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L E T T E R EDITORIALE

LAVORO COME DONO

CRISI FINANZIARIA INTERNAZIONALE

VERSO UNA NUOVA ECONOMIA

Un grande bisogno di “coerenza” Donare sé stessi nel lavoro Perché una crisi tanto grave e globale? Crisi finanziaria o crisi di valori?


L E T T E R Periodico quadrimestrale dell’UCID Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti

Anno XI, 3/2008 Autorizzazione del Tribunale di Roma N. 437/05 del 4/8/2005

U C I D UCID, Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti, è un’Associazione privata, nata nel 1947, che impegna i propri Soci alla realizzazione del Bene Comune mediante comportamenti coerenti con lo spirito evangelico e con gli indirizzi della Dottrina Socile della Chiesa Cattolica. Con questo impegno l’UCID pone al servizio della comunità civile le esperienze e le conoscenze che derivano ai propri Soci dalle loro attività imprenditoriali e professionali. I fondamentali princípi etici ispiratori e di riferimento che l’UCID ha adottato e che propone a tutti i propri soci sono: • la centralità della persona, accolta e valorizzata nella sua globalità; • l’equilibrato utilizzo dei beni del Creato, nel pieno rispetto dell’ambiente, sia per le presenti che per le future generazioni; • il sano e corretto esercizio dell’impresa e della professione come obbligo verso la società e come opportunità per moltiplicare i talenti ricevuti a beneficio di tutti; • la conoscenza e la diffusione del Vangelo,applicando le indicazioni ideali e pratiche della Dottrina Sociale della Chiesa; • un’efficace ed equa collaborazione fra i soggetti dell’impresa, promuovendo la solidarietà e sviluppando la sussidiarietà. Da queste linee ideali e di impegno deriva una organizzazione composta, a livello nazionale, di circa 4.000 soci. UCID Nazionale è articolata a livello territoriale in 17 Gruppi Regionali e 83 Sezioni Provinciali e Diocesane. L’UCID Nazionale fa parte dell’UNIAPAC, “International Christian Union of Business Executives”.


ATTIVITA’

3/2008 UCID LETTER

Periodico quadrimestrale dell’UCID Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti Direttore Responsabile Giovanni Locatelli Redazione Segreteria UCID Nazionale Via Di Trasone 56 - 00199 Roma Tel. 06 86323058 - fax 06 86399535 e.mail: presidenza.nazionale@ucid.it site web: www.ucid.it

Anno XI 3/2008 Autorizzazione del Tribunale di Roma N. 437/05 del 4/8/2005 Sped. in Abbon. Postale - D.L. 353/2003 (conv. in l. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 2, DCB Padova

Progetto grafico e impaginazione Germano Bertin Tipografia Nuova Grafotecnica, Via L. da Vinci 8 35020 Casalserugo - Padova Tel.049 643195 - Fax 049 8740592 site web: www.grafotecnica.it

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SOMMARIO

Mozione sulla attuale crisi finanziaria

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EDITORIALE Un grande bisogno di “coerenza”

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Ricordo di Franco Nobili

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PARTE PRIMA: TEMI GENERALI Una crisi che interpella la responsabilità di Antonio Bertani Donare sé stessi nel lavoro di Vittorio Coda e Mario Minoja Sacra Scrittura, bene comune ed economia sociale di Carmine Tabarro

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PARTE SECONDA: APPROFONDIMENTI Ripensare il sistema monetario internazionale di Riccardo Pedruzzi Perché una crisi tanto grave e globale? di Lorenzo Bini Smaghi Crisi finanziaria o crisi di valori? di Manlio D’Agostino Impresa e passaggio generazionale di Manlio D’Agostino e Andrea Annunziata Un “Contratto” con i ragazzi italiani di Michele Cristallo

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PARTE TERZA: RECENSIONI L’etica del bene comune nella Dottrina sociale della Chiesa Globalizzazione, politica economica e bene comune a cura di Silvia Paoluzzi PARTE QUARTA: ATTIVITÀ PRESIDENZA NAZIONALE

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li sconvolgimenti, che stanno colpendo l’economia mondiale, presentano chiari riferimenti alla dissennata gestione della dinamica finanziaria che, un ristretto circuito, specie americano, di operatori del settore - spinti da inconsulto desiderio di onnipotenza e da un esasperato tornaconto individuale - ha sottratto alla logica naturale di strumento dell’economia reale per farla diventare un fine assoluto, con l’eccesso del debito, con la autoreferenzialità del rischio, con il mito dell’innovazione finanziaria, con la massimizzazione del profitto a breve termine. Il tutto nell’ambito di una deregolazione estremizzata. Un uragano di gravità inaudita che sta determinando seri contraccolpi sulla capacità e credibilità delle banche centrali e degli organismi monetari internazionali nel governare la crisi, e che genera angosce e panico, nuove categorie di bisogni “usate” per catturare il consenso e legittimare il potere delle istituzioni. Sulle conseguenti gravi difficoltà dell’economia italiana sono state dette e scritte centinaia di migliaia di parole; riteniamo che l’UCID non possa restare in silenzio. Gli imprenditori, i dirigenti e i professionisti cristiani considerano infatti necessario ribadire che essi hanno sempre creduto e credono - al primato dell’economia reale, contro tutte le enfatizzazioni del peso delle attività finanziarie; - al primato dell’impresa (per noi l’impresa non è una merce, ma comunità) come luogo di continua concreta innovazione tecnologica e produttiva, contro ogni illusione che il valore si formi sulla carta; - al primato dell’imprenditorialità personale come momento di crescita e di mobilità sociale, contro il rattrappimento nell’esistente, nelle paure, negli adattamenti passivi alla crisi; - al primato della società aperta e del mercato responsabile, contro le tentazioni a chiudersi in protezione e protezionismi garantiti dall’affidavit politico.

Si tratta di quattro opzioni che vengono dalla storia dell’UCID, ma anche dalla storia del modello italiano. Abbiamo visto crescere su di esse il nostro Paese e ci sembra che vadano ora riconfermate con forza. Ci preoccupano infatti le tentazioni a tornare indietro, negando la necessaria autonomia della dinamica del mercato, dell’imprendiorialità, della mobilità sociale. Vediamo troppa propensione alla “rincorsa” a mettere in atto interventi di puro fronteggiamento della fenomenologia di crisi (un po’ di cassa integrazione, un po’ di family help, un po’ di sostegno alle imprese, ecc.) e vediamo troppa propensione a un

MOZIONE SULLA ATTUALE CRISI FINANZIARIA

SERVONO COSCIENZA E RESPOSABILITÀ PERSONALE

La rimozione dei valori etici dalle formule dell’efficienza ha causato la crisi dalla quale si esce con una rigenerazione di fondo per costruire il Bene Comune

Imprenditori, dirigenti e professionisti cristiani ribadiscono che essi hanno sempre creduto e credono al primato 1) dell’economia reale, 2) dell’impresa (luogo di continua concreta innovazione tecnologica e produttiva), 3) dell’imprenditorialità personale come momento di crescita e di mobilità sociale, 4) della società aperta e del mercato responsabile 3/2008 • UCID Letter

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MOZIONE SULLA ATTUALE CRISI FINANZIARIA

Perché l’Italia riconquisti la fiducia del suo sviluppo dobbiamo tutti insieme “fare nuova offerta”. Alla politica chiediamo una linea strategica di trasformazione della società e dell’economia. Al mondo delle imprese chiediamo nuovi prodotti, nuovi servizi, nuove opportunità di utilizzo individuale e di copertura dei bisogni collettivi

Servono coscienza e responsabilità personale perché nella ricerca dell’efficienza si abbia contestualmente cura e sollecitudine nel ridurre le disuguaglianze

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pragmatismo del quotidiano che riduce di molto la capacità di trovarsi uniti nel perseguire obiettivi ed evoluzione di lungo priodo. Riteniamo che con le rincorse affannate e con il pragmatismo del quotidiano non usciremo dalla crisi e non ridaremo alla collettività quel bene cosí prezioso, e oggi indispensabile, che è la fiducia. Perché l’Italia riconquisti la fiducia del suo sviluppo dobbiamo tutti insieme “fare nuova offerta”. Alla politica chiediamo di fare offerta di una linea strategica di trasformazione della società e dell’economia (con focus su investimenti infrastrutturali di ammodernamento del Paese piuttosto che su consumi; con un sistema di welfare society basato sulla promozione delle capacità di vita piuttosto di un welfare state bloccato sul criterio risarcitorio delle condizioni di vita, ecc. ecc.). Al mondo delle imprese chiediamo di fare offerta di nuovi prodotti, nuovi servizi, nuove opportunità di utilizzo individuale e di copertura dei bisogni collettivi. Noi imprenditori, dirigenti e professionisti dell’UCID prendiamo comunque l’impegno di sollecitare queste due esigenze di nuova offerta e di applicarle in modo assolutamente determinato nelle nostre attività. Dalla crisi si esce con una rigenerazione di fondo per costruire il Bene Comune. La rimozione dei valori etici dalle formule dell’efficienza ha creato meccanismi finanziari senza controllo che stanno producendo danni enormi. Servono coscienza e responsabilità personale perché nella ricerca dell’efficienza - necessaria nella competizione mondiale non ci si limiti solo ai primi, secondo una concezione darwiniana del mercato, ma si abbia contestualmente cura e sollecitudine nel ridurre le disuguaglianze. Sarà questa la nostra testimonianza, è questo il nostro contributo. Consiglio Direttivo dell’UCID


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he confusion, that are hitting the world-wide economy, introduces clear references to the senseless management of the financial trend that, a narrow circuit, especially American, of operators of the sector, pushed by a desire of omnipotence and by an exasperating personal interest - has embezzled to the natural logic of instrument of the real economy, in order to transform it into an absolute aim, with the excess of the debit, the risk, the myth of the innovation financial innovation, with the maximum profit in the short term. All these things in the sphere of an extreme deregulation. A hurricane of big gravity, that it is determining serious repercussions on the ability and the credibility of the central banks and of the international monetary organisms in governing the crisis, and that generates anguish, panic and new categories of needs, “used” in order to capture the consent and to legitimize the power of the institutions. About the consequent and serious difficulties of the Italian economy, have been said and written thousands words; we think that the UCID cannot remain silent. The Christian: entrepreneurs, leaders and professionals consider in fact necessary to confirm that they always have believed and believe to: • the supremacy of the real economy, against all the emphasis given to the weight of the financial activities; • the supremacy of the firm (according to us, the firm isn’t a good, but a community) as a place of continuous ,concrete, technological and productive innovation, against every illusion that the value is based on a piece of paper; • the supremacy of the personal ability to be an entrepreneur, as a moment of growth and social mobility, against the withdraw of the existing, the fears, the passive adaptations to the crisis; • the supremacy of the open society and of the responsible market, against the temptations of closing in protection and protectionism guaranteed from the political affidavit. They are four options that come from the history of the UCID but also from the history of the Italian model. We have seen to grow, upon them, our country and it seems to us, that they have to be now reconfirmed with force. We are worried by the temptations of coming back, denying the necessary autonomy of the market dynamics, of the entrepreneur and of the social mobility. We are seeing to much tendency to the “run-up”, in order to create interventions of pure facing of the crisis phenomenon (a little unemployment compensation, a little family help, a little support to the enterprises, and so on) and we see too much attitude to a pragmatism of the everyday life that, reduces so much the ability, to be united in pursuing the objectives and the evolution

MOTION ABOUT THE CURRENT FINANCIAL CRISIS

WE NEED OF CONSCIENCE AND PERSONAL RESPONSIBILITY

The removal of the ethical values by the formulas of the efficiency has created financial crisis. You can exit from the crisis with a deep regeneration, in order to construct the Common Good

The Christian: entrepreneurs, leaders and professionals consider necessary to confirm that they always have believed and believe to the supremacy of the real economy, the supremacy of the firm (according to us, the firm isn’t a good, but a community), the supremacy of the personal ability to be an entrepreneur, the supremacy of the open society and of the responsible market 3/2008 • UCID Letter

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MOTION ABOUT THE CURRENT FINANCIAL CRISIS

In order that Italy reconquers the confidence of its development, we altogether must “do a new offer”. We ask to the politics to offer a new strategic line of transformation of the society and the economy. We ask to the world of the enterprises to give new products, new services, new opportunity of individual use and of satisfaction of the collective needs

We need of conscience and personal responsibility, because in the search of the efficiency, but contextually you have cure and attention in reducing the inequalities

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of along period. We think that with the breathless runs-up and with the daily pragmatism, we will not exit from the crisis and we will not give to the community that precious and thus indispensable good that is the trust. In order that Italy, reconquers the confidence of its development, we altogether must “do a new offer”. We ask to the politics to offer a new strategic line of transformation of the society and the economy (with focus on infrastructural investments of modernization of the country ,rather than on consumptions; with a system of welfare society based on the promotion of the life abilities rather than a welfare state blocked on the compensation criterion of the living conditions, and so on). We ask to the world of the enterprises to give new products, new services, new opportunity of individual use and of satisfaction of the collective needs. We, entrepreneurs manager and professionals of the UCID, engage ourselves to speed up these two requirements of new offer and to apply them in an absolutely determined way in our activities. You can exit from the crisis with a deep regeneration, in order to construct the Common Good. The removal of the ethical values by the formulas of the efficiency has created financial mechanisms without control that are producing enormous damages. We need of conscience and personal responsibility, because in the search of the efficiency, necessary in the world-wide competition you don’t limit only to the first, according to a Darwin’s conception of the market, but contextually you have cure and attention in reducing the inequalities. This is going to be our testimony, and it’s our contribution. UCID Directive Board


EDITORIALE

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priamo questo editoriale con “il testamento spirituale” di Andrea Pininfarina, tragicamente scomparso in un incidente stradale lo scorso agosto. Noi dell’UCID vogliamo ricordarlo cosí, con le sue stesse parole di un’accorata lettera al Signore, con la responsabilità di imprenditori, dirigenti e professionisti cristiani che si impegnano a portare avanti con la testimonianza la sua grande eredità di una spiritualità vissuta. Traspare nella lettera il grande bisogno di “coerenza” che la cultura senza Dio non può favorire e neppure dare.

«Caro Signore mi sono interrogato: “Si può chiedere qualcosa a Dio?”. Credo di sí, e ci vorrei provare in questa occasione. Ovviamente non è qualcosa di concreto o di materiale: i tempi della letterina a Gesú Bambino per Natale sono passati da un pezzo! Mi piacerebbe invece confidarti quali sono i valori in cui credo e chiederti di aiutarmi a mantenerli, se non a perfezionarli, in base al Tuo divino giudizio. I valori in cui io credo, sono fondamentalmente tre e cerco di applicarli e praticarli con costanza e continuità: integrità, umiltà, coerenza. Integrità: la considero un insieme di onestà ed etica molto difficile da trovare nel mondo del lavoro, dell’economia e del commercio. Eppure io credo che essere integri faccia la differenza: cosí da potersi guardare tutte le mattine allo specchio senza rimorsi o vergogna, consapevoli di aver sempre dato il meglio di sé con lealtà e rispetto delle regole. Umiltà: molto sovente chi ha successo nella vita e nel lavoro, tende a guardare indietro piú che avanti e a perdere di vista le sfide di tutti i giorni e soprattutto l’umiltà. Penso invece che la vita sia come uno sport: ogni partita, ogni gara deve essere giocata con il massimo impegno, ma ricordandosi che ogni volta bisogna ripartire da zero. Si può vincere o perdere, ma con dignità e con un atteggiamento verso gli altri che nel tempo non si modifica in funzione dei propri successi. Coerenza: anche questo è un valore in cui credo molto, e che ritengo assai poco praticato di questi tempi, in cui l’opportunismo e la capacità di trasformarsi in base agli eventi sembrano essere vincenti rispetto a una qualsiasi credibilità. Questi sono i miei valori. Come li osservo? Mi rimetto a Te e al Tuo giudizio: quello che mi piacerebbe è almeno riuscire a trasmetterli ai miei figli e a praticarli con tutti coloro che vivono, lavorano, interagiscono con me».

UN GRANDE BISOGNO DI

“COERENZA”

L’impresa è una comunità di persone in cui l’autorità non è un potere, ma un servizio per la costruzione del bene comune attraverso lo sviluppo

« ... i valori in cui io credo - scriveva Andrea Pininfarina nel suo “testamento spirituale” - , sono fondamentalmente tre e cerco di applicarli e praticarli con costanza e continuità: integrità, umiltà, coerenza ... come li osservo? Mi rimetto a Te, mio Signore»

Da questi princípi si deve partire nella gestione dell’impresa che, come sottolinea Bertani nel suo articolo, richiede soprattutto in questi periodi di grande turbolenza dei mercati finanziari, una responsabilità che si ponga nel solco dei valori e della morale cri3/2008 • UCID Letter

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La sfida che la cultura cristiana deve raccogliere sta nel mostrare che valori come la fraternità, la gratuità e il dono, possono trovare spazio entro la sfera del mercato, dando vita a opere che contribuiscono a creare il bene comune facendo leva sui valori della solidarietà e della sussidiarietà

Le disuguaglianze devono essere colmate non attraverso la semplice redistribuzione delle ricchezze, ma attraverso lo sviluppo, come insegna la grande enciclica sociale di Paolo VI Populorum Progressio. In questo modo si sottolinea la natura morale del vero sviluppo, con artefici tutti gli uomini in relazione ai talenti ricevuti

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stiana per la costruzione del bene comune attraverso l’attività imprenditoriale e la libera professione. In questo spirito, una componente importante è quella del lavoro che deve essere inteso come dono fatto da Dio all’uomo per continuare la sua opera creatrice. L’impresa, come recita la Centesimus Annus, è pertanto una comunità di persone in cui l’autorità viene esercitata non come potere ma come servizio per la costruzione del bene comune attraverso lo sviluppo. L’articolo di Tabarro prende in esame la tematica del bene comune, analizzando questo grande valore attraverso le Sacre Scritture. In una cultura in cui si assolutizza solo il profitto e il mercato, non c’è posto per il bene comune che è bene di tutti e per tutti. La sfida che la cultura cristiana deve raccogliere sta nel mostrare che valori come la fraternità, la gratuità e il dono, possono trovare spazio entro la sfera del mercato, dando vita a opere che contribuiscono a creare il bene comune facendo leva sui valori della solidarietà e della sussidiarietà. Le disuguaglianze devono essere colmate non attraverso la semplice redistribuzione delle ricchezze, ma attraverso lo sviluppo, come insegna la grande enciclica sociale di Paolo VI Populorum Progressio. In questo modo si sottolinea la natura morale del vero sviluppo, con artefici tutti gli uomini in relazione ai talenti ricevuti. La parte della Rivista dedicata agli approfondimenti presenta un’analisi a piú voci dell’attuale crisi finanziaria internazionale. I contributi sono di Pedrizzi, Bini Smaghi e D’Agostino. Secondo Pedrizzi, la crisi è scaturita principalmente dalla sottrazione della sovranità monetaria agli Stati e dalla mancata convertibilità del dollaro in oro. È venuto a mancare un ancoraggio che inducesse disciplina nella creazione di moneta e di credito nell’era della globalizzazione. Bini Smaghi, sottolinea che uno dei fattori di maggiore rilevanza della crisi e dei casi di fallimento risiede nella sfiducia e nella non volontà da parte dei contribuenti di sacrificare risorse per aiutare organismi che vengono ritenuti “molto benestanti” come appunto le banche. L’innovazione finanziaria “artificiosa” si è poi sviluppata sulla base di una grande “asimmetria informativa” tra gli intermediari finanziari che confezionano i prodotti e i risparmiatori che non conoscono il loro contenuto, favorendo comportamenti di “azzardo morale” che inevitabilmente portano alla crisi. Secondo D’Agostino l’attuale crisi economico finanziaria, sarebbe meglio fronteggiata se le nostre aziende guadagnassero un’autonomia maggiore rispetto al sistema bancario e a un corretto utilizzo delle risorse disponibili. Andrebbe inoltre, maggiormente valutata la transizione dal “no-profit” al “not-for-profit”che punta a generare utili, sia per garantire la propria autono-


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mia e sopravvivenza nel medio lungo termine, sia perché questo consente di effettuare tutti quei necessari investimenti e consolidamenti che sono la garanzia di raggiungimento degli obiettivi sociali e della “mission aziendale”. Proponiamo, poi, una relazione relativa al convegno promosso dal Movimento Nazionale Giovani UCID in cui è stato analizzato il tema riguardante la capacità e il modo di affrontare i momenti delicati (dal passaggio di padre in figlio, ai periodi di crisi) della vita aziendale, basandosi sui valori che affondano le loro radici nella tradizione cristiana - nonché sulla relazione, intesa sia come rapporto familiare che come processo comunicativo. Particolarmente stimolante appare il pezzo di Cristallo, in cui si parla dell’attività dell’UCID della Puglia per la tutela dei diritti dei minori, tramite la stipula, da parte delle istituzioni, di un “Contratto” con i ragazzi, in cui essi chiedono maggiore attenzione per le loro problematiche e necessità, tra le quali la concessione di spazi in cui esprimersi, sostegno economico alle famiglie e maggiore durezza nell’affrontare il fenomeno della pedofilia. Nella terza parte della Rivista proponiamo due recensioni. La prima riguarda una stimolante monografia del Cardinale Tarcisio Bertone su “L’etica del bene comune nella dottrina sociale della Chiesa”. Si tratta di un testo scritto in italiano e in russo, con prefazione del Presidente del Dipartimento per i Rapporti Religiosi Esterni del Patriarcato Ortodosso di Mosca, Kirill. L’iniziativa si muove nello spirito del cammino per l’unità dei cristiani e, in particolare, dei cattolici e degli ortodossi. Cattolici e ortodossi condividono infatti il valore fondamentale del bene comune, con riferimento particolare al ruolo svolto dall’attività imprenditoriale responsabile. La seconda recensione riguarda un recente libro di Antonio Fazio su “Globalizzazione Politica economica e Dottrina sociale” in cui si analizza la tematica della globalizzazione, dalle sue prime forme quali la scoperta dell’America ad oggi, in cui le spinte della finanza, della comunicazione e del capitalismo stanno trasformando l’economia dei Paesi piú progrediti, ponendo però in maggiore evidenza la situazione di povertà in cui vive gran parte della popolazione mondiale. In questo contesto la Dottrina sociale della Chiesa offre linee guida per l’agire umano, fornendo dei princípi etici universali tesi alla realizzazione del bene comune L’ultima parte della Rivista è dedicata alle Attività della Presidenza Nazionale: di particolare interesse il resoconto, ad opera di Nava, del viaggio in Terra Santa del gruppo UCID veneto e lombardo; seguono i rapporti con la CEI, coi movimenti ecclesiali, con i gruppi regionali, con il collegio universitario di Roma e con l’UNIAPAC. Gli amici della Presidenza Nazionale

L’UCID della Puglia , per la tutela dei diritti dei minori, propone la stipula, da parte delle istituzioni, di un “Contratto” con i ragazzi, in cui essi chiedono maggiore attenzione per le loro problematiche e necessità, tra le quali la concessione di spazi in cui esprimersi, sostegno economico alle famiglie e maggiore durezza nell’affrontare il fenomeno della pedofilia

Stimolante la monografia del Cardinale Tarcisio Bertone su “L’etica del bene comune nella Dottrina sociale della Chiesa”. Si tratta di un testo in italiano e in russo, con prefazione del Presidente del Dipartimento per i Rapporti Religiosi Esterni del Patriarcato Ortodosso di Mosca. L’iniziativa si muove nello spirito del cammino per l’unità dei cristiani

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EDITORIAL

THE GREAT NEED OF “COHERENCE” The enterprise is a community of people where the authority is exercised not as a power, but as a service for the construction of the Common Good through the development

«The values in which I believe are basically three, and I try to apply and practice them with constancy and continuity: integrity, humility, coherence ... I observe them? I rely on You and Your judgment, my God»

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e open this editorial with the “spiritual testament” of Andrea Pininfarina, tragically dead the last August in a car accident. The UCID’s members want to remember him, with his same words of a poignant letter to the Lord, with the responsibility of Christian entrepreneurs, managers and professionals who commit themselves to carry on, with the testimony, his great inheritance of a lived spirituality. Emerges from this letter the great need of “coherence” that the culture without God cannot favour and not even give. «Dear Lord I have wondered: “Can be asked something to God?”. I believe yes, and I would like to try in this occasion. Obviously it isn’t something concrete or material: the times of the letter to Jesus at Christmas are passed! It would like, instead, to tell you in which values I believe and ask for your help, in order to maintain-perfect them, according to Your divine judgment. The values in which I believe are basically three, and I try to apply and practice them with constancy and continuity: integrity, humility, coherence. Integrity: I consider it a mixture of honesty and ethics, very difficult to find in the world of the work, of the economy and of the commerce. Nevertheless, I believe that being upright make the difference: in this way, we can watch ourselves every morning in the mirror without remorse or shame, aware to have always given the best of us, with loyalty and respect of the rules. Humility: Very often the one who makes success in the life and in the job, tends to watch behind more than ahead and to forget the everyday challenges and especially the humility. I believe, instead, that the life is like a sport: every game, every match has to be played with the greatest engagement, but remembering that, every time you have to start from zero. You can win or lose but, with dignity and with an attitude towards the others that, during the time, doesn’t change according to the own successes. Coherence: also this, is a value in which I believe so much and I think, very little practiced nowadays, where the opportunism and the ability to change, according to the events, seem to be winning in regard to every kind of credibility. These are my values. How I observe them? I rely on You and Your judgment: what I would like to do, is to transmit them to my children and to everyone who live, work and interact with me». You should start from these principles in the management of the enterprise that, as Bertani underlines in his article, it need, especially during these periods of great turbulence of the financial markets, a responsibility according to the Christian values and moral, in order to create the common good through the entrepreneurial activity and the free profession.

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In this spirit, the work is an important factor, that have to be considered like a gift given by God to the mankind in order to carry on his creating work. The enterprise, as the “Centesimus Annus” says, is therefore a community of people where the authority is exercised not as a power, but as a service for the construction of the common good through the development. Tabarro’s article deal with the thematic of the common good, analyzing this great value through the Sacred Writings. In a culture in which, only the profit and the market are considered, there is no place for the common good that it is the good of all and for all. The challenge that the Christian culture must accept is, to show us that, values like fraternity, gratuity and altruism, can find space within the sphere of the market, generating works that contribute to create the Common Good, founding on the values of solidarity and the subsidiariety. The inequalities must be overwhelmed, not through the simple redistribution of the wealth, but through the development, as “Populorum Progressio”, the great social encyclical by Paul VI teaches us. In this way the moral nature of the true development is emphasized, with all the people as artificers in relation to the received talents. The part of the review, dedicated to the widenings introduces a plural analysis about the present international financial crisis. The contributions are by Pedrizzi, Bini Smaghi and D’Agostino. According to Pedrizzi, the crisis had arisen, mainly from the removal of the monetary sovereignty to the States and from the lacked conversion of the dollar into gold. An anchorage, that induced discipline in the creation of currency and credit in the era of the globalization, was lacked. Bini Smaghi, emphasizes that one of the factors of greater importance in the crisis and in the cases of failure, resides in the distrust and in the unwillingness of the contributors to sacrifice resources in order to help organisms that are thought as “very welloff” like the banks. The financial “artful” innovation has developed, basing itself on a great “informative asymmetry” between the financial intermediaries, which make the products, and the thrifty people that don’t know their content, favouring behaviours of “moral hazard” that unavoidably take to the crisis. According to D’Agostino, the current financial crisis, would be better faced if, our firms earned a greater autonomy, in regard to the banking system and a correct use of the available resources. We should moreover asses, the transition from “no-profit” to “not-for-profit” that points to generate benefit, or in order to guarantee the own autonomy and the survival in the long-middle

The challenge that the Christian culture must accept is, to show us that, values like fraternity, gratuity and altruism, can find space within the sphere of the market, generating works that contribute to create the Common Good, founding on the values of solidarity and the subsidiariety

The inequalities must be overwhelmed, not through the simple redistribution of the wealth, but through the development, as “Populorum Progressio”, the great social encyclical by Paul VI teaches us. In this way the moral nature of the true development is emphasized, with all the people as artificers in relation to the received talents 3/2008 • UCID Letter

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ATTIVITA’ EDITORIAL

It’s very stimulating the activity of the Puglia UCID in order to protect children’s rights through the conclusion, by the institutions, of a “contract” with the kids, in which they ask for a greater attention to their problems and needs, including the granting of spaces where they can express themselves, economic support to the families and greater firmness in dealing with the phenomenon of pedophily

A stimulant monograph by the Cardinal Tarcisio Bertone about “The ethics of the Common Good in the social doctrine of the Church”. It is a text, written in Italian and Russian, with the preface of the President of the Department for the External Religious Relationships of the Orthodox Patriarchy of Moscow, Kirill. The initiative moves in the spirit of the journey for the unit of the Christians UCID Letter • 3/2008

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term, or because this concurs to carry out all those necessary investments and consolidations, that are the guarantee of attainment of the social objectives and of the company mission. We purpose then, a relation about the board promoted by the National Movement of Young in which it’s analyzed the theme related to the ability and the way to face delicate moments as( the passage from son to father, the period of the crisis) of the company life, basing on the values that plunge their roots in the Christian tradition and in the relationship, both meant as familiar relationship and as communicative process. It’s very stimulating the article by Cristallo, that talks about the activity of the Puglia UCID in order to protect children’s rights through the conclusion, by the institutions, of a “contract” with the kids, in which they ask for a greater attention to their problems and needs, including the granting of spaces where they can express themselves, economic support to the families and greater firmness in dealing with the phenomenon of pedophily. In the third part of the magazine we propose two book reviews. The first one, deals with a stimulant monograph by the Cardinal Tarcisio Bertone about “The ethics of the common good in the social doctrine of the Church”. It is a text, written in Italian and Russian, with the preface of the President of the Department for the External Religious Relationships of the Orthodox Patriarchy of Moscow, Kirill. The initiative moves in the spirit of the journey for the unit of the Christians and, in particular, the Catholics and the Orthodoxes ones. Orthodoxes and Catholics share in fact, the fundamental value of the common good, with particular reference to the role carried out by the responsible entrepreneurial activity. The second review regards a recent book by Antonio Fazio about “Globalization, economic Politics and social Doctrine” in which the thematic of the globalization is analyzed, since its first forms, as the discovery of the America, to nowadays in which the pushes of the finance, the communication and the capitalism are transforming the economy of the more progressed countries, but placing in greater evidence the poverty situation in which the biggest part of the world population lives. In this context the social doctrine of the Church offers guidelines for the human acting, giving universal ethical principles aimed to the realization of the common good. The last part of the Review is dedicated to the Activities of the National Presidency: it’s particularly interesting the Nava’s report about the journey in the Holy Land of the Lombard and Venetian UCID groups; it follows, the relationships with the CEI, the ecclesiastic movements, the regional groups, the university college of Rome and the UNIAPAC. Friends of the National Presidency


IL RICORDO

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ranco Nobili, Presidente del Collegio dei Probiviri della nostra associazione, ha raggiunto la Casa del Padre il 26 novembre scorso. Lo ricordiamo commossi nelle nostre preghiere. Per testimoniare la nostra responsabilità nel portare avanti i valori cristiani di umiltà, coerenza e integrità che ha sempre professato, dedicheremo una delle borse di studio UCID 2009 alla Sua memoria, a favore di uno studente particolarmente meritevole del Collegio Universitario don Nicola Mazza di Roma, dove ha sede la nostra associazione. Franco Nobili è nato a Roma nel 1925. Dopo la laurea in giurisprudenza, Franco Nobili ha iniziato a lavorare nel settore delle costruzioni. È entrato nell’impresa Angelo Farsura di Milano. Ha contribuito alla crescita delle attività nazionali e internazionali dell’impresa Farsura, di cui è diventato amministratore delegato. Nel 1959 ha lavorato per la costituzione della COGEFAR, nata dalla collaborazione tra il gruppo finanziario La Centrale e la Farsura, per operare nel campo delle grandi costruzioni. È stato prima direttore generale, poi nel 1975 amministratore delegato e presidente della Cogefar che, sotto la sua guida, si è affermata come una delle più grandi imprese di costruzioni in Italia e all’estero. È stato nominato Cavaliere del Lavoro il 2 giugno 1977. Nel 1989 è stato nominato

presidente dell’IRI. È rimasto in carica, anche dopo la trasformazione dell’ente in SpA, sino al maggio 1993. È stato, tra l’altro, presidente dell’Impresa Pizzarotti, past president della Fiec (Fédération de l’Industrie Européenne de la Construction), presidente Garboli SpA, vice presidente vicario dell’Igi (Istituto Grandi Infrastrutture). È stato presidente dell’Istituto Luigi Sturzo, vice presidente vicario della Fondazione Alcide De Gasperi, presidente della Fondazione Antonio Segni, presidente dell’Associazione Seniores Italia Partner per lo Sviluppo Onlus, consigliere di amministrazione della Fondazione Centesimus Annus pro Pontefice, della Fondazione LEI (Les Equipes Internationales), dell’Istituto di Studi Politici S.Pio V, della Data Management e della Fondazione Domenico Bartolucci. Ha ricevuto la laurea honoris causa in ingegneria civile, in scienze economiche e sociali, in scienze politiche e in scienze filosofiche. È stato Professore onorario delle Università di Pechino e di Salerno. È stato Cavaliere di Gran Croce e Croce di guerra “al valor militare”. Sul piano dell’impegno politico, ricordiamo l’organizzazione del movimento giovanile italiano della Democrazia Cristiana. Questo impegno si è esteso all’Europa con le Nouvelles Equipes Internationales (N.E.I.): la prima forma della internazionale democratico cristiana che, avrebbe piú tardi da-

L’EREDITÀ MORALE DI

FRANCO NOBILI

to vita al Partito Popolare Europeo. Franco Nobili fu prima presidente dei giovani e successivamente ne ebbe la completa responsabilità. Franco Nobili ci lascia una grande eredità morale, che possiamo ricordare con le sue stesse parole pronunciate nell’ultimo incontro, da Lui presieduto, dell’Istituto Sturzo: «Che in un domani nemmeno troppo lontano ci fossero meno poveri, ma anche meno ricchi. C’è bisogno di un riequilibrio della ricchezza. Per delle soluzioni future, non solo economiche, bisogna sollevare i giovani dal loro disinteresse verso la politica. Ormai non esistono più le vecchie scuole di partito ed i ragazzi non si preoccupano piú della politica». 3/2008 • UCID Letter

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RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA

UNA CRISI CHE INTERPELLA LA RESPONSABILITÀ

Esercitare un’attività economica, specie in ambito finanziario, con responsabilità sociale, di fatto, ottiene benefici sia ai singoli sia alla piú ampia collettività

di Antonio Bertani Presidente Gruppo Regionale Lazio

PARTE PRIMA TEMI GENERALI

I

l dibattito in materia responsabilità sociale nella gestione delle imprese, in particolare di quelle che operano nel settore finanziario, è ovviamente tuttora aperto, non prestandosi il tema, per sua natura, a contributi conclusivi. La complessità del problema, la diversità dei punti di vista, delle esperienze personali e della formazione culturale delle personalità intervenute, l’articolata varietà degli interessi diretti e indiretti coinvolti hanno fatto sí che il dibattito si sia svolto attraverso singoli contributi di valore pari all’autorevolezza degli autori, ma privi di riferimenti omogenei per cui resta difficile individuare punti sui quali fondare riflessioni atte ad impostare iniziative che indirizzino le imprese a svolgere appieno la loro funzione sociale. Il fine del presente intervento è quindi l’individuazione,

La turbolenza che ha colpito i mercati finanziari e il fondato timore di conseguenze negative sull’economia reale hanno reso quanto mai attuale il problema della responsabilità sociale nella gestione delle imprese, in particolare di quelle che operano nel settore finanziario. Occorre sviluppare tale responsabilità nel solco dei valori e della morale cristiana soprattutto in un settore come questo, fondamentale per il benessere dello Stato e dei consociati. The social responsibility, that has hit the financial markets, and the founded fear of negative consequences in the real economy, have made actual the problem of the social responsibility in the management of the enterprises, in particular of the ones operating in the financial sector. It is necessary, above all, to develop such responsibility in the field of the values and the Christian moral in a sector like this, fundamental for the well-being of the State and of the community. UCID Letter • 3/2008

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anche alla luce di quanto emerso dal dibattito in corso, di alcuni capisaldi del problema. LA RECENTE CRISI DEI MERCATI FINANZIARI Può essere utile partire da alcune osservazioni relative allo stato di turbolenza che a decorrere dall’estate del 2007 ha colpito i mercati finanziari. Il settore dell’intermediazione ha registrato negli ultimi anni un grande sviluppo, spinto dall’innovazione telematica e dall’apertura di nuovi mercati fino a pochi anni fa esclusi per scelta politica dei relativi Paesi. Inoltre si è assistito a una eccezionale proliferazione di nuovi titoli: fondi comuni, titoli di titoli, bond di difficile qualificazione, borse quotate in borsa, derivati, titoli rappresentativi di crediti cartolarizzati, ETF legati a qualunque grandezza possa essere rappresentata da un prezzo o da un insieme di prezzi: pagine e pagine dei giornali economici elencano quotidianamente migliaia di prodotti finanziari la cui natura e il cui contenuto è ignoto e incomprensibile non solo al pubblico, ma anche alla generalità degli addetti ai lavori. Parallelamente all’aumento dimensionale, il settore ha ottenuto profitti eccezionali: variazioni nell’arco di una giornata di uno o piú punti percentuali, fino a pochi anni fa considerate patologiche, oggi sono divenute normali anche per titoli solidi e a largo flottante, senza che vi sia stato o previsto alcun cambiamento sostan-


ATTIVITA’

RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA

PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

ziale nei fondamentali dell’azienda. Nel mercato mobiliare gli operatori guadagnano sulle differenze: quanto piú sono ampie e veloci le oscillazioni dei corsi, tanto maggiore è la possibilità di guadagno per gli operatori; viceversa un periodo di stabilità delle quotazioni comporta una complessiva riduzione dei ricavi da intermediazione e una maggiore difficoltà, per ciascun operatore, di ottenere i risultati voluti. Nel mercato mobiliare il gioco non è a somma zero; la dinamica economica crea ricchezza: se tuttavia il guadagno complessivo degli operatori è superiore alla ricchezza creata, allora la differenza deve essere ottenuta a scapito di altri, tipicamente dei risparmiatori; direttamente o indirettamente qualora la perdita sia subita da un operatore che tende a distribuirla sulla clientela privata propria o altrui attraverso complessi meccanismi distributivi. Da qualche anno si è assistito a un aumento della presenza di operatori finanziari nel capitale sociale (equity), cioè nella proprietà delle aziende. Il modello tradizionale dell’imprenditore, socio di maggioranza assoluta o relativa dell’azienda, è stato via via sostituito da potenti istituzioni finanziarie che hanno come unico obiettivo la massimizzazione della differenza fra il prezzo di acquisto delle azioni e quello di vendita nel tempo piú breve possibile.

In tali situazioni il problema della funzione sociale delle imprese non può neppure essere posto. Tradizionalmente il rapporto fra la proprietà e la gestione dell’azienda o consisteva in un’identità, nel caso che il proprietario gestisse direttamente l’azienda nel quadro del proprio progetto imprenditoriale, oppure si aveva una separazione fra la proprietà e la gestione, il che comportava una contrapposizione che ad esempio si manifestava in occasione di operazioni straordinarie che coinvolgevano gli azionisti o, delle delibere assembleari di distribuzione dei dividendi: mentre la proprietà tendeva a elevare la percentuale in distribuzione, la gestione tendeva a trattenerne il piú possibile per finalità aziendali di consolidamento o di sviluppo. Gradatamente in questi ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo annullamento di tale contrapposizione: la gestione è stata piegata alla volontà dell’azionista creando una identità di interessi anche attraverso il riconoscimento di stock options o di altri premi legato al corso del titolo. La globalizzazione, intesa sia sotto l’aspetto dell’avvento della telematica che, collega in tempo reale di tutti gli operatoti del globo, e quindi della connessa finanziarizzazione dell’economia, sia con riguardo all’ingresso nel sistema di libero mercato di nuovi grandi Paesi, ha reso obsoleta la preesistente regolamentazione del

Il modello tradizionale dell’imprenditore, socio di maggioranza assoluta o relativa dell’azienda, è stato via via sostituito da potenti istituzioni finanziarie che hanno come unico obiettivo la massimizzazione della differenza fra il prezzo di acquisto delle azioni e quello di vendita nel tempo piú breve possibile

delicato settore finanziario. Da tempo si sente un crescente bisogno di autorità sovranazionali, ma nell’attuale fase di turbolenza la loro debolezza si è resa evidente, mentre le autorità nazionali hanno agito con strumenti antiquati e con l’ottica limitata di garantire la stabilità degli intermediari. Le autorità di ciascun Paese, conformemente alle proprie finalità istituzionali, hanno agito esclusivamente nell’interesse dei propri cittadini: in tale contesto non ci si può meravigliare se i nuovi Paesi grandi o piccoli hanno mantenuto una 3/2008 • UCID Letter

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RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA

L’avvento della globalizzazione ha comportato l’ingresso nel sistema finanziario mondiale, di operatori che offrono prodotti finanziari e creano liquidità al di fuori di ogni sistema normativo e di controllo. Su questo fronte non v’è altro da fare che contribuire nelle sedi internazionali a iniziative che riportino al più presto il sistema mondiale sotto controllo

moneta non convertibile e hanno gestito le grandi disponibilità accumulate in conformità ai propri piani strategici di sviluppo. Le autorità monetarie, inoltre, al fine di evitare che flessioni generalizzate dei corsi si tramutassero in una crisi finanziaria diffusa sono intervenute con massicce iniezioni di liquidità in un sistema già caratterizzato da un eccesso di liquidità. Inoltre a fianco degli operatori bancari, come tali soggetti a vigilanza e regolamentazione, negli ultimi anni sono sorti e si sono velocemente sviUCID Letter • 3/2008

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ATTIVITA’ PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

luppati nuovi operatori quali i fondi, i fondi hedge, i fondi sovrani e le stesse banche centrali di Paesi a forte accumulazione di riserve che sono attivi sostanzialmente al di fuori del sistema regolamentare; nel loro operato questi generano, per il meccanismo del moltiplicatore, liquidità non soggetta né a vigilanza né a rilevazione statistica. Le osservazioni sopra esposte appaiono spurie, ma sufficienti a evidenziare taluni aspetti caratterizzanti l’attuale stato di turbolenza dei mercati al fine di indurre alcune riflessioni. La responsabilità sociale delle imprese, banche e altri intermediari che operano nel settore finanziario, non è superiore alle imprese che operano in altri settori: basti pensare al settore farmaceutico o a quello alimentare o al trasporto passeggeri o alla cultura, attività che si ripercuotono direttamente sulla salute o sull’incolumità o sulla formazione culturale dei propri clienti. La responsabilità di chi intermedia denaro è invece peculiare e senz’altro maggiore di quella degli altri operatori economici se la si considera limitatamente al mondo dell’economia: i clienti sono infatti da un lato i risparmiatori e dall’altro, nel caso di esercizio del credito, le imprese di tutti i settori, ivi compreso lo stesso settore finanziario. L’operatore finanziario inoltre possiede una rilevante forza contrattuale nei confronti dei

clienti prenditori di denaro, alla cui proprietà può partecipare direttamente o indirettamente nei limiti consentiti, e ai quali comunque fornisce i capitali necessari per un regolare svolgimento dell’attività. Tali operatori inoltre costituiscono strumento di politica monetaria anche attraverso la nuova moneta che, creano nello svolgimento della propria attività, e la cui quantità dipende dalla normativa e dalla politica monetaria di ciascun paese o area monetaria. In realtà l’avvento della globalizzazione ha comportato l’ingresso nel sistema finanziario mondiale e quindi anche nazionale, di operatori che offrono prodotti finanziari e creano liquidità al di fuori di ogni sistema normativo e di controllo. Su questo fronte, salvo l’adozione di misure volte a realizzare un’utopistica politica autarchica, non v’è altro da fare che contribuire nelle sedi internazionali a iniziative che riportino al più presto il sistema mondiale sotto controllo. La irrealtà di un sistema autarchico non significa peraltro che non si debbano adottare tutte le misure necessarie o utili allo sviluppo di un valido sistema paese pur in regime di libero mercato. Se l’autarchia prevede una chiusura piú o meno accentuata dei rapporti economici con il resto del mondo, per produrre internamente la maggior quantità possibile di beni e servizi, un regime di libero scambio finalizzato a valorizzare il siste-


ATTIVITA’

RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA

PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

ma del proprio Paese richiede invece che, da un lato vengano mantenute all’interno le attività strategiche, quelle che costituiscono una infrastruttura per l’economia, e dall’altro che i rapporti con il resto del mondo non compromettano la governabilità del sistema interno. RESPONSABILITÀ SOCIALE DELLA GESTIONE DELLE BANCHE Negli anni recenti il sistema bancario italiano ha subíto una profonda trasformazione: da un lato si è passati da una proprietà pubblica del capitale delle banche, che riguardava circa il 70% del sistema, ad assetti proprietari privatistici dall’altro, per effetto di operazioni di concentrazione, sono sorti, a fianco di banche territoriali di piccole o medie dimensioni, alcuni grandi operatori in grado di competere a livello dimensionale con i maggiori gruppi internazionali. Quest’ultimo fenomeno ha contribuito ad amplificare e a rendere piú evidente il problema della responsabilità sociale della gestione delle banche, anche a motivo del maggior potere che queste ultime hanno sulle imprese, incluse in particolare tutte le aziende di maggiori dimensioni, alle quali forniscono a vario titolo i capitali e i servizi necessari allo svolgimento dell’attività. La responsabilità delle banche nei confronti dei risparmiatori depositanti ha nel nostro Paese una lunga e positiva tradizione: l’attenzione delle

autorità centrali alla stabilità delle banche ha prodotto sotto questo profilo un sistema normativo efficiente. Sul fronte degli impieghi ,alle banche spetta la responsabilità della migliore allocazione dei capitali disponibili. È questa una funzione centrale della banca e gli assetti proprietari privati delle banche rappresentano senz’altro un valido presupposto affinché gli impieghi vengano decisi in base a valutazioni strettamente tecniche di merito del credito e connesse alle capacità delle strutture della banca ad assumere e gestire il rischio del credito in affiancamento al rischio d’impresa affrontato dalla proprietà. Ma vi è un terzo settore nel quale il sistema bancario può svolgere un ruolo di grande importanza e responsabilità. Abbiamo assistito in questi ultimi anni ad alcuni episodi, sia pur sporadici, di interventi di successo delle banche nella soluzione di situazioni di difficoltà di alcune imprese. Questa attività di consulenza merita la massima considerazione. Infatti la banca che si organizza con strutture dedicate ad affrontare tempestivamente situazioni di difficoltà delle aziende, prima che queste diventino irreversibili, può offrire un servizio di alta utilità sociale nel campo dell’economia. Oggi il rapporto della banca con l’impresa è affidato all’ufficio crediti della banca: al momento della manifestazione dei primi sintomi di difficoltà del-

Oggi il rapporto della banca con l’impresa è affidato all’ufficio crediti della banca: ai primi sintomi di difficoltà dell’impresa, l’ufficio crediti tende a ridurre il rischio della banca gestendo il rientro dell’esposizione e creando in tal modo ulteriori difficoltà all’azienda cliente

l’impresa, l’ufficio crediti tende a ridurre il rischio della banca gestendo il rientro dell’esposizione e creando in tal modo ulteriori difficoltà all’azienda cliente. Successivamente la pratica passa alla competenza dell’ufficio legale che ha come obiettivo la tutela delle ragioni creditizie della banca. Generalmente nelle banche italiane manca un ufficio “situazioni speciali” che, ai primi segnali di difficoltà, studi la situazione aziendale e proponga con le conoscenze, la competenza e l’autorevolezza proprie di una banca una soluzione di 3/2008 • UCID Letter

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RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA

Un sistema economico diretto dal centro è un modello incompatibile con la democrazia ed è un modello assoluto nel senso che tutti i prezzi e le quantità di beni e servizi prodotti e scambiati vengono stabiliti dall’autorità pubblica

risanamento a tutela del credito della banca, ma a beneficio dell’azienda, dei suoi stake-holders e dell’intero sistema economico del Paese. Certamente nel nostro Paese è ancora forte la remora dovuta al rischio legale di un coinvolgimento della banca nel dissesto, nel caso che l’operazione di risanamento non vada a buon fine: sotto tale profilo appare necessario un intervento legislativo che disciplini adeguatamente le iniziative di intervento meritevoli di tutela. È quindi necessario che venga valutata e promossa un’iniziativa legislativa tesa a proUCID Letter • 3/2008

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ATTIVITA’ PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

teggere dal rischio di coinvolgimento in responsabilità patrimoniali e penali gli interventi delle banche, anche di natura gestionale, finalizzati al risanamento delle imprese. Certamente il settore della consulenza, come sopra identificato, porterebbe alla banca benefici economici considerevoli, ma non tali da poter costituire una componente strutturale importante nel conto economico delle aziende di credito. Per una attivazione di tale meccanismo sembra pertanto necessario un intervento di indirizzo delle autorità centrali. Conformemente alla nostra tradizione culturale, che incentra sulla persona la responsabilità del comportamento, siamo naturalmente portati a porre il problema in termini di valutazione etica delle persone che occupano al vertice posizioni di responsabilità. Dall’altro lato ci chiediamo quali confini devono delimitare l’area di responsabilità delle imprese private e quale invece debba essere l’area di intervento dello Stato. Sul primo punto è opportuno ricordare che l’economia ha delle sue leggi e che l’etica all’interno delle imprese deve rispettare tali leggi anche se, apparentemente può sembrare non in linea con l’etica tradizionale, che trova i suoi fondamenti in princípi antichi riferiti alla struttura sociale della società pre-industriale. Sul secondo punto merita proporre una riflessione sulla differenza fra sistema economico

diretto dal centro e sistema di libero mercato. SISTEMA ECONOMICO DIRETTO DAL CENTRO O LIBERO MERCATO? Un sistema economico diretto dal centro, il cui esempio piú compiuto è stato rappresentato dall’economia dell’Unione Sovietica, è un modello incompatibile con la democrazia ed è un modello assoluto nel senso che tutti i prezzi e le quantità di beni e servizi prodotti e scambiati vengono stabiliti dall’autorità pubblica. L’economia di mercato richiede invece che la società abbia determinate caratteristiche che a noi possono sembrare naturali, ma che naturali non sono, derivando al contrario da uno specifico processo storico di costruzione dell’ordinamento sociale avvenuto nei secoli. In particolare mi riferisco alla libertà nelle sue varie accezioni: religiosa, di pensiero, politica, di associazione, di iniziativa economica, libertà che, almeno in un certo grado, sono state condizione necessaria al funzionamento di una economia di mercato. In particolare la libertà religiosa va intesa certamente come libertà di culto, ma soprattutto come libertà dalle imposizioni morali e ambientali, come condizione interiore che consente scelte di responsabilità individuale e sociale in conformità alla natura dell’uomo e ai valori che stanno a fondamento della convivenza sociale. Perché i meccanismi del li-


ATTIVITA’

RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA

PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

bero mercato possano funzionare sono necessari, oltre allo stato di pace e a una condivisione di valori sufficientemente generalizzata, un’attività regolatrice dello Stato saggiamente contenuta, la cosiddetta “mano invisibile”. Infatti il libero mercato non è un “locus naturalis”, una giungla senza regole in cui il piú forte sovrasta il piú debole, come taluni presuppongono anche implicitamente, ma un “locus artificialis” costruito dall’uomo che per funzionare ha bisogno di regole certe e oggettive che devono essere costantemente vigilate e aggiornate in funzione dei progressi della società. E nella nostra società si sono verificati, negli ultimi anni, cambiamenti rapidi e profondi: l’impatto della telematica, l’ingresso nell’economia di mercato delle popolazioni dell’Europa orientale e dell’Estremo Oriente hanno comportato cambiamenti strutturali non accompagnati da regole conformi alle nuove realtà, mancanza di regole di cui hanno prontamente approfittato gli operatori finanziari. Va notato che l’accumulazione del capitale da parte di privati nell’Europa orientale e nei paesi arabi non è avvenuta attraverso un processo di creazione di ricchezza, ma appropriandosi di ricchezze esistenti; e quindi oggi riscontriamo disponibilità ingenti di capitale detenute da soggetti che non hanno creato tale ricchezza, ma se ne sono impossessati con

evidenti conseguenze nelle successive logiche di impiego del capitale. Nei Paesi dell’Estremo Oriente, invece, l’accumulazione del capitale è avvenuta attraverso un formidabile sviluppo dell’attività produttiva diretta a soddisfare la domanda dei Paesi già sviluppati o l’aumento di domanda interna. VALORI E REGOLE Di fronte a tali mutamenti che, per le loro caratteristiche si possono considerare di natura epocale, occorre riflettere sulle radici piú profonde da cui l’economia, e quindi la scienza economica attingono la linfa vitale. L’economia, cosí come il diritto, si fonda sulla morale: non è concepibile un’organizzazione sociale senza morale e solo in presenza effettiva e reale di regole morali si può avere un certo sistema economico. Se la società giudaico-cristiana, la cui morale è fondata sulle tavole dei dieci comandamenti di Mosè, è stata all’avanguardia nello sviluppo economico mondiale non è un caso. Che Adam Smith, riconosciuto fondatore della moderna teoria economica di mercato, fosse un professore di teologia morale non è casuale. Tralasciando il campo della morale generale, in economia di mercato vale un principio fondamentale: il guadagno di una persona deve essere funzione del guadagno che una o piú persone ottengono dall’attività della prima.

Perché il libero mercato possa funzionare sono necessari, oltre allo stato di pace e a una condivisione di valori, un’attività regolatrice dello Stato saggiamente contenuta, la cosiddetta “mano invisibile”. Infatti il libero mercato non è un “locus naturalis”, ma un “locus artificialis” costruito dall’uomo che ha bisogno di regole certe e oggettive

Sotto tale profilo il compito dello Stato consiste nel fornire alla società un sistema normativo tale, per cui il libero svolgimento dell’attività di un soggetto vada a beneficio di altri. La morale tradizionale ha sempre privilegiato l’attenzione alla persona, nel caso di specie a comportarsi con rispetto degli altri anche in situazione di difficoltà; ferma restando l’importanza della formazione individuale. Mi sembra necessario oggi focalizzare l’attenzione sulla morale sociale, intesa come morale delle leggi, del sistema normativo all’interno del quale si 3/2008 • UCID Letter

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RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA

Il fine di migliorare la funzione sociale delle imprese si può perseguire stabilendo un sistema di leggi e regole giuste all’interno del quale ciascuno, indipendentemente dalla propria fede e dai propri valori morali, si può esercitare una attività economica a beneficio proprio e dell’intera società

svolge l’attività del singolo. La caduta nel mondo occidentale dei sistemi ad economia diretta dal centro, ha fatto sí che una classe dirigente formata in quell’ideologia si sia trovata a operare in un sistema di libero mercato, conservando però tutte le abitudini e le categorie mentali del precedente sistema dirigistico. Tale fenomeno, unitamente alla tendenza naturale di ogni Stato, anche di quelli piú liberali, ad ampliare la propria competenza e degli interessi degli imprenditori, da sempre naturalmente tendenti ad accordi sui prezzi, ha generato una tenUCID Letter • 3/2008

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ATTIVITA’ PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

denza a regolare sempre piú in dettaglio lo svolgimento dell’attività economica. Ma lo Stato non solo tende a regolamentare sempre piú l’attività economica, ma anche a svolgerla. Con la conseguenza che il cittadino si trova a pagare imposte, ad esempio per ripianare le perdite di aziende pubbliche che producono beni di consumo, o che vendono cancelleria, o che operano nel turismo e cosí via, tutte attività che potrebbero essere meglio svolte da privati con l’efficienza economica garantita dal sistema di libero mercato. Non è facile delineare a priori lo spartiacque che deve dividere nell’esercizio dell’attività economica la sfera dell’iniziativa privata da quella pubblica. La storia del nostro Paese e, in particolare l’esperienza del modello di economia mista vigente nel secondo dopoguerra e la diffusa perplessità sulle opportunità di essersi privati totalmente di uno strumento pubblico di economia industriale, fa pensare che il sistema produttivo privato abbia pur sempre bisogno di una stampella pubblica a cui appoggiarsi quando sono in gioco situazioni di crisi che si possono ripercuotere sull’intero sistema paese. In sostanza si sente oggi la mancanza di un soggetto che entri nelle aziende per fini pubblici solo in caso di rischio sistemico e ne esca dopo averne create le condizioni: una banca d’affari d’interesse pubblico, verosimilmente a capitale misto. Se la politica e la pubblica

amministrazione naturalmente tendono ad ampliare la propria sfera di competenza, indipendentemente da fini economici, ma solo per fini politici, è solo alla società civile che spetta il compito di contrastare tale fenomeno. Se lo Stato nella sua funzione legislativa e giurisdizionale non fornisce un sistema di regole sufficientemente valido non è la classe dirigente che può supplire tramite dirigenti illuminati e dotati di valori morali: un modello di questo tipo richiederebbe l’esistenza di una autorità preposta alla valutazione morale della classe dirigente che abbia, fra l’altro, il compito di selezionare la stessa e quindi il potere di impedire l’esercizio dell’attività economica a soggetti ritenuti non sufficientemente qualificati sotto il profilo etico. Per inciso va osservato che la nostra società è recentemente divenuta multi-etnica con la crescente partecipazione attiva nella vita economica di persone di diversa formazione culturale e morale. Il fine di migliorare la funzione sociale delle imprese si può invece perseguire stabilendo un sistema di leggi e regole giuste all’interno del quale ciascuno, indipendentemente dalla propria fede e dai propri valori morali, può esercitare una attività economica a beneficio proprio, di altri e dell’intera società. Il sistema di libero mercato non è un caos senza regole, ma è un sistema di regole generali, e non particolari, stabilite dal


ATTIVITA’

LAVORO COME DONO

PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

potere legislativo incentrato nel parlamento e applicate dall’esecutivo, dal governo in primo luogo, e dal potere giudiziario. Quest’ultima osservazione sposta il problema della qualificazione morale delle persone che ricoprono funzioni di responsabilità dalle aziende alla classe politica. Riveste quindi la massima importanza, accanto alla formazione morale dei singoli, la validità del sistema di selezione della classe politica. L’importanza delle associazioni, anche a tal riguardo, è un tema condiviso da tutti i pensatori delle società democratiche. Sono le persone piú dotate di senso della responsabilità sociale che, uniti dalla condivisione dei valori in cui si riconoscono, devono riunirsi, promuovere idee e iniziative e così facendo costituire il vivaio dal quale emergano gli elementi piú idonei a rappresentare i valori comuni e ad affermarli nella società. Sono i cittadini che, uniti dalla condivisione di valori in cui si riconoscono, devono riunirsi e promuovere le iniziative atte a sostenere lo sviluppo materiale, etico e spirituale di ciascuno e della società. Se vogliamo vivere nella testimonianza dei nostri valori, sostanzialmente coincidenti con i princípi cristiani, dobbiamo operare concretamente per far si che il sistema di regole che presidiano lo svolgimento dell’attività economica portino all’affermazione e alla concreta applicazione di tali valori.

C

hi nel lavoro dona sé stesso, a ben vedere, volontariamente dà qualcosa che eventualmente potrebbe anche essergli richiesto, incoraggiandolo con opportuni incentivi, ma che certamente non gli si può comandare. Questo qualcosa, che sta a lui decidere se dare o no nella sua vita di lavoro in azienda, si inscrive - in una misura piú o meno significativa in relazione alle variabili di contesto e alle caratteristiche professionali e umane del lavoratore - in un triplice dono: • il dono di svolgere al meglio, con competenza e con passione, la prestazione che ci si attende da lui, ossia il dono di un “bene/servizio economico” volto a soddisfare in modo eccellente il bisogno del cliente/utente (esterno o interno) a cui è destinato; • il dono di costruire rapporti corretti e cordiali con tutte le

DONARE SÉ STESSI NEL LAVORO

Il lavoro come dono implica prendersi a cuore il benessere del destinatario della prestazione stessa e migliorare la qualità del servizio

di Vittorio Coda Università Bocconi (Milano) Mario Minoja Univ. di Modena-Reggio Emilia e Università Bocconi (Milano)

Il “lavoro come dono” è espressione evocativa di un atteggiamento o disposizione d’animo, propria di chi accoglie il lavoro come un bene e nel lavoro dona sé stesso, con spirito di servizio. Viene esplorato il cammino di sviluppo che un tale atteggiamento dischiude sul piano sia personale che organizzativo chiedendosi che cosa in concreto significa vivere il lavoro come dono, indipendentemente dal fatto che esso sia volontario o retribuito. The work “as a gift" is an evocative expression of an attitude or state of mind, of whom accepts his work as an asset and, in the work, gives himself with a spirit of service. It’s explored the path of development that such an attitude opens, at both personal and organizational level, wondering what it means to live in concrete the work as a gift, whether it be voluntary or paid.

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IL LAVORO COME DONO

La motivazione a offrire un buon servizio costituisce altresí un incentivo ad aggiornare, affinare, ampliare la propria gamma di competenze mentre, la qualità delle competenze, a sua volta, incoraggia a utilizzarle, in quanto fonte di valorizzazione e di gratificazione personale

persone con cui interagisce o entra in contatto per motivi di lavoro, ossia il dono di un “bene relazionale”; • il dono di contribuire a orientare l’azienda verso l’obiettivo di piena funzionalità e vitalità, coerentemente con la missione produttiva sua propria, ossia il dono di contribuire a fare dell’azienda un bene quanto mai prezioso per i suoi molteplici interlocutori e per la società tutta, un vero e proprio “bene pubblico”. Il dono di una prestazione eccellente è qualcosa che va al di là di ciò per cui si è pagati. Esso è il prodotto di due fatUCID Letter • 3/2008

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ATTIVITA’ PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

tori: la qualità delle competenze professionali e la motivazione a impiegarle a servizio dei destinatari della prestazione. Si tratta, a ben guardare, di due fattori interconnessi, in quanto la motivazione a offrire un buon servizio costituisce altresí un incentivo ad aggiornare, affinare, ampliare la propria gamma di competenze mentre, la qualità delle competenze, a sua volta, incoraggia a utilizzarle, in quanto fonte di valorizzazione e di gratificazione personale. Il lavoro come dono, nel senso di orientamento a offrire una prestazione eccellente, costituisce una risorsa di particolare valore, soprattutto in quei contesti nei quali mancano incentivi adeguati a “dare il meglio di sé” nell’interesse dell’azienda e dei suoi “clienti” esterni e interni. Si pensi, in particolare, a certe realtà riconducibili alla “pubblica amministrazione”, nelle quali si manifestano sovente due squilibri di segno opposto ma altrettanto dannosi: una scarsa attenzione, quando non una completa trascuratezza, delle condizioni di efficienza e di equilibrio economico, a vantaggio di una spesso malintesa “socialità”; oppure, al contrario, un’enfasi eccessiva sull’efficienza, a detrimento dei volumi e della qualità dei servizi erogati. Ebbene, vivere il lavoro come dono - nel senso di perseguire l’eccellenza della prestazione a prescindere dagli incentivi a farlo - implica pren-

dersi a cuore il benessere del destinatario della prestazione stessa e, nel contempo, utilizzare in modo oculato le risorse, per definizione scarse, di cui si dispone, evitando qualunque forma di spreco, nella consapevolezza che tale utilizzo parsimonioso delle risorse non è fine a sé stesso, ma permetterà di accrescere il numero di “clienti” serviti e/o di migliorare la qualità del servizio offerto. IL DONO COME BENE ECONOMICO Sotto questo profilo, il dono si configura essenzialmente come un bene economico: esso, infatti, produce valore per il “cliente” al quale è destinata e, in tal modo, per la stessa azienda nella quale opera colui che ha offerto la prestazione eccellente. In secondo luogo, l’orientamento a vivere il lavoro come dono si manifesta nell’impegno costante a costruire relazioni di buona qualità con le persone con le quali si viene a contatto nel contesto lavorativo: colleghi, collaboratori, superiori, destinatari della prestazione e cosí via. Buone relazioni si costruiscono vivendo i valori alla base di rapporti umani corretti e trasparenti e ponendosi in modo sempre cordiale e disponibile. Esse si fondano, in ultima analisi, sul rispetto di ciascun interlocutore e sulla disponibilità ad ascoltare: le richieste di collaborazione o di aiuto, cosí come le idee e le proposte, dei


ATTIVITA’

IL LAVORO COME DONO

PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

colleghi di lavoro, a prescindere dai rispettivi livelli gerarchici e di responsabilità; i bisogni dei clienti; le istanze provenienti dalla comunità locale residente sul territorio in cui è insediata l’azienda; e via dicendo. Un tale atteggiamento concorre, in misura rilevante, a determinare il “clima” nel quale si svolge la vita aziendale, infondendo serenità e fiducia. Tale elemento qualificante del lavoro come dono è un bene particolarmente prezioso in quelle aziende in cui, stanti le attese e la struttura degli incentivi, è forte il rischio di improntare l’impegno lavorativo alla ricerca esasperata della propria affermazione, fondata su livelli crescenti di ricchezza, potere, prestigio. Esso costituisce altresí un antidoto alla diffusione di atteggiamenti improntati al giudizio, alla maldicenza, al sospetto nei confronti dei colleghi, atteggiamenti che inquinano il contesto organizzativo seminando tensione, diffidenza, disagio. Sotto questo secondo profilo, il dono assume dunque il carattere di un bene relazionale, in quanto favorisce la fiducia, la coesione, la stima sia nella “comunità di lavoro”, all’interno dell’azienda, sia nel contesto delle relazioni con i clienti, i fornitori, i concorrenti. Si tratta, ancora, di un bene relazionale proprio in quanto funzionale a conferire tratti di autentica umanità anche a re-

lazioni che si sviluppano nel contesto di rapporti economici e di mercato. In terzo luogo, l’orientamento a vivere il lavoro come dono si manifesta come contributo al bene comune, identificato con la realizzazione della missione aziendale in armonia con il bene della società. L’ipotesi soggiacente a tale affermazione è che ogni azienda ben funzionante costituisce un bene al servizio di una molteplicità di portatori di interessi (o stakeholder), ovvero un public good), e che tale funzionalità va preservata salvaguardando l’autonomia dell’azienda ed evitando qualunque forma di “deriva” a vantaggio di specifici interessi e a scapito di altri. Tale idea della funzionalità duratura come “bene comune” si declina in modo diverso nelle singole classi di aziende: nelle imprese capitalistiche si realizza nel momento in cui il profitto non è perseguito “a tutti i costi” e utilizzato come mero tornaconto degli azionisti, ma scaturisce da una superiore capacità di servire i clienti e di valorizzare i collaboratori e, nel contempo, è impiegato per alimentare l’innovazione, la produttività, la sostenibilità sociale e ambientale dell’azienda; negli enti pubblici quando la ricerca dell’efficienza e dell’equilibrio economico si coniuga con l’offerta di servizi sempre migliori ai cittadini e con il contributo allo sviluppo morale, sociale ed economico della comunità.

Il dono assume anche il carattere di un bene relazionale, in quanto favorisce la fiducia, la coesione, la stima sia nella “comunità di lavoro”, all’interno dell’azienda, sia nel contesto delle relazioni con i clienti, i fornitori, e anche i concorrenti

Ma in che modo colui che presta il proprio lavoro in un’azienda può, in concreto, contribuire al bene comune, al di là del suo impegno a offrire prestazioni eccellenti e a costruire relazioni intepersonali di buona qualità? Un esempio può aiutare a chiarire il concetto. Si pensi a un’azienda bancaria che, in aggiunta all’attività di intermediazione creditizia, produce e distribuisce prodotti finanziari complessi (come taluni derivati), dai quali trae lucrose commissioni. Ebbene, un collaboratore di questa azienda, il cui lavoro è di ideare e di 3/2008 • UCID Letter

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IL LAVORO COME DONO

Una felicità all’insegna del quieto vivere, cosí come una felicità identificata con il piacere derivante dal successo - in termini di prestigio, potere, ricchezza - mal si concilia con la disposizione interiore a fare del proprio lavoro un dono

fabbricare tali prodotti che s’interroga su chi sono i destinatari, su quali vantaggi possano effettivamente ricavarne, sui rischi ai quali potrebbero andare incontro e che esprime con chiarezza i suoi interrogativi e i suoi dubbi a colleghi e superiori può dare un contributo importante al bene comune. Egli, con ogni probabilità, sarà tacciato come un “rompiscatole” o come una persona che si pone problemi in contrasto con l’obiettivo di massimizzare il profitto della banca. In realtà, invece, un tale collaboratore ha il merito non solo di sollevare una questione UCID Letter • 3/2008

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di grande rilievo sul piano etico, ma anche di far riflettere sui rischi e sulla miopia manageriale insiti in certi comportamenti commerciali, in quanto potrebbero non soltanto compromettere la fiducia dei clienti, ma anche la stessa reputazione dell’azienda, mettendone a repentaglio la funzionalità duratura. Il riferimento ai prodotti derivati può servire a meglio comprendere anche come un dipendente di un ente pubblico possa contribuire al bene comune dell’azienda. È ormai noto come molti enti pubblici territoriali (regioni, province, comuni) si siano lasciati convincere da esponenti di banche d’affari privi di scrupoli a sottoscrivere o a ristrutturare contratti derivati che permettono, nell’immediato, una riduzione, talora significativa, delle perdite e degli oneri finanziari - cosí da rafforzare il consenso politico di breve -, esponendo però tali enti al rischio di perdite e di esborsi ben piú ingenti nel medio-lungo termine. Ebbene, il funzionario pubblico che abbia la lungimiranza, la competenza e il coraggio di segnalare tali rischi e di esprimere il suo dissenso nei confronti di tali operazioni agisce certamente nella direzione di salvaguardare l’equilibrio economico e la funzionalità dell’azienda nel medio-lungo periodo. Certamente, nell’uno e nell’altro caso la voce coraggiosa e dissonante del collaboratore,

a cui sta a cuore il bene comune, potrebbe rimanere inascoltata e quello stesso collaboratore venire isolato o penalizzato; ciò non di meno, egli ha gettato un seme che, prima o poi, potrebbe germogliare in un primo tempo facendo riflettere altri colleghi, successivamente inducendo modifiche sostanziali ai criteri con cui vengono assunte certe decisioni aziendali. “LAVORO COME DONO” E FELICITÀ

Una volta specificato che cosa intendiamo per lavoro come dono, domandiamoci ora, con specifico riguardo al lavoro retribuito, come possa conciliarsi la gratuità insita nel lavoro come dono con la realtà di una relazione di scambio. La risposta dipende dal tipo di felicità ricercata da colui che offre lavoro a fronte di una retribuzione. Una felicità all’insegna del quieto vivere, cosí come una felicità identificata con il piacere derivante dal successo in termini di prestigio, potere, ricchezza - mal si concilia con la disposizione interiore a fare del proprio lavoro un dono. Infatti, in tali ipotesi, non vi sarà presumibilmente alcuna disponibilità a offrire una prestazione eccellente (nel primo caso), oppure vi sarà a condizione di averne un congruo riconoscimento e un adeguato tornaconto (nel secondo caso). Ugualmente, le relazioni saranno gestite in modo strumentale ai propri obiettivi, di


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IL LAVORO COME DONO

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preservare la “tranquillità” nel primo caso, di rafforzare la propria personale posizione nel secondo. Lo stesso dicasi per la ricerca del bene comune: sarà, questo, obiettivo non meritevole di essere preso in considerazione, nell’un caso, per motivi di quieto vivere, nell’altro, se percepito come pregiudizievole per il proprio successo. Se, invece, il tipo di felicità perseguita è la felicità di crescita - sul piano delle capacità professionali, della qualità dei rapporti umani e della ricerca del bene comune -, allora il vivere il lavoro come dono non è affatto incompatibile con la logica di scambio incorporata in un contratto di lavoro retribuito. Anzi, proprio tale relazione contrattuale offre al lavoratore l’opportunità di sperimentare la propria realizzazione umana e professionale nel momento in cui dà il meglio di sé nella prestazione lavorativa, partecipa e contribuisce a relazioni autenticamente umane, concorre a indirizzare l’azienda in conformità con la sua valida ragione d’essere. In altri termini, per usare le parole di Teilhard de Chardin (1960), egli ricerca e sperimenta al tempo stesso una “felicità di crescita o di movimento”, che si nutre del dinamismo insito nella tensione a contribuire, offrendo il proprio lavoro, alla costruzione di un mondo migliore, ovvero piú giusto, solidale e umano.

PERCHÉ INCORAGGIARE I COLLABORATORI A VIVERE IL LAVORO COME DONO

Quanto si è detto, in merito al triplice dono implicito nel “donarsi nel lavoro”, lascia intendere come la prospettiva del “lavoro come dono” indica la via per fare davvero un “buon lavoro” nel bene inteso come interesse aziendale e, in quanto tale, è rilevante non solo per lo sviluppo personale di chi lavora, ma anche per lo sviluppo dell’azienda per cui si lavora. L’interrogarsi sulle ragioni che dovrebbero indurre a incoraggiare i collaboratori a vivere il lavoro come dono potrebbe perciò apparire come un esercizio del tutto superfluo. In effetti, ciò è vero per un certo tipo di management, che tra i suoi modelli mentali ha ben chiaro: che suo preciso dovere è inserire e mantenere l’azienda su un sentiero di sviluppo duraturo, dotandosi di una funzione obiettivo in cui si compongono, armonizzandosi, una molteplicità di obiettivi (di soddisfazione delle molteplici esigenze economicoaziendali, sociali e ambientali, di breve e di medio-lungo termine ecc.); che i collaboratori hanno enormi potenzialità suscettibili di essere poste al servizio del bene dell’azienda. Per contro, non vi è nessuna ragione che possa indurre il management a intraprendere un cammino orientato dalla prospettiva del lavoro come dono se, e fin tanto che, rimane ancorato a una funzione basata

La prospettiva del “lavoro come dono” indica la via per fare davvero un “buon l avoro” nel bene inteso come interesse aziendale e, in quanto tale, è rilevante non solo per lo sviluppo personale di chi lavora, ma anche per lo sviluppo dell’azienda per cui si lavora

su un obiettivo singolo (come quello del profitto o della creazione di valore azionario o della crescita dimensionale a tutti i costi); ha una concezione riduttiva della “motivazione a produrre” (riconducibile alla Teoria X di D. McGregor, 1960); non percepisce i propri dipendenti come persone dalle enormi potenzialità suscettibili di esplicarsi al servizio del bene dell’azienda. L’adozione di pratiche manageriali che incoraggino tutti i collaboratori a vivere il lavoro come dono presuppone, invero, un certo orientamento di fondo di chi sta al vertice del3/2008 • UCID Letter

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IL LAVORO COME DONO

La soddisfazione delle persone può ripercuotersi positivamente sulla motivazione a svolgere, con ancora maggiore impegno e creatività, il proprio lavoro e quindi sulla produttività e sullo sviluppo dell’azienda

la piramide organizzativa, che si esprima anzitutto nella tensione a fare personalmente un “buon lavoro” in linea con la concezione del lavoro come dono, ossia a interpretare, in modo professionale e creativo il suo ruolo di capo azienda, a creare intorno a sé un “clima” di serenità e fiducia, a cercare sempre e al di sopra di tutto il bene dell’azienda, chiamando tutti a cooperare in tal senso e dando lui per primo il buon esempio. IN CHE MODO INCORAGGIARE I COLLABORATORI A VIVERE IL LAVORO COME DONO?

Incoraggiare le persone a faUCID Letter • 3/2008

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re un buon lavoro, in linea con l’impostazione di questo scritto, richiede a evidenza che ogni collaboratore, ogni gruppo di lavoro, ogni unità organizzativa all’interno dell’azienda persegua congiuntamente piú obiettivi fra loro interconnessi, riconducibili alla qualità della prestazione (che dovrebbe tendere all’eccellenza), alla qualità del clima o del contesto organizzativo, alla coerenza con la funzionalità duratura dell’azienda. Ciò richiede che i vertici aziendali si dotino, essi pure, di una funzione obiettivo di tipo olistico, basata su una pluralità di obiettivi interconnessi, e che la declinino in concreto a livello di uffici, gruppi di lavoro, servizi, funzioni e cosí via. Come si declina una funzione obiettivo di tipo olistico, ovvero orientata al conseguimento di una molteplicità di obiettivi, nei singoli gruppi di lavoro o unità organizzative? Di quali leve può disporre il management per incoraggiare i collaboratori a fare un buon lavoro, in piena sintonia con tale funzione obiettivo? Seiler ci aiuta a rispondere al primo interrogativo, osservando come il comportamento di qualsiasi sistema o sottosistema organizzativo - ossia le attività, interazioni e sentimenti che al suo interno si svolgono - produca tre tipi di output fra loro strettamente interconnessi: • la “produttività”, intesa come rapporto fra valore econo-

mico del risultato produttivo e costo delle risorse impiegate per produrlo; • la “soddisfazione” delle persone che fanno parte del sistema o sottosistema organizzativo considerato • lo “sviluppo”, ovvero la crescita quantitativa e qualitativa del sistema o sottosistema, che si articola sia a livello individuale che di gruppo. Declinare una funzione obiettivo di tipo olistico, a livello di singola unità organizzativa, implica attivare o rafforzare tutti i collegamenti che connettono tali output in circuiti virtuosi: un miglioramento della produttività può impattare positivamente sulla soddisfazione delle persone, se queste vi ravvisano il frutto del proprio impegno e delle proprie capacità, e sullo sviluppo, se le risorse che si liberano sono reinvestite nel miglioramento dei livelli di professionalità delle persone, nella capacità e velocità di risposta ai “clienti” interni ed esterni, nella capacità di innovazione. La soddisfazione delle persone, se queste non cadono nella tentazione del confort stage e della rilassatezza da successo o, peggio, di alimentare sentimenti di superbia e arroganza, può ripercuotersi positivamente sulla motivazione a svolgere, con ancora maggiore impegno e creatività, il proprio lavoro e quindi sulla produttività e sullo sviluppo dell’azienda. Tali relazioni sinergiche, ad evidenza, non sono né auto-


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IL LAVORO COME DONO

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matiche, né scontate: il “buon management” deve adoperarvisi con impegno ed energia nella consapevolezza che un orientamento diffuso a vivere il lavoro come dono va nella direzione di innescarle e di rafforzarle. Ma in che modo? In primo luogo, esso è chiamato a dare il buon esempio. Si tratti dell’amministratore delegato o, scendendo lungo la linea gerarchica, del responsabile di una piccola unità organizzativa, un manager deve indicare con il suo esempio ai propri collaboratori la direzione di marcia verso la quale tendere, dimostrando con i comportamenti che un buon lavoro è fatto di professionalità e tensione a fare sempre meglio, di rispetto e attenzione per le persone cosí da alimentare un buon “clima” organizzativo, di dedizione al bene dell’azienda. In secondo luogo, il management deve strutturare e gestire sapientemente e coerentemente l’ampia gamma di sistemi operativi (o meccanismi organizzativi) di cui può disporre. Senza alcuna pretesa di farne una trattazione esaustiva, facciamo riferimento a: - i sistemi di selezione e di assunzione: è auspicabile che siano estremamente accurati, ancorché ciò comporti sacrifici in termini di tempo e di costi, cosí da poter individuare le persone non solo professionalmente capaci in relazione alla mansione alla quale sono destinate, ma anche portatrici di

un sistema di valori, di motivazioni e di obiettivi compatibile con l’etica del lavoro qui delineata; - i sistemi retributivi: essi dovrebbero essere configurati in modo tale da evitare eccessive disparità di trattamento fra i collaboratori ai diversi livelli, come accade, per esempio, quando vengono attivati programmi di stock option molto “spinti”. Tali sistemi, oltre a generare una diffusa percezione di iniquità, discendono da una funzione obiettivo che spesso finisce per assolutizzare l’obiettivo di creazione di valore per gli azionisti e diventa quindi incompatibile con l’orientamento di fondo richiesto per diffondere fra i collaboratori tutti la disposizione a donarsi nel lavoro; - i sistemi di incentivazione e di carriera: Essi dovrebbero essere orientati a premiare chi produce i risultati attesi, nel rispetto dei valori aziendali e, segnatamente di quelli alla base dell’etica del lavoro come dono. Ad esempio, il management di una banca che attribuisca gli incentivi e i bonus alla rete, unicamente sulla base del margine di intermediazione del prodotto, senza curarsi della qualità di tale margine e quindi del modo in cui esso è realizzato, incorre nel rischio di indurre comportamenti commerciali in cui l’obiettivo di profitto viene perseguito a scapito della finalità di costruire relazioni di fiducia con la clientela, vanificando cosí ciò che al riguardo è codificato nel codice etico.

- i processi e le iniziative di formazione: si tratta di leve fondamentali che devono essere funzionali sia allo sviluppo delle professionalità sia alla diffusione dei valori soggiacenti all’etica del lavoro come dono; - i sistemi informativi e di comunicazione: essi devono comunicare in modo efficace, incisivo e trasparente a tutti i collaboratori la direzione di marcia lungo la quale l’azienda ha scelto di incamminarsi, la missione che si è data, la strategia in cui essa si concretizza, che cosa è il buon lavoro che ci si attende da ogni collaboratore e nucleo di collaboratori, il grado di raggiungimento degli obiettivi che compongono la funzione obiettivo ai diversi livelli, i gap da riempire, le ragioni all’origine di tali gap, le linee-guida per colmarli. Tutti i sistemi operativi di gestione del personale, sopra richiamati, infine, dovrebbero essere progettati e gestiti in modo tale da favorire cooperazione e iniziativa diffusa (Bartlett e Ghoshal, 1994) e da scoraggiare i comportamenti dettati da individualismo o da timidezza nell’assumere quelle iniziative utili o necessarie, perché il lavoro proprio e quello del gruppo o dei gruppi a cui si partecipa sia davvero un buon lavoro. 3/2008 • UCID Letter

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BIBBIA, BENE COMUNE, MERCATO

SACRA SCRITTURA, BENE COMUNE ED ECONOMIA SOCIALE

La sfida per il cristiano è mostrare che categorie come dono, fraternità, gratuità possono trovare spazio nel mercato, trascendendo la sola logica del profitto

di Carmine Tabarro

PARTE PRIMA TEMI GENERALI

V

orrei,con umiltà, entrare nel “sensus plenior” (il senso piú profondo) delle Scritture, («la profondità soprannaturale del senso letterale, cosí come appare dall’insieme della rivelazione e dai testi scritturistici, nella misura in cui questo significato profondo fu inteso da Dio, autore principale della Scrittura e oggetto. Il termine “bene comune” è un termine che, nella Sacra Scrittura, non troviamo, perlomeno secondo la precisa accezione che assume per noi oggi. Credo utile ricordare alcuni dati della storia dell’evoluzione del concetto di bene comune. Il concetto di “tò koinòn agathòn”, tradotto in latino con l’espressione “bonum commune”, nasce nel pensiero politico di Platone e Aristotele, e raggiunge uno spessore notevole nel Medioevo. Tale termine veniva impiegato per definire sia l’origine

In questo scritto Tabarro riflette, alla luce della Sacra Scrittura, analizzata nel suo significato letterale, sul concetto di bene comune. Perché il bene comune? Perché in una cultura dove si assolutizza solo il mercato e il contratto, non c’è posto per esso. La sfida che la cultura cattolica deve raccogliere, sta nel mostrare che, categorie come quella di fraternità, gratuità e di dono, possono trovare spazio entro la sfera del mercato, dando vita ad opere, che si distacchino dalla sola logica del profitto. In this article Tabarro reflects, according to the Sacred Scripture, analyzed in its literal meaning, the concept of common good. Why the common good? Because in a culture where only the market and the contract are important, there is no place for it. The challenge of the Catholic culture, is to show us that categories such as fraternities, gratuity and gift, can find space within the sphere of the market, creating works that will grow away from the only logic of profit. UCID Letter • 3/2008

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che la finalità dell’attività politica. Nel Medioevo, per influsso della dottrina paolina del “corpo mistico di Cristo”, acquistò una specifica e speciale connotazione alla luce di una visione organica della società, che sottolinea la subordinazione degli egoismi delle parti al bene del tutto, riconoscendo tuttavia nell’uomo una dimensione che trascende il regno politico. Afferma San Tommaso nella Summa Theologica (1):«homo non ordinatur ad communitatem politicam secundum se totum et secundum omnia sua». La filosofia di questa concezione medievale è fondata su un’azione politica basata su due grandi princípi: Dio è il Creatore e l’Ordinatore di tutto il Creato; esiste una legge eterna, iscritta nella natura di ogni essere e divenuta perciò legge naturale, regolatrice di tutti gli esseri e in modo speciale dell’uomo. Perciò, anteriore a ogni legislazione positiva, preesiste una legge eterna e naturale dalla quale la legislazione positiva umana deve trarre ispirazione e norma. Per i cristiani la libertà cammina insieme alla legge: la finalità della libertà sta nel prendere consapevolezza di questa legge che orienta verso Dio e nel tradurla nella vita quotidiana. SCRUTATIO Ma torniamo alla Sacra Scrittura e alla concretezza biblica.


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BIBBIA, BENE COMUNE, MERCATO

PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

L’ebraico è una lingua povera di vocaboli. Il greco usato nella prima traduzione dell’Antico Testamento e nel Nuovo Testamento, è chiamato greco biblico per distinguerlo dal greco classico. È quel greco che, dopo Alessandro Magno dal 300 a.C.,divenne la lingua comune (koinè) di tutto il bacino orientale del Mediterraneo. Esso ha subíto una semitizzazione: cioè, un’influenza ebraica, essendo parlato e utilizzato da ebrei. Vengono usate parole greche, che si ritrovano anche nei papiri e nei documenti profani del tempo, ma con un significato nuovo, per esempio si usa “cammino” per dire “dottrina” oppure nel caso del Nuovo Testamento, queste parole greche vengono caricate, di valori cristiani come pace, amore, gloria, redenzione ... L’agiografo si preoccupa di indicare dei cammini di giustizia che permettano all’uomo di rompere il cerchio del proprio egoismo per aprirsi a quel “bene” che è l’altro, il fratello o la sorella. Qui vorrei soffermarmi sulla parità ontologica tra uomo e donna che l’agiografo fa emergere. In Gen 1,27 l’autore sacro afferma che Dio “barà” (creò), “‘ish” (uomo) “‘isha” (uomo donna). Qui non ci troviamo nell’àmbito della creazione biologica né in quello della spiritualità; qui è in gioco la relazione tra uomo e donna, la lo-

ro parità ontologica davanti a Dio. In Talmud in Sotah 17a è spiegato come i due termini abbiano in comune due lettere, la “yod” e la “heh”, che formano il nome di Dio. Se essi vivono in armonia, Dio dimora tra loro. In caso contrario, vengono a mancare queste due lettere e una rimane con la parola “esh”, che significa fuoco, che li consuma. A seconda della presenza di Dio o meno nella relazione, l’uomo e la donna possono plasmare le loro vite insieme o distruggersi reciprocamente. L’agiografo, con linguaggio chiaro e immagini plastiche, ci mostra come Dio si schiera a favore dei poveri e invita il popolo d’Israele a fare altrettanto. Vedremo Dio proteggere il debole, invitare a ridistribuire le ricchezze e le risorse per liberare l’uomo e la donna dalla sofferenza della povertà; questo è il bene da ricercare, andando persino oltre l’idea di semplice solidarietà ed equità, per approdare, in una prospettiva pasquale, a quel «bene» fondamentale che è farsi povero per l’altro, fino a dare la vita per lui, amare nella dimensione dell’agape. Il bene comune, per gli Ebrei di 3000 anni fa, veniva realizzato grazie a una norma molto semplice ma anche molto rigorosa: «Quando mieterai, non tornerai indietro a vedere se hai dimenticato qualche spiga, perché le spighe dimenticate sono

Dio protegge il debole e invita a ridistribuire le ricchezze e le risorse per liberare l’uomo e la donna dalla sofferenza della povertà; questo è il bene da ricercare, andando persino oltre l’idea di semplice solidarietà ed equità, per arrivare, in una prospettiva pasquale, a chiedere di “dare la vita”

per l’orfano, la vedova e lo straniero; quando vendemmierai, non ripasserai a cercare i grappoli: sono per l’orfano, lo straniero e la vedova; quando raccoglierai le olive, non ritornerai a vedere di quelle dimenticate fra le foglie: hanno gli stessi destinatari» (2). Questo era il modo di percepire il bene comune 3000 anni fa, in una società molto piccola e ristretta. Quindi, secondo la Bibbia (in àmbito politico), la giustizia si riferisce fondamentalmente alla promozione del “bene comune”, attraverso la tutela dei diritti fondamentali della per3/2008 • UCID Letter

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BIBBIA, BENE COMUNE, MERCATO

Nel Primo Testamento viene dato notevole risalto alla cura di Jahvè per i poveri, cioè per coloro che sono oppressi dal sopruso, che si trovano in balia dei prepotenti, per i quali è impossibile ottenere giustizia. Sono persone a cui soltanto rimane il ricorso al Signore

sona e della giustizia sociale (con un’occhio speciale verso i piú poveri). Quindi nel Primo Testamento la virtú sociale per eccellenza è la giustizia (sedaqah) e il rapporto sociale piú sottolineato è il diritto (mispat). Difatti partendo dal Decalogo (3) e passando per il Codice dell’Alleanza (4), l’Antico Testamento è ricco di precetti che regolano i rapporti di giustizia sociale tra le persone. Che cos’è il Decalogo, se non il primo esempio di leggi che perseguono il bene comune? Se analizziamo i singoli articoli, si vede chiaramente che UCID Letter • 3/2008

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ognuno di essi non persegue gli interessi di un singolo o di gruppi di persone, ma solo l’interesse di ciascuno e dell’intero Israele. Nel Codice dell’Alleanza troviamo insegnamenti sui servi ebrei (5) sugli omicidi e lesioni corporali (6) sui danni, deposito, prestito, locazione (7) processi (8). In altre parti abbiamo la condanna dell’usura, della frode e il furto del salario (9). La letteratura sapienziale è colma di consigli sulla giustizia: «Beati coloro che agiscono con giustizia e praticano il diritto in ogni tempo» (10), «non giovano i tesori male acquistati, mentre la giustizia libera dalla morte» (11) . Nella legge di Israele, tutti questi precetti e istituzioni avevano proprio lo scopo di evitare una situazione definitiva di povertà per l’israelita, facendo in modo che ci fosse una circolazione delle ricchezze e una condivisione che eliminasse il rischio di una disparità di condizione troppo grande tra coloro che erano invece tutti fratelli e come tali dovevano comportarsi (il pio ebreo sa che gli “anawim” i “poveri” sono i preferiti di Dio). Nel Primo Testamento viene dato notevole risalto alla cura di Jahvè per i poveri, cioè per coloro che sono oppressi dal sopruso, che si trovano in balia dei prepotenti, per i quali è impossibile ottenere giustizia. Sono persone a cui soltanto rimane il ricorso al Signore. I «poveri di Jahvè» finisco-

no per ricevere un significato morale e religioso: gli umili, i puri di cuore, coloro che pongono la fiducia in Dio (12). Dio, re e pastore del suo popolo, prende le difese dei deboli (13). Gli israeliti vengono esortati ad avere una cura speciale verso le persone piú esposte all’oppressione: orfani, vedove, forestieri (14), poveri e bisognosi (15); coloro che si trovano in qualche afflizione (16), schiavi (17), debitori (18), braccianti (19). Il giusto deve prendere a cuore la causa dei miseri, deve strappare l’oppresso dal potere dell’oppressore, deve trattare come un padre gli indifesi (20). Tutto questo percorso della giustizia divina che si incarna nel “bene comune” ci mette in rapporto con la pace (21), un rapporto che arriva al culmine nel testo di Isaia: «Effetto della giustizia sarà la pace» (22). Nell’Antico Testamento sono frequenti gli appelli dell’agiografo a vivere le dimensioni piú sociali della giustizia. Come Dio ha liberato il popolo dalla schiavitú dell’Egitto, cosí il pio ebreo non deve imporre il giogo dell’oppressione al fratello (23). L’ingiustizia è tema frequente delle denunce profetiche: l’assassinio realizzato per lussuria o cupidigia (24), la violenza (25), la corruzione delle autorità (26), le ingiustizie dei tribunali (27), l’oppressione dei poveri (28), l’eccesso di opulenza e di ricchezza (29), l’ac-


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BIBBIA, BENE COMUNE, MERCATO

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caparramento di beni (30), la frode (31). Tali provvedimenti sono significativi per la loro attuale portata simbolica, che chiede di andare al di là della mera concretezza della lettera per comprenderne lo spirito e applicarli alle diverse situazioni storiche. Un precetto veramente interessante era la prescrizione che prevedeva ogni anno il regolare versamento delle decime per i leviti, i quali erano senza terra, e ogni tre anni per i poveri, l’orfano e la vedova, che erano senza sostentamento (32). Si trattava di una tassa religiosa, per alimentare un “welfare community” ante litteram, per cui la decima parte di quanto ognuno aveva prodotto e raccolto (grano e frutti della terra, bestiame, ecc.) veniva destinata ai poveri, in una condivisione fraterna che non dimenticava chi era nel bisogno. C´era poi la condivisione delle primizie, cioè della prima parte del raccolto, con i leviti e gli stranieri (33), un altro modo per dimostrare che la terra è del Signore e da lui viene ogni dono, gratuitamente ricevuto e perciò da ridonare ai fratelli. E ancora, era prevista la proclamazione del grande giubileo, ogni cinquant’anni (sette volte sette anni) (34), in cui ognuno «tornava in possesso del suo» (35) di ciò che aveva venduto, della sua terra e delle sue proprietà, e se, a motivo di debiti contratti si trovava in situazione di servitú, tornava libero. In tal modo il bene comune

veniva cercato e salvaguardato, in un incessante riferimento al dono divino che aveva dato la terra e la libertà al suo popolo, nel momento originario dell’esodo e che continuava a prendersi cura di lui lungo tutta la storia della salvezza. Ora voglio soffermarmi su alcuni passi della Torah che trattano del prestito, della gestione dei pegni e della remissione dei debiti. Si tratta di testi legali, contenenti prescrizioni importanti proprio perché riguardano il possesso e il denaro, punti nodali nei rapporti di equilibrio tra i singoli uomini e tra le nazioni. La legge di Israele prevedeva che se, per cause imprevedibili (un raccolto andato male, una malattia, la morìa del bestiame, un affare risoltosi in perdita), un ebreo si fosse trovato in difficoltà, poteva cercare aiuto chiedendo un prestito, prestito a cui colui che nella comunità era ricco e non poteva sottrarsi da questo obbligo religioso. La legge insistentemente esorta a concedere prestiti, e senza interesse, a colui che ne avesse avuto bisogno . Dice la Scrittura, nel libro del Levitico: «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e inquilino, perché possa vivere presso di te. Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. Non gli presterai il denaro a interesse, né

Con il giubileo, ogni cinquant’anni (sette volte sette anni), ognuno «tornava in possesso del suo» di ciò che aveva venduto, della sua terra e delle sue proprietà, e se, a motivo di debiti contratti si trovava in situazione di servitú, tornava libero. In tal modo veniva cercato e salvaguardato il bene comune

gli darai il vitto a usura» (36) E in un altro testo: «Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso in una delle tue città del Paese che il Signore tuo Dio ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso; anzi gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova» (37). Camminando sulle orme della Scrittura emergono chiare alcune idee fondamentali. 1) Il denaro permette di vivere, ma questo non deve essere considerato un bene privato capace di alimentare solo l’egoi3/2008 • UCID Letter

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BIBBIA, BENE COMUNE, MERCATO

Il prestito non deve diventare un modo per arricchirsi (attraverso gli interessi), sulle spalle del povero; il prestito deve essere un modo con cui il ricco aiuta generosamente il povero a uscire dalla sua condizione. La Torah prevede il prestito senza interessi, per tutelare il povero; ma, anche il debitore deve garantire la restituzione del debito

smo irrazionale dell’uomo in quanto serve per essere condiviso con la comunità. 2) Il prestito non deve diventare un modo per arricchirsi (attraverso gli interessi), sulle spalle del povero; difatti, il prestito deve essere un modo con cui il ricco aiuta generosamente il povero a uscire dalla sua condizione. 3) La Torah prevede il prestito senza interessi, per tutelare il povero ma, anche il debitore deve dare un pegno che garantisca la restituzione del debito, tutelando in tal modo anche il ricco. Ma proprio la legge sui peUCID Letter • 3/2008

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gni apre prospettive inaspettate; si prescrive infatti che non si possa prendere come pegno ciò che serve alla vita dell’altro: «Nessuno prenderà in pegno né le due pietre della macina domestica né la pietra superiore della macina, perché sarebbe come prendere in pegno la vita» (38). E poi: «Non lederai il diritto dello straniero e dell’orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova» (39). E ancora, in un altro testo: «Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo?». L’agiografo pone sulle labbra di Dio un’articolata difesa nei confronti del debole: difatti, ci informa che davanti alla vita del fratello (la macina, la veste e il mantello sono cose necessarie per sopravvivere), ogni diritto e ogni tutela del ricco diventano secondari. Ma la legge tutela anche il ricco; colui che presta senza interessi (il giusto) deve poter contare sulla restituzione di quanto ha dato, con un’unica eccezione, quando è in gioco la vita del fratello, quella, la sua vita, diventa la legge a cui obbedire, quello l’unico diritto da rispettare ad ogni costo, quello il bene decisivo da salvaguardare, il bene comune di tutto il popolo. Sempre la Torah prescrive che l’acquisizione del pegno venga esercitata senza prepotenza, con rispetto (dunque, non

come fosse un sequestro): «Quando presterai qualsiasi cosa al tuo prossimo, non entrerai in casa sua per prendere il suo pegno; te ne starai fuori e l’uomo a cui avrai fatto il prestito, lui ti porterà fuori il pegno» (40). Ma non basta. Il prestito deve essere un atto gratuito, un «aprire la mano» con generosità, mossi soltanto dal desiderio di bene. E perciò bisogna prestare, sempre, anche col rischio che l’altro non possa restituire il debito, o che venga l’anno della remissione di tutti i debiti. Bisogna saper condividere, e dare, anche a fondo perduto. In Dt 15 si prevede un anno, ogni sette anni, in cui ogni debito viene cancellato e tutto è condonato, in una sorta di piccolo giubileo settennale. Come dice il testo, «quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello, lo lascerai cadere». E se il povero chiede un prestito quando l’anno della remissione è vicino, la legge esorta a non fare calcoli meschini, ma a dare, comunque, generosamente. Dio allora benedirà: «Dagli generosamente e, quando gli darai, il tuo cuore non si rattristi; perché proprio per questo il Signore Dio tuo ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui avrai messo mano». Perché è dando che si diventa ricchi. È condividendo, che la povertà viene sconfitta e il bene diventa di tutti (bene comune).


ATTIVITA’

BIBBIA, BENE COMUNE, MERCATO

PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

Ciò che la legge biblica chiede: è una apertura di cuore e mentale, di dono, di gratuità; un apertura antieconomica, che non fa calcoli, anzi, che “lascia cadere” ogni calcolo e ogni pretesa, nel riconoscimento di una fraternità che ha la priorità su tutto e in cui si trova la vera benedizione. Una benedizione che è esperienza di pienezza, che è gioia condivisa, che è, nell’accoglienza di un dono impensabile, condivisione della vita stessa di Dio: «E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo» (41). Il bene comune chiede fraternità, chiede apertura, chiede che “si lasci cadere” il proprio diritto, nell’accoglienza dell’altro come fratello, figlio dello stesso Padre che è nei cieli. In tal senso, il testo biblico ci regala una stupenda immagine. Tutto questo richiede il ripensare una società che educhi all’inclusione e non all’esclusione e al terrore del diverso. E ancora un’altra legge, questa volta riferita al momento del raccolto: «Quando mieterete la messe della vostra terra, non mieterete fino al margine del campo e non raccoglierai ciò che resta da spigolare del tuo raccolto; lo lascerai per il povero e per il forestiero» (42).

Il comando chiede che durante il raccolto, quando la terra dà i suoi frutti, si pensi a coloro che non hanno terra e non hanno di che sostentarsi. E allora, bisogna lasciare loro qualcosa da raccogliere. Ancora una volta, si tratta di donare, di condividere, ma, in questo caso, in un modo discreto, delicatissimo, senza bisogno che l’altro chieda nulla, ma lasciandogli a disposizione, ciò di cui ha bisogno: aprendo la mano e “lasciando cadere” il dono, come il proprio diritto, perché l’altro possa raccoglierlo in libertà, senza domandare e senza umiliazione. La stessa legge, in un altro passo, è cosí formulata: «Quando, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenticato qualche fascina, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova, perché il Signore tuo Dio ti benedica in ogni lavoro delle tue mani» (43). Ecco, bisogna che il dono sia “dimenticato”, lasciato nel campo e poi scordato; ed è chiaro che questi mannelli di spighe hanno valore anche simbolico: sono ogni frutto del proprio lavoro, ogni ricchezza che cosí viene condivisa, ma come «abbandonata» nel campo per il povero, senza guardare ciò che vi rimane, senza poterlo quantificare, senza poterlo calcolare, in piena gratuità, a occhi chiusi. Quando gli uomini saranno finalmente capaci di questo, quando, nella condivisione e nella fraternità dei beni, la ma-

Il bene comune chiede fraternità, chiede apertura, chiede che “si lasci cadere” il proprio diritto, nell’accoglienza dell’altro come fratello, figlio dello stesso Padre che è nei cieli. Tutto questo richiede il ripensare una società che educhi all’inclusione e non all’esclusione e al terrore del diverso

no sinistra di chi dona non saprà ciò che fa la destra (44), allora forse anche il bene comune sarà stato raggiunto. Raggiungiamo la vetta piú alta di questa “scrutatio” con le parole di Gesú (45). «In quel tempo, Gesú disse ai suoi discepoli: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che 3/2008 • UCID Letter

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BIBBIA, BENE COMUNE, MERCATO

«Questo è l’impegno di essere cristiano: seguire Cristo nella sua incarnazione. E se Cristo - scriveva il vescovo Romero - è Dio maestro che si fa umile uomo, fino alla morte degli schiavi su una croce, e vive con i poveri, cosí deve essere la nostra fede cristiana. Il cristiano che non voglia vivere questo impegno di solidarietà con il povero non è degno di chiamarsi cristiano»

stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e UCID Letter • 3/2008

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ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Vorrei chiudere questa parte con tre testimonianze: 1) Riporto quanto detto nel documento di Medellin (46): «La povertà, come impegno che assume volontariamente e per amore la condizione dei bisognosi di questo mondo, per testimoniare il male che essa rappresenta e la libertà spirituale di fronte ai beni, segue in ciò l’esempio di Cristo, che fece sue tutte le conseguenze della condizione peccatrice degli uomini e che ‘essendo ricco, si fece povero per salvarci». 2) «Questo è l’impegno di essere cristiano: seguire Cristo nella sua incarnazione. E se Cristo è Dio maestro che si fa umile uomo, fino alla morte degli schiavi su una croce, e vive con i poveri, cosí deve essere la nostra fede cristiana. Il cristiano che non voglia vivere questo impegno di solidarietà con il povero non è degno di chiamarsi cristiano. Cristo ci invita a non temere la persecuzione, perché, credetelo, fratelli, chi si impegna con i poveri deve vivere lo stesso destino dei poveri.” “(Oscar Romero, La violenza dell’amore, 194). 3) Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana, nel suo libro, “I cristiani e il Medio Oriente. La fuga”, fa il

punto sulla vita dei cristiani in Medio Oriente e, tra le altre testimonianze, riporta quella di un gesuita, di famiglia israelita, inerente un atteggiamento tipico di musulmani ed ebrei in Palestina: «Hanno trasformato la terra in un valore in sé, in un modo che sfiora l’idolatria: la terra è diventata una specie di Dio al quale si può sacrificare la vita umana. I cristiani possono giocare un ruolo importante per dimostrare che la terra è importante perché è lo spazio per la vita, ma deve diventare anche lo spazio per la vita altrui». Questa cecità può interessare tutti gli uomini di qualsiasi fede o non fede, professione o non professione. CONCLUSIONE Vorrei avviarmi verso la conclusione di questa riflessione iniziando con le parole di un grande teologo e uomo di fede, Dietrich Bonhoeffer, che nel testo “Vita Comune”, scrive: «Ogni giorno porta al cristiano molte ore di solitudine in mezzo a un mondo non cristiano. Questo è il tempo della verifica. Esso è la prova della bontà della meditazione personale e della comunione cristiana. La comunità ha reso gli individui liberi, forti, adulti, o li ha resi invece dipendenti, non autonomi? Li ha condotti un po’ per mano, per far loro imparare di nuovo a camminare da soli, o li ha resi paurosi e insicuri? … Qui si tratta di decidere se la meditazione personale ha portato il cristiano in un mondo irreale da cui si risveglia


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BIBBIA, BENE COMUNE, MERCATO

PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

con spavento, nel ritornare al mondo terreno del suo lavoro, o se viceversa lo ha fatto entrare nel vero mondo di Dio, che permette di affrontare la giornata dopo aver attinto nuova forza e purezza. Si è trattato di un’estasi spirituale per brevi attimi, cui poi subentra la quotidianità, o di un radicarsi essenziale e profondo della Parola di Dio nel cuore? … Solo la giornata potrà deciderlo … Ognuno deve sapere che anche il momento in cui è isolato ha una sua retroazione sulla comunione. Nella sua solitudine egli può dilacerare e macchiare la comunione o viceversa rafforzarla e santificarla …». È certamente vero che il mercato e il contratto (sono i due fondamenti su cui si regge il mercato di tipo capitalistico), sono fattore di civiltà, ma allo stesso tempo possono essere deleterie. Per dirla come Karl Polany, «siamo passati da una società con isole di mercato a un mercato con isole di società». Le parti del mercato o del contratto, non sono mosse solamente all’azione dal desiderio di soddisfare un interesse, ma devono anche essere in grado di condurre il negoziato, cioè devono essere capaci di contrattare. Questa logica postula dunque la reciprocità simmetrica. Vi sono tuttavia forme di reciprocità, di cui sempre piú si avverte oggi il bisogno, che non sopportano l’equivalenza, ma postulano la fraternità. Sono tante le situazioni di vi-

ta in cui si ricambia non l’equivalente di valore di ciò che si è ricevuto, ma in proporzione alle proprie possibilità e capacità. È questa la reciprocità asimmetrica che costituisce la base del principio di fraternità. Tra fratelli non si applica la contabilità del dare e dell’avere. Allora, mentre occorre riconoscere i meriti del modello mercantile dello scambio, è del pari necessario ammetterne il limite maggiore che è quello di non riconoscere cittadinanza al principio di fraternità. La sfida che la cultura cattolica deve oggi raccogliere è quella di mostrare che, categorie come quella di fraternità, gratuità e di dono, possono trovare spazio entro la sfera del mercato, dando vita a opere, espressione di minoranze profetiche, che vadano a contaminare la logica del profitto. Come cattolici dobbiamo proporre un progetto d’economia civile, di un’economia cioè fondata su un impianto ternario (scambio di equivalenti, redistribuzione, reciprocità asimmetrica). Ne sono palese testimonianza una pluralità di opere quali l’economia di comunione, il consumo critico, la finanza etica, l’azionariato critico, le varie forme di impresa sociale, ecc. Dobbiamo far comprendere che il solo mercato e il solo contratto uccidono le relazioni sociali asimmetriche e ineguali, dove la «benevolenza» de-

La sfida che la cultura cattolica deve oggi raccogliere è quella di mostrare che categorie come fraternità, gratuità e dono, possono trovare spazio entro la sfera del mercato, dando vita a opere, espressione di minoranze profetiche, che vadano a contaminare la logica del profitto

gli uni (ricchi, potenti e benestanti) verso gli altri (poveri e mendicanti) nasconde in realtà un rapporto di potere (quello che Hegel chiamerà in seguito dialettica “servo - padrone”). Come scriveva Adam Smith: «Non è dalla benevolenza del macellaio, o da quella del birraio o del fornaio che noi ci attendiamo il nostro pranzo, ma dal loro interesse personale. Ci rivolgiamo non al senso di umanità ma al loro interesse (selflove), e non parliamo mai delle nostre necessità ma dei loro vantaggi». Il mercato e il contratto hanno il grande merito di tutelar3/2008 • UCID Letter

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BIBBIA, BENE COMUNE, MERCATO

La grande sfida della post-modernità sarà perciò quella di tenere assieme questi tre princípi, di immaginare e costruire un umanesimo tridimensionale. Si tratta di andare avanti. Di affinare ulteriormente il fondamento antropologico, analizzando ancora piú dettagliatamente le diverse forme dell’amore

ci dalla “benevolenza”, ovvero da una relazione incivile, feudale, asimmetrica e verticale, permettendo un incontro volontario tra simili, allo stesso livello, mediato dal contratto, con il fine del mutuo vantaggio. Ma il mercato e il contratto danno vita anche all’assurda pretesa di costruire una vita in comune esente dalle “debolezze”, dalle “povertà” materiali e immateriali: questa è una società segnata dall’indifferenza, senza alcuna forma di amore reciproco o di affetto, dove l’altro non è né un nemico né un alleato, ma semplicemente un UCID Letter • 3/2008

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ATTIVITA’ PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

estraneo con cui instaurare meri rapporti di commerciali. Dobbiamo, come credenti, recuperare una relazionalità positiva dentro i mercati. Credo che questa sia una sfida decisiva per la qualità della vita dei prossimi anni. Per la teoria economica è necessario andare oltre Smith, e immaginare una scienza capace di gratuità e di relazionalità, non solo contrattuale. Come afferma il prof. Bruni Luigino: dobbiamo sostenere la diretta influenza delle tre forme dell’amore (eros, philìa e agàpe) sul discorso economico. Possiamo dire che l’Eros (l’amore di desiderio) si abbina alla dinamica del contratto: la molla che spinge l’imprenditore è il desiderio di creare, di realizzare un progetto, di guadagnare, la passione di crescere e di migliorarsi. Philìa (l’amore di amicizia) viene declinato come mutualità: l’intero movimento cooperativo e l’associazionismo di ieri e di oggi si sono definiti attorno alla mutualità e all’amicizia. Eros e philìa però non bastano. L’agàpe (l’amore di donazione) la gratuità, chiede di non essere confinata solo nella sfera privata ma di far conoscere i suoi benefici influssi anche nella vita economica. In almeno quattro modi: • mostrando le esperienze che storicamente hanno come radice prevalente l’agàpe (dai Monti di Pietà francescani del

medioevo all’economia di comunione e al commercio equo e solidale di oggi; • denunciando i due «monofisismi» dell’eros (solo e soltanto contratto) e della philìa (solo e soltanto mutualità chiusa tra uguali); • declinando piú ampiamente il principio di sussidarietà «non faccia il contratto ciò che può fare l’amicizia, e non faccia l’amicizia ciò che può fare l’agàpe»; • premiando (non pagando) chi agisce nella società mosso da autentica gratuità. In questo contesto l’economia civile può svolgere un ruolo importante. È possibile proporre una fase nuova dell’economia in cui finalmente, accanto al mercato e al contratto, ci sia spazio anche per l’economia civile e relazionale fondata sul principio di fraternità. Oltre alla libertà e all’eguaglianza c’è bisogno di fraternità e non d’indifferenza. Senza libertà, uguaglianza e fraternità la vita personale e della comunità non fiorisce, non c’è felicità, né umanità piena. La grande sfida della postmodernità sarà perciò quella di tenere assieme questi tre princípi, di immaginare e costruire un umanesimo tridimensionale. Si tratta di andare avanti. Di affinare ulteriormente il fondamento antropologico, analizzando ancora piú dettagliatamente le diverse forme dell’amore. In un saggio che, ho avuto il


ATTIVITA’

BIBBIA, BENE COMUNE, MERCATO

PARTE PRIMA - TEMI GENERALI

piacere di leggere recentemente, (C. Bensaid, J-Y Leloup, Chi ama quando ti amo?, Servitium) l’amore è presentato come una scala, con dieci traverse: porneia (amore appetito), pothòs (amore bisogno), manìa - pathé (amore passione), éros (amore erotico), philìa (amore amicizia), storghé (amore tenerezza), harmonìa (amore armonia), eunoìa (amore dedizione), chàris (amore gratitudine), agàpe (amore gratuito). La salute dell’uomo sta nel salire e scendere e nel tenere insieme i due capi della scala, l’alto e il basso, il carnale e lo spirituale. Quanto piú saremo allenati spiritualmente e culturalmente per vivere la polifonia dell’amore, tanto piú diventerà possibile affrontare l’ardua impresa di ampliarne la portata storica.

1) II, I-II, q.21,a.4, ad 3. 2) Dt 24,19-22. 3) Es 20, 12-17. 4) Es 20, 22 -23, 19. 5) Es 21, 2-11. 6) Es 21, 12 - 26. 7) Es 22,4-14. 8) Es 23, 1-9. 9) Dt 23, 20; 24, 14-15. 10) Sal 105, 3. 11) Prv 10, 2. 12) Cfr. Sal 39, 18; Prv 21, 5. 13) Cfr. Prv 22, 22-23; Ez 34, 24.10. 14) Dt 10, 18-19. 15) Dt 15, 11. 16) Dt 22, 1-4. 18) Dt 23, 16-17.

19) Dt 24, 10-11. 21) Dt 24, 14-15. 22) Cfr. Prv 29, 7; Sir 4, 9-10. 23) Sal 84, 11-14. 24) Is 32, 17. 25) Es 19, 4-5; 22, 20-22; Dt 5, 1215; 6, 20-24; Am 2, 6-10; 3, 9-10; 9, 7-8.31. 26) 2 Sam 12, 1-15; 1 Re 21.33. 27) Ez 33, 26. 28) Is 1, 23; Ger 21, 11-14; Os 7, 3-7; Mic 7, 3. 29) Is 32, 7; Am 5, 7. 30) Is 10, 1-2; Ger 22, 3; Am 4, 1; 5, 11-12. 31) Am 6, 1-7; Mic 2, 1-2. 32) Is 5, 8-9. 33) Mic 6, 10-11. 34) Cf.Dt 14,22-29; si veda anche Lv 27,30-32. 35) cfr. Dt 18,4- 5; 26,1-11. 36) cfr. Lv 25,8ss. 37) cfr. Lv 25,13. 38) Lv 25,35-37. 39) (Dt 15,7-8; cf. anche Es 22,24; Dt 23,20; ecc.). 40) Dt 24,6. 41) Dt 24,17. 42) Dt 24,10-11. 43) Lc 6,34-35. 44) Lv 23,22; cf. anche 19,9-10; Dt 24,19-22. 45) Dt 24,19. 46) cfr. Mt 6,3. 47) Mt 25, 31-46. 48) II Conferenza dell’episcopato latino-americano, svoltasi a Medellín, in Colombia, nel 1968 (24 agosto-6 settembre).

L’agàpe (l’amore di donazione) la gratuità, chiede di non essere confinata solo nella sfera privata ma di far conoscere i suoi benefici influssi anche nella vita economica. In almeno quattro modi:

1) mostrando le esperienze che hanno come radice prevalente l’agàpe; 2) denunciando i due «monofisismi» dell’eros e della philìa; 3) declinando piú ampiamente il principio di sussidarietà; 4) premiando chi agisce nella società mossoda autentica gratuità. Oltre alla libertà e all’eguaglianza c’è bisogno di fraternità e non d’indifferenza

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CRISI FINANZIARIA INTERNAZIONALE

RIPENSARE IL SISTEMA MONETARIO INTERNAZIONALE

Servono forme di controllo sui flussi di capitali e in tema di libera circolazione delle merci

di Riccardo Pedrizzi

PARTE SECONDA APPROFONDIMENTI

L

e banche centrali hanno sottratto in un primo tempo la sovranità monetaria ai governi. In Europa la BCE l’ha sottratta alle banche nazionali. Ora tale sovranità è largamente sfuggita a tutti, a seguito di due poderosi condizionamenti. Il primo viene dal sistema monetario internazionale; il secondo, piú recente e ancor piú esplicito, viene dalla globalizzazione di una finanza speculativa cresciuta smisuratamente. Il sistema monetario internazionale, dalla dichiarazione d’inconvertibilità del dollaro in oro, non ha piú regole concordate e vincolanti. L’abbandono della convertibilità ha condotto a una creazione senza piú freni di moneta internazionale. Come denunciò, a suo tempo, l’economista Robert Triffin, a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, in

Si affronta, nell’articolo, il problema della crisi finanziaria nata principalmente dalla sottrazione della sovranità monetaria agli Stati e dalla mancata convertibilità del dollaro in euro. Si profila come necessario un recupero della sovranità monetaria dell’euro e l a proposizione di clausole di salvaguardia europea in tema di libera circolazione delle merci. The article deals with the problem of the financial crisis, mainly arose, from the removal of monetary sovereignty to the States, and the non-convertibility of the dollar into euro.It seems necessary the recovery of monetary sovereignty of the euro and the proposition of safeguard European clauses, about the theme of the free movement of the goods.

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meno di un decennio fu creata dal nulla «nove volte piú moneta internazionale che dai tempi di Adamo ed Eva». I redditi finanziari crescono, i redditi da lavoro diminuiscono. E mentre la finanza mondiale si espande, l’economia reale si dibatte in difficoltà epocali: rapidissima innovazione tecnologica che esige ristrutturazioni e riduzioni dell’occupazione per rincorrere la “competitività globale”; crescenti importazioni di manufatti dai Paesi del Terzo Mondo che immettono nel sistema una concorrenza basata sull’assenza di oneri sociali sui bassi salari; migrazione incontrollabile della domanda globale, per la flessione dei salari reali e per le politiche di austerità nella spesa pubblica. La creazione, in eccesso, di moneta internazionale ha fornito, fin dagli anni Settanta, la prima base e la prima massa di manovra. La “piramide di carta dell’eurodollaro”, cresciuta allora al di fuori di ogni controllo, è divenuta oggi una massa smisurata. Il solo mercato dei “derivati OTC” è valutabile attualmente in oltre 600 mila miliardi di dollari. Una smisurata massa di manovra ha l’intero pianeta quale terreno per le sue scorrerie. Grazie all’informatica e alla telematica, essa si può riversare in un attimo su qualunque mercato del globo, piegandolo ai propri obiettivi.


CRISI FINANZIARIA INTERNAZIONALE

PARTE SECONDA - APPROFONDIMENTI

Di questo fiume di denaro, solamente una parte ormai irrisoria serve a pagare scambi di merci e servizi. Tutto il resto è mosso da speculazione. Le capacità di difesa delle singole autorità monetarie nazionali, ferme restando queste regole, sono pressoché inesistenti. In questo scenario una efficace politica del credito rischia d’essere scritta sulla sabbia, se non si riporta disciplina nel sistema monetario internazionale e se non si restaura la sovranità sulla moneta, ora in mano alla finanza speculativa globale. Ma un recupero, a livello europeo, di sovranità monetaria, esige anzitutto forme di controllo sui flussi di capitali che operino una netta distinzione fra i trasferimenti di capitali, a fini d’investimento o in pagamento di merci e servizi, e i flussi monetari a brevissimo termine a fini speculativi. Occorre, inoltre, in tema di libera circolazione delle merci, tornare a clausole di salvaguardia europea e a un sistema di accordi bilaterali che mirino a promuovere il commercio extracomunitario e lo sviluppo economico dei Paesi Terzi, in misura che sia però compatibile con la salvaguardia dei livelli d’occupazione e delle condizioni di vita dei Paesi della CEE. Un liberismo senza controlli rischia infatti di impoverire gli uni e gli altri, arricchendo soltanto un’oligarchia di trafficanti e speculatori.

L

a crisi attuale può dar luogo a molti spunti e, sicuramente, dovrà essere oggetto di ampie analisi. Oggi vorrei soffermarmi su una questione specifica, che parte da una domanda semplice. Perché è stata lasciata fallire Lehman Brothers? Parto da questa domanda perché il fallimento della banca d’affari, il lunedì 15 settembre, è stato uno dei fattori che hanno trasformato la fase di turbolenza in atto nei mercati finanziari dall’estate del 2007 in vera e propria crisi. Da quando è fallita Lehman si è diffuso il timore che qualsiasi banca, di dimensione media o grande, possa fallire. Gli operatori hanno rivisto le loro decisioni di investimento. Le stesse banche hanno iniziato a temere il fallimento delle controparti e hanno smesso di prestarsi a vicenda, determinando cosí il prosciugamento

PERCHÉ UNA CRISI TANTO GRAVE E GLOBALE?

Serve una migliore regolamentazione e vigilanza, specie a livello internazionale, ma anche piú responsabilità individuale

di Lorenzo Bini Smaghi Membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea

Si parte dall’analisi del fallimento della banca Lehman Brothers, per riflettere sui motivi che hanno determinato la crisi finanziaria a livello internazionale. Uno dei fattori di maggiore rilevanza risiede nella sfiducia e nella non volontà da parte dei contribuenti di sacrificare parti del loro capitale per aiutare organismi che vengono ritenuti “molto benestanti” come appunto le banche. Non si comprende invece, come la crisi di tali istituti si ripercuota negativamente sul benessere di tutti gli individui. This article starts analyzing the failure of the bank Lehman Brothers, in order to reflect about the reasons that have determined the financial crisis at the international level. One of the factors of the greatest importance, lies in the mistrust and the unwillingness of the taxpayers to sacrifice parts of their capital in order to help organizations that are considered "very well-of" like the banks. It is incomprehensible instead, how the crisis of these institutions has a negative impact on the welfare of all the individuals. 3/2008 • UCID Letter

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CRISI FINANZIARIA INTERNAZIONALE

L’opposizione al salvataggio di Lehman Brothers ha riguardato, nei fatti, non solo l’Amministrazione, ma anche il Congresso e, in definitiva, l’opinione pubblica. In altre parole, la decisione è stata in larga parte il risultato di un processo democratico. Sono stati, in ultima istanza, i cittadini americani a non voler salvare Lehman

del mercato interbancario, già sotto stress da mesi. Nelle quattro settimane successive al fallimento di Lehman le borse europee hanno perso circa il 30 per cento, piú del calo registrato nei 12 mesi precedenti. Lo spread sull’Euribor a 3 mesi - che misura le tensioni sul mercato interbancario - è piú che raddoppiato, superando i 170 punti base. I primi interventi effettuati dalle autorità per calmare i mercati non sono riusciti a ristabilire la fiducia, finché non è stata avviata, a metà ottobre, una azione coordinata, in Europa e UCID Letter • 3/2008

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ATTIVITA’ PARTE SECONDA - APPROFONDIMENTI

nel Nord America, che ha comportato un sostanziale utilizzo di fondi pubblici e una manovra concertata delle banche centrali. Guardando indietro agli eventi dell’ultimo mese, sembra emergere chiaramente che il fallimento di Lehman Brothers avrebbe potuto, e dovuto, essere evitato. Questa valutazione non è solo ex-post, in base a quanto è avvenuto successivamente, ma anche ex ante. Era evidente che in una situazione di mancanza di fiducia, come quella che si stava verificando da mesi, il fallimento di una banca, anche di dimensioni medie, avrebbe avuto un effetto di contagio, con successiva fuga dal sistema. Questo era il motivo per cui, nei mesi passati, sia negli Stati Uniti sia in Europa (ad esempio in Inghilterra, in Germania e in Danimarca), le autorità erano intervenute proprio per evitare il fallimento delle banche in difficoltà (Bear Sterns, Northern Rock, IKB, Roskilde). Alla luce di questa valutazione, è legittimo porsi la seguente domanda: perché il fallimento di Lehman non è stato evitato? Sono state formulate varie ipotesi al riguardo. Quella che ritengo piú credibile è che ci sia stato un veto politico, ai massimi livelli, all’utilizzo di fondi pubblici per salvare una banca d’affari. In effetti, lo stesso Segretario al Tesoro americano ha affermato, subito dopo l’annun-

cio del fallimento: «Non ho mai considerato per un solo istante che fosse opportuno usare i soldi dei contribuenti per risolvere il problema di Lehman Brothers» (1). Anche la tempistica della crisi di Lehman ha giocato un ruolo forse decisivo: essa si è verificata pochi giorni dopo che il Tesoro americano si era accollato l’ingente debito delle agenzie Fannie Mae e Freddie Mac, decisione che è stata commentata in modo critico sui giornali. Subito dopo questa operazione è sembrato che il Tesoro non volesse essere ulteriormente accusato di usare fondi pubblici e praticare quello che è stato definito una sorta di “socialismo finanziario”. La pressione dell’opinione pubblica ha certamente svolto un ruolo importante. La questione potrebbe finire qui, con un giudizio negativo sulla decisione politica dell’Amministrazione statunitense che si è rivelata errata. Il problema potrebbe tuttavia essere piú complesso. Come hanno dimostrato i fatti successivi, in particolare in occasione della bocciatura della prima versione del maxi-pacchetto da parte del Congresso, l’opposizione a dotare il settore finanziario di fondi pubblici non ha riguardato solo il Governo ma anche il Parlamento. I membri del Congresso, molti dei quali devono affrontare le urne ai primi di Novembre, hanno temuto che una tale decisione avrebbe com-


ATTIVITA’

CRISI FINANZIARIA INTERNAZIONALE

PARTE SECONDA - APPROFONDIMENTI

promesso la loro rielezione. L’opposizione al salvataggio di Lehman Brothers non ha riguardato dunque solo l’Amministrazione, ma anche il Congresso e, in definitiva, l’opinione pubblica. In altre parole, la decisione è stata in larga parte il risultato di un processo democratico. Sono stati, in ultima istanza, i cittadini americani a non voler salvare Lehman. Questa valutazione non si limita peraltro al solo caso di Lehman. Anche nei Paesi dove si è riusciti a intervenire per evitare il fallimento delle banche, la decisione è stata soggetta a forti critiche da parte dei rispettivi parlamenti e delle opinioni pubbliche. In alcuni casi la decisione è stata possibile perché non era richiesta l’approvazione immediata del parlamento. Non si può escludere che, se le condizioni politiche fossero state diverse, ad esempio se ci fossero state elezioni imminenti, come negli Stati Uniti, anche in Europa si sarebbero potuti creare i presupposti per lasciar fallire alcune banche in difficoltà. Tutto ciò, fortunatamente, non è avvenuto, ma non di meno è necessaria una riflessione in proposito. La domanda da porsi è: perché processi decisionali pienamente democratici portano a decisioni sbagliate dal punto di vista del benessere comune, non solo ex-post, ma anche exante?

La risposta che è stata data per motivare la decisione di lasciare fallire Lehman è che, per i cittadini in generale, e per i contribuenti in particolare, non è giusto usare fondi pubblici per aiutare istituzioni finanziarie che nei mesi e anni precedenti hanno accumulato ingenti profitti, per i loro azionisti e dirigenti. Non è evidentemente facile, per chi deve prendere la decisione di intervenire per salvare una banca, convincere gli elettori che le perdite future devono essere socializzate allorché i profitti passati sono stati privatizzati. La spiegazione razionale è che, senza l’intervento di salvataggio, l’intera economia ne soffrirebbe con impatto diretto sui cittadini e sui contribuenti. Dato l’effetto di contagio, che si produce a seguito del fallimento di una banca, la socializzazione delle perdite evita di produrre un male maggiore. In effetti, il settore finanziario è diverso dagli altri, proprio per gli effetti sistemici e di contagio che una dislocazione del primo produrrebbe su tutti gli altri. È dunque nell’interesse dei singoli cittadini appoggiare la decisione di salvataggio di una banca in difficoltà. L’interesse individuale coincide con l’interesse pubblico (2). Quanto è avvenuto, tuttavia, suggerisce che i ragionamenti razionali, appena svolti, non sempre fanno presa sulle opinioni pubbliche.

La domanda da porsi è: perché processi decisionali pienamente democratici portano a decisioni sbagliate dal punto di vista del benessere comune? Per i cittadini non è giusto usare fondi pubblici per aiutare istituzioni finanziarie che hanno accumulato ingenti profitti solo per sé stesse

Di nuovo, mi sembra interessante chiedersi perché. Per rispondere a questa domanda, bisogna entrare nella sfera dell’analisi dei comportamenti umani, seguendo la disciplina della cosiddetta “economia comportamentale” o Behavioural economics. Sono stati effettuati numerosi esperimenti in laboratorio, che mostrano come, di fronte ad alcune scelte economiche, gli individui possano avere comportamenti apparentemente non razionali. In generale, si è visto che gli agenti economici non sono mossi soltanto dal proprio be3/2008 • UCID Letter

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CRISI FINANZIARIA INTERNAZIONALE

Dati statistici evidenziano che in genere si è contrari ad aiutare il sistema finanziario in difficoltà, perché appare piú ricco e benestante. Al contrario, c’è maggior disponibilità ad aiutare altri settori dell’economia, come quello agricolo o automobilistico, anche se questi settori hanno una rilevanza diretta minore sul benessere dei cittadini

neficio individuale, come sono abituati a pensare gli economisti, ma anche da considerazioni di equità (fairness) e di condizioni relative. Secondo alcuni studi, un aumento di reddito viene percepito positivamente solo se eccede quello del gruppo di riferimento; se l’aumento di reddito è invece inferiore, esso viene percepito in realtà come una perdita assoluta, anche se è solo relativa. Una conseguenza di queste tendenze, peraltro confermate in alcuni esperimenti, è che gli individui possono addirittura essere disposti a rinunciare a un UCID Letter • 3/2008

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reddito aggiuntivo, pur di avere una distribuzione piú equa del reddito all’interno della comunità, soprattutto a loro vantaggio. Due ricercatori delle università di Oxford e Warwick, Zizzo e Osvald (3), riportano il risultato di un esperimento in cui i partecipanti possono pagare di tasca loro per bruciare i soldi degli altri membri del gruppo. Una maggioranza di soggetti sceglie di farlo, anche se questo riduce il loro reddito. In media, sono i soggetti piú ricchi a subirne gli effetti. Questa linea di ricerca tende a mostrare che le disuguaglianze creano tensioni all’interno di determinati gruppi sociali, e spingono a ritorsioni. Questi risultati sono coerenti con la recente letteratura che cerca di spiegare la “felicità” (“happiness”) degli individui in funzione di una serie di parametri, incluso il reddito. È noto, in questo contesto, il paradosso di Easterlin (4), secondo cui anche quando il reddito degli individui aumenta, non necessariamente aumenta il grado di soddisfazione, se l’aumento è molto diseguale. Questa letteratura può consentire di spiegare i comportamenti recentemente registrati nelle nostre società, contrari ad aiutare il sistema finanziario in difficoltà perché appare piú ricco e benestante. Al contrario, c’è maggior disponibilità ad aiutare altri settori dell’economia, come quello agricolo o automobilistico, anche se questi settori hanno

una rilevanza diretta minore per il benessere dei cittadini. Il motivo probabilmente è, che questi settori vengono percepiti come meno benestanti e soggetti a difficoltà oggettive derivanti da fattori esogeni piuttosto che da comportamenti eccessivi come nel caso del settore finanziario. È interessante notare, che tali atteggiamenti, contrari alle disuguaglianze, si siano sviluppati di recente anche negli Stati Uniti, dove tendenzialmente le disparità di reddito erano maggiormente accettate, rispetto all’Europa, come mostrano le ricerche di Alesina, Di Tella e MacCulloch (5). Una possibile spiegazione è che: i meccanismi di mobilità verticale, all’interno della società americana, che in passato avevano reso piú accettabili le disuguaglianze si siano arrestati negli anni piú recenti. Negli ultimi anni gli indicatori statistici mostrano un aumento della disparità di reddito nella gran parte dei Paesi avanzati. L’indice di Gini, che viene tipicamente usato per misurare le disuguaglianze di reddito (6), è salito negli Stati Uniti dal 34% alla fine degli anni 1980 a oltre il 36% all’inizio di questo secolo. L’indice è aumentato anche nel Regno Unito, dal 30% al 34% e nell’area dell’euro, in media, dal 29% al 31%. All’interno dell’area dell’euro, l’incremento maggiore si è registrato in Germania (dal 26% al 34%) e in Spagna (dal


ATTIVITA’

CRISI FINANZIARIA INTERNAZIONALE

PARTE SECONDA - APPROFONDIMENTI

30% al 34%), mentre in Francia e in Italia è rimasto sostanzialmente costante (al 29% e 34% rispettivamente). La crescente divergenza dei redditi registrata negli ultimi anni è stata accompagnata da due altri fenomeni rilevanti. Innanzitutto, si è registrato un progressivo rallentamento del tasso di crescita medio del reddito nei Paesi avanzati. In termini pro-capite, per gli Stati Uniti l’ultimo decennio è stato il peggiore da oltre 100 anni, se si escludono gli anni 1930. Per l’Europa, il rallentamento è stato comparabile, anche se non cosí marcato. Inoltre, la divergenza sembra avere avvantaggiato principalmente il settore finanziario. Ad esempio, negli Stati Uniti i profitti del settore finanziario hanno raggiunto negli ultimi 5 anni una quota del 40% del totale dei profitti del settore delle imprese (corporate), il doppio della media del periodo 1960-2000. Non si vuol dare qui un giudizio di valore, ma solo riportare quanto è accaduto in questi anni. La combinazione di questi tre fattori - aumento delle disuguaglianze, rallentamento economico e elevata profittabilità del settore finanziario può spiegare, in parte, i comportamenti tenuti dall’opinione pubblica e dalle autorità politiche nei confronti delle operazioni di salvataggio del sistema finanziario. Questa crisi dimostra che,

nelle nostre società avanzate, soggette a profondi mutamenti che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini, la risoluzione di crisi finanziarie diventa piú complessa, non solo in termini di costi per la comunità ma anche in termini di procedure decisionali. C’è il rischio che, per ottenere il consenso democratico, necessario a intervenire in modo efficace, si debba arrivare sull’orlo del burrone, fino a vedere il precipizio. In altre parole, c’è il rischio che si debba prima commettere un errore, come quello di lasciar fallire una banca, e la prospettiva di un dissesto generalizzato, in cui i cittadini si rendono conto che i loro interessi vitali sono in gioco, per riuscire poi a intervenire in modo efficace. Il problema è particolarmente rilevante per quel che riguarda il sistema finanziario, che è inevitabilmente soggetto a instabilità. Il sistema finanziario è tipicamente molto innovativo. Dato che i prodotti finanziari non possono essere brevettati, la capacità di competere di un’istituzione risiede, in parte, nella capacità di creare nuovi prodotti che consentano di aumentare il rendimento, a parità di rischio, o di diversificare il rischio, a parità di rendimento. L’innovazione finanziaria tende però a generare asimmetrie informative tra operatori, in particolare tra chi crea i nuovi strumenti e chi li acquista. Tale asimmetria alimenta

Questa crisi dimostra che, nelle nostre società avanzate, soggette a profondi mutamenti che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini, la risoluzione di crisi finanziarie diventa piú complessa, non solo in termini di costi per la comunità, ma anche in termini di procedure decisionali

l’instabilità sui mercati, inducendo a sottostimare i rischi, fin quando questi non si verificano, e magari poi a sovrastimarli quando i mercati invertono la loro tendenza. La pro-ciclicità del settore finanziario tende ad accrescerne oltremodo la redditività nelle fasi economiche di sviluppo e a deprimerle nelle fasi recessive, con effetti di auto-alimentazione e di contagio sul resto dell’economia. Il sistema finanziario ha un’importanza sistemica per l’economia. La stabilità del sistema è dunque un bene pubblico. 3/2008 • UCID Letter

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CRISI FINANZIARIA INTERNAZIONALE

Nelle nostre società avanzate, che nei prossimi anni continueranno ad attraversare fasi di grandi trasformazioni, con difficoltà oggettive per molte fasce della popolazione, l’emergere di disparità eccessive rischia di bloccare i meccanismi decisionali, soprattutto in situazioni di crisi, con ripercussioni negative sul benessere collettivo e sulla coesione sociale

Questo è il motivo per cui il sistema è soggetto a regolamentazione e vigilanza. Pertanto, è alquanto problematico che una società sviluppi al suo interno meccanismi di rigetto che le impediscono di intervenire in modo efficace per contrastare la crisi finanziaria e il contagio al resto dell’economia. Quali sono le soluzioni, allora? Alcune linee di intervento sono classiche e riguardano la prevenzione delle crisi, cioè migliore regolamentazione e vigilanza, soprattutto al livello internazionale, e meccanismi piú UCID Letter • 3/2008

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ATTIVITA’ PARTE SECONDA - APPROFONDIMENTI

efficaci di risoluzioni delle crisi. Non mi dilungherò su questi due punti, che saranno oggetto di discussioni tecniche e politiche nei prossimi mesi e anni. Un punto di riflessione nuovo, che è emerso con questa crisi, riguarda aspetti al contempo etici, sociali e politici. Nelle nostre società avanzate, che nei prossimi anni continueranno ad attraversare fasi di grandi trasformazioni, con difficoltà oggettive per molte fasce della popolazione, l’emergere di disparità eccessive rischia di bloccare i meccanismi decisionali, soprattutto in situazioni di crisi, con ripercussioni negative sul benessere collettivo e sulla coesione sociale. Questa riflessione deve essere svolta sia dal legislatore, affinché vengano adottati meccanismi decisionali che, in casi di crisi consentano di superare le difficoltà che sono state enunciate, sia dal settore finanziario stesso, che evidentemente deve trarre alcune lezioni dall’esperienza recente. In una economia di mercato la massimizzazione del profitto e degli interessi dell’azionista rappresentano una priorità per il management. Consentono un’allocazione efficiente delle risorse nell’economia. Tuttavia, quando un settore come quello finanziario ha una importanza sistemica per il funzionamento dell’economia e quando è soggetto a instabilità, la funzione obiettivo deve essere piú ampia.

È un problema di regole, di incentivi e di responsabilità individuali. Su questi punti bisognerà lavorare ancora per evitare di ripetere gli errori del passato.

1) «I never once considered that it was appropriate to put taxpayer money on the line with resolving Lehman Brothers», Dow Jones, 15.09.2008. 2) L. Bini Smaghi, La UE non segua l’esempio USA, in “Corriere della Sera”, 3 Ottobre 2008. 3) D. J. Zizzo, A. J. Oswals, Are People willing to pay to reduce others’ incomes, in “Annales d’Economie et de Statistiques”, vol 6364, 2001, pp. 39-65. 4) R. A. Easterlin, Will raising the income of all increase the happiness of all?, in “Journal of Economic Behaviour and Organisation”, vol 27, 1995, pp. 35-47. 5) A. Alesina, R. Di Tella, R. MacCulloch, Inequality and Happiness: Are Europeans and Americans different?, in “Journal of Public Economics”, vol 88, 2004, pp 20092042. 6) L’indice varia tra 0% (perfetta uguaglianza tra i redditi) e 100% (massima disuguaglianza). In generale, i Paesi avanzati mostrano un indice di Gini minore rispetto ai Paesi in via di sviluppo. Si veda al riguardo A. Brandolini, T. Smeeding, Inequality: International evidence, in “New Palgrave Dictionary of Economics”, 2007.


VERSO UNA NUOVA ECONOMIA

PARTE SECONDA APPROFONDIMENTI

L

a nostra situazione attuale è come un vaso antico, molto bello e di valore, ma altrettanto delicato e fragile: deve essere maneggiato con cura, con senso di responsabilità e lungimiranza. Anche perché, riprendendo la logica dell’economista americano Dani Rodrik (che ha intitolato uno dei suoi ultimi libri “One Economics, Many Recipes”), la situazione è tanto complessa quanto molteplici sono questioni sul tavolo, che peraltro interagiscono tra loro. L’Italia, infatti, proprio per la vocazione manifatturiera, ha avvertito negli ultimi anni, in modo maggiore, la contrazione economica (rispetto a quella finanziaria), legata prevalentemente alle scelte di “delocalizzazione produttiva” in quei Paesi (dall’Est al Far Est) ove la manodopera aveva un costo notevolmente inferiore. Questa lettura, semplice e chiara, viene confermata dall’andamento divergente degli indicatori di riferimento: il PIL in discesa (che rappresenta la produttività) e l’inflazione in salita (l’aumento dei prezzi legato al caro vita). E per chi paventa una fase deflattiva, non sarebbe male cavalcare l’onda se solo riuscissimo a contenerla e limitarla entro certi limiti: potrebbe riportare i “numeri” a livello “lira”! PUNTI DI FORZA O DI DEBOLEZZA DEL SISTEMA PRODUTTIVA ITALIANO?

In questo contesto, in molti hanno criticato l’imprenditore

italiano poiché è caratterizzato dal paradosso dell’imprenditore che non rischia, ma al contrario manifesta una forte propensione alla “conservazione”. Sembra, tuttavia, che gli italiani abbiano evitato di comportarsi da “spavaldi pionieri” e preferito una moderata cautela che, magari, non ha permesso le grandi speculazioni nei periodi espansivi, ma che ha favorito un contenimento delle perdite in quest’ultimo di crisi. Avevano torto? Forse anche merito di un tessuto imprenditoriale caratterizzato da un forte radicamento nel proprio territorio, e quindi da una diffusa, ma tuttavia, ancora insufficiente “responsabilità sociale”: fortunatamente, in generale, si guarda il

CRISI FINANZIARIA O CRISI DI VALORI?

Una maggiore autonomia rispetto al sistema bancario e un piú corretto uso delle risorse avrebbe potuto evitare la crisi

di Manlio D’Agostino Membro Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea

L’attuale crisi economico finanziaria, sarebbe meglio fronteggiata se le nostre aziende guadagnassero un’autonomia maggiore rispetto al sistema bancario e ad un corretto utilizzo delle risorse disponibili. Andrebbe inoltre, maggiormente valutata, la transizione dal “no-profit” al “not-for-profit”che punta a generare utili, sia per garantire la propria autonomia e sopravvivenza nel medio lungo termine, sia perché questo consente di effettuare tutti quei necessari investimenti e consolidamenti che sono la garanzia di raggiungimento degli obiettivi sociali e della “mission” aziendale. Tutto questo va realizzato alla luce di valori cristiani, per dar vita ad un’economia al servizio della società. The current economic and financial crisis, would be better tackled if our companies gain greater autonomy in regard to the banking system and a correct use of the available resources. We should moreover asses, the transition from “no-profit” to “not-for-profit” that points to generate benefit, in order to guarantee the own autonomy and the survival in the long –middle term, and because this concurs to carry out all those necessary investments and consolidations, that are the guarantee of the attainment of the social objectives and of the company mission. All these things should be realized according to the Christian values, to create an economy at the society’s service. 3/2008 • UCID Letter

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VERSO UNA NUOVA ECONOMIA

È fuor di dubbio che vi sarà un periodo di cambiamento e di assestamento. Dopo questo picco negativo avremo davanti una positiva ascesa, alla quale però dobbiamo contribuire attivamente, senza attendere che siano gli altri a ricoprire il ruolo di attore

lavoratore come una persona, come il figlio del vicino di casa, e all’impresa si attribuisce il “valore affettivo” di una propria creatura, che non si può (s)vendere al primo offerente! E questo comportamento ha caratterizzato tutto il sistema economico, comprese le banche e il sistema bancario nazionale nel suo complesso, anche per via di alcuni aspetti regolamentari (le disposizioni di Vigilanza di Banca d’Italia). AUTONOMIA NON SIGNIFICA ISOLAMENTO!

Basterebbe che le nostre aziende imparassero a “guadaUCID Letter • 3/2008

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ATTIVITA’ PARTE SECONDA - APPROFONDIMENTI

gnare” una maggiore autonomia dal sistema bancario (in sostanza con un minore indebitamento), anche semplicemente attraverso una razionalizzazione degli affidamenti. Questo giustifica e spiega una delle motivazioni che alimenta le preoccupazioni degli economisti. Se, infatti, il sistema bancario e finanziario non riuscisse a garantire (per paura oppure perché fuori dai parametri regolamentari) gli affidamenti alle imprese, la crisi finanziaria farebbe sentire i propri effetti (diretti e indiretti) sull’economia reale (ovvero quella tangibile). I PROVVEDIMENTI GOVERNATIVI: QUALI SONO I LIMITI? In tal senso, l’intervento dei Governi dell’Unione Europea finalizzato a garantire, fino alla fine del 2009 i prestiti interbancari, punta a immettere sul mercato una necessaria fiducia tra gli operatori finanziari che, a cascata, dovrebbe giungere anche sui clienti bancari: sia in termini di quantità dei flussi, che in termini di riduzione o stabilizzazione dei tassi. Basti considerare che molti affidamenti e mutui hanno come riferimento l’Euribor (ovvero il tasso a cui le banche si prestano vicendevolmente il denaro) maggiorato di uno spread (il “vero” guadagno dell’istituto che ha erogato al cliente). A questa azione correttiva “indiretta”, sarebbe opportuna prevederne una “diretta” e “at-

tiva”: in Italia, da sempre, la Pubblica Amministrazione (sia centrale che periferica) ricopre il ruolo di principale motore propulsivo della nostra economia. Questa nel suo complesso dovrebbe, nella pratica e non solo per decreto, ridurre i tempi ed evitare di rinviare i mandati di pagamento nell’ottica del rispetto dei parametri del patto di stabilità. In tal modo si contribuirebbe in modo significativo a riavviare in breve tempo il “volano economico”. IL PUNTO DI VISTA SOCIALE È fuor di dubbio che vi sarà un periodo di cambiamento e di assestamento, in cui tutti saremo chiamati a dover superare alcune difficoltà: la storia alterna fasi di progresso a fasi di decadenza, che Giovan Battista Vico definisce come i “corsi e ricorsi storici”. Dobbiamo quindi pensare, che dopo questo picco negativo avremo davanti una positiva ascesa, alla quale però dobbiamo contribuire attivamente, senza attendere che siano gli altri a ricoprire il ruolo di attore. Proprio perché circostanze similari sono già state vissute, è necessario imparare dagli errori del passato: per senso di responsabilità, deve essere detto, con forza, che in questi periodi vi sono dei soggetti e delle organizzazioni che approfittano della situazione per speculare e arricchirsi. A livello macroeconomico,


ATTIVITA’

VERSO UNA NUOVA ECONOMIA

PARTE SECONDA - APPROFONDIMENTI

sui mercati, stiamo assistendo a speculazioni per prendere il controllo di imprese “strategiche” e ad alto valore, approfittando dei ribassi dei mercati legati al “panico finanziario”: gli andamenti altalenanti delle borse ne sono un chiaro segnale. Ma, purtroppo, queste sono anche le condizioni ideali, a livello locale, per una crescita “fertile” dell’usura, che appare, a chi vive il contingente disagio sociale, come una ancora di salvezza. Peccato che in breve tempo si riveli come un peso che porta solo in fondo al mare! IL COMPORTAMENTO RESPONSABILE La ricetta non è solo legata alle rinunce ed ai sacrifici, ma anche a un piú corretto impiego delle risorse disponibili. Ad esempio, il sistema dei confidi e delle banche di garanzia è sia un valido strumento di sostegno ma, anche e soprattutto, di consulenza e di orientamento. D’altronde la stessa Banca d’Italia, nelle disposizioni di vigilanza, (la normativa che regolamenta questi soggetti) afferma che: «nell’àmbito dell’attività di finanziamento delle imprese, e in particolare di quelle di piccola e media dimensione, il ruolo dei consorzi di garanzia collettiva dei fidi (confidi) consente di ridurre i costi dell’informazione sui soggetti da affidare e i rischi per i casi di inadempimento». D’altronde negli anni scorsi, molti economisti hanno dise-

gnato lo scenario economico futuro (in precedenza previsto per il 2060, ma sembra quantomai attuale e vicino!) con una forte presenza di micro e piccole imprese, a caratterizzazione familiare, basato su valori che affondano le radici nella nostra tradizione cristiana. L’ITALIA DEVE RITORNARE AD ESSERE PROTAGONISTA

go termine, sia perché questo consente di effettuare tutti quei necessari investimenti e consolidamenti che sono la garanzia di raggiungimento degli obiettivi sociali e della “mission” aziendale.

Questo modello richiama il cosiddetto “Italian Cluster” (sviluppatosi nel Nordest, ma che ha “contagiato” via via anche il centro Italia) che, per le sue caratteristiche, ha avuto tanto successo nello sviluppo dei Paesi dell’Est Europa: una sufficiente flessibilità che ha garantito per lungo tempo competitività, un forte legame con il territorio, importanti ricadute sociali positive, creazione di un benessere diffuso. Insomma una economia che ritorna a essere al servizio della società, basata sui valori essenziali della nostra tradizione: una “economia sociale” che ha un significato (molto) diverso da quello che partiti e politica vorrebbero attribuire. Inoltre, proprio nell’ottica di una economia maggiormente sostenibile, andrebbe maggiormente valutata la transizione dal “no-profit” al “notfor-profit”: a differenza del primo modello che molto spesso rinuncia al “margine” e ha necessità di iniezioni finanziarie per non fallire, il “not-for-profit” punta a generare utili, sia per garantire la propria autonomia e sopravvivenza nel medio lun-

L’ESSERE ITALIANO AL POSTO DEL “MADE IN ITALY” Ridare impulso alla modello di impresa “artigianale” e “familiare” fortemente radicata sul territorio, conferisce maggiore significato ai modelli di microcredito e di microfinanza, che normalmente hanno una forte connotazione valoriale: finanziare iniziative svolte da gruppi di individui (attivando una microfinanza di gruppo, ovvero condividendo la responsabilità tra i diversi soggetti coinvolti), magari nel settore primario, ovvero svolgendo attività dell’indotto di una o piú imprese di maggiori dimensioni, potrebbe portare alla creazione di una “filiera nell’indotto” oppure ai tanto sognati “distretti produttivi”. Se a questa si aggiungesse una forte valorizzazione e spinta, in favore di quelle imprese che riescono a esportare e generare il proprio fatturato, per la maggior parte all’estero, si garantirebbe all’Italia, quel necessario flusso di denaro in entrata che potrebbe assicurare la tanto sperata “tranquillità” e “stabilità”. 3/2008 • UCID Letter

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ESPERIENZE A CONFRONTO

IMPRESA E PASSAGGIO GENERAZIONALE

Il Movimento Nazionale dei Giovani UCID a convegno per riflettere sul valore dell’impresa e per capire come superare l’attuale crisi

di Manlio d’Agostino e Andrea Annunziata

PARTE SECONDA APPROFONDIMENTI

V

enerdì 28 novembre 2008, si è svolto, nonostante le avverse condizioni metereologiche che hanno interessato l’intero NordItalia, alla presenza di numerosi partecipanti provenienti da tutta Italia, presso la “Residenza Universitaria delle Peschiere” il convegno organizzato dal Movimento Nazionale dei Giovani UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti) dal titolo «Jurassic firm?” Il passaggio generazionale nell’era della longevità», un momento per riflettere sul valore dell’impresa in un momento di particolare crisi da superare. Dopo i saluti di Davide Viziano, presidente UCID Gruppo Ligure, di Piergiorgio Marino, presidente UCID Genova, moderati da Alberto Carpinetti, vicepresidente nazionale UCID con delega ai giovani, si sono alternati Alessandro Garrone (amministratore delegato ERG S.p.A.), Costanza Musso

Il convegno dei giovani UCID ha avuto ad oggetto un importante tema, riguardante la capacità ed il modo di affrontare i momenti delicati (dal passaggio di padre in figlio, ai periodi di crisi) della vita aziendale, basandosi sui valori che affondano le loro radici nella tradizione cristiana, nonché sulla relazione, sia intesa come rapporto familiare che come processo comunicativo. The conference of the Young of UCID deals with an important issue, regarding the capabilities and the way to face the delicate moments (the transition from father to son, to periods of crisis) of corporate life, basing on values , which have their roots in the Christian tradition and in the relationship, intended both as a familiar bond and as a communicative process.

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(direttore commerciale Gruppo Grendi), Davide Malaclaza (presidente ASG Ansaldo Superconductors S.p.A.), Alessandro Fusacchia (presidente Associazione Rena). Molto interessante il dibattito che ha avuto come fulcro la capacità e il modo di affrontare i momenti delicati (dal passaggio di padre in figlio, ai periodi di crisi aziendale) della vita aziendale, basandosi sui valori - che affondano le loro radici nella tradizione cristiana - nonché sulla relazione, sia intesa come rapporto familiare che come processo comunicativo. Infatti, il momento dell’avvicendamento generazionale all’interno di un’azienda può essere uno dei piú difficili da affrontare, oppure l’occasione per uno slancio nuovo, un modo per rinnovare e trasmettere esperienze dai meno giovani a piú giovani, ma anche rinsaldare il legame inscindibile di una economia che si pone al servizio della società. Il primo intervento è quello di Davide Malacalza (Presidente di Ansaldo Superconduttori, la società che il gruppo Castel-Famiglia Malacalza ha rilevato nel 2001 dalla Ansaldo Energia), il quale ha posto l’accento sull’importanza che i padri hanno nel costruire un percorso di responsabilizzazione dei figli e sulla necessità di creare la necessaria coesione tra di essi, eliminando la “concorrenza”, anche basandosi su una comunicazione continua, chiara e senza frainten-


ATTIVITA’

ESPERIENZE A CONFRONTO

PARTE SECONDA - APPROFONDIMENTI

dimenti. Per lui sono stati questi gli ingredienti di un positivo inserimento delle seconde generazioni, sia per i soci ma anche per il management e l’azienda nel suo complesso. Costanza Musso (Amministratore del gruppo Grendi, il piú produttivo per metro quadro secondo calcoli dell’authority, nella logistica portuale a Genova; ma anche la piú antica con 180 anni di attività, ha portato la casa di spedizioni italiana a diventare un moderno operatore logistico con trasporto intermodale dal Nord Italia alla Sardegna e alla Sicilia, prendendo spunto dalla propria esperienza personale. Ha ricordato come il padre vedesse nell’errore un modello di insegnamento: gli permetteva di sbagliare (pur tenendo sotto controllo la situazione) in modo tale che ciascuno potesse trarne la lezione e imparare qualcosa di utile. «Tutto ciò rendeva l’esperienza gestionale stimolante, oltre che molto importante dal punto di vista formativo». E continua sempre ricordando gli insegnamenti paterni «ogni difficoltà è superabile», che rendevano ancora piú saldi i legami familiari ma anche piú “fattibile” la gestione dell’impresa! Dal dibattito sono emerse varie posizioni. Alessandro Garrone (non solo Amministratore Delegato di ERG SpA ma anche impegnato in altre attività in diversi settori, ivi compreso quello della ristorazione) ha sottolineato co-

me non vi siano delle “ricette” uguali o riproducibili ovunque: infatti, la sua personale esperienza non si è basata sulla comunicazione con il padre, ma nonostante ciò, si è comunque appassionato alle attività della famiglia. «Il fatto che la comunicazione fosse pressocchè assente, non significava che non vi fosse amore, vissuto attraverso i gesti e gli esempi». Ad esempio, richiamando un libro che ripercorre la storia della ERG, nasce per volontà del nonno con l’obiettivo di poter avere una attività stabile e solida che avrebbe permesso il matrimonio con la nonna. L’impresa nasce per creare una famiglia, e cresce con il suo contributo! Alessandro Fusacchia (membro dell’Ufficio Sherpa G8 istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri per preparare il Summit G8), nel delineare il quadro complessivo, ha evidenziato come vi sia una eccessiva retorica sul tema dei giovani, dal momento che il range dei giovani va dai 17 ai 40 anni si rischia di fare confusione. Inoltre ha dichiarato che molti juniores italiani sono ancora «troppo legati a logiche di scambio di favori» e non a una logica di forte meritocrazia, con soprattutto una forte mancanza di senso di responsabilità. Le conclusioni sono state a cura di S.E. mons. Luigi Palletti, vicario generale e vescovo ausiliare della Curia di Genova.

Ogni difficoltà è superabile. Anche l’errore può diventare un modello di insegnamento: rileggere il proprio errore, infatti, può consentire di trarre una lezione e di imparare qualcosa di utile. Vissuto e riletto in quest’ottica, l’errore può diventare proprio una opportunità

Molti juniores italiani sono ancora «troppo legati a logiche di scambio di favori» e non a una logica di forte meritocrazia, che nasconde, in fondo, ancora una forte mancanza di senso di responsabilità

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ESPERIENZE A CONFRONTO

UN “CONTRATTO” CON I RAGAZZI ITALIANI

L’ UCID di Puglia scende in campo per tutelare i diritti fondamentali dei minori coinvolgendo famiglia, scuola e istituzioni

di Michele Cristallo

PARTE SECONDA APPROFONDIMENTI

L

a nostra Carta Costituzionale, in quattro articoli dedica particolare attenzione alla persona, alla sua dignità, alle sue esigenze e ai suoi diritti. In due di questi articoli, fa espresso riferimento ai minori: nell’art. 30, allorché demanda ai genitori l’obbligo di provvedere al mantenimento, all’educazione, all’istruzione dei figli e garantisce l’intervento dello Stato nel caso di “assenza” della famiglia; nell’art. 31, quando chiama direttamente in causa lo Stato al quale è assegnato il compito-dovere di tutela sociale all’infanzia e alla gioventú. Sono trascorsi 60 anni dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana; altrettanti ne sono trascorsi dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Onu 10 dicembre 1948). Ebbene, sonostati attuati davvero i princípi fissati nelle due

L’UCID di Puglia si occupa, in un seminario svoltosi a Gravina, della tutela dei diritti dei minori da parte della famiglia, della scuola, delle istituzioni. I ragazzi propongono la stipula di un “Contratto” in cui chiedono maggiore attenzione da parte, soprattutto della politica, alle oro necessità, quali la concessione di spazi dove potersi esprimere liberamente, maggiore supporto alle famiglie meno abbienti, e un inasprimento di pene per il gravissimo e purtroppo diffuso reato della pedofilia. The Puglia UCID deals with, in a seminar held in Gravina, the protection of the children’s rights by the family, the school, the institutions. The kids purpose to sign a "contract" on which demanding greater attention, particularly of the politics, to their needs, such as the granting of spaces where they can freely express themselves, more s upport to the least well-being families, and a tightening of penalties for the serious crime of pedophily, unfortunately, extremely widespread.

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solenni normative? In quale misura le istituzioni, la scuola, le famiglie, rispondono ai bisogni di questa fascia debole della società? Su questi interrogativi si è svolto a Gravina un interessante seminario promosso dal Gruppo pugliese dell’Unione cristiana imprenditori e dirigenti (presidente Ruggiero Cristallo), in collaborazione con la sezione UCID di AltamuraGravina-Acquaviva delle Fonti (presidente Pasquale Tucci). Il nostro ordinamento giuridico, fino a una trentina di anni fa, si preoccupava dei minori quasi esclusivamente sul fronte della tutela dei diritti patrimoniali, ignorandone la natura di persona portatrice di bisogni-diritti, di persona titolare di diritti soggettivi da garantire e attuare. Poi, pian piano, è intervenuta una diversa e migliore cultura dell’infanzia che ha avuto autorevole e universale consacrazione nella Convenzione sui diritti del fanciullo, presentata a New York nel 1989 e ratificata dall’Italia con la legge 176 del 1991. In questo contesto si è mosso anche il mondo dell’informazione con il varo della “Carta di Treviso” e, ancora piú recentemente con la legge 112 del 2004, con particolare riferimento all’informazione radiotelevisiva. Ma, nonostante tale abbondanza normativa, la società in genere quasi spesso ignora come ha sottolineato il prof. Aldo Loiodice, ordinario di Di-


ATTIVITA’

ESPERIENZE A CONFRONTO

PARTE SECONDA - APPROFONDIMENTI

ritto Costituzionale nell’Università di Bari - i bisogni-diritti di questi soggetti deboli, che hanno la loro base giuridica nella Costituzione; né interviene, come ha detto la dott.ssa Lucrezia Stellacci, dirigente dell’Ufficio scolastico regionale, per eliminare quella sorta di mine vaganti di certe trasmissioni televisive o presenti nella avanzata tecnologia informatica (internet, pedopornografia e dintorni); oppure, come ha denunciato il prof. Andrea Cannone, ordinario di Diritto Internazionale nell’Università di Bari, considera lettera morta alcuni particolari ma importanti dettati della Convenzione del 1989, concepita nell’ottica di considerare i minori dal punto di vista dei diritti civili, politici, religiosi, ma anche dell’educazione e dell’assistenza sanitaria. In una situazione siffatta, ecco l’intervento dei ragazzi con una loro proposta di contratto con gli adulti per richiamarli alla priorità dei loro problemi: scuola, educazione, salute, tempo libero, informazione. Il “Contratto” è frutto della discussione di un gruppo di ragazzi con Cino Tortorella (il mitico mago Zurlí dei primi anni dello Zecchino d’oro), ambasciatore Unicef. Il “Contratto dei Ragazzi” impegna i politici centrali e locali «a promuovere leggi per aiutare i genitori meno abbienti che non fanno figli perché costano troppo» in un Paese con il piú basso indice di natalità. E poiché il nostro è un «Pae-

se che penalizza le famiglie con figli a carico», si impegnano i governanti a «introdurre un sistema fiscale che, a parità di reddito percepito, tenga conto del numero dei componenti del nucleo familiare per determinare il reddito imponibile». Quindi una serie di altri impegni: «ad identificare princípi, criteri e comportamenti finalizzati a modificare i meccanismi che regolano e condizionano oggi la politica dell’istruzione»; ad assicurare ai bambini, soprattutto in periferia, «spazi adeguati per il tempo libero». Il “Contratto” dedica attenzione anche al problema dell’obesità infantile con l’impegno a «reintrodurre nelle scuole elementari e medie visite obbligatorie e periodiche che permettano ai genitori di affrontare per tempo questa problematica con l’aiuto scientifico giusto». Quanto alle trasmissioni televisive, l’impegno «a far in modo che le leggi vengano rispettate e le sanzioni contro chi non le rispetta siano aggravate ed effettive». Quindi il tema della pedofilia in un Paese nel quale questo reato è considerato “alla stregua di uno scippo” con pene risibili, si impone la necessità «di rivedere le leggi per far sí che nessuno di coloro che ha commesso questi reati sia lasciato libero di commetterli di nuovo». Infine l’impegno «a creare luoghi e momenti dove i ragazzi possano esprimere le lo-

Il “Contratto dei Ragazzi” impegna i politici centrali e locali «a promuovere leggi per aiutare i genitori meno abbienti che non fanno figli perché costano troppo» in un Paese con il piú basso indice di natalità

ro opinioni, confrontare le loro idee, discutere liberamente nel rispetto delle regole, dialogando tra di loro e con gli adulti, come ad esempio il Consiglio comunale dei ragazzi» con la partecipazione del Sindaco, ma “senza diritto di voto”. Il “Contratto” è stato poi sottoscritto da Cino Tortorella, quale ambasciatore Unicef, dalla dirigente dell’Ufficio scolastico pugliese, dal rappresentante della Diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva, dai Sindaci di Acquaviva delle Fonti, Altamura, Gravina, Spinazzola, Santeramo e Poggiorsini, dal presidente UCID Pasquale 3/2008 • UCID Letter

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ESPERIENZE A CONFRONTO

ATTIVITA’ PARTE SECONDA - APPROFONDIMENTI

CONTRATTO CON I RAGAZZI ITALIANI Premessa I Ragazzi chiedono attività e spazi. Vogliono far da soli e hanno bisogno di strumenti per mettere alla prova la loro creatività e realizzare i progetti che hanno in mente.

I Ragazzi chiedono attività e spazi, ma, soprattutto, i ragazzi necessitano di concretezza, di coerenza e di fatti.

Tucci, dall’Associazione “Gravina Solidale” e dall’Associazione “Ciccio e Tore” sorta per ricordare i due fratellini tragicamente vittime del “pozzo della morte” e perché si vigili per scongiurare il ripetersi di tali tragedie. Questo documento è stato discusso da un gruppo di Ragazzi insieme a Cino Tortorella, ambasciatore dell’UNICEF e portavoce dell’ANFN (Associazione Nazionale Famiglie Numerose). Grazie al contributo dello storico presentatore dello Zecchino d’Oro, sceso in campo per la difesa dei diritti dei Ragazzi, che ha il merito di aver tradotto in “politichese” le istanze della nostra Gioventú, si è potuto redigere il presente documento (cfr. qui a lato il testo del “Contratto”).

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Noi possiamo essere disponibili al dialogo e al confronto, ma i ragazzi necessitano soprattutto di fatti. Allora, occorre farsi coraggio e rispondere nel migliore dei modi alle loro aspettative, dando loro una mano, in modo da costruire un corpo unico e saldo, che leghi il Governo Centrale con le Amministrazioni Locali e soprattutto con le tante associazioni del Territorio, nella realizzazione di un Piano di Azioni il cui focus siano i ragazzi di oggi e il loro futuro, e non dimentichiamoci che il loro futuro è anche il nostro. Parte da queste premesse la volontà da parte dei Ragazzi di richiamare l’attenzione dei “grandi”, non soltanto dei politici, ma anche dei propri genitori, che sembrano sempre piú lontani dai problemi dei Ragazzi, a prescindere dal motivo: preoccupazioni, stanchezza, ignoranza o distrazione. Tutti i sondaggi dimostrano che, per la grande maggioranza degli adulti, i problemi che riguardano i Ragazzi (scuola, educazione, salute, tempo libero, televisione) non sono una priorità, e siccome in campagna elettorale, o nell’attività di governo, i Politici hanno interesse a prendere posizioni solo sui temi che gli elettori considerano prioritari, le esigenze dei Ragazzi non entrano mai nella loro agenda. Perciò, in attesa che i nostri politici si accorgano che anche noi Ragazzi abbiamo il diritto di essere rappresentati politicamente, abbiamo deciso di difenderci da soli e di prendere l’iniziativa rivolgendoci ai Rappresentanti Politici Centrali e Locali chiedendo loro di firmare il presente Contratto, cosí articolato: 1. Nel Paese con il piú basso indice di natalità al mondo, mi impegno a promuovere leggi per aiutare i genitori meno abbienti che non fanno figli perché costano troppo. 2. Nel Paese dove c’è un fisco che penalizza le famiglie con figli (o altri familiari ) a carico, mi impegno a introdurre un sistema fiscale che, a parità di reddito percepito, tenga conto del


ATTIVITA’ PARTE SECONDA - APPROFONDIMENTI

ESPERIENZE A CONFRONTO

numero dei componenti il nucleo familiare per determinare il reddito imponibile. 3. Nel Paese al primo posto in Europa per l’impreparazione scolastica dei nostri studenti a causa della scarsa qualità di un sistema, che si pretende dia un raccolto senza averlo prima né seminato né curato, mi impegno ad identificare princípi, criteri e comportamenti, finalizzati a modificare i meccanismi che regolano e condizionano oggi la politica dell’istruzione. 4. Nel Paese dove, nella gran parte delle città, i bambini sono costretti agli “arresti domiciliari” per la mancanza di spazi dove poter giocare all’aria aperta, mi impegno a far inserire nei piani urbanistici e, in particolare nella ristrutturazione delle periferie, spazi adeguati per il tempo libero dei bambini. 5. Nel Paese al primo posto in Europa per obesità infantile, dovuta alla poca attività fisica e alla scorretta alimentazione, mi impegno, oltre a quanto previsto al punto 4, a reintrodurre nelle scuole elementari e medie visite obbligatorie e periodiche che permettano ai genitori di affrontare per tempo questa problematica con l’aiuto scientifico giusto. 6. Nel Paese dove, nonostante le Leggi che pure ci sono e gli avvertimenti che da anni arrivano da psicologi ed educatori sui pericoli che possono venire da certe trasmissioni televisive, mi impegno a far in modo che le leggi vengano rispettate e le sanzioni contro chi non le rispetta siano aggravate ed effettive.

In attesa che i nostri politici si accorgano che anche noi Ragazzi abbiamo il diritto di essere rappresentati politicamente.

Pertanto, abbiamo deciso di difenderci da soli e di prendere l’iniziativa rivolgendoci ai Rappresentanti Politici Centrali e Locali chiedendo loro di firmare il presente Contratto

7. Nel Paese dove la pedofilia è considerata alla stregua di uno scippo e i responsabili di questo, che è il piú odioso dei reati, vanno incontro a pene risibili (che spesso non vengono neppure applicate per intero), mi impegno a rivedere le leggi per far sí che nessuno di coloro che ha commesso questi reati sia lasciato libero di commetterli di nuovo. 8. Nel Paese dove si grida per aver ragione, coprendo la voce di coloro che sperano inutilmente di far sentire il proprio pensiero, mi impegno a creare luoghi e momenti dove i Ragazzi possano esprimere le loro opinioni, confrontare le loro idee, discutere liberamente, nel rispetto delle regole, dialogando tra di loro e con gli adulti, come, ad esempio, “Il Consiglio Comunale dei Ragazzi”, di cui sin da questo momento mi impegno a farne parte come membro senza diritto di voto. 3/2008 • UCID Letter

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RECENSIONI

L’ETICA DEL BENE COMUNE NELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA Il libro del Cardinale Tarcisio Bertone diviene la prima pubblicazione ufficiale sull’assunto: benessere spirituale e benessere materiale coesistono e cadono insieme

a cura di Silvia Paoluzzi

PARTE TERZA

«L

’etica, prima di occuparsi di enunciare principi e di suggerire regole, è una dimora, una casa in cui ci si prende cura di sé e degli altri»: è quanto scrive il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone nel suo libro presentato a Mosca e intitolato “L’etica del bene comune nella Dottrina sociale della Chiesa”. Il volume, edito dalla Libreria Editrice Vaticana e stampato in italiano e in russo con i due testi a fronte, è introdotto dalla prefazione del metropolita Kirill. Il libro del cardinale diviene la prima pubblicazione ufficiale su questo assunto di principio: benessere spirituale e benessere materiale coesistono e cadono insieme. Alla base dei conflitti e delle ingiustizie che rischiano di disintegrare la comunità sta una visione atea, materialistica ed egoistica dell’uomo.

Il libro scritto dal Cardinal Bertone, con la prefazione del metropolita Kirill, si basa sulla trattazione del concetto di bene comune e delle sue implicazioni nell’attività sociale e dell’impresa. Il tema della Dottrina Sociale della Chiesa è la costruzione del bene comune, da parte, di una società che non sia solo giusta, ma, dall’altra, anche fraterna in cui ognuno sia considerato nella sua condizione di persona umana e non di semplice individuo all’interno di un gruppo. The book ,written by Cardinal Bertone, with the preface of Metropolitan Kirill, is based on dealing with the concept of common good and its implications in the social activity and of the enterprise. The theme of the Social Doctrine of the Church is the construction of the common good by a company that is, not only right, but also fraternal where everyone is considered in his condition of a human person and not as a simple individual within a group.

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L’UCID, nella persona del suo Presidente Angelo Ferro, ha subito apprezzato tale iniziativa sostenuta dagli Stati Italia e Russia e dalle Chiese Cattolica e Ortodossa nella creazione del Progetto “Ad Fontes! Atene, Gerusalemme, Roma ”, dando anche sostegno economico alla pubblicazione. L’etica nell’attività economica è da sempre un tema molto caro all’associazione UCID e acquista in questo contesto un forte significato il dialogo cattolico-ortodosso, nello spirito e nella concretezza di fare impresa ispirati da entrambe le dottrine. È particolarmente condivisibile la tesi del Cardinale secondo la quale una posizione centrale nella Dottrina sociale cattolica spetta alla comunità, alla fraternità dei membri della Chiesa, tesi alla realizzazione del bene comune. Nella sua aspirazione a realizzare la concezione del bene comune, l’eterno imperativo morale non deve essere sostituito dal consenso sociale, spesso fondato sull’interpretazione soggettiva del bene da parte della personalità umana ferita e offuscata dal peccato. Parlando del concetto ortodosso del bene comune, occorre notare che, non si tratta solo del benessere materiale, ma l’aspirazione dell’uomo e della società umana alla vita eterna che rappresentano il sommo bene per ogni cristiano. Nella sua attività economica l’uomo è chiamato a diventare simile al suo creatore e a seguire


ATTIVITA’ RECENSIONI

PARTE TERZA - RECENSIONI

la sua volontà. L’economia senza morale non è piú economia poiché non serve alla costruzione bensí alla distruzione. Nel suo discorso alle Nazioni Unite, nel 1995, il Papa Giovanni Paolo II aveva affermato che «la legge morale universale scritta nel cuore dell’uomo è una sorta di grammatica che serve al mondo per affrontare la discussione circa il suo stesso futuro». Lo stesso viene asserito da Zamagni, secondo il quale, la Dottrina sociale della Chiesa deve essere visualizzata, non come teoria morale ulteriore rispetto alle teorie disponibili, ma come una grammatica comune a tutte queste, in quanto fondata su uno specifico punto di vista, quello del prendersi cura del bene umano. Il tema centrale della Dottrina sociale della Chiesa, cioè il fine cui essa mira, è quello dell’ordine sociale non solo giusto ma anche fraterno e la costruzione tramite esso del bene comune. Quella del bene comune è una logica che non ammette sostituibilità: non si può sacrificare il bene di qualcuno per migliorare il bene di qualcun altro e ciò perché quel qualcuno è sempre una persona umana. Per la logica del bene totale, invece, quel qualcuno è un individuo, ossia un soggetto identificato da una particolare funzione di utilità, e le utilità si possono tranquillamente sommare perché non hanno identità né storia.

Inoltre, bisogna sottolineare che il bene comune non va confuso né con il bene privato né con quello pubblico. Nel bene comune, il vantaggio che ciascuno trae per il fatto di far parte di una certa comunità non può essere scisso dal vantaggio che altri ne traggono. L’interesse di ognuno si realizza assieme a quello degli altri, non già contro (come accade nel bene privato) né a prescindere dall’interesse degli altri (come succede nel bene pubblico). È comune ciò che non è solo proprio né ciò che è di tutti indistintamente. Qual è quindi il nemico del bene comune? Chi si comporta da opportunista, chi vive sulle spalle altrui, e, per l’altro verso, chi si comporta da altruista puro, colui cioè, che annulla il proprio interesse per favorire quello degli altri. L’amico del bene comune è invece il comportamento ispirato al principio di reciprocità: ti dò liberamente qualcosa affinché tu possa a tua volta dare, secondo le tue capacità, ad altri o a me. Secondo queste basi, possiamo dire che la Dottrina sociale della Chiesa non può ritenersi soddisfatta dalla società giusta e solidale, ma da quella fraterna. Il principio di solidarietà infatti è un principio di organizzazione sociale che tende a rendere uguali i diversi, il principio di fraternità consente agli

eguali di affermare la propria diversità. Le nostre società hanno bisogno di tre princípi per potersi sviluppare in modo armonico ed essere capaci di futuro: lo scambio di equivalenti di valore (attraverso il contratto), la redistribuzione della ricchezza (attraverso il sistema fiscale) e la reciprocità (attraverso le opere che testimoniano coi fatti la fraternità). Il cristiano mira alla società fraterna e per fare questo egli deve essere in grado di mostrare che il principio di fraternità è capace di ispirare scelte concrete dell’agenda politica.

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RECENSIONI

GLOBALIZZAZIONE POLITICA ECONOMICA E DOTTRINA SOCIALE Il libro di Antonio Fazio analizza la tematica della globalizzazione. La Dottrina sociale della Chiesa offre linee guida per l’agire umano, fornendo princípi etici universali per la realizzazione del bene comune

a cura di Silvia Paoluzzi

PARTE TERZA

L

o sviluppo della Dottrina cattolica, ad opera dei Padri della Chiesa, è graduale e progressivo già dai primi secoli del cristianesimo. L’evoluzione e il riferimento a situazioni concrete del pensiero e della dottrina si fanno piú cogenti nel medioevo, a partire dal XI secolo, dopo il superamento dell’economia curtense dei grandi monasteri e del regime feudale, si affermano anche le nuove realtà politiche delle città. La scoperta dell’America e l’apertura della via delle Indie attraverso il Capo di Buona Speranza pongono, con l’impulso dato ai commerci, con l’afflusso dei metalli preziosi in Europa, con l’emergere dei mercati finanziari, problemi nuovi relativi all’equità negli scambi, alla moralità del pagamento di premi per l’assicurazione contro i rischi del naufragio e della pirateria, alla possibilità di riscuotere interessi sui prestiti.

Il libro di Fazio analizza la tematica della globalizzazione, dalle sue prime forme, quali la scoperta dell’America ad oggi, in cui le spinte della finanza, della comunicazione e del capitalismo stanno trasformando l’economia dei paesi più progrediti, ponendo però in maggiore evidenza la situazione di indigenza in cui vive gran parte della popolazione mondiale. In questo contesto la dottrina sociale della Chiesa offre linee guida per l’agire umano, fornendo dei principi etici universali tesi alla realizzazione del bene comune. Fazio's book analyzes the theme of globalization, since its first forms, as the discovery of America to nowadays, where the forces of finance, communication and capitalism are transforming the economies of the most developed countries, but placing in evidence the poverty in which most of the world's population lives. In this context, the social doctrine of the Church offers guidelines to the human action, providing universal ethical principles aimed to achieve the common good. UCID Letter • 3/2008

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Tali fenomeni vengono analizzati al fine di verificare la correttezza morale dei valori e delle contropartite negli scambi. Si sviluppano teorie sul giusto prezzo, basate sulle condizioni della domanda e dell’offerta e delle informazioni di cui gli operatori di mercato potevano disporre per verificare l’assenza di notizie privilegiate o di accordi di tipo monopolistico che avrebbero inficiato la libera concorrenza. La scoperta dell’America rappresenta il primo esempio di globalizzazione che allarga i confini umani e culturali del vecchio mondo. Sorgono nuovi problemi di tipo teologico tra cui il noto quesito riguardante la presenza dell’anima negli Indiani d’America e quindi la loro appartenenza o meno al genere umano. Questo “falso dubbio”, dietro il quale si celano motivazioni economiche genera sfruttamento e schiavitú nei confronti di queste popolazioni da parte dei conquistatori. All’inizio è presente nei colonizzatori un genuino desiderio di arrecare i benefici della civiltà agli indigeni e di convertirli alla fede, ma subentrano rapidamente desiderio di arricchimento, sete di dominio che conducono, a fronte di popolazioni spesso inermi, a sopraffazioni crudeli. Reagirono vigorosamente a tale comportamento i Padri dominicani (Las Casas) e francescani, denunciando gli abusi e richiedendo interventi dell’imperatore, e riuscendo a ottenere un documento di Paolo III, so-


ATTIVITA’ RECENSIONI

PARTE TERZA - RECENSIONI

prattutto grazie alla dottrina elaborata dall’Università di Salamanca, che affermava la piena dignità degli indigeni. Alla fine del XVIII secolo irrompe nella storia un fatto nuovo, la Rivoluzione industriale, che si ripercuote sull’economia, sulla cultura, sulla politica. Si sviluppano le produzioni di massa, aumenta la disponibilità dei beni materiali, si forma nuova ricchezza che si concentra però in poche mani. Si generano fenomeni di sfruttamento del lavoro femminile e minorile con orari e condizioni disumani. In questo panorama si inserisce la promulgazione dell’enciclica Rerum Novarum, da parte di Leone XIII, che segna l’inizio della moderna Dottrina sociale della Chiesa. In essa viene affermata l’importanza fondamentale della proprietà privata, ma con una limitazione della sua funzione sociale nella visione della destinazione universale di tutti i beni, viene riconosciuta la liceità dell’indipendenza e dell’iniziativa privata, ma allo stesso tempo la necessità di salvaguardare le condizioni di vita di tutti i prestatori di lavoro. Si introduce il concetto di giusto salario, la cui misura deve essere correlata, da un lato al contributo che il lavoro da alla produzione, dall’altro alle esigenze di una vita dignitosa per il lavoratore e la sua famiglia. Dall’evoluzione delle forme di produzione e organizzazione del lavoro, dalle controversie politiche, sociali ed economiche, dagli equilibri tra impren-

ditori e lavoro organizzato, dai princípi enunciati dalla Dottrina sociale nasce il diritto del lavoro posto a fondamento della Repubblica dalla nostra Costituzione, che lo riconosce come elemento essenziale della cittadinanza, della partecipazione con pienezza alla vita politica. Il XX secolo è certamente il secolo dello sviluppo, del miglioramento delle condizioni di vita per molti Paesi ma, dall’altro, interi continenti e diverse aree geografiche rimangono escluse dal progresso a causa di situazioni politiche instabili, guerre, conflitti. Questo ha naturalmente dato vita a fenomeni migratori verso i Paesi maggiormente sviluppati, creando fonti d tensione ma alla lunga anche di progresso economico. Già nel 1967 Paolo VI nella Populorum Progressio proponeva un nuovo significato della questione sociale. Mentre nel secolo XIX essa aveva caratterizzato rapporti interni alle economie e le società dei paesi piú avanzati, egli proponeva una diversa interpretazione legata agli squilibri tra Paesi ricchi, nei quali viveva complessivamente un sesto della popolazione mondiale, e il resto del mondo, dove ne viveva la parte preponderante. In tali Paesi le condizioni di vita erano, e permangono tuttora, nettamente al di sotto di quelle degli Stati piú ricchi Paolo VI aveva affermato la necessità di una riforma dei princípi guida affinché venissero posti in atto interventi diretti a volgere i rapporti economi-

ci e di benessere a vantaggio di tutte le nazioni partecipanti. L’aumento del benessere mondiale ha infatti determinato profonde fratture tra la popolazione che, viene inserita nei nuovi sistemi di produzione organizzazione del lavoro, con nuovi stili di vita e redditi più alti e la popolazione che rimane ai margini dei nuovi processi di produzione della ricchezza. Occorre però fare molta attenzione poiché, attualmente, la ricerca del benessere economico si fonda essenzialmente sul conseguimento del massimo utile di ogni operatore economico e nella concorrenza; in questo modo si scivola nell’individualismo dimenticando totalmente di farsi carico del bene pubblico. Le attività di libero mercato dovrebbero invece essere moralmente ed eticamente corrette. Dalla natura dell’uomo, dalle sue relazioni con gli altri, all’interno della famiglia, dello Stato si possono trarre, seguendo criteri di ragione, alla ricerca del bene comune, i princípi etici che regolano la società stessa. L’uomo è parte della società, ma è anche universo a sé stante in grado di mirare e ascendere a finalità piú alte e, tramite l’aiuto di Dio, l’uomo è in grado, anche alla luce dei cambiamenti dati da un economia globalizzata, di desumere regole etiche universali orientate al conseguimento del bene comune. 3/2008 • UCID Letter

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ATTIVITÀ PRESIDENZA NAZIONALE

IL GRUPPO LOMBARDO E IL GRUPPO VENETO INSIEME IN TERRA SANTA Per la terza volta ho ripercorso con emozione gli itinerari della Terra Santa. Eravamo tra lombardi e veneti, questi ultimi guidati dal Presidente di quel Gruppo Regionale Raffaele Bono, ben 125 persone, suddivisi in tre pullman. Guide spirituali, due biblisti di vaglia: Don Luca Mazzinghi, Professore all’Istituto Biblico di Roma, e Padre Beppe Dell’Orto, Barnabita. Rimpiango di non aver avuto con noi il Consulente Ecclesiastico di Milano e Prefetto della gloriosa Biblioteca Ambrosiana: Monsignor Franco Buzzi - rappresentato dal nuovo Dottore della stessa Ambrosiana Don Lorenzo Gallo e il Presidente del Gruppo Lombardo Renzo Bozzetti. Dai preludi d’autunno dell’Italia, ci siamo subito ritrovati nel clima e nei colori bruciati dell’estate fin dalla prima visita agli scavi romani di Cesarea Marittima, da dove siamo saliti alla fuga delle dolci colline del Carmelo, nel ricordo del profeta Elia. Il giorno successivo all’arrivo sono iniziate le nostre visite, in Galilea e in Giudea, dove il tempo sembra essersi fermato; luoghi che ci hanno evocato UCID Letter • 3/2008

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PARTE QUARTA

forti suggestioni spirituali. In ogni contrada, i ricordi archeologici si sommano in Terra Santa alle tradizioni di fede e la ricerca puntuale dei segni del grande e umile passaggio di Gesú si confondono, e talvolta si perdono, in questo intricato gioco di richiami, tra Nuovo e Antico Testamento. Torna alla mente l’avvertimento del Signore «Non sarà dato nessun segno a questa generazione, fuorché il segno di Giona ...» (Luca 11, 29 – 32). Forse una possibile interpretazione di un certo smarrimento è data dal fatto che quei luoghi circoscritti si sono da secoli prolungati fino a coprire l’intero mondo e a incidere nella vita, oltre i mari e i monti di Israele, a tutti gli uomini, a qualunque nazione essi appartengano. Ma, come detto, la fede supera qualsiasi incertezza di luoghi e di pietre. Attorno a quel lago, infossato sotto il livello del mare, Gesú ha certamente predicato la buona novella e i suoi occhi hanno, come i nostri, indugiato sugli stessi scorci di rive, fiori e ricorrenti insenature d’acqua. Cosí, a Gerusalemme, avrà come noi, contemplato, dal Monte degli Ulivi, la città santa, senza dubbio meno bella di oggi nell’incanto della bianca e sterminata valle di tombe

ebraiche (la valle del Cedron), nella cinta delle antiche mura di Solimano il Magnifico, nella cupola dorata della Moschea azzurra, fino al colle di Sion, con il Cenacolo e le varie Chiese. Come immutata, rispetto ai tempi del Signore, è la gialla distesa del deserto di Giuda, che giunge a lambire la Gerusalemme araba, dove abbiamo partecipato a una straordinaria Messa da campo: tutti insieme, in una dimensione immobile di tempo e spazio, sullo sfondo delle dune, tese verso l’orizzonte. Desidero abbinare, nell’immagine del dolore, la visita al Calvario e al Santo Sepolcro, con il “nuovo” muro che taglia Gerusalemme, separando arabi ed ebrei, i primi alla ricerca di una loro terra, i secondi arroccati nella difesa del diritto di esistere e nel radicamento nelle loro sacre tradizioni in quella stessa terra millenaria. Per non dire del deserto di Gerico e del Mar Morto, dove si affiancano le baracche e le povere coltivazioni - protette dai teli di plastica - dei palestinesi alle verdi tenute agricole recintate in filo spinato dei coloni ebrei, con le torrette di avvistamento e controllo. Ma oltre il presente dolore dovrà pur germogliare la speranza: in fondo, il Santo Sepolcro è soprattutto la Basilica dell’Anastasi, ossia della Re-


ATTIVITA’

ATTIVITÀ NAZIONALE UCID

PARTE QUARTA

surrezione, che regala la vita eterna all’umanità redenta e, i dolci canti di lode e ringraziamento all’unico Dio del Muezzin dall’alto dei minareti, si fonde con la struggente, continua preghiera degli ebrei al muro del pianto. Tutto ciò sembra preludere alla Gerusalemme celeste «Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo ...» (Apocalisse 21, 2). a cura di Franco Nava Presidente Sezione Ucid, Milano

ATTIVITA’ CON LA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA Vanno innanzi tutto segnalate due novità che riguardano la Conferenza Episcopale Italiana. La prima riguarda la nomina del nuovo Segretario Generale della CEI nella persona del Vescovo di Noto, Mons. Mariano Crociata. Il nuovo Segretario Generale sostituisce Mons. Giuseppe Betori, nuovo Pastore della chiesa fiorentina. Confermato dunque l’orientamento del Papa di affidare, per la prima volta, questo incarico a un vescovo del Sud. Il nuovo segretario della CEI ha 55 anni, è nato a Castelvetrano, in provincia di Trapani. Ha studiato nel seminario vescovile di Mazara del Vallo. È stato alunno dell’Almo collegio Capranica e ha frequentato i corsi di filosofia e di teologia presso la Pontificia Università Gregoriana in Roma, conseguendo il dottorato in teologia. Ha ricevuto l’ordinazione presbiterale nel 1979. La seconda novità riguarda la nomina di Mons. Angelo Casile a Direttore dell’Ufficio Nazionale per il Problemi Sociali e il Lavoro della CEI, in sostituzione di Mons. Paolo Tarchi.

Mons. Angelo Casile è nato a Reggio Emilia nel 1967. È stato ordinato sacerdote il 29 giugno del 1992. Dopo gli inizi del suo ministero, in varie realtà della diocesi, specialmente come Vicerettore al Seminario Pio XI, e da ultimo parroco a Gallico Marina, è stato chiamato a Roma a operare nella Segreteria Generale della CEI. Per quanto riguarda la partecipazione dell’UCID alle attività dell’Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro della CEI, si segnala che il Movimento Nazionale Giovani della nostra associazione ha preso parte attivamente al Convegno “Giovani e Lavoro” che si è svolto a Roma dal 13 al 15 Ottobre 2008. Sono intervenuti al Convegno il Presidente del nostro Movimento Giovani, Alberto Carpinetti, e il Segretario, Pierluigi Sassi, che ha coordinato il laboratorio di progettazione dedicato al tema “Giovani imprenditori”.

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ATTIVITA’ ATTIVITÀ NAZIONALE

PARTE QUARTA

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ATTIVITA’ CON LE ASSOCIAZIONI E I MOVIMENTI ECCLESIALI La Presidenza Nazionale ha partecipato alle varie attività organizzate dalle associazioni e dai movimenti ecclesiali. In particolare, ha preso parte, con il Segretario Generale, all’Assemblea Generale della Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali (CNAL) che si è tenuta a Roma il 4 ottobre 2008. Erano presenti i rappresentanti di una sessantina di associazioni laicali su un totale di settanta. Il Segretario Generale uscente, Avv. Gino Doveri, ha presentato la propria relazione sottolineando tre punti: a) la necessità di un nuovo modo di essere del laicato, in corresponsabilità con la gerarchia; b) un rinnovato impegno creativo per la diffusione del Vangelo nella società; c) essere dentro il Paese per costruire il bene comune. Nel corso dell’Assemblea è stato presentato il nuovo Statuto della Consulta promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Essendo scaduti gli organi collegiali (Comitato Direttivo, Segretario Generale, Amministratore), si è proceduto nel corso dell’Assemblea alla presentazione dei candidati e sucUCID Letter • 3/2008

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cessivamente alla loro elezione. Il Comitato Direttivo è costituito da sette membri eletti dall’Assemblea e resta in carica per cinque anni. È stata presentata, all’Assemblea, la candidatura del Segretario Generale dell’UCID per la carica di uno dei sette membri del Comitato Direttivo della Consulta, conclusasi con la sua elezione.

ATTIVITA’ CON I GRUPPI REGIONALI

Le attività con i Gruppi Regionali mirano a rafforzare il modello relazionale dell’UCID (Presidenza, Gruppi, Sezioni), esaltando la centralità e i valori del territorio, in spirito di coesione tra le varie parti del Paese secondo i valori cristiani in cui crediamo. Per raggiungere questi obiettivi è stata affidata l’attività di coordinamento per i rapporti interni al Vice Presidente dell’UCID nazionale, Renzo Bozzetti. I consulenti Ecclesiastici fanno parte integrante di questo coordinamento, affidato per la parte spirituale a Mons. Adriano Vincenzi, Vice Consulente Ecclesiastico Nazionale. In questo spirito, è stato previsto un programma di visite del Vice Consulente Ecclesiastico Nazionale ai Gruppi Regionali dell’UCID, assieme al Vice Segretario Nazionale, Guiscardo Lupi. La presenza contemporanea sul territorio laica e spirituale dovrebbe favorire il rafforzamento dei legami tra le varie componenti della nostra associazione, lavorando insieme nelle varie attività per la costruzione del bene comune. Espressione di questo impe-


ATTIVITA’ ATTIVITÀ NAZIONALE

PARTE QUARTA

UCID

gno crescente verso i valori del territorio sono certamente le “Giornate itineranti Wojtyla” e le “Giornate Siri”. La prima “Giornata Wojtyla” si è tenuta a Penne (Gruppo Abruzzo e Molise) nel mese di maggio 2008 e la prima “Giornata Siri” a Genova (Gruppo Ligure) in giugno. È ora in fase di organizzazione la seconda “Giornata Wojtyla” che si terrà a Latina (Gruppo Lazio) nel mese di maggio del 2009 e si è già provveduto alla costituzione di un consorzio di imprese condotte da imprenditori UCIDini, per dare pratica attuazione alla responsabilità imprenditoriale per il bene comune attraverso il Centro di Genova (Gruppo Ligure) dedicato al Cardinale Giuseppe Siri.

ATTIVITA’ CON IL COLLEGIO UNIVERSITATARIO DON NICOLA MAZZA DI ROMA La prima attività con il Collegio Universitario don Nicola Mazza di Roma, sede nazionale della nostra associazione, è rappresentata dalle borse di studio. Siamo giunti alla quarta edizione delle borse di studio dell’UCID dedicate, ad anni alterni, a laici e a Cardinali e Vescovi, che hanno testimoniato con la loro vita il loro amore per la nostra associazione e per la terra dove hanno svolto la loro missione pastorale. Quest’anno, in occasione dell’inaugurazione del Gruppo Regionale UCID della Puglia il 15 novembre 2008, abbiamo pensato, per sottolineare l’importanza di questo evento, di dedicare le tre borse di studio a un Cardinale e a due Vescovi del Sud che hanno dedicato tutta la loro vita per la causa della loro terra, indicando che i gravi problemi del Meridione non vanno risolti con l’assistenzialismo, ma stimolando tutti, soprattutto i giovani, a essere protagonisti del loro futuro e del loro sviluppo. Le tre borse di studio vengono assegnate ogni anno a tre studenti del Collegio che si sono distinti per l’impegno nel-

le facoltà scelte e per gli ottimi risultati raggiunti. Il forte legame con il territorio è sottolineato dalla scelta dei tre vincitori delle borse di studio di quest’anno, particolarmente meritevoli, provenienti due dalla Puglia e uno dalla Calabria. Lo spirito delle borse è quello di sempre: accompagnare i giovani più meritevoli nel loro cammino di studi offrendo loro la nostra esperienza di imprenditori, dirigenti, professionisti, in autentico spirito di solidarietà cristiana. Questa concreta testimonianza di solidarietà cristiana intergenerazionale dell’UCID nazionale, nei confronti degli studenti migliori del Collegio universitario don Nicola Mazza di Roma, si è accompagnata ad un’offerta formativa ai giovani del Collegio nel campo dell’etica e dell’economia, con testimonianze di imprenditori della nostra associazione, e da un dialogo tra il movimento giovani dell’UCID e gli studenti del collegio per trasferire conoscenze in ordine all’inserimento nel mondo del lavoro e delle future attività.

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ATTIVITA’ ATTIVITÀ NAZIONALE

PARTE QUARTA

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SITO INTERNET E ATTIVITA’ DI COMUNICAZIONE INTERNA ED ESTERNA Come è noto, è stato completamente rinnovato il nostro sito internet con un forte coinvolgimento di tutte le realtà della nostra associazione. Di particolare rilevanza, la testata giornalistica on line “Coscienza imprenditoriale” che, offrendo uno spazio serio e disinteressato, con una spinta di innovazione e dinamicità, si candida a promuovere il dibattito intorno ai temi dell’economia e del lavoro da rivolgere a tutta l’imprenditoria e alla dirigenza italiana caratterizzata da una forte domanda di valori. È stato inoltre attuato un “Osservatorio sul Bene Comune“ attraverso il quale si intendono realizzare interventi di ricerca sul territorio, nel tentativo di rappresentare quali occasioni di impiego possa offrire un’attenta ricerca del bene comune. Un grosso investimento è stato fatto anche sulla parte riservata del sito, per il passaggio dall’archivio cartaceo all’archivio elettronico di tutta la struttura organizzativa dell’UCID. È stata creata una vera e propria intranet, dedicata alle informazioni di natura anagrafica UCID Letter • 3/2008

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dei soci UCID e alle iniziative delle unità territoriali UCID, che risponde efficacemente a esigenze di tipo amministrativo centrali e periferiche. Negli ultimi dodici mesi è stata avviato l’Ufficio Comunicazione e Rapporti con i Media, come “strumento” di supporto dell’UCID Nazionale, ai Gruppi Regionale e alle Sezioni, con la finalità di agevolare la comunicazione sia verso l’esterno che verso i gangli della nostra associazione, per dare maggiore valore a ciascuna iniziativa organizzata e promossa. Nel corso di quest’anno, sono stati predisposti gli estratti video dei principali eventi UCID (al momento di solo carattere nazionale) al fine di permettere alle singole Sezioni e/o Gruppi di organizzare uno o più incontri sui temi nazionali, potendo avere un supporto visivo (filmato) come spunto introduttivo per avviare i lavori, e su cui avviare il dibattito con relatori locali. In tal modo, si punta a “rinnovare” gli eventi che, avendo comportato uno sforzo organizzativo significativo, non si esauriscano solo nel corso del loro svolgimento, ma si possano tradurre in un investimento associativo e culturale, che può e deve produrre nel tempo i frutti sul territorio e nel tempo successivo.

Questi sono raccolti in una collana chiamata “l’UCID in pillole”, e allo stato attuale sono stati predisposti i video inerenti: - Il Rapporto UCID 2007 “La coscienza Imprenditoriale nella costruzione del Bene Comune” (6 video); - il LX Anniversario dell’UCID (Torino, 2007); - la Prima giornata “WOJTYLA” (Penne, 17 maggio 2008); - il Primo Incontro Giornate SIRI (Genova, 6 giugno 2008); - l’Assemblea Nazionale di Padova (20-22 giugno 2008) (*).

(*) Per ricevere uno o piú DVD è necessario farne richiesta inviando una email a “stampa@UCID.it”, indicando tutti i riferimenti e recapiti di contatto, oppure contattando la presidenza nazionale.


ATTIVITA’ ATTIVITÀ NAZIONALE

PARTE QUARTA

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ALTRE ATTIVITÀ

Tra le altre attività della Presidenza Nazionale si ricorda, prima di tutto, la partecipazione alla fine di settembre 2008, alla presentazione a Mosca, assieme al Patriarcato ortodosso,

del libro del Cardinale Bertone sul bene comune nella Dottrina sociale della Chiesa. Il volume è edito dalla Libreria Editrice Vaticana con cui l’UCID ha iniziato una collaborazione con una collana sul bene comune. In rappresentanza dell’UCID Nazionale ha partecipato il Vice Presidente, Renzo Bozzetti, che ha presentato un intervento sul tema della globalizzazione e del bene comune. Si ricorda poi che il 25 ottobre 2008

si è svolto un evento di grande significato per la storia dell’UCID. Si tratta della elevazione della Chiesa di Santa Maria della Presentazione in Roma, donata dall’UCID al Santo Padre Giovanni Paolo II, in occasione del Grande Giubileo del 2000, al grado di Titolo Presbiterale Cardinalizio. L’UCID, attraverso il suo Segretario Generale, ha partecipato alla cerimonia di presa di possesso del Titolo di S. Maria della Presentazione da parte del Cardinale Francisco Robles Ortega, Arcivescovo di Monterrey (Messico) (cfr. a lato alcune foto che ricordano questo importante evento). Il grado di Titolo Presbiterale Cardinalizio è stato attribuito alla Parrocchia di Santa Maria della Presentazione dal Santo Padre Benedetto XVI il 24 novembre del 2007. Il Cardinale Francisco Robles Ortega ha ringraziato l’UCID per questo grande dono, offerto nel 2000 dall’allora Presidente Francesco Merloni a Giovanni Paolo II, in occasione di una indimenticabile cerimonia in Piazza S. Pietro.

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ATTIVITÀ INTERNAZIONALE UNIAPAC

ATTIVITA’ CON L’UNIAPAC

L’UCID ha partecipato nell’ultimo quadrimestre del 2008 a tutte le attività dell’UNIAPAC Europe. In particolare, il nostro rappresentante per i rapporti internazionali, Giovanni Facchini Martini, ha preso parte ai Board che si sono svolti a Parigi, assieme al Dott. Franco Nava, Presidente della Sezione UCID di Milano, che sta mantenendo i rapporti con l’UNIAPAC per dare attuazione al programma che, è stato approvato in occasione del Convegno di Milano dei primi di

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ATTIVITA’ PARTE QUARTA

febbraio scorso, dedicato alla responsabilità degli imprenditori cristiani per il futuro dell’Europa. Il prossimo importante appuntamento con l’UNIAPAC riguarda il Congresso mondiale che si terrà a Città del Messico dal 20 al 23 maggio 2009. Durante il Congresso verrà presentato un Rapporto, frutto di una lunga elaborazione, sulla visione UNIAPAC della Responsabilità Sociale dell’Impresa. L’UCID ha partecipato attivamente a questa elaborazione con un proprio documento sul-

la Responsabilità Sociale dell’Impresa alla luce della Dottrina sociale della Chiesa. Tale documento è stato presentato e discusso nel Board di UNIAPAC Europe, che si è tenuto a Milano ai primi di febbraio scorso, in occasione del Convegno sulla responsabilità degli imprenditori cristiani per il futuro dell’Europa. L’UCID parteciperà, con una propria delegazione, al prossimo Congresso mondiale dell’UNIAPAC a Città del Messico, guidata dal Presidente Nazionale.


UCID 2008 17 Gruppi Regionali 83 Sezioni Provinciali e Diocesane 4.000 Soci

I Gruppi Regionali Gruppo Regionale Lombardo Gruppo Interregionale Piemonte e Valle d’Aosta Gruppo Regionale Ligure Gruppo Regionale Veneto Gruppo Regionale Trentino Alto Adige Gruppo Regionale Friuli Venezia Giulia Gruppo Regionale Emiliano Romagnolo Gruppo Regionale Toscano Gruppo Regionale Umbro Gruppo Regionale del Lazio Gruppo Regionale Marchigiano Gruppo Regionale Campano Gruppo Regionale Basilicata Gruppo Regionale Abruzzo Molise Gruppo Regionale Puglia Gruppo Regionale Calabro Gruppo Regionale Siciliano

Le Sezioni Provinciali e Diocesane Altamura Gravina - Acquaviva Ancona Ascoli Piceno San Benedetto Arezzo Asti Belluno Bergamo Biella Bologna Bolzano Brescia Brescia - Manerbio Brescia -Valle Camonica Busto Arsizio -Valle Olona Alto Milanese Caltanissetta Casale Monferrato Catanzaro Civitavecchia Como Conversano Monopoli Cosenza Cremona Cuneo Fermo Ferrara Fidenza

Firenze ForlĂ­-Cesena Frosinone Genova Gorizia-Monfalcone La Spezia Latina Lodi Lucca Macerata Mantova Matera Messina Milano Modena Monza Napoli Novara Padova Palermo Parma Pavia Pesaro Piacenza Pordenone Potenza Ravenna Reggio Calabria Reggio Emilia

Rimini Roma Rovigo San Marino Savona Sondrio Teramo Thiene San Gaetano Tigullio Golfo Paradiso Tivoli Tolmezzo Torino Trani-Barletta Trento Treviglio Treviso Trieste Udine Ugento Valdarno Inferiore Varese Venezia - Mestre Vercelli Verona Vibo Valenzia Vicenza Vigevano Viterbo


Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti Presidenza Nazionale - Via Di Trasone 56/58, 00199 Roma Tel 06 86323058 - fax 06 86399535 - e.mail: presidenza.nazionale@ucid.it

TAR. ASSOCIAZIONI SENZA FINI DI LUCRO: POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZ. IN ABBON. POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N째 46) ART. 1, COMMA 2, DCB PADOVA

UCID Letter n°3 - 2008  

UCID Letter n°3 - 2008

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