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a tutto sesto

note di informazione per gli amici del sesto piano

La volta a tutto sesto produce un semicerchio perfetto, con un canone classico che è del mondo greco–romano poi di quello rinascimentale, e in ogni caso simbolo di una italianità che vuol dire semplicità e solidità.

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settembre 2012

ANNO DELLA FEDE

EDITORIALE Clima di famiglia e sviluppo della personalità

La parola personalità ha diverse accezioni. Qui ora con questo vocabolo si vogliono sottolineare le caratteristiche di unicità e di peculiarità possedute da ogni persona. In una famiglia normale (vorrei dire naturale ) la convivenza è un piacere, non tarpa le ali a qualcuno dei membri ma anzi favorisce «l’esternarsi inconfondibile ed evidente della personalità di ciascuno»: è qui che si riconosce l’efficacia del clima di famiglia. Questo clima, che rende vivibile e piacevole lo stare assieme, può essere riprodotto anche in altri ambienti? Per esempio, in una scuola? Alcune istituzioni scolastiche perseguono questo obiettivo, con lo scopo di continuare e completare il lavoro della famiglia, utilizzando l’impegno di ciascuno per coniugare la tensione alla libertà (responsabile) con l’obbedienza alle regole e il rispetto delle diversità. Il clima di famiglia favorisce l’implementazione delle potenzialità in modo che ciascuno possa diventare ciò che può essere: una persona completa. In tale clima la diversità dei caratteri e dei modi di essere non mina l’unità ma anzi la esalta e viene considerata un arricchimento per tutta la comunità famigliare o scolastica perché così anch’essa forgia la reciproca fiducia e il franco riconoscere dell’altrui dignità. Mario Viscovi

SU QUESTO NUMERO L’attimo sfuggente Davanti a quel volto che ha visto Dio Attualità - Voci dai monti

Per andare oltre la povertà spirituale di un mondo che non riesce più a percepire la presenza di Dio: è proprio rivolto all’uomo che ha nostalgia di Dio l’Anno della Fede che – voluto da Benedetto XVI – scandirà, dal prossimo 11 ottobre, il tempo della Chiesa universale sino al 24 novembre 2013. Di che si tratta? Che cosa desidera il Santo Padre? Che cosa possiamo fare noi? Ecco le risposte a queste domande. Che cos’è l’Anno della Fede? L’Anno della Fede «è un invito a un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo» (Porta Fidei, 6). Perché sono state scelte queste date? L’11 ottobre 2012 ricorrono due anniversari: il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e il 20° anniversario della promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Il giorno della chiusura, il 24 novembre 2013, è la solennità di Cristo Re. Perché il Papa ha indetto un Anno della Fede? «Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, ampiamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone». Per questo il Papa invita «a un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo. L’obiettivo principale di questo anno è che ogni cristiano possa riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia e il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo». Quali mezzi ha indicato il Santo Padre? Come ha esposto nel Motu Proprio Porta Fidei: intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia; dare testimonianza della propria fede; riscoprire i contenuti della propria fede, esposti principalmente nel Catechismo. Per altre informazioni possiamo visitare il website www.annusfidei.va

Italo e Paola Mannucci, telefono e fax 02 4151880, im.emme@fastwebnet.it Mario e Santina Viscovi, telefono e fax 02 4151596, mario.viscovi@fastwebnet.it


Se si rinuncia al brivido della fedeltà

L’attimo sfuggente Se si volesse rintracciare la spia di un generico, ma sempre più diffuso, malessere giovanile, si dovrebbe concentrare la ricerca su quell’intermittente vuoto esistenziale che sempre più scandisce la vita delle nuove generazioni. Cioè quella sensazione di avere vissuto intensamente “tutto” la sera prima, trovandosi poi la mattina seguente con un enorme vulnus interiore. Somiglia al brivido e all’emozione di una pesca riuscita, ma per poi scoprire di avere tra le mani una rete lacerata. È la malattia di questo tempo, tutto concentrato sulla soddisfazione del momento, in preda a un attimo fuggente che però quasi mai si tramuta nella solida prospettiva di un progetto futuro. Sarebbe dunque più giusto chiamarlo attimo sfuggente, perché le vere opportunità non vengono neppure riconosciute e il giovane, cresciuto a dosi di bulimica saturazione dei propri desideri (che spesso altro non sono se non impulsi dell’istinto), non sapendo riconoscere l’occasione giusta, cerca di coglierle tutte. Occorre invece tempo per fare maturare le implicazioni di una scelta, che solo nella durata diventa vera novità. Lo sanno bene gli artisti che, da una fugace intuizione, gettano le fondamenta di opere dal respiro assoluto. Ma il seme giusto non potrà mai portare frutto in una cultura dove il carpe diem è passato da ispirazione a prassi, se non addirittura metodo, perché si è bruciata, per ottundimento da assuefazione, la possibilità che quel seme inizi a germogliare.

Ecco allora che, a rendere ancora più opachi e indecifrabili i desideri di una generazione già fragile e disorientata, si finisce per assecondare questa tendenza con il progetto di omologare l’ultima delle scelte non precarie, cioè il matrimonio, allo spirito del tempo. Così le proposte di ridurre i tempi legali per il divorzio non sono tanto una soluzione burocratica per alleviare le fatiche e gli affanni della separazione a una generazione che di vere fatiche ne ha conosciute ben poche. Si tratta piuttosto dello sbriciolamento – e il mandante è l’ipertrofico ego contemporaneo – dell’ultimo tabù posto a vigilanza di una società psicologicamente gracile e volubile, assuefatta a sconfessare sempre le proprie scelte e a relativizzare comunque le proprie responsabilità. Il matrimonio, infatti, è anche un cammino di educazione emotiva e sentimentale della persona, perché non tutto in questa vita ha il sapore, il gusto e la durata di una mentina. Le cose non durano per una loro proprietà intrinseca, ma durano perché sono nate, cresciute e maturate con noi: diventano parte della vita stessa, tanto che poi ucciderle è un po’ come uccidersi. Perché esiste anche il brivido della fedeltà a vita – lo sanno bene i tifosi di una squadra di calcio – e certo non solo quello del ripensamento. Questa nuova generazione invece è sempre a caccia di attimi fuggenti perché nessuno le ha insegnato che il tempo perso è perduto per sempre, che non esistono gesti senza conseguenze, perché le conseguenze dei propri atti sono infinite. Ecco allora che dire di sì a un legame che non preveda facili scappatoie significa non soltanto coltivare la speranza di una felicità duratura, ma ancora di più mandare un segnale dal forte impatto pedagogico a una generazione mai avvertita delle conseguenze dei propri atti estemporanei, perché sempre emendabili, sempre riscrivibili. Così chi plaude al cosiddetto divorzio breve è, prima ancora che un conformista, un debole educatore.

L’amore. Ah, l’amore... sempre desiderato, qualche volta posseduto in pochi attimi di eternità. Negli anni della maturità si può capire che l’amore nella vita terrena, é una piccola frazione della contemplazione di Dio.

Cristian Martini Grimaldi da L’Osservatore Romano

da AMO, ERGO SUM Aforismi di Marzio Bonferroni

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Come il «Mosè» di Michelangelo è nato nella Cappella Sistina

Davanti a quel volto che ha visto Dio

Il Deuteronomio, dopo aver narrato la morte del santo legislatore, afferma semplicemente che «non è più sorto in Israele un profeta come Mosè, che il Signore conosceva faccia a faccia» (Deuteronomio, 34,10). Ecco il personaggio che Michelangelo scolpì per la tomba di Giuliano della Rovere, eletto Papa nel 1503 col nome di Giulio II. La tomba originalmente intesa per la basilica di San Pietro, fu ripensata, dopo la morte del Pontefice, per la chiesa romana di San Pietro in Vincoli. Per entrare nell’argomento è sufficiente ricordare che il Mosè è parte di una tomba papale del primo Cinquecento. Rientra cioè nella serie di fastose sepolture pontificie che ha inizio nel secondo Quattrocento, di cui la più magnifica era forse la tomba di Sisto IV, modellato e gettato in bronzo da Antonio Pollaiuolo per l’interno della vecchia San Pietro e oggi nel tesoro della Basilica. Sisto IV, Francesco della Rovere, era lo zio di Giuliano, e il ruolo chiave del cardinale nipote lo associa anche con gli ambiziosi progetti architettonici e decorativi del Papa, tra cui la costruzione nelle forme attuali della cappella magna del palazzo, nota appunto come la Sistina. All’interno della nuova cappella di rappresentanza, Sisto IV fece dipingere un doppio ciclo di affreschi, con scene della vita di Cristo sulla parete nord e di fronte, sulla parete sud, episodi della vita di Mosè. Sisto IV, che si trovava a dover affrontare le pretese dei conciliaristi, che si opponevano all’assolutezza dell’autorità attribuita al Successore di Pietro, aveva scritto un trattato intitolato Moises vir Dei in cui, attraverso il legislatore antico, evidenziava il metodo prescelto da Dio per guidare il suo popolo: quello cioè di affidare ad alcuni uomini da lui preparati l’autorità propria, l’autorità divina. 3

E il tema del potere, associato all’antico legislatore visto come typus veterotestamentario di Cristo, sarà una componente del Mosè che Michelangelo scolpirà per il nipote di Sisto IV. Tra le ambizioni di Sisto IV, come dei Papi suoi immediati predecessori, c’era probabilmente anche quella di intraprendere la ricostruzione della fatiscente basilica vaticana, all’epoca vecchia quasi 1.200 anni. Sarà il nipote, Giulio II, ad avviare questo progetto nel 1506, dandone commissione a Donato Bramante. La tomba immaginata dal Papa insieme a Michelangelo nel 1505 doveva occupare l’abside della vecchia basilica, iniziata da Niccolò V alla metà del Quattrocento, ma il progetto di rifare interamente San Pietro portò a un primo ripensamento in cui la sepoltura sarebbe sorta nel titanico nuovo edificio progettato dal Bramante. L’associazione del monumento con la basilica nelle prime fasi va tenuta presente, se vogliamo capire le dimensioni del tutto nuove, grandissime, della tomba nonché la sua ricchezza plastica, altrettanto nuova. Si trattava di una struttura libera su tutti e quattro i lati, a tre ripiani, con un loculo interno al livello inferiore, in cui sarebbe andato il sarcofago del Pontefice. Figure di Prigioni al livello inferiore, e di grandi personaggi biblici o allegorici al primo ripiano, preparavano la piattaforma sommitale con l’effigie di Giulio II posto nel sepolcro da due angeli. Il progetto formulato nel 1505 verrà come confermato dalla riscoperta, nel gennaio del 1506 e presente Michelangelo, della più celebre delle opere antiche allora credute perse: il Laocoonte. Buonarroti, che già nel Davide ultimato due anni prima aveva rivelato la passione e la capacità per il nudo maschile, ora aggiunge l’ulteriore dimensione della lotta fisica, psicologica e spirituale. In termini puramente visivi, è impressionante la capacità di Michelangelo di tradurre in eloquenti forme attuali le lezioni dei massimi capolavori antichi allora visibili a Roma. 


L’onirica visione della tomba da realizzare come gigantesco trofeo brulicante di eroiche figure in posizioni di suprema tensione era ispirata anche da queste opere ellenistiche. Ma prima di cominciare il lavoro sulla tomba, Michelangelo fu obbligato controvoglia a realizzare un altro dei progetti del Papa: l’ultimazione della decorazione ad affresco della cappella fatta costruire dal suo zio. Ed ecco allora che le componenti di architettura e scultura che il Buonarroti aveva appena elaborato per la tomba vengono tradotte nell’illusione pittorica della volta: al posto delle titaniche statue progettate per gli angoli del primo ripiano della tomba, Michelangelo dipinge Profeti e Sibille in affresco; al posto dei Prigioni di marmo, situa Ignudi dipinti agli angoli delle scene narrative. Questo mutamento di programma spiega l’impatto della volta, la forza travolgente dell’insieme e delle singole figure. Michelangelo, anche se dipingeva, pensava in scultura. Cioè, nonostante i toni solari e le sfumature cromatiche i valori dominanti della volta rimangono plastici, scultorei e tridimensionali, perché il pittore pensava sempre al monumento scultoreo della tomba di Giulio II. Il dramma umano che in Raffaello verrà espresso dalla coralità del movimento, e in Bramante dalla progressione di spazi e volumi, in Michelangelo è concentrato nei sublimi, eroici corpi “scolpiti” nella volta della cappella papale. Obbligato a dipingere le storie bibliche, Michelangelo perfeziona uno stile in cui il corpo umano diventa esso stesso istoria, “racconto” tridimensionale che coinvolge (anche corporeamente) chi lo guarda.

Ciò significa però che le statue finalmente scolpite per la tomba, a partire dal 1513, rispecchiano l’esperienza della volta della Sistina, e lo stesso Mosè non fa che realizzare in marmo un’idea nata, sì, per la scultura ma elaborata nella pittura. La straordinaria libertà con cui, negli affreschi degli anni 1508-1512 Michelangelo esplora le possibilità di movimento corporeo, in base a studi non solo approfonditi ma, viene da dire, trasfigurati, dei capolavori antichi visibili in Vaticano, darà una forza espressiva altrimenti inimmaginabile alle sculture che realizzerà per la tomba a partire dal 1513. Questo processo ha particolare importanza per il Mosè, la più importante delle figure della tomba scolpite. L’indimenticabile volto del «profeta (...) che il Signore conosceva faccia a faccia» nasce, nella volta della Sistina, come il volto del Dio che nessun uomo può vedere e restar vivo: nasce cioè nella “terribilità” di Yahweh. Ecco, il volto del Mosè michelangelesco riflette l’intima conoscenza che trasforma l’uomo in Dio. Infatti, dice il libro dell’Esodo che, anche se non aveva visto con i suoi occhi tutta la gloria di Dio, quando scese dal Monte Sinai «la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con Lui» (Esodo, 34, 29). Dopo aver immaginato (nella Sistina) il volto divino, nel Mosè Michelangelo immagina il volto umano reso raggiante dall’intimo contatto con la divinità. Timothy Verdon

Michelangelo Buonarroti (1475 – 1564)

Dettagli della Sibilla Delfica, del Profeta Ezechiele, di Ignudo La volta della Cappella Sistina

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ATTUALITÀ

Si tratta davvero della particella di Dio? È stata recentemente annunciata la scoperta del bosone di Higgs, la cosiddetta “particella di Dio”. Può essere utile fare un po’ di chiarezza sull’argomento. Per prima cosa è importante ricordare che non si è annunciata la scoperta, ma una tappa importante per giungervi presto, come ha detto in un’intervista a Il Sussidiario la coordinatrice del progetto di ricerca Fabiola Giannotti: «Siamo vicini a risolvere il mistero, non siamo vicini a scoprirla perché potrebbe anche non esistere». Ma cosa è il bosone di Higgs? In un articolo su Il Messaggero Giorgio Israel ricorda che questa indagine nasce dalla domanda che la scienza da sempre si pone: la materia è divisibile all’infinito oppure no? E già Aristotele affermava che era possibile dividere all’infinito. Lo studioso sottolinea anche che la scienza non è in grado di spiegare l’essenza intima della materia, e per questo cerca di descriverla attraverso modelli, teorie che rappresentino i fenomeni studiati. L’esperimento del Cern di Ginevra ha dato un’ulteriore conferma che esiste questa particella particolarmente importante all’interno del modello standard che vuole spiegare tutta la realtà. Per la Giannotti «Il bosone di Higgs è un pezzo mancante molto importante nella nostra conoscenza della fisica fondamentale quindi trovarla è senz’altro estremamente importante ed interessante» e aggiunge: «Se dovessi dire che esiste una applicazione immediata della scoperta del bosone di Higgs direi che essa non esiste. Ma ogni volta che l’uomo fa un passo avanti nella conoscenza prima o poi questo passo avanti si trasforma in progresso.» Sul fatto, poi, che il bosone di Higgs sia stato soprannominato “particella di Dio”, la ricercatrice afferma: «È un termine chiaramente improprio, è una particella che abbiamo cercato per vent’anni, con esperimenti e grandi studi. Chiaramente è una particella che stimola un gran numero di questioni e questo nella mente di chi l’ha battezzata in questo modo forse l’ha fatta sembrare una specie di deus ex machina. Personalmente non la eleverei a un tale livello.» Giovanni Vassallo da Documentazione.info

Voci dai monti Nigritella nigra La Nigritella è una piccola orchidea, di cui è vietata la raccolta, che fiorisce tra giugno e luglio ad alte quote. Il suo fiore emana un delicato profumo che ricorda molto il cioccolato alla vaniglia. La Nigritella è sempre stata oggetto di molte leggende: secondo Plinio e qualche credenza russa e islandese, porterebbe la pace tra le coppie in crisi, proteggendo anche dalla sfortuna, dai fulmini e facilitando la produzione di latte nelle mucche. La leggenda più conosciuta narra invece che nel Medio Evo, in una famosa basilica, c’era una statua miracolosa che attirava moltissimi fedeli. Un giorno un monaco chiese un miracolo per il suo convento e dopo aver pregato per più giorni senza risultato, ebbe l’idea di portar via un frammento della statua. Così, una sera, non visto, ne staccò un braccio e fuggì nella notte. Sbagliò però sentiero e si perse sulla montagna. Dopo aver girovagato per qualche giorno, ormai senza forze, il monaco seppellì il bottino sacrilego, prima di morire. L’anno seguente, nello stesso posto, nacque un fiore color del sangue con un profumo celeste, la Nigritella, la cui radice ha la forma di una mano di bambino.

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A tutto sesto n.30  

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