefettura de L’Aquila, il 14 novembre 2009, nel cantiere sito sull’altopiano delle Rocche, veniva ritirato alla SAFAB il certificato antimafia. A Palermo, invece, la società era finita sotto inchiesta per una presunta tangente versata a un funzionario dei vigili del fuoco per un collaudo al parcheggio del Tribunale. Nell’agosto 2009 l’ingegnere Fabio Vargiu, Paolo Ciarrocca e i due fratelli Masciotta venivano raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare per il reato di corruzione nei confronti di due funzionari del Genio civile di Caltanissetta, destinatari di una tangente da 110 mila euro per sovrastimare la cifra che il Consorzio di bonifica di Gela avrebbe dovuto versare alla SAFAB a seguito di un contenzioso extragiudiziale per i lavori alla diga di Disueri. Il GIP, nel motivare le esigenze cautelari, sottolineava che i Masciotta “cercano pure di accreditarsi con importanti esponenti dell'MPA e in particolare col presidente della Regione, Lombardo Raffaele”. Ad allarmare particolarmente gli inquirenti erano però i “rapporti di natura sinallagmatica mantenuti dalla SAFAB con l’organizzazione mafiosa, “tramite Angelo Santapaola prima e Enzo Aiello poi”, i quali curavano “da un lato la messa a posto dell’impresa non solo nel catanese ma forse anche a Palermo e, dall’altro, operando affinché la stessa potesse aggiudicarsi importanti affari, per poi concedere in subappalto vari lavori ad imprenditori organici o comunque vicini all’associazione medesima”. In un interrogatorio del maggio 1998, anche l’ex ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra, Angelo Siino, aveva ammesso di aver curato personalmente la “messa a posto” della SAFAB “su incarico del noto mafioso Cataldo Farinella, imprenditore di Gangi”. Gli inquirenti hanno pure accertato che l’impresa romana aveva mantenuto contatti con le associazioni criminali “competenti” per territorio, tramite il costruttore gelese Sandro Missuto. A partire del 2000, le ditte del Missuto erano state impegnate in quasi tutti i lavori effettuati in Sicilia dall’azienda romana. Sandro Missuto si era pure aggiudicato il subappalto per la realizzazione del

termovalorizzatore di Bellolampo e i lavori di scavo nella vicina discarica dove la SAFAB smaltiva illegalmente residui di amianto. In proposito, il collaboratore di giustizia Gaspare Pulizzi, nell’interrogatorio reso il 15 febbraio 2008, riferiva che per i lavori di Bellolampo, l’imprenditore di Gela si era “messo a posto” con la famiglia mafiosa dei Lo Piccolo “tramite Angelo Santapaola”. Nel luglio 2009 Sandro Missuto veniva arrestato su provvedimento del GIP di Caltanissetta per aver “fatto parte dell’associazione mafiosa operante in Gela e diretta da Daniele Emmanuello, deceduto il 3 dicembre 2007 a seguito di un conflitto a fuoco con la Polizia ”. Particolarmente rilevante per le indagini fu il ritrovamento nell’esofago di Emmanuello, durante l’autopsia, di un pezzino che lo stesso aveva ingoiato mentre tentava di sfuggire alle forze dell’ordine, in cui si faceva riferimento a “Sandro”, identificato proprio in Sandro Missuto, ed a dei lavori per una condotta della rete idrica collegata alla diga di Desueri (altra opera targata SAFAB). Nel corso delle indagini è tuttavia emerso che la società romana, prima di “affidarsi” a Sandro Missuto, curava la “messa a posto” dei lavori in Sicilia direttamente tramite il suo amministratore, l’ingegnere Luigi Masciotta che - come racconta Missuto al padre in una conversazione ambientale del 2004 “andava da solo a parlare con i boss di Catania, ai quali portava ingenti somme di denaro”. In una nota della DIA di Caltanissetta, richiamata nell’ordinanza nei confronti di Missuto, compare però un particolare ancora più inquietante. A seguito dell’omicidio del giudice Paolo Borsellino e del personale della sua scorta, veniva accertato che “ la SAFAB aveva affittato, circa dieci giorni prima della strage, un appartamento proprio nella stesso stabile in cui abitava la madre del magistrato in via D’Amelio, avanti al quale fu fatta scoppiare una potente auto-bomba nel 1992”. E non solo. Qualche giorno prima dell’eccidio, scrivono gli inquirenti, “in quell’ appartamento furono attivate due linee telefoniche che, forse, furono utili agli attentatori”. Antonio Mazzeo

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Inchieste

“Hanno sequestrato Paul Getty” “Qui 'ndrangheta Anno Uno” I primi miliardi della 'ndrangheta in quell'estate del Settantatrè... Paul Getty III è morto a 54 anni. Rimarrà nella storia il suo sequestro che, nel 1973, segnò l'inzio della trasformazione della 'ndrangheta in una potente holding criminale a livello mondiale. Erano i primi anni settanta. Gli anni del decennio nero, delle stragi, del Boia chi molla, del sequestro Moro. E anche gli anni in cui la già potentissima organizzazione criminale della 'ndrangheta avvia una nuova industria ed un nuovo metodo per accumulare denaro da investire nel traffico di droga e negli appalti, segnando l'avvio di quel processo di infiltrazione di capitali illegali nell'economia legale che determinerà il fenomeno ancora oggi sottovalutato dell'economafia. La nuova industria è quella dell'anonima sequestri, che per anni sarà l'artefice di decine e decine di sequestri effettuati nell'intero territorio nazionale con molti dei sequestrati che, nonostante il riscatto pagato, non ritorneranno più nelle loro case lasciando affranti per sempre i loro cari. È la notte fonda del 10 luglio del 1973, una bella notte con un cielo estivo stellato che rende ancora più belle le piazze romane stracolme di giovani “figli dei fiori”, che amano e sognano la libertà, il libero amore, contro le caste e la ricchezza. Fra questi giovani di Piazza Navona, che si dilettavano a disegnare e vendere piccoli quadretti alla giovanissima età di soli sedici anni, vi era anche Paul Getty III, che viveva a Roma con la madre, proprietaria di una boutique a Piazza di Spagna. Un giovane che aveva un nome altisonante, era infatti, uno dei quattordici nipoti di Paul Getty I, il magnate del petrolio, l'uomo, nel 1973, più ricco del mondo. Quella notte il giovane Paul Getty III scompare misteriosamente da Piazza Farnese, a due passi da Piazza Navona e Campo dei Fiori nel centro storico della città eterna.. Della scomparsa i giornali dell'epoca ne pubblicano solo qualche riga pensando , inizialmente, ad uno scherzo o ad un tentativo messo in atto dallo stesso giovane con lo scopo di estorcere qualche soldo al ricchissimo quanto spilorcio nonno. Inizia, invece, in realtà, un triste destino di un giovane che ha avuto solo la colpa di essere il nipote dell'uomo più ricco del mondo e la cui vita è stata solo una immane somma di atroci sofferenze ed immensi dolori. Da quella notte inizia il sequestro di Paul

Getty III che rimarrà nelle mani dei suoi aguzzini per 158 lunghi ed interminabili giorni. Esperienza dalla quale il giovane Paul non uscirà mai più. Paul venne rilasciato all'alba del 15 dicembre del 1973 sull'autostrada del Sole all'altezza dello svincolo di Lauria all'esatto confine fra la Calabria e la Basilicata, nella zona del Monte Pollino. Il camionista Antonio Tedesco, che, casualmente, incontrò il giovane Paul nei pressi dell'autostrada nello stesso posto nel quale qualche giorno prima venne consegnato il riscatto, e che accompagnò il giovane presso la locale stazione di polizia, venne intervistato dai cronisti di mezzo mondo. Paul, figlio di genitori seperati, aspettò che la mamma, Gail Harris, con la quale viveva arrivasse da Roma per venirlo a prendere. Venne rilasciato in pessime condizioni di salute dopo aver subito la mutilazione di un orecchio che venne spedito in una busta alla redazione romana del Messaggero insieme a delle ciocche di capelli per dare la prova che il giovane fosse nelle mani dei sequestratori disposti a tutto pur di ottenere il riscatto richiesto direttamente al nonno. Riscatto che inizialmente venne fissato nella cifra di due miliardi di lira per poi giungere, nel tempo, alla richiesta astronomica per quei tempi di ben dieci miliardi. Memorabile l'affermazione di Paul Getty senior che appena ricevuta la richiesta del riscatto affermò “Ho ben quattordici nipoti, se pago per uno prima o poi mi rapiscono anche tutti gli altri”. La prima richiesta di riscatto giunse ai familiari di Paul il 26 luglio, dopo soli 16 giorni dal sequestro, e venne quantificata in due miliardi di lire. A tale richiesta seguì il netto rifiuto di pagare. Seguirono due mesi di apparente silenzio da parte dei sequestratori anche se le successive indagini accerteranno che nel frattempo vi furono contatti tra emissari dei rapitori con i legali della famiglia e si registrò anche l'arrivo a Roma di detective privati e di uomini dell'FBI. La domenica dell'11 novembre del 1973 l'intera prima pagina de “Il Messaggero” titolava “Il macabro plico arrivato ieri al Messaggero”. Articolo nel quale si documentava minuziosamente l'orrenda decisione presa dai rapitori di mutilare Paul di un orecchio e di spedirlo in una busta insieme a delle ciocche di capelli. Gesto eclatante e

che fece il giro del mondo anche perché era la prima volta in assoluto che si adottava un simile messaggio. Sistema che venne poi emulato e adottato i tanti altri sequestri di persona. Per ironia della sorte ed anche per la nota lentezza dei servizi postali italiani la busta contenente l'orecchio mozzo di Paul che venne spedita da Napoli impiegò ben venti giorni per giungere a Roma. “Se dopo questa lettera non succederà nulla, aspetterò la morte a soli 17 anni”, scriveva lucidamente e con una fortissima angoscia il giovane Paul costretto a vivere in una lurida e fredda prigione che venne poi ritrovata dalle forze dell'ordine qualche anno più tardi. Di ben 1000 miliardi era il patrimonio dei Getty nel 1973 ed il valore della compagnia petrolifera di famiglia raggiungeva quota tremila miliardi, ma , nonostante ciò, molte furono le titubanze nel pagare il riscatto ed addirittura il nono pretese dal nipote la restituzione di quanto consegnato con rate a cedenza annuale con l'interesse del 4%. Ma al di là della vicenda personale di Paul Getty III morto a 54 anni per l'aggravarsi del suo già grave quadro di salute, qualche giorno fa in Inghilterra nella residenza di famiglia nella campagna di Buckinghamshire, dopo aver vissuto per ben trent'anni su una sedia a rotelle completamente paralizzato e quasi cieco, sordo e non in grado di parlare correttamente, in seguito ad una overdose di eroina che nel 1981, a 24 anni, gli procurò un ictus devastante, a riprova di come non riuscì a superare il trauma del sequestro abbinato al fatto di aver vissuto in una famiglia dove sia il nono che il padre hanno dimostrato ben poco affetto nei confronti del loro sfortunato congiunto, il sequestro di Paul Getty III rappresentò il vero e primo colpo grosso della 'ndrangheta che riuscì ad incamerare ben un milardo e settecento milioni che rappresentarono il primo enorme tesoro dal quale partì la scalata imprenditoriale dell'organizzazione stessa. La leggenda metropolitana narra di un intero quartiere a sud di Bovalino, paese dell'entroterra aspromontano, che gli abitanti del tempo, oggi anziani, ricordano e chiamano ancora “Polghettopoli”. Un intero quartiere, un'intera via denominata “Via degli Oleandri”, le cui abitazioni , si narra, sembra siano state costruite con i proventi del sequestro.

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Inchieste

E non solo le case ma anche l'acquisto di decine e decine di automezzi pesanti adibiti al trasporto terra con i quali si partecipo' all'appalto pubblico di sbancamento per l'allora costruenda centrale a carbone che non venne mai costruita. Progetto che poi venne sostituito dalla costruzione del porto di Gioia Tauro che oggi rappresenta uno dei porti commerciali per containers fra i più importanti e strategici d'Europa. Un duplice obiettivo quello legato al sequestro del secolo dell'hippy d'oro. Quello di reinvestire il denaro per avviare una lucrosa attività di gestione del traffico di stupefacenti che nel 1973 era ancora monopolio della mafia siciliana, mentre oggi è monopolio della 'ndrangheta e introdursi nell'economia legale creando una economia parallela in grado di dare sollievo a quella popolazione oberata dalla fame, dalla crisi e dall'assoluta mancanza di opportunità di lavoro. E non di rado gli investigatori hanno potuto notare che una buona parte della popolazione interessata non solo non ha mai fornito alcuna collaborazione per cercare di individuare dove fosse tenuto nascosto l'ostaggio, ma si instaurò un fenomeno di fiancheggiamento collettivo che invece era fondamentale per la 'ndrangheta che godeva del consenso popolare. Fiancheggiamento che risultò utile e prezioso anche per i tanti altri sequestri che l'anonima sequestri calabrese continuò ad organizzare per tutti gli anni settanta. Una 'ndrangheta in ascesa che godeva del consenso popolare e che poteva contare anche con una scarsa incisività delle indagine e dell'azione giudiziaria. Non esistevano allora né pentiti , né collaboratori di giustizia ed i processi erano spesso dei processi – farsa dove le assoluzioni per insufficienza di prove fioccavano. Il processo per il rapimento si tenne presso il Tribunale di Lagonegro, sede di competenza del luogo dove venne ritrovato Paul Getty III e si concluse, nel suo primo grado, nel luglio del 1976. Due furono i condannati, due figure minori, Antonio Mancuso, proprietario dell'auto che trasportò materialmente il riscatto e Giuseppe la Manna, guardiano notturno, al quale vennero ritrovate alcune delle banconote facenti parte del riscatto. Vennero assolti per insufficienza di prove i veri boss della 'ndran-

gheta calabrese. Personaggi del calibro di Girolamo Piromalli detto “Don Mommo” e Saverio Mammoliti detto “Saro”, che ne hanno fatto la storia. In appello le pene vennero ridimensionate. Il processo ebbe anche una coda a Milano, per decisione della Cassazione ed uno dei due rapitori, per altre vicende criminali, finì internato per un periodo in un famigerato manicomio criminale. Tranne poche banconote il riscatto non venne mai più ritrovato. Paul Getty III dopo solo un anno dal suo rilascio incontra una giovane e bellissima modella tedesca, Gisela Zacher, che sposerà. Matrimonio che gli costerà il fatto di essere diseredato dal nonno che aveva stabilito che, qualora i suoi nipoti si fossero sposati in una età inferiore ai 25 anni, avrebbero perso ogni diritto ereditario. Dal matrimonio nasce un figlio, Balthazar Getty, che vive e lavora ad Hollywood con una discreta carriera di attore alle spalle. Un processo, quello sul sequestro di Paul Getty III che ben dimostra la realtà del tempo. Una Italia impegnata a fronteggiare altre esigenze, come quella del terrorismo. Una nazione che non disdegna il mantenere rapporti occulti con le organizzazioni criminali come la mafia siciliana, la banda della Magliana che controlla la città di Roma, ed ovviamente, anche la 'ndrangheta calabrese. Rapporti che servono da corollario a quella strategia della tensione che negli anni settanta vede coinvolti pezzi deviati dello Stato che sull'altare della ragion di Stato basato sull'anticomunismo nell'ottica della guerra fredda ha tollerato l'espansione di un potere forte sommerso e pericolo come la 'ndrangheta che , comunque, poteva in alcune situazioni ed operazioni, addirittura essere utile alla causa comune. E fra i personaggi coinvolti nel sequestro che segnò l'avvio della mafia imprenditrice e determinò il salto di qualità da una mafia campestre e rurale in una criminalità economica organizzata e con forti mire espansionistiche di natura economica in tutti e cinque i continenti marita particolare attenzione Don Saro Mammoliti, da ben nove anni dissociato dall'onorata società. Figura centrale dell'universo 'ndranghetista insieme a Mommo e Peppino Piromalli, Peppino Pesce, Mico Rugolo e Teodoro Crea determinò l'avvio della nuova fase

espansiva della 'ndrangheta nel controllo del mercato mondiale degli stupefacenti. Sempre circondato da belle donne al punto tale di meritarsi il soprannome di “Playboy della 'ndrangheta” ed appassionato di fiammanti auto sportive amava frequentare i night club più in voga nelle roventi notti romane senza disdegnare qualche capatina nei locali milanesi di Francis Turatello. Nel 1975, da latitante si sposò. Due agenti della Cia lo avvicinarono fingendosi trafficanti di eroina e cocaina per acquistare un ingente quantitativo di droga. Don Saro rispose che per portare a termine l'operazione era necessario ottenere l'assenso di Don Mommo Piromalli, capo della 'ndrangheta tirrenica, di Don Antonio Macrì, capo della 'ndrangheta ionica e di Paolo Violi capomafia a Toronto. L'ipotesi più accreditata è che il sequestro venne ideato e concepito nell'ambito della federazione dei capi che gestiva l'organizzazione nella Piana di Gioia Tauro per la necessità in quel 1973 di reperire fondi da investire soprattutto negli appalti per le grandi opere che stavano sopraggiungendo. Erano gli anni del pacchetto Colombo che approvò per incentivare l'industrializzazione calabrese il grande sogno del quinto centro siderurgico, proprio quando i grandi colossi della chimica stavano per vivere la loro più grande crisi In realtà una buona scusa per far arrivare in Calabria tanti soldi pubblici che servivano anche a finanziare in modo occulto partiti e segreterie politiche dei partiti allora al potere. Occorrevano centinaia di milioni per compre ruspe, mezzi edili e quant'altro per accaparrarsi i lucrosi appalti anche con la complicità dei colletti bianchi della politica dell'epoca. La 'ndrangheta che, allora per la prima volta , diventa impresa. E tutto ciò legato al destino di un povero giovane, ricco solo per il cognome che portava, che dalla vita non ha avuto nulla, se non sofferenza. Al suo nome e ai soldi del suo avarissimo nonno si legherà per sempre il primo grande processo di trasformazione e di crescita di una potenza economica che, denominata 'ndrangheta, rappresenta oggi, nonostante la perseveranza nel sottovalutarla, la più grande e temibile holding globalizzata del crimine mondiale. Gianfranco Bonofiglio

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Italiani I VOLTI DEL PRIMO MARZO Voci da un'altra Italia Marotta&Cafiero editori Un lunedì di marzo, tiepido perché riscaldato da un raggiante solo siciliano: uomini, donne, bambini, studenti, lavoratori, corpi che si muovono tra le strade dell'isola, da Siracusa a Catania. E' una manifestazione... è il primo marzo dei migranti che vivono e lavorano in Italia. Lo sciopero, il grido di protesta e di aiuto, le storie, la quotidianità, raccontati nell'arco di ventiquattro ore, dalle prime luci dell'alba alla notte. Francesco Di Martino, Giuseppe Portuesi, Giorgio Ruta, Massimiliano Perna e Rosario Cauchi descrivono, tra le parole e immagini di questo lavoro, una giornata dedicata all'altra Italia: quella che non occupa gli spazi televisivi, quella che si muove con discrezione, quella che accetta “i lavori che gli italiani non vogliono più fare”, quella che si sveglia di notte per 20 o trenta euro. Una manifestazione illustrata andando anche oltre le strade che ha attraversato, con approfondimenti generati dalla cronaca e dalle inchieste che interessano o hanno interessato, direttamente e indirettamente, i migranti che continuano a scegliere la Sicilia per rifarsi un'esistenza, per avere un lavoro, per conquistare uno stipendio. Il tentativo di ricostruire una dimensione, troppo spesso occultata da una penombra talmente opprimente da imporre il silenzio a chi decide di dire basta e di richiedere gli stessi diritti riconosciuti agli altri italiani. Il testo, insieme al progetto che ne sta alla base e che voi stessi potete sostenere diventandone co-produttori, contiene la cronaca, narrata e fotografata, di quel primo marzo del 2010 e di tante altre storie d'immigrazione... L'altra Italia, quella che non viene raccontata ma che esiste e chiede dignità. La produzione dal basso è partita: www.produzionidalbasso.com/pdb_562.html www.ilclandestino.info/primomarzo/

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Ragazzi di quartiere

Il carcere coi muri e quello senza Una difficile liberazione

Un pomeriggio di gennaio, Benedetto, un volontario dell'associazione Kerea, mi telefona: “Ci vediamo all'Arci, a Piazza Carlo Alberto?” “Si, perché?”. Mi domando. Cammino lungo la strada per arrivarci, che passa anche da via Etnea (ci troviamo a Catania), quando arrivo sulla Piazza, guardo i ragazzini che giocano a pallone, e procedo pensieroso. Appena arrivato, trovo Benedetto, con cui avevo già fatto la festa del Teatro a Librino, insieme ad altri compagni, qualche tempo fa. Mi dice subito:“Il 27 gennaio, la giornata della memoria faresti lo spettacolo “Librino”, al carcere minorile di Bicocca?” “...”. Resto senza parole, ma lo ascolto. Poi, una mezz'ora dopo arriva Silvana Leonforte, che lavora con l'associazione Euro dentro al carcere. Mi spiegano tutto quello che c'era da sapere. Penso subito di avvertire Orazio Condorelli e Pippo Scata e Domenico Guglielmino; perché con loro, nei mesi scorsi, ho condiviso la responsabilità di testimoniare la mia vita con questo spettacolo. Ad un certo momento, qualche mese fa, eravamo stati d'accordo nel dire:“Basta Librino per adesso”. perché ci erano quasi mancate le forze. Adesso, adesso era il mo-

mento di trovare una motivazione. "Pronto Orazio"!. "Pronto Pippo?". "Ciao Domenico! Siamo tutti concordi: “Librino é uno spettacolo per i ragazzini, gli stessi minori che stanno in carcere, si fa, si fa!”. Dopo una settimana sono arrivate le autorizzazioni per farci entrare all'interno, visto che il Bicocca é anche un carcere di massima sicurezza, dove c'é un ala riservata ai detenuti maggiorenni sotto il 41 bis. Il giorno che siamo entrati dentro per fare un sopralluogo, la prima cosa che ci ha colpito é stato l'ottimo campo da calcio in erba che c'é all'interno del carcere. Pensando alle strutture fatiscenti che ci sono nei quartieri di periferia, dove la maggior parte dei ragazzini detenuti ha vissuto, penso come questo sia un paradosso fortunato di questa città: il campo da calcio dove giocare appunto dentro al carcere. Il campo da costruirsi e il gioco nella strada é poi anche una parte della storia che raccontiamo nella sceneggiatura di Pippo Scatà. Questi ragazzini sfortunati quello che non hanno trovano fuori, l'hanno trovato qui, all'interno di questa struttura penitenziaria, dove stanno scontando la pena per la legge infranta. Orazio, che é il regista, ed io siamo andati a vedere il teatro, dove viene fatto lo

spettacolo, e siamo rimasti senza parole, perché é un teatro bellissimo e funzionale; a me viene in mente il Teatro Moncada ridotto in macerie e scordato dall'amministrazione comunale. La mattina dello spettacolo sono emozionato. Insieme a Orazio entriamo all'interno per andare verso il teatro; sistemiamo le luci, gonfiamo i palloncini, facciamo quello che si deve fare. E aspettiamo per qualche minuto interminabile loro, i protagonisti veri, ragazzini dai quindici anni in su, a cui abbiamo il dovere di raccontare che ci può essere una seconda possibilità nella vita e anche una terza. “Qui, nascosto, va bene!”. Vado a mettermi dietro a “quel pilastro” (lo vedete anche voi?) in modo che i ragazzini non mi vedano da subito, e quando Alessia, una educatrice del carcere, da il via, loro entrano ad uno ad uno da una scala; e nella platea del teatro, mi guardano con attenzione. Subitissimamente arrivano i loro commenti: “ E cu é chistu. Chi voli? ”. Si accendono le luci del teatro ed inizia la musica di sottofondo (in genere questo é il ruolo di Domenico).Passano i minuti. E questi ragazzini (la maggior parte dei quali sono del mio stesso quartiere, appunto Librino) con i loro volti e i loro sguardi, ora in silenzio, ora sorridenti, diventano parte integrante della “nostra” memoria. Ma sopratutto della mia. Ora andiamo avanti con lo spettacolo; e loro, con i loro commenti li, sento come se fossero sul palco con me. Sento, ancora oggi, i loro applausi i loro sorrisi, i loro sguardi, e ritorno con la memoria a tantissimi anni fa, quando anch'io ero un ragazzino ed ero chiuso in un colleggio. Non mi era mai successo di entrare in un carcere; e per un giorno quei ragazzini mi hanno fatto sentire uno di loro. Durante la scena della collina, dove dico "Aurora Talia che bellu Librinu di sira. Chiuri l'occhi e pi' n'attumu chiuritili macari voi autri", anche i ragazzini hanno chiuso gli occhi per immaginare un quartiere, che non hanno avuto la fortuna di vedere, con gli aranceti, i vigneti, gli uliveti. Perché non sono andati mai a giocare su quella collina. Luciano Bruno

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Movimenti

“Allora non sapevamo di essere già compagni...” “Cominciò così, nella provincia siciliana...”. La scoperta della politica nella storia di un giovane militante del Pd

Cominciò così. Quasi otto anni fa, nella provincia siciliana. Con degli amici, allora non sapevamo di essere già compagni, riapriamo la sezione cittadina della Sinistra Giovanile, un po’ per curiosità un po’ per diventare grandi. Fare politica era per noi un modo per segnare una differenza rispetto alla quotidianità. Alla fine, nel 2006, eravamo novanta ragazzi. Nel mezzo ci sono state tante cose: partite a Risiko, la colla per i manifesti , cene a mezzanotte. Erano state grandi emozioni, amici persi, adulti che ci volevano emarginare, vittorie e sconfitte. Siamo cresciuti così. La nascita del Pd, per noi, prima di tutto la conclusione della Sinistra Giovanile è stata dolorosa. Percepivamo stesse finendo qualcosa di grande, sapevamo di andare verso qualcosa di altrettanto importante. Avevamo paura e abbiamo accettato la sfida. Dopo qualche anno i Giovani Democratici cominciano ad assomigliare all’idea che abbiamo di politica. Attorno a noi sfidiamo ogni giorno il disinteresse o il riflusso in comode nicchie, cercando di parlare della nostra generazione, andando nei luo-

ghi dove i giovani vivono, studiano e provano a lavorare. A Pomigliano e Mirafiori abbiamo detto guardate che qui cambia tutto, non è progresso la cancellazione dei diritti, compito della sinistra è stare con i lavoratori. Siamo stati a L’Aquila, Rosarno e Lampedusa, quando i giornali avevano ripreso ad occuparsi di Montecarlo e ballerine. Le estati passate a spillare birre alle feste dell’Unità, la notte prima del congresso cittadino a scrivere documenti rileggendo Foa e Don Milani, le collaborazioni con l’Arci e le partite di calcetto con i nuovi italiani. L’autunno studentesco siamo stati in piazza, discutendo con chi giocava a fare l’autonomo e con i deputati per scrivere le mozioni, poi a sentire Bersani, la Camusso

al comizio a Piazza S. Giovanni e Napolitano il 31 dicembre. All’occupazione del cinema Vicari a Palermo, con le tende da campeggio in centro a Torino. Ci scontriamo con il concetto comune di politica come desiderio di privilegi o di un uomo che da solo risolva i problemi. Muri duri da buttare giù. Anche per questo mal sopportiamo l’idea che rottamare significhi rimozione scientifica, volontaria, del passato, della nostra storia. Nessuno ci ha ancora convinto che sputare sul sindacato o sul partito, su chi è venuto prima di noi, sia segno di modernità. Abbiamo provato ad affermare militanza e appartenenza in un partito che dall’inizio si è immaginato riunione estemporanea di cittadini, riflesso di una società liquida e senza conflitti. Ci abbiamo provato: oggi quel partito di fronte alle dure repliche della realtà è costretto a ripensare se stesso; noi abbiamo più di mille sezioni e cinquantamila iscritti. Una comunità politica, questo stiamo provando a costruire. Questo, l’ha spiegato meglio di me un altro compagno: “La parola compagno fa parte del nostro vocabolario. Rappresenta il senso che abbiamo della comunità, soprattutto se c’è un paese intorno dove chi lavora va incontro al licenziamento ed è costretto a rinunciare ai diritti. Compagno esprime quella cultura di sinistra in grado di tenere insieme i problemi quotidiani e quelli del mondo, le questioni del proprio quartiere e i conflitti globali. Compagni sono quelle persone capaci di far questo”. Federico Nastasi

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In questo Stato

Lo scempio di Parco Falcone metafora della città

Ospedale di Modica Immondizie e silenzi Al Presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo All'Assessore alla Salute della Regione Massimo Russo Al Direttore Generale dell'Asp 7 di Ragusa Ettore Gilotta Al Direttore Sanitario dell'Ospedale Maggiore di Modica Piero Bonomo Alla Procura della Repubblica di Modica Gentile Assessore Massimo Russo, non pensavamo di doverci rivolgere a Lei per una questione riguardante la nostra Provincia, quella di Ragusa, ma, nonostante le richieste e le domande avanzate nell’ultimo mese a chi di dovere, ci preme particolarmente portare alla sua attenzione un fatto veramente increscioso, di cui forse è già a conoscenza tramite altri media. La nostra inchiesta sull’Ospedale Maggiore di Modica, sulla mancanza di sicurezza e sulla presenza di rifiuti di ogni genere nei sotterranei del nosocomio modicano, ha suscitato numerose polemiche. Tantissimi cittadini, organizzazioni e istituzioni politiche si sono interrogati sull’igiene dell’Ospedale: abbiamo documentato con foto e video le condizioni fatiscenti di alcuni locali sanitari, la possibilità di manomettere i quadri elettrici di tutta la struttura, la presenza di rifiuti tossici abbandonati e non dismessi o ancora di apparecchiature elettroniche lasciate per mesi in un corridoio, con la non curanza dei relativi protocolli di smaltimento. Insieme ai tanti cittadini che hanno manifestato il loro disappunto in merito, abbiamo chiesto delle risposte ai vertici sanitari, a coloro che hanno il dovere di gestire quello che concerne la sanità ragusana. Il direttore generale dell’Asp di Ragusa, dott. Ettore Gilotta e il direttore sanitario del nosocomio modicano, dott. Piero Bonomo, però, invece di rispondere agli interrogativi posti dalla nostra inchiesta e soddisfare i sani dubbi della cittadinanza, hanno preferito dar “mandato di predisporre un esposto – querela” per violazione di domicilio e procurato allarme. Delle accuse mosse nei nostri confronti risponderemo, eventualmente, in Tribunale, ma dobbiamo comun-

que affermare, in nome di una corretta informazione, che non abbiamo forzato nessuna porta né infranto alcun divieto, come sostiene invece l’Azienda Sanitaria Provinciale di Ragusa. Il vero problema, invece, rimane un altro. Pensiamo infatti sia doveroso e d’obbligo dare delle risposte in merito. La presenza di rifiuti di vario tipo in quella parte di ospedale rispetta i protocolli previsti per lo smaltimento dei rifiuti? La presenza di rifiuti speciali abbandonati è consona all’ambiente in questione? Come si giustifica la presenza, tra l’immondizia, di apparecchi ancora imballati? Si può parlare di sicurezza guardando lo stato di degrado in cui versano le tubature? Le infiltrazioni d’acqua che abbiamo rinvenuto in gran parte della struttura potrebbero significare che i lavori di manutenzione, in questi ultimi mesi/anni, non sono stati fatti nella maniera più opportuna? Ma soprattutto, può non essere pericolosa la presenza di acqua sotto i quadri elettrici e la possibilità, per chiunque, di poter entrare e manometterli, arrecando un danno enorme alla salute degli utenti? Ad oggi non abbiamo nessuna notizia sullo stato attuale dell’ambiente sanitario in questione: nessun comunicato né tantomeno alcuna dichiarazione è stata fatta in merito nelle ultime settimane, quindi è lecito domandarsi se, dopo le polemiche sollevate, l’area sia stata ripulita, sistemata e accuratamente chiusa. Gli interrogativi, come può ben leggere, assessore Russo, sono davvero tanti e importanti. La questione è rilevante per tutta la collettività e, mostrare poca attenzione a tutto ciò, non può che andare a scapito della salute dei cittadini. Certi di un Suo riscontro sul caso, Le porgiamo i nostri distinti saluti La redazione de Il Clandestino

Lo scempio di Parco Falcone è metafora della nostra città. Ci siamo battuti negli anni '90 per strappare quel terreno a Santapaola e alla mafia, e quel po' di verde, in mezzo al caotico traffico cittadino, era diventato il simbolo della rinascita di Catania. Ora tutto sta per essere distrutto dalla sfrontatezza dei vandali, dalla incuria dei cittadini, dal disinteresse dell’Amministrazione. Come vent'anni fa, lanciamo un appello agli abitanti di viale Raffaello Sanzio, di via Giuffrida e delle vie adiacenti, ad uscire dalle proprie case per difendere i beni di tutti. Città Insieme Catania

“Dormi tranquillo, popolo italiano...” (Tovata l'altra mattina sulla statua di Pasquino a Roma) Mentre ch'er Ber Paese se sprofonna tra frane, teremoti, innondazzioni mentre che so' finiti li mijioni pe turà un deficì de la Madonna Mentre scole e musei cadeno a pezzi e l'atenei nun c'hanno più quadrini pe' la ricerca, e i cervelli ppiù fini vanno in artre nazzioni a cercà i mezzi Mentre li fessi pagheno le tasse e se rubba e se imbrojia a tutto spiano e le pensioni so' sempre ppiù basse Una luce s'è accesa nella notte. Dormi tranquillo, popolo itajiano, A noi ce sarveranno le mignotte.

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Schegge di storia siciliana

La Dc in Sicilia dal milazzismo a Ciancimino ”Cari tutti, a causa dello squallore di questo periodo preferisco rifarmi alla Storia e quindi avrò il piacere di inviarvi settimanalmente schegge di storia siciliana. Croce diceva che la Storia è viva e la cronaca è morta. La cronaca vale un giorno, mentre la storia vale sempre...”. Così l'autore, che è un vecchio militante del movimento antimafia: antimafia: ma forse non siamo d'accordo. d'accordo. La storia è un insieme di cronache di tante persone persone comuni. E tutte diventano anch'esse anch'esse storia, prima o poi. Comunque, Comunque, ecco le storie che Elio Camilleri fa girare su internet. Antiche e attualissime, attualissime, siciliane << Mi piacerebbe tanto tanto che i destinatari "adulti" delle mie schegge le facessero leggere ai giovani e che i destinatari "giovani” le facessero leggere agli adulti >> eliocamilleri@libero.it SILVIO MILAZZO OPERAZIONE SICILIA Il 23 ottobre 1958 l’ARS elesse Silvio Milazzo Presidente della Regione con il concorso dei voti comunisti, neofascisti e con il sostegno dei dissidenti della DC costituitisi in raggruppamento autonomo con la denominazione di Unione Siciliana Cristiano Sociale. Si tentò di riprendere lo slancio autonomistico e di contrastare l’invadenza sempre più soffocante del capitale del Nord. Per realizzare tale progetto era necessario “favorire la formazione di un largo fronte autonomistico alternativo, senza esitare a stabilire rapporti di alleanza sia con i cattolici siciliani in rotta con le posizioni della Segreteria nazionale del loro partito, sia con le forze di opposizione di destra guidate dai neofascisti del MSI e dei monarchici”. (G. C. Marino. Storia della mafia. Roma.Newton Compton. 1998. pag. 230) Si voleva, altresì, incoraggiare l’imprenditoria siciliana finanziata dalla Regione stessa, denunciando la DC siciliana di essere succube e al servizio del capitale del Nord ed il principale ostacolo al consolidamento dell’istituto autonomistico. Macaluso e Milazzo videro in Domenico La Cavera e nella Sicindustria, antagonista

della Confindustria e dei monopoli del Nord l’interlocutore privilegiato. I metodi utilizzati, però, per conseguire gli ambiziosi obiettivi della rinascita economica e politica della Sicilia non furono per nulla adeguati, né condivisibili. In sostanza Milazzo non si accorse di essere un burattino nelle mani della mafia (Concetto Gallo), della massoneria (Vito Guarrasi), dei cugini Nino e Ignazio Salvo, esattori delle imposte per conto della Regione e del trio fanfaniano Lima – Gioia – Ciancimino pronto, ormai, a dare il via al “sacco di Palermo”. Fenomeni di clientelismo, corruzione, spartizione e mercato di poltrone negli apparati burocratici fecero affondare in meno di due anni l’ “operazione Sicilia”. Scomparve l’antimafia politica e ogni differenza tra destra e sinistra, tra mafiosi e antimafiosi, tra liberali e socialisti, Emersero trasformisti e opportunisti, ruffiani e portaborse, voltagabbana e accattoni d'alto borgo; le “ragioni” dei centralisti e dei monopoli del nord la ebbero vinta ancora una volta... L'IMPOSSIBILE ANTIMAFIA DEMOCRISTIANA Monarchici e fascisti nostalgici, mafiosi e massoni, comunisti e capitalisti, ciascuno con un proprio ruolo e copione, avevano

rappresentato nel teatro della politica l’“operazione Sicilia” con tutto il suo tragico squallore e non fu facile, per così dire, rimettere tutto a posto. Ci si ricordò, allora, che la DC era un partito anticomunista e che una protesta, anche se solo morale, contro la mafia poteva essere opportuna ed utile per rifarsi un’immagine di pulizia e di legalità, per rifarsi “il trucco”, insomma. Ecco, allora, il buon Giuseppe D’Angelo da Calascibetta, avversario di Milazzo, dei cugini Nino ed Ignazio Salvo, del trio fanfaniano Lima – Gioia Ciancimino. Nel 1962 fu eletto Presidente della Regione con i voti dei socialisti guidati da Salvatore Lauricella, anche lui avversario di Silvio Milazzo. Il buon D’Angelo pensava che la mafia si sarebbe potuta vincere con le buone intenzioni ed azioni di amministratori e politici onesti, con il coinvolgimento morale dell’opinione pubblica, non capì, insomma, che per liberarsi della mafia, doveva liberarsi della sua stessa DC. Il suo astratto moralismo contro la mafia valeva come l’aspirina contro il cancro, cioè nulla. Il buon D’Angelo era anche un tenace ed irriducibile anticomunista e ciò gli impedì di andare oltre i socialisti, di cercare nelle masse popolari consensi e sponde nella lotta contro la mafia.

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Schegge di storia siciliana

Non si poteva essere, contemporaneamente, antimafiosi ed anticomunisti, ciò serviva solo a produrre contro di lui un’opposizione mafiosa ed una comunista. L’alleanza con i socialisti gli procurò, infine, l’opposizione delle destre ostili al centrosinistra. Stretto in un angolo dalle opposizioni ed isolato nel suo stesso partito, riuscì, comunque, a far votare, all’unanimità, dall’ARS una mozione per chiedere l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia. Erano ancora in molti a dire che la mafia era un’invenzione dei comunisti per denigrare la Sicilia e fu così che il buon Giuseppe D’Angelo da Calascibetta non fu neanche rieletto. I TERRIBILI ANNI SESSANTA Gli anni sessanta saranno pure rimasti, nell’immaginario collettivo dei ragazzi di

allora, i “favolosi anni sessanta”, ma in Sicilia tanto “favolosi” non furono di certo per quei 624 mila siciliani che, tra il 1961 ed il 1971, lasciarono le loro case, la famiglia, il paese per andare a lavorare al Nord o in Germania o in Belgio o in Svizzera. Già nel decennio precedente altri 386 mila siciliani avevano affollato le periferie delle città del Nord e allora si può dire che la Sicilia degli anni sessanta non era più la stessa perché ad essa mancarono un milione di abitanti, il 25% del totale. Fu la più radicale riforma sociale mai effettuata, una riforma “passiva”, si capisce bene, un “miracolo economico” a rovescio. Né furono “favolosi” dal punto di vista della qualità e dell’efficienza della classe politica di governo; dal settembre del 1961 al giugno del 1971 si susseguirono, infatti, ben 17 governi: sei guidati da D’Angelo, tre da Coniglio, uno da Giummarra che durò solo 40 giorni, due da Carollo e cinque da Fasino. Nello stesso periodo la politica dovette

gestire ben sei tornate elettorali, di cui tre regionali e tre nazionali e se si pensa che le crisi di governo e le campagna elettorale rallentano e, talvolta, bloccano l’attività politica, si capisce bene che per dieci anni mancò un’azione di governo che fosse effettiva, coerente ed efficace. Negli anni sessanta cessò il terrorismo mafioso contro i contadini anche perché il latifondo non esisteva più, i contadini se ne erano andati e gabelloti, campieri e sovrastanti si erano trasferiti in città nel nuovo ed attraente “affare” del cemento. I poliziotti, tranne che ad Avola, non spararono più sugli scioperanti perché anche in Sicilia fu riconosciuto Lo Statuto dei lavoratori. “Nella Sicilia degli anni sessanta tutto non era cambiato e non tutto era rimasto quello di prima”. (Francesco Renda. Storia della Sicilia. Palermo. Sellerio. Vol. III. Pag. 473)

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Agenda

Premio reportage Napoli Monitor

“Napoli Monitor” è un mensile indipendente che esce con regolarità dal gennaio del 2007. È distribuito tra Napoli e provincia, e in alcune librerie delle principali città italiane. Ha una redazione nei Quartieri Spagnoli a Napoli, in via Concordia 72, e un blog (www.napolimonitor.it). Il giornale si finanzia con le vendite, gli abbonamenti, la pubblicità e l’appoggio dei sostenitori. Sul giornale di carta ci sono molti disegni, su quello in rete anche molte fotografie. Il reportage è il genere che pratichiamo più assiduamente. Per chi dispone di pochi mezzi il modo migliore per raccontare una storia è quello di fidarsi dei propri sensi: andare a vedere con i propri occhi, ascoltare con le proprie orecchie, toccare con mano. Per noi il reportage è quella cosa a metà tra giornalismo e letteratura che ci consente di descrivere la realtà con sufficiente libertà e ci chiede in cambio responsabilità, precisione e profondità. Con questo bando vogliamo condividere la nostra ricerca e promuovere la conoscenza critica del mondo che ci circonda. Il concorso è per tre diverse forme di reportage: scritto, fotografico, disegnato. Termine invio elaborati: 4 marzo 2011. Ogni partecipante potrà concorrere in una sola delle tre sezioni, con un solo elaborato per sezione. Ammessi anche lavori non inediti e candidature collettive. - Per la sezione “reportage scritto”, testi fra 12mila e 20mila battute (spazi inclusi). - Per la sezione “reportage fotografico”, 20 foto a colori o bianco/nero, jpg, con breve testo introduttivo (max 3mila battute). - Per la sezione “reportage disegnato” sono ammesse opere in formato A4 da un minimo di 8 a un massimo di 30 pagine. Le opere devono essere inviate via e-mail all’indirizzo napolimonitor@yahoo.it in formato Pdf per i testi e jpg (provvisoriamente anche in bassa risoluzione) per le fotografie e i disegni, riportando nell’oggetto la dicitura “PARTECIPAZIONE PREMIO REPORTAGE NAPOLI MONITOR”. Va allegata una scheda di presentazione autore con: nome e cognome/ data e luogo di nascita/ brevi notizie autobiografiche/ domicilio/ recapito telefonico/ indirizzo email/ dichiarazione con cui si attesti: la piena paternità dell’opera, l’assenza di diritti detenuti da terzi e di vincoli di copyright, il consenso al trattamento e alla comunicazione dei propri dati personali unicamente per gli scopi inerenti al concorso. I promotori si riservano il diritto di usare

articoli, foto e disegni pervenuti per la costituzione di un archivio e per la realizzazione di materiale illustrativo per promuovere il premio e le iniziative collegate. Il materiale inviato non sarà restituito. La giuria è composta da tre giurati, uno per sezione. La redazione di “Napoli Monitor” procederà a una preselezione , sottoponendo ai giurati tre opere per ogni sezione. Tra queste, ciascun giurato sceglierà il vincitore. I giurati sono: per i testi Riccardo Orioles, per la fotografia Antonio Biasiucci, per i disegni Oreste Zevola. Premi: Sezione reportage scritto: Un buono libro da 300 euro da spendere nelle librerie “Il Punto”, “Librido” e “Perditempo” nel centro storico di Napoli; la pubblicazione in un inserto speciale di Napoli Monitor; Sezione reportage fotografico: Una mostra di sette giorni presso la galleria “Overfoto” di piazza Bellini, Napoli. Sezione reportage disegnato: Una mostra di sette giorni presso la galleria “Hde” di piazzetta Nilo, Napoli. La premiazione avverrà a Napoli nell’ambito di una settimana di incontri, proiezioni e dibattiti su “Chi racconta la città”, che si svolgerà a marzo 2011. I nomi dei vincitori saranno resi noti entro il 10 marzo sul sito di Napoli Monitor e tramite comunicazione personale via e-mail. http://napolimonitor.wordpress.com/2010/1 2/06/premio-reportage-napoli-monitor/

Workshop Documentario Sociale

Scrittura, realizzazione e tecniche Conduce l'evento: Pietro Orsatti

L’immagine e il racconto non sono oggetti neutri. La narrazione di un processo sociale, la descrizione dei luoghi, della memoria e delle persone non si possono fermare a un, seppur complesso, processo estetico. Un documentario che intenda essere narrazione sociale, rappresentazione della realtà, diventa inevitabilmente politico. “Perché la politica è tutto, è quello strumento che vi permette oggi di essere qui. Ora”. (Frei Betto nel documentario Utopia Luar di P. Orsatti) Il workshop Il wokshop intende fornire una base di lavoro, su un progetto produttivo pratico, che unische tecniche di ripresa, scrittura e montaggio fondendo il mezzo visivo con il linguaggio giornalistico e una scrittura letteraria. Con grande attenzione ai nuovi mezzi di ripresa e documentazione. Non solo video.

Il workshop si svolgerà in due fine settimana. Si baserà su interventi pratici e la costruzione di un progetto di documentario. La realizzazione di un breve lavoro documentaristico collettivo sarà destinata a una distribuzione sulla testata Gliitaliani.it e a presentazioni e proiezioni pubbliche. Programma Introduzione teorica Racconto, reportage,e inchiesta L’intervista L’immagine e il linguaggio La preparazione La produzione Tecniche di ripresa Tecniche di scrittura I nuovi mezzi e la costruzione di un linguaggio ibrido Le riprese L’audio Il montaggio Realizzazione di un progetto collettivo dalla scrittura alle riprese fino al montaggio e all’editing finale Dove, quando, quanto Sede del Workshop: Roma - c/o L’Isola che c’è - via Efeso 2/a (metro S. Paolo) Orari (totale 20 ore): sabato 12 marzo: ore 15.00-19.00 domenica 13: 10.00-13.00 e 14.30-17.30 sabato 26: 15.00-19.00 domenica 27: 10.00-13.00 e 14.30-17.30 Costo: 150 euro Organizzazione e prenotazioni Associazione Culturale EleMentiConTorti http://elementicontorti.blogspot.com elementicontorti@gmail.com 340.4902505 Scheda/ Pietro Orsatti Regista, giornalista, scrittore e autore teatrale. Ha lavorato per numerose testate giornalistiche italiane e estere. Ha lavorato presso il gruppo parlamentare verde e in associazioni ambientaliste come Legambiente e Friends of the Earth. Ha realizzato progetti web e campagne per ActionAid, ANCI, Un ponte per…, Ricerca e Cooperazione. Impegnato per anni come collaboratore e redattore di numerose testate giornalistiche su ambiente, società e esteri. Ha pubblicato, fra gli altri, per: Diario, Il Manifesto, Ag. Dire, L’Unità, Editoriale la Repubblica, Carta, La Nuova Ecologia, Arancia Blu, Modus, Liberazione. Ha collaborato con la Rai, Telesur, RedeBras e RadioPop. Collabora con Liberazione, PeaceReporter, Avvenimenti, ANTIMAFIADuemila, Dazebao, PeaceLink e Arcoiris.tv. E’ stato redattore di Left, collaboratore di Terra, EcoTv, TeleJato, AntimafiaDuemila, Agoravox.it. E’ fondatore del progetto editoriale de Gli Italiani – www.gliitaliani.it - di cui è anche coordinatore.

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Satira

L'ultima bottiglia

“E le lasagne sono finite, e il vino è finito... Per non parlare del resto. E come mai? Un tempo, di questa roba, c'era abbondanza...” http://dajackdaniel.blogspot.com/ «Ne è rimasta ancora, di quella lasagna?». «Sì una teglia. Ma hai ancora fame? Abbiamo appena finito il gelato.». «Portala, portala, prima dell’amaro ci sta benissimo.» «Non so se è il caso, è l’ultima: poi non ne resterà più niente per chi arriva più tardi.». «S’arrangeranno, ne cucineranno un’altra.». «E come? La pasta è finita, e mancano anche molti altri ingredienti.». «Vuol dire che mangeranno qualcos’altro. Non di sola lasagna vive l’uomo. Dai, portala.». «Non mi sembra giusto, dovremmo pensare a quelli che vengono dopo.». «Sono in grado di pensarci da soli, hanno tutto il tempo per farlo. Ma, prima dell’amaro, ora che ci penso, c’è ancora un po’ di vino?» «Una bottiglia, solo una.». «Ce la faremo bastare.». «Così rimarranno anche senza vino!». «Berranno birra, si vive anche senza vino.». «Si vive, sì, ma si vive peggio». «Inventeranno qualcosa, s’arrangeranno, sono giovani.». «Non dovremmo fare così, non possiamo finire tutto». «E perché no? È roba nostra, in fondo.». «A dire il vero molte cose le abbiamo trovate quando siamo arrivati qui.». «Appunto: ora sono nostre.». «Certo, ma forse potremmo anche noi lasciare qualcosa a chi sta per arrivare.».

«Ci manca solo questo. Già prendo una miseria di stipendio, almeno mi tolgo qualche soddisfazione.». «Sarà un miseria, ma lo stipendio ce l’hai, così come la pensione assicurata. ». «E allora? Ho rubato, forse?». «No, ma questi che stanno per arrivare nemmeno sanno cosa sia uno stipendio, e la pensione forse non l’avranno proprio, neanche a 75 anni.». «Con tutti i problemi che ho io, non è certo il caso di affliggermi con quelli degli altri. E poi, hanno vent’anni, trent’anni, beati loro. Sai cosa darei, io, per poter avere quell’età? E dovrei compatirli? E dovrei rattristarmi per loro? Ma figurati! Buona questa lasagna, peccato che sia finita. Non trovi che faccia un po’ freddo? Aumenta un po’ il riscaldamento.». «Ci credo che hai freddo , con le finestre spalancate.». «Non mi piace l’aria viziata. Per piacere, alza la temperatura.».

«Mi sembra uno spreco, e non saremo noi che pagheremo la bolletta.». «E allora? Devo morire di freddo?». «Ma se accostassimo le finestre?» «E poi morire soffocato?». «Esageri sempre. Non possiamo esaurire il combustibile solo perché hai paura di morire soffocato». «Come? Sta finendo il carburante?». «Temo di sì, non ne rimane più per molto, ormai.». «E che fine ha fatto?». «L’abbiamo consumato.». «Ma ne rimarrà fino a che resteremo qua?». «Sì, forse. Ma poco oltre.». «Questo è l’importante. Dai, alza la temperatura, sto morendo di freddo.». «Così finirà prima e non ne resterà nulla…». «E le lasagne sono finite, e il vino è finito, e il carburante sta per finire. Per non parlare di tutto quello che è terminato prima. E come mai? Un tempo, di questa roba, ce n’era in abbondanza. Te lo dico io cosa è successo: sono stati i cinesi del piano di sotto. Prima che arrivassero avevamo di tutto.». «I cinesi del piano di sotto? Ma se campano con una ciotola di riso a testa , e d’inverno sigillano le finestre e vanno in giro in casa vestiti come dei babbi Natale!». «Sono stati i cinesi, te lo dico io. E ora alza un po’ la temperatura, l’aria che viene da fuori stasera è fredda e rischio di ammalarmi. Comincio ad avere un’età.». Jack Daniel

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Italien

I volenterosi carnefici di Bossi & C. Ci viene segnalata questa significativa lettera, "sdoganata" da Beppe Severgnini sul suo spazio "Italians". (c.g.) www.settimanasportiva.it/data/news/severgniniGrn_foglia.jpg “I rom e i social-progressisti-buonisti” Quattro bambini Rom sono morti carbonizzati nel solito incidente della baracca che prende fuoco a causa della solita stufetta. Le migliaia di potenziali vittime dei loro borseggi se ne rallegrano assai insieme alle potenziali vittime dei loro furti, stupri e violenze cui queste "povere creature" che la società non capisce e non aiuta sono solite dedicarsi quando diventano adulte Fa eccezione, come di regola, qualche imbecille che crede alle panzane di sinistra che questa gente sia, per lo piu', brava ed onesta e si guadagni da vivere facendo umili ed antichi mestieri Fino a quando al mondo ci saranno questi social- progressisti-

buonisti che credono nella redistribuzione equa della ricchezza e nella solidarietà umana verso il mondo che "soffre", questa gente continuerà a delinquere costringendo a farlo anche i loro bambini. La società premia questa gente costruendogli case. Cosi’ potranno continuare a viaggiare di casa in casa, trovando comodi ed attrezzati campeggi dove parcheggiare le loro Mercedes, continuando a vivere come vuole la tradizione. E quando saranno stufi di un campeggio si potranno trasferire in un altro, sempre viaggiando in comode Mercedes. Finirà che avranno case fisse in accampamenti fissi in tutta Europa, cosi’ potranno viaggiare per il mondo come turisti milionari, senza bisogno di prenotare l'albergo. E continueranno a fare otto figli per coppia per avere sempre più case e più campi attrezzati da cui spostarsi a piacere seguendo la loro bella e romantica tradizione tzigana. Alessandra Vicentini, avi_2002@yahoo.it

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Ucuntu n.103