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INSERTO INFORMATIVO DI AVVERTENZA

VERANDA_ cit: http://archnet.org/forum/view.jsp?message_id=11372

Come descritto nell’Oxford English Dictionary, il primo significato di veranda è ringhiera, balaustra o balcone. La parola è originariamente stata introdotta dall’India, dove era utilizzata, oltre in Hindi, in altre lingue native. Per esempio “Baranda” in bengalese: sembra in questo caso un adeguamento del portoghese e dell’antico spagnolo (Baranda). Questo fenomeno di ibridazione è storicamente noto: l’India fu ripetutamente attaccata e invasa da civiltà straniere come musulmani, olandesi, portoghesi e inglesi. Queste varie culture sono state assorbite in India nel corso del tempo, conservando le tradizioni native di ciascuno e favorendo la loro integrazione nella cultura indiana. L’architettura indiana, una componente importante della cultura in via di sviluppo, è stata chiaramente un prodotto di tali forze. L’ intensa ibridazione architettonica di Oriente e Occidente ha portato al determinato stile architettonico della veranda. Il secondo significato nell’OED è che in Australia e in Nuova Zelanda la veranda è un tetto di struttura costruito a fianco di un edificio, in particolare quello costruito sul marciapiede fuori dei locali commerciali. In Australia, nel XIX secolo, le vie dello shopping sono state spesso munite di verande, più come una protezione contro il sole che dalla pioggia. In alcuni casi le verande sono state inizialmente erette come parte di una singola operazione. Più in genere, esse sono state costruite edificio per edificio, sia come parte della costruzione originaria che come aggiunte successive. Erano inclinate o curve verso il marciapiede e, occasionalmente, contenevano una volta a botte arcata centrale. Le verande dei negozi erano di solito un unico perzzo, mentre quelle degli hotel sono state spesso doppie o triple in armonia con i piani del palazzo. Il terzo significato nell’OED è un portico aperto o un tetto che si estende lungo la parte anteriore dell’edificio o di una casa, spesso la parte anteriore di una zona di lavoro, ed eretto soprattutto come una protezione o riparo dal sole o dalla pioggia.

Inoltre il Dizionario di Etimologia Chambers illustra la veranda come un grande portico e la descrive come una parola di origine incerta, ma correlata al termine Baranda spagnolo che la indica come una balaustra o barricata di difesa. L’origine ultima di questa parola è molto probabilmente europea o viene forse dal latino “Barra”, barriera. La parola portico trae origine dalla parola latina porticus, o dalla parola greca portico, entrambe indicando l’ingresso a colonne di un tempio classico. Nel Medio Evo, il portico venne a rappresentare il vestibolo di una cattedrale, dove i fedeli si riuniscono per socializzare prima e dopo il servizio della Messa. Dal periodo vittoriano, la parola “portico” è diventata sinonimo delle parole veranda, piazza, loggia e portico, ciascuna delle quali potrebbe avere significati individuali. Da questo periodo fino alla seconda metà del XIX secolo, la parola “portico” descriverà un piccolo vestibolo d’ingresso chiuso o coperto. Storicamente, il concetto originale di una veranda può essere fatto risalire ai rifugi di roccia a strapiombo dei tempi preistorici. Eppure, la prima volta che la veranda è chiaramente apparsa nel mondo moderno, è stato in Grecia e a Roma, le cui abitazioni, spesso prevedevano verande con colonne come passaggi pedonali ombreggiati intorno a un giardino interno. Logge è apparso nel Rinascimento in Italia a fornire uno spazio ombreggiato all’aperto per gli edifici pubblici. E’ piuttosto sorprendente sapere che diversamente da come gli elementi di architettura sono stati definiti in passato, al presente in molti paesi essi sono definiti dalle loro dimensioni, proporzioni e dalla loro collocazione negli edifici. Per esempio, come descritto nei manuali del regolamento di costruzione in paesi come l’India e la Spagna una differenza tra un balcone e una veranda consiste nel fatto che un balcone è la piattaforma a sbalzo su livelli superiori, mentre la veranda dovrebbe essere uno spazio coperto con un tetto ma a livello del suolo. Una terrazza di solito è al piano superiore, che sarebbe stato scoperto ed è una lastra del tetto. Un portico è descritto come un rialzo dalla strada e sarebbe il punto per far scendere i visitatori dal loro veicolo.


_Emanuela Marchetti


_Emanuela Marchetti


Picchia G e G dormono; non contiamo su di loro. Possono essere fatte tante cose, tante cose possono riuscire. Uno di loro si è appollaiato sul margine sinistro del fiume, e l’altro su questo. L’alba presente è di quelle che ci mettono un’ora, 57 minuti, a compiersi. Il fiume si è ingrossato con del fango proveniente da nord; loro hanno sonno. Hanno i vestiti della festa addosso, ma dormono uniti sebbene al ricevimento, se ciò può essere detto, tante cose potevano essere fatte invece di quella. Lei si chiama Lisa, pronunciato all’inglese; Sad Lisa.. come cantava qualcuno di noi, di cui immagino una parte di vita trascorsa nel lustro passato di squat post industriali. Nei loro capelli si intravedono coccinelle, il sole è sempre dietro la collina, il sole: sotto le zampe di pecora. E c’è una giacca nera che galleggia gonfia a pelo dell’acqua giù al fiume, da qualche secondo ricopre il corpo di un cardellino dell’alba che faceva molto rumore. Così affoga. Ci si alzerà fra un’oretta, dice G all’altro uomo che dorme: c’è partecipazione mistica, i due comunicano nel sonno. Evidentemente, una persona sogna di esprimersi, l’altra decritta il linguaggio. Sempre ad occhi chiusi si stringono più vicino a tutto il sangue versato. Nottetempo G si è scoperto i reni per perdere la voce, G si è quasi dissanguato. La colluttazione ha avuto inizio alle 02.10 antimeridiane, non c’era modo di stare fermi, non c’era modo di star fermi. Lisa ha avuto una breve vita nella mente di G, Lisa ha avuto una lunga vita nella mente di G. 19.45 Eccoci, al momento prima del quarto d’ora fortunato che G ha vissuto, il primo e l’unico della sua vita: inizia come un carosello ad uno squallido orario di cena. Solo che al posto della cena viene invitato a ricoprire il ruolo di barista inutile al ricevimento della famiglia G. Così attraverso la città per uscirne, facendo una metro scommessa: arriverà in ritardo. Quando giunge trafelato al casale il carosello psichico è finito, troviamo qualcos’altro che ci intrattenga. Sono le nove passate e quando G esce dal bagno di servizio che ha potuto conoscere per sentito dire, si reca al bar, lo trova occupato. Non è servito a nulla vestirsi da superuomo in ritardo dentro un metro per uno di ridicolo cesso, ora, addirittura il grembiule verde bottiglia sembra dimostrare una certa qual tendenza a seguire l’istinto: adombrarsi. 23.00 G è al quarto piano. Chiacchiera ora animosamente. G. è al quarto piano al quarto whisky con ghiaccio, perché il ghiaccio lo immagina sulla schiena di questa donna, diventata barista al suo posto, perché sì .. se semplicemente la gente arriva prima di te dovunque nella vita tu devi tornare dal bagno esattamente da quello da cui sei uscito e ricambiarti, all’istante. Il ghiaccio però da far scivolare su un avambraccio si può richiedere, dopo che hai risalito le scale esausto pensando alla mancata paga di stasera, che tanto già hai rivomitato il tuo stomaco vuoto.


Vorresti, G, vorresti solo perdere per un lasso di tempo circoscritto la voce per non dover insultare qualcuno ai piani ancora più alti. Per esempio il padrefamiglia G non ti conosce abbastanza ma aveva o non aveva creduto a te affidandoti quel posto? Dilemmi. Ma intanto G in qualche modo oscuro si sta godendo la compagnia di Lisa che fuma sigarette sottili e indossa stivali. Parlano di Simone de Beauvoir perché il discorso è finito a lei in modo manierista quasi perché si sta parlando di coppia aperta, del pensiero assurdo della sua possibilità pensiero che sussiste fino al momento prima di capire che è al momento, la coppia aperta, è guarda caso il proprio tipo di coppia. Allora si esplode. Così umanizzi ancor di più la persona che nutre profondo rispetto. 24.04 Lisa guarda l’orologio e ha appena finito di dire che sostiene che G sia un perfetto non idiota ma deficiente. Lisa gli ha detto guarda sono qui ma non puoi realisticamente immaginare di avermi, sono di un altro, il mio corpo è qui la mia mente è lì e così via. Quindi deficii. 24.05 Allora G si chiede quest’altro uomo chi è 24.06 24.07 24.23 ed è già abbastanza riscaldato dall’alcool per scovarlo. Lo scopre. Picchiandolo. Gli si sono scoperti i reni. Perde la voce dissanguato. 24.24 Si è picchiato. Il corpo di G ammaccato, il corpo sente la febbre ora, del corso futuro dei lividi. Dietro i confini dell’aperta campagna c’è un fiume spento, strada della mente e riparo, dacché Lisa è stata lasciata ormai dietro, dietro ai conflitti tesi a prenderla e a poterlo fare, il fiume lava la pelle dal sangue rappreso, la strada è tana coagulata di riflessi della casa e di tutta la notte, e intanto la musica lì alla festa continua. 02.10 G sbatte le palpebre rosse, che si aprono su membra dolenti. -tutto in un istante di sogno- il descritto.

_Martina Magno


_Cecilia Matteoli


_Cecilia Matteoli


_Cecilia Matteoli


_Martina Magno


_Tommaso Garavini


_Martina Magno


_Thomas Bugno


_Martina Magno


_Francesca Avena


_Martina Magno


_Aria


Disegni_Francesca Avena / Testo_Martina Magno


Disegni_Francesca Avena / Testo_Martina Magno


_Hitnes


Il seguente testo è una storia vera. Tratta riguardo la quotidiana interazione di alcune particelle, reali. Tutte queste particelle sono sbagliate. Dentro una stanza c’è questo lardoso uomo lucido di sudore che tende comunque verso il basso, per una serie di motivi differenti, per il fatto ad esempio che sta seduto incrinando le gambe della sedia dietro una scrivania crepata, nel palazzo dove tutte le stanze sono uguali, una peggio dell’altra. Il colore dell’intero edificio e di tutto ciò che questo contiene è uniforme e sa di lercio e fa venire voglia di riaddormentarsi in preda a violenti attacchi di emicrania o di strangolarsi con le proprie mani. Il protagonista di questa storia, che è costituito dall’interazione di queste varie particelle, per fortuna trova una sedia vuota e riposa al lato del corridoio, accenna un sorriso orrendo a un vecchio contadino anche lui in fila attendendo di accedere alla stanza, che parla a voce molto alta di ‘vinaccia’ ed ‘è sempre colpa della vinaccia’, rivolgendo lo sguardo verso le particelle. E’ rosso in faccia, sarà ubriaco, va bene sono le sette e trenta del mattino, perchè non si può comunque essere ubriachi alla sette e trenta del mattino? Può sempre darsi. Uomini colla schiena curva e i baffi entrano ed escono dalla stanza, a volte addirittura entrano e non escono mai più, che dunque altre stanze siano collegate internamente con quella risulta molto probabile. La fila è poco ordinata e le particelle si spazientiscono; interazione non significa armonia tra le parti, significa anche totale discordia o completa mancanza di interazione. Il ciccione sudato è una stupida bestia e non rispetta le norme base di interlocuzione col resto del pianeta. A volte dice ‘Avanti!’, a volte no, a volte lo sussurra, altre strilla come un porco. Perde tempo e fa perdere tempo. Le particelle, che allo stesso tempo sono e non sono consapevoli di essere molteplici e di formare insieme comunque un’unità, o quantomeno di trovarsi insieme all’interno di un organismo unico, frammentato in particelle, vengono introdotte nella stanza dopo un’attesa snervante e disordinata. Questo impiegato proprio non ha la minima idea di come relazionarsi con l’esterno, vuoi per ignoranza, vuoi per arroganza. Non formula domande corrette, ti guarda storto, ti da del tu non convenzionale, ti da il tu che si da quando ritieni che davanti a te si trovi il più abietto degli esseri umani. Ti tratta come un idiota reietto tossicodipendente rifiuto. Merda. I fogli sui quali sono riportati tutti i nostri referti hanno lo stesso colore di tutto il resto, e sono compilati a mano, con grafia incomprensibile. Ci guarda dal basso verso l’alto storcendo gli occhi, in realtà intende guardarci dall’alto, ma è seduto e ha le gambe molli, e ce lo figuriamo anche con un filo di bava pendente dalla bocca, per cui lui tende verso il basso, e non può alzarsi. ‘Vabbe’ ma ora siete puliti?’ dice. Che cazzo dici. ‘Mi può spiegare almeno lei cosa ci sta scritto su questi fogli?’ Aria di sufficienza dell’impiegato, gesto di noncuranza, praticamente grugnisce ‘Niente, queste sono tutte particelle che noi troviamo sbagliate.’. Buona fortuna.


Parte II Il seguente testo è una storia vera. Di un vissuto colpito da una tempesta elettromagnetica o qualcosa che provoca lo stesso effetto,cioè una perturbazione dal carattere spropositato che innesca uno stato di permanente interferenza. In questo caso al nostro protagonista, che è sempre uguale a quello di prima, gli prende spesso di fare camminate chilometriche inspiegabili. Secondo la regola dell’interferenza si cammina però come su una lunga retta priva di senso frammentata in segmenti abbastanza regolari. Il che è atroce. Finalmente si arriva e si parla con qualcuno. Ma non avviene effettivo scambio verbale, si trattiene una nube di locuste impazzite dentro la bocca e non si formulano frasi reali. Viene spesso da ridere a questo demente di protagonista perchè le uniche frasi sensate che gli escono le dice quando parla da solo. Ma altro che frasi, veri e propri discorsi, belli, lungimiranti, ricchi di argomentazioni e tutt’altro che sgrammaticati. Che sfiga. Poi svaniscono quando subentra la comunicazione reale. E’- si suppone- la regola dell’interferenza. Che sfiga che nessuno m’ha sentito, ricorreremo dunque al megafono, arma invincibile sfoderata con prepotenza. Ultimamente il nostro eroe condivide le sue giornate con una disgustosa poltiglia che si trova nel fondo del suo stomaco, questa diffonde all’interno del corpo una sensazione devitalizzante dal gusto dolce acido che si propaga ostruendo vasi corporei, appiattendo i sistemi. Ultimamente gli vengono spesso in mente immagini di un vissuto passato, e non riesce a collegare quel tempo con quello presente, e riconosce nelle persone che popolano quei ricordi tutte persone che non possono rivestire i panni di quelle attuali, tutte persone ormai morte. I sapori di un tempo sono ora indifferenziati, impregnati di un retrogusto metallico; infatti qualsiasi cosa viene a contatto con la lingua provoca dei brividi che salgono lungo la colonna vertebrale. In ultima analisi, le particelle vivono esistenze a se stanti intrattenendo muti rapporti reciproci; queste non vi esortano ad avere cura di voi, ma ad avere estrema attenzione nel non disturbare la bestia.

_Cecilia Matteoli


_Toni Maloni


L’angolo dannatamente serio _Patricia B. aka Thomas Bugno


_Emanuela Marchetti


_Emanuela Marchetti


_Cecilia Matteoli


_Thomas Bugno


_Thomas Bugno


_Cecilia Matteoli


_Cecilia Matteoli


_Cecilia Matteoli


_Emanuela Marchetti Questo volume è stato stampato presso la tipografia 5M, Roma. Novembre 2009 Š ßberbitte all rights reserved


3€ Autunno/Inverno ‘09


L'ora Panda n.2