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a tutto sesto

note di informazione per gli amici del sesto piano

La volta a tutto sesto produce un semicerchio perfetto, con un canone classico che è del mondo greco–romano poi di quello rinascimentale, e in ogni caso simbolo di una italianità che vuol dire semplicità e solidità.

19

numero

maggio 2011

EDITORIALE

Chiara, nipote brava dentista, mi ha riservato una sorpresa mentre aspettavo che mi curasse un canino malandato: su un ripiano dello studio era esposta una copia del Giuramento di Ippocrate, ricordo della laurea. Non conoscevo bene questo testo e certo non sospettavo la sua attualità sconcertante. Ve lo propongo, nella traduzione classica del grecista Raffaele Cantarella. Giuro per Apollo medico e per Asclepio, e per Igea e Panacea e per gli dei tutti e le dee, che prendo a testimoni, che secondo le mie forze e il mio giudizio osser-

SU QUESTO NUMERO Milano da scoprire Beato Giovanni Paolo II Mio nonno

verò questo giuramento e questi precetti: rispettare colui che mi ha insegnato quest’ arte allo stesso modo che i miei genitori; dividere con lui il sostentamento e dargli ciò di cui abbia bisogno; considerare i suoi discendenti come miei fratelli; insegnar loro l’arte, se vogliono apprenderla, senza mercede o condizioni; rendere partecipi delle istruzioni, dell’insegnamento e dell’intera disciplina i figli miei e quelli del mio maestro e poi i discepoli iscritti che hanno prestato giuramento secondo il costume medico, e nessun altro. Secondo le mie forze e il mio giudizio, prescriverò la dieta per giovamento dei malati, e mi asterrò da ogni danno e violenza. Pur se richiesto, non darò ad alcuno farmaco mortale né darò consiglio siffatto: allo stesso modo non darò a donna rimedio abortivo. Puramente e santamente custodirò la vita e l’arte mia: non farò l’operazione della pietra, ma la lascerò agli specialisti di questa operazione. In qualunque casa io entri, vi andrò per giovamento del malato, astenendomi da ogni azione volontariamente dannosa e da contatti impuri con donne e uomini, con liberi e servi. Qualunque cosa io vegga o oda durante la cura, che non sia da divulgare, ovvero anche fuor della cura nei rapporti della vita, la tacerò, come cosa che non è permesso dire. Se osserverò questo giuramento e non lo violerò, mi sia concessa vita e arte in buona fama presso tutti gli uomini, per sempre: il contrario, ove io trasgredisca e spergiuri. Ma come, la condanna esplicita di eutanasia e aborto non sono considerate manifestazioni illiberali di un cattolicesimo fondamentalista e fuori tempo? Ippocrate, però, medico e geografo greco, visse dal 460 al 377 a.C. Le sue impegnative prescrizioni non possono essere dunque che il riflesso di una legge naturale oggi spesso ignorata ma che certo non perde validità a seconda delle circostanze. Italo Maria Mannucci

Italo e Paola Mannucci, telefono e fax 02 4151880, im.emme@fastwebnet.it Mario e Santina Viscovi, telefono e fax 02 4151596, mario.viscovi@fastwebnet.it


Milano da scoprire La cripta di san Giovanni in Conca Una chiesa scomparsa, ora ridotta a spartitraffico, che nasconde una storia millenaria e di cui rimangono interessanti «tracce»

Credo proprio che molte delle critiche rivolte a una Milano giudicata priva di attrattive, derivino da una scarsa conoscenza della città che invece riserva molte piacevoli sorprese ai suoi frequentatori. Questa volta vogliamo invitarvi a visitare la cripta di san Giovanni in Conca, nel bel mezzo di piazza Missori, unico resto, assieme al rudere dell’abside visibile all’esterno, dell’antica basilica. La chiesa, nata in epoca paleocristiana all’interno delle mura cittadine, su un’area già occupata da un quartiere residenziale romano, viene distrutta ad opera del Barbarossa nel 1162, per essere poi ricostruita nel XIII secolo, e inglobata nel secolo successivo all’interno del recinto della dimora dei Visconti, un vero e proprio quartiere che si estendeva dalla zona dell’attuale Palazzo Reale, fino a qui, dove allora si trovava l’imbocco della via verso Roma (il Corso di Porta Romana reca tuttora nel nome l’indicazione della direttrice stradale). In particolare il terribile Bernabò Visconti volle usare la chiesa come mausoleo per sé e la moglie Regina della Scala: all’interno dei Musei del Castello sono conservati i sarcofagi dei due personaggi, quello di Bernabò particolarmente imponente a causa della statua collocatavi al di sopra, che vede raffigurato il signore di Milano a cavallo. Provate a immaginare l’effetto che doveva fare al visitatore entrare nella chiesa e vedere Bernabò proprio dietro l’altare! Dopo questo momento di gloria, la chiesa passa di mano in mano: Francesco II Sforza la dona nel 1531 ai Carmelitani, che la dotano del più alto campanile dell’epoca in città (tanto da diventare nel 1810 un osservatorio meteorologico); dopo le modifiche seicentesche, la chiesa viene sconsacrata agli inizi dell’Ottocento, e adibita, come tante altre nello stesso periodo, a caserma, officina e magazzino, fino a trovarsi drasticamente accorciata alla fine del secolo, per consentire l’attuazione del piano regolatore che prevedeva, nell’ottica di

migliorare la viabilità della zona, l’apertura di una via proprio al posto delle campate iniziali della basilica. La chiesa quindi viene sistemata in stile neogotico (andavano allora di moda i rifacimenti in stile), con la facciata originale "appiccicata" alla chiesa accorciata. La costruzione così sistemata viene venduta alla comunità Valdese, che provvederà a recuperare la facciata, ed a usarla come fronte del loro attuale tempio in via Francesco Sforza, quando, nel 1949, la chiesa di San Giovanni in Conca viene definitivamente abbattuta. Resta appunto la cripta, ora resa accessibile: una visita vi permetterà di ammirare una delle pochissime cripte di epoca romanica sopravvissute allo scorrere del tempo, e di leggere la storia che vi abbiamo raccontato attraverso una serie di reperti archeologici conservati al suo interno. Resti di una vasca, di una mensola e di sarcofagi romani ci riportano al quartiere romano su cui la basilica sorse: e il nome, san Giovanni in Conca forse lo si deve proprio alla presenza di un avvallamento del terreno, su cui si ipotizza (ma è solo una delle teorie) sorgesse un ninfeo (da cui la vasca), ovvero una struttura dotata di fontane. (da Corriere della Sera.it)

Cripta di San Giovanni in Conca, Piazza Missori, Milano Visitabile dal martedì al venerdì dalle 9 alle 12, sabato dalle 14.30 alle 17.30, grazie alla collaborazione dei volontari del Touring Club Italiano per il Patrimonio Culturale che dedicano parte del loro tempo a questo importante servizio di accoglienza e guida. Ingresso libero.

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Beato Giovanni Paolo II

Karol Józef Wojtyła con i genitori in un ritratto di famiglia (1925)

Riportiamo integralmente l’articolo di mons. Javier Echevarría, Prelato dell’Opus Dei, apparso sul Corriere della Sera del 29 aprile, in vista della beatificazione di Giovanni Paolo II. Qual è stato il segreto dell’efficacia evangelizzatrice di questo straordinario Pontefice? È evidente che Karol Wojtyła è stato un instancabile difensore della dignità umana, un pastore sollecito, un comunicatore credibile della verità e un padre, sia per i credenti che per i non credenti; ma il Papa che ci ha guidato nel passaggio dal secondo al terzo millennio è stato, anzitutto, un uomo innamorato di Cristo e identificato in Lui.

Una volta, di pomeriggio inoltrato, ho accompagnato monsignor Alvaro del Portillo – allora Prelato dell’Opus Dei – nell’appartamento pontificio. Mentre aspettavamo l’arrivo del Papa, abbiamo sentito dei passi stanchi, passi di qualcuno che strascica i piedi, e che si avvicinavano lungo un corridoio: era Giovanni Paolo II, molto affaticato. Monsignor del Portillo, esclamò: «Santo Padre, com’è stanco!». Il Papa lo guardò e, con voce amabile, spiegò: «Se a quest’ora io non fossi stanco, sarebbe segno che non ho fatto il mio dovere».

Lo zelo per le anime lo spingeva a rag«Per sapere chi è Giovanni Paolo II bisogna vederlo giungere l’angolo più lontano della terra pregare, soprattutto nell'intimità del suo oratorio per portare il messaggio di Cristo. C’è privato», ha scritto uno dei biografi di questo santo qualcuno al mondo che abbia stretto più Pontefice. Così è, infatti. Una delle mani in vita sua o che abbia incrociato il ultime fotografie del suo cammino proprio sguardo con un maggior numero terreno lo ritrae nella sua cappella Monsignor di persone? Questo sforzo, anche umano, era un privata mentre segue, attraverso lo del Portillo, esclamò: ulteriore modo di abbracciare il Crocifisso e schermo del televisore, la recita «Santo Padre, com’è unirsi a Lui. della Via Crucis che si stava svol- stanco!». Ogni giorno, dalla sua cappella privata in Vatigendo al Colosseo. Quel Venerdì Il Papa lo guardò e, con cano, percorreva l’orbe. Perciò fu naturale la riSanto del 2005 Giovanni Paolo II sposta da lui data a un giornalista che voleva voce amabile, spiegò: non aveva potuto presiedere la cesapere come pregava: la preghiera del Papa - ririmonia con la sua presenza fisica, «Se a quest’ora io non spose - è un «peregrinare per il mondo intero fossi stanco, sarebbe segno come negli anni precedenti: non pregando con la mente e con il cuore». Nella sua era più in grado di parlare né di che non ho fatto preghiera – spiegava – affiora «la geografia delle camminare. Però in questa imma- il mio dovere». comunità, delle Chiese, delle società e anche dei gine si nota l'intensità del moproblemi che affliggono il mondo contemporamento che stava vivendo. Abbracciato a un grande neo»; e in questo modo il Papa «espone a Dio tutte le crocifisso di legno, il Papa abbraccia Gesù sulla Croce, gioie e le speranze e, nello stesso tempo, le tristezze e avvicina il proprio cuore a Colui che è stato messo in le preoccupazioni che la Chiesa condivide con l’umaCroce e lo bacia. nità di oggi». 3


La biografia di Karol Wojtyła si può «leggere» nell’ottica del tentativo di portare il Vangelo nei più svariati settori della società umana: nelle famiglie, nella scuola e nella fabbrica, nel teatro e nella letteratura, nelle città dei grattacieli e nelle baraccopoli. La sua storia personale lo condusse a capire con chiarezza che è possibile far presente Cristo in tutte le circostanze, anche nei momenti tragici della guerra mondiale e delle dominazioni totalitarie che imperarono nella sua terra natale. Negli scenari più diversi della modernità Giovanni Paolo II è stato portatore della luce di Cristo all’umanità intera. Con la sua esistenza c’insegna a scoprire Dio nelle circostanze in cui ci tocca vivere.

La fotografia alla quale mi riferivo all’’inizio di queste riflessioni mi sembra una sintesi esemplare della vita di Giovanni Paolo II: un Pontefice affaticato dal lungo tempo di servizio verso le anime, che orienta lo sguardo del mondo verso Gesù sulla Croce, per fare in modo che ognuno e ognuna vi trovi più facilmente le risposte ai propri interrogativi più profondi. La vita del nuovo beato è, dunque, un esempio di trasparenza cristiana: rendere visibile, attraverso la propria vita, il volto e i sentimenti misericordiosi di Gesù. Penso che questa sia la ragione e il segreto della sua efficacia evangelizzatrice. E sono convinto – lo chiedo a Dio – che la sua elevazione agli altari provocherà nel mondo e nella Chiesa un’ondata di fede e di amore, di desideri di servizio verso gli altri, di riconoscenza a Nostro Signore.

In uno dei suoi scritti, san Josemaría Escrivá contempla Gesù sulla croce come Sacerdote eterno, che «apre le braccia all’umanità intera». Penso che il cammino terreno di Giovanni Paolo II sia stato una copia esemplare del Signore che accoglie nel suo cuore tutti gli uomini e tutte le donne, spargendo a profusione amore e misericordia su ciascuno, con una particolare attenzione per i malati e i derelitti.

Il primo maggio 2011 in piazza San Pietro, sotto lo sguardo affettuoso della Madre della Chiesa, potremo unirci a Benedetto XVI e dire ancora una volta: «Vogliamo dire al Signore un grande grazie per il dono di questo Papa e vogliamo dire grazie al Papa stesso per tutto quello che ha fatto e sofferto» (Udienza generale, 18 maggio 2005). A noi, che lo abbiamo conosciuto in vita, rimane adesso il gradevole dovere di farlo conoscere alle generazioni future.

All’arrivo a Cogne nel 1994

luglio 1999

Giovanni Paolo II amava profondamente la montagna ma la contemplazione della natura era per lui soprattutto l’occasione per un rinnovato faccia a faccia con Dio creatore. Lo sguardo contemplativo di Karol Wojtyła che, giovane prete, accompagnava gli studenti universitari sui Tatra, i monti amati della sua patria, ci deve spingere a fare lo stesso con i nostri ragazzi che troppo spesso non conoscono il linguaggio ricco e profondo del silenzio.

Ghiacciaio della Brenva, Monte Bianco, settembre 1986

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Le vicende dell’esodo di tanti italiani dalle terre istriane sono ancora vive, dopo tanti anni, nel cuore delle persone che hanno vissuto momenti difficili, che hanno dovuto lasciare case, attività e affetti.

MIO NONNO È nato nel 1872 in una frazione della mia città, sulla collina prospiciente l’ampio estuario del fiume che si getta nel mare. Sul battistero della bella parrocchiale, attorniata da orto e vigneto da una parte, e cimitero dall’altra, sono scolpiti i nomi dei suoi antenati fin dal 1663; qui venne battezzato col nome di Valentino. Regnava Francesco Giuseppe d’Asburgo. In casa parlavano un dialetto croato ma conoscevano pure il dialetto veneto. Valentino non andò a scuola ma era avido di imparare; così, mentre da bambino pascolava le pecore, apprese a leggere, a scrivere e a parlare anche il tedesco. Si industriava a fabbricare aghi da calza che poi vendeva alla fiera della città. Fu poi a bottega da diversi artigiani e imprenditori finché andò sotto le armi in Stiria, Austria. A 25 anni si era sposato con Maria (21), nata in un villaggio vicino al suo, che in 5 anni gli diede 4 figli. Per disgrazia, nonna Maria morì a soli 30 anni, quando il figlio maggiore, mio padre, aveva 8 anni, la sorella 6 e gli altri due fratelli 5 e 3. Il nonno si risposò con una vedova benestante che viveva nella capitale di provincia. Ora abitavano in città dove, dopo la prima grande guerra, intraprese attività di costruzione, commerciali, di trasporto su strada e via mare; aprì il primo cinema, un mulino “a petrolina”, una fabbrica di seltz e gazzose e una officina meccanica. Nonno non si curava dei figli, piuttosto dei suoi affari: era infatti pieno di iniziative, di capacità di comando, di voglia di fare. Era stimato in tutta la regione e da ogni luogo d’intorno affluivano garzoni ad imparare un mestiere nelle sue varie attività. In famiglia ormai parlavano il dialetto veneto, si erano integrati con la borghesia della città ed erano ambientati bene anche con l’amministrazione italiana. Non fu iscritto al Partito Fascista ma i figli dovettero farlo quando cominciarono a rilevare gradualmente le sue attività. Ben presto la seconda moglie, Giuseppina, preferì ritirarsi in una villa al mare che il marito le costruì, lieto di starsene libero. Da allora – surrettiziamente – il posto di comando in casa (e fuori) fu gradualmente occupato dalla governante del nonno, Tonca, che veniva dalla petrosa montagna sulla riva destra dell’estuario. Tonca era autodidatta, viva di intelligenza, astuta, orgogliosa delle sue origini slave. Durante la seconda guerra mondiale fu in contatto con i partigiani di Tito e convinse il nonno a schierarsi da quella parte. Così, alla fine della guerra, nonno Valentino fu nominato sindaco della città ormai jugoslava, mentre i suoi figli con le loro famiglie fuggivano profughi in Italia, rischiando la vita, dopo aver perduto ogni loro bene. Non so quanto il nonno si fosse reso conto della ineluttabilità del destino della sua famiglia. Durante il suo mandato di capo del comune fu informato

di molte soperchierie e delitti che i vincitori perpetravano verso tanti cittadini italiani ed ebbe il coraggio di denunciarli pubblicamente, come si evince dagli archivi dell’epoca. Forse anche per questo motivo, alla successiva tornata non venne riproposto come sindaco. Seguirono per lui anni di solitudine, di rimpianto, di riesame di tutta la sua vita. Morì poco dopo (1951) e tutto il popolo gli tributò un grande omaggio. Io allora, in Italia, lavoravo non avendo la possibilità di continuare gli studi. A causa degli stenti, un anno dopo mi ammalai di tubercolosi. Il 26 dicembre 1948 nonno mi scrisse una lettera toccante, ecco alcuni passaggi: «Sono contento di sentire che tutti e quattro voi ragazzi siete occupati con il lavoro o con lo studio¸ vi raccomando di studiare sempre molto per poter diventare dei bravi cittadini e trovare dovunque un lavoro... Io non ho chi si preoccupi di me, malato; con tutto quello che possedevo ora sono ridotto in povertà. Ricevo ogni mese 17,60 dinari ! Niente ! Avevo venduto al Distretto del legname e del ferro per un importo di 13.000.- dinari ma non me li hanno voluti pagare perché dicono che si tratta di merce confiscata; un’altra volta avevo venduto dei coppi giù dai Clean, ma poi qualche "buona persona" mi ha fatto una denuncia e così ho perduto tutto e ho dovuto anche pagare le spese processuali. Lo scorso anno avevo lavorato un po’ di orto e vendetti qualcosa ma mi hanno multato di 850 lire, per cui quest’anno non ho più coltivato niente... Certamente voi ogni giorno sentite, riportato da qualche profugo, come si vive in queste terre! Io sono molto malato, non so come potrò sopravvivere così in miseria e abbandonato dai figli... qui da noi, alla Posta, arriva ogni sorta di pacchi e pacchetti dall’estero, ma per me non c’è mai nulla... ho letto più volte le tue due ultime lettere da Grado, così dettagliate, ed ho pianto.» Con il testamento, il nonno ha lasciato tutto quanto era ancora a lui intestato a Tonca. I legittimi eredi avrebbero potuto fare ricorso entro 15 giorni. Ma noi lo sapemmo molto tempo dopo e, in ogni caso, non avremmo potuto far nulla. Ora anche Tonca è morta ed ha lasciato case e campi ai suoi nipoti. 5


A tutto sesto numero 19