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Intervista a Vittorio Giardino

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fondamentali erano state fatte. Oggi si fatica a immaginare com’era l’Italia – e mi verrebbe da dire il mondo – prima del ’68. Con tutti i difetti che ha avuto, il ’68 è stata una rivoluzione mondiale nelle mentalità. Ecco perché la mia scelta è stata così tardiva. Malgrado ciò non sono affatto pentito. MA: Ho l’impressione che in volumi come Rapsodia ungherese tu utilizzi la formula della spy story anche per prendere all’amo i tuoi lettori, per conquistare la loro attenzione e parlare della storia con la S maiuscola: dall’espansione del nazismo alle persecuzioni degli ebrei alla guerra di Spagna all’atteggiamento dei partiti comunisti. Che rapporto c’è nei tuoi libri tra la formula narrativa, la storia e l’ideologia? VG: Faccio relativamente fatica a pensare ai generi narrativi, come si dice, anche se riconosco la validità di una classificazione per comodità di linguaggio, ma mi sembra chiaro che all’interno dello stesso genere – dal noir alla fantascienza – si danno libri di qualità e di ambizioni estremamente diverse. Entro certi limiti, anche Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana è un giallo, però l’interesse per il libro non è esattamente quello di scoprire chi è l’assassino. Perciò, dato che io sono molto ambizioso e presuntuoso, spero di avere usato alcuni agganci, come hai detto tu giustamente, per dare tensione al racconto, anche se forse la parte più importante non è data dallo scoprire chi è l’assassino. D’altra parte, avendo voglia di raccontare una vicenda ambientata in un’epoca passata, e avendo voglia di mostrare anche gli aspetti di quella situazione che sono meno noti, più nascosti, e ancora di più avendo voglia di mostrare quanto quella situazione abbia legami stretti col presente, ecco: tutte queste cose insieme rischiano di produrre qualcosa di noiosissimo. Sento la necessità di creare tensione, anche perché io non sto scrivendo dei saggi, ma opere di fantasia, in cui però mi interessa offrire certe mie analisi personali. Lasciami sottolineare a questo proposito un elemento che oggi mi sembra particolarmente importante. Ho l’impressione che nei fumetti, ma anche in letteratura, sia molto diffusa una forma più o meno spinta di autobiografismo, cioè in sostanza: “ti racconto quel che mi è successo”. Ora, per mia fortuna o disgrazia, io credo che non mi sia successo – in modo diretto – praticamente niente che possa interessare un altro. Anche da questo nasce la necessità di inventare una trama che sostenga narrativamente il tutto, creando dei personaggi che, malgrado l’apparenza, non sono affatto io. Cioè, sono io nel senso di Flaubert, ma non ho vissuto mai nessuna avventura di quelle che racconto nei libri. Naturalmente amici e famigliari riconoscono episodi e riferimenti della mia vita reale, poiché ciascuno pesca dalla sua esperienza, ma nel mio caso mai in forma diaristica.

Maurizio Ascari intervista Vittorio Giardino  
Maurizio Ascari intervista Vittorio Giardino  

Vittorio Giardino è oggi uno dei più noti romanzieri a fumetti italiani, celebrato per il suo uso della “linea chiara”. Le sue numerose oper...

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