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Associazione Amici del San Pietro di Carpignano Sesia

La Chiesa di San Pietro e il Castello di Carpignano Sesia

Con la collaborazione di

Comune di Carpignano Sesia

Guida storica ed artistica


Associazione Amici del San Pietro di Carpignano Sesia

La Chiesa di San Pietro e il Castello di Carpignano Sesia Guida storica ed artistica

Testi: Franco Dessilani Crediti fotografie: Associazione Amici del San Pietro di Carpignano Sesia Stampa: ITALGRAFICA Novara Grafica e impaginazione: Alessandra Barbi Š 2011 Agenzia di Accoglienza e Promozione Turistica Locale della Provincia di Novara Š 2011 Associazione Amici del San Pietro di Carpignano Sesia

Comune di Carpignano Sesia


 Sommario

1 Il castrum di Carpignano e le origini della chiesa di San Pietro 2 Il passaggio della chiesa di San Pietro alla Chiesa Romana La riforma gregoriana I conti di Pombia e di Biandrate 3 La fondazione di Cluny nel 910 e la sua diffusione Cluny e l’esenzione monastica L’espansione di Cluny in Europa e in Italia 4 Il I priorato cluniacense di Castelletto Cervo Le dipendenze del priorato di Castelletto nel 1184 5 Castelletto Cervo e San Pietro di Carpignano nel basso medioevo 6 L’amministrazione degli abati commendatari Gli abati commendatari conosciuti di Castelletto e di Carpignano Castell 7 Le condizioni materiali del San Pietro in età moderna m 8 L’Ottocento e laa laicizz laicizzazione 9 Il Novecento: la riscop riscoperta Paolo Verzone ne e la riscoperta del romanico novarese 10 L’architettura architettura del San Pietro P Le dimensioni interne del San Pietro I valori simbolici e spirituali dello spazio sacro del San Pietro P 11 Gli affreschi dell’abside maggiore Il combattimento tra il guerriero e la fiera 12 Gli affreschi delle navate I santi in soccorso ccorso della vita quotidiana Testimonianze nianze del culto di san Rocco a Carpignano Carpignan 13 Il castello stello 14 Le altre chiese di Carpignano legate a Cluny Bibliografi Bibliogr a essenziale L’Associazione Amici del San Pietro di Carpignano Sesia La Fédération Européenne des Sites Clunisiens Cl

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1- Il castrum di Carpignano e le origini della chiesa di San Pietro Risale alla metà del X secolo il primo documento che ricordi l’esistenza del villaggio fortificato di Carpignano: si tratta di un placito stipulato castrum Calpiniano, ossia nella fortificazione di Carpignano, in cui è ricordata la vendita di alcuni beni fondiari da parte di una donna, Milisenda, ad un ecclesiastico, il diacono Attone. L’insediamento doveva aver avuto origine da una proprietà fondiaria di età romana, come indicherebbe il toponimo con desinenza -anum (caratteristica dei ‘prediali’, nomi di luogo derivati dal nome del possessore). L’età romana è documentata da reperti fittili, vitrei e metallici, alcuni dei quali conservati presso il Municipio, e dallo scavo di alcuni insediamenti rustici di età imperiale nelle campagne a Nord del paese, nella zona denominata ‘Santo Spirito’ lungo l’antica strada San Pietro in Castello, veduta absidale Biandrina che porta a Ghemme e Romagnano Sesia. All’inizio del X secolo probabilmente sorse il nucleo fortificato oggi noto come castello, edificato originariamente con palizzate esterne ed edifici interni in legno, dei quali ovviamente non è rimasta traccia concreta. Poco dopo il Mille due personaggi, Ugo e Guido, vassalli di Arduino d’Ivrea, ebbero il controllo di Carpignano e del suo castello. Quando Arduino, nel 1014, fu sconfitto e dovette rinunciare alla pretesa di essere re d’Italia, i beni dei suoi vassalli vennero confiscati dall’imperatore Enrico II: tra di essi anche le proprietà di Ugo e di Guido, che furono assegnate al vescovo di Vercelli. Nel corso dell’XI secolo è documentata una famiglia signorile denominata de loco Calpignano: Walberto nel 1022 partecipa a Lomello ad un placito tenuto dal conte Ottone, insieme con personaggi appartenenti a famiglie dell’alta feudalità del vescovo di Novara; Gisulfo ed un secondo Walberto, cugini fra loro e molto verosimilmente discendenti del primo Walberto, donano nel 1073 ai canonici della Cattedrale di Novara un podere sito in Carpignano; il suddiacono Pietro, infine, figlio del secondo Walberto, dieci anni dopo cede agli stessi canonici un podere in Sillavengo. La famiglia di Walberto e dei suoi discendenti deteneva con ogni probabilità i diritti signorili sul villaggio e sulla sua fortificazione. Attorno al castrum si sviluppò gradualmente durante il Medioevo il villaggio rurale, la villa, attorno alla chiesa di Santa Maria (l’attuale parrocchiale) della quale si ha notizia a partire dal 1184. Secondo gli studi pubblicati nel 1936 da Paolo Verzone, nei primi decenni del secolo XI fu edificata all’interno del castrum di Carpignano la chiesa di San Pietro. L’iniziativa della costruzione va ricondotta ad una presenza influente, da identificarsi o con quella dei vassalli di Arduino d’Ivrea (anteriormente al 1014) o più verosimilmente con quella immediatamene successiva dei de Calpignano. La prima destinazione dell’edificio sacro fu quasi certamente quella di cappella signorile, a servizio dei signori del villaggio (i domini loci) e delle loro clientele. Abstract 1: The fortified village (castrum) in Carpignano Sesia has been documented since the mid 10th century although its first human settlements date back to the Roman times. During the 11th century the fort was inhabited by the de Calpiniano noble family. The village later fell into the hands of the counts of Pombia first and then in the ones of the counts of Biandrate. San Pietro church inside the castle was erected in the early 11th century. 3


2 - Il passaggio della chiesa di San Pietro alla Chiesa Romana Dei primi decenni dell’esistenza della chiesa di San Pietro non si sa nulla, se non che la sua costruzione dovette protrarsi piuttosto a lungo, fra interruzioni, modifiche e progressivi adattamenti dovuti a mutate condizioni economiche o alla difficoltà di attuare soluzioni architettoniche forse superiori alle capacità delle maestranze. Una interruzione nella costruzione è forse indicata dal mutamento nella struttura muraria che si nota con evidenza sulla parete esterna delle tre absidi: fino a poco più di un metro e mezzo da terra, infatti, vi si trovano impiegati frequentemente frammenti laterizi di reimpiego, anche di età romana, che invece si diradano notevolmente al di sopra di tale quota, dove anche la parete stessa attenua la curvatura delle specchiature fra una lesena e l’altra, che finiscono coll’essere quasi piatte. Almeno dal 1081 il villaggio di Carpignano fa parte delle località direttamente controllate dalla potente famiglia dei conti di Pombia, cui competeva (per delega dell’impero) l’esercizio dei poteri pubblici sulla vasta area estesa tra i fiumi Ticino e Sesia ed incuneata tra i monti lungo le valli di quest’ultimo fiume e dell’Ossola. E’ però soprattutto lungo il XII secolo che i diplomi rilasciati dagli imperatori (Corrado II nel 11401141; Federico I Barbarossa nel 1152, 1156 e 1159; Enrico VI nel 1196) ai conti di Biandrate, discendenti diretti dei Pombia, ricordano Calpinianum tra le località di loro appartenenza cum omnibus castris et villis, territoriis ac pertinentiis (‘con tutti i castelli e i villaggi, i territori e le loro pertinenze’). Nel frattempo, come risulterà da una bolla pontificia del 1140-1141, la chiesa di San Pietro era però entrata a far parte dei possessi della Chiesa Romana, ossia del nucleo di quello che nel tempo diventerà il ‘Patrimonio di San Pietro’. Sono ignoti sia l’epoca precisa, sia le circostanze di tale passaggio, così come le sue motivazioni e i suoi protagonisti. Esso può aver avuto luogo tanto per iniziativa della precedente famiglia signorile dei de Calpiniano, così come dei conti di Pombia o di Biandrate. La motivazione può essere ricondotta alla diffusione dell’opera di riforma della chiesa promossa da papa Gregorio VII (1073-1085) e dai suoi immediati successori (soprattutto Urbano II, 10881099, già priore a Cluny), come per altre chiese divenute in quei decenni ecclesie iuris beati Petri, cioè sottoposte alla giurisdizione del beato Pietro, per divenire centri propulsori del rinnovamento ecclesiale. Non va però neppure trascurata una motivazione legata alla prima crociata, alla quale parteciparono i fratelli conti Alberto e Guido di Biandrate ed il loro nipote Ottone Altaspada: qualche esponente della famiglia signorile può aver proceduto a donare la chiesa del castello di Carpignano ai pontefici, o nell’imminenza della partenza per l’Oriente nel settembre 1100, oppure subito dopo il ritorno dalla disastrosa spedizione nel 1104. Alla giurisdizione diretta della chiesa di Roma il San Pietro di CarpiSan Pietro in Castello, veduta absidale nel 1936 gnano sarebbe appartenuto fino al suo passaggio all’ordine di Cluny, nel 1140-1141. (da P.VERZONE, L’architettura romanica nel Novarese)

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Abstract 2: In the late 11th century San Pietro church inside the castle was donated to the Roman Catholic Church, most likely by the counts of Biandrate when the first Crusade took place, and it must have been a dissemination centre of the church’s reformation as ordered by Pope Gregory VI and his successors. Between 1140 and 1141 Pope Innocent II donated the church to the Cluniac priory of Castelletto Cervo (today belonging to the province of Biella), which was founded by Count Guido di Pombia in 1083.

I CONTI DI POMBIA E DII BIANDRATE BIANDR

All’origine del casato dei conti di Pombia mbia stanno i fratelli Uberto I, Riccardo I e Gualberto (vescovo di Novara dal 1032 al 1039). Adalberto, erto, Uberto II, Guido I e Riprando (vescov (vescovo di Novara dal 1039 al 1053), figli di Uberto I, con Ottone one loro nipote fondano verso il 11050 l’abbazia benedettina di San Nazzaroo (oggi San Nazzaro Sesia, presso Biandrate). Da Guido II, figlio di Guido I di Pom Pombia e fondatore ore nel 1083 del priorato cluniacense di San Pietro di Castelletto Cervo, discesero i conti del Canavese; vese; dai discendenti di Adalberto derivarono i conti di Castello, radicati soprattutto nell’alto Novarese, nel Verbano e nell’Ossola; infine, da Ottone, cugino di Guido II, ebbero origine i conti di Biandrate. Tra i figli di Ottone, i conti Alberto e Guido di Biandrate (viri mirae nobilitatis et ductores exercitus, ‘uomini omini di splendida nobiltà e condottieri di eserciti’ second secondo il cronista Alberto di Aix) presero parte rte tra 1100 e 1104 alla prima crociata, durante la quale il prim primo morì in combattimento. Figlio di Alberto fu il conte Guido detto il Grande, ‘uno fra i grandi ed egregi dia’ secondo il contemporaneo Guglielmo di Tyr. Guido, imparentato ccon Guprìncipi di Lombardia’ glielmo III di Monferrato, col duca Corrado di Svevia e con i conti di Savoia, dopo aver preso parte rociata, fu fedele vassallo di Federico I Barbarossa (da cui ebbe importanti privilegi e alla terza crociata, menti) e seppe convincere i milanesi a patteggiare con l’imperatore dopo le distruzioni riconoscimenti) te alla città e al suo territorio nel 1158. Dopo la sua morte (1167), i suoi figli non furono da lui inflitte in grado di opporsi all’espansionismo di Novara e Vercelli sulla pianura e sulla Valsesia, ed accettarono di sottomettersi alle due città.

LA RIFORMA GREGORIANA RIANA

Nel corso del secolo XI entra ra in crisi la visione del mondo nata con Carlo Magno e proseguita con i suoi successori alla guidaa del Sacro Romano Impero, fondata sulla stretta unità tra la Chiesa e l’Impero all’interno di una visione ‘imperiale’ della Chiesa stessa. Il pontificato di papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana, 1073-1085) segna la rottura ttura con questa visione, e l’affermazione di una nuova concezione della Chiesa, non più sottoposta osta alla supremazia e alla protezione degli imperatori e destinataria di singole concessioni di libertà, bertà, bensì depositaria essa sstessa della libertas ibertas e fonte del diritto, perché fondata per diritto divino. no. All’affermazione teocratica del primato papale su ogni altro potere laico ed ecclesiastico si accompagna un programma di riforma radicale dei costumi (lotta alla simonia, riaffermazione del celibato ecclesiastico) e di rist ristrutturazione della Chiesa (consolidamento della gerarchia, organizzazione della curia romana mana sul modello di quella imperiale), finalizzata al progetto di rifondare una res publica christiana, a una u società interamente permeata e guidata dalla Ecclesia universalis.

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3 - La fondazione di Cluny nel 910 e la sua diffusione Prima di occuparsi del passaggio del San Pietro di Carpignano all’ordine cluniacense, è opportuno soffermarsi brevemente su quest’ultimo, sulle sue origini e sulla sua diffusione in Italia. Nel settembre dell’anno 910 o 911 il duca d’Aquitania e conte di Macon, Guglielmo (poi detto ‘il Pio’), con sua moglie Ingelberga, disponeva che con i suoi beni situati nel villaggio di Cluny, in Borgogna, ed in altri villaggi circostanti, si fondasse un monastero sotto la protezione dei santi apostoli Pietro e Paolo, i cui monaci avrebbero seguito la regola di san Benedetto sotto la paterna guida dell’abate Bernone. Compiti dei monaci della nuova fondazione sarebbero stati innanzitutto la preghiera incessante (per le anime del fondatore, dei suoi antenati, di sua moglie e del suo signore il conte Odone di Parigi) e la carità e le opere quotidiane di misericordia per i poveri e i pellegrini. La caratteristica che veramente distingue Cluny dai molti altri monasteri fondati in quei secoli da imperatori, re e signori, è l’esenzione da qualunque altro potere, laico o ecclesiastico (si veda il box a pagina 7): questo fa sì che il monastero borgognone e i numerosi altri che gli si aggregheranno in Europa diventino centri propulsori di una intensa opera di riforma del monachesimo e della chiesa, spesso con l’appoggio di arcivescovi e vescovi, soprattutto versa la fine del secolo XI, in concomitanza con quella promossa da papa Gregorio VII. La prima fondazione cluniacense in diocesi di Novara è quella di Cavaglietto, dove un consistente gruppo famigliare di lontane origini longobarde nel 1092 procede alla donazione a Cluny di gran parte del castello edificato nella località e dei beni da esso dipendenti: in quegli edifici e con quei beni viene così fondato un monastero femminile, sotto l’invocazione di san Pietro, che dopo un periodo iniziale di prosperità conoscerà vicissitudini complesse e negative, fino al trasferimento delle monache (divenute nel frattempo clarisse) a Novara nel ‘200. Oggi i resti degli edifici claustrali e della chiesa sussistono nella cascina Monastero.



Abstract 3: The monastery of Cluny, situated in Burgundy, was founded between 909 and 910 by William I, Co Count of Aquit Aquitaine, who desired to keep it away from any secular or ecclesiastic influence so that the monks w would have been free to dedicate themselves to prayers and liturgies. Different other ot m monasteries were affiliated to Cluny, creating a network of Cluniac houses around E Europe, ffrom France to Spain, Switzerland, Great Britain and Italy. In Nov Novara the first r Cluniac foundation was the monastery of Cavaglietto, established in 1092.

4 - Il pr priorato cluniacense clu cluniace Castelletto Cervo di Caste Cas Nel 108 1083 il conte Guido II di Pombia, dispose la donazione di un vasto patrimonio a favore del

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CLUNY E L’ESENZIONE IONE MONASTICA

Per una precisa volontà del el suo fondatore, Guglielmo il Pio, l’abate di Cluny e i suoi monaci sarebbero stati totalmente liberi da qualunque ualunque forma di soggezione a poteri tanto laici quanto ecclesiastici. Come garanti, tutori e difensori di questa eccezionale libertà, Guglielo il Pio invocava gli Apostoli Pietro e Paolo e il pontefice romano. o. Questa disposizione conferisce al nuovo monastero una fisionomia del tutto diversa da quella di tante altre comunità monastiche del tempo: era infatti abituale che i fondatori o i grandi benefattori nefattori di un monastero si riservassero su di esso alcuni diritti (fra cui quelli di intervenire nell’elezione ’elezione degli abati o dei priori, o di curare gli affari temporali ed amministrativi del cenobio) obio) che finivano col condizionarne pesantemente la vita e col farne un mezzo di affermazione ne di potere nei confronti di altri signori laici o eecclesiastici.

L’ESPANSIONE DI CLUNY IN EUROPA E IN ITA ITALIA

Durante il secolo X Cluny diviene una ‘seconda Roma’ nel cuore dell’Europa, grazie al grandioso grandio sviluppo architettonico del monastero e della sua basilica (consacrata nel 981 con la riposizione di alcune reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo), mentre l’estensione stensione del privilegio dell’esenzione a tutti i monasteri ad essa legati, dovunque si trovino, dàà vita ad una rete di abbazie e priorati dipendenti dall’abbazia borgognona e dal suo abate: un vero e proprio ordine religioso che ha in Cluny il suo centro e il suo cuore. Quella che viene chiamata la ecclesia cluniacensis clunia si diffonde anzitutto in Borgogna, Alvernia, Provenza, quindi ndi anche in Italia, lungo le grandi vie di pellegrioca dell’abate san Maiolo (954-994). Do naggio conducenti a Roma, a partire dall’epoca Dopo il primo monastero italiano, fondato a Pavia nel 967, è soprattutto l’ultimo venticinquennio dell’XI secolo che, tra 1076 e 1095, vede la nascita di oltre cinquanta monasteri cluniacensi acensi nel territorio delle attuali Lombardia e Piemonte orientale: singoli personaggi o famiglie dell’aristocrazia gareggiano nel favorire la nascita di nuove fondazioni religiose in cui si viva conn la regola seguita a Cluny. Hanno così origine S.Maria a Laveno , S.Valeriano a Robbio, S.Giovanni nni a Vertemate, S.Maria di ciare i priorati di Figina a Calvenzano a Vizzolo Predabissi, S.Giacomo a Pontida, senza tralasciare Galbiate, di Cernobbio, di Zello a Lodi Vecchio, o di Arlate. Nel frattempo mpo Cluny si espande anche nella Francia settentrionale, in Gran Bretagna ed in Spagna. Alla fine del secolo XI, sotto l’abate Ugo di Semur, Cluny è una vera e propria potenza europea

monastero di San Pietro qui est constructo in loco ubi dicitur Clugnedo (‘costruito nel luogo detto Cluny’), forse in restituzione di un prestito consistente avuto da quell’ente monastico. I beni donati, per la massima parte localizzati in Valsesia, consistevano nella chiesa di san Dionigi (a Locarno, presso Varallo), sedici mansi o piccole aziende agricole, due alpeggi (tra cui quelli del vallone di Otro), alcune selve, porzioni del monte di Parone, un molino in Varallo, una famiglia di servi ed una mandria di bovini. Quattro anni dopo, forse in seguito alla morte di Guido, alcuni suoi eredi rinunciavano ai loro diritti sui beni che egli aveva donato, rendendone possibile l’assegnazione definitiva a Cluny.

San Pietro in Castello, abside centrale, particolare della cornice ad archetti pensili 7


La potente abbazia borgognona utilizzò i beni ricevuti dai Pombia per la fondazione e la dotazione di un nuovo insediamento monastico: il priorato di San Pietro, che sorse presso l’abitato dell’attuale Castelletto Cervo (ora in provincia di Biella) prima del 1095.

I possessi del priorato di Castelletto nel territorio di Carpignano I possessi del priorato di Castelletto, già consistenti, crebbero ulteriormente nel 1140 o 1141, quando papa Innocenzo II stabilì che gli fosse aggregata anche la chiesa di San Pietro nel castello di Carpignano, que beati petri iuris existit, ossia che fino a quel momento era stata soggetta alla giurisdizione diretta della Sede Romana. La chieSan Pietro in Castello, facciata sa di Carpignano, che già godeva dell’esenzione ‘romana’, passava da allora sotto quella monastica cluniacense: con molta verosimiglianza l’intenzione del pontefice e di chi ne aveva sollecitato la donazione nel 1140-1141 (forse i conti di Biandrate, o forse lo stesso priore di Castelletto) era di mantenerla nella sua funzione di centro di diffusione della riforma della chiesa, ora sotto la protezione dell’immunità di cui si avvantaggiavano tutte le dipendenze cluniacensi, al riparo da condizionamenti e impedimenti che potessero venirle dal mondo dei poteri laici. Da allora dunque San Pietro di Carpignano entra nell’orbita di Cluny.Una bolla sottoscritta da papa Lucio III nel settembre 1184 a Verona, destinata al priore Guglielmo di Castelletto Cervo, contiene il lungo elenco delle località, delle chiese e dei beni annessi al priorato. Da essa ricaviamo la consistenza della presenza cluniacense a Carpignano. Il monastero di Castelletto, infatti, vi possedeva anzitutto la chiesa di San Pietro in castello con tutte le sue pertinenze, quindi la chiesa a servizio degli abitanti del villaggio (la futura parrocchiale di Santa Maria Assunta), la chiesa di Santa Maria de Olgieto (attualmente nota come Santa Maria di Lebbia, sulla vecchia strada Biandrina, a Nord del paese), la chiesa di Sant’Agata de Messa (oggi l’oratorio di Sant’Agata, ad Ovest del paese verso il Sesia) e alcuni poderi. I monaci benedettini cluniacensi, in virtù del provvedimento di Innocenzo II, guidavano e controllavano dunque la vita religiosa di Carpignano, officiandone le chiese principali, e gran parte di quella economica, attraverso le consistenti pertinenze fondiarie annesse. Giova ricordare che dal 1171 al 1195 fu vescovo di Novara Bonifacio, di cui sono documentati una serie di interventi di riforma del clero e delle strutture della chiesa novarese, in consonanza con le iniziative dei pontefici. Uno degli interventi di Bonifacio riguarda probabilmente il sacerdote cui spettava l’officiatura della chiesa di San Pietro di Carpignano, il quale si riteneva svincolato dall’obbedienza promessa al suo vescovo al momento dell’ordinazione sacerdotale, adducendo il motivo che la chiesa che officiava pagava un censo alla Sede Romana e perciò unicamente da quella avrebbe dovuto dipendere. Abstract 4: The priory of Castelleto Cervo was instituted between 1083 and 1087 by Count Guido di Pombia who donated to Cluny different of his properties situated in the areas of Novara, Vercelli and Valsesia. In 1184 the priory owned San Pietro church in Carpignano Sesia (1140-1141), the Parish church and the S. Maria de Olgieto and S. Agata de Messa churches. 8




LE DIPENDENZE ENZE DEL PRIORATO DI CASTELLETTO NEL 1184

La bolla papale del el 1184 testimonia la consistenza delle dipendenze di Castelletto Cervo nel n momento dellaa sua massima espansione. A Castelletto, oltre al monastero, il priorato possed possedeva tre chiese se (S.Quirico, S. Maria e S.Tommaso). Nei dintorni e nell’alta pianura vercellese deteneva a Buronzo poderi e diritti su chiese, altri poderi a Casanova Elvo e Quinto Vercellese (dove possedeva pure la chiesa del castello), a Formigliana la esa di S.Maria, a Valdengo la chiesa di S.Andrea, a Greggio la chiesa di S.Stefano, alcuni poderi chiesa ra destinata al pascolo); altri poderi, parti delle decime e la chiesa di e una ‘braida’ (una brughiera S.Desiderio a Ghislarengo, la chiesa di S.Sebastiano di Rado (presso Gattinara), due chiese (di ello) a Casalrosso. Più Nord e ad Ovest, i possessi di Castelletto giungevano S.Salvatore e del castello) a Roppolo (chiesa di S.Martino di Salomone), mentre nei dintorni di Moncalvo comprendevano la ria e Paolo di Narzo. In terra novarese dipendevano da Castelletto alcuni poder chiesa dei Ss.Maria poderi hiese già ricordate). in Sillavengo e Carpignano (oltre le chiese ti poderi di Varallo, Foresto, Doccio, Roccapietra; la chiesa di In Valsesia erano ubicati gli importanti gi a Locarno; ma soprattutto gli alpeggi di Otro e Mud, con altri S.Pietro a Parone e quella di S.Dionigi antivano il pascolo estivo del bestiame con la transumanza. alle pendici del Monte Rosa, che garantivano molto probabilmente nell’attuale nell’at Nel Vergante ad Invorio la chiesa di S. Pietr Pietro in monte ((molto cascina Cévola) e quella del castello (oggi S.Maria del Castello). Ad Ornavasso, infine, una cchiesa. Già dal 1127 il priorato di Castelletto aveva dato vita a due aaltri priorati autonomi, S.Vitale di spicua donazione fondiaria da parte del Occimiano e S.Benedetto di Conzano, grazie ad una cospicua marchese Oberto di Occimiano.



5 - Castelletto Cervo e San Pietro di Carpignano no nel basso medioevo

Nel corso del ‘200 le relazioni delle ispezioni periodiche fatte ai singoli monasteri e priorati da inviati dell’abate di Cluny, documentano lunghi e ricorrentii periodi di grave crisi per il priorato di Castelletto. Dopo aver subito molto probabilmente conseguenze negative ive già negli anni del contrasto tra la fazione guelfa e l’imperatore Federico II di Svevia, in cui dovette ovette essere ssere stato coinvolto come altri insediamenti cluniacensi italiani, Castelletto verso il 1280 si trovava ad aver ipotecato potecato gran parte dei suoi beni fondiari, i suoi monaci non praticavano più la vita ta comune, anzi, vivevano al di fuori di ogni regola, ed il monastero stesso cadeva in rovina. Alla fine di quel secolo Matteo Visconti, capitano del popolo di Milano e di Novara, aveva imposto come priore un uomo assai corrotto nell’amministrazione, ma da lui protetto, tanto che neppure i definitori incaricati direttamente da Cluny osarono intervenire direttamente per risanare la situazione ormai disperata in cui il cenobio era precipitato. Nei decenni successivi, inoltre, le guerre tra i Visconti e le città guelfe della pianura padana impedirono la rinascita delle case cluniacensi di tutta la regione. San Pietro di Carpignano fu inevitabilmen-

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te coinvolto nella inesorabile decadenza di Castelletto, sua ‘casa madre’. Nel 1245, tuttavia, fu beneficato da un lascito di Lanfranco da Momo, un canonico della basilica di San Giulio sul Lago d’Orta, che, dopo aver lasciato a Castelletto una rendita di 10 soldi ogni anno per provvederlo di paramenti sacri, ed un turibolo d’argento, destinava pure a San Pietro di Carpignano una somma di denaro e quattro moggi vercellesi di fagioli ogni anno per soccorrere i poveri del villaggio. Per quanto riguarda il secolo XIV, sappiamo che nel 1328 priore e monaci lasciarono Castelletto a motivo delle guerre che martoriavano quei paraggi, per trasferirsi per qualche anno in grangia sua de Carpiniano, cioè nella loro grangia di Carpignano, più sicura perché posta all’interno del recinto murato del castello. Due anni dopo, anzi, il priore spese oltre 200 fiorini per restaurare gli edifici monastici carpignanesi: quegli interventi dovettero interessare in modo particolare la navata sinistra della chiesa, al di sopra della quale fu creato un ambiente di collegamento con le costruzioni adiacenti. Nella rimanente parte del secolo, dopo un momento di ripresa verso il 1350, nuove prolungate guerre (questa volta tra i Visconti e i marchesi del Monferrato) insanguinarono e devastarono il Novarese e il Vercellese: insieme con altre località vicine, anche Carpignano e il suo castello subirono devastazioni attorno al 1360. Cluny stessa, proprio in quegli anni, perdette ogni speranza di poter riformare le sue case lombarde e piemontesi e, nei fatti, le abbandonò al loro destino. Abstract 5: During the 13th and 14th centuries the priory of Castelletto Cervo suffered great damages from the numerous battles fought between the local lords. Frequently (just like it happened in 1328) the prior and the monks would abandon the priory to seek refuge inside the grange which stood next to San Pietro church in Carpignano, defended by the castle’s walls. Therefore the edifice was reconstructed. From the late 1300’s, subsequently to its decline, Cluny abandoned its numerous Italian monasteries.

6 - L’amministrazione degli abati commendatari Come numerosissime altre abbazie e monasteri d’Europa, fra ‘300 e ‘400 anche Castelletto Cervo, ormai priva di monaci residenti, venne assoggettata al regime amministrativo della cosiddetta ‘commenda’: in base ad essa, la gestione temporale dei beni monastici veniva affidata (commendata, donde il nome) ad un ecclesiastico che, col titolo di ‘abate commendatario’, avrebbe dovuto averne cura. Nei fatti, tuttavia, questi non prendeva residenza nel monastero, ma ne esercitava in qualche modo l’amministrazione a distanza, limitandosi il più delle volte a percepirne le rendite e delegando ogni intervento ad un suo agente (in pratica un fattore) locale. Dei primi abati commendatari di Castelletto e di Carpignano non sappiamo nulla. Per il ‘400 si suppone che abbiano rivestito questa carica ecclesiastici appartenenti alla famiglie nobili novaresi dei Della Porta e dei Caccia: gli stemmi di questi casati erano infatti affrescati sulla facciata del San Pietro di Carpignano, come documentano vecchie fotografie e come ancora oggi è in parte visibile. In particolare, il cardinal Ardicino Della Porta nel 1489 ebbe la commenda del monastero di San Silano di Romagnano Sesia, ed è probabile che abbia esercitato anche quella di Carpignano e Castelletto. 10


La commenda di Castelletto Cervo e di Carpignano fu soppressa soltanto nel 1771 da papa Clemente XIV, su richiesta di Carlo Emanuele di Savoia, re di Sardegna, ed i beni immobili furono inglobati allora nella neo-costituita mensa vescovile della diocesi di Biella, cui appartennero per circa un secolo. Dei vari commendatari succedutisi nel tempo restava memoria in alcuni stemmi affrescati sulle pareti esterne degli edifici annessi al San Pietro di Carpignano, oggi purtroppo in gran parte deteriorati al punto da non essere piÚ decifrabili. Abstract 6: Between the 14th and 15th centuries different monasteries which had been abandoned by the monks were entrusted to the lay abbots. Even in Castelletto Cervo and Carpignano there is documented evidence of lay abbots up to the 18th century. In 1771 the properties of Castelletto’s prior were included in the prebends of the bishop of Biella.

San Pietro in Castello,interno



GLI ABATI COMMENDATARI CONOSCIUTI DI CASTELLETTO E DI CARPIGNANO Secolo XV: Della Porta di Novara (Ardicino?) Caccia (di Novara) Secolo XVI: 1558: mons.Pietro Begiami di Vercelli, dei signori di Cavallerleone e di Santalbano 1590, 1597: rev.Giovanni Battista Tettoni, canonico di San Gaudenzio di Novara Secolo XVII: 1611: cardinal Leni (di Modena?) dal 1627 circa: cardinal Fabrizio Verospi, di Roma cardinal Francesco Barberini, nipote di papa Urbano VIII 1639, 1654: cardinal Lorenzo Raggi, patrizio genovese 1660-1681 circa: rev.Giovan Battista Cermenati, milanese dal 1683: cardinal Giovan Francesco Ginetti, di Velletri secolo XVIII: 1711: abate Giovan Battista Marcello Riccardi, torinese 1761: cardinal Carlo Alberto Guidobono Cavalchini, tortonese

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7 - Le condizioni materiali del San Pietro in età moderna A partire dagli ultimi anni del ‘500 le relazioni delle visite pastorali compiute periodicamente dai vescovi novaresi costituiscono una fonte preziosa per conoscere le condizioni materiali degli edifici sacri di tutta la diocesi. Anche il San Pietro di Carpignano, benchè legato dapprima alla commenda di Castelletto Cervo e poi alla mensa vescovile biellese, fu regolarmente visitato fino ai primi decenni dell’800. Nel 1590 e nel 1597 la chiesa di San Pietro, in cui si celebrava la messa quattro volte la settimana, era coperta in tutte e tre le navate da soffitti lignei a cassettoni (opere laqueato), gli affreschi dell’absiSan Pietro in Castello, navatella Sud, volta de centrale erano ancora ben visibili e un piccolo della quarta campata (inizio del sec.XI) campanile sovrastava la facciata. All’inizio del ‘600 risale l’apertura delle due finestre rettangolari nell’abside maggiore, come ampliamento delle due preesistenti monofore romaniche. Nel corso del secolo si annota più volte l’abbandono in cui versava l’edificio, con i soffitti in rovina, la mancanza di suppellettili sacre, e le pareti annerite dall’umidità e dalla polvere. Nel 1663 il vescovo cardinal Ferdinando Taverna diede ordine di scancellare le pitture nel choro rese indecenti: fortunatamente la disposizione non fu eseguita, ma ci si limitò ad imbiancare a calce gli splendidi affreschi, che in tal modo sono giunti fino ad oggi. Una relazione scritta dal parroco di Carpignano nel 1794 ci informa che le due navate laterali, che in precedenza presentavano soffitti in legno, risultavano coperte a volte appena basse, mentre un suolo di assi coperto a tela e dipinto sovrastava la navata centrale. Dallo strato di calce affioravano le tracce di antichissime pitture, ignote di nome e di fatto, sulla facciata si innalzava ancora il campaniletto, privo però di campana; la chiesa, non più officiata, era occupata da vasi vinarij de’ fittabili di detta Mensa (la mensa vescovile biellese). Nel 1820 l’edificio sacro era da tempo convertito in usi rustici, non si sa con quale autorità.

Abstract 7: The documents which were edited during the pastoral visits of the bishops of Novara testify the conditions of San Pietro church in Carpignano between the 16th and 18th centuries. The edifice was apparently abandoned and between the 18th and 19th centuries it was used as a warehouse by the tenants of Biella’s bishop-prebends. 12


8 - L’Ottocento e la laicizzazione La chiesa di San Pietro in età moderna risulta dotata di un cospicuo patrimonio di beni fondiari, che forse le erano stati assegnati fin dal secolo XI (quando fu donata alla Sede Romana) o XII (in occasione della sua assegnazione al priorato di Castelletto). Nella bolla di papa Lucio III del 1184 si parla sinteticamente di pertinentie, cioè ‘dipendenze’, annesse alla nostra chiesa e a quelle di Santa Maria de Olgieto (ora Santa Maria di Lebbia) e di Sant’Agata e alla parrocchiale. Dalla metà del ‘500 si hanno invece informazioni più precise sulla dote terriera del San Pietro, che nel 1553 risulta formata da 116 appezzamenti posti in territorio di Carpignano, per un totale di circa 2500 pertiche di superficie (la pertica novarese misura 7,665 are), per la maggior parte seminati a cereali, in parte minore prati e in minima parte vigneti. A questi si aggiungevano 125 pertiche di terreni in territorio di Ghemme (tra cui 21 pertiche a vigneto) e San Pietro in Castello, abside centrale, minori estensioni di coltivi nei territori di Fara, Sizzainterno, veduta d’insieme no e Sillavengo. Alla fine del ‘700, dopo quasi quattro secoli di amministrazione commendataria e ripetute alienazioni, il patrimonio fondiario era ridotto a sole 1382 pertiche. Nell’agosto 1867 il ministro Rattazzi ottenne l’approvazione della Legge per la liquidazione dell’asse ecclesiastico, in conseguenza della quale vennero espropriati a favore dello stato italiano i beni immobili di tutti gli enti ecclesiastici non più adibiti a finalità di culto o di assistenza. Anche gli edifici e i terreni del San Pietro di Carpignano subirono questa sorte e, nel 1871, vennero così venduti all’asta 92 appezzamenti (per un totale di circa 103 ettari di campi, prati e boschi), che fruttarono alla casse del Regno d’Italia 181.769 lire. Assieme agli immobili, fu messa all’asta anche la vetusta chiesa di San Pietro in Castello. Gli acquirenti, dopo averla destinata per qualche anno a sala per banchetti, procedettero al frazionamento della proprietà e così l’interno dell’edificio sacro venne suddiviso, mediante tramezzi, in locali utilizzati come cantine, depositi e granai. Al di sopra dell’absidìola settentrionale fu costruito il locale ancora esistente, che servì anche da modesta abitazione, servito un tempo da una scala in legno esterna. L’operazione comportò anche l’apertura delle numerose porte d’accesso che ancor oggi si vedono lungo le tre absidi e la parete laterale nord. Abstract 8: In 1867 the Kingdom of Italy requisitioned the properties which no longer served religious purposes belonging to ecclesiastic authorities, among which we find the former-prior of Castelletto whose contents were sold by auction in 1871. San Pietro church was shared out to different purchasers who partitioned it, turning its spaces into cellars and warehouses. 13


9 - Il Novecento: la riscoperta Tenuta come qualunque altra cantina (così si espresse nel 1926 il sindaco di Carpignano Sesia in una risposta al Soprintendente che chiedeva notizie sulle condizioni della chiesa), San Pietro in Castello non godette per più di un secolo di alcuna attenzione, al punto che i carpignanesi stessi ne ignoravano molto spesso il valore storico ed artistico, se non addirittura l’esistenza. La sua riscoperta, ad oltre cinquant’anni dalla riduzione ad usi profani, iniziò con gli studi di Paolo Verzone (si veda il box a pagina 15), il quale già nel 1928 individuò nell’ultima campata della navatella meridionale l’unica parte superstite delle volte dell’XI secolo e la segnalò come uno degli esempi più antichi di volte a crociera in Italia settentrionale. Lo studioso al San Pietro di Carpignano dedicò nel 1936 un’ampia scheda che si può considerare il primo studio organico sul monumento. Dopo avere presentato una descrizione della chiesa e aver radunato le poche notizie storiche disponibili allora, Verzone concludeva il suo intervento con le parole seguenti, dure ma rispondenti purtroppo a verità: La chiesa è ormai sconsacrata: i vani in cui è suddivisa sono utilizzati come magazzini o cantine, e quindi per la macanza di aria e di luce appaiono gonfi, neri e coperti di muffa in condizioni da far pietà. Pare, da quanto mi fu riferito, che l’edificio sia passato nelle mani di privati in seguito alle leggi di incamerazione dei beni ecclesiastici e che per qualche anno sia servito come magazzino e locale per riunioni e banchetti (!) finchè verso il 1875 fu tramezzato e ridotto nelle attuali pietose condizioni che suonano vergogna al paese di Carpignano. Furono forse le pagine dello studioso vercellese a spingere nell’agosto 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale carpignanese a richiedere alla Soprintendenza regionale di ripristinare architettonicamente e funzionalmente la chiesa per degnamente ed in modo duraturo esprimere la riconoscenza a tutti coloro che alla liberazione hanno concorso e collaborato, piuttosto che erigere nuovi monumenti. Il desiderio, veramente encomiabile, rimase però irrealizzato. A distanza di alcuni decenni dagli studi del Verzone, e dopo interventi sporadici di altri importanti studiosi (quali Puig I Cadafalch nel 1930, Baroni nel 1952, Arslan nel 1954), una seconda significativa tappa nella riscoperta del nostro monumento è lo studio che gli dedicò Maria Laura Gavazzoli in occasione della mostra Novara e la sua terra nei secoli XI-XII, tenutasi nel capolugo di provincia nel 1980. La studiosa fornì per la prima volta un’analisi organica dell’architettura dell’edificio (nelle condizioni in cui si presentava allora, identiche a quelle riscontrate dal Verzone) e radunò la documentazione archivistica disponibile, soprattutto gli atti delle visite pastorali dei vescovi novaresi. Per quanto riguarda le vicende costruttive, confermò la datazione

San Pietro in Castello, abside centrale, affreschi del semicatino (sec.XII): Cristo in trono, Pietro, la ‘mater ecclesia’ 14


dell’edificio ai primi decenni dopo il Mille e comunque prima del terzo quarto del secolo XI. A partire dagli anni 1980 anche a Carpignano finalmente si risvegliava l’interesse attorno al monumento, grazie alle attività, agli studi e alle pubblicazioni promossi dalla Associazione Storica Archeologica Carpignanese. Come conseguenza di questa rinnovata attenzione, l’amministrazione comunale di Carpignano Sesia in quegli anni avviava la laboriosa acquisizione dell’immobile in tutte le sue parti, premessa indispensabile al suo restauro che si sarebbe svolto negli ultimi anni del ‘900 sotto la guida della Soprintendenza ai Beni Architettonici, Artistici ed Ambientali del Piemonte. Nel frattempo due convegni di studi, presieduti il primo nel 1993 da Aldo A.Settia ed il secondo nel 2003 da Franca Tonella Regis, mettevano in luce le vicende storiche ed artistiche della chiesa e del complesso del castello in cui è inserita. L’intervento di Maria Laura Gavazzoli sul ciclo pittorico del San Pietro, tenuto in occasione del secondo convegno e successivamente edito nella prestigiosa rivista scientifica "Arte medievale", forniva infine un contributo determinante per l’impostazione e il chiarimento di molti problemi e interrogativi legati ai temi sviluppati negli affreschi, al contesto storico e culturale in cui furono presumibilmente eseguiti nonché agli aspetti iconografici ad essi connessi. Gli affreschi del San Pietro guadagnavano così finalmente il posto che loro compete, accanto ad altri già noti cicli del medioevo novarese (come il Battistero e la cappella di San Siro presso il Duomo di Novara, gli oratori di San Tommaso a Briga Novarese e di San Remigio a Pallanza).



Abstract 9: It is only thanks to the research held out by the architect Paolo Verzone (1928 and 1936) that San Pietro church in Carpignano was rediscovered, becoming popular among scholars. Other studies were held in 1980. Meanwhile, the Municipality of Carpignano Sesia bought the church and promoted its refurbishment which brought to light some beautiful frescoes in the apse, later studied by Maria Laura Gavazzoli.

PAOLO VERZONE E LA RISCOPERTA DEL ROMANICO NOVARESE

Paolo Verzone, nato nel 1902 a Vercelli e laureatosi in ingegneria civile a Torino nel 1925, dal 1942 fu docente al Politecnico del capoluogo piemontese, ottenendo dapprima la cattedra di Caratteri Stilistici e Costruttivi dei Monumenti, poi quelle di Storia dell’Arte, di Storia e Stili dell’Architettura e di Restauro dei Monumenti. Dal 1952 fu anche docente ordinario di Storia dell’Architettura all’Università Tecnica di Istanbul. A partire nel 1957 fondò e diresse la Missione Archeologica Italiana in Turchia, con la quale condusse importanti campagne di scavo nel sito romano e paleocristiano di Hierapolis. Gli studi di Verzone, oltre al romanico padano (in particolare quello vercellese e novarese, sui quali elaborò i primi repertori esaustivi, frutto di campagne di ricerca condotte ‘a tappeto’ sul territorio), approfondirono anche in modo particolare l’arte e l’architettura tardoantica, romana e bizantina e dell’Asia Minore. Lo studioso si spense nel 1986. La sua serie di articoli su L’architettura romanica nel Novarese, corredata di fotografie e tavole che oggi rivestono particolare valore documentario, comparve sui numeri del "Bollettino Storico della Provincia di Novara" editi dal 1932 al 1937, e costituisce su questo argomento la prima rassegna condotta con metodo scientifico che ambisca ad essere il più possibile completa.

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10 - L’architettura del San Pietro L’esterno La chiesa di San Pietro in castello si presenta come un edificio sacro a pianta basilicale, con tre navate disposte con orientamento da Est ad Ovest. Sul lato orientale, prospiciente sul Vicolo Carducci, si vedono le tre absidi, di cui la centrale e maggiore ha conservato quasi integralmente la sua struttura architettonica originaria, se si escludono l’ampliamento delle due finestre (eseguito nel sec.XVII) e l’apertura di una porta che dà sull’esterno (eseguita negli ultimi decenni del sec.XIX). L’abside maggiore presenta la superficie esterna scandita, mediante lesene in muratura, in sette specchiature, coronate nella parte superiore da coppie di archetti pensili realizzati con frammenti laterizi e sorretti da mensoline sagomate pure in laterizio. Ad un terzo dell’altezza, a circa m 1,90 dal suolo, si nota che la muratura delle specchiature, inferiormente curvilinea, riduce la propria curvatura facendosi tendenzialmente più piatta, tanto che la cornice sotto la gronda del tetto finisce coll’assumere un andamento poligonale, anziché semicircolare. Senza ultreriori dettagli, nel 1936 Paolo Verzone definì direttamente poligonale la superficie esterna dell’abside centrale. Anche la composizione della muratura varia sensibilmente in corrispondenza del passaggio tra la sezione più bassa, semicircolare, e quella mediana e superiore, a specchiature piatte: i laterizi, piuttosto abbondanti nella zona inferiore, sono pressochè assenti nel resto della parete, quasi interamente realizzata in ciottoli, e ricompaiono unicamente negli archetti e nella cornice di coronamento e in qualche breve tratto di muratura a spina pesce ottenuto con frammenti di tegole. La sostituzione della muratura mista di ciottoli e laterizi con quella di solo pietrame, così come la riduzione della curvatura della parete, sono forse i segni di una interruzione e di una ripresa nel cantiere della costruzione. Le due absidi minori hanno entrambe perduto il loro coronamento formato da archetti pensili e cornice soprastante; quella a Nord è stata sopraelevata a fine ‘800 con un ambiente che, a memoria d’uomo, fu utilizzato anche come abitazione, servita in passato da una scala esterna con ballatoio in legno. Al di sopra dell’abside maggiore, la muratura esterna del cleristorio, con le due finestre di forma orbiculare, è frutto di una ricostruzione avvenuta tra ‘200 e ‘300. L’impiego di ciottoli nella muratura è minimo, vi prevale nettamente il mattone, disposto in corsi regolari e sagomato opportunamente per realizzare le ghiere delle finestre e la cornice a mensoline sotto il tetto. Analoghe caratteristiche presentano le pareti laterali del cleristorio, visibili da terra soltanto in minima parte. Delle due pareti laterali, soltanto quella a Nord è visibile, sotto l’androne che immette nel cortile, San Pietro in Castello, abside centrale, affreschi del sottarco: scena marina (sec.XII), particolare 16


San Pietro in Castello, abside centrale, affreschi del tamburo (sec.XII): gli Apostoli Paolo, Pietro e Giovanni

mentre quella a Sud dà su di uno stretto cavedio completamente racchiuso fra la chiesa e l’abitazione confinante. Il fianco Nord, sotto l’androne che conduce al cortile, è scandito da sei lesene e conserva tracce della cornice ad archetti pensili; la porta adiacente l’absidìola e quella tamponata tra la seconda e la terza lesena furono aperte a fine ‘800, mentre quella in prossimità dello spigolo di facciata presenta caratteri più antichi, forse seicenteschi. Sul cortile interno, un tempo circondato dagli edifici della grangia monastica (di cui restano ancora parti antiche), prospetta la facciata della chiesa. La casa, già residenza del fattore, sul lato meridionale del cortile, addossandosi alla facciata, ne ha occultato la parte corrispondente alla navatella meridionale, mentre quella corrispondente alla navatella opposta risulta sopraelevata col prolungamento del loggiato settecentesco adiacente. Soltanto la porzione centrale ha perciò mantenuto la sua fisionomia originaria, sebbene modificata al centro dall’apertura della grande finestra circolare (del sec.XV) e nella parte superiore dalla ricostruzione due-trecentesca, chiusa da una cornice a mensoline in laterizio. La muratura di facciata si presenta spoglia di qualunque altro elemento decorativo: cornici ad archetti pensili, probabilmente presenti in antico, devono essere andate distrutte. Al di sopra del portale (ampliato tra ‘800 e ‘900) si intravvede, affrescato, lo stemma quattrocentesco dei nobili novaresi Della Porta. Gli spigoli ancora visibili della facciata sono rinforzati in più punti da grossi conci parallelepipedi in pietra. Nella sua porzione superiore destra, dove si congiunge all’abitazione adiacente, il muro di facciata presenta impresse sull’intonaco tracce di una decorazione a specchiature rettangolari, probabilmente da riferirsi alla presenza di un soprastante campaniletto a vela, documentato nel sec.XVII e poi demolito.

L’interno La navata centrale della chiesa comunica con le due laterali mediante quattro arcate a tutto sesto su ogni lato, sorrette da massicci pilastri in muratura a base quadrangolare. L’assenza di basi e di capitelli, così come di qualunque altro elemento plastico decorativo, conferisce all’insieme un carattere di rude e severa semplicità. Due sono però le incongruenze che immediatamente si impongono all’osservatore. Innanzitutto, alzando lo sguardo verso la copertura a capriate, si nota la netta interruzione delle murature e delle lesene dei pilastri della navata centrale in corrispondenza di una sottile cornice in mattoni a circa due metri sotto il soffitto, al di sopra della quale scompaiono le lesene e le mura stesse si fanno più sottili e più regolari nella loro verticalità. Come si è detto tutta la parte superiore della navata centrale con la relativa copertura, infatti, ha subìto una ricostruzione in età gotica, ben visibile anche dall’esterno. La seconda incongruenza è data dalla diversa struttura dei pilastri. Mentre infatti i tre del lato destro presentano tutti una struttura a fascio, che sembra predisposta in vista della costruzione di archi trasversali e di volte a crociera, sul lato sinistro tale struttura manca totalmente ai primi due ed è presente soltanto nell’ultimo. Pare logico dover concludere, col Verzone, che in una prima fase la costruzione fu prevista con vol17


te a crociera, mentre (probabilmente dopo un’interruzione) essa fu poi condotta a termine in forma più semplice, rinunciando alle volte in favore di una soluzione tecnicamente meno impegnativa e finanziariamente meno costosa, come una soffittatura in legno o addirittura il tetto a vista. Le due navatelle laterali si presentano coperte in gran parte da volte di epoca barocca, ma già Paolo Verzone aveva individuato quella dell’ultima campata della navatella Sud come un esempio fra i più precoci di volta a crociera nell’Italia San Pietro in Castello, abside centrale, affreschi del tamburo settentrionale, risalente ai primi decenni del (sec.XII): tre Apostoli secolo XI. Va infine rilevata l’irregolarità evidente nella pianta dell’edificio sacro: il fianco della navatella meridionale, infatti, a partire dall’arco fra la seconda e la terza campata, diverge notevolmente verso l’esterno (la stessa navatella, che ha una larghezza di m 1,82 all’interno della facciata, è larga m 2,61 all’attacco dell’absidìola). È difficile spiegare le ragioni di tale irregolarità: essa può dipendere da condizionamenti del terreno o dovuti ad edifici già presenti a lato della chiesa, o ancora potrebbe spiegarsi ipotizzando che le due ultime campate e l’absidìola della navatella Sud costituissero un oratorio incorporato poi nella chiesa a tre navate in costruzione. Certamente non sembra dovuto a pura e semplice imperizia dei costruttori. Va ricordato che, in genere, la pianta delle chiese romaniche evita volutamente l’assoluta regolarità e la perfezione, considerate qualità che distinguono la divinità, perciò non usurpabili dall’uomo. Abstract 10: San Pietro church presents three naves and three apses directed eastwards of which only the central one has remained uncontaminated, maintaining its pilaster strips and Romanesquestyle blind decorative arcades. The upper part of the central nave was raised during the 13th14th centuries. The naves are divided by groined arches held up by imposing pillars: some of them seem to have been built to support the lancet vaults which were supposed to decorate the central nave (although they were never built). The only original 11th-century vault to have survived is the one in the last span of the southern nave which presents a peculiar direction in comparison to the church’s axe, probably because it belongs to an earlier chapel which was incorporated into the church.



LE DIMENSIONI INTERNE DEL SAN PIETRO Lunghezza delle navate (absidi escluse): m 14.50 Larghezza totale lungo il muro di facciata: m 10.45 Larghezza totale lungo il lato absidale: m 11.40 Diametro dell’abside maggiore: m 4.20 Profondità dell’abside maggiore: m 2.50 Diametro delle absidi minori: m 2.60

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I VALORI SIMBOLICI E SPIRITUALI DELLO SPAZIO SACRO DEL SAN PIETRO

Gli edifici sacri in ogni civiltà (dalla ziqqurat mesopotamica al tempio classico, dalla pagoda orientale alla chiesa cristiana) assumono un significato ‘cosmico’, cioè rimandano colla loro struttura architettonica alla struttura mitica del cosmo. Questo è vero in particolare per la chiesa romanica, nella quale si fondono forme geometriche, volumi e rimandi numerici di valore simbolico e di significato spirituale. Le due forme geometriche di base sono il quadrato ed il cerchio, dalle quali nascono i volumi del cubo (o del parallelepipedo) e della sfera (o del cilindro). Il primo simboleggia la dimensione terrestre (basti pensare alle quattro stagioni dell’anno o alle quattro direzioni cardinali dello spazio), mentre la seconda allude a quella celeste (l’orizzonte come linea curva apparentemente infinita, o l’universo come sfera). In una chiesa romanica esse generano rispettivamente le navate (che nelle loro strutture ortogonali ospitano i fedeli che vivono ‘nel mondo’) e le absidi, semicilindriche e coronate da volte a quarto di sfera (sede dell’altare su cui si celebra il sacrificio divino e universale della Messa). L’intera struttura è poi ‘orientata’, ossia edificata in modo da avere verso Oriente le absidi e gli altari e da guidare in quella direzione lo sguardo dei fedeli: è evidente in questo il simbolismo sacro della luce, immagine di Dio, in particolare del Cristo lux mundi. Accanto a forme e volumi, anche i numeri, per antica tradizione risalente almeno a Pitagora di Samo, comunicavano all’uomo medievale forti valori simbolici. Al quadrato può corrispondere il numero 4 (quello dei suoi lati), al cerchio il numero 3 (equivalente più o meno al coefficiente necessario per ottenere dalla misura del diametro quella della circonferenza): se il 4 allude ancora alla vita terrestre (è il numero degli elementi fondamentali, aria acqua terra fuoco, ma anche degli Evangelisti che annunciano sulla terra il messaggio cristiano), il 3 si riferisce alla divinità e al mondo spirituale (le tre virtù teologali, le tre persone della Trinità cristiana). Sant’Agostino scrive che ‘il numero ternario è in relazione con l’anima, quello quaternario col corpo’. Tre sono le navate della basilica romanica, e generalmente (come nel San Pietro di Carpignano) quattro le campate di ciascuna: la somma dei due numeri (che dà 7) o il loro prodotto (che è 12) designano in vari modi ‘l’unione dell’anima e del corpo nella creatura umana oppure la Chiesa universale’ (Beigbeder).

11 - Gli affreschi dell’abside maggiore I restauri condotti negli anni ’90 del secolo scorso sotto la guida della Soprintendenza regionale ai Beni Artistici, hanno permesso la riscoperta e la valorizzazione dello splendido ciclo affrescato dell’abside maggiore, oltre che di altri brani pittorici presenti in altri punti della chiesa. Il grandioso insieme dell’abside maggiore (studiato puntualmente da Maria Laura Gavazzoli, che ne ha proposto una datazione agli anni 1140-1159) si presenta articolato in tre fasce sovrapposte, distinte ma nello stesso tempo continue fra loro. I soggetti rappresenSan Pietro in Castello, abside centrale, velario (sec.XII): combattimento tra il nobile e la fiera 19


San Pietro in Castello, abside centrale, velario (sec.XII): testina di satiro

tati riflettono solo parzialmente i temi più abituali nella decorazione delle zone absidali di chiese romaniche, dove di norma si vedono la gloria di Cristo in trono, i quattro esseri viventi o tetramorfo (leone, toro, uomo e aquila, simboleggianti gli Evangelisti) alla sua base, profeti ed angeli, infine gli Apostoli. Qui, infatti, il Cristo seduto su di un trono ornato di gemme e pietre preziose non è affiancato dal tetramorfo, ma da altre figure; non compaiono le gerarchie angeliche né i profeti dell’Antico Testamento; vi è però il collegio degli Apostoli nella fascia centrale. Nella presente sintetica illustrazione ci si soffermerà sugli aspetti fondamentali legati ai soggetti raffigurati e alla loro interpretazione, rinviando allo studio di Maria Laura Gavazzoli chi fosse interessato a maggiori e più puntuali approfondimenti.

Il catino absidale e il sottarco La zona superiore, nel semicatino, si impone per la maestà e la solennità delle figure rappresentate, le cui dimensioni sono superiori al naturale. Su di uno sfondo azzurro di lapislazzulo si staglia al centro il Cristo (di proporzioni ancora più grandi rispetto alle altre figure) seduto su di un ricco trono marmoreo intarsiato di pietre dure; ai suoi lati un vegliardo rivestito di una classica toga candida e una figura femminile avvolta da un ampio mantello (il maphorion) che le copre il capo, le spalle e le braccia tese verso il Cristo. Se il vegliardo è immediatamente riconoscibile come san Pietro, grazie anche alle due chiavi che tiene nella mano destra, la figura femminile è interpretabile come personificazione della Chiesa, attraverso l’immagine della Sposa di cui parla il biblico Cantico dei Cantici. Sono d’aiuto, in queste identificazioni, anche le parti ancora leggibili della scritta che corre sulla cornice rossastra sottostante e che occupa alcune zone dello sfondo. La scena rappresentata è con molta probabilità la restituzione, alla fine dei tempi, della chiavi e della Chiesa stessa (santa e immacolata, come afferma san Paolo nella lettera agli Efesini) da Pietro (suo custode e patrono per volontà divina) a Cristo (suo fondatore e capo), e non la consegna delle chiavi da Cristo a Pietro (che sarà la più consueta nell’arte dei secoli seguenti). Il sottarco dell’abside maggiore raffigura una scena marina: nella parte Sud (destra per chi guarda) si vedono alcune figure di animali fantastici (nei cui corpi si fondono parti di mammiferi e felini con parti di pesci e crostacei) e un barcaiolo intento a condurre con un lungo remo una piccola imbarcazione; nella parte opposta (Nord, a sinistra per l’osservatore) compaiono invece, alternati con una sirena bicaudata e un pescatore armato di fiocina, pesci e crostacei dall’aspetto più naturalistico. Ad entrambe le estremità dell’arco sono dipinti due bassi e larghi recipienti a forma di càntaro, dai quali illusionisticamente scaturiscono le acque marine e le figure in esse contenute. È perduta la parte più alta della fascia, al centro dell’arco. Problematica risulta l’interpretazione della scena: è forse allusiva al giudizio finale, se si considera che alla destra del Cristo in trono dell’abside compaiono animali marini veri e credibili e alla sua sinistra animali di aspetto mostruoso, i quali starebbero a significare rispettivamente i pesci buoni e i pesci cattivi, ossia i salvati e i dannati. Al di sopra dell’abside centrale sulla parete si intravvedono resti di affreschi, danneggiati dall’apertura delle due finestre circolari e da cadute di intonaco, che fanno pensare ad una scena di adorazione: vi erano forse rappresentati due angeli ai lati di una croce centrale. Ugualmente frammentari e non più interpretabili sono gli affreschi che occupavano le due pareti della campata antistante l’abside, al di sopra degli archi laterali. Alla parete destra era forse rappresentata la scena del martirio di Pietro e Paolo. 20


San Pietro in Castello, navata centrale, terza campata: Annunciazione (fine sec.XIV inizio sec.XV)

Gli Apostoli Tornando all’abside maggiore, la fascia mediana degli affreschi presenta invece la teoria degli Apostoli. Ne sono visibili interamente soltanto nove. L’ampliamento delle finestre e l’apertura della porta nella parete, tuttavia, hanno causato la distruzione probabilmente di una sola figura, perciò originariamente dovevano essere soltanto dieci, e non dodici come nella tradizione più diffusa. Tra di loro si riconoscono con sicurezza al centro Pietro e Paolo, che tengono fra le mani e mostrano ai fedeli una croce argentea, simbolo della salvezza, nel gesto di una ostensione solenne. Presso Pietro, l’apostolo dai tratti giovanili è forse Giovanni. Particolare è il modo di rappresentare i volti, profondamente espressivi, con sguardi penetranti e lineamenti fortemente marcati da rapide e sicure lumeggiature bianche. Catturano l’attenzione anche le barbe di alcuni dei personaggi rappresentati, divise in ciocche più o meno sottili (come in Pietro e Paolo) secondo modelli di origine bizantina, oppure lunga e avvolta a spirale da un nastro di perle (come nell’apostolo presso la finestrella di destra, il cui modello pittorico è per ora difficile da individuare, forse orientale, o forse normanno o franco). Alcuni fra gli apostoli di Carpignano tengono in mano un rotolo, segno della loro missione di ammaestrare le genti; altri, come Pietro e Paolo, alzano la mano destra aperta, tenendone il palmo rivolto in avanti, in segno di vittoria sulla morte; quelli delle due zone più esterne, invece, tendono le loro mani verso il centro della conca absidale, guidando gli sguardi del fedele verso i tre centrali (Pietro, Paolo e Giovanni) e soprattutto convogliandoli sulla croce mostrata dai due capi del collegio apostolico.

Il velario inferiore La sezione più bassa, la più danneggiata, conteneva la rappresentazione di un velario, ossia di un finto tessuto drappeggiato a rivestire idealmente la parete. Si sono conservati ampi tratti del bordo superiore, ornato da motivi vegetali, ma gravemente frammentarie sono le scene che erano rappresentate a monocromo sul velo. Da sinistra si riconoscono la testa di un rapace, un guerriero rivestito di lunga tunica che respinge con spada e scudo l’assalto di una fiera (per cui si veda il box a pagina 22), le gambe e il tronco di un uomo irsuto (o di una scimmia?) seduto su di un alto cippo e, di fronte ad esso, una testina quasi caricaturale.

Un’interpretazione del ciclo absidale Il significato generale dei soggetti rappresentati nell’abside maggiore è abbastanza chiaro: scene di vita ‘terrestre’ in basso; al centro gli Apostoli, uomini chiamati ad essere annunciatori della buona novella evangelica, quindi ad essere intermediari fra la terra ed il cielo; in alto la visione celeste con 21


San Pietro in Castello, navata centrale, terza campata, sottarco: S.Antonio Abate (fine sec.XIV – inizio sec.XV)

il ritorno della Chiesa al suo fondatore alla fine dei tempi. L’insieme, tuttavia, si presta anche ad una lettura più vicina al clima culturale ed ecclesiologico che caratterizza le fasi avanzate della ‘riforma gregoriana’ della Chiesa e della ‘lotta per le investiture’, tra gli ultimi decenni del secolo XI e la prima metà del XII. L’idea infatti di una chiesa sottoposta unicamente a Cristo rex regum, re dei re (come recita l’iscrizione frammentaria dell’affresco), che ha in Pietro il suo patronus e si personifica nell’immagine femminile della ecclesia mater, è infatti in armonia con i contenuti ideologici e con i temi iconografici che si diffondono da Roma ad altre aree della cristianità durante il pontificato dei successori di Gregorio VII e più in particolare dal 1120 circa. San Pietro di Carpignano fu una ecclesia iuris beati Petri, ossia soggetta immediatamente alla giurisdizione papale, sino al 1140-1141, nel periodo di più intensa diffusione degli ideali della riforma, prima di divenire possesso cluniacense. L’alta qualità degli affreschi suggerisce una committenza di alto livello e con possibilità economiche non lievi, che è più facile immaginare legata alla curia pontificia e all’ambiente culturale della riforma gregoriana, che non al priorato di Castelletto Cervo del quale il complesso di Carpignano costituiva una dipendenza. Gli studi svolti da Maria Laura Gavazzoli hanno proposto di datare il ciclo affrescato dell’abside maggiore agli anni 1140-1159, ma non è da escludersi categoricamente la possibilità di anticipare di qualche decennio tale datazione, anteriormente alla donazione a Cluny del 1140-1141.

IL COMBATTIMENTO TRA IL GUERRIERO E LA FIERA



Tra i pochi resti affrescati del velario, uno dei più completi è quello raffigurante un uomo armato che fronteggia l’assalto di una fiera. È stato opportunamente messo in risalto (da M.L.Gavazzoli) il legame iconografico tra questo soggetto e quello di una miniatura all’interno di un codice contenente un commento al libro di Giobbe, eseguito a Citeaux aux attorno al 1120 per volere dell’abate Stefano Harding (1098-1134). La figura dell’uomo omo d’arme, in particolare, più che come allegoria del combattimento del Bene contro il Male, è stata interpre interpretata come un riferimento bonariamente ironico all’ambiente cortese e ai suoi vizi, dai quali il mon monaco definitivamente si separa. È anche interessante notare come questo soggetto to trovi rispondenza in uno scritto di san Bernardo militi (‘Elogio della ella nuova milizia’) scritto poco dopo il 1130 per di Chiaravalle, il De laude novaee militiae affermare un nuovo modello di cavaliere al servizio della religione cristiana, alternativo a quello laico più violento. In esso san Bernardo rdo descrive satiricamente il cavaliere secolare come fornito di zazzera come le donne, vestito di tuniche che lunghe e vaporose con ampie maniche avvolgen avvolgenti e lunghe calzature appuntite, animato da frenesia di vanagloria e da brama di ricchezze tterrene. Il nuovo cavaliere, per il santo cistercense, si identificava con il Templare, la cui regola (forse anch’essa opera di san Bernardo) bandiva del tutto le pratiche mondane della caccia e della falconeria: non è forse casuale che nel velario di Carpignano, accanto alla scena dell’uomo armato olo falco, resto di un’altra raffigurazione perduta e della fiera, si intravveda un piccolo perduta.

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Abstract 11: The frescoes which decorate the central nave have been dated 1140-1159. They depict Jesus on throne between Peter (handing back to him the keys of the church) and a female presence incarnating the Church; the Apostles appear in the middle band, around Peter and Paul holding a cross and John; below the remains of a drapery proposing profane scenes. The excellent-quality frescoes recall the paintings and mosaics which adorn the basilicas in Rome and Ravenna as well as the art of central Europe (Renania and Burgundy). They might have been painted after the edifice’s donation to Cluny in 1140 or even a few years earlier, when it still belonged to the Roman Catholic Church.

12 - Gli affreschi delle navate L’absidìola Nord Il programma decorativo realizzato in San Pietro durante il secolo XII si estese all’abside maggiore, alla campata antistante ad essa e all’abside della navatella Nord. Mentre però, come si è visto, gli affreschi della campata sono andati pressochè totalmente distrutti, quelli dell’absidìola settentrionale ci sono pervenuti gravemente danneggiati dal trascorrere del tempo, tanto da essere oggi leggibili solo con molta difficoltà. Anche qui si ripropone la ripartizione in tre fasce sovrapposte come nell’abside maggiore: il catino raffigurava un Cristo in trono affiancato da due personaggi, la fascia del tamburo presentava una teoria di santi aureolati, infine lo zoccolo era ricoperto da un velario sul quale si riconoscono l’immagine di un quadrupede (forse un vitello) e una testina scimmiesca. A differenza del velario dell’abside maggiore, realizzato a monocromo, quello dell’absidìola Nord era invece policromo.

La navatella Nord Nelle navate, come frequentemente si verificava nelle chiese medievali, la decorazione pittorica si sviluppava per iniziativa di committenti privati e con finalità non più dogmatiche o ecclesiologiche, ma devozionali e votive. Sul terzo pilastro della navata, sul lato rivolto alla parete d’ingresso, resta gran parte della figura di un san Giovanni Battista, col cartiglio recante l’iscrizione Ecce Agnus Dei qui tollit peccata mundi, risalente al secolo XV.Nella seconda campata della navatella è visibile un affresco assai deteriorato racchiuso in una cornice a fascia bicolore, rossa e bianca, databile alla seconda metà del secolo XV. Sulla destra appare la figura in piedi di un santo che veste un mantello fino al ginocchio, tiene in capo un cappello dalla larga tesa e si appoggia ad un lungo bastone: questi particolari, e soprattutto il cagnolino accoccolato ai suoi piedi, lo fanno riconoscere come san Rocco. Di fronte a lui stanno alcune figure di devoti o di pellegrini. Lo sfondo è costituito da un paesaggio collinare e montano, con edifici turriti ed una chiesa sparsi sulle alture. La presenza di un bovino, in alto a sinistra sulle colline, suggerisce che il santo fosse invocato anche contro le epizoozie. San Pietro in Castello, navata centrale, terza campata, sottarco: S.Dorotea (fine sec.XIV – inizio sec.XV) 23


La navatella Sud Nell’absidìola meridionale gli unici frammenti di decorazione, presso la finestrella quadrata, appartengono ad affreschi di scuola novarese della fine del ‘400: a destra dell’apertura vi sono tracce della raffigurazione di un santo in abito benedettino, mentre a sinistra i pochi resti dipinti potrebbero appartenere ad una Madonna in trono.

L’Annunciazione Nella terza campata della navata centrale, al di sopra dell’arco, si trova un affresco rappresentante l’Annunciazione, realizzato da un ignoto pittore lombardo-piemontese, tra la fine del ‘300 e gli inizi del ‘400. Si tratta di una delle poche testimonianze pittoriche novaresi risalenti a quell’epoca. Conclusa in alto da una cornice dipinta che simula una raffinata tarsìa marmorea, la scena è distribuita ai due lati dell’arco secondo l’iconografia tradizionale: a sinistra l’arcangelo Gabriele annunciante, con un ramo d’olivo fra le mani; a destra la Vergine annunciata, inginocchiata davanti ad un leggio su cui è aperto un codice recante le parole Ecce ancilla Domini, ‘ecco l’ancella del Signore’; altri due voluminosi codici sono appoggiati sulla pedana lignea del reggilibro. Non comune nella tradizione figurativa è invece, sopra il centro dell’arco entro una lunetta, la figura dell’Eterno Padre (dalla fisionomia insolitamente giovanile) affiancata da angeli e rivolta verso la Vergine. La raffigurazione unisce tratti di ricercatezza gotico-cortese (i colori e i panneggi dei ricchi abiti, il drappo d’ermellino appeso dietro la figura della Vergine, le cromìe delle ali dell’angelo, la gestualità elegante, la gentilezza dei volti, la bionda pettinatura della Madonna impreziosita da un nastro) a tratti di immediatezza decisamente più popolaresca e comunicativa: si noti, a questo proposito, la sottile linea tratteggiata che va dalle mani dell’Eterno Padre alla colomba dello Spirito Santo presso il volto di Maria, quasi la traiettoria seguita dal volatile per raggiungere l’orecchio della Vergine, al quale sussurrare l’annuncio della sua futura maternità divina. O, ancora, l’atteggiamento degli angeli, ritratti a braccia conserte, come curiosi e in attesa di verificare se l’annuncio stesso avrà buon esito. Non manca neppure l’attenzione per i particolari realistici, come le venature del legno del leggio e della pedana, o addirittura iperrealistici e quasi meta-pittorici, come i due anelli che sospendono il drappo d’ermellino alla cornice esterna superiore della scena, o il piede dell’arcangelo che sfora la scena per appoggiarsi alla cornice rossa, bianca e nera dell’arco. Al di sotto dell’arcata, sui lati interni dei due pilastri, sono raffigurati sant’Antonio abate (a sinistra) e santa Dorotea (a destra), entrambi protettori delle attività agricole e legate all’allevamento. Al primo pilastro destro della navata, infine, campeggia la figura di santa Caterina da Siena, opera quasi certamente di un pittore della cerchia di Tommaso Cagnoli, attivo nel Novarese negli ultimi decenni del ‘400. L’immagine della santa senese, che regge in mano un cuore per indicare lo scambio che ebbe col cuore di Cristo, è una eco diretta della diffusione della predicazione dei domenicani nel territorio della diocesi novarese.

Abstract 12: The frescoes in the northern apse (12th century) have partially gone lost. The third arch on the right of the central nave is decorated with a Gothic-court style Annunciation, attributed to a Lombard-Piedmont artist (late 14th-early 15th century). Below one can admire the Saints Antony the Abbot and Dorothy, invoked to protect the animals and the agricultural products. The third northern pilaster presents Saint John the Baptist (15th century), the second southern pilaster Saint Catherine of Siena (late 15th century), the second northern span Saint Rocco, invoked against plague and diseases, standing among the faithful (15th century, severely damaged). 24




I SANTI IN SOCCORSO DELLA VITA QUOTIDIANA

La raffigurazioni votive dei santi all’interno della chiesa di San Pietro, così come universalmente nella pittura cristiana, riflettono le devozioni individuali dei committenti e le attese della comunità. Al mondo agricolo e all’economia basata sul lavoro dei campi e l’allevamento degli animali fanno riferimento i culti a sant’Antonio abate e a santa Dorotea. Il primo, ricordato il 17 gennaio, anacoreta egiziano vissuto tra III e IV secolo, riconoscibile qui dall’abito monastico e dal bastone da cui pende una campanella, era comunemente invocato per ottenere la protezione divina sugli animali di allevamento, in particolare i suini e i bovini. Probabilmente anche ai piedi di questo affresco, dove ora l’intonaco è caduto, si vedeva un tempo l’immagine di un porcellino. Questo animale poteva simboleggiare il demonio tentatore, sconfitto da Antonio, ma anche alludere al fatto che i monaci antoniani godevano del privilegio di allevare liberamente maiali di cui utilizzavano il grasso nella preparazione di un unguento contro il cosiddetto ‘fuoco di Sant’Antonio’, l’herpes zoster, assai diffuso nel medioevo. Alla seconda invece, una martire del IV secolo, si chiedeva di vegliare sui prodotti di giardini e frutteti. La santa reca fra le mani un piccolo cesto di vimini, forse contenente le rose e le mele che, come narra un’antica leggenda, le furono offerti da un bambino apparsole durante il martirio: la santa, allora, chiese al bambino di porgerli a Teòfilo, un filosofo che l’aveva dileggiata poco prima chiedendole alcune rose e mele del giardino del suo sposo (cioè di Cristo). Stupefatto dal gesto (si era infatti nel mese di febbraio, quando né rose né mele potevano esserci nei giardini), Teòfilo si convertì al cristianesimo e subì il martirio insieme a Dorotea. Tragedie collettive come le frequenti epidemie (spesso, ma non esclusivamente, di peste), che nei secoli passati colpivano gli esseri umani a motivo dell’alimentazione povera e dell’igiene primitiva, decimando intere comunità, riecheggiano nella devozione a san Rocco. Il giovane pellegrino di origini francesi, morto forse in Lombardia nella seconda metà del ‘300 di ritorno da un viaggio a Roma, durante il quale secondo la tradizione si era prodigato per assistere gli appestati incontrati, prese ben presto il posto dell’antico martire Sebastiano come santo ausiliatore contro la peste. Soprattutto a partire dal ‘400, infatti, il culto di san Rocco si diffuse capillarmente in ogni località dell’Occidente cristiano: non vi è forse città né villaggio in cui non sorgano una chiesa, una cappella votiva, o almeno un altare a lui dedicati. Nel Novarese il suo culto, già presente nel secolo XV (come documentano diversi affreschi, tra cui il nostro), ebbe impulso particolarmente a partire dalla fine del secolo XV e raggiunse il suo apice nel ‘600 (con la peste degli anni 1629-1631).

TESTIMONIANZE DEL CULTO DI SAN ROCCO A CARPIGNANO

A Carpignano già alla metà del ‘500 esisteva la cappella campestre dedicata a san Rocco, situata in fondo a quella che è oggi la via omonima. Essa fu ristrutturata nella seconda metà dell’800 in segno di ringraziamento per aver evitato le gravi conseguenze dell’epidemia di colera del 1853 e decorata con affreschi del pittore Giovanni Zanolo di Varallo. Nell’antica chiesa parrocchiale, invece, nel pieno della pestilenza del 1631 la comunità fece voto di erigere un altare dedicato ai santi Rocco e Sebastiano e di festeggiare le ricorrenze annuali dei due santi il 20 gennaio e il 16 agosto. Costruita l’attuale parrocchiale nel ‘700, ai due santi e in unione a san Carlo e a sant’Olivo, fu dedicato l’altare del transetto destro, dove campeggia una grande tela del milanese Francesco Bianchi (anno 1743) che li raffigura.

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13 - Il castello Col nome di castello si indica da secoli a Carpignano la porzione del centro abitato che ne costituisce il nucleo storicamente più antico. Fino al secolo XIX era circondato da un fossato (di cui restano il ricordo e parzialmente il tracciato nella Via della Fossa) ed aveva un unico ingresso, vigilato da un torrione e munito di ponte levatoio, verso Piazza Marconi. Oggi il torrione è scomparso ed il fossato è da tempo interrato, ma il castello ha mantenuto la sua antica conformazione pressochè circolare. Scomparsa è anche la fortificazione detta del Rivellino, che difendeva la porta e occupava l’area della tettoia metallica, costruita nel 1905 su Piazza Marconi per servire al mercato dei bozzoli e dei bachi da seta. Su questa stessa piazza, a destra dell’accesso al castello, si affaccia l’edificio sede della Biblioteca Comunale, che fa parte del complesso dell’antico palatium castri, ossia la residenza signorile che affiancò e sostituì il primitivo dongione. All’ultimo piano, sotto la falda del tetto, si vedono le aperture arcuate dell’antico camminamento, ricavate tra i merli: questo assetto risale probabilmente alle ricostruzioni autorizzate da Filippo Maria Visconti nel 1421. L’accesso principale da Piazza Marconi introduce alla Via Castello, che attraversa in leggera salita tutta la fortificazione ed è fiancheggiata da edifici che tavolta hanno mantenuto il loro antico aspetto, talaltra sono stati invece ricostruiti o ristrutturati in forme moderne. La via divide anche l’area del castello in due parti ben distinte: quella settentrionale (anticamente comunitaria, poi frazionata in proprietà private) e quella meridionale (che contiene la chiesa di San Pietro e gli edifici della grangia monastica che furono per secoli proprietà dei cluniacensi di Castelletto Cervo). Il primo vicolo a destra immette in un piccolo slargo su cui si affacciano case medievali che dovevano far parte del dongione, cioè la residenza signorile fortificata munita di torrione la cui base è identificabile nell’edificio all’angolo Nord-Est del castello (visibile anche da Via della Fossa). Su questo slargo dà anche una delle due facciate della casa che ospitò l’atelier del pittore Giuseppe Ajmone (1923 - 2005), nativo di Carpignano; la casa è abbellita da due grandi finestre a sesto acuto con cornici in cotto lavorato.

La Cantina del Torchio Tornati sulla via centrale, si incontra a destra la Cantina del Torchio. Al suo interno è collocato il monumentale torchio a peso, o a sistema latino, realizzato nel 1575 con un tronco d’albero (forse olmo) della lunghezza di circa 13 metri, utilizzato fino ai primi del ‘900 per la produzione di vino e ancor oggi perfettamente conservato. Appartenne inizialmente alla famiglia Ferrari, dalla quale fu ceduto alla famiglia Pinzio, i cui eredi Perego ne ebbero la proprietà fino al 1968. Attualmente l’edificio è di proprietà comunale, mentre il torchio ligneo appartiene alla Casa di Riposo Perego Pinzio Lavagetto di Carpignano. L’antichità, lo stato di conservazione e le dimen-

Castello, scorcio di Via Castello 26


sioni eccezionali ne fanno uno degli esemplari più importanti e pregevoli di questo tipo di manufatti nel Piemonte. Nello stesso ambiente sono esposti anche attrezzi per la vinificazione e alcune grandi botti dell’800.

La Piazzetta della Credenza Lungo il lato destro di Vicolo Castelfidardo, subito dopo la Cantina del Torchio, si può vedere un’interessante serie di case tardomedievali (oggi adibite a cantine e magazzini) in ciottoli e laterizi, costituite ciascuna da un ambiente a piano terreno con portoncino ad arco, da una camera al primo piano (accessibile anticamente tramite scala e ballatoio in legno esterni) e da un solaio al sottotetto (spesso aggiunto successivamente). Proseguendo ancora sulla Via Castello si incontra a destra la minuscola Piazzetta della Credenza, che deve il suo nome alla Casa della Credenza, ossia la sede medievale del Consiglio Comunale, che vi sorgeva e che purtroppo fu avventatamente demolita negli anni 1960. Abstract 13: Until the 19th century it was surrounded by a moat and it was equipped with a tower (which was later demolished) and a drawbridge. The edifice which rises on the right of the entrance, on Piazza Marconi, was reconstructed in 1421, authorized by the duke of Milan, Filippo Maria Visconti. Along its internal alleys rise 15th and 16th century buildings built with stones, some of which present windows decorated with terracotta motifs. Halfway of the central road stands the Cantina del Torchio (Press Cellar) housing a monumental press built in 1575 with a 13-metre tree trunk. It is one of the biggest and oldest samples in Piedmont. Further on one can visit the small Piazzetta della Credenza where once the medieval Town hall building stood.

14 - Le altre chiese di Carpignano legate a Cluny La bolla papale del 1184 elencava, fra le chiese di Carpignano soggette al priorato di Castelletto, anche la chiesa del villaggio (la futura parrocchiale dell’Assunta) e le chiese di Santa Maria de Olgieto e di Sant’Agata de Messa. Tutte e tre esistono ancora, sebbene trasformate nel tempo. La parrocchiale dell’Assunta Della chiesa medievale a tre navate, distrutta nel 1729, rimangono soltanto alcuni capitelli in pietra di stile romanico, conservati negli edifici annes-

Castello, scorcio di Via Castello 27


si alla casa parrocchiale. Il campanile attuale è degli ultimi anni del ‘500, ma interamente ricostruito dall’orologio in su nel 1877. La chiesa attuale fu costruita a più riprese tra il 1718 e il 1756 su progetto dell’architetto valsesiano Carlo Zaninetti di Breia (frazione di Cellio, VC), ad aula unica con quattro cappelle laterali. Tra gli arredi e le opere d’arte dell’interno, alcuni meritano segnalazione. Al primo altare di sinistra si vede una tela raffigurante le Anime del Purgatorio, opera di Lorenzo Peracino da Cellio dipinta nel 1771: tra i santi rappresentati al centro, il primo da sinistra è Sant’Odilone, l’abate di Cluny che nell’anno 999 istituì la ricorrenza della commemorazione dei defunti il 2 novembre. L’altare di fronte accoglie invece un Crocifisso ligneo eseguito alla fine del ‘500 per ordine del vescovo novarese Carlo Bescapè, già venerato nell’antica parrocchiale. Al secondo altare di sinistra si trova una statua della Madonna del Rosario, scolpita nel 1649 da Bartolomeo Tiberino di Arona, mentre il secondo altare destro ha come pala la grande tela di Francesco Bianchi (1743) raffigurante i Santi Olivo, Carlo, Rocco e Sebastiano, protettori particolari della parrocchia. Nel coro troneggia la grande tela con l’Assunzione della Vergine, eseguita nel 1752 da Lorenzo Peracino. L’affresco della cupola (Il trionfo della Croce adorata da Sant’Elena, anno 1756) è opera di Antonio Orgiazzi da Varallo, mentre i quattro grandi affreschi alle pareti del presbiterio e del coro (Le nozze di Cana, L’Immacolata, La Pentecoste e Il Calvario) furono eseguiti nel 1931 dal torinese Luigi Morgari. Al lato destro della chiesa è addossata la cappella sopraelevata dello scurolo di Sant’Olivo Martire, progettata da Ercole Marietti di Galliate e terminata nel 1905, cui si accede dalla seconda cappella destra.

Santa Maria di Lebbia L’antica ecclesia Sanctae Mariae de Olgieto, oggi dedicata alla Madonna del Carmine, è situata a circa un kilometro a Nord del paese, lungo la strada Biandrina che porta a Ghemme. Nelle condizione attuali è un oratorio di forme tardogotiche, probabilmente ricostruito tra ‘300 e ‘400. All’interno affiorano affreschi quattrocenteschi, tra cui una Cena degli Apostoli nell’abside e San Francesco che riceve le stimmate su una parete della navata. L’altare in stucco è del 1680.

Sant’Agata Il piccolo oratorio ad Ovest del paese era un tempo in prossimità del guado sul fiume Sesia verso Ghislarengo. La costruzione attuale è l’ampliamento, realizzato nel 1791, di un più piccolo edificio sacro per lo meno quattrocentesco. All’interno si segnala unicamente l’affresco sopra l’altare (Il Crocifisso e le Sante Agata ed Apollonia) Castello, case del secolo XV su Vicolo Castelfidardo

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Castello, casa del secolo XV con finestra gotica in cotto


Castello, particolare di un portale (sec.XVII?)

Castello, particolare di un portale (sec.XV)

eseguito nel 1796 da Luigi Arcardini di Nibbiola. Attorno all’oratorio si costruì nel 1630 il lazzaretto per gli appestati, che servì ancora per l’epidemia di colera alla metà dell’800. Abstract 14: The parish and the churches S. Maria de Olgieto (today knows as Lebbia) and S. Agata also depended on Cluny. The parish church was built in the 1700’s and it collects some canvases attributed to local artists: The Purgatory’s souls on the first altar on the left and the Assumption of the Virgin in the choir, both painted by Lorenzo Peracino and the Saints Charles, Sebastian, Rocco and Olivo on the second altar on the right by Francesco Bianchi. The dome was painted with frescoes by Antonio Orgiazzi from Varallo Sesia in 1756 with the Triumph of the Cross. In S. Maria di Lebbia countryside church one can still admire fragments of 15th-century frescoes inside the choir. In S. Agata oratory the altar is decorated with a fresco by Luigi Arcardini (Crucifixion). Castello, particolare di un portale (sec.XV) Oratorio di Santa Maria di Lebbia, Cena degli Apostoli (sec.XV), part.

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 L’ASSOCIAZIONE AMICI DEL SAN PIETRO DI CARPIGNANO SESIA

L’Associazione si è costituita nel settembre 2009 con lo scopo di valorizzare, con tutte le iniziative ritenute opportune, la conoscenza della chiesa di San Pietro in Castello di Carpignano Sesia ed il patrimonio artistico, storico e culturale che essa rappresenta, renderla fruibile ai visitatori attraverso aperture periodiche e visite guidate, inserirla in un circuito culturale e turistico internazionale (Statuto, art.3). Quest’ultimo scopo è stato raggiunto ottenendo l’adesione del Comune di Carpignano Sesia, proprietario della chiesa di San Pietro, alla Fédération Européenne Sites Clunisiens, con sede a Cluny, di cui pure l’Associazione fa parte fin dalla sua costituzione. L’Associazione non ha scopi di lucro, gli aderenti prestano volontariamente la loro opera e si propongono di lavorare in accordo con gli enti locali, le istituzioni culturali e morali ed i privati per l’ottenimento degli scopi statutari. e-mail: amicidelsanpietro@gmail.com - sito web: amicidelsanpietro.wordpress.com Abstract: Since 2009 the Amici del San Pietro di Carpignano Sesia Association has worked on popularising and enhancing the San Pietro Romanesque church and its frescoes. The Association is member of the Fédération Européenne Sites Clunisiens, seated in Cluny. It is a non-profit making association which collaborates with the local cultural institutions and authorities.

LA FÉDÉRATION EUROPÉENNE DES SITES CLUNISIENS

Fondata nel 1994 a Cluny col nome di Fédération des Sites Clunisiens, ha assunto nel 2010 la denominazione attuale. Si propone di far conoscere e valorizzare lo straordinario patrimonio costituito dalle centinaia di fondazioni sparse sul territorio europeo che nei secoli scorsi fecero parte dell’ordine cluniacense. Si avvale delle competenze di studiosi riconosciuti e di ricercatori universitari, nonché della partecipazione diretta dei comuni sul cui territorio sorgono testimonianze della presenza cluniacense. Ne fanno parte enti locali, associazioni culturali e turistiche, privati cittadini interessati alla conoscenza e allo studio dell’eredità cluniacense. Attualmente (2010) comprende più di 130 siti distribuiti tra Francia, Svizzera, Germania, Spagna, Gran Bretagna e Italia. I siti cluniacensi italiani facenti parte della Fédération sono Calco (LC), Capodiponte (BS), Cazzago San Martino (BS), Cosio Valtellino (SO), Galbiate (LC), Pontida (BG), Provaglio d’Iseo (BS), Rodengo Saiano (BS), San Benedetto Po (MN), Vizzolo Predabissi (MI) e Carpignano Sesia (NO). Nel 2005 il Consiglio d’Europa ha conferito alla rete dei siti cluniacensi costruita dalla federazione stessa la qualifica di Grande Itinerario Culturale, alla stregua del prestigioso Camìno de Santiago di Compostella. Abstract: The Fédération Européenne des Sites Clunisiens was founded in 1994 in Cluny with the aim to unify all the sites which were once seats of Cluniac monasteries. Today it numbers more than 100 sites, situated in France, Switzerland, Germany, Spain and Great Britain. In Italy there are eleven sites, all located in the Region of Lombardy with the exception of Carpignano Sesia. The network of affiliated Cluniac sites has been recognized by the Council of Europe since 2005 as Major Cultural Route.

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Chiesa San Pietro e Castello  

Pubblicazione dedicata alla chiesa di San Pietro in castello

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