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a tutto sesto

info e approfondimenti per gli amici del sesto piano

La volta a tutto sesto produce un semicerchio perfetto, con un canone classico che è del mondo greco–romano poi di quello rinascimentale, e in ogni caso simbolo di una italianità che vuol dire semplicità e solidità.

dicembre 2013

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«Natale è festa cristiana e i suoi simboli – tra questi specialmente il presepe e l’albero addobbato di doni – costituiscono importanti riferimenti al grande mistero dell’Incarnazione e della Nascita di Gesù, che la liturgia del tempo dell’Avvento e del Natale costantemente rievoca. L’albero e il presepio sono elementi di quel clima tipico del Natale che fa parte del patrimonio spirituale delle nostre comunità. È un clima soffuso di religiosità e di intimità familiare, che dobbiamo conservare anche nelle odierne società, dove talora sembrano prevalere la corsa al consumismo e la ricerca dei soli beni materiali». Papa Benedetto XVI, 17 dicembre 2007

SU QUESTO NUMERO Visita di Papa Francesco ad Assisi Da Venezia in tutto il mondo le Edizioni Aldine Se non l’antico splendore almeno l’intelligenza

Buon Natale, dunque, che sia davvero una festa di intimità familiare intorno al presepio e all’albero. A tutti, ma soprattutto a chi in queste ricorrenze soffre per i ricordi e per la solitudine, l’abbraccio affettuoso di Italo e Paola, di Mario e Santina.

Italo e Paola Mannucci, telefono e fax 02 4151880, im.emme@fastwebnet.it Mario e Santina Viscovi, telefono e fax 02 4151596, mario.viscovi@fastwebnet.it


Ecco alcuni brani tratti dai suoi discorsi del 4 ottobre 2013

Visita di Papa Francesco ad Assisi Le piaghe di Gesù Gesù, quando è risorto era bellissimo. Non aveva nel suo corpo dei lividi, le ferite… niente! Era più bello! Soltanto ha voluto conservare le piaghe e se le è portate in Cielo. Le piaghe di Gesù sono qui e sono in Cielo davanti al Padre. (Incontro con i bambini disabili e ammalati)

Spogliarsi dalla mondanità Ma non possiamo fare un cristianesimo un po’ più “umano” – dicono – senza croce, senza Gesù, senza spogliazione? In questo modo diventeremo cristiani di pasticceria, come belle torte, come belle cose dolci! Bellissimo, ma non cristiani davvero! Qualcuno dirà: «Ma di che cosa deve spogliarsi la Chiesa?». Deve spogliarsi oggi di un pericolo gravissimo, che minaccia ogni persona nella Chiesa, tutti: il pericolo della mondanità. (Incontro con i poveri della Caritas)

L’umanità di Cristo E questa è la vostra contemplazione: la realtà. La realtà di Gesù Cristo. Non idee astratte, non idee astratte, perché seccano la testa. La contemplazione delle piaghe di Gesù Cristo! E le ha portate in Cielo, e le ha! È la strada dell’umanità di Gesù Cristo: sempre con Gesù, Diouomo. (Parole alle monache di clausura)

La vera pace La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato. (Omelia durante la Messa)

Ci vuole coraggio per formare una famiglia Sono contento che la prima domanda sia stata di una giovane coppia. Una bella testimonianza! Due giovani che hanno scelto, hanno deciso, con gioia e con coraggio di formare una famiglia. Sì, perché è proprio vero, ci vuole coraggio per formare una famiglia! E la domanda di voi, giovani sposi, si collega a quella sulla vocazione. Che cos’è il matrimonio? È una vera e propria vocazione, come lo sono il sacerdozio e la vita religiosa. Due cristiani che si sposano hanno riconosciuto nella loro storia di amore la chiamata del Signore, la vocazione a formare di due, maschio e femmina, una sola carne, una sola vita. E il Sacramento del matrimonio avvolge questo amore con la grazia di Dio, lo radica in Dio stesso. Con questo dono, con la certezza di questa chiamata, si può partire sicuri, non si ha paura di nulla, si può affrontare tutto, insieme! (Incontro con i giovani)

Saper chiedere scusa Alle volte penso ai matrimoni che dopo tanti anni si separano. «Eh… no, non ci intendiamo, ci siamo allontanati». Forse non hanno saputo chiedere scusa a tempo. Forse non hanno saputo perdonare a tempo. E sempre, ai novelli sposi, io do questo consiglio: «Litigate quanto volete. Se volano i piatti, lasciateli. Ma mai finire la giornata senza fare la pace! Mai!». (Incontro con il clero e membri di consigli pastorali)

da Documentazione.info

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«Vetus Mannuccia Proles»

da Venezia in tutto il mondo le Edizioni Aldine

Nei giorni scorsi mi sono lasciato prendere dalla curiosità di scoprire qualche notizia su questa «Vetus Mannuccia proles», come è chiamata in un librone antico, e mi sono imbattuto in personaggi straordinari dei quali ho ritenuto opportuno riproporre i meriti principali. Comincia dunque così la storia. Nel 1154 venne in Italia dalla Germania, al seguito di Federico Barbarossa, un certo Manuzio (in latino il cognome Mannucci si trova tradotto Manutius, Manucius e Mannuccius indistintamente; in italiano accade lo stesso) che poi si stabilì in un castello della Val d’Elsa da dove i suoi nipoti verso il 1238 si partirono per disperdersi in varie città della Toscana (Firenze, Siena, Volterra..). Per farla breve, facciamo un salto di duecento anni e troviamo che, proveniente da questi primi nuclei, nel 1449 nasce a Bassiano, presso Roma, Aldo Pio Manuzio, editore, tipografo e umanista. È ritenuto il maggior tipografo del suo tempo e il primo editore in senso moderno. Introdusse, come vedremo, numerose innovazioni destinate a segnare la storia della tipografia fino ai nostri giorni: alcuni lo ritengono addirittura più importante dello stesso Johann Gutenberg. La sua ambizione principale era quella di preservare la letteratura e la filosofi a greca da ulteriore oblio, nonché il grande patrimonio della letteratura latina, diffondendone i capolavori in edizioni stampate. Scelse infine Venezia, la Serenissima, nel momento del suo massimo fulgore, come culla perfetta per trasformare le attività di stampa, fino ad allora solo artigianali, in vera industria moderna. Nel 1494 aprì la sua tipografia, nella contrada di Sant’Agostin e verso il 1500 sposò Maria Torresano dalla quale ebbe quattro figli. Nelle sue prime edizioni si firma latinamente Aldus Mannucius e il suo motto, festina lente ovvero «affrettati con calma», apparve per la prima volta nel 1498 nella dedica delle opere di Poliziano. Era rappresentato da un simbolo raffigurante un’ancora con un delfino, immagine che Manuzio aveva ricavato da un’antica moneta romana: l’ancora stava ad indicare la solidità, il delfino la velocità. Rapidamente, in tutt’Europa, i suoi volumi furono conosciuti con il nome di «edizioni Aldine» e ancora oggi, a quasi cinque secoli di distanza, suscitano interesse e meraviglia. Fra il 1495 ed 1498 pubblicò l’opera di Aristotele in 5 volumi.

Carattere corsivo disegnato da Francesco Griffo

Nel 1499 dai suoi torchi uscì, in volgare, un libro tanto eccentrico rispetto alla sua produzione quanto celeberrimo: la Hypnerotomachia Poliphili (ossia «La battaglia amorosa di Polifilo in sogno»), con un apparato formidabile di xilografie splendide, uno dei volumi più pregiati (non solo per le illustrazioni) dell’umanesimo italiano. Nel 1500 dette l’avvio a una collana di libri (di dimensioni e prezzo ridotti) in cui per la prima volta venne utilizzato il carattere corsivo. I caratteri utilizzati erano detti aldini e assomigliavano alle lettere dei manoscritti greci da cui i libri a stampa erano copiati. Nel 1501 comparve la sua edizione di Virgilio in quel carattere corsivo che aveva fatto incidere dal bolognese Francesco Griffo e che diventò tanto celebre da essere d’allora in poi imitato da tutti. Non solo: il volume era anche in ottavo, e quindi in un formato molto ridotto rispetto ai grandi e maestosi volumi in folio (cioè un foglio piegato in due, ossia quattro pagine) o a quelli in quarto (cioè di otto pagine). La enchiridion forma rese il libro, per la prima volta, maneggevole, leggero e quindi facilmente trasportabile. Il contributo forse più significativo di Aldo Manuzio alla moderna cultura della scrittura fu la definitiva sistemazione della punteggiatura: il punto come chiusura di periodo, la virgola, l’apostrofo e l’accento impiegati per la prima volta nella loro forma odierna, nonché dell’invenzione del punto e virgola. Manuzio editò anche il primo libro con le pagine numerate su entrambi i lati (recto e verso). Aldo morì il 6 febbraio 1515. Il suocero e i due cognati continuarono la sua attività fino alla maggiore età dei suoi figli (fra i quali l’umanista Paolo Manuzio). La tipografia Aldina cessò l’attività dopo la terza generazione, con Aldo Manuzio il Giovane, nel 1590. Italo Maria Mannucci

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Se non l’antico splendore almeno l’intelligenza Recuperati gli affreschi della cappella di Teodolinda nel duomo di Monza

La stagione delle arti che i manuali chiamano del «gotico fiorito» o del «gotico internazionale» ha lasciato testimonianze relativamente scarse in Lombardia. Eppure il Ducato di Milano fra i Visconti e gli Sforza, durante tutta la prima metà del XV secolo, è stato una delle aree culturalmente più ricche e produttive d’Europa. Oggi bastano le dita di una sola mano a elencare i monumenti pittorici più significativi di quegli anni arrivati fino a noi: il ciclo di Masolino a Castiglion d’Olona, ciò che resta di Gentile da Fabriano al Broletto di Brescia, Pisanello nel Castello di Mantova, il «Maestro dei Giochi Borromeo» a Milano. Fra tutti si impone per dimensioni e per importanza, per certezza di autori e di date, l’opera degli Zavattari nella Cappella di Teodolinda del duomo di Monza. Sono cinquecento metri quadrati di pittura murale gremita di più di cento figure che raccontano la storia leggendaria della regina Teodolinda la quale sposò in due successivi matrimoni i sovrani germanici Autari e Agilulfo e beneficò di privilegi e di doni preziosi la Chiesa di Monza. Il messaggio è insieme religioso e politico intendendo significare ed esaltare sia il ruolo della potestà ecclesiastica cittadina che l’alleanza del Ducato con l’Impero. Gli Zavattari, Francesco, Gregorio, Ambrogio, erano una dinastia di pittori che operò nel Ducato di Milano per almeno due generazioni, fra il 1404 e il 1479. La loro attività nella Cappella di Teodolinda è ancorata a due date certe — il 1444 e il 1445 — ma niente vieta di pensare che l’impresa monzese sia iniziata prima del 1444 e conclusa dopo il 1445. Ciò che fa del ciclo del duomo di Monza un unicum nel panorama pittorico del Quattrocento italiano è la tecnica che gli Zavattari dispiegarono in questa occasione. Coordinando un folto gruppo di operatori (almeno diciassette mani diverse sono state fino a oggi individuate), i titolari del cantiere hanno realizzato un tipo di pittura murale estremamente ricca e preziosa che doveva restituire gli effetti più della tavola dipinta che del tradizionale buon fresco. Su una preparazione perfettamente levigata, hanno alternato l’affresco alla tempera, alle veloci rifiniture a secco e moltiplicato gli effetti cromatici affidati alla pastiglia dorata, alle placcature in foglia d’oro e in stagno argentato, agli splendori traslucidi della rossa lacca di garanza.

Del resto le scene rappresentate (cortei di gentiluomini, ricevimenti a corte, episodi di alta etichetta feudale, armi lucenti, vesti sontuose, cavalli di gran razza) chiedevano e anzi esigevano questo tipo di aristocratica celebrazione del rango e del censo. Non diversamente si era comportato Gentile da Fabriano quando aveva dipinto per Palla Strozzi l’Adorazione dei Magi oggi agli Uffizi. Dopo quasi sei secoli e una lunga serie di interventi spesso rovinosi, il ciclo degli Zavattari non è oggi che l’ombra dell’ombra di un prodigio cromatico chiamato a competere, nelle intenzioni degli artisti, con gli smalti traslucidi e con i vetri colorati. Il restauro appena iniziato e affidato ad Anna Lucchini titolare di una delle più apprezzate ditte italiane, dovrà restituirci non già il «primitivo splendore» per sempre perduto e non più recuperabile, ma l’intelligenza e la evocazione di quello che doveva essere il capolavoro degli Zavattari negli anni Quaranta del XV secolo quando apparve, splendente d’oro e odoroso di lacche, all’ammirazione del popolo di Monza. L’operazione da poco avviata è partita con le migliori premesse e tutto fa credere che potrà essere conclusa non oltre la metà del prossimo anno. L’ombrello diagnostico e tecnologico fornito dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e i denari messi generosamente a disposizione dalla Fondazione Gaiani, oltre che l’esperienza e il prestigio dei restauratori, ci garantiscono del buon esito del progetto. Antonio Paolucci da l’Osservatore Romano

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a tuttosesto numero 42  

a tutti gli amici, con tantissimi auguri per un buon Natale e un anno nuovo come lo desiderate. Un abbraccio.

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