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a tutto sesto

note di informazione per gli amici del sesto piano

La volta a tutto sesto produce un semicerchio perfetto, con un canone classico che è del mondo greco–romano poi di quello rinascimentale, e in ogni caso simbolo di una italianità che vuol dire semplicità e solidità.

ottobre 2012

EDITORIALE

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Il coraggio di ritornare

«Questo è ciò che raccomando sempre ai miei ragazzi, in Fiat e in Chrysler: di avere sempre il coraggio di cambiare sé stessi, cambiare idea, approccio, punto di vista, perché è anche l’unico modo per cambiare le cose che non vanno e vivere pienamente la propria vita»(dall’intervista di Sergio Marchionne a Gianfranco Maksa, La Voce del Popolo di Fiume del 12 ottobre 2012. La madre di Marchionne, Maria Zuccon, è istriana, di un paese vicino al mio, Albona). Dopo 70 anni alcuni esuli sono tornati in patria: sembra una storia di sapore biblico. Invece è un fatto accaduto il 21, 22, 23 settembre 2012 quando un gruppo di quasi 100 esuli istriani è tornato nella città di origine: Albona – oggi Labin – ex provincia di Pola. Grazie a Dio il quadro politico non è più quello del 1945: la Jugoslavia si è smembrata, il comunismo è finito, i nazionalisti slavi stanno entrando nella casa comune europea, premio Nobel della pace. Il Raduno è stato organizzato dai figli e dai nipoti degli «optanti» (coloro che dopo la guerra manifestarono la volontà di rimanere di nazionalità italiana, a costo di perdere tutto il resto). La cosa più rilevante è stata l’accoglienza, l’omaggio delle autorità civili e religiose (croate) e l’efficienza delle strutture ricettive. Sottolineo alcuni fatti: il discorso chiaro, in italiano, nella bella sala consiliare, del sindaco croato, il saluto dell’inviata del Console di Zagabria, il commovente e pacato saluto del nostro presidente (docente all’Università di Padova il cui padre venne infoibato, come il nonno di Marchionne), la Messa e l’omelia in italiano del parroco nella bella chiesa dove fui battezzato io e i miei antenati, la posa della corona d’alloro sulla nuova lapide posta nell’antico cimitero a ricordo dei compaesani morti lontano dalla patria (compresi i miei genitori)…

SU QUESTO NUMERO Il sorriso dell’accettazione

Gli esuli venivano da Trieste e da molte città italiane e straniere, perfino da Vancouver, Canada. La minoranza italiana (i cosiddetti «rimasti») ha curato la preparazione perfetta delle varie cerimonie e ha manifestato riconoscenza chiedendoci accoratamente di tornare ancora. La maggior parte degli esuli da Albona non erano presenti: i più sono morti, molti non hanno creduto a questa possibilità, alcuni non ce l’hanno fatta ma altri non hanno voluto cambiare la loro totale chiusura con il luogo dove avevano subito tanto male. E purtroppo devo dire che questa diffidenza c’è stata pure in alcuni italiani «rimasti» che non hanno voluto partecipare. Io sono convinto che la prossima volta molti degli increduli si ricrederanno. Occorre il coraggio di cambiare, il coraggio di ritornare. San Josemaría, il fondatore dell’Opus Dei, chiama questo coraggio: la santa sfacciataggine, quando si tratta di rettificare e vincere il proprio amor proprio. Edith Stein, patrona d’Europa, insegna come si possa amare la propria patria anche quando è tradita, come si possa continuare ad amare la propria schiatta di origine paterna anche quando si è totalmente afferrati dalla cultura materna. Così noi possiamo imparare come si debba avere serio rispetto verso le generazioni dei giovani, nati, cresciuti, educati nell’amore alla loro patria che era la mia, alla terra, alla casa che era mia. Imparare come si possa influire nell’animo degli esuli perché si guardi al futuro senza dimenticare il passato. Come si possa, con l’aiuto di Dio e senza clericalismi, rivalutare i valori cristiani cattolici dei nostri antenati, valori che erano comuni agli italiani e agli slavi; comuni e profondamente sentiti. Mario Viscovi

Così fan tutti! Notizie da approfondire

Italo e Paola Mannucci, telefono e fax 02 4151880, im.emme@fastwebnet.it Mario e Santina Viscovi, telefono e fax 02 4151596, mario.viscovi@fastwebnet.it


Il sorriso

dell’accettazione

«La contentezza autentica è come un manto incorporeo, è come una coltre di luce battente che illumina se stessi e gli altri, è come la stoffa in cui la persona ricama e ridefinisce i contorni virtuosi che ornano la propria anima». Così J. Navarro-Valls descrive la gioia, che connota la virtù umana del buon umore. Perché di virtù si deve parlare quando ci si riferisce alla vera gioia interiore, fondamento di tutte le altre virtù. Naturalmente non si tratta di un falso abito esteriore, o di un semplice tratto psicologico, né di un rifiuto o di una percezione irreale delle difficoltà e dei problemi, ma essenzialmente del risultato di un modo cristiano di affrontare la vita. «Nessuno può essere felice fin quando non decide di esserlo», ripeteva spesso san Josemaría Escrivá. Con questa espressione egli voleva intendere la determinazione di un’anima profondamente spirituale; la consapevolezza che la serenità poteva essere raggiunta da chiunque aderisse ad una concreta e reale vita spirituale. E la massima espressione esteriore della serenità d’animo è nel sorriso, l’idioma silenzioso più universale, la comunicazione che non ha bisogno di competenze culturali, il linguaggio del cuore che non necessita di traduzione perché compreso in tutte le lingue, il segno distintivo di libertà e naturalezza, tipico della semplicità e autenticità del bambino. Il sorriso non costa nulla, ma vale molto. Non dura che un istante, ma il suo ricordo è spesso eterno. «Nessuno è così ricco da poter fare a meno di un sorriso; nessuno è così povero da non poterlo dare. E nessuno ha tanto bisogno di un sorriso, come colui che ad altri non sa darlo» (P. Faber). Risolleva, infonde coraggio, porta felicità. Nel modello cristiano è l’accettazione della volontà di Dio, che conduce sino alla felicità. Una felicità che non è assenza del dolore o della sofferenza, ma certezza di appartenere ad un disegno che ci trascende e che ci condurrà alla felicità eterna (C.C.C., 1024). Per aspera ad astra (attraverso le difficoltà si arriva alle stelle): da questa frase di Seneca si può partire per conoscere il percorso che conduce alla felicità.

Ciò che vale costa, costa impegno, fatica, volontà di lotta per superare le avversità quotidiane. Dall’esperienza umana, ognuno di noi può verificare la debolezza della sua condizione; ci si rende facilmente conto di come non si è spesso capaci di fare qualcosa che invece si poteva fare. «La natura umana, creata da Dio per le cose più elevate, ma ferita poi dal peccato», afferma S. Sanz Sánchez, «è capace di grandi sacrifici ma anche di grandi cedimenti». Allora è nella fortezza d’animo la risposta alle grandi accettazioni della vita, ai difficili e, spesso, molto difficili sì alle situazioni che la vita ci pone davanti. Le difficoltà maggiori sono delle anime lontane da una vita di preghiera silenziosa e umile. Non a caso umiltà ed umorismo, che rappresentano un privilegiato atteggiamento di libertà e di distacco di fronte a se stessi, hanno la medesima radice. La tristezza nasce anche dalla difficoltà di perdonare e dimenticare, dalla rinuncia a mettere pace tra se stessi e il prossimo, ma soprattutto dall’assenza di speranza e di fiducia. Sorridere, invece, di se stessi accettando i propri limiti, difetti, errori e peccati, ribaltare la prospettiva vittimistica vedendo gli aspetti positivi e i doni ricevuti, sforzarsi di trascorrere più tempo possibile senza arrabbiarsi possono rappresentare esercizi di crescita in umiltà e buon umore. La nostra società, purtroppo, offre oggi segnali sconfortanti di poco buon umore e molta rabbia, sarcasmo più che sana ironia: è la conseguenza per aver scelto il piacere anziché la gioia. Quando, al contrario, si pone al centro l’umiltà, nasce naturalmente quella hilaritas christiana che rende limpido ed esalta l’umano. L’armonia della persona realmente umana è perseguibile a partire dalla benevola accettazione di sé, domando l’orgoglio che tende al predominio e che, se ferito, conduce alla depressione, sino alla chiusura in se stessi. Un’accettazione che include naturalmente gli altri, che si vorrebbero come noi li vogliamo e che spesso giudichiamo nelle azioni e nelle intenzioni. 2


Se pensiamo all’amore dei genitori buoni, cogliamo il giusto atteggiamento, naturalmente premuroso, senza eccessi di rigidezze e affettuosità. Ma il significato del vero sorriso è negli esempi concreti di grandi testimoni, i quali ci mostrano come un vero santo non è mai triste. La loro testimonianza dell’ottimismo cristiano ci illumina sull’accettazione che conduce alla gioia vera: dall’allegrezza di spirito che ha caratterizzato san Filippo Neri, al santo del buon umore Josemaría Escrivá, fino alla serenità della venerabile Luigia Mazzotta, di grande esempio nell’accettazione e sublimazione della sofferenza e malattia. Accettazione totale che è propria dei martiri, da sempre rivestiti, nella rivelazione cristiana, di una posizione di onore nella loro piena identificazione con Cristo (C.C.C., 2473). D’altra parte la parola latina martyr deriva dal greco mártys, che significa testimone. Ma i martiri di oggi, come ricordava Benedetto XVI nell’Angelus del 28 ottobre 2007, sono quelli della vita quotidiana, testimoni credibili e necessari al mondo moderno: «La testimonianza silenziosa ed eroica di tanti cristiani che vivono il Vangelo senza compromessi, compiendo il loro dovere e dedicandosi generosamente al servizio dei poveri». L’assenza di conflitti interiori, allora, da cui scaturiscono naturalmente la pace ed il sorriso, si realizza dando spazio all’accettazione, all’accoglienza dell’altro come estensione di se medesimo. Accettazione e accoglienza di una «chiesa che è fondamentalmente un sì, non un no», così si esprime l’Arcivescovo di New York Timothy Dolan, parlando dell’evangelizzazione del sorriso. Dobbiamo dire, invero, che c’è un sorriso per ogni situazione. C’è il sorriso interessato, c’è il deridere (sorrisetto falso, perché amaro, ironico, altezzoso), c’è anche il ridere. Questo, pur essendo una cosa buona, naturale e a volte irrefrenabile, è una semplice sollecitazione di una forte vibrazione del diaframma che induce ad un’esagerata frequenza della respirazione. Il vero sorriso, invece, è la manifestazione visibile di una vibrazione spirituale positiva, della pace che ha riempito un cuore capace di amare in maniera pura e profonda. Perché questo avvenga è necessario un cammino spesso faticoso su un sentiero che non vede mai raggiunta definitivamente la meta, in quanto continuamente irto di ostacoli. Ebbene, «la rivelazione cristiana offre una risposta piena di significato alla condizione paradossale nella quale versa la nostra esistenza» scrive S. Sanz Sánchez. «Per un verso, infatti, essa assume i valori che sono propri della virtù umana della fortezza. Nello stesso tempo sottolinea come le diverse manifestazioni di un comportamento

forte (pazienza, perseveranza, magnanimità, audacia, fermezza, franchezza e anche la disposizione a dare la vita) provengono da Dio e possono essere mantenute soltanto se ancorate in Lui». La virtù della pazienza viene descritta da J. Ratzinger come «la forma quotidiana dell’amore» (G. Valente, Ratzinger Professore). Sempre Benedetto XVI, in una omelia del 2005: «Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini». La perseveranza è definita come la persistenza nell’esercizio di opere virtuose, malgrado le difficoltà e la stanchezza dovute al loro protrarsi nel tempo. Nelle parole di Giovanni Paolo II: «Ogni fedeltà deve passare attraverso la prova più esigente: quella della durata. È facile essere coerente per un giorno, o per alcuni giorni. Ma si può chiamare fedeltà solo una coerenza che dura per tutta la vita». La perseveranza viene chiarita così nel suo significato di coerenza di vita. Un chiarimento è opportuno anche per la magnanimità, che è di colui che intraprende con pronta decisione opere virtuose ed eccellenti; capace, quindi, di offrire se stesso senza riserve. La fortezza, perciò, come da definizione in Teologia Morale, domina le nostre paure, impedendo al timore di sopraffarci e modera l’audacia, dandole equilibrio. Nella fede, allora, l’uomo trova la risposta che faticosamente cerca, con tutti i limiti della ragione (Caritas in Veritate, 74); una fede che, per san Tommaso, è più e meglio che una semplice accettazione nell’obbedienza della Rivelazione. Essa è animata da «un certo desiderio del bene promesso» che spinge il credente a dare il suo assenso. Questo desiderio spinge l’uomo ad «un’ardente volontà di credere; l’uomo ama la verità che crede» e mette in atto un complesso meccanismo che coinvolge contemporaneamente volontà e ragione. È il gioioso assenso per amore, verso il Bene non ancora perfettamente conosciuto, ma che dà certezza di Verità. Ecco che il sorriso virtuoso diventa una missione di carità, che per essere una vera missione deve racchiudere e coinvolgere tutte le componenti umane della persona. Giuseppina Capozzi

* Giuseppina Capozzi è laureata in Pedagogia. Giornalista, collabora con vari periodici e nella collana Paideia edita da Pensa MultiMedia, ha pubblicato: Educazione alla responsabilità in S. Josemaría Escrivá (2007) e Educazione al valore della famiglia in S. Josemaría Escrivá (2008). Altre notizie sul sito http://www.giuseppinacapozzi.it/html/

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Così fan tutti!

Una riflessione sull'attualità

Le brutte vicende, che si stanno sempre di più diffondendo nel campo della gestione dei fondi pubblici, specie nel nostro sistema politico, oltre a reclamare un inflessibile intervento della magistratura, rimandano ad una grave crisi della natura umana dal punto di vista civico, etico e spirituale. Un racconto biblico ci può illuminare e sostenere sulla strada del buon senso, della trasparenza e della legalità e, per chi si dice e si professa cristiano, anche della sana moralità. Il giudeo Tobi, cieco vero, non finto, sentì un giorno belare in casa sua un capretto, che la moglie aveva ricevuto in più della sua mercede. Sentito il belato, ordinò alla moglie che riportasse l’animale al suo legittimo proprietario, perché a loro, figli di profeti, popolo del Signore, dalla moralità santa, non era lecito tenere in casa alcuna cosa rubata. La moderna società non sa cosa sia il furto: l’appropriazione di tutto ciò che non è frutto del nostro lavoro. Non dobbiamo, perciò, imbarazzarci nel dire che: È furto anche la sperequazione tra il lavoro che si dona e il compenso che si riceve. È furto non dare il lavoro secondo giustizia e poi prendere regolarmente lo stipendio. È furto timbrare il cartellino e poi uscire per occuparsi di cose personali. Ma non è furto anche un minuto sottratto indebitamente al proprio lavoro? Le modalità e le forme del furto oggi sono quasi infinite. Ogni giorno se ne inventa una nuova. Tutto ciò che è stato rubato, deve essere restituito, per legge divina, non umana, per rientrare nella giustizia. Disse Zaccheo a Gesù nel momento della sua conversione: «Signore, di quanto possiedo metà dei miei beni la dono ai poveri. Se ho rubato qualcosa, restituisco quattro volte tanto». Vera conversione, vero ritorno nella sana moralità.

Spesso, di questi tempi, si è lontani anni luce da questi universali e semplici pilastri di giustizia, fino al punto di esaltare, con facile arroganza, la celebre espressione: Così fan tutte… dell’opera lirica in due atti, La scuola degli amanti, del maestro Mozart. Un ritornello preso a prestito dai neo scippatori dei soldi pubblici, come scrive in un editoriale l’ottimo giornalista Elìa Fiorino. Non a caso, purtroppo, gli episodi di corruzione si moltiplicano, sebbene, da più parti, fiocchino i buoni propositi di cambiare rotta. La cosa, comunque, più angosciante è che, oggi, la difesa di coloro che rubano, si esplichi innanzitutto nel ribadire in coro: Così fan tutti! Ma ognuno di noi sa che le azioni degli uomini sono direttamente legate al corso degli eventi. E qui il Vangelo ritorna con la sua lucida attualità, ricordandoci quanto sia stolto l’uomo che abbia costruito la sua casa sulla sabbia, perché nulla potrà fare dinnanzi alla furia delle tempeste, che prima o poi arrivano. Cosa direbbe oggi Tobi che, al contrario, arrossì solo all’idea di utilizzare qualcosa che, a suo parere, non era dovuta alla sua famiglia? Intanto la gente, sfiduciata, condanna e generalizza e, come ha affermato il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, cova un sentimento ostile contro la politica, che continua a sottovalutare i troppi scandali. Le persone per bene, grazie a Dio, tuttavia ci sono, ovunque! Ma è tempo che emergano presto. Con l’augurio, che quanto fu fatto in Egitto da Giuseppe, figlio di Giacobbe, possa diventare un atto di normale amministrazione delle nostre comunità: «Raccolto tutto il denaro disponibile, in cambio del grano venduto, lo consegnò interamente alla casa del Faraone». Scioccante! Altri tempi! Si direbbe adesso. Ma se tutti gli uomini di buona volontà si intestassero, nella loro quotidiana fatica, una nuova pagina di Vangelo, la Storia camminerebbe spedita verso questo nuovo modello di società! Ma questo non è il compito naturale del cristiano? Sì. Egidio Chiarella da Zenit.org

* Egidio Chiarella, pubblicista-giornalista, collabora con il Ministero dell’Istruzione, a Roma. È autore del romanzo La nuova primavera dei giovani. Chi volesse contattarlo può scrivere a: egidio.chiarella@libero.it

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NOTIZIE DA APPROFONDIRE

La Corea è il paese che ha più conversioni al mondo In un articolo su Vita e Pensiero, Piero Gheddo, uno dei massimi esperti delle missioni cattoliche nel mondo, spiega come in Corea i cattolici siano oggi il 10% e che nel 2020 arriveranno al 20%. Nel suo studio Gheddo illustra come il ’68 – tempo di allontanamento dalla fede cristiana in altre regioni – è stato un periodo benefico per la fede in Corea. La Chiesa in quel periodo stava praticamente nascendo dopo una serie di persecuzioni e guerre. Ed è interessante notare che l’efficacia della diffusione del messaggio evangelico è avvenuta principalmente attraverso la presa di coscienza dei laici. da Documentazione.info

Staminali etiche Il premio Nobel per la medicina è stato assegnato l’8 ottobre dall’Accademia di Stoccolma al giapponese Shinya Yamanaka e al britannico John Gurdon per il contributo alla ricerca sulla riprogrammazione delle cellule staminali. Yamanaka, 50 anni, è professore all’Università di Kyoto: il suo nome è indissolubilmente legato alla scoperta delle Ips, le «cellule riprogrammate indotte», che stanno già consentendo di fare a meno degli embrioni umani negli sviluppi della medicina rigenerativa aprendo prospettive terapeutiche del tutto inedite. Gurdon, che ha 78 anni e dirige a Cambridge un istituto che porta il suo nome, è uno dei pionieri della ricerca sulle cellule staminali. I suoi studi sulla clonazione lo portarono nel 1962 a clonare una rana scoprendo che il DNA delle cellule adulte contiene tutte le informazioni necessarie per trasformarle in qualunque altro tipo di cellula. Per il presidente nazionale dell’associazione Scienza & Vita, «questi studi hanno evidenziato come ricerca ed etica si possano coniugare virtuosamente, giungendo a risultati autentici. L’assegnazione del Nobel dimostra come si possa fare ricerca senza declassare gli embrioni a materiale da laboratorio, senza scadere in una logica utilitaristica e riduzionistica per cui l’essere umano, nelle sue prime fasi di vita, non sarebbe altro che un prodotto da cui trarre il massimo rendimento» da Avvenire

Sinodo dei Vescovi

La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana

Nell’omelia pronunciata in occasione dell’apertura del Sinodo dei Vescovi (7 ottobre), Benedetto XVI ha sottolineato tra l’altro che: «una delle idee portanti del rinnovato impulso che il Concilio Vaticano II ha dato all’evangelizzazione è quella della chiamata universale alla santità, che in quanto tale riguarda tutti i cristiani (cfr Cost. Lumen gentium, 39-42). I santi sono i veri protagonisti dell’evangelizzazione in tutte le sue espressioni. Essi sono, in particolare, anche i pionieri e i trascinatori della nuova evangelizzazione: con la loro intercessione e con l’esempio della loro vita, attenta alla fantasia dello Spirito Santo, essi mostrano alle persone indifferenti o addirittura ostili la bellezza del Vangelo e della comunione in Cristo, e invitano i credenti, per così dire, tiepidi, a vivere con gioia di fede, speranza e carità, a riscoprire il gusto della Parola di Dio e dei Sacramenti, in particolare del Pane di vita, l’Eucaristia. Santi e sante fioriscono tra i generosi missionari che annunciano la Buona Notizia ai non cristiani, tradizionalmente nei paesi di missione e attualmente in tutti i luoghi dove vivono persone non cristiane. La santità non conosce barriere culturali, sociali, politiche, religiose. Il suo linguaggio – quello dell’amore e della verità – è comprensibile per tutti gli uomini di buona volontà e li avvicina a Gesù Cristo, fonte inesauribile di vita nuova» 5

A tutto sesto n.31  

Periodico di approfondimenti

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