Issuu on Google+

Redazione: via Gorizia, 49 - 42100 Reggio Emilia - Tel. 0522.791979 - Fax 0522.302110 - www.darvoce.org - E-mail: darvoce@darvoce.org - Reg. 974, 12.10.98 - Trib. RE Sp. A.P. art. 2 c. 20/c 2662/96 Fil. RE - T. Risc. T. percue - “Poste Italiane s.p.a. - Spedizioni in abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n°46) art. 1, comma 2, DCB - Reggio Emilia” 1/2010 - Chiuso in redazione il 22/10/2010

DARVOCEINFORMA PERIODICO DEL VOLONTARIATO REGGIANO

24

All’interno: Gli ”Stati Generali” del Volontariato_Stop ai progetti del volontariato_Le priorità del wellfare in Emilia Romagna_Da Bruxelles a Reggio Emilia_ Raccolta fondi? Si può fare_e altro…

SEMPRE NOMADI

Direttore Resp: Vincenzo Cavallarin - Comitato di Redazione: A. Fontana, T. Gobbi, L. Piacentini, P. Sassi - Hanno collaborato: Adriano Arati, Andrea Bellani, Cécile Derny, Gabriele Maestri, Anna Notari, Alberto Sabatini, Federica Troisi - Editore prop.: DarVoce - Stampa: La Stamperia - Parma

ANNO XII OTTOBRE 2010


DARVOCEINFORMA 24

Rappresentanza.

Gli “Stati generali” del volontariato IL

volontariato si avvia a grandi passi verso gli “stati generali”. Convocata dalla Provincia di Reggio Emi lia, si terrà il prossimo 6 novembre, presso la sede della Croce Verde in via della Croce Verde, la 7° Conferenza provinciale del Volontariato che affronterà i temi dello stato sociale ed eleggerà i membri del Comitato paritetico provinciale, giunto a naturale scadenza dopo il triennio di mandato. Il Comitato paritetico è un organismo formato da 7 componenti nominati da Comuni e Provincia e 7 componenti designati dalle associazioni del volontariato. La sua funzione è duplice: promuovere il confronto tra il volontariato e gli Enti Locali e fissare le priorità dei Centri di servizio in sinergia con le politiche sociali del territorio. L’assemblea sarà l’occasione per indicare i rappresentati del volontariato in seno al Comitato di Gestione. In vista di questo appuntamento che coinvolgerà il mondo del Terzo Settore reggiano, l’assessore provinciale al welfare Marco Fantini ha deciso di promuovere sei incontri sul territorio reggiano, uno per distretto, per fare emergere i temi che saranno al centro della conferenza di novembre. Questo Vademecum, curato da Provincia di Reggio Emilia, Movimento del Volontariato, Forum del Terzo Settore, CSV DarVoce vuole essere una sintesi degli organismi con funzioni di rappresentanza e servizio del volontariato attivi nella provincia e previsti dalla Regione. Non è esaustivo dei soggetti del cosiddetto “no profit”.

Comitato Paritetico Provinciale Il Comitato Paritetico Provinciale è un organo consultivo provinciale. Nasce per legge nel 2005 su impulso della Regione Emilia Romagna ed è stato istituito a Reggio Emilia nella Conferenza Provinciale del 2008. E’ composto da 14 membri: 7 membri espressione degli Enti Locali, 7 membri espressione del mondo del volontariato eletti all’interno della Conferenza Provinciale del Volontariato. Ne fanno parte, in qualità di invitati permanenti i rappresentanti: del Centro Servizi del Volontariato, della Fondazione Manodori, dell’Osservatorio Regionale e del Co.Ge. Il Comitato Paritetico Provinciale ha le finalità istituzionali

anche 4 rappresentanti del Volontariato designati dalle Conferenze Provinciali del Volontariato. Resta in carica per un biennio e ha le finalità istituzionali di: - provvedere ad individuare e a rendere pubblici i criteri per l´istituzione di uno o più Centri di servizio nella regione; - ricevere le istanze per la relativa istituzione dei Centri di servizio di cui cura l’elenco ufficiale e la pubblicizzazione delle relative attività; - ripartire annualmente, fra i Centri di servizio, le somme scritturate nel Fondo speciale; riceve e verifica la regolarità e la conformità dei rendiconti ai rispettivi regolamenti - cura l’amministrazione del fondo speciale.

Forum del Terzo Settore Il Forum del Terzo Settore è soggetto di coordinamento provinciale del Volontariato, dell’Associazionismo di Promozione Sociale e della Cooperazione. è formato da due componenti di rappresentanza per ognuno dei tre settori: Cooperazione, APS e Volontariato. è soggetto autorganizzato e riconosciuto dalla legislazione nazionale e regionale. Coordina e rappresenta oltre 900 organizzazioni reggiane. Portavoce: Riccardo Faietti.

Movimento del Volontariato Si pone quale soggetto di coordinamento e rappresentanza provinciale del Volontariato a cui aderiscono 38 organizzazioni di volontariato reggiane. Ha come finalità istituzionale di sviluppare la rappresentanza del volontariato e la promozione dello stesso. è soggetto auto-organizzato. Portavoce: Pietro Messori.

previste dalla Legge Regionale ed è preposto al raccordo tra volontariato ed enti locali e fissa le priorità per l’azione dei Centri di Servizio provinciali. Presidente: Marco Fantini.

Centro Servizi Dar Voce Il Centro di Servizi per il Volontariato è un ente provinciale previsto dalla Legge Nazionale 266/91. è gestito dall’Associazione Dar Voce, a cui aderiscono 84 organizzazioni di volontariato reggiane. Ha un Presidente ed un Consiglio Direttivo di 11 membri eletti dall’assemblea. è finanziato attraverso le risorse previste dalla Legge ed erogate dal Comitato di Gestione. Ha come finalità la produzione ed erogazione di servizi a favore del Volontariato, tra cui ad esempio: consulenza e assistenza alla progettazione, formazione, comunicazione e informazione, orientamento. Presidente: Tito Gobbi.

Co.Ge.

02

Il Comitato di Gestione è un organismo regionale istituito per Legge. Fanno parte del Co.Ge.

Rappresentante: Luigi Bottazzi.

Osservatorio Regionale del Volontariato è promosso dalla Conferenza Regionale del Volontariato e si occupa di analizzare le necessità del territorio e le priorità di intervento, favorire la conoscenza e la circolazione di esperienze, sviluppare studi e ricerche sul settore nel territorio, elaborare, formulare proposte per sviluppare le attività di volontariato. Rappresentante: Pietro Micucci.

Fondazione Manodori La Fondazione Pietro Manodori è un ente privato e opera senza scopo di lucro con fini di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico del territorio. Sostiene progetti e iniziative di crescita e innovazione, p r e va l e n t e m e n te sulla provincia di Reggio Emilia.

All’interno del Consiglio Generale siede un rappresentante, espressione del mondo del volontariato. Presidente: Gianni Borghi.

Servizio Assieme Il Servizio nasce come progetto della Provincia di Reggio Emilia. è promosso dalle Associazioni di Promozione Sociale della provincia attraverso il finanziamento concesso dalla Regione. Eroga gratuitamente servizi di consulenza alle APS. Referente: Daniele Catellani. Consulte/Tavoli La Consulta è un organismo costituito dal Comune per valorizzare e promuove la partecipazione dei cittadini e delle associazioni alla costruzione del tessuto sociale. - Possono aderire alla Consulta tutte le organizzazioni di Volontariato e del Terzo settore - è composta dal Sindaco o da un suo delegato, da un rappresentante per ogni Associazione di Volontariato e del Terzo settore che abbia presentato richiesta di adesione. - è previsto un comitato consultivo formato da almeno 5 persone nominate dall’assemblea. - Viene convocata dal Presidente non meno di due volte l’anno o a richiesta di almeno 1/5 dei suoi componenti.

Conferenza Regionale del Volontariato (Art. 20 Lr12/05) Organismo convocato dalla Regione in accordo con la Conferenza regionale del terzo settore quale momento di confronto e verifica sulle politiche di interesse per il Volontariato. è costituita dalle organizzazioni di volontariato iscritte nel registro regionale e provinciale. Sono invitati a partecipare alla Conferenza gli Enti Locali, le Aziende Sanitarie nonché le odv non iscritte nei registri. La convocazione della Conferenza è sempre preceduta dalle Assemblee provinciali.


DARVOCEINFORMA 24

Progettazione.

Congelati i progetti del volontariato reggiano

TESTAMENTO BIOLOGICO.

IL COMUNE ISTITUISCE IL REGISTRO PER ESPRIMERE LE ULTIME VOLONTÀ RISPETTO AI TRATTAMENTI SANITARI

Non saranno erogati i finanziamenti attesi a Ottobre

IL

Comitato regionale di Ge stione del fondo speciale per il volontariato non erogherà alle associazioni i finanziamenti attesi nel mese di ottobre. Vengono così “congelati” circa 150mila euro destinati alle associazioni di volontariato reggiane per la costruzione di progetti sociali e di sviluppo. Nel 2009 furono 53 le associazioni reggiane che beneficiarono del Fondo speciale e costruirono, assieme al Centro di Servizi per il volontariato DarVoce, 93 progetti. Gli ambiti di intervento di questi, a titolo esemplificativo, hanno riguardato la formazione delle Pubbliche assistenze, laboratori e servizi svolti dal volontariato in favore di persone diversamente abili, oppure il lavoro di manutenzione di diversi sentieri naturalistici della Val D’Enza.

Sono solo alcuni esempi di interventi, ad hoc, volti al rafforzamento della coesione sociale, attraverso lo sviluppo, l’innovazione e l’attività di rete delle associazioni per rispondere sia bisogni interni che a quelli della comunità e del territorio. La decisione del Comitato di Gestione è conseguenza diretta di un accordo nazionale (firmato da Acri, l’associazione che rappresenta le Fondazioni di origine bancaria, Forum del Terzo Settore, Coordinamento Nazionale dei Csv, Consulta Nazionale Permanente del Volontariato, Convol e Consulta Nazionale dei Comitati di Ge stione) che ha portato ad una riduzione cospicua dei finanziamenti (-63% rispetto al 2009; -38% rispetto al 2010) e ha colpito particolarmente l’animazione sociale e le autonomie locali in cambio di una omologazione nazionale

nel modo di essere e di fare servizio al volontariato. I Centri di servizio del Volontariato si trasformano così in bancomat e le associazioni si riducono a chiedere l’elemosina. “In questo modo – spiega Tito Gobbi, presidente del Csv DarVoce – viene messa in discussione una risposta primaria allo sviluppo del territorio ed ostacolato lo sviluppo delle associazioni. La modalità della programmazione partecipata e della costruzione di reti di associazioni ha consentito di dare un servizio alle organizzazioni di volontariato e ai molteplici bisogni del territorio. Nel nostro Centro – continua Gobbi – si è costruito un bacino di competenze che è patrimonio del volontariato e della comunità che oggi vengono messe in seria difficoltà”.

A causa degli importanti aumenti attuati dal governo per le spedizioni postali del terzo settore, il Csv DarVoce ridurrà sensibilmente le spedizioni del prossimo DarVoce Informa. Chi vorrà continuare a ricevere la versione cartacea può farne richiesta via mail all’indirizzo darvoce@darvoce.org. DarVoce Informa continuerà ad essere regolarmente pubblicato on line sul sito www.darvoce.org DarVoce

D

a oggi i cittadini reggiani che desiderano espri mere le loro ultime volontà rispetto all’accet tazione o rifiuto di trattamenti sanitari hanno la possibilità di registrare ufficialmente il loro volere. Il Comune di Reggio ha infatti attivato un servizio di raccolta del cosiddetto testamento biologico, il documento - conosciuto anche come “Dichiarazione di volontà anticipata per i trattamenti sanitari” – che permette di registrare le proprie scelte di cura in caso di incapacità mentale, di incoscienza o di altre cause che impediscano di comunicare direttamente ed in modo consapevole con il proprio medico. In attesa che la materia venga regolamentata da apposita norma di legge, l’Amministrazione locale ha infatti deciso di istituire il Registro del Testamento biologico per far fronte a una domanda sociale crescente su questo tema, che trova fondamento anche in alcuni documenti giuridici. La necessità di istituire in città un registro del testamento biologico è stata espressa dal Consiglio comunale di Reggio che, nell’ottobre dello scorso anno, ha sottoscritto un documento per l’istituzione di una Anagrafe comunale delle Avvenute redazioni di dichiarazione anticipata di trattamento. L’argomento era stato posto all’attenzione di sala del Tricolore dal comitato Alta Voce che aveva presentato una mozione di iniziativa popolare sull’argomento.

Ecco come sopravviveremo “S

i tratta di un calo sostan ziale che ci porta molto al di sotto lo standard di servizi e progetti fino ad oggi garantiti alle Odv”. Lucia Piacentini, responsabile della Macroarea Prodotto del Csv DarVoce all’orizzonte non vede schiarite. La dirigente spiega come si attrezzerà DarVoce per sopravvivere al calo di fondi che arriverà nel prossimo anno. “La crisi è arrivata anche per noi, la nostra fortuna, rispetto a tante aziende, è che non ci ha colto di sorpresa. In questo ultimo anno, già dal mese di marzo e aprile, stiamo lavorando con il Consiglio per affrontare le sfide che ci attendono.

Il Consiglio innanzitutto ha deciso di investire e lavorare per tutto il 2011 per attivare nuove strategie, utilizzando i fondi accantonati per queste emergenze. Nel 2011 saremo chiamati tutti, collaboratori e consiglieri a rendere DarVoce più autonoma dal Fondo speciale. Questo per garantire i servizi a tutte le associazioni, per aumentare l’autodeterminazione dell’Assemblea e Consiglio, usare le risorse (che oggi sono di fatto dipendenti dalle decisioni del CoGe) e per non disperdere il patrimonio di conoscenze e competenze che tutti ci apprezzano e che sono oggi la vera ricchezza del volontariato.

Oggi la sfida che si gioca e tra una duplice scelta: rendere i centri di servizio semplici Bancomat in cui le Odv possono andare a prendersi i servizi necessari oppure valorizzare la dimensione territoriale che fa di DarVoce anche un connettore di risorse, un luogo in cui le associazioni imparano il lavoro di rete. Le tre parole chiave per il 2011 e 2012 sono quattro: Ridimensionamento: operare perché i servizi costino meno, alleggerire i processi, aumentare le deleghe e le responsabilità, ridimensionare alcune funzioni operative. Ci vuole attenzione a fare tagli oculati che non disperdano le professionalità. Forse sarà

necessario ridimensionare alcuni servizi molto personalizzati. Standardizzazione/ regolamentazione: significa rendere standard i processi, e i servizi. Il Consiglio direttivo sta lavorando con lo staff per rendere più chiara e leggibile la carta dei servizi e la loro regolamentazione. Differenziazione: significa promuovere le competenze di DarVoce anche ad altri soggetti, sempre per la promozione del volontariato nella comunità e in sinergia con gli altri attori del Terzo Settore. Mettere a valore le competenze di DarVoce utili per il volontariato con attività in convenzione o attività commerciali marginali. Ricerca fondi: su questo tema darVoce non ha ancora acquisito tutte le conoscenze necessarie per aiutare le associazioni nella ricerca fondi. Ed è giunto il momento di trovare sostenitori anche per il Centro, in aree definite, a favore di progetti specifici che vadano a beneficio del volontariato. Nel 2011 investiremo in un percorso di formazione e accompagnamento per DarVoce e per le associazioni.

03


DARVOCEINFORMA 24

L’INTERVISTA.

Le priorità del Welfare in Emilia-Romagna A

ccreditamento delle strutture, bilanci sociali, un accesso capillare al Welfare, integrazione. Sono fra le priorità di Teresa Marzocchi, nuovo assessore della Regione Emilia Romagna alla Promozione delle politiche sociali e di integrazione per l’immigrazione, volontariato, associazionismo e terzo settore, che nel settembre scorso ha parlato delle linee guide che intende dare al proprio mandato, partendo dalla lunga esperienza personale nel terzo settore. Iniziata con il lavoro agli studenti disabili e l’attività sportiva, e proseguita con la fondazione del centro di accoglienza per tossicodipendenti “La Rupe” a Sasso Marconi, nel bolognese. «Il fatto che io sia qui è un riconoscimento per tutto il Terzo settore», tiene a sottolineare la Marzocchi. Una prima base di partenza per il lavoro della nuova Assessore è l’accreditamento delle strutture sul territorio. «Sono sulla rampa di lancio i corsi che sforneranno i primi 200 valutatori – spiega – Tecnici con il compito di verificare che le strutture rispettino i parametri stabiliti. Si tratta di un percorso sperimentale di 80 ore, suddivise

Teresa Marzocchi.

in 10 giornate. Obiettivo: arrivare ad avere in questa prima fase almeno cinque valutatori per ognuno dei 38 ambiti distrettuali nei quali è suddivisa la regione e i nove organismi tecnici previsti dalla normativa». A questi corsi «potranno partecipare dipendenti (o comunque con rapporto di lavoro stabile e continuativo), con almeno tre anni di esperienza in gestione e organizzazione di servizi sociali e sanitari». Le aree professionali saranno quattro: «assistenti sociali o altre figure responsabili di servizio o struttura; operatori sociosanitari, responsabili delle attività assistenziali o educatori; medici esperti in ambito sociosanitario o infermieri; tecnici per gli aspetti strutturali». Un altro tema di grande importanza è la realizzazione di bilanci sociali, strumenti sempre più importanti per la vita dell’intero terzo settore. A livello di Regione, «dopo i primi tre rendiconti – due dedicati alle politiche per gli anziani, uno ai giovani – e relativa riflessione sull’esperienza compiuta, si sono aperti i cantieri per due nuove edizioni». I primi incontri sono già andati in scena, rispettivamente con organizzazioni imprenditoriali e studenti e con le organizzazioni di volontariato. In questa fase, riflette la Marzocchi, è «fondamentale il confronto con i soggetti interessati (i cosiddetti stakeholder). Questo vale a tutti i livelli. A governare tutto il processo è, così, un Gruppo tecnico misto, comprendente dirigenti della Regione e degli Enti Locali, ma anche rappresentanti di sindacati e Terzo settore». Affiancate al bilancio sociale,

e altrettanto cruciali, sono le programmazioni integrate sul territorio, a livello di servizi sociosanitario, una delle eccellenze regionali. Per valutare questi strumenti è stato realizzato il rapporto “I Piani di zona distrettuali per la salute e il benessere sociale 2009-2011: una prima analisi dell’integrazione della programmazione nei documenti e nei processi”. Un lavoro nata, spiega l’assessore, «dalla necessità di mettere a fuoco, attraverso un’analisi dettagliata dei 38 Piani di zona distrettuali, come in ambito locale siano state accolte e messe in atto le indicazioni fornite dalla Regione con lo scopo di realizzare una programmazione integrata, la sola in grado di dare vita a un welfare di comunità che davvero sappia mettere insieme istituzioni, risorse, professionalità, in modo da garantire a tutti i cittadini servizi di qualità». E per realizzare questo welfare, è necessario un contatto, e un accesso, capillare e costante. Così, rimarca la Marzocchi, giocano un ruolo sempre più importante «gli portelli sociali per il welfare regionale. Pochi anni fa era solo una sperimentazione, oggi ne sono stati attivati 263, in pratica almeno uno in 35 distretti su 38». E ai «263 Sportelli attivi se ne devono aggiungere altri 8 in fase di apertura. Diversi anche gli orari: il 30% degli Sportelli ha un orario di apertura che non supera le 15 ore settimanali, ma c’è anche un 5% che supera le 36 ore». Di cosa si tratta? Hanno funzioni diverse. Il primo è «l’ascolto, le informazioni su servizi e opportunità (97%) e le attività

di orientamento e consulenza (91,5%). Un secondo gruppo si ritrova più o meno nei due terzi degli Sportelli: appuntamento con assistenti sociali (72%), rilascio moduli (68%), accompagnamento alla compilazione delle pratiche (61%). Nel terzo gruppo troviamo le funzioni la cui presenza dipende dalle scelte organizzative compiute, quali l’iscrizione al nido (26%), la compilazione dell’attestazione Isee (29%)». Uno strumento destinato a diventare, nelle intenzioni della Regione, uno «strumento di raccordo tra settori e con la sanità». I dati divergono fra i vari servizi, dall’87% del passaggio di informazioni degli assistenti sociali le percentuali scendono su altre voci, ma, afferma soddisfatta la Marzocchi, «Comuni e Ausl hanno avviato, grazie anche agli Sportelli, un percorso di avvicinamento, con distribuzione incrociata di modulistica e informazioni: poco più di un primo passo, preliminare, ma comunque un passo importante». Infine, un tema di grande attualità, l’integrazione. In EmiliaRomagna gli stranieri residenti sono ormai 467mila (1 gennaio 2010), pari al 10,7% della popolazione. Per facilitare l’inserimento nel tessuto sociale, nel 2009 sono stati realizzati ben 190 corsi in tutta la Regione, portati a termine da 2542 stranieri e, chiarisce l’assessore, «sono state stanziate risorse pari a 374mila euro, che hanno permesso a 38 enti (14 Centri territoriali permanenti, 10 soggetti del privato sociale, 8 Enti locali e 6 enti di formazione) di realizzare 190 corsi durante il 2009».

Dalla Rupe all’assessorato

T 04

eresa Marzocchi è nata a Sasso Marconi (Bo) nel 1954, dove abita, ha quattro figli. Ragioniera, dopo il diploma Isef e la laurea in Pedagogia ha fatto l’insegnante fino al 1989, prima di educazione fisica e poi di sostegno per studenti diversamente abili. Dal ’72 all’83 è stata impegnata nell’associazionismo sportivo (Csi). Nel 1984 ha fondato insieme al marito il Centro accoglienza “La Rupe”, dapprima comunità per tossicodipendenti (dove ha vissuto con

la sua famiglia fino al 1998), ora cooperativa sociale che gestisce servizi e strutture per persone in situazione di disagio e difficoltà sociale. È fondatrice di altre associazioni e imprese sociali. Si è sempre occupata di politiche socio-sanitarie: già consulente dei ministeri della Sanità e delle

Politiche Sociali, portavoce della Consulta contro l’esclusione sociale del Comune di Bologna, ha coperto anche l’incarico per due mandati di vice presidente nazionale del Cnca, il Coordinamento nazionale delle comunità d’accoglienza. Dalla sua costituzione (con la legge 45/99) è stata com-

ponente la Consulta nazionale degli operatori e degli esperti per le tossicodipendenze. È stata consigliere comunale a Bologna e presidente della commissione consiliare Sanità, Politiche sociali, Politiche abitative e della casa dal 2009 al 2010.


SEMPRE NOMADI

Da Bruxelles a Reggio Emilia di Vincenzo Cavallarin

S

arà una questione generazionale o sarà forse per l’inconpiutezza della nostra politica ma l’appello “istituzionale” del “sentirsi europei”, rimane ancora una questione detta a parole e generalmente poco praticata. C’è un’Europa in cui si parla il burocratese dei finanziamenti, c’è un’Europa, muta, degli uomini e delle donne europei, e un’altra in un cui strumentalmente si riverberano le questioni della politica interna dei paesi membri. è il caso del governo francese che si trova decisamente in affanno per altre questioni, e alla faccia delle regole che garantiscono la libertà circolazione e di residenza dei cittadini europei, nel grossolano tentativo di ingrossare il bottino di voti, decide di smantellare campi nomadi e rimpatriare circa 700 rom bollati come minaccia alla nazione. E la più massiccia deportazione di Rom dalla seconda guerra mondiale. La questione approdata al Parlamento europeo ha animato una sorta di psicodramma. Il Commissario europeo alla Giu-

stizia, Viviane Reding, annuncia l’apertura di una procedura d’infrazione contro Parigi e la risposta dell’Eliseo, a cui si è accodato volentieri anche il nostro presidente del Consiglio, non mostra reticenze: “Accolga i rom nel suo Paese, il Lussemburgo”, ha detto Nicolas Sarkozy. A questo punto ci siamo detti: cominciamo da qui a sentirci più europei. E cominciamo dalle regole che l’Unione Europea si è data. La Francia ha violato l’articolo 21 della Carta della dei Diritti dell’Unione: “E’ vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare sul sesso, sulla razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione, l’appartenenza ad una minoranza nazionale”. Eppoi è stato calpestato l’articolo 19 della Carta che stabilisce “che le espulsioni collettive sono vietate”. Qui c’è la nostra storia del Novecento con le sue tragedie e con la persecuzione di individui a causa delle loro appartenenza a una comunità che non si conforma alla cultura e ai modi di vita della maggioranza. Lucica Tudor, la “regina” dei rom d’Europa – nell’indifferenza genera-

le della politica nazionale – risponde così, “Sarkozy dovrebbe ricordarsi che facciamo parte dell’Unione Europea. Lo stesso vale per Maroni, le sue parole sono inaccettabili e non può sentirsi legittimato dopo quello che è accaduto in Francia a fare certe esternazioni (Maroni propone e propugna una linea dura più forte di quella attuale, e di quella francese Ndr). L’Italia ha ben altri problemi in questo momento, criminalizzare, per l’ennesima volta il popolo rom, è solo fumo negli occhi per gli italiani alle prese con la crisi. Purtroppo intorno al popolo rom c’è troppa ignoranza, non siamo mai stati un pericolo per l’Italia. Il vero problema - conclude - è l’incapacità di portare avanti una politica giusta. Il mio popolo non è un popolo di terroristi, di assassini e il fatto di non avere un reddito minimo né una dimora adeguata non è un motivazione sufficiente per mandarci via: la vera ragione è che noi siamo rom”. A casa nostra le cose prendono un’altra piega. Congelata l’esperienza delle campine per mancanza di fondi, in un convegno che si è svolto nei giorni scorsi al Centro Reggio Est,

l’assessore Franco Corradini ha denunciato la condizione di “segregazione” dei Rom in Bulgaria e Romania. Una condizione che l’Europa non può tollerare, secondo Corradini. Il suo collega Matteo Sassi ha posto l’accento sulla bassa frequenza scolastica dei bambini Rom e Sinti. E l’istruzione insieme al rispetto della legalità sono le due parole d’ordine per creare le condizioni necessarie per la convivenza che in questo caso parte dalla richiesta (dei Sinti e della politica) del superamento dei campi nomadi. In che modo? Vladimiro Torre dell’associazione Them Romanò non ha in mente le case popolari. “Molti sono già proprietari di terreni, altri potrebbero acquistarli, è necessario che il Comune ci dia la possibilità di stabilirci lì con le nostre case mobili”. Il sindaco Delrio ha dovuto fare il pompiere su fiamme causate da veri o presunti fraintendimenti incendiari interni al centro sinitra e ribadire che “Il centrosinistra non deve aver paura di dire che i campi nomadi vanno risolti”. Questo è il terreno su cui si gioherà il rapporto tra i nomadi e la città in un futuro che chissà quanto sarà prossimo.

05


DARVOCEINFORMA 24

EFFATà.

Ma chi Ascoltiamo sono i Nomadi? le loro parole C

hi sono i nomadi, da dove vengono, cosa fan no? Queste domande sono diventate interes santi per tutti, nell’epoca della ricerca di soluzioni a quello che è presentato come un’emergenza europea, fra chi suggerisce di mandarli a “casa loro”, chi li vuole integrare e chi li vede come la minaccia alla sicurezza, l’unica cosa certa sembra una la confusione sul tema. “A Reggio dobbiamo parlare prevalentemente di sinti – spiega Alfa Strozzi, referente del progetto Qualità di vita e percorsi di accompagnamento/sostegno per l’inclusione sociale della popolazione nomade Sinta e Rom del Comune di Reggio Emilia – Sono circa 800 i sinti residenti nel nostro Comune, tutti cittadini italiani, reggiani da diverse generazioni”. Queste persone vengono certamente da un passato di nomadismo, continua Strozzi, in cui facevano i mestieri di maniscalco, ombrellai, piuttosto che giostrai o saltimbanchi, uno stile di vita che ormai è andato scomparendo in seguito a leggi restrittive e alla perdita di questo tipo di piccola economia. Alcuni mantengono i loro lavori tipici e nei periodi delle fiere e nei mercati hanno i loro banchi o passano l’estate gestendo le giostre sulla riviera romagnola, altri sono lavoratori dipendenti, ma è vero che larga parte rimane senza lavoro, alcuni raccolgono ferro, altri vendono porta a porta (menghel), ma rimangono spesso più lavoretti che altro. A Reggio i sinti vivono prevalentemente in appezzamenti privati e nei tre campi nomadi stanziali, un quarto campo a Masone, ha funzione stagionale per i giostrai che si muovono nelle fiere nel nord Italia ed è abitato da novembre a giugno. Le condizioni dei campi sono sicuramente difficili anche se rappresentano un miglioramento delle condizioni di vita preesistenti, lo spazio rimane ridotto perché è rimasto tale da quando sono stati creati a metà degli anni ’80, e tutto diventa più concentrato e rinfocolato. “Ormai tutti gli operatori del settore”, continua Strozzi, “tendono ad immaginare come soluzione più idonea la microarea.” Dall’estero sono giunti a Reggio invece un centinaio di nomadi, di etnia rom, vengono tutti da Craiova, una città rumena quasi al confine con la Bulgaria. Una trentina arrivò prima del 2007 e quindi dell’entrata in Europa della Romania, gli altri successivamente. Condividono con i sinti, la lingua antica e parte delle tradizioni, ma hanno abitudini diverse a partire dall’abitare, a Reggio vivono per lo più in case abbandonate, da cui vengono ciclicamente sgomberati. Entrando in un percorso di regolarizzazione, alcuni di loro hanno trovato lavoro, per contribuire a mantenere le famiglie spesso molto numerose, e si sono stabilizzati nella nostra città, gli altri invece continuano a vivere di elemosina davanti alle chiese e ai supermercati. A. Not.

06

I

sinti sono presenti a Reggio Emilia più o meno stabilmente da più di 70 anni. Da don Dino Torreggiani che iniziò un percorso di accoglienza offrendo una residenza stabile, ai sinti che lavoravano come saltimbanchi e giostrai, presso i Servi della Chiesa alla Baragalla varie persone iniziarono un dialogo e operarono con loro. Giorgio Ferri, storico maestro delle famose classi speciali “Lacio Drom”” dedicate ai bambini sinti. L’eredità di don Torreggiani e di don Alberto Altana poi è stata raccolta negli ultimi anni da don Daniele Simonazzi, a cui chiediamo un commento sul clima che si respira intorno al tema in questi mesi.

Lei conosce e lavora con il mondo dei sinti di Reggio da tanti anni. Cosa sta accadendo? Non vedo qualcosa di particolarmente diverso rispetto al passato. Periodicamente, ad ondate, queste polemiche vengono fuori, piuttosto è necessario capire cosa che le ha innescate e ha originato un modo non consono di proporre delle soluzioni ai problemi, manca una vera attenzione in questo senso. I nomadi rappresentano un nervo scoperto da tempo, proprio perché nessuno in verità ha le idee chiare. Quando si affronta la “questione nomadi” le parole chiave che si sentono sono sicurezza, integrazione, razzismo, avrebbe delle altre parole da suggerire per un altro punto di vista? Le parole sono sempre le nostre, è tutto un parlare di loro senza lasciarli parlare, ma non ci si può permettere di parlare al posto loro. Noi abbiamo due approcci ideologici alla questione, uno è quello della Lega, l’altro quello dell’integrazione, ma l’integrarsi o meno non è un problema per loro, come stare ai margini o al centro della nostra società non ha molta importanza nella comunità sinta, quello che ricercano ed è importante è il consenso del loro gruppo, non il nostro. Ascoltare è importante, capire quello che ci voglio dire è fondamentale per capire la loro visione delle cose, anche se è difficile avere un dialogo onesto perché nel

Don Simonazzi.

corso del tempo hanno sviluppato una progressiva diffidenza verso il nostro mondo, verso i servizi sociali e anche verso le parrocchie. Tutto questo rispettando i loro tempi che non sono i nostri, quelli della nostra società. Vedo la sfida quindi non legata tanto all’integrazione ma all’incontro, o meglio alla riconciliazione visti i toni del conflitto che si è creato. I problemi causati dalla convivenza con popoli nomadi vengono presentati come un’emergenza nazionale, trattata con molta veemenza su tutti i giornali, perché questo atteggiamento? Perché si può essere apertamente razzisti con loro? C’è la sensazione che rappresentino qualcosa di particolare per noi? Ho provato a darmi delle risposte in questo senso, ma non ne ho. Ci sono leggende popolari a cui i sinti fanno risalire la persecuzione, ma la realtà è che a noi danno fastidio perché non corrispondono a nessun canone, si comportano in maniera incomprensibile, sia chiaro che io su questo non li giu-

stifico in nessun senso, di fronte a certe cose penso ci voglia estrema fermezza, se fossi un amministratore sarei molto fermo sulle regole delle convivenza che devono esser rispettate da tutti. I sinti hanno un legame forte in nome del quale fanno e valutano tutto, quando un sinto si ammala o va in carcere non è mai solo, il gruppo si stringe intorno e l’identità collettiva è più forte dell’individuo singolo e questo spiega molti dei loro comportamenti. L’unico che, secondo me, ha provato a capire qualcosa della questione, è stato Romano Prodi, che si è documentato approfonditamente sull’argomento e ha detto che bisogna prenderli sul serio come popolo, come insieme, chiedendo anche conto del loro operato, anche quando è difficile avere un dialogo. Se fossi un amministratore sarei molto fermo sulle regole delle convivenza, ma dal mio punto di vista conta il Vangelo e Gesù Cristo e credo che l’incontro con la fede cambi tutto, questo lo vedo nei sinti di Roncocesi che sono diventati evangelisti e hanno veramente cambiato vita. Anna Notari


DARVOCEINFORMA 24

Them Romanò.

Torre: “Occorre un mediatore C culturale” A

scoltare il punto di vista della comunità rom e sinta vuol dire anche ascoltare la loro musica e i loro canti, per questo l’8 ottobre due roulotte sono partire dalle periferie e sono arrivate al centro della città dove hanno portato ai reggiani balli e musiche tzigane. “Siamo in piazza per sensibilizzare i cittadini sulla cultura sinta”, spiega Vladimiro Torre presidente dell’associazione Them Romanò, impegnato da12 anni nel promuovere la cultura sinta, la tutela dei diritti civili e la formazione professionale. La manifestazione, organizzata all’interno delle iniziative della campagna europea “Dosta”, è stata organizzata per combattere i pregiudizi e gli stereotipi che colpiscono questi popoli in Italia e per parlare anche alle amministrazioni.

Vladimiro Torre.

Basta al razzismo

“Siamo qui anche per muovere la politica locale, perché i politici non si esprimono molto per le microaree”, aggiunge presentando uno dei problemi più urgenti del suo popolo. “Nei campi nomadi si sta male, invece che spendere soldi per fare sgomberi come stanno facendo a Milano, dovrebbero investire nella costruzione di microaree o campi nomadi piccoli, per nuclei familiari, con al massimo 15, 20 persone. Così chi si comporta male risponde lui solo, ora se c’è un problema la polizia viene al campo e fa uscire tutti, stiamo facendo denuncie per segnalare queste situazioni”. I problemi da affrontare sono tanti, mantenere il lavoro tradizionale, che è sempre stato il loro stile di vita è problematico. “Noi siamo giostrai, lo spazio per i luna

park è sempre meno ed è fuori dalle città. Sono aumentati i divieti e le tasse, è sempre più difficile mantenere una giostra”. Non mancano anche discriminazioni sul lavoro “Ora ci stiamo impegnando per inserire nel mondo del lavoro i giovani che sono residenti al campo, ma spesso quando si viene a sapere dove vengono in tre giorni sono licenziati”. “Sono 50 anni che i gagi parlano al posto nostro e si occupano di noi” riflette Torre, dibattendosi fra l’entusiasmo della manifestazione e le incertezze del dialogo. “Io penso ci voglia un mediatore culturale che faccia da ponte tra i sinti e le amministrazioni, perché ci sono importanti temi da discutere e bisogna capirsi bene. E’ difficile il dialogo perché i sinti non hanno fiducia nelle istituzioni, io personalmente ho fiducia, anche se ogni tanto c’è il dubbio di non essere ascoltati, che tutto questo non serva a niente.” Nonostante i dubbi è fondamentale rimanere fermi rispetto alla propria rappresentanza “Bisogna esserci se no succede il peggio, non vede quello che sta succedendo in Francia? Quando i governi la vedono brutta fanno queste leggi per prendere i voti” ribadisce fermamente Torre, mostrando una preoccupazione palpabile “se non ci facciamo sentire tutto va contro di noi, le politiche della sicurezza per prime”. Una manifestazione per combattere i pregiudizi tramite il dialogo con i gagi e niente come sentirsi chiamare gagi (non rom, non sinto) da il metro di quanto questo sia un dialogo da condurre a due, due identità che portano punti di vista diversi. “Quello che vogliamo fa capire ai gagi è che siamo gente buona, pacifica. Noi siamo senza territorio, non abbiamo mai fatto una guerra per conquistarne uno, pensi che in Europa siamo 12 milioni”. Numeri su cui riflettere soprattutto se si pensa che rom e sinti non sono neppure riconosciuti come minoranza linguistica in Europa. (A. Not.)

on Dosta! La Campagna del Consiglio d’Euro pa per dire basta al razzismo, ci siamo messi in piazza a disposizione di tutti coloro che volevano chiederci della nostra vita, del nostro lavoro, volevamo farci conoscere per combattere i pregiudizi che ci accompagnano da secoli solo perché, unici e rari, ci consideriamo cittadini del mondo. Abbiamo suonato con i nostri violini, abbiamo offerto cibo, mostrato le roulotte e, alla politica, abbiamo chiesto precisamente si essere coinvolti nelle decisioni che ci riguardano, di partecipare alla gestione dei campi, di avere voce. è invece partita una assurda polemica in cui, ancora una volta, nessuno ci ha consultato. Tutti ci parlano addosso e nessuno ci ascolta, è proprio questo che non sopportiamo più. Noi siamo cittadini reggiani solo quando, in campagna elettorale, vengono a chiederci i voti, poi ridiventiamo un fastidio, un problema che, addirittura il signor Sindaco paragona a tossicodipendenti e carcerati. Vorremmo chiarire che la vita nomade è una scelta, una cultura, un diritto che abbiamo difeso in centinaia di anni di persecuzioni fino ai campi di sterminio. Nessuno è obbligato a vivere da sinto o rom, tutti possono decidere altrimenti, ma non è concepibile che si pretenda di “normalizzarci” come se il nostro stile di vita fosse una colpa. Noi vogliamo l’uguaglianza non essere tutti uguali, quando tutti sono uguali si chiama totalitarismo e noi ricordiamo meglio di voi cosa vuol dire. Non abbiamo chiesto case popolari, chi vuole può fare domanda come tutti gli altri, ma la maggioranza di noi preferisce vivere con il proprio nucleo famigliare non in campi di concentramento ma in situazioni dignitose. Per questo chiediamo che si trovi il modo ci legalizzare le nostre residenze in piccoli appezzamenti di terreno che abbiamo acquistato, senza il contributo di nessuno, intorno alla città e su cui viviamo da decenni. Noi amiamo vivere all’aria aperta, girare con le nostre giostre tra sagre e fiere a contatto con la gente, come pensate che potremmo parcheggiare una giostra nel garage di una casa popolare? Volete anche che cambiamo lavoro, volete spegnere il circo, i Luna Park? Già si sta andando su questa strada: a Rubiera, a Sant’Ilario e a Poviglio si vogliono spostare le giostre lontano da dove sono i bambini e il nostro pubblico, perché si cerca di mettere in difficoltà interi nuclei famigliari che di questo vivono, volete creare nuovi disoccupati? Ogni volta che cerchiamo di mantenerci con le nostre sole forze, si cerca di emarginarci, perché noi dobbiamo essere quelli che chiedono l’elemosina. Già combattiamo contro i pregiudizi dei cittadini ma se la politica, che dovrebbe portare equilibrio, ci indica come problema, come si potrà creare un clima positivo in città? Siamo molto delusi ma non vogliamo richiuderci tra noi, noi abbiamo offerto la nostra disponibilità, spetta alla politica e alla città fare la sua parte, noi siamo già cittadini del mondo e non solo dell’Europa, la nostra casa è la famiglia non una costruzione in mattoni e non c’è nessuna porta tra noi e chiunque voglia conoscerci. Donatella Ascari Segretaria Ass.Them Romanò Onlus Reggio Emilia

07


DARVOCEINFORMA 24

Gli strumenti del volontariato.

Imparare a raccontarsi G

iovanni Stiz, presidente di SENECA, società spe cializzata nel campo della responsabilità e rendi dicontazione sociale delle organizzazioni. Per oltre un decennio è stato collaboratore del WWF Italia e per un quinquennio membro del Consiglio Regionale del Forum Regionale Lombardo del Terzo Settore. Svolge attività di consulenza e di formazione per organizzazioni non profit ed ha contribuito alla elaborazione di linee guida, modelli e guide operative per la realizzazione dei bilanci di missione e sociali di organizzazioni nonprofit. È autore di diversi testi sul tema, l’ultimo dei quali è in corso di pubblicazione presso Ipsoa. Con questa intervista guardiamo da vicino uno strumento ormai diffusissimo nel terzo settore, il bilancio sociale. Ma cos’è questo bilancio sociale? è uno strumento di comunicazione o di rendicontazione? Il bilancio sociale è una rappresentazione sintetica e strutturata dell’operato e dei risultati di un’organizzazione, che prende in esame le questioni rilevanti per tutti i diversi soggetti che “portano interessi, diritti, aspettative legittime” rispetto all’organizzazione, quelli che vengono denominati, con terminologia anglosassone, “gli stakeholder”. Per un’organizzazione di volontariato si tratta in primo luogo di rendere conto di quale sia la sua missione, di cosa sia stato fatto per perseguirla e di quali risultati siano stati ottenuti. Questa rappresentazione deve essere trasparente, attendibile, completa; non deve cioè essere manipolata per ‘forzare’ un giudizio positivo nei confronti dell’organizzazione da parte del lettore. In particolare

non devono essere omesse informazioni che potrebbero apparire problematiche. Fatte salve queste caratteristiche, proprie di uno strumento di rendicontazione, il bilancio sociale è anche uno strumento di comunicazione, che serve a garantire trasparenza, a rinsaldare le relazioni di fiducia con i propri interlocutori, ad ottenere dei giudizi informati che aiutino l’organizzazione a migliorarsi.

cinque per mille e della diffusione di situazioni di abuso per godere delle agevolazioni fiscali e dei finanziamenti riservati a tali organizzazioni. Inoltre si sono diffuse le esperienze e sono state pubblicate autorevoli linee guida per la redazione di tali documenti che aiutano le organizzazioni e sostengono la loro credibilità; in particolare nel 2010 sono state pubblicate le linee guida dell’Agenzia per le Onlus.

Non sarà una delle solite mode passeggere? Fino a qualche anno fa si sarebbe in effetti potuto pensare ad una moda passeggera. Ormai mi sembra che ciò non sia più possibile. Innanzitutto in questi anni sono cresciute di importanza le esigenze che richiedono l’adozione di forme di rendicontazione sociale. In particolare è aumentata, anche per le organizzazioni non profit, l’esigenza di trasparenza, a fronte dell’introduzione di significative forme di finanziamento quali il

Che consiglio darebbe ad un associazione piccola che ha pochi mezzi per iniziare? Il mio consiglio è di considerare la rendicontazione sociale non come un ennesimo adempimento, ma come una importante opportunità per l’organizzazione, da cogliere adottando un approccio consapevole e calibrato sulle caratteristiche dell’organizzazione. Ciò significa individuare, da un lato, quali potrebbero essere i benefici specifici che potrebbero derivare all’organizzazione, dall’altro, le difficoltà da sostenere.

Giovanni Stiz.

Che vantaggi porta ad un’associazione fare il bilancio sociale? Oltre ai vantaggi legati ai processi di comunicazione interna ed esterna di cui ho parlato prima, va sottolineato che la realizzazione di un documento di rendicontazione sociale dovrebbe diventare un’occasione fondamentale per ‘fermarsi a riflettere’. In altri termini, per “rendersi conto” prima di “rendere conto”, che risulta fondamentale per uscire da una quotidianità schiacciata dalla gestione operativa.

ASSOCIAZIONI.

Loop: al centro c’è lo scambio C

08

onsiderare il volontariato nel suo complesso come una risorsa sempre presente, in grado di fornire a una città occasioni per vivere meglio e non solo durante le emergenze. È questo lo scopo che ha riunito oltre trenta associazioni all’interno del progetto «Loop, scambio creativo di opportunità», coordinato da DarVoce e voluto da Coordinamento pubbliche assistenze, Coordinamento Protezione civile, Emmaus volontariato domiciliare, Servire l’Uomo e Auser provinciale. L’idea è decisamente originale e rappresenta una grande novità anche per il mondo del volontariato. Non capita di frequente che tante associazioni (anche molto diverse) uniscano le forze per un obiettivo comune; ancora più raro è che lo facciano non per promuoversi tra la gente, ma per organizzare iniziative pubbliche di svago e divertimento, in cui i volontari si mettono in gioco ed entrano in contatto con chi partecipa all’evento. «Abbiamo riunito alcune tra le associazioni maggiori – chiarisce Elena Ghinolfi, vicepresidente di DarVoce – per ragionare su come “scambiare” il valore del volontariato e della solidarietà con i cittadini, parlando con loro». In estate il progetto Loop ha animato il centro storico di Reggio in due serate: il 29 giugno piazza Prampolini ha ospitato «Punti di vista Danzability», spettacolo portato in scena da una compagnia composta anche da diversamente abili, mentre l’8 luglio piazza Fontanesi si è trasformata in una discoteca con il dj Rocca Peter Edison. «Durante gli eventi, noi volontari abbiamo cercato di parlare con le persone, di andare loro incontro senza alcuna insegna della nostra associazione – spiega Gianpietro Bevivino di Emmaus – e lo abbiamo fatto non per promuovere la nostra singola associazione, per cercare denaro o reclutare

altre persone, ma per stabilire un rapporto con chi incontravamo, far capire che il volontariato esiste e non richiede grosse competenze, lasciando all’iniziativa di ciascuno la scelta di contattarci o meno in seguito. È importante far capire che il volontariato non si attiva solo quando ci sono emergenze, ma che cose positive possono farne nascere altre; allo stesso tempo il volontariato non è (solo) cosa per vecchi, ma davvero per tutti». Alla base di Loop c’è uno scambio di valori ed esperienze. «Noi abbiamo cercato di entrare in contatto con le persone parlando, cercando di intercettare

il gradimento per le iniziative offerte, mettendo in campo il nostro vissuto e invitando le persone a fare altrettanto – ricorda Fabrizio Banin di Servire l’uomo – Nell’iniziativa più recente, legata al cinema, i cibi della nostra memoria sono stati lo spunto per un dialogo con la gente, che solo alla fine ha toccato il tema del volontariato. Lo scambio è come un seme, ognuno di noi è stato in qualche modo un esempio di come il volontario sia una persona normale, quello che fa non è banale ma è alla portata di tutti». «Per noi volontari – aggiunge Enrica Fontani, del Coordinamento pubbliche assistenze – questo

progetto è una sfida stimolante, sul piano della collaborazione tra associazioni e per la scelta di avvicinare i cittadini in modo amichevole con una proposta culturale. Certo, non è stato facile capire e far capire il messaggio: noi davamo l’intrattenimento e in cambio chiedevamo di lasciarci idee, pensieri, suggerimenti su cosa fare e come comunicare il volontariato. Vedendoci, molti mettevano mano al portafogli, pensando che chiedessimo soldi: probabilmente dovremo ripensare al nostro modo di comunicare, è importante innanzitutto far sapere che ci siamo e cosa facciamo». Gabriele Maestri


DARVOCEINFORMA 24

L’esperto.

Raccolta fondi? Si può fare L

e associazioni di volontariato (OdV), insieme ai tanti soggetti del terzo settore, possono fornire un nuovo paradigma per il cambiamento del sistema economico. Affinché svolgano appieno questo ruolo, sempre più spesso cercano di acquisire la conoscenza e la capacità di implementare principi, tecniche e strategie di fundraising. DarVoce Informa ha approfondito l’argomento insieme a Valerio Melandri, professore di Economia Aziendale della facoltà di Economia di Forlì e direttore del Master universitario in Fund Raising. Melandri è nato a Forlì il 2 novembre 1966 e dal 1991 – anno della sua Laurea in Economia a Bologna – ha formato sui temi del management, della raccolta fondi e del people raising, oltre 10.000 operatori del non profit. Oggi è titolare dell’unico insegnamento italiano universitario di Strategia di Fund Raising e people raising ed è ritenuto dai più, il maggior studioso italiano di raccolta fondi per il mondo non profit. Henry Rosso definisce il fundraising come “La nobile arte di insegnare alle persone la gioia di donare”. Melandri, può dare una definizione tecnica di Fund Raising? Il Fund Raising è l’insieme di tutte le sollecitazioni che l’organizzazione non profit mette in

atto per raccogliere soldi, beni materiali e tempo dai volontari. E’ importante precisare da subito che Fund Raising non significa chiedere l’elemosina; il fund Raising è in effetti ciò che l’organizzazione fa per creare rapporti di interesse fra chi chiede risorse economiche, materiali e umane in coerenza con lo scopo statutario e chi è potenzialmente disponibile a donarle. Il concetto più importante nel fund raising è quindi lo scambio fra donatore e organizzazione non profit. Come funziona? Tutti vorremo che i soldi fossero dati con il “cuore” ma molti donatori cercano anche altri riconoscimenti. Ecco perché è così importante che lo scambio avvenga sempre in ambiente di reciprocità: il donatore dona alla causa della organizzazione non profit, la quale scambia bene relazionale, gratitudine, amicizia, riconoscimento, nonché tessera, pubblicità, notazione, ecc Entriamo nella specificità del nostro territorio: notiamo che il volontariato locale incontra una certa ritrosia a chiedere fondi. Come superare la diffidenza? Come fare capire che il fund raising è un attività per tutti, qualunque sia la propria dimensione? Basta dire che le piccole organizzazioni hanno più capacità

di raccolta fondi rispetto alle grandi. Per quale motivo? Perché conoscono meglio le persone alle quali andranno a rivolgersi per raccogliere fondi. La grande non li conosce. Siccome il peso percentuale più importante per il successo di una campagna di raccolta fondi è dato dalla lista di nomi in possesso dell’associazione, l’80% del lavoro è già fatto. Inoltre le piccole si possono muovere con maggiore flessibilità perché non hanno costi fissi. Se ne dovesse citare solo tre, quali sarebbero le componenti più importanti per cominciare una campagna di raccolta fondi di successo? Individuare con grande precisione un target di riferimento, definire con forza la causa e scegliere dei veicoli più possibile personalizzati, cioè non dei veicoli di massa. (Faccia a faccia, telefonata personalizzate, ecc). Può, secondo lei, un OdV alle prime armi avviare una campagna di fundraising senza avvalersi di una consulenza? È l’esatto contrario. Non penso che sia possibile farsi aiutare da un consulente se dentro l’organizzazione, non c’è qualcuno che fa fundraising. Il consulente non raccoglie fondi, il suo compito è quello addestrare l’Odv a scegliere le modalità di Fund

www.fundraising.it www.valeriomelandri.it Valerio Melandri.

Raising più idonee. Da parte dell’associazione quindi, non ci deve essere solo consenso, ma azione. In altre parole il consulente può aiutare ad impostare tutta la strategia ma è chiaro che non deve essere il sostituto di un fundraiser interno che deve essere il protagonista. Come superare la diffidenza delle Odv a mettersi in concorrenza con le altre? La donazione è un fatto di culture, in altre parole; più si chiede, più si riceve, perché si instaura una cultura della donazione. La competizione è diversa della concorrenza e contribuisce a creare un mercato favorevole per tutti. Oggi il 49% degli italiani dona e il 51% che non dona. 10 anni fa, solo il 42% donava. Perché questo aumento? Semplicemente perché la gente ha iniziato a chiedere. L’atto di donazione è un atto di amore; non perché incontro un’altra associazione, non amo più la prima. Come i propri figli, si ama il secondo quanto il primo, e viceversa. Sul lungo periodo, più c’è gente sul mercato che chiede, più ci sono offerte. È una regola dell’economia. Ci sono ovviamente dei limiti relativi all’economia, ma nel nostro settore abbiamo ampi margini di ampliamento. Cécile Derny

FUND RAISING.

Le associazioni ci provano Q

ual è la vera natura del fund raising? Lo abbiamo chiesto alle associazioni reggiane che operano nel noprofit con impegno e dedizione e che da tempo si occupano di progetti di solidarietà sociale. “Il Fund raising per la nostra associazione non è solo finalizzato alla raccolta fondi – afferma Claudia Nasi presidente di Casina dei Bimbi, l’associazione che aiuta i bambini e gli adolescenti ospedalizzati in situazioni di emergenza – ma è volto alla sensibilizzazione ad una responsabilità sociale per spingere i potenziali donatori nel raggiungere i benefici sociali comuni. Ad esempio, la collaborazione con la banca di Cavola e Sassuolo ci ha permesso di realizzare il progetto L’Ospedale

che Vorrei nella pediatria di Castelnovo Ne’ Monti”. Per noi – continua Nasi – la raccolta fondi è fondamentale per sostenere e realizzare i diversi progetti e per svolgere le varie attività di volontariato come la formazione e l’assicurazione dei volontari, i corsi di aggiornamento, le spese telefoniche, il materiale ludico e il vestiario. Tutte le attività di fund raising vengono suddivise tra i nostri collaboratori e sviluppate nel tempo attraverso modalità quali l’e-mailing, la posta ordinaria, gli incontri con i potenziali donatori, le cene e gli spettacoli di burattini, i regali solidali e la divulgazione di materiale informativo”. Per Francesca Fiori responsabile sviluppo di Ring 14, l’associazione che si occupa di affiancare le famiglie con bambini

affetti da malattie genetiche rare, “il fund raising è essenziale per la sopravvivenza stessa di tutte quelle organizzazioni che non basano le loro entrate sulla vendita di servizi ma su donazioni o bandi pubblici. Per Ring14 questo è particolarmente vero in quanto la complessità e specificità delle attività intraprese richiedono l’intervento di professionisti preparati che devono essere remunerati”. “Mi dedico in prima persona alla raccolta fondi – continua – cercando di utilizzare al meglio gli strumenti classici del fund raising come le iniziative locali, le attività di partnership con le aziende, la partecipazione a bandi pubblici”. Poi, sulla situazione reggiana aggiunge: “Da noi si riscontra ancora una certa diffidenza per i professionisti del

no-profit. Spesso si pensa che non occorrano specifiche competenze o talenti e che, comunque, l’approccio debba essere sempre di tipo volontaristico. Questo modo di pensare non porta lontano. Ritengo, infatti, che il volontariato, risorsa preziosa e indispensabile, possa funzionare su precise attività e in determinate condizioni al di fuori delle quali rischia di trasformarsi in pressapochismo”. Anche per Reggio Terzo Mondo l’attività di fund raising si basa su iniziative il cui scopo non è solo raccogliere fondi a sostegno dei progetti di sviluppo nel mondo. Anna Galloni, responsabile progetti RTM, ne è convinta: “Dobbiamo creare occasioni di incontro e riflessione per informare e sensibilizzare il nostro territorio sulle problematiche che ci stanno più a cuore cercando di costruire alleanze e collaborazioni fondate sulla condivisione e promozione dei medesimi valori”. Sull’attuale crisi economica e sulla conseguente diminuzione di contributi provenienti da Fondazioni ed enti pubblici sottolinea: “Negli ultimi anni abbiamo notato con amarezza un orientamento da parte dei nostri governanti a ridurre le risorse destinate alla cooperazione internazionale che in questo modo, a fatica, viene sostenuta e valorizzata dai donatori pubblici”. Alberto Sabatini

09


DARVOCEINFORMA 24

CARCERE.

Un ponte per la nuova vita D

ARE opportunità ai carcerati, creare spazi di lavoro e di esperienza. Possibili strade future per persone con passati difficili. Uno squarcio di cielo, di Cielo d’Irlanda, come il nome della Cooperativa Sociale, che ha avviato una serie di iniziative per favorire l’inserimento lavorativo di detenuti del carcere di Reggio Emilia in regime di semi-libertà. Il “Cielo d’Irlanda” è nata nel febbraio 2010 dagli sforzi dell’imprenditore agricolo Fausto Guareschi, di Marica Gambera, educatrice carceraria, e di don Matteo Mioni, il cappellano dell’istituto penitenzionario. Ora la cooperativa conta su una decina di soci e ha avviato progetti con detenuti italiani e stranieri. A raccontarne la storia è Fausto Guareschi. «Ho iniziato a operare nel mondo delle carceri due anni fa a livello personale. Ho fatto un anno da “single”, con un paio di assunzioni». A fine 2009 si inizia a pensare alla forma cooperativa, poi nata formalmente nel febbraio 2010. Da subito il cammino è complesso: «I detenuti fanno molti corsi, ma sono psicologicamente impreparati al lavoro. Inoltre le cose cambiano da una nazionalità all’altra», spiega Guareschi. Anche la burocrazia non aiuta: «E’ una situazione

complessa e contraddittoria. Non ci sono le condizioni realistiche per farli lavorare: l’imprenditore che li prende dovrebbe pagarli come operai “normali”, ma non hanno competenze. È già dura convincere un imprenditore a prendere un detenuto, se poi gli chiediamo di farsi carico di spese diventa tutto più complesso». Quando possibile vengono usate delle borse lavoro, ma è una risorsa limitata. Un altro problema è logistico: «ci sono orari fissi di entrata e uscita, ma non c’è nessun appoggio, per trasporti, pranzo, un bagno. Chi prende queste persone deve farsene carico». In che settori opera il Cielo d’Irlanda? In primis la gastronomia: «Abbiamo avviato un programma di cene, con adesioni

volontarie, appoggiandoci alle parrocchie. I ragazzi preparano la cena e la servono, si raccolgono offerte libere. Un obiettivo per il futuro è creare un gruppo lavoro e prendere in gestione una struttura». Un altro, «assumere la manutenzione del verde “a buon mercato”». Fra agosto e settembre, è partita un’altra esperienza, quella di volontariato per i detenuti agli stand di FestaReggio, al CampoVolo. Conclusa con un episodio spiacevole, ma certo non negativa: «I riscontri erano stati molto buoni, e qualche inconveniente va messo in cantiere, pensando all’ambiente in cui dobbiamo lavorare». Infine, un progetto di grandissimo interesse per i detenuti stranieri. «Cerchiamo di aiutarli

ad avviare dei progetti e delle attività a casa propria», racconta Guareschi. «Ad esempio, un tunisino che vuole avviare un’attività agricola. E un ragazzo nigeriano vorrebbe fare il gommista». Fra i vantaggi, «costi e attrezzature: con cifre ridotte è possibile avviare un’attività, e attrezzature che qui sono ormai desuete possono andare benissimo». Però non mancano i vincoli: «Quando una persona esce dal carcere, riceve il foglio di via e ha 5 giorni per abbandonare il Paese. Su questo dobbiamo dialogare con le autorità. Se abbiamo tre mesi, magari possiamo imbastire qualcosa, preparare la formazione. Altrimenti, queste persone sono destinate a tornare nell’illegalità». Adriano Arati

Il caso.

Pakistan: “Una catastrofe ignorata dal mondo” U

10

na catastrofe climatica ben più grave del terre moto di Haiti, che ha prodotto danni che superano quelli causati dal terribile tsunami del dicembre del 2004, ha messo in ginocchio il Pakistan, il Ladakh in India e la contea di Zhogu in Cina con inondazioni, slavine e frane. Si parla di un’area di 160mila chilometri quadrati sommersa dall’acqua, con 20 milioni gli sfollati, più di 2000 i morti. Nonostante l’immensità dei danni, la tragedia si è consumata nel silenzio internazionale e davanti agli occhi chiusi del resto del mondo, che ha tardato a manifestare solidarietà e soccorsi necessari. Non ci sono state mobilitazioni di massa, grandi raccolte di fondi, imponenti spedizioni di aiuti. Pregiudizi e lassismo sono una spiegazione, ma non una giustificazione. E’ doveroso ricordare però che molte organizzazioni umanitarie si sono comunque attivate con iniziative significative in soccorso dell’Asia, attivandosi fin dal primo giorno. Gianmarco Marzocchini, direttore della Caritas diocesana di Reggio Emilia e Guastalla, sulle azioni di emergenza di Caritas in Pakistan e di sensibilizzazione a Reggio Emilia racconta: «Caritas Pakistan, con il sostegno anche di Caritas Italiana, ha avviato un piano di aiuti a beneficio di 360mila persone per sei mesi, con un costo pari a 10,6 milioni di euro. L’intervento prevede la distribuzione di cibo, tende, medicinali, articoli non alimentari di prima necessità e garantisce assistenza sanitaria e medica. A Reggio Emilia, la nostra Caritas ha lanciato diversi appelli attraverso il nostro settimanale diocesano o con comunicati ai media locali per sensibilizzare l’opinione

pubblica sulla tragedia asiatica e raccogliere fondi in favore delle vittime». E sul silenzio internazionale che ha caratterizzato questa vicenda, il direttore reggiano spiega: «Nel 2006, dopo la breve ma cruenta guerra ai confini tra Israele e Libano, scrivevo che se per l’emergenza Tsunami del dicembre 2004 sono stati raccolti dalla nostra Caritas diocesana circa 530mila euro, così non è stato per l’Emergenza Medio Oriente 2006. Nonostante i diversi appelli, fino ad oggi, abbiamo raccolto veramente una miseria. Certamente, gran parte della colpa può essere imputata ai media di grande consumo, come la televisione, che non hanno trattato questa guerra come in altre occasioni. Con tutto questo però non voglio dare colpe vane o sparare sulla solita “TV cattiva” o censoria. Oggi, di nuovo, mi permetto di fare presente che per l’emergenza in Pakistan abbiamo raccolto pochissimo. Sarà che il Pakistan

ci evoca terrorismo, immigrazione, talebani, un mondo sconosciuto e quindi pericoloso… Sarà? Vorrei solamente chiedere il perché di tanta poca disponibilità a sostenere i progetti di emergenza e di ricostruzione in Pakistan. Mi chiedo e vi chiedo il perché tante emergenze nazionali e internazionali vengono considerate di Serie B! L’invito, quindi, è di rimanere sempre attenti ai disastri e alle sofferenze di tanti

uomini che per cause naturali o per colpa della violenza dell’uomo vivono in condizioni precarie, di sofferenza e di morte. Lontani o vicini dall’Italia o da Reggio Emilia, coloro che sono privati di casa, di lavoro, di ospedali, di scuole. Sono tutti uguali e hanno tutti bisogno di qualcuno che sta meglio e che può contribuire in modo importante». Cécile Derny


DARVOCEINFORMA 24

Opportunità per le Associazioni

A caccia di bandi a cura di Andrea Bellani

C

ONTRIBUTO DEL COMUNE DI REGGIO EMILIA PER PROGETTI IN AMBITO INTERNAZIONALE - BANDO 2010

Contributo per enti, associazioni, organizzazioni di volontariato, comitati, organizzazioni non governative operanti senza fini di lucro in ambito internazionale SCADENZA: 30 OTTOBRE 2010 TERZO CONCORSO ARTISTICO LETTERARIO ‘IL VOLO DI PEGASO’

da USL di Bologna, Archiginnasio e INFEA-Emilia-Romagna, vuole indagare le mille forme con cui la bellezza si manifesta. SCADENZA: 31 ottobre 2010 PREMIO di STUDIO “ELETTRA REVERBERI ROCCHI” Nell’ambito delle iniziative per la tutela e la valorizzazione delle risorse ambientali locali, Il Comune di Reggio Emilia - Policy Cura della Città e Sostenibilità Ambientale- in collaborazione con l’Università di Modena e Reggio Emilia, bandisce il Premio di studio”ELETTRA REVERBERI ROCCHI” tutela degli ambienti locali VILLA SAN BARTOLOMEO Seconda edizione - Anno 2010. SCADENZA: 30 novembre 2010 BANDO DELLA FONDAZIONE aiutare i bambini onlus

Concorso nazionale dedicato alle malattie rare, ispirato al tema “Le voci del silenzio”. SCADENZA: 30 ottobre 2010 1° CONCORSO EUROPEO DELLE AUTORITÀ LOCALI SULLE BUONE PRATICHE A SOSTEGNO DI INIZIATIVE PER MIGRANTI ANZIANI Il Concorso ha lo scopo di fare emergere le migliori prassi per il miglioramento della qualità della vita dei migranti anziani. SCADENZA: 31 ottobre 2010 CONCORSO DI FOTOGRAFIA “IL BELLO FA BENE”

Il concorso fotografico “Il bello fa bene”, promosso da Centro Antartide, La Repubblica, Azien-

La fondazione “aiutare i bambini” sostiene progetti rivolti all’infanzia in difficoltà in ogni parte del mondo. Si invitiamo a formulare richieste per ottenere un sostegno economico per progetti da parte di “aiutare i bambini”. SCADENZA: 31 Dicembre 2010 CONTRIBUTI DEL MINISTERO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI PER L’ACQUISTO DI

AMBULANZE, BENI STRUMENTALI E BENI DA DONARE A STRUTTURE SANITARIE PUBBLICHE

DISPONIBILE PER LE ASSOCIAZIONI IL LOGO DELL’ANNO EUROPEO DEL VOLONTARIATO

IL

Consiglio dell’Unione europea ha dichiarato il 2011 “Anno Europeo delle Attivitá Volontarie che promuovono la Cittadinanza Attiva” con i seguenti obiettivi strategici:

• La creazione di un ambiente per il volontariato in Contributi a favore delle associazioni di volontariato ed ONLUS per l’acquisto di ambulanze, beni strumentali e beni da donare a strutture sanitarie pubbliche (Art.96, L.342/2000 e D.M. attuativo n.388/2001). SCADENZA: 31 dicembre 2010 PREMI DI LAUREA RUBES TRIVA Il Gruppo Hera, nell’ambito della convenzione stipulata con l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e la Fondazione Alma Mater, per supportare la formazione e la ricerca universitaria finanzia 6 premi di laurea dedicati a Rubes Triva, Sindaco di Modena e amministratore locale dal Dopoguerra agli anni Settanta, promotore di progetti e azioni per lo sviluppo dei servizi pubblici energetici e ambientali. SCADENZA: 31 marzo 2011 Per approfondimenti ed informazioni si invita a consultare l’area “bandi e finanziamenti” del sito: www.darvoce.org/servizi Oppure contattare: Andrea Bellani Area Assistenza OdV andrea.bellani@darvoce.org Tel. 0522-7919179

UE - per trasformare il volontariato in elemento di promozione della partecipazione civica e delle attività di scambio tra cittadini dell’Unione europea;

• Spronare

le organizzazioni di volontariato e migliorare la qualità del volontariato - per agevolare le attività di volontariato e incoraggiare il networking, la mobilità, la cooperazione e le sinergie tra organizzazioni di volontariato e altri settori nel contesto UE;

• Evidenziare e riconoscere il valore delle attività di

volontariato - per incoraggiare incentivi adeguati per gli individui, le aziende e le organizzazioni di sviluppo del volontariato e guadagnare il riconoscimento sistematico da parte dei legislatori, delle organizzazioni civili e dei dipendenti per le abilità e le competenze sviluppate attraverso il volontariato.

• Sensibilizzare sul valore e l’importanza del vo-

lontariato come espressione di partecipazione civile e esempio di scambio tra le persone che contribuisce a risolvere problematiche di interesse comune a tutti gli stati membri, ad uno sviluppo societario armonico e alla coesione economica

Da poche settimane è stato selezionato il logo istituzionale dell’Anno Europeo, che è possibile scaricare, insieme alle istruzioni per il suo utilizzo, anche dal sito web di DarVoce www.darvoce.org. Anche le singole associazioni possono utilizzare il logo sui loro materiali e promuoverlo in eventi dedicati. è inoltre possibile essere inseriti nel Calendario delle iniziative 2011 organizzate a livello europeo (http://www.eyvolunteering.eu) chiedendo il patrocino gratuito tramite mail a: progetto@destinazioneeuropa.eu. Il Centro di Servizio DarVoce è interessato a ricevere gli esempi e i prototipi dove il logo verrà utilizzato dalle associazioni della Provincia di Reggio Emilia, per il monitoraggio, la condivisione delle buone idee e per inserirli negli ambiti del Piano provinciale del 2011: anno europeo del Volontariato. È possibile inviare il materiale prodotto con il logo a darVoce@darvoce.org. Lo staff di DarVoce rimane a disposizione per qualsiasi chiarimento.

11


DARVOCEINFORMA 24

CooperazionE.

La Quercia compie 30 anni T

rent’anni di vita. Li ha festeggiati la Cooperativa Sociale La Quercia, con una bella giornata di riflessione e divertimento per oltre 200 persone, andata in scena domenica 3 ottobre nella propria suggestiva sede, il borgo cinquecentesco di Crognolo a Borzano di Canossa. Oltre al trentennale della cooperativa, sono stati celebrati gli 82 anni del suo fondatore, don Lorenzo Braglia. Alle 11 ha aperto i lavori il presidente Lorenzo Sossan con i saluti e i ringraziamenti per tutte quelle persone che negli anni sono state vicine e artefici del cammino della Cooperativa. Ha ricordato il passato non per una celebrazione auto-referenziale, ma per un sentimento di continuità con il presente e soprattutto per uno stimolo a guardare avanti, a pensare il futuro con la fiducia necessaria, in un momento storico caratterizzato da individualismo, incertezza, soprattutto per la perdita dei legami sociali. Nell’intervento ha portato anche i saluti inviati da Teresa Marzocchi, assessore regionale alle Politiche Sociali, e del sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio, che non hanno potuto essere presenti per impegni istituzionali. A seguire, la messa molto partecipata, nella bellissima aia del borgo, concelebrata da don Luigi Ciotti, fondatore

del Gruppo Abele di Torino, Presidente di Libera, da 40 anni in prima fila nell’impegno sociale a difesa delle le fasce più marginali e nella lotta alle mafie, e da don Lorenzo Braglia. In alcuni passaggi dell’omelia don Ciotti ha invitato a “Saldare la terra con il cielo, che vuol dire la giustizia, la libertà, la dignità delle persone, che vuol dire sporcarsi le mani, costruire percorsi che cerchino la verità,

la libertà, la dignità per tutti”. Anche “La fame del cielo non ci allontani mai dalla terra, dai nostri impegni, dalle nostre responsabilità” e, citando S. Agostino, “la speranza ha due figli: la rabbia e il coraggio. La rabbia nel vedere come vanno le cose, il coraggio nel vedere come dovrebbero andare. Alla messa è seguito un breve intervento del dottor Benedetto Valdesalici, amico e consulente

della Quercia, sul fenomeno droga, in particolare cocaina, oggi nella Provincia reggiana. Valdesalici ha invitato con forza ad “aumentare i legami sociali per combattere la cocaina… ricostruire un legame sociale frammentato camminando a testa alta e guardandosi negli occhi”. Al termine, sono intervenuti per un saluto i rappresentanti delle istituzioni: il sindaco di Canossa Enzo Musi; il rappresentante della Provincia; Matteo Sassi, assessore alle politiche sociali del Comune di Reggio; la dottoressa Mariella Martini, direttore generale dell’Ausl di Reggio; il dottor Roberto Bosi del SerT di Reggio; Cristina Carbognani, vicepresidente della Fondazione Manodori, e a seguire i rappresentanti delle Comunità terapeutiche, Matteo Iori, Presidente della Giovanni XXIII e del CNCA regionale; Mario Cipressi del Ceis e Athos Cattini della coop. La Collina. In conclusione, per gli oltre 200 partecipanti, il pranzo a buffet, negli spazi dell’agriturismo “La Quercia” preparato dai volontari con prodotti rigorosamente biologici. Il tutto accompagnato dalla musica dei Popinga.

Un Arcobaleno per bambini T

anti genitori, ma anche medici, psicologi e forma tori. Questa la platea che ha partecipato all’inau grazion e della nuova sede della cooperativa sociale L’Arcobalen o Servizi, nata a Reggio nel 1994 per dare risposta al bisogno di servizi specialistici per bambini e ragazzi con Disturbi specifici dell’apprendimento.

12

Nel tempo la cooperativa è diventata un punto di riferimento per le famiglie e ha contribuito a diffondere «maggiore sensibilizzazione e conoscenza» sui Dsa, come spiega il presidente de L’Arcobaleno Andrea Fontana. Dopo l’avvio del primo servizio diagnostico e riabilitativo, negli anni si sono aggiunte competenze sempre più specifiche –aggiunge Fontana –: accanto ai servizi diagnostici e riabilitativi sono nati anche dei servizi psicopedagogici, prevalentemente

attivi nelle scuole. Oggi possiamo fornire servizi sanitari sempre più innovativi, ma anche attività di formazione per docenti e genitori, progetti preventivi di screening, di educazione alla salute (affettività, sessualità e dipendenze) e di promozione delle abilità sociali, per prevenire ad esempio fenomeni di prevaricazione e di bullismo». La nuova sede, in via Kennedy 17, servirà a rispondere alle sempre più numerose richieste. «I servizi più richiesti riguardano la riabilitazione dei disturbi dell’apprendimento e disturbi del linguaggio, oltre alle valutazioni diagnostiche relative a tutte le problematiche psicologiche , neuropsicologiche e neuropsichiatriche. L’approccio de L’Arcobaleno Servizi è globale e tiene conto dell’intero sistema nel

quale il minore è inserito, quindi accanto a, interventi rieducativi personalizzati con il minore sulla dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia, vi sono anche percorsi di soste gno al nucleo familiare». Le attività coi bambini vanno dalle sedute riabilitativ e individuali o a piccolo gruppo ai laboratori espressivi di arte e teatro terapia, fino all’attività motoria. E per il futuro L’Arcobaleno Servizi ha già molte idee in cantiere. «è nelle intenzioni della cooperativa dare corso ad una azione di ricerca – conclude il presidente – per validare le prassi più efficaci fra quel - le sperimentate negli ultimi dieci anni». Pietro Scarnera da Gazzetta di Reggio del 2/10/2010


DarVoce Informa