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Franco Docchio

EDITORIALE

L’Università a nuvola?

Cloud University? Cari lettori! nei giorni scorsi un amico imprenditore mi ha illustrato con la proverbiale franchezza bresciana la sua visione del rapporto Università-Impresa. “L’Università – mi ha detto – serve alle imprese solo per acquisire più punteggio nei progetti nazionali ed europei, e per aumentare la relativa quota di fondo perduto. Per il resto serve a poco, parla un linguaggio diverso, ha tempi diversi dai nostri e non riusciamo a focalizzarla sui nostri problemi”. Il suo sogno è la realizzazione di una nuova sede aziendale, che comprenda laboratori in cui invitare ricercatori universitari per lavorare con la sua strumentazione, sviluppare i suoi progetti, risolvere problemi applicativi con i tempi tecnici tipici dell’impresa. Per l’amico imprenditore anche i cosiddetti Centri per la Ricerca Applicata e il Trasferimento Tecnologico non aiutano ad avvicinare le imprese all’Università. Il punto di vista del mio interlocutore condensa quello di molti altri imprenditori che incontro. Ad Affidabilità & Tecnologie 2011 (a proposito: complimenti agli organizzatori per il successo dell’iniziativa!) ho visitato molti stand degli espositori. In uno di questi il responsabile tecnico è stato ancora più “tranchant” dell’amico di prima. Mi ha detto: “Al mio stand vengono studenti di dottorato e ricercatori che fanno ricerca sulla visione industriale, sviluppano algoritmi e procedure e si meravigliano che le stesse procedure e gli stessi algoritmi siano già implementati con molto maggior efficacia e velocità nelle macchine che esponiamo. Questa non è ricerca, è sterile inseguimento!” Entrambe queste esternazioni sono vagamente estreme, ma mettono bene in evidenza le difficoltà che esistono nel dialogo tra Università e Impresa. Difficoltà a mio parere crescenti da quando è prevalsa la politica di privilegiare la ricerca applicata delle imprese come leva per favorire lo sviluppo economico (a scapito della ricerca diretta alle Università) e di incentivare il coinvolgimento di queste ultime mediante quote aggiuntive di fondo perduto. Questo, all’atto pratico, ha avuto due conseguenze: (i) svuotare le Università di contributi diretti alla ricerca di base e, (ii) con la prospettiva di contratti, convincere i ricercatori a focalizzarsi su progetti spesso di scarso contenuto scientifico e prevalentemente di retroguardia, a volte persino di scarsa utilità anche per la stessa impresa committente (sono stato coinvolto in uno di questi ultimi). Dunque né le istituzioni né le imprese hanno interesse o mezzi per finanziare ricerca veramente innovativa: quella, per intenderci, che porta a dotare i laboratori di strumentazione d’avanguardia e di ricerca-

tori e studenti di dottorato motivati. Quando ero più giovane un Laboratorio si espandeva con fondi di progetti ad ampio respiro. Oggi? Un collega del Politecnico di Milano mi raccontava ieri che il cespite principale per la sua ricerca scientifica deriva dai proventi di attività di organizzatore di Master (di primo o secondo livello, non importa). Fare didattica per potersi finanziare la ricerca. Questo può valere per chi si occupa di settori d’interesse per le Imprese (tipicamente il settore gestionale, vedi il successo del MIP di Milano), ma gli altri? E poi, ha senso tutto ciò? Il quadro che emerge da quanto sopra è a mio parere di una sconcertante semplicità. L’Università sta cambiando. Il rapporto tra Università e Impresa tende ad aver luogo sempre meno nelle Università e sempre più nelle imprese. L’Università come “centro” e “fulcro” della ricerca sta evolvendo verso un’Università in rete con le imprese, delocalizzata. Un modello verosimile, preso in prestito dall’informatica1, è quello della Università, o Ricerca, “a nuvola” (“cloud University” o “cloud research”), dove il ricercatore si delocalizza per poter attingere a risorse che in sede gli sono precluse. In Università si fa sempre più formazione permanente (cioè al di fuori dei Corsi di Laurea istituzionali) orientata a preparare quadri per le imprese. Con quest’attività il ricercatore, ove possibile, finanzia quel poco di ricerca di base che gli rimane e la strumentazione di laboratorio. Infine, il ricercatore cerca di promuovere start-up che costituiscano un tramite tra la ricerca e il mercato. È un quadro degno di considerazione, tutto sommato: ha i suoi lati positivi, ma manca del contributo più importante. Nel “cloud computing” la delocalizzazione fa sinergia, aumenta le risorse. Nel caso dell’Università questo incremento di risorse manca, poiché l’impresa stenta a voler investire in ricerca “a sbalzo”, che motivi e solleciti la voglia di innovare tipica del ricercatore, e le Istituzioni latitano nel loro ruolo di stimolo e supporto alla ricerca di base, senza la quale non c’è vera innovazione che non sia puramente incrementale. Questo numero contiene un interessante contributo sullo stato dell’Università e dei suoi Corsi di Studio, con particolare attenzione alle ICT, con suggerimenti su come dovrebbero evolvere i curricula universitari per evitare al Paese la perdita di competitività a livello globale. Contiene anche un contributo “didattico” per i giovani ricercatori e studenti di dottorato che riguarda la tutela e la promozione della proprietà intellettuale. Buona lettura!

Franco Docchio 1

Da wikipedia: “In informatica, con il termine cloud computing si intende un insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse hardware (storage, CPU) o software distribuite in remoto”.

T_M

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L'unica Rivista italiana interamente dedicata alle misure e al controllo qualità - Direttore Franco Docchio

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