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EURO.IN.FOR.MA. Associazione culturale Progetto “Formazione per il Territorio” ID N°742 Corso “Addetti all’Organizzazione e Gestione del Turismo Culturale” cofinanziato dal Programma Operativo FSE 2007-2013 della Regione Siciliana Asse II Occupabilità Obiettivo specifico D Avviso 20/2011

REGIONE SICILIA

Assessorato Regionale dell’Istruzione e Formazione professionale

Dipartimento Regionale dell’Istruzione e Formazione professionale

Teatri

Realizzato da:

Luca Inzirillo, Anna Zingale e Conti Monica

Antichi, Lirici e Moderni


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L’ORIGINE DEI TEATRI Il Teatro, quello tragico e comico cui siamo abituati a fare riferimento, una delle più alte creazioni dell’umanità, è legato indissolubilmente ad Atene. Per tutto il periodo della sua più intensa fioritura (più o meno dal 480 al 380 a.C.) il teatro ha luogo quasi esclusivamente in quella città, e solo in maniera marginale tocca alcuni centri vicini della medesima regione. Ateniesi sono i grandi tragici come Eschilo, Euripide, Sofocle; Ateniesi sono i grandi comici come Aristofane e Menandro, ateniesi sono tutti gli innumerevoli autori teatrali le cui opere sono andate perdute. Il teatro trova la propria motivazione nella necessità della riproduzione mimetica della realtà, nella proposizione visiva di una “vicenda possibile”, sia essa presente (la commedia) o passata (la tragedia).Il teatro trova il suo referente materiale nell’atto di “guardare, vedere, contemplare” (theàomai): donde theàtron, “teatro”, theatès,” spettatore”. Il teatro, dunque, come visione di una

rappresentazione mimetica della realtà, passata o presente, come spettacolo in cui si riproduce una potenziale vicenda. Una visione, un vedere che è naturalmente collettivo, ed investe l’insieme dei “guardanti” (thèatron designa infatti il pubblico degli spettatori e al tempo stesso il luogo in cui costoro stanno). Ma il teatro è evento comunitario in una forma assai più globale, e per noi difficilmente comprensibile se ci poniamo nell’ottica dell’odierna esperienza teatrale. Innanzi tutto. Il teatro, tragico e comico, non ha una sua autonomia performativa, uno spazio e un tempo determinabili a piacimento di chiunque sia. Esso è parte integrante delle feste di Dioniso (le Grandi Dionisie, all’inizio della primavera; le Lenee, tra gennaio e febbraio), ed elemento fondamentale di un complesso rituale religioso. In quanto tale, l’evento teatrale si sottrae a qualsiasi forma di gestione privata, e rientra interamente sotto il controllo dello Stato che organizza festività dionisiaca. Enorme è la distanza che intercorre tra l’ esperienza teatrale dei greci e quella del teatro moderno. Innanzi tutto il carattere religioso del

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE teatro greco. L’altro aspetto importante è la sua natura di evento collettivo, comunitario, e perciò politico. Ed in fine ma non meno importante gli si attribuisce una funzione paideutica che deve raggiungere il maggior numero di cittadini. Il dramma greco è una creazione complessa in cui si fondono poesia, musica e orchestica, l’integrazione di parola, canto e movimento. Il creatore assoluto è il poeta: è lui l’autore del testo, il compositore della musica, l’ideatore della coreografia, e nella fase più antica persino il regista e il primo attore (protagonista); è lui il “maestro di verità” che parla alla comunità dei cittadini, reinterpretandone il patrimonio mitico, rinsaldandone l’identità culturale, gettando luce sul passato e sul presente. Un’ultima considerazione. Ogni tragedia o commedia costituisce una performance unica e irripetibile, nel

senso che viene rappresentata una sola volta, e non conosce né repliche né riprese.

Il teatro antico di Siracusa

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE  Teatri Antichi

Il teatro antico di Taormina Il teatro di Tauromenion avrebbe un'origine ellenistica - sulla base dei pochi documenti archeologici potrebbe essere del III secolo a.C. - ma si presenta totalmente romano nel suo aspetto oggi visibile. Nel 358 a.C superstiti cittadini di Naxos,la città calcidese distrutta nel 403 a.C da Dionisio il Vecchio di Siracusa, guidati da Andromaco, padre dello Storico Timeo,fondarono Tauromenion sul Monte Tauro (già sito di un precedente abitato indigeno poi ellenizzato). La città si sottomise a Ierone II, il grande tiranno di Siracusa,durante la I guerra punica,e poi ai Romani divenendo civitas foederata. Alla fine della Repubblica, durante il secondo triumvirato, venne coinvolta nel conflitto fra Ottaviano e Sesto Pompeo, e,dopo la vittoria del primo, nel 36 a.C fu dallo stesso mutata in colonia militare.Le rilevanti testimonianze architettoniche mostrano la prosperità e la relativa importanza della città soprattutto nei primi due secoli dell’età imperiale: il teatro ristrutturato ed ampliato ,le

terme pubbliche nell’area del Foro(dietro la Caserma dei Carabinieri) sul lato nord della Piazza Vittorio Emanuele dove si ubicava il Foro(in continuità con l’Agorà della città greca); il Ginnasio con l’annessa Biblioteca ,nella terrazza sottostante l’area del teatro, l’Odeon presso la Chiesa di S. Caterina; la cosiddetta naumachia, grandioso prospetto monumentale di un grande serbatoio d’acqua, la ricca domus con pavimenti musivi nell’area di Villa S.Pancrazio.La struttura originaria era legata ad un piccolo santuario di cui resta il basamento sul belvedere che sovrasta la cavea.Il monumento più grandioso ,e celebrato fra le "memorie" emblematiche della Sicilia Antica, è proprio il Teatro,la cui cavea fu ricavata ed intagliata nel fianco della collina. Il primo impianto,di età ellenistica, risale probabilmente al III secolo a.C.:ad esso appartengono alcini tratti di muratura in blocchi squadrati ancora visibili sotto la scena,alcune iscrizioni greche sui sedili di calcare della cavea,e soprattutto il basamento di un piccolo tempietto sul belvedere soprastante la cavea.Già all’epoca di Augusto risalgono probabilmente la ristrutturazione e l’ampliamento dell’edificio,il cui assetto può ascriversi alla prima metà del II Secolo a.C.: con un diametro massimo di m.109(e un orchestra del

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE dm. di 35 m.) e una capienza della cavea che doveva raggiungere all’incirca 1.0000 spettatori era per grandezza il secondo teatro della Sicilia dopo quello di Siracusa. La cavea contava di nove cunei, o settori, di gradinate; ai posti delle file superiori si accedeva dall’esterno si accedeva attraverso una rampa,da ovest, e una scala, da est. Il muro di fondo alla sommità della cavea è mosso da un

Minore ma rara in Occidente presentava un fronte(scaenae frons) decorata da doppio ordine di colonne corinzie e nella quale si aprivano tre grandi porte fiancheggiate da nicchie semicircolari e rettilinee;le colonne ora visibili sono state collocate impropriamente da un infedele intervento di restauro condotto intorno al 1860. Le grandi aperture della scena inquadravano e

Il teatro antico di Taormina

alternanza di nicchie semicircolari e rettangolari,originariamente arricchite da una sequenza di colonne di granito.Posteriormente a questo muro correva un doppio portico con copertura a volta il cui muro di fondo verso l’esterno è scandito da una serie di arcate,impostate su grandi pilastri,ricostruite per un tratto(erano in totale 46).La scena del tipo orientale,frequente in Grecia e Asia

"inserivano" nello spettacolo il grandioso Panorama della costa con la mole dell’Etna sullo sfondo. Ai lati occidentale e orientale della scena si sviluppavano due ampie e grandiose sale voltate (versurae ) per l’afflusso del pubblico . Pur non sapendo, per assenza di fonti, che genere di spettacoli vi si tenessero, è verosimile che in epoca greca doveva essere

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE adibito a teatro per la rappresentazione di tragedie, mentre in epoca romana, dopo adeguate modifiche, venne probabilmente adibito a spettacoli di gladiatori molto in voga presso i romani. Questo comportò un effettiva trasformazione del teatro in anfiteatro; l’orchestra si mutò infatti in arena attraverso la sostituzione delle gradinate dell’ordine inferiore con un corridoio voltato da cui si raggiungeva un locale ipogeico al centro dell’arena erano collocate attrezzature e “macchine” per lo spettacolo e forse le stesse gabbie delle belve. A una fase assai tarda risale la realizzazione del portico retrostante la scena(porticus post scaenam). Il suo abbandono probabilmente è da ascriversi con l'assedio dei Vandali e con il conseguente decadimento dell'Impero. In età medievale parte del teatro (l'edificio scenico e le due grandi sale laterali) venne riutilizzato come residenza palaziale. Sopra la cavea, nella parte orientale, è l'edificio del piccolo Antiquarium, in corso di ristrutturazione, allestimento e di imminente apertura. Durante il Medioevo, l'edificio scenico e le due turris scalae vennero riutilizzate per ricavarne un palazzo privato. Durante il Grand Tour crebbe la fama romantica dell'edificio, un monumento decaduto, attorniato da

rigogliosa vegetazione con un inusuale visuale sull'Etna, visuale questa per nulla esistente ai tempi della sua massima estensione, in quanto coperta dagli edifici scenici in muratura. A partire dagli anni cinquanta il teatro è stato impiegato quale struttura teatrale all'aperto per varie forme di spettacolo che spaziano dal teatro ai concerti, dalle cerimonie di premiazione del David di Donatelloai concerti sinfonici, dall'opera lirica al balletto. Dal 1983 è sede di Taormina Arte, manifestazione di spettacoli che si svolge tutti gli anni nel periodo estivo.Esso risulta scavato nella roccia e la scena ha per sfondo il mar Ionio e l'Etna. Ha un diametro massimo di circa 120 metri ed un'altezza di circa 20 metri. La cavea è suddivisa in nove settori da otto scale che consentono l'accesso degli spettatori. La stessa è circondata, nella parte alta, da una doppia galleria ad archi sorretti all'esterno da dei semplici pilastri e all'interno da colonne di marmo. Il fondo della scena, di epoca romana e parzialmente aperto al centro, è delimitato da un muro sul cui sfondo sono adagiate alcune colonne residue in marmo che fanno comprendere come dovesse essere in origine. Il teatro, oggi, ha una capienza di 18900 posti a sedere.

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Il Teatro Greco di Siracusa Il Teatro Greco di Siracusa, tra i fianchi rocciosi del Colle Temenite, un po’ distante dal centro di Siracusa è uno dei più belli che l’antichità ci ha lasciato in eredità. La cavea è rivolta verso il mare e l’intero teatro ancora oggi dà spettacolo. Sotto i Romani l’edificio teatrale venne ulteriormente modificato per consentire l’effettuazione di alcune rappresentazioni e spettacoli tipici del mondo romano. Purtroppo le sciagurate spoliazioni effettuate nella prima metà del XVI sec., allorché sotto Carlo V si provvide a smantellare la porzione superiore della cavea e la scena per farne materiale edile da destinare alla fortificazione di Ortigia, hanno gravemente e irrimediabilmente alterato e danneggiato l’edificio nella sua identità strutturale. La costruzione del Teatro di Siracusa iniziò nel lontano V secolo a.C. L’architetto era un certo Damocopos detto Myrilla (questo appellativo deriva dal fatto che nel giorno dell’inaugurazione avesse fatto spargere degli unguenti “myroi”). Da subito il teatro ebbe grande importanza per l’attività teatrale.

Anche Eschilo vi rappresentò “Le Etnee”, un’opera scritta per celebrare la rifondazione di Catania, e “I Persiani”. Inizialmente questo teatro non aveva ancora la forma semicircolare ma era composto da tre gradinate disposte a forma di trapezio. Nel corso degli anni sono tanti gli autori che hanno citato l’antico teatro nelle loro opere a cominciare da Diodoro Siculo fino a Plutarco. Tra il 238 e il 215 a. C. il teatro venne interamente ricostruito con la sua caratteristica forma a ferro di cavallo, tipica della cultura ellenica. La ricostruzione fu guidata da Ierone II che tenne conto della forma del vicino colle e fece in modo di sfruttarne al massimo l’acustica. Una delle caratteristiche dei teatri greci è quella di offrire un eccezionale panorama e quello di Siracusa non è da meno offrendo una gradevole vista sul Porto della città e sull’Isola di Ortigia, parte più antica di Siracusa. La cavea del teatro, così come progettata da Ierone II, è una delle più grandi del mondo greco ed originariamente contava 67 gradini, in maggioranza scavati nella roccia, e 9 settori. Sulla recinzione sono incisi i nomi delle divinità e i nomi della famiglia reale. Originariamente l’orchestra era delimitata da un grande euripo (un canale scoperto) oltre il quale vi era l’inizio dei gradini. La parte

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE scenica di questo magnifico teatro è ormai quasi del tutto scomparsa e restano visibili solo i tagli realizzati nella roccia. Sempre durante questo primo periodo sotto l’orchestra vi era un passaggio che permetteva agli attori di scomparire o apparire e vi era anche un solco per il sipario. Molto

Il teatro greco di Siracusa

probabilmente la statua di una cariatide che si trova nel Museo Archeologico regionale Paolo Orsi apparteneva alla scenografia di questo teatro. Al di sopra del tetto del teatro si trova una terrazza, anch’essa scavata nella roccia, alla quale si può accedere tramite una gradinata e ad una nota strada, “via dei sepolcri”. In origine su questa terrazza si trovavano

un grande portico e una grotta, all’interno della quale si trovava una vasca nella quale si depositava l’acqua di un antico acquedotto che serviva l’intero teatro. Questo insieme era identificato come il Mouseion o “Santuari o delle Muse”. Numerosi e sostanziali modifiche furono apportate al teatro con l’arrivo dei romani. La

cavea venne modificata in forma semicircolare (tipica dei romani) e furono realizzati dei corridoi che portavano all’edificio scenico. Anche la scena fu ristrutturata e fu costruita una nuova fossa per il sipario. Successivamente vi furono altre modifiche che consentissero al teatro di ospitare anche i combattimenti dei gladiatori. Dopo i romani lo splendente teatro fu abbandonato e nel 1526 subì

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE gravi saccheggi da parte degli spagnoli che utilizzarono i grossi massi di pietra per costruire le fortificazioni intorno all’isola di Ortigia. Dopo la seconda metà del 500 il marchese di Sortino, Pietro Gaetani, riattivò a proprie spese l’acquedotto e istallò diversi mulini sulla cavea dei quali è ancora oggi visibile la “casetta dei mugnai”. Alla fine del 700 rinacque l’interesse per il teatro che continuarono anche per il secolo successivo, studi, ricerche e ristrutturazioni che donarono al teatro l’antico splendore.

opere greche che continuano tutt’oggi. Il Teatro Greco di Siracusa è uno dei più belli di tutti quelli che l’antica cultura ellenica, e non solo, ci ha lasciato. Un teatro che mostra fiero il tempo che è passato, mostra i segni delle diverse dominazioni, testimonia i diversi modi di vivere e di interpretare gli spazi ma soprattutto è lì a testimonianza dell’amore per il bello e per l’arte che hanno caratterizzato le due culture più importanti del mondo: quella greca e quella romana. Non serve essere un appassionato d’arte per visitare il Teatro Greco l’importante è avere ancora voglia di stupirsi.

Locandina di una rappresentazione dei primi del ‘900

Scenografia di una rappresentazione

Dal 1914 l’Istituto Nazionale del Dramma Antico inaugurò, nell’antico teatro, le rappresentazioni annuali di Addetto All’orgAnizzAzione e gestione del turismo culturAle.

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Il teatro di Tindari Il teatro di Tindari venne costruito in forme greche alla fine del IV secolo a.C. e in seguito rimaneggiato in epoca romana, con una nuova decorazione e l'adattamento a sede per i giochi dell'anfiteatro. Rimasto a lungo in abbandono e conosciuto solo per le illustrazioni del XIX secolo, era appoggiato alla naturale conformazione a conca della collina, nella quale furono scavate le gradinate dei sedili (0,40 m di altezza e 0,70 m di profondità) della cavea, che doveva raggiungere una capienza di circa 3000 posti. In età romana vi si aggiunse un portico in opera laterizia e la ricostruzione della scena, di cui restano solo le fondazioni e un'arcata, restaurata nel 1939. L'orchestra venne trasformata in un'arena, circondando la cavea con un muro e sopprimendone i quattro gradini

inferiori. La città greca di Tyndaris, secondo quanto tramanda lo storico Diodoro Siculo,venne fondata intorno al 396 A.c. da Dionigi il Vecchio,

Il teatro antico di Tindari

tiranno di Siracusa, per installarvi contingenti di mercenari occupando una vasta porzione del territorio appartenente alla città indigena, poi ellenizzata, di Abacaenum (l'odierna Tripi), su un erta conformazione rocciosa ala cui formidabile valenza strategica condizionò le diverse fasi storiche della città. Legata militarmente a Siracusa fu poi, durante

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE la prima guerra punica,base dei Cartaginesi, di cui era alleato Ierone II ma dopo la battaglia navale del 257 a.C, combattuta nelle acque fra Tindari e le Eolie fra la flotta romana,al comando di Attilio Regolo, e quella cartaginese, si assoggettò a Roma. Locandina festival teatro dei 2 mari

Rappresentazione teatrale del Musical: Jusus Christ Superstar

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Il Teatro di Segesta Noto gia’ nel XVI sec., il teatro greco sul monte Barbaro e’ uno dei monumenti piu’ affascinanti dell’antichita’,posto in un magnifico scenario naturale verso il Golfo di Castellammare. A quattro chilometri a nord-ovest di Calatafimi,sulle rocce a strapiombo dell’acropoli, si ergono i resti di uno dei piu’ straordinari monumenti ,del mondo antico il teatro di Segesta. Dal cemento dell’autostrada in basso, si distinguono gli alti muri di sosegno della cavea; sembrano quelli di una fortezza a coronamento del monte, e gia’ questa sensazione ne sottolinea l’assoluta peculiarita’. Insieme algrande tempio dorico, il teatro e’ meta di visitatori fin da quando nel XVI sec. Il Fazello identifico’ le rovine della citta’. Tutti ne riportano un’impressione indelebile per la perfetta fusione tra i resti archeologici ed il paesaggio. Oggi il tempio dorico e il teatro non sono piu’, come cattedrali nel deserto, gli unici monumenti visitabili a Segesta. Sul monte Barbaro si possono ammirare i resti di antichi edifici che gli archeologi

riportano alla luce, apparendo cosi’ la struttura di una citta’che ci aiuta a comprendere meglio i due piu’ noti edifici. Il teatro e’ stato oggetto di una nuova lettura, in particolare della cavea facendo emergere elementi di rilievo di un edificio che nelle sue forme generali era gia’noto dai primi dell’ 800. All’epoca il duca di Serradifalco condusse gli scavi piu’ estesi che evidenziarono il grande muro che contiene a destra e a sinistra la cavea semicircolare. Dopo gli scavi dell’800, l’intervento piu’ ampio si deve a Marconi, che nel 1927 indago’ l’edificio scenico ed esploro’ la grotta che si apre sulla pàrados (l’ingresso laterale) ovest. Il teatro di Segesta presenta le forme tipiche della tradizione architettonica greca. Si inserisce aprendo la sua cavea verso nord, difronte al monte Inici che, sulla destra, lascia in vista il mar Tirreno ed il golfo di Castellammare. L’edificio scenico era staccato dalla cavea, presentava una ricca decorazione della frontescena in fine calcare, con colonne ioniche e doriche su due ordini sovrapposti era caratterizzato dalla presenza di due corpi obliqui rispetto alla facciata, cioe’ i parasceni.

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE Il proscenio era ornato ai due lati da figure in rilievo di Pan, il dio dalle zampe di capra, come nel teatro di Pompeo a Roma. La cavea e’ divisa orizzontalmente dal diazoma (corridoio che divide i settori della cavea); nella parte inferiore sono disposte 21 file di sedili, divise da sei

rilievo si osservo’che i blocchi tra i due ingressi al diazoma non presentavano la rifinitura tipica delle murature in vista. Si trattava solo di una struttura di contenimento. Il vero muro di analemma del teatro andava cercato piu’ a monte. Lo scavo ha portato alla luce i blocchi della recinzione della

scalette in sette cunei di diverse dimensioni. La fila superiore aveva sedili forniti di schienale. Una nuova stagionedi ricerche inizia nel 1993 con il “progetto Segesta” dove si evidenzia una pianta del teatro molto diversa da quella considerata sinora. Durante il

Panoramica del Teatro di Segesta

cavea a monte quindi il vero muro di analemma. Il teatro di Segesta cambiava aspetto, rivelandosi ancora piu’ maestoso e complesso. L’edificio era stato costruito non secondo uno schema astratto, ma adattandolo alla

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE morfologia del monte Barbaro ed all’impianto urbanistico della citta’. Anche la struttura della cavea presenta caratteri eccezionali. A differenza dei teatri greci non risulta addossata alla collina e da sondaggi stratigrafici e indagini geosismiche si e’ dimostrato che le fondamenta dell’edificio si trovano ad una notevole profondita’ ed e’ stato realizzato grazie ad un ingegnoso sistema di costruzione. La cavea e’ risultata costruita completamente secondo una tecnica che anticipa i sistemi di costruzione a volta che si affermeranno nei teatri romani. La costruzione dell’edificio e’ riferita alla seconda meta’ del II sec a.c. Questo e’ per Segesta un periodo di grande sviluppo, entrata ormai nell’orbita di Roma e attraverso il Tirreno e’ collegata con i grandi centri dell’Egeo e con le citta’ dell’Asia Minore. Segesta gode di un vasto territorio, di esenzioni fiscali proprio grazie alla lunga amicizia con Roma. Ora il teatro non era più un monumento isolato ed il complesso dell’agora’ comincia ad apparire, si

scoprono anche sontuose abitazioni private ornate da stucchi policromi e da mosaici. Tangente al muro curvilineo del teatro si e’ trovato il sostegno del terrazzamento e della sistemazione monumentale dell’acropoli realizzata in eta’ ellenistica. A Segesta ritroviamo cosi’ la connessione tra edificio teatrale e tempio in somma cavea, nell’audace impianto urbanistico terrazzato. Segesta ci propone l’immagine di una polis ellenistica, come una piccola Pergamo della Sicilia.

Ricostruzione edificio scenico del teatro di Segesta.

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Il teatro di Morgantina Dopo il rinvenimento di un primo muro di sostegno a sud-ovest nel 1956, ulteriormente esplorato nel 1957, e di un secondo muro simile più a nord nel 1959, nel 1960 fu scavata in profondità l’area tra i due muri e vennero in luce diversi elementi significativi, riconosciuti come gli analemmata di un teatro e i resti di un edificio scenico. Il primo rapporto sugli scavi del teatro, che furono condotti nelle campagne del 1960 e del 1961, è stato curato da Prof. Erik Sjöqvist della Princeton University. Nel rendiconto dello Sjöqvist, trovano posto questioni di fondamentale importanza quali la cronologia del monumento e la sua dedica antica. L’archeologo ha sostenuto che il teatro fu costruito nei primi anni del tiranno siracusano Agatocle (c. 310 a.C.); più recentemente questa data è stata abbassata alla metà del III sec. a.C. nell’epoca di Ierone Il, sulla base di reperti numismatici. Per quanto riguarda la dedica, nell’alzata del decimo sedile del terzo settore della

cavea è ben conservata l’iscrizione greca “ARCHELAS FIGLIO DI EUKLEIDAS [DEDICA QUESTO] A DIONYSOS”, cioè la dedica al dio Dioniso. Non sappiamo altro del ricco cittadino Archela figlio di Eukleida, che costruì a sue spese la cavea, o forse l’intero edificio. Successivamente l’archeologo americano Richard Stillwell ha fornito una più analitica lettura del monumento, e poco più tardi, nel rapporto preliminare sulla campagna di scavo del 1966, lo stesso Stillwell ha descritto il primo intervento di restauro. Descrizione del teatro

La cavea del teatro di Morgantina com’è oggi conservata fu costruita verso la metà del III sec. a. C., sul sito di un più antico e modesto edificio teatrale. Il teatro fa parte di un grande progetto unitario per l’abbellimento dell’agorà. Il koilon o cavea, costruito in opera quadrata con blocchi di calcare locale, ha un diametro massimo di m. 57,70 ed è suddiviso orizzontalmente in due sezioni: l’ima cavea, composta da sedici ordini di sedili, e la summa cavea, in terra battuta, che non presentava posti a

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE sedere (se non le quattro file rettilinee dietro settore n. 4). L’ima cavea, è suddivisa in sei kerkides o settori da sette klimakes o scale, di cui due costruite a ridosso degli analemmata. Il koilon poggia, per un quarto, su uno spiazzo in leggera pendenza del dorsale roccioso, sul quale venne posto materiale di riporto composto da sabbia e da terra. Questo materiale era contenuto dalle spesse mura o analemmata, supportate da contrafforti interni. Gli analemmata, tutti e due costituiti da un tratto perfettamente ortogonale all’asse del teatro e da un altro inclinato, come un

Teatro di Morgantina (dopo il restauro)

trapezio rovescio, sono composti da paramenti murari a doppia cortina;

quello esterno presenta una tessitura pseudoisodomica, mentre quello interno è irregolare; tra i due paramenti è stato posto rilievo del teatro del materiale a sacco con pezzatura informe. Nel 1963 è stato operato il restauro dell’analemma settentrionale, rinvenuto in posizione di crollo; in quell’occasione è stato costruito un contromuro interno all’analemma frontale, con lo scopo di sostenere il reintegro, che era necessario a ripristino del primo cuneo a nord. Nel 1966 sono stati restaurati i settori I e II, mentre nell’anno successivo il III e il IV. Nel primo settore a destra i restauratori avevano iniziato a rivestire le pietre di integrazione con intonaco, così com’è oggi visibile nei primi gradoni inferiori. L’intervento non era giudicato interamente riuscito, e in seguito si preferì la faccia-vista per il pietrame di integrazione. Il koilon è stato

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE consolidato dalla costruzione di due briglie concentriche di muratura, in corrispondenza dei gradoni V-VI e X-XI. I gradoni sono stati ricollocati, ripristinati ed integrati mediante l’utilizzo della pietra locale. Malgrado l’uniformità complessiva che presentano i cunei restaurati, è possibile distinguere i blocchi originari da quelli utilizzati per il ripristino. Operato negli anni 2003-2006, il restauro ha coinvolto i settori V-VI e il consolidamento dell’analemma meridionale che rischiava il ribaltamento. In corso d’opera sono stati eseguiti vari saggi. Nel saggio di scavo n. 7, operato a ridosso dell’analemma, è stata messa in luce la fondazione per evidenziare sia i filari interrati e in elevazione, sia il fuoripiombo. La presenza di una risega al piede del muro faceva avanzare l’ipotesi di una euthynteria, l’estradosso di fondazione; ma dalla diversità dei fuori-piombo, dalle dimensioni lapidee, e dalla diversa natura della pietra deriva un’altra ipotesi più attendibile: che esisteva il muro CI-C3 che aveva subito un ribaltamento; in seguito, demolito parzialmente il muro di elevazione, è

stato costruito il nuovo muro C4-C9 con altro pietrame, con diversa tessitura muraria, e in posizione leggermente rientrata, che a sua volta ha subito un’altra deformazione. Per ricercare le cause di queste deformazioni sono state eseguite prove di laboratorio necessarie per valutare le proprietà meccaniche dei materiali. Due campagne di indagini geognostiche sono state eseguite ed hanno individuato due principali orizzonti: a) un materiale di riempimento posto nell’intradosso dell’analemma meridionale, materiale eterogeneo con granulometria che va dalle argille alle ghiaie; b) limi argillosi e sabbiosi che rappresentano la formazione geologica in situ ed il sedimento di fondazione dell’analemma. Analizzando le risultanze di laboratorio è stato rilevato che l’analemma meridionale, a causa delle spinte esercitate dal terrapieno, costituito da materiale con una percentuale superiore al 50% di fini ed in cui le acque di infiltrazione esercitano pressioni idrostatiche, ha subito in alcuni setti una rotazione, facendo registrare tra la testa della struttura e la base della fondazione un

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE fuori-piombo di circa cm 40. Questo materiale non era certamente adeguato per il rinterro e pertanto se ne consigliava la totale rimozione; si sono invece sostituti materiali sciolti, sabbie o ghiaie, evitando in modo assoluto l’impiego di materie che, con l’assorbimento di acqua, gonfiano generando spinte. Ipotesi geometrica della pianta del teatro secondo il modello vitruviano dei tre quadrati (teatro greco) e dei quattro triangoli (teatro romano); in basso l’ipotesi che la geometria del teatro possa essere regolata dalla rotazione di due pentagoni. Pertanto è stato operato lo smontaggio parziale del muro, la sostituzione dell’attuale rinterro, utilizzando materiale arido nell’intradosso, la posa di un tubo dreno alla base dello scavo, l’impermeabilizzazione delle pareti con geomembrana rinforzata, accoppiata a geocomposito per agevolare il drenaggio delle acque di infiltrazione, l’utilizzo di geogriglie tessute ogni cm 60-90 di rinterro arido. Un tale procedimento assicura un idoneo supporto ai gradoni dei settori

V e VI. Per essi sono stati realizzati due tipi di intervento: 1) la ricollocazione dei gradoni che si trovano ancora in situ, scivolati almeno di un filare, e che sono stati posti in opera, con l’ausilio di materiale lapideo di riempimento; 2) l’integrazione dei filari mancanti con blocchi di piccola pezzatura, così come realizzato nel restauro degli anni Sessanta. L’intervento di restauro, progettato e diretto dall’arch. Alberto Sposito.

Pianta del teatro

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE  Grandi Teatri lirici

Il Teatro Massimo di Palermo Collocare un teatro grande e monumentale - al centro della città come si voleva che fosse, e poi fu, “il Massimo” battezzato così ancora prima della sua costruzione perché appunto doveva essere il massimo, ossia il più grande in una città caratterizzata da un impianto urbanistico vecchio di secoli e da una struttura estremamente limitata, costituì per gli amministratori del comune un problema difficile. Fu indetto un concorso per la sua realizzazione il cui programma fu diffuso nelle principali città d’Italia ed all’estero. Vincitore fu Giovanbattista Filippo Basile, nato a Palermo il 22 Agosto del 1825. Gli artisti che collaborarono con la loro opera e la loro arte alla realizzazione del teatro furono Ernesto Basile, il figlio di Giovanbattista che dopo la morte del padre assunse la direzione dei lavori e portò il teatro a compimento. Il Basile

diede al Massimo uno stile ispirato al corinzio italico, ottenendo cos�� quella forma speciale del corinzio rinvenuto

Ernesto Basile

G.B.F.Basile

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE in Italia, che a differenza di quella greca e romana serbava un’impronta tipica locale. La sala del Massimo non è possibile descriverla nella sua magnificenza tutta in oro zecchino, che con imponente lussuosità sfoggia tra il cupo rosso delle tappezzerie e le delicate pitture che decorano le logge. Le decorazioni in scultura del Massimo sono di Salvatore Valenti che, oltre a delinearle, si assunse anche la cura dell’esecuzione. Le decorazioni pittoriche furono concepite dai pittori: De Maria, Bergler, Cortegiani, Di Giovanni, Lentini, Enea, Cavallaro e Padovani. Rocco Lentini anch’egli palermitano <<genialmente ideò la decorazione del soffitto, immaginandolo una ruota immensa di

pallido oro sullo sfondo celeste,del soffitto tra i cui raggi stanno figure simboliche e bambini>>. Le pitture sulla ruota furono eseguite con l’eclettismo di moda in quel periodo dal Di Giovanni (che dipinse le figure centrali nella grande ruota del soffitto della platea ed una di quelle laterali), dal Cortegiani e dal Di Maria. Sono del Lentini il grande fregio del vestibolo e le decorazioni delle sponde dei palchi.

Archetipo in legno del teatro presentato da G.B.F. Basile a corredo del progetto

Teatro in costruzione

Collaborarono alla realizzazione del Massimo come scultori, modellando i 2 leoni che stanno sugli, stereobati all’ingresso del teatro, Benedetto Civeletti e Mario Rutelli. Su i due leoni notiamo due figure di donne che rappresentano una, quella adagiata sul

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE leone che sta a destra della facciata, la tragedia e l’altra la lirica. All’apertura del teatro la stagione programmata era fastosa: tre sole opere (ora se ne mettono nel cartellone molte di più) perle del repertorio lirico italiano: il Falstaff di Verdi, La bohème di Puccini e la Gioconda di Ponchielli. Un battesimo d’eccezione per un teatro grande, bello, moderno che usciva da un periodo di gestazione per principiare la sua vita artistica.

Locandina del 1971

Teatro Massimo di Palermo

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Teatro Politeama di Palermo Nel 1859, benché la città di Palermo fosse ben fornita di teatri pubblici, prese corpo l'idea di bandire un concorso internazionale per la costruzione di un nuovo teatro da intitolare a Ferdinando II che sarebbe dovuto sorgere in Piazza Marina. Il teatro venne ritenuto dalla Municipalità palermitana un bisogno fondamentale. Doveva essere un'opera di grande importanza e valenza per la Città con lo scopo anche di impiegare una gran massa di artigiani ed artisti, soprattutto, locali. Nel 1860, però, in seguito all'impresa dei Mille di Garibaldi ed alla caduta del dominio borbonico, l'idea di costruire un nuovo teatro sembrò abortire e dovettero passare quattro anni prima che il progetto fosse varato. Nel 1864, infatti, grazie all'illuminata politica dell'allora sindaco Antonio Starabba, marchese di Rudinì, l'amministrazione comunale bandì il concorso internazionale per la costruzione del monumentale teatro lirico (che in seguito diventerà il Teatro Massimo) e,

nel 1865, un concorso interno per la costruzione di un teatro diurno polivalente affidandone la progettazione a Giuseppe Damiani Almeyda, giovane ingegnere mandamentale. Il teatro doveva sorgere al confine estremo della struttura monumentale palermitana come punto di riferimento ideologico dell'espansione della città moderna ed, in contrapposizione dell'altro, precipuamente destinato a soddisfare il bisogno aristocratico di un teatro lirico adeguato alle esecuzioni del grand opéra, doveva essere dedicato al godimento ed allo svago di un pubblico più popolare immaginando per lo stesso produzioni quali operette, lavori comici e drammatici, veglioni, feste, spettacoli circensi ed equestri. Venne deciso, pertanto, di costruire un grande anfiteatro a cielo aperto fuori Porta Maqueda ed all'inizio della strada che aveva preso il nome di Via della Libertà. Nel 1865 venne stipulato il contratto con l'impresa costruttrice Galland ma i lavori poterono iniziare soltanto nel 1867. Nel 1868 venne deciso di trasformare l'anfiteatro in una sala teatrale in modo da poter ampliare l'offerta di spettacolo anche

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE con lavori di musica e di prosa. Furono perciò modificati i piani progettuali, anche se i lavori continuarono con molto rilento a causa di alcuni problemi sorti nel frattempo tra il Municipio e l'impresa Galland. Nel 1869, la Giunta Comunale deliberò di intitolare il teatro a Gioacchino Rossini in occasione della sua morte ma non se ne fece nulla. Infatti, quando fu inaugurato, ancora incompleto e senza copertura il 7 giugno 1874, con l'opera I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini, diventando, poi, per oltre vent'anni il teatro principale per la lirica della città di Palermo, si chiamava ancora Teatro Municipale Politeama, finché nel 1882, dopo la morte di Garibaldi, prese il nome di Politeama Garibaldi. Nel 1877, la copertura, commissionata alla Fonderia Oretea, fu completata, ma gli ultimi lavori di abbellimento furono realizzati soltanto nel 1891 in occasione della grande Esposizione Nazionale che si teneva quell'anno a Palermo. A quella data risale, infatti, l'apertura ufficiale in cui, alla presenza di re Umberto e della regina Margherita, fu rappresentato l'Otello di Verdi con protagonista il celebre tenore Francesco Tamagno.

Importante esempio di architettura neoclassica, presenta un grande ingresso a guisa di monumentale arco trionfale al cui apice si trova la Quadriga bronzea di Apollo di Mario Rutelli, cui si affianca una coppia di cavalli bronzei di Benedetto Civiletti, mentre, ai lati, si sviluppa il corpo semicircolare dell'edificio con i due ordini di colonnato dorico e ionico con stesure di colore azzurro e giallo e figure sormontate da un fregio che riproduce i giochi del circo su un fondo di colore rosso. All'interno, una sala a ferro di cavallo con due ordini di palchi ed un doppio ampio loggione/anfiteatro per una capienza allora progettata per cinquemila spettatori, mentre sul boccascena si sviluppa un colonnato esastilo corinzio al cui centro è collocato il busto bronzeo di Giuseppe Garibaldi. Damiani propone una ricca decorazione policroma di stile pompeiano sia all'esterno che all'interno del teatro, affidandola ai decoratori Gustavo Mancinelli, a cui si deve il fregio delle Feste eleuterie che circondano il finto velario azzurrocielo, Giuseppe Enea, Rocco Lentini, Giuseppe Cavallaro, Carmelo Giarrizzo,

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE Francesco Padovano e Giovanni Nicolini. Il vestibolo offre un soffitto a lacunari ornati di rilievi e fregi mentre gli ambienti di percorrimento e di sosta, come la grande sala degli Specchi e dei piani superiori dove era

curato la sistemazione del Monumento a Ruggero Settimo (Benedetto De Lisi, 1865) antistante il teatro. Nei giardini ai lati dei due semicerchi della parte frontale del maestoso edificio, che occupa circa 5000 mq, si possono

collocata in passato la Civica Galleria d'Arte Moderna, sono tutti decorati con pitture di Giuseppe Enea, Rocco Lentini e Giuseppe Cavallaro. Damiani, inoltre, è anche il progettista dei due maestosi candelabri esterni ed ha

Politeama di Palermo

ammirare le sculture di Valerio Villareale (Baccante), Benedetto De Lisi (Silfide) e Antonio .

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IL Teatro Massimo Bellini di Catania Maggio 1890: Catania inaugura il suo teatro d’opera. Un lungo e tormentato percorso; l’ambizioso ceto politico degli anni ’60 aveva preteso di completare il Politeama nel “Largo di Nuova Luce”, cui avevano lavorato Giuseppe Zahra e Stefano Ittar. Quello che si inaugurava era il Teatro Massimo, realizzato da Carlo Sada su progetto di ristrutturazione e ampliamento di quanto era stato già improntato da Andrea Scala del quale Sada era stato aiutante e successore. Negli anni ’50 e ’60 dell’Ottocento, Catania aspira a diventare una capitale borghese senza mai essere stata aristocratica in quanto l’aristocrazia sceglieva Palermo o Napoli. Perciò a Catania il Teatro è un’area di sciabilità assai diversa da quella di Palermo, con una platea che ignora l’incondita miscela sociale di nobiltà e plebe, ed è controllata dal “popolo dei mestieri alti, dei commerci, delle professioni”; l’ascesa ai palchi avviene per differenziazione interna, e sui posti resi liberi il controllo sociale è severo.

La scelta di un Politeama è, in tale contesto socio-culturale, significativo: il suo ideale di melodramma è quello “alla francese” con intermezzi danzanti e grandi scene; è luogo di evasione più o meno avventurosa, non già di “educazione sentimentale”. La domanda prima aggiuntiva poi sostitutiva, di un teatro d’opera risponde in parte ad una moda, e in parte interpreta mutamenti nella società e cultura catanese: la città è orgogliosamente una capitale mercantile e finanziaria, e s’appresta a diventare una città industriale! Il teatro costituisce da sempre lo specchio dell’anima collettiva e con essa muta nei secoli sia nei contenuti, sia nel suo supporto fisico -l’edificio teatrale- che si trasforma dal teatro naturalistico dei greci alle soluzioni scenografiche al coperto del Rinascimento, dall’opera ottocentesca ai complessi organismi attuali. Il teatro ottocentesco, in quanto tempio della musica fu la metafora laica della cattedrale gotica: un grande ambiente architettonico curvo che raccorda la scena ed il golfo mistico al ventaglio dei palchi, uno spazio conformato dalla musica e per la musica; in più

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE attrezzature tecniche di sorprendenti proporzioni. Tale doveva essere e fu il modello di riferimento del Teatro Massimo catanese che, nato come politeama, venne poi trasformato. Il Teatro Massimo Bellini di Catania è il prodotto di una successione di interventi progettuali, stratificatisi

l’uno sull’altro secondo un meccanismo complesso di interpretazioni critiche e di sintesi propositive. Dal punto di vista del singolo architettonico, estrapolandolo cioè dal complesso urbano, il Teatro

Massimo Bellini di Catania, costituisce un esempio di progettazione globale, cioè una progettazione che sintetizza, in maniera vitruviana, tutti gli aspetti della progettazione architettonica in un sistema unitario senza prioritarie scelte parametriche.

Teatro Massimo Bellini di Catania (visione notturna).

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE In questo edificio, infatti, la ricerca formale si trova in accordo con i criteri strutturali statistici, e questi, a loro volta definiscono le scansioni spaziali del complesso tecnologico. Il livello di quest’ultimo raggiunto nel teatro etneo, implica lo studio della ortofonia, la curva della visibilità, le isolux, l’apparato scenico, il confort, il tracciato organizzativo delle funzioni. Ciò sta a significare che tale opera è un compiuto architettonico e costituirà un’entità tipologica interessante per la realizzazione di opere future. Il Sada è nato a Milano nel 1849, in iziò gli studi presso le scuole serali dell’Accademia di Brera, quindi a Firenze e li compì a Roma presso l’Accademia di San Luca. Morì a Catania nel 1924.Andrea Scala era nato a Udine nel 1820 . L’ingresso di Carlo Sada nella lunga vicenda del teatro catanese avvenne in sordina, quando nel 1874, approvato il progetto di Andrea Scala per il Politeama, egli venne a dirigerne i lavori di realizzazione. Mentre Palermo aveva deciso fin dal 1860 di dotarsi di due

Disegno del prospetto del teatro

teatri, Catania non era ancora uscita dall’ambiguità della scelta di realizzare un unico edificio in grado di assolvere contemporaneamente alle funzioni di teatro lirico e a quelle di arena per spettacoli circensi.

Locandina che illustra una rappresentazione

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Il Teatro Vittorio Emanuele di Messina In posizione di classifica il teatro “Vittorio Emanuele” di Messina, già “Santa Elisabetta”, ricopriva uno dei primi posti in Italia per grandezza e lusso dopo i teatri “Alla Scala” di Milano, “La Fenice” di Venezia, “San Carlo” di Napoli e “Massimo” di Palermo. Al turista in visita a Messina saltava subito all’occhio, con grande piacevolezza, la mole del teatro, costruito secondo i canoni dell’Ottocento italiano ed europeo in stile Neoclassico. La costruzione dell’imponente edificio non ebbe un solo motivo catalizzatore, ma diversi. Innanzitutto, bisogna fare un passo indietro per capire la situazione dello spettacolo a Messina agli inizi del XIX secolo quindi, da quanto raccontatoci dal Carlo Gemelli, aveva un “infelicissimo teatro”. Il Gemelli si riferifa all’angusto edificio teatrale “Della Munizione”, vecchio di circa un secolo. Non fu solo Gemelli a lamentarsi del vecchio teatro, ma anche il celebre patriota messinese Giuseppe La Farina, che in seguito ai

rifacimenti subiti dal teatro all’indomani del sisma del Febbraio 1783 così diceva: «Oggi [il teatro nda.] è reputato opera sconcia e barbara. I corridoi sono angustissimi, le scale incomode e meschine, la platea lunga e disarmonica…». Altro motivo che portò alla nascita del “Vittorio Emanuele” trae origine dalla secolare rivalità tra le città di Messina e Palermo. Il Re Ferdinando di Borbone delle II Sicilie, concedendo la costruzione del nuovo teatro, inaugurava la tattica delle concessioni nella logica di un disegno politico subdolo, volto ad acuire la secolare rivalità tra le due città siciliane. I messinesi, approfittando della disponibilità dimostrata dal monarca volta ad accattivarsi la classe egemone della città,riuscirono ad ottenere la concessione di ulteriori privilegi come l’ormai famosa concessione del “Portofranco” (di cui la statua di Giuseppe Prinzi al porto ricorda lo storico avvenimento) e l’istituto “Maurolico”. Altri segni di distensione da parte della corona sono riscontrabili nella concessione di un servizio postale inaugurato nel 1838 con la prima vettura corriera postale Messina-

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE Palermo. Messina aveva richiesto al governo dei Borboni, già a partire dal 1827, un nuovo teatro, degno delle fiorenti condizioni culturali. Tuttavia, la risposta della corona borbonica non fu repentina. Bisognò aspettare qualche anno affinché il sogno ambito dai Messinesi diventasse realtà. Le cause

ricavata dalla demolizione del teatro “Della Munizione”, ma la posizione non felice dell’edificio eliminò questa proposta. E non fu la sola a decretare il rifiuto di costruire in quel luogo il nuovo teatro. Sulla via Ferdinanda (pressoché l’attuale via Giuseppe Garibaldi), infatti, sorse all’indomani

che ritardarono la costruzione del nuovo teatro furono di ordine squisitamente finanziario. Ma improvvisamente avvenne il miracolo. Nel 1838, per Regio Decreto, si decise la costruzione del “Novello Real Teatro della città di Messina”. Le autorità, interpellate da S.M. Ferdinando II delle Due Sicilie, scelsero come luogo l’area

Interno del Vittorio Emanuele di Messina

del terremoto del 1783 un carcere costruito sulle rovine della chiesa e convento del Carmine, dove erano stati precedentemente sepolti numerosi uomini illustri messinesi, come ad esempio lo storico Costantino Lascaris e il pittore lombardo Polidoro Caldara da Caravaggio. Si decretò

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE quindi di costruire proprio in questo luogo il nuovo teatro. Ferdinando II delle Due Sicilie inviava così da Catania all’Intendente del Vallo di Messina, Don Giuseppe De Liguoro, un rescritto con cui ordinava di costruire il teatro sull’area delle vecchie prigioni, che erano considerate come uno scempio alla bellezza architettonica della lunga via Ferdinanda, che era il centro propulsore della vita economica e sociale della città. Molti cittadini, all’indomani della decisione di demolire il tetro edificio, vollero portarsi il vanto di aver demolito, anche loro, una o più pietre della prigione, al momento in cui venne fatta “tabula rasa” dell’area (di circa mq.2.971) su cui sorgerà il teatro. Ma a chi poter intitolare questo nuovo “tempio delle Muse”? La risposta era semplice. Per rendere omaggio alla madre di Ferdinando II delle Due Sicilie, la regina Isabella, si decide di chiamare l’edificio con il titolo di “Teatro Regina Isabella”, in seguito cambiato in “Santa Elisabetta”, in onore sempre della medesima. Il giorno 20 Dicembre del 1838 cominciava così la demolizione dell’edificio carcerario. I detenuti

furono trasferiti nel castello di Roccaguelfonia (dove attualmente sorge il sacrario di “Cristo Re”). Fu quindi bandito il concorso per la costruzione del teatro, che vide tra i partecipanti molti illustri uomini della Messina del tempo, quali Letterio Subba e Carlo Falconieri. Presidente della commissione giudicatrice fu Antonio Niccolini, uomo di origine toscana ma napoletano per adozione. E forse fu proprio per volere di quest’ultimo, che vincitore del concorso non fosse un Messinese, ma un napoletano, il cui nome era Pietro Valente. Questi, uomo molto colto e apprezzato nell’ambiente partenopeo, era, infatti, docente di Architettura civile presso l’Università di Napoli. I concorrenti Messinesi contestarono tale assegnazione, e le critiche al Niccolini non furono poche. Tuttavia, il Valente, rimase il fautore del nostro teatro Vittorio Emanuele II. Il progetto prevedeva una facciata a tre ordini con un corpo avanzato munito di portico. Lateralmente, invece, il teatro prevedeva nel progetto numerose finestre distinte fra i tre piani totali del nuovo edificio. La prima pietra fu posta il 23 Aprile 1842, con solenne

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE cerimonia, tra la generale euforia del pubblico presente. Il rustico del teatro fu pronto straordinariamente in pochi mesi. L’ 8 Giugno del 1846 fu bandito invece il concorso per il sipario del novello edificio. Vincitore risultò il messinese Michele Panebianco.

serata inaugurale,risultò stracolmo di persone. Si decise l’apertura con l’opera “Il Trionfo della Pace”, azione melodrammatica di Felice Bisazza con musiche di Antonio Laudamo. Messina affidava a Saro Zagari, l’incarico di eseguire le decorazioni esterne del

L’apertura del teatro fu decisa per il 12 Gennaio 1852, giorno del quarantaduesimo compleanno di Ferdinando di Borbone. Il teatro, la

Il vittorio Emanuele di Messina

nuovo tempio della musica messinese. Il “Vittorio Emanuele” si inserì così nella vita del popolo messinese, tra la

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE contentezza generale. Dopo 56 anni, però, si giunse così a quella fatidica alba del 28 Dicembre 1908. Il terremoto risparmiò quasi per interno il teatro (se si esclude la parte posteriore), ma l’ignoranza, l’abbandono, e la distruzione da parte dell’uomo, lo ridussero ad un rudere. Già la ditta Ciocchetti negli anni 50, con la scusa dei danni bellici causati dall’ultimo conflitto mondiale al vecchio edificio, eliminava la bellissima sala del teatro, che anche i manuali di fisica, per la sua acustica, avevano definito perfetta. Nel 1980 ciò che rimaneva del teatro “Vittorio Emanuele”, distrutto per mano dell’uomo a partire dagli anni 50 del XX secolo, lasciava il cittadino messinese per sempre, ormai lontano dal vissuto storico. Ciò che rimaneva dello stabile venne distrutto e gettato nella discarica di Maregrosso. I messinesi, comunque, riuscirono a riappropriarsi del loro teatro e la scommessa durata ormai 77 anni fu così vinta. Il 25 Aprile del 1985, a centotrentatré anni dalla prima storica inaugurazione, il “Vittorio” ritornava a nuova vita, tra la commozione generale.

Antica foto del teatro prima del terremoto e maremoto del

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1908

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 I Teatri Minori

Il Teatro di Racalmuto Fondazione Teatro Regina Margherita. Costruito fra il 1870 e il 1880, il teatro di Racalmuto - 350 posti, due ordini di palchi, un loggione a ferro di cavallo, golfo mistico per l'orchestra e un ampio palcoscenico - nacque come simbolo di stato delle famiglie ricche

Il teatro di Racalmuto (interno)

del paese, che derivavano potere e benessere dalle locali miniere di zolfo e dal lavoro di coloro che vi penavano.

La realizzazione dell'edificio fu deliberata il 19 dicembre 1870 e il progetto fu affidato all'architetto Dionisio Sciascia, allievo della scuola di Filippo Basile, al quale si deve il Massimo di Palermo, concepito nello stesso periodo. La costruzione sarebbe dovuta durare un paio d'anni: occorse invece un decennio. Ma il teatro, alla fine, risultò assai bello, nel giardino dell'ex monastero di Santa Chiara, anticipatore delle armonie del Massimo palermitano, impreziosito dagli stucchi di Giuseppe Carta (autore anche del sipario, che raffigura i Vespri siciliani), nonché dotato di dodici scenari dipinti dal pittore Giuseppe Cavallaro. La riapertura del teatro Regina Margherita di Racalmuto ha restituito al piccolo paese in provincia di Agrigento, ma anche a tutta la Sicilia, un vero gioiello di arte e architettura che ricalca, seppure in scala minore, il più celebre

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE teatro Massimo di Palermo. E con il Massimo, purtroppo, anche il teatro di Racalmuto ha condiviso il triste primato della lunga chiusura. L'esterno imponente, di stile classicheggiante, le decorazioni a fresco della volta interna in cui i mesi dell'anno fanno da contorno al Carro dell'aurora, il sipario, con la spettacolare rappresentazione pittorica della rivolta dei Vespri siciliani ne fanno un monumento degno della massima attenzione. Alla riapertura, avvenuta il 14 febbraio del 2003 è stato nominato direttore artistico lo scrittore empedoclino, Andrea Camilleri. Da qualche anno il regista teatrale Fabrizio Catalano è subentrato a Camilleri nel ruolo di direttore artistico.

Locandina illustrata di una rappresentazione

Locandina illustrata

Locandina illustrata Addetto Allâ&#x20AC;&#x2122;orgAnizzAzione e gestione del turismo culturAle.

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Il Teatro di Vittoria Il Teatro Comunale di Vittoria (18711877), in Piazza del Popolo, è uno straordinario gioiello di arte neoclassica, che riceve una forza espressiva ancora maggiore dalla sua particolare collocazione nel contesto architettonicourbanistico della piazza: si trova infatti addossato alla chiesa tardo barocca di Santa Maria delle Grazie che, pur diversa stilisticamente per la sua dinamica, elegante e flessuosa muratura, ben si allinea alla costruzione neoclassica, il cui portico alternato di colonne tuscaniche e ioniche, intercalate in due piani, crea

un gioco spaziale dinamico e chiaroscurale che entra perfettamente in sintonia con la chiesa. Il complesso architettonico, arricchito plasticamente da medaglioni e statue, si conclude con un fregio impreziosito da decorazioni e dal gruppo scultoreo

Il teatro di Vittoria

di Apollo e La Musa. Architetto progettista del nuovo teatro fu Giuseppe Di Bartolo Morselli da Terranova (1815- 1865), mentre

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE direttore dei lavori fu l’ingegnere Giuseppe Mazzarella che, morto il Di Bartolo, completò il teatro, attuando delle modifiche al suo interno e ampliando inoltre, per tutta la larghezza del prospetto, la gradinata di accesso, conferendo all’equilibrata

circa 380 posti. Per le decorazioni furono chiamati gli artisti Corrado Leone per le statue e i medaglioni e Giuseppe Mazzone (1838-1880) per le pitture; Cesare Cappellani di Palazzolo Acreide eseguì le indorature. Emanuele Zago di Comiso costruì 160

struttura neoclassica una straordinaria monumentalità. Il teatro, al suo interno, presenta una sala “a ferro di cavallo” simile nella forma e nella struttura a tante altre dell’Ottocento, esistenti nelle varie città italiane. La sala contiene una platea e quattro ordini di palchi con una capienza di

Il Teatro di Vittoria (interno)

sedie in ferro. Pasquale Subba da Messina disegnò il sipario e le scenografie. Emanuele La Scala e Salvatore Benvissuto di Vittoria rifinirono a lucido e a stucco il vestibolo. Autore delle varie decorazioni interne, come si è detto, fu

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE Giuseppe Mazzone, il più valido artista dell’Ottocento vittoriese. Al centro del soffitto del vestibolo, ingresso del Teatro e ambiente antistante la sala teatrale, è dipinta l’Allegoria della musica, mentre negli altri due riquadri laterali troviamo decorazioni allegoriche costituite da statue, reperti archeologici, fogli musicali e poetici, attorno ai quali si svolge una danza e un’orchestrazione musicale, artistica e poetica, dell’inno alla vita e all’arte nelle diverse forme, evidenziata da figure dalla tenera età. Sulle opposte pareti laterali del boccascena sono rappresentate due figure simbolicoteatrali La Commedia e La Tragedia, mentre al centro dell’arco scenico vi è, in altorilievo, l’aquila reggente grappoli d’uva, simbolo della Città di Vittoria. Nella volta della sala teatrale, animata da decorazioni floreali, intercalate da ritratti di famosi musicisti, scrittori, poeti e commediografi italiani, vi è una rappresentazione figurativa, dalle vivaci tonalità coloristiche, di amorini festeggianti tra ghirlande di fiori e foglie, nastri ornamentali e mantovane, e di due candidi cigni che, posti su una nuvola, completano la decorazione. Le rappresentazioni

pittoriche del teatro sono rese efficaci da un brillante cromatismo, evidenziato da un particolare ed equilibrato studio luministico. Il Ridotto del Teatro è oggi sede permanente delle opere pittoriche dell’artista vittoriese Natale Barone. Il Teatro, intitolato a Vittoria Colonna fondatrice della città, si inaugurò il 10 Giugno 1877 con l’opera lirica La forza del destino di Giuseppe Verdi.

Antica locandina di una rappresentazione al teatro

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Il teatro di Agrigento Il Teatro Luigi Pirandello è un teatro di Agrigento, costruito nel 1870 dall'ingegnere Dionisio Sciascia e dall'architetto Giovan Battista Filippo Basile. Nel 1863 la giunta municipale di Agrigento deliberò la costruzione del teatro. Nel 1870 iniziarono i primi lavori. Durante i lavori, a causa di alcune controversie tra costruttori ed amministratori, i quali affermavano che l'arco armonico fosse riuscito sordo, fu chiamato come consulente l'architetto Giovan Battista Filippo Basile, disegnatore - progettista del teatro Massimo di Palermo. Nel 1880 il teatro fu aperto al pubblico. Il 12 gennaio del 1981, durante una visita ad Agrigento della Regina Margherita, le autorità municipali decisero di di dare il nome della sovrana al teatro, che prese quindi il nome di "Regina Margherita". Durante la Seconda guerra mondiale il teatro fu adibito a sala di proiezioni cinematografiche. Nel 1946 venne costituito il Comitato per le Celebrazioni Pirandelliane per il decennale della morte del drammaturgo Luigi Pirandello. Nel dicembre dello stesso anno il consiglio

comunale di Agrigento deliberò che il teatro rinnovasse il nome in quello di "Luigi Pirandello". Nel 1953 al teatro Pirandello approdarono riviste famose: Renato Rascel con Attanasio cavallo vanesio, Carlo Croccolo con Rinaldo in campo e Tino Scotti con Le baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni. Il teatro fu decorato da pittori tra i più noti dell'Ottocento, tra cui i milanesi Giuseppe Belloni, Luigi Sacco, Antonio Tavella, i quali dipinsero il soffitto e il frontale dei palchi. Una delle decorazioni più significative del teatro era certamente il sipario, rappresentante il valoroso atleta akragantino Esseneto che ritorna vincitore da Elea e dipinto dal pittore messinese Luigi Queriau. L'opera andò perduta o distrutta durante il lungo periodo di chiusura. Nel 2007 il produttore agrigentino Francesco Bellomo ha donato un nuovo sipario, realizzato con le stesse tecniche dell'epoca, che riproduce l'affresco originale. Nel foyer del teatro sono esposti il busto di Zeus, anticamente posto nella Villa Garibaldi, il busto dedicato a Luigi Filippo, quello di Luigi Pirandello e numerose targhe, tra le quali quelle testimonianti la decisione

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE del senato agrigentino di edificare il teatro e quella di intitolarlo alla Regina Margherita. Altre targhe ricordano l'intitolazione del foyer all'attore agrigentino Montalbano, la riapertura del teatro alla presenza di Oscar Luigi Scalfaro e la restituzione dell'antico sipario La vittoria di Esseneto.

Locandina di una recente programmazione al teatro

Il teatro Luigi Pirandello di Agrigento (interno)

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INDICE ANALITICO-SISTEMICO L’origine dei teatri

Pag. 2-3

Teatri antichi

Il teatro di Taormina

Pag. 4-6

Il teatro di Siracusa

Pag. 7-9

Il teatro di Tindari

Pag. 10-11

Il teatro di Segesta

Pag.12-14

Teatro ellenistico di Morgantina

Pag.15-18

I Grandi teatri lirici

Il teatro Massimo di Palermo

Pag.19-21

Il teatro Politeama di Palermo

Pag.22-24

Teatro Massimo Bellini di Catania

Pag.25-27

Teatro Vittorio Emanuele di Messina

Pag.28-32

I teatri minori moderni

Teatro di Racalmuto

Pag.33-34

Teatro di Vittoria

Pag.35-37

Teatro di Agrigento ‘L.Pirandello’

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EURO.IN.FOR.MA. ASSOCIAZIONE CULTURALE

Bibliografia Origine dei teatri S.Nicosia, L’evento e la “polis”, in Kalòs (Supplemento), Anno 7 n°6, Novembre-Dicembre, Edizioni Ariete, 1995.

Segesta F.D’Andria, Segesta stupenda conchiglia nel vuoto, in Kalòs (Supplemento), Anno 7 n°6, NovembreDicembre, Edizioni Ariete, 1995.

Massimo di Palermo L. Maniscalco Basile, Storia del teatro Massimo di Palermo, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 1984

Bellini di Catania Z.Dato Toscano-U.Rodonò, Il teatro Bellini di Catania, I progetti e la fabbrica dell'archivio dei disegni di Carlo Sada architetto (1849-1924), Giuseppe Maimone Editore, 1990

Sitografia Foto www.commons.wikimedia.org www.lamiasiracusa.altervista.org www.tafter.it www.regione.sicilia.it www.wikipedia.org www.indafondazione.org www.bebalba.it www.radiostereosantagata.blogspot.it www.iteatripalcoscenicodellavita.com www.italica.rai.it www.quadernidelvaldemone.it www.idesignme.eu www.fotografieitalia.it www.travellertribe.com Addetto All’orgAnizzAzione e gestione del turismo culturAle.

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Ricerche www.regione.sicilia.it www.esplorasicilia.com www.siciliasud.it www.architetturadipietra.it www.wikipedia.org www.teatrovittorio.altervista.org www.comunevittoria.gov.it

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Rete di Teatri: Antichi, Lirici e Moderni