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N.4 - Aprile 2018

Turismoitalianews.it In viaggio nei cinque continenti

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In viaggio nei cinque continenti

N. 4 - Aprile 2018

cipro

Sull’Isola di Afrodite per un’estate straordinaria

ROMANIA SNAGOV - ISCHIA GIARDINI POSEIDON - SICILIA CATANIA - LAZIO SABINA DOP


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ypros, ovvero Cipro, la terza isola del Mediterraneo. Dedichiamo a questa splendida terra gran parte della rivista di aprile, seguendo un ideale itinerario sulle orme di Afrodite, la mitica Dea Olimpica dell’amore e della bellezza. Tra storia, archeologia, spiagge, gusto e tradizioni vogliamo invogliarvi a viaggiare sull’isola la prossima estate, ma in realtà in qualsiasi stagione dell’anno perché qui il sole splende praticamente sempre. Da queste parti i popoli del Mediterraneo si sono incontrati, sfidati e mescolati infinite volte nell’arco di 10.000 anni di storia. E dunque si può immaginare quale sia la consistenza della sua cultura… Tra gli altri luoghi che proponiamo, c’è il Parco naturale di Snagov, in Romania: in una chiesetta in mezzo al lago ghiacciato andiamo alla scoperta della tomba di Dracula. E poi Ischia, con i suoi Giardini Poseidon: un grande parco termale che invita al benessere e al relax. In Sicilia approdiamo a Catania per ammirare il Monastero benedettino di San Nicolò l’Arena, gioiello barocco che merita di essere visitato. Nel Lazio riflettori accesi sulla Sabina, il territorio dove è nata la prima Dop italiana dell’Olio extravergine d’oliva. Infine in Umbria per una notizia di grande spessore: l’attribuzione di un dipinto secentesco di cui finora si ignorava l’autore. Buona lettura! Giovanni Bosi

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sommario Padernello, viaggio nella torre inaccessibile a pag. 6

Snagov, sul lago ghiacciato sulle tracce del Principe Vlad a pag. 8 Cipro, l’Isola di Afrodite che conquista: la Commandarìa, il mare, i luoghi più belli a pag. 16

A casa di Sofia, food tradizionale fra pane e formaggio

a pag. 24

Alasia, il boutique hotel di Limassol a pag. 28

Kopiasté! Benvenuti al Dionysus Mansion a pag. 32

Si vola low cost da Fiumicino a Larnaka a pag. 35

Ischia, relax & benessere ai Giardini Poseidon a pag. 59

Catania, il Monastero benedettino di San Nicolò l’Arena gioiello barocco a pag. 44 Ischia, relax & benessere ai Giardini Poseidon a pag. 36

Sabina: tra extravergine Dop, borghi e arte a pag. 54

Umbria, il dipinto ritrovato di Nocera a pag. 61


Turismoitalianews.it In viaggio nei cinque continenti Anno V N.4 Aprile 2018

Direttore responsabile Giovanni Bosi In redazione: Angelo Benedetti, Laura Bosi Celletti, Giuseppe Botti, Giacomo Celletti, Eugenio Serlupini, Katia Sposini Registrazione Tribunale di Perugia n.56 del 10.11.2010 - proprietĂ letteraria riservata

supplemento al quotidiano on line fondato nel 2010

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Siena


Lombardia

Padernello VIAGGIO NELLA TORRE INACCESSIBILE DELL’ELEGANTE CASTELLO nei film. Il Castello di Padernello, maniero quattrocentesco immerso nella campagna della Bassa Bresciana, non è da meno e custodisce ancora affascinanti luoghi inesplorati. L’importante intervento di restauro che dal 2006 l’ha riportato in vita, ha svelato soffitti affrescati, ambienti del ‘400 e ‘500, uno scalone settecentesco, le antiche cucine e diverse opere d’arte, ma restano ancora oggi nel castello posti nascosti o inesplorabili. Il mastio è uno di questi e per la prima volta viene aperto al pubblico per un viaggio esclusivo nella Un castello antico custodisce sempre luoghi misteriosi o inaccessibili, come i passaggi segreti e storia. Ogni terzo sabato del mese, dal 17 marzo le stanze nascoste in cui ci si rifugiava in caso di 2018 (28 aprile, 19 maggio, 16 giugno e 15 setpericolo, raccontati spesso nei libri, nelle favole e tembre), si potrà partecipare ad una speciale vi-

Per la prima volta apre al pubblico l’antico mastio del maniero immerso nella campagna della Bassa Bresciana. Ogni terzo sabato del mese visite guidate esclusiv e

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Lombardia sita guidata nella torre inaccessibile. L’ingresso al Castello di Padernello è già normalmente motivo di grande attrazione: bisogna infatti attendere che scenda l’originale ponte levatoio, la cui funzione non è stata scalfita dal passaggio dei secoli, per entrare nell’androne del maniero e poi nella corte quadrata, porticata su due lati e nelle stanze che raccontano diverse epoche ed opere d’arte. L’accesso al mastio avviene salendo anti-

Interni La biblioteca del Castello e gli altri spazi sontuosi del maniero

che scalette in legno, fino a raggiungere la cima della torre, la più alta del Castello, dalla quale osservare da una prospettiva insolita l’antico borgo agricolo di Padernello. Il mastio nel Medioevo e fino al XVI secolo era la torre principale, quella in cui ci si rifugiava quando il resto del maniero era ritenuto poco sicuro, ed aveva accessi difficili e separanti dal resto della struttura. Con una guida specializzata si potrà vivere un percorso inedito nel Castello di Padernello, attraversando stratificazioni di storia e cultura. La prenotazione è obbligatoria. Il percorso si svolge dalle 15 alle 16, con possibilità di pranzare in uno dei 4 ristoranti del borgo di Padernello. L'iniziativa è realizzata con il contributo di Fondazione Cariplo nell'ambito del Bando Cultura Sostenibile. Fondazione Castello di Padernello Via Cavour, 1 Padernello 25022 Borgo san Giacomo (Bs) tel. 030 9408766 info@castellodipadernello.it www.castellodipadernello.it

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RISERVA NATURALE DI SNAGOV

Sul lago ghiacciato sulle tracce del

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Un immenso lago ghiacciato e nel mezzo un’isoletta su cui dal 1364 sorge la chiesa dell’Assunzione. Siamo nella Riserva Naturale del Lago di Snagov, a poco più di 30 chilometri da Bucarest, la capitale della Romania. Un luogo di grande fascino, con un colpo d’occhio magnifico grazie all’effetto neve che restituisce un paesaggio candido. Ma anche un luogo di grande storia e tradizione: il mito popolare racconta che proprio qui, nella piccola chiesa, sarebbe sepolto Dracula. O meglio Vlad Tepes III l’Impalatore. TurismoiTaLiaNews.iT 9


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aggiungere la zona di Snagov in pieno inverno è avvincente: non ha prezzo attraversare la foresta innevata che circonda il lago. A dare il nome a quella che è oggi una riserva naturale, è la cittadina sorta intorno all’antico monastero nella provincia storica della Muntenia, che insieme all’Oltenia forma la Valacchia. Prima ancora che per la sua storia (fra mito e leggenda), il territorio lacustre di cento ettari è un’attrazione in quanto habitat terrestre e acquatico con una particolare biodiversità vegetale e animale. E dunque è un patrimonio naturale nazionale, particolarmente

tare, pescare o andare in barca) è il monastero ortodosso fondato nel 1408 da Mircea il Vecchio, voivoda di Valacchia dal 1386 al 1418. Un personaggio di grande rilievo nella storia romena, tanto da guadagnarsi l’appellativo di munifico mecenate della Chiesa ortodossa grazie alle fortune accumulate, tradottesi anche nella costruzione di chiese e monasteri, tra cui quello di Cozia, vicino Călimănești, dove è stato poi sepolto. E di sicuro il monastero di Snagov sa mettersi in evidenza per la sua straordinaria collocazione sulla piccola isola, unita da un ponte alla sponda

Esterno il monastero di snagov

apprezzato dagli abitanti di Bucarest, che appena possono – grazie alla breve distanza - vengono qui a distendersi e ricrearsi. Magari andare persino in bicicletta sul lago ghiacciato, un’esperienza non per tutti… Certo è che l’attrazione principale, al di là del lago (lungo 13 km e largo qualche centinaio di metri, nel quale nella bella stagione si può nuo-

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settentrionale del lago, in un luogo in cui preghiera e contemplazione hanno trovato una perfetta fusione ed un’innata simbiosi con la natura. La scelta del sito non fu ovviamente casuale: consentiva ai religiosi di difendersi adeguatamente da eventuali attacchi degli Ottomani, bruciando il ponte che a quel tempo era di legno. Si attraversa una massiccia porta-torre in mattoni


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e si arriva di fronte alla chiesetta, ugualmente costruita in laterizio posto in opera con perizia, tanto che i mattoni a faccia vista compongono colonne circolari, archi e decorazioni; e poi tre snelle torrette poligonali al di sopra del tetto. Il complesso religioso è stato restaurato nel secolo scorso, consentendo di ripristinare l’aspetto originario dell’edificio: all’interno di grande valore artistico e documentario sono gli affreschi del XVI secolo che raffigurano ritratti principeschi del periodo 1550-1560.

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Suggestioni il lago ghiacciato in inverno si percorre anche in bicicletta

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Sepoltura secondo la tradizione dracula sarebbe qui

Nel tempo le celle dei monaci e le altre costruzioni che componevano il monastero sono scomparse e oggi solo qualche struttura in deperimento ne attesta la consistenza iniziale fra il XIV e il XV secolo. La visita alla chiesetta si rileva suggestiva, perché qui dentro sarebbe sepolto nientemeno che Vlad l’Impalatore, ovvero il leggendario Dracula (figlio di Vlad Dracul), il principe che ha ispirato Bram Stoker, lo scrittore irlandese diventato celebre come autore di uno fra i più conosciuti romanzi gotici del terrore. Qui a Snagov l’attrazione è nata a seguito degli scavi archeologici condotti fra il 1932 e il 1933 quando sotto ad una lastra votiva posizionata davanti all’iconostasi, venne individuata una cripta nella quale si suppone sia stato inumato il voivoda Vlad, passato alla storia come l’Impalatore. Un “dettaglio” che in qualche modo ha finito con alimentare quell’alone di terrore intorno al principe realmente esistito, nato in Transilvania, a Sighisoara. Vlad Tepes, o meglio Vlad III Dracula, è vissuto tra il 1431 e il 1476 ed è stato difensore dell’Ordine dei Dragoni per nomina del re degli Ungheresi. “Dragoni” in quanto avevano raffigurato sui loro abiti un dragone, da cui è nato l’appellativo di “Dracula” e cioè “diavolo”. Vlad non faceva prigionieri, si direbbe oggi: si distinse nelle battaglie contro i turchi di Maometto II e

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divenne famoso perché faceva impalare i soldati nemici caduti nelle sue mani. Lo stesso trattamento lo riservò agli ambasciatori mandati in avanscoperta per intimargli la resa di Tirgoviste. E’ passato alla storia il suo assalto (di fatto una vera e propria spedizione punitiva) ad Amlas, in Transilvania, il 24 agosto 1460 quando avrebbe fatto impalare qualcosa come 20.000 fra nobili e cittadini infedeli. MA PERChé il principe Vlad sarebbe sepolto nel monastero di Snagov? Secondo il racconto più accreditato, Dracula venne ucciso nel 1475 in circostanze non chiare nei boschi circostanti: sabbero stati i monaci a recuperare il suo corpo e a seppellirlo nella chiesa. Lui che, proprio quella chiesa, aveva contribuito a restaurare e ad abbellire. Anche se in realtà tra le decorazioni pittoriche non sono stati rilevati indizi o elementi riconducibili al principe. E comunque la Romania annovera diversi luoghi legati alla storia di Vlad Tepes: oltre alla natìa Sighisoara c’è il famosissimo Castello di Bran, poi la fortezza di Poenari, il palazzo reale di Târgovişte e la Corte principesca di Bucarest. Unica citta-fortezza medievale europea ancora abitata, Sighișoara è stata iscritta nel Patrimonio


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mondiale dell’Unesco poiché perfettamente conservata. La Torre dell’orologio è senz’altro il punto centrale della città: si sale in cima alla torre per ammirarla dall’alto e vedere le statuette che si inseguono davanti al quadrante dell’orologio, in funzione sin dal Medioevo; la casa di Dracula è in via Cositorarilor, 5. Peraltro davanti alla chiesa sul Colle di Sighișoara sorge un suggestivo cimitero sassone, visitabile tra le 8 e le 20.

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Cipro

di Giovanni Bosi

A Cipro tutto parla dell’antica storia di questa meravigliosa isola mediterranea. Compreso il gusto, espressione delle contaminazioni assorbite in migliaia e migliaia di anni. E pure quell’ingegnosa trovata umana che si chiama vino. Chi dice Cipro dice inevitabilmente Commandarìa, che Riccardo Cuor di Leone definì “vino da re e re dei vini”: si produce con uve passite bianche e rosse dei villaggi di Kalokhorio, Zoopiyi, Yerasa e di altri pochi villaggi vicini. E questo, in uno scenario che rapisce....

L’Isola di

AFRO

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Cipro

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Cipro

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ipro isola del vino? E’ proprio così, del resto è la sua collocazione geografica il miglior biglietto da visita. La storia, poi ci mette del suo. E per capirlo meglio bisogna ovviamente essere sull’isola, andando nei luoghi che sono i caposaldi di questa antichissima produzione: dagli straordinari mosaici del parco archeologico di Kato Pafos (annoverato nel Patrimonio dell’umanità Unesco) al Castello medievale di Kolossi, dall’area di Krassochoria con i suoi villaggi del vino (dove si produce il Rosso secco dell’isola) al Cyprus Wine Museum di Erimi. Da queste parti i vigneti connotano il paesaggio con le loro dimensioni ridotte, mantenuti bassi per consentire la corretta idratazione delle viti e dei loro grappoli perché qui il sole fa sentire eccome i suoi effetti. Questa coltura è tradizionale e dunque i metodi di coltivazione sviluppati sono un patrimonio prezioso di tecnica e conoscenza. Che si ritrova per intero quando si degusta la Commandarìa. Ma perché questo vino liquoroso è così famoso? Partiamo dal Castello di Kolossi, diventato in qualche modo proprio il testimonial della Commandarìa: costruito al centro della valle più fertile nel sud dell’Isola, nei dintorni occidentali di Limassol, è stato ricostruito nella versione attuale nel 1454 dal Gran Comandante dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, Louis de Magnac. Qui aveva sede il quartier generale militare dei Cavalieri, ovvero la Commanderie, parola da cui è derivato il nome del più noto vino cipriota, nato proprio in questo territorio. Quando Riccardo Cuor di Leone conquistò l’isola nel 1191 d.C., iniziò un’età d'oro per la produzione vitivinicola che divenne famosa in tutta Europa: al matrimonio di Richard e Berengaria, la figlia del re di Navarra, a Limassol, furono serviti “i migliori vini dei vigneti ciprioti, meglio di quelli di qualsiasi altro Paese”, si racconta. Le varietà locali di vitigni sono diverse: tra i Bianchi ci sono Xynisteri, Malaga, Moshato, Promara, Spourtiko, Katomiliko, Kanella e Morokanella; tra i Rossi il Mavro, Maratheftiko, Ofthalmo Lefkada, Vlouriko e Vamvakada. Sono le uve appassite di Xynisteri e Mavro a finire in cantina per la Commandaria, le cui origini si perdono in realtà nei tempi, già al tempo degli anti-

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Cipro

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Cipro

OASI VERDE BACIATA DAL SOLE UN FASCINO SENZA TEMPO in un angolino del mediterraneo, Cipro è la naturale cerniera tra oriente e occidente, un’isola in cui convivono testimonianze dei tanti popoli che, in 10.000 anni di storia, si sono incontrati e mescolati infinite volte. un’isola frutto della storia ma legata alla mitologia e al culto di afrodite, la Venere greca, dea della bellezza e dell'amore nata, secondo la leggenda dai flutti del mare di petra Tou romiou. oltre la storia e le leggende, Cipro è una meta accattivante e dal clima piacevole per gran parte dell’anno. una destinazione che regala atmosfere estive da aprile a ottobre inoltrato, a sole tre ore di volo dall’italia. Terra di forti contrasti, dove convivono cultura europea e influssi orientali, abitudini antiche e comfort moderni, villaggi immutati nel tempo e centri dai vivaci ritmi urbani. Tutto, a Cipro, può sorprendere o incantare. dalla neve che in inverno avvolge il monte olimpo, ai mandorli che fioriscono alle falde delle cime innevate dei monti Troodos. e per ogni stagione, per ogni luogo, qualcosa di unico, da cogliere al volo. destinazione balneare dal forte appeal, Cipro vanta ben

chi greci. In effetti l’archeologia conferma l’antichissima attitudine a produrre vino sull’isola e a documentarlo è il Cyprus Wine Museum di Erimi. “Gli archeologi hanno riportato alla luce nella nostra zona parti di pitharia, grandi vasi di ceramica dalla forma caratteristica, risalenti al 3.500 avanti Cristo - ci spiega Francis Guy, proprietario del museo – sul cui fondo sono stati rinvenuti depositi sottoposti ad analisi che hanno dimostrato la presenza di una grande quantità di acido tartarico, il caratteristico acido del vino. Queste osservazioni suggeriscono che i vasi di Erimi erano stati realizzati appositamente per conservare il vino”. Vasi dall’interessante forma oblunga, con un lungo collo stretto e una base a capezzolo, con una sorprendente somiglianza con l’anfora per il vino di epoca greca e romana, la

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63 spiagge con la bandiera blu (dato 2017). L’isola è anche un indiscusso paradiso per sportivi, che possono scegliere tra immersioni, vela, wind-surf, parasailing, pesca d'altura, equitazione, bicicletta, trekking, tennis, golf e addirittura... lo sci. Con la benedizione e, perché no, lo zampino di afrodite, Cipro è anche luogo del cuore, dove sposarsi o trascorrere la luna di miele o un soggiorno romantico.

cui cronologia intorno al 3500 a.C. fa pensare che potrebbero essere un’evoluzione diretta degli otri egizi. I ricercatori italiani hanno dato un contributo sostanziale per i reperti di ceramica ritrovati da Porfyrios Dikaios nel 1933: il team dell’archeologa Maria Rosaria Belgiorno e del paleontologo Alessandro Lentini del Cnr ha prelevato campioni dai residui originali e li ha analizzati con la collaborazione del laboratorio del Museo Archeologico di Cipro, a Nicosia, e del dottor Pavlos Flourentzos, direttore del Dipartimento di antichità cipriota. BUONI, TALMENTE BUONI, che per i vini ciprioti nei secoli c’è stato anche chi ha perso la ragione. Si racconta che Cipro fu conquistata da Selim II nel 1570 a causa del grande amore che aveva per il vino: ordinò al capo del suo esercito di conqui-


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Imponente il castello di Kolossi, opera dei Cavalieri di san Giovanni a Limassol; nei pressi ci sono i resti di un trecentesco mulino per la produzione della zucchero

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Cipro

stare Cipro perché “c’è un grande tesoro su quest’isola che solo il re dei re può godere”. Questo vino era la Commandarìa. E oggi? A parte la Commandarìa, sull’Isola sono ormai decine le cantine nate nei paesini collinari dei distretti dove si coltiva la vite, fruotto anche dell’operazione di sostegno condotta dal Governo negli anni Ottanta del Novecento per incoraggiare la creazione di piccole aziende vinicole, con un continuo miglioramento qualitativo e l’introduzione di nuovi vini che raccolgono interesse sui mercati internazionali. Decisamente consigliato l’itinerario enologico che si rivela un’escursione panoramica nell’interno dell’isola, scandita dalle delizie dei vini locali. Nella parte occidentale, nel Distretto di Pafos, ad un’altitudine superiore agli 800 metri, l’itinerario Vouni Panagias – Ambelitis offre un’impareggiabile esperienza. Siamo andati a visitare l’azienda vinicola Tsangarides, nel villaggio di Lemona, ad una quarantina di minuti da Pafos. “È qui che il nostro bis-bisnonno ha preparato la terra e piantato i primi vigneti, curando e nutrendo il frutto della vite più o meno allo stesso modo dei suoi discendenti oggi – ci spiega Angelos Tsangarides - inizialmente il vino prodotto era principalmente destinato al consumo domestico, ma lentamente, nel corso di molti anni, la conoscenza accumulata dai viaggi e dall’educazione attraverso viticoltori stranieri ha portato i nostri vini a

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Commandarìa al Cyprus wine museum di erimio si scopre tutto sulla storia della produzione di questo vino millenario

diventare appetibili per le tavole europee”. Oggi la cantina produce su 150 ettari circa 350mila bottiglie di vini organici e biologici destinati per lo più all’esportazione. Adesso è il momento di sedersi a tavola, magari nel consigliatissimo Dionysus Mansion a Limassol e degustare il tradizionale Mazè con un bianco Xynisteri ben freddo. Possiamo assicurarvi che non c’è di meglio!


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Qui è nata Afrodite Con la benedizione e, perché no, lo zampino della dea, Cipro è anche luogo del cuore, dove sposarsi o trascorrere la luna di miele o un soggiorno romantico

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A casa di Sofia Cipro

Letymbou sofia mostra il suo pane tradizionale

Food tradizionale di Cipro fra pane e formaggio di Katia Sposini Chissà perChé quando arrivi nel villaggio di Letymbou - sulle colline a 12 chilometri a nord di pafos, dove il mediterraneo addirittura non si vede più – la prima sensazione che hai è che lì la tradizione a tavola è rimasta intonsa. e quando ti viene incontro sorridente, per accoglierti nella sua casa, la signora sofia, titolare della “Traditional house” come annuncia il cartello in giardino, quella sensazione diventa una certezza. anche questo vale un viaggio a Cipro.

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Fazzolettone nero in testa, volto segnato dal lavoro ma in qualche modo sereno e disteso come può assicurare la slow life cipriota, Sofia ti fa subito sentire come a casa tua. E’ come se la domenica andassi a trovare tua zia, pronta ad invitarti a pranzo. Questa brillante signora - la cui casa tradizionale è al centro di Letymbou, poco meno di 300 anime e una serie di antiche chiesine come quella di Agios Kyrikos e Agia Ioulitti - è abituata ad accogliere i turisti che arrivano sulla costa per godersi il mare o per impegnarsi in un avvincente enotrekking sui Monti Troodos. Questa donna ormai è famosa, in particolare perché è


Cipro

Preparazione Le varie fasi per la produzione del formaggio halloumi

proprio lei che cuoce il pane del villaggio nel forno di argilla, con antichissime decorazioni a soggetto religioso sulla crosta dorata, e per la preparazione dell’halloumi, formaggio tradizionale dalla consistenza soda a base di latte di capra, pecora o anche mucca con foglie di menta. Così, come varchiamo la soglia di casa, ci troviamo già con le mani in pasta: il forno è bello caldo per accogliere le pagnotte speziate da mangiare con l’halloumi, al naturale oppure alla griglia o fritto. “Venite qui e aiutatemi a mescolare il latte nel chartzi”, ci dice Sofia. Il chartzi è il tradizionale calderone di rame di grandi dimensioni posizionato sopra ad un fornello che consente di scaldare il latte a bassa temperatura. Poi la donna aggiunge il pithkia, l’enzima che addensa il latte, e poco dopo l’halloumi assume la consistenza giusta, così si può tagliare e sistemare nella talaria, il cestino di vimini (come quello usato per la ricotta) nel quale viene premuto a mano in modo che il liquido venga rimosso. Poi si passa nel tiroskamni, un altro strumento tradizionale, e tagliato a pezzi di circa 2 etti; la lavorazione prosegue immergendo questi pezzi nel norros (il siero di latte) e riscaldandoli a fuoco lento finché non sono completamente cotti. Orologio alla mano, non bastano due ore per preparare l’halloumi, che infine viene salato e arricchito nel gusto con l’aggiunta di vari elementi aromatici come la menta. Quello che resta nel calderone, riscaldato ad alta temperatura, diventa invece Anari, un formaggio bianco a pasta molle. VEDERE, CAPIRE, ANNUSARE e soprattutto assaggiare ti fa conoscere la vera tradizione contadina di Cipro: Perché è anche vero che quando sei sull’isola, in tema di food, finisci con il chiederti se i ciprioti a tavola siano più gente di mare o gente di terra. A fine viaggio, grazie ad una varietà di piatti che richiamano molto quelli greci, scopri che c’è un equilibrio e che le tante contaminazioni mediterranee orientali che nel corso della storia ha caratterizzato la cultura e le tradizioni isolane, hanno prodotto spiccate connotazioni originali. Pronti il pane e l’halloumi è ora di sedersi a tavola. E comincia la sfilata di piatti della signora Sofia, orgogliosa di presentare tanta tradizione

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Cipro

Speziato il pane di sofia in forno: lo produce per tutto il paese

che apprezziamo tantissimo, neanche a dirlo: keftedes (le polpettine di carne, fritte e aromatizzate alla menta), il kolokasi (succulento tubero tipico di Cipro) servito con bocconcini di carne di maiale, koupepia (gli involtini di foglie di vite ripieni di carne trita, riso, pomodoro e spezie), Afelia (stufato di maiale), Yiuvetsi (pasta cotta al forno, condita con carne e pomodoro). Tanto ben di Dio, tutto buonissimo. Non poteva mancare il dessert: intanto l’anari, il formaggio molto simile alla ricotta, accompagnato con sciroppo di carrube o miele; e poi due autentiche star del villaggio come i palouzes e i soutzoukos, dolci molto popolari soprattutto nei luoghi in cui si produce uva. Una sorpresa è stato anche il vino: un Rosso abboccato evidentemente fatto in casa, del tipo che un bicchiere tira l’altro. Non una Commandaria come tradizione comanda, ma un diversivo assolutamente piacevole. Prima del nostro commiato con Sofia, visitiamo la sua casa, il cui nucleo originale risale al Seicento: pareti in pietra e soffitti in legno sono stati mantenuti come in origine, le camere conservano mobili e suppellettili originali e pure i costumi tradizionali. Lettoni altissimi con tanto di pizzo e bambole. Sofia ci dice che lei e suo marito dor-

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mono lì… Non ne siamo convintissimi, ma ci piace pensare che sia proprio così! E tornando alla gastronomia tipica dell’Isola, quella a Letymbou è stata solo una tappa. hai voglia ad assaggiare… Gustosi i Koupepia, gli involtini di foglie di vite ripieni di carne trita, riso, pomodoro e spezie


Cipro

Larnaka il nome originario della città era Larnax, sarcofago, in ricordo di Lazzaro, l’uomo resuscitato da Gesù. e’ il patrono della città e primo vescovo di Cipro dove, secondo la leggenda, si stabilì in fuga dalla palestina. in questa chiesa c’è la sua tomba utilizzata dopo la seconda morte

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A Limassol racconta l’accoglienza millenaria dell’Isola di Cipro

Alasia, boutique hotel Il nome è impegnativo perché fa riferimento alla storia antica di Cipro, l’Isola di Afrodite. Ma a ben guardare è un impegno che si traduce in un patto con gli ospiti: accoglienza (come amano fare i ciprioti), qualità (come lo stile di vita mediterraneo) e decisamente friendly. Non a caso questo Boutique hotel è stato chiamato più volte dai suoi ospiti “una vera casa lontano da casa” essendo una delle strutture ricettive più antiche di Limassol gestita dalla stessa famiglia di albergatori dal 1963. E’ l’Alasia, siamo andati a vederlo. 28 TurismoiTaLiaNews.iT


Cipro

S Quality executive Ntia Thrasyvoulou

econda città di Cipro, Limassol (o Lemesos) è uno dei luoghi più amati per una vacanza sul Mediterraneo, con le sue lunghe spiagge, oppure per andare alla scoperta di alcuni tra i luoghi più belli dell’Isola di Afrodite, o ancora per il Carnevale o magari – e ne vale decisamente la pena – per scoprirsi enoturisti in un territorio che ha molto da proporre. L’Alasia è un boutique hotel pensato per tutto questo, con una raffinatezza di cui si comprende subito lo spessore già nel momento in cui si arriva alla reception. E che con il suo stile garbato conferma in toto la

Premiatissima La spa dell’alasia è la più amata sull’isola di Cipro

signora Ntia Thrasyvoulou quality executive dell’hotel: “L’Alasia è stato rinominato alcuni anni fa con il tag ‘la casa lontano da casa’ – ci spiega allo stesso tempo ha subito un programma di ristrutturazione che gli ha dato l’eleganza senza tempo di una casa di campagna, anche se con un tocco contemporaneo. È una combinazione che funziona”.

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Cipro

Arredamento elegante, una spa che a Cipro si impone per la sua grande qualità e una cucina gourmet che rendono davvero questo hotel ‘una casa lontano da casa’ memorabile. La scelta del nome Alasia non è casuale: il nome (scritto anche Alashiya o Alasiya) era uno stato che esisteva nell'età del bronzo medio e tardo, collocato nel bacino del Mediterraneo orientale e poi identificato con Cipro, tanto da far pensare che possa essere il nome antico dell'Isola. Si deve ad un gruppo di archeologi che soggiornava in questo hotel (quando ancora si chiamava differentemente) il ritrovamento di una preziosa antica moneta che collega Alasia a Cipro, il cui conio ha finito con il diventare il logo dell’hotel di Limassol ispirandone il marchio. Una storia appassionante, che ci racconta la stessa signora Ntia. A completare il quadro dei servizi, ci sono il ristorante Terrace per la colazione, la cucina gourmet del ristorante Polo, un bar artigianale dove si possono gustare cocktail o brandy, l’Alasia Lounge, la piscina all’aperto, una palestra e quel centro benessere con la sua piscina di ozono e

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con trattamenti ispirati alla aromaterapia australiana. La Li’Tya è l’antica conoscenza delle piante aborigene intrecciata con la moderna tecnologia per offrire esperienze indimenticabili in spa lussuose ad alte prestazioni in uno spazio sensoriale che consente un percorso di pace interiore, riflessione e ricerca del benessere. Un modo per riscoprire i propri sensi e nutrire il proprio spirito. Altrettanto gradevoli le stanze e le suite, neanche a dirlo cuore dell'hotel. Insomma un’esperienza positiva da provare all’Alasia. alasiahotel.com.cy


Cipro

…Canterò la maestosa Afrodite, leggiadra dea dall’aurea corona, che impera sulle città di Cipro cinta dal mare. Colà l’umido soffio di Zefiro la condusse, tra soffice schiuma, sull’onde del fragoroso mare; e le Ore, adorne dell’aureo diadema, gioiosamente l’accolsero, avvolgendola in divine veste... IINNO NNO O OMERICO MERICO IINNO NNO 6. 6.1-21 1-21

Makronisos Beach destinazione balneare dal forte appeal, Cipro vanta ben 63 spiagge bandiera blu (dato 2017). L’isola è un’autentica miniera di energia per gli amanti dello sport

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Cipro

Kopiasté!

Benvenuti al Dionysus Mansion di Katia Sposini QUALE MIGLIORE NOME di quello del dio del vino, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi per un ristorante di Cipro? Lui è Dioniso, divinità della religione greca, e il luogo in cui gustare al meglio la tradizione culinaria cipriota è Dionysus, o meglio il Dionysus Mansion di Limassol. Provare per credere…

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ffacciata sulla baia Akrotiri, sulla costa meridionale dell’isola di Afrodite, Limassol è l’erede di una storia che si perde nella notte dei tempi, piazzata com’è tra le due antiche città Amatunte e Kourion. Eppure Lemesos, come anche si chiama in lingua locale, oggi incarna il luogo di vacanza per eccellenza grazie alle sue spiagge tra le più amate del Mediterraneo, alla sua movida e alla nuova Marina costruita in sostituzione del vecchio porto a ridosso del castello dei Crociati, secondo un progetto che ha subito puntato a farla diventare una destinazione residenziale e ricreativa unica.

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E in un luogo così non può mancare la ricercatezza nella tradizione a tavola, che risente molto delle contaminazioni che l’isola ha conosciuto nel corso dei secoli. Ed ecco perché nel visitare Cipro è fondamentale comprenderne anche la storia, proprio per entrare nel merito dei gusti che propone. Al numero 5 di 16th June Street, in una palazzina tradizionale, c’è il ristorante Dionysus Mansion nato con l’intento dichiarato di “onorare” la cucina cipriota, ma in un modo originale ed unico nel suo genere. A fondarlo nel 2016 sono stati Yiannis Antoniades, titolare a Limassol del noto Guaba Beach Bar nonché specialista in movida ed eventi musicali; e George Zacharoglou, ben conosciuto nel settore della ristorazione di classe: insieme allo chef Dimitris haidemenos hanno avviato un’attività che è riuscita fin dall’inizio a distinguersi per i suoi menù. E anche per l’allestimento interno, per l’arredamento delle piccole sale, per il suggestivo bar e la cucina completamente a vista. Essere a Limassol e non andare (prenotazione


Cipro

praticamente obbligatoria!) al Dionysus Mansion è un vero peccato. Si scoprirà subito che i principali avventori sono i ciprioti, a dimostrazione della qualità dei cibi serviti con impiattamenti

curati e del personale di sala che saprà farvi sentire come a casa. L’entrée è praticamente scontato, perché da queste parti è una tradizione: il mezè, parola che sintetizza mezedhes, ovvero

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Cipro “piccole delicatezze”, una passerella infinita di portate che introducono ai piatti più sostanziosi ma che da sole potrebbero bastare a farvi sentire sazi. Il problema è che sono tutte buonissime, perché a base di ingredienti della buona terra e della tradizione contadina: olio d’oliva, olive verdi e nere, erbe aromatiche, differenti salse allo yogurt o al sesamo. Immancabile lo tzatziki a base di cetriolo, aglio, yogurt e foglie di menta fresca; oppure formaggio piccante aromatizzato con paprika affumicata, pomodoro essiccato al sole e pitta croccante; l’hummus fatto con ceci, sesamo, olio di oliva e limone; o ancora melanzane affumicate con prezzemolo, feta e tartare di pomodoro. E che dire del tahini a base di semi di sesamo, ovviamente fatta in casa, con semi di sesamo fusi e tostati e aroma di semi di papavero? Oppure patè di funghi, servito con pitta, peperoni sottaceto, foglie di ravanello e senape e naturalmente halloumi grigliato. Sì, siamo ancora al mezè, perché poi arrivano il kleftiko, un fantastico agnello arrosto ed altre carni come maiale, pollo (anche in forma di keftedes, polpette) e naturalmente pesce. A proposito: se la pitta è un tipo di pane che si trova in Grecia come nel vicino Medioriente, va detto che nella versione tradizionale cipriota è cotta in padella di ghisa anziché nel forno a legna. E poi i vini: consigliabilissimi tra i Bianchi lo Xynisteri della cantina Tstangarides (biologico, un buquet di profumi di pino, erba e ananas) e lo Xynisteri di Keo (gusto fresco di mela e limone); tra i Rossi il Maratheftiko della cantina Lambouri (profumo intenso di frutta rossa, spezie e rovere) prodotto nella regione di Pafos, dove nasce anche la famosa Commandaria. Non da meno il dessert, con una parata di dolci: dalla torta di miele kadeifi al soutzoukos (a base di mandorle immerse in succo d’uva caldo e lasciate essiccare al sole), dall’halvas al miele ai loukoumades con sciroppo di miele. Il rapporto qualità-prezzo è un motivo in più per andare al Dionysus Mansion: mediamente si spende tra i 20 e i 30 euro. E allora: kopiaste! Accettate l’invito in cipriota: sedetevi e unitevi a tavola. www. dionysusmansion.com info@dionysusmansion.com

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Cipro

Mitico il leggendario luogo della nascita di afrodite è un sito naturalistico di rara bellezza, che stimola il visitatore a immaginare afrodite che emerge dalla spuma del mare, come narra esiodo nella Teogonia

SI VOLA LOW COST

Da Fiumicino a Larnaka

Nel Mediterraneo c’è un’opportunità in più per volare a prezzi competitivi e con la qualità garantita di una compagnia che rispecchia la naturale attitudine all’accoglienza dell’isola su cui è nata. E’ Tus Airways, con basi operative nel Larnaka International Airport e al Paphos International Airport. Per raggiungere Cipro dunque, ma molte altre località internazionali.

Tus Airways è stata fondata con l’obiettivo di fornire un migliore collegamento fra Cipro e i Paesi limitrofi nel Mediterraneo orientale, con un programma ad alta frequenza durante il giorno, voli comodi, economici e alternativi. Ma attenzione, perché questa compagnia è ben più di una low cost. Durante il volo da/per Larnaka, ad esempio, viene servito il pranzo oppure la colazione ed inoltre il personale di bordo si distingue per attenzioni, cortesia e simpatia. “Attualmente la nostra flotta è composta da due Fokker 100 con una capacità di 100 posti e quattro Fokker 70 da 80 posti - ci spiegano da Tus Airways – abbiamo cominciato a collegare Fiumicino con Larnaca mediante voli diretti che per tutta l’estate vengono operati tre volte a settimana: martedì, giovedì e domenica”. Da Cipro si possono poi raggiungere in Grecia Atene, Alexandroupoli, Ioannina, Cefalonia, Kos, Rodi, Samos, Skiathos e Salonicco (Thessaloniki) e, in Israele, Tel Aviv.

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relax & benessere

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di Eugenio Serlupini

Chi dice Ischia, dice terme. Ma anche benessere, relax, salute e ovviamente anche enogastronomia. Tante parole per esprimere un solo concetto: unicità. E’ proprio questa la peculiarità straordinaria dell’Isola Verde. Da sempre nel Mediterraneo è una meta contesa per le sue qualità benefiche, che oggi ne fanno nel mondo una destinazione ambita. E c’è un luogo dove tutto questo si riassume: i Giardini Poseidon Terme, il più grande parco termale dell’isola. Siamo andati a vedere.

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a trasformazione turistica di Ischia è inevitabilmente legata a doppio filo a questa struttura che ha saputo contribuire alla valorizzazione delle proprietà benefiche e curative delle acque termali dell’isola, conosciute da oltre 2500 anni, attraendo milioni di persone che hanno trovato guarigione e beneficio nell'isola più ricca di acque termali d’Europa. Ai Giardini Poseidon ci tengono a sottolineare che qui, da più di due millenni, si mescolano avvenimenti al mito, che insieme raccontano l’unicità di questi luoghi e delle acque miracolose che sgorgano dal cuore dell'Isola Verde. “L'area di maggiore interesse per le sue fonti bollenti e altamente curative è la Baia di Citara, nel comune di Forio: qui è nato, nel 1959, il parco termale più antico e grande dell'isola, Giardini Poseidon Terme, consacrato al dio del mare ed affacciato sulla splendida spiaggia di Citara, immerso in uno scenario naturale di incomparabile bellezza” ci spiega il nostro accompagnatore durante la visita all’impianto termale.

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“Prima delle trasformazioni che hanno portato all’aspetto attuale, la Baia di Citara era nota soprattutto per la produzione di ‘primizie’ ortofrutticole – sottolineano a Ischia - delle acque termali di Citara i foriani si servivano per irrigare i campi che sfornavano straordinarie primizie: condizioni climatiche particolarmente favorevoli e la qualità salmastra dell'acqua di irrigazione, conferivano agli ortaggi sapidità e profumi unici. I benefici di queste acque e la natura incontaminata hanno affascinato i fondatori dei Giardini Poseidon, convinti di poter sfruttare questo territorio a fini terapeutici”. E ChI È STATO, allora, ad avere questa intuizione rivelatasi provvidenziale? Gernot Walde, un medico umanista tedesco, negli anni '60 del Novecento con grande lungimiranza creò un concetto di parco termale "moderno", traendo ispirazione dalla natura dei luoghi. Con grande anticipo sulle recenti teorie del wellness, svincolò le cure termali da una concezione unicamente terapeutica per metterne in risalto fin da allora le capacità di


isChia donare benessere. “Dal 2007 al comando del ‘gioiello di famiglia’ c’è la terzogenita di Staudinger, Lucia Maria Veronika Beringer, affermato architetto che da allora, senza soste a tutt'oggi, continua nell'evoluzione e nel rinnovamento del parco – ci spiegano ancora durante la nostra visita - stto la nuova guida, la salvaguardia dei Giardini Poseidon vive in parallelo a quella della natura in generale, grazie ad una filosofia ambientale ed ecologica molto scrupolosa che tocca ogni aspetto dell'attività”. E sì, perché l’utilizzazione della risorsa naturale va di pari passo con una policy di grande rispetto

per l’ambiente: acque termali altamente curative alimentano oltre venti piscine immerse nel verde, con temperature che variano da 28°C a 40°C, tre piscine con acqua di mare per il nuoto sportivo e per il divertimento dei bambini, una grotta di vapore termale secondo la tradizione greco-romana scavata nel tufo, tre gruppi “Kneipp” (bagni alternati 40°C / 15°C) di effetto circolatorio e un

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IL MITO DELLA FONTE CITARA

Venere Citerea (dea della bellezza, Afrodite per i Greci), addolorata per la morte improvvisa di Adone, del quale era innamorata, pregò Giove di farlo vivere nuovamente; ma se n'era invaghita anche Persefone, dea dei morti. Giove sentenziò allora che per una parte dell'anno Adone rimanesse nel regno delle ombre e per l'altra tornasse tra i vivi. La dea si diresse con la sua nave verso l'isola d'Ischia piangendo la morte dell'amato. Dalle sue lacrime calde nacque una nuova fonte che da Citerea viene chiamata Citara.

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isChia cammino di esercizio vascolare degli arti inferiori. Tante piscine sparse tra verdi terrazzamenti, un sudatorio scavato nel tufo secondo la tradizione greco-romana e un percorso per la stimolazione circolatoria a vostra disposizione per ritemprare corpo, mente e anima. L’ASPETTO SCENOGRAFICO è una componente essenziale perché richiama sistemi tradizionali e si conforma alla natura di Ischia: oltre sei ettari di terreno sono modellati a gradoni secondo il tradizionale sistema dei terrazzamenti, collegati da un sistema di scalinate e viali sinuosi circondati di verde. Grandissima attenzione è dedicata alle piante, da quelle spontanee ai fiori, presenti ovunque e curati da personale specializzato, a disegnare scorci appartati e spazi consacrati al relax, perfettamente armonizzati con l’ambiente circostante. Entrare nel bagno turco è un’esperienza da provare assolutamente: è una sauna naturale, un bagno di vapore in una grotta scavata nel tufo da alternare ad un'immersione nella vasca esterna a 15°C. Oppure immergersi nella

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piscina Olympia con acqua di mare a 28°C. E poi le piscine con acqua con temperature che variano (a seconda di quella che si sceglie) da 15°C a 40°C. Chi vuole scoprire davvero cosa significano relax, benessere e salute, c’è solo un modo: essere ad Ischia. Ed ovviamente ritornarci.


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IL MITO DEL GIGANTE TIFEO

Il mito del gigante Tifeo spiega, poeticamente, la tormentata origine vulcanica di Ischia: sconfitto dalla sfida con Giove per il dominio sull'Olimpo, Tifeo precipitò sulla Terra rimanendo imprigionato nelle viscere dell'isola. Vinto, il gigante invocò allora l'aiuto di Venere Citerea perché implorasse Giove di perdonarlo. Dai sui occhi sgorgarono allora calde lacrime di pentimento e Giove, mosso a pietà, perdonò Tifeo tramutando le sue lacrime nel più salutare regalo che madre natura abbia mai concesso agli uomini: le acque termali.

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CaTaNia

SICILIA

Z|UtÜÉvvÉ É|xÄ É

IL MONASTERO BENEDETTINO DI SAN NICOLO’ L’ARENA

Si dice che Sant’Agata e l’Etna siano i simboli di Catania. Di certo la grande montagna annoverata tra i vulcani più attivi del mondo è da 500.000 anni che domina con tutta la sua potenza questo splendido angolo di Mediterraneo. Ed è almeno da 2.700 anni che la sua attività viene documentata facendo riscrivere la geografia di migliaia di ettari di Sicilia. In questa vicenda si incunea la storia di un altro sito storico, dal valore simbolico, culturale, artistico: il Monastero benedettino di San Nicolò l’Arena a Catania.

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isitare questo grandioso complesso monastico, oggi divenuto tempio della cultura universitaria catanese, equivale a leggere di Angelo Benedetti pagine tempestose e drammatiche della storia della città di San’Agata. Ma anche a scoprire l’ineluttabile volontà di rinaLe immagini sono state scere, di dominare in qualche modo l’indomabile forza della natura, di realizzate su autorizzazione creare qualcosa di unico. E sì, perché il Monastero dei Benedettini lascia dell’Università degli Studi di Catania subito intendere che questo non è un luogo comune, non è mai stato un (prot.36555 del 15.03.2018) luogo comune. Sorto nel Cinquecento (1558) e ricostruito a partire dal 1702 dopo che Catania è stata scossa dalla terribile colata lavica del 1669 e dal catastrofico terremoto del 1693, oggi è un gioiello del tardo Barocco siciliano e il complesso benedettino tra i più grandi d’Europa. Tanto da contribuire ad annoverare Catania (insieme ad altre sette città della Sicilia sud-orientale: Caltagirone, Militello Val di Catania, Modica, Noto, Palazzolo, Ragusa e Scicli) nel Patrimonio Unesco seriale per l’alto livello di realizzazione architettonica e artistica. Le dimensioni del Monastero si apprezzano immediatamente quando si arriva in Piazza Dante, sulla quale si incastrano anche i resti delle antiche Terme dell’Acropoli. Domina la monumentale facciata (ibrido tra il tardo barocco siciliano e il più lineare neoclassicismo) della chiesa di San Nicolò l’Arena, annessa al ricostruito plesso monastico settecentesco, pensata

E’ il complesso benedettino tra i più grandi d’Europa: visitarlo è un intrigante viaggio nel tempo

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CaTaNia come una piccola San Pietro siciliana, ma rimasta incompiuta nel prospetto principale; poi spicca la cupola e quindi la silhouette del monastero vero e proprio, dall’aspetto più di un palazzo nobiliare che di un luogo di preghiera e povertà. Per fortuna, si dovrebbe dire: il monastero è un concentrato straordinario di perizia architettonica e qualità artistica, grazie ai grandi architetti siciliani che vi hanno lavorato (Stefano Ittar, Francesco Battaglia, Carmelo Battaglia Santangelo, Palazzotto) e alle maestranze arrivate da tutte le province (Palermo, Messina, Siracusa). “Tra i più importanti architetti si annovera Giovan Battista Vaccarini – ci spiegano durante la nostra visita - a cui si deve la realizzazione delle Cucine e del Refettorio grande, oltre che il progetto della Biblioteca. L’architetto palermi-

tano aveva studiato a Roma venendo dunque a contatto con i grandi architetti quali Fontana, Michetti, De Sanctis. I suoi punti di riferimento e di ispirazione restarono Bernini e Borromeo che aveva studiato con passione e a cui sovente si rifaceva”. E così la visita al complesso si rivela “un intrigante viaggio nel tempo, tra anfratti, cunicoli, stanze e gallerie che conservano ancora oggi le tracce del terremoto del 1693 e quelle di una vita monastica dimenticata, ricoperta dalle macerie della calamità naturale che ha cambiato l’aspetto della città, del Monastero e della quotidianità benedettina” ci viene fatto notare. E in effetti è proprio così, perché le sorprese arrivano una dietro l’altra: chiostri, un giardino pensile, scorci di

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grande impatto, dettagli architettonici pregevolissimi, lunghi corridoi che incorniciano i luoghi della quotidianità benedettina. “Il primo impianto nasceva a forma quadrata con un chiostro interno definito dei Marmi, ridefinito in seguito Chiostro di Ponente, per via della presenza del pregiato marmo di Carrara nell’elegante colonnato seicentesco, nella fontana quadrilobata posta al centro e dei decori rinascimentali che ne addolcivano maggiormente l’aspetto – ci spiega la nostra guida - il XVII secolo catanese è legato alla terribile colata lavica del 1669 e al catastrofico terre-

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sicilia moto del 1693. Il monastero si salva, ma non la chiesa che tuttavia viene sconquassata dall’arrivo della colata. Cambia fortemente l’aspetto dei terreni limitrofi al Monastero dei Benedettini. La sciara è alta 12 metri circa e divora le coltivazioni lasciando dietro di sé un paesaggio lunare”. Sciara è un termine dialettale che sta ad indicare il luogo dove una colata lavica scesa dal vulcano si è solidificata. La sciara descritta da Giovanni Verga nei “Malavoglia” si è formata da una colata lavica discesa dall’Etna sino al mare distruggendo lungo il suo cammino ogni forma di vita e

Interni uno scorcio del monastero e, in alto, dettaglio della grande meridiana tracciata sulla pavimentazione della chiesa di san Nicolò

creando una scia cura di lava solidificata. “L’8 marzo del 1669, dopo ripetute scosse sismiche e assordanti boati dall’Etna, si aprono due profonde fenditure da cui esce lava. Si alzano colonne di fumo, in seguito alle esplosioni vengono scagliati materiali piroclastici: l’Etna è in eruzione, il vulcano dimostra tutta la sua potenza. La colata raggiunge la cinta muraria della città in-

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torno alla fine di aprile, giungendo fino alle mura del monastero cinquecentesco. La città era stata difesa strenuamente utilizzando muri per deviare il fiume di fuoco che l’assediava”. Nel 1687 inizia la ricostruzione della chiesa, verosimilmente su disegno dell’architetto romano Giovanni Battista Contini. Originariamente il monastero era composto da un piano interrato de-


CaTaNia stinato a cantina e deposito delle derrate alimentari e a cucina; e da due piani con le celle dei monaci, il capitolo, il refettorio, la biblioteca e il parlatorio oltre al chiostro dei Marmi. Ma chi pensava che l’apocalisse era finita, sbagliava. “Nella notte tra 10 e 11 gennaio del 1693 Catania trema – ci raccontano gli studiosi – questo terre-

moto viene considerato uno dei cataclismi naturali più devastanti per la Sicilia orientale: il Val di Noto viene raso al suolo. Catania è distrutta e gran parte dei suoi cittadini è sepolta sotto le macerie. Del Monastero cinquecentesco resta integro l’interrato e parte del primo piano; del chiostro restano in piedi 14 colonne, le altre crol-

San Nicolò l’Arena La chiesa, con un’altezza massima di circa 66 metri alla cupola, è la più grande della sicilia

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siCiLia lano”. E’ nel 1702, a 9 anni dall’evento catastrofico, che parte la ricostruzione e il Monastero viene ripopolato da monaci provenienti da altri cenobi. La consistenza è molto più grande rispetto alla versione originaria: al Chiostro dei Marmi o di Ponente rinnovato da elementi tardobarocchi, si aggiungono il Chiostro di Levante, con il giardino e il Caffeaos in stile eclettico, e la zona nord con gli spazi destinati alla vita diurna e collettiva dei monaci: la biblioteca, le cucine, l’ala del noviziato, i refettori, il coro di notte. Si sfrutta il banco lavico per realizzare i due giardini pensili, l’Orto Botanico – la villa delle meraviglie – e il giardino dei Novizi. Ma la chiesa di San Nicolò l’Arena, per la quale si è pensato in grande, i lavori non giungeranno mai a definitiva conclusione. “Ingrandito, decorato, rimaneggiato il Monastero diventa uno dei conventi più grandi d’Europa, secondo, tra quelli di ordine benedettino, solo a quello di Mafra in Portogallo”. E sicuramente il fiore all’occhiello di Catania. Oggi è la sede del DiSum (dipartimento di Scienze Umanistiche) dell’Università degli Studi di Catania.

Per saperne di più Monastero dei Benedettini di San Nicolò l'Arena Piazza Dante, 32 - Catania tel. +39 095-7102767 / 334-9242464 info@officineculturali.net monasterodeibenedettini.it

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Lazio S A B I N A

TRA GUSTO E ARTE

La zione del l’olio extravergi ne Dop La tradi tradizione dell’olio extravergine Dop attraverso ivi mi l enari attraverso borghi borghi,, ul ulivi millenari ee un mprevedibile museo un iimprevedibile museo 54 TurismoiTaLiaNews.iT


sabiNa

A ben guardare l’olio è per l’uomo un compagno di vita da millenni. Tra storia e gusto, l’oro verde della terra è un elemento irrinunciabile, a partire dagli ulivi che dominano il paesaggio e lo rendono unico. Come nella Sabina laziale, dove si prosegue una coltivazione che si perde nella notte dei tempi e dove è nata la prima Dop italiana. Oggi la valorizzazione del territorio non può dunque essere disgiunta dalla promozione di quell’Extravergine che consente di scoprire lungo la sua Strada borghi e luoghi di eccellenza

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olline ricoperte di oliveti secolari, vallate verdissime e montagne dove predominano boschi estesi di querce e di faggi: è questo il paesaggio tipico della Sabina. Siamo tra Roma, il Tevere e i Colli Sabini, in una porzione di Lazio che ha tanto da raccontare e da mostrare. E che merita la giusta valorizzazione anche dal punto di vista turistico. Del resto, oggi andare alla scoperta dei territori è

sempre più “motivazionale” ed “emozionale” e dunque quali migliori alleati di food e slow life per la Sabina? Partendo da Rieti, passando per Palombara Sabina e raggiungendo Castelnuovo di Farfa, lungo la Strada dell’Olio della Sabina Dop si possono mettere insieme tre alfieri di questi luoghi: la sede del Consorzio, luogo privilegiato di produzione dell’Extravergine Dop; l’Olivone Millena-

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Lazio rio, fiero baluardo dell’antica tradizione agricola; e il Museo dell’Olio che celebra la coltura-cultura attraverso arte e architettura. Marco Porcio Catone Censore, ben due secoli prima di Cristo, argomentava che “l’ulivo nasce pebleo e diventa nobile in Sabina”, mentre il medico Galeno quattrocento anni dopo definirà l’olio sabino come il migliore del mondo antico. Con premesse di questo tipo, chi vive e produce in questa terra non può non sentirsi orgoglioso. “Lo sviluppo del settore turistico rappresenta una delle migliori opportunità di crescita economica per la nostra provincia, tenuto conto della presenza di un mix di risorse riconducibili al suo articolato sistema produttivo agricolo, artigianale, turistico, naturalistico e culturale – sottolinea Vincenzo Regnini, presidente della Camera di Commercio di Rieti - in tale contesto, al fine di valorizzare le aree caratterizzate dalla presenza di produzioni olivicole di qualità, stiamo lavorando per un’offerta turistica di tipo integrato, che punta a condurre i visitatori nel cuore della Sabina produttrice di olio, in cui il paesaggio ca-

ratterizzato dall’olivo è alternato alle piccole aziende che producono l’ottimo extravergine della prima Dop d’Italia, la Dop Sabina appunto”. CARBONCELLA, LECCINO, RAJA, Frantoio, Olivastrone, Moraiolo, Olivago, Salviana e Rosciola sono il segreto della bontà di questo olio dal colore giallo-oro, dai riflessi verdi e dal sapore aromatico: sono queste cultivar specifiche che danno vita all’Extravergine (in blend o anche in monocultivar) sul quale vigila il Consorzio dedicato alla tutela della Denominazione di Origine Protetta, costituito tra produttori olivicoli, frantoi e imbottigliatori di una vasta zona che comprende 46 comuni della provincia di Roma e Rieti. Una filiera improntata alla qualità totale, perché va anche detto che la tradizione è la coltivazione, mentre la produzione affinata nel tempo è improntata al rispetto del gusto e delle caratteristiche organolettiche che rendono l’Extravergine amatissimo a tavola, indispensabile nella Dieta mediterranea Patrimonio dell’Umanità. In-

Reatino palombara sabina

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Casteluovo L’ingresso del museo dell’olio e, sotto, il logo della dop

teressante il fatto che il Consorzio abbia messo a punto un packaging unico, che da un lato accomuna i produttori certificati Sabina Dop (che scelgono volontariamente di utilizzarlo), e dall’altro assicura l’immediata riconoscibilità del brand sul mercato da parte del consumatore finale. GUARDANDOSI INTORNO, percorrendo la Strada dell’Olio della Sabina Dop ci si rende conto di come quasi tutte le alture siano dominate da caratteristici borghi medievali, castelli ed antichi monasteri. Suggestiva l’immagine complessiva di Palombara Sabina, dove appena poco fuori il centro abitato c’è l’Olivone Millenario, “maestoso, antico testimone della nostra storia, da secoli rispettato, quasi venerato dalle genti del territorio”. Insomma un monumento vivente, intriso di importanza storica, naturalistica, biologica e climatica. Quest’olivo (la cui circonferenza oggi è di 9,70 metri) discende dall’Olea Sativa, varietà primordiale esistente in epoca protostorica, che ha generato nei secoli, attraverso continue ibridazioni spontanee, le va-

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Lazio

L’albero del Poeta L’opera dell’artista sarda maria Lai: intreccio fra arte e olio

rietà endemiche della Sabina. La gente lo chiama familiarmente “U L’Ivo” a dimostrazione del suo attaccamento, tanto che molte giovani coppie di sposi non rinunciano a scattarsi davanti al veterano una foto-ricordo in abito nuziale come buon auspicio. L’ALTRO LUOGO da non perdere è il Museo dell’olio della Sabina a Calstelnuovo di Farfa, a due passi dalla famosissima Abbazia di Farfa, uno dei pochi centri medievali europei nel quale furono conservate e poi trasmesse le antiche tecniche dell’olivicoltura. In una dimora cinquecentesca il museo riunisce in un unico itinerario di visita i luoghi più rappresentativi della storia e delle tradizioni del borgo medievale, ma in fondo dell’intera Sabina. Il visitatore viene accolto dagli accompagnatori e la visita ha inizio risalendo il rinascimentale Palazzo Perelli, che ospita anche la sede municipale del borgo. L’antichissima cultura olivicola abbinata ad arte e architet-

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tura, si diceva: cinque artisti di fama internazionale - Alik Cavaliere, Maria Lai, hidetoshi Nagasawa, Ille Strazza e Gianandrea Gazzola – hanno interpretato il tema con loro installazioni che calano nella tradizione. L’artista sarda Maria Lai ha tracciato ne “L’Albero del Poeta” il legame tra arte e olio mentre in un corridoio appena illuminato che sembra riportare il visitatore alla nascita dell’Universo si ammira “Olio di Parole”. Su un fondo di sabbia sono deposte (purtroppo mai completate, ma per questo ancor più coinvolgente) le fusioni-sculture di Alik Cavaliere, mentre lo scultore e architetto giapponese Hidetoshi Nagasawa nel suggestivo grottino del Palazzo ha piazzato “Ulivo Viaggiante”, un ulivo in rame capovolto che scende dalla volta scavata verso il fondo allagato su cui si muovono lentamente barchette con piccole fiaccole. Gianandrea Gazzola ha creato “Oleophona”, un’installazione in cui l’olio cadendo goccia a goccia negli orci settecenteschi originali


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Ulivo viaggiante L’allestimento dello scultore e architetto giapponese hidetoshi Nagasawa: un ulivo in rame capovolto

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rinvenuti nell’edificio attiva meccanismi cinetici che producono suoni e melodie, rievocando la voce originale dell’olivo. Il momento più affascinante è quando ci si trova di fronte ad un tronco di ulivo ruotante ancorato al pavimento e al soffitto da un perno sul quale scorrono quattro archi-pantografi che riproducono i suoni. “L’ulivo è materia della nature, la tecnologia e materia della scienza – spiega Gazzola - l’olio è materia della culture, così come le giare settecentesche, antichi contenitori in terracotta per l’olio, murati nel palazzo sono espressione della sua storia. L’arte accomuna queste materie così diverse tra loro, le leva dal loro isolamento e ne mute le caratteristiche. Esse diventano parti inscindibili di una nuova e unica espressione. Siamo in uno spazio nel quale tutti i nostri sensi sono sollecitati”. L’ITINERARIO PROSEGUE poi in un frantoio a trazione animale del XVIII secolo perfettamente conservato, nell’ambiente dell’antico forno cittadino e, infine, nel sito archeologico medievale della chiesa di San Donato. Questo particolare museo ha suscitato grande interesse in Italia e all’estero perché racconta una storia locale con linguaggi universali: la civiltà dell’olio rivive nelle testimonianze storiche del territorio e nelle nuove interpretazioni che gli uomini del nostro tempo offrono di questo simbolo millenario del mondo mediterraneo.

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Tradizione il frantoio a trazione animale del XViii secolo perfettamente conservato. Sotto, l’opera di Gianandrea Gazzola “oleophona”: suoni e melodie dall’olio che cade a goccia


IL DIPINTO riscoperto Per il mondo dell’arte e della cultura è un tassello in più che si aggiunge e che qualifica ulteriormente il patrimonio dell’Umbria, per antonomasia terra di santi e di artisti. A maggior ragione se si considera che la conclusione dello studio si deve ad un personaggio che in tema di pittura è un autentico esperto e profondo conoscitore di quei pittori che nei secoli scorsi hanno arricchito con le loro opere chiese, edifici pubblici e dimore patrizie di molte città umbre. Lui è il professor Enzo Storelli di Gualdo Tadino, storico dell’arte, è stato ispettore onorario della Soprintendenza ai beni architettonici-artistici-storici dell’Umbria, autore di molte pubblicazioni dedicate al patrimonio della regione

S Opera d’arte il dipinto raffigurante la Venerabile suor Cecilia Nobili (1630-1655)

di Enzo Storelli

torie come quella che mi accingo a raccontare sono insieme patrimonio spirituale e culturale della nazione. Il 24 luglio 1655, a soli venticinque anni, nel monastero delle Clarisse di S. Giovanni Battista di Nocera Umbra si spegneva la Venerabile suor Cecilia Nobili, nata il 13 febbraio 1630 a Salmaregia, nel territorio nocerino. Monaca conversa, raggiunse le alte vette della contemplazione e sebbene illetterata lasciò vari scritti edificanti. Nel 1982 le dedicò

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NoCera umbra

una ben documentata biografia l’indimenticabile mons. Gino Sigismondi. Prendo spunto dal capitolo sull’iconografia della Nobili, richiamando prima il dipinto più antico che la ritrae dopo morta, opera del pittore folignate Ortolani, dal vero; quindi un’altra tela del Seicento (cm. 50x35), condotta sul modello della precedente, con variante degli occhi semiaperti, sul capo una corona di grandi rose, in basso un vassoio con un cuore aperto, circondato dai simboli della Passione. Così il Sigismondi: “E’ anonimo il pittore del quadro”. Su quest’ultimo si incentra il mio contributo, imponendosi esso, ad evidenza, per qualità artistica. Chi il suo autore? Per la conoscenza che ho di lui, per avergli restituito altre opere sono in grado di assegnarlo a Giovan Battista Michelini (Foligno 1604-1679), artista notevolmente attivo in patria, a Gubbio, tanto che sua sorella Orsola sposò il 4 luglio 1646 il pittore eugubino Carlo Brozzi (1615-1695). Moglie del Michelini era

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Clarisse il monastero di san Giovanni battista Sotto, il professor enzo storelli


umbria

Maestoso il Torrione detto Campanaccio domina lo skyline di Nocera umbra: è dell’Xi secolo, unico residuo della rocca dei Castellani

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umbria

Nocera porta san Francesco

Girolama Arroni di Spoleto, che nel proprio testamento (novembre 1681), designò il suo nipote Domenico Bernardino Brozzi erede della cassa dei disegni del Michelini. Un richiamo. Osservando questo intenso ritratto della Venerabile Nobili viene in mente quello della Beata Angelina, dipinto dal Michelini per il monastero di Sant’Anna, detto delle Contesse, a Foligno, opera di consimile morfologia pubblicata nel 1980 in “Pittura del ‘600 e ‘700. Ricerche in Umbria 2” di autori vari, questa al n. 431 a cura di Vittorio Casale. Siamo a fronte di due splendidi ritratti di mano del Michelini, che nel registro dei morti del duomo di Foligno è detto di sessantasei anni e definito “Pictor celeberrimus” (Foligno, Archivio di Stato, Artisti di Foligno, F 54-2-119, f. 179). La letteratura storico-critica di “Ricerche 2” sul Michelini presenta la sua attività in tre periodi sotto l’aspetto formale.

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Il primo (intorno agli anni Trenta), tardomanieristico, reca influssi del Cavalier d’Arpino. Il secondo (quarto e quinto decennio) mostra l’aggiornamento sul classicismo di primo Seicento (Reni, Domenichino, sino al Camassei). Il terzo evidenzia una ripresa di arcaismo e accentuazioni espressive (come certe opere di Gubbio).


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La rivista dedicata al turismo. Numero di Aprile 2018

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