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Direttore del Museo Riccardo Riganti

Progettazione espositiva Riccardo Riganti Beatrice Resmini

Allestimento Franco Meni Carlo Senna Squadra operai Comune di Treviglio

Fotografie Tino Belloli

Organizzazione Sara Albergoni Daniela Nisoli Anna Rondalli


Il quid è scaturito dal Carnevale. Poi sovviene che all’inizio degli anni ’80 Cesare Calvi aveva “mascherato” una notte al Centro Civico Culturale trevigliese. Ombre e luci inquietanti. Di contro Calvi aveva dimenticato il “Grande Arlecchino” steso per la Biblioteca Civica di Treviglio. opera grande in ambo le dimensioni: materiale e spirituale. Nel frangente il pittore aveva realizzato le 5000 maschere per il Carnevale di Venezia. Ovvio, si pensò alle maschere e al Carnevale; soggetto e tempo. Con più visite al laboratorio di via Filzi si aprirono i magazzini, sì, i magazzini. È un gran bazar. Tanto e inedito. Una vita di artista, dai tempi dei primi disegni, veramente fin dall’inizio di mano sicura. Erano per gli intarsi dei mobili d’arte, una caratteristica della nostra plaga. Il giovane vi era coinvolto. I maestri erano Belotti, esperto nel settore oltre che negli affreschi, Ferrandi e l’amico Carminati. Troppo materiale si rovesciò alla vista. Rimase il tempo; mutò il soggetto. Erano troppe le leccornie per limitarsi all’aperitivo. La mente di Beatrice elaborò “in itinere”. Il viaggio di Cesare è lungo, molto lungo, non tanto quanto quello del suo concittadino Longaretti o del suo cugino Ferrari, ma siamo a buon punto. Quanti i sommovimenti ed i rivolgimenti dell’artista? Bene li documenta la dott.ssa Resmini nel suo saggio in modo esauriente: “…curiosità di un bambino”, dice Resmini, ma fin dall’inizio di creano le fondamenta di un solido, scarno, pratico mestiere. Tutto dovuto al ceppo bergamasco/milanese e cioè trevigliese del pittore che voleva fare l’intagliatore. Niente romanticismi accademico-scolastici all’inizio, niente bravate gogliardesche. Sarebbe stato uno dei centomila di via Brera. Invece un equilibrato lavoro di studio, di applicazione seria, pensato per un impegno pratico. Serio il ragazzo di sessant’anni addietro. Pazzo, nel senso buono, lo diventa quando comprende appieno che è nato per l’arte pura. L’arte sarà la sua musa per dodici lustri. La descriverà di sopra, di sotto, a gambe all’aria, di scorcio, decente ed indecente. Pittura, scultura, legno, plastica, pietra, volti, paesaggi e… maschere. Tutto è buono, tutto è bello; a briglia sciolta.


Com’erano incantati quei puliti paesaggi ad olio, che vidi in un bugigattolo del suo studio (forse un bagno in disuso?). Cesare li aveva ricomprati al mercatino dell’antiquariato. Infatti, incorniciati a dovere, potevano essere degli ultimi decenni dell’800. Ma taluni denunciavano già il rigore di Carrà. Calvi copia? Sì, come disse Picasso, il vero artista copia. Penso che Cesare abbia copiato tanto da non avere più nessuno da cui copiare. Quindi ad un certo punto ha potuto copiare solo se stesso. Una solitudine artistica/sentimentale che non appartiene più ad alcuna corrente o moda. Tutto e nessuno, tutto primo con ingordigia e comunque bello; nessuno dopo e comunque splendido. Ormai non crea più per vendere, da uomo pratico. Opera, tanto, per immaginazione. Ha la febbre per sognare per dipingere per scolpire, si strugge nella malinconia. Tutto per la bellezza, vista anche in un pezzo di cemento buttato per strada. Penso che nemmeno lui sappia ormai dove è, se dietro o davanti, se sopra o sotto la fantasia e l’arte. ma che importa a me. Dovevo solo scavare nella miniera apertasi, filone di che cosa? Oro, argento, diamanti o carbone. Ricordo la miniera di Wieliczka. Stessa vastità, incanto e mistero. Quanto sapido sale ne avevano tratto a Cracovia per compiere nel vuoto case, chiese, ristoranti e hotel. Qui quanta succosa perizia sparsa su carta, tela, ferro, cemento, stoffe, plastica e corde. Occorrono carrelli, furgoni per portare via qualcosa. Non più “in itinere” ma in corsa, corteo, processione lunghissima. Più che documentare tutto, assaggiare poco: non più di 60 quadri. La dottoressa Resmini vuole essere abile selezionatrice. Per me invece la mostra deve assomigliare più ad una scorpacciata in proporzioni pantagrueliche. Proprio per gradire, tastare un pizzico qua e uno là. Sarà quello che scaturirà nella disfida. Di certo sarà splendida, perché le opere sono di un’altezzosa bellezza. Giudicheranno di certo bene i visitatori ed assaggiatori del banchetto. Il museo trevigliese si toglie il cappello davanti a Cesare; saccheggia i magazzini e indice una grande festa di bellezza. Son passati trent’anni da quella notte di semiestate. Calvi si è rimpinzato d’arte. a Treviglio è un monumento di pittura. Un museo non poteva ignorarlo. Anzi, siamo in ritardo. Ma è stata scelta migliore. Ora c’è tutto, ma proprio tutto, e tutto sublime come nel Paradiso Terrestre o al Louvre.


Chiusura: definire in tre aggettivi Cesare Calvi. Poliedrico, multicolore e incantato. Poliedrico perché affronta con cipiglio ogni angolo dell’artistico. Multicolore perché i suoi sentimenti vanno dall’ebrezza estatica al sogno naïf (sì, sa sognare anche in forma naïf); il tutto con un fondotinta di malinconia. Incantato perché nella sua matura età gioca ancora, gioca a sazietà, gioca a dismisura, gioca a tutti i giochi come sanno farlo gli esseri superiori. Dr. Riccardo Riganti Direttore Museo Civico “Ernesto e Teresa Della Torre”


Nodi, tecnica mista, 2013


Definire è un’operazione sempre riduttiva. Non c’è modo di fare entrare in una definizione il tutto. Per quanto generica, inglobante, accogliente e elastica sia la definizione, rimarranno sempre frange che penzolano da questo contenitore lasciandoci insoddisfatti. Se poi il tutto che dobbiamo definire è il percorso artistico di un uomo che disegna e dipinge ormai da quasi 60 anni l’impresa diventa davvero ardua. Per dare un’idea di cosa sia quindi Cesare Calvi a livello artistico dobbiamo necessariamente spaziare, esattamente come fa lui nella sua arte, saltare da un punto all’altro, percorrere strade che sembrano divergenti ma che in realtà puntano tutte verso la stessa meta: un linguaggio espressivo efficace e soddisfacente prima di tutto per Calvi stesso e poi per noi che abbiamo la possibilità di vedere i risultati di questo percorso. Quello che colpisce della personalità di Cesare Calvi è la sua vulcanica capacità d’osservazione. Prima ancora di realizzare arte, Cesare Calvi vede l’arte nella realtà che lo circonda. Il suo occhio sensibile cattura immagini potenzialmente artistiche ovunque: in un muro scrostato, in un ferro arrugginito, in un poster pubblicitario logoro. È la curiosità di un bambino che è attirato, che indaga con entusiasmo, che si avvicina per capire di cosa si tratta. Incamera poi l’immagine, a volte fisicamente scattando fotografie, a volte solo mentalmente, e da questa immagine trae nuovo carburante per le proprie opere. Calvi non si adagia mai su un percorso assodato, su modelli da perpetuare perché vincenti. Non è questo lo scopo del suo fare arte. Il suo fare arte mira a soddisfare l’inesauribile fame di nuove strade espressive che Calvi manifesta; punta a dare


risposta a quell’anelito al produrre che dagli anni ’60 caratterizza la sua vita artistica. Ecco allora perche In itinere: perché il suo percorso è un continuo work in progress, un flusso nel quale ritornano periodicamente tematiche e tecniche, ma dal quale emergono anche continue novità. L’arte di Cesare Calvi, a qualunque esito pervenga, ha il suo stimolo iniziale nell’osservazione della realtà. Lo vediamo in modo particolare nello sviluppo di alcuni filoni tematici a cari a Calvi nel quale convergono opere di diversi periodi e quindi di diverse tecniche. Partiamo quindi, anche nel percorso espositivo di questa mostra, dagli Oranti: queste figure, nate dall’osservazione dei braccianti nei campi, compaiono già negli anni ’60 in veloci disegni dal vero, connotati da un realismo fresco e immediato. Questi braccianti, colti nel loro lavoro quotidiano, diventano il paradigma di un’umanità che fa, che opera, e si trasformano in figure più rarefatte, le figure degli oranti appunto, riconoscibili dalle braccia alzate in un gesto potente, che accomuna l’uomo di diverse culture e diverse epoche, un gesto che fa sì che ognuno di noi si possa riconoscere in essi. La loro corporeità si disfa man mano che Cesare Calvi intraprende nuove sperimentazioni stilistiche, avvicinandosi prima alla metafisica, poi all’astrazione, ma la loro potenza comunicativa rimane invariata, anzi, si amplia nell’essenzialità delle forme e delle linee degli


acrilici più recenti, quasi monocromatici, sui quali si stagliano scanditi quasi in una danza questi ultimi oranti. La stessa mutazione è ravvisabile nel filone delle Maternità: la potenza di questo soggetto, che già di per sé rappresenta il vigore della vita stessa che si protrae, è enfatizzata da opere nelle quali, da un realismo più delicato, si perviene a un linguaggio quasi tribale. Una tribalità delle forme che fa eco all’ancestralità della tematica stessa, quella della nascita. Un tema che Calvi approfondisce a lungo, riuscendo, con le diverse soluzioni che ci propone, a far emergere a volte il lato delicato e affettivo del momento, a volte la potenza sanguigna dell’avvenimento stesso. Parlando di tribalità non possiamo prescindere da un’altra tematica a lungo sviluppata da Cesare Calvi: le Maschere. Di lui sono noti soprattutto gli Arlecchini, spesso soggetti di opere realizzate con una delle sue tecniche peculiari, frutto di una sperimentazione condotta in autonomia: la pirografia. Ma Calvi va oltre: le maschere diventano acrilici, le maschere diventano anche sculture, steli, opere nelle quali ancora di più, grazie all’utilizzo di materiali quali il legno e il ferro, sono percepibili questi echi di tribalità. Questi filoni tornano anche nelle opere più recenti di Calvi, nessuno di essi si può dire concluso o ascrivibile ad un periodo particolare e finito della sua produzione. Così come le tecniche, che non si susseguono una all’altra in una cronologia limpida, ma si sovrappongono, tornano e scompaiono seguendo gli stadi emotivi ed emozionali dell’artista, che non rinnega mai alcuna sua sperimentazione, ma ne fa tesoro e la mette da parte come un bagaglio da utilizzare quando necessario. È per questo che la sua ultima produzione, se pur molto diversa da ciò che siamo abituati a vedere di lui, non deve essere letta come un voltare pagina ma come una nuova strada per approfondire una tematica che da sempre ha affascinato Calvi: la materia di cui è fatta la realtà. Cesare Calvi è attratto, incuriosito da come la materia si plasma intorno a noi, sia che prenda le proprie forme in modo naturale, sia che sia l’uomo con il proprio intervento a modificarla.


Ecco come nasce ad esempio il filone, più degli altri ancora in corso d’opera, delle Macerie: il ferro che emerge da un muro abbattuto in un cantiere, arrugginito, piegato, abbandonato, diventa per Calvi uno stimolo visivo. Ecco che, nella sua immaginazione prima e poi nei suoi disegni, queste macerie prendono vita, si trasformano a volte in esseri viventi a volte in composizioni astratte che pulsano. La potenzialità di questa materia, che prima risiedeva nella funzione di sostegno strutturale, ora si manifesta nella malleabilità con la quale si lascia plasmare da Calvi, che la trasforma, ci gioca, la smonta e la rimonta per far emergere l’essenza espressiva che risiede in essa.

Prima ancora delle Macerie però, il vulcanico entusiasmo di Calvi si è concretizzato nell’utilizzo di Calze di nylon. Ecco che il tessuto diventa il mattone della costruzione, nelle piccole sculture realizzate con calze di nylon e impalcature di ferro o nelle sovrapposizioni velate su un telaio di legno. E il tessuto diventa ancora più preponderante nella serie Nodi: la tela stessa non è più solamente superficie ma si piega, si sovrappone, si intreccia. L’opera diventa tridimensionale e l’alternanza dei pieni e dei vuoti che si viene a creare è valorizzata dalle scelte cromatiche di Calvi: il tono si addensa e si rarefà in un continuo dialogo con la superficie. Un artista come


Calvi, così attratto dall’evolvere naturale della materia, non poteva non sentire nella tematica del nodo uno sbocco naturale alla sua ricerca: il nodo, concettualmente e visivamente, è un elemento carico di potenza. Il nodo, per definizione, lega. Cosa leghi e perché lo leghi nel caso di Calvi non ci è dato sapere. O meglio, il nodo nelle sue opere, è protagonista nella propria essenzialità. È la sua stessa superficie a catturare il visitatore accompagnando il suo sguardo a scivolare sulla tela tesa per tuffarsi in misteriosi anfratti scuri e riemergere di nuovo limpido e luminoso, a cambiare direzione repentinamente e a distendersi con un largo respiro poco dopo. Il nodo respira infatti. Si dilata e si contrae ritmicamente e, seguendolo, ci ritroviamo a respirare anche noi con il suo stesso ritmo. Certo Calvi conosce le opere di Jorge Eielson, che ha fatto dei nodi uno dei soggetti privilegiati della sua arte. La ricerca altrui non è altro che un ulteriore spunto di riflessione da cui prendere le mosse, perché la capacità di Calvi sta anche nel riconoscere la potenzialità del già esistente, farlo proprio, inserirlo nel proprio percorso di vita e restituirlo rinnovato e rinvigorito nelle proprie opere. Non si e mai arrivati, sembrerebbe dirci Calvi con le proprie opere, e non c’è mai ragione di porre la parola fine a un percorso che ogni giorno vede accumularsi ulteriori spunti per esplorare nuove possibilità. Anzi, la vita artistica di Calvi è una serie di entusiasmanti e continui inizi che si sovrappongono e convivono. Sembra di sentire riecheggiare nel modus operandi di Calvi le parole attribuite a Johann Wolfgang Goethe: “Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di fare, incominciala. L’audacia ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso.” Beatrice Resmini Curatrice Museo Civico “Ernesto e Teresa Della Torre”

immagine 1: Paesaggio, anni ’60, olio su tavola immagine 2: Figure, 2012, acrilico su cartone immagine 3: Legami silenti, anni ’80, materiale estroflesso


Paesaggio, olio su tela, 1964


Albero nero tramonto giallo, olio su tela, 1976


MaternitĂ , ecoline su carta, 2014


In attesa, acrilico su tela, s.d.


Le madri, acrilico su tela, 1985


Figura totemica, acrilico su tela, 2012


Figure, olio su tavola, 2012


Nodi, tecnica mista, 2012


Nodi, tecnica mista, 2012


Nodi, tecnica mista, 2013


Nodi, tecnica mista, 2013


Figura con pesce, acrilico su tela, 1995


Collage, carte, 2014


Mare e vele, materiale estroflesso, 1981


BIOGRAFIA Cesare Calvi nasce a Treviglio nel 1940. Il suo curriculum registra numerose personali e collettive nazionali e internazionali a partire dagli anni ’70, la più recente una personale legata al Carnevale del 2015, al piano terra dello spazio espositivo De Longhi, in piazza san Marco a Venezia. Sempre a partire dagli anni ’70 partecipa inoltre a numerosi concorsi ricevendo importanti premi. Molte delle sue opere si trovano in permanenza in diversi musei e chiese in tutta Italia, oltre che presso collezioni private. CONTATTI DELL’ARTISTA: 3391770582


Centro Stampa Comunale 2016

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I quaderni del Museo 1/2016  

Cesare Calvi - In Itinere Cesare Calvi, artista trevigliese eclettico e sperimentale, espone al Museo Civico "Della Torre" di Treviglio con...

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