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gennaio 2014

Quella gamba di sedia

Famiglia, in prospettiva Ci sono sintomi nella società occidentale di un «ascolto» della vera famiglia, nonostante il clamore dei media che la dichiarano morta. Alcuni responsabili della politica e dell’economia stanno riconoscendo il significato strategico della presenza della famiglia, quando è solida, feconda, risparmiatrice, consumatrice (con parsimonia), rispettosa dell’ecologia del creato, educatrice e formatrice delle nuove generazioni, solidale e sussidiaria. La forza di attrazione di una tale famiglia contagia in positivo la società. Ho in mente un caso concreto, paradigmatico di oggi, a Milano: 13 dicembre 2013, santa Messa per l’11° anniversario della morte del nonno Virginio, e in ricordo della nonna Paola, morta il 28 agosto scorso. I nonni hanno avuto 7 figli. I 6 vivi erano tutti presenti con mogli o mariti e ben 24 figli e figlie dai 25 ai 3 anni. Un quadro patriarcale che certamente non è più comune come negli anni passati. Il sacramento del matrimonio suggella una vocazione. «Lascia che ognuno vada per la sua strada; ma tu…tu: vieni e seguimi!» Abbi il coraggio di fidarti della Provvidenza e crea una famiglia felice e feconda di figli. Non sprecare gli anni più belli del tuo matrimonio; che non torneranno. Se sei un giovane professionista non lasciarti incantare dalle sirene DINK (double income, no kids) che nell’immediato producono risultati, ma a lungo termine perdono un vasto mercato di consumatori. La Cina del figlio unico sta facendo marcia indietro. Mario Viscovi

In un libro che sto rileggendo ho trovato un riferimento al poeta e saggista francese Charles Péguy che nel 1912 scrisse Il denaro. Ne riporto un passo anche se le sue parole sembrano contrastare con la nostra epoca. «Conosciamo un onore del lavoro [ ... ]. Abbiamo conosciuto un impegno spinto fino alla perfezione, identica nell’insieme e nel dettaglio più minuto. Abbiamo conosciuto la pietà dell’opera ben fatta, condotta alle esigenze più estreme [ ... ]. Quegli operai... avevano onore. Era necessario che una gamba di sedia fosse ben fatta. Era sottinteso. Era una manifestazione di superiorità. Non bisognava farla bene per forza, a causa del salario, o in vista del salario. Non bisognava farla bene per il padrone, o per gli intenditori, o per i clienti del padrone. Era necessario che fosse ben fatta per sé stessa, in sé stessa, di sé stessa, nel suo stesso essere. Una tradizione che rimonta al più intimo della razza, una storia, un assoluto, un onore, volevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. Ogni gamba di sedia, quantunque non tutte fossero in vista, era tanto perfetta quanto lo era quella che si vedeva. È lo stesso principio cui dobbiamo le cattedrali [ ... ]». Chi vuol lavorare alla presenza di Dio conosce bene la differenza tra un lavoro ben fatto e uno raffazzonato, incompleto o trascurato, ma l’onore del lavoro di cui parla Péguy non appartiene solo a chi si sforza di agire con un obiettivo soprannaturale. Non è raro incontrare artigiani, insegnanti, genitori, giornalisti, operai e contadini che mantengono vivo questo impegno di rifinire l’opera, malgrado fatiche e difficoltà, per offrire un valido servizio e per una personale soddisfazione. Per contrasto stridente, ci appaiono invece come particolarmente deplorevoli i lavori che le cronache, anche recenti, ci portano alla nostra giustificata indignazione: opere mai finite, altre compiute al di fuori della legge e del buon senso, sempre causa di enormi sprechi di denaro e di tempo e spesso anche di tragedie almeno in parte evitabili. A ragione Péguy, parlando del lavoro, aggiungeva: «Maestri, sacerdoti, genitori, tutti ci dicevano che un uomo che lavora bene e che sa ben comportarsi può stare sicuro che mai mancherà di nulla». Possiamo considerare questo pensiero come augurio di speranza per il 2014?

SU QUESTO NUMERO Spartiacque irreversibile Inghilterra e Stati Uniti riscoprono la famiglia Racconto per l’inverno

Italo e Paola Mannucci, telefono e fax 02 4151880, im.emme@fastwebnet.it Mario e Santina Viscovi, telefono e fax 02 4151596, mario.viscovi@fastwebnet.it

Italo Maria Mannucci


Spartiacque irreversibile

Papa Francesco e l’economia

Il messaggio di Papa Francesco rappresenta il segno dei tempi e uno spartiacque irreversibile rispetto a un modello socioculturale che ha caratterizzato per molto tempo la noIl salto culturale si compie con l’attribuzione all’economia, stra storia ed ̀ e diventato incapace di rispondere alle doche nasce e rimane una scienza sociale e morale, dello stamande sul senso della vita. tuto di scienza esatta. L’economia acquisisce anch’essa lo staIl tema critico ̀ e legato al ruolo che le scienze economiche e tuto di scienza morale ed esatta da studiarsi in modo la finanza, ultima figlia prediletta, hanno avuto nell’indirizrazionale e quindi diventa conseguente affermare che piu ̀ zare le societa ̀ dell’uomo. La cultura prevalente, oggi, conmigliora l’economia piu ̀ migliora la societa ̀; cioe ̀ non si guatinua a considerare l’attuale crisi come economica, derivante dagna per vivere ma si vive per guadagnare e scambiamo i dal non corretto funzionamento della regolazione meccanifini con i mezzi. cistica dei mercati; di conseguenza si pensa che la soluzione I modelli che massimizzano l’economia sono il mercato e debba essere affidata a tecniche e regole esterne alla societa ̀ il liberismo assunti come fine e deificati. I fini determinano che in tale modello ̀ e diventata una variabile dipendente. sempre i mezzi e cosìla deregulation e la finanziarizzazione L’evidenza dell’errore sta nei fatti ed ̀ e lampante: piu ̀ gli ecodell’economia reale vengono portati agli estremi limiti. Il nomisti si occupano dell’economia piu ̀ questa peggiora; ma processo porta al depauperamento delle societa ̀, ai conflitti gli interessi da difendere sono cosìimportanti da giustificare conseguenti per ridefinire la dignita ̀ e la giustizia che doancora la legittimazione accademica di una verita ̀ che ha vrebbero essere alla base delle societa ̀ dell’uomo ma che oggi portato allo sbando il mondo generando una disuguaglianza sembrano perse. senza pari nella storia e una societa ̀ disgregata nel Le conseguenze del suo sistema di relazioni. La crisi ̀ e economica o La visione offerta dalle scienze esatte modello imperante e antropologica? In questo secondo caso la sua soautoreferenziale porta a individuare luzione non dipende da regole meccanicistiche hanno affermato nacome esclusivo principio di verità esterne alla societa ̀ ma da come fare per riorienturalmente una forma ciò che si vede, si tocca e si misura tare il modello di vita e di valori che il nostro di individualismo contempo sembra abbia perso; i percorsi di soluzione flittuale e cinico che sono completamente diversi. ricerca la massimizzazione del risultato personale nel breE ̀ vero quello indicato da Papa Francesco: dobbiamo riparvissimo tempo a costo di giustificare comportamenti illeciti tire dalla ricostruzione della societa ̀ mettendo al centro del e ha creato una gerarchia di bisogni e di valori funzionali nostro interesse l’uomo che deve ritornare a essere fine e alla sua continua autorigenerazione. «Essere in possesso di non mezzo dell’economia; la cultura dei tempi moderni ha un potere non definito da una responsabilità morale e non cambiato i fini con i mezzi. E ̀ questo l’avvertimento morale, controllato da un profondo rispetto della persona significa spirituale e storico della Evangelii gaudium che evidenzia distruzione dell’umano in senso assoluto» (Romano Guaranche come le radici dell’economia siano sbagliate. dini, La fine dell’epoca moderna. Il potere). La genesi di queste radici sbagliate parte da lontano: «il Ripartire dalla solidarieta ̀, dalla centralita ̀ dell’uomo, dalla sistema ha le radici nel campo della speculazione ma innalza necessita ̀ di riscoprire la sua dote piu ̀ profonda che ̀ e la sua tronco e rami nell’aria della scienza esatta» (Hans Urs von umanita ̀ perche ́ l’uomo non puo ̀ essere felice da solo, ̀ e il Balthasar, Cordula). La visione razionale del mondo offerta grande progetto che dobbiamo provare a ricostruire. «Spedalle scienze esatte diventa dominante nel tempo e porta a riamo ci sia accordata la grazia di comprendere e scegliere individuare come principio di verita ̀ esclusivo cio ̀ che si vede, la strada giusta, prima che sia troppo tardi, la via che non si tocca e si misura. Le scienze positive che spiegano questa porta alla morte ma all’ulteriore compimento, da parte delverita ̀ diventano esse stesse «verita ̀ incontrovertibile» e pasl’uomo, della sua missione creativa e unica su questo piasano dall’essere un sapere strumentale a un sapere morale e neta! Benedictus qui venit in nomine Domini» (Pitirim finalistico. In questo modo il mondo dello spirito perde chiaSorokin, La crisi del nostro tempo, 1941). rezza e termini come etica, amore, solidarieta ̀, equita ̀ riFabrizio Pezzani schiano di non essere piu ̀ capiti. da L’Osservatore romano 2


Inghilterra e Stati Uniti riscoprono la famiglia Anche negli Stati Uniti si sono fatte riflessioni simili mettendo però in relazione i ragazzi protagonisti di sparatorie nelle scuole con la loro condizione familiare. Un filo comune, e in gran parte inosservato, che lega insieme la maggior parte di loro è che vengono da famiglie segnate dal divorzio o da un padre assente. Se si controlla la «lista di attacchi nelle scuole degli Stati Uniti» di Wikipedia si può notare come spesso ci sia di mezzo un giovane i cui genitori sono divorziati o mai sposati. Secondo un interessante articolo di Mercatornet, una nazione che cerca di dare un senso a queste sparatorie, apparentemente legate solo ai raptus di follia, deve anche affrontare la scomoda verità che le turbolenze all’interno delle famiglie diventano spesso i disagi e le turbolenze che finiscono sulle strade o nelle scuole. Tornando in Gran Bretagna, già nel 2006 il rapporto «Breakdown Britain»di Duncan Smith, ministro del Lavoro inglese, consegnato al premier David Cameron, dimostrava che il 70 per cento dei giovani delinquenti proviene da famiglie monoparentali e metteva in luce con i numeri i nessi tra disagio familiare e abuso di alcol e droghe. Nell’analisi di Smith emerge che un’unione di fatto su due si rompe prima del quinto anno di età del primo figlio, mentre per le coppie sposate lo stesso accade in un caso su dodici. Tre quarti delle separazioni di coppie con figli riguardano unioni di fatto. Con effetti sui figli preoccupanti: la probabilità di fallire a scuola è del 75 per cento maggiore rispetto ai coetanei che vivono in famiglie unite, quella di diventare tossicodipendenti è maggiore del 70 cento.

All’estero si cominciano a fare i conti con i danni sociali provocati dalle famiglie che si disgregano con il divorzio. Qualche tempo fa la Svezia aveva aperto una riflessione sull’alto tasso di divorzi, grazie a uno studio in cui si è rilevato che negli ultimi 40 anni il crescere di forme alternative al matrimonio tradizionale non avesse affatto diminuito i disagi dovuti al divorzio. Così come è aumentato a dismisura il disagio psicologico dei cittadini causato dalle conseguenze dell’alto numero di separazioni. Adesso tocca al Regno Unito dove una ricerca ha messo in correlazione i ragazzi che hanno partecipato alle sommosse di Tottenham a Londra, nel 2011, e le loro famiglie di provenienza. Il risultato ha dimostrato che la maggior parte delle «famiglie problematiche» della Gran Bretagna, è composta da nuclei familiari in cui manca il padre. Poco cambia che si parli di orfani o di coppie divorziate in cui il genitore non può vedere spesso i figli. Si tratta di almeno 72.000 famiglie, in situazione di disagio economico o sociale, senza una figura paterna e senza alcun tipo di modello nel ruolo maschile. Il quotidiano britannico Telegraph ha fatto notare che questi numeri confermano quanto già emerso dal rapporto sugli arresti seguiti agli attacchi del 2011 nel quartiere di Tottenham, durante i quali centinaia di giovani avevano distrutto negozi e banche. Il report parlava di «mancanza del modello maschile» per la maggioranza degli arrestati. Quando ai ragazzi è stato chiesto a chi fanno riferimento nella vita, le risposte sono state «a un calciatore o a una star, mentre vent’anni fa rispondevano al padre o al nonno» Oltre alla delinquenza dilagante, anche il costo sociale della mancanza di padri è enorme: gli aiuti alle famiglie in difficoltà pesano per 9 miliardi di sterline all’anno sulle tasche dei contribuenti. Per questo il primo ministro David Cameron ha sottolineato che il ruolo della famiglia è uno dei problemi più urgenti che la Gran Bretagna deve affrontare. Eric Pickles, ministro degli Enti locali, ha affermato che «queste famiglie in difficoltà sono in totale caduta libera. L’assenza di una figura paterna positiva è un problema enorme: spesso i padri che sono presenti hanno gravi dipendenze da droghe e alcool e non hanno neanche un lavoro».

Raffaele Buscemi da Documentazione.info

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Racconto per l’inverno Si era scelto la sedia dalla quale poteva più comodamente controllare il fitto andirivieni sulla piazza e vi rimaneva fermo per ore e ore, fumando sigarette e sigarette. Alessandro, a tratti, quasi scompariva nelle volute di fumo, ma lo potevi scorgere sempre attento, anzi attentissimo a tutto quello che succedeva davanti ai suoi occhi piccoli, lucidi, profondi. Con avide boccate consumava quelle sigarette che con falsa noncuranza, le sue tozze e coriacee dita erano abituate a confezionare da tempo immemorabile. Il tempo, già ... dire quanto ne avesse visto passare sarebbe stato veramente difficile; certo è che lo si sentiva parlare di cose lontane, di persone immaginabili solo in qualche vecchia, sbiadita fotografia, di momenti quasi fuori dal tempo. La sedia del bar sulla piazza gli era praticamente riservata e lui vi si sedeva regalmente, accavallando le gambe avvolte nei consumati pantaloni di velluto marrone e muovendo ritmicamente, con in mente chissà quale motivo, i grassi e opachi scarponi neri. Una sera d’autunno mi si avvicinò dentro il bar e mi propose di giocare a briscola. Accettai subito, incuriosito; presto si rivelò essere un avversario tenace e di ottima memoria. Giocando, iniziammo a chiacchierare sulla vita in paese d’inverno, sull’estate appena finita, sui turisti che per tre mesi avevano invaso tutta la valle strappandola ai suoi ritmi naturali. Seppi che viveva da solo e il crepitare della legna dentro la stufa sarebbe stato la sua unica compagnia ancora per qualche mese. Durante la bella stagione certo era più facile trovare qualcuno con cui parlare e comunque la sedia sulla piazza era già un modo per non trascorrere da solo le giornate. Fuori dalla finestra, leggermente appannata, potevo vedere il granito che incombeva minaccioso e protettivo allo stesso tempo, contendendo lo spazio ai boschi. Sembrava che anche lui mi confermasse: «Sì, quello che senti è tutto vero...». Il granito, così presente nel paesaggio, sia nei tratti dolci che in quelli aspri, aveva saputo entrare nel carattere delle persone. Gli aveva trasmesso le sue vene di quarzo bianco, i suoi cristalli, le mille sfumature, le fessure, le crepe, le placche compatte. Vi era insomma stata una intensa e vissuta compenetrazione che si nutriva di amore e di odio. Io l’avevo in quel momento davanti agli occhi, la potevo vedere come in controluce in un semplice uomo con la camicia a quadri, mio antagonista a briscola... Ormai erano ore che. giocavamo e, poco importava chi vincesse o chi perdesse. Di fronte all’insospetta loquacità di Alessandro, ero disarmato e desideravo sempre saperne di più, di tutto. Nell’espressività dei suoi occhi riuscivo a vedere anch’io altri volti, altri fatti; ero trascinato indietro negli anni. L’atmosfera magica che si era creata, un po’ mi faceva rabbrividire e un po’ mi faceva sorridere. Mentre lo ascoltavo, guardavo il locale in cui eravamo e osservavo le crepe nei muri, sicuramente vecchie di anni. Le macchie dell’umidità sulle pareti sembravano quasi disegni in cui potevo riconoscere i luoghi di cui si parlava. Mi sembrava, poi, che nelle pietre di quei muri fossero rimasti intrappolati i mille e mille discorsi fatti lì dentro, gli schiamazzi delle solenni sbornie, le urla dei litigi, e chissà quante e quali altre cose.

Mi distraevo e mi scorreva davanti la vita del paese, con le sue gioie e i suoi dolori, i nati e i morti, i matrimoni e i funerali, in un vortice di cui non vedevo né capo né coda. Alessandro, intanto, si era zittito e mi osservava, forse capendo chissà quante cose di me. Sorridendo della sua sagacia, dovetti accorgermi che avevo perso un’altra partita. Mentre raccontava e giocava, gli osservavo le mani intente a disporre le carte: avevano unghie dure, ispessite, tanto da farmi pensare che avessero dovuto ricavarsi il pane dalla roccia, scorticandola. C’era qualcosa di leggendario nelle sue parole, quasi un testo sacro sul valore della fatica. Nella vita aveva fatto un po’ di tutto; come tutti in valle, non aveva mai avuto molto tempo per svagarsi, impegnato com’era a strappare alla dura e sassosa terra di che vivere. Andare a raccogliere il fieno in posti pazzescamente impervi era stata una delle prime fatiche con cui aveva dovuto imparare a misurarsi. D’altra parte i pascoli erano pochi e, nelle annate secche, non si riuscivano a fare nemmeno tre tagli. Non c’era molto da scegliere. Altra scelta, direi quasi d’obbligo, era stata quella del contrabbando. La Svizzera appena al di là della cresta delle montagne era una specie di «terra promessa» per portare qualcosa a casa. Le bricolle cariche di sigarette pesavano trentacinque, trentotto chili e ne aveva portate centinaia, da Pranzaira, su su fino al Passo di Zocca, e poi, giù di corsa. In queste traversate, raramente era da solo; più spesso erano in due o tre, per essere più sicuri di cavarsela. Ogni tanto infatti qualcuno non tornava più a casa, o perché caduto in un crepaccio o perché scivolato sulle rocce. D’inverno il grande nemico era il freddo, pungente, tagliente, spesso accompagnato dalle sferzate del vento. La discesa però diventava più rapida: una grande corsa sulla neve, badando a confondere ogni tanto le tracce, giusto per ingannare qualche finanziere più intraprendente del solito. Il vento fuori dai vetri sibilava e faceva sbattere qualche imposta. Ogni tanto uno spiffero gelido arrivava a toccarmi l’anima. Uscii all’aperto in silenzio, pensando a quello che era successo in quella sera troppo vera e feci appena in tempo a vedere la luna sparire dietro la cresta. Alessandro intanto mi guardava da dietro il vetro appannato, quasi senza spostare la tenda. Con una frenata brusca del treno mi sveglio. Scendo, ... sono ancora un po’ intontito. Mentre mi incammino, dentro di me sorrido e mi viene in mente che a briscola non ho mai saputo giocare. Vittorio Peretto

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