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a tutto sesto

note di informazione per gli amici del sesto piano

La volta a tutto sesto produce un semicerchio perfetto, con un canone classico che è del mondo greco–romano poi di quello rinascimentale, e in ogni caso simbolo di una italianità che vuol dire semplicità e solidità.

giugno 2012

EDITORIALE MONTAGNA DA NON DIMENTICARE A tutto sesto se ne va in vacanza: anche solo pochi giorni passati in montagna ci ripuliscono, interrompono i ritmi incalzanti e possessivi della vita in città. Si ritrovano quelli lenti della natura e di una vita che non conosce le corse per salire al volo sull’autobus... Qui anche gli animali conservano il loro ruolo naturale: un esempio per tutti, i cani, forti e bravi e intelligenti aiutanti per il pastore. Gli uomini? I giovani non si dimenticano della loro terra ma gli studi e la laurea li portano lontano, a volte sono trascinati senza difese dalle storture di una cultura che non è ancora la loro. In paese rimangono i vecchi e con loro si parla: raccontano di tempi duri e di tante fatiche: «Vedi, allora si tagliava l’erba con la falce a mano anche su quei ripidi pendii, si portavano le forme di fontina sulle spalle dall’alpeggio fino in paese, si usavano questi attrezzi ormai dimenticati, ci si accontentava e ...» La montagna è amica, per alcuni di noi risveglia nostalgia e ricordi intensi ma per tutti è sempre fonte di ispirazioni. La montagna sa insegnare ancora tante cose. Poi certo si deve tornare a valle, siamo uomini e donne di pianura, ma non dobbiamo lasciare appiattire anche i desideri, le aspirazioni, i sentimenti. Italo Maria Mannucci

SU QUESTO NUMERO Benedetto XVI a Milano La leggenda del Piave Attualità

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Decadenza e speranza

Da alcuni anni la BPM (Banca Popolare di Milano) ospita cicli di lezioni sulle radici dell’Europa, organizzati dall’ILCE (Istituto per la formazione Culturale Europea). Quest’anno accademico si è trattato dell’etica nella vita quotidiana. Nell’ultimo incontro il prof. Francesco Botturi della Università Cattolica ha svolto il tema Religione: una scoperta postmoderna? Cercherò di riportare alcune considerazioni del relatore. Bisogna riconoscere che – da un punto di vista sociologico – le «profezie» sulla morte di Dio vengono smentite dalla crescente sensibilità alla religiosità che si percepisce diffusa nella società di oggi. Questa sensibilità non è ancora accettazione di una istituzione religiosa, di una chiesa; è bensì un anelito soggettivo di ricerca, anche con riguardo ai valori sociali quali famiglia, lavoro, matrimonio, morte… La sensibilità religiosa è oggi di nuovo un fatto pubblico (per inciso ricordo le imponenti processioni del Corpus Domini a Milano e ad Amsterdam). Per secoli quei sentimenti erano stati relegati a fatti puramente privati. Ma questa sensibilità è oppressa, anche inconsciamente, dalla persistente presenza di modelli di pensiero e di comportamento emersi dal processo di secolarizzazione imposto nei secoli precedenti dai sistemi filosofici dell’800 e dalle ideologie del ’900. Quei modelli hanno lavorato durante tutta l’era moderna per destrutturare le basi della società medievale, per produrre una radicale revisione del cristianesimo nelle diverse confessioni. Essi hanno imposto una riorganizzazione del mondo sulla base di alcuni «grandi universali», quali la scienza, la tecnica, lo stato, il mercato, la finanza, la libertà. Questi avrebbero dovuto sostituire alla fede e a Dio l’uomo emancipato. Oggi, nel postmoderno, ci accorgiamo che quei grandi universali vanno in crisi, sono transitori e lo sviluppo senza limiti promesso produce disordini ecologici oltre che morali. Per esempio, dappertutto si parla di libertà ma ognuno è di fatto condizionato da tutto il peso di secoli di sfiducia nella verità. Poiché gli esiti persistono, oggi l’uomo cerca un senso, un modo di sopravvivenza, volgendosi alla religione quale luogo di incontro (e di scontro) tra gli individui. Questa domanda della persona, questa sua nostalgia di religiosità è, in fondo, una speranza. Per chi crede è la certezza che il Creatore non abbandona la creatura che ama. Mario Viscovi

Italo e Paola Mannucci, telefono e fax 02 4151880, im.emme@fastwebnet.it Mario e Santina Viscovi, telefono e fax 02 4151596, mario.viscovi@fastwebnet.it


Benedetto XVI a Milano L’Incontro Mondiale delle Famiglie ha lasciato tracce profonde e rinnovate speranze. Riportiamo le parole di commento pronunciate da mons. Javier Echevarría, Prelato dell’Opus Dei: «Sono grato al Signore per questi giorni di grazia che si sono vissuti a Milano accanto al Santo Padre. Sapere il Papa gioiosamente immerso in un variegato mondo di centinaia di migliaia di famiglie, provenienti da tutto il mondo, mi ha fatto pensare alla Chiesa e alla sua unità come famiglia dei figli di Dio: tutti diversi l’uno dall’altro ma uniti dalla filiazione allo stesso Padre. Durante l’Incontro si è potuto toccare ancora una volta con mano quanto la famiglia rappresenti la fondamentale scuola di amore, comprensione, fedeltà, pace. Sono sicuro che questi focolari cristiani «luminosi e allegri» - come amava chiamarli san Josemaría – sapranno propagare in tutti i luoghi della terra i frutti abbondanti di questo Incontro Mondiale con il Successore di Pietro.»

«Cari amici, la vostra storia è ricchissima di cultura e di fede. Tale ricchezza ha innervato l’arte, la musica, la letteratura, la cultura, l’industria, la politica, lo sport, le iniziative di solidarietà di Milano e dell’intera Arcidiocesi. Spetta ora a voi, eredi di un glorioso passato e di un patrimonio spirituale di inestimabile valore, impegnarvi per trasmettere alle future generazioni la fiaccola di una così luminosa tradizione. Voi ben sapete quanto sia urgente immettere nell’attuale contesto culturale il lievito evangelico. La fede in Gesù Cristo, morto e risorto per noi, vivente in mezzo a noi, deve animare tutto il tessuto della vita, personale e comunitaria, privata e pubblica, così da consentire uno stabile e autentico “ben essere”, a partire dalla famiglia, che va riscoperta quale

patrimonio principale dell’umanità, coefficiente e segno di una vera e stabile cultura in favore dell’uomo. La singolare identità di Milano non la deve isolare né separare, chiudendola in se stessa. Al contrario, conservando la linfa delle sue radici e i tratti caratteristici della sua storia, essa è chiamata a guardare al futuro con speranza, coltivando un legame intimo e propulsivo con la vita di tutta l’Italia e dell’Europa. Nella chiara distinzione dei ruoli e delle finalità, la Milano positivamente “laica” e la Milano della fede sono chiamate a concorrere al bene comune.» Benedetto XVI Incontro con la cittadinanza - Piazza Duomo -1 giugno 2012

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La leggenda del Piave

un autore da leggenda

La storia di un grande italiano Un altro capolavoro di E. A. Mario fu la trascrizione musicale di una lirica (Madonnina blu) del poeta e librettista veronese Renato Simoni (1875-1952), nella quale il poeta e musicista napoletano, con le parole della figlia Bruna, rivestì di note sublimi la commossa invocazione di Papa Sarto (San Pio X) che scende dal Cielo per pregare in ginocchio la Madonnina del Piave. Splendida l’interpretazione di questa lirica che la figlia ha raccolto dalla viva voce del padre (Mario era anche un pregevole cantante) in un cd allegato al libro sopra menzionato. Nell’imponente volume di Carmelo Pittari: La storia della canzone napoletana (Baldini Castoldi Dalai editore) un’intera sezione è dedicata a E. A. Mario, non solo, ovviamente per la Leggenda del Piave, che avrebbe dovuto essere elevata quale inno nazionale, ma alle oltre 2000 canzoni che compose, oltre alle pregevoli raccolte di versi in lingua italiana e in dialetto napoletano. Parlavamo di Trieste, città che è presente in diverse composizioni dell’illustre poeta partenopeo, come nella Serenata all’Imperatore, ironica e profonda risposta agli sbeffeggiamenti ricevuti dalla stampa tedesca nel 1915 nei confronti dei “briganti delle Calabrie”, “mafiosi della Sicilia” e dei “posteggiatori di Napoli” (come titolavano i giornali di allora). Ecco cosa scriveva E. A. Mario: «Maestà, venimmo a Vienna, venimmo cu chitarre e manduline … tutt’’è pustiggiature ca stanno pe’ Pusilleco e ‘ncittà … e ‘o ritornello fa: Mio caro imperatore, primma ca muore, ‘a vide ‘a nuvità: ll’Italia trase a Trieste ce trase e hadda restà!».

Molti non sanno chi si cela dietro lo pseudonimo di E. A. Mario, autore di quello che sarebbe dovuto diventare l’inno italiano, ovvero della celeberrima Leggenda del Piave. Molti non sanno che il generale Armando Diaz, durante la prima guerra mondiale, inviò un telegramma al suo illustre concittadino Giovanni Ermete Gaeta (1884-1961), vero autore della Leggenda del Piave, con il quale celebrava quella canzone e quelle parole che, secondo l’espressione di Diaz, valevano più di un generale. Due napoletani (Diaz e Gaeta) che hanno reso celebre il Piave, un fiume-simbolo che ha tenuto insieme un’Italia unita dai soldati del Sud e da quelli del Nord. Anche la città di Trieste è debitrice a questo straordinario artista partenopeo (E. A. Mario) che, il 25 novembre 1921, invitato dal Re d’Italia a Palazzo Reale, ebbe a dire molto modestamente e nobilmente: «Io non rappresento che la canzone di Napoli, non sono che un’espressione del sentimento popolare: non ho fatto altro che trascrivere, fermandola in note musicali, l’onda fervida di un sentimento palpitante nell’aria». Re Vittorio Emanuele III volle conoscere quell’autore da leggenda, la cui musica accompagnò la salma non identificata di un caduto durante la Grande Guerra, un milite ignoto, che nel 1921 fu sepolto nell’Altare della Patria a Roma. La canzone del Piave fu scritta di getto da Giovannino Gaeta che, nella sola notte del 23 giugno 1918, la appuntò su un modulo di telegramma (egli lavorava alle Poste). E. A. Mario richiedeva infatti alla Direzione delle Poste il permesso di viaggiare (come ricorda la figlia Bruna Catalano Gaeta nel suo libro, edito da Liguori, E. A. Mario, leggenda e storia ) negli “Ambulanti” attaccati alle tradotte per poter portare la posta in prima linea e per poter esaudire le richieste di canzoni fattegli dagli amici soldati al fronte. Non era nuovo a queste iniziative E. A. Mario: già nel 1915, con il suo inseparabile mandolino, intonava canzoni con i fanti, che lo accoglievano con commovente gioia. 3

L’Associazione culturale Amici del Caffè Gambrinus di Trieste non si è dimenticata di Giovanni Ermete Gaeta di Napoli ed ha voluto ricordare, anche nel non lontano novembre 2002, i soldati e bersaglieri italiani (ritratti nei versi di E. A. Mario) che il 3 novembre 1918 portarono il tricolore a Trieste, intitolando una targa viaria al musicista napoletano (Largo E. A. Mario). Quel 3 novembre, festività di S. Giusto, al quale il poeta dedicò un inno (Inno a S. Giusto) che la figlia Bruna, valente musicista, eseguì proprio a Trieste al pianoforte per sottolineare l’amore del padre per la città giuliana. Precedentemente, nel novembre 1954, l’allora sindaco 


dare la stura a un dialogo intimo: pochissimi e fortunati». Come brillantemente lo ha descritto la figlia Bruna, E. A. Mario «fu un uomo nato dal popolo, con un privilegio naturale d’intelligenza e di arte, che ha lottato per istruirsi e per farsi un posto nella società, senza togliere niente a nessuno, anzi donando generosamente quel che poteva dare… una persona leale che mai si valse di situazioni che – se avesse voluto – gli avrebbero fruttato ricchezze a non finire!».

triestino Gianni Bartoli, invitò E. A. Mario a Trieste dove, nella Piazza dell’Unità d’Italia, la banda intonò la Leggenda del Piave e dove l’autore, secondo le cronache di allora, fu portato in trionfo dalla folla plaudente e pianse di gioia nel risentire quei luoghi cari che gliel’avevano ispirata, come nei versi che attestano la vittoria finale: Indietreggiò il nemico fino a Trieste fino a Trento, e la Vittoria sciolse le ali al vento.

C’è una registrazione della Leggenda del Piave (datata 1931 e racchiusa nel cd allegato al libro della figlia Bruna) cantata dallo stesso E. A. Mario con vibrante e toccante intensità, che lascia trasparire l’impeto caldo e generoso di questo grande artista, restìo agli onori e davvero col cuore distaccato dal denaro. Un episodio: quando il Ministro della Guerra, Vittorio Zupelli (1859-1945), istriano, offrì a E. A. Mario, a nome del re, una croce di cavaliere, il poeta rispose: «Eccellenza, perché volete far portare il peso di una croce proprio a me?». Della Leggenda del Piave rinunciò ai diritti d’autore sulla canzone e nel novembre 1941 donò le medaglie d’oro ricevute come riconoscimento per la canzone dai comuni del Piave e da associazioni di combattenti, come oro alla Patria; Patria che tanto e sinceramente amò. E. A. Mario fu anche il cantore degli emigranti, ovvero di coloro che dovettero espatriare e che soffrirono per il viaggio e per la lontananza, come li ritrasse in versi e musica nell’impareggiabile Santa Lucia luntana, cantata ancora adesso in tutti i teatri del mondo e divenuta giustamente l’inno degli emigranti. Questo “fenomeno della letteratura napoletana di tutti i tempi sprizzò poesia e musica da tutti i pori” (come qualcuno l’ha giustamente recensito), narrando della sua infanzia povera quando si ritrovò tra le mani di un cliente nella barberia del padre un mandolino. Da autodidatta divenne un autentico maestro di musica e poesia, appassionato ed avido lettore, autentico e commovente cantore popolare nel senso privilegiato del termine. Nel suo libro: ’A storia d’ ‘o core il poeta scrisse: «Non son troppi quelli che riescono a ritrovare se stessi: pochi ci riescono per qualche momento e lasciano trascorrere questo momento nel guardarsi stupiti faccia a faccia con la propria anima; pochissimi, infine, ne profittano per

Nella splendida Comme se canta a Napule del 1911, interpretata magistralmente dal tenore leggero Gennaro Pasquariello, E. A. Mario riassume il senso profondo della sua grande filosofia di vita, indicando che non si canta per fare denari ma piuttosto per celebrare la speranza, l’amore e gli incantevoli e suggestivi luoghi della memoria. In questa sua integrità e sincera coerenza sta forse uno degli episodi più spiacevoli della sua vita, quando a Roma venne invitato dal celebre statista Alcide De Gasperi che, conosciuta la fama della Leggenda del Piave, pensava che E. A. Mario avrebbe potuto comporre l’inno per la Democrazia Cristiana. Il poeta e musicista partenopeo rispose all’illustre statista con gentilezza ma con rigore: «Eccellenza, io le canzoni non le scrivo su commissione, ma per ispirazione e con il cuore». Quanti avrebbero ceduto alle lusinghe di un uomo politico così importante, che avrebbe magari caldeggiato, con tutte le conseguenze, la Leggenda del Piave quale unico inno d’Italia ? Tanti ma non Giovanni Ermete Gaeta, E. A. Mario, che in Atto ‘e nascita, un gustoso sonetto, così rammentava (e non rinnegava)le proprie origini: «So nato ‘a Vicaria, nun già a Tuledo – e pe’ mme fa … no cchiù ‘e duje genitore: na mamma troppo semplice e gnurante, nu pate troppo onesto e buono ‘e core». E. A. Mario: un grande artista, un grande uomo da conoscere ed amare. Fabio Trevisan da Zenit.org - 26 maggio 2012

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ATTUALITÀ

Clamorosa scoperta nella Bayerische Staatsbibliothek di Monaco Ritrovate ventinove omelie inedite di Origene È con ogni probabilità la scoperta del secolo quella di una filologa italiana nella biblioteca di Monaco di Baviera, annunciata ieri dalla stessa Bayerische Staatsbibliothek. Nel pomeriggio dello scorso 5 aprile, giovedì santo, studiando un codice bizantino dell’XI secolo, il Monacense greco 314, Marina Molin Pradel si è infatti accorta che alcune omelie sui Salmi in esso contenute corrispondevano a quelle di Origene tradotte in latino da Rufino all’inizio del V secolo. E subito dopo Pasqua, estendendo i controlli sul manoscritto, la studiosa è arrivata alla conclusione che tutte le 29 omelie contenute nel codice, finora inedite, sono del grande intellettuale cristiano. Nella prima metà del III secolo Origene aveva dettato sul Salterio una serie imponente di opere che hanno presto avuto un influsso decisivo sull’esegesi biblica sia greca sia latina. Ma proprio la loro estensione, oltre alla condanna del 553, ne spiega la quasi totale perdita, già in epoca antica.

k L’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, agli ambasciatori dell’Ue

Per ripartire l’Europa deve recuperare i suoi valori cristiani e umani Dal discorso rivolto dall’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, agli ambasciatori dei Paesi dell’Unione europea accreditati presso la Santa Sede in occasione della fine del semestre della presidenza di turno danese. L’incontro si è svolto a Roma lunedì 11 giugno.

«Vorrei dedicare la conversazione odierna ad alcune riflessioni circa il futuro dell'Europa, in relazione al grave momento di crisi, anzitutto economica, che essa sta vivendo. L’Europa soffre ora le conseguenze di quell’indebitamento, unito ad un mercato del lavoro spesso rigido e a forti pressioni concorrenziali dall’esterno, che hanno spinto ad una sempre più marcata delocalizzazione delle attività produttive. In anni recenti abbiamo costatato che il continente invecchia e produce sempre di meno. Accanto a questi fattori, vi è una progressiva perdita di identità culturale e sociale dei popoli europei, alla quale si unisce, non di rado, una lontananza della società civile dalla politica, che con fatica riesce a svolgere il compito che le spetta, ovvero perseguire il bene comune. Confido che anche nelle attuali difficoltà, il nostro continente sappia ritrovare se stesso. La riuscita di tale impresa dipenderà dalla misura con cui l’Europa saprà guardare con gratitudine e riconoscenza alle proprie origini, soprattutto dalla capacità di riproporre in modo costruttivo e creativo quei valori cristiani e umani, come la dignità della persona umana, il profondo sentimento della giustizia e della libertà, la laboriosità, lo spirito di iniziativa, l’amore alla famiglia, il rispetto della vita e il desiderio di cooperazione e di pace, che sono le note che la caratterizzano.» da L’Osservatore Romano

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A tutto sesto n.29  

Approfondimenti e cultura