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III Convegno Internazionale Afroeurope@s: Culturas e Identidades Cádiz (Spagna), 28-29-30 settembre 2011

by Ilaria Rossini

In uno scenario europeo in cui diverse culturas e identidades si intrecciano – suscitando talvolta scompiglio e diffidenza, seppur sempre più si cerchi di attivare la molla del dialogo, della tolleranza e del confronto – e dove sempre più si affrontano argomenti riguardanti il fenomeno delle migrazioni e del contatto fra culture, si colloca con successo il III Convegno Internazionale Afroeurope@s: Culturas e Identidades, promosso dal gruppo di ricerca omonimo e organizzato da alcuni suoi membri, quali Inmaculada Díaz Narbona, Asunción Aragón Varo, Elena Cuasante, Maurice O’Connor, con la collaborazione di Marta Sofía López Rodríguez, tenutosi il 28-29-30 settembre 2011 presso l’Edificio Constitución 1812 e la Facultad de Filosofía y Letras dell’Universidad de Cádiz (Spagna). Come proseguimento dei due precedenti incontri presso l’Universidad del León nel 2006 e 2008, questa iniziativa – affiancata dall’interessante rivista «Afroeuropa. Journal of Afroeuropean Studies» (http://journal.afroeuropa.eu/index.php/afroeuropa) – ha voluto riunire nuovamente ricercatori, artisti e attivisti nell’ambito degli Studi Afroeuropei. Le tre giornate, coinvolgendo circa sessanta studiosi ed esperti nazionali e internazionali, hanno quindi raccolto il contributo e la voce di figure dell’ambito universitario e intellettuale, di diversa origine, cultura e formazione che, in una prospettiva interdisciplinare, hanno focalizzato l’attenzione sulla questione delle identità nere in Europa, con interventi spesso di stimolante complessità che meglio si potranno apprezzare negli Atti che verranno pubblicati prossimamente. Grande spazio ha ricoperto il tema della scrittura di migrazione, forma letteraria attuale, collegata ai processi migratori che sempre più investono il territorio europeo, come è emerso dalla relazione di


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Sara Chiodaroli dell’Università degli Studi di Bergamo Literatura de inmigrantes en España, “diseminación” de una cultura nacional, che ha messo in luce proprio il caso della scrittura di migrazione nella Penisola Iberica, ovvero le opere composte nella lingua del paese d’arrivo da parte di autori immigrati: uno strumento attraverso il quale la minoría adquiere un espacio por su palabra. Tali testi traducono lo sguardo dell’altro verso l’Europa, l’altro che in questa letteratura acquisisce il ruolo di protagonista, soggetto sociale e narrativo che prende la parola per descriversi a se stesso e al mondo occidentale che lo circonda. Chiodaroli si è quindi soffermata sulla necessità di una riflessione critica che metta in discussione l’omogeneità delle culture nazionali e che favorisca uno sguardo osmotico dei fenomeni culturali, ciò che Homi Bhabha definisce come una «dissemi-nazione» degli ex imperi coloniali. In modo simile Sabrina Brancato con Maddened Butterflies: Maghrebi Migrants in Southern Europe ha posto l’attenzione sul valore delle «narrazioni migranti» prodotte dagli africani nel sud Europa, dove i due continenti vengono messi faccia a faccia e si possono leggere convergenze e distinzioni in modo minuzioso. Nello specifico, Brancato ha preso in considerazione come l’immagine della società d’arrivo emerge nelle opere di tre autori magrebini: due emigrati in Italia, l’algerino Smari Abdel Malek (Fiamme in paradiso, Il Saggiatore, 2000) e il tunisino Salah Methnani (Immigrato, Theoria, 1990), e uno emigrato in Spagna – dove ha vissuto per tre anni in modo illegale – e poi rientrato in patria, il marocchino Rachid Nini (Diario de un ilegal, Ediciones del oriente y del mediterraneo, 2002). Diaspora and Fragmentation: Chidi Uzoma’s Poetry di Paula García Ramírez, docente all’Universidad de Jaén, ci ha condotto di nuovo nel contesto italiano, introducendo la figura dello scrittore nigeriano Uzoma, che attualmente vive e lavora a Roma, dove ha scritto la maggior parte delle sue opere poetiche. I suoi testi rompono con la tradizionale prospettiva linguistica, dato che è capace di muoversi fra più lingue: la lingua vernacolare (ibo), la lingua coloniale (inglese) e la sua lingua di adozione (italiano): questo gioco linguistico crea un efficace effetto per ricostruire la voce frammentata e diasporica che trascende il testo. Mar Gallego dell’Universidad de Huelva con Integración e ibridez en Más allá del mar de arena de Agnès Agboton ha preso invece in esame una delle donne che meglio rappresenta le voci femminili della migrazione in Spagna, Agnès Agboton, e il suo romanzo autobiografico Más allá del mar de arena


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(Random House Mondadori, 2005), in cui l’autrice rifiuta la prospettiva eurocentrica che vede il migrante come un diverso, sottolinea la necessità di una costante negoziazione identitaria dei migranti e ribadisce la sua speranza di conciliazione, armonia ed equilibrio. Anche Patricia Bastida Rodríguez, docente all’Universidad de las Islas Baleares, con Diaspora Remembering: African Genealogies in Aminatta Forna’s Ancestor Stones and Najat El Hachmi’s L’Ultim patriarca ha posto l’accento sulla «migrazione al femminile», analizzando i romanzi di due scrittrici migranti di seconda generazione, ovvero Ancestor Stones (Atlantic Monthly, 2006) di Aminatta Forna e L’Ultim patriarca (Planeta, 2008) di Najat El Hachmi. La studiosa ha voluto evidenziare gli elementi in comune delle due autrici – nonostante i diversi contesti nazionali e culturali di provenienza – elementi che si riversano anche nelle rispettive opere, dove ricostruiscono le loro storie di famiglia dando voce al subalterno, rivendicando allo stesso tempo l’africanità delle loro identità. La questione dell’identità affiora anche quando il migrante ritorna al proprio paese natale, come ha evidenziato Lucía Benítez Eyzaguirre dell’Universidad de Cádiz, con Transculturación periférica: relatos de la generación del exilio en su encuentro con Guinea Ecuatorial, in cui si è soffermata sui racconti del reencuentro degli equatoguineani che, una volta rientrati in patria, riscoprono la loro terra, la loro cultura e, a volte, la loro lingua. Ascrivibile sempre all’ambito letterario è stato l’intervento di Dulcinea Tomás Cámara dell’Universidad de Alicante, Trans-formación de la tradición: el “neo-griotismo” como praxis afro-europea, in cui ha condotto una riflessione sul racconto tradizionale africano: una particolare forma di narrazione performativa che include molti aspetti formali della pratica teatrale tipicamente africana e che viene adottata da molti africani che vivono nel territorio europeo, come strumento di visibilità culturale e mediazione sociale. La studiosa ha osservato come autori e neo-griots quali Bonifacio Ofogo Nkama (Camerun), Agnès Agboton (Benin) o Bilal Traoré (Senegal) manifestino la volontà di trasmettere transformado il racconto tradizionale africano. Tomás Cámara crede dunque che i trans-formadores o neogriots più che portatori della tradizione e del passato, siano portatori di una nuova e complessa tradizione afroeuropea ancorata nel presente, esempio di un ponte tra due culture.


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Il Convegno ha inoltre posto l’attenzione sul concetto di traduzione e mediazione interculturale, come hanno dimostrato vari interventi, tra cui quello di Maya García de Vinuesa dell’Universidad de Alcalá de Henares, dal titolo Juegos con la lengua materna y traducción: Harare North de Brian Chikwava, del inglés al español, in cui ha esposto una serie di considerazioni sul processo di traduzione allo spagnolo del romanzo Harare North (Jonathan Cape, 2009), scritto in una polifonia di lingue inglesi che compongono l’idioletto del protagonista, un soldato green bomber zimbabwano. Difatti, di fronte a una complessa rappresentazione letteraria di varietà linguistiche, il traduttore dovrà prendere delle decisioni rispetto al proprio testo, che varieranno a seconda del paradigma di traduzione da lui adottato. La questione della traduzione è stata affrontata anche da Ezequiel Akrobou dell’Université de Cocody (Costa de Marfil) con La problemática de la traducción/adaptación de la literatura negroafricana de expresión francesa: caso de Los soles de las independencias de Ahmadou Kourouma, in cui ha preso in esame la questione della letteratura scritta nell’Africa nera di espressione francese che porta con sé i tratti della tradizione orale dalla quale deriva. Si sono quindi messe in primo piano le difficoltà di studio, di traduzione e di adattamento dell’autore nero africano che usa la lingua francese come strumento culturale della scrittura letteraria: è il caso di Ahmadou Kourouma che, non solo si ispira alla sua lingua materna, il malinké, per scrivere, ma lo trascrive realmente nei suoi romanzi, suscitando un reale problema di comprensione per i lettori occidentali e non malinké. Juan Miguel Zarandona dell’Universidad de Valladolid con El corpus de traducciones españolas de Chinua Achebe: retraducción sincrónica y diacrónica comparada de los traductores ha condotto una riflessione sull’analisi diacronica e sincronica delle traduzioni, a partire da Things Fall Apart (Heinemann, 1958) del nigeriano Chinua Achebe, più volte tradotto in castigliano, e di altri suoi quattro romanzi, tutti tradotti in castigliano nel 2010. Un altro argomento centrale del Convegno è stato il mito dell’Europa bianca, come affrontato da vari studiosi. Lisa Surwillo della Stanford University con Spanish Whiteness: Nineteenth-Century Literature and the European Dream – a partire da alcune opere letterarie canoniche e non del XIX secolo, Don Álvaro (1835)


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del Duque de Rivas, Los misterios de Barcelona (1844) di José Nicasio Milá e Fortunata y Jacinta (18861887) di Galdós – ha analizzato l’elaborazione letteraria del concept of itself as white e la percezione visuale della diversità in questo periodo storico. Il concetto della «bianca Europa» è stato illustrato anche da Gloria Wekker della Utrecht University che, con la relazione “No One Colonizes Innocently, […] No one Colonizes with Impunity either…” Some Considerations on the Whiten of Europe, d’accordo con le considerazioni di Aimé Césaire in Discourse on Colonialism (Monthly Review Press, 1972) – in cui riconosceva l’esistenza di due problemi che la civilizzazione europea non era capace di risolvere: il problema del proletariato e il problema coloniale – ha osservato i diversi modi in cui il mito della bianchezza viene rappresentato e trattato nel contesto olandese all’inizio del XXI secolo, esaminando vari aspetti della cultura popolare. The Myth of “White” Europe and Perceptions of Difference: the In-Visible German è il titolo dell’intervento tenuto da Natasha A. Kelly dell’University Münster & Humboldt University of Berlin. Riportando il pensiero della femminista tedesca Lann Hornscheidt, secondo la quale il bianco non è un’oggettiva caratterizzazione dell’apparenza esteriore, ma la posizione privilegiata che costruisce una società razzista, A. Kelly ritiene che la bianchezza non è dunque una categoria implicita nel razzismo, ma un processo di categorizzazione dinamico che si crea ripetitivamente attraverso il razzismo: blackness is therefore “invisibilized” in white academia, in the white media, and in the white public sphere. La studiosa – a partire da un esempio del periodo coloniale, in cui i tedeschi, costringendo gli Africani ad accettare la bianchezza come una norma della società coloniale, cercavano di mantenere la purezza della razza – ha illustrato come il razzismo sia tuttora presente in Germania. Il tema dell’Afroeuropa islamica ha costituito un altro punto chiave del Convegno. Significativo in proposito è stato il contributo del giornalista e scrittore Joaquín Mbomio Bacheng, originario della Guinea Equatoriale, vissuto in Spagna e attualmente in movimento tra Francia (dove vive) e Svizzera (dove lavora). Con La Europa afro-árabe ha infatti delineato un efficace quadro del costante contatto tra più mondi. A partire dal titolo – che a prima vista appare antitetico, dato che il termine Europa definisce essenzialmente ciò che non è né africano né arabo – Mbomio Bacheng ha spiegato invece come nei territori europei si intravede una realtà sociologica che può chiamarsi Europa


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afro-árabe, per l’abbondante presenza di immigrati – di diverse nazionalità, di diversi orizzonti socioculturali e di diversi statuti giuridici – venuti dal nord Africa e dall’Africa sub-sahariana. Egli ci ha quindi accompagnato in Francia, Svizzera e Spagna: a Parigi la stazione della metropolitana Chateau Rouge concentra ogni giorno migliaia di persone e migliaia di prodotti in vendita di origine africana e magrebina; allo stesso modo il quartiere Le Paquis nel centro di Ginevra è uno spazio urbano cosmopolita dominato dall’attivismo socioeconomico di migranti provenienti dal Nord Africa e dal Sud del Sahara; in Spagna il collettivo afro-arabo popola le grandi città come Madrid, Barcellona e Saragozza, ma anche la costa orientale, Malaga, Almeria, Murcia, Alicante e Valenzia. Roshini Kempadoo, artista e docente all’University of East London, con Notes of a Postcolonial: Arrival (2010) and Visualising Afro-Arabic Presence in Europe ha preso in esame la presenza degli Afroarabi in Europa, esplorando la loro visibilità attraverso le opere d’arte create da donne diasporiche di origine africana, araba, asiatica e caraibica. Tale materiale documentario etnografico – che non necessariamente si basa su nozioni di autenticità, consistendo spesso in iscrizioni immaginarie il cui punto di partenza allude a percorsi migratori, utili nello sviluppo di un senso di appartenenza – ha dunque contribuito a comprendere meglio gli effetti della migrazione di individui verso i paesi europei. L’intervento di Josefina Bueno dell’Universidad de Alicante Arabe-Europeas: encuentros y desencuentros con el femenismo europeo – a partire dall’analisi di due saggi elaborati da scrittrici del Magreb, finora inediti in spagnolo, Les femmes au miroir de l’orthodoxie islamique (Amal éditions, 2007) della tunisina Latifa Lahkdar e Une femme en colère (Gallimard 2009) dell’algerina Wassyla Tamzali, insieme al saggio Yo también maté a Sherezade (Debate, 2011) della libanese Joumana Haddad – ha voluto mettere in primo piano il tema della lotta femminista che alcune intellettuali intraprendono dai paesi arabi, con il fine di estirpare le discriminazioni che soffrono le donne e di dissacrarle, dato che alcune spesso si sostentano nel discorso religioso. Ogni giornata del Convegno prevedeva inoltre tavole rotonde e conferenze plenarie, tenute per lo più da studiosi o autori di origine africana, in cui, fra l’altro, si è avuto modo di ascoltare la loro esperienza diretta di africani in Europa.


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Una voce di spicco è stata quella di Fatou Diome, scrittrice nata in Senegal e attualmente residente in Francia, autrice di Le Ventre de l’Atlantique (A. Carrière, 2003), che con Una troisième voie entre l’Europe et l’Afrique, ha posto l’accento sull’unione di due culture, sottolineando come il mondo intero le appartenga e come non intenda perdere nulla né dell’Europa né dell’Africa, riconoscendo che è proprio l’artista colui che ha l’importante ruolo di somar todo el mundo. Interessanti anche le due tavole rotonde Experiencias de la afroeuropeidad dedicata ai movimenti sociali – a cui hanno partecipato Juliette Djappo, che ha riportato la propria esperienza di vita, e Abuy Nfubea, giornalista e Presidente della Federación Panafricanista de España – e Leyendo la afroeuropeidad, tenuta da Micheline Dusseck, autrice haitiana di lingua spagnola e da Agnès Agboton, scrittrice originaria del Benin, emigrata a Barcellona nel 1978, che in tale occasione ha presentato il suo nuovo libro, recentemente pubblicato, Zemi Kedi. Eros en las narraciones africanas de tradición oral. La conferenza plenaria Letras africanas ha visto al centro il narratore, scrittore e giornalista senegalese Boubacar Boris Diop – uno dei più importanti in lingua francese, nelle cui opere ricorre anche al wolof – il quale, in modo efficace, ha delineato il ruolo dello scrittore, che scrive non solo grazie alle idee, ma anche con le emozioni e con i ricordi, sottolineando l’importanza della memoria uditiva, che si lega alla questione della parola orale, e il valore della traduzione, rimarcando come non si traduce da una lingua all’altra, ma da un testo all’altro. Ndèye Andújar, cofondatrice e vicepresidente della Junta Islámica Catalana e direttrice di Webislam, con Identidad nacional e islamofobia ha presentato in modo efficace due concetti: da un lato quello di identità multipla, in quanto ogni individuo possiede un’identità molteplice e in continuo movimento, che di volta in volta si trasforma nelle relazioni che sostiene socialmente, e dall’altro quello di islamofobia, ovvero il timore o il pregiudizio verso gli islamici, che fanno paura ed evocano una nuova forma di razzismo, essendo visti come una minaccia per la coesione sociale; si tratta dunque del corrispettivo del vecchio antisemitismo europeo: il nemico ora è il musulmano, non l’ebreo. Le tre giornate si sono concluse con un coinvolgente caffè-concerto tenuto da due artiste equatoguineane che vivono in Spagna: Dnoé Lamiss, nota cantante nel mondo del rap e dell’hip hop, diventata molto popolare come reporter di Cuatro e con un programma di informazione satirica Estas


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no son las noticias, e Piruchi Apo, una delle voci africane più ascoltate e amate tra Spagna, America e Africa. Il III Convegno Internazionale Afroeurope@s: Culturas e Identidades ha contribuito dunque a rendere sempre più visibili le comunità afroeuropee, a sviluppare una riflessione sulle loro culture e identità, ad aprire uno spazio di dialogo e di scambio, rafforzando il superamento di una visione univoca e piatta del mondo, testimoniando i tratti di multiculturalità e varietà che lo caratterizzano e incitando gli europei a conoscere meglio e sempre di più le culture africane.

Afroeurope@s: Culturas e Identidades  

In uno scenario europeo in cui diverse culturas e identidades si intrecciano – suscitando talvolta scompiglio e diffidenza, seppur sempre pi...